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anno VIII - n°1
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
La Chiave di Casa
La Chiave di Casa
RIFLESSIONI
Mariangela Parisi
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LA CHIAVE DI CASA
don Peppino De Luca
pag.
6-7
LA CHIAVE DI CASA
Carmine Cozzolino
pag.
8-9
LA CHIAVE DI CASA
Redenta Formisano
pag. 10 - 11
LA CHIAVE DI CASA
Biagio Adinolfi
pag. 12 - 13
LA CHIAVE DI CASA
Gianpiero Russo
pag. 14 - 15
LA CHIAVE DI CASA
Gianpiero Russo
pag. 16 - 17
DIOCESI
suor Patrizia Panizzini
pag. 18 - 19
CASA FRANCESCO
Valeria Impagliazzo
pag. 20 - 21
TERRITORIO
dal Web
pag. 22 - 23
RIFLESSIONI
Nicoletta Rescigno
pag. 24 - 25
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 26 - 29
Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985
Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI
Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE CIRO COTICELLI ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA
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"Ci impegnamo per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore. Si vive una volta sola e non vogliamo essere giocati in nome di nessun piccolo interesse." don Primo Mazzolari
“Gaudete et Exultate” … tutti chiamati alla santità! La nuova Esortazione Apostolica di Papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo
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tutta da leggere e meditare la nuova esortazione apostolica di papa Francesco “Gaudete et exsultate (GE)” che, spiega il sottotitolo, è “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”. È da meditare come in passato si faceva con i libri “di perfezione”, la “Imitazione di Cristo”, o la “Filotea” di san Francesco di Sales. Come questi, la GE ha un ritmo lento e analitico, spirituale e confidenziale: molto spesso il papa scrive dando del tu al lettore, come in un dialogo familiare e in-
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timo. Nello stesso tempo, la sua meditazione così personale, porta oltre ogni confine: la santità non è solo nei grandi modelli, ma è per tutti nella semplicità della vita di ogni giorno; non solo per preti e suore, ma anche per laici e (soprattutto) donne; non solo per i perfetti, ma anche per i peccatori; non solo per i cattolici, ma anche gli ortodossi e i protestanti, e per certi aspetti – come nel caso del “cercare la giustizia con fame e sete” (n. 79) – vi è anche una santità dei “cristiani anonimi”.
Con questo, la proposta non è per una santità annacquata, laica, secolarizzata, che va bene per tutti. Al contrario, chi vuole vivere non nella mediocrità, deve farsi infuocare dalla presenza di Dio, ricevere da Lui la missione e camminare nella strada che Egli stesso traccia nella nostra vita (nn19-24). E dopo aver fatto cadere alcuni schemi come l’opposizione fra azione e contemplazione, silenzio e attività, Francesco propone la santità “ordinaria” delle beatitudini: povertà, mitezza, il piangere, l’essere pacifici… fino alla persecuzione, che è martirio di sangue, ma anche sopportare l’essere ridicolizzati (n. 91). La proposta delle beatitudini è geniale: da una parte riprende l’insegnamento tradizionale della Chiesa; dall’altra esse sono quanto di più controcorrente vi sia rispetto alla mentalità contemporanea. Vivere le beatitudini nel mondo moderno significa andare contro la voglia di possesso, di apparire, di indifferenza verso gli altri, di violenza, o di oppressione degli altri. Un punto su cui il pontefice si sofferma è quello dei “due sottili nemici della santità”, già più volte oggetto di riflessione tra l’altro nelle Messe a Santa Marta, nell’Evangelii gaudium come pure nel recente documento della Dottrina della Fede Placuit Deo. Si tratta dello “gnosticismo” e del “pelagianesimo”, derive della fede cristiana vecchie di secoli eppure, so-
stiene, di “allarmante attualità” (n. 35). Lo gnosticismo, osserva, è un’autocelebrazione di “una mente senza Dio e senza carne”. Si tratta, per il Papa, di una “vanitosa superficialità, una logica fredda” che pretende di “addomesticare il mistero di Dio e della sua grazia” e così facendo arriva a preferire, come disse in una Messa a S. Marta, “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo” (nn. 37-39). Il pontefice sottolinea spesso che i discorsi, le formule, i programmi sono sempre un tentativo di avvicinarsi all’esperienza di fede. Ma il cuore della fede è sempre (e solo) la carità verso Dio e verso il prossimo (nn. 6061). Colpisce poi la sottolineatura sul diavolo non come “un mito”, ma come una presenza che porta alla distruzione persone e comunità non con il “possedere” un po’ spettacolare, ma avvelenandoci (in modo lento) “con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi” (n. 161). Davanti alla triste testimonianza di cristiani senza gioia, tiepidi, accidiosi, logori, distratti, individualisti, il papa spera “che queste pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito” (n. 177).
