Tenerezza - Estratto

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Paolo De Martino

Tenerezza

Il lieve tocco di Dio

Le citazioni bibliche sono tratte da La Sacra Bibbia nella versione ufficiale a cura della Conferenza Episcopale Italiana © 2008, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena

Per i testi citati dal magistero della Chiesa e dai documenti dei pontefici

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ISBN 978-88-315-5799-3

Nella mia valigia ho due cose: la parola di Dio e la tenerezza.
Tonino Bello

Introduzione

Un linguaggio rivoluzionario

Tenerezza. Nove lettere soltanto, ma con un mondo dentro. Non è solo una parola, è una porta segreta. Più ti ci avventuri, più scopri tesori nuovi.

La tenerezza è un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni: basta un gesto, uno sguardo, una mano che sfiora senza possedere. La tenerezza è come il lieve tocco di Dio: non irrompe, non costringe, ma si offre come presenza discreta che guarisce. È parola che non giudica, ma incoraggia, è vicinanza che restituisce dignità a chi si sente invisibile. Nella tenerezza scopriamo che la fragilità è spazio di incontro. È lì che il divino tocca l’umano con leggerezza infinita, ricordandoci che siamo amati senza condizioni.

Oggi si parla poco di tenerezza, troppo silenziosa per farsi notare, troppo delicata per imporsi.

Si preferisce parlare di rabbia, di orgoglio, perfino di gentilezza, ma la tenerezza resta in un angolo, come se fosse fuori moda. In fondo non è esplosiva come la passione e non urla come il rancore. La tenerezza è una mano che sfiora, una voce che consola, uno sguardo che resta. È quella presenza discreta che ti fa sentire visto, accolto e amato. In un mondo che corre, la tenerezza è un invito a rallentare, a diventare umani, ed è forse per questo che ci manca così tanto. È quella forza delicata che ci rende pienamente umani. Non è debolezza o smanceria, ma un modo di guardare il mondo. Quando siamo teneri, non stiamo solo provando un’emozione: stiamo scegliendo chi essere. La tenerezza è un atto di coraggio perché è propria di chi sa farsi vulnerabile, di chi non teme di entrare in relazione profonda con l’altro, di chi è disposto a lasciarsi cambiare. In un mondo che mistifica, abbiamo fame di gesti veri: di mani che stringono, di occhi che amano, di parole che non feriscono. Lo sappiamo: un bacio sulla fronte può valere più di mille discorsi. La tenerezza è una chiave che può aprire porte che credevamo chiuse per sempre. Insomma, è essenziale come l’aria, come l’acqua, come l’amore.

In una società che premia il narcisismo e la forza, c’è ancora spazio per la dolcezza? Può la tenerezza, fragile solo in apparenza, trovare spazio nella frenesia del nostro tempo? Sono domande che, in quanti si apprestano a leggere questo libro, sono certamente sorte.

Se osserviamo il mondo e il suo volto segnato dall’indifferenza, sembra che quella «forza di un amore umile» di cui parlava Dostoevskij sia svanita. Eppure, se guardiamo la realtà con gli occhi del cuore, la tenerezza si rivela silenziosa ma presente. Vive nei gesti semplici e quotidiani di chi, ad esempio, mostra affetto per chi gli è vicino, di chi riesce a trasformare il dolore in amore quando la morte irrompe nella vita, di chi si prende cura di un animale domestico.

La tenerezza è una rivoluzione silenziosa che ha sorgenti antiche. Le sue radici affondano nella Scrittura e hanno nutrito l’ebraismo e il cristianesimo rivelando un Dio che si manifesta non nella potenza, ma nella delicatezza di un amore che si fa vicino.

Rahamim è una parola ebraica che abbraccia in sé sia la tenerezza sia la misericordia, risuonando ben trentanove volte nell’Antico Testamento.

Il termine richiama qualcosa di profondamente fisico: le viscere, in particolare quelle materne. È la tenerezza di Dio che non rimane distante, ma si lascia toccare, commuovere e coinvolgere.

In questa prospettiva la misericordia esprime il legame più profondo che esiste tra chi nasce e chi dona la vita: un amore gratuito, che non pone condizioni. È bello sapere che Dio non ci ama perché siamo meritevoli, ma che siamo meritevoli perché lui ci ama. Non ci ama per la nostra bontà, ma è il suo amore a renderci capaci di fare il bene.

