settemiglia
anno VII - n°2
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
Sveglia Scafati!
SVEGLIA SCAFATI! RIFLESSIONI
don Peppino De Luca
Pag.
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RIFLESSIONI
Ciro Coticelli
pag.
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ARTE
Franco Cipriano
pag. 10 - 17
FEDE
Pasquale Violante
pag. 18 - 19
REPORTAGE
Ciro Ciliberti
pag. 20 - 21
TERRITORIO
Vincenzo Santonicola
pag. 22 - 23
RIFLESSIONI
Vincenzo Fiorenza
pag. 24 - 25
RIFLESSIONI
Joshua
pag. 26 - 27
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 28 - 29
Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985
Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI
Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE CIRO COTICELLI ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA
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"Ci impegnamo per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore. Si vive una volta sola e non vogliamo essere giocati in nome di nessun piccolo interesse." don Primo Mazzolari
di don PePPino de Luca
Sveglia Scafati! Un mese dopo...
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“...ieri ero anche io in piazza ma eravamo pochi... Non puoi continuare a far finta di niente! C'è bisogno di una tua risposta comune e civile a tutto quel che ti accade. Abbandona le tastiere! Abbandona le barricate vere e virtuali! Sveglia! C'è bisogno di vederci, guardarci in faccia, far rivivere le nostre strade, abbandonare l'indifferenza... Vi aspetto tutti sabato 24 giugno alle ore 20 nel piazzale della parrocchia - cavalcavia Longobardi per raggiungere silenziosamente il cuore della città in piazza Vittorio Veneto... senza bandiere o sigle! Silenziosamente per gridare con forza tutta l'indignazione. Contro niente e nessuno, semplicemente armati della luce delle candele, per dare luce ad ogni angolo della nostra amata città! Ricominciamo.”
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uesto post, scritto di getto, sulla mia pagina di Facebook è stato il primo colpo di un tam-tam sul social che ha riunito sabato 24 giugno centinaia di cittadini scafatesi. La mia voleva essere una carezza alla città, dicendo “NO” alla camorra e ad ogni interesse di parte, abbandonando l’indifferenza diffusa, camminando per le strade quasi riappropriandocene. Voleva essere non semplicemente una “marcia di protesta” ma una “sveglia” gridata in silenzio alla città. Non c’è stata nessuna smania di protagonismo o di visibilità nello spingermi a convocare questa pubblica assemblea ma la consapevolezza che come cristiano e parroco non posso estraniarmi dalla vita della città. La nostra città, infatti, vive un mo-
mento di transizione e di crisi: la corruzione, l’accentuarsi di violente intimidazioni, la crisi economica e la perdita dell’identità sociale ci spingono ad imprimere, nella corresponsabilità, un nuovo slancio nella ricostruzione del tessuto sociale cittadino. Il Santo Padre, papa Francesco, rivolgendosi alla città di Roma ha detto: «In questa città, in questa comunità ecclesiale, siamo liberi o siamo schiavi, siamo sale e luce? Siamo lievito? Oppure siamo spenti, insipidi, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi? Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri, i deboli, gli
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di don PePPino de Luca
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emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano. È necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli! […] Quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a “mafiarsi”, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e cessa di essere cristiana». L’aumento delle povertà, non solo materiali, che alimentano nuove e profonde provvisorietà alimentano la sfiducia nelle istituzioni e attivano stili di vita sempre più egoistici. Come cristiani dobbiamo chiederci se siamo testimoni credibili nella nostra città di Scafati e come possiamo
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rispondere alla chiamata del Signore ad essere “luce del mondo” (Mt 5,13). Dobbiamo ricominciare, innanzitutto, dal condividere ogni affanno delle donne e uomini di Scafati. Il malessere purtroppo lo respiriamo nell’aria: il fiume con il suo carico di morte scorre nel centro della città, il traffico paralizza il centro, il cattivo conferimento e smaltimento dei rifiuti, la chiusura dell’ospedale e il degrado sociale a cui si sono aggiunti, ultimamente, problemi gravi di sicurezza e l’aumento di atti di violenza. La crisi ha sbarrato le porte di tante attività commerciali e manifatturiere allargando la fascia dei poveri e il numero di coloro che fuggono dalla nostra terra per trovare lavoro. I giovani, soprattutto, sono costretti a progettare la loro vita altrove impoverendo e invecchiando il nostro tes-
suto sociale. Molte famiglie vivono la drammatica esperienza dell’impoverimento e gli anziani sono sempre più soli. Alla mancanza di lavoro si aggiunge la piaga del gioco d’azzardo che devasta la vita di molte famiglie di giocatori, uomini e donne, giovani e adulti, che si rifugiano nell’illusione di una macchinetta mangiasoldi o di una scommessa. Alla base di questo malessere c’è una profonda crisi etica che vede troppe persone incrociarsi per strada e guardarsi con diffidenza. Le strade, anche quelle del centro, una volta crocevia di giovani e famiglie, sono sempre più vuote. Come cristiani siamo chiamati insieme agli uomini e alle donne di buona volontà a rendere la città più umana, partecipe e unita. Una città aperta a tutti che sappia creare percorsi di integrazione e di riscatto. Dobbiamo ricominciare dalla ricchezza immensa della nostra città: risorse umane e culturali che si riflettono nelle bellezze artistiche e ambientali purtroppo non adeguatamente conosciute e valorizzate. Le numerose associazioni culturali, sportive, le parrocchie, i movimenti, le strutture caritative sono quel valore aggiunto di cui non possiamo fare a meno. Dobbiamo ricominciare dall’accoglienza di tutti gli stranieri che si sono stabiliti a Scafati, devono essere accolti, insieme alle loro famiglie, e aiutati ad integrarsi nella vita della
città. Chiusure e visioni xenofobe non appartengono alla storia e alla cultura di questa città! Dobbiamo ricominciare attivando un cammino di formazione politica aperto a tutti, soprattutto ai giovani, messaggeri di speranza, per rimotivare i credenti nella riflessione e nell’ impegno comune intorno a temi concreti del nostro territorio. La comunità parrocchiale San Francesco di Paola, unitamente alla comunità parrocchiale Santa Maria delle Grazie, si impegnano a promuovere iniziative di formazione e di confronto pubblico, dall’autunno prossimo, coinvolgendo tutti coloro che desiderano impegnarsi nel risvegliare in sé e negli altri la capacità di raggiungere il bene comune. Dobbiamo ricominciare desiderando con tutto il cuore il bene della nostra città: essa è la nostra casa comune! È in questa terra che vogliamo gettare un seme di speranza. Le luci e le ombre del momento presente ci sollecitano ad impegnarci in una nuova stagione di rinnovamento spirituale, di responsabilità culturale e di impegno sociale. Dobbiamo ricominciare da noi. Lo facciamo con fiducia ed entusiasmo! s Ricominciamo.