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di don PePPino de Luca
La Chiave di Casa
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l Premio “La chiave di Casa” nasce con l’obiettivo di valorizzare e premiare storie personali di coraggio e creatività. Persone, prima di tutto, ma anche aziende, gruppi e associazioni che danno un contributo significativo al cambiamento culturale e sociale della città di Scafati. Questa iniziativa della comunità parrocchiale di San Francesco di Paola vuole essere una risposta all’appello alla città lanciato dal Vescovo di Nola, mons. Francesco Marino, in occasione della Pasqua scorsa: “Sostenete i ragazzi e i giovani nei loro sogni e appassionateli a questa nostra terra così ricca di storia e di tradizioni ma, purtroppo, ancora troppo povera di futuro. Risorgete dalle ombre del momento presente e lasciate soffiare nella vostra città il vento dello Spirito, il vento della Pasqua come nuova primavera dell’umanità riconciliata nell’amore. Questa Pasqua sia per tutti l’occasione di farsi promotori di una nuova civiltà, capace di vera trasformazione. Fiorisca la civiltà dell’amore!
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Sarà questo il contributo che i cristiani e quanti hanno a cuore il bene comune potranno dare per lo sviluppo del nostro territorio e della cara città di Scafati.” Avere le chiavi di casa è ciò che desidera per sentirsi più grande, per avere l’opportunità di autonomia rispetto e indipendenza: l’uomo non può crescere senza la Città. Penso, piuttosto, alla Città come civitas, vale a dire come l’insieme delle relazioni tra le persone che si riconoscono come cives, cittadini. In tal senso la Città viene dopo ogni singola persona ma ne costituisce l’ambito vitale nel quale l’individuo diventa persona. L’uomo non può vivere senza la Città perché non può sopportare quella profonda forma di povertà che è la solitudine, conseguenza della chiusura all’altro nella innaturale presunzione di bastare a se stessi. La crisi che stiamo vivendo e che tocca la nostra Città, prima di essere economica o sociale è antropologica, etica. Non possiamo correre il rischio di non cogliere questa
dimensione più radicale che riguarda la nostra visione della vita, dell’uomo, di Dio: sarebbe come condannarci ad una inefficace cura dei sintomi senza preoccuparci delle cause. Ai credenti in Cristo tutto ciò che è umano ci interessa; la Città, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue fatiche e le sue speranze, ci interessa! Né possiamo limitarci allo sterile lamento condito di rimpianti per i bei tempi andati o al catastrofismo! Scafati ritrova la sua identità e la difende ripartendo dal costruire e custodire le nostre relazioni volte a creare un ordine sociale nel quale al centro ci sono i diritti della persona, di ogni persona. Non ci sarà crescita, di nessun tipo, senza un lavoro serio di inclusione relazionale di tutte le persone. Nel dialogo tra la comunità cristiana e la Città la carità si “istituzionalizza” diventando struttura sociale che ha al centro la persona.
Dunque, ricominciamo, o meglio, continuiamo a tessere relazioni vere tra di noi, aperte al dialogo sincero e tese alla concordia. In tempi come i nostri, c’è bisogno di un supplemento di ottimismo e speranza, per fare il punto sul cammino percorso e progettare i passaggi che siamo chiamati ad affrontare. Il premio vuole consacrare questo tempo, chiamando al tavolo del confronto quanti hanno voglia e passione di raccontare la loro esperienza, sempre con l’unico obiettivo della crescita comune. Molti non hanno il coraggio di aprire la porta di questa casa, perché spaventati dalle difficoltà. Allontanandosi e isolandosi si tolgono la possibilità di trovare quelle chiavi che permettono loro di compiere percorsi di una relazione responsabile e matura con il territorio in cui vivono. Questo premio è anche per loro! s
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di carmine cozzoLino
Vincenzo Celentano
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l dott. Vincenzo Celentano nacque a Scafati il 29.3.1937, primogenito di Angelo, commerciante ed imprenditore, in una numerosa famiglia di professionisti che avrebbero dato nel tempo lustro alla nostra città. Conseguita la licenza media, intraprese gli studi classici presso la badia Benedettina di Cava de Tirreni fino alla maturità. Si iscrisse poi alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli laureandosi giovanissimo. Successivamente si specializzò in chirurgia generale presso lo stesso Ateneo ed in chirurgica pediatrica e chirurgia d’urgenza e pronto soccorso alla scuola di Staudaker dell’università di Milano. Fu autore di numerose pubblicazioni scientifiche, esercitò la professione di chirurgo prima nell’ospedale di Torre Annunziata e poi di Castellamare di Stabia dove rientrò dopo un breve trasferimento presso l’ospedale di Benevento. Nel 1980 prese servizio
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nell’ospedale di Scafati appena inaugurato, come primario di chirurgia generale e d’urgenza partecipando con entusiasmo, competenza e passione alla formazione del nostro nosocomio. Ebbe una vita familiare ricca di affetti coadiuvato dalla moglie Signora Sara Tedesco, dottoressa in medicina e specialista in igiene che gli regalò quattro splendide figlie. Chiuse la sua breve avventura umana il 9.01.1985 ad appena quarantotto anni all’apice di una luminosa carriera coronata da significative soddisfazioni e lasciando la nostra comunità nel cordoglio più sincero per la perdita di un suo valoroso ed amato figlio. Di Enzo Celentano ricordiamo la completa dedizione alla cura dei pazienti, l’indiscussa capacità personale, l’impegno civile, l’insegnamento umano e soprattutto la profondissima fede cristiana che l’accompagnò per tutta la vita fino all’ultimo viaggio.
