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Il ragazzo delle favelas Due ragazzi, due vite a confronto. La povertà nel mondo

Vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato molti libri di narrativa per ragazzi e per lettori adulti, testi teatrali e musicali con i quali ha vinto diversi premi letterari nazionali. I suoi libri affrontano spesso temi educativi e sociali rivolti anche agli adolescenti e sono adottati nelle scuole. Da anni collabora come autrice con il Gruppo Editoriale Raffaello.

Attraverso un romanzo a tratti spassoso, a tratti realistico e a tratti molto toccante, l’autrice riesce a far riflettere i lettori sul tema della povertà nel mondo, evidenziando aspetti sociali di enorme importanza.

BN IS

Il ragazzo delle favelas Due ragazzi, due vite a confronto. La povertà nel mondo

Due ragazzi, due vite a confronto. La povertà nel mondo

Completano la lettura: Approfondimenti finali

Schede interattive su www.raffaellodigitale.it I S B N 978-88-472-2473-5

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Annalisa Molaschi

 ascicolo di comprensione F del testo

Online: approfondimenti e schede didattiche www.raffaellodigitale.it Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

Il ragazzo delle favelas

Annalisa Molaschi

Valentina, una ragazzina di tredici anni, ha un difficile rapporto con il suo corpo, è insoddisfatta delle amiche e vive tensioni quotidiane con la mamma, sempre impegnata nella sua professione di giornalista. Le inquietudini si fanno per lei ancora più profonde quando incontra Manuel, un ragazzo cresciuto nella povertà e nella violenza delle favelas di Rio de Janeiro. I destini dei due ragazzi si intrecciano inaspettatamente, evidenziando le contraddizioni e le ingiustizie dei loro rispettivi mondi. In un rischioso viaggio in Brasile, tra degrado e miserie inimmaginabili, è possibile ritrovare se stessi? È possibile colmare il senso di vuoto e di abbandono?

Annalisa Molaschi

Annalisa Molaschi

€ 8,30

9

788847 224735


Collana di narrativa per ragazzi


Editor: Paola Valente Redazione: Emanuele Ramini Impaginazione: AtosCrea Disegno di copertina: Elena Mellano Approfondimenti: Annalisa Molaschi e Paola Valente Schede didattiche: redazione Raffaello Ufficio stampa: Salvatore Passaretta

Ia Edizione 2016 Ristampa

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2023 2022 2021 2020 2019 2018 2017

Tutti i diritti sono riservati © 2016

e-mail: info@ilmulinoavento.it http://www.grupporaffaello.it Printed in Italy

È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di ­questo libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright.


Annalisa Molaschi

IL ragazzo delle favelas

Illustrazione di copertina

Elena Mellano


Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia. Nelson Mandela


Capitolo

1

Valentina

“O

dio mangiare con la stessa forchetta il primo e il secondo piatto. Odio la mozzarella troppo filante sulla pizza. Non mi piacciono le bistecche alte e spesse e il grasso sul prosciutto. Odio anche l’odore del formaggio, le verdure, la pasta corta e liscia e il purè troppo denso. Detesto le caramelle alla menta e mi disgustano tutte le cose appiccicose. Odio il colore marrone e non sopporto quando una ciocca di capelli sfugge via dalle mie trecce perfette”.

Il grande armadio della mia camera era pieno di vestiti ordinati per colore. Aprii un’anta a caso e una serie di abiti e di magliette, dal rosa pallido al fucsia più intenso, attendeva la mia scelta. La mia Barbie aveva un guardaroba più piccolo ma identico a questo. Era solo in un’altra stanza, nella stanza dei giochi, quella stanza che mi ostinavo a tenere e conservare come se non volessi ancora allontanarmi totalmente dalla mia infanzia. Questo, però, non significava che io mi sentissi ancora una bambina, anzi… ero assolutamente convinta di poter valutare e giudicare ogni cosa quanto una persona adulta. Il fatto di non essere ancora in grado di risolvere tutti i problemi che mi si presentavano non contava più di tanto perché avevo i miei metodi, se non proprio per risolverli, almeno per arginarli. 5


