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Speciale Natale
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“ESISTO PER STUPIRMI”
Forse un mattino andando in un'aria di vetro Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. [E. Montale, Ossi di seppia, 1925] Immaginate un uomo solitario camminare per un viale alberato, immerso nei profumi della natura, in un' aria frizzante e limpida, poi un presentimento, qualcosa lo fa voltare e all'improvviso ha una terribile rivelazione: “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”. E' un attimo perché il mondo riappare, “come s'uno schermo” ed ecco spuntare un albero qua, una collina di là e la realtà pian piano si ridisegna come se nulla fosse accaduto. Ma è troppo tardi perché quell'uomo ormai sa, è consapevole, ha un segreto che non può rivelare a coloro che non si voltano e, zitto, continua la sua stra-
da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno
Ossi di seppia Di Eugenio Montale Editore Mondadori Collana Oscar Poesia Del Novecento Data uscita 10/11/2003 Pagine CXXIII-268, brossura
da. Questo componimento di Montale è spaventoso, inquietante, oserei dire sconvolgente, poiché ci mostra una realtà vuota, una televisione spenta, e tanti uomini accoccolati in comode poltrone a fare zapping, come inebetiti, incapaci di guardarsi intorno, voltarsi. A questo punto immagino che vi stiate chiedendo come mai, in un giorno di festa come il Natale, si possa parlare di un argomento così terribile. Non bastano già tutte le disgrazie propinate dal TG? La risposta è semplice: è proprio in giorni come questi che noi possiamo iniziare a voltarci, a guardarci intorno con rinnovato stupore, a
spalancare gli occhi per scrutare il mondo e le sue pieghe con nuova consapevolezza; ma guardandovi intorno oggi non sarete come quell'uomo solo che trova il vuoto alle sue spalle, voi troverete volti, sguardi luminosi e festosi, sarete in casa con le vostre famiglie, o per strada immersi in un flusso di sconosciuti, in Chiesa o nel supermercato, poco importa perché ovunque voi sarete ormai avrete imparato a voltarvi, a guardare oltre, aprire le braccia verso il mondo perché, qualunque cosa noi ne pensiamo, esso è stupefacente. Elena Fiorenza
DA CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA Vivo queste ore in ansia e con la paura della sofferenza; mi affido al Buon Gesù e al Cuore della Mamma Immacolata che non fa mancare la Sua voce materna che solo parla di amore e di coraggio. Maria è la madre che ripete anche a noi, e ad ognuno di noi, figli del nostro tempo: “non temete, non abbiate paura, Gesù ha vinto il male, ha sconfitto la morte”. Quanto abbiamo bisogno di questa notizia! Ogni giorno giornali, televisione, radio, raccontano un male ripetuto, amplificato, abituandoci a cose orribili, facendoci diventare quasi insensibili e drogandoci di negativo. Il cuore si indurisce e i pensieri diventano cupi. Maria con la Sua voce materna ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia e ci aiuta a riscoprire il valore e la dignità della persona. Ella ci invita a guardare i fratelli con gli occhi del Suo Figlio, con gli occhi della misericordia e dell'amore, soprattutto verso quanti soffrono, quanti sono soli e quanti sono disprezzati e sfruttati.
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Ella invita noi ammalati a riscoprire la dignità della vita e la sua pienezza anche nella sofferenza. Quando il buio offusca il nostro cammino e le tenebre sembrano stringerci nelle catene della morte, Ella sorge più bella dell'aurora e ci indica la via dell'amore, una via disseminata dalle croci ma non priva del Suo abbraccio materno. Allora con Lei tutto diventa più facile e salire sulla croce diventa più semplice anche quando i chiodi trafiggono le nostre carni e sembrano spingerci lontano da Dio. Allora non resta che affidarci a Lei e consegnarci completamente tra le Sue braccia certi che non mancherà di accompagnarci a Gesù. Gridiamo con Padre Pio "Dolce Mammina abbracciami, stringimi e fammi sentire le mani di Gesù e di Gesù Crocifisso". Amico mio con questi desideri nel cuore ti saluto affettuosamente e ti chiedo di pregare e di far pregare sempre per me e per tutti i fratelli di Casa Sollievo. A presto! Silvio
settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno
Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile: MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione: DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione: VINCENZO FIORENZA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA E-Mail ed Info: redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it
Periodico Mensile Anno I - N°2 Speciale Natale 2010 Mail ed Info: redazione@settemiglia.it www.settemiglia.it
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
IL SUO VOLTO, I NOSTRI VOLTI, LO STUPORE Con lo sguardo fisso su Gesù Cristo è presente ogni volta che si verifica un vero incontro, ogni volta che un po’ d’amore si manifesta, ogni volta che la giustizia o la verità sono servite con disinteresse, ogni volta che la bellezza incanta il cuore umano. Atenagora, patriarca ortodosso 1876-1972 Non è uno studioso dell’arte che sta guardando questa incisione; è piuttosto lo sguardo pieno di stupore di chi vuol tentare anche questa strada per parlare del Mistero dell’Incarnazione. La scena presenta l’adorazione dei Magi, impostata secondo i canoni classici, ridotta agli elementi essenziali ma non priva di qualche particolare come la sagoma del cammello, sullo sfondo a destra, e le imponenti rovine dietro la figura della Vergine. Il Bambino è raffigurato in atteggiamento solenne e maestoso, in atto di benedire gli astanti; egli è nudo per indicare la perfezione del suo essere pienamente uomo. Maria, che regge con la mano destra il libro della parola, gli sostiene il braccio, ad indicare il concorso e la responsabilità dell’uomo nel disegno della redenzione. La figura di Giuseppe, alle spalle di Maria, è qui proposta, come al solito, in disparte, come un vecchio dalla lunga barba bianca, mentre osserva la scena con espressione assorta. È questo il quadro in cui si colloca il “Volto” di Cristo: quello di una famiglia umana, con i rapporti e i vincoli di reciproco affetto che pongono ciascun membro in relazione agli altri. Il voler rappresentare il volto del Redentore è l’immediata conseguenza dell’ evento dell’Incarnazione. È un voler perpetuare con i mezzi della pittura della scultura e della stampa il più grande miracolo che il mondo abbia mai conosciuto: Dio si è fatto come noi.
