Urbe Magazine N3 - 2022

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URBES Magazine N° 3 - 2022


Direttore Responsabile Federico Serra Mario Pappagallo Direttore Editoriale Cris�ano Cimarelli Andrea Lenzi

SPECIALE

SCIENCE

Segretaria di Redazione, Editore Francesca Policastro Edizioni Universo Editoriale

Ferdinando Corsi Raffaele Staccioli Crea�va Group Conta� www.urbesmagazine.it urbes2000@libero.it

Segretaria di Redazione Francesca Policastro Editorial Board Alessandro Cosimi Stefano da Empoli Maria Luisa Di Pietro Furio Honsell Antonio Gaudioso Roberto Pella Walter Ricciardi Paolo Signorelli Chiara Spinato Ketty Vaccaro Stefano Vella

Rivista promossa da

Health, Wellbeing, Environment & Sport for Cities

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Magazine quadrimestrale ISBN 9788890963483


Editoriale Federico Serra

La copertina di questo numero di URBES è una fotografia di come ambiente, salute, biodiversità in molte parti del nostro Pianeta ormai si coniugano in maniera negativa e con effetti disastrosi. Nella discarica di Guwahati, in India, una uomo rovista tra i rifiuti, circondato da uno stormo di marabù asiatici. Questi enormi uccelli, alti circa un metro e mezzo e con un’apertura alare di due metri e mezzo, si nutrono di carogne, come gli avvoltoi, e sono attratti dalle discariche ma ormai convivono con gli esseri umani nel trovare risorse in queste enormi discariche. In questa foto si intersecano tanti temi attuali, che riguardano tutti noi, quali l’ambiente nel quale viviamo e lo smaltimento dei rifiuti, la gestione delle discariche pubbliche, la povertà e la privazione della dignità umana, la convivenza tra esseri umani e animali, la salute e la biodiversità. Spesso nei nostri contesti abitativi ci interroghiamo su come cinghiali o volpi “invadano il nostro territorio” senza chiederci come l’espansione demografica e urbanistica delle nostre città invece abbia invaso i loro habitat naturali. Città che sono cresciute senza chiedersi come far convivere la varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme e nei rispettivi ecosistemi. Questo si chiama biodiversità. La pandemia da COVID-19 aveva già posto l’attenzione su come malattie di origine infettiva e virale possano nascere dalla trasmissione tra animale ed essere umano. Lo Huanan Market di Wuhan è stato indicato come luogo nel quale tutto è iniziato. Pur non essendoci ancora una prova certa sull’animale che ha dato il via alla pandemia, tutte le analisi sino ad oggi condotte portano in un’unica direzione: Sars-Cov-2 è frutto di un salto di specie di cui il mercato centrale della metropoli cinese è stato l’amplificatore. Da migliaia di anni l’uomo, ciclicamente, è sottoposto all’attacco di virus provenienti dalle specie animali. Un fenomeno del tutto “naturale” - lo spillover, ovvero il salto di specie - che può però essere accelerato dal comportamento dell’uomo. Negli ultimi anni abbiamo infatti assistito a una successione sempre più incalzante di epidemie e pandemie: HIV, Ebola, Marburg, Nipah,

Sars, H5N1, H1N1, Mers e Zika sono solo alcuni esempi. Tutte queste malattie appartengono alla categoria delle zoonosi, infezioni dovute ad agenti patogeni che per loro natura vivono ben adattati in altre specie animali. Quando si verifica il salto di specie il sistema immunitario del nuovo ospite è del tutto sprovvisto di risposte e così si manifesta la malattia in tutta la sua forza. Tanti casi in un lasso di tempo molto ristretto. E questo genera la pandemia. Per affrontare concretamente il tema, il G20 aveva volutamente inserito il ruolo della biodiversità nell’approccio ONE HEALTH. Il One Health Approach, come forma di interdisciplinarietà, ha assunto un ruolo cruciale e si inserisce nell’ambito della prevenzione di future pandemie, ma ci porta anche a ripensare la salute globale, dove uomo, ambiente e regno animale fanno parte di un unico sistema. Il G20 dello scorso anno ci indicava la strada obbligatoria da percorrere, per essere in grado di invertire le tendenze a lungo termine quali la resistenza antimicrobica, i cambiamenti climatici, le pressioni sulla biodiversità, individuando e controllando all’origine ogni possibile insorgenza di nuovi agenti infettivi. ONE HEALTH deve diventare l’impegno per ridisegnare l’architettura globale della salute (per tutti) a cominciare dalle nostre città, che debbono essere ripensate anche come modelli di sostenibilità e di rispetto dei differenti ecosistemi.

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EDITORIALE, F. Serra in ricordo di Mario Pappagallo “CIAO MARIO, CIAO DOTTOR PAPS” contributi di F. Serra, A. Gaudioso, M. Musso, M.R. Montebelli

AGORÀ, A. Lenzi ZIBALDONE, F. Greenhouse IN PUNTA DI PENNA, F. Mazzeo CITIES SPEAKING, F. Greenhouse HEALTH CITY MANAGER ALUMNI, S. Carta RECENSIONI, F. Policastro TAKE AWAY PRESENTATO L'HCI REPORT, Redazione RIPARTE L'INTERGRUPPO PARLAMENTARE "Qualità di vita nelle città", F. Serra ROME GLOBAL MENTAL HEALTH SUMMIT , Redazione OBESITY SUMMIT 2022, Redazione C40 World Mayors Summit , C. Spinato VALENCIA ISUH CONFERENCE , L. Paglione e C. Spinato BERLIN EUPHA CONFERENCE, Redazione COP 27 SHARM EL-SHEIKH EGYPT, C. Spinato

HCI UPDATES L’INTERNATIONAL SOCIETY FOR URBAN HEALTH (ISUH) E HEALTH CITY INSTITUTE PARTNERPER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE NELLE CITTÀ

INTERVISTE 4

VERSO ROMA EXPO 2030: Matteo Gatto, Direttore Creativo del progetto, E. Selvi ASSEMBLEA NAZIONALE ANCI 2022: Veronica nicotra, SG ANCI, E. Selvi Lettera Aperta XXXIX ASSEMBLEA ANCI, Redazione PARMA CITTA DELLA SALUTE E DEL BENESSERE: Ettore Brianti, Assessore alle Politiche Sociali, C. Spinato HEALTH CITY MANAGEMENT A GENOVA: Luciano Grasso, HCM Città di Genova, C. Spinato


INDICE HEALTH COLUMNS Federsanità, T. Frittelli Cittadinanzattiva, F. Moccia Politecnico di Milano - Dipartimento ABC, S. Capolongo - A. Rebecchi Fondazione The Bridge, R. Iardino URBAN ECO MOBILITY TREND, F. Ascoli

FOCUS ON CITTÀ CITTÀ IN UE: PAMPLONA, F. Serra CITTÀ EXTRA UE: WESTON-SUPER-MARE, C. Spinato

FOCUS ON SPORT E CITTA FACTSHEET: LA PRATICA SPORTIVA IN ITALIA, Osservatorio Permanente sullo Sport SPORTCITY DAY 2022, F. Pagliara INCONTRI DI SPORT IN CITTÀ, P. Grosso

CITIES CHANGING DIABETES ROMA CCD ACTION PLAN, F. Serra News dalla Rete C14+, Redazione

INDAGINI E STUDI One Health: tra PNRR e nuovo Piano internazionale congiunto, E. Mazzoni PUBBLICITÀ E PREVENZIONE DELL’OBESITÀ, L.M. Donini

URBES AWARD 2022 LE CANDIDATURE, K. Vaccaro e Membri Giuria 2022

ARTICOLI RE-THINKING CITIES: Le visionarie sculture di Chad Knight L'addio di Piero Angela Lettera degli scienziati sul clima 2022, l'anno più caldo I continenti di plastica Fauna urbana Ricette per una città dei 15 minuti

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CIAO MARIO, CIAO DOTTOR PAPS La Redazione di URBES

Ciao Direttore, ci eravamo sentiti lunedì 18 luglio per dare l’ok di stampa al numero di luglio di URBES e come sempre eri stato prodigo di complimenti per tutta la redazione, anche nel trasmetterci l’orgoglio di un Direttore per una rivista che avevi contribuito a creare e a rendere importante. Grazie per tutti gli insegnamenti professionali che ci hai dato, per i consigli per migliorare i contenuti dei nostri articoli e per stimolarci a fare sempre il meglio.

tuo grande sapere professionale che hai saputo trasmetterci. La tua Redazione

Mario Pappagallo e quell’invito a non perdere il ricordo della mia storia di Antonio Gaudioso

L’ultimo tuo editoriale è un capolavoro di visione sulla salute e sulla sanità, un insegnamento e uno stimolo a chi istituzionalmente se ne occupa.

Quando iniziai oltre 25 anni fa ad occuparmi di partecipazione civica Mario era già un giornalista di riferimento per tutto ciò che aveva a che fare con la salute, uno dei più profondi conoscitori del Servizio Sanitario Nazionale.

Le tue interviste mai banali e scontate, i tuoi articoli scientifici pieni di “sapere” e in grado di farci vedere cosa ci fosse dietro uno studio, una ricerca, una pubblicazione, le riunioni di redazioni sempre garbate e stimolanti.

Dalle colonne del Corriere della Sera raccontava con acume, puntualità, competenza, spirito polemico mai banale tutto ciò che aveva a che fare con quello che da oltre quarant’anni è l’architrave dello stato sociale del nostro Paese.

Ciao Dottor Paps, come ti chiamavano i colleghi del Corriere della Sera, sempre generoso coi consigli medici, dati con la consapevolezza di chi aveva studiato medicina e percorso le strade del sapere scientifico.

Dopo un po’ di tempo in cui ci eravamo persi di vista ci siamo ritrovati e l’ho trovato con lo spirito di sempre che scriveva, intelligente e provocatorio, sulle colonne di URBES.

Per la redazione del Corriere della Sera eri “un divulgatore di cose mediche serio e preciso, e al tempo stesso una roccia del desk, il caposervizio che chiudeva le pagine di notte, che non si tirava mai indietro. Trent’anni di ribattute, di sigarette, di tensioni spente con quel sorriso ironico, con la sua calma inscalfibile”.

Ricordo i tanti bei momenti passati a chiacchierare di come contribuire a rendere il servizio sanitario “a misura delle persone”, partendo dalla salute nelle città, con i cari amici che “condividevamo” come Federico, Andrea, Roberto, Chiara, Ketty, Maurizio.

Lo stesso per noi di URBES. Ciao Mario, ci mancherai, ma ci accompagnerai sempre nella quotidianità del nostro lavoro per fare di URBES una rivista sempre più bella e completa come tu immaginavi dovesse essere, una rivista che aprisse il cuore dei sindaci nel costruire “città beni comuni”, una rivista che è stata e sempre sarà parte integrante del

Quando ho iniziato il mio impegno al Ministero della Salute mi mandasti un messaggio dicendo, più o meno, con il tuo spirito affettuosamente provocatorio, “non perdere il ricordo della tua storia”. Grazie, anche a nome del Ministero della Salute, per l’equilibrio e il rispetto con cui hai raccontato il servizio sanitario nazionale. Che la terra ti sia lieve, il cielo ti aspetta.

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Lettera a un amico di Michele Musso Caro Mario, ti scrivo. No, non per distrarmi. Ti scrivo perché ancora non riesco a convincermi che non sei più qui tra noi e che non leggerai queste righe. Lo so, ormai sono passati mesi da quando qualcosa ti ha portato via. Però non riesco a farmene una ragione, è come se fosse uno di quegli “intervalli” più o meno lunghi che hanno scandito i decenni trascorsi da quando ci siamo conosciuti. Era tanto tempo fa, ormai. Erano i primi anni del Servizio sanitario nazionale, una tra le più grandi conquiste civili del nostro Paese. Non per nulla nei primi anni Ottanta cominciasti a collaborare con il Movimento federativo democratico e il Tribunale per i diritti del malato che poi sarebbero diventati Cittadinanzattiva, mostrando subito la tua sensibilità ai temi della solidarietà e dell’equità sociale. Quella stessa sensibilità che negli anni a seguire ti portò a impegnarti anche nel Comitato di redazione del Corriere della sera e nel Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. In quei tempi, per la verità, non ci siamo frequentati molto: tu a Milano, io a Roma; tu a occuparti più spesso di salute e medicina, io di politica sanitaria e sindacati. Qualche congresso, qualche conferenza stampa erano le occasioni per rivederci. Però ti leggevo, prima sulle pagine del Corriere medico, poi del Corriere Salute e del Corsera. E poi ancora sui giornali con i quali collaboravi. Compresa Urbes, questa rivista che con la consueta professionalità e competenza hai diretto negli ultimi anni. Leggevo anche i tuoi libri, quelli scritti con Umberto Veronesi, con tuo fratello Marco e gli altri.

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In tutti, articoli e libri, c’era qualcosa non solo da conoscere ma anche da imparare. Tra le righe trovavo sempre quella curiosità che, insieme alla sensibilità e al rigore, mi hanno disegnato la tua figura. E che nel nostro mestiere è una caratteristica che non può mancare. Certo, da Milano arrivava anche qualche voce che ti attribuiva un carattere talvolta spigoloso, di quelli che “non te le manda a dire”; ma sempre, per quel che ne so, in maniera garbatamente ruvida. Poi, un giorno, anzi, una sera a cena ci trovammo a parlare di internet. Era già entrata a pieno regime nelle nostre vite e nel nostro lavoro. E ci stavamo raccontando le difficoltà che alla nostra professione stava creando. Ho sempre ritenuto, però, che la Rete fosse

un’opportunità per chi vuole fare il giornalista, a patto di farlo con serietà e rigore così da diventare punto di riferimento credibile e possibilmente autorevole nel caos del web. Come eri tu. Era un’idea che mi sembrasti condividere. Insieme alla inevitabile considerazione che “in internet c’è di tutto, il contrario di tutto e un sacco di robaccia”, soprattutto su argomenti come la salute, la medicina, la sanità e tutto ciò che vi gira attorno. Niente di particolarmente originale, per la verità: era un’idea che condividevamo con altri colleghi che di questi temi scrivevano on line già da tempo. Così, per farla breve, nei mesi che seguirono costituimmo insieme con altri un’associazione che aveva l’ambizione di diventare stimolo e sede di confronto sui temi dell’informazione medico-sanitaria, particolarmente in internet. Le demmo il nome di WHIN, acronimo di Web Health Information Network. Il primo corso che organizzammo fu, inevitabilmente, sull’informazione disintermediata. Si tenne all’Istituto superiore di sanità e a coordinarne gli interventi fosti proprio tu, Mario, con la tua riconosciuta competenza e acutezza di analisi. Fu anche grazie all’Associazione che intensificammo nuovamente i nostri rapporti, almeno fino a quando non arrivò SARS-CoV2. Con l’inizio della pandemia gli incontri giocoforza si diradarono, anche se continuavamo a sentirci per telefono e attraverso le piattaforme di comunicazione via internet. Un’altra tua caratteristica, però, era il riserbo che tenevi sulla tua salute. In redazione eri punto di riferimento per tutti coloro che avevano qualche problema più o meno rilevante di salute, per sé, per un amico o un parente; a te chiedevano consigli e indicazioni. Ma della tua salute non facevi notizia. Forse è anche per questo che un giorno di luglio di quest’anno, quando un collega mi telefonò chiedendomi se era vero ciò che stava cominciando a circolare sui social, non seppi rispondergli. Allora provai a telefonarti. Non mi rispondesti. La notizia era vera. Non potevo crederci e ancora adesso ho difficoltà a farlo. Continuo a pensare che ci troviamo in uno di quegli intervalli che trascorrevano tra una telefonata e un’altra, tra un incontro e quello successivo. Chissà, magari è davvero così.


Mario Pappagallo, un ricordo professional personale di Maria Rita Montebelli L’ultimo post di Mario su Facebook, dello scorso 19 luglio, parlava di ‘ondate’, quelle della variante omicron e del caldo africano. Un’analisi attenta, distillata in una sintesi di poche righe che fotografava senza sbavature e con lo stile del grande giornalista questa cronaca di un’estate problematica. Che non annunciava in alcun modo la cronaca della sua morte. Mario Pappagallo, il grande giornalista del Corriere della Sera, il figlio amorevole, il padre e nonno innamorato dei figli e del suo primo nipote, come lo ritraggono le foto profilo di Facebook, il fratello ammirato di Marco, luminare della terapia del dolore in terra americana, non c’è più. Si è spento come una stella cadente in piena estate, senza aspettare la notte di san Lorenzo. La notizia della sua morte è circolata in un attimo tra tutti i suoi amici e colleghi, in un tam tam silenzioso e sgomento. Perché nessuno era pronto a congedarsi da Mario, di certo non così presto, non in questo modo. Di lui mi restano un numero incredibile di ricordi, quasi tutti ambientati all’estero, perché con Mario ci sentivamo spesso, ma ci vedevamo soprattutto in occasione dei congressi di medicina internazionali. La sua ombra cammina ancora con me, nella China Town di San Francisco; poi eccoci di nuovo insieme, in attesa dell’ascensore che in un battibaleno, fatto di orecchie tappate e di occhi pieni di sorpresa, ci porterà alla Signature Lounge, al 96° piano del John Hancock Center. A mille piedi da terra, con la vista che spazia sopra la Chicago by night, anche l’aperitivo ha un’altra magia. E Mario adorava la magia in tutte le sue forme, anche quella ‘panoramica’. Ma non solo. Ricordo una sera a Stoccolma. Lo aspettavamo per cena, ma non arrivava mai. Poi eccolo spuntare dal buio di Gamla Stan con in mano un misterioso sacchetto nero dal quale comincia ad estrarre delle pietre runiche per ‘leggerci’ il futuro. Con l’aplomb di chi non ha mai fatto altro in vita sua e quella sua aria seriamente scanzonata. Ed eccoci di nuovo negli Usa, di sera, a fare il giro delle farmacie Walgreens e CVS in cerca uno spray all’acido ialuronico contro la secchezza delle mucose nasali, in vista del volo del giorno successivo. Un must have del quale nessuno di noi era al corrente. Lui sì. E ancora una foto che mi ritrae al suo fianco, per le strade di Gesusalemme, in occasione della visita ad un’azienda israeliana e un’altra a Copenhagen, insieme all’amico comune Federico Serra che ci aveva fatto appassionare entrambi alla diabetologia. Era una persona innamorata della vita Mario, anche se nella sua non sono mancati periodi difficili, che a volte riaffioravano fugaci, galleggiando malinconici nei suoi occhi, mentre sorseggiava il suo inevitabile bicchiere di vino

bianco o aspirava con avidità l’ennesima sigaretta, tanto agognata scendendo dall’aereo o fuori da un centro congressi. Animato da una curiosità intelligente, sempre discreta e rispettosa, Mario mi ha insegnato a guardare oltre la superficie delle cose e delle persone, per coglierne l’essenza che lui sapeva intercettare e intrappolare in una manciata di parole, come nessun altro. E guai a fingere con lui. Quella dei ‘furbi’ era l’unica categoria che Mario, di indole tollerante, proprio non riusciva a sopportare, sul posto di lavoro, come altrove. Sempre aperto alle novità e al cambiamento, negli ultimi anni, dopo essersi gradualmente congedato dalla carta stampata (per persone come lui, la pensione è solo un’ingiustizia verso i lettori), pur mantenendo qualche collaborazione sui quotidiani e la direzione di Urbes, si era gettato nel mondo del web e dei social, diventando in breve una star di Twitter & co. Non senza qualche incidente di percorso. Come quella volta che ad un congresso internazionale, complici le complesse alchimie del fuso orario e la stanchezza dell’orologio biologico, aveva cinguettato anzitempo una breaking news, rompendo l’embargo e attirandosi una dura reprimenda da parte dei press officer locali. Mario riusciva sempre a farti scoprire qualche dettaglio, invisibile anche se sotto gli occhi di tutti e a fartelo amare come se fosse una persona; tale era la tenerezza con la quale parlava dei ‘nasoni’ (le fontanelle pubbliche) di Roma in via di estinzione o dei ‘baracchini’ che lo aspettavano per un spuntino notturno e una birra all’uscita della redazione, gli unici aperti a notte fonda a Milano. Il suo occhio inquisitore si posava ovunque, non risparmiando battute sagaci ad improbabili a serie televisive e a fantasiosi claim pubblicitari. E le sue analisi, sempre acute e lungimiranti spaziavano dalla politica internazionale, all’economia, dalla cultura, alla medicina naturalmente, il nostro trait d’union, la passione e la formazione che ci accumunava. Mario ci mancherà tanto quel tuo sguardo carezzevole e penetrante, quel sorriso sotto i baffi, la tua ironia (quella che ti faceva anche scrivere sul curriculum del tuo profilo Facebook ‘killer presso Stormfall: Age of War’), quella tua voce teneramente arrochita, le poesie della ‘tua’ Ada Merini, la tua nobiltà d’animo e il tuo illuminante sguardo sul mondo. Fai buon viaggio amico mio e continuaci a raccontare la vita, col tuo sorriso, da lassù.

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Mario Pappagallo è stato Direttore di URBES sin dalla sua fondazione nel 2018, firmando l’editoriale della rivista e numerosi articoli a tema scientifico e divulgativo. Dopo gli studi di Medicina all’Università La Sapienza di Roma e di Scienze Biologiche all’Università di Urbino, conseguì un Master in Giornalismo medico-scientifico presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Iscritto all’Ordine dei giornalisti dal maggio 1986, si è occupato di informazione medico-scientifica e sanitaria dal 1980. Nel 1982 fece parte della redazione di Tutti, mensile per i giovani dell’Unione europea, insieme a Gianfranco Bologna (WWF) e Marco Ravaglioli. Per Tutti firmò un ampio servizio sulle coste inquinate dal petrolio fuoriuscito da petroliere naufragate al largo delle coste nordeuropee, con particolare riguardo alla Bretagna. Nel 1984 partecipò allo studio di Codice salute, il primo bollettino informativo del Tribunale per i diritti del malato (iniziativa del movimento di partecipazione civica Cittadinanzattiva), chiamato a collaborare da Giovanni Moro, figlio dello statista Aldo Moro, e da Maria Teresa Petrangolini, all’epoca segretaria del Tribunale. Lavorò dal 1985 al 1990 al Corriere Medico. Alla fine degli anni ottanta svolse un’inchiesta nelle università italiane, facoltà di medicina, che portò alla modifica del Curriculum degli studi medici (Tabella XVIII): i suoi articoli erano nel fascicolo della commissione parlamentare. Dal 1990 al 1992 scrisse per il Corriere Salute, supplemento settimanale di medicina del Corriere della Sera. L’analisi di un suo articolo per Corriere Salute apparve, a illustrazione del linguaggio di divulgazione medica, nell’antologia di testi del volume “Il Novecento” di Pier Vincenzo Mengaldo. Nel 1992 entrò a far parte della redazione Cronache nazionali del Corriere della Sera e fu nominato caposervizio nel 1995. Da maggio 2009 ad aprile 2011 fece parte del Comitato di redazione del Corriere Della Sera. Nel 2010 fu nominato Consigliere Nazionale dell’Ordine dei giornalisti per il triennio 2010-2013. Nel 1992-1993 per il Corriere della Sera e L’Europeo seguì l’inchiesta sulla Commissione unica del farmaco guidata da Duilio Poggiolini, e da allora raccontò spesso le inchieste del Procuratore di Torino Raffaele Guariniello. A sostegno della terapia del dolore scrisse il libro Contro il dolore con il fratello Marco, studioso della capsaicina e degli oppioidi, neurochirurgo in Italia e neurologo negli Stati Uniti, dove era emigrato nel 1986: Marco Pappagallo diresse poi la Pain Clinic del Mount Sinai Hospital e fu docente all’Albert Einstein College of Medicine di New York. Fu caposervizio della redazione Cronache nazionali del Corriere della Sera e commentatore su temi di salute. Dopo essere


andato in pensione divenne commentatore per il quotidiano Il Mattino di Napoli e per il Corriere dello Sport di Roma. Nel 1989 fu premiato alla Farnesina per una serie di servizi sulla cooperazione sanitaria italiana in Ciad e in Sudan. Nel 2006 fu uno dei quattro vincitori della seconda edizione del Premio giornalistico “SOI” per la divulgazione scientifica e la corretta informazione in oftalmologia, promosso dalla Società Oftalmologica Italiana. Per il libro “Una carezza per guarire”, scritto con il professore Umberto Veronesi, ricevette nel 2008, dall’ambasciatore danese in Italia a Roma, la August and Marie Krogh Medal, premio istituito dalla Novo Nordisk Farmaceutici. Sempre nel 2008, fu tra i vincitori della prima edizione del Premio giornalistico “Luci e ombre del diabete in età evolutiva” indetto dalla Federazione nazionale diabete giovanile (Fdg), nell’ambito dell’Anno Internazionale del bambino e dell’adolescente con diabete, e patrocinato dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dal Comune di Roma. Nel 2009 fu il vincitore del Novo Nordisk Media Prize Italia, nella sezione “Articoli della stampa quotidiana”, per il Focus “Emergenza diabete. Come vincitore del Media Prize Italia ha partecipato al Novo Nordisk Media Prize Internazionale 2009 per l’eccellenza della comunicazione e dell’informazione sul diabete, risultando anche qui vincitore nella categoria “Miglior articolo realizzato sulla stampa generalista”, primo giornalista italiano ad assicurarsi il premio internazionale. Nello stesso anno fu premiato dalla Federdolore, la federazione dei medici specialisti nelle terapie del dolore e cure palliative, con il Premio Pulcinella, per aver trattato “le problematiche inerenti al dolore con linguaggio accessibile a tutti”. Nel 2010 si aggiudicò per il secondo anno consecutivo il Novo Nordisk Media Prize Italia, categoria “stampa quotidiana”, con l’articolo “Un milione di bambini con problemi di peso”. Nel 2018 pubblica con Federico Serra il libro “L’orto di Michelle”, una disamina della sanità mondiale e americana secondo l’Obama family, un libro che ha avuto l’apprezzamento dei critici statunitensi e della stessa Michelle Obama. Nello stesso anno diventa Presidente dell’European Urban Health Communicators Network (EUHCNET) e vicepresidente di Web Health Information Network (WHIN) 11


Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV) della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Agorà 12

La Terra appartiene alle generazioni che verranno


Quanto è urgente elaborare un pensiero comune che stimoli l’azione di ognuno di noi sul principio del bene comune e che ispiri la politica a investire sul futuro di questa Terra? È un quesito che riguarda la nostra fragilità biologica come esseri umani di fronte ai grandi mutamenti ambientali, climatici e sociologici nei quali siamo immersi, senza avere la piena consapevolezza che i cambiamenti in atto, da noi stessi generati finiranno per incidere sulle generazioni future. Theodore Roosevelt, 26esimo Presidente degli Stati Uniti e Premio Nobel per la Pace nel 1906, diceva “La Terra appartiene alle generazioni che verranno, e quello che noi vi facciamo dev’essere misurato sull’intero svolgersi del tempo, nel quale noi, che siamo vivi oggi, non siamo che una frazione insignificante. Dobbiamo dunque impedire che una minoranza senza principi distrugga un patrimonio che appartiene alle generazioni che verranno. Il movimento per la conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali è essenzialmente democratico per spirito, finalità e metodo.” Parole dettate oltre un secolo fa e che risuonano attuali, che sembrano servire da monito e da stimolo a una classe politica poco interessata alle generazioni future. Una classe politica che, in maniera miope, stenta a fornire azioni e risposte concrete alla sempre maggiore richiesta di progettare un futuro migliore. Come dicevano gli indiani nativi americani, il pianeta Terra non è nostro, lo abbiamo preso in prestito e abbiamo il dovere di restituirlo nello stesso stato alle generazioni future. Le profonde ferite che causiamo all’ambiente, ai contesti urbani, ai patrimoni culturali e paesaggistici si rifletteranno sul mondo che siamo destinati a consegnare alle generazioni future. Ma è anche l’educazione alla conservazione e allo sviluppo della bellezza nel contesto in cui viviamo che deve essere il principio fondante di un senso di partecipazione civica. Una bellezza sempre più spesso minata dalla mancanza di visione d’insieme, con entità che lavorano a silos, incapaci di comunicare le une con le altre e di prendere decisioni condivise per le città. Il concetto di metabolismo urbano, introdotto da Abel Wolman per un’ideale di città americana nel 1965, traccia un’analogia tra il funzionamento di una città e il funzionamento biologico di un organismo. Sappiamo che uno dei grandi temi dei nostri tempi è l’incremento della popolazione umana su scala globale, che si stima sfiorerà i 10 miliardi entro il 2050. Alcuni studi, come il report “The weight of cities”, pubblicato da UN Environment, prevedono che circa il 70% delle

persone abiteranno nelle città e che molte di esse vivranno all’interno di insediamenti informali senza i servizi di base. L’aumento della popolazione porterà alla costruzione di nuove città e all’ampliamento delle città esistenti, causando il consumo di circa 90 miliardi di tonnellate di risorse, per lo più materie prime. Non è un caso parlare di peso delle città nell’introdurre il concetto di metabolismo urbano: la città presenta caratteristiche che la rendono simile a un organismo vivente, un “super-organismo” che divora materiali, beni, cibo, acqua, energia, i quali arrivano spesso da luoghi molto distanti, e che li restituisce sotto forma di rifiuti e inquinamento. Come spesso accade alle persone che soffrono di problemi metabolici, l’assimilazione di ciò che viene consumato è solo parziale e finisce con il causare effetti nocivi; nelle città l’opulenza si concentra nelle zone centrali, mentre nelle periferie vengono accumulati scarti ambientali e disagio sociale. La maggior parte delle nostre città viene gestita con un approccio lineare, ma in realtà le città sono sistemi complessi e dinamici che andrebbero progettati e gestiti secondo una logica sistemica, di città circolare. Per questo è necessario passare a un tipo di pianificazione e gestione urbana di tipo circolare, utilizzando approcci come quello del metabolismo urbano, così da ridurre consumi, inquinamento e disparità sociale, e ottimizzando l’utilizzo di risorse ed energia. La metafora della città come organismo vivente nasce da Abel Wolman per studiare i flussi di materiali e di energia su scala urbana, basandosi su una sua ricerca per un’ipotetica città di un milione di abitanti, e si focalizza sulla quantificazione delle risorse in entrata e dei residui in uscita, definendo il metabolismo urbano come “tutti i materiali e le materie prime necessarie a sostenere gli abitanti di una città a casa, al lavoro e nel tempo libero”. Nella rappresentazione di tipo urbanistico del metabolismo urbano una parte delle risorse che confluiscono nelle città, come cibo, acqua, materiali da costruzione, altri materiali, energia, capitali, informazione, e le stesse persone, fanno parte del sistema energetico che genera una città, con vari impatti sull’ambiente, la flora e la fauna e i relativi processi ecologici. Esse possono andare al di là del semplice contesto urbano per riflettersi su quello generale. Un metabolismo urbano è regolato da funzioni quali la politica e la governance urbana, la cultura e i comportamenti dei singoli individui. Si tratta di un tema interessante che si ripropone oggi in uno scenario di grande sofferenza energetica, dove ognuno di noi è chiamato a essere parte di un sistema virtuoso che permetta un migliore utilizzo delle risorse

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energetiche. Le città sono fatte di esseri viventi che sviluppano non solo un metabolismo urbano in senso energetico, ma anche ambientale e legato alla salute individuale e della collettività. Esseri viventi in grado di diventare fattori determinanti di sviluppo. Quante tipologie di città siamo chiamati a osservare, a seconda di quale sia l’esperto che la propone? Le smart cities, le green cities, le healthy cities, le sport cities e tante altre che sembrano isole di un arcipelago che fa della città un mero laboratorio. Questo deve essere un tema sul quale riflettere nel momento in cui si progetta una città o un contesto urbano, il quale non può essere solo asservito al desiderio informe di sviluppo senza una visione di assieme. Borromini diceva che l’architetto non opera in un empireo dalla sola ragione estetica né dalle sole ragioni del committente, ma deve essere guidato dall’etica e dalla deontologia del proprio mestiere. Una visione che pone ciascuno come parte del problema o della soluzione: che siamo medici, urbanisti, ambientalisti o altro ancora, siamo chiamati a essere “architetti di vita”, con la consapevolezza che il “sapere” è tale se ha un impatto positivo sulla vita di tutti, perché incide sull’ambiente e sulla nostra comunità, indirizza e determina la nostra quotidianità, modifica le dinamiche della società civile, genera un impatto sulla Terra che consegneremo alle generazioni future.

