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anno VII - n°1
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
Vincitore 1° Premio
Benvenuti a Casa!
BENVENUTI A CASA! DIOCESI
Osvaldo Iervolino
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DIOCESI
Pasquale Velleca
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RIFLESSIONI
don Peppino De Luca
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RIFLESSIONI
Luisa Iaccarino
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CASAFRANCESCO
Comunità MASCI 2
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CASAFRANCESCO
Vincenzo Fiorenza
pag. 18 - 19
CASAFRANCESCO
Yvonne Riente
pag. 20 - 21
CASAFRANCESCO
Ciro Coticelli
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SOCIALE
suor Patrizia Panizzini
pag. 24 - 25
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 26 - 27
TRAME AFRICANE
Pasquale Coppola
pag. 28 - 29
Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985
Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI
Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE CIRO COTICELLI ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto
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E-Mail ed Info redazione@settemiglia.it
Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.parrocchia.info www.settemiglia.it Stampa con il contributo di Coppola Spa
“Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell'acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato ed in prigione e siete venuti a trovarmi.” Matteo 25, 35-36
Bonifico Bancario intestato a: Associazione EMMAUS Onlus, IBAN IT04Q0760115200001025385038
indicando la causale: progetto “La Casa di Francesco”;
Il tuo aiuto concreto può cambiare 5x1000 la vita di molti... Sostieni le opere de inserendo la tua firma nel primo riquadro della scheda 5xMille del LA CASA DI FRANCESCO: Modello Unico della dichiarazione Conto Corrente Postale dei redditi o del Modello 730, indiprestampato disponibile in parroc- cando il codice fiscale: chia, oppure quello in bianco da 94067890650; compilare intestando l’offerta a: Associazione EMMAUS Onlus, Internet attraverso PayPal c.c.p. n. 001025385038 indicando la causale: visitando il sito internet: progetto “La Casa di Francesco”; www.lacasadifrancesco.info
di OsvaldO IervOlInO
Benvenuto Padre Francesco! La chiesa di Nola ha abbracciato il suo nuovo Pastore
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’11 novembre 2016 il Santo Padre Francesco ha nominato nuovo vescovo di Nola S. E. R. mons. Francesco Marino, trasferendolo dalla diocesi di Avellino. Egli succede così a mons. Beniamino Depalma dimessosi per raggiunti limiti di età. Dal giorno dell’annuncio della nomina fino a quello dell’insediamento del nuovo pastore, avvenuto il 15 gennaio 2017, la nostra Chiesa diocesana si è raccolta in preghiera ringraziando il Signore per averci donato padre Beniamino che per diciassette anni ha guidato
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la nostra diocesi e per affidare a Dio il ministero del nuovo Vescovo Francesco. Domenica 15 gennaio la Chiesa di Nola ha abbracciato il suo nuovo vescovo e, nonostante la giornata uggiosa, ha sentito il calore umano del suo Pastore. Padre Francesco ha varcato le porte della città di Nola incontrando alle 16,30 i giovani nella Chiesa del Gesù. Egli stesso ha definito questo incontro “il più atteso ed emozionante”. Ai giovani ha affidato parole di speranza citando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la
recente lettera che Papa Francesco ha indirizzato proprio ai giovani con la quale ha annunciato la XV assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Come il Santo Padre così anche il vescovo Francesco ha invitato ciascun giovane a non lasciarsi emarginare e ad avere il coraggio dell’audacia perché il cambiamento che ci attendiamo è proprio nel cuore dei giovani. Dopo questa ventata di freschezza e di giovinezza il presule è giunto in Piazza Duomo dove ad attenderlo c’era l’amministrazione nolana presieduta dal sindaco avv. Biancardi, il quale ha rivolto a padre Francesco parole di benvenuto facendogli dono del pastorale. Erano presenti anche tutti i sindaci dei comuni della diocesi, alcuni membri del Consiglio Regionale, onorevoli ed esponenti del mondo culturale
oriundi del territorio diocesano. Nel suo saluto alla città, mons. Marino ha più volte sottolineato che “il compito della chiesa e della comunità civile è quello di organizzare il bene, di costruire occasioni di dialogo e di incontro”. Nel suo intervento ha rivolto a braccio un particolare pensiero alla delicata vicenda che, nei giorni immediatamente precedenti al suo insediamento, ha travolto l’ospedale di Nola al centro dell’informazione mediatica a causa di problemi relativi alla malasanità. Ha poi aggiunto: “Vengo come vescovo con voi e per voi, per mettere in sintonia il mio cuore con il vostro e per far battere l’uno con l’altro di quell’amore senza confini che sgorga dal cuore stesso di Dio, che è Lui stesso Amore. Sento di venire, infatti, come amico e per essere
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di OsvaldO IervOlInO
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amico, come un nuovo cittadino di questa comunità che si impegna ad essere leale sempre e fedele ai doveri che accomunano quanti vogliono costruire una società di libertà e di pace. Il vescovo viene a dire la gioia della “buona notizia” e collabora per la promozione dell’uomo e della comunità con lo stile di Gesù, con il dialogo, la ricerca sincera della verità e la mite testimonianza della parola che cerca il bene di tutti”. A seguire, il nuovo vescovo ha fatto ingresso in una Cattedrale gremita di fedeli già dalle prime ore del pomeriggio. Accolto dal Capitolo dei Canonici, dopo aver baciato il Crocifisso ed asperso i presenti con l’acqua benedetta, mons. Marino non ha esitato a salutare chiunque gli allungasse la mano in particolare i bambini e i fratelli diversa-