Capitolo 1

Osservai la mia bambola mentre stava seduta elegantemente sulla sua macchina decappottabile azzurro chiaro: i capelli biondissimi sciolti sulle spalle, una mano sul volante e l’altro braccio teso in alto in un gesto di saluto. Rappresentava un modo di essere felici e soddisfatti della propria vita. Come non mi sentivo io. Sì, in apparenza sembrava avessi tutto, ma provavo un senso di vuoto, come una mancanza. È come quando si esce di casa e si ha la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Il pensiero di aver scordato una cosa importante ti fa arrabbiare e preoccupare, così vivi la giornata come puoi, ma sempre con quel tarlo che ti tormenta la mente, con quell’inquietudine che non ti abbandona mai. Quella che provavo io di continuo. Era meglio che non mi perdessi in queste riflessioni ora: dovevo ancora vestirmi ed era già tardi. Il tempo sembrava incerto e a scuola sarebbe stata la solita noia. Preparai velocemente lo zaino che si intonava di più al vestito che avevo indossato. Vi buttai dentro i libri e i quaderni alla rinfusa. Ero pronta. – Mammaaaa… – gridai a gran voce uscendo dalla stanza per precipitarmi giù dalle scale che portavano in cucina. Inciampai in Dea, la mia gatta persiana. Per poco non cademmo. Non so come, riuscii ad aggrapparmi alla ringhiera evitando di rotolare giù per i gradini. Dea non avrebbe mai rinunciato alla mia colazione allungata di nascosto sotto il tavolo. La mattina, infatti, non mangiavo quasi mai. Tutti pensavano che fosse colpa del mio metabolismo se non ingrassavo di un grammo. Sarebbe bastato invece dare un’occhiata alla mia gatta per capire chi si mangiava buona parte dei miei pranzi e delle mie merende. 6


Valentina

Mia madre mi venne incontro spettinata e ancora assonnata. Aveva una pila di fogli in mano e tre o quattro tra pennarelli e biro attaccati ai risvolti della vestaglia di seta color pesca, la cintura allentata le penzolava su un fianco. Probabilmente era stata sveglia tutta la notte per finire il suo articolo. La mamma faceva la giornalista: scoprire, analizzare e scrivere notizie e reportage era la sua vita… oltre a me. Iniziò a scorrere freneticamente tra le dita gli angoli dei primi fogli. – Mamma! – la chiamai. Mi guardò stralunata, ero sicura che avesse ancora nella testa le ultime parole del suo scritto. Spesso le succedeva di avere dei problemi con il finale. – Mamma, è tardissimo! – Oddio, non mi ha stampato tutto un intero pezzo! – esclamò. Mi innervosii. – La stampante nuova… Non me l’ha proprio stampato. Mi guardò supplichevole, quasi piangendo. Io non mi intenerii affatto, avevo assistito a quella scena migliaia e migliaia di volte e, davvero, non ne potevo più. Anche quella mattina sarei arrivata in ritardo. La osservai andare verso il suo studio, i lembi della cintura, ormai definitivamente slacciata, le svolazzavano ai lati come piccole ali. “Questa volta le costerà molto di più che un paio di vestiti, qualche accessorio firmato o nuovi prodotti per il trucco” pensai vendicativa. Avevo già in mente qualcosa di veramente molto, ma molto costoso. – Faccio in un attimo tesoro! – mi gridò affannata dalla porta. 7


Capitolo 1

La sentii sbuffare e imprecare sottovoce, allora mi lasciai cadere su una sedia vicino al tavolo e iniziai a passare a Dea la mia colazione.