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IL PARADOSSO DELLA SALUTE E DELL’ECONOMIA DEL BENESSERE

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Il dibattito su sostenibilità e salute vive di paradossi. Lo dimostra quanto gira sui siti internet, dal 2018, a nome di un banchiere di origine indiana che invita gli economisti a riflettere sul concetto di promozione di stili di vita salutari: “Un ciclista è un disastro per l’economia del paese: non compra auto e non chiede prestiti per comprare. Non paga le polizze assicurative. Non acquista carburante, non paga la manutenzione dell’auto e non necessita di riparazioni. Non utilizza il parcheggio a pagamento. Non provoca incidenti gravi. Non c’è bisogno di autostrade a più corsie. Non diventa obeso. Le persone sane non sono né necessarie né utili all’economia. Non comprano la medicina. Non vanno all’ospedale o dal medico. Non aumentano il PIL del Paese. Al contrario, ogni nuovo negozio McDonald’s crea almeno 30 posti di lavoro (10 diabetologi, 10 cardiologi, 10 dentisti, 10 dietologi e nutrizionisti), ovviamente oltre alle persone che lavorano nel negozio stesso. Camminare è ancora peggio. I pedoni non comprano nemmeno le biciclette. P.S.: Io partecipo a questo disastro economico... quest’anno ho già fatto 2000 chilometri in bici e un sacco di altri a piedi.” Certo, si tratta di una provocazione e di un concetto espresso sui social, anche privo di referenze vere, ma che ugualmente deve fare riflettere su quanto sostenibilità significhi impegno e una visione di sviluppo economico che deve coniugarsi con il concetto di salute. La promozione di sani stili di vita significa operare delle scelte molte volte in contrasto con lo sviluppo della società. Il dibattito che deve animarci tutti è considerare la salute uno degli aspetti fondamentali non solo della sfera individuale, ma anche di quella collettiva. Un bene comune, che diventi collante di principi in grado di coniugare le proprie singole scelte con il concetto di sviluppo e sostenibilità. Non sappiamo se essere ciclisti finisca per incidere veramente sul PIL del Paese, ma siamo certi che camminare, correre, andare in bicicletta e promuovere una mobilità attiva aggiunge anni alla propria salute e questa è economia del benessere. Una questione di scelte individuali e di comunità.

ZIBALDONE

di Frederick Greenhouse


IN PUNTA DI PENNA di Fabio Mazzeo Giornalista e divulgatore scientifico È difficile parlare di clima, sostenibilità ambientale, quando puntualmente ad ogni fine estate arrivano drammatiche alluvioni che si abbattono sulle nostre città, causando morte e distruzione. Quanto accaduto lo scorso settembre nelle Marche ci ricorda troppo da vicino quanto accaduto lo scorso anno a Catania, nel 2020 in Liguria, Piemonte, a Palermo e nella mia Messina, nel 2019 a Venezia e andando così a ritroso nel tempo, ogni anno “un evento di portata inaspettata”, come dicono gli esperti, sconvolge il nostro Paese. È difficile parlare di clima e di sostenibilità ambientale se poi alle parole non seguono i fatti, alle ricerche non seguono le soluzioni, ai dissesti non segue l’azione, alla cultura del dire non segue la cultura del fare. Siamo pronti a parlare nello stesso tempo di siccità e di alluvioni, quali faccia della stessa medaglia? Ad affrontare una tempesta perfetta che ci pone davanti i 400 millimetri di pioggia caduti in poche ore nelle Marche, alla peggiore siccità degli ultimi 70 anni, che negli ultimi mesi ha colpito il nostro Paese? Una alternanza di eventi climatici alla quale dovremmo essere abituati e che rispecchia l’evoluzione del cambiamento climatico nell’area mediterranea, che è e sarà interessata da sempre più lunghe ondate di calore alternate da precipitazioni intense, concentrate in poco

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tempo. Ma si può dare la colpa solo al cambiamento climatico o è giusto anche concentrarci sulle nostre colpe? I dati ci dicono che nell’ultimo mezzo secolo circa 2000 kmq di aree di esondazione naturali hanno subito varie forme di urbanizzazione con trasformazioni più intense lungo le sponde dei fiumi di secondo ordine, dal 3,56% al 25,7%. In ogni regione abbiamo costretto i corsi d’acqua in alvei ristretti e ridotte le zone di esondazione naturale, ormai totalmente insufficienti a contenere le piene, che poi portano con sé nel loro corso distruzione e morte nelle nostre città. Pensiamo tutti che tanto è una pioggia e non succede nulla. Invece l’aumentato rischio idrogeologico, la mutazione degli ecosistemi, la crescente urbanizzazione, la deforestazione, la mancata pulizia degli alvei dei fiumi, trasforma una pioggia in una catastrofe naturale. Ho in mente una scultura di Isaac Cordal realizzata a Berlino, in piazza Gendarmarkt, emblematica di una classe politica che continua a discutere sul riscaldamento globale e sul clima e non sia accorge che sta affondando. Evitiamo come questa provocazione di Cordal di parlare e finire poi per non accorgerci che stiamo affondando.


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CITIES SPEAKING di Frederik Greenhouse I colori dell’arcobaleno di Kampung Pelangi

Le Cube Houses di Rotterdam: innovazione in città

Kampung Pelangi, situato a Randusari nel sud di Semarang (Indonesia), al centro dell’isola di Java, grazie alla creatività dei suoi abitanti si è trasformata in un luogo che, oggi, tutti i turisti che vanno in Indonesia vogliono visitare. L’area era, infatti, una baraccopoli di circa 250 case, un luogo abbandonato e degradato, considerato una discarica a cielo aperto.

Le Cube Houses (Kubuswoningen) a Rotterdam sono una delle attrazioni più iconiche della città. Progettato dall’architetto olandese Piet Blom, alla fine degli anni ‘70 su richiesta degli urbanisti della città, questo complesso residenziale si distingue perché le sue case sono letteralmente cubi, inclinati di 45 gradi su un lato, ottimizzati per sfruttare al meglio lo spazio disponibile. I visitatori curiosi possono saperne di più su questi appartamenti esplorando lo Show Cube Museum (KijkKubus) e possono avere una esperienza memorabile nella città portuale trascorrendo una notte in un cubo.

Slamet Widodo, dirigente di una scuola del posto, ebbe l’intuizione di creare un restyling completo di Kampung Pelangi, coinvolgendo in questo tutti gli abitanti locali: una nuova immagine del villaggio nel tentativo di farne una attrazione turistica. A Kampung Pelangi, che in lingua locale significa “luogo dai colori dell’iride”, soprannominato ora “Rainbow Village”, tutte le abitazioni sono state trasformate in vere opere d’arte, grazie a tutti gli abitanti e a un finanziamento del governo di circa 20mila dollari, dando un senso compiuto al proprio nome e alla propria vocazione turistica. Ogni casa, ogni angolo del villaggio sono stati colorati con murales in un tripudio di colori, compresi tetti, vicoli e ponti con tinte accese e brillanti, trasformandoli in una meta imperdibile per gli instagrammer di tutto il mondo. Un progetto di comunità che permette di sperimentare forme di arredo urbano semplice ed efficace e che ha fatto proseliti in altri villaggi come Kampung Kali Code, in Yogyakarta, e Kampung Tridi, in Malang. 20

E se è vero che i colori portano allegria e salute, gli abitanti di Kampung Pelangi sono i primi a far loro il motto “colora di salute la tua città”.

L’architettura di Rotterdam, precedentemente sperimentata dallo stesso Blom a Helmond, è notoriamente una delle più innovative e creative che si possano trovare in terra olandese, formando persino un ponte pedonale su una delle strade più trafficate del centro città. Le Cube Houses sono state progettate in modo asimmetrico per assomigliare a una foresta astratta, secondo cui ogni tetto triangolare rappresenta una cima di un albero. Le residenze sono state costruite su pilastri di cemento con intelaiatura in legno. Con un’altezza di tre piani, il loro piano terra è l’ingresso, il primo piano contiene una cucina aperta e soggiorno, il secondo piano ospita un bagno e due camere da letto, e in alcuni casi l’ultimo piano è utilizzato come piccolo giardino pensile. Una volta entrati, la prima cosa a cui abituarsi è che tutte le pareti sono inclinate. Le Cube Houses sono situate in posizione centrale vicino alla stazione ferroviaria di Rotterdam Blaak, con i fiorenti ristoranti e caffetterie dell’Oude Haven proprio a due passi. E sono state progettate pensando molto alla comunità: oltre a fungere da ponte pedonale, l’area pedonale che collega i cubi comprende un piccolo parco giochi per bambini, piccoli uffici e studi.



L’esperienza di Health City Manager al Comune di Sanluri

di Silvia Carta

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Grazie al progetto “I giovani per le città della salute”, le competenze acquisite da giovani provenienti da tutta Italia nel Percorso di alta formazione per Health City Manager - nato dalla collaborazione tra ANCI, Health City Institute e il Dipartimento per le Politiche Giovanili - hanno potuto innervare non solo i grandi centri metropolitani ma anche realtà comunali più piccole. E questo è un dato importante, considerato che, come emerge dai dati Istat, i piccoli e medi centri comunali (con una popolazione che va da un minimo di 500 abitanti ad un massimo di 10.000) costituiscono le realtà locali più numerose nell’articolato panorama del governo locale italiano. Pertanto per il Comune di Sanluri le presentazioni sono d’obbligo. Sanluri, è una cittadina situata nel sud Sardegna e precisamente nella sua pianura più grande, il Medio Campidano. Con una popolazione di poco superiore agli 8.000 abitanti si configura come un importante punto di riferimento per i piccoli centri circostanti ed è di poco distante dalla Città di Metropolitana di Cagliari. Il progetto “Sanluri, città della Salute?” si è articolato in un percorso a largo respiro, incentrato su un concetto

di salute “cittadina” da intendersi in maniera altrettanto ampia: non solo come mera assenza di malattia ma piuttosto come uno stato generale di benessere psichico e fisico del cittadino, considerato nella sua sfera individuale ma anche in rapporto ad una dimensione sociale, quella della propria comunità cittadina o relativa a gruppi sociali più ristretti in essa comunque inclusi. L’obiettivo era quello di attuare questo assunto generale sul concetto di salute all’interno del gruppo cittadinanza o di altri microgruppi comunitari di volta in volta individuati, attraverso l’attivazione di diversi percorsi riguardanti l’importanza della socialità, della prevenzione di malattie croniche legate agli stili di vita, dello sport e dell’inclusività. In ragione delle aree di intervento prescelte, il campo operativo prevalente dell’HCM è stato il settore Area Sociale dell’Ente. Questo ha determinato una stretta collaborazione tra l’esperto e i vari professionisti presenti a livello locale nel settore sociale, nel campo dell’assistenza, dell’erogazione dei Servizi alla Persona e nel campo educativo. Rispetto agli obiettivi generali qui sopra riportati le attività concretamente realizzate in tale percorso di col-


laborazione hanno mirato a rafforzare la diffusione di un nuovo senso di socialità condivisa nella comunità; a determinare l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’attività sportiva e degli stili di vita sani per una qualità della vita urbana migliore e “preventiva” delle malattie croniche; a evidenziare il rilievo di tematiche ispirate all’inclusività. Le iniziative si sono convogliate prevalentemente verso tre “gruppi di cittadinanza” – donne, ragazzi e anziani “soli” – e sono state realizzate attraverso eventi di natura seminariale, pratica e/o dimostrativa. Il percorso dedicato alle donne si è articolato nell’organizzazione di un evento seminariale e di una successiva “passeggiata della salute” rivolta a tutta la cittadinanza. Il convegno Ben-Essere Donna ha avuto un contenuto multidisciplinare. Nella trattazione di temi tutti dedicati al benessere femminile sono intervenuti vari professionisti nell’ambito della nutrizione, della psiche, dell’intimità e sessualità. Inoltre hanno trovato spazio anche tematiche inerenti alla dimensione della socialità, riguardanti la cultura, la capacità di mantenere una mente attiva e soprattutto lo sport. L’evento sportivo della “Passeggiata della salute” è stato dedicato a tutta la cittadinanza. Ha visto l’adesione di alcune associazioni di volontariato, grazie alle quali è stata agevolata la partecipazione alla stessa di alcune persone con disabilità appartenenti alla comunità. Il percorso si è concluso con una lezione pratico-dimostrativa nella disciplina dell’auto difesa personale e nella disciplina del Nordic Walking. L’intervento dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori, dislocate nel territorio comunale, è stato improntato anch’esso su di un concetto di benessere ampiamente inteso, mirando a valorizzare il ruolo attivo del singolo, e dunque del ragazzo, nella costruzione del proprio benessere fisico e mentale. Designato come percorso di prevenzione al fenomeno delle dipendenze da alcool e droghe, da svilupparsi nel periodo almeno di un triennio, si è articolato nella progettazione di una serie di iniziative sia informative di natura seminariale che laboratoriali, aventi ad oggetto temi quali: l’interazione tra l’uso di sostanze che causano dipendenza e mezzi pubblicitari e di comunicazione, il ruolo attivo della persona nella costruzione di stili di vita sani fin dalla prima infanzia, l’importanza della predisposizione di gruppi di ascolto dedicati ai temi, gestititi in autonomia da un educatore esperto e dai ragazzi partecipanti. La possibilità di fruire di una professionalità interdisciplinare come quella dell’Health City Manager ha garantito l’attuazione di un importante canale di comunicazione diretta tra l’Ente Comunale e le istituzioni scolastiche, in tema di salute pubblica dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 18 anni, aumentando nei

soggetti coinvolti la consapevolezza della necessità di interventi sempre più mirati in tema di benessere fisico e psichico fin dalla prima infanzia, instillando inoltre in esse l’entusiasmo per la raggiunta sinergia circa la realizzazione di tale obiettivo. Il percorso denominato invece “Anziani Soli” è stato ideato per la realizzazione di uno scopo principalmente conoscitivo, volendo realizzare una istantanea seppure parziale della condizione generale degli ultrasessantacinquenni soli residenti nel territorio comunale, del loro grado di autonomia, di socialità e di coinvolgimento attuale e potenziale nella comunità territoriale. Capita infatti spesso, soprattutto nel settore dell’Area Sociale che aspetti di bisogno relativi alle persone sole in età avanzata, anche di natura urgente, vengano all’attenzione del servizio solo in situazioni di estrema gravità. Il percorso si è articolato in tre linee di intervento: la raccolta dei dati, svolta in collaborazione con l’Ufficio Anagrafe, allo scopo di censire tutti gli ultrasessantacinquenni soli; la ripartizione della più ampia fascia di cittadinanza intercettata in fasce più piccole, sulla base di due tipologie di classificazione, una relativa all’età e una relativa allo stato civile; la creazione di un modello di questionario anonimo, volto a investigare le condizioni di solitudine del soggetto, i suoi livelli di autonomia, di socializzazione, il suo stato di salute e grado di indipendenza nella gestione delle eventuali patologie, l’eventuale fruizione di forme di assistenza privata o pubblica, ricollegata con i vari servizi comunali, la stato di conoscenza dei servizi offerti dal Comune nell’ambito dell’assistenza domiciliare. Per la somministrazione del questionario ad almeno il 60% degli ultrasessantacinquenni censiti, l’Ente Comunale ha programmato di avvalersi dell’operato di alcune associazioni radicate nel territorio - da sempre impegnate nel sociale e nell’organizzazione di eventi per gli ultrasessantacinquenni o altre categorie fragili - aventi una funzione agevolante soprattutto nelle comunicazioni e nella creazione di un rapporto di fiducia con la fascia di età intercettata. Anche in questo caso il contributo fornito dall’HCM ha gettato le basi per un’azione mirata sul tema da parte dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune e al settore Area Sociale, per la realizzazione di interventi in ambito assistenziale e sociale, volti non solo a prevenire situazioni di solitudine emergenziali ma anche utili a ricreare una connessione “fiduciaria” tra la cittadinanza collocata in tale fascia di età e l’Ente. Questo breve esempio di come la figura dell’HCM abbia operato all’interno di una realtà Comunale, dimostra quanto la diffusione di “nuove” tematiche di salute pubblica e cittadina, attraverso l’ottica interdisciplinare e poliedrica offerta dal percorso for-

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mativo fornito agli HCM, sia in grado di condurre gli enti locali - potenziali fruitori delle competenze degli HCM - su un doppio binario di efficienza. Da una parte innerva la cittadinanza di una nuova consapevolezza circa l’incidenza di tematiche quali la sostenibilità, gli stili di vita e l’inclusività sulla qualità della vita urbana e sulla costruzione di una società futura efficiente. Dall’altro è uno strumento potentissimo per attuare il principio di sussidiarietà orizzontale consacrato nella nostra Costituzione, intercettando come nel caso di specie, forme di coinvolgimento della stessa cittadinanza nella realizzazione di un benessere cittadino che risulterà quanto più concreto se alimentato dagli stessi soggetti che di esso intendono fruire, i cittadini.

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Socialità, massa critica, connettività e scambi, attrazione di flussi e di persone: erano questi i pilastri su cui poggiava il successo delle metropoli prima che la pandemia li ribaltasse contro di esse. Se fino a ieri l’unica regola era «non fermarsi», ora sui tavoli dei sindaci di tutto il mondo c’è l’ipotesi che il secolo delle città volga al termine subito dopo aver sfiorato il suo apogeo. La minaccia mai scomparsa delle disuguaglianze e delle povertà si somma alla necessità di stabilire nuove forme di convivenza con ciò che città non è. Eppure, sottoponendo a vaglio critico il dibattito internazionale e le strategie di adattamento dispiegate nel mezzo dello shock, potremmo scoprire che le città vincono ancora. Perché sono capaci di incubare fenomeni e ceti emergenti, perché alla costante ricerca di un quadro politico che ne liberi le potenzialità di innovazione e inclusione. Nato da una decennale esperienza di governo della città di Milano, e dallo sguardo della ricercatrice sociale, questo libro propone esempi di politiche al servizio dei cittadini, organizzazioni e imprese a impatto sociale, riuso di spazi ibridi, near-working: sono solo alcuni dei modi possibili per progettare le «città prossime», città a misura d’uomo, vicine agli abitanti e ai loro bisogni, in cui ognuno potrà raggiungere i principali servizi in 15 minuti.

Città prossime Cristina Tajani

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RECENSIONI

Città prossime. Dal quartiere al mondo: Milano e le metropoli globali di Cristina Tajani


La cura delle città Fabrizio Toppetti e Laura Valeria Ferretti

La cura delle città. Politiche e progetti. a cura di Fabrizio Toppetti e Laura Valeria Ferretti La città, secondo la nota definizione di Claude LéviStrauss, è il progetto umano per eccellenza. Nata per facilitare e migliorare la vita dell’uomo, rischia di convertirsi in un dispositivo dissipativo e antropofago, eppure, come afferma Francesco Indovina, è “la nicchia all’interno della quale l’evoluzione sarebbe stata non solo assicurata ma anche più dinamica”. Oggi le nocività – disorganizzazione, insicurezza, degrado, traffico, rumore, stress – prevalgono nettamente (non solo nell’immaginario collettivo) sulle connotazioni positive, sui caratteri artistici e monumentali, sull’essere la città stessa una straordinaria concentrazione di energia, cultura, idee, pensiero e azione antropica. Una città bella è prima di tutto un luogo dove si vive bene, sano, in grado di favorire stili di vita virtuosi che possano permettere al maggior numero di persone la piena realizzazione del proprio progetto biologico e di trascorrere la loro esistenza con pienezza e soddisfazione, a lungo e in buona salute. Rendere di nuovo le città vivibili e attraenti significa mettere in atto strategie capaci di lavorare, dal micro al macro, sull’innalzamento della qualità urbana, sulla performatività dello spazio urbano, sulla sua capacità di educare gli abitanti e incoraggiare stili di vita sani e virtuosi, sulla possibilità di dare accesso a tutti alle straordinarie opportunità che la città può offrire. In questo quadro un progetto sensibile, attento e misurato può svolgere la propria parte.

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TAKE AWAY

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PUBBLICATO IL PRIMO HEALTH CITY REPORT: GOVERNARE L’URBANIZZAZIONE PER PROMUOVERE LA SALUTE PUBBLICA Come migliorare la salute e il benessere dei cittadini? Come accrescere la qualità di vita nelle città? Cosa lega urbanizzazione e salute? Da qui nasce l’Health City Report, realizzato grazie all’impegno dei ricercatori e degli esperti dell’Health City Institute, delle Istituzioni, delle Università e degli Istituti di ricerca, impegnati nell’Urban Health, con il contributo non condizionato del programma internazionale Cities Changing Diabetes di Novo Nordisk. L’urbanizzazione è un fenomeno sociale inarrestabile e una tendenza irreversibile in forte crescita, ma è anche un fenomeno politico che necessita di essere gestito e studiato dai governi sotto numerosi punti di vista quali l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto occupazionale, la sostenibilità ambientale, ma soprattutto la salute pubblica, perché alla questione inurbamento è indissolubilmente legato, purtroppo, l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità. Con questo scopo, già nel 2015, le Nazioni Unite hanno inserito tra i 17 obiettivi di Sustainable Development Goals (SDGs) un preciso obiettivo (SDG 11) dedicato a rendere la città inclusiva, sicura, sostenibile e capace di affrontare il cambiamento.

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«Su questo Pianeta fatto da città, dove più della metà di noi vive in aree metropolitane, la nostra sopravvivenza dipende dalla pianificazione di ambienti urbani più sani, infatti ad oggi dove vivi è un fattore predittivo che ti permette di poter determinare se morirai presto o soffrirai di malattie, per questo rendere le città più eque e salutari incide sul benessere psico-fisico di tutti in tutte le fasce di età», spiega Andrea Lenzi, Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV ) della Presidenza del Consiglio dei ministri e Presidente dell’Health City Institute. «Si deve quindi intervenire guidando a una nuova urbanizzazione consapevole che tenga in considerazione l’impatto sociale ed economico dei fattori di rischio che influenzano la salute, l’impatto delle disuguaglianze, l’invecchiamento della popolazione, che porta un aumento del carico delle cronicità. È una sfida determi-

nante che inciderà sullo sviluppo e sulla sostenibilità delle nostre città». «La migrazione della popolazione verso le aree urbane si accompagna anche a modifiche sostanziali dello stile di vita, che diventa sempre più sedentario. E questo non può che influenzare un altro fenomeno che sta avvenendo in contemporanea: l’epidemia di sovrappeso e obesità, inequivocabilmente associata ad un aumento del rischio di diabete, malattie cardiovascolari e, più in generale, di patologie croniche», continua Federico Serra, Segretario Generale Health City Institute e di C14+, Presidente dell’International Public Policy Advocacy Association. «Gli abitanti risultano più attivi quando i diversi luoghi della città sono percepiti come sicuri, esteticamente gradevoli e dotati di spazi verdi, parchi e “situazioni urbane” capaci di incentivare il movimento. Un filo sottile, ma evidente, lega quindi il crescente numero di persone con diabete alla città, è nostro compito intervenire per fermare questa epidemia in crescita». «La politica urbana diventa quindi una forma di medicina preventiva – si collega Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale ANCI e di C14+ – con quest’ottica, in tutta l’Unione Europea le città stanno approntando piani di investimento per spezzare il circolo vizioso che si crea fra cattive condizioni di salute, povertà socio-economica, basso livello di istruzione ed emarginazione; circolo vizioso confermato dalla pandemia da COVID-19, in cui le persone maggiormente colpite sono state purtroppo lavoratori giovani, persone che vivono in condizioni precarie, persone con disabilità e gli anziani, portandoli a un peggioramento delle condizioni di vita e dello stato di salute generale. Possiamo e dobbiamo intervenire costruendo comunità resilienti, promuovendone la coesione e facendo della salute il collante comune». «Con lo scopo di guidare le città verso un modello di “Healthy City”, aumentare la capacità amministrativa degli Enti ed elaborare soluzioni innovative ed inclusive per rispondere alle istanze di salute e benessere espresse dai cittadini, l’Health City Institute ha pro-


mosso la formazione della figura professionale dell’Health City Manager», aggiunge Chiara Spinato, Direttore Generale Health City Institute. «Questa persona è in grado di unificare la gestione della Salute Pubblica, la programmazione e la pianificazione urbana in ottica di salute, sociologia e psico-sociologia delle comunità, orientando il processo decisionale della Pubblica Amministrazione locale verso un’autentica integrazione sociosanitaria e contribuendo a reificare, oggi più che mai, la rete di prossimità territoriale così da garantire equità, pieno accesso alle cure e ai servizi, diritto alla salute ai cittadini». «L’urbanizzazione è una delle maggiori sfide di sanità pubblica del nostro secolo e nonostante i tanti sforzi già compiuti, ancora molto c’è da fare per assicurare alle città una Healthy Governance. Oggi la promozione della salute e dei corretti stili di vita riveste una posizione di centralità negli obiettivi di Sindaci e Amministrazioni locali, si vuole creare città più sane e sostenibili in grado non solo di contrastare le malattie croniche, ma anche di garantire un equo benessere socio-economico, fisico e mentale che, in sintonia con la natura, il rispetto dell’ambiente e il minor spreco di energia, dia un valore aggiunto alla salute», afferma l’On. Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente Vicario ANCI. «Per riuscirci è però necessario lavorare tutti insieme, serve un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, ma al tempo stesso coordinato e condiviso che, partendo da politiche istituzionali lungimiranti in grado di aumentare l’empowerment della comunità e di coinvolgere tutti gli stakeholder interessati, garantisca fondamenta “sane” ed “in forma” alle nostre città facendo della Salute Pubblica una vera e propria infrastruttura».

«Per dare un solido aiuto nella salute come bene comune, e porre il cittadino al centro delle scelte Novo Nordisk ha lanciato nel 2014 il programma globale Cities Changing Diabetes, che ad oggi coinvolge più di 40 città del mondo. Attraverso questo progetto vogliamo avere un concreto effetto sull’obesità e sul diabete di tipo 2 urbano, coinvolgendo direttamente la popolazione nelle diverse strategie realizzate per salvaguardare la salute, così da guidarli a un cambiamento consapevole e duraturo», conclude Marco Salvini, Senior Director External Affairs di Novo Nordisk Italia.


COSTITUITO L’INTERGRUPPO

PARLAMENTARE QUALITÀ DI VITA NELLE CITTÀ

Anche nella XIX legislatura proseguirà le proprie attività l’Intergruppo Parlamentare dedicato alla qualità di vita nelle città. È costituito all’interno della XIX Legislatura, per iniziativa dell’On. Roberto Pella e del Sen. Mario Occhiuto, insieme alla Sen. Daniela Sbrollini, l’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle Città – Sport, Salute e Benessere in ambito urbano”, come spazio di dialogo e confronto parlamentare permanente sui temi della Qualità di Vita nelle Città, per promuovere e attivare azioni mirate nel campo dello Sport, della Salute del Benessere. L’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città – Sport, Salute e Benessere in ambito urbano” è organismo transcamerale formato da deputati e senatori eletti nella XIX legislatura e nasce dall’interesse bipartisan di voler portare avanti progetti di legge in modo coesivo e coordinato e prende in eredità quanto fatto nella legislatura precedente in tema di qualità di vita in ambito urbano.

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Pella e Occhiuto, entrambi con una grande esperienza come amministratori locali e come rappresentanti del mondo ANCI, insieme alla Senatrice Sbrollini, da sempre impegnata su questi temi, vogliono animare il dibattito parlamentare sul tema del benessere delle città attraverso la creazione di un Intergruppo che oltre ad essere il primo della nuova legislatura è anche il più numeroso per adesioni. Per l’On. Roberto Pella e la Sen. Daniela Sbrollini, che hanno guidato l’Intergruppo nella precedente legislatura, “in questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qua-

lità di vita differente; ogni anno sono 60 milioni le persone che si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito e, già da 10 anni, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento. Nascerà un Tavolo, in grado di coinvolgere tutti i soggetti istituzionali interessati, che dovrà aiutare i territori e le città a promuovere benessere e qualità di vita: per questo il nostro impegno è quello di stimolare il dibattito, affinché si possa arrivare ad un accordo per lavorare tutti su un obiettivo comune, quello di migliorare la qualità di vita delle nostre città”. Il Tavolo, secondo Pella, avrà il compito di produrre un documento di indirizzo per ottimizzare le politiche di pianificazione urbanistica in un’ottica di salute pubblica con particolare riferimento alla promozione di corretti stili di vita e della salute come bene comune. “Un passo importante – ha concluso Pella – che mette al centro dell’azione politica il ruolo centrale dei comuni.” Per il Senatore Occhiuto, che è anche urbanista, Presidente della Fondazione Patrimonio Comune di ANCI e già Sindaco di Cosenza: “Questo per noi è l’impegno come parlamentari in quella che è una vera sfida per il futuro. E oggi, più che mai, è necessario stringere un’alleanza tra chi si occupa di salute e chi si occupa di città. L’età media delle persone è aumentata, per cui occorre stimolare i cittadini verso percorsi di invecchiamento attivo. La prevenzione primaria, infatti, si può fare soprattutto nelle città, che sono il luogo principale dove si svolge la vita degli uomini. La città che abbiamo ereditato, però, è un luogo per le macchine e non per le persone, un posto inquinato, dove è difficile praticare attività fisica. Non vi si può camminare piacevolmente e in sicurezza, non si può usare una bici senza correre pericoli o senza respirare gas di scarico dalle automobili. La città dell’ultimo secolo – ha aggiunto Occhiuto relazionando ai colleghi


parlamentari – è il luogo delle divisioni e delle contraddizioni, dove la vita si svolge in compartimenti separati. Ci sono luoghi per dormire, luoghi per lavorare, luoghi per il tempo libero, eccetera. Ma la vita è un insieme di attività. Le persone, in questo tipo di sistema urbanistico-sociale, sono costrette a spostarsi giornalmente utilizzando le auto, a causa di mezzi di trasporto pubblico inefficienti. Ecco dunque che dobbiamo ripensare proprio questa idea di città.” “Il tema della salute e del benessere – ha sottolineato Occhiuto – diventa centrale nel futuro dei nostri territori urbani, e deve porre al centro di tutto l’uomo, la qualità della sua vita. È il tempo di indirizzare il pensiero dell’attività amministrativa non più agli edifici, alle funzioni, ma agli spazi relazioni he vi sono fra di essi. Non più, quindi, strade che attraversano la città, ma spazi pubblici condivisi che privilegino l’utente pedone. Piazze e percorsi pedonali, reti ecologiche, piste ciclabili, percorsi accessibili e tattili. Non parliamo solo del tema della sostenibilità, ma anche di quello della bellezza, perché la bellezza rende gli spazi più attrattivi e stimola i cittadini a utilizzarli e a viverli. C’è, inoltre, il tema dell’effimero urbano attraverso il quale la città può diventare un grande teatro di eventi all’aperto. Più la città è bella e attrattiva – ha concluso Mario Occhiuto – più le persone sono stimolate a viverne gli spazi camminando a piedi”.

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Roma Global Mental Health Il quarto Global Mental Health Summit (GMHS) si è tenuto a Roma il 13 e 14 ottobre 2022, presso il Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia, negli spazi dell’ospedale più antico d’Europa. L’evento è stato organizzato dal Ministero della Salute in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Istituto Superiore di Sanità. Al centro dei lavori l’approccio di comunità alla salute mentale, di cui l’Italia è stata pioniera con la Legge 180 del 1978, promossa da Franco Basaglia, che ha portato nel nostro Paese alla chiusura dei manicomi. All’evento, trasmesso in live streaming in inglese, francesce e italiano, hanno partecipato 52 Delegazioni di Paesi e organizzazioni internazionali. Sono intervenuti esperti nazionali e internazionali, rappresentati di Associazioni e Federazioni. Hanno portato la loro testimonianza persone che hanno vissuto condizioni di disagio mentale. Tra gli interventi della sessione di apertura, quelli della first lady ucraina Olena Zelenska, del Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus e di Stella Kyriakides, Commissario Ue alla Salute. Consenso unanime sul fatto che “non c’è salute senza salute mentale” e che la salute mentale rappresenta una priorità globale delle politiche sanitarie, soprattutto in considerazione delle crisi internazionali, sanitarie e umanitarie, degli ultimi anni. Al termine del Summit, il Ministro della Salute, Roberto Speranza, ha passato il testimone a Carla Vizzotti, ministra della Salute dell’Argentina, Paese che ospiterà il GMHS nel 2023. 34

I temi principali al centro del GMHS sono stati: i diritti umani e della dignità delle persone affette da disturbi mentali la centralità dell’approccio comunitario alla salute mentale

il coinvolgimento dei diretti interessati e delle loro famiglie nel processo di cura e recupero psicosociale la lotta allo stigma il benessere mentale nei luoghi di lavoro e nelle fasce più vulnerabili della popolazione, tra bambini e adolescenti la condivisione delle buone pratiche italiane e internazionali nelle strategie di prevenzione e assistenza. Qui il report conclusivo: https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_EventiStampa_596_1_fileAllegatoProgramma.pdf

Chair Report Skills, rights, care Advancing community-focused approach to mental health

Rome, Italy October 13th - 14th, 2022

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Summit - Skills, rights, care

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OBESITÀ: LETTERA APERTA DEGLI ESPERTI AL NEO ELETTO PARLAMENTO ITALIANO E AL FUTURO GOVERNO PER UN PATTO DI LEGISLATURA CONTRO LA MALATTIA

Nel novembre del 2019 è stato raggiunto un grande traguardo con l’approvazione all’unanimità alla Camera dei deputati della Mozione per il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, la nuova legislatura deve rinnovare il patto di legislatura sull’obesità e agire subito affinché a chi ne soffre sia garantito il pieno accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici. Dagli esperti, riuniti il 3 Ottobre a Roma in occasione del 4° Obesity Summit, un accorato appello ai politici italiani nel segno della continuità.