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di redenta Formisano
Angelo Pesce
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ngelo Pesce, nato a Scafati il 9 ottobre del 1932, studioso di fama internazionale, è stato il primo a conseguire presso l’Università di Napoli, la laurea in Scienze della Terra. Ha lavorato all’Agip Mineraria in Iran, in Nord Africa e negli Stati Uniti. Ha svolto attività di ricerca e ha pubblicato numerosissime opere, sia di carattere tecnico, sia storico-culturale. Riveste la carica di presidente del Comitato scientifico del “Museum of Operation Avalanche” di Eboli, inaugurato nel 2012, relativo allo sbarco angloamericano del 9 settembre nel Golfo di Salerno e alle operazioni successive, fino alla liberazione di Napoli
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il 1° ottobre del 1943. Nel 1992 è stato nominato socio della New York Academy of Sciences. Nel 1993 è stato insignito, per meriti culturali, della medaglia d’oro del Centenario della fondazione del Regno dell’Arabia Saudita e nel 2011 gli è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. Tutti i libri sulle sue esperienze quarantennali – personali e di lavoro – in Africa, Medio Oriente e Stati Uniti sono stati da lui redatti, ovviamente di necessità, in lingua inglese. Agli scafatesi Angelo Pesce ha restituito la memoria di molti luoghi che
sembrava non avessero più nulla da raccontare e di eventi importanti ricostruiti con sapienza, scienza, passione e meticolosità, attraverso memorie, documenti e immagini. Tra le opere più importanti ricordiamo la storia dell’industria tessile Svizzera di Scafati (Meyer - Freitag Wenner - L’industria tessile di Scafati e l’origine delle Manifatture Cotoniere Meridionali - 1992); la ricostruzione degli eventi della battaglia di Scafati (Scafati 1943 - Cinquant’anni fa, la guerra - 1993); la puntale documentazione in volumi di grande rilevanza storico-scientifica, sul polverificio borbonico (ll polverificio borbonico di Scafati e la rettifica del basso corso del Sarno - 1996); su un monumento alto-medievale (La torre di Scafati - un monumento medievale scomparso - 1997); su Santa Maria di Realvalle (Santa Maria di Realvalle: un’abbazia cistercense del Duecento a San Pietro di Scafati - 2002); sull’aeroscalo per dirigibili in territorio di Scafati che funzionò nella fase finale della grande guerra (L’aeroscalo “Pompei” di Scafati nella grande guerra e dopo - 2014) Da oltre un decennio è ufficialmente riconosciuto quale “Storico della Città di Scafati”. Le opere di Angelo Pesce costituiscono un patrimonio da custodire con cura e uno stimolo per coltivare la memoria e per tramandarla alle future generazioni, non per rievocare
nostalgicamente il passato ma per rafforzare la percezione dell’identità che nasce dal sentirsi parte di una storia comune. Angelo ha costruito ponti tra presente e passato, tra ricordi e speranza senza innalzare barriere o mura di esclusione. Nei suoi libri ci sono tante immagini e tante narrazioni di vicende di tolleranza e di partecipazione, di senso civico e di generosità, che possono essere tutte riassunte nella bellissima foto contenuta nel libro Cinquant’anni fa - la guerra che ritrae una donna scafatese che, malgrado l’infuriare dei combattimenti sulle strade a breve distanza, si prende cura di un militare inglese ferito. In definitiva, Angelo con i suoi libri ci trasmette i valori della speranza e del rispetto verso i propri luoghi, ci insegna che è importante ricercare, studiare e conoscere la nostra storia, perché solo così riusciamo anche a comprendere quella degli altri, coltivando i valori dell’accoglienza e della s solidarietà.
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di Biagio adinoLFi
Giovanni Vitiello o’ sceriffo
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arlare solo di sport quando lo si nomina è palesemente riduttivo. Ciò che ha fatto nel corso della sua vita va oltre. Chiunque lo abbia incrociato durante la propria crescita, ha portato i suoi insegnamenti impressi nella mente. Giovanni Vitiello: probabilmente un nome e un cognome troppo comuni per essere ricordati. Sarà anche per questo che per tutti è semplicemente ‘o sceriffo, e non solo perché quando da giovane giocava a calcio tirava le cannonate, o per il suo carattere apparentemente severo. Un uomo duro ma dal cuore d’oro. Giovanni ‘o sceriffo è sempre stato avanti. Quasi 40 anni fa già parlava di integrazione tra popoli, di accoglienza, di rispetto verso le altre culture, di educazione giovanile, di
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disciplina, e soprattutto di gruppo e di momenti di socializzazione. Già 40 anni fa aveva capito che lo sport era un ottimo escamotage per togliere i ragazzi dalla strada (e ne ha tolti tanti), dalle cattive tentazione, dalle scelte sbagliate. È con questi principi che nel 1981 fonda l’associazione L.IN.G. Mondo Nazione, dove L.IN.G. sta per Libero Interscambio Giovanile. Da allora, non si è più fermato. Ufficialmente una scuola calcio, ma nella pratica una vera e propria scuola di vita che si inizia sin da bambino. ‘O sceriffo è stato infatti tra i primi della Campania a decidere di accogliere i più piccini, già dai sei anni, perché la scuola di vita prima la si incomincia, meglio è. Chi ha avuto il piacere di allenarsi