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di ciro coticeLLi
La città possibile... Digressioni aristoteliche e non
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iamo tutti connessi. Non parlo naturalmente di wifi, facebook e tecnologie varie. Nemmeno mi riferisco all’ormai famoso karma (occidentalis o meno). Dico solo che siamo animali sociali. Troppo aristotelico, forse è vero, ma è così. Su un cuscino, quando ero piccolo, avevo l’immagine di Lupo Alberto che diceva “il futuro è di chi ha un passato”. E di chi se ne ricorda, aggiungerei io. Ora, tornando ad Aristotele, tutti gli studenti hanno fatto i conti con la sua definizione di “animale sociale”. A me, ancora oggi, questa definizione fa venire in mente l’Uomo Tigre, ma è una questione mia personale. Il buon Aristotele diceva una cosa semplice semplice: siamo tutti connessi e la città, la polis, non è altro che l’espressione di questa connessione. Altra parola chiave nel ragionamento aristotelico è Logos. Non sono un filosofo, né un esperto in materia, ma ho sempre avuto una visione aristotelica della città, della comunità: il confronto a mezzo di dialoghi come un modello da seguire per amministratori e amministrati, cittadini tutti. Il confronto aperto, attivo, dare alla comunità e non solo ricevere; regole da rispettare in quanto frutto del
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confronto tra cittadini attivi (“libertà è partecipazione” diceva il signor Gaber). Dopo tutta questa premessa, mi ritrovo a battere sulla tastiera e poi cancellare tante belle cose sulla città, sulla bellezza della socialità e dello stare insieme. Mi riportano a terra le notizie di cronaca, ma anche, più semplicemente, quello che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti: i limiti di questo sistema, che si basa sul legittimo affidamento che ogni consociato osservi in primis le regole dettate dalle più disparate norme dell’ ordinamento giuridico e, in secondo luogo, sul rispetto di quello che la Dottrina giuridica definisce regole di buona fede, ma che potremmo sintetizzare (pur non perfettamente sovrapponibili) con il vivere eticamente o, meglio, secondo principi del cristianesimo. Dovremmo iniziare a pensare come gli antichi greci, non più il singolo prima di tutto, ma la comunità. Risulterebbe chiaro, allora, che non avrebbe importanza la gravità dell’illecito, in quanto ciò che conta è che anche la carta buttata per terra, il piacere chiesto al pubblico ufficiale “non per raccomandazione eh, ma quello mi conosce lo sa che song nu brav cristian”, comportano un’altera-
zione, un danno alla società, alla città e quindi, alla fine dei conti, a noi stessi. Così ‘sti disgraziati che per i motivi più vari (e comunque non giustificabili) hanno appiccato incendi, così chi non rispetta il codice della strada (e poi chiamiamo “eccezionale tragedia” l’incidente mortale... eccezionale con cadenza giornaliera!). Così la colpa è di tutti noi, ormai assuefatti al “qua così si fa”, tanto da arrivare ad essere quasi orgogliosi di illeciti d.o.c., tutti campani (ho visto persone che quasi ponevano a vanto con amici stranieri, il passaggio di tre ragazzini che viaggiavano senza casco sullo stesso motociclo), invece che provarne vergogna, rabbia. Che poi, facendoci bene i conti, non ci converrebbe rispettare le regole, vivere nel rispetto del prossimo, pensare non solo ad arricchirci, ma a vivere meglio? “Bellavista: Sentite, dal momento che siete così gentile, potrei farvi una domanda personale? Il camorrista: Dite pure. Bellavista: Ma siete nato a Napoli? Il camorrista: Sì, perché? Bellavista: A Napoli, Napoli..., o provincia? Il camorrista: No, di Napoli centro, sono nato ngopp i quartieri. Bellavista: Da genitori stranieri? Il camorrista: No, da genitori napoletani! Ma perché mi state facendo questo interrogatorio? Bellavista: Perché mi sembra strano, che un napoletano, un uomo d'amore, possa essere così spietato contro un'altra
persona, da minacciarla di morte, solo per motivi di danaro. Il camorrista: Professò voi dove vivete? Napoli non è più quella di una volta, qua ci sono duecentomila disoccupati che si muoiono di fame. Bellavista: Sentite, a me questo fatto dei disoccupati che si muoiono di fame non mi ha mai convinto. Ai tempi miei, non si contavano i disoccupati, ma si contavano gli occupati perché si faceva prima. Io, certi alibi, non li accetto! Conosco tanti disoccupati che si arrangiano sì, ma non per questo vanno ammazzando la gente. Il camorrista: E questa è gente senza coraggio! Bellavista: Voi invece siete coraggiosi! La notte mettete una bomba sotto una saracinesca, e vi sentite degli eroi! Magari o' piano e sopra sta nu povero vicchiariello ca c'appizza a' pelle! Ma a vuje c ve ne 'mport, siete disoccupati, avete l'alibi morale. Siete napoletani e ammazzate Napoli. Eh già, perché ci sono i commercianti che falliscono, le industrie che chiudono, i ragazzi che sono costretti ad emigrare.., ah già, poi volevo di' un'altra cosa, ma tutto sommato, nun'è che fate na vita ‘e merd? Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli, ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene? (dal film “Così parlò Bellavista”)
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Sudario del LOGOS - F. CIPRIANO - 2009
La Città negata La crisi urbana, la polifonia dell’arte e della cultura
