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Settemiglia - anno I, n°5

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Cronaca della Parrocchia

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Domenica 23 gennaio 2011 è arrivata, proveniente dalla chiesa del Gesù Nuovo di Napoli l’insigne reliquia di san Giuseppe Moscati, portata dal molto reverendo padre gesuita Giuseppe Gambino responsabile del culto del santo medico. La funzione religiosa è stata presieduta dal vescovo di Nola padre Beniamino Depalma. La chiesa era stracolma di fedeli provenienti anche dai vicini paesi. Erano presenti il sindaco di Scafati, dott. Angelo Pasquale Aliberti, con il gonfalone della città, il picchetto dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme con S.E. Cav. Gr. Croce Gen. Giovanni Napolitano, il presidente dell’Ass. Medica Tommaso Anardi, dott. Pasquale Contaldi, il gonfalone dell’UNITALSI di Pompei, un gruppo di disabili partecipanti alla “V giornata degli amici disabili” organizzata dall’associazione “Il Bambinello”, gli Scout del gruppo Scafati I. 27 Gen, Giornata della Memoria. Gli scout del clan Nautilus, come già l’anno scorso, nella chiesa grande hanno ricordato la Shoah preparando una serie di scene, che rappresentavano alcuni dei momenti più significativi di questa pagina nera dell’umanità e come ultimo quadro, un TG nel quale venivano presentati alcuni episodi di razzismo, intolleranza o discriminazione che tuttora avvengono. 30 gennaio. Alla santa messa delle ore 11,30 partecipano i Cavalieri del Santo sepolcro di Gerusalemme, delegazione di Scafati, che iniziano le loro attività presso la nostra parrocchia. 6 feb. Fiera scout. Il reparto maschile degli scout ha preparato nel piazzale antistante la chiesa dimostrazioni di cosa è in grado di fare: costruzioni con pali di legno, cucina da campo, percorsi ginnici e d’abilità con i nodi. 6 feb. Il gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo ha celebrato la preghiera di Effusione a chiusura dei seminari svolti. 11 feb. Si è ricordato la prima apparizione di NS di Lourdes a santa Bernadetta, con la santa messa ed una processione aux flambeau, durante la quale una statua della Madonna di Lourdes è stata portata nel parco parrocchiale seguita dai fedeli con le candele accese. 14 febbraio, festa di San Valentino. Tutte le coppie che si sposeranno durante l’anno, alle ore 20, sono state presentate alla comunità. 19 febbraio. Come di consueto il nostro vescovo, Beniamino Depalma, ha incontrato tutte le coppie prossime al matrimonio della nostra diocesi. Nel mese trascorso inoltre si registra il tutto esaurito per gli spettacoli in programma il 10 e 24 Febbraio con i “Ditelo Voi”, trio cabarettista di Zelig, e “Federico Salvatore” noto cantante napoletano. Nei mesi di Gennaio e Febbraio hanno ricevuto il battesimo Paolo, Francesco, e Rita. Nella comune fede del Signore Risorto ci uniamo al dolore delle famiglie di Aquino Teresa, Parisi Bianca, Cirillo Raffaele, Turriziani Vittoria e Vaccaro Iolanda.

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da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno

Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile: MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione: DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione: VINCENZO FIORENZA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA E-Mail ed Info: redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it di Rosaria Scotto

settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno

Periodico Mensile Anno I - N°5 Marzo 2011 Mail ed Info: redazione@settemiglia.it www.settemiglia.it

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

L’ASPETTO TERRENO DELLA QUARESIMA L’esperienza del limite nell’uomo La Quaresima è un bisogno di ognuno di noi… Viviamo per un anno intero presi da mille cose, siamo costretti nella morsa dei pensieri quotidiani, spesso frantumati dentro, nei nostri sentimenti, così tanto che ci avvinghiamo anche alla più piccola speranza di felicità o, almeno di serenità e, come naufraghi persi nell’immenso mare della vita, perdiamo di vista il fine per cui siamo stati creati: guardare ogni mattina, nel sole che nasce, l’abbraccio del Dio creatore, l’Amore che tutto perdona, il Padre della Misericordia. Nei “quaranta giorni” che ci separano dalla “sconfitta definitiva della morte”, abbiamo l’opportunità di raccoglierci nella “preghiera” più intima e profonda, quella preghiera che ci consente di vedere con occhi nuovi, pieni di fiducia, il mistero del “dolore” vissuto come “offerta sublime”, unica ed irripetibile. La quaresima ci conduce fin sotto la croce, dove ognuno di noi può ritrovare il senso della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti frantumati, delle sue ansie quotidiane. Là sotto, se ci lasciamo abbracciare dal Mistero della Risurrezione, avremo sperimentato direttamente in noi il “miracolo della vita”. Ciò, però, che della quaresima mi affascina di più, quello che mi coinvolge dal punto di vista laico e culturale, è l’immagine del deserto. Gesù vi si rifugiò per ben quaranta giorni prima di consegnarsi, mite agnello, nelle mani della (in)giustizia umana. Gli ebrei furono costretti a viverci da pellegrini per ben quarant’anni prima di entrare nella Terra promessa. I primi monasteri furono costruiti nel deserto per consentire ai monaci di vivere l’intimità con Dio e con la storia di Cristo. Il deserto, allora, proprio perché è il luogo dove ogni altro luogo scompare, diventa il non-luogo di Dio. Gesù, infatti, è nel deserto che ritrova la sua intimità spirituale con Dio Padre.

Mons. Rino Fisichella, Vescovo e Rettore della Pontificia Università Lateranense, così si rivolge ad un gruppo di giovani: “proprio per questo, perché tu possa conoscere chi sei in realtà, cosa Dio vuole da te, cosa gli altri chiedono e tu devi dar loro, Dio ti chiama a seguirlo nel deserto”. Chi entra nel deserto, quindi, ne esce vivificato, rinnovato, perché scende nel profondo della sua anima e vi trova Dio. Ma, mi chiedo, fuori dalla teologia del deserto e della quaresima, in che modo l’uomo può sperimentare e rappresentare la sua creaturalità, la sua essenza terrena? Può l’uomo trasferire il significato così profondamente teologico del deserto e della quaresima nella sua natura umana, nella sua vita quotidiana? Io credo di sì. Immaginiamoci per un momento nel deserto, soli, lontani da ogni rapporto umano, lontani da ogni fonte di vita se non quella della sussistenza. Cosa sperimentiamo? Personalmente io “mi” sentirei così come sono, “mi” vedrei così come sono e, forse, “mi” spaventerei del “mio” essere “infinitamente piccolo”. Il deserto, dunque, diventerebbe la mia quaresima perché mi aprirebbe alla percezione del mio essere “io” piccolo e limitato. Nello stesso momento, però, e questo sarebbe l’aspetto in assoluto più entusiasmante, si trasformerebbe in un luogo nuovo, un luogo dove il bisogno di vita si manifesta nella ricerca dell’altro. In altre parole, entrare nel deserto vuol dire attraversare un ponte, un ponte che unisce ognuno di noi all’altro. In questo senso la quaresima umana, il deserto dell’io-uomo-donna è la percezione del mio limite, ma anche la gioia di aver scoperto gli altri con i quali iniziare un percorso di collaborazione per la costruzione di una vita fatta di comprensione, di tolleranza, di rispetto, di accoglienza. Percepire il limite inteso in senso quaresimale

FRANCO CIPRIANO Deposizione stellare 2002 Acrilico e gesso su tela Cm 100x100 non è sentirsi schiavi della miseria umana ma partire da questa per aprirsi all’incommensurabile grandezza della reciprocità. Fondare la vita dell’uomo sul senso della reciprocità, dopo aver attraversato il proprio deserto e aver preso atto del limite che ci segna, significa restituire ad ogni singolo essere umano la sua dignità e ciò perché “IO”, finalmente in pace con me stesso, li riconosco come il mio “TU”. Ecco perché Cristo ha scelto la croce per sottoscrivere il suo patto d’amore con noi. La croce è l’incontro, l’intreccio del “deserto”, il non-luogo dove Dio si manifesta, con il “limite”, il non-luogo dove l’io-uomo-donna si manifesta a se stesso-a. Cristo assume su di sé la finitudine umana, la fa sua e la trasforma, la sublima nell’atto di Amore più grande che ci sia sulla terra: l’offerta di sé. Se l’uomo fa lo stesso gesto, assumendo in sé il suo stesso limite, riconoscendolo, in quello stesso istante ha accolto tutti gli altri suoi simili trasformando la sua vita in modo radicale e definitivo sublimandola nell’incontro quotidiano con gli altri. Vincenzo Fiorenza