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mente abili. Il vescovo ha sostato in preghiera prima dinanzi al SS. Sacramento, poi nella cappella che custodisce i resti mortali di San Paolino e, infine, si è recato nella Cripta che conserva il ricordo di San Felice primo vescovo di Nola. Padre Francesco ha aperto il tabernacolo che custodisce un piccolo calice in cui si raccolgono gocce di “manna”, un liquido rugiadoso che vi scorre attraverso una cannula posta nella fessura del muro oltre il quale presumibilmente vi sono i resti di San Felice. Recenti scavi archeologici hanno confermato la presenza di un culto cristiano di epoca romana (I sec.). Con grande gioia, dopo alcuni anni, il “miracolo della manna di San Felice” si è ripetuto. Giunto nell’antica e artistica Chiesa dei Santi Apostoli ha rice-
vuto il commosso abbraccio di tutto il presbiterio diocesano e dei confratelli vescovi. Ad accoglierlo padre Beniamino che ha introdotto la Celebrazione annunziando l’inizio del ministero del vescovo Francesco: “Fratelli e sorelle in Cristo, per grazia di Dio e designazione della Sede Apostolica, da questo momento il vescovo Francesco Marino è pastore della santa Chiesa di Nola”. Tutti noi abbiamo visto la Successione Apostolica, il momento in cui il bastone pastorale è passato dalle mani di padre Beniamino a quelle di padre Francesco che si è poi seduto sulla cattedra dei Santi Felice e Paolino. Attraverso questo simbolico gesto siamo stati tutti affidati al cuore del nuovo pastore. Sì, ciascuno di noi è già nel cuore di padre Francesco. Dopo l’insediamento, il nuovo vescovo ha indossato il nuovo anello, dono dei sacerdoti della diocesi, su cui è raffigurata la “croce gemmata” del V secolo (che si custodisce nella Cripta della Cattedrale). Intensa e ricca di emozione la sua prima omelia. Si può riassumere con la parola “grazie”. Ha ringraziato anzitutto il vescovo Beniamino che ha definito “servo buono e fedele, maestro e riferimento del ministero che gli è stato affidato”, il Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe e i vescovi della Campania per essere intervenuti. Al termine della Celebrazione il vescovo ha percorso la navata centrale
della Cattedrale per tornare in sagrestia dove in tanti gli hanno chiesto un abbraccio, una parola, chi addirittura un autografo ed un selfie che padre Francesco ha ben gradito, manifestando la sua gioia. È iniziato un nuovo tempo per la Chiesa di Nola nel segno della continuità e della Successione Apostolica, un tempo che ci proietta verso orizzonti nuovi, un tempo che ci chiama ad essere ancora di più “sale della terra e luce del mondo” (cf Mt 5,13-14), un tempo nuovo per andare incontro al Signore che ogni giorno viene nella nostra vita e nella nostra storia per sussurrarci che Egli è la Parola che salva e che non delude. Noi siamo nel cuore del vescovo Francesco ed anche lui è nel nostro!
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di Pasquale velleca
Grazie Padre Beniamino! Dove c’è il Vescovo lì v’è la Chiesa
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aro Padre Beniamino, riprendiamo alcuni punti della sua lettera di saluto alla Diocesi perché è dalle sue parole che si capisce chi abbiamo avuto per quasi un ventennio al timone della Chiesa di Nola: “… in questi giorni mi è stato chiesto quale Chiesa lascio. Non lascio nessuna Chiesa, tantomeno nessuna idea di Chiesa, casomai consegno il sogno di una realtà diocesana che voi tutti avete costruito con me ed io con voi. Insieme abbiamo sognato una Chiesa per questi tempi che la provvidenza ci ha donato di vivere e per questo territorio complesso e
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stupendo. La fisionomia di questa Chiesa possibile l’abbiamo delineata in quella stupenda sinfonia che è stato il Sinodo. Voi tutti, piccoli e grandi, avete composto lo spartito suggeritovi dallo Spirito. Mentre lo eseguivate io ho cercato di essere il maestro di cappella; voi “avete fatto coro”, come ci ricorda sant’Ignazio di Antiochia. Non mi assumo nessun merito, il merito è di tutti. A tutti la mia riconoscenza e quella della Chiesa, una Chiesa che sa immergersi, adorare, ascoltare, celebrare nella capacità di relazioni. Ricordando sempre che le relazioni diventano sacramento.
Una Chiesa dalla parte dei poveri e che come Paolino sa che sono essi a tenerla in piedi. Siete stati tutti preziosi per me dal più anziano al più giovane. Mi avete sostenuto con l’affetto, l’amicizia e il perdono”. Parole di incoraggiamento a rivolgere lo sguardo con fede, speranza e carità al futuro. Grazie Padre Beniamino. Grazie per aver dato grande testimonianza di fede anche nei momenti più delicati della missione. Grazie per tutti gli anni trascorsi con noi, durante i quali abbiamo potuto far nostri ed apprezzare in pieno i suoi insegnamenti, le sue indicazioni, la sua vicinanza a noi e a tante persone in difficoltà. Grazie perché come ha detto don Lino “Abbiamo imparato ad amarci di più”. Grazie per averci fatto scoprire “che
la misura in Cristo non è mai colma, che dopo le giare piene d’acqua arriva la grazia che trasforma l’acqua in vino e come la Madre disse fate quello che vi dirà, anche lei ci ha ripetuto più volte la stessa espressione di Maria: fate quello che vi dirà. Ci hai incoraggiato a cambiare il nostro modo di vivere la fede, a essere “cristiani veri”. Ci hai incoraggiati ad essere cristiani “coerenti”, in tutte le manifestazioni della nostra vita sociale, a partire dalla famiglia e poi nel lavoro e nella società civile. Sei stato, per noi, un grande Pastore!