Nella Bibbia la misericordia è una caratteristica essenziale di Dio. È un amore profondo, radicato nella sua stessa essenza, che resiste a qualsiasi ostacolo. Misericordia significa sentire la sofferenza dell’altro come propria, accoglierla e lasciarsi trasformare da essa. È un amore ostinato, che non cede davanti al rifiuto e che non si arrende davanti al tradimento.

Gesù di Nazaret ha amato così. Lui è la manifestazione vivente di un Dio che ama con passione, un Padre dal cuore materno, colmo di tenerezza, che si prende cura delle sue creature con un amore senza misura.

Ecco perché, negli ultimi anni, alcuni studiosi hanno suggerito, non a caso, di tradurre rahamim

non solo come “misericordia”, ma anche come “tenerezza”, dando impulso a una teologia della “tenerezza di Dio”. L’etimologia della parola “tenerezza” aiuta a comprenderne il significato più profondo: deriva dall’aggettivo latino tener, che indica qualcosa di morbido, delicato, capace di accogliere senza opporre resistenza.

La parola “tenerezza” da subito ha occupato un posto speciale nel cuore di papa Francesco, che ha sollecitato i cristiani a viverla senza timori. Lui ha ben compreso che la tenerezza arricchisce l’amore di un tocco unico e dopo pochi mesi dalla sua elezione, nell’omelia del 7 luglio 2013 ha ricordato che ogni cristiano e soprattutto noi siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. (…) Non abbiate paura, il Signore è il Signore della consolazione, il Signore della tenerezza. Il Signore è padre e lui dice che farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. Non abbiate paura della consolazione del Signore. L’invito di Isaia deve risuonare nel nostro cuore: «Consolate, consolate il mio popolo» (40,1) e questo diventare missione.

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Francesco ha citato la tenerezza numerose volte. Ha parlato della «infinita tenerezza del Signore» (n. 274) sottolineando come essa sia una «forza rivoluzionaria» (n. 288) e ricordando a tutti noi che Gesù di Nazaret «ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza» (n. 88).

Ma perché parlare di tenerezza? Perché oggi il mondo ha il cuore freddo. Ci si sfiora, ma non ci si tocca davvero; si sente molto, ma si ascolta poco; e l’indifferenza e la distanza sono diventate una regola. Invece la tenerezza è cura, presenza. Insomma, ci ricorda che abbiamo un cuore.

In molte famiglie, forse perché sempre di corsa e sotto stress, le parole gentili sono sparite. Termini come “Per favore”, “Scusa”, “Posso?” sembrano scomparsi dal vocabolario domestico. Se la gentilezza irrompesse nelle nostre case, forse scopriremmo che il rispetto è contagioso e che la tenerezza è una forza che costruisce relazioni davvero autentiche.

Leone

La tenerezza verso i bambini è stata un tratto di molti papi, ma con Leone XIV ha assunto subito un volto concreto, vivo, quasi palpabile.

Nei primi mesi di pontificato le immagini che raccontano il suo calore umano sono tante, e ognuna di esse lascia un segno. Fotogrammi che commuovono, che parlano senza bisogno di parole. Basta ricordare quel bambino che, nella Sala Ducale del Palazzo Apostolico, senza esitazione gli corre incontro. È stato bello vedere il Papa che non rimane spettatore: si china, allarga le braccia e lo stringe a sé con la naturalezza di un padre, con l’affetto di un nonno. È un gesto semplice, ma racchiude un mondo. Non è stato un episodio isolato: gli abbracci e gli incontri con i più piccoli si sono moltiplicati, ognuno diverso, ognuno unico. Tutti però segnati da una dolcezza che disarma.

Accanto alle immagini pubbliche ci sono poi quelle lontane dai riflettori, forse ancor più eloquenti. Come l’incontro con il giovane spagnolo arrivato a Roma per il Giubileo dei giovani del 2025 e poi ricoverato all’Ospedale Bambino Gesù. Papa Leone XIV lo ha voluto incontrare senza cerimonie né telecamere. In un clima caldo che ha toccato tutti i presenti, ha seguito il “protocollo della tenerezza”: uno sguardo che ascolta e parole che infondono speranza. Dopo quell’incontro, il Papa ha percorso le corsie dell’ospedale, ha incrociato i volti dei genitori stanchi, ha

regalato carezze ai bambini ricoverati, ha espresso gratitudine sincera al personale che ogni giorno combatte accanto a loro. Sono piccoli gesti, ma dentro portano luce e proprio da quei dettagli emerge la figura di un pastore che sceglie la strada della compassione, di un papa che riconosce Cristo nei volti fragili e feriti, e che con la sua tenerezza apre varchi di speranza.