Per non vanificare il lavoro fatto dalla scorsa legislatura, è necessario che il nuovo governo porti avanti la Mozione approvata nel 2019 e agisca con urgenza per garantire alle persone con obesità il pieno accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici, perché l’obesità è una malattia cronica non una colpa. Questo il messaggio della lettera apert, firmata dai presidenti di tutte le società scientifiche presentata nell’ambito del 4° Obesity Summit

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«L’obesità non è una colpa individuale e neppure una condizione, è una malattia e come tale deve essere trattata e curata», commenta Iris Zani, Presidente di Amici Obesi. «Troppo spesso viene purtroppo ancora considerata come una responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Lo stigma sociale legato a questa malattia sfocia in tutti gli ambiti della vita delle persone, dalla scuola al lavoro, dall’emarginazione sanitaria alla disapprovazione sociale. Il non riconoscere all’obesità un percorso clinico‐terapeutico‐assistenziale specifico è altrettanto una forma di discriminazione. Oggi, come associazione di tutela dei diritti delle persone con obesità, insieme

a tutti i rappresentati del mondo scientifico, lanciamo un appello ai nuovi parlamentari italiani, affinché non venga abbandonata la strada tracciata della vecchia legislatura». «Nel novembre del 2019 è stato raggiunto un grande traguardo con l’approvazione all’unanimità alla Camera dei deputati della Mozione per il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, si pensava che ciò desse il via a numerosi cambiamenti e avanzamenti nella cura e nel trattamento di questa malattia», aggiunge Paolo Sbraccia, Vicepresidente IBDO Foundation e Professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Roma “Tor Vergata”. «Ma ad oggi sono ancora pochi gli operatori sanitari specificamente formati per la cura e la gestione della malattia, c’è ancora molto da fare per contribuire alla formazione ed educazione di tutti gli attori coinvolti verso una maggiore consapevolezza dell’obesità e dei molti rischi di salute associati a essa, ma soprattutto, le persone che ne soffrono sono ancora vittime di stigma sociale e medico». «L’obesità porta a una maggiore probabilità di sviluppare malattie all’apparato cardiovascolare, digerente, respiratorio e alle articolazioni. Risulta che causi il 44 per cento dei casi di diabete tipo 2, il 23 per cento dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41 per cento di alcuni tumori e sono circa 57mila le morti annuali in Italia per questa malattia», afferma Luca Busetto, Presidente della società Italiana dell’Obesità, Università di Padova «Eppure, nonostante questi dati allarmanti, non è ancora stato definito un percorso di assistenza e di cura da parte del nostro sistema sanitario, non è inserita all’interno dei LEA, nel sistema nazionale delle linee guida e nelle reti regionali di assistenza».


«Le persone con obesità hanno il diritto di vivere una vita sociale, educativa, lavorativa alla pari delle persone senza obesità e ciò deve essere considerato l’obiettivo primario, sul piano socio-culturale, delle azioni di governo a livello nazionale e regionale», sottolinea Andrea Lenzi, Coordinatore Italia dell’Obesity Policy Engagement Network (OPEN). «È fondamentale riprendere da dove ci siamo interrotti con la diciottesima legislatura, rinnovando il patto di legislatura sull’obesità, in particolare sull’inserimento dell’obesità nella lista delle malattie croniche, e agendo di conseguenza unitariamente e subito per garantire alla persona con obesità il pieno accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici». «Negli ultimi anni, e soprattutto nel corso dell’ultima legislatura, siamo riusciti a facilitare il dialogo interistituzionale, tra tutti i livelli di governo, diffondendo le previsioni della Mozione e dando voce a ogni iniziativa congiunta. Abbiamo fatto uno straordinario lavoro che ha portato a concretizzare numerosi traguardi che ci eravamo proposti», dice Roberto Pella, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete” e Vicepresidente vicario ANCI. «Tuttavia, restano ancora nodi da risolvere per portare a compimento i nostri obiettivi, ora è il momento di ritrovare le giuste sinergie per dare risposte concrete alle persone con obesità. I fondi stanziati dal PNRR sono un’opportunità significativa e altamente simbolica dell’orizzonte di futuro che il nostro Paese si vuole dare e non possiamo permetterci più i costi dell’inerzia».

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UN PATTO DI LEGISLATURA SULL’OBESITA’ Durante la XVIII Legislatura, il 13 novembre del 2019, è stata votata all’unanimità alla Camera dei Deputa la Mozione , so oscri a da tu i gruppi poli ci, per riconoscere l’obesità come malattia cronica e per dare avvio a un Piano nazionale di prevenzione finalizzato a promuovere interven basa sull’unitarietà di approccio. Un vero patto di legislatura che ha impegnato tu e le forze poli che a considerare l’obesità una priorità del nostro sistema sanitario e che ha consen to all’Italia di essere un Paese guida a livello mondiale nella lo a e nella prevenzione all’obesità. Un pa o di legislatura che si è sostanziato a raverso sinergie con il Ministero della Salute, l’Is tuto Superiore di Sanità, le Regioni e gli En Locali per la ricerca di soluzioni volte a considerare l’obesità all’interno del Piano Na‐ zionale della Cronicità, all’interno dei LEA, nel sistema nazionale delle linee guida e all’interno delle reti regio‐ nali di assistenza. Un patto che si è interrotto ‐ momentaneamente ‐ con la fine della legislatura, ma che necessita risposte isti‐ tuzionali urgenti. L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e di spesa per i servizi sanitari nazionali sia perché la sua prevalenza è in costante e preoccupante aumento, non solo nei Paesi occi‐ dentali ma anche in quelli a basso‐medio reddito, sia perché è un rilevante fa ore di rischio rispe o all’insorgere di varie mala e croniche, quali diabete mellito di po 2, mala e cardiovascolari e tumori. Il sogge o obeso riscontra infa un maggiore rischio di sviluppare altri disturbi di salute, sopra u o a carico dell’apparato cardiovascolare, digerente, respiratorio e alle ar colazioni. Si stima che il 44% dei casi di diabete tipo 2, il 23% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41% di alcuni tumori siano attribuibili all’obesità e al sovrappeso e purtroppo la pandemia dovuta a COVID 19 ha confermato la fragilità e la vulnerabilità della per‐ sona con obesità. In totale, sovrappeso e obesità rappresentano il quinto più importante fa ore di rischio per mortalità globale e i decessi attribuibili all’obesità sono almeno 2,8 milioni/anno nel mondo. Oggi considerare l’obesità una condizione o una colpa individuale, fa parte di quello che è definito “stigma” che la persona con obesità costantemente subisce. Lo stigma sull’obesità, ovvero la disapprovazione sociale, è una delle cause, che, attraverso stereotipi, linguaggi e immagini inadatte, finiscono per ritrarre l’obesità in modo impreciso e negativo. L’opinione pubblica, la classe poli ca, i media e anche parte del mondo sanitario hanno una visione superficiale del problema, talvolta anche errata. Se vogliamo porre fine allo stigma sull’obesità, è importante adeguare il nostro linguaggio e i nostri compor‐ tamenti, aumentando la consapevolezza e migliorando la nostra conoscenza dell’impa o che l’obesità ha sulla salute e sull’inclusione sociale delle persone. Le immagini di persone che indossano abi inadegua e che si comportano in modo stereo pato (ad esempio consumando cibi malsani) stanno disumanizzando e generando generalizzazioni ingiuste nei confron di coloro che soffrono di obesità, influendo nega vamente anche sulla percezione individuale e colle va.


Esistono dati a livello globale in merito alla discriminazione basata sul peso in molte delle fasi della vita lavo‐ rativa, incluse i colloqui di selezione e i processi di assunzione, le disparità salariali, i minori avanzamen di car‐ riera, o azioni disciplinari più severe e maggiori rischi di licenziamen e di mobbing. Inoltre, nell’ambiente scolas co, è noto come il bullismo sui giovani con obesità sia uno dei fattori più presenti, cosiddetto body shaming. In molti casi, inoltre, la persona con obesità è anche vittima di emarginazione sanitaria, che la discrimina nel‐ l’accesso alle cure e ai tra amen e che finisce per condizionarne la qualità di vita. Purtroppo esistono una forte discriminazione ed emarginazione sanitaria, derivan dal non riconoscimento del‐ l’obesità nei percorsi clinico‐terapeu ci‐assistenziali. Anche questa può dirsi una forma di “bullismo” istituzio‐ nale. Il diritto delle persone con obesità a vivere una vita sociale, educativa, lavorativa alla pari delle persone senza obesità deve essere considerato l’obiettivo primario delle azioni di governo a livello nazionale e regionale, con‐ siderando l’obesità una malattia. La XIX legislatura dovrà assicurare piena continuità e rinnovare il PATTO DI LEGISLATURA SULL’OBESITÀ agendo UNITARIAMENTE E SUBITO per garantire alla persona con obesità il pieno accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici. Per questo chiediamo a tu e le forze poli che di con nuare il loro impegno unitario sull’obesità e inserire nel­ l’agenda poli ca un PATTO DI LEGISLATURA SULL’OBESITA’ che tenga conto dei seguen sei pun :

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Lotta allo stigma clinico ed istituzionale Lotta Considerare l’obesità come malattia cronica Considerare Promuovere linee guida per l’obesità Promuovere Garantire Garantire il pieno accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici alla persona con obesità Realizzazione delle reti regionali di assistenza per l’obesità Realizzazione Porre attenzione all’obesità infanto-giovanile e a quella di genere Porre

Luca Buse o Presidente SIO

Annamaria Colao Presidente SIE

Giuseppe Malfi Presidente ADI

Andrea Lenzi Presidente OPEN Italia

Claudio Cricelli Presidente SIMG

Antonio Care o Presidente Fondazione ADI

Paolo Sbraccia V. Presidente IBDO Founda on

Maria Carolina Salerno Presidente SIEDP

Iris Zani Presidente Amici Obesi

Giuseppe Fata Presidente IO­NET

Marcoantonio Zappa Presidente SICOB


UNITED IN ACTION il Summit dei Sindaci C40 a Buenos Aires Tredici città C40 hanno aderito al Pathway Towards Zero Waste, impegnandosi per il 2030 a fornire servizi di raccolta dei rifiuti tempestivi in tutta la città, trattando almeno il 30% dei rifiuti organici e riducendo le emissioni di rifiuti di almeno il 30%. Tredici città del Sud del mondo hanno aderito al Pathway Towards Zero Waste di C40, che mira a ridurre drasticamente le emissioni di rifiuti e ad avviare le città verso un futuro più pulito, più sano, più resiliente e inclusivo. Il lancio del Pathway è stato annunciato oggi al Summit dei sindaci mondiali C40 a Buenos Aires, in Argentina. I firmatari inaugurali sono le città di Accra, Amman, Bengaluru, Buenos Aires, Curitiba, Dar es Salaam, Durban, Ekurhuleni, Freetown, Nairobi, Quito, Rio de Janeiro e Tshwane. Il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha sottolineato che la riduzione delle emissioni di metano è il modo più veloce per affrontare il riscaldamento globale. Ogni 1 kg di rifiuti alimentari smaltiti in discariche e discariche non solo inquina il suolo e le acque sotterranee, ma ha lo stesso impatto sul clima di bruciare 1 litro di benzina.

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Nella maggior parte delle città del sud del mondo, comprese quelle dell’Africa, dell’America Latina, del sud-est e del sud-ovest asiatico, i rifiuti contribuiscono in larga misura alle emissioni municipali e in alcune regioni possono rappresentare fino al 35% delle emissioni complessive municipali, principalmente dal metano generato nelle discariche e discariche. Ciò è estremamente dannoso per l’ambiente, poiché il contributo del metano al riscaldamento globale è 87 volte superiore alla CO2 nel breve termine. Le città C40 nel Sud del mondo generano più di 2 milioni di tonnellate di metano all’anno. Le tredici città che hanno firmato il Pathway hanno compiuto un passo cruciale per ridurre le emissioni

nelle loro città, in linea con l’acceleratore Towards Zero Waste di C40. Aderendo al Pathway, le città si impegnano a lavorare verso una serie di obiettivi ambiziosi entro il 2030, inclusa la fornitura di servizi tempestivi di raccolta dei rifiuti a livello cittadino, il trattamento di almeno il 30% dei rifiuti organici e la riduzione delle emissioni di smaltimento dei rifiuti di almeno il 30%. Per raggiungere questi obiettivi, le città possono perseguire una serie di interventi, tra cui lo sviluppo di discariche sanitarie (con cattura del gas di discarica), il miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore informale, l’introduzione di un sistema completo di riciclaggio e di un quadro di segregazione dei rifiuti, l’eliminazione graduale dello smaltimento dei rifiuti organici, la limitazione -utilizzare oggetti e eliminare gradualmente i materiali non riciclabili. Questo impegno sul recupero dei rifiuti e delle sostanze organiche produrrà enormi benefici per il clima, la salute, la sicurezza alimentare e idrica, le opportunità economiche e il ripristino del suolo. Riducendo lo smaltimento dei rifiuti alimentari e migliorando le operazioni e le infrastrutture relative ai rifiuti, le città possono lavorare per evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici per questa generazione e offrire vantaggi locali alle nostre comunità. Il direttore esecutivo di C40 Mark Watts ha dichiarato: “Sono lieto che tredici città del C40 Global South forniranno un’azione scientifica sul clima aderendo al Pathway Towards Zero Waste. I rifiuti sono una delle aree chiave di cui sono responsabili le amministrazioni cittadine e fare questo passo renderà le città più pulite, più sane, più resilienti, creerà posti di lavoro migliori e ridurrà 1 milione di tonnellate di emissioni di metano ogni anno. Ci auguriamo che questi sindaci pionieri del C40 forniscano ispirazione alle città del Sud del mondo in tutto il mondo che stanno cercando di ridurre l’inquinamento creando al contempo posti di lavoro migliori e migliorando la salute pubblica”.


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Isuhconference2022 Attraverso la sua conferenza internazionale annuale sulla salute urbana (ICUH) e le attività del programma, l’ISUH funge da piattaforma per ricercatori ed educatori accademici interdisciplinari, professionisti e responsabili politici di più settori del governo e del settore privato. Health City Institute vi ha preso parte, in quanto membro ISUH, attraverso una sessione dedicata all’Urban Health promossa e organizzata dal Cluster dell’Unione Europea sull’Urban Health, di cui il Progetto Enlighten-me è componente, e attraverso la testimonianza di Lorenzo Paglione, corsista Health City Manager.

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Il Convegno annuale della Società Internazionale di Urban Health (International Society on Urban Health – ISUH) è sempre una grandissima occasione di aggiornamento ed arricchimento per i professionisti e le professioniste degli ambiti della pianificazione urbana e della sanità pubblica. La Conferenza, che si è tenuta a Valencia, in Spagna, città iconica nell’ambito delle trasformazioni urbane (l’esempio principale è la deviazione del fiume Turia, che ha dato vita nel 1986 ad uno dei parchi lineari urbani più importanti al mondo, terminando nelle spettacolari architetture della Città delle Arti e delle Scienze), ha visto ospiti e partecipanti da tutto il mondo confrontarsi, dal punto di vista della ricerca, da quello degli interventi, ma soprattutto da quello delle proposte, sui temi di più stringente attualità nell’ambito della Salute Urbana. Tra i temi di interesse è importante ricordare lo studio degli ecosistemi urbani, ovvero di come potenziare le risorse naturali urbane per il contrasto dei cambiamenti climatici, la sostenibilità economica ed ambientale, ed il miglioramento dello stato di salute della popolazione,

in un’ottica “One-Health” (presupposto, tra le altre cose, dell’intervento previsto dal Piano Nazionale Complementare del PNRR in Italia per quanto riguarda l’istituzione del Sistema Nazionale per la Prevenzione della Salute dai rischi Ambientali e Climatici – SNPS); lo studio dei pathways causali, alla base delle dinamiche di salute all’interno dei contesti urbani, a partire dalla Urban Health Epidemiology, una branca dell’epidemiologia sociale che studia proprio i rapporti tra le esposizioni sociali, ambientali e territoriali urbane ed esiti di salute; le trasformazioni urbane salutogeniche e l’implementazione di politiche a supporto della salute e del benessere nei contesti urbani, con particolare attenzione alla cosiddetta Citizen Science, ovvero lo sviluppo delle competenze e dei saperi delle comunità; Costruire città eque per tutte e tutti, in un’ottica di contrasto alle disuguaglianze sociali in salute, tematica oramai dominante dal punto di vista della pianificazione, ma soprattutto dal punto di vista del Servizio Sanitario Nazionale.


All’interno di queste cornici hanno trovato posto tre abstract, presentati come comunicazioni orali, che presentano tre esperienze, differenti tra loro, con la salute urbana come comun denominatore. Nell’ambito della Urban Health Epidemiology, ed in particolare per quanto riguarda il tema delle disuguaglianze sociali e dei determinanti urbani di salute, è stato presentato un lavoro di analisi epidemiologica (Does urbanization correlate with health service assistance? An observational study in Rome, Italy), a partire dall’utilizzo dei sistemi informativi sanitari (SIS) della Regione Lazio. Il Dipartimento di Epidemiologia del SSR della Regione Lazio – ASL Roma 1, ed il Dipartimento di Prevenzione della ASL Roma 1, hanno svolto uno studio che utilizza come variabile di esposizione la residenza all’interno di complessi di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) in un’area del territorio della ASL Roma 1. Dallo studio emerge come i residenti delle aree ERP abbiano tassi di ospedalizzazione ed accesso in pronto soccorso significativamente più elevati dei residenti nelle aree circostanti, probabilmente a causa di barriere di accesso alle cure primarie. Emerge inoltre come esista, sempre per quanto riguarda i tassi di ospedalizzazione ed accesso in pronto soccorso, un gradiente centro-periferia, che vede la popolazione residente nelle Zone Urbanistiche attorno al Grande Raccordo Anulare (GRA), la cintura autostradale che circonda l’area più centrale del Comune di Roma, presentare i tassi più elevati. Lo studio è una prima fase pilota di un programma di valutazione epidemiologica approfondita per quanto riguarda il tema dell’equità in salute, che la ASL Roma 1 sta portando avanti nell’ambito dei Piani Aziendali per l’Equità nella Salute e nei Percorsi Assistenziali (PAE), un programma che la Regione Lazio ha lanciato con lo scopo di contrastare le disuguaglianze sociali in salute. L’obiettivo è quello di identificare le disuguaglianze territoriali urbane, così da poter pianificare efficaci interventi di contrasto e di programmazione dei servizi, anche in termini di proattività. Il secondo abstract presentato (“Health at Home”: a new model to reach the community involving several health and welfare stakeholders of a small area from the centre of Rome) riguarda invece un progetto innovativo del Distretto II (corrispondente al II Municipio di Roma Capitale) in collaborazione con il Dipartimento di Prevenzione, all’interno del quartiere del Villaggio Olimpico-Flaminio. Si tratta di due quartieri, o Zone Urbanistiche secondo la suddivisione del Comune di Roma, del II Municipio, all’interno delle quali ricadono aree più benestanti, ma anche, come suggerisce il nome stesso, il Villaggio Olimpico, costruito per la XVII Olimpiade di Roma del 1960 e riconvertito ad

ERP. Il progetto, dal nome “ Salute a Casa”, ha come obiettivo, a partire da una valutazione quali-quantitativa del contesto e della popolazione, anche in collaborazione con il II Municipio, di effettuare interventi di identificazione e presa in carico di fragilità socio-sanitaria (le due aree sono infatti caratterizzate da una popolazione più anziana della media di Roma), ma anche di promozione della salute, attraverso un approccio di urban health, prevedendo la pianificazione partecipata di interventi urbanistico-architettonici “salutogenici” e l’empowerment di popolazione. Il progetto prevede inoltre la creazione di una rete tra istituzione sanitaria, ente locale, terzo settore e reti formali e informali di cittadinanza, così da garantire l’emersione delle situazioni di fragilità sociosanitaria al contempo rafforzando la capacità della comunità stessa di fornire supporto. Il terzo abstract, incluso nella sessione “Trasformare l’ambiente urbano per la salute”, riguarda invece una descrizione delle politiche legate alla salute urbana all’interno del Piano della Prevenzione della Regione Lazio* (Policy Implementation Challenges for urban health interventions in Lazio Region). Il Piano Regionale della Prevenzione, strutturato a partire dal Piano Nazionale della Prevenzione, è il principale strumento di governance dell’ambito della prevenzione e promozione della salute. L’input ministeriale, recepito in fase di scrittura dalla Regione Lazio, è stato quello di strutturare interventi specifici nell’ambito della salute urbana, in particolare per quanto riguarda il Programma 01, Scuole che Promuovono Salute, il Programma 02, Promozione dell’Attività Fisica, Programma 05, Sicurezza negli Ambienti di Vita. Il razionale è basato sul potenziare la capacità delle Aziende Sanitarie di agire, anche attraverso gli strumenti istituzionali consueti, sul contesto urbanizzato al fine di favorire le trasformazioni strutturali capaci di migliorare lo stato di salute della popolazione: strade pedonali scolastiche, nuovo design delle sezioni stradali, aumento degli spazi pedonali e dedicati alla mobilità dolce ciclopedonale. Il Piano ha come obiettivo primario quello di rafforzare le reti della prevenzione, che per definizione rispondono a bisogni di salute non quantificabili, e pertanto non possono essere appannaggio esclusivo del Servizio Sanitario. Il Servizio infatti deve farsi carico, a partire dal proprio mandato istituzionale, di rafforzare e guidare queste reti, mettendo a sistema le risorse formali e informali di cui le comunità dispongono, con l’obiettivo del miglioramento dello stato di salute della popolazione. Questi tre lavori mostrano come l’interesse, già in precedenza mostrato dal Servizio Sanitario per le tematiche della salute urbano, a partire dall’approccio

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intersettoriale, sta dando vita sempre più frequentemente pratiche di cambiamento, capaci di strutturare interventi sostanziali nei contesti urbani, in un’ottica soprattutto di prevenzione e promozione della salute. La complessa stratificazione, socioeconomica, urbanistica, e quindi epidemiologica, dei contesti urbani, ma in generale dell’ambiente antropizzato, pone infatti sfide alle quali è possibile rispondere solo quando le istituzioni pubbliche, ciascuna con il proprio mandato, riescono a mettere a sistema le proprie competenze in politiche e pratiche intersettoriali, capaci di migliorare il benessere, e quindi la salute, della popolazione.

*L’opinione dell’autore (Lorenzo Paglione) non riflette necessariamente quella dell’Ente responsabile per l’iniziativa descritta.

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Innovative Urban Lighting Policies for Better Health and Wellbeing Vision

Start March 2021

Duration 48 Months

Budget 5 Mio €

22 Partners 10 Countries

ENLIGHTENme strives to improve the health and wellbeing of urban citizens in European cities through adequate and enhanced public indoor and outdoor lighting policies and interventions.

Impact • Robust evidence for policy making on improved urban health • Improved physical and mental population health in urban areas • Reduced health inequalities in urban areas

ENLIGHTENme study ENLIGHTENme conducts a study on the link between health, wellbeing and indoor and outdoor lighting in target districts of the three ENLIGHTENme cities involving citizens over 65 years of age.

ENLIGHTENme Cities

Bologn a Italy

Amsterdam Netherlands

Urban Lighting Labs

Tartu Estonia

Being established in each of the three ENLIGHTENme cities, they support the co-creation of innovative urban lighting solutions and bring together citizens, local stakeholders and city officials.

@ENLIGHTENme_EU

www.enlightenmeproject.eu

CPEC

CARE POLICYANDEVALUATIONCENTRE Res ear ch at LSE

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OENGINEERING

Member of the

The ENLIGHTENme project has received funding from the European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme under grant agreement No 945238.


LA CONFERENZA DI SALUTE PUBBLICA 2022 A BERLINO La pandemia di COVID-19 ha messo in luce ovunque i punti di forza e di debolezza dei sistemi sanitari. Tra il 9 e il 12 novembre 2022, la comunità della salute pubblica europea si è riunita a Berlino, in occasione della 15esima Conferenza europea sulla salute pubblica, per confrontarsi sul tema del rafforzamento dei sistemi sanitari, migliorando la salute della popolazione e preparandosi a situazioni impreviste. Nel 2008 i governi europei si sono incontrati in Estonia per sottoscrivere la Carta di Tallinn che ha stabilito l’importanza di politiche che creino un circolo virtuoso tra “Sistemi sanitari, salute e ricchezza” in grado di rafforzarsi a vicenda. Sette anni dopo, nel 2015, i leader mondiali si sono impegnati nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un progetto per la pace e la prosperità per le persone e per il pianeta. Nel 2018 i leader europei sono tornati a Tallinn, dove si sono impegnati in politiche per i sistemi sanitari che “includessero, investissero e innovassero”. Inoltre, nel 2021, la Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile, presieduta dall’ex primo ministro italiano Mario Monti, ha formulato una serie di raccomandazioni per migliorare la preparazione di fronte alle future minacce per la salute. Tuttavia, è necessario rendere operative le idee e le raccomandazioni di questi rapporti, progettando, implementando e valutando politiche sanitarie che rispondano alle numerose sfide che dobbiamo affrontare. La Dichiarazione di Berlino 2022 espone una serie di principi che dovrebbero essere alla base delle nostre azioni e invita i leader europei a: B – build back better, bolder, and broader

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I cittadini europei hanno sofferto molto a causa del virus, delle misure adottate per controllarne la diffusione e dell’incertezza e, in alcuni casi, degli errori associati all’affrontare una minaccia nuova e ancora incompleta. Lo slogan “ricostruire meglio” ha giustamente attirato un ampio consenso. Ma mentre lo facciamo, dobbiamo essere audaci, sfidare il compiacimento che emerge così spesso una volta che si pensa che una crisi sia finita. Dobbiamo dire ad alta voce e chiaramente “mai più”, confrontandoci con coloro che si oppongono alle misure necessarie per una società più sicura, più equa e quindi più resiliente. E dobbiamo andare avanti in modo più ampio, affrontando l’intera gamma dei determinanti della salute, dal biologico al sociale, commerciale e politico.

E – equality, equity, efficiency L’obiettivo 3.8 dello sviluppo sostenibile (SDG) ci invita a “raggiungere una copertura sanitaria universale, compresa la protezione dai rischi finanziari, l’accesso a servizi sanitari essenziali di qualità e l’accesso a medicinali e vaccini essenziali sicuri, efficaci, di qualità e a prezzi accessibili per tutti”. Il virus ha sfruttato le numerose fratture che esistevano nelle nostre società. Abbiamo riscoperto l’importanza dei “lavoratori essenziali”, gruppi che troppo spesso prima erano invisibili ma da cui dipendevamo per il funzionamento della società. I loro sforzi sono stati spesso senza ricompensa poiché hanno svolto occupazioni pericolose e precarie. I nostri sforzi per ricostruire devono essere equi, giusti ed efficienti. R – resilient and robust I nostri sistemi sanitari sono stati testati come mai prima d’ora. Siamo stati incredibilmente fortunati ad avere molti operatori sanitari coraggiosi e dedicati, alcuni dei quali hanno sacrificato la propria vita per tenerci al sicuro. Ma troppo spesso li deludiamo. Non avevamo investito in loro, nella loro formazione e negli strumenti di cui avevano bisogno. I nostri sistemi di approvvigionamento affrettati, casuali e in alcuni casi corrotti li hanno lasciati privi di protezione. Abbiamo con loro un debito. Un modo in cui possiamo iniziare a risolvere questo problema è assicurarci di non metterli mai più nella situazione che hanno vissuto all’inizio del 2020. Abbiamo bisogno di sistemi robusti e resilienti. L – leadership for learning Abitiamo in un’economia della conoscenza. Sappiamo molto di più adesso rispetto a un anno fa. Ma dobbiamo garantire che coloro che sono responsabili della politica e della pratica abbiano le conoscenze scientifiche di cui hanno bisogno. Ciò significa garantire ricerca di alta qualità e rilevante per le politiche, ponendo domande importanti, una ricerca che sia sintetizzata e comunicata, implementata. Inoltre,


dobbiamo garantire che vengano apprese le giuste lezioni, cosa che, purtroppo, richiede di affrontare la disinformazione fiorita durante la pandemia. I – invest, innovate La parola “senza precedenti” può essere abusata. Eppure è del tutto appropriato per tutto ciò che è accaduto durante la pandemia, dalla decodifica del genoma di SARS-CoV-2 in pochi giorni allo sviluppo di nuovi tipi di vaccini in pochi mesi. Siamo stati in grado di tracciare la diffusione delle varianti attraverso il sequenziamento genomico e il comportamento umano attraverso i telefoni cellulari. Ma abbiamo potuto fare queste cose solo perché qualcuno ha avuto la lungimiranza di investire in ricerca e innovare e ricercatori, nel settore pubblico e privato che hanno potuto lavorare insieme per rispondere alla pandemia. I vaccini mRNA non sono stati progettati per i virus ma per il cancro. Le app di monitoraggio non sono state progettate per le risposte alla pandemia ma per il marketing. Tuttavia, siamo stati in grado di sfruttarli. L’innovazione è stata e continuerà ad essere cruciale nella preparazione per le minacce future, ma accadrà solo se investiamo in esse. N – network Nessuno ha tutte le risposte. L’Europa è un vasto e ricco laboratorio naturale e noi, nella comunità della sanità pubblica, abbiamo molto da imparare dagli altri, all’interno e al di là delle nostre reti tradizionali. Abbiamo bisogno di modalità di lavoro nuove e aperte, di condivisione di conoscenze tra discipline e aree tematiche, tra ricerca e politica, e soprattutto tra chi opera nel campo della salute e pazienti e chi li assiste, co-progettando soluzioni alle nostre sfide condivise. 47


COP27: AFFRONTARE LA CRISI CLIMATICA RICHIEDE UN’AZIONE COLLETTIVA RAPIDA E FORTE

La scienza ha stabilito che la finestra d’azione si sta chiudendo rapidamente. Nel novembre 2022, l’Egitto ha ospitato la 27a Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP27) a Sharm El-Sheikh, con l’obiettivo di basarsi sui precedenti successi e aprire la strada a ambizioni future. Un’occasione per tutte le parti interessate di essere all’altezza dell’occasione e affrontare efficacemente la sfida globale del cambiamento climatico facilitata dall’Egitto nel continente africano.

L’Egitto assume la presidenza entrante della COP 27 con un chiaro riconoscimento della gravità della sfida climatica globale e con l’apprezzamento del valore dell’azione multilaterale, collettiva e concertata come unico mezzo per affrontare questa minaccia veramente globale. La COP27 si impegna a sostenere un processo inclusivo, trasparente e guidato dai partiti per garantire un’azione tempestiva e adeguata. Volontà politica globale, supportata dalla scienza, che si dirige verso un cambio di paradigma attraverso una trasformazione giusta e ambiziosa.

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Tra il 2030 e il 2050, si prevede che il cambiamento climatico provocherà circa 250.000 morti in più all’anno per malnutrizione, malaria, diarrea e stress da caldo. Si stima che entro il 2030 i costi dei danni diretti alla salute (esclusi i costi nei settori che determinano la salute come l’agricoltura, l’acqua e i servizi igienici) siano compresi tra 2 e 4 miliardi di dollari all’anno. Sono queste le previsioni che arrivano dall’Oms, che lancia un appello per mettere la salute al centro con 4 obiettivi chiave: mitigazione, adattamento, finanziamento e collaborazione per affrontare la crisi climatica. L’IPCC ha fornito i dati, le successive decisioni della COP hanno definito le azioni governative collettive, la Convenzione e i suoi accordi hanno delineato i principi, gli obblighi legali e le linee guida per l’azione collettiva. I recenti rapporti dell’IPCC hanno messo in evidenza la gravità della crisi climatica e la necessità di

volontà politica immediata e sostenuta, di un’azione incisiva e di una cooperazione efficace. Basandosi sullo slancio di Glasgow, cercherà di migliorare ulteriormente la portata dei risultati nell’agenda dell’azione per il clima. Dalla COP26 di Glasgow, solo 29 paesi su 194 si sono fatti avanti con piani nazionali più rigorosi. “Con il Regolamento di Parigi sostanzialmente concluso grazie alla COP26 di Glasgow lo scorso anno, la cartina di tornasole di questa e di ogni futura COP è quanto le deliberazioni siano accompagnate dall’azione. Tutti, ogni singolo giorno, ovunque nel mondo, devono fare tutto il possibile per evitare la crisi climatica”, ha affermato il segretario esecutivo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici Simon Stiell. “La COP27 stabilisce una nuova direzione di attuazione per una nuova era: dove i risultati del processo formale e informale iniziano davvero a unirsi per guidare un maggiore progresso climatico - e la responsabilità di tale progresso”, ha affermato Stiell. L’Africa è determinata a mostrare la sua leadership nell’azione per il clima mostrando i suoi contributi al movimento globale per affrontare il cambiamento climatico, il suo ruolo nel facilitare e mobilitare l’azione su larga scala, la sua visione per un futuro giusto e sostenibile per la sua gente e per la più ampia popolazione globale.


“I deeply believe that COP27 is an opportunity to showcase unity against an existential threat that we can only overcome through concerted action and effective implementation”. President Abdel Fattah El‐Sisi

La speranza è che la COP27 sia il punto di svolta in cui si dimostri la volontà politica necessaria per affrontare la sfida climatica attraverso un’azione concertata, collaborativa e di impatto, tramite cui il cambiamento climatico diventi un’equazione a somma zero senza più un “noi e loro” ma con una comunità internazionale che lavora per il bene comune del nostro pianeta condiviso e dell’umanità. Gli aiuti sul clima ai Paesi in via di sviluppo saranno uno dei dossier più delicati. Le economie emergenti denunciano i ritardi e l’inadeguatezza della solidarietà offerta dai Paesi più ricchi, che per troppo tempo non è stata al passo delle promesse. Guidate dall’India, sono pronte a dare battaglia ancora una volta. Secondo WaiShin Chan, capo del Climate change centre of excellence di Hsbc, garantire strumenti adeguati alle economie più deboli per far fronte al global warming e per crescere in modo sostenibile dovrebbe essere la priorità della Cop27. Oltre ai finanziamenti per la transizione energetica, ci sono i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici già provocati. E infine il così detto «loss & damage», lo spinoso tema della compensazione dei danni già provocati dal fenomeno, che diventano di anno in anno più gravi, sia in termini di vite, che di costi economici. A Sharm l’Italia ha avuto un proprio padiglione che, durante le due settimane del vertice, ha ospitato 40 eventi. Ai giovani e al loro ruolo nell’azione contro i cambiamenti climatici è stato dedicato un evento il 15 novembre. Al Padiglione è stato altresì presentato il Fondo Italiano per il Clima: l’impegno a mobilitare 1,4 miliardi di dollari l’anno per i successivi 5 anni, rispetto ad una media di circa 500 milioni registrata negli anni precedenti.