Adorazione dei Magi CARLO MARATTA Camerino 1625 – Roma 1713 Acquaforte, cm 20,7x13,8
La contemplazione di questo Volto non solo svela il vero volto di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ma ci dice anche quanto di comune ci può essere tra la creatura e il suo Creatore. La contemplazione del “volto” di Dio ci rivela, infatti, la nostra vera identità, redenta dalla morte, inondata di luce. C’è difatti qualcosa di noi in quel volto, quella pienezza di essere che noi non siamo, che appaga ogni nostra inquietudine. Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Gesù Cristo – scriveva Pascal – ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Gesù Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Gesù Cristo. All’infuori di Gesù Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte, né che cos’è Dio né che co-
sa siamo noi stessi. Dobbiamo tornare alla scuola di Betlemme. Contemplando il piccolo Bambino, la fragile e umanissima apparizione di Dio nella nostra storia, dobbiamo imparare che cosa significhi essere uomini: significa essere gli “amati”, i “prescelti”, i “benedetti”, quelli ai quali è stato dato “il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). A Betlemme dobbiamo imparare che ogni uomo va trattato da Dio, poiché il Figlio di Dio ha voluto essere e farsi trattare da uomo. Là dobbiamo imparare che Dio è venuto a condividere la vita dell’uomo perché l’uomo diventasse “partecipe della natura divina” (cfr 2Pt 1,4). Ma a Betlemme abbiamo imparato pure che l’uomo deve essere tanto più amato, rispettato e onorato quanto più è debole, sofferente e indifeso. Dobbiamo lasciarci, però, guidare da Maria, perché noi non conosciamo la strada. Lei ci chiederà di inginocchiarci come i magi davanti al suo piccolo e, nella serenità, ci permetterà di guardare le cose e gli altri con uno sguardo nuovo, tranquillo, meravigliato, stupito. Ci permetterà di vedere che Dio, il Dio nato a Betlemme, non vuole toglierci niente, ma renderci perfettamente felici nella sua luce. E così, nella consapevole ammirazione dell’umanità del Figlio di Dio, l’appuntamento tra noi e Dio, tra il suo volto e i nostri, giungerà finalmente a compimento. Natale è accaduto duemila anni fa ma la nostra generosità e l’apertura del nostro cuore permette a Dio di nascere ogni giorno. Natale accade ora qui, ogni volta che un volto si illumina, accolto da noi, mostrando un tratto nuovo del volto di Dio che si svela a noi. Auguri! vostro don Peppino
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“MI PARVE PINTA DE LA NOSTRA EFFIGE”
QUANDO STUPORE FA RIMA CON AMORE Gesù nasce e i bambini fanno ooh!
