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PREZZO €3,50 - COPIA GRATUITA

EDIZIONE SETTEMBRE 2018

ANNO 10 - NUMERO 07

NUMERO NOVANTATRE

PANTHEON

MATTEO BUSSOLA E PAOLA BARBATO

LA VITA CON TE VISTO CHE SO CHI SEI Caso letterario per il suo Notti in bianco, baci a colazione, lo scrittore veronese ha appena fatto uscire per Einaudi La vita fino a te. Il suo “te” è lei, Paola Barbato, sceneggiatrice di Dylan Dog e romanziera a sua volta con Io so chi sei


42 1976-2018

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SETTEMBRE 2018

DI MATTEO

SCOLARI

EDITORIALE

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o avevamo promesso lo scorso dicembre alla Festa di Natale di Pantheon, a Villa Arvedi. Avremmo fatto rivivere lo storico marchio Radio Adige, per oltre 40 anni nel cuore di migliaia di veronesi, dopo la sua scomparsa dalle frequenze FM, avvenuta a metà del 2017. Una sfida dura e al contempo ambiziosa, una sfida che ci ha caricato di grandi responsabilità e alla quale abbiamo risposto a testa alta, con il massimo impegno. Sono stati mesi intensi in redazione, nei quali abbiamo provato a capire come valorizzare al meglio questo capitale, patrimonio di un’intera città. Il 28 settembre prossimo, dopo nove mesi di lavoro, alle ore 17, a Villa Colombo Bolla (Piazza Cittadella), presenteremo con orgoglio al pubblico e alla stampa Radio Adige 640, la prima radiovisione di Verona. Un canale televisivo a tutti gli effetti, visibile sul 640 del digitale terrestre (da qui il numero presente nel logo), ma anche su smartphone e tablet per mezzo della app Radio Adige scaricabile gratuitamente su tutti gli Apple e Play Store. Una radiovisione dallo spirito giovane che nasce sulla solida base di una emittente radiofonica storica, amata da tutti, che porta in dote 5 milioni di ore di musica, oltre seimila brani da ascoltare e oggi anche da vedere. A questo abbiamo aggiunto news, tg di informazione locale, nazionale e rubriche speciali.

Editoria quindi, digitale e cartacea con il mensile Pantheon e il semestrale Verona Experience, radiovisione, radio, formazione con i corsi della Pantheon Academy, attività sui social e l’impegno sul territorio con gli workshop tematici a cadenza mensile. Tutto questo è Verona Network Group. Ma che senso ha, oggi, fare comunicazione, o meglio informazione, a livello locale con tutti questi strumenti? La risposta è che vogliamo arrivare il più possibile al cuore delle persone, accendere in loro un piccolo fuoco di speranza e di ottimismo in periodi difficili sotto diversi punti di vista. In che modo? Raccontando storie di persone come voi. Storie - lo abbiamo ripetuto tante volte sulle pagine di Pantheon – di giovani e meno giovani che danno il meglio di sé, ogni giorno, nelle piccole grandi cose. Le storie di chi di fronte a una difficoltà cerca un’alternativa, di fronte a un problema va a caccia di una soluzione, di fronte a un evento negativo risponde con un sorriso. C’è un lato bello della nostra città che ha bisogno di essere sostenuto e raccontato. Verona Network esiste per questo.

Sul sito www.veronanetwork.it è già possibile scegliere un triplice percorso per individuare il canale adatto al proprio stile di vita: radiovisione, radio o mediavisione, quest’ultima resa possibile grazie a Daily, il primo quotidiano digitale che si legge, si guarda, si ascolta e, soprattutto, si riceve gratis su WhatsApp. matteo.scolari@veronanetwork.it @ScolariMatteo

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REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI VERONA N.1792 DEL 5/4/2008 - NUMERO CHIUSO IN REDAZIONE IL 06/09/2018

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Indice 6 14

IN COPERTINA Matteo Bussola e lei, Paola Barbato LA RIVOLUZIONE DI BASAGLIA spiegata da Peppe

Dell’Acqua

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IL TOCATÌ e tutto quello che c’è da sapere