con Giovanni sa bene che prima di iniziare a “toccare il pallone” c’è bisogno di sudore e sacrificio. Sa bene che sbagliare un rigore non vuol dire niente ma che fare ritardo ad una riunione vuol dire non giocare la prossima partita. Sa bene che anche se non giochi vai lo stesso sul campo per guardare i tuoi compagni giocare. Chi si è allenato “addo sceriffo” sa bene che se ad un’amichevole manca l’arbitro e lo sostituisce Giovanni, ci sono molte probabilità che il L.IN.G. perda. Sa bene che la divisa da rappresentanza va indossata sempre quando si esce in gruppo, anche ad un funerale. Questi sono solo alcuni degli insegnamenti che, spesso anche senza parlare, Giovanni Vitiello ha trasmesso e trasmette da oltre 35 anni ai suoi allievi e, perché no, anche alle famiglie. Con un atteggiamento da duro, magari anche con qualche carocchia o tirata di orecchie (marchi di fabbrica del LING). Un mister che tiene sotto controllo le tue abitudine: se fumi, bevi, fai tardi la sera, se a scuola non hai buoni voti, a volta anche cosa mangi. È la disciplina, un valore imprescindibile. Ed è con questi principi che, oltre alla crescita mentale di migliaia di ragazzi, ha “sfornato” decine di calciatori arrivati ad alti livelli, anche in serie A. E non sarà un caso che nessuno di loro si è reso mai protagonista di atteggiamenti scorretti o violenti. E poi l’integrazione e l’accoglienza. Due concetti che ha
messo da subito in campo. Già nel 1981, anno di nascita del LING, organizza la I Festa Internazione del Calcio Giovanile “Citta di Scafati”, meglio conosciuta come il torneo di Pasqua di Giovanni o’ sceriffo, arrivata ormai oltre la 30esima edizione. Una manifestazione che ha visto partecipare centinaia di squadre giovanili di calcio provenienti da tutto il mondo, con i ragazzi che arrivano a Scafati che vengono accolti, ancora tutt’ora, nelle case e nelle famiglie dei ragazzi scafatesi. Un evento unico, riconosciuto ed apprezzato anche a livello internazionale. È stato, poi, pioniere e portatore della parità tra i sessi. Diversi, infatti, gli anni in cui la sua scuola calcio ha visto la presenza di squadre totalmente femminili. Insomma sono tante le virtù che lo hanno reso un’icona della città. Passione e innovazione che certo fanno di Giovanni Vitiello detto ‘o sceriffo una indiscutibile e intramontabile ECCELLENZA SCAFATESE.
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di gianPiero russo
Pasquale Coppola
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rame Africane è una Onlus nata nel luglio del 2001 dall’incontro di alcuni amici impegnati già da anni – a titolo personale – nel settore del volontariato. Cosi si descrive sul suo sito web molto ben organizzato e concreto la Onlus molto conosciuta a Scafati, anche perché da svariati anni riesce a coinvolgere sempre con entusiasmo e con il sorriso, tanti cittadini di Scafati e non solo, negli sforzi necessari per il raggiungimento di alcuni obiettivi precisi. In sintesi il gruppo di gestione, i soci tutti ed in particolare il Presidente della Onlus, Pasquale Coppola, si prefiggono lo scopo di dare a chi vive in situazioni di estremo disagio nel Continente
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Africano, la concreta opportunità di essere artefice del proprio destino. Infatti la grande miseria di alcuni luoghi africani priva gli abitanti di ogni cosa, compresa la possibilità di agire per determinare il proprio futuro. Educazione sanitaria, istruzione, formazione professionale, lavoro ed infrastrutture sono gli strumenti attraverso i quali si cerca di garantire tale opportunità di riscatto. Due gli ambiti geografici in cui opera da sempre la Onlus: la Diocesi di Luebo nella Repubblica Democratica del Congo dove è stato avviato il MBULUNGU PROJECT e il Kenya, con il principale progetto della nostra Onlus, il MACHAKA PROJECT che oggi coinvolge oltre
al Villaggio di Machaka anche i vicini villaggi di Kiirua e Maigene. L’incontro e la stretta collaborazione con il gruppo delle Suore di S. Teresa del Bambin Gesù costituisce un elemento fondamentale per lo sviluppo del progetto di solidarietà. Dice il presidente della loro opera: “Alla base del nostro operare non c’è un semplice assistenzialismo, che seppur necessario, non crea indipendenza. Anzi esso è ben lontano dal nostro modo di pensare. Interveniamo per dare alle persone la possibilità di poter scegliere, mettendo a loro disposizione, strumenti, strutture, conoscenze e competenze. Come recita un famoso proverbio cinese, “se qual-