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di dOn PePPInO de luca
“Se aveste fede quanto un granello di senape…”
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iceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Mc 4, 30-32
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Davanti a Gesù non contano i numeri, le grandi iniziative, l’apparire attivisti e super-impegnati, ma la qualità della fede, del nostro essere e della nostra donazione.
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Ecco allora che, opportunamente, sceglie il granello di senape, il più piccolo tra i semi delle graminacee, per far comprendere ai suoi discepoli e quindi a noi, quale sia la misura alla quale dobbiamo fare riferimento quando parliamo di fede. È la misura della qualità non tanto della quantità. Una fede di qualità quindi, incarnata nelle nostre vite. Vite che conoscono periodi o intervalli in cui tutto sembra ispirarsi alla logica del “non senso” e, tuttavia, è proprio attraverso il buio, è proprio attraverso l’essere sepolto che il seme può crescere e svilupparsi. La fede, dunque, ci fa vedere la sofferenza con occhi diversi, in quanto intimamente le-
gata alla sofferenza di Cristo. In questa logica, se si compiranno grandi opere, queste saranno l’inevitabile frutto del dono di sè a Dio, centuplicato, perché a Lui niente è impossibile. La fede, infatti, mette le ali alla nostra esistenza, non permettendo che le tenebre prendano il sopravvento ed aiutandoci a guardare oltre il negativo per cogliere i segni della presenza di Dio in atto. Il Signore guarda il cuore e la purezza delle intenzioni che lo animano: noi offriamo il nostro poco, Dio lo moltiplica e se ne serve per il bene di tanti fratelli angosciati da disagi di vario genere. La Casa di Francesco è un segno concreto della Sua presenza! La Casa di Francesco era un sogno. Quel sogno ora ha le sue mura. Ma se vogliamo che il sogno diventi sempre più Segno, se vogliamo che
queste mura non restino tali ma diventino casa, ora tocca a noi. Il seme è piantato, ora, con la nostra fede operosa siamo chiamati a farlo crescere e così, come i rami crescendo diventano dimora per gli uccelli, così la nostra casa crescendo s deve diventare famiglia! Il “SEMINATORE DI STELLE” è una statua che si trova a Kaunas, in Lituania. Durante il giorno la statua può apparire insignificante e passare inosservata come mostra la foto in basso, niente di più che un’altro bronzo, eredità dell’epoca sovietica... Ma quando arriva la sera, la statua giustifica pienamente il suo titolo.
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di luIsa IaccarInO
Benvenuti a casa...
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Benvenuti a casa” è in assoluto una delle espressioni più belle che si possano sentire. A casa siamo genitori, figli, fratelli: non veniamo definiti dal lavoro che facciamo o dalle mansioni che svolgiamo ma dall’intima relazione che ci unisce. Quando diciamo “casa” non ci riferiamo ad una serie di mattoni e calcestruzzo, ma pensiamo alla famiglia che la abita. Pensiamo, cioè, ad un posto dove si ama, si spera e si affrontano le difficoltà di ogni giorno; dove ciascuno dà il proprio contributo ed ha il suo ruolo ma al tempo stesso non c’è spazio per gli individualismi. Una dimora dove nessuno viene lasciato indietro, perché se qualcuno è debole e vulnerabile si è pronti ad offrire tutto fino a sacrificare se stessi. Ecco, la chiesa è chiamata a diventare casa: uno spazio da abitare e uno spa-
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zio per accogliere, una famiglia in cui vivere da figli e da fratelli, amati da un unico Padre. È un dono e un compito: In Gesù ci è stato rivelato il sogno di Dio, di essere in Lui un’unica grande famiglia. Questo è il senso del nostro camminare, aprendo nuove strade e scoprendo nuove possibilità di vita, animati dalla presenza dello Spirito. Il nostro “diventare casa” non significa aspettare in una stanza in attesa che qualcuno suoni al campanello. La nostra speranza è di impegnarci per costruire una casa con le porte sempre aperte e di essere una comunità attenta ad ascoltare il grido del povero e a soccorrerlo nelle sue necessità. Non possiamo accontentarci di fornire un pasto caldo o un letto comodo, ma dobbiamo aver cura di restituirgli la vita. Sulle spalle dei poveri pesano, infatti, le ingiustizie, la brama di potere e l’accumulo di ric-
chezze che hanno sottratto loro i beni indispensabili per realizzare la loro vocazione umana. Non si tratta di volontariato, di un atto di pietà o di generosità ma il privilegiare la loro vita trova il suo fondamento nella nostra fede in Gesù Cristo. Una chiesa disinteressata ai più deboli, è una chiesa che ha perso il riferimento essenziale al Vangelo. «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1 Gv 3,17) I poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio e per questo essi devono essere nel cuore della chiesa. Accogliere il povero, significa accogliere Cristo. Dio nel farsi uomo ha scelto il volto del povertà. Mettersi dalla parte dei deboli, vuol dire allora assumere lo stesso sguardo che Dio ha sull’umanità. Come chiesa di Nola, siamo amorevolmente sostenuti dalla testimonianza di S. Paolino, il quale, innamorato dei poveri, li chiamava suoi “patroni” e nel monastero da lui costruito, essi venivano accolti al piano inferiore perché, come amava dire, la loro presenza rappresentava il fondamento della casa. Come possiamo pensare questa chiesa-casa che ha costruito le fondamenta sull’amore per Dio e per i deboli? L’immagine della prima comunità cristiana è per noi paradigmatica: «Erano perseveranti nell’insegna-
mento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune.» (At 2, 42.44) Ogni chiesa locale, infatti, non è un’industria che lavora e produce per se stessa né tantomeno ognuna con le altre parrocchie della diocesi costituisce una specie di franchising della fede. La divisione, la competizione e la strumentalizzazione di eventi ed iniziative feriscono profondamente la credibilità della nostra testimonianza del Vangelo. È importante che ogni parrocchia senta l’esigenza profonda di diventare con le altre un cuore solo e un’anima sola in comunione col vescovo, successore degli apostoli e pastore affettuoso e premuroso. Insieme con lui, riuniti intorno a un unico altare, spezziamo il pane, che da segno di divisione tra gli uomini diventa simbolo di condivisione e di vita offerta. Intorno a quell’altare diventiamo un “noi”, un unico popolo di fratelli uniti in Dio. Ed è a partire dall’Eucaristia che trova senso il nostro lavorare insieme e la nostra solidarietà fraterna. Questa è la chiesa che sogniamo, vera e verace, che indossa il grembiule e si mette al servizio degli uomini, delle loro angosce e delle loro speranze. Una chiesa, famiglia di Dio, Casa per tutti, che offre la sua stessa vita spezzata, nel rispondere alla richiesta di Gesù ai discepoli: “Voi stessi date da mangiare” (Mc s 6,37).