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Ode al

22

RIFLESSIONI ACCESSIBILI sull’estate che è stata

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UNA MAPPA DELLA VERONA intensa

FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA

AMORI ACCELERATI, i kart di Alessandro Zanoni

32

LO YOGA DELLA RISATA spiegato seriamente

34

LEZIONI DI LIBERTÀ interiore (in carcere)

38

LA CONTRADA, quel microcosmo ragionato

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ADRIANO, LO CHAGALL della Val d’Illasi

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ANNA, LA PIANISTA con l’orecchio assoluto

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EMOZIONI SPORTIVE tra rugby e pallanuoto

IL FIORE DELL’ARTE

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PILLOLE DI MAMMA

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ANGOLO PET

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BELLEZZA AL NATURALE

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STORIE DI STORIA

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IN CUCINA CON NICOLE

L'OROSCOPO

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OSTR IL N O

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ALLA NOSTRA MANIERA

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ERRORI O SEGNALAZIONI: WHATSAPP 347 1058318 - REDAZIONE@GIORNALEPANTHEON.IT

ERRATA CORRIGE

Nel numero 92 di Pantheon (luglio-agosto) a pagina 66, nel “Muro di Giulietta” è stata ripetuta per errore la stessa dichiarazione, visto che repetita iuvant, ci auguriamo che abbia, almeno, sortito l’effetto sperato.

DIRETTORE RESPONSABILE MATTEO SCOLARI

REDAZIONE E COLLABORATORI

DIREZIONE EDITORIALE MIRYAM SCANDOLA REDAZIONE MATTEO SCOLARI, MIRYAM SCANDOLA, MARCO MENINI, GIORGIA PRETI HANNO COLLABORATO AL NUMERO DI SETTEMBRE 2018 SARA AVESANI, CARLO BATTISTELLA, VALENTINA BAZZANI, MATTEO BELLAMOLI, MARTA BICEGO, CHIARA BONI, CLAUDIA BUCCOLA, MICHELA CANTERI, GIORGIA CASTAGNA, CESAR COLATO, FEDERICA LAVARINI, FRANCESCA MAULI, ANDREA NALE, EMANUELE PEZZO, ERIKA PRANDI, NICOLE SCEVAROLI, ALESSANDRA SCOLARI, INGRID SOMMACAMPAGNA, PAOLA SPOLON, GIOVANNA TONDINI, GIULIA ZAMPIERI, MARCO ZANONI, MATTIA ZUANNI. FOTO DI COPERTINA MARCO MENINI - COPERTINA VINCENZO AMMIRATI - PROGETTO GRAFICO DENISE STOPPATO SOCIETÀ EDITRICE INFOVAL S.R.L. REDAZIONE VIA TORRICELLI, 37 (ZAI-VERONA) - P.IVA: 03755460239 - TEL. 045.8650746 - FAX. 045.8762601 MAIL: REDAZIONE@GIORNALEPANTHEON.IT - WEB: WWW.VERONANETWORK.IT FACEBOOK: /PANTHEONVERONANETWORK - TWITTER: @PANTHEONVERONA - INSTAGRAM: PANTHEONMAGAZINE UFFICIO COMMERCIALE: 045 8650746 STAMPATO DA: ROTOPRESS INTERNATIONAL SRL - VIA BRECCE – 60025 LORETO (AN) - TEL. 071 974751 VIA E. MATTEI, 106 – 40138 BOLOGNA – TEL. 051 4592111 CONTRIBUTI PER PANTHEON MAGAZINE C/C POSTALE 93072262 INTESTATO A: INFOVAL SRL - VIA E. TORRICELLI, 37 - 37136 VERONA (VR)

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IN COPERTINA MATTEO BUSSOLA E PAOLA BARBATO

LA VITA CON TE,

VISTO CHE SO CHI SEI Mettiamo come titolo una combinazione ardita, speriamo non troppo illegittima, dei due libri che hanno pubblicato a qualche settimana di distanza. Lui per Einaudi (La vita fino a te), lei per Piemme (Io so chi sei). Matteo scrive liturgie sul quotidiano, sulla paternità, sull’amore. Nella stessa casa, a Grezzana, Paola, già ammiratissima sceneggiatrice di Dylan Dog, inventa romanzi pieni di sangue e tormenti. Hanno lettori diversi, scritture dissimili, temi quasi opposti. Ne fanno poche di interviste insieme un po’ «perché non ce lo chiedono», un po’ per il pericolo di diventare, alla lunga, «una premiata ditta».