cuno ha fame non regalargli un pesce ma insegnagli a pescare”. Solo così non lo avrai sfamato per un giorno, ma per sempre”. Le iniziative compiute con successo nei luoghi del progetto sono tante. Scuole, ospedali, stutture per gli orfani, laboratori artigiani anche con macchinari per la produzione di oggetti di artigianato che vengono poi venduti ed il cui ricavato viene restituito alle popolazioni sono tra le iniziative più note ed importanti, ma anche adozioni a distanza, borse di studio per consentire la prosecuzione degli studi ai ragazzi volenterosi completano un quadro di opere di bene davvero ricco ed entusiasmante. s
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di gianPiero russo
Domenico Maria Corrado
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omenico Corrado è un regista ed attore teatrale che ha iniziato la sua carriera frequentando la bottega teatrale di Firenze all’epoca diretta da Vittorio Gassman. Ancor prima i suoi primi passi di attore li ha mossi con il clan Agesci sul palcoscenico del teatrino delle Suore e poi sul palco del teatro parrocchiale Don Bosco. Ha collaborato durante la sua carriera con molti registi ed attori tra i quali Eduardo De Filippo, Giorgio Strelher, Mario Scaccia ed Ugo Gregoretti. Nel 1991 ha fondato Elledi 91 che oggi si è trasformata per fusione ed incorporazione nella società Tappeto Volante srl. Tra le opere di maggior successo degli ultimi tempi organizzati e gestiti dalla Tappeto Volante ricordiamo certamente l’inferno di Dante nelle grotte di Pertosa. Nel tempo il
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panorama dell’offerta delle rappresentazioni ispirate a testi della letteratura classica in cornici suggestive del patrimonio artistico e culturale dell’Italia Meridionale si è molto arricchito ed attualmente Domenico Corrado tramite la società e numerosi collaboratori cura gli spettacoli de “L'Inferno di Dante nelle Grotte di Castelcivita”, “Il Purgatorio di Dante nella Certosa di Padula”, “Il Paradiso di Dante al Castello Arechi”, “L'Inferno di Dante nel Museo del Sottosuolo di Napoli”. Di se Domenico Maria Corrado ama dire che “IL FUTURO APPARTIENE A CHI CREDE NELLA BELLEZZA DEI PROPRI SOGNI...” e tra i svariati sogni realizzati nel corso della sua già lunga e proficua carriera annoveriamo anche esperienze significative come la realizzazione di una collana di fumetti
un'opera di FRANCESCO COCCO - 2017
ispirata al Teatro di Eduardo de Filippo nota come “Il Teatro a fumetti di Eduardo”, molto conosciuta ed apprezzata dalla critica e dal pubblico. Tra gli spettacoli di maggior successo curati da regista degli ultimi anni ricordiamo in modo sparso ed assolutamente non esaustivo Anfitrione con Gino Rivieccio, Io speriamo che me la cavo con Maurizio Casagrande, Moliere alla corte dei Borbone. Le attività organizzate e curate da Domenico Corrado sono state rivolte sempre ad un pubblico di varia natura ma con un occhio particolare ai ragazzi ed ai bambini delle scuole che con leggerezza sono potuti “entrare” nei testi classici proposti sempre con maestria e leggerezza da Corrado, peraltro in location amene. Per usare parole dello stesso Mimmo Corrado in occasione di una recente intervista: “Ogni tipo di Spettacolo,
deve pur lasciare allo spettatore emozioni e sensazioni uniche e motivi di discussioni postume alla visione dello stesso, ed ogni autore e regista, sa bene che questa legge va rispettata pedissequamente, per cui nel finale di ogni spettacolo, si va sempre alla ricerca del “colpo ad effetto” che possa impressionare favorevolmente il pubblico.” Spesso, è il caso di dirlo, gli spettacoli di Mimmo riescono pienamente nell’intento di impressionare e lasciare un segno nel pubblico.
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di suor Patrizia Panizzini
L’Olio di Casa Francesco...
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abato 10 Marzo, don Peppino De Luca e i volontari de “La Casa di Francesco” hanno consegnato a padre Francesco, il nostro vescovo, l'olio da consacrare il Giovedì Santo, prodotto con le olive del giardino della Parrocchia di San Francesco di Paola in Scafati, raccolte dagli ospiti de “La Casa di Francesco”. Un raccolto, quello di quest’anno, inaspettatamente ricco, come fosse un segno, un monito per tutti noi a continuare come il buon samaritano a “versare olio e vino” sulle ferite dell’umanità. Ed è bello ora sapere che quest’olio, olio della carità, che è
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stato raccolto da quelle mani che, forse fino ad ora, avevano “raccolto” solo sofferenza, è stato consegnato a tutte le parrocchie della nostra diocesi. Ci auguriamo che, oltre a “sigillare” il patto d’amore di Dio con gli uomini attraverso i sacramenti, possa essere segno e strumento di condivisione e di accoglienza, profezia di un’umanità nuova, che nella circolarità dell’amore continua a prendersi cura dell’uomo, di ogni uomo! “Olio che consacra, olio che profuma, olio che risana le ferite, che illumina” … olio che profuma di Dio!