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bitare un luogo significa costruirne l’identità e la differenza. Significa immaginare il movimento tra natura e cultura che dà forma al luogo urbano e al senso della comunità, ovvero, nel moderno delle relazioni, allo spazio della società reale. Interessi e regole, mobilità e consumo sono le caratteristiche della città moderna che poi si tende verso la postmodernità della rete elettronica del web. È il denaro a informare le relazioni urbane, come produzione e come consumo dello spazio delle attività e della vita comune. Tutta la città è coinvolta nella catena degli interessi, che attraversa
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le classi sociali creando conflitti e convergenze, scambi e complicità tra gli attori sociali. In questo movimento la città di origine borghese – forma dello spazio che rappresenta la produzione e il mercato delle merci – si riarticola in territorio che si disgrega riformandosi come non-forma metropolitana. Città, campagne e paesi sono scomposti e riannodati secondo una rete di confluenze e differenziazioni che configurano la realtà multipolare e interattiva dello sviluppo metropolitano. Le identità comunitarie vengono integrate in un’area in cui le particolarità delle memorie collettive
divengono folklore urbano, sociale e antropologico. Il rapporto città-campagna si converte in piani di sviluppo governati “politicamente” dagli interessi e dal rapporto di forza sociale dei gruppi delle professioni delle mediazioni speculative (banchieri, avvocati, ingegneri, geometri, ragionieri… ), ai quali si accompagnano e poi si sostituiscono clan d’affari legali e illegali, fino al comando camorristico che incrocia politica ed economia in disegni di occupazione e dominio della rete dei rapporti economici urbani. La storia “criminale” delle città (non solo meridionali) è lunga e ha, nel suo sviluppo, toccato funzioni e ruoli politico-amministrativi corrompendone il senso e le responsabilità sociali e culturali. Nel pieno delle degradazioni sociali, la crisi della città si rivela nell’attraversamento della scena urbana che la cultura e l’arte propongono e agiscono sul piano teorico-analitico e su quello comunicativo ed espressivo.
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Nella dialettica tra degrado e immaginazione riflessiva si muove la realtà sociale e culturale della narrazione urbana. Scafati nella memoria e nel presente delle sue declinazioni ne è insieme exemplum ed eccezione. Esemplare perché è storia densa di conflittualità non solo politica ma anche di espressioni della cultura e dell’arte. Conflitti che attraversano i corpi sociali e le formazioni politiche, declinando la tensione tra identità e alterità, tra necessità e possibilità del senso della vita urbana. È il movimento dello sviluppo delle realtà ur-
bane in territori policentrici che sono le vie della modernizzazione nelle quali si scontrano tradizione e innovazione, anche sovrapponendosi e scambiandosi di ruolo, contenendo ognuno spazi di conflitto. Innovazione e tradizione hanno nel loro senso l’antitesi e il negativo. Il contrasto è nel cuore stesso delle “ideologie” della identità urbana. Tradizione e innovazione condividono la stessa “ambiguità” culturale e sociale. Scafati, nella rete dello sviluppo metropolitano, è snodo e crocevia tra costa ed entroterra vesuviano, tra congestione metropolitana napoletana densa di “valori” ambientali e storico-architettonici e territorio agricolo industriale dell’agro sarnese nocerino. Le “contraddizioni dello sviluppo”, segnate dalla transizione territoriale dalla produzione prevalentemente legata alla agricoltura (industria di trasformazione del pomodoro e manifatturiera del tabacco) ad una tendenza di produzione inserita nei nuovi cicli di ristrutturazione industriale meccanico-siderurgica, è stata “governata” dai gruppi politici – anche trasversali ai partiti – che ne hanno “curata” la modernizzazione, anche di struttura urbana, con lo sventramento dei nucleo di giardini nella zona antica e l’urbanizzazione del compromesso tra proprietari terrieri, cooperazione “democratica” ed imprenditori dell’edilizia privata. Nel quadro di questa modernizzazione “speculativa” e assistita, la tendenza alla terziarizzazione si delineava come ristrutturazione della
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LabOratorio - VALERIA IMPAGLIAZZO - 2017
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stratificazione sociale. In questo “movimento” s’ibridavano anche classi e gruppi sociali, anche con la riunificazione della formazione scolastica del secondo ciclo. Si aprivano varchi tra professioni borghesi e realtà popolari, che in eventi culturali trovavano l’interazione e la tensione verso una visione moderno-urbana della qualità della vita. Musica classica e contemporanea, arti figurative, letteratura erano le aperture al nuovo, come gestione-promozione e come pratica dei linguaggi espressivi. La città dalla fine degli anni sessanta iniziava a diventare luogo della ricerca moderna della produzione e dell’organizzazione della cultura. Il passaggio dalla comunità agricolo-artigiana alla società operaia-imprenditoriale e commerciale declinava i suoi forti passaggi anche nella vita culturale e artistica.