E la Parola si fece carne e dimorò tra noi (Gv 1,14)
Se Gesù nascesse oggi sono sicuro che richiamerebbe su di sé l'attenzione di tutti i mass media del mondo. Immaginate la “Stalla di Betlemme” e, proprio lì, davanti ad essa, uno stuolo interminabile di giornalisti con i loro immancabili taccuini, i microfoni, le truccatrici, le luci, i camion delle troupe, le telecamere, le antenne satellitari... Li vedete? Certo, siamo così abituati alle dirette televisive che sarebbe strano il contrario. Non c'è un evento, anche il più insignificante, che non possa essere trasformato in una valanga di notizie, commenti, considerazioni, analisi, figuriamoci la nascita di Gesù... I network si scannerebbero per accaparrarsi le esclusive! Sempre che considerino la nascita di un bambino, figlio di due extracomunitari poveri ed emarginati, un evento degno di nota. Diciamo che ciò avvenga, che ci sia l'interesse a mandare in onda il servizio; in fondo si tratta pur sempre di una nascita singolare, sulla quale vale la pena richiamare l'attenzione del pubblico. Non capita tutti i giorni di inquadrare un neonato paffuto e sorridente adagiato in una mangiatoia tra un bue e un asino, di intervistare una madre giovanissima che, subito dopo il parto, si esprime con voce angelica e con serenità serafica come se avesse partorito in una clinica a cinque stelle, contornata di infermiere premurose e medici zelanti, di rivolgere domande ad un papà piuttosto anzianotto più commosso che contrariato per non essere riuscito ad avere per sua moglie nemmeno un ospedale di periferia per garantirle una pur minima assistenza al parto degna di un essere umano. Quanti spunti per discutere vedrebbero i mass media in quella stalla! Tutto vedrebbero, tranne una cosa, la più evidente, quella che colpì i pastori della Notte Santa, che richiamò l'attenzione dei Magi, che avvolse come in un manto di morbido velluto la piccola Maria, che consolò il frastornato ma anche forte Giuseppe: la luce. La curiosità di tutti quelli che accorsero al richiamo della stella cometa e degli Angeli lasciò immediatamente il posto allo stupore. Niente telecamere, allora, niente gior-
Il versetto sopra riportato, tratto dal prologo del vangelo secondo Giovanni, proclamato nella messa del giorno di Natale, non può non suscitare stupore in chi lo ascolta; ma, come la parola stupore ha nel vangelo sempre un duplice significato, anche qui bisogna tener conto di questa doppia dimensione: l’annuncio della Parola di Dio che si fa uomo, Gesù, provoca da un lato meraviglia nel presentare un mistero che appare incomprensibile, ma è allo stesso tempo causa di forte timore, perché quello stesso mistero che viene rivelato mette in discussione tutte le certezze che si possono avere di fronte a quel bambino che giace tra un bue e un asino. In realtà non deve stupire la presenza di tale stupore: si tratta di una caratteristica che accompagna i credenti fin dai tempi della prima cristiana. Quando, nel vangelo secondo Luca, l’angelo si reca presso Maria a portarle l’annuncio della sua maternità, si dice che “ella rimase turbata e si domandava che cosa significasse un tale saluto” (Lc 1,29). Se, dall’iniziale turbamento, Maria impara a comprendere il mistero del suo figlio, non è un caso che Dante, nel XXXIII canto della Commedia, necessita della sua intercessione per poter alzare gli occhi verso Dio: anzi, il poeta dichiara espressamente l’importanza di tale aiuto, in quanto concesso da colei i cui occhi “a l’etterno lume s’addrizzaro, nel qual non si dee creder che s’invii per creatura l’occhio tanto chiaro” (si rivolsero verso la luce eterna, nella quale non si deve credere che possa penetrare l’occhio di alcuna creatura così chiaramente come fanno i suoi). L’inizio del canto coincide con l’inizio della preghiera che san Bernardo rivolge a Maria in favore di Dante; in pochi versi, è già pienamente espressa l’assurdità che il Natale propone: Maria è apostrofata come Vergine Madre, figlia del proprio figlio e come colei in virtù della quale il creatore non disprezzò di farsi creatura. Come può una madre essere vergine, e inoltre figlia del proprio figlio? Eppure i pastori, anch’essi “presi da grande spavento”
nalisti, né riflettori ma solo: stupore. D'altronde in medicina lo “stupore” è la conseguenza dell'abbagliamento, causato da una fonte luminosa molto intensa. L'anima che si avvicina a Dio vive una situazione analoga e in questo prova la massima gioia. Ecco perché i giornalisti ed i curiosi, davanti alla grotta della natività, non ne coglierebbero se non gli aspetti esteriori, quelli meno importanti ed ecco perché proprio un bambino come il pastorello dormiente, “Benino”, è colui che, più di tutti gli altri, si avvicina al mistero della notte di Natale. Collocato sulla parte più alta del presepe, Benino rappresenta il viaggio che devono compiere la nostra anima e la nostra mente per raggiungere la comprensione della natività. Trasferendosi dalle montagne all'ingresso della grotta, Benino si trasforma nel Pastore della Meraviglia, dello stupore, colui che, accecato dalla rivelazione, non trova parole per esprimerla. L'annuncio, così, diventa tutto interiore e fa volentieri a meno delle telecamere e degli effetti speciali. Cercando tra i grandi saggi della filosofia, della scienza e della teologia ho trovato parole di profonda verità che ci aprono al sentimento che meglio ci avvicina al mistero del Natale, lo stupore... Don Luigi Giussani dice che “lo stupore, la meraviglia (…) è all'origine del risveglio dell'umana coscienza” e, citando le parole di A. J. Heschel, rab-