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di cOmunItà m.a.s.c.I scafati 2
Vincitore 1° Premio
Dal Sogno alla Realtà Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri (Baden Powell)
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marzo 2017 inaugurazione di “LA CASA DI FRANCESCO”, una casa di prima e pronta accoglienza destinata ai più deboli, dove chiunque sia in difficoltà possa trovare rifugio per la notte, un posto dove mangiare e lavarsi. La storia di “LA CASA DI FRANCESCO” non è solo la realizzazione di una struttura ma anche quella di un SOGNO : di come un’idea, nata da un parroco e da un gruppo di Adulti Scout, si sia diffusa rapidamente suscitando entusiasmo in tutta la comunità parrocchiale e coinvolgendo
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l’intera nostra città. Che ciò sia stato possibile merita di essere raccontato per testimoniare che le cose possono essere cambiate e che ogni ostacolo, difficoltà e sfiducia possono essere superati. Il 2014, decimo anno dalla nascita della nostra Comunità M.A.S.C.I (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani) Scafati 2, ci pose di fronte a molti interrogativi. Occorreva fare molto di più, cominciare a lavorare per creare qualcosa di duraturo e, soprattutto, il significato della parola “ACCOGLIENzA” divenne il motore
delle nostre riflessioni. Come mettersi in gioco? E per chi? Come alleviare la sofferenza di tanti? Come vincere ogni forma di indifferenza? La tragedia del 3 ottobre del 2014 verificatasi nel Canale di Sicilia dove, a qualche miglio dalla costa italiana morirono centinaia di profughi, ci sembrò rispondere ai nostri interrogativi aiutandoci a superare ogni incertezza sul da fare. Confortati dalle parole del nostro parroco don Peppino diventammo partecipi del suo sogno: realizzare una casa d’accoglienza dove chi è in difficoltà possa trovare rifugio per la notte, un posto dove lavarsi e riposare, un luogo per parlare dei problemi quotidiani e trovare aiuto per districarsi in obblighi, regole e norme di legge.
... avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, ero nudo e mi avete vestito, ero malato e in prigione e siete venuti a trovarmi… Finalmente la strada fu tracciata: decidemmo di impegnarci in un progetto per ridare dignità alle persone attraverso l’avvio di un processo di integrazione dove l’accettazione dell’altro passasse anche attraverso un bagno caldo, vestiti puliti e qualcuno che ascoltasse. Nacque così il progetto di una struttura e di una cultura dell’Accoglienza, nacque “LA CASA DI FRANCESCO”. Il gruppo di Adulti Scout prese contatto con le realtà già operanti nella diocesi per capire come procedere e costituì una O.N.L.U.S. “Emmaus”
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di cOmunItà m.a.s.c.I scafati 2
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per la gestione del progetto e di pari passo presero vita le prime iniziative destinate alla raccolta fondi e a catalizzare l’interesse delle persone sul progetto. Le prime attività furono gli incontri della Domenica, gli “Aperitivi con il don”: una domenica al mese dopo la Santa Messa venne organizzato un incontro con un personaggio noto che parlava della sua esperienza letteraria, artistica, professionale ma soprattutto umana, quale testimonianza ed esempio per tutti. Contemporaneamente si organizzarono gite culturali, seminari ed incontri per sensibilizzare tutti sul tema dell’Accoglienza. A marzo 2015 la grande svolta! La Comunità M.A.S.C.I. Scafati 2 par-
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tecipò al concorso nazionale “I FEEL CUD” indetto dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), concorso che assegnava fondi per attività di utilità sociale : Il progetto “LA CASA DI FRANCESCO” vinse il primo premio a livello nazionale e grazie ad esso i lavori per la realizzazione della struttura furono avviati. In questi mesi tanti hanno dato il loro contributo alla realizzazione della struttura, le compagnie teatrali che hanno offerto gratuitamente i loro spettacoli, le scuole cittadine, i tanti anonimi con le loro offerte, il gruppo Scout ed il MASCI, gli “Amici di Stefano”, l’Oratorio, il Forum dei Giovani e tanti tanti altri cittadini. “LA CASA DI FRANCESCO” è oggi una
contrarsi ed apportare il proprio contributo di professionalità, competenza e capacità, per rinsaldare i legami di una comunità, dove possano farsi strada idee e soluzioni nuove per migliorare tutti assieme la vita della nostra Città. “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Preghiamo il Padrone della messe, affinché mandi operai nella sua messe”. (Luca 10, 2)
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realtà ed è viva soprattutto grazie all’impegno quotidiano delle associazioni presenti in parrocchia e di tantissimi parrocchiani che dedicano il loro tempo per la preparazione della cena, la pulizia dei locali, il servizio guardaroba, il servizio docce. Nata dal sogno di una Comunità di Adulti Scout “LA CASA DI FRANCESCO” è oggi un progetto parrocchiale, anzi cittadino, che suscita entusiasmo e voglia di donarsi agli altri a prescindere dal credo religioso e politico, dall’appartenenza a gruppi o meno. La speranza è che la “LA CASA DI FRANCESCO” sia sempre più un laboratorio di idee, una chiamata alle armi per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, un luogo dove in-
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di vIncenzO FIOrenza
Dalla benevolenza alla beneficenza Il miracolo dell’acqua