8


Capitolo

2

Certe giornate insopportabili

Q

uasi tutti gli insegnanti della scuola privata che frequentavo si erano ormai abituati ai miei ritardi cronici. Il vero problema erano le battutine e i commenti dei miei compagni durante il tragitto che dovevo fare per andare al mio posto, nel terzo banco. Allora, prima di entrare in classe, facevo un bel respiro, volgevo un’occhiata alle mie trecce nella porta a vetri ed entravo a testa alta. Anche quel giorno, ventidue facce si voltarono all’unisono verso di me. – Abbiamo battuto tutti i record di ritardo, questa mattina! – mi apostrofò con una smorfia sprezzante Suor Elsa, l’insegnante di inglese. Non risposi, ma la guardai fissando il crocifisso di legno scuro che le dondolava al collo mentre, impettita e con passi misurati, arrivavo al mio banco. Scosse il capo e riprese a scrivere sulla lavagna. Appena seduta, mi voltai indietro per smorzare definitivamente alcune risatine. – Non potevi metterti qualche fiocchetto in meno? – mi sussurrò Isabella, la mia compagna di banco. Le risposi con un’occhiata indispettita e mi sistemai lentamente, con finta noncuranza, a uno a uno, i nastrini che legavano le mie trecce. Iniziai a seguire controvoglia la lezione. Ero insofferente e concentrata solo su come farla pagare a quei due mocciosi 9


Capitolo 2

dietro di me che continuavano a ridacchiare e a prendermi in giro. Finalmente suonò il cambio dell’ora. Il gruppetto delle mie amiche si zittì non appena arrivai vicino a loro. Capii dalla fretta con cui cambiarono discorso che avevano appena finito di parlare di me e non certo in senso positivo. Probabilmente criticavano il mio modo, secondo loro un po’ strano, di vestirmi e pettinarmi. Se non si era abbigliate secondo i canoni dettati da alcune di loro, il che significava essere vestite tutte in modo simile, si subiva un sicuro sguardo di disapprovazione. Non mi importava. O forse mi importava anche troppo, ma cercai, per quanto mi fosse possibile, di non farci caso. Almeno in quel momento. Una compagna ci mostrò l’ennesimo gioiello che le avevano regalato, un ciondolo pieno di brillantini che abbagliava al primo sguardo. Anch’io avrei voluto avere qualcosa di nuovo, una cosa costosa qualsiasi che mi avrebbe rivalutata ai loro occhi. Guardai l’orologio sopra la porta e sbuffai annoiata dando un’occhiata in giro. Le loro chiacchiere mi infastidivano, ero appena arrivata e già non vedevo l’ora di andarmene, la giornata che avevo davanti era ancora così lunga. Quando arrivò la professoressa di matematica, Isabella tirò fuori dallo zaino i biglietti di invito alla sua festa di compleanno. Poi, facendomi l’occhiolino, mi disse: – Distribuiamoli lentamente, così perdiamo un altro quarto d’ora. Le sorrisi complice, anche se nemmeno l’idea della sua festa ebbe il potere di cambiare il mio pessimo umore. Non so come, ma riuscii a sopportare tutte e otto le interminabili ore di lezione. Quindi, finalmente suonò la campanella. 10