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bino e filosofo polacco, aggiunge: “L’assoluto stupore è per l’intelligenza della realtà di Dio ciò che la chiarezza e la distinzione sono per la comprensione delle idee matematiche. Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime”. Per Cesare Pavese “lo stupore è la molla di ogni scoperta”. A questi grandi personaggi vanno aggiunti altri due nomi: S. Alfonso de' Liguori e San Francesco d'Assisi. Il primo conosciuto da tutti per il suo inno a Gesù che nasce, “Tu scendi dalle stelle”. Non avrebbe mai potuto scrivere quelle parole se non fosse stato pervaso dallo stupore. Lasciandosi catturare dalla luce proveniente dalla grotta di Betlemme, da quelle povere fasce che avvolgevano il “Bambino divino”, dalla mangiatoia in cui dormiva sereno, dalla tenerezza infinita di Maria sua madre, dalla presenza umile e protettiva di Giuseppe, egli ha sublimato per sempre il “quadro” dell'Amore di Dio per l'uomo. Il secondo, il povero più ricco del mondo, colmo della luce abbagliante di Dio, raggiante di “perfetta letizia”, ubriaco d'amore per il “Creato”, è colui che ha fatto dello stupore la ragione stessa della sua vita, una forma di stupore così elevata da farlo trasformare nell'incarnazione stessa di Gesù. E noi? Quale sarà il nostro Natale, quello delle telecamere o quello dello stupore?... Vincenzo Fiorenza
(Lc 2,9) all’apparire dell’angelo che annunciava loro la nascita di un salvatore, si recarono a Betlemme e “trovarono Maria, Giuseppe e il bambino” (Lc 2,16); così i Magi venuti dall’oriente “videro il bambino con Maria sua madre e si prostrarono davanti a lui in adorazione” (Mt 2,11): gli uni e gli altri, pur non potendo comprendere a fondo ciò che si presentava loro innanzi, umilmente si fermarono a contemplarlo. Come Maria presenta il bambino ai pastori e ai Magi, così esaudisce anche la preghiera di san Bernardo e Dante volge lo sguardo verso Dio: “giunsi l’aspetto mio col valore infinito” (congiunsi il mio sguardo con l’infinita essenza divina). Ma questo guardare direttamente nel cuore della divina essenza è impresa ardua, della cui ricchezza una ben misera parte può essere trattenuta dalla memoria, e una parte ancor più misera espressa dal linguaggio; tuttavia la vista di Dante diventa più forte e riesce a scorgere qualcosa che prima non coglieva: “Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza; e l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso, e ’l terzo parea foco che quinci e quindi igualmente si spiri” (nella profonda e luminosa essenza dell’alta luce mi apparvero tre cerchi ruotanti, di tre colori diversi ma di una sola dimensione; e il secondo sembrava generato dal primo, come un arcobaleno da un altro, e il terzo sembrava un fuoco che spirasse in misura uguale dall’uno e dall’altro). Addentrandosi nella verità di Dio, il poeta riesce a cogliere il suo essere Trinità di una sola sostanza: così dei cerchi di colori differenti ma di medesima dimensione, ossia delle tre Persone, il Figlio è generato dal Padre e lo Spirito Santo, il fuoco, è l’amore che procede dall’uno e dall’altro. A questa visione, che già trascende la comprensione umana, si aggiunge però dell’altro. La vista e la mente dell’uomo compiono un estremo ed ultimo passo: “Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso […] dentro da sé, del suo colore
stesso, mi parve pinta de la nostra effige” (all’interno di quel cerchio che in te appariva generato dal primo, come luce riflessa, mi apparve dipinta la nostra figura umana col medesimo colore del cerchio). Nel cerchio del Figlio Dante scorge una figura umana, ma dello stesso colore del cerchio, cosicché risulta impossibile alla vista dividere la divinità dall’umanità: è il mistero dell’unità delle nature, è il mistero dell’Incarnazione, è il mistero del Natale. Dante resta stupito da ciò che vede e, non comprendendo la possibilità di tale mistero, ne cerca il significato; è l’aiuto della grazia divina che ora si rivela necessario: “veder voleva come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova; ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne” (volevo vedere come l’immagine si adattasse al cerchio e come si collocasse al suo interno; ma le mie forze non erano sufficienti: senonché la mia mente fu investita da un’illuminazione grazie alla quale il suo desiderio fu esaudito). “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2,29-30): le parole pronunciate da Simeone nel prendere Gesù tra le braccia suggeriscono come vedere Dio incarnato sia per lui momento che dona senso a un’intera esistenza. Anche per Dante aver contemplato il mistero di Dio che si fa uomo è soddisfazione perfetta del desiderio e della volontà: “A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle” (alla mia capacità immaginativa, che si era elevata tanto in alto, a questo punto venne meno la forza; ma Dio, l’amore che muove il sole e le altre stelle, già muoveva il mio desiderio di conoscenza e la mia volontà come una ruota che gira con moto uniforme). Lo stesso dovrebbe accadere a ogni cristiano, ogni Natale, nel riconoscere la magnificenza divina nel volto di un bambino. Alfonso Quartucci
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“MI PARVE PINTA DE LA NOSTRA EFFIGE”
QUANDO STUPORE FA RIMA CON AMORE Gesù nasce e i bambini fanno ooh!