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di VaLeria imPagLiazzo
La Zingara regina Il teatro omaggia Casa Francesco e la magia della Zingara Bella
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ono quasi dieci anni che frequento la Parrocchia di San Francesco di Paola. E’ stato il mio mestiere di attrice che mi ha fatto conoscere Don Peppino De Luca: il teatro e la fede hanno fatto da sigillo alla nostra amicizia e non di rado in questo lasso di tempo teatro e fede si sono intersecati tra loro diventando l’uno strumento di narrazione dell’altro. Ho condotto diversi studi insieme a Don Peppino, dalla storia del Presepe alle figure femminili del Vangelo, che hanno dato vita ad una serie di appuntamenti condivisi con l’intera comunità. Quanto accaduto quest’anno però ha avuto un colore diverso. Mi sono proposta infatti di offrire un
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contributo per la serata del 5 Marzo, anniversario de “La Casa di Francesco”. Ho chiesto all’amico e collega Tommaso Setaro di preparare con me qualcosa che potesse essere un omaggio ad una realtà così bella ed importante. Ma che fare? Siamo solo dei guitti in fondo, artisti che vivono raccontando storie. Cosa possiamo raccontare? Abbiamo iniziato dal nulla, raccogliendo testimonianze dei volontari, guardando foto, abbiamo persino redatto un questionario…tanto materiale insomma, da cui però non riuscivamo a cavare un ragno dal buco. Non riuscivamo a tirare fuori un racconto che non avesse risvolti melensi, banali. Di una cosa però mi rendevo sempre più conto.
Tra tutte le testimonianze raccolte non ce n’era una da cui non venisse fuori un nome: Maria. Maria. Che io timidamente chiamavo “signora” quando la incontravo in chiesa o per strada e mi sorrideva salutandomi con quei suoi occhi magnetici che mi mettevano un po’ di soggezione. Maria, tornava sempre. Che fosse lei la chiave per trovare una storia da raccontare? Era lei. E’ bastata una telefonata con Yvonne e una chiacchierata con altri volontari particolarmente legati a lei. I loro racconti uniti a quell’alone di bellezza e mistero che quella donna ha sempre suscitato in me hanno fatto sì che le dita cominciassero a scrivere da sole sulla pagina word del mio computer, rimasta bianca per giorni. Dopo tre ore chiusi in Sacrestia io e Tommaso avevamo una storia. Quel pomeriggio stesso sono iniziate
le prove e così i 5 pomeriggi successivi. Il 5 Marzo è andato in scena “La Zingara Regina”. Solo ora trovo il modo di analizzare questa esperienza. Eravamo sotto l’effetto di un incantesimo, immersi in una dimensione parallela, senza ieri né domani, solo ora, adesso, io e Tommaso in balìa di un racconto troppo grande e magico, le parole che venivano fuori da sole, le bacinelle, le lucine al led, il fuoco, la musica, la collana di Maria appesa al collo come un Rosario o forse un talismano non lo so fate voi, so solo che in quel momento c’era un mondo oltre me, oltre Tommaso, oltre il pubblico in sala, oltre le sigarette, lo zaino, il foulard, le pentole, oltre l’acqua che schizzava ovunque, oltre il cuore che batteva all’impazzata alla fine di un lungo applauso, su tutto, sopra tutto, la magia di quella zingara bella!
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dal weB
Il tappeto di Iqbal
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Il tappeto di Iqbal” , nasce nel 1999 su iniziativa di alcuni membri dell’associazione di volontariato “Lele Ramin” a seguito di un’esperienza decennale di attività a favore dei minori a rischio. Attualmente la compagine sociale è composta da sette soci lavoratori , di questi 5 sono ex ragazzi di strada che hanno deciso di investire la voglia di cambiare il contesto in cui sono vissuti, ovvero il quartiere malfamato di Barra, con la cooperativa. Con la cooperativa collaborano un significativo numero di operatori con professionalità diverse che collaborano nella gestione dei progetti in atto. Ci occupiamo di interventi sociali e progettualità educative per minori e famiglie, di politiche e interventi contro la dispersione scolastica, di orientamento ai servizi, di promozione dell’educazione inter-
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culturale e ambientale, Teatro civile e Circo Sociale. Dal 1999 ha gestito fino al 2010 il Servizio socio-educativo della scuola della seconda opportunità – Progetto Chance – in collaborazione con l’esperienza storica dei Maestri di Strada, per il recupero dei ragazzi drop out. La cooperativa prende il nome da Iqbal Masih. Le azioni educative e formative promosse dagli operatori della cooperativa “Il Tappeto di Iqbal” sono fortemente incentrate su una metodologia educativa che fa dell’arte e del gioco canali preferenziali per lo sviluppo dell’apprendimento, di una sana formazione psico-fisica del minore, per veicolare valori positivi, di solidarietà, reciprocità, cittadinanza attiva, che possano essere alternativi a quelli appresi “per strada” spesso inni alla violenza, alla predominanza
del più forte, all’ingiustizia e al pregiudizio sociale. L’arte si fa veicolo di buone prassi, di scambi comunicativi espliciti e profondi, tali da accorciare le distanze tra “grandi” e “piccoli”, troppo spesso appartenenti a mondi del tutto diversi. L‘approccio artistico consente, infatti, “l’immediatezza” e la “semplicità” dell’incontro non solo del giovane ma anche di chi è deputato alla sua cura. Dal 2010 Il Tappeto di Iqbal attraverso la sua originale metodologia aggregativa ha coinvolto giovani ex utenti delle proprie attività all'interno della compagine sociali tanto da vederli diventare soci della compagine sociale. Dal 2011, attraverso il teatro e il circo sociale un gruppo di 15 giovani adolescenti dei quartieri di Barra e Ponticelli hanno iniziato a girare l'Italia in scuole, presidi di Libera, associazioni riuscendo così anche auto-