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L LIBRO DI LUI PARLA di tutti gli amori e le persone propedeuticamente intercorse per arrivare «fino a Paola». Il romanzo di lei parte da un amore malato e inanella omicidi/suicidi, calando il tutto nei corridoi di una soffocante e snervante sottocultura animalista. Basta anche questo, forse, per capire che, se non ontologicamente, di certo narrativamente, un po’ diversi lo sono davvero. Ma le distanze, in alcuni casi, sono le vicinanze più riuscite. Sembra così per loro, compagni di vita senza anelli al dito, tre figlie, tre cani e la scrittura mai trattenuta perché è «una cosa viscerale». Cantore della quotidianità lui e regina di storie dylaniate lei. Ma «trattiamo la stessa materia», mette le mani avanti il Bussola, con quell’articolo determinativo pegno e frutto dell’amorevole ironia di Paola. «Entrambi siamo prima di tutto fumettisti, la nostra scrittura è molto visiva. Diciamo che siamo simili nel modo che abbiamo di costruire l’immagine scenica». Mentre Matteo rivendica somiglianze, Paola pare divertirsi a disfarle come una Penelope notturna che ormai si conosce, sa di essere sconfinata e difficilmente sintetizzabile. Ironia della sorte, visto che «la sintesi» è la cifra della sua prosa, «in alcuni casi troppo

scarna, spigolosa, come se avessi il machete in mano». A volte, qualche aggettivo lo chiede in prestito allo scrittore che ha in casa, maestro «nello smussare gli angoli» delle frasi. Anche Matteo ricorre al «puro talento» che è Paola, ai «mondi inesauribili di storie che sa contenere» e alla sua capacità di asciugare, in un attimo, lenzuoli di testo. «La nostra scrittura si assomiglia solo su un aspetto: è sincera. Ma abbiamo punti di osservazione completamente diversi» rimarca lei che tra sceneggiature, romanzi e testi teatrali si interroga sempre sulla stessa cosa; «sul male, su come è strutturato». Lui, penna amatissima sui social, capace di creare code di cuori commossi in libreria (il suo primo libro Notti in bianco, baci a colazione, 2016 è diventato un best seller internazionale), cerca, invece, di «illuminare la bellezza». In un treno regionale, al bancone di un autogrill, come sul tavolo della cucina: ovunque bisogna allenare l’attenzione perché «succedono anche le cose belle e il mondo, a volte, sa essere una figata». Visioni antitetiche ma sguardi complementari di due che, in mezzo all’ambaradan della vita, come direbbe Leonard Michaels, «si sorridono con gli occhi, come se fossero imbarazzati della loro stessa fortuna, la fortuna di stare insieme». ■

DI MIRYAM SCANDOLA L’ultimo libro di Bussola Edizioni Einaudi 2018


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IN COPERTINA A TU PER TU CON MATTEO BUSSOLA

«SE TI TIENI AL RIPARO,

NON TI FAI MALE. MA TI PERDI ANCHE TUTTO IL RESTO»

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ERONESE, CLASSE ’71, Matteo Bussola è un disegnatore di fumetti, uno scrittore, un architetto. Il suo primo libro Notti in bianco, baci a colazione lo consacra come autore. È gentile e potente nella scrittura e sui social. Racconta le piccole cose che sono però le più grandi. Disegna con le parole ciò che osserva nella sua quotidianità e fa cogliere al lettore, con semplicità disarmante, la profondità della vita. Appare subito chiaro ed essenziale ciò che conta e la bellezza che ne deriva. Come si è sentito quando l’ha chiamata Einaudi per la prima volta? Stavo facendo la peperonata e, devo dire, questa cosa della scrittura all’inizio mi ha un po’ spaventato. Avevo investito tutta la mia vita sul disegno ma ora tutti mi conoscevano perché avevo scritto un libro. Mi sembrava una specie di terribile ingiustizia. “Il dramma” si risolse con un commento di una ragazza sulla mia pagina Facebook: «Quando ti leggo, ho l’impressione che tu disegni con le parole». Che rapporto ha con i social? Credo molto nei social, perché posso accedere alle esperienze degli altri e in queste, rivedere la mia. Ci stanno insegnando, sempre di più, a proteggerci costantemente dalle altre persone. Questa cosa è comprensibile