E la Parola si fece carne e dimorò tra noi (Gv 1,14)
Se Gesù nascesse oggi sono sicuro che richiamerebbe su di sé l'attenzione di tutti i mass media del mondo. Immaginate la “Stalla di Betlemme” e, proprio lì, davanti ad essa, uno stuolo interminabile di giornalisti con i loro immancabili taccuini, i microfoni, le truccatrici, le luci, i camion delle troupe, le telecamere, le antenne satellitari... Li vedete? Certo, siamo così abituati alle dirette televisive che sarebbe strano il contrario. Non c'è un evento, anche il più insignificante, che non possa essere trasformato in una valanga di notizie, commenti, considerazioni, analisi, figuriamoci la nascita di Gesù... I network si scannerebbero per accaparrarsi le esclusive! Sempre che considerino la nascita di un bambino, figlio di due extracomunitari poveri ed emarginati, un evento degno di nota. Diciamo che ciò avvenga, che ci sia l'interesse a mandare in onda il servizio; in fondo si tratta pur sempre di una nascita singolare, sulla quale vale la pena richiamare l'attenzione del pubblico. Non capita tutti i giorni di inquadrare un neonato paffuto e sorridente adagiato in una mangiatoia tra un bue e un asino, di intervistare una madre giovanissima che, subito dopo il parto, si esprime con voce angelica e con serenità serafica come se avesse partorito in una clinica a cinque stelle, contornata di infermiere premurose e medici zelanti, di rivolgere domande ad un papà piuttosto anzianotto più commosso che contrariato per non essere riuscito ad avere per sua moglie nemmeno un ospedale di periferia per garantirle una pur minima assistenza al parto degna di un essere umano. Quanti spunti per discutere vedrebbero i mass media in quella stalla! Tutto vedrebbero, tranne una cosa, la più evidente, quella che colpì i pastori della Notte Santa, che richiamò l'attenzione dei Magi, che avvolse come in un manto di morbido velluto la piccola Maria, che consolò il frastornato ma anche forte Giuseppe: la luce. La curiosità di tutti quelli che accorsero al richiamo della stella cometa e degli Angeli lasciò immediatamente il posto allo stupore. Niente telecamere, allora, niente gior-
Il versetto sopra riportato, tratto dal prologo del vangelo secondo Giovanni, proclamato nella messa del giorno di Natale, non può non suscitare stupore in chi lo ascolta; ma, come la parola stupore ha nel vangelo sempre un duplice significato, anche qui bisogna tener conto di questa doppia dimensione: l’annuncio della Parola di Dio che si fa uomo, Gesù, provoca da un lato meraviglia nel presentare un mistero che appare incomprensibile, ma è allo stesso tempo causa di forte timore, perché quello stesso mistero che viene rivelato mette in discussione tutte le certezze che si possono avere di fronte a quel bambino che giace tra un bue e un asino. In realtà non deve stupire la presenza di tale stupore: si tratta di una caratteristica che accompagna i credenti fin dai tempi della prima cristiana. Quando, nel vangelo secondo Luca, l’angelo si reca presso Maria a portarle l’annuncio della sua maternità, si dice che “ella rimase turbata e si domandava che cosa significasse un tale saluto” (Lc 1,29). Se, dall’iniziale turbamento, Maria impara a comprendere il mistero del suo figlio, non è un caso che Dante, nel XXXIII canto della Commedia, necessita della sua intercessione per poter alzare gli occhi verso Dio: anzi, il poeta dichiara espressamente l’importanza di tale aiuto, in quanto concesso da colei i cui occhi “a l’etterno lume s’addrizzaro, nel qual non si dee creder che s’invii per creatura l’occhio tanto chiaro” (si rivolsero verso la luce eterna, nella quale non si deve credere che possa penetrare l’occhio di alcuna creatura così chiaramente come fanno i suoi). L’inizio del canto coincide con l’inizio della preghiera che san Bernardo rivolge a Maria in favore di Dante; in pochi versi, è già pienamente espressa l’assurdità che il Natale propone: Maria è apostrofata come Vergine Madre, figlia del proprio figlio e come colei in virtù della quale il creatore non disprezzò di farsi creatura. Come può una madre essere vergine, e inoltre figlia del proprio figlio? Eppure i pastori, anch’essi “presi da grande spavento”