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Dalla metà degli anni sessanta emergenze artistiche fecero di Scafati un laboratorio “in progress” della ricerca sui nuovi linguaggi della pittura, della scultura, del teatro della musica… Nell’Agro sarnese-nocerino la vitalità culturale di Scafati era “avanguardia di territorio” e in alcuni aspetti ebbe respiro regionale e nazionale. Motori di questo percorso innovativo furono alcuni “luoghi”: Centro Sud Arte, Amici della musica, gruppi di sperimentazioni sui linguaggi multimediali, gruppi rock, collettivi femminili, circoli universitari. La città si rappresentava nel conflitto culturale e sociale e si proiettava nel tempo del “possibile”, nel movimento verso la pluralità e le tensioni del “moderno”. Gli anni Settanta segnarono la via di questa possibilità nell’ innovazione dialettica con fratture di visione e di proposta tra le realtà politico-sociali
ma anche all’interno di esse. Centri antichi, piani urbanistici, regolamentazioni edilizie, strutture per la cultura (biblioteca, ad esempio) erano temi di riflessioni e di lotta. Nel contesto di confronti e antagonismi, gruppi di intervento culturale e di produzione artistica e associazioni democratiche, realizzavano, in interazione con le emergenze sociali, eventi di teatro di azione urbana, laboratori “creativi” come il “Carneval’è” al quartiere Ferrovia che coinvolse centro e periferie. L’”Operativo Comunicazioni Territorio” realizzò performance nei luoghi della città e si proiettò nell’area campana con interventi multimediali. Il “Centro Sud Arte”, ideato e curato dal professore Davide Morlicchio, ospitò mostre di storica rilevanza come “Politikaction” e, fino agli ultimi anni ottanta, espose artisti storici dell’arte nazionale e presenze internazionali di singolare espressione di linguaggio. Nel campo musicale emergevano esperienze e figure che negli anni hanno avuto intense attività di direzione orchestrale, composizione, didattica. Con ricerche sperimentali emergevano giovanissimi presenze di musicisti sia sul versante “elettronico” sia su quello rock. La città dunque fu, tra gli anni settanta e i primi anni novanta, un laboratorio di idee e opere, di realizzazione culturale dei “modi di abitare” lo spazio urbano e il territorio. La progettualità della cultura e dell’arte risuonava nelle pieghe sociali della città e metteva in movimento energie, desideri, prospettive. Nasce-
vano circoli dell’Arci e della Uisp, e l’emittente democratica “Radio Nova”. Prime immigrazioni di marocchini e tunisini mettevano in moto processi di solidarietà concreta con l’apertura di corsi di lingua italiana e di cultura generale, promossi e curati dalla professoressa Ferrara. Mentre la città sembrava attenta al suo “destino”, al tema dei centri antichi e delle strutture culturali, dopo il terremoto iniziò a farsi sentire, con gravi incidenze sul percorso dello “sviluppo”, la presenza dei gruppi camorristici regionali e locali. La criminalità organizzata, nuova rispetto alla camorra “guappa” del dopoguerra, generò una interferenza nelle modalità del conflitto socialepolitico e sugli interventi nella struttura urbana, sul commercio, sull’imprenditoria e sulle relazioni amministrative. Un clima di decadimento etico si avvertiva e portò allo
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Video istallazione di PIER PAOLO PATTI, Skepsis - 2015
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scioglimento dell’amministrazione comunale per collusioni camorristiche. La città fu sospesa tra interessi colludenti e domande di profondo cambiamento, per una etica della politica che coniugasse legalità e innovazione, democrazia e efficienza amministrativa. Il giornale “La Città”, diretto da Redenta Formisano, fu una officina di confronti, riflessioni, proposte. L’associazione La Città Sensibile raccolse le plurali energie di attivazione democratica e mobilitò i cittadini sulle questioni emergenti della crisi sociale e politica di Scafati. Il Fiume Sarno, i centri storici, le strutture per la cultura, la villa comunale, le politiche per la scuola: su questi temi si delineava una idea di città possibile, aperta al nuovo attraverso una memoria “progettuale” la quale attivasse la comunità verso una visione urbana policentrica. Dove memoria e modernità s’intrecciassero in
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una rete di luoghi collegati e interattivi. Il passato non si rimuove e non si perpetua, il passato si “elabora” nell’interazione col presente e col futuro. La città possibile è stata negata nel corso del tempo nel decadimento etico e nella visione pseudo identitaria che celavano le trame di clan politico-amministrativi, spesso in preda a paesanistici deliri “narcisistici”. La società civile non si è mostrata opposta alla gestione politico-amministrativa ma ne è stata in larga parte coinvolta attraverso diffuse retoriche strapaesane e rete di clientelismi. La città che si era distinta come articolato laboratorio di idee e movimenti decade negli anni negli ultimi quindici anni a città piegata su se stessa, nonostante le iniziative di forte socialità e qualità culturale realizzate da alcune associazioni e da alcune comunità religiose dalla presenza attiva sul piano civile. Negli anni No-
un'opera di FRANCESCO COCCO - 2017
vanta dopo il commissariamento emerse una visione qualitativa dello sviluppo urbano. Il governo della città assunse la responsabilità di ascolto del migliore tessuto civile e culturale. Progetti come la piazza centrale, la biblioteca, il restauro del Polverificio Borbonico, il risanamento della Villa Comunale furono i segni della volontà di fare di Scafati una città “aperta” a nuove idee di relazioni sociali e culturali, ma il progetto non trovò la forza necessaria per compiersi. Divisioni “democratiche” e reazioni conservatrici (ammantate d’improbabile managerialità amministrativa) negarono alla città un futuro in cui la comunità divenendo società accogliesse l’articolazione delle differenze, formandosi come luogo del molteplice, produttivo e solidale, di tradizione e d’innovazione, di storia e di presente, di socialità, di arte e cultura. A questa