finanziare le attività sociali della Cooperativa Il Tappeto di Iqbal fino a rappresentare nel 2012 e nel 2015 l'Italia al Circomondofestival con altri paesi dal Brasile, Argentina, Palestina, etc e nel 2013 premiati dalla Commissione Europea come "Miglior Progetto Italiano di Cittadinanza Critica”. Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il loro sito internet: http://www.iltappetodiiqbal.com
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di nicoLetta rescigno
Donne che abitano il proprio tempo "Abitare il proprio Tempo. Nella complessità dell’oggi, con i valori di sempre" è il tema che mi è stato chiesto di affrontare all'incontro per la Giornata internazionale della Donna promosso dalla sezione nolana del Centro italiano femminile. Un tema così vasto che non mi è mancato il timore di non riuscire a rispondere. Poi un bel respiro e la scelta di condividere alcune provocazioni che il tema stesso mi aveva suscitato. Mi sono chiesta: dove sono oggi?, come sono oggi?, da dove arrivo per il mio oggi? Certo, sono una mamma, una sposa, una donna, che ha scelto di impegnarsi in un luogo particolare, quello del Tribunale ecclesiastico diocesano dove un po’ di anni fa fui chiamata dal vescovo Tramma e da don Erasmo Napolitano, perché, da esperti del settore, pensarono che c’era bisogno di una figura femminile che, insieme a loro, potesse accogliere le altre donne ed aiutarle in un cammino di discernimento su tematiche molto intime e personali. E certo, pensando ai ‘valori di sempre ‘ del titolo, potevo rievocare gli anni della formazione in famiglia, in parrocchia, in Azione Cattolica, luogo attraverso cui ho imparato a conoscere il Centro italiano femminile... …poi, però, ho realizzato che così facendo stavo guardando a ieri e non 24 ad oggi: perché abitare il proprio settemiglia
tempo credo significhi imparare a starci in questo tempo; e mi vengono in mente le parole della Scrittura “Abiterò nella casa del Signore”: sarò in intimità con Lui, nell’essenzialità e nella Verità, ricordando però che abitare il Tempo in Verità è un valore per tutti, credenti e non. Allora, ho pensato che per stare dentro questo tempo c’è bisogno di non cedere alla tentazione del dire “ai miei tempi”, “quando io ero giovane”, “quando io studiavo e/o partecipavo all’associazione” e altre espressioni simili. Spesso, infatti, per leggere il presente percorriamo la strada del ricordo, e questo non solo perché è la strada più semplice ma anche perché, con le nostre categorie mentali, cerchiamo di ‘ingabbiare il tempo’, dandogli una dimensione spaziale ben definita (qui ed ora – lì ed allora). Il tempo invece, come ci dice Papa Francesco nel I capitolo di Amoris Laetitia (l’esortazione apostolica di Papa Francesco sull’amore nella famiglia). Penso, invece, che per vincere questa tentazione dobbiamo imparare a Fare Memoria: imparando, quindi dal ricordo, dalla Storia, ma sapendo trarre da essa la forza ispiratrice per interpretare il presente, alla luce di ciò che il passato ci ha insegnato: d’altronde non è anche questo il fare memoria della nostra liturgia? Abitare questo tempo è allora non sottrarsi al lavoro che già il
Concilio Vaticano II ci aveva chiesto con la Gaudium et Spes, al cui n.1 leggiamo ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri e dei sofferenti sono le gioie e le angosce dei discepoli di Cristo’ per rispondere alle quali abbiamo il ‘dovere permanente di noi cristiani scrutare i segni dei tempi’ (GS 4): un compito che non riguarda solo i credenti, perché imparare a leggere i segni dei tempi mette in gioco tutti gli uomini e non solo i credenti (GS 21). Quanto tutto questo ha a che fare con la Giornata della Donna? Io credo tantissimo, perché noi donne siamo maestre nel prender parte intima con le gioie e le angosce, con le sofferenze e le tristezze delle persone che incontriamo, come anche Papa Francesco ha riconosciuto. Questo, allora, è il nostro compito per la costruzione dei tempi futuri. Possiamo riuscirci? Secondo me, sì! Noi possiamo riuscirci molto bene se ritorniamo ad essere tessitrici di relazioni autentiche. Ridando significato e spessore alle relazioni interpersonali noi possiamo provare a gestire la “fluidità dell’oggi”. In questa società che tanti esperti hanno definito liquida-fluida-senza più legami autentici abbiamo la possibilità, proprio perché donne, di essere nuovamente delle pioniere, imparando a dare una valenza positiva alla liquidità. Se per un attimo pensiamo all’elemento liquido per eccellenza, e cioè l’acqua, e ripensiamo alla sua formula chimica H2O, non possiamo non pensare che Idrogeno e Ossigeno presi da soli
non sono acqua; essi lo diventano soltanto entrando in relazione tra loro, quando creano una interconnessione; possiamo, allora, dire che per avere quanto di più vitale c’è sulla terra abbiamo bisogno di creare un legame, c’è bisogno di una relazione: ecco, quindi, che dare valenza positiva alla liquidità significa ridare supremazia e spessore alle relazioni interpersonali; è come se fossimo chiamate a “dare forma all’acqua”. In realtà c’è una grande similitudine tra il percorso dell’acqua e la Vita di ogni donna: l’acqua è l’elemento che dona e mantiene la vita, si adatta alle circostanze, aggira gli ostacoli che incontra, alcune volte cade ma poi si rialza: questa è la grande forza dell’acqua e la grande forza di ogni donna. La donna, come l’acqua, è innanzitutto generatrice di Vita. Quando si genera Vita, si genera futuro e noi, con i piedi radicati nell’oggi, generiamo futuro educando i giovani. Abbiamo il dovere, dettato proprio dalla complessità dell’oggi di ri-diventare madri (carnali e/o spirituali) che generano giovani capaci di vivere: la tenerezza, la gentilezza, la caparbietà, la gioia, l'essenzialità, il rigore della formazione. Doti che sono, a mio avviso, connaturali a noi donne; potremmo quasi dire che sono i nostri valori di sempre. Solo così le generazioni future sapranno far fronte al meglio ai tempi che si apprestano a vivere; tempi che devono affrontare con rigore, ma anche con fantasia, con amore e speranza; e tutto questo si impara soprattutto attraverso il nostro esempio e la nos stra testimonianza.