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Cultura

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ASCOLTATE IL CUORE Lettera alle persone che vivono nella criminalità Vorrei gridare, come fece Giovanni Paolo II in Sicilia: «Convertitevi!». Un urlo lancinante che ha segnato la mia esperienza di pastore. Allo stesso tempo, però, vorrei quasi sussurrarvi: «Un’altra vita è possibile… la felicità è una porta che può aprirsi anche per voi… il presunto coraggio di uccidere e fare del male può diventare vero coraggio, quello di dire la verità e fare verità dentro di sé…». Si, voglio parlare con voi e a voi, alle persone che hanno fatto e fanno scelte criminali. Come ogni uomo e ogni donna, anche voi avete bisogno e diritto ad una parola chiara. Probabilmente mi risponderete, in dialetto: «Ma chi te l’ha chiesta? Fai il prete, pensa ai sacramenti…». Non m’importa: io voglio parlare lo stesso. Mi sono spesso rivolto alle istituzioni e alla gente. Questa volta, invece, mi rivolgo a voi. Perché siete voi, proprio voi, il punto. Forse, se ciascuno di voi raccontasse la sua storia, emergerebbero tanti diversi profili. Chi è vissuto intriso di cultura camorristica, al punto da pensare che il mondo non possa che andare così, secondo la legge del più forte… chi si è sentito attratto da soldi facili e potere, chi ha sentito il “brivido” della violenza, chi ha inteso “farsi da solo”, chi ha preso questa strada come “ultima spiaggia” dopo aver cercato un lavoro legale, chi ha pensato di ribellarsi con la forza bruta dalla povertà… Vi dico, da pastore, che avrei non solo la curiosità, ma il desiderio di ascoltarle davvero queste storie. Allo stesso tempo, però, sarebbe importante che voi ascoltaste altre storie. Quella di Mario, commerciante con moglie e tre figli, che ha chiuso per via delle vostre angherie e ora tira a campare tra mille umiliazioni e un senso profondo di fallimento, quella di Giuseppe, imprenditore che si è trasferito al Nord lasciando senza lavoro 50 persone della nostra terra, quella di centinaia e centinaia di persone uccise o ridotte a letto dai fumi tossici dei rifiuti sversati senza regole. Quella di Fabio, giovane laureato in Chimica con 110 e lode che non trova lavoro solo perché ha dignità e non è disposto a stare a

regole ingiuste, spesso scritte da voi con la complicità della politica e dell’economia “legale”. Quella di Marina, che ogni pomeriggio passa la giornata alla finestra, a controllare i due figli adolescenti che giocano sotto casa, con l’ansia di evitare loro “brutti giri”. Vorrei che le ascoltaste, anche se già le conoscete. Insieme, queste storie dicono una sola cosa: quante sofferenze in questo nostro territorio! Quante lacrime, quante stragi di innocenti, quante paure per il presente e per il futuro! Spesso noi meridionali – e sono certo anche voi – ci riempiamo la bocca dell’amore per la nostra terra. Ovunque proclamiamo il nostro senso di appartenenza. Ma se giorno per giorno la distruggiamo, questa terra, l’amore che proclamiamo è falso e ipocrita. È come dire di voler bene ad una donna che sta ferma immobile su una sedia, disponibile a farsi schiaffeggiare in ogni momento. È amore questo? No, è qualcosa di perverso e degradante. Stiamo sciupando una storia, una cultura, una terra, il patrimonio che ci è stato consegnato. Stiamo vanificando il dono stesso della vita. In un famoso film americano, Bronx, una grande star di Hollywood, Robert De Niro, che interpreta il ruolo di un dignitoso conducente di autobus, così spiega al figlio cosa sono i delinquenti. «Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…». Ecco, talento sprecato. Intelligenze sottratte ad una causa buona, e messa a servizio della peggiore delle cause. Mani strappate alla bellezza e consegnate alla bruttura. Piedi tolti da una strada dritta per attraversare un sentiero fangoso. E quello che più mi rattrista è che associate ai vostri gesti, alle vostre azioni, ai vostri comportamenti addirittura un senso religioso. No, questo no, non è plausibile. In nessun modo Dio approva l’omicidio di singole persone e di una collettività, la violenza, la superbia, l’ingiustizia, l’illegalità, il ricatto… E non sono grandi statue di santi, o sontuose offerte economiche o residui della superstizione popolare che vi fanno essere credenti autentici. Ve lo dico con tutta la chiarezza di cui

«Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…» sono capace! E mentre lo dico a voi, lo dico a tutto il popolo di Dio, ai fedeli laici, ai sacerdoti, ai religiosi: la vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre! Tante persone a volte mi dicono con senso di provocazione: «Padre, ma per 500 euro al mese non è meglio che faccio il camorrista?». «No! – rispondo d’impeto -. Se tu guadagni 500 euro è proprio per quel meccanismo perverso che la criminalità orienta, e che porta il debole a sopperire. Se passi dall’altra parte, domani tuo figlio ne guadagnerà 300…». Certo, facile parlare per un vescovo, uno che, come dite voi, «sta sempre chiuso in quel bel palazzo». Ma nemmeno questa considerazione mi fa desistere dal dire un’ultima cosa. Quando un uomo o una donna tornano a casa, di sera, è come se facessero i conti con la loro giornata. È essenziale, per ciascuno di noi, poggiare la testa sul cuscino dicendo: «Ho fatto tutto quello che dovevo e potevo, e sono pronto a fare altrettanto domani…». Voi, se ci pensate, vi state negando la possibilità di un sonno sereno e giusto. E negandovelo, lo negate ai vostri cari. E, ormai, lo state negando a noi tutti. Ecco, ora che con grande trepidazione vi ho detto quanto sentivo, anch’io posso poggiare la testa sul cuscino con il cuore più libero, ma non meno inquieto. Vi penso in case lussuose, in poveri appartamenti, in cella, per strada, in una masseria abbandonata. Prego perché la vostra conversione potrebbe essere la salvezza di questo popolo. In nome di Dio che ama la giustizia e la verità, recuperate la bellezza della vera umanità, con il vostro cambiamento interiore ridate speranza alla gente, recuperando il vostro senso della verità restituite un futuro sereno alle nostre città, al nostro sviluppo. Ho fiducia che anche in voi continui ad esserci il desiderio di altro, dell’altro e dell’Altro. Beniamino Depalma Arcivescovo, Vescovo di Nola

settemiglia tutta una serie di impegni che la coinvolgeranno totalmente: l'assistenza agli appestati, la cura di bambini abbandonati per le strade o alle porte dei conventi, l'assistenza e la cura dei carcerati, il tentativo di aprire scuole (anche con classi miste), la costante e proficua formazione delle Figlie della Carità. Quando Luisa de Marillac compie 69 anni la sua salute ormai è delicatissima e le sofferenze aumentano ogni giorno di più fino a stremarla: i suoi ultimi pensieri e le sue ultime parole saranno per le sue figlie ed i poveri: “Non abbiate occhi e cuore che per i poveri...”; era, del resto, soprannominata “la serva dei poveri”. È il 15 marzo 1660, nella commozione di quanti l’hanno conosciuta e amata, Luisa muore nella pace del Signore della Carità, che non ha mai cessato di

Rubriche amare e servire per andarlo a incontrare in Paradiso. Oggi la sua salma riposa su uno degli altari a lei dedicato, nella Cappella della Casa Madre delle Figlie della Carità a Parigi in Rue du Bac (la stessa cappella della Madonna della Medaglia Miracolosa apparsa nel 1830 a S. Caterina Labouré). Luisa de Marillac fu beatificata il 9 maggio 1920 da Papa Benedetto XV e canonizzata l’11 marzo 1934 da Papa Pio XI. Dopo trecento anni dalla sua morte, nel 1960, il Beato Giovanni XXIII la proclamò “patrona” di quanti sono impegnati nelle opere sociali e caritative. S. Luisa de Marillac continua a ben ispirare gli uomini e le donne del nostro tempo, tra le quali circa 21000 Figlie della Carità, (chiamate anche Suore di san Vincenzo de' Paoli) che servono in tutto il mondo, ed i loro