possibilità Scafati sembra sia stata strappata, per incapacità, per ignavia, per corruttele, per egoismi proprietari e “politici”. Gli artisti che hanno dato a questa città una notorietà nazionale e internazionale sono una eccedenza insieme ai filosofi, agli scrittori, ai poeti, agli architetti, agli stilisti. Nonostante il difficile contesto ambientale e relazionale l’arte e la cultura dagli anni Sessanta hanno fatto il loro percorso dentro la città ma anche “oltre” di essa. Con gli artisti è venuta la proiezione della città in contesti nazionali espositivi prestigiosi. Antonio Davide, Vittorio Miranda, Luigi Vollaro, Franco Cipriano, Angelo Casciello, Gerardo Vangone, Luigi Pagano, Ciro Vitale, Pier Paolo Patti, Francesco Cocco, Ciro Ciliberti, e nel design Sergio Catalano, sono i protagonisti di una “storia” singolarissima che si riapre continuamente, con altri giovani che
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hanno in corso linee di ricerca di indubbio interesse, nella pittura/scultura, nella video-arte, nella fotografia. L’attività artistica è stata – ed è – nella città una presenza costante e allo stesso tempo di espressioni differenti. Escludendo ogni omologazione tematica e di linguaggio, le opere degli artisti “scafatesi” sono variazioni riflessive sulla tensione tra gesto dell’arte, “luoghi del pensiero” e spazio sociale come forma urbana e come fenomenologia relazionale. Le voci molteplici e anche contrastanti dell’arte sono il contraltare all’uniformità mediocre che intreccia affarismi e “paesanismo”, che incrocia illegalità e inefficienza, che fa grumo sociale di impedimento e inquinamento di visioni di una “Scafati oltre Scafati”, come negli anni Novanta fu il titolo di un progetto/convegno per la città possibile. La eccedenza culturale scafatese attraversa filosofia e letteratura, teatro, musica e moda, cinema, critica e storia dell’arte, design e artigianato creativo. La presenza forte nella storia della città dei filosofi Gennaro Carillo ed Enzo Cocco testimonia come la cultura abbia cercato di stare nella città criticamente e progettualmente. La ricerca sociologica di grande rilevanza è rappresentata da Enrica Morlicchio e per le lingue e la letteratura dalla sorella Elda. La sperimentazione musicale ha nomi di grande valore come i Retina, Matter e il premiatissimo compositore Angelo Vitaliano. La musica classica esprime direttori d’orchestra come Mariano Patti e France-
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La danza del Fuoco - CIRO CILIBERTI
sco Scarico. Nel cinema Pier Paolo Patti e nel teatro Valeria Impagliazzo e Luigi Liguori, con laboratori didattici e interpretazioni di forte intensità, e le invenzioni scenografiche di Mario Paolucci per le regie di Mimmo Corrado sono realtà riconosciute dei circuiti regionali e nazionali dello spettacolo. Nella moda il prestigioso percorso internazionale di Francesco Scognamiglio fa risuonare nel mondo dello star system le radici scafatesi. La letteratura esprime figure come Elio Goka, che dirige la rivista Milena, e Redenta Formisano, autrice di libri di particolare sensibilità di linguaggio e di temi, dalle rievocazioni del mito alle narrazioni “storico-antropologiche”. Le nuove voci di storici e critici d’arte interagiscono con la qualità dell’operatività artistica: Maria De Vivo, Raffaella Barbato, Annapaola
L'Officina di Scafati - VOLLARO, PAGANO, CIPRIANO, VANGONE, CASCIELLO
Di Maio, Antonio Cocchia sono, con diverse modalità e contesti, forze vive della riflessione critica sui linguaggi e le forme espositive dell’arte. Si fanno visibile anche alcune interessanti produzioni artigianali nel campo degli ornamenti, tra le quali emerge la linea di Maria Giovanna Concilio, interessante anche per la ambientazione della presentazione fotografica. Maria Benevento conduce da anni la Biblioteca Comunale facendone una isola istituzionale tenacemente dedita alla qualità delle attività. L’ambivalenza della città si mostra nella sua eclatante verità: da un lato la politica amministrativa che fa decadere la società civile in amorfe consuetudini, senza il respiro dell’abitare il luogo costruendone una progressione di senso, dall’altro le realtà storiche e presenti dell’arte e della cultura che fanno viva e contemporanea l’anima e la memoria della città. Una città che dovrebbe riconoscersi nella sua singolarità di luogo della creazione e della riflessione invece è
stata ostaggio della mediocrità morale, istituzionale e politica. Con le riconoscibili differenze, sembra che la maggioranza della società civile e politica sia coinvolta nel decadimento. La città è negata alla immaginazione e alla possibilità. Giovani presenze – Arci-Ferro3, comunità religiose, Forum dei giovani, Libera – sembrano avvertire, spesso dolorosamente, il disagio di questa triste realtà e si fanno sorgenti di critica progettuale e di attivazione culturale, cercando ancora, come nella “tradizione innovativa” della cultura a Scafati, di dare voci, corpi e linguaggi all’idea “resistenziale” di una città liberata dalla arroganza della politica senza qualità e dalla criminale connessione tra poteri amministrativi , burocrazie, clan di camorra, cattiva economia… Un movimento che deve emergere diffondendosi negli articolati spazi della socialità – scuole, istituzioni, luoghi di lavoro, quartieri… – un movimento per una città “che viene”, una s città “che viva”.