ed io stesso metto dei paletti. Ma se non raccontiamo chi siamo, gli altri non ci diranno niente di loro. E allora cosa ci fai sui social? Funziona così anche in amore? Pare che le persone siano sempre intente a proteggersi per la paura di essere ferite. È chiaro che se tu permetti loro di avvicinarsi “a distanza di coltello” (cit. D. Grossman) quella persona potrebbe anche decidere di usare il coltello per ferirti. Se ti tieni al riparo, non ti fai male, ma ti perdi anche tutto il resto. È appena iniziato un nuovo anno scolastico, in Sono puri i loro sogni scrive una lettera a noi genitori. Quale ruolo ci spetta, secondo lei? Il compito dei genitori è quello di riuscire ad accettare la verità dei propri figli, anche quando è molto diversa da quella che ci si aspetterebbe. Il loro processo di crescita è un vero e proprio processo di tradimento delle aspettative. Tradire ha la stessa radice semantica di tradurre, per cui, tradire non ha un significato negativo. Significa: «Portare davanti agli altri la verità». E il rapporto con la scuola? Dovremmo lasciare che gli insegnanti facciano gli insegnanti e noi i genitori: smetterla di togliere ogni ostacolo ai nostri figli. Stiamo crescendo, senza accorgercene, generazioni di bambini sempre più dipendenti da noi, e le dipendenze, di qualunque natura siano, sono sempre un problema.

DI SARA AVESANI


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La Pietra della Lessinia è la protagonista nella Piazza Ferdinando di Savoia a Peschiera sul Garda VR. Da qualsiasi angolazione si notano elementi in armonia fra loro, dalla pavimentazione chiara composta da incastri di piastrelle rettangolari e quadrate, alle fontane, i cui zampilli creano giochi di luci, alle panche che invitano i suoi ospiti ad ammirarne la bellezza nell’insieme. La riqualificazione della piazza dona così un’immagine di vitalità urbana e aggregazione sociale.

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Se nei primi due libri troviamo il Bussola padre di tre bambine, nell’ultimo libro La vita fino a te, dedicato a Paola, troviamo l’amore. Che tipo di rapporto avete costruito? La relazione con Paola ha cambiato tutto nella mia vita: perché sulla carta eravamo le persone meno adatte a stare insieme, siamo diversissimi su tutto. Ma queste enormi differenze, che all’inizio hanno rischiato di dividerci, in realtà sono diventate poi benzina per il nostro rapporto nel momento in cui ci siamo accorti che erano delle meravigliose opportunità. Abbiamo costruito dei ponti l’una verso l’altro e viceversa, abbiamo superato i pregiudizi e abbiamo deciso di conoscerci. Vale anche per le altre relazioni d’amore? Direi che vale anche per la paternità. Quando Paola mi disse: «su questo divano siamo in tre», io ho vissuto e, lo dico con un po’ di vergogna (ma è la verità), la gravidanza abbastanza male, perché avevo tutti i pregiudizi possibili sulla paternità. E invece? Quando sono diventato padre, ho scoperto che non era vero niente. Riuscivo a fare molte più cose di prima perché, come tutti i genitori sanno, impari ad ottimizzare il tempo e a sfruttarlo molto di più e molto meglio. Scrive: «quando diventi genitore smetti di essere e inizi ad esserci»… I bambini ti fanno ricominciare a vivere nel tempo presente. Riacquisti sul mondo un nuovo sguardo. Quando i tuoi figli nascono, nasci anche tu, come genitore. Questa è una cosa che spesso si tende a dimenticare. Cosa significa essere genitore? La relazione di genitorialità è una relazione di