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a storia che state per leggere nasce una notte di settembre del 2015 quando Stefano, un uomo che aveva scelto come suo rifugio la Cappellina dell’Adorazione della Parrocchia di San Francesco di Paola, morì. Per sfuggire alla morsa del freddo durante le notti invernali, ma soprattutto per sentire il calore di un luogo meno anonimo, cercava riparo, ormai in maniera abituale, tra le mura della chiesetta. Si metteva lì, su una panca, ci si sdraiava e si lasciava andare ad un sonno profondo. Le luci soffuse, il silenzio della preghiera degli “adoratori”, la presenza del Cristo esposto sull’altare erano diventati la sua nuova famiglia. Fu un dolore immenso accoglierlo nella chiesa nuova per celebrare il suo funerale. Il pensiero che la vita fosse così disprezzata, svalutata, umiliata da un mondo distratto martellava forte e inesorabile nelle anime di tutti. Stefano era morto cadendo da un muretto sul quale era andato a dormire quella notte, non aveva mai voluto andare al dormitorio della Caritas a S. Giuseppe Vesuviano. Quella, però, era stata la sua morte anagrafica perché, in realtà, egli era già morto dentro, ucciso dalla solitudine, dalla povertà, dalla privazione della sua dignità. La volontà di don Peppino e la pietà
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umana gli hanno donato, dopo la preghiera, l’ultimo rifugio, la tomba che, però, contrariamente al destino di tutte le tombe, non è riuscita a chiudersi per sempre su di lui, anzi! Da quella morte infatti è nato un gruppo di volontari che ha voluto identificarsi con lui chiamandosi: “Gli amici di Stefano”. E qui il racconto s’intreccia con l’attualità, con le scelte di tutti i giorni, con nomi e cognomi di persone che cercano di incarnare il Vangelo con lo sguardo rivolto costantemente al Bambino di Betlemme, anche Lui povero, senza casa, bisognoso di tutto. In quel Bambino si rispecchiano gli occhi spenti di Stefano che, finalmente ritrova il calore che il mondo non ha saputo, o voluto, offrirgli. Se fossimo in un film americano, a questo punto del racconto arriverebbero “i nostri”, gli eroi che, senza la minima paura, al suono delle trombe sconfiggono il male e ristabiliscono l’ordine delle cose, la pace e la giustizia. Invece, nella nostra storia i protagonisti sono silenziosi e invisibili, angeli custodi pronti ad intervenire e a tornare nell’ombra senza nemmeno aspettare il “grazie”, felici solo di aver illuminato un volto, di aver acceso un sorriso. E le ombre sono quelle vere della notte, degli angoli bui delle strade, dove albergano i clo-
chard, i diseredati, quel popolo che Ciro Annarumma chiama dei “senza fissa dimora”. Ciro e un altro manipolo di volontari, quando fa freddo se ne vanno di notte in giro per le strade in cerca di solitudini. Le loro armi sono coperte, latte caldo e qualche medicina. Sono “Amici di Stefano” e per loro “la migliore difesa contro il freddo è il calore che tutti insieme possiamo generare stringendoci intorno a chi soffre”. Non è stato facile convincere Ciro a raccontare questa storia. Per lui la carità non si deve sbandierare, ma vivere in silenzio. “Non far sapere alla mano destra ciò che fa la sinistra”, si giustifica. A parlare con lui si comprende che cos’è l’umiltà, che “prima della beneficenza viene la benevolenza”, che le opere di bene devono farci volgere lo sguardo a Chi la carità l’ha incarnata sulla croce. Per questo motivo la sua testimonianza diventa ancora più forte perché fatta di coerenza e di amore: “L’avevano annunciato, il gelo, ed è arrivato insieme al nuovo anno. Il pensiero degli “Amici di Stefano” è rivolto costantemente ai senza fissa dimora. L’abituale impegno e la collaborazione con le istituzioni e le associazioni che operano nel campo si triplica. Tutte le azioni sono coordinate dal parroco Don Peppino De Luca. Le unità mobili cercano di raggiungere anche gli angoli più nascosti della città, vengono monitorati i luoghi ormai noti dove si rifugiano abitualmente i senza fissa dimora. Lo stile è quello di sempre, non portiamo solo generi di conforto, ma condivi-
diamo le storie delle persone che incontriamo, vogliamo ascoltare, capire, stabilire una relazione di fiducia”. È su questo slancio d’amore che nasce la “Casa di Francesco” dove anche il semplice gesto di lavarsi acquista un significato nuovo. “L’acqua non la vedo più come prima, non la do più per scontata. Ora so che dentro questo prezioso elemento della natura c’è la vita stessa delle persone che riusciamo a portare da noi in Casa Francesco. Quando le accogliamo sono bisognose di tutto, eppure si mostrano restie a tutto. Sono diffidenti, così abituate alla strada che le vediamo in difficoltà a lasciarsi curare. Eppure il loro corpo implora acqua, ancora più del cibo. Piano piano, con rispetto e pazienza, senza alcuna forzatura, le facciamo sentire a loro agio, poi offriamo loro il sapone, l’asciugamano e… l’acqua. Se l’accettano vuol dire che si sono sentite benvolute, hanno capito che non stiamo facendo loro un’elemosina, ma semplicemente le stiamo amando. È a quel punto che avviene il miracolo. Per noi non c’è niente di più bello. Vederli ritornare alla luce, vedere la loro pelle di nuovo risplendere, sentire il profumo del loro corpo liberato dalle croste del tempo e della strada, vedere il loro sorriso, ci ricompensa di tutti gli sforzi che facciamo per soccorrerli. L’acqua rappresenta purificazione, rinnovamento, fertilità, cura. Nell’acqua si specchiano le loro storie, il fluire dell’acqua sui loro corpi è come il fluire della loro vita. L’acqua restituisce loro la dignità e una speranza di vita”.