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di PasquaLe VioLante
Città dell’uomo e regno di Dio CARITAS IN VERITATE
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he relazione esiste tra la città dell’uomo ed il Regno di Dio? L’esperienza religiosa ha solo una valenza individuale ed una prospettiva ultraterrena o mira anche a migliorare la qualità terrena della vita? Sappiamo che oltre al bene individuale c’è anche il bene comune, il bene di individui, famiglie e gruppi che costituiscono la comunità sociale. Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate, ci ha insegnato che “si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune ri-
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spondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. È questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità”. Egli ritiene che questa forma di carità sia “incisiva quanto la carità che incontra il prossimo direttamente”. Inoltre quando “l’azione dell’uomo è ispirata dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.
La carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. È l’amore la forza straordinaria che spinge a impegnarsi per la giustizia, la pace e la custodia del creato. “La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Per la Chiesa la carità è tutto, perché dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende”. E tuttavia Benedetto XVI ci mette in guardia circa “il bisogno di coniugare la carità con la verità”, in quanto “la verità va cercata, trovata ed espressa nell’economia della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità”. Infatti “solo nella verità la carità risplende. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Essa è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti”. Queste parole sono quanto mai attuali, basti pensare al tema del fine vita o al caso del bimbo inglese Charlie. Ed invece “la verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. L’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento indispensabile per la costruzione di una buona società
e di un vero sviluppo umano integrale”. Oggi molti uomini rifiutano la relazione con Dio o sono indifferenti, ma Benedetto XVI ci ha fatto comprendere che “la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”. Siamo chiamati ad andare oltre ciò che è limitato e non definitivo, ad operare nella ricerca del bene di tutti, consapevoli che “quello che riusciamo ad attuare è sempre meno di ciò a cui aneliamo e che l’amore pieno di verità, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato”.
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CARITAS IN VERITATE è una lettera enciclica della Chiesa cattolica firmata da papa Benedetto XVI il 29 giugno 2009.
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di ciro ciLiberti
a Piroarte è una delle discipline artistiche più in voga da qualche anno intorno al perimetro del Vesuvio. Sull'onda dell'insegnamento di Christo Yavachev, il nutrito gruppo di artisti del fuoco ha come filosofia l'alterazione dello spazio circostante. Lo scopo è quello di modificare la
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percezione dello spazio sensibile, per meglio comprenderne "il Mistero". Sottoboschi all'ombra della verità saranno illuminati dal fuoco purificatore e rivelatore, non vi saranno più ombre. Ma si sa, gli allievi prima o poi superano il maestro, infatti mentre Christo Yavachev deve spacchettare e rimuo-
vere le sue flebili e temporanee installazioni, i nostri artisti locali invece si assicurano di lasciare un segno deciso e definitivo.
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Forse la Fine, per un concetto ciclico, è la cosa più vicina al Principio e forse è per questo che la Morte ci affascina quanto la Vita stessa. (Dal manifesto del vero piroartista, passo n°XXV)
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di Vincenzo santonicoLa
Sul Vesuvio lo Stato resta a guardare
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I roghi del Vesuvio non c’entrano niente con la terra dei fuochi. Nessun incendio sul Vesuvio è dovuto ai rifiuti». Lo dice l’assessore regionale all’Ambiente e vicepresidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola mentre i roghi, che da una settimana divorano il vulcano, lambiscono le discariche e le zone di Terzigno e Boscoreale. Una cosa simile accadeva pochi giorni fa sul versante ercolanese del Vesuvio, dove sono presenti altre discariche spesso sotto la lente di ingrandimento degli organi di Polizia. «Questa situazione è pericolosissima
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perché in queste discariche hanno versato di tutto» spiega Franco Matrone, della rete Comitati Vesuviani mentre dà indicazioni ad un volontario che cerca di spegnere le fiamme della bellissima pineta che si arrampica sul vulcano. «In questa discarica viene prodotto biogas e chissà quanti veleni ci sono. Andavano fatti i controlli, andava fatta la prevenzione, come chiediamo da tempo e invece alcune istituzioni per troppo tempo si sono girate dall’altra parte». Vincenzo Capasso, leader dell’associazione «Let’s Do It» era salito insieme ad altri volontari in quelle pinete per fare pulizia. «Purtroppo
sul Vesuvio, oltre a quelle ufficiali, ci sono tante mini discariche, luoghi in cui vengono sversati rifiuti della piccola industria. E anche salendo verso il vulcano, lungo tutte le strade, è pieno di rifiuti, alcuni anche dati alle fiamme. Mercoledì ci sono stati 8 inneschi e questo ci fa capire che dietro c’è una strategia, ma il Vesuvio brucia ormai da tanti giorni e spesso ad essere appiccati sono proprio i rifiuti, con meccanismi che sanno di macabro. Animali, tipo gatti o cani cosparsi di alcool o benzina e dati alle fiamme, i quali nello scappare fanno da miccia a vari focolai». L’assessore Bonavitacola però di rifiuti non vuol sentirne parlare. «Nessuna terra dei fuochi, non cominciamo con questa litania. Nessun incendio sul Vesuvio è dipeso dai rifiuti». Eppure i rifiuti bruciati ci sono, ma l’assessore è convinto della sua tesi. Purtroppo le immagini raccontano di roghi di rifiuti ai lati delle strade e di una natura irrimediabilmente distrutta. Mentre ci incamminiamo nella riserva naturale la terra bolle sotto le scarpe, i fumi consegnano alla vista un panorama spettrale e doloroso. Quanta gente che aveva investito con il volontariato o con il proprio lavoro su questo meraviglioso vulcano ora si trova senza più nulla , ho come l’impressione che è stato fatto tutto per nulla e che l’interesse da salvaguardare alla fine non sia mai quello del territorio. Chi ci guadagna in tutto questo? Secondo me abbiamo perso tutti.