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HCI UPDATES

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L’INTERNATIONAL SOCIETY FOR URBAN HEALTH (ISUH) E HEALTH CITY INSTITUTE PARTNER PER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE NELLE CITTÀ Health City Institute ottiene la membership presso l’International Society for Urban Health (ISUH), un organismo internazionale no profit fondato nel 2002 come programma della New York Academy of Medicine.

L’International Society for Urban Health (ISUH) è l’organizzazione globale pioniera che riunisce esperti di tutto il mondo accademico, governo, ONG e imprese per migliorare la salute delle città, promuovendo lo scambio di conoscenze in tema di salute urbana tra accademici, responsabili politici, attuatori e comunità. ISUH è supportata da un’ampia e crescente gamma di specialisti che, attraverso la ricerca e lo scambio di conoscenze, promuovono e applicano politiche e strategie più efficaci per raggiungere l’equità sanitaria negli ambienti urbani di tutto il mondo. Fondata nel 2002, si occupa di costruire la propria riflessione nel campo della salute urbana attraverso il proprio incontro scientifico annuale, la Conferenza internazionale della salute urbana (ICUH), l’unica conferenza globale non governativa del suo genere. In quanto tale, ICUH è una piattaforma fondamentale per condividere lezioni apprese e studi sui determinanti della salute nei contesti urbani, per promuovere forme di apprendimento e formazione. 54

Con il riconoscimento del ruolo dei determinanti sociali, economici e ambientali della salute, la partecipazione all’ICUH si è ampliata per includere urbanisti, architetti, geografi, scienziati del cambiamento climatico e altri che riconoscono il valore della ricerca collaborativa, delle politiche e degli interventi che promuovono la salute urbana. L’ISUH ha stretto relazioni con organizzazioni globali come l’Università delle

Nazioni Unite e il Consiglio internazionale per la scienza per ampliare la propria rete e migliorare la discussione globale sulle sfide della salute urbana e sulle loro soluzioni.

NCD E HCI ALLEATI SULLE MALATTIE CRONICHE NON TRASMISSIBILI Health City Institute entra a far parte della rete internazionale NCD Alliance (Alleanza per le malattie croniche non trasmissibili) e aderisce alla settimana “Global Week for Action on NCDs” (5-11 settembre). La missione della NCD Alliance è unire la società civile e guidare l’azione sulla prevenzione e la cura delle malattie non trasmissibili (NCD), senza lasciare indietro nessuno. NCDA riunisce 300 membri in 81 Paesi, inclusa una rete di 66 alleanze NCD nazionali e regionali, lavorando in collaborazione con l’OMS, per dare vita a un movimento della società civile globale forte e credibile. NCDA include organizzazioni membri che si occupano delle malattie non trasmissibili e dei loro fattori di rischio, alleanze nazionali e regionali con le malattie non trasmissibili e persone che convivono con le malattie non trasmissibili. Con una solida esperienza, visione ed esperienza, NCD Alliance è in una posizione di primo motore per portare avanti l’agenda sulle malattie croniche non tra-


smissibili. NCDA é leader di un pensiero globale riconosciuto dalla politica sul tema, un coordinatore del movimento della società civile, un partner di governi e agenzie delle Nazioni Unite e un sostenitore delle persone a rischio o che vivono con le malattie non trasmissibili.

FONDAZIONE BRUNO VISENTINI E HCI PER LA SALUTE E IL BENESSERE NELLE CITTÀ Fondazione Bruno Visentini e Health City Institute firmano un Memorandum of Understanding per svolgere insieme attività di ricerca e osservazione sui temi della salute e del benessere nelle città. Health City Institute e Fondazione Bruno Visentini (www.fondazionebrunovisentini.eu) manifestano, attraverso la sottoscrizione di un Memorandum of Understanding, l’intento di voler contribuire allo sviluppo delle attività poste in essere dai reciproci Osservatori e di voler collaborare vicendevolmente attraverso modalità che saranno, di volta in volta, definite in considerazione delle necessità concorrenti di entrambi i soggetti. Fondazione Bruno Visentini ha come mission quella di favorire e attuare programmi di ricerca e workshop, in collaborazione con istituzioni culturali e scientifiche e università nazionali e internazionali, basati sull’offerta di prestazioni e servizi altamente qualificati nel campo giuridico ed economico-sociale. Attraverso l’inserimento nel proprio Piano di Attività 2022 di una Linea di attività denominata “Osservatorio Salute Benessere e Resilienza”, il cui oggetto di ricerca è frutto di una sintesi che identifichi e riassuma in un’unica portante strategica gli input presenti negli strumenti di programmazione europea e nazionale e che, allo stesso tempo, mantenga centrale l’interesse sugli operatori istituzionali del welfare e della sanità privata, Fondazione Bruno Visentini intenderà promuovere attività di ricerca nel campo della salute e benessere insieme a HCI inquadrandole nel più ampio framework dell’Agenda 2030 e negli strumenti di programmazione e finanziamento europei e nazionali.

FONDAZIONE THE BRIDGE, HCI E C14+ PER LA MEDICINA SCOLASTICA TRA PREVENZIONE E INFORMAZIONE Il 4 ottobre 2022, presso il Centro Studi Americani a Roma, Fondazione The Bridge, in collaborazione con HCI-Health City Institute, Istituto di ricerca sulla sa-

lute nelle città, e C14+, Osservatorio permanente sui determinanti di salute nelle 14 Città Metropolitane e nelle maggiori città italiane, è stato promosso un health talk con l’obiettivo di presentare quanto emerso dalle progettualità fin qui sviluppate sulla medicina scolastica e avviare una discussione a livello nazionale su questi fondamentali temi, coinvolgendo un panel multidisciplinare di interlocutori di alto profilo. Recentemente, per dare una risposta efficace ai bisogni di salute dei cittadini, è emersa l’opportunità di rivalutare la medicina scolastica come istituto addetto alla promozione della salute, inserito in una rete territoriale di assistenza sociosanitaria. La scuola, infatti, rappresenta un possibile snodo all’interno di una più ampia rete di servizi e figure professionali per la presa in carico e la tutela del benessere degli studenti, a garanzia di equità, prossimità e universalismo nell’acceso ai servizi sociosanitari. In questo contesto, la medicina scolastica, rinnovata e modernizzata secondo i nuovi approcci al concetto di salute, può generare un ponte e un raccordo tra setting, istituzioni, competenze, servizi sociosanitari, studenti, famiglie e territorio per tutelare un bene comune e collettivo così prezioso come la salute. Riparlare di medicina scolastica oggi significa innovare l’istituto secondo declinazioni che si adattino alle caratteristiche territoriali del Paese.

L’ENDOCRINOLOGO: IL MEDICO DELLA CITTÀ MALATA Dall’8 al 10 settembre, a Napoli, si é tenuto il Congresso IIEM – Incontri Italiani di Endocrinologia e Metabolismo, cui il Presidente Health City Institute, Professor Andrea Lenzi, ha partecipato con la lettura inaugurale “L’Endocrinologo: il medico della città malata”. Il rapido e consistente aumento demografico mondiale, iniziato nel 19° secolo e tuttora in corso, si è accompagnato a un fenomeno di concentrazione della popolazione nelle città. Secondo i calcoli della Divisione popolazione delle Nazioni Unite, nel 1950 ogni 100 abitanti del pianeta solo 29 vivevano in aree urbane. Nel 1990 questa quota era salita al 45% e la popolazione urbana era più che triplicata, giungendo a 2,4 miliardi. Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale. Oggi vivono in aree urbane circa tre miliardi e mezzo di persone. Intorno al 2030, quando la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli otto miliardi, si calcola che cinque miliardi risiederanno in città. Fino verso la metà del secolo scorso la forte crescita delle città caratterizzò soprattutto i paesi economica-

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mente più sviluppati, mentre in quelli meno sviluppati la popolazione era ancora prevalentemente rurale. Oggi invece, mentre l’urbanizzazione rallenta nei paesi di antica industrializzazione dell’Europa e dell’America settentrionale, essa è in forte crescita nel Sud del mondo. Stiamo entrando dunque in una fase in cui la popolazione rurale resterà pressoché stazionaria nei paesi sviluppati, mentre continuerà a diminuire in quelli meno sviluppati. Ciò farà sì che quella urbana continuerà a registrare una forte crescita su scala mondiale. Nel 1950 l’agglomerato urbano più grande del mondo era New York, con 12,3 milioni di abitanti. Nei primi dieci posti si collocavano altre cinque aree metropolitane occidentali (Londra, Parigi, Mosca, Ruhr, Chicago), tre asiatiche (Tokyo, Shanghai e Calcutta) e una sudamericana (Buenos Aires). Oggi, se consideriamo le 21 agglomerazioni che hanno più di 10 milioni di abitanti, le cosiddette megacittà, le città occidentali sono solo New York (in 6° posizione) e Parigi (21°). Un tema su cui si concentrerà il lavoro della Cattedra UNESCO sull’Urban Health, istituita presso Sapienza proprio in questo 2022. Oggi la città, reduce da una lunga serie di mutamenti sociali, urbanistici, economici e tecnologici si trova a svolgere una funzione sempre più complessa, diversa da quella attribuita da visioni tradizionali. Il concetto di “città globale” è simbolo di un nuovo tempo, nell’era delle interconnessioni e degli equilibri precari. Le global cities, viste come centri urbani dal forte valore simbolico e tecnologico, ridefiniscono il nostro modo di abitare, di vivere e pensare la città. Gli interrogativi e le opportunità riguardo il futuro sono molteplici, le possibilità interpretative sono attualmente aperte a scenari sia distopici sia utopici. Si può ideare un piano perfetto e coerente ma poi bisogna anche attuarlo, completando una serie di processi e tessendo relazioni. La pianificazione di una città ideale non è fatta solo di interventi urbanistici, bensì è il risultato una combinazione di politiche pubbliche, tra cui quelle di salute rivestono un ruolo e una posizione prioritari, e di interazioni multidisciplinari e multilivello.

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Riflettere sul ruolo delle città globali fa emergere molti quesiti relativi sia al disegno della città che alla governance di quest’ultima. Lo sviluppo sostenibile non potrà essere raggiunto senza trasformare in modo significativo il modo in cui concepiamo e costruiamo le politiche per la salute all’interno dei nostri spazi urbani.

NOMINATO IL PRIMO HEALTH CITY MANAGER PER LA CITTÀ DI GENOVA Luciano Grasso, già responsabile Ambiente e Salute del

Sindaco di Genova Marco Bucci, è stato nominato “Health City Manager” per il capoluogo ligure lo scorso 25 agosto. Il Sindaco di Genova Marco Bucci ha nominato il primo Health City Manager d’Italia: Luciano Grasso, già responsabile Ambiente e Salute del primo cittadino, si occuperà di promuovere e coordinare politiche pubbliche per la salute e il benessere dei cittadini nel capoluogo ligure. La città di Genova, insieme a Milano e a Roma, ha altresì ospitato da maggio a luglio 2022 la seconda edizione del percorso di alta formazione per Health City Manager, organizzato da ANCI, con il coordinamento scientifico di Health City Institute, in collaborazione con il Dipartimento per le Politiche Giovanili del Ministero per le Politiche Giovanili.

HEALTH CITY MANAGER PROTAGONISTI DELLA “PNRR IMID ACADEMY” Selezionati sei Health City Manager, della prima edizione del corso (2021), per partecipare ai lavori della “PNRR IMID ACADEMY ”, realizzata da FB&Associati, nel ruolo di esperti e facilitatori dei tavoli di lavoro territoriali. FB&Associati, la prima società di consulenza fondata in Italia specializzata in public affairs, advocacy e lobbying, ha dato vita a un nuovo progetto, chiamato “PNRR IMID Academy”, rivolto ad un gruppo ristretto di specialisti IMID (Malattie Immunomediate, nello specifico in area reumatologica e gastroenterologica), al fine di fornire un quadro chiaro e completo su quanto previsto dal PNRR per la Missione 6 - Salute. I prossimi saranno anni forieri di cambiamenti e nuovi assetti per il Servizio Sanitario Nazionale: per questa ragione, informazione, formazione e cultura di gestione di progetto rappresentano obiettivi primari per la “PNRR IMID Academy”, che ha scelto di avvalersi della professionalità e dell’expertise di 6 Health City Manager, formati da ANCI ed Health City Institute nel 2021, per coordinare, in qualità di esperti e facilitatori, tre tavoli di lavoro – Nord, Centro, Sud – per specialisti che svilupperanno un metodo di scrittura per progetti candidabili ai fondi PNRR a livello regionale. Insieme a loro, ai tavoli tecnici regionali hanno preso parte membri delle Associazioni Pazienti coinvolte, referenti nazionali e regionali a livello politico, tecnici specializzati, personale dirigenziale e amministrativo rappresentativo di tutti i livelli di governo sanitario. Ciascun Tavolo di Lavoro, coordinato da un metodologo, ha dato l’opportunità agli Health City Manager di confrontarsi con una realtà dinamica e sfidante rispetto al ruolo di coordinamento, proposta e sintesi che sono chiamati a svolgere.


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INTERVISTE

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VERSO ROMA EXPO 2030 di Eleonora Selvi

Quando si parla di città, Roma rappresenta un esempio di stratificazione unica di culture, di continuità nella trasformazione, di capacità di adattarsi a contesti in costante evoluzione e di apertura a nuove culture e contaminazioni positive. Confidando nella propria unicità in tal senso, Roma ha offerto la sua candidatura a ospitare l’Esposizione Universale del 2030. Il dossier è stato redatto da un team di professori e professionisti internazionali quali Ian Philion, Richard Burdett, Carlo Ratti, Italo Rota, Michele Costabile, Christian Iaione e Alessandro Mancini, solo per citarne alcuni, che hanno collaborato con le Università romane e le Istituzioni locali e nazionali, sotto la guida dell’arch. Matteo Gatto già Chief architect e Direttore della Visitor experience di Expo Milano 2015. Matteo Gatto mi risponde da Osaka, dove è quasi notte. Osaka è la città dove si terrà il prossimo Expo, nel 2025, un ruolo che Roma aspira a ricoprire per l’Expo successivo, appunto quello del 2030, dove è in corsa insieme alla Coreana Busan, a Riyadh per l’Arabia Saudita e a Odessa. 60 Il tema scelto per l’Esposizione è “Persone e Territori: Rigenerazione, Inclusione e Innovazione”. Sono parole chiave importanti. In che modo viene declinata questa relazione nel progetto e quali lenti vengono usate per indagarla?

“Con il tema scelto vogliamo esplorare la relazione, nel presente, nel passato e nel futuro, fra gli uomini, come individui e comunità, e l’ambiente, inteso non come ambiente naturale ma come territorio. Quando si parla di territorio vi è la complessa relazione costruita dall’uomo con i luoghi, un rapporto carico di identità, memoria, storia, che ha dentro anche un senso di possesso: si ha il “proprio” territorio. A partire da questi concetti vogliamo andare a interrogare tutti i Paesi del mondo in merito alla loro relazione con l’ambiente, e raccontare come si è costituita la relazione tra individui, comunità e ambiente in tutti modelli insediativi, a partire dalla nascita del villaggio e della palafitta nel Pacifico per arrivare alla megalopoli contemporanea. Con il progetto che sta alla base della candidatura di Roma andiamo a indagare l’abitare in senso esteso, non come residenza, ma come qualcosa che include il lavorare, produrre, muoversi in un dato territorio, costruire e mettersi insieme. E’ ciò che caratterizza i popoli, le comunità, il modo in cui si sono messe insieme per costruire sin dall’inizio il villaggio, l’accampamento. La lente che useremo è quella del tempo: ci saranno tutte le tradizioni. L’Italia in tal senso, a partire da Roma, può raccontare la storia più emblematica, la più imitata al mondo per il suo rapporto tra uomo e territorio. Dal passato e dalle origini arriviamo alle sfide del presente, ovvero il modo di stare insieme alla soglia dell’anno in cui oltre il 51% della popolazione mondiale vive in città, percentuale che nel 2050 sarà salita al 70-75%; la sfida della convivenza riguarda diversi temi, come la mobilità, le risorse energetiche, l’inquinamento, la sostenibilità, la produzione di energia, il trattamento dei rifiuti, la capacità di creare relazioni durature tra le persone, anche quelle invisibili, anche grazie alle tecnologie che rendono smart le città, ma non solo attraverso esse. E infine c’è la terza fase, ovvero il futuro, inteso come ciò che sarà stare insieme su questo o su un altro pianeta, con la crescita demografica, i flussi migratori e gli altri grandi mutamenti in atto.


Quali sono i punti di forza della candidatura di Roma e in che modo potrà interpretare questo ruolo così importante? “La candidatura di Roma rispetto alla Corea e all’Arabia, con la loro forte connotazione identitaria, si differenzia per il suo approccio sul tema dell’accoglienza, della pace, un tema che simbolicamente emerge già dalla sua fondazione, quando Romolo tracciò un confine a terra, ma per affermare che la città avrebbe accolto tutte le genti, di ogni razza, colore e tribù, cosa che nella sua storia Roma ha fatto, rivelandosi capace di accogliere il nuovo all’interno della sua antica tradizione, di includere lo straniero, l’estraneo. In più Roma può vantare una relazione tra uomo e natura unica al mondo. Pensiamo alla relazione tra la città, la Roma antica e gli spazi verdi rappresentati dai parchi, dalle grandi ville storiche, prima romane, poi gentilizie, rinascimentali e barocche. È una delle più verdi città al mondo, ha una qualità della vita eccezionale.” Ha parlato del tema della sostenibilità come una delle più importanti sfide del presente e del futuro. Il progetto ne tiene conto, facendo suo il principio di circolarità. In che modo? “Il progetto parte proprio dal principio di circolarità, con l’idea di realizzare una grande centrale energetica fotovoltaica capace di generare 36 Mega Watt, e capace di colmare il fabbisogno energetico del semestre dell’evento, ma che prevede anche l’opportunità di continuare ad alimentare in seguito il Campus di Tor Vergata portando energia a quarantamila persone e creando una grande comunità energetica.” Quali sono i punti su cui la capitale dovrà concentrarsi nei prossimi anni per farsi trovare pienamente preparata? Questo non sta a me dirlo, visto che c’è un sindaco che lavora in tal senso. Del resto Roma è già pronta per tanti aspetti, ad esempio rispetto alla sua capacità di accoglienza, alla ricettività, con i suoi 160mila posti letto, con il suo aeroporto che vede transitare 50 milioni di passeggeri ogni anno, con un sistema turistico e un’offerta imparagonabili. L’incremento della mobilità, che è importante, è già parte integrante del dossier, che d’altra parte può offrire altri spunti di rinnovamento alla città, ad esempio nel senso dei una rigenerazione degli spazi che ha un grande potenziale. Dopo il Giubileo del 2025 che sarà ospitato da Roma, la città avrà già fatto ulteriori passi avanti in questo importante percorso.

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Dal 22 al 24 novembre 2022 alla Fiera di Bergamo si terrà la XXXIX assemblea annuale dell’Anci. Quali saranno i temi centrali? L’Assemblea ANCI 2022 sarà un momento significativo in cui i tantissimi sindaci e amministratori locali presenti avranno l’opportunità di confrontarsi sui temi più urgenti, quali l’energia e la dimensione europea della solidarietà, ma anche di illustrare lo stato di avanzamento di PNRR e PNC, strumenti funzionali a raggiungere gli obiettivi che ci poniamo guardando al futuro di città e comuni. Questi giorni saranno altresì l’occasione per ospitare l’intervento dei membri del nuovo esecutivo, in carica da poche settimane, e presentare le nostre priorità “dando voce al Paese e alle comunità”, come abbiamo scelto recitasse il titolo di questa edizione dell’Assemblea.

Tra gli obiettivi del PNRR vi è la riduzione dei divari tra i territori e la creazione di un ambiente favorevole a nuove opportunità di crescita e sviluppo, specie per giovani e donne. È pari a circa 40 miliardi di euro la cifra affidata alla diretta gestione di comuni e città metropolitane. Possiamo fare un punto sugli avanzamenti e sulle principali difficoltà che i comuni stanno incontrando nell’attuazione del Piano, e su eventuali correttivi ritenuti necessari da ANCI?

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A pochi giorni dall’erogazione della seconda tranche di finanziamenti, pari a 21 miliardi, il sistema dei comuni si conferma uno dei principali protagonisti del PNRR. Un ruolo che già la Corte dei Conti aveva riconosciuto ai comuni, nel 2021, durante un’audizione alla Camera dei Deputati, testimoniando la loro forte reattività e dinamicità rispetto agli investimenti, in termini sia di valore complessivo sia di numerosità. Ambiente, innovazione e sociale rientrano senza dubbio tra le sfide principali per provare a rendere il nostro Paese più omogeneo, più moderno e competitivo, più equo.

È indubbio che si debba, al contempo, proseguire su un percorso di semplificazione di norme e procedure, esteso a tutti gli interventi e non limitatamente a quelli del PNRR, e a un robusto innesto di competenze nella PA locale. Ci auguriamo che i comuni possano essere messi nelle condizioni di agire per rispettare tempi e traguardi previsti e di sviluppare le potenzialità enormi che questo Piano sta sprigionando.

L’attuale situazione geopolitica impone scelte complesse e difficili ai comuni, che rischiano di avere un impatto pesante sulla vita dei cittadini. Pensiamo alla gestione del processo migratorio nel lungo periodo, o ai rincari energetici che riguardano gli appalti in corso e gli stessi bilanci comunali. Quali sono le richieste dell’ANCI? Innanzitutto ANCI ha chiesto al Governo di poter ricevere le risorse necessarie, stimate pari a circa un miliardo, per poter chiudere i bilanci di previsione e continuare a fare programmazione e progettazione. Dobbiamo poter contare su risorse che tengano attivi i servizi pubblici, come scuole, palestre e biblioteche o strutture sanitarie, ma anche sulla nostra capacità di costruire risposte più rapide ed efficaci, di sistema e di rete, nella gestione di questioni sociali e ambientali che non possono più essere concepite e trattate come meramente emergenziali.

Anche le aree interne meritano adeguata attenzione. Il Pnrr prevede investimenti per 825 milioni di euro per potenziare servizi e infrastrutture sociali e realizzare farmacie rurali nei Comuni con meno di tremila abitanti e ulteriori finanziamenti sono stati concessi nell’ambito del Fondo complementare. La strategia nazionale delle aree interne è stata definita, in più occasioni, “una rivoluzione nel metodo”, col suo partire “dal basso”, ovvero dai sindaci, dal territorio. Come valuta a oggi gli esiti di questo nuovo corso di una politica rivolta ai “luoghi”?


ASSEMBLEA NAZIONALE ANCI 2022 Veronica Nicotra, Segretario Nazionale ANCI

Vi �e una grande necessita� di politiche strutturali per il rilancio dello sviluppo economico, sociale, ambientale e culturale delle aree interne del nostro Paese, che sono in gran parte amministrate da piccoli Comuni in termini demografici (il 23% della popolazione) ma con territori molto estesi (oltre il 60% della superficie nazionale). La SNAI ha effettivamente rappresentato un nuovo modello di costruzione della politica pubblica, in grado di rispondere, attraverso una strategia a geometria variabile, alle differenti istanze provenienti dai territori. La Legge di Bilancio 2021 ha creato il Fondo di sostegno ai comuni marginali e, oggi, tramite il PNRR si ampliano le opportunità di rafforzare questi territori e accelerare questi processi, anche a livello di capacitazione amministrativa.

Qual è il ruolo dei comuni nel promuovere strategie per la promozione della salute delle collettività? Quanto incide lo spazio fisico delle città e quali sono gli elementi chiave per città sempre più age-friendly? I Comuni rivestono una importanza crescente nella pianificazione di luoghi salutogenici, in grado di garantire qualità di vita a tutti i cittadini che vi studiano e lavorano, lì crescono e scelgono di vivere. È auspicabile che, finalmente, si realizzi quell’integrazione sociosanitaria che garantirebbe non solo risparmi per il nostro servizio sanitario nazionale ma equo accesso a servizi e cure ed eque opportunità a tutti proprio a partire da politiche di promozione della salute. La riduzione delle disuguaglianze, come stiamo vedendo anche dai progetti in corso di realizzazione con i fondi per la rigenerazione urbana e i PINQUA, passa sempre di più dal garantire spazi pubblici a misura di salute e benessere, dallo sport alle comunità educanti, dalla mobilità sostenibile agli spazi verdi, dai servizi di prossimità. Abbiamo oggi una maggiore consapevolezza dell’interdipendenza dei fattori che determinano la salute delle nostre comunità, che non è più solo individuale ma concepibile proprio come un bene comune di cui prendersi cura.


LETTERA APERTA ALLE ISTITUZIONI IN OCCASIONE DELLA XXXIX ASSEMBLEA ANNUALE ANCI PER UNA POLITICA ONE HEALTH NELLE CITTÀ


AGIRE ASSIEME, AGIRE SUBITO, AGIRE CONCRETAMENTE PER LA SALUTE NELLE NOSTRE CITTÀ ATTRAVERSO UN APPROCCIO ONE HEALTH Enzo Bianco

Andrea Lenzi

Presidente C14+

Presidente HCI

Mario Occhiuto, Roberto Pella, Daniela Sbrollini Presidenti Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita nelle Città

Stefano Capolongo

Tiziana Frittelli

Federico Serra

Walter Ricciardi

Presidente EUPHA “Urban Public Health” Section

Presidente Federsanità

Segretario Generale HCI e C14+

Presidente Mission Board on Cancer Commissione Europea

Angelo Avogaro, Luca Busetto, Antonio Caretto, Marina Carini, Americo Cicchetti, Annamaria Colao, Agostino Consoli, Lucio Corsaro, Alessandro Cosimi, Roberta Crialesi, Claudio Cricelli, Davide Croce, Stefano da Empoli, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Graziano Di Cianni, Francesco Dotta, Fabio Fava, , Simona Frontoni, Francesco Giorgino, Luciano Grasso, David Lazzari, Francesca Romana Lenzi, Annalisa Mandorino, Eleonora Mazzoni, Francesco Mennini, Antonio Nicolucci, Teresa Petrangolini, Gianmarco Revel, Mariacarolina Salerno, Paolo Sbraccia, Giorgio Sesti, Carlo Signorelli, Federico Spandonaro, Chiara Spinato, Simona Tondelli, Ketty Vaccaro, Marcoantonio Zappa. Gianluca Aimaretti, Francesco Andreozzi, Giancarlo Balercia, Emanuela Baio, Rocco Barazzoni, Cristina Bargero, Marco Baroni, Alfonso Bellia, Ovidio Brignoli, Silvio Buscemi, Maurizio Cancian, Riccardo Candido, Mariagrazia Carbonelli, Michele Carruba, Duilio Carusi, Maurizio Cellura, Rossana Ciuffetti, Giuseppe Costa, Domenico Cucinotta, Maurizio Damilano, Lina Delle Monache, Paolo Di Bartolo, Nicola Di Lorenzo, Lorenzo M. Donini, Katherine Esposito, Giuseppe Fatati, Rosapia Farese, Diego Ferone, Lucia Frittitta, Ezio Ghigo, Livio Gigliuto, Carla Giordano, Lucio Gnessi, Rosaria Iardino, Davide Lauro, Frida Leonetti, Andrea Loviselli, Livio Luzi, Giuseppe Malfi, Domenico Mannino,Edoardo Mannucci, Gerardo Medea, Lelio Morviducci, Giulio Nati, Uberto Pagotto, Fabio Pagliara, Laura Parolin, Massimiliano Petrelli, Paola Pisanti, Francesco Purrello, Andrea Rebecchi, Chiara Rossi, Ferruccio Santini, Eleonora Selvi, Rita Stara, Enrico Torre, Roberto Vettor. HCI-JUNIOR FELLOWS HCM ALUMNI


Parma città della salute e del benessere:

intervista all’Assessore alle Politiche Sociali, Ettore Brianti di Chiara Spinato

Parma vanta un forte impegno per la promozione della salute e numerose buone pratiche efficaci: quali saranno gli obiettivi principali su cui intende concentrare il suo mandato? Vista la lunga storia di Parma come motore di progetti innovativi nell’ambito della promozione della salute, l’obiettivo principale del mio mandato sarà anche quello di consolidare e sviluppare il ruolo della Città su questi temi, ovvero rendere Parma “Città della Prevenzione e del Benessere”. Perché questa definizione abbia una caratterizzazione operativa e pratica, vogliamo effettuare un capillare e oculato lavoro di messa in rete di tutte le iniziative e le buone pratiche che negli anni sono state proposte. Il tessuto socio-culturale di Parma è molto florido, con importanti sinergie tra Istituzioni (Comune, Università, Azienda OspedalieroUniversitaria, AUSL), mondo produttivo delle imprese e Terzo Settore. Nell’ambito della promozione della salute esistono progetti avviati e modelli già esportabili ed esportati. Si sono appena concluse l’Obesity Week e le giornate per la prevenzione della salute cardiovascolare e del diabete con molteplici eventi sia educazionali che di screening nelle piazze. Vogliamo dare continuità e coesione a questi progetti portandoli nei singoli quartieri della Città con punto di riferimento le Case della Comunità. Qual è, a suo avviso, il ruolo che una città o un comune può svolgere per promuovere salute, e come? Di che cosa necessiterebbe con maggiore urgenza?