Non a caso, il 24 giugno 2025, ai seminaristi accorsi a Roma per il Giubileo ha ricordato che

in un mondo dove spesso c’è ingratitudine e sete di potere, dove a volte sembra prevalere la logica dello scarto, siete chiamati a testimoniare la gratitudine e la gratuità di Cristo, l’esultanza e la gioia, la tenerezza e la misericordia del suo Cuore. A praticare lo stile di accoglienza e vicinanza, di servizio generoso e disinteressato, lasciando che lo Spirito Santo “unga” la vostra umanità.

Scrittura

La Bibbia è ricca di immagini che descrivono la tenerezza di Dio. Nel linguaggio biblico Dio è paragonato a un padre che solleva il proprio figlio con dolcezza e lo stringe alla sua guancia (cfr. Os 1,4). L’immagine materna è altrettanto forte: Isaia descrive Dio come una madre che non po-

trebbe mai dimenticare il proprio bambino, ma, se anche un giorno arrivasse ad abbandonarlo, Dio non lo farà mai:

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me.

Is 49,14-16

Questa è la radice profonda della speranza cristiana, che non si fonda su un generico ottimismo, ma sulla certezza di essere figli amati alla follia. L’ottimismo può tradirti, la speranza no. L’ottimismo è una sensazione che può svanire, la speranza è invece una certezza che non ti abbandona.

Nella vita di Gesù la tenerezza non è stata un’emozione passeggera, ma un suo tratto distintivo. La sua era un’empatia che si faceva azione. Come vedremo, si è manifestata nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo sguardo capace di incontrare gli ultimi. A loro ha donato il suo tempo, il suo perdono, la possibilità di rinascere. È un modello per ogni essere umano, un in-

vito a rendere la tenerezza parte della propria vita, trasformandola in gesti d’amore.

Proprio perché è stato la «misericordia che si è fatta carne» – secondo una felice espressione di papa Benedetto XVI pronunciata nell’Angelus del 18 febbraio 2007 – ha scandalizzato i rigoristi, ha ribaltato le loro logiche stantie e ha sfidato ogni convenzione. Un amore gratuito, che non chiede nulla in cambio, scandalizzerà sempre, soprattutto i religiosi di ogni tempo. La sua è stata una rivoluzione silenziosa ma potentissima, un seme di speranza gettato su un terreno arido, e quel seme, ancora oggi, continua a germogliare e a trasformare chiunque si lasci raggiungere dalla sua scandalosa tenerezza.

Viaggio

Prima di immergerti nelle pagine di questo libro, permettimi di fare una premessa: la tenerezza non si può semplicemente spiegare, perché non è un concetto da afferrare con la mente, ma un’esperienza da vivere con il cuore. È un linguaggio silenzioso fatto di sguardi, di gesti, di parole sussurrate. È un modo di essere, un’attitudine che coinvolge il corpo e l’anima.

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Dire che in Gesù si mostra la tenerezza del Padre vuol dire riconoscere che l’amore di Dio si tocca, si vede, si sente. Non è un’idea, ma una realtà concreta. Se l’amore non diventa carne, resta solo una parola vuota. Nei Vangeli la fisicità di Gesù è ovunque: egli abbraccia, accarezza, guarisce, si lascia toccare.

Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione e in quanto tale dà importanza al corpo. È grazie alla tradizione biblica dell’Antico e del Nuovo Testamento che il corpo assume valore, in contrasto con la cultura greca dell’epoca, che lo vedeva privo di dignità, se non addirittura come una prigione da cui lo spirito doveva fuggire.

Dobbiamo ammettere che per troppo tempo abbiamo messo da parte il corpo. Abbiamo parlato solo di anima, come se il corpo fosse un ostacolo, qualcosa da superare. Gesù di Nazaret ha parlato di vita, non di fuga dal corpo. Dio si è fatto carne, non idea, e noi non abbiamo un corpo: siamo corpo. Separare corpo e anima ci ha fatto perdere il contatto con noi stessi e dimenticare che siamo impastati di terra e cielo insieme.