Perché il Vesuvio brucia? Provo a spiegarlo qui. Il Parco Nazionale del Vesuvio contende pendici alle discariche abusive, metro per metro, centimetro per centimetro in una lotta che con gli incendi è già persa. Ciò che brucia diventa discarica abusiva e le discariche sono gestite dalle organizzazioni criminali. Altrove si appicca il fuoco anche per un altro motivo: i terreni che potrebbero essere destinati a edilizia, se arsi, restano bloccati per 15 anni. Ed ecco l’ennesimo ricatto: o paghi le organizzazioni criminali per le aree edificabili oppure arrivano le fiamme a bloccare le concessioni edilizie. Il fuoco è un capitolo fondamentale per le organizzazioni criminali nel nostro Paese e il fuoco sul Vesuvio è come la Sicilia che brucia, come i roghi sulle colline di Caserta, come le montagne verdi del Cilento in fiamme. È finito il tempo in cui potevamo chiamare piromane chi appiccava il fuoco. È finito il tempo delle balle. Basta con l’incapacità della politica di far fronte alle emergenze e basta con l’inconsapevolezza del Paese che non riesce a capire chi c’è davvero dietro questi disastri.
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di Vincenzo Fiorenza
Città contro campagna, metropoli contro borghetto La favola dei due topi duemilaseicento anni dopo
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e vi chiedessi di recitare la favola ultra famosa di Esopo, “Il topo di città e il topo di campagna”, quale dei due protagonisti vorreste interpretare? Io non avrei dubbi a scegliere il topo di campagna, quello che serve al cugino, ma anche amico, venuto a fargli visita dalla città, pane casereccio, formaggio, fagioli e un po’ di lardo. Qualche volta ho fatto questo test a scuola e, con mio stupore, ho dovuto constatare che tra gli alunni la maggioranza propendeva per la campagna.
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Le motivazioni erano piuttosto prevedibili: gli spazi aperti, la presenza degli animali, le marmellate della nonna, il miele appena stillato, i biscotti fatti in casa, le partite giocate sui prati e senza il pericolo delle auto, le grandi pedalate in libertà in groppa alla bici, le mille avventure giocate tra vecchi casolari abbandonati, trattori dismessi, leggende della paura. Dall’altro lato, anche se in minoranza, c’erano gli irriducibili della città che non avrebbero mai rinunciato al benessere dei supermercati,
alla piscina, al cinema, ai negozi, alle gelaterie o al pub. Non ho detto che il test dava questi risultati se somministrato in prima media, a ragazzini e ragazzine di dieci anni. Alla fine della terza, invece, le scelte si capovolgevano e le preferenze andavano quasi tutte alla città. Sono diversi anni che non indago più sulle tendenze sociologiche dei miei alunni, non perché non ce ne sia bisogno, ma perché alcuni aspetti della vita quotidiana sono ormai scontati e non occorre procedere a statistiche per sapere che tra la città e la campagna, la metropoli e il borghetto di montagna vincono le rispettive prime due. Tutt’al più ai paesini è riservato il ruolo di località turistiche, dove trascorrere una vacanza in compagnia della famiglia e degli amici, ma a patto che ci sia l’agriturismo con l’animazione, la piscina e, la sera, la discoteca. C’è un buon numero di alunni che racconta addirittura di viaggi all’estero, in città europee come Parigi e Londra, ed extraeuropee come New York. Sono ancora pochi, ma il trend va in quella direzione. Le famiglie vogliono offrire ai propri figli le migliori occasioni di crescita, vogliono che conoscano il mondo, che siano aperti al meglio che offre la vita e che imparino a desiderarlo. In cambio chiedono dedizione allo studio, riportando il più possibile voti alti, impegno nelle attività extrascolastiche e saper imporre la propria personalità quando sono nel gruppo dei pari. È evidente che vivere in città
facilita enormemente il raggiungimento di tali obiettivi. Povero topo di campagna, che si accontentava di pane e formaggio, di fagioli e lardo! A dire la verità, Esopo sembra simpatizzare proprio per lui se conclude la favola con la fuga di questi dalla città dove abitava il cugino-amico, beato tra agi, lussi, cibo succulento e abbondante e felice di poterlo ostentare. “Meglio lardo e fagioli in pace che dolci e marmellata nell’angoscia”, dice il topo campagnolo dopo aver conosciuto il ringhio di due feroci mastini cittadini. Sotto, sotto, però, emerge il desiderio represso di avere a disposizione tutte quelle comodità, quelle opportunità, quella ricchezza che solo la vita in città può offrire a chi vi sa muovere senza farsi risucchiare dal vortice che inevitabilmente avvita chiunque decida di trasferirvisi. Vieni, vieni in città, cantava il grande Giorgio Gaber, che stai a fare in campagna? / Se tu vuoi farti una vita / devi venire in città. / Com'è bella la città / com'è grande la città / com'è viva la città / com'è allegra la città. / Piena di strade e di negozi / e di vetrine piene di luce / con tanta gente che lavora / con tanta gente che produce […]. Con le réclames sempre più grandi / coi magazzini le scale mobili / coi grattacieli sempre più alti / e tante macchine sempre di più / sempre di più, sempre di più, sempre di più! / Allora? Avete deciso? Quale dei due topi vi piacerebbe interpretare?