Certe giornate insopportabili

Uscii dal portone e scesi le scale della scuola incurante della solita confusione dei miei compagni, che correvano svolazzanti e rumorosi come uno sciame di api. Sulla strada, piena di genitori in attesa, mi guardai intorno, qualcuno mi spinse inavvertitamente. Mi alzai sulle punte per cercare l’automobile di mia madre ma mi accorsi che non c’era ancora. Mi fermai per un attimo in quel viavai di persone che mi passavano accanto, quindi tornai indietro per andare a sedermi, sola, su un gradino. La via e il marciapiede si stavano svuotando. Ero tentata di risalire gli scalini della scuola ma abbandonai l’idea: non volevo sentire le solite prediche delle suore che si lamentavano dei continui ritardi di mia madre. Presi dallo zaino lo specchietto che portavo sempre con me e vi osservai riflesso il mio viso corrucciato. I miei occhi, grandi e scuri, si accorsero in un lampo dei fiocchi delle mie trecce: così ben dritti e vispi stamattina, ora pendevano all’ingiù delusi e stanchi proprio come me. Il rumore di un’automobile mi fece sollevare di scatto la testa ma era un falso allarme: mia madre non era ancora arrivata. Rimisi a posto lo specchio e cominciai a rosicchiarmi le unghie. “Le quattro e mezzo! Ma dov’è finita questa volta?” Un piccione mi sfiorò quasi i piedi. Ci guardammo fissi negli occhi, poi distesi la gamba e in un attimo volò dall’altra parte della via, ignorandomi. Avevo caldo in quella giornata di inizio maggio, il sole era ancora alto e la maglietta mi si stava appiccicando addosso sempre più stropicciata. Mi veniva da piangere e mi sforzai di non farlo. All’improvviso, con una brusca frenata, l’auto della mamma comparve di fianco al marciapiede. Lei scese affannata con un’espressione agitata e dispiaciuta sul volto. Quando mi vide, si diresse verso di me traballando sui suoi tacchi alti. 11


Capitolo 2

Avrei voluto urlarle la mia irritazione ma mi trattenni all’idea di qualche paio di occhi curiosi che magari sbirciavano dalle finestre sopra di noi. – Valentina, scusa tesoro, mi hanno bloccato a una riunione… – disse, ancora con il fiatone. – Ti prometto che non succederà più! – si giustificò sedendosi esausta di fianco a me. Alzai gli occhi in silenzio, squadrandola con rabbia. Sapevamo tutte e due che non poteva mantenere promesse di questo genere. – È più di mezz’ora che ti aspetto! – sbottai infuriata per la collera trattenuta. – Dieci minuti, forse quindici… – ribatté precisa avvicinandosi per abbracciarmi e baciarmi. Mi scostai indispettita. – Sono davvero stanca! – urlai. – Amore… hai ragione, ma… oggi proprio non potevo perché dovevo … – Avevi detto che avresti potuto continuare a scrivere i tuoi articoli da casa, che ti era sufficiente un computer per collegarti con il mondo intero! Sì, il mondo intero… Ma se non riesci a collegarti nemmeno con tua figlia! Le gettavo parole addosso, sapendo di ferirla. Mia madre abbassò le braccia sconsolata, io mi alzai e mi diressi a passi svelti verso la macchina. Mi ci infilai dentro sbattendo forte la portiera. Lei mi raggiunse dopo pochi secondi. Quando si sedette di fianco a me, avvertii il tintinnio delle sue collane e dei suoi bracciali, ma continuai a tenere la testa rigidamente voltata verso il finestrino senza guardarla.

12


Capitolo

3

Due realtà a confronto

E

ntrai in casa gettando di proposito lo zaino sul pavimento lucido dell’ingresso. Sapevo che questo gesto la infastidiva, così distruggevo l’ordine a cui lei teneva tanto. Andai in cucina per bere e, sul tavolo, notai i miei dolci preferiti. Mi scappò una smorfia di insofferenza: era il suo solito modo per farsi perdonare. Ignorai ogni cosa e mi diressi in giardino a cercare la mia gatta, mentre mia madre parlava al telefono. Il giardiniere mi fece un cenno di saluto da lontano sventolando il suo cappello, poi riprese a potare la siepe. Raggiunsi il dondolo sotto il portico e mi sedetti, facendo spaventare Dea che dormiva tranquillamente tutta raggomitolata. Quando si accorse che ero io, si stirò e mi venne in braccio, adagiandosi sulle mie gambe per ricominciare a dormicchiare. Incominciai ad accarezzarla e subito iniziò a fare le fusa e ad assecondare con la testa i movimenti lenti delle mie mani. Mi tolsi le scarpe e le gettai poco distanti da me, persa nei miei pensieri. Era un’ennesima giornata monotona e insignificante, dovevo studiare e fare i compiti ma non ne avevo alcuna voglia. Pensavo a mio padre e alla sua nuova famiglia inglese, così lontana. Con un moto di insofferenza immaginai il momento in cui sarei stata costretta a conoscere la mia nuova piccola sorellastra. C’erano anche gli esami, gli esami di terza media, e poi le scuole superiori… Dovevo proprio mettermi a studiare. 13