Gesù sapeva benissimo che i sensi sono il modo in cui lasciamo entrare ciò che ci circonda, consentendoci di interagire con il mondo e di mostrare chi siamo davvero. È così che viviamo

e ci raccontiamo: attraverso essi noi impariamo, sentiamo, amiamo.

Forse è il momento di riscoprire la dimensione corporea della fede, di riscoprire il corpo non come colpa, ma come casa, come luogo sacro attraverso cui passa la vita, e di lasciarci nuovamente stupire dal Corpo di Cristo che si manifesta nei volti dei poveri, nei gemiti di chi soffre, nei segni di speranza nascosti nelle pieghe della vita.

Gesù di Nazaret è venuto proprio a insegnarci questo linguaggio. Il Dio che ci ha rivelato non è un sovrano terribile, ma un Padre che si fa vulnerabile, vicino. Non si impone con la forza, ma si consegna con delicatezza, chiedendo solo di essere accolto. Con la sua vita ha dato inizio alla rivoluzione della tenerezza, mostrandoci un nuovo modo di stare nel mondo. «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12): in fondo, il suo Vangelo si riassume tutto in queste parole. Se voglio amare con verità, è al suo stile che devo guardare.

E allora, amica lettrice, amico lettore, ti invito a intraprendere questo viaggio nei Vangeli. Insieme cammineremo sulle strade percorse da Gesù, seguiremo le orme della sua tenerezza, che si è fatta parola, sguardo, lacrima e carezza.

SCINTILLE DELLO SPIRITO

Testi che offrono scintille di fede per accompagnare il cammino dei credenti, per rinnovare la comprensione della fede, per lasciarsi provocare da vie nuove che lo Spirito apre nella storia.

1. Dalla cenere la vita, di Paolo Scquizzato

2. Danzare con la solitudine, di José María Rodríguez Olaizola, sj

3. Pensiero incompleto, di Gaetano Piccolo

4. Dov’eri? Vivere non è solo un diritto, di Alessandro Deho’

5. Ogni giorno un nuovo inizio. La saggezza dei Padri del deserto, di Anselm Grün

6. Libera la gioia, di José María Rodríguez Olaizola, sj

8. Padre nostro, di Alessandro Deho’

9. Nella terra di tutti. Perché restare in una Chiesa con cui non riusciamo a trovarci d’accordo su molte questioni urgenti?, di José María Rodríguez Olaizola, sj

10. Dalla comunità alla comunione. Insieme sulla via della vita, di Antonella Lumini

11. Vivere ogni giorno con fiducia, di Anselm Grün

12. Dio è felicità, di Paolo De Martino

13. Il Dio di Gesù. Pregare il Padre nostro, di Paolo Curtaz

14. Danzare con il tempo, di José María Rodríguez Olaizola, sj

15. Mistica e coscienza. Vedere dentro, di Antonella Lumini

16. Nessuno vive solo per sé stesso, di Anselm Grün

17. Funamboli. Genitori che camminano sul filo dell’Oltre, di Francesco Fiorillo

18. In amorosa fedeltà. Leggere e trasmettere le Scritture, di Antonietta Potente

19. Pace. Dalla Parola ai fatti, di Fabio Corazzina

20. Bellezza. Una forza per fiorire, di Maria Teresa Milano

21. Tenerezza. Il lieve tocco di Dio, di Paolo De Martino

22. Pazienza e perseveranza. La speranza commina a piedi, di Giuseppe Di Stefano

23. Speranza. La cosa difficile, di Brunetto Salvarani

25. Chiesa. Riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, di Giuseppe Forlai

26. Gratitudine. Il frutto della meraviglia, di Debora Rienzi

27. Generatività. La vita torna a brillare, di Katia Roncalli

29. Così fragili e così amati. Conoscere sé stessi e lasciarsi amare da Dio, di Paula Noronha Jordão, fmvd

30. Le 6 porte della felicità, di Anselm Grün

31. Opzione gioia, di Anselm Grün

32. Fiorisci in pieno inverno. 365 semi per ripartire ogni notte, di Francesco Fiorillo

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