nalisti, né riflettori ma solo: stupore. D'altronde in medicina lo “stupore” è la conseguenza dell'abbagliamento, causato da una fonte luminosa molto intensa. L'anima che si avvicina a Dio vive una situazione analoga e in questo prova la massima gioia. Ecco perché i giornalisti ed i curiosi, davanti alla grotta della natività, non ne coglierebbero se non gli aspetti esteriori, quelli meno importanti ed ecco perché proprio un bambino come il pastorello dormiente, “Benino”, è colui che, più di tutti gli altri, si avvicina al mistero della notte di Natale. Collocato sulla parte più alta del presepe, Benino rappresenta il viaggio che devono compiere la nostra anima e la nostra mente per raggiungere la comprensione della natività. Trasferendosi dalle montagne all'ingresso della grotta, Benino si trasforma nel Pastore della Meraviglia, dello stupore, colui che, accecato dalla rivelazione, non trova parole per esprimerla. L'annuncio, così, diventa tutto interiore e fa volentieri a meno delle telecamere e degli effetti speciali. Cercando tra i grandi saggi della filosofia, della scienza e della teologia ho trovato parole di profonda verità che ci aprono al sentimento che meglio ci avvicina al mistero del Natale, lo stupore... Don Luigi Giussani dice che “lo stupore, la meraviglia (…) è all'origine del risveglio dell'umana coscienza” e, citando le parole di A. J. Heschel, rab-
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bino e filosofo polacco, aggiunge: “L’assoluto stupore è per l’intelligenza della realtà di Dio ciò che la chiarezza e la distinzione sono per la comprensione delle idee matematiche. Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime”. Per Cesare Pavese “lo stupore è la molla di ogni scoperta”. A questi grandi personaggi vanno aggiunti altri due nomi: S. Alfonso de' Liguori e San Francesco d'Assisi. Il primo conosciuto da tutti per il suo inno a Gesù che nasce, “Tu scendi dalle stelle”. Non avrebbe mai potuto scrivere quelle parole se non fosse stato pervaso dallo stupore. Lasciandosi catturare dalla luce proveniente dalla grotta di Betlemme, da quelle povere fasce che avvolgevano il “Bambino divino”, dalla mangiatoia in cui dormiva sereno, dalla tenerezza infinita di Maria sua madre, dalla presenza umile e protettiva di Giuseppe, egli ha sublimato per sempre il “quadro” dell'Amore di Dio per l'uomo. Il secondo, il povero più ricco del mondo, colmo della luce abbagliante di Dio, raggiante di “perfetta letizia”, ubriaco d'amore per il “Creato”, è colui che ha fatto dello stupore la ragione stessa della sua vita, una forma di stupore così elevata da farlo trasformare nell'incarnazione stessa di Gesù. E noi? Quale sarà il nostro Natale, quello delle telecamere o quello dello stupore?... Vincenzo Fiorenza
(Lc 2,9) all’apparire dell’angelo che annunciava loro la nascita di un salvatore, si recarono a Betlemme e “trovarono Maria, Giuseppe e il bambino” (Lc 2,16); così i Magi venuti dall’oriente “videro il bambino con Maria sua madre e si prostrarono davanti a lui in adorazione” (Mt 2,11): gli uni e gli altri, pur non potendo comprendere a fondo ciò che si presentava loro innanzi, umilmente si fermarono a contemplarlo. Come Maria presenta il bambino ai pastori e ai Magi, così esaudisce anche la preghiera di san Bernardo e Dante volge lo sguardo verso Dio: “giunsi l’aspetto mio col valore infinito” (congiunsi il mio sguardo con l’infinita essenza divina). Ma questo guardare direttamente nel cuore della divina essenza è impresa ardua, della cui ricchezza una ben misera parte può essere trattenuta dalla memoria, e una parte ancor più misera espressa dal linguaggio; tuttavia la vista di Dante diventa più forte e riesce a scorgere qualcosa che prima non coglieva: “Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza; e l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso, e ’l terzo parea foco che quinci e quindi igualmente si spiri” (nella profonda e luminosa essenza dell’alta luce mi apparvero tre cerchi ruotanti, di tre colori diversi ma di una sola dimensione; e il secondo sembrava generato dal primo, come un arcobaleno da un altro, e il terzo sembrava un fuoco che spirasse in misura uguale dall’uno e dall’altro). Addentrandosi nella verità di Dio, il poeta riesce a cogliere il suo essere Trinità di una sola sostanza: così dei cerchi di colori differenti ma di medesima dimensione, ossia delle tre Persone, il Figlio è generato dal Padre e lo Spirito Santo, il fuoco, è l’amore che procede dall’uno e dall’altro. A questa visione, che già trascende la comprensione umana, si aggiunge però dell’altro. La vista e la mente dell’uomo compiono un estremo ed ultimo passo: “Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso […] dentro da sé, del suo colore