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Il ruolo del Comune è rilevante, lo sforzo che dovremo fare come sistema sarà quello di focalizzarci su obiettivi di salute trasversali ed integrati, articolare i progetti e le politiche di prevenzione considerando tutta la nostra popolazione e differenziando gli interventi. Dovremo attuare campagne ampie di informazione e sensibilizzazione ma anche interventi di “prevenzione primaria” e screening su patologie specifiche ad alto impatto (es. diabete, ipertensione, obesità, neoplasie) in co-pro-

grammazione e co-progettazione con Associazioni, Terzo Settore, Ordini Professionali, Istituzioni Sanitarie e Università oltre ai privati accreditati. Particolare attenzione sarà rivolta al processo di fusione delle due Aziende Sanitarie che porterà beneficio per la nostra sanità provinciale e per lo sviluppo della formazione e ricerca scientifica. Fra le maggiori urgenze ci sono le politiche sanitarie e sociali per il benessere e la salute giovanile: la pandemia da Covid ha causato un’esplosione di patologie in questa fascia d’età, ad esempio disturbi del comportamento alimentare, ansia sociale, depressione, fenomeni preoccupanti sui quali il Comune, insieme con le altre istituzioni, può dare risposte importanti. Gli effetti positivi delle politiche di promozione della salute si vedranno nel medio-lungo periodo, pertanto dobbiamo progettare, istituire e consolidare presto gli interventi per accompagnare la crescita dei nostri concittadini e ottenere effetti positivi su tutta la società. E’ necessario fare in modo che i processi amministrativi partecipino, attraverso innovazioni organizzative del Comune, a raggiungere questi importanti e complessi obiettivi. Sanità territoriale e di prossimità: come immagina che il PNRR possa contribuire a un’autentica integrazione socio-sanitaria? La trasformazione della Sanità da “Ospedaliera” a “territoriale e di prossimità” è una delle sfide cruciali dei prossimi mesi. Il PNRR è uno strumento importantissimo perché permette di incidere sia sugli aspetti strutturali, architettonici e urbanistici sia sui percorsi formativi e di ricerca per accompagnare un progetto di sviluppo non solo nei “contenitori” ma anche dal punto di vista culturale e professionale. Lo snodo cruciale è la creazione delle “Case della Comunità”, superamento delle “Case della Salute”, dove il cittadino troverà risposte ai suoi bisogni non solo dal punto di vista sanitario ma anche sociale e che saranno il luogo della partecipazione attiva all’analisi dei bisogni del quartiere


di riferimento e alla condivisione delle azioni. I Punti di Comunità, già attivi, né rappresentano un esempio concreto. Nel nostro territorio sono già presenti 25 Case della Salute che verranno riconfigurate e sono già attivi molti progetti di transizione ospedale-territorio e di prossimità. Per far sì che la transizione sia concreta e non un semplice cambio di denominazione, stiamo istituendo a Parma, in sinergia tra Comune, Università e Aziende Sanitarie, un Centro di Alta Formazione specifico su questi temi per i professionisti di ambito socio-sanitario e per i cittadini. Rimane una grande preoccupazione: tutti i progetti si basano sulle persone e per questo sarà necessaria una forte riflessione anche a livello governativo per nuove politiche occupazionali in ambito socio-sanitario che possano contribuire a dare avvio ai progetti. Di “salute in tutte le politiche” si parla da molto tempo ormai: quale contributo può dare Parma alla costruzione del pensiero intorno a questo principio, e alla sua attuazione? Credo che la programmazione e di conseguenza le progettazioni debbano trovare nello studio degli indicatori di salute e sociali del nostro territorio il punto iniziale dell’analisi e della conseguente partecipazione attiva di tutti gli attori già elencati. Per questo stiamo creando un Osservatorio per il Welfare del Comune di Parma con l’obiettivo di accompagnare e coordinare insieme a Università, Terzo Settore ed Aziende Sanitarie, i gruppi monotematici (fragilità, disabilità, ecc.) già attivati presso il nostro Assessorato, coinvolgendo in questo modo i vari Assessorati del Comune, operatori sanitari, fondazioni del territorio, rappresentanti del Terzo Settore, docenti Universitari di materie sociologiche, economiche, statistiche, giuridiche e tecniche per una preliminare valutazione del contesto territoriale e la costruzione di una mappatura dei bisogni e il successivo avvio di un progetto di sviluppo con la definizione certa di priorità e tempi. In questo modo potremo progettare e attuare azioni specifiche per la riconfigurazione dell’intero sistema sociosanitario di Parma, creare un nuovo concetto di Comunità dove ciascun cittadino potrà trovare le risposte ai propri bisogni e, al contempo, sarà soggetto consapevole e partecipe al Welfare del proprio territorio. 67


Da consulente per la Salute del Sindaco Bucci nel 2017 a primo Health City Manager d’Italia per la città di Genova. Luciano Grasso, qual è il significato di questa nomina e come la città potrà reagire a questa innovazione? La mia nomina a Health City Manager deriva da un impulso che il Sindaco Marco Bucci, pur nel pieno rispetto delle competenze regionali in materia di sanità, ha voluto imprimere al proprio mandato di primo cittadino, nella convinzione che i sindaci debbano occuparsi di salute. Dal 2018 abbiamo iniziato un percorso in tal senso, che ha portato Genova a entrare nella rete nazionale C14+, nel programma globale di lotta e prevenzione al diabete Cities Changing Diabetes, nel network delle Città della corsa e del cammino certificando, grazie alla FIDAL, Corso Italia e ottenendo il riconoscimento della Bandiera Azzurra. Una serie di azioni che hanno contributo, fin da subito, a dare un’immagine diversa e nuova della città, attenta a questi aspetti, fino ad arrivare a oggi con la mia attribuzione, per la prima volta in Italia, di Health City Manager, per la quale ringrazio Health City Institute che, insieme a Sapienza e ANCI, ha creato tale figura professionale. Eserciterò questo incarico sempre di concerto con le prerogative regionali e, naturalmente, con gli assessorati di riferimento e le loro strutture tecnico-dirigenziali, in particolare con gli Assessori Rosso (sociale), Campora (mobilità e ambiente), Bianchi (sport). Altresì agiremo in sinergia con Genova Smart City, Forum Silver Economy, Disability Manager, Garante degli anziani. C’è tanta attenzione e responsabilità rispetto a questo ruolo che voglio rappresentare al meglio per promuovere la salute e il benessere nella comunità genovese. Lei si sta immaginando un’articolazione di questo progetto di health city management che abbracci molti assessorati e che coinvolga molte competenze interne ed esterne al Comune. Quali sono, a suo avviso, le competenze chiave che un HCM deve avere per imprimere questa svolta di salute alle città? Essendo i primi a testare questa figura, l’organizzazione risulta certamente un aspetto chiave, complesso e ine-

dito. Potrei dire che le nostre attenzioni si rivolgeranno, in sintesi: alla necessità di occuparsi di quelle che sono le malattie croniche trasmissibili e non, dal COVID all’obesità e al diabete; in secondo luogo, alla promozione di stili di vita sani, con un’attenzione particolare a nutrizione e alimentazione e ai rischi cui i giovani sono esposti; allo sviluppo del concetto di città verde, dal punto di vista sia della rete ecologica sia della mobilità sostenibile ed elettrica, prendendo a modelli città internazionali che su questo tema abbiano già molto lavorato. Infine, un focus sull’inclusione sociale che parta dallo studio delle aree più degradate e svantaggiate per poter intervenire sulle implicazioni di salute che esse generano. Genova è sicuramente rinata dopo la tragedia del Ponte Morandi, non solo grazie alla ricostruzione ma anche tramite le tantissime progettualità che l’Amministrazione sta mettendo in campo. Lei ha vissuto e guidato queste fasi molto da vicino, oggi svolge un importante ruolo per la gestione del cantiere che interverrà sul porto di Genova. Quali sono gli impatti di salute che tali infrastrutture generano e su cui si deve intervenire? Dal 2017 Genova sta vivendo una stagione nuova per quanto riguarda gli investimenti, interrotta bruscamente, come noto, dal crollo del Ponte Morandi. La città ha tuttavia saputo rispondere, ricostruendo l’opera in appena 17 mesi, reagendo con determinazione a questa tragedia e dimostrando la forza di un modello efficace di gestione, replicabile ed esportabile, il cosiddetto “modello Genova”. Io mi sono occupato di ambiente e salute, un aspetto fondamentale durante tutto il percorso, che ora stiamo applicando anche per il porto con l’avvio di 23 progetti tra i quali evidenzia quello relativo alla nuova Diga Foranea, attraverso un sistema complesso, che non subiva lavori di questa portata da oltre un secolo. Un aspetto che vorrei sottolineare è che, nell’ambito del mio ruolo, abbiamo costituito degli Osservatori affinché tutti i portatori d’interesse e specialmente i cittadini possano far pervenire istanze e suggerimenti, a tutela della salute, di cui tenere conto.


Intervista a Luciano Grasso


SPORT TERAPIA INTEGRATA:

SIGLATO PROTOCOLLO D’INTESA TRA FEDERAZIONE ITALIANA CANOTTAGGIO E FEDERSANITÀ Frittelli e Abbagnale: “Saranno promosse azioni congiunte di educazione, formazione, qualificazione e pratica sportiva finalizzate ad un sano stile di vita e reinserimento, anche sociale, di persone con patologie pregresse, anche di carattere oncologico”. Realizzare azioni congiunte tese a promuovere ed attivare percorsi di educazione, formazione, qualificazione e di pratica del canottaggio come attività sportiva tesa allo svolgimento quotidiano di un sano stile di vita e reinserimento, anche sociale, di persone che per motivi di salute hanno affrontato un percorso ospedaliero, anche doloroso. Con questi obiettivi a Roma, presso la sede della Federazione Italiana Canottaggio (FIC), è stato sottoscritto un Protocollo d’Intesa triennale tra FIC e Federsanità a firma dei due presidenti nazionali Giuseppe Abbagnale e Tiziana Frittelli.

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“Uscire dalla malattia – ha detto la presidente Nazionale di Federsanità Tiziana Frittelli e Direttore Generale dell’AO san Giovanni Addolorata di Roma - significa superarla anche in termini dialettici e poter praticare una disciplina che non si caratterizzi come “riabilitativa” nel senso medico del termine, ma un’attività per il benessere proprio, accessibile a tutti, per una miglior qualità della vita che favorisca naturalmente la prevenzione. Il canottaggio è ideale per la riabilitazione e per scoprire un nuovo stile di vita a contatto con la natura nel quadro ampio del concetto di salute one health e di sinergia tra sport e salute. Lo affermo anche a titolo personale, la pratica all’aria aperta ed il concetto di equipaggio rendono il canottaggio una disciplina eletta per tutti, anche per coloro che hanno affrontato il percorso faticoso della malattia, come ad esempio una patologia oncologica”.

Per la realizzazione degli obiettivi indicati sarà costituito un tavolo tecnico congiunto e attuativo composto da quattro membri individuati da ciascuna delle parti sulla base di specifiche competenze. Tale Gruppo congiunto avrà il compito di predisporre la programmazione delle progettualità, verificare in via preliminare la piena coerenza dei programmi e degli interventi che saranno individuati ed attuati; monitorare in itinere le progettualità, il grado di realizzazione e attuazione, al fine di garantirne la completa realizzazione. Per ogni realtà territoriale verranno individuati sia i riferimenti di Federsanità che della FIC. “Con la firma di questo protocollo indichiamo la pietra miliare della nostra collaborazione con Federsanità – afferma Giuseppe Abbagnale Presidente della Federazione Italiana Canottaggio e pluricampione olimpico – il canottaggio è sempre più riconosciuto come disciplina sportiva in gradi di migliorare la qualità della vita di quanti remano e può tranquillamente affiancare anche la riabilitazione delle persone che hanno avuto problemi di salute. Lavorare con Federsanità sarà ancora più stimolante poiché questo accordo rientra appieno nel solco della Responsabilità Sociale che la Federazione si è impegnata a promuovere in ogni ambito e contesto. Lavoreremo insieme per sviluppare progettualità e studiare soluzioni in grado di garantire anche un’adeguata prevenzione”.


Federsanità associa le Aziende Sanitarie Locali, Ospedaliere e gli Irccs insieme ai rappresentanti dei Comuni associati alle Anci regionali di riferimento, al fine di promuovere linee di indirizzo, di coordinamento e di supporto delle attività degli enti associati; favorire la più efficace sinergia tra Aziende sanitarie e Comuni per rafforzare la rappresentanza delle Aziende e dei Comuni nei rapporti con lo Stato e le Regioni al fine di concorrere alle decisioni pubbliche in materia sanitaria e sociale; attivare i rapporti ed i confronti necessari con gli Organi dello Stato e delle Regioni, con le istituzioni, le forze politiche e le parti sociali per contribuire allo sviluppo della qualità ed efficacia dei servizi di integrazione sociosanitaria e socioassistenziale nazionale e locale, nonché promuovere iniziative di studio e formazione, caratteristiche specifiche utili al presente accordo. FIC è una Federazione Sportiva Nazionale, avente lo status di associazione senza fini di lucro con personalità giuridica di diritto privato, riconosciuta dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP). A livello internazionale è affiliata a World Rowing, Federazione internazionale di canottaggio; FIC ha come finalità istituzionale la promozione, lo sviluppo e l’organizzazione in Italia dello sport del canottaggio in tutte le sue specialità ed ha più di 230 circoli affiliati su tutto il territorio nazionale e dispone di un albo nazionale degli allenatori costantemente formati ed aggiornati anche per trasmettere messaggi educativi di sani stili di vita. Con il settore Responsabilità Sociale promuove e sviluppa una serie di progettualità tese al miglioramento sostanziale della qualità della vita dei soggetti che entrano nel mondo remiero.


Dai diritti del malato alla salute globale, La nuova Carta civica di Cittadinanzattiva di Francesca Moccia Vicesegretaria generale di Cittadinanzattiva, componente del coordinamento del Forum Diseguaglianze Diversità La pandemia ha acceso i riflettori su temi dei quali si parlava quasi sottovoce da decenni, a cominciare dal legame tra salute e ambiente, dalla connessione fra i livelli socio-economici e di istruzione degli individui e lo stato di salute psicofisica e dal crescente peso delle disuguaglianze nel raggiungimento degli obiettivi di salute. Ora dovremmo fare in modo che il minor impatto della pandemia e i gravi scenari di guerra e di crisi in cui siamo immersi non spengano i riflettori su questi temi. I cittadini e le organizzazioni civiche possono fare molto sia per tenere alta l’attenzione sia per esercitare poteri e responsabilità e rendere esigibile il diritto alla salute come “diritto umano fondamentale, nel quale salute e malattia sono considerate risultati di processi non solo biologici ma anche economici, sociali, politici, culturali e ambientali”. Quali sono le priorità per i cittadini? Da dove ripartire per promuovere la salute in chiave globale?

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Accesso alla salute per tutte e tutti (76,7%), lotta alle disuguaglianze sociali (61,4%), benessere psicofisico (51,4%), equa distribuzione della ricchezza (36,5%) e ricerca della sostenibilità (22%) sono i cinque temi che i cittadini di 24 paesi europei, da una breve indagine preliminare svolta da Cittadinanzattiva, hanno indicato come prioritari per una strategia efficace sulla salute globale. Più della metà ha affermato inoltre che la pandemia ha cambiato in modo decisivo le priorità personali e il proprio modo di agire. È emerso, infine, che il comportamento del singolo individuo potrebbe avere un peso decisivo per la tutela dell’ambiente, mentre le istituzioni potrebbero averlo nel garantire un programma di prevenzione psicofisica a tutta la popolazione. Ma come costruire, a partire da questo e con il protagonismo dei cittadini, nuove politiche e nuovi servizi per una salute globale, ossia per una salute di tutti? Nel solco dell’esperienza di successo della Carta europea dei diritti del malato, promossa nel 2002 dalle or-

ganizzazioni civiche di 15 Paesi europei e focalizzata principalmente sui diritti connessi alla condizione di malato, Cittadinanzattiva nei primi mesi del 2022 ha avviato una consultazione per arrivare a scrivere una nuova carta dei diritti sulla salute di tutti, appunto salute globale, non connessa solo alla condizione di malato e rivolta a cittadini e istituzioni. È nata così la prima Carta civica della Salute globale di Cittadinanzattiva, inserita nella prospettiva dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e ispirata alla Carta di Ottawa del 1986. Il percorso verso la Carta è iniziato con la costituzione di un Comitato scientifico che ha avuto un ruolo di guida e di orientamento in tutto il processo condiviso. Si è quindi organizzato un Workshop multi stakeholder che, attraverso specifiche sessioni tematiche ispirate ai tre temi centrali (salute e benessere, salute del Pianeta, giustizia sociale), ha portato a delle evidenze riprese nel documento finale. La guida delle sessioni tematiche è stata affidata a un coordinamento scientifico e un coordinamento civico. Il percorso partecipato si è concluso con la definizione di un catalogo di diritti su cui sensibilizzare i singoli, le comunità, le organizzazioni professionali e civiche e le istituzioni, diritti di cui rivendicare l’esigibilità e azioni coerenti da porre in essere per renderne possibile l’attuazione. Quali sono i principali diritti da esigere? Sono il diritto a una salute globale, al ben-essere, alla sostenibilità, alla innovazione, all’accesso, a una vita dignitosa, all’informazione, all’empowerment, alla trasparenza, a una relazione umana, alla partecipazione e ad essere visibili. Non si tratta di enunciati teorici ma di obiettivi su cui maturare più consapevolezza individuale e collettiva, corredati da azioni, più o meno complesse, da porre in essere nel breve, medio e lungo periodo. La richiesta dei cittadini, infatti, di vedersi riconosciuti oggi micro-diritti connessi alla salute e di


sentirsi più garantiti e protetti nei propri luoghi di vita comporta la messa in campo di nuove politiche pubbliche e il rafforzamento di un sistema di servizi per la salute volti alla promozione del benessere bio-psicofisico di tutti e alla riduzione delle barriere economiche, sociali, organizzative, culturali e che alimentano, secondo la gran parte degli studi della comunità scientifica, le crescenti diseguaglianze di salute. Quali azioni, dunque, porre in essere? Nell’ambito salute e benessere, servono misure per ampliare l’accesso universale alle cure e misure per rafforzare la preparazione alle pandemie, garantendo accesso globale a vaccini, farmaci e terapie, trasferendo tecnologie e competenze nei Paesi a basso reddito oltre a sospenderne i brevetti. In seconda battuta occorrono azioni per rendere più sani i luoghi e le città, con risorse dedicate, anche organizzative, e con figure professionali in ogni città come l’Health City manager; facilitare l’accesso di tutti al patrimonio culturale e a pratiche di arte, cultura, bellezza nella logica di un nuovo welfare culturale per la salute fisica e mentale; promuovere di più campagne mirate di educazione alla salute e alla prevenzione.

dei gruppi emarginati (ambulatori a bassa soglia e ad alto impatto relazionale; servizi di orientamento e di accompagnamento; strutture intermedie), l’assegnazione del medico di medicina generale per tutte le persone senza fissa dimora; l’istituzione di un servizio di mediazione interculturale negli ospedali, nei presidi e nelle strutture di medicina territoriale; l’introduzione di una normativa organica che definisca la professione del mediatore interculturale. Per promuovere l’empowerment dei cittadini più fragili si propone di realizzare campagne nazionali di prevenzione e di screening nei luoghi e contesti marginali, quali periferie urbane, campi rom, insediamenti spontanei, e per il ben-essere dei più fragili si propone lo sviluppo di programmi di inserimento ed inclusione abitativa, il divieto assoluto di ingresso in carcere per le donne in stato di gravidanza, programmi di accesso allo sport nelle periferie, nei contesti di marginalità e nei luoghi di privazione della libertà personale.

Parallelamente si prevede di rafforzare le misure per la salute del pianeta, per preservare l’acqua, ridurre l’impatto del cambiamento climatico, porre un freno al consumo del suolo, favorire la mobilità sostenibile e sostenere le politiche europee previste dal Green Deal Europeo e dal Piano d’azione per l’Economia Circolare. Infine per una maggiore giustizia sociale e la promozione della salute verso i più fragili, si prevedono misure di salute pubblica di prossimità nei luoghi di vita

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La strategia “Urban Health” nell’ambito dell’approccio “One Health”: una sfida multi­disciplinare. di Stefano Capolongo1 e Andrea Rebecchi2 Il termine “One Health” viene coniato a seguito della conferenza “One World, One Health: building interdisciplinary bridges to health in a globalized World” tenutasi a New York nel 2004; viene definito come un approccio intersettoriale, capace di mettere a fuoco le molteplici connessioni tra salute umana, animale e ambientale, al fine di valutare e gestire la complessità dei rischi per la Salute collettiva. Premesso che la Salute Pubblica non si occupa meramente di protezione e promozione, ma traguarda una condizione di benessere individuale e collettivo influenzata anche dal contesto ambientale e dalle strategie di pianificazione urbana attuate dai governi locali, si sottolinea anche una volta quanto il legame tra le caratteristiche morfologiche e funzionali dei contesti urbani e gli impatti di Salute sia capace di generare un nuovo scenario sul tema tecnico-progettuale della tematica definita come “Urban Health”.

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Infine, la strategia “Health in All Policies” - analogamente promossa dalla World Health Organization (WHO) nel 2012 nell’ambito del “Health in all policies: the multi-stakeholder approach for health prevention and promotion” - sottolinea chiaramente come la salute non dipenda esclusivamente dall’erogazione di servizi sanitari e stili di vita, ma anche dalla qualità degli ambienti di vita e di lavoro, dalla possibilità di sviluppo economico, dalla coesione della comunità e dalla disponibilità di servizi pubblici di qualità. Molti di questi aspetti sono condizionati da una corretta pianificazione, progettazione e gestione dei luoghi di cui la città si compone. La sfida si concretizza nella corretta e consapevole azione progettuale di ambienti di vita Outdoor e Indoor; la comunità scientifica auspica, inoltre, l’adozione di protocolli e certificazione di Healthy Environment analoghi a quelli esistenti e diffusi circa la sostenibilità energetica degli edifici e dei quartieri (i.e. LEED Neighborhood, BREAM, etc.). La progettazione urbana diviene pertanto di centrale importanza, data la capacità di promuovere l’equità nella distribuzione dei fattori di rischio e delle opportunità per la Salute Pubblica mediante un approccio

consapevole e capace di integrare scopi ed elementi fisici, che siano in grado di promuovere l’Indoor WellBeing e favorire l’adozione di corretti stili di vita (Healthy Lifestyles). Sono entrambi obiettivi finalizzati al contenimento dell’insorgenza di malattie cronicodegenerative (non-Communicable Diseases, NCDs), le quali rappresentando un carico elevato per i Sistemi Sanitari Regionali e Nazionali (SSR/SSN). Tali esigenze sono valide sia nei contesti densamente urbanizzati - dove i fattori di rischio ambientale sono per lo più generati dall’inquinamento atmosferico, acustico, visivo, etc. - che nelle aree periferiche, le quali sono caratterizzate da scarsa attrattività dei luoghi ed elevata dipendenza dal traffico veicolare motorizzato privato, che provoca l’insorgere di inattività fisica e sedentarietà. La pandemia di COVID-19, la cui insorgenza risale a circa tra anni fa alla data di pubblicazione del presente magazine, è stata un’importante dimostrazione dei duplici effetti dell’urbanizzazione sull’ambiente, ovvero la capacità intrinseca della città contemporanea di essere luogo di opportunità economiche e sociali e, al contempo, contenitore di molteplici fattori di rischio per la Salute Pubblica e il Welfare sanitario. Il repentino cambiamento degli stili di vita nel periodo di distanziamento fisico e sociale hanno reso ancora più urgente la trasformazione delle città stesse in ecosistemi resilienti capaci di promuovere la salute e prevenire la diffusione delle malattie infettive di oggi e di domani. Recuperando il tema centrale del presente numero di URBES Magazine, il termine “One Health” si riferisce alla “…adozione sistematica di Salute in Tutte le Politiche richiede un cambiamento culturale nella presa di decisioni politico sanitarie. Infatti, dipenderà dalla capacità del settore sanitario di instaurare nuove modalità di lavoro con tutti i settori interessati, attraverso sinergie di cooperazione intersettoriale, programmazione coordinata di politiche generali, al fine di integrare la promozione della salute con le strategie di sviluppo sociale ed economico a tutti i massimi livelli, in quella che si può definire visione unica di


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Department in Architecture, Built environment and Construction engineering (ABC) of Politecnico di Milano Scientific Referent of the Design&Health Lab. DABC President of the Urban Public Health Section of the European Public Health Association (EUPHA) mail. stefano.capolongo@polimi.it

Department in Architecture, Built environment and Construction engineering (ABC) of Politecnico di Milano Member of the Design&Health Lab. DABC Member of the Steering Committee of the Urban Public Health Section of the European Public Health Association (EUPHA) mail. andrea.rebecchi@polimi.it

orizzonti” (Salute in tutte le politiche, protocollo d’intesa scuola regione, regione Veneto, 2018). Quanto sopra citato - ripreso anche dal Piano Nazionale di Prevenzione 2020-2025 (PNP) e dai Piani Regionali di Prevenzione 2021-2025 (PRP) - sottolinea la necessità di un approccio interdisciplinare e transdisciplinare, al fine di indirizzare le caratteristiche morfotipologiche delle città contemporanee, agli Outcomes di Salute Pubblica; si rende necessaria un’azione congiunta per coinvolgere le comunità locali, a partire dai professionisti stessi. Nello specifico, il PRP 2021-2025 di Regione Lombardia, integra ed argomenta in alcuni dei suoi cosiddetti “Programmi Predefiniti” la strategia “Urban Health”; nello specifico, PP2: Comunità attive; PP5: Sicurezza negli ambienti di vita; e PP9: Ambiente, clima e salute; sviluppano “Linee strategiche”, definiscono “LEA”, articolano “Obiettivi trasversali / specifici” ed infine individuano “Indicatori” utili a costruire il sedime della intersettorialità e della programmazione coordinata di cui si è parlato nei passaggi precedenti. PP2 riferito al “Macro obiettivo principale di riferimento” M01: Malattie croniche non trasmissibili; PP5 riferito al M05: Incidenti domestici e stradali; PP9 riferito al M05: Ambiente, clima e salute; hanno tutti come “Macro obiettivo trasversale di riferimento” il M01: Malattie croniche non trasmissibili, a sottolineare come la maggiore emergenza e preoccupazione dei SSN sia quella di contrastare l’insorgenza di NCDs con politiche di invecchiamento attivo ed in salute, in un ambiente costruito salutogenico e promotore di corretti stili di vita. Di concerto, per concludere, i Sustainable Development Goals (UN, Agenda2030) con particolare riferimento agli Obiettivi/Goals 3-Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età 11-Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; 13-Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico.

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La salute a scuola nel nuovo modello territoriale La medina scolastica potrebbe oggi rispondere alle fragilità del sistema sanitario e sociosanitario che sono emerse con particolare chiarezza con l’avvento della pandemia? Su questo tema si è confrontato un gruppo multidisciplinare, coordinato da Fondazione The Bridge in partnership con HCI – Health City Institute – e l’Osservatorio C14+, composto da pediatri di libera scelta, igienisti, rappresentanti delle istituzioni, dell’accademia, del mondo scolastico, dei genitori, che hanno dato seguito a un lavoro di approfondimento, iniziato nel 2021, con l’intento di andare a definire trasversalmente il perimetro del contesto nel quale si colloca la medicina scolastica, soprattutto nell’attuale declinazione della riforma territoriale, di stimolare il confronto tra i vari stakeholders di settore e di elaborare un documento di posizione da sottoporre alle istituzioni. Riparlare di Salute a Scuola e di rapporto fra servizi sociosanitari e scuola oggi significa innovare approcci, strategie e modelli organizzativi secondo declinazioni che si adattino al contesto culturale e alle caratteristiche territoriali del Paese, e dal confronto avviato si evince come l’intervento sanitario a scuola possa diventare parte di un progetto di ripensamento della medicina territoriale e dei servizi sociosanitari di prossimità.

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Le scuole, in quanto luogo di convergenza di alunni e di genitori, rappresentano infatti uno dei livelli della rete territoriale sanitaria di prossimità. La presenza di professionisti sanitari nel setting scolastico, accanto all’aspetto prettamente erogativo assume dunque una importante dimensione sociale focalizzata sul perseguimento del benessere dei ragazzi che comprende i temi dello sviluppo di corretti stili di vita ed alimentari, il benessere psicologico, l’informazione sanitaria e il contrasto alle fake news, la diffusione delle conoscenze e la maggiore accessibilità ai vaccini Per esempio, l’istituzione di una nuova figura profes-

sionale, quella dell’infermiere di comunità, che si aggiungerebbe e completerebbe la presenza di altre figure professionali sanitarie orientate al contesto e alla prevenzione (psicologi di comunità, assistenti sanitari, educatori professionali, assistenti sociali), potrebbe rappresentare un’opportunità da cogliere immaginando le condizioni che ne consentano l’interfacciarsi con la scuola e i pediatri di libera scelta e/o i medici di medicina generale che seguono gli studenti. La figura del pediatra potrebbe in questo modo mantenere la sua centralità anche nell’ambito di una nuova attenzione alla salute a scuola, lavorando in un sistema a rete con i propri colleghi e in partnership in collaborazione con le diverse figure sul territorio incaricate della salute degli studenti. Ne deriva quindi che il pediatra di libera scelta potrebbe diventare, nelle regioni dove la medicina scolastica non opera, il case manager ed il coordinatore di un’equipe costituita da personale infermieristico e dai collaboratori di studio; questa azione non può però prescindere dalla collaborazione con il comune sia per quanto riguarda la gestione dei locali scolastici sia per quanto riguarda l’interconnessione con le diverse dimensioni del concetto di salute nell’approccio One Health. E non solo: gli attori in campo, che dovrebbero trovare modalità di collaborazione sono da un lato il Ministero della Salute e dall’altro il Ministero dell’Istruzione, coinvolgendo il mondo accademico, ordini e associazioni professionali (in primis l’Associazione nazionale dei medici pediatri), il mondo della comunicazione, i provider e i gestori del web (per il tramite delle competenti autorità), e – non ultima, ANCI. Il contestuale sviluppo delle reti locali troverebbe in questo modo cornici unitarie di riferimento, pur continuando a garantire il rispetto delle peculiarità territoriali e l’aggregazione a km zero delle forze presenti nei diversi territori. Il documento di posizione è visibile sul sito di Fondazione The Bridge


di Rosaria Iardino Presidente Fondazione The Bridge

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Colonnine:

piacere di conoscerle! Le colonnine di ricarica forniscono l’energia che restituisce l’autonomia alle batterie delle auto elettriche: possono essere sia private, magari installate direttamente a casa propria, che pubbliche. Usarle è più semplice di quanto si pensi. di Federica Ascoli Il comparto delle auto elettriche continua il suo sviluppo, anche se i dati più recenti registrano un lieve calo delle immatricolazioni rispetto lo scorso anno. In ogni caso è un ormai chiaro che quasi tutti i costruttori sul mercato possiedono almeno un modello elettrico a listino. Le ragioni di questa scelta sono tante: le normative anti inquinamento sempre più stringenti, la necessità di ripulire in parte l’aria che respiriamo e ridurre quindi le emissioni, anche quelle delle vetture che usiamo ogni giorno. Sul nostro territorio quindi le auto elettriche la faranno da padrone, tanto che in futuro si vorrebbero abolire tutte le altre tipologie di alimentazione (la diffusione delle auto a emissioni zero alimentate a batteria nel 2050, secondo un rapporto della European climate foundation, dovrebbero essere il 71% del totale in Europa). Per questo motivo è fondamentale capire come funziona la ricarica di queste vetture e le “colonnine” apposite. Esistono differenti produttori di colonnine e gestori, ecco perché gli impianti possono avere delle forme differenti. Alcune sono a parete o portatili, altre a palo, ma la funzione è comunque sempre la stessa. Alcuni produttori oggi stanno studiando lo sviluppo di nuovi sistemi wireless che permetteranno di poter caricare la vettura solo posizionandola su una piattaforma apposita. Come avviene la ricarica delle auto elettriche? Le colonnine elettriche sono dei distributori di energia attraverso i 78 quali puoi ricaricare le auto elettriche, un’operazione non troppo diversa dal caricamento di un cellulare: basta collegare la macchina alla stazione di ricarica con un cavo. Prima di procedere con “il pieno di energia”, è fondamentale controllare che la propria auto sia compatibile con la colonnina di ricarica a cui la state collegando, altrimenti il processo non sarà possibile. Importante sapere che ci sono due categorie di colon-

nine: quelle del settore privato, si allacciano alla rete locale e sono immediatamente pronte all’uso dopo che un tecnico esperto ha eseguito la connessione alla rete elettrica. Si possono installare in negozi, ristoranti, parcheggi di aziende o centri commerciali, hotel e anche nella propria casa; colonnine ad uso pubblico, le installano fornitori di energia e gestori di rete su strade pubbliche o parcheggi di aeroporti e stazioni ferroviarie. Le stazioni di ricarica per auto elettriche: dove si trovano? I punti di ricarica per le vetture a zero emissioni sono situati in tutto il territorio italiano, ovviamente in alcuni punti strategici ben precisi. Se si ha intenzione di fare un viaggio piuttosto lungo o comunque un percorso fuori dall’usuale, allora è necessario informarsi prima sulla posizione delle colonnine di ricarica lungo il tragitto, per non viaggiare con la cosiddetta “ansia da ricarica”. Ci sono numerosi siti internet e app per lo smartphone su cui è possibile verificare dove si trovano le stazioni per le vetture a batteria. Ad oggi purtroppo le stazioni di ricarica per le auto elettriche in Italia sono ancora poche e soprattutto non sono distribuite in maniera uniforme su tutto il territorio della penisola. L’autonomia è sicuramente un punto debole per le auto elettriche, i costruttori e i fornitori di energia stanno lavorando congiuntamente con gli enti per implementare le infrastrutture in Italia e i produttori di auto stanno sviluppando modelli in grado di garantire un’autonomia (in km) più elevata e quindi facilitare gli spostamenti e i viaggi più lunghi. Certamente siamo sulla strada buona!


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ZIONI



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FOCUS ON CITTÀ

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PAMPLONA LA RIVOLUZIONE VIENE DALLE BICI

La bicicletta ispirò Neruda e Patti Smith. Ispirò Henry Miller e Simone De Beauvoir… e ora deve ispirare i cittadini di Pamplona. Adagiata ai piedi dei Pirenei, la città spagnola di Pamplona non è il tipico luogo adatto alle biciclette. Come molte altre città medievali, gran parte di Pamplona si trova in cima a una collina che si erge ripida sopra la pianura navarrese. Quella topografia un tempo aiutava a proteggerla dagli eserciti invasori; oggi rende la bicicletta una proposta ambiziosa. “C’è un dislivello di circa 20 metri tra la sponda del fiume e le parti più alte della città”, ha affermato Maribel Gómez, responsabile della mobilità del governo municipale di Pamplona. “Devi essere in ottima forma per poter pedalare su pendii con pendenze superiori all’8 percento.” Fino a pochi anni fa, la comunità ciclistica cittadina era composta principalmente da “ragazzi in forma che praticavano sport”. La situazione è cambiata quando le autorità hanno iniziato a investire in infrastrutture, inclusa una serie di ascensori pubblici che collegavano i punti chiave del centro storico di Pamplona, famoso in tutto il mondo per ospitare l’annuale festival Running of the Bulls “la corsa dei tori”, all’altopiano sottostante. Da allora l’uso della bicicletta è esploso, spingendo la città a costruire la sua rete di piste ciclabili, un circolo virtuoso che potrebbe smentire l’opinione comune secondo cui è troppo difficile andare in bicicletta nelle calde e collinari città meridionali dell’Europa. Rispetto alle utopie ciclistiche del nord Europa, l’adozione di biciclette nelle città del sud è bassa. Mentre più del 30% delle persone ad Amsterdam e Copenaghen afferma di fare affidamento sulle biciclette come mezzo di trasporto principale, meno del 4 per cento dei residenti di Roma usa le biciclette per spostarsi. Nella capitale maltese di La Valletta, il 5,8 per cento su base giornaliera; a Lisbona, il 6,4 per cento. “È sempre la stessa cosa. Le persone nelle città del sud dicono: questa non è Amsterdam, la mia città non è

piatta, quindi non lamentarti del fatto che non vado in bicicletta’”, ha affermato Samuel Nello-Deakin, ricercatore presso l’Università Autonoma di Barcellona. “È vero che le città che registrano i tassi più elevati di utilizzo della bicicletta sono piatte o hanno pendenze massime del 5 per cento”, ha affermato. “Ma non è una regola rigida: vediamo tassi di ciclismo elevati a Zurigo e in altre città svizzere con colline molto ripide.” A Pamplona negli anni passati si potevano notare i genitori che accompagnavano i figli a scuola e i professionisti diretti in ufficio che facevano la fila all’ingresso dell’ascensore di Calle Descalzos, situato appena sopra la riva del fiume Arga e costruito alla base delle antiche fortificazioni di Pamplona. L’ampia cabina poteva ospitare circa una dozzina di pedoni o cinque biciclette, ma i pedoni avevano la priorità, il che significava che i ciclisti finivano per aspettare un po’ di più per il loro viaggio in salita. Gómez ha ammesso che gli ascensori non erano progettati per i ciclisti quando sono stati installati per la prima volta nel 2008: “Stavamo cercando di dare ai residenti più anziani un modo per raggiungere i negozi e i centri sanitari nel centro storico”. Ma gli amministratori cittadini si sono subito resi conto che gli ascensori stavano incentivando l’uso della bicicletta, alleviando la fatica di una ripida salita e trasformandola in una corsa in ascensore di 20 secondi. Una volta era uno spettacolo raro, ora è comune vedere lavoratori sfrecciare per le strade della città. Negli ultimi 11 anni la flotta originale di cinque ascensori di Pamplona è stata ampliata a 11, con tassi di utenza stimati pari a quasi 2,7 milioni di persone all’anno, una cifra impressionante per una città di 200.000 abitanti. “I nostri dati mostrano che questa infrastruttura consente il movimento di un numero enorme di persone


all’interno della città”, ha affermato Gómez. “Alla fine si è rivelato essere la chiave per consentire al vecchio quartiere di rimanere in vita”. L’aumento del ciclismo urbano non è dovuto solo agli ascensori, ha affermato Gómez. La città ha raddoppiato le sue piste ciclabili — da 4,8 chilometri nel 2019 a 10,5 km nel 2021 — e ha lanciato un nuovo servizio di e-bike sharing a dicembre 2021.