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di Joshua
La gara d’Italia Città a confronto...
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«La giornata è calda, certo non un ottimo clima per correre, Claudio» «Si Fabio, le atlete non saranno felici, anche se c’è da dire che sono tutte abituate a sforzi ben più grandi!» «D’accordissimo Claudio! Ma bando alle ciance, vediamo subito la disposizione di partenza sull’anello. All’esterno della curva si posiziona la capitale, Roma, che nonostante lo scandalo degli scontrini e gli scioperi COTRAL rimane una delle favorite, riuscendo ad assicurare bellezza e cultura con i suoi scorci trasteverini e l’abbondare di eventi! Roma entra di diritto tra le atlete più aggressive! A te, Claudio!» «Spostandoci alla seconda corsia dell’anello troviamo i piedi della Bella Napoli, che con arte folklore e pizza di Sorbillo prepara il terreno per alte aspettative!» «Seguono Gallipoli alla terza e Genova alla quarta ma voci indiscrete hanno lasciato trapelare che Genova abbia perso un po’ di smalto ultimamente, Claudio» «Certo non si può dire che l’aumento del tasso di criminalità e smog giovi a una città che intenda partecipare alla corsa d’Italia, tuttavia parliamo pur sempre di una delle più influenti ex repubbliche marinare, Fabio» «Intanto, Salerno, Bari e Bologna riempiono le ultime corsie, promettendo
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una gara interessante!» «Un vero scontro tra titani, Fabio, per non parlare di Ferrara, ex podista e concorrente minacciosa» «L’ultima volta si è piazzata sul secondo gradino superando Bologna per l’ordine nelle strade e l’ottimo lavoro amministrativo svolto dall’ex giunta comunale che è riuscita al contempo a garantire due settimane di eventi di valore artistico e naturale!» «Ma ecco l’attesa per lo sparo d’inizio, e… PARTITE!» «Subito Roma governa il gruppo piazzandosi in testa mentre Genova e Bologna approfittando dei problemi igienici della capitale iniziano a morderle i talloni, ma attenzione! In un attimo Bari grazie al suo basso costo della vita conquista terreno sull’ex repubblica Marinara, le sue nuovissime piste ciclabili e il meraviglioso lungomare le permettono il sorpasso! La contraddittoria Salerno si contende la penultima posizione con Gallipoli, città che vive solo d’estate» «Ecco l’incredibile rimonta della ciclisticissima Ferrara che spinge su questi ultimi metri e con una bellissima azione interna supera la Bella Napoli portandosi in linea con la capitale, ma non c’è niente da fare, Ferrara è più pulita, più ordinata, scavalca Roma e taglia il traguardo con il primo posto!!!» «Meritatissima questa vittoria, Claudio» «È ufficiale, primo posto per Ferrara, secondo per Roma e terzo gradino del podio per Napoli» «Peccato per le città scartate alle qualificazioni di quest’anno non aver potuto assistere a questo spettacolo, Claudio. Scafati, per comportamento scorretto e abuso di bombe carta, a danno dei suoi commercianti e Pollenatrocchia che, a detta dei giudici, con un nome così, la squalifica può s accompagnare solo».
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di Marianna MiLano
La città di Trame... Un ponte verso l’Africa
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na città che viva la solidarietà, l’impegno sociale, il volontariato. Una città che vada oltre il suo individualismo e si apra a chi vive particolari condizioni di difficoltà. Una città che esca dai suoi confini territoriali e si pone al mondo quale anello di congiunzione tra culture e storie diverse. Una città che trasformi la paura della diversità in opportunità di progresso e crescita. Sottesa alla mission di Trame Africane di contribuire allo sviluppo e
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all’ emancipazione dei paesi del continente africano, c’è l’effetto collaterale, l’aspirazione, a promuovere nel proprio territorio la cultura della solidarietà e di un volontariato capace di abbattere qualsiasi frontiera o barriera. La Onlus desidera proporsi come possibilità o alternativa per chi vuole dedicare il suo tempo agli altri, come spazio dove mettere le proprie competenze al servizio di un qualcosa capace di arrivare lontano, qualcosa di più grande, come una rete di relazioni basata sulla fratellanza e sulla condivisione.
Una città deve e può essere un “luogo” aperto a tutti coloro che vogliono impegnarsi per gli altri, anche se questi altri non abitano lo stesso territorio ma vivono in terre apparentemente lontane. Ed ecco che una Onlus può essere parte integrante della città del futuro. Una città capace di aprirsi al
mondo, consapevole che non potrà mai esserci pace o serenità durature finché non si garantirà, ad ogni individuo, una concreta opportunità di s sopravvivenza.
4 FOTO PER UNA STORIA, la nascita, il battesimo e poi la scuola, l'opportunità dell'istruzione come unico strumento concreto per ribaltare il loro destino.
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