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di YvOnne rIente
Una goccia nell’oceano...
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a casa di Francesco è diventata anche la casa di tutti noi volontari che ogni giorno con impegno e tanto amore ci dedichiamo ai nostri ospiti. qUELLO CHE NOI FACCIAMO È SOLO UNA GOCCIA NELL’OCEANO...
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Ci sono esperienze che ti cambiano la vita, è proprio vero, cambiano il tuo modo di guardarti intorno ma soprattutto il tuo modo di guardarti dentro e allo specchio. Da quando faccio parte del gruppo di volontari “gli amici di Stefano” mi è stata data la possibilità di confrontarmi con realtà del tutto diverse dalla mia e ne sono stata orgogliosa dal primo momento perché per me
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questa è una grande opportunità di crescita. Mi è sempre piaciuta l’idea di aiutare il prossimo e con questa esperienza ho capito che la mia idea iniziale era del tutto sbagliata, come diceva Madre Teresa: non serve andare a Calcutta per trovare chi ha bisogno di noi. Non si tratta genericamente di persone meno fortunate, ma di Maria, Vincenzo, Franco e, come loro, tanti altri, ognuno con una storia, un percorso di vita, un’esigenza diversa, un carattere diverso, un’età diversa. Non si può pensare di aiutare “il prossimo”, non si può diventare supereroi parlando di “clochard” da salvare dal freddo. Bisogna viverlo quel
freddo la sera, avvicinarle quelle persone, presentarsi loro e cominciare a dare a quelle coperte arrotolate dietro ad un cespuglio un nome, vedere nei loro occhi la paura e la rassegnazione ad una vita che poi, detto tra noi, tanto vita non è. Non è facile per loro chiedere aiuto, ma in fondo non lo è per nessuno di noi, quei nomi infatti non sono diversi dai nostri, la loro vita non è meno importante di quella di chi una casa l’ha acquistata e un lavoro lo ha trovato, eppure gli occhi che guardano noi sono sempre diversi dagli occhi che guardano loro, nessuno si gira per strada se due persone si abbracciano per salutarsi, ma se a salutarti calorosamente è una piccola donna che va in giro con una stampella e che ti sorride nascosta dal suo foulard, c’è ancora chi storce il naso. quella piccola donna però è diversa, non perché non ha nulla, il suo abbraccio vale molto di più, nasconde mille parole, nasconde i “grazie” per essere considerata come una mamma, nasconde la fiducia e il rispetto reciproco. quando incontri queste persone non conosci nulla di loro eppure c’è una forza interiore che ti spinge a
provarci, che ti spinge a fare qualcosa. Il gruppo “gli amici di Stefano” per il secondo anno si è dato da fare per aiutare queste persone e per offrir loro un tetto dove ripararsi dal freddo o semplicemente la possibilità di cenare e fare una doccia calda. Mi sono unita a loro nelle sere più fredde di gennaio, ricordo ancora il gelo sul viso, la speranza di non trovare nessuno in difficoltà e quel dolore che ho sentito dentro quando nel buio della stazione di Villa dei Misteri di Pompei abbiamo ritrovato Milod. Ricordo quando è sceso in parrocchia dopo aver cenato, coi suoi nuovi abiti puliti e profumati, sorrideva Milod, e ripeteva il suo grazie a don Peppino e a tutti noi. I loro sorrisi sono sempre velati da un pizzico di malinconia, non sempre quello che manca è un pasto caldo, spesso le mancanze più grandi sono quelle degli affetti più cari, della dignità persa insieme al lavoro, la lontananza dalla famiglia, il giudizio continuo della gente, il nostro quindi deve diventare anche un supporto psicologico ed emotivo e spesso non è facile, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia s in meno.