7 numerosi collaboratori. “Il granello di senape si è prodigiosamente sviluppato, il pizzico di lievito evangelico è meravigliosamente cresciuto”. Le Figlie della Carità sono ovunque c’è un uomo che soffre, una miseria da soccorrere, una lacrima da asciugare, una solitudine da colmare, un cuore da consolare. Ma soprattutto, ovunque si realizza l’insegnamento di Luisa: “restituire ad ognuno, con la salute del corpo, quella dello spirito”. Alla morte di Luisa de Marillac, san Vincenzo de Paoli, Fondatore con lei delle Figlie della Carità, disse: “Ecco il quadro che dovete contemplare: quadro di umiltà, di dolcezza, di pazienza nelle infermità”. Pasquale Velleca

TENTAZIONI A PICCOLE DOSI Chocolat Al mondo, in ogni realtà, ci sono regole da seguire, ordini da rispettare, promesse da mantenere. Si vive sotto la volta del cielo quotidiano con un peso sul cuore, quello del dovere, e quando questo arriva a schiacciarti come un macigno forse è perché è stato svuotato del suo significato originale e tutto il senso e la gioia di compierlo sono stati perduti. C’è una canzone scout che recita così: “…conosci la gioia di spenderti in sacrificio…”; analizzandola verrebbe spontaneo chiedersi quale gioia possa esserci nel sacrificio, nell’impegno, nel sudore e nella fatica. Beh, credo che sia la gioia della consapevolezza, del sapere perché si stia facendo una determinata cosa, senza per forza anelare ad un riscontro pratico e materiale. La veste del dovere dunque, spesso può starci stretta, ma vuoi per abitudine, vuoi per rispetto, non abbiamo il coraggio di fare qualche “aggiusto”. Per questo vi consiglierò un film molto speciale, oserei dire goloso: ”Chocolat”. La storia si svolge in un piccolo villaggio francese dove la parola d’ordine è Tranquilité (tranquillità) fin quando non arriva una donna particolare, Vianne, che rompe l’ordine stabilito aprendo una cioccolateria nel periodo

di quaresima. Basta poco per incrinare un sistema apparentemente perfetto, un soffio di vento. L’aspetto più interessante di questo film è come sia facile perdere il filo delle cose pur camminando nella strada maestra della legge. Gli abitanti ci appaiono tutti come ferventi cristiani, rispettosi dei dogmi e delle consuetudini che però hanno alle spalle vissuti complessi e a tratti oscuri, atti mancati e desideri nascosti. Non voglio anticiparvi molto, perché altrimenti si perderebbe il gusto dell’ignoto, ma vorrei soltanto offrirvi qualche spunto di riflessione, sia che abbiate o meno visto il film. “Fermati e pensa”… Questa forse potrebbe essere una chiave di lettura, vivere come automi incapaci di dialogare con se stessi e di frugare nei cassetti delle proprie idee porta inevitabilmente a quello svuotamento di cui abbiamo parlato. Vivere senza mai sospendersi dal mondo può portare all’accettazione incondizionata di tutto ciò che accade, ed ecco che si perde la capacità di discernere, di separare, di giudicare. Logicamente, limitarsi a vivere senza regole e senza ordine, benché possa sembrare affascinate, può portare al compimento del dramma opposto: perdersi nella vita.

“Con la gioia tutti i doveri diventano più tollerabili e anche piacevoli: è come un po' di olio che entra negli ingranaggi della macchina.” Andrea Gasparino

Che fare dunque? Come districarsi da una realtà sempre più conformante, e allo stesso tempo non correre il rischio di uscire troppo fuori dalla linea tracciata? Ognuno di noi è la soglia. Siamo noi che dobbiamo essere capaci di conoscerci e capire fin dove possiamo spingerci, dove si trova il limite tra i nostri bisogni e i nostri doveri ma, una volta scoperto, bisogna ritornare alla vita, agli altri. Allontanarsi per un po’ dal mondo per dedicarsi a se stessi è funzionale per conoscersi, per capire come si sta procedendo, ma - come forse avrò già detto altre volte - noi non camminiamo mai da soli. Quindi, benché l’io costituisca il punto di partenza, sono gli “altri”, i “volti che incontriamo”, ad essere il traguardo, la meta da raggiungere. Vivere è complicato ma così terribilmente bello! Elena Fiorenza


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NOI …CHE RISCHIAMO

LA MENTE VERSO DIO

Guardate lontano!

L’argomento di Anselmo

Noi uomini siamo fatti di carne, sangue, anima, cuore, cervello... e limiti. I limiti sono un lembo importante e complesso del nostro essere. Questi ci fanno misurare con gli altri e con noi stessi; ci fanno capire dove siamo in grado di arrivare e quando sia il caso di scavalcarli ed andare oltre per dimostrare a qualcuno (e soprattutto a noi stessi) che siamo capaci non solo di vivere bene nel nostro piccolo, ma di saperlo fare anche più su, al di sopra delle nostre capacità. Tutto ciò ci dà una motivazione per essere sempre migliori... ma quando falliamo? Si sa che non tutto può sempre andare per il verso giusto e sarebbe troppo facile e banale dire “non fa nulla”. Ci sono impedimenti, delusioni, ingombri, intoppi che sono difficili da oltrepassare; troppo spesso noi miriamo proprio a quelli. Ci proponiamo di arrivare tanto in alto e iniziamo a salire con fatica su per le scale delle nostre insufficienze, por-

tando sulle spalle il peso delle facoltà e del desiderio che già ci appartengono. A volte con affanno giungiamo alla nostra meta, altre volte, invece, lo sforzo non ci basta a raggiungere i nostri scopi. E allora la scala cede e ci fa precipitare giù, in basso, dove nessuno ci può vedere, perché in questi casi siamo capaci di nasconderci davvero bene. Tutto ciò può far pensare di aver commesso degli errori, ma essere sconfitti è di gran lunga migliore del non averci provato. La nostra forza a questo punto sta nel non tornarci su e imparare. Ma com’è possibile che il genere umano sia capace di riproporre sempre gli stessi errori? Non si può di certo affermare che siano state superate tutte le oscenità e le ingiustizie che decenni fa hanno portato alla morte di milioni di persone innocenti. L’orrore dei campi di sterminio nazisti, ad esempio non è poi tanto lontano dalla nostra realtà: quante aggressioni,

quante razzie, quante ingiustizie ancora oggi si manifestano contro chi è più debole? La società dovrebbe imparare a superare questo limite che la distingue forse, purtroppo, da sempre; dovrebbe capire che ognuno ha il diritto di avere le stesse possibilità che, unite alle capacità ed alla volontà dell’individuo, possono aiutarci a diventare ciò che vogliamo essere. Mancate agevolazioni per i disabili, aggressioni verso gli omosessuali, pregiudizi sui nomadi, sono all’ordine del giorno. Come possiamo dire d’avere un cuore, un’anima? Come possiamo affermare di avere fatto anche dei piccoli passi avanti? Come possiamo essere tanto sicuri d’aver imparato dai nostri errori? Ma non è giusto perdersi d’animo, come diceva il fondatore dello scoutismo: “Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano.” Rosa Matarazzo