Il sistema, creato con la società spagnola Ride On e sponsorizzato dalla banca locale Caja Rural de Navarra, ha punti di ancoraggio in tutti i quartieri, oltre che nelle zone più turistiche della città, e mantiene bassi i costi per gli utenti. Il prezzo di docking per gli abbonati è di soli € 0,70 e i primi 20 minuti di ogni corsa sono gratuiti. Ciò rende il servizio più economico rispetto al biglietto singolo sulle linee di autobus municipali della città. Queste tariffe convenienti sono fondamentali, poiché possedere una e-bike - che può costare tra 1.000 e 2.500 euro - è un lusso in paesi come Spagna e Portogallo, dove lo stipendio mensile medio è rispettivamente di € 1.750 e € 1.360. Gómez ha affermato che la città non ha ancora rilevato i tassi di utilizzo definitivi, ma che gli sportelli posizionati in punti strategici della città rilevavano circa 8.500 ciclisti (e-bike e altri) al giorno.

e della raccolta dati presso la European Cyclists’ Foundation (ECF): “Le e-bike sono rivoluzionarie per le persone meno sportive, gli anziani e anche i pendolari che vogliono andare al lavoro senza arrivare coperti di sudore. Paesi come la Francia e la Svezia hanno introdotto incentivi nazionali all’acquisto che hanno funzionato abbastanza bene, ma nel complesso sono mancati schemi di prestito e sussidi”. L’anno scorso le organizzazioni ciclistiche hanno convinto il Consiglio dell’Unione Europea ad autorizzare i paesi membri ad applicare aliquote IVA ridotte sulla fornitura, noleggio e riparazione di biciclette convenzionali ed e-bike. Ma Holger ha affermato che quasi un anno dopo non tutti i Paesi hanno fatto questo passo e che l’UE deve fare di più per rendere le biciclette elettriche accessibili a tutti. Renderlo una realtà - e fornire soluzioni aggiuntive come migliori collegamenti tra le infrastrutture ciclabili e il trasporto pubblico - è particolarmente urgente nelle città dell’Europa meridionale, che soffrono il caldo estremo a causa del cambiamento climatico, ha affermato Gómez. “Dobbiamo smettere di emettere CO2 e dobbiamo invertire la tendenza ad avere spazi pubblici pieni di automobili”, ha affermato. “Dobbiamo fare di tutto perché le persone possano muoversi in bicicletta, a piedi o con mezzi pubblici non inquinanti”.

La promozione dell’uso delle e-bike potrebbe essere fondamentale anche in altre città collinari, secondo Holger Haubold, direttore della proprietà intellettuale

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DA PIATTAFORMA PETROLIFERA A INSTALLAZIONE ARITSTICA PER IL CLIMA Succede a Weston‐super‐Mare, in Inghil‐ terra, nella costa che si affaccia sul Mare del Nord. Diventerà una delle più grandi installazioni artistiche del Regno Unito, con attività didattiche e approfondimenti su scienza, tecnologia, ingegneria e arti. Sulle coste di Weston-super-Mare, precisamente nei pressi del Tropicana, lido degli anni Trenta, giace un’enorme piattaforma petrolifera dimessa da tempo, in via di riqualificazione e finalizzata ad accogliere il pubblico di tutte le età con attività didattiche e di entertainment. Si tratta di SEE MONSTER, grande progetto di trasformazione del patrimonio industriale che permetterà di dotare questa località sul Mare del Nord di un nuovo spettacolare punto di riferimento per l’educazione di ambito scientifico e creativo, con un focus su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (discipline STEAM) e arti. Al centro, la celebrazione della natura e del clima, in particolare quello britannico, con giardini, cascate, luoghi di incontro, visite guidate, attrazioni e spettacoli a tema. Con la direzione artistica di Patrick O’Mahony & Ollie Howitt, affiancati da un team multidisciplinare, SEE MONSTER fa parte di UNBOXED: Creativity, ambizioso programma creativo del Regno Unito finanziato da quattro governi inglesi, in collaborazione con il Belfast City Council, Creative Wales ed EventScotland. SEE MONSTER è una piattaforma in pensione del Mare del Nord, trasformata in una delle più grandi installazioni artistiche pubbliche del Regno Unito, che ispirerà conversazioni globali sul riutilizzo, le energie rinnovabili e il clima. Viaggiando dalle lontane distese del Mare del Nord, SEE MONSTER ha resistito a venti tempestosi e onde ruggenti. Dopo una vita in cui ha resistito ai mari in tempesta, l’impianto di perforazione in pensione è rinato a terra nell’ex lido degli anni

‘30, il Tropicana. Nell’autunno del 2022, dopo essere stato trasformato, il mostro segnato dalle intemperie si è animato a Weston-super-Mare, come una colossale manifestazione di tutto ciò a cui ha assistito lungo il suo viaggio intorno alla turbolenta costa. L’entità risvegliata è una gioiosa celebrazione e una nuova visione di ciò che il mostro potrebbe diventare. In qualità di pioniere verso un futuro più verde, SEE MONSTER esplora il concetto di strutture ereditate, siano esse fisiche, sociali o ambientali. Cosa facciamo con le strutture che ereditiamo? E quali azioni possono ispirare? Con l’opportunità di viaggiarvi all’interno, saranno esplorati nuovi approcci per un futuro più sostenibile e più verde. SEE MONSTER incoraggerà l’interazione e la giocosità per sensibilizzare sui temi della sostenibilità, del riuso, della creatività. Info: seemonster.co.uk


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FOCUS ON SPORT E CITTÀ

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SPORT HAS THE POWER TO CHANGE THE WORLD Nelson Mandela Spin-off della Fondazione Sportcity, l'Osservatorio permanente sullo sport, nasce per promuovere attività di ricerca strategica e decisiva per il futuro della nostra società e dello sport. Con questa iniziativa la rivoluzione dolce delle Sportcity sta diventando una meravigliosa realtà, con un Osservatorio che nasce come laboratorio di idee, studi, ricerche e analisi per ottenere dei risultati importanti nel campo della promozione della pratica sportiva. Siamo convinti che investire in studi e ricerche sia decisivo per il raggiungimento degli obiettivi, perché occorre competenza di contesto e dati strategici che consentano di studiare il presente per capire il futuro e intercettarlo per tempo. Un Osservatorio che punta a fornire statistiche sullo sport in Italia non raccolte da un'unica indagine a sé stante, ma anche aggregando fonti provenienti da diverse raccolte di dati. Un Osservatorio permanente che vuole aggregare le forze migliori del nostro Paese, mettendo a fattore comune dati, esperienze e studi specifici che animino il dibattito sul benessere, la socialità e la cultura del movimento. Sarà una bella scommessa utile per immaginare lo sport del futuro in questo Paese. TEMI DI ANALISI DELL’OSSERVATORIO - Impiego e lavoro nel settore dello sport ; - Caratteristiche e prestazioni delle imprese impegnate nel settore sportivo e della produzione nel commercio di articoli sportivi; - Partecipazione ad organizzazione di eventi sportivi (alto livello e di massa); - Organizzazione sportiva; - Pratica dello sport e dell'attività fisica e tempo dedicato allo sport e alle attività all'aperto; - Spesa delle famiglie per beni e servizi sportivi; - Sport nelle città; - Sport e salute; - Sport, scuola e università; - Sport e tecnologia; - Sport e digitalizzazione; - Sport e ambiente - Sport e integrazione sociale. FACTSHEET è realizzato dagli esperti e ricercatori dell’Osservatorio Permanente sullo sport in Italia, facendo ricorso da fonti documentali e a dati sulla pratica sportiva, provenienti da qualificati istituti di ricerca pubblici e privati ed elaborati tramite analisi sistematica degli stessi.

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1

INTRODUZIONE Federico Serra, Presidente dell’Osservatorio permanente sullo sport

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Lo Sport è riconosciuto da tutti come elemento cardine per la promozione e diffusione di comportamenti e stili di vita sani, inclusione sociale, veicolo fondamentale per il rafforzamento della coesione sociale e dell’identità nazionale e una multiculturalità intesa come rispetto profondo delle differenze fra i popoli. Uno sport meritevole di tutela, giuridica e costituzionale, come la cultura, la salute o l’istruzione. Lo sport e la cultura del movimento sono frutto ed espressione di comportamenti primordiali e insiti nella natura umana, che ci accompagnano dalla nascita alla morte, regolano la nostra quotidianità, influiscono sulle nostre scelte di vita e determinano, spesso, i rapporti sociali. Riconoscere allo sport un ruolo sociale significa finalmente liberarlo dalla necessità di affidarsi a dinamiche economiche e farne un valore “nazionale”, non più limitato alle bandiere che sventolano in occasione dei tanti successi dei nostri atleti e delle nostre atlete; significa ammettere che dietro il gesto sportivo ci sia non solo una macchina che si muove perché l’agonista raggiunga i risultati, ma una piazza da dedicare alla pratica sportiva per tutti, una palestra di quartiere o condominiale, trasporti “green”, ciclabili, aree attrezzate, minori emissioni in atmosfera e comportamenti che migliorino la qualità della vita. Il rapporto FACTSHEET 2022, si propone di delineare annualmente, attraverso l’analisi sistematica dei dati provenienti da indagini qualificate, come quelli di ISTAT ed EUROSTAT, un quadro composito dell’atteggiamento della popolazione italiana riguardo allo sport e rispondere in particolare alla domanda sui mutamenti che avvengono in tale settore negli ultimi anni, per consentire un dibattito e confronto su come lo sport possa divenire effettivamente volano sociale nel tessuto del nostro Paese. L'Eurobarometro mostra anche che la maggior parte dell'attività fisica si svolge in contesti informali, come parchi e all'aperto (40 %) o a casa (32 %) o durante il viaggio tra casa e lavoro, scuola o negozi. Tuttavia, il 15 % degli europei non cammina per 10 minuti alla volta in un periodo settimanale e il 12 % siede per più di 8,5 ore al giorno. Queste cifre sottolineano il ruolo cruciale che altri attori possono svolgere: i datori di lavoro, ad esempio, possono contribuire ad affrontare i comportamenti sedentari sul luogo di lavoro e le città e le autorità locali possono anche contribuire ad aiutare i cittadini a essere più attivi fisicamente nella loro vita quotidiana. Le principali motivazioni per la partecipazione allo sport o all'attività fisica sono il miglioramento della salute (54 %) e del fitness (47 %). La mancanza di tempo (40 %) è la principale barriera. Una situazione che in Italia viene monitorata attraverso l’indagine campionaria “Aspetti della vita quotidiana” (che fa parte delle Indagini Multiscopo sulle famiglie), dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) che raccoglie annualmente informazioni sulla vita quotidiana dei cittadini, compresa l’abitudine a praticare nel tempo libero uno o più sport o una qualche attività fisica (come fare passeggiate per almeno due chilometri, nuotare o andare in bicicletta) rilevata sulla popolazione a partire dai tre anni di età. Più recentemente l’Istat nell’ indagine sugli "Aspetti della vita quotidiana" dedicata ai fattori di rischio per la salute condotta nel corso 2021 su 45mila persone, rileva che non pratica sport il 33,7% della popolazione con più di 3 anni, ovvero 19 milioni 667 mila persone (dichiarano di non praticare né sport né attività fisica nel tempo libero. Per quanto riguarda le differenze di genere: è sedentario il 36,9% delle donne contro il 30,3% degli uomini. I dati di maggiore interesse ci indicano però un’Italia spaccata tra nord, sud e isole, dove nel nord-ovest il 24,9% non pratica nessuna attività sportiva, nel nord-est la stessa percentuale arriva al 23,9%, al centro Italia al 30,5%, sino ad arrivare ai numeri allarmante del sud e delle isole dove rispettivamente il 48,7% e il 47,1 % non pratica sport e nessuna attività fisica.


Dati che ci danno la dimensione frammentaria e diseguale del Paese, e che necessità riflessioni in tema di presa in carico del problema. Da tutti questi dati si evince l’importanza sociale dello sport nella vita quotidiana delle persone e dell’intero Paese, dove lo stesso in tutte le sue forme, praticato a livello agonistico, dilettantistico o ricreativo , rappresenta un importante strumento formativo d’integrazione sociale e di dialogo culturale, nonché un volano per la diffusione di valori fondamentali quali la lealtà, l’impegno, lo spirito di squadra e il sacrificio. Il rapporto e i dati ISTAT ci consegnano una Italia più longeva rispetto alle altre nazioni europee, che ha reagito bene, in termini di salute, alla sfida posta dal COVID 19, con una pratica sportiva assolutamente disomogenea su base territoriale, dove il sud appare essere più indietro rispetto al nord. Da qui bisogna fare riflessioni e sviluppare aree di intervento istituzionale che nel PNRR possono trovare risposte concrete e che nella scuola l’alveo naturale di sviluppo. Un corposo intervento è previsto a pagina 180 del PNRR alla voce “Potenziamento infrastrutture per lo sport a scuola”, con un finanziamento di 300 milioni di euro. Nel testo si legge: “L’obiettivo è quello di potenziare le infrastrutture per lo sport e favorire le attività sportive a cominciare dalle prime classi delle scuole primarie. Infatti, è importante valorizzare, anche attraverso l’affiancamento di tutor sportivi scolastici, le competenze legate all’attività motoria e sportiva nella scuola primaria, per le loro valenze trasversali e per la promozione di stili di vita salutari, al fine di contrastare la dispersione scolastica, garantire l’inclusione sociale, favorire lo star bene con se stessi e con gli altri, scoprire e orientare le attitudini personali, per il pieno sviluppo del potenziale di ciascun individuo in armonia con quanto previsto dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’Istruzione”. L’implementazione di strutture sportive annesse alle istituzioni scolastiche consente di poter raggiungere un duplice obiettivo: favorire lo sport e le attività motorie nelle scuole e consentire di mettere a disposizione dell’intera comunità territoriale, soprattutto nei tessuti urbani, tali strutture sportive, nuove o riqualificate, al di fuori dell’orario scolastico attraverso convenzioni e accordi con le stesse scuole, gli enti locali e le associazioni sportive e dilettantistiche locali, facendo si che lo sport diventi volano di coesione sociale nelle nostre città. Del resto una seconda linea di intervento di 700 milioni, indentifica a pagina 218 nel capitolo “Investimento 3.1: Sport e inclusione sociale” come tale investimento deve essere finalizzato a favorire il recupero delle aree urbane puntando sugli impianti sportivi e la realizzazione di parchi urbani attrezzati, al fine di favorire l’inclusione e l’integrazione sociale, soprattutto nelle zone più degradate e con particolare attenzione alle persone svantaggiate. Il premier Draghi, in sede di presentazione del Piano alle Camere ebbe modo di dire come “L’Italia da anni reclamava un piano sulle politiche sportive. Con un miliardo di investimenti nel PNRR da oggi lo sport ha piena dignità nelle politiche pubbliche del nostro Paese, anche per lo stretto legame che c’è tra l’attività sportiva, il benessere e la coesione sociale. Intendiamo potenziare le infrastrutture per lo sport e favorire le attività sportive a cominciare dalle prime classi delle scuole primarie. Delle infrastrutture sportive scolastiche beneficerà inoltre l’intera comunità territoriale, al di fuori dell’orario scolastico attraverso convenzioni e accordi con le stesse scuole, gli enti locali e le associazioni sportive e dilettantistiche locali”. Ora spetta agli Enti locali, alle Regioni, ai Comuni, al CONI e al mondo dello sport vigilare sull’attuazione e cogliere questa opportunità di sviluppo, ma per far questo vi è la necessità di inserire lo sport nella visione ONE HEALTH e di monitorare costantemente la pratica sportiva nel nostro Paese.

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POPOLAZIONE RESIDENTE AL 1° GENNAIO 2022 PER SESSO, FASCE D’ETA’ E TERRITORIO

58,983122 milioni

30,235705 milioni

28,747417 milioni

Popolazione totale

Popolazione femminile

Popolazione maschile

8,050997 milioni

0-15 ANNI

8,907408 milioni

27,4097 milioni

16-30 ANNI

15,405405 milioni

9,870989 milioni

16,748323 milioni

31-50 ANNI

11,7409 milioni

71+ ANNI

51-70 ANNI

6,3806 milioni

13,4518 milioni

94

*Istat - “Indicatori demografici”- 2022


IN ITALIA UN’ALTISSIMA ASPETTATIVA DI VITA Nonostante la flessione degli anni di vita attesi nel 2020, l’indicatore della speranza di vita in buona salute alla nascita ha subito un inaspettato miglioramento con un guadagno di 2,4 anni rispetto al 2019, per effetto di un aumento della quota di persone che, nel contesto della pandemia, ha probabilmente valutato con maggiore favore la propria condizione di salute. Nel 2021 questo miglioramento viene parzialmente riassorbito, ma comunque la speranza di vita in buona salute rimane più alta rispetto al periodo pre-pandemia.

2021

2019

83,2 ANNI

82,1

82,4

ANNI

ANNI

2020

Regione/ provincia autonoma con il valore migliore: Trentino Alto Adige

Regione/ provincia autonoma con il valore peggiore: Regione Campania

83,7 ANNI

80,6 ANNI 95

*Istat - Rapporto indicatori demografici - 2021


AD UNA GRANDE ASPETTATIVA NON CORRISPONDE UNA UGUALE QUALITA’ DELLA VITA L’aspettativa di vita alla nascita per le donne nell’UE è, in media, 5,7 anni in più rispetto a quella degli uomini (83,2 anni rispetto a 77,5 anni). Gli anni di vita in buona salute rappresentano rispettivamente il 78 % e l’82% dell’aspettativa di vita totale per donne e uomini. Pertanto, in media, gli uomini tendono a trascorrere una parte maggiore della loro vita un pò più breve senza limitazioni di attività. Tra gli Stati membri dell’UE, la Svezia ha registrato il maggior numero di anni di vita in buona salute alla nascita per le donne (72,7 anni), seguita da Malta (70,7 anni) e Italia (68,7 anni). i numeri più alti per gli uomini sono stati registrati anche negli stessi tre paesi: Svezia (72,8), Malta (70,2) e Italia (67,2).

Sweden

72.7

Malta

70.7

Women 64.5 years

68.7

Italy

67.8

Bulgaria

72.8

Malta

70.2

Italy

67.2

Spain

66.3

67.1

Ireland

Ireland

65.3

66.8

Germany

Greece

65.0

66.8

Greece

66.3

Spain

66.3

Slovenia

65.3

France

Germany

64.7

Luxembourg

64.0

France

63.9

Slovenia

63.9 63.9

64.3

Poland

Belgium

64.0

Belgium

Bulgaria

63.9

63.5

Hungary

Cyprus

62.5

63.1

Cyprus

Netherlands

62.4

62.5

Czechia

62.4

Luxembourg

60.5

Romania

59.6

Estonia

59.6

Croatia

59.6

Netherlands

Hungary

61.6

Czechia

60.9

Portugal

60.8

Poland

60.3

Romania

59.3

Austria

58.2

59.3

Austria

Denmark

58.1

58.7

Lithuania

Finland

57.7

Portugal

Croatia

57.5

57.1

Denmark

Slovakia

56.3

57.1

Slovakia

Estonia

55.5

55.9

Finland

Lithuania

55.1

54.3

Latvia

58.7

66.7

96

Sweden

60.7

Norway Switzerland

Latvia Norway Switzerland

Men 63.5 years

52.6 70.5 62.2

*Eurostat - “Healthy life years at birth”- 2020


TRA I GIOVANI DIMINUISCE L’ATTIVITA’ SPORTIVA CONTINUATIVA Si evidenzia un calo nell’attività sportiva continuativa nella fascia 6-24 dal 2019 al 2021, così come un aumento sempre nella stessa fascia, della pratica sportiva saltuaria e della pratica sportiva sporadica.

*valori in percentuale

100*

2019

18,6% 30,1%

IN MODO CONTINUATIVO

34,7% 20,3%

55,6%

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

8,9% 28,8% 34,5%

52,2%

IN MODO SALTUARIO

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

11,7%

9,4% 29,3% 21,3%

31,4%

3,5% 9,4%

0 6-24 ANNI

25-44 ANNI

45-64 ANNI

65 + ANNI

97

*Istat -“Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per età” 2019-2021


100*

2020 18,8%

28,2%

34%

IN MODO CONTINUO 18,6% 55,8%

IN MODO SALTUARIO 10,4%

27,2%

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

32,9%

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

13,1% 52,2%

31,5%

10,8%

30,4%

22,3%

4,1% 9,6%

0 6-24 ANNI

25-44 ANNI

45-64 ANNI

65 + ANNI

*valori in percentuale

100*

2021 22%

29,1%

29,1%

29,1%

IN MODO CONTINUO

24,8%

IN MODO SALTUARIO

14,3% 14,3%

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

12,6% 29,9% 14,3%

98

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

29,9% 40,5% 26,7% 26,7%

29,9% 26,7%

0 6-24 ANNI

25-44 ANNI

45-64 ANNI

65 + ANNI *Istat -“Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per età” 2019-2021


UN ALTO LIVELLO DI CULTURA FAVORISCE LA PRATICA SPORTIVA L’analisi dei dati mette in risalto il fatto che più basso è il livello culturale minore è la tendenza a fare sport. In particolare la pandemia nelle fasce culturalmente più evolute ha insegnato a fare sport.

LICENZA SCUOLA ELEMENTARE / NESSUN TITOLO

25%

3,2%

21,8%

2019

49,8%

2020 23,5%

3,8%

21,7%

50,7%

2021 18%

5%

26,6%

50,2%

IN MODO CONTINUATIVO IN MODO SALTUARIO SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

LICENZA SCUOLA MEDIA

19,8%

6,8%

2019 31,8%

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

41,5%

2020 21,2%

7,7%

29,6%

99

41,4%

2021 19%

8,6%

32,5%

40% *Istat -”Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per titolo di studio” 2019-20


DIPLOMA

28,2%

2019 11,2%

32,8%

27,8% IN MODO CONTINUATIVO

2020 29,7%

12,3%

31,3%

IN MODO SALTUARIO SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

26,7%

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

2021 26,9%

13,8%

33,7%

25,6%

LAUREA E POST-LAUREA

38,3%

2019 14%

29,6%

18,1% IN MODO CONTINUATIVO

2020 39,6%

16,4%

27,7%

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

16,3%

2021

100 34,4%

17,5%

32,3%

IN MODO SALTUARIO

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

15,8%

*Istat -”Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per territorio” 2019-2021


UN’ITALIA SPACCATA IN DUE Le conclusioni che possiamo trarre da questi dati portano ad un’Italia spaccata a metà: il Sud e le Isole hanno un’altissima percentuale di non praticanti continuativi ed un’altissima percentuale di sedentarietà. Nonostante si sia portati a pensare che le condizioni climicatiche dovrebbere invence favorire lo sport in questa parte dell’Italia, è allarmante quanto emerge.

0

10

20

30

40

50

60*

IN MODO CONTINUO

IN MODO SALTUARIO

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

2019 2020 2021 NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

101 *Istat -”Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per territorio” 2019-2021


0

10

20

30

40

50

60*

IN MODO CONTINUO

IN MODO SALTUARIO

2019 SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

2020 2021

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

102 *Istat -”Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per territorio” 2019-2021


12

0

10

20

30

40

50

60*

IN MODO CONTINUO

IN MODO SALTUARIO

2019 SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

2020 2021

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

0

10

20

30

40

50

60*

IN MODO CONTINUO

2019 2020 2021

IN MODO SALTUARIO

SOLO QUALCHE ATTIVITA’ FISICA

NON PRATICANO ATTIVITA’ FISICA

103 *dati Istat *Istat -”Aspetti della vita quotidiana: pratica sportiva per territorio” 2019-2021


ITALIA, UN POPOLO SEDENTARIO RISPETTO AL RESTO D’EUROPA Il raffronto con la media europea evidenzia un’Italia fortemente sedentaria ed inattiva (un’Italia a km 0). Il dato risente sicuramente della grande carenza del Sud e delle Isole.

10,2% 9,5%

63,8%

16,4%

0 MINUTI

ITALIA

1-149 MINUTI

150-300 MINUTI 300 + MINUTI

18,4%

14,2%

47,3%

20%

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MEDIA EUROPEA

*Tempo dedicato all’attività fisica aerobica per il miglioramento della salute (non correlata al lavoro) su base annua 2019


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SPORT CITY DAY 2022 Lo SportcityDay22 è stato un grandissimo successo con più di 60.000 presenze fisiche e oltre 300.000 contatti virtuali nelle 35 città che hanno ospitato l’evento del 18 settembre 2022. Appuntamento al 2023, 17 settembre: save the date! di Fabio Pagliara, Presidente Fondazione Sport City La seconda edizione di Sportcity Day, l’evento ideato e realizzato da Fondazione Sportcity, ha bissato il successo del 2021, superando ogni più rosea aspettativa. Domenica 18 settembre, dalla mattina al tramonto, 36 città italiane, delle quali 13 capoluoghi di regione, si sono trasformate in palestre a cielo aperto facendo vivere ai cittadini una giornata coinvolgente e praticando gratuitamente le più svariate discipline sportive in quegli spazi urbani pronti per essere destinati ad utilizzo sportivo, principio fondante della rigenerazione urbana delle città che stanno lavorando per diventare delle vere e proprie “Sport City”. Una giornata di sport, socializzazione e inclusione, di riflessione per gli amministratori pubblici, che ha visto il coinvolgimento di numerose associazioni sportive dei territori insieme ai propri istruttori e ai cittadini in oltre 60 diverse attività. Dall’alba al tramonto, una partecipazione di oltre 60.000 persone in 35 città: Aci Castello, Ancona, Ascoli Piceno, Bari, Bitonto, Bologna, Cagliari, Cassano D’Adda, Castelbuono, Castello D’Agogna, Catania, Cuneo, Filacciano, Firenze, Foligno, Genova, Imola, Latina, Lodi, Lucca, Melicucco, Milano, Napoli, Oderzo, Palermo, Pavia, Praia a Mare, Prato, Roma, Salsomaggiore, San Felice Circeo, Siracusa, Teramo, Torino, Venezia e Villasimius.

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Insieme all’attività sportiva gratuita, il 18 settembre è stato trasmesso sulle diverse piattaforme social della Fondazione un live streaming di tre ore con collegamenti da tutte le città aderenti con amministratori locali e rappresentanti delle oltre 150 associazioni sportive territoriali coinvolte nella giornata di promozione sportiva. Un evento nell’evento che ha contribuito ad amplificare il messaggio lanciato dallo Sportcity Day sulla sportivizzazione delle città e sulla sostenibilità ambientale, temi sempre più attuali e ricercati dai cittadini che vivono nei centri urbani. Sportcity Day è promosso da Fondazione Sportcity in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della

Commissione europea, e gode del patrocinio di CONI, Sport e Salute, CIP, ICS, ANCI, Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita nelle Città, Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, Aces Italia, CUSI, C14+, Fondazione YMCA.


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Incontri di Sport: una crescita costante di Paolo Grosso Wellink Negli ultimi due anni stiamo assistendo ad una costante crescita di risultati sulla pratica delle attività sportive in outdoor e per cogliere l’opportunità e soddisfare la richiesta dei cittadini, sempre più comuni ed enti territoriali mettono in campo differenti iniziative e possibilità. Secondo le analisi effettuate dalle principali piattaforme di aggregazione, dai produttori di sport tracker e gestori di app dedicate al tracciamento delle attività sportive, siamo di fronte ad un incremento nazionale medio del 134% con differenze sempre meno sostanziali in funzione dell’area geografica. Crescita che ognuno di noi può constatare frequentando un qualsiasi parco cittadino, lungomare o pista ciclabile, la mattina presto o nel tardo pomeriggio. Si cammina, si corre, si va in bicicletta e si fanno esercizi grazie a percorsi vita e aree attrezzate che, grazie alle recenti iniziative messe in campo da ANCI e Sport e Salute, sempre più allestiscono e riqualificano i parchi delle nostre città. Ottime notizie quindi per chi, come il sottoscritto, si occupa di esercizio fisico finalizzato alla salute ed è appassionato di movimento e lotta alla sedentarietà. Un processo innescato che merita una grande attenzione per essere mantenuto perché il rischio di abbandono della costante pratica di esercizio fisico è insito nell’essere umano ed è quindi necessario sostenere la motivazione cercando di agire su leve che possano superare la razionale consapevolezza dell’importanza di muoversi per vivere meglio e a lungo. 108

L’uomo è un animale sociale, scriveva Aristotele, e se da una parte lo sviluppo tecnologico e la modernità ci inducono a rapporti sempre più “a distanza”, mai come oggi è possibile notare il successo di iniziative che prevedano la presenza, la socializzazione e la condivisione reale. Incontrarsi, conoscersi, dialogare e relazionarsi è diventata una vera esigenza che possiamo quindi cogliere ed

unire alla sempre maggiore predisposizione alla pratica di esercizio fisico e sport all’aperto. Da queste valutazioni sono nate e sviluppate differenti iniziative territoriali di promozione dell’esercizio fisico, mettendo in collegamento e sinergia enti pubblici e privati per superare il solo mettere a disposizione dei cittadini ambienti e strumenti ma lavorare per organizzare veri e propri eventi di socializzazione e qualificazione del territorio attraverso il movimento e l’esercizio fisico. Un esempio virtuoso è quello dell’iniziativa Incontri di Sport, tenutasi a Seregno (MB) per la sua seconda edizione durante il caldissimo mese di luglio 2022. A differenza della precedente edizione, che prevedeva un programma sviluppato su un periodo di quattro settimane, quest’anno si è deciso di concentrare l’evento in un week-end lungo, dal 1 al 3 luglio, con l’obiettivo di convogliare i partecipanti in un’area circoscritta e caratterizzata da installazioni temporanee in grado di ingaggiare e creare la giusta relazione con e tra i partecipanti. Nuove dimensioni È stato creato un vero e proprio “villaggio di movimento” costituito da differenti aree, zone e attività, organizzate in modo da creare un clima di condivisione particolarmente coinvolgente, pur mantenendo la corretta e fluida gestione degli ambiti. L’organicità di un’esperienza è determinata sia dai valori di comunicazione ed identificazione sia dalla trasformazione fisica degli stessi nell’evento, dalla coerenza tra promessa e realtà. Il villaggio del movimento di Incontri di Sport 2022 ha consentito di creare una forte aderenza tra la promessa comunicata e la realtà dell’esperienza, attraverso differenti dimensioni:


La dimensione fisica Il villaggio ha aiutato a dare un confine ed instradare i differenti target di utenti verso postazioni di esperienze a libera fruizione ma altresì a calendarizzare con semplicità sfide, tornei ed esibizioni con palinsesti strategici in funzione degli orari delle giornate. La scelta di un’area recintata all’interno di un complesso sportivo, condivisa tra diverse realtà sostenute dalla Città di Seregno, ha aiutato ad identificare l’evento anche geograficamente. La dimensione logistica Un villaggio si presta ad essere organizzato in aree, a gestire le differenti destinazioni d’uso delle stesse, identificando con equilibrio quelle destinate allo sport ma anche quelle destinate alle attività espositive, ricreative e di incontro. Le tre anime – sport, food & socializzazione - sono state distribuite temporalmente ma anche fisicamente permettendo la gestione di 8 discipline a libera fruzione, 5 tipologie di sfide, 9 laboratori fitness e ricreativi, 1 area partner, 1 area food, 1 area musicale. Tanti differenti spazi in unico grande concetto. La dimensione umana Come in un villaggio, oltre agli spazi, è stato selezionato e formato uno staff con ruoli definiti che hanno aiutato a scandire il ritmo dell’evento, trasformando il programma delle tre giornate in un percorso fluido caratterizzato da momenti definiti: accoglienza, registrazione, ritiro del kit di benvenuto, scelta dell’attività, guida alla scoperta delle aree. La dimensione organizzativa L’armonia delle dimensioni precedenti – fisica, logistica ed umana – è amplificata a monte da una regia, che ha consentito di mettere in luce i punti di forza di tutti i protagonisti (società sportive, partner, sponsor, attività locali – local host), rispettandone le personalità e inserendole all’interno di un format che li ha presentati in modo coinvolgente. Relazioni misurabili “Incontrare lo sport” significa passare dalla condizione di spettatori a quella di fruitori in modo da conoscere e scoprirne benefici e valori. Per poter passare da un evento ad impronta classica, dimostrativo, ad una vera esperienza è necessario che i protagonisti si conoscano e che nasca una relazione bidirezionale, motivo per cui si è lavorato per acquisire e costruire un vero e proprio database di contatti attraverso i quali poter guidare i partecipanti nella differenti fasi, dalla scoperta alla frequentazione dell’evento.