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di cIrO cOtIcellI
Solo un po’ d’ombra... Cercavo solo un po’ di ombra e l’ho trovata qui con te, nel palmo della tua mano che dona amore in cambio di un sorriso. Cercavo solo un po’ di ombra e ho ricevuto molto di più, fratellanza incondizionata umanità senza filtri. Cercavo solo un po’ di ombra ed un granellino di senapa è fiorito nel mio cuore, regalando istanti di pace. Cos’è La Casa di Francesco lo sapCercavo solo un po’ di Amore piamo tutti: è Amore, è Fratellanza, e l’ho trovato qui con te, è Carità, è Umanità, è la continua servendo il prossimo, scoperta dell’altro e di noi stessi. come Francesco. Tutto ciò che è bello richiede però abnegazione, sacrificio, vita: cosa sei disposto a fare per sentirti Uomo? 22
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di suOr PatrIzIa PanIzzInI
Uniti in un solo linguaggio
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redo non sia facile capire cosa significhi essere sordomuti. Non è per fare della retorica ma, a volte, siamo abituati a vedere telegiornali oppure spettacoli tradotti con i segni e, sicuramente, tutti conosciamo la pagina 777 del televideo, che può diventare anche un comodo mezzo per capire meglio i testi delle canzoni … magari mentre guardiamo il Festival, ma tutto si risolve lì e, questo mondo fatto di “silenzio”, rimane quasi sempre distante dal nostro vissuto. quello che abbiamo avuto modo di assaporare domenica nella nostra parrocchia è stato altro. La pre-
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senza, alla S. Messa delle ore 11,00, dell’associazione sordomuti “Il Campanile” di Scafati, ci ha fatto scoprire ed entrare un po’ di più in questa realtà. Loro nelle prime panche dell’aula liturgica e noi che avevamo ricevuto consigli riguardo a come leggere le letture in modo da dare il giusto tempo per poterle tradurre. Pensavamo che tutto si risolvesse in queste semplici cose tecniche che sono, comunque, segno dello stile di accoglienza caratteristico della nostra comunità. “Salutiamo i nostri amici” è stato l’inizio di don Peppino e noi ovviamente ad applaudire … ma no!
Non avevamo capito! Per entrare in sintonia con loro dovevamo calarci nel loro linguaggio ed ecco, allora, che l’applauso è diventato uno sventolare le mani in alto, gesto subito ripetuto dai nostri “amici”. Poi le letture, lette scandendo bene ogni frase e l’interprete che con gesti traduceva per loro. Una fantasia di segni che ha catturato e quasi stregato la nostra attenzione e mentre la traduzione procedeva, cominciavano a diventare familiari alcuni segni: Gesù e si toccava i palmi, Misericordia e si accarezzava il viso, Dio e l’indice puntava in alto … che meraviglia! Tutte le parti della messa sono state tradotte nel linguaggio dei segni anche i testi dei canti che, man mano che la celebrazione proseguiva, diventavano sempre più gioiosi, sempre più carichi di segni: mani alzate, parole scandite, sorrisi contagiosi, e una grande emozione che ha contagiato tutti fino a commuoverci. Poteva essere una domenica come le altre, una celebrazione come le altre, invece, è stato un tributo di gioia che ci ha ricordato, ancora una volta, il vero senso della comu-
nità: essere uniti nonostante le differenze. Non eravamo più noi e loro, ma eravamo un NOI, uniti in un unico “silenzio” diventato voce attraverso i gesti, fino a ritmare il tempo tutti insieme per ribadire siamo tutti con voi, siamo tutti “un noi”! Alla fine della messa è stata un’unica parola a ripetersi mentre ci salutavamo: grazie! Noi ringraziavamo loro per averci dato questa opportunità, loro ringraziavano noi per l’accoglienza e la gioia vissuta, ed è scaturita una richiesta a don Peppino: imparare il linguaggio dei segni per poterli confessare. Un grazie, ripetuto e scandito con la voce e con i segni, per ringraziare anzitutto il Signore per tutta la meraviglia, per tutto quello che con stupore abbiamo condiviso nella celebrazione. Sì Signore! È così! Grazie per tutto questo che ci hai fatto vivere! Grazie perché non ci sono barriere se impariamo ad armonizzarci se tutti insieme ci lasciamo avvolgere e guidare dall’unico e solo linguaggio che ci unisce: La Buona notizia, il s Vangelo!
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di marIanna mIlanO
La casa è dove si trova il cuore
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a parte della vita di un volontario ritrovarsi spesso in luoghi lontani, mai vissuti precedentemente, luoghi visti forse solo attraverso delle foto, delle immagini in tv o vissuti attraverso dei racconti. Eppure, una volta che sei lì, anche se per la prima volta, ti “senti a casa”. Sono luoghi dove non hai i comfort a cui sei abituato, dove sei circondato da povertà materiali, dove ti confronti con qualcosa di così diverso e nonostante questo li vivi come se fossero da sempre tuoi. Allora capisci che la vera casa non è solo il luogo in cui sei nato, o quello
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dove vivi quotidianamente, ma ogni posto dove puoi esprimere te stesso senza paure, condizionamenti o riserve. È il luogo dove il tuo vero io trova la sua ragione di essere, dove ti rigeneri sapendo di fare ciò che a te sta davvero a cuore e ti fa star bene, dando un senso alla tua vita. La casa è vivere passioni, relazioni, incontri nella maniera più naturale possibile. È trovare la propria dimensione anche in luoghi che apparentemente non sono tuoi, perché lontani dalla tua cultura, dalla tua terra, dalle tue tradizioni ma così vicine alle corde del tuo cuore. E l’Africa per noi di Trame Africane
è la nostra vera casa. La tenerezza dei bambini, la vita che ti stringe attraverso gli abbracci degli anziani, la gioia contagiosa delle Sisters, i sorrisi che incroci ovunque tu cammini, il vivere la spontaneità e la sincerità dei rapporti… questo fa di quei luoghi la nostra casa. Il senso di accoglienza, di comunità e di fraternità che contraddistingue la terra d’Africa è così intenso da farti sentire proprio lì dove vuoi essere, lì dove devi essere, dove non hai bisogno di altro. Allora ti senti parte di una grande famiglia perché in fondo è l’amore che rende qualsiasi posto la tua casa. Lo stesso amore che vedi nella gente che abita quella terra nonostante quella stessa terra abbia poco da offrire loro: quel poco per loro è tutto. Ed il legame con le proprie radici è qualcosa di viscerale ed indipendente da ciò che la vita ti può offrire:
è quello il tuo posto, è lì che devi essere. E allora nei confronti di chi in quella terra si sente radicato, ti senti in dovere di affrontare le difficoltà e le insidie insieme, con uno spirito di autentica solidarietà. La casa è dove si trova il cuore… diceva Plinio il Vecchio ed aveva proprio ragione!