Capitolo 3

Dea alzò la testa di scatto, come se il rumore dei miei pensieri agitati l’avesse disturbata. Non potevo non invidiare la sua vita serena e tranquilla. Mia madre mi raggiunse a piedi nudi e mi offrì un bicchiere di succo di frutta, quindi armeggiò con il telefonino per mostrarmi chiaramente che lo stava spegnendo. Mi infastidì questa sua plateale dimostrazione che significava “mi voglio dedicare solo a te”. Continuai a sorseggiare il mio succo guardando in avanti, tesa come ero nello sforzo di non rivolgerle la parola. Per qualche istante si sentirono solo le fusa di Dea e il cigolio leggero del dondolo. – Sai, sto lavorando a un articolo che mi sta impegnando molto – spiegò improvvisamente. – Sto facendo delle ricerche e mi sto documentando sul Brasile, cioè sui bambini dei quartieri degradati del Brasile. Non immagini come vivono … Silenzio. – Vorrei mostrarti un video, l’ho guardato solo per metà perché era già così tardi e dovevo… – sospirò in evidente difficoltà – … adesso mi piacerebbe continuare a vederlo con te. Ad un tratto si zittì delusa. Di solito parlava con scioltezza ma quando aveva a che fare con me era insicura. Sentiva che la giudicavo e che il mio giudizio non era mai positivo. C’erano aspettative e bisogni da parte mia che avrei voluto sapesse soddisfare. Di nuovo non aprii bocca e rimasi immobile. Mia madre allora si alzò senza aggiungere altro, mi fece una carezza sulla testa e rientrò in casa. Girai gli occhi: appoggiato accanto a me era comparso un dvd dalla custodia scura. Incerta lo aprii. Me lo girai tra le mani. Aspettai qualche minuto, guardando nel vuoto 14


Il ragazzo delle favelas Due ragazzi, due vite a confronto. La povertà nel mondo

Vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato molti libri di narrativa per ragazzi e per lettori adulti, testi teatrali e musicali con i quali ha vinto diversi premi letterari nazionali. I suoi libri affrontano spesso temi educativi e sociali rivolti anche agli adolescenti e sono adottati nelle scuole. Da anni collabora come autrice con il Gruppo Editoriale Raffaello.

Attraverso un romanzo a tratti spassoso, a tratti realistico e a tratti molto toccante, l’autrice riesce a far riflettere i lettori sul tema della povertà nel mondo, evidenziando aspetti sociali di enorme importanza.

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Due ragazzi, due vite a confronto. La povertà nel mondo

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Annalisa Molaschi

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Il ragazzo delle favelas

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Valentina, una ragazzina di tredici anni, ha un difficile rapporto con il suo corpo, è insoddisfatta delle amiche e vive tensioni quotidiane con la mamma, sempre impegnata nella sua professione di giornalista. Le inquietudini si fanno per lei ancora più profonde quando incontra Manuel, un ragazzo cresciuto nella povertà e nella violenza delle favelas di Rio de Janeiro. I destini dei due ragazzi si intrecciano inaspettatamente, evidenziando le contraddizioni e le ingiustizie dei loro rispettivi mondi. In un rischioso viaggio in Brasile, tra degrado e miserie inimmaginabili, è possibile ritrovare se stessi? È possibile colmare il senso di vuoto e di abbandono?

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Il ragazzo delle favelas - Estratto  

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