Non a caso, per questa tipologia di format, è stato applicato un lancio di comunicazione digitale e territoriale di maggior respiro rispetto ad altre tipologie di manifestazioni, con la raccolta delle adesioni a partire dai 30 giorni precedenti l’evento. La prima fase, teaser, è stata gestita attraverso un’azione territoriale caratterizzata dal posizionamento dell’indumento iconico dello sport, la scarpa da ginnastica, in differenti luogi della città. Le scarpe, debitamente colorate, erano munite di QR Code che rimandava ad una pagina web di lancio dell’iniziativa ed intitolata “Io Passo” in modo da giocare sull’ambivalenza del messaggio: • “Io Passo” come invito attivo a prendere parte ai momenti, a tornare ad essere protagonisti di attività territoriali, ad uscire dall’area di comfort per vivere in prima persona le esperienze dopo un periodo pandemico che ha rischiato di rendere pigri ed abituati ad osservare più che a partecipare. • “Io Passo” anche come decisione di non esserci, di andare oltre, di declinare l’invito a capire. Una provocazione che potesse esortire l’effetto opposto, ovvero incuriosire e voler approfondire. Alla fase teaser è seguita quella di svelamento, di cronaca progressiva dei brand presenti, del programma e dell’apertura degli eventi a prenotazione. Una comunicazione che abbandona la logica dell’informazione per raggiungere l’obiettivo di mantenere viva e reattiva l’attenzione del database creato misurandone gli indici di attenzione ed interazione. Grazie a questo dialogo è stato inoltre possibile ricevere i prezioni feedback sull’iniziativa a fine evento ed arricchire il bagaglio di esperienza da parte degli organizzatori. Numeri a servizio di un trend Se in teoria questa è una filosofia condivisibile, in pratica il tutto è misurato da numeri e indici. • 8.500 visualizzazione uniche della pagina www.incontridisport.it nel periodo • 29.300 utenti singoli in isocrona raggiunti da campagne social • 1.300 clic unici sul link di iscrizione • 500 famiglie iscritte all’evento nei giorni precedenti all’avvio • 98% apertura delle email inviate neo 30 giorni

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Le novità dell’edizione L’edizione 2 di Incontri di Sport Seregno ha visto la nascita della prima Caccia al Tesoro in Bicicletta – “CATIB”, un format nel format che ha superato le aspettative in termini di divertimento, coinvolgimento ed entusiasmo da parte delle squadre partecipanti. Un’idea semplice resa unica dall’uso della tecnologia per svelare indizi in modo condizionale rispetto alle risposte precedenti, grazie ad un’infrastruttura digitale dedicata e messaggi interattivi posizionati su due differenti percorsi. Sono però andati in scena anche inclusione, sport senza barriere, sperimentazione di diverse normalità attraverso momenti dedicati allo sport in carrozzina: particolarmente significativa è stata l’organizzazione del laboratorio dedicato all’esperienza aperta ai normo, nell’ambito del progetto di inclusione sociale promosso in collaborazione con il title sponsor. Se è vero che “L’uomo è un animale sociale”, eventi come questo aiutano ad allenarci nuovamente alla socializzazione, in un momento storico-culturale in cui la concretezza e le relazioni vanno ridefinite, rivissute e condivise anche con le generazioni più giovani, per cui lo sport può davvero essere il collante.

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CITIES CHANGING DIABETES

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ROMA CCD ACTION PLAN 2022­2025: DAL DIRE AL FARE PER SCONFIGGERE IL DIABETE Nei municipi dell’area metropolitana di Roma la prevalenza del diabete varia notevolmente a seconda della struttura demografica e della composizione socioeconomica della popolazione: le aree più svantaggiate e periferiche sono quelle con la prevalenza maggiore, dove si arriva fino ad un picco del 7,3%, valore decisamente superiore alla media nazionale del 5,4% Roma Action Plan – Update 2022-2025 vuole dare concretezza e continuità a quanto iniziato con l’Action Plan 20192022, indicando le azioni necessarie da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete tipo 2 La prevalenza media del diabete nel Lazio è del 6,6%, ma nell’area metropolitana della capitale il dato arriva fino ad un picco del 7,3%, valore decisamente superiore alla media nazionale del 5,4%. Per bloccare il diabete urbano e investire nella salute dei cittadini Roma ha aderito nel 2017 al programma internazionale Cities Changing Diabetes, che rinnova oggi il suo impegno attraverso il documento Roma Action Plan – Update 2022-2025 (disponibile e consultabile sul sito web di Health City Institute), che vuole dare concretezza e continuità a quanto iniziato con l’Action Plan 2019-2022.

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Il documento è stato redatto nell’ambito del programma internazionale Cities Changing Diabetes, ideato dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk. È stato realizzato in collaborazione con il Ministero della Salute, Health City Institute, Regione Lazio, Roma Capitale, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, Intergruppo parlamentare qualità di vita nelle città, Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Istat, Fondazione Censis, Coresearch, Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, MediPragma, e tutte le Università di Roma, le Società Scientifiche del Diabete e della Medicina Generale (AMD, SID, SIEDP, SIMG) e dell’Obesità (SIE, SIO, ADI) e le Associazioni pazienti e di Cittadinanza e ha visto coinvolti oltre 140 esperti e ricercatori. «Con l’Action Plan 2019 – 2022 abbiamo analizzato il contesto urbano, messo in luce i punti di attenzione e criticità e monitorato la sua evoluzione, ciò ha rappresentato il primo fondamentale passo per poter definire come invertire la curva di crescita del diabete

urbano», afferma Andrea Lenzi, Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV ) della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute. «Oggi presentiamo un impegnativo piano di azione triennale, il Roma Action Plan – Update 2022-2025, che vuole porre le basi per fare un ulteriore passo in avanti indicando le azioni necessarie da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete di tipo 2». «L’area metropolitana racchiude profonde differenze fra i municipi per quanto riguarda la struttura demografica e la composizione socioeconomica della popolazione. È emersa una correlazione tra le aree più svantaggiate e periferiche della città e una maggiore prevalenza di diabete, basti pensare che dove il tasso di disoccupazione sfiora il 13%, la prevalenza di diabete è vicino al 7%», commenta Antonio Nicolucci, Direttore di Coresearch. «Per questo è necessario immaginare un nuovo modello di welfare urbano che promuova stili di vita più adeguati e che porti ad un aumento di infrastrutture che facilitino lo svolgimento di attività fisica in tutta l’area urbana». «Le limitazioni economiche hanno un peso sulla salute e le opportunità di cura che aumenta quando si intrecciano con altre forme di vulnerabilità sociale. Dobbiamo ridurre le disuguaglianze tenendo conto di questo effetto incrementale e agendo nelle zone più a rischio, ciò significa intervenire a supporto della prevenzione primaria, rendendo il contesto urbano adatto alla conduzione di stili di vita sani, e della prevenzione secondaria, rafforzando la rete di servizi sociosanitaria a disposizione di tutti», aggiunge Ketty Vaccaro, re-

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sponsabile Area salute e welfare, Fondazione Censis. «Attraverso il programma Cities Changing Diabetes, che ad oggi coinvolge 41 metropoli di tutto il mondo, siamo riusciti ad evidenziare il rapporto tra urbanizzazione e diabete di tipo 2 e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia», continua Federico Serra, Segretario Generale Health City Institute e di C14+, Capo Segreteria Tecnica Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita nelle Città. «Ora è tempo di responsabilizzare maggiormente le persone e istituzioni sui temi della promozione della salute, a partire dagli enti locali, dalle istituzioni educative e formative e dalle stesse imprese, con scelte più orientate al rispetto dell’ambiente, alla cura delle persone e al benessere delle comunità». La connotazione del tessuto urbano e le azioni per modificarlo sono significative per la prevenzione e la cura del diabete di tipo 2. In questa fase attuativa del programma Cities Changing Diabetes, in cui appunto è necessario tradurre concretamente il “dire” in un “fare”, è importante l’azione coordinata tra mondo accademico, scientifico e politico. A questo proposito il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, nella prefazione del documento che sarà presentato questo pomeriggio, ha commentato di voler cambiare il volto della assistenza sanitaria a Roma, avviandosi a passo deciso verso la sanità del futuro, per migliorare cura e assistenza, per sfruttare le nuove tecnologie e portare i servizi più vicini alle persone. «Roma si è mostrata in prima linea nello studio delle dinamiche che legano l’urbanizzazione alla salute dei cittadini e tramite l’Action Plan 2022-2025 si impegna a dare massima concretezza al concetto di salute come bene comune. Il coinvolgimento nel progetto Cities Changing Diabetes interessa non solo l’Amministrazione di Roma Capitale e la Città Metropolitana, ma stimola tutta l’Associazione Nazionale dei Comuni italiani nella ricerca di soluzioni per migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle persone con diabete. Parlare di Urban Health e di diabete urbano è oggi fondamentale e prioritario: si tratta di una sfida globale, per la quale le città sono chiamate a diventare centri di innovazione nella gestione e nella risposta ai fenomeni epidemiologici in atto», commenta on. Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente Vicario ANCI. «A questo proposito già nel 2017 era stata firmata a Roma dal Ministero della Salute e da ANCI la Urban Health Rome Declaration, con l’intento di coin-

volgere Comuni, Istituzioni, università, istituti di ricerca, autorità sanitarie, mondo dello sport e imprese nella definizione e nell’attuazione di azioni strategiche volte a promuovere il concetto di salute come elemento imprescindibile per il benessere di una società», continua Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale di ANCI e di C14+. «Con salute non ci si riferisce solo alla sopravvivenza fisica o all’assenza di malattia, ma anche agli aspetti psicologici, alle condizioni naturali, ambientali, climatiche e abitative, alla vita lavorativa, economica, sociale e culturale; tutti aspetti importanti che concorrono nel definire la qualità di vita delle persone». «Il programma Cities Changing Diabetes è stato lanciato a livello globale nel 2014 e da allora Novo Nordisk è impegnata a rendere gli ambienti urbani un luogo di promozione della salute. Siamo convinti che il cambiamento del contesto urbano abbia un ruolo incisivo nel condurre verso uno stile di vita più sano, e come azienda abbiamo fortemente sposato questa causa impegnandoci in un modo strutturale», dichiara Drago Vuina, General Manager e Corporate Vice President Novo Nordisk Italy. «Riteniamo che sia importante coinvolgere la popolazione nelle diverse strategie messe in atto per salvaguardare la salute della città e dei cittadini, così da guidarli a un cambiamento significativo per la loro salute e per l’ambiente», conclude.

Roma-ACTION UPDATE PLAN 2022-2025 115

Health, Wellbeing, Environment & Sport for Cities


PRESENTATO L’ATLAS TORINO CITIES CHANGING DIABETES CAGLIARI CELEBRA LA GIORNATA MONDIALE DEL DIABETE BRINDISI, CREMONA, NOVARA, PESCARA, VARESE ENTRANO NEL NETWORK C14+ Il programma Cities Changing Diabetes, il cui coordinamento in Italia è guidato da Health City Institute presieduto dal Professor Andrea Lenzi, è un sodalizio globale promosso dall’University College of London e dallo Steno Diabetes Center di Copenaghen. Il programma si propone di valutare l’impatto dell’urbanizzazione sulle malattie croniche non trasmissibili in generale, e nel diabete in particolare, e risponde alle richieste di cambiamento nel modo in cui il diabete, l’obesità e le malattie croniche vengono affrontate e curate e di come vengono percepiti dalle istituzioni e dall’opinione pubblica.

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I lavori di presentazione dell’Atlas di Torino, presentati lo scorso 7 luglio presso la Sala delle Colonne del Palazzo Civico, sono stati moderati dal Prof. Ezio Ghigo, coordinatore del Comitato Esecutivo di Torino CCD, e dal Prof. Giuseppe Costa, e sono stati aperti dell’Assessore al Welfare Jacopo Rosatelli, il quale ha evidenziato l’importanza dei dati raccolti nell’Atlas per migliorare la salute nelle città e la prevenzione del diabete e dell’obesità. Dati solidi, sviluppati negli anni e presentati da Roberto Gnavi, che fotografano puntualmente la situazione di Torino, consegnandoci una situazione che evidenzia la grande differenza di prevalenza di diabete tra le varie zone urbane e suburbane della città e che impone una seria riflessione dal punto di visto sanitario, clinico e sociale. Negli ultimi 10 anni, la prevalenza in Italia del diabete è aumentata, passando dal 4,9% del 2010 al 5,8% nel 2019. Lo stesso andamento si è verificato anche in Piemonte, passando,

negli stessi anni, da 4,1% a 5,4%, con valori sempre inferiori a quelli medi nazionali. Sovrappeso e obesità rappresentano i principali fattori di rischio modificabili per il diabete di tipo 2. Nel 2020, la percentuale di residenti in Piemonte in sovrappeso o obesa (44,4%) è tra le più basse delle regioni italiane, di oltre 3 punti percentuali inferiore al valore italiano. Una situazione, quindi, favorevole in termini relativi e che potrebbe essere uno dei fattori che contribuiscono a spiegare la minore prevalenza di diabete nella regione. In termini assoluti, si conferma invece come si tratti di un importante problema di sanità pubblica dal momento che poco meno della metà dei Piemontesi ha un peso corporeo fuori controllo e il numero di soggetti interessati continua a crescere. Le giunte comunali di Brindisi, Cremona, Novara, Pescara, Varese hanno deliberato l’adesione al network C14 + e al progetto CITIES CHANGING DIABETES. Con l’adozione del Manifesto “Salute nelle città: bene comune” e dell’Urban Diabetes Declaration, le Amministrazioni comunali hanno espresso la ferma volontà di inserire nel proprio programma i temi legati all’Urban Health come risposta ai bisogni della propria popolazione. Anche Cagliari, dal 2021 testimone di grande attenzione e sensibilità verso i punti espressi dal Manifesto, ha celebrato la Giornata Mondiale del Diabete presso la prestigiosa Sala Consiliare del Comune di Cagliari, con il coinvolgimento dell’Amministrazione cittadina, delle istituzioni sanitarie locali, delle società scientifiche, delle associazioni pazienti e di cittadinanza.


Torino Cities Changing Diabetes Diabete Tipo 2 e Obesità nell’area di Torino Città Metropolitana Factsheets Atlas 2021

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INDAGINI E STUDI

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APPROCCIO ONE HEALTH: TRA ATTUAZIONE DEL PNRR E NUOVO PIANO INTERNAZIONALE CONGIUNTO di Eleonora Mazzoni Direttore Area Innovazione Istituto per la Competitività, I-Com

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Una delle principali urgenze che il neo nato Governo si troverà a dover affrontare è l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per garantire il rispetto dei tempi e, dunque, la garanzia dei finanziamenti previsti. Lo scorso 5 ottobre 2022 è stata pubblica la relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano e nel documento il tema della sanità viene toccato a partire dalla riforma della sanità territoriale che, nel primo semestre dell’anno in corso, ha visto essere adottati gli strumenti normativi che ne definiscono i requisiti. Nel rapporto si ricorda che la nuova medicina territoriale mira a mettere a sistema il contributo di diverse figure professionali che, tramite un lavoro di équipe, possano garantire una presa in carico continuativa, integrata e multidimensionale dei pazienti, anche grazie al processo di digitalizzazione dei servizi sanitari, e che il nuovo quadro normativo identifica gli standard strutturali, tecnologici e organizzativi in tutte le regioni e consentirà di aumentare la copertura dei fabbisogni anche nelle aree più remote e meno urbanizzate. Proprio la legge di bilancio per il 2022 ha già previsto uno stanziamento incrementale di risorse a partire dall’anno in corso per il personale dipendente e convenzionato che raggiungerà l’importo di 1,015 miliardi euro annui a decorrere dall’anno 2026 e, associato al nuovo modello dell’assistenza territoriale, si trova il nuovo assetto istituzionale per la prevenzione in ambito sanitario, ambientale e climatico, in linea con un approccio integrato One Health.

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https://www.who.int/publications/i/item/9789240059139

Ancora una volta, emerge la centralità del concetto One Health, la cui definizione, coniata nel 2004 nella conferenza indetta dalla Wild Conservation Society (Manhattan principles), è stata prevalentemente applicata alla salute animale, alla sicurezza degli alimenti, alle epidemie zoonotiche e all’antibiotico-resistenza. Oggi l’approccio va rivisto e considerato anche alla luce dell’inquinamento delle risorse naturali e la distruzione della biodiversità, la progettazione urbana e la pianificazione territoriale, produttiva e dei trasporti, e la messa a frutto delle potenzialità tecnologiche e informatiche per salvaguardare l’integrità del pianeta. Non è un caso che, oltre che nella Missione 6 “Salute”, il concetto di One Health emerga chiaramente anche nella Missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del PNRR. Il legame tra le azioni sull’ambiente e la tutela della salute e del benessere umani si traduce qui in investimenti per un’agricoltura sostenibile (M2C1) e per la lotta all’inquinamento e per la mitigazione dei conseguenti rischi per la salute” (M2C2 e M2C3). Ad avere un ruolo centrale è, però, la Componente 4: “Tutela del Territorio e della Risorsa Idrica”. Qui l’approccio One Health fa capolino nei riferimenti alla limitazione dei rischi idrogeologici, alla salvaguardia del verde e della biodiversità, all’eliminazione dell’inquinamento del territorio, e alla disponibilità di risorse idriche, aspetti che vengono definiti essenziali per tutelare la salute dei cittadini. Proprio in questo mese in cui il nuovo Governo si affaccia, tra le altre, alla sfida dell’attuazione del PNRR all’indomani di un emergenza sanitaria che impone al mondo di cambiare modello, congiuntamente allo spettro di una (nuova) recessione economica innescata dalla crisi internazionale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Organizzazione mondiale per la salute degli animali (Woah, in precedenza Oie) hanno lanciato il nuovo


piano d’azione One Health Joint Action Plan (OH JPA 2022-2026). Lo scopo è quello di creare un quadro nel quale si integrino i sistemi e le competenze per prevenire, prevedere, rilevare e rispondere meglio alle minacce per la salute. Il Piano è stato steso per rispondere alle richieste internazionali, per prevenire future pandemie e promuovere la salute sostenibile. L’OH JPA è costruito attorno a sei percorsi di azione interdipendenti che contribuiscono collettivamente al raggiungimento di sistemi sanitari e alimentari sostenibili, alla riduzione delle minacce per la salute globale e ad una migliore gestione dell’ecosistema: 1. Potenziare le capacità di One Health per rafforzare i sistemi sanitari; 2. Ridurre i rischi derivanti dall’emergere e dal riemergere di zoonosi epidemie e pandemie; 3. Controllare ed eliminare zoonosi endemiche e malattie tropicali e trasmesse da vettori trascurate; 4. Rafforzare la valutazione, la gestione e la comunicazione di rischi per la sicurezza alimentare; 5. Frenare la silenziosa pandemia di AMR (Antimicrobial Resistance); 6. Integrare l’ambiente nell’approccio One Health Proprio la prima, la quarta a e la sesta linea di azione rappresentano le novità più rilevanti e attuali per la lettura stessa dell’approccio. Le azioni, appropriatamente poi dettagliate nel Piano secondo una roadmap definita di interventi, prevedono infatti, rispettivamente, di fornire orientamenti e strumenti adeguati per l’ attuazione di approcci multisettoriali per promuovere la salute dell’uomo, degli animali, delle piante e degli ecosistemi; di promuovere la consapevolezza, i cambiamenti politici e il coordinamento delle azioni tra le parti interessate per garantire che gli esseri umani, gli animali e gli ecosistemi raggiungano la salute e rimangano in buona salute anche attraversi le loro interazioni con e lungo la filiera alimentare; di proteggere e ripristinare la biodiversità, prevenire il degrado degli ecosistemi e in generale dell’ambiente. Il testo prevede anche lo sviluppo di una guida all’attuazione per Paesi e partner internazionali e non statali, (società civile e università e istituti di ricerca ad esempio). Inoltre, basandosi sulle strutture e sugli accordi esistenti, sono in fase di sviluppo meccanismi di finanziamento coordinato a supporto dell’attuazione. Il Piano si inserisce in un contesto, precedente, nel quale il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC, 2018) aveva sottolineato le diverse barriere che ostacolavano lo sviluppo di una reale strategia One Health. Tra queste, la mancata con2

divisione di dati tra i diversi settori, di un database comune dei dati di origine ambientale, animale e umana e di protocolli per la condivisione delle informazioni in caso di situazioni emergenza. Proprio nel nuovo Piano il ruolo dato alla creazione e alimentazione sistematica di database condivisi per l’analisi incrociata dei dati relativi alla popolazione e ai territori è centrale, e definito in interventi specifici all’interno delle diverse linee. I database dovranno servire la ricerca allo scopo di identificare i driver, i rischi e il loro impatto. Allo stesso tempo, in Italia, prosegue l’attuazione dell’investimento “Salute, ambiente, biodiversità e clima”, inserito nel nuovo assetto di prevenzione collettiva e sanità pubblica e finanziato per 500 milioni di euro dal PNC (Piano Nazionale per gli investimenti Complementari al PNRR). Con il Decreto del Ministero della Salute pubblicato il 9 giugno 2022 sono stati definiti i compiti che i soggetti parte del Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (SNPS) svolgono e recentemente (il 18 ottobre) il Ministero stesso ha pubblicato un secondo bando, per la presentazione e selezione di progetti di ricerca applicata afferenti a questo investimento. I progetti sono relativi a: • Accesso universale all’acqua: approvvigionamento idrico e servizi igienico-sanitari gestiti in sicurezza, uso umano sano e riutilizzo dell’acqua, coste, ambienti marini; • Prevenzione dei rischi sanitari emergenti associati a cambiamenti ambientali e socio economici, nuove tecnologie, politiche energetiche, trasporti, transizione verde. Le prossime tappe, previste per il 2023, prevedono una spesa a valere sull’investimento complessivo pari a 155,8 milioni di euro e, entro marzo, dovranno essere pubblicati, aggiudicati e avviati gli interventi per il 5% del rafforzamento complessivo delle strutture regionali (SNPS SNPA) e per il 25% del rafforzamento complessivo delle strutture nazionali. Entro dicembre dello stesso anno la percentuale regionale dovrà salire al 10%. Alla luce della rinnovata centralità dell’approccio all’interno di un nuovo Piano di respiro internazionale, si auspica, in tempi di nuovo Governo, che l’implementazione degli investimenti previsti in Italia preveda, anche, la definizione adeguata di un setting non solo organizzativo ma funzionale, che possa sopravvivere nel tempo all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rendendo strutturale l’interazione tra i diversi ambiti che influenzano lo stato di salute della popolazione e allo stesso tempo ne vengono influenzati.

https://italiadomani.gov.it/it/Interventi/investimenti/salute-ambiente-e-clima.html https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2022&codLeg=87626&parte=1%20&serie=null 4 https://www.pnrr.salute.gov.it/portale/pnrrsalute/dettaglioBandiPNRRSalute.jsp?lingua=italiano&id=351 3

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PUBBLICITÀ E PREVENZIONE DELL’OBESITÀ di Lorenzo Maria Donini Professore Ordinario Università Roma Sapienza La pubblicità di cibo spazzatura è stata vietata sull’intera rete Transport for London (TfL) dal 25 febbraio del 2019, come nuova misura rivoluzionaria per aiutare a combattere l’obesità infantile a Londra. I marchi di alimenti e bevande, i ristoranti, i servizi da asporto e i servizi di consegna a domicilio, da quella data hanno potuto pubblicare solo annunci che promuovono i loro prodotti più sani. Con 30 milioni di viaggi effettuati ogni giorno sulla rete di TfL, i suoi siti pubblicitari offrono un’opportunità chiave per promuovere il cibo salutare e uno stile di vita sano sia per i bambini che per i loro familiari o tutori. Una forma per arginare l’obesità che sta ottenendo effetti reali su una patologia che in UK è in grande aumento. Lorenzo Maria Donini, professore dell’Università Sapienza di Roma ed esperto internazionale su obesità e alimentazione, ne ha fatto un articolo per OPEN MIND SET, ripreso per URBES, che illustra gli effetti di questa decisione di politica sanitaria. La pandemia di obesità è fonte di preoccupazione per le istituzioni sanitarie nella maggior parte dei paesi del mondo, dato l’impatto che l’obesità ha sulla morbilità per malattie non trasmissibili (NCD), disabilità, mortalità e ridotta qualità della vita. La preoccupazione è ancora maggiore per quanto riguarda l’obesità infantile che non solo è caratterizzata da elevata morbilità (in particolare per sindrome metabolica, steatosi epatica non alcolica e diabete), disabilità e ridotta qualità della vita, ma è anche un forte predittore di obesità nell’età adulta.

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L’obesità, a qualsiasi età, è determinata da molteplici fattori biologici: eccessivo apporto energetico rispetto ad un fabbisogno generalmente ridotto data la sedentarietà generale, predisposizione genetica, familiarità; fattori psicologici: ansia, depressione, disturbo da alimentazione incontrollata; fattori sociali: basso reddito e livello socio-culturale, famiglia obesogenica e ambiente sociale. Il consumo di alcuni alimenti ricchi di grassi (totali e

in particolare saturi), zuccheri e sale è considerato un importante fattore di rischio per l’insorgenza dell’obesità e/o delle sue complicanze. Alcuni fattori importanti che influenzano e mantengono abitudini malsane sono la pubblicità alimentare e l’accessibilità dei prodotti. Le istituzioni pubbliche cercano di affrontare quest’ultimo aspetto riducendo la pubblicità rivolta in particolare ai giovani in televisione e attraverso altri media. Recentemente uno studio pubblicato da Yau A et al (2022) ha rilevato che le restrizioni sulla pubblicità di prodotti ad alto contenuto di grassi, sale e zucchero (HFSS) attraverso la rete Transport for London erano associate a cambiamenti negli acquisti domestici di cibi e bevande HFSS. Le analisi descrittive per sottogruppi forniscono alcune indicazioni sul fatto che le riduzioni relative degli acquisti erano maggiori nelle famiglie meno abbienti e nelle famiglie in cui il principale acquirente di cibo viveva con sovrappeso o obesità. Inoltre, la politica è stata associata a una crescita attenuata degli acquisti di HFSS piuttosto che a una riduzione assoluta degli acquisti di HFSS. In particolare, i bambini e gli adolescenti sono una popolazione particolarmente vulnerabile alle strategie di pubblicità alimentare. Nonostante la difficoltà di dimostrare un effetto indipendente, vi è evidenza di un’associazione tra la pubblicità alimentare e, in particolare, il comportamento dell’infanzia e degli adolescenti rispetto ai prodotti annunciati e l’aumento dei consumi a breve termine I dati provenienti dalla Early Childhood Longitudinal Survey-Kindergarten Cohort (ECLS-K) e dai dati della Nielsen Company suggeriscono che la pubblicità televisiva di bevande analcoliche e fast food è associata a un aumento del consumo di bevande analcoliche e fast food tra i bambini delle scuole elementari. Non vi era alcun legame rilevabile tra esposizione pubblicitaria e peso corporeo medio, ma la pubblicità di fast food


era significativamente associata all’indice di massa corporea (BMI) per i bambini in sovrappeso e con obesità (≥85° percentile BMI), rivelando effetti rilevabili in particolare per un gruppo vulnerabile di bambini I risultati degli studi sono talvolta contraddittori per diversi motivi: difficoltà nell’individuare strumenti comunicativi rivolti esclusivamente ai giovani, tendenza dei giovani a spaziare su ambiti comunicativi a loro non specificatamente dedicati, incapacità di identificare gli alimenti utilizzati solo dai giovani, deregolamentazione degli schemi alimentari non riferiti a modelli predefiniti, difficoltà nel definire gli schemi alimentari dei singoli componenti di un nucleo familiare. Inoltre, dovrebbe essere considerato il ruolo sulle scelte alimentari delle persone delle valutazioni dei prodotti, delle conoscenze nutrizionali e di persuasione in combinazione con le difese cognitive. In uno studio condotto da Tarabashkina L, et al (2016) i fattori che minano le difese cognitive dei bambini riguardano il gusto, l’appeal sociale degli alimenti e la scarsa conoscenza nutrizionale e di persuasione con un’interazione tra questi fattori. Gli autori hanno concluso considerando che il problema del consumo di cibi meno salutari è complesso e che è necessario considerare molteplici fattori da parte di operatori sanitari, operatori di marketing sociale e genitori per affrontare il problema dell’obesità infantile. Le sole conoscenze nutrizionali non sono sufficienti per garantire che le persone facciano scelte alimentari più sane e l’accento dovrebbe essere posto anche su alimentazione “positiva”, educazione alla conoscenza della persuasione, targeting delle norme dei pari, autoefficacia e regolamentazione più rigorosa della pubblicità rivolta a persone/famiglie che ne trarrebbero beneficio il massimo dall’intervento di prevenzione. Da notare, infine, che i singoli nutrienti identificati come negativi (grassi saturi, sale, zucchero) in molti casi rappresentano un biomarcatore di uno stile di vita complessivamente “biologicamente” scorretto piuttosto che nutrienti che, se il loro apporto è significativamente ridotto, sono in grado di consentendo un’efficace prevenzione delle malattie non trasmissibili. Infatti molti studi e metanalisi non hanno riscontrato alcuna associazione negativa tra esiti clinici di salute e consumo di alimenti o gruppi di alimenti (formaggi, burro, latticini totali, carne rossa) e singoli nutrienti (acidi grassi saturi, sodio) comunemente considerati essere dannoso o addirittura dannoso per la salute (Donini LM et al, 2022). A conferma di quanto sopra, una revisione sistematica della letteratura pubblicata da Hjelmesæth J, et al (2022), inclusi studi osservazionali e clinici pubblicati dal 2011 al 2021: 1) indica che i cambiamenti nell’as-

sunzione di nutrienti specifici (zuccheri, fibre e grassi) e / o gli alimenti (bevande zuccherate, alimenti ricchi di fibre e verdure) sono associati a modeste o piccole variazioni a breve termine (0,3-1,3 kg) del peso corporeo nella popolazione generale (con o senza obesità / sovrappeso), mentre a lungo gli studi a termine sono generalmente carenti; 2) non trova alcuno studio che valuti un’associazione tra peso corporeo (esposizione) e assunzione di specifici nutrienti o alimenti (risultati). Infatti un approccio basato su nutrienti/alimenti “negativi” è in contrasto con i dati scientifici più recenti che affermano che politiche dietetiche incentrate sulla promozione dell’assunzione di componenti della dieta, per i quali l’assunzione attuale è inferiore al livello ottimale, possono avere una maggiore effetto rispetto alle politiche che prendono di mira solo i nutrienti “negativi”: tra i 15 fattori nutrizionali che influenzano maggiormente la salute, 11 si riferiscono a cibi e sostanze nutritive che vengono consumate in quantità insufficienti, come cereali integrali, noci, semi e frutti di mare. Solo quattro (sodio, carne rossa, carne lavorata e bevande zuccherate) vengono consumate in quantità eccessive. Oltre al sodio, questi svolgono un ruolo trascurabile come determinanti della salute reale. Infine, i modelli dietetici, le abitudini alimentari, le dimensioni delle porzioni, la frequenza dei pasti e i pasti in famiglia sono probabilmente più importanti dei singoli fattori dietetici da prendere di mira per strategie preventive, così come lo stile genitoriale che è influenzato dall’educazione dei genitori. La sensazione è che i fattori di rischio per l’obesità (a qualsiasi età) debbano essere affrontati in modo completo e integrato. La salute positiva è interpretata attraverso le scelte e le azioni che le persone intraprendono nell’ambito delle risorse e dei vincoli delle loro situazioni biologiche e contestuali nel tempo. I processi regolatori/motivazionali sociali, cognitivi, affettivi e comportamentali mediano la relazione tra esperienze di vita e risultati di salute. I percorsi dell’obesità sono influenzati dal rischio cumulativo o dai processi protettivi per la promozione della salute/comportamenti compromettenti che influenzano la salute Da questo punto di vista, la strategia di moderazione pubblicitaria può rappresentare un utile strumento se integrata in una politica di prevenzione che affronti globalmente tutti i determinanti dell’obesità a livello biologico, psicologico e sociale). Inoltre la politica sarebbe ben mirata alle persone/famiglie che trarrebbero il massimo beneficio da questo intervento: 1) soggetti con obesità o 2) gruppi sociali in cui i fattori di rischio socio-culturale ed economico per l’obesità sono più frequentemente presenti.