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di Pasquale cOPPOla
Trame del Bio La qualità a km zero
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rovare a fare le cose “Per Bene” è sicuramente una delle mie aspirazioni più grandi. Ed è proprio quest’aspirazione che mi ha suggerito una strana idea: quella di realizzare un “posto” nuovo ma espressione di valori antichi, ovvero “Trame del Bio”. Un “posto”, mi piace chiamarlo così, perché in realtà le tradizionali definizioni di negozio, supermercato o mercatino, secondo me non danno l’idea di quel che vorrei fosse Trame del Bio! Partiamo dalla scelta del nome, Trame del Bio.
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Bio perché è un posto dove sarà possibile trovare esclusivamente prodotti biologici, salutistici e/o solidali, alimentari e non. Poi c’è la parola Trame che ricopre diversi significati: trame come storie, come l’insieme di intrecci, come quelli dei tanti fili che compongono un tessuto o un prezioso tappeto. Ma Trame, ai tanti amici che mi conoscono, sicuramente riporterà alla memoria qualche altra cosa… e non si sbagliano. Infatti la parola Trame rappresenta l’anello di congiunzione tra questo posto e Trame Africane (www.trameafricane.org) , un’asso-
ciazione a me molto cara…direi decisamente una delle cose più importanti della mia vita. Un legame non solo virtuale, ma qualcosa che si tradurrà in fatti concreti a partire dal 10% minimo dell’ utile lordo di esercizio che sarà destinato ai progetti che Trame Africane sta portando avanti con successo da oltre 15 anni in Africa: il Machaka Project (Kenya) e il Mbulungu Project (rep. Dem. Congo). Ma oltre a questa quota, tanto spazio nella vita di Trame del Bio sarà destinato ad iniziative ed attività atte a raccogliere energie a sostegno dei progetti della Onlus. Per quanto concerne l’aspetto imprenditoriale di questo posto, l’obiettivo di Trame del Bio è far sì che si possa offrire, anche a chi non vive in una grande città, l’opportunità di vivere nel segno del biologico, avendo a disposizione un ampio assortimento di prodotti tra i quali scegliere, a prezzi finalmente accessibili. Si parte con umiltà, sapendo che ci sarà tanto da imparare e da correggere, ma anche con la certezza che, grazie al supporto di tutti coloro che parteciperanno a questa iniziativa, riusciremo a creare un nuovo modello di attività. Start up a parte, vogliamo dare priorità a produzioni a km zero e ai prodotti realizzati da cooperative sociali nel segno della tipicità territoriale. Vogliamo creare sinergie con chi come noi crede in questi concetti, ama i valori del bio. Di fianco all’area adibita alla spesa per casa ci sarà un angolo per degustare un po’ di piatti preparati a se-
condo degli ingredienti del periodo e della fantasia di chi li cucinerà. Spazio per un buon caffè, una brioche o centrifughe e premute per la prima colazione o la merenda. Chi vorrà potrà fermarsi per mangiare in compagnia oppure semplicemente prendere per portare a casa qualcosa di già pronto. Di tanto in tanto serate conviviali a tema, che sarà sempre lo stesso, amicizia, mangiar bene e sano… in attesa della bella stagione quando in casa di Trame Africane, nel Cortile Don Gaetano, le attività si moltiplicheranno e ci sarà modo di partecipare a serate musicali, eventi culturali e teatrali. Piacevole sarà anche semplicemente incontrarsi al Cortile per chiacchierare o leggere un buon libro. Cosa dire ancora se non che faremo di tutto per farvi sentire a casa! Ci saranno ad accogliervi persone cordiali e disponibili, persone di valori e che credono nel progetto Trame del Bio e non vedono l’ora di incontrarvi. Quindi, venite a conoscerci, prendetevi tutto il tempo che serve. Se ne avete tanto e volete saperne di più sui prodotti e tutto il resto potrete passare per la cassa lenta, altrimenti, tranquilli, via veloci perché tutto quanto occorre lo troverete a portata di mano. Trame del Bio, una nuova avventura ha inizio, partecipate e passate parola…. perchè insieme sarà ancor più bello far le cose PER BENE!!!
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www.coppolaspa.it Industrie Conserve Alimentari COPPOLA S.p.A. via De Risi, 13 - 84018 Scafafti (Sa) Tel. +39 081 8633370 , +39 081 8631996 - Fax +39 081 8635579 e-mail: info@coppolaspa.it
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