stesso, mi parve pinta de la nostra effige” (all’interno di quel cerchio che in te appariva generato dal primo, come luce riflessa, mi apparve dipinta la nostra figura umana col medesimo colore del cerchio). Nel cerchio del Figlio Dante scorge una figura umana, ma dello stesso colore del cerchio, cosicché risulta impossibile alla vista dividere la divinità dall’umanità: è il mistero dell’unità delle nature, è il mistero dell’Incarnazione, è il mistero del Natale. Dante resta stupito da ciò che vede e, non comprendendo la possibilità di tale mistero, ne cerca il significato; è l’aiuto della grazia divina che ora si rivela necessario: “veder voleva come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova; ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne” (volevo vedere come l’immagine si adattasse al cerchio e come si collocasse al suo interno; ma le mie forze non erano sufficienti: senonché la mia mente fu investita da un’illuminazione grazie alla quale il suo desiderio fu esaudito). “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2,29-30): le parole pronunciate da Simeone nel prendere Gesù tra le braccia suggeriscono come vedere Dio incarnato sia per lui momento che dona senso a un’intera esistenza. Anche per Dante aver contemplato il mistero di Dio che si fa uomo è soddisfazione perfetta del desiderio e della volontà: “A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle” (alla mia capacità immaginativa, che si era elevata tanto in alto, a questo punto venne meno la forza; ma Dio, l’amore che muove il sole e le altre stelle, già muoveva il mio desiderio di conoscenza e la mia volontà come una ruota che gira con moto uniforme). Lo stesso dovrebbe accadere a ogni cristiano, ogni Natale, nel riconoscere la magnificenza divina nel volto di un bambino. Alfonso Quartucci
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“ESISTO PER STUPIRMI”
Forse un mattino andando in un'aria di vetro Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. [E. Montale, Ossi di seppia, 1925] Immaginate un uomo solitario camminare per un viale alberato, immerso nei profumi della natura, in un' aria frizzante e limpida, poi un presentimento, qualcosa lo fa voltare e all'improvviso ha una terribile rivelazione: “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”. E' un attimo perché il mondo riappare, “come s'uno schermo” ed ecco spuntare un albero qua, una collina di là e la realtà pian piano si ridisegna come se nulla fosse accaduto. Ma è troppo tardi perché quell'uomo ormai sa, è consapevole, ha un segreto che non può rivelare a coloro che non si voltano e, zitto, continua la sua stra-
da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno
Ossi di seppia Di Eugenio Montale Editore Mondadori Collana Oscar Poesia Del Novecento Data uscita 10/11/2003 Pagine CXXIII-268, brossura
da. Questo componimento di Montale è spaventoso, inquietante, oserei dire sconvolgente, poiché ci mostra una realtà vuota, una televisione spenta, e tanti uomini accoccolati in comode poltrone a fare zapping, come inebetiti, incapaci di guardarsi intorno, voltarsi. A questo punto immagino che vi stiate chiedendo come mai, in un giorno di festa come il Natale, si possa parlare di un argomento così terribile. Non bastano già tutte le disgrazie propinate dal TG? La risposta è semplice: è proprio in giorni come questi che noi possiamo iniziare a voltarci, a guardarci intorno con rinnovato stupore, a
spalancare gli occhi per scrutare il mondo e le sue pieghe con nuova consapevolezza; ma guardandovi intorno oggi non sarete come quell'uomo solo che trova il vuoto alle sue spalle, voi troverete volti, sguardi luminosi e festosi, sarete in casa con le vostre famiglie, o per strada immersi in un flusso di sconosciuti, in Chiesa o nel supermercato, poco importa perché ovunque voi sarete ormai avrete imparato a voltarvi, a guardare oltre, aprire le braccia verso il mondo perché, qualunque cosa noi ne pensiamo, esso è stupefacente. Elena Fiorenza
DA CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA Vivo queste ore in ansia e con la paura della sofferenza; mi affido al Buon Gesù e al Cuore della Mamma Immacolata che non fa mancare la Sua voce materna che solo parla di amore e di coraggio. Maria è la madre che ripete anche a noi, e ad ognuno di noi, figli del nostro tempo: “non temete, non abbiate paura, Gesù ha vinto il male, ha sconfitto la morte”. Quanto abbiamo bisogno di questa notizia! Ogni giorno giornali, televisione, radio, raccontano un male ripetuto, amplificato, abituandoci a cose orribili, facendoci diventare quasi insensibili e drogandoci di negativo. Il cuore si indurisce e i pensieri diventano cupi. Maria con la Sua voce materna ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia e ci aiuta a riscoprire il valore e la dignità della persona. Ella ci invita a guardare i fratelli con gli occhi del Suo Figlio, con gli occhi della misericordia e dell'amore, soprattutto verso quanti soffrono, quanti sono soli e quanti sono disprezzati e sfruttati.