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PREMIO URBES 2022

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URBES AWARD II IL PREMIO ALLE LA SALUTE La Redazione insieme al Comitato scientifico ed editoriale di URBES, rivista specialistica che si occupa di urbanizzazione, benessere e salute nelle città, ha deciso di istituire, a partire dal 2021, un premio annuale, l’URBES AWARD, assegnando un riconoscimento alle città italiane che investono per la tutela e promozione della salute. Urbanizzazione, Benessere e Salute rappresentano un trinomio sempre più centrale e prioritario per i Sindaci e gli amministratori locali del nostro Paese, convinti che investire sul territorio per una migliore qualità di vita dei propri cittadini sia la chiave di volta per un futuro migliore. Per questa ragione il motto che anima il premio è “Noi non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e a loro dobbiamo restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato.” Il dibattito sulla misurazione del benessere degli individui, della comunità e del tessuto urbano riscuote una crescente attenzione anche all’interno del dibattito pubblico, che negli ultimi anni ha prodotto classifiche e molteplici sistemi di valutazioni. L’obiettivo di URBES AWARD non va tanto nelle direzione di assegnare punteggi, quanto piuttosto di premiare gli sforzi e la lungimiranza di quelle città e di quelle istituzioni locali che abbiano investito e pianificato azioni di salute che richiedono orizzonti temporali più lunghi, con impatti a medio e lungo periodo per la cittadinanza.

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Come ha recentemente affermato l’architetto Renzo Piano “Un architetto e un sindaco hanno molte cose in comune. Innanzitutto, la città. L’architetto ne pensa gli spazi, ma è il sindaco che li riempie”: ebbene, molte delle intuizioni per la creazione di nuove città o per soluzioni innovative all’interno delle stesse, dello sviluppo del benessere e della qualità di vita, le si devono ad architetti e sindaci che hanno immaginato il futuro e hanno lavorato in una dimensione temporale che guarda alle

generazioni future, spesso scontrandosi con comunità e potentati locali miopi o, addirittura, ostili. I componenti della Giuria URBES AWARD 2022, in base al regolamento del premio e ai criteri di valutazione, analizzerà le proposte pervenute secondo un approccio multidimensionale dello stato e delle tendenze del benessere e della salute nelle realtà urbane italiane. Il nucleo di valutazione, appositamente istituito, individuerà le proposte più meritevoli che, a inizio 2023, saranno pubblicamente insignite del Premio.


EDIZIONE, CITTÀ PER CANDIDATURE PREMIO URBES CITTÀ DEL BENESSERE E DELLA SALUTE riservato a Città Metropolitane e Comuni con oltre 200.000 abitanti GENOVA PREMIO URBES BENE COMUNE riservato a Città capoluogo e di dimensione da 50 a 200.000 abitanti MONZA PARMA PREMIO URBES COMUNITÀ DEL BENESSERE riservato a Comuni sino a 50.000 abitanti

Componenti della Giuria URBES Award 2022 Ketty Vaccaro, Presidente Federico Serra, Direttore URBES Maria Emilia Bonaccorso Alessandra Capuano Marina Carini Anna Maria Colao Roberta Crialesi Rosapia Farese Tiziana Frittelli Simona Frontoni Rosaria Iardino Francesca Romana Lenzi Anna Lisa Mandorino Annalisa Manduca Eleonora Mazzoni Maria Rita Montebelli Paola Pisanti Chiara Spinato Simona Tondelli

APRILIA ARESE CASTEL GANDOLFO MONTESANO SULLA MARCELLANA SOMMA VESUVIANA PREMIO URBES SINERGIE riservato ad Associazioni CUSI Fondazione SportCity Fondazione The Bridge Sport e Salute

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ARTICOLI

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DIGITAL ART

LE INCREDIBILI SCULTURE DI CHAD KNIGHT Proiettare l’arte digitale come nuova forma di arredo e ispirazione urbana. Chad Knight è un artista visivo di 41 anni che crea strabilianti disegni 3D. Il suo approccio unico alle sculture digitali affascina le persone su Internet che scambiano l’elaborazione digitale come reale. “Penso di essere diventato un artista visivo sin dal mio concepimento”, ha detto Chad “È più quello che sono come persona che quello che faccio. Tuttavia, il motivo per cui faccio arte digitale è che ho una mente molto iperattiva e in continuo movimento. Creare arte moderna è una delle poche cose che mi permette di presentare il mio modo di essere e di pensare. Ho fatto skateboard professionalmente per 16 anni. Durante quel periodo, è stato il mio sfogo creativo. Ora che non ho l’opportunità di farlo così spesso, combinato con gli incidenti che ho avuto, le mie esplorazioni nell’arte visiva sono diventate il mio nuovo orizzonte. “

L’immagine dove sono raffigurati un padre e un figlio è diventata iconografica dell’essere genitore. Il particolare sorprendente è che il figlio è tutto costituito, costruito con i pezzi mancanti del padre, è intero frutto del dono del padre. Un modo per dire che il padre dona e si spoglia di parti di sé stesso per dare vita al proprio figlio come elemento di continuità.

Knight rivela che il desiderio di migliorare continuamente è una motivazione significativa nel suo processo di creazione e che gli piacciono entrambi: il processo e il risultato.

I capelli sono un altro motivo ricorrente e, come gli altri elementi dei mondi virtuali costruiti da Knight, sono di dimensioni epiche. Le donne statuarie sono raffigurate con capelli strutturati gloriosamente vibranti che sembrano irrefrenabilmente vivi, incontenibili e liberi. Che cosa gli interessa dei capelli in questo contesto? “Mi piace dare alle mie figure capelli che sono un’estensione del loro potere interiore, qualcosa che occupa spazio e si sente “vivo”, una caratteristica che sfida la gravità e la natura”, dice Knight. “I capelli sono uno dei modi più potenti per ritrarre il personaggio nell’aspetto di qualcuno e allo stesso tempo una delle cose più difficili da creare nel mondo virtuale, quindi faccio fatica a renderli con precisione.”

Molte persone cercano il simbolismo nelle opere del surrealismo di Knight, e hanno anche ragione. “Tutto nel mio lavoro rappresenta qualcosa o qualcuno. La mia arte è molto simile a un diario crittografato che posso condividere pubblicamente”. Opere quelle di Knight che non sono solo concepite per la visione digitale, ma per dare una dimensione al paesaggio che ci circonda, dove le figure si trasformano nel paesaggio e viceversa, come una donna distesa con una cascata che scende dalla sua testa come capelli liquidi. Questo universo idilliaco è inteso come un commento sul nostro mondo o serve come una forma di evasione da realtà più crudeli? 132

“Preferisco che il mio lavoro sia visto attraverso l’obiettivo dello spettatore e non imprima troppo sulla sua esperienza con i miei sentimenti”, dice Knight. “Detto questo, gran parte della mia arte deriva da visioni future di come sarà l’umanità nei decenni a venire, una sorta di etno-futurismo: una bellissima trasmutazione delle caratteristiche fisiche dell’umanità che si evolvono dalla globalizzazione”.

Dietro questa immagine vi è una visione anche più ampia dove per Knight “Siamo tutti capaci di molto più di ciò che pensiamo e siamo collegati a qualcosa di più grande”.

La sua arte è ispirata da artisti come Claudio Coello, Peter Paul Rubens e Caravaggio, ma anche da artisti digitali come Mike Winkleman aka Beeple, Archan Nair, Eric Kalsbeek aka Kalsloos, Fvckrender, Joe Pascale e ThunderKat e crea quell’illusione che permette ambientazione di istallazioni uniche nel contesto della natura. L’arte di Knight potrebbe animare nuove forme di arredo e identità urbana, dove l’istallazione digitale crea armonia tra passato e presente, trasmettendo messaggi che superino le barriere culturali e diano risalto alle città come luogo dell’essere e dell’abitare.



Piero Angela, la lettera di addio ai telespettatori Il 13 Agosto si è spento Piero Angela, giornalista e grande divulgatore scientifico. Grazie a lui il sapere e la scienza sono stati alla portata di tutti. Ha affidato il suo addio a un messaggio postumo nel quale invita ognuno a fare la propria parte per migliorare il nostro Paese. Gli siamo grati perché nella sua lunga carriera ha toccato i temi della salute nelle nostre città, facendo capire a tutti, quanto sia importante investire nel bene comune, come ha ricordato Mario Draghi che, nel commemorarlo, ha detto “Le sue trasmissioni e i suoi saggi hanno reso la scienza e il metodo scientifico chiari e fruibili da tutti. Il suo impegno civile contro le pseudoscienze è stato un presidio fondamentale per il bene comune, ha reso l’Italia un Paese migliore. Piero Angela è stato un grande italiano, capace di unire il Paese come pochi.”

Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana. Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano. Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia. È stata un’avventura straordinaria, vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati. A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato. Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese. Un grande abbraccio, Piero Angela

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Lettera aperta degli scienziati del clima alla politica italiana L’appello degli scienziati, della comunità scientifica e dell’opinione pubblica perché la lotta alla crisi climatica venga posta in cima all’agenda politica. Raggiunte le 223 mila firme e consegnate al Capo dello Stato che ha assicurato di trasmetterlo al nuovo Governo. La scienza del clima ci mostra da tempo che l’Italia, inserita nel contesto di un hot spot climatico come il Mediterraneo, risente più di altre zone del mondo dei recenti cambiamenti climatici di origine antropica e dei loro effetti, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull’uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive. Il riscaldamento eccessivo, le fortissime perturbazioni al ciclo dell’acqua e altri fenomeni meteo-climatici vanno ad impattare su territori fragili e creano danni a vari livelli, influenzando fortemente e negativamente anche le attività economiche e la vita sociale. Stime assodate mostrano come nel futuro l’avanzare del cambiamento climatico ridurrà in modo sensibile lo sviluppo economico e causerà danni rilevanti a città, imprese, produzioni agricole, infrastrutture. Per un grado di riscaldamento globale in più rispetto al presente, ad esempio, si avranno mediamente su scala globale un aumento del 100% della frequenza di ondate di calore e tra il 30 e il 40% di aumento della frequenza di inondazioni e siccità, con una conseguente diminuzione del benessere e del prodotto interno lordo. Nel Mediterraneo e in Italia, poi, la situazione potrebbe essere anche più critica, in quanto, ad esempio, si hanno già chiare evidenze di aumenti di ondate di calore e siccità, di ritiro dei ghiacciai alpini, di aumento delle ondate di calore marine e, in parte, di aumento degli eventi estremi di precipitazione.

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In questo contesto, ci appare urgente porre questo problema in cima all’agenda politica. E oggi, l’avvicinamento alle prossime elezioni diventa l’occasione per farlo concretamente. Chiediamo dunque con forza ai partiti politici di considerare la lotta alla crisi climatica come la base necessaria per ottenere uno sviluppo equo e sostenibile negli anni a venire; questo dato di realtà risulta oggi imprescindibile, se vogliono davvero proporre una loro visione futura della società con delle possibilità di successo. In particolare, nella situazione attuale appare urgente porre in essere azioni di adattamento che rendano noi

e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura; azioni che non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale. A causa dell’inerzia del clima, i fenomeni che vediamo oggi saranno inevitabili anche in futuro, e dunque dobbiamo gestirli con la messa in sicurezza dei territori e delle attività produttive, investendo con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR. Allo stesso tempo, dobbiamo anche fare in modo che la situazione non si aggravi ulteriormente e diventi di fatto ingestibile, come avverrebbe negli scenari climatici peggiori. Per questo dobbiamo spingere fortemente sulla riduzione delle nostre emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia, accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica. Come scienziati del clima siamo pronti a fornire il nostro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete che siano scientificamente fondate, praticabili ed efficaci, ma chiediamo con forza alla politica di considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro. Ci auguriamo dunque elaborazioni di programmi politici approfonditi su questi temi e una pronta azione del prossimo governo per la lotta alla crisi climatica e ai suoi impatti. Primi firmatari Carlo Barbante, Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e Università Ca’ Foscari, Venezia Carlo Carraro, Università Ca’ Foscari, Venezia Antonio Navarra, Università di Bologna e Presidente della Fondazione Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) Antonello Pasini, Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Roma Riccardo Valentini, Università della Tuscia, Viterbo, e Presidente della Società Italiana per le Scienze del Clima


Con il contributo dei seguenti autori italiani dell’AR6IPCC Annalisa Cherchi, CNR, Bologna Erika Coppola, International Centre for Theoretical Physics, Trieste Susanna Corti, CNR, Bologna Sandro Fuzzi, CNR, Bologna Piero Lionello, Università del Salento, Lecce Massimo Tavoni, Politecnico di Milano Elena Verdolini, Università di Brescia Altre firme della comunità scientifica Roberto Barbiero, Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente, Trento Leonardo Becchetti, Università di Tor Vergata, Roma Alessandra Bònoli, Università di Bologna Michele Brunetti, CNR, Bologna Roberto Buizza, Scuola Univesitaria Superiore Sant’Anna, Pisa Carlo Cacciamani, ItaliaMeteo Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici, Politecnico di Milano Claudio Cassardo, Università di Torino Marinella Davide, Università Ca’ Foscari, Venezia Enrica De Cian, Università Ca’ Foscari e CMCC, Venezia Maria Cristina Facchini, CNR, Bologna Francesco Forastiere, CNR, Palermo, e Imperial College, Londra Filippo Giorgi, International Centre for Theoretical Physics, Trieste Silvio Gualdi, CMCC, Bologna Fausto Guzzetti, CNR, Perugia, e Protezione civile, Roma Vittorio Marletto, ARPAE Emilia-Romagna, Bologna Simona Masina, CMCC, Bologna Maurizio Maugeri, Università di Milano Paola Mercogliano, CMCC, Caserta Mario Marcello Miglietta, CNR, Lecce Franco Molteni, consulente scientifico di ECMWF, Reading, UK, e ICTP, Trieste Mario Motta, Politecnico di Milano Elisa Palazzi, Università di Torino Claudia Pasquero, Università di Milano Bicocca Cinzia Perrino, CNR, Roma Antonello Provenzale, CNR, Pisa Gianluca Ruggieri, Università dell’Insubria, Varese Gianmaria Sannino, ENEA, Roma Stefano Tibaldi, CMCC, Bologna Giorgio Vacchiano, Università di Milano Francesca Ventura, Università di Bologna


2022: l’anno più caldo di sempre e la visione del Gattopardo L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isac-CnrI) sostiene che i primi 7 mesi dell’anno fanno del 2022 uno degli anni più caldi di sempre.

La narrazione che fa il Principe di Salina, don Fabrizio Corbera, a Chevalley, messo del Regno Sabaudo, rispecchia nelle antiche visioni di fine ottocento quanto climaticamente avviene oggi nel XXI secolo. Lunghe estati torride e poi piogge torrenziali. L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Bologna in un suo report ci indica come l’innalzamento progressivo delle temperature in Italia raggiunge numeri da primato e che l’emergenza caldo, dovuta ai cambiamenti climatici fa si che il 2022 potrebbe essere l’anno più caldo dagli inizi dell’800. Le rilevazioni Isac-Cnr, che riescono a risalire fino al 1800, prendono in esame le differenze di temperatura mese per mese e l’anomalia climatica più evidente quest’anno si è avuta nei primi sette mesi proiettano il 2022 come l’anno più caldo di sempre: luglio appena concluso ha fatto registrare un +2,26 gradi sopra la media italiana dal 1800 (da quando vengono rilevati i dati) ad oggi e nel complesso i primi 7 mesi dell’anno fanno registrare un +0,98 gradi.

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“Se il 2022 finisse adesso sarebbe l’anno più caldo di sempre”, ha commentato Michele Brunetti dell’ IsacCnr. “Luglio 2022 si registra come il secondo luglio più caldo da quando vengono realizzate le misurazioni, secondo solo al 2003, così come lo sono stati anche maggio e giugno”, secondo spiegato Brunetti. La cartina che Isac-Cnr ci fornisce di luglio è di una Italia arroventata con temperature oltre i 25- 30 gradi su tutto il territorio nazionale

A guidare la classifica degli anni più caldi in Italia dal 1800 è ancora il 2018, con un’anomalia di +1,58 gradi sopra la media di riferimento in cui un peso rilevante lo ebbero i mesi di gennaio con +2,37 gradi rispetto alla media e aprile, il più caldo di sempre con +3,5 gradi sopra la media. Gli anni delle estati torride del Principe di Salina, non sono solo una narrazione ma una attualità dei nostri giorni e le parole del Gattopardo rilevano una visione di quanto abbiamo vissuto la scorsa estate.


“Questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le piogge, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio li dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete.” da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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I

CONTINENTI DI PLASTICA

Che fine fanno i rifiuti di plastica che vengono ogni anno scaricati in mare? Ignari del loro destino molti non sanno che formano vere e proprie estensioni, grandi come micro-continenti, che non solo galleggiano ma che si spingono in profondità, gli esperti dicono circa il 70% raggiunge le profondità, mescolandosi con il plancton e condizionando la catena alimentare e la fauna, che sempre di più rimane intrappolata da queste enormi chiazze di rifiuti. Le “Garbage Patch” letteralmente chiazze di spazzatura, sono formate dai circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti che ogni anno, nel mondo, per lo più formati da rifiuti plastici, finiscono in mare. Negli oceani di tutto il mondo esistono svariate di queste isole, di varia dimensione e che ormai da tempo “convivono” e fanno parte dell’ecosistema contribuendo al suo continuo deterioramento, e la loro estensione continua ad aumentare. rifiuti e i detriti presenti nelle isole di plastica sono di varia natura e grandezza. I più dannosi, spesso, sono i rifiuti più piccoli: le microplastiche – di dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Questi microscopici frammenti di plastica, infatti, si disperdono ovunque e vanno ad alterare la flora e la fauna. Sono così piccoli da confondersi e mescolarsi con il plancton, ponendosi quindi alla base ti tutta la catena alimentare marina. Soltanto nel Mar Mediterraneo, le specie che sono vittime di ingestione di materie plastiche sono 134. Inoltre, spesso, la stessa plastica finisce per intrappolare gli animali marini, portandoli alla morte o creando malformazioni. 140

I dati ci dicono che l’impatto sulla fauna è devastante, con più di 1.000.000 di uccelli morti nell’arco di un anno e il 92% degli uccelli morti in prossimità delle isole di plastica hanno presentato segni evidenti di plastica nel loro organismo Inoltre oltre 100.000 pesci assorbono e/o ingeriscono

materiali plastici, più del 90% dei danni causati alla fauna selvatica dei mari è causato dalla plastica e 700 specie marine sono minacciate dalla plastica Un recente studio commissionato dal WWF, e portato avanti dall’Università di Newcastle, in Australia, ha calcolato che chi consuma regolarmente prodotti ittici, ogni settimana ingerisce una quantità di plastica pari a una carta di credito. Si tratta di 2000 frammenti di plastica ogni settimana – o 5 grammi, il che equivale a circa 21 grammi al mese, e a qualcosa come 250 grammi all’anno. I dati sono allarmanti basti pensare che oltre 275.000 tonnellate di plastica vengono prodotte in tutto il mondo e ogni anno oltre 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. Una bottiglia plastica impiega circa 900 anni per essere smaltito nell’oceano, un tempo lunghissimo che diventa infinito davanti ai ifiuti di plastica più grandi. In totale, le isole di plastica sono sei: due nel Pacifico, due nell’Atlantico, una al circolo polare artico e una nell’oceano Indiano. Great Pacific Garbage Patch Great Pacific Garbage Patch, chiamata anche “Pacific Trash Vortex”, nota sin dagli anni ’80 ma scoperta nel 1997, quando il velista Charles Moore, durante una regata, si trovò circondato da milioni di pezzi di plastica. Si trova nell’oceano Pacifico, tra la California e l’Arcipelago Hawaiano, e si sposta seguendo la corrente oceanica del vortice subtropicale del Nord Pacifico. Ha un’età di oltre 60 anni ed è l’isola di spazzatura più grande al mondo. Le sue dimensioni sono immense: si stima che potrebbe occupare dai 700 mila km2 fino ai 10 milioni di km2. In pratica quanto la Penisola Iberica, o gli Stati Uniti d’America. La concentrazione massima raggiunge un milione di rifiuti per km2, per un totale di immondizia che oscilla tra i 3 e i 100 milioni di tonnellate di rifiuti complessivi.


8 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno si “appropriano” del mare formano veri e propri continenti di plastica Artic Garbage Patch Scoperta nel 2013, si trova nel mare di Barents in prossimità del circolo polare artico. È l’isola di plastica più piccola e più recente. I detriti che la compongono provengono dall’Europa e dalle coste del Nord America. Indian Ocean Garbage Patch Anche se la sua esistenza era stata ipotizzata fin dal 1988, è stata scoperta nel 2010. Quest’isola si estende per più di 2 km, con una densità di 10 mila detriti per km2. South Atlantic Garbage Patch Da poco documentata, si trova tra l’America del Sud e l’Africa meridionale. Si estende per oltre 1 milione di km2 e viene mossa dalla corrente oceanica sud atlantica. North Atlantic Garbage Patch Scoperta nel 1972, è la seconda isola più grande per estensione, (stimata sui 4 milioni di km2). È però famosa per l’alta densità di rifiuti: ben 200 mila detriti per km2. Viene mossa dalla corrente oceanica nord atlantica. South Pacific Garbage Patch Scoperta recentemente al largo del Cile e del Perù, è grande 8 volte l’Italia. Ha una superficie che si aggira intorno ai 2,6 milioni di km2 e contiene prevalentemente microframmenti di materie plastiche. A queste cinque isole si aggiunge il Mediterraneo, che viene considerato la sesta grande area di accumulo di rifiuti plastici. Non a caso il WWF afferma che in queste acque, che corrispondono all’1% delle acque mondiali, si accumulano il 7% delle microplastiche globali e il 95% del totale dei rifiuti che le compongono sono di plastica.


BIODIVERSITÀ: LE CITTÀ E GLI ANIMALI CHE NON TI ASPETTI I ricercatori dell’ISPRA ci indicano come specie che dalle acque tropicali si spostano verso i nostri mari, sempre più caldi, e pesce palla maculato, pesce scorpione, pesce coniglio scuro e pesce coniglio striato. Sono tutte arrivate dal canale di Suez le quattro specie aliene invasive di origine tropicale segnalate nei mari italiani, per la prima volta in Sicilia, a cui prestare attenzione per evitare spiacevoli incidenti. Ma che succede nelle nostre città? Come si popolano di nuova fauna? Abituati a vedere nei cinghiali, nelle volpi e nelle nutrie parte della nuova fauna urbana, finiamo per non notare cosa avviene nelle nostre città come nuovi “abitanti”. Certo non ti immagini di meno di trovare a Roma al Foro di Traiano dei granchi diretti discendenti dei granchi di fiume che abitavano la zona al tempo dell’antica Roma, ma che trovano posto nella fauna urbana romana. E se gli storni caratterizzavano il cielo della città eterna, e gabbiani e cornacchie erano diventati gli uccelli più comuni, oggi basta passeggiare Roma per vedere come la stessa si stia tropicalizzando.

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Colonie di pappagalli sono possibili ormai incontrarli praticamente ovunque: nei parchi della città, come Villa Borghese, Villa Ada o il Parco della Caffarella, ma anche su terrazzi e giardini privati.

Sono fondamentalmente di due tipi, il “parrocchetto monaco” (dal colore verde e grigio) che proviene dall’America del Sud e preferisce le palme, e il “parrocchetto dal collare” (dal colore verde, ad eccezione del turchese presente nella coda e degli anelli neri e rosa intorno al collo dei maschi), originario dell’India, che predilige platani e pini. Mentre gli esemplari di parrocchetto monaco si sono stanziati prevalentemente nei quartieri di Roma Sud-Est, i parrocchetti dal collare hanno colonizzato soprattutto le aree di Roma Nord-Ovest. Grazie alla presenza di numerosi parchi, terrazze e balconi che diventano fonte di nutrimento e riparo, Roma è diventata la città perfetta per continuare a moltiplicarsi indisturbati. Fenomeno analogo a quanto sta accadendo a Londra dove per il Guardian il fenomeno è “un segno inconfondibile” degli effetti del cambiamento climatico. Cambiamento climatico che è uno degli elementi sulla biodiversità e che nelle grandi città va affrontato per garantire quell’equilibrio naturale tra ambiente, uomo e specie animali.



RICETTE PER UNA NUOVA VISIONE URBANA: COME COSTRUIRE “LA CITTÀ DEI 15 MINUTI”


Sempre più città volgono la propria visione urbanistica a modelli di maggiore sostenibilità e sempre di più i sindaci vogliono dare risposte ai propri cittadini nell’ottica della piena vivibilità della propria città.

Vivere in una città significa accettare un certo livello di disfunzioni: lunghi spostamenti, strade rumorose, spazi sottoutilizzati. Carlos Moreno, docente alla Sorbona di Parigi, è stato il primo a introdurre il concetto di città dei 15 minuti. “È tempo di passare dalla pianificazione urbanistica alla pianificazione della vita urbana- dice Moreno - ciò significa trasformare lo spazio della città, ancora altamente mono-funzionale con le sue diverse aree specializzate, in una realtà policentrica, basata su quattro componenti principali -vicinanza, diversità, densità e ubiquità- per offrire a breve distanza le sei funzioni sociali urbane essenziali: vivere, lavorare, fornire, curare, imparare e godere” una vera rivoluzione socio-urbanistica culturale che significa per Moreno “Ritornare alla vita urbana locale significa passare dalla mobilità come abbiamo vissuto alla mobilità che abbiamo scelto; si tratta di avvicinare la domanda degli abitanti all’offerta che viene loro proposta”. Le teorie di Moreno riguardo la Ville du quart d’heure (città del quarto d’ora, in francese) sono diventate uno dei cavalli di battaglia nella campagna elettorale che, in primavera, ha portato alla riconferma del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, sostenuta anche dagli ecologisti. La proposta è stata ben esemplificata da un’infografica elettorale della sua lista civica “Paris en Commun”, che pone al centro l’abitazione di ogni parigino e, nel raggio di un quarto d’ora, tutte le attività essenziali, che compongono gran parte della vita di ciascuno: studiare, lavorare, fare la spesa, stare all’aria aperta, fare attività fisica, andare dal medico, uscire e svagarsi. Oggi molte città guardano a questa proposta a cominciare da Milano, che è stata la prima grande città a far proprio questo modello di sviluppo futuro. Nel capoluogo lombardo, la vera sfida è quella di dare vita a quartieri residenziali integrati anche al di fuori dell’area centrale -in cui far convivere abitazioni, uffici, fabbri-

che, servizi pubblici e spazi verdi- anche per ridurre il fenomeno del pendolarismo lavorativo e contribuire al decongestionamento del trasporto pubblico e della viabilità nelle ore di punta. Anche Barcellona, fin dal suo penultimo piano della mobilità urbana (2013), ha sposato un concetto simile alla “Città del quarto d’ora” teorizzata da Moreno, progettando i cosiddetti “Superblocks”: isolati prevalentemente pedonali, al cui interno possono accedere solamente pochi veicoli autorizzati, che rappresentano piccole Comunità nella città e che sono unite e interconnesse agli altri blocchi urbani da vie di collegamento esterne. C’è poi chi, in questa direzione, sta andando ormai da anni. Recenti studi effettuati nei Paesi Bassi hanno mostrato che, grazie anche a un modello proattivo di pianificazione del territorio messo in atto ormai da anni, oggi oltre l’80% degli insediamenti urbani olandesi rispondono alle caratteristiche della “Città dei 15 minuti”. Fuori dai confini europei, è la città di Sydney, in Australia, che da alcuni anni va fiera di essere una 20-minutes city, mettendo in luce come questa concezione dello spazio urbano stia portando a un miglioramento, sia dal punto di vista ambientale che della qualità della vita dei suoi residenti. Analogamente, negli Stati Uniti, a Portland (Oregon) sono nati i quartieri dei 20 minuti, prevalentemente pedonali, che rappresentano il cardine delle azioni promosse dalla città per contrastare le crisi climatica in corso. In una “città dei 15 minuti”, ognuno è in grado di soddisfare la maggior parte, se non tutte, le proprie esigenze a pochi passi da casa. È una città composta da quartieri vissuti, adatti alle persone, “completi” e collegati. Significa riconnettere le persone con i loro territori e decentralizzare la vita ei servizi della città.

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Mentre le città lavorano per la ripresa dal COVID-19, la città dei 15 minuti è più rilevante che mai come principio organizzativo per lo sviluppo urbano. Aiuterà le città a rilanciare la vita urbana in modo sicuro e sostenibile sulla scia del COVID-19 e offre una visione futura positiva che i sindaci possono condividere e costruire con i loro cittadini. Più specificamente, aiuterà a ridurre gli spostamenti non necessari attraverso il tessuto urbano, fornire più spazio pubblico, iniettare vita vera nelle strade principali locali, rafforzare il senso di comunità, promuovere la salute e il benessere, aumentare la resilienza alla salute e agli shock climatici e migliorare la sostenibilità delle città e vivibilità. Il concetto di città dei 15 minuti è in diretto contrasto con i paradigmi urbanistici che hanno dominato nel secolo scorso, per cui le aree residenziali sono separate da attività commerciali, negozi, industria e intrattenimento.1 Tuttavia, la maggior parte delle idee e dei principi alla base del concetto che anima “le città di 15 minuti” e che non sono una novità e la maggior parte delle città contiene già aree che si allineano ai principi della città dei 15 minuti, anche se per puro caso piuttosto che per progettazione. Alcuni hanno già piani di sviluppo urbano di più lunga data che mirano ai risultati stessi ricercati dal modello di città in 15 minuti, estendendone i vantaggi a tutta la città, per tutti. Dal 2020, in piena pandemia, il concetto di città dei 15 minuti ha preso piede. Sempre più città stanno ora adottando questo modello per sostenere una ripresa più profonda e più forte da COVID-19 e per contribuire a promuovere uno stile di vita più locale, sano e sostenibile che molti dei loro cittadini chiedono.

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I principi fondamentali di una città dei 15 minuti I residenti di ogni quartiere hanno facile accesso a beni e servizi, in particolare generi alimentari, cibo fresco e assistenza sanitaria. Ogni quartiere ha una varietà di tipologie abitative, di diverse dimensioni e livelli di accessibilità, per ospitare molti tipi di famiglie e consentire a più persone di vivere più vicino a dove lavorano. I residenti di ogni quartiere possono respirare aria pulita, priva di inquinanti atmosferici nocivi, ci sono spazi verdi per tutti i gusti. Più persone possono lavorare vicino a casa o da remoto, grazie alla presenza di uffici di dimensioni ridotte, retail e hospitality e spazi di co-working.

Perché ogni città può beneficiare di una visione della “città in 15 minuti”. Da marciapiedi più larghi alle piste reti ciclabili estese, ai pasti all’aperto nello spazio un tempo utilizzato per il parcheggio, elementi della città di 15 minuti hanno aiutato a gestire l’impatto del COVID-19 in molti luoghi a livello globale. L’approccio urbano di 15 minuti offre un modo per sfruttare i cambiamenti positivi per stimolare le economie locali e offrire benefici durevoli in termini di salute, benessere, equità e clima. Questo articolo mette in evidenza le città che stanno già implementando visioni, piani e programmi in stile città di 15 minuti e spiega di più sul motivo per cui la tua città dovrebbe unirsi a loro. Città in 15 minuti: come creare quartieri “completi”. Un quartiere di successo di 15 minuti è “completo” di servizi e servizi di base che i residenti possono facilmente raggiungere a piedi o in bicicletta. Ciò include l’istruzione e l’assistenza sanitaria su scala comunitaria, vendita al dettaglio essenziale come negozi di alimentari e farmacie, parchi per la ricreazione, spazi di lavoro e altro ancora. Molte città includono quartieri che offrono questo, ma tendono a essere concentrate nelle aree centrali o più ricche. Questo articolo spiega come le città possono migliorare l’accesso ai servizi in tutti i quartieri, a cominciare da quelli più svantaggiati. Esamina gli aggiornamenti delle regole di pianificazione e zonizzazione che sono fondamentali per raggiungere questi obiettivi a lungo termine e i modi per apportare cambiamenti più rapidi.


Città in 15 minuti: come garantire un posto a tutti. L’equità e l’inclusività sono centrali; una strategia cittadina di 15 minuti deve enfatizzare la parità di accesso a servizi, servizi e spazi verdi. Ciò significa progettare approcci per ridurre attivamente, e non rischiare di aggravare, i divari e le disuguaglianze sociali. Questo articolo delinea i modi in cui le città possono raggiungere questo obiettivo, anche attraverso strategie di coinvolgimento che coinvolgono un mix diversificato di residenti e parti interessate, politiche per evitare lo sfollamento e garantire la fornitura di alloggi a prezzi accessibili e offrendo servizi diversificati per la costruzione di comunità. Città in 15 minuti: come sviluppare strade e mobilità incentrate sulle persone. Una città di 15 minuti reinventa le strade e lo spazio pubblico per dare la priorità alle persone che non guidano, costruendo quartieri più vivaci dove camminare e andare in bicicletta sono i modi principali per spostarsi. Consente e incoraggia le persone a scegliere di non guidare. Ciò significa rivendicare lo spazio dominato dall’auto per usi più produttivi, sociali e di costruzione di comunità, aggiornare le infrastrutture pedonali e ciclabili per servire meglio gli spostamenti quotidiani e locali di persone di tutte le età, abilità e background ed espandere lo spazio verde in ogni quartiere. Questo articolo esamina come. Città da 15 minuti: come creare luoghi connessi. Una città a 15 minuti offre comodità e qualità della vita, ma non isolamento. La connettività fisica e digitale deve essere al centro di qualsiasi strategia cittadina di 15 minuti ed è particolarmente critica per le città tentacolari e dipendenti dall’auto. Questo articolo illustra i modi per migliorare la qualità e l’equità dei sistemi di trasporto pubblico, digitalizzare i servizi cittadini e sviluppare infrastrutture digitali per garantire a tutti l’accesso a Internet, come parte di una strategia cittadina di 15 minuti.


Fieri di lavorare in un ambiente che aiuta il proprio pianeta al 100% !


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