SANTA LUISA DE MARILLAC Cofondatrice insieme a San Vincenzo de Paoli delle Figlie della Carità Luisa, al secolo Louise, nasce a Parigi il 12 agosto 1591 da una famiglia bene in vista nella società del suo tempo, ma nasce fuori dal matrimonio, da Luigi de Marillac, imparentato con la migliore nobiltà di Francia e da madre ignota, probabilmente una domestica. Tuttavia Luigi de Marillac la riconosce come sua “figlia naturale”. Successivamente Luisa viene inviata, in una pensione per ragazze, a Parigi dove beneficia del clima della riforma cattolica che infiammava nella città francese. Allora frequentava le cappuccine del Quartiere Saint-honoré, le "Figlie della Croce" e, pensando di diventare una di esse, fa voto di servire Dio ed il prossimo. I parenti, però, decidono altrimenti e Luisa, il 5 febbraio 1613, sposa lo scudiero e segretario di Maria de' Medici, Antonio Le Gras. La felicità familiare dei Le Gras è di breve durata, fin dal 1622, Antonio cade gravemente malato. Luisa conosce un lungo periodo di depressione spirituale, perché credeva che Dio l'avesse

punita con la malattia del marito per non essersi data a Lui come aveva promesso, quando era più giovane. Il giorno di Pentecoste del 1623, mentre pregava nella chiesa di Saint Nicolas des Champs, il suo spirito è illuminato ed i suoi dubbi si dissipano in un istante acquistando la certezza che il suo posto è al capezzale del marito e che sarebbe venuto un tempo in cui avrebbe potuto pronunciare i voti, vivere in comunità, e trovare un nuovo direttore spirituale. Infatti, tra la fine del 1624 e l'inizio del 1625, incontra Vincenzo de Paoli (il padre dei poveri) che darà inizio ad un lungo periodo di direzione spirituale che durerà tutto il resto della sua vita. Il 21 dicembre 1625 stroncato dalla tubercolosi, Antonio le Gras si spegne. Il 1629 è l'anno di una svolta importante: dopo lunga riflessione, supera ritrosie e paure e accoglie l'invito di Vincenzo de Paoli di farsi “visitatrice e organizzatrice” dei gruppi della carità, già attivi da diversi anni in varie zone

SANTA LUISA DE MARILLAC (1591-1660) Ricorrenza: 15 marzo

della Francia: “Vai, madamigella…”, le dice Vincenzo de Paoli e Luisa si getta con tutte le sue forze nella nuova avventura dello spirito. Il 29 novembre 1633 con altre compagne dà inizio alla “Compagnia delle Figlie della Carità”, di cui è riconosciuta cofondatrice assieme a Vincenzo de Paoli. Da questo momento si svolge

"Il primo argomento è l'argomento fisico-teologico, il secondo il cosmologico, il terzo l'ontologico. Non ce ne sono, e neanche ce ne possono essere altri". Nel capitolo della sua Critica della ragion pura dedicato alla teologia razionale, Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, distingue tre possibili argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio, riconducendo implicitamente ogni dimostrazione volta a tal fine tramandata dalla tradizione filosofica a lui precedente a una delle tipologie sopra elencate. Si vedrà su quali basi Kant abbia operato questa distinzione ed escluso con tale certezza la possibilità di argomenti di genere differente. Quel che ora interessa, invece, non è la formulazione che dei tre argomenti dà Kant, ma piuttosto l'origine degli stessi o, comunque, la loro presenza nella storia del pensiero, nel tentativo di comprenderne la struttura e il meccanismo tramite uno sguardo rivolto ad alcuni degli autori che li hanno proposti. Seguendo l'ordine dell'esposizione di Kant, si tratterà in primo luogo del cosiddetto argomento ontologico. La storia dell'argomento ontologico è indissolubilmente legata al nome di Anselmo d'Aosta. Anselmo fu monaco benedettino, priore e poi abate dell’abbazia del Bec, infine vescovo di Canterbury. Tra le sue opere fondamentali figura il Monologion, del 1076, in cui l’autore si impegna ad esporre i contenuti della fede cristiana sola ratione, ossia tramite la sola ragione e senza ricorso all’autorità delle Scritture. Tuttavia sarà il Proslogion, composto tra il 1077 e il 1078, a conferirgli fama universale. Nei primi capitoli del primo dei due scritti l’autore fornisce quattro prove dell’esistenza di Dio, strutturalmente molto simili. Di esse afferma tuttavia di essere insoddisfatto: non per dubbi circa la loro validità, che non porrà mai in discussione, quanto per il fatto che tali prove sono il risultato della concatenazione di molti argomenti. Da tale insoddisfazione nasce la ricerca di

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quell’unum argumentum (argomento unico) che, una volta trovato, sarà esposto in poche pagine del Proslogion. L’aggettivo ontologico con cui è spesso designato è in realtà un anacronismo. Il termine nasce infatti in età moderna per indicare prove dell’esistenza di Dio che, pur nelle loro differenze, dipendono innegabilmente da quella di Anselmo. Tralasciando ogni possibile disputa sulla correttezza di tale termine quando riferito all’argomento del Proslogion, passiamo a scoprire come esso funzioni. Anselmo parte dal seguente assunto: Dio è qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande. Il problema è posto apertamente con una citazione dal libro dei Salmi: “Disse l’insipiente in cuor suo: Dio non esiste”. Ma anche tale insipiente, quando afferma che Dio non esiste, comprende ciò che siANSELMO D’AOSTA Aosta, 1033/1034 Canterbury, 21 aprile 1109

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“Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore è nel solo intelletto, quello stesso di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore.” Anselmo, Proslogion, 2

gnifica qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, anche se pensa che questo qualcosa non esista. Anselmo sottolinea qui la differenza tra il comprendere una cosa, per cui tal cosa sarebbe nell’intelletto, e l’intendere che una cosa esiste, nel qual caso la cosa sarebbe nella realtà. Lo fa grazie a un esempio: il pittore che pensa a ciò che sta per dipingere ha nell’intelletto ciò che ancora deve fare, anche se non intende che quella cosa esiste; quando avrà dipinto, invece, tale cosa esisterà sia nell’intelletto che nella realtà. Dunque anche l’insipiente deve ammettere che qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande sia almeno nel solo intelletto, dal momento che comprende ciò che tale espressione significa. Tuttavia, se questo qualcosa esiste nel solo intelletto, si potrebbe pensare la medesima cosa tale che, però, esista anche nella realtà. Anselmo afferma, a questo punto, che una cosa esistente anche nella realtà è più grande della medesima cosa che, però, esiste nel solo intelletto. Se, dunque, quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande fosse nel solo intelletto, se ne potrebbe pensare qualcosa di più grande (ossia la medesima cosa esistente anche nella realtà): ma ciò è contraddittorio. Dunque tale qualcosa, che viene chiamato Dio, esiste sia nell’intelletto che nella realtà. Nel capitolo successivo Anselmo approfondisce il senso dell’argomento: si può pensare qualcosa che non può non esistere e ciò è più grande di qualcosa che può non esistere. Dunque, conclude, ciò di cui non si può pensare il maggiore non può neanche essere pensato come non esistente. Alfonso Quartucci


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Vangelo della Domenica

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06 MAR – IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Vangelo Mt 7,21-27 Dal Vangelo secondo Matteo

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

02 M

13 MAR - I DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Mt 4,1-11 Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. 20 MAR - II DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Mt 17, 1-9 Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». 27 MAR - III DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42 Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Calendario Parrocchiale

M A R Z O

03 G

2 0 1 1

04 V

17 G 18 V 19 S 20 D

5

S. Messa ore 9,00 Vespri ore 19.00

S. Messa ore 18,00 Via Crucis

San Giuseppe

II DOMENICA DI QUARESIMA Gen 12,1-4; Sal32; 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9

21 L 06 D 07 L

IX DOMENICA TEMPO ORDINARIO Dt 11,18.26; Sal 30; Rm 3,21-25; Mt 7,21-27

Ss Perpetua e Felicita

08 M 09 M 10 G 11 V 12 S 13 D

MERCOLEDÌ DELLE CENERI S. Messa ore 19.30

Rassegna Teatrale

S. Messa ore 18,00 Via Crucis

Apertura della cappella dell’Adorazione Perpetua

I DOMENICA DI QUARESIMA Gen 2,7-9; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

22 M 23 M 24 G

S. Messa ore 9,00 Vespri ore 19.00 Rassegna Teatrale

25 V

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE Is 7,10-14; Sal 39; Eb 10,4-10; Lc 1,26-38 S. Messa ore 18,00 Via Crucis

26 S 27 D

III DOMENICA DI QUARESIMA Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2.5_8; Gv 4,5-42

28 L 29 L

14 L

30 M

15 M

31 M

16 M

S. Turibio di Mogrovejo S. Gualtiero

Di altri eventi non presenti nel calendario verrà data comunicazione in parrocchia, per informazioni rivolgersi in segreteria oppure collegarsi al sito della parrocchia: www.parrocchia.info


settemiglia

Vangelo della Domenica

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settemiglia

06 MAR – IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Vangelo Mt 7,21-27 Dal Vangelo secondo Matteo

01 M

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

02 M

13 MAR - I DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Mt 4,1-11 Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. 20 MAR - II DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Mt 17, 1-9 Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». 27 MAR - III DOMENICA DI QUARESIMA Vangelo Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42 Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Calendario Parrocchiale