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di marianna miLano
Io Sto con Trame Africane!
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Regalare una speranza è una cosa meravigliosa, deluderla sarebbe una cattiveria troppo grande”. E’ quanto spesso ripete il nostro responsabile Pasquale Coppola ripensando a quanto realizzato da Trame Africane. E di speranza la Onlus ne ha regalata e ne continua a regalare davvero tanta in quel d’Africa : impegnata ormai da 16 anni nei progetti di crescita e sviluppo a favore delle popolazioni locali in Kenya, infatti, continua il sostegno dell’associazione con la passione, l’intensità e l’ amore di sempre. I progetti avviati a Machaka e Kiirua sono tanti e richiedono un impegno notevole. L’obiettivo primario resta sempre quello di non trascurare
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quanto già realizzato e far sì che tutto quanto sia stato avviato continui a funzionare al meglio. Contemporaneamente è necessario, però, far fronte anche alle nuove e continue necessità che emergono. Gli ultimi due viaggi in Africa, a marzo e quello più recente ad inizio maggio, sono stati davvero ricchi di emozioni per chi come noi vive l’associazione. Tanti infatti i nuovi obiettivi raggiunti in questi mesi. Il dispensario a Kianjai: un paese nella regione del Meru, a 30 km circa da Kiirua. Un'area molto vasta, sperduta nella campagna del Meru. Pochissime strutture per la gente del posto e per di più in pessime condizioni. Un dispensario costruito nel 1964 ma abbandonato da più di 10
anni con conseguenti difficoltà per chiunque necessitasse di cure, in quanto costretto a raggiungere il lontano ospedale di Kiirua. Ad agosto 2017 iniziarono i lavori di ristrutturazione del Dispensario e a gennaio 2018 la nuova struttura è stata inaugurata avviando così in loco una prima fase di formazione e prevenzione oltre che di servizi ambulatoriali con immensa gioia della gente del posto. Nuovi reparti al Santa Therese Mission Hospital di Kiirua: inaugurati a maggio il reparto di Pediatria e di Medicina Generale nati per far fronte al notevole incremento di pazienti. Nuovi reparti che si inseriscono nel più ampio progetto di ampliamento dell’ospedale e a cui seguirà, nel prossimo anno, il reparto di Rianimazione e di Terapia Inten-
siva, unico in tutta la regione del Meru. Ancora, l’installazione di pannelli fotovoltaici nell’ospedale di Kiirua. Un progetto che nasceva da due problematiche di fondo: l’ elevato costo del gas e della legna usati per il riscaldamento dell’acqua e l’ elevato costo dell’energia elettrica. Pertanto l’utilizzo di pannelli avrebbe consentito di abbattere questi costi e di trasformarli in risparmi da destinare in ulteriori necessità del posto. Ebbene, anche questo traguardo è stato raggiunto. Rientrato dal suo recente viaggio , Pasquale raccontava: “ Come potrei trasmettere la gioia di veder realizzato l’impianto solare nell’ ospedale di Kiirua; condividere la felicità di tutti nell’inaugurare i nuovi reparti di Pediatria e Medicina nel giorno
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di marianna miLano
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dell’80mo della mitica Sr. Mariapia, l’emozione di accompagnare, nel loro primo giorno di scuola Michelle, Kalonzo e Brian, del nostro orfanotrofio, e vivere con loro l’amore con il quale sono stati accolti dai nuovi compagni; la soddisfazione di incontrare in giro per l’ospedale i nuovi ragazzi laureatisi con le nostre borse di studio; l’energia pura che riescono a trasmettere i bimbi di Machaka quando ti ci tuffi in mezzo.... Troppe emozioni tutte insieme davvero impossibili da trasmettere ma “possibili” sempre grazie ai tanti amici che fanno sì che il Machaka Project sia sempre più un piccolo Miracle in Progress!!!” In questa linea che separa l’impossibile e il possibile c’è il grande cuore s di Trame Africane.
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