reciprocità. Una delle balle che ci raccontano è che essere genitori significhi educare i propri figli. Nessuno ti dice mai che, in realtà, sono anche loro ad educare noi. In generale, essere padre o madre è l’esperienza più bella ma anche la più crudele. Se tu prendi un bambino dai 2 ai 7 anni (è una cosa che io e Paola consideriamo spesso), ti accorgi che tutti i giorni lui “diventa”. Comincia a fare delle cose nuove o comincia a fare delle cose in maniera diversa rispetto a come le faceva prima. E questa è la ragione specifica per cui, in genere, i genitori fanno 364 milioni di foto. È un tentativo di fermare le cose. Ad un certo punto, però, ti rendi conto che l’unica maniera di trattenerle è di essere lì, e quindi di viverle. Cos’è l’amore? (Sorride, ndr) L’amore è l’unica forza davvero in grado di spostarti fuori dal tuo sé. È quello che diceva in altre parole Philip Roth, «L’amore non ti completa ma ti spezza», fa uscire la tua parte migliore o una parte nuova. Qual è il tema che le sta più a cuore in questo ultimo libro? È far emergere che le nostre vite saranno tanto migliori, quanto più saremo riusciti a mantenere aperta la capacità di accogliere. Non accettare: accogliere. Generalmente, quando una persona o qualcosa arriva nelle nostre vite, una ragione c’è sempre. Può essere che contenga una lezione che dobbiamo imparare o può essere che contenga qualcosa che ci serve, anche se in quel momento non ne abbiamo piena percezione. E allora, a quel punto, la parte di compito che spetta a noi è darle una possibilità. È vedere quella persona, alzare lo sguardo e iniziare a costruire e a costruirti. «L’amore non ti completa ma ti comincia» significa questo. ■

L’AGRICOLTORE AFRICANO (OVVERO, UNA FAVOLA SCRITTA DA MATTEO BUSSOLA) C’è un agricoltore africano che scava la terra. Ha braccia magre e stanche. Mani che sanguinano. Le mani scavano una buca profonda. Nella buca appare un vecchio baule. Dal baule esce uno gnomo. Lo gnomo dice all’agricoltore che può esprimere tre desideri, e lui li realizzerà. L’agricoltore ci pensa bene. Dice: «un buon raccolto. Braccia più forti per seminare il suo campo». Indugia sul terzo desiderio. Vorrebbe chiedere di essere felice e invece chiede di avere altri mille desideri da esprimere. Lo gnomo acconsente. Il campo dell’agricoltore diventa di colpo rigoglioso. Le sue braccia toniche e muscolose. La sua testa ricolma di mille nuovi desideri, pronti per essere esauditi. Comincia ad esprimerli uno ad uno. Le cose compaiono semplicemente nominandole. Le braccia muscolose non gli servono più a niente. Il campo non più coltivato va lentamente in rovina. Arriva presto il tempo del desiderio numero mille. L’agricoltore che non è più agricoltore, vive in una bella casa, gode di perfetta salute, ha una meravigliosa donna che lo ama, ci pensa molto bene. «Adesso voglio essere felice», dice l’agricoltore. Lo gnomo acconsente. C’è un agricoltore africano che scava la terra. Ha braccia magre e stanche. Mani che sanguinano. Le mani scavano una buca profonda. Nella buca appare un vecchio baule. Dal baule esce uno gnomo. Lo gnomo dice all’agricoltore che può esprimere tre desideri, e lui li realizzerà. L’agricoltore dice: «Scansati, devo piantare un albero». La spiegazione di Bussola: «Nella vita puoi avere tutte le cose che vuoi ma l’unica cosa che fa davvero la differenza per te è riuscire ad avere le cose che ti servono: quello che ti fa stare bene, quello che ti rende te stesso».