M A R Z O

03 G

2 0 1 1

04 V

17 G 18 V 19 S 20 D

5

S. Messa ore 9,00 Vespri ore 19.00

S. Messa ore 18,00 Via Crucis

San Giuseppe

II DOMENICA DI QUARESIMA Gen 12,1-4; Sal32; 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9

21 L 06 D 07 L

IX DOMENICA TEMPO ORDINARIO Dt 11,18.26; Sal 30; Rm 3,21-25; Mt 7,21-27

Ss Perpetua e Felicita

08 M 09 M 10 G 11 V 12 S 13 D

MERCOLEDÌ DELLE CENERI S. Messa ore 19.30

Rassegna Teatrale

S. Messa ore 18,00 Via Crucis

Apertura della cappella dell’Adorazione Perpetua

I DOMENICA DI QUARESIMA Gen 2,7-9; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

22 M 23 M 24 G

S. Messa ore 9,00 Vespri ore 19.00 Rassegna Teatrale

25 V

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE Is 7,10-14; Sal 39; Eb 10,4-10; Lc 1,26-38 S. Messa ore 18,00 Via Crucis

26 S 27 D

III DOMENICA DI QUARESIMA Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2.5_8; Gv 4,5-42

28 L 29 L

14 L

30 M

15 M

31 M

16 M

S. Turibio di Mogrovejo S. Gualtiero

Di altri eventi non presenti nel calendario verrà data comunicazione in parrocchia, per informazioni rivolgersi in segreteria oppure collegarsi al sito della parrocchia: www.parrocchia.info


settemiglia

Rubriche

6

settemiglia

NOI …CHE RISCHIAMO

LA MENTE VERSO DIO

Guardate lontano!

L’argomento di Anselmo

Noi uomini siamo fatti di carne, sangue, anima, cuore, cervello... e limiti. I limiti sono un lembo importante e complesso del nostro essere. Questi ci fanno misurare con gli altri e con noi stessi; ci fanno capire dove siamo in grado di arrivare e quando sia il caso di scavalcarli ed andare oltre per dimostrare a qualcuno (e soprattutto a noi stessi) che siamo capaci non solo di vivere bene nel nostro piccolo, ma di saperlo fare anche più su, al di sopra delle nostre capacità. Tutto ciò ci dà una motivazione per essere sempre migliori... ma quando falliamo? Si sa che non tutto può sempre andare per il verso giusto e sarebbe troppo facile e banale dire “non fa nulla”. Ci sono impedimenti, delusioni, ingombri, intoppi che sono difficili da oltrepassare; troppo spesso noi miriamo proprio a quelli. Ci proponiamo di arrivare tanto in alto e iniziamo a salire con fatica su per le scale delle nostre insufficienze, por-

tando sulle spalle il peso delle facoltà e del desiderio che già ci appartengono. A volte con affanno giungiamo alla nostra meta, altre volte, invece, lo sforzo non ci basta a raggiungere i nostri scopi. E allora la scala cede e ci fa precipitare giù, in basso, dove nessuno ci può vedere, perché in questi casi siamo capaci di nasconderci davvero bene. Tutto ciò può far pensare di aver commesso degli errori, ma essere sconfitti è di gran lunga migliore del non averci provato. La nostra forza a questo punto sta nel non tornarci su e imparare. Ma com’è possibile che il genere umano sia capace di riproporre sempre gli stessi errori? Non si può di certo affermare che siano state superate tutte le oscenità e le ingiustizie che decenni fa hanno portato alla morte di milioni di persone innocenti. L’orrore dei campi di sterminio nazisti, ad esempio non è poi tanto lontano dalla nostra realtà: quante aggressioni,

quante razzie, quante ingiustizie ancora oggi si manifestano contro chi è più debole? La società dovrebbe imparare a superare questo limite che la distingue forse, purtroppo, da sempre; dovrebbe capire che ognuno ha il diritto di avere le stesse possibilità che, unite alle capacità ed alla volontà dell’individuo, possono aiutarci a diventare ciò che vogliamo essere. Mancate agevolazioni per i disabili, aggressioni verso gli omosessuali, pregiudizi sui nomadi, sono all’ordine del giorno. Come possiamo dire d’avere un cuore, un’anima? Come possiamo affermare di avere fatto anche dei piccoli passi avanti? Come possiamo essere tanto sicuri d’aver imparato dai nostri errori? Ma non è giusto perdersi d’animo, come diceva il fondatore dello scoutismo: “Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano.” Rosa Matarazzo

SANTA LUISA DE MARILLAC Cofondatrice insieme a San Vincenzo de Paoli delle Figlie della Carità Luisa, al secolo Louise, nasce a Parigi il 12 agosto 1591 da una famiglia bene in vista nella società del suo tempo, ma nasce fuori dal matrimonio, da Luigi de Marillac, imparentato con la migliore nobiltà di Francia e da madre ignota, probabilmente una domestica. Tuttavia Luigi de Marillac la riconosce come sua “figlia naturale”. Successivamente Luisa viene inviata, in una pensione per ragazze, a Parigi dove beneficia del clima della riforma cattolica che infiammava nella città francese. Allora frequentava le cappuccine del Quartiere Saint-honoré, le "Figlie della Croce" e, pensando di diventare una di esse, fa voto di servire Dio ed il prossimo. I parenti, però, decidono altrimenti e Luisa, il 5 febbraio 1613, sposa lo scudiero e segretario di Maria de' Medici, Antonio Le Gras. La felicità familiare dei Le Gras è di breve durata, fin dal 1622, Antonio cade gravemente malato. Luisa conosce un lungo periodo di depressione spirituale, perché credeva che Dio l'avesse

punita con la malattia del marito per non essersi data a Lui come aveva promesso, quando era più giovane. Il giorno di Pentecoste del 1623, mentre pregava nella chiesa di Saint Nicolas des Champs, il suo spirito è illuminato ed i suoi dubbi si dissipano in un istante acquistando la certezza che il suo posto è al capezzale del marito e che sarebbe venuto un tempo in cui avrebbe potuto pronunciare i voti, vivere in comunità, e trovare un nuovo direttore spirituale. Infatti, tra la fine del 1624 e l'inizio del 1625, incontra Vincenzo de Paoli (il padre dei poveri) che darà inizio ad un lungo periodo di direzione spirituale che durerà tutto il resto della sua vita. Il 21 dicembre 1625 stroncato dalla tubercolosi, Antonio le Gras si spegne. Il 1629 è l'anno di una svolta importante: dopo lunga riflessione, supera ritrosie e paure e accoglie l'invito di Vincenzo de Paoli di farsi “visitatrice e organizzatrice” dei gruppi della carità, già attivi da diversi anni in varie zone

SANTA LUISA DE MARILLAC (1591-1660) Ricorrenza: 15 marzo

della Francia: “Vai, madamigella…”, le dice Vincenzo de Paoli e Luisa si getta con tutte le sue forze nella nuova avventura dello spirito. Il 29 novembre 1633 con altre compagne dà inizio alla “Compagnia delle Figlie della Carità”, di cui è riconosciuta cofondatrice assieme a Vincenzo de Paoli. Da questo momento si svolge