settemiglia
Ella invita noi ammalati a riscoprire la dignità della vita e la sua pienezza anche nella sofferenza. Quando il buio offusca il nostro cammino e le tenebre sembrano stringerci nelle catene della morte, Ella sorge più bella dell'aurora e ci indica la via dell'amore, una via disseminata dalle croci ma non priva del Suo abbraccio materno. Allora con Lei tutto diventa più facile e salire sulla croce diventa più semplice anche quando i chiodi trafiggono le nostre carni e sembrano spingerci lontano da Dio. Allora non resta che affidarci a Lei e consegnarci completamente tra le Sue braccia certi che non mancherà di accompagnarci a Gesù. Gridiamo con Padre Pio "Dolce Mammina abbracciami, stringimi e fammi sentire le mani di Gesù e di Gesù Crocifisso". Amico mio con questi desideri nel cuore ti saluto affettuosamente e ti chiedo di pregare e di far pregare sempre per me e per tutti i fratelli di Casa Sollievo. A presto! Silvio
settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno
Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile: MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione: DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione: VINCENZO FIORENZA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA E-Mail ed Info: redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it
Periodico Mensile Anno I - N°2 Speciale Natale 2010 Mail ed Info: redazione@settemiglia.it www.settemiglia.it
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
IL SUO VOLTO, I NOSTRI VOLTI, LO STUPORE Con lo sguardo fisso su Gesù Cristo è presente ogni volta che si verifica un vero incontro, ogni volta che un po’ d’amore si manifesta, ogni volta che la giustizia o la verità sono servite con disinteresse, ogni volta che la bellezza incanta il cuore umano. Atenagora, patriarca ortodosso 1876-1972 Non è uno studioso dell’arte che sta guardando questa incisione; è piuttosto lo sguardo pieno di stupore di chi vuol tentare anche questa strada per parlare del Mistero dell’Incarnazione. La scena presenta l’adorazione dei Magi, impostata secondo i canoni classici, ridotta agli elementi essenziali ma non priva di qualche particolare come la sagoma del cammello, sullo sfondo a destra, e le imponenti rovine dietro la figura della Vergine. Il Bambino è raffigurato in atteggiamento solenne e maestoso, in atto di benedire gli astanti; egli è nudo per indicare la perfezione del suo essere pienamente uomo. Maria, che regge con la mano destra il libro della parola, gli sostiene il braccio, ad indicare il concorso e la responsabilità dell’uomo nel disegno della redenzione. La figura di Giuseppe, alle spalle di Maria, è qui proposta, come al solito, in disparte, come un vecchio dalla lunga barba bianca, mentre osserva la scena con espressione assorta. È questo il quadro in cui si colloca il “Volto” di Cristo: quello di una famiglia umana, con i rapporti e i vincoli di reciproco affetto che pongono ciascun membro in relazione agli altri. Il voler rappresentare il volto del Redentore è l’immediata conseguenza dell’ evento dell’Incarnazione. È un voler perpetuare con i mezzi della pittura della scultura e della stampa il più grande miracolo che il mondo abbia mai conosciuto: Dio si è fatto come noi.
Adorazione dei Magi CARLO MARATTA Camerino 1625 – Roma 1713 Acquaforte, cm 20,7x13,8
La contemplazione di questo Volto non solo svela il vero volto di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ma ci dice anche quanto di comune ci può essere tra la creatura e il suo Creatore. La contemplazione del “volto” di Dio ci rivela, infatti, la nostra vera identità, redenta dalla morte, inondata di luce. C’è difatti qualcosa di noi in quel volto, quella pienezza di essere che noi non siamo, che appaga ogni nostra inquietudine. Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Gesù Cristo – scriveva Pascal – ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Gesù Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Gesù Cristo. All’infuori di Gesù Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte, né che cos’è Dio né che co-
sa siamo noi stessi. Dobbiamo tornare alla scuola di Betlemme. Contemplando il piccolo Bambino, la fragile e umanissima apparizione di Dio nella nostra storia, dobbiamo imparare che cosa significhi essere uomini: significa essere gli “amati”, i “prescelti”, i “benedetti”, quelli ai quali è stato dato “il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). A Betlemme dobbiamo imparare che ogni uomo va trattato da Dio, poiché il Figlio di Dio ha voluto essere e farsi trattare da uomo. Là dobbiamo imparare che Dio è venuto a condividere la vita dell’uomo perché l’uomo diventasse “partecipe della natura divina” (cfr 2Pt 1,4). Ma a Betlemme abbiamo imparato pure che l’uomo deve essere tanto più amato, rispettato e onorato quanto più è debole, sofferente e indifeso. Dobbiamo lasciarci, però, guidare da Maria, perché noi non conosciamo la strada. Lei ci chiederà di inginocchiarci come i magi davanti al suo piccolo e, nella serenità, ci permetterà di guardare le cose e gli altri con uno sguardo nuovo, tranquillo, meravigliato, stupito. Ci permetterà di vedere che Dio, il Dio nato a Betlemme, non vuole toglierci niente, ma renderci perfettamente felici nella sua luce. E così, nella consapevole ammirazione dell’umanità del Figlio di Dio, l’appuntamento tra noi e Dio, tra il suo volto e i nostri, giungerà finalmente a compimento. Natale è accaduto duemila anni fa ma la nostra generosità e l’apertura del nostro cuore permette a Dio di nascere ogni giorno. Natale accade ora qui, ogni volta che un volto si illumina, accolto da noi, mostrando un tratto nuovo del volto di Dio che si svela a noi. Auguri! vostro don Peppino