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IN COPERTINA A TU PER TU CON PAOLA BARBATO

«LA PROSSIMA VOLTA CHE LEGGERETE DEGLI AFFLATI DEL SUO CUORE,

FATEVI UN GIRETTO QUI»

È

IRONICA QUASI COME STATUTO permanente, Paola. Il compagno, Matteo Bussola, ha appena scritto un libro che arriva fino a lei, «la crepa che mi ha costretto a spostarmi dal mio sé», e Paola, sui social che amministra come praterie perfette per accorciare il suo rapporto con i lettori, racconta il lato quotidiano «del Bussola», come l’ha ribattezzato nella sua fraseologia personale, tra «faide per decidere chi pulisce il bagno», sonni improvvisi davanti ad un film e tre figlie da portare in piscina, senza deroghe. In mezzo c’è il suo lavoro, quella scrittura che «è viscerale per me». Sceneggiatrice indimenticata tra gli altri anche di Dylan Dog, «che potrebbe essere mio cugino», è una scrittrice «tranchant» e, va da sé, un’indagatrice dell’incubo. Ma è anche mamma di tre bambine «ciascuna in una fase di richiesta diversa», oltre che una «cagnara» convinta («se fosse per me, non ci saremmo fermati a tre cani»). Ama gli horror «ma mi terrorizzano» e così per mitigare la paura li guarda di pomeriggio, mentre stira. Nel suo ultimo romanzo (Io so chi sei, Piemme) c’è la vita di Lena, strozzata dalla morbosa malvagità inflitta e autoinflitta. Ridisegnata dalla precarietà infestante di chi deve costruirsi di nuovo, dopo che il proprio amore, sbagliato e persecutorio, è morto suicida nell’Arno, le rimane il cane di Saverio, Argo, e un Samsung, infilato nella posta, dove arrivano messaggi strani e crudeli. Compie “da buona” azioni vergognose che increspano gli occhi quando si scoprono tra le righe. Vittima con la quale è impossibile empatizzare,

DI MIRYAM SCANDOLA

ostaggio di quello che le è successo, si lascia deteriorare da un aguzzino oscuro che allestisce il suo potere sugli angoli irrisolti di tutti. Lena è insopportabile… Anche io la odio eppure a molti dei miei lettori ha fatto compassione. Quello che prova non è raro. Quando si cambia per qualcun altro, se questo qualcun altro se ne va, si rimane con il bagaglio sconosciuto di se stessi. Non si sa come fare a tornare quelli di prima che ormai non si è più, ma non si riesce a convivere con ciò che si è adesso e tocca creare una terza versione che è comunque sempre una forma di violenza. Andare a cercarsi è faticosissimo mentre evolvere naturalmente è una cosa che capita a tutti. È terribile svegliarsi al mattino, guardarsi allo specchio e dire: “Dio Santo, chi è quello lì?”. La “cattività”, con relative conseguenze, è il suo tema prediletto. Forse, le suonerà come un complimento se le dico che nel suo romanzo sembra di stare in gabbia… Noi della cattività abbiamo sempre un concetto estremo e molto sbagliato. La cattività è anche fare un lavoro che non ti piace, andare tutti i giorni in un ufficio dove non vuoi andare con delle persone con le quali non vuoi stare e dover tenere la parte. Quella è una cattività tremenda, capace di instillare un principio di reazione che poi non si sa bene dove vada a finire. La domanda che mi faccio è una: stare in un luogo a cui non sembrava fossimo destinati, quindi in cattività, cambia (e quanto) la nostra personalità? Io credo che tutti, potenzial-


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mente, possano essere qualsiasi cosa in positivo come in negativo. Ora, sul campo del buono puoi andare allo sbaraglio, chissene frega in che ambito diventi una persona meravigliosa. A me interessa la malvagità, i suoi meccanismi infinitesimali che vanno “a gocce” e poi, come si dice, gutta cavat lapidem (la goccia perfora la pietra, ndr), corrodono. Qual è il punto di non ritorno? Mi interrogo tanto su questo tema per capire qual è il momento in cui devo iniziare a difendermi. Voglio scoprirlo, in modo da poterlo anche insegnare.

PAOLA, IN BREVE Milanese, eppure «fieramente bresciana», tutto per lei inizia quando, un giorno, lascia la casa dei genitori, al guinzaglio con la sua Lana, e gira una casa editrice dopo l