"Il primo argomento è l'argomento fisico-teologico, il secondo il cosmologico, il terzo l'ontologico. Non ce ne sono, e neanche ce ne possono essere altri". Nel capitolo della sua Critica della ragion pura dedicato alla teologia razionale, Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, distingue tre possibili argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio, riconducendo implicitamente ogni dimostrazione volta a tal fine tramandata dalla tradizione filosofica a lui precedente a una delle tipologie sopra elencate. Si vedrà su quali basi Kant abbia operato questa distinzione ed escluso con tale certezza la possibilità di argomenti di genere differente. Quel che ora interessa, invece, non è la formulazione che dei tre argomenti dà Kant, ma piuttosto l'origine degli stessi o, comunque, la loro presenza nella storia del pensiero, nel tentativo di comprenderne la struttura e il meccanismo tramite uno sguardo rivolto ad alcuni degli autori che li hanno proposti. Seguendo l'ordine dell'esposizione di Kant, si tratterà in primo luogo del cosiddetto argomento ontologico. La storia dell'argomento ontologico è indissolubilmente legata al nome di Anselmo d'Aosta. Anselmo fu monaco benedettino, priore e poi abate dell’abbazia del Bec, infine vescovo di Canterbury. Tra le sue opere fondamentali figura il Monologion, del 1076, in cui l’autore si impegna ad esporre i contenuti della fede cristiana sola ratione, ossia tramite la sola ragione e senza ricorso all’autorità delle Scritture. Tuttavia sarà il Proslogion, composto tra il 1077 e il 1078, a conferirgli fama universale. Nei primi capitoli del primo dei due scritti l’autore fornisce quattro prove dell’esistenza di Dio, strutturalmente molto simili. Di esse afferma tuttavia di essere insoddisfatto: non per dubbi circa la loro validità, che non porrà mai in discussione, quanto per il fatto che tali prove sono il risultato della concatenazione di molti argomenti. Da tale insoddisfazione nasce la ricerca di

Cultura

quell’unum argumentum (argomento unico) che, una volta trovato, sarà esposto in poche pagine del Proslogion. L’aggettivo ontologico con cui è spesso designato è in realtà un anacronismo. Il termine nasce infatti in età moderna per indicare prove dell’esistenza di Dio che, pur nelle loro differenze, dipendono innegabilmente da quella di Anselmo. Tralasciando ogni possibile disputa sulla correttezza di tale termine quando riferito all’argomento del Proslogion, passiamo a scoprire come esso funzioni. Anselmo parte dal seguente assunto: Dio è qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande. Il problema è posto apertamente con una citazione dal libro dei Salmi: “Disse l’insipiente in cuor suo: Dio non esiste”. Ma anche tale insipiente, quando afferma che Dio non esiste, comprende ciò che siANSELMO D’AOSTA Aosta, 1033/1034 Canterbury, 21 aprile 1109

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“Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore è nel solo intelletto, quello stesso di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore.” Anselmo, Proslogion, 2

gnifica qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, anche se pensa che questo qualcosa non esista. Anselmo sottolinea qui la differenza tra il comprendere una cosa, per cui tal cosa sarebbe nell’intelletto, e l’intendere che una cosa esiste, nel qual caso la cosa sarebbe nella realtà. Lo fa grazie a un esempio: il pittore che pensa a ciò che sta per dipingere ha nell’intelletto ciò che ancora deve fare, anche se non intende che quella cosa esiste; quando avrà dipinto, invece, tale cosa esisterà sia nell’intelletto che nella realtà. Dunque anche l’insipiente deve ammettere che qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande sia almeno nel solo intelletto, dal momento che comprende ciò che tale espressione significa. Tuttavia, se questo qualcosa esiste nel solo intelletto, si potrebbe pensare la medesima cosa tale che, però, esista anche nella realtà. Anselmo afferma, a questo punto, che una cosa esistente anche nella realtà è più grande della medesima cosa che, però, esiste nel solo intelletto. Se, dunque, quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande fosse nel solo intelletto, se ne potrebbe pensare qualcosa di più grande (ossia la medesima cosa esistente anche nella realtà): ma ciò è contraddittorio. Dunque tale qualcosa, che viene chiamato Dio, esiste sia nell’intelletto che nella realtà. Nel capitolo successivo Anselmo approfondisce il senso dell’argomento: si può pensare qualcosa che non può non esistere e ciò è più grande di qualcosa che può non esistere. Dunque, conclude, ciò di cui non si può pensare il maggiore non può neanche essere pensato come non esistente. Alfonso Quartucci


settemiglia

Cultura

2

ASCOLTATE IL CUORE Lettera alle persone che vivono nella criminalità Vorrei gridare, come fece Giovanni Paolo II in Sicilia: «Convertitevi!». Un urlo lancinante che ha segnato la mia esperienza di pastore. Allo stesso tempo, però, vorrei quasi sussurrarvi: «Un’altra vita è possibile… la felicità è una porta che può aprirsi anche per voi… il presunto coraggio di uccidere e fare del male può diventare vero coraggio, quello di dire la verità e fare verità dentro di sé…». Si, voglio parlare con voi e a voi, alle persone che hanno fatto e fanno scelte criminali. Come ogni uomo e ogni donna, anche voi avete bisogno e diritto ad una parola chiara. Probabilmente mi risponderete, in dialetto: «Ma chi te l’ha chiesta? Fai il prete, pensa ai sacramenti…». Non m’importa: io voglio parlare lo stesso. Mi sono spesso rivolto alle istituzioni e alla gente. Questa volta, invece, mi rivolgo a voi. Perché siete voi, proprio voi, il punto. Forse, se ciascuno di voi raccontasse la sua storia, emergerebbero tanti diversi profili. Chi è vissuto intriso di cultura camorristica, al punto da pensare che il mondo non possa che andare così, secondo la legge del più forte… chi si è sentito attratto da soldi facili e potere, chi ha sentito il “brivido” della violenza, chi ha inteso “farsi da solo”, chi ha preso questa strada come “ultima spiaggia” dopo aver cercato un lavoro legale, chi ha pensato di ribellarsi con la forza bruta dalla povertà… Vi dico, da pastore, che avrei non solo la curiosità, ma il desiderio di ascoltarle davvero queste storie. Allo stesso tempo, però, sarebbe importante che voi ascoltaste altre storie. Quella di Mario, commerciante con moglie e tre figli, che ha chiuso per via delle vostre angherie e ora tira a campare tra mille umiliazioni e un senso profondo di fallimento, quella di Giuseppe, imprenditore che si è trasferito al Nord lasciando senza lavoro 50 persone della nostra terra, quella di centinaia e centinaia di persone uccise o ridotte a letto dai fumi tossici dei rifiuti sversati senza regole. Quella di Fabio, giovane laureato in Chimica con 110 e lode che non trova lavoro solo perché ha dignità e non è disposto a stare a

regole ingiuste, spesso scritte da voi con la complicità della politica e dell’economia “legale”. Quella di Marina, che ogni pomeriggio passa la giornata alla finestra, a controllare i due figli adolescenti che giocano sotto casa, con l’ansia di evitare loro “brutti giri”. Vorrei che le ascoltaste, anche se già le conoscete. Insieme, queste storie dicono una sola cosa: quante sofferenze in questo nostro territorio! Quante lacrime, quante stragi di innocenti, quante paure per il presente e per il futuro! Spesso noi meridionali – e sono certo anche voi – ci riempiamo la bocca dell’amore per la nostra terra. Ovunque proclamiamo il nostro senso di appartenenza. Ma se giorno per giorno la distruggiamo, questa terra, l’amore che proclamiamo è falso e ipocrita. È come dire di voler bene ad una donna che sta ferma immobile su una sedia, disponibile a farsi schiaffeggiare in ogni momento. È amore questo? No, è qualcosa di perverso e degradante. Stiamo sciupando una storia, una cultura, una terra, il patrimonio che ci è stato consegnato. Stiamo vanificando il dono stesso della vita. In un famoso film americano, Bronx, una grande star di Hollywood, Robert De Niro, che interpreta il ruolo di un dignitoso conducente di autobus, così spiega al figlio cosa sono i delinquenti. «Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…». Ecco, talento sprecato. Intelligenze sottratte ad una causa buona, e messa a servizio della peggiore delle cause. Mani strappate alla bellezza e consegnate alla bruttura. Piedi tolti da una strada dritta per attraversare un sentiero fangoso. E quello che più mi rattrista è che associate ai vostri gesti, alle vostre azioni, ai vostri comportamenti addirittura un senso religioso. No, questo no, non è plausibile. In nessun modo Dio approva l’omicidio di singole persone e di una collettività, la violenza, la superbia, l’ingiustizia, l’illegalità, il ricatto… E non sono grandi statue di santi, o sontuose offerte economiche o residui della superstizione popolare che vi fanno essere credenti autentici. Ve lo dico con tutta la chiarezza di cui

«Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…» sono capace! E mentre lo dico a voi, lo dico a tutto il popolo di Dio, ai fedeli laici, ai sacerdoti, ai religiosi: la vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre! Tante persone a volte mi dicono con senso di provocazione: «Padre, ma per 500 euro al mese non è meglio che faccio il camorrista?». «No! – rispondo d’impeto -. Se tu guadagni 500 euro è proprio per quel meccanismo perverso che la criminalità orienta, e che porta il debole a sopperire. Se passi dall’altra parte, domani tuo figlio ne guadagnerà 300…». Certo, facile parlare per un vescovo, uno che, come dite voi, «sta sempre chiuso in quel bel palazzo». Ma nemmeno questa considerazione mi fa desistere dal dire un’ultima cosa. Quando un uomo o una donna tornano a casa, di sera, è come se facessero i conti con la loro giornata. È essenziale, per ciascuno di noi, poggiare la testa sul cuscino dicendo: «Ho fatto tutto quello che dovevo e potevo, e sono pronto a fare altrettanto domani…». Voi, se ci pensate, vi state negando la possibilità di un sonno sereno e giusto. E negandovelo, lo negate ai vostri cari. E, ormai, lo state negando a noi tutti. Ecco, ora che con grande trepidazione vi ho detto quanto sentivo, anch’io posso poggiare la testa sul cuscino con il cuore più libero, ma non meno inquieto. Vi penso in case lussuose, in poveri appartamenti, in cella, per strada, in una masseria abbandonata. Prego perché la vostra conversione potrebbe essere la salvezza di questo popolo. In nome di Dio che ama la giustizia e la verità, recuperate la bellezza della vera umanità, con il vostro cambiamento interiore ridate speranza alla gente, recuperando il vostro senso della verità restituite un futuro sereno alle nostre città, al nostro sviluppo. Ho fiducia che anche in voi continui ad esserci il desiderio di altro, dell’altro e dell’Altro. Beniamino Depalma Arcivescovo, Vescovo di Nola

settemiglia tutta una serie di impegni che la coinvolgeranno totalmente: l'assistenza agli appestati, la cura di bambini abbandonati per le strade o alle porte dei conventi, l'assistenza e la cura dei carcerati, il tentativo di aprire scuole (anche con classi miste), la costante e proficua formazione delle Figlie della Carità. Quando Luisa de Marillac compie 69 anni la sua salute ormai è delicatissima e le sofferenze aumentano ogni giorno di più fino a stremarla: i suoi ultimi pensieri e le sue ultime parole saranno per le sue figlie ed i poveri: “Non abbiate occhi e cuore che per i poveri...”; era, del resto, soprannominata “la serva dei poveri”. È il 15 marzo 1660, nella commozione di quanti l’hanno conosciuta e amata, Luisa muore nella pace del Signore della Carità, che non ha mai cessato di

Rubriche amare e servire per andarlo a incontrare in Paradiso. Oggi la sua salma riposa su uno degli altari a lei dedicato, nella Cappella della Casa Madre delle Figlie della Carità a Parigi in Rue du Bac (la stessa cappella della Madonna della Medaglia Miracolosa apparsa nel 1830 a S. Caterina Labouré). Luisa de Marillac fu beatificata il 9 maggio 1920 da Papa Benedetto XV e canonizzata l’11 marzo 1934 da Papa Pio XI. Dopo trecento anni dalla sua morte, nel 1960, il Beato Giovanni XXIII la proclamò “patrona” di quanti sono impegnati nelle opere sociali e caritative. S. Luisa de Marillac continua a ben ispirare gli uomini e le donne del nostro tempo, tra le quali circa 21000 Figlie della Carità, (chiamate anche Suore di san Vincenzo de' Paoli) che servono in tutto il mondo, ed i loro

7 numerosi collaboratori. “Il granello di senape si è prodigiosamente sviluppato, il pizzico di lievito evangelico è meravigliosamente cresciuto”. Le Figlie della Carità sono ovunque c’è un uomo che soffre, una miseria da soccorrere, una lacrima da asciugare, una solitudine da colmare, un cuore da consolare. Ma soprattutto, ovunque si realizza l’insegnamento di Luisa: “restituire ad ognuno, con la salute del corpo, quella dello spirito”. Alla morte di Luisa de Marillac, san Vincenzo de Paoli, Fondatore con lei delle Figlie della Carità, disse: “Ecco il quadro che dovete contemplare: quadro di umiltà, di dolcezza, di pazienza nelle infermità”. Pasquale Velleca

TENTAZIONI A PICCOLE DOSI Chocolat Al mondo, in ogni realtà, ci sono regole da seguire, ordini da rispettare, promesse da mantenere. Si vive sotto la volta del cielo quotidiano con un peso sul cuore, quello del dovere, e quando questo arriva a schiacciarti come un macigno forse è perché è stato svuotato del suo significato originale e tutto il senso e la gioia di compierlo sono stati perduti. C’è una canzone scout che recita così: “…conosci la gioia di spenderti in sacrificio…”; analizzandola verrebbe spontaneo chiedersi quale gioia possa esserci nel sacrificio, nell’impegno, nel sudore e nella fatica. Beh, credo che sia la gioia della consapevolezza, del sapere perché si stia facendo una determinata cosa, senza per forza anelare ad un riscontro pratico e materiale. La veste del dovere dunque, spesso può starci stretta, ma vuoi per abitudine, vuoi per rispetto, non abbiamo il coraggio di fare qualche “aggiusto”. Per questo vi consiglierò un film molto speciale, oserei dire goloso: ”Chocolat”. La storia si svolge in un piccolo villaggio francese dove la parola d’ordine è Tranquilité (tranquillità) fin quando non arriva una donna particolare, Vianne, che rompe l’ordine stabilito aprendo una cioccolateria nel periodo

di quaresima. Basta poco per incrinare un sistema apparentemente perfetto, un soffio di vento. L’aspetto più interessante di questo film è come sia facile perdere il filo delle cose pur camminando nella strada maestra della legge. Gli abitanti ci appaiono tutti come ferventi cristiani, rispettosi dei dogmi e delle consuetudini che però hanno alle spalle vissuti complessi e a tratti oscuri, atti mancati e desideri nascosti. Non voglio anticiparvi molto, perché altrimenti si perderebbe il gusto dell’ignoto, ma vorrei soltanto offrirvi qualche spunto di riflessione, sia che abbiate o meno visto il film. “Fermati e pensa”… Questa forse potrebbe essere una chiave di lettura, vivere come automi incapaci di dialogare con se stessi e di frugare nei cassetti delle proprie idee porta inevitabilmente a quello svuotamento di cui abbiamo parlato. Vivere senza mai sospendersi dal mondo può portare all’accettazione incondizionata di tutto ciò che accade, ed ecco che si perde la capacità di discernere, di separare, di giudicare. Logicamente, limitarsi a vivere senza regole e senza ordine, benché possa sembrare affascinate, può portare al compimento del dramma opposto: perdersi nella vita.

“Con la gioia tutti i doveri diventano più tollerabili e anche piacevoli: è come un po' di olio che entra negli ingranaggi della macchina.” Andrea Gasparino

Che fare dunque? Come districarsi da una realtà sempre più conformante, e allo stesso tempo non correre il rischio di uscire troppo fuori dalla linea tracciata? Ognuno di noi è la soglia. Siamo noi che dobbiamo essere capaci di conoscerci e capire fin dove possiamo spingerci, dove si trova il limite tra i nostri bisogni e i nostri doveri ma, una volta scoperto, bisogna ritornare alla vita, agli altri. Allontanarsi per un po’ dal mondo per dedicarsi a se stessi è funzionale per conoscersi, per capire come si sta procedendo, ma - come forse avrò già detto altre volte - noi non camminiamo mai da soli. Quindi, benché l’io costituisca il punto di partenza, sono gli “altri”, i “volti che incontriamo”, ad essere il traguardo, la meta da raggiungere. Vivere è complicato ma così terribilmente bello! Elena Fiorenza


settemiglia

Cronaca della Parrocchia

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Domenica 23 gennaio 2011 è arrivata, proveniente dalla chiesa del Gesù Nuovo di Napoli l’insigne reliquia di san Giuseppe Moscati, portata dal molto reverendo padre gesuita Giuseppe Gambino responsabile del culto del santo medico. La funzione religiosa è stata presieduta dal vescovo di Nola padre Beniamino Depalma. La chiesa era stracolma di fedeli provenienti anche dai vicini paesi. Erano presenti il sindaco di Scafati, dott. Angelo Pasquale Aliberti, con il gonfalone della città, il picchetto dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme con S.E. Cav. Gr. Croce Gen. Giovanni Napolitano, il presidente dell’Ass. Medica Tommaso Anardi, dott. Pasquale Contaldi, il gonfalone dell’UNITALSI di Pompei, un gruppo di disabili partecipanti alla “V giornata degli amici disabili” organizzata dall’associazione “Il Bambinello”, gli Scout del gruppo Scafati I. 27 Gen, Giornata della Memoria. Gli scout del clan Nautilus, come già l’anno scorso, nella chiesa grande hanno ricordato la Shoah preparando una serie di scene, che rappresentavano alcuni dei momenti più significativi di questa pagina nera dell’umanità e come ultimo quadro, un TG nel quale venivano presentati alcuni episodi di razzismo, intolleranza o discriminazione che tuttora avvengono. 30 gennaio. Alla santa messa delle ore 11,30 partecipano i Cavalieri del Santo sepolcro di Gerusalemme, delegazione di Scafati, che iniziano le loro attività presso la nostra parrocchia. 6 feb. Fiera scout. Il reparto maschile degli scout ha preparato nel piazzale antistante la chiesa dimostrazioni di cosa è in grado di fare: costruzioni con pali di legno, cucina da campo, percorsi ginnici e d’abilità con i nodi. 6 feb. Il gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo ha celebrato la preghiera di Effusione a chiusura dei seminari svolti. 11 feb. Si è ricordato la prima apparizione di NS di Lourdes a santa Bernadetta, con la santa messa ed una processione aux flambeau, durante la quale una statua della Madonna di Lourdes è stata portata nel parco parrocchiale seguita dai fedeli con le candele accese. 14 febbraio, festa di San Valentino. Tutte le coppie che si sposeranno durante l’anno, alle ore 20, sono state presentate alla comunità. 19 febbraio. Come di consueto il nostro vescovo, Beniamino Depalma, ha incontrato tutte le coppie prossime al matrimonio della nostra diocesi. Nel mese trascorso inoltre si registra il tutto esaurito per gli spettacoli in programma il 10 e 24 Febbraio con i “Ditelo Voi”, trio cabarettista di Zelig, e “Federico Salvatore” noto cantante napoletano. Nei mesi di Gennaio e Febbraio hanno ricevuto il battesimo Paolo, Francesco, e Rita. Nella comune fede del Signore Risorto ci uniamo al dolore delle famiglie di Aquino Teresa, Parisi Bianca, Cirillo Raffaele, Turriziani Vittoria e Vaccaro Iolanda.

settemiglia

da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno

Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile: MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione: DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione: VINCENZO FIORENZA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA E-Mail ed Info: redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it di Rosaria Scotto

settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno

Periodico Mensile Anno I - N°5 Marzo 2011 Mail ed Info: redazione@settemiglia.it www.settemiglia.it

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

L’ASPETTO TERRENO DELLA QUARESIMA L’esperienza del limite nell’uomo La Quaresima è un bisogno di ognuno di noi… Viviamo per un anno intero presi da mille cose, siamo costretti nella morsa dei pensieri quotidiani, spesso frantumati dentro, nei nostri sentimenti, così tanto che ci avvinghiamo anche alla più piccola speranza di felicità o, almeno di serenità e, come naufraghi persi nell’immenso mare della vita, perdiamo di vista il fine per cui siamo stati creati: guardare ogni mattina, nel sole che nasce, l’abbraccio del Dio creatore, l’Amore che tutto perdona, il Padre della Misericordia. Nei “quaranta giorni” che ci separano dalla “sconfitta definitiva della morte”, abbiamo l’opportunità di raccoglierci nella “preghiera” più intima e profonda, quella preghiera che ci consente di vedere con occhi nuovi, pieni di fiducia, il mistero del “dolore” vissuto come “offerta sublime”, unica ed irripetibile. La quaresima ci conduce fin sotto la croce, dove ognuno di noi può ritrovare il senso della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti frantumati, delle sue ansie quotidiane. Là sotto, se ci lasciamo abbracciare dal Mistero della Risurrezione, avremo sperimentato direttamente in noi il “miracolo della vita”. Ciò, però, che della quaresima mi affascina di più, quello che mi coinvolge dal punto di vista laico e culturale, è l’immagine del deserto. Gesù vi si rifugiò per ben quaranta giorni prima di consegnarsi, mite agnello, nelle mani della (in)giustizia umana. Gli ebrei furono costretti a viverci da pellegrini per ben quarant’anni prima di entrare nella Terra promessa. I primi monasteri furono costruiti nel deserto per consentire ai monaci di vivere l’intimità con Dio e con la storia di Cristo. Il deserto, allora, proprio perché è il luogo dove ogni altro luogo scompare, diventa il non-luogo di Dio. Gesù, infatti, è nel deserto che ritrova la sua intimità spirituale con Dio Padre.

Mons. Rino Fisichella, Vescovo e Rettore della Pontificia Università Lateranense, così si rivolge ad un gruppo di giovani: “proprio per questo, perché tu possa conoscere chi sei in realtà, cosa Dio vuole da te, cosa gli altri chiedono e tu devi dar loro, Dio ti chiama a seguirlo nel deserto”. Chi entra nel deserto, quindi, ne esce vivificato, rinnovato, perché scende nel profondo della sua anima e vi trova Dio. Ma, mi chiedo, fuori dalla teologia del deserto e della quaresima, in che modo l’uomo può sperimentare e rappresentare la sua creaturalità, la sua essenza terrena? Può l’uomo trasferire il significato così profondamente teologico del deserto e della quaresima nella sua natura umana, nella sua vita quotidiana? Io credo di sì. Immaginiamoci per un momento nel deserto, soli, lontani da ogni rapporto umano, lontani da ogni fonte di vita se non quella della sussistenza. Cosa sperimentiamo? Personalmente io “mi” sentirei così come sono, “mi” vedrei così come sono e, forse, “mi” spaventerei del “mio” essere “infinitamente piccolo”. Il deserto, dunque, diventerebbe la mia quaresima perché mi aprirebbe alla percezione del mio essere “io” piccolo e limitato. Nello stesso momento, però, e questo sarebbe l’aspetto in assoluto più entusiasmante, si trasformerebbe in un luogo nuovo, un luogo dove il bisogno di vita si manifesta nella ricerca dell’altro. In altre parole, entrare nel deserto vuol dire attraversare un ponte, un ponte che unisce ognuno di noi all’altro. In questo senso la quaresima umana, il deserto dell’io-uomo-donna è la percezione del mio limite, ma anche la gioia di aver scoperto gli altri con i quali iniziare un percorso di collaborazione per la costruzione di una vita fatta di comprensione, di tolleranza, di rispetto, di accoglienza. Percepire il limite inteso in senso quaresimale

FRANCO CIPRIANO Deposizione stellare 2002 Acrilico e gesso su tela Cm 100x100 non è sentirsi schiavi della miseria umana ma partire da questa per aprirsi all’incommensurabile grandezza della reciprocità. Fondare la vita dell’uomo sul senso della reciprocità, dopo aver attraversato il proprio deserto e aver preso atto del limite che ci segna, significa restituire ad ogni singolo essere umano la sua dignità e ciò perché “IO”, finalmente in pace con me stesso, li riconosco come il mio “TU”. Ecco perché Cristo ha scelto la croce per sottoscrivere il suo patto d’amore con noi. La croce è l’incontro, l’intreccio del “deserto”, il non-luogo dove Dio si manifesta, con il “limite”, il non-luogo dove l’io-uomo-donna si manifesta a se stesso-a. Cristo assume su di sé la finitudine umana, la fa sua e la trasforma, la sublima nell’atto di Amore più grande che ci sia sulla terra: l’offerta di sé. Se l’uomo fa lo stesso gesto, assumendo in sé il suo stesso limite, riconoscendolo, in quello stesso istante ha accolto tutti gli altri suoi simili trasformando la sua vita in modo radicale e definitivo sublimandola nell’incontro quotidiano con gli altri. Vincenzo Fiorenza


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Settemiglia - anno I, n°5 by Giuseppe De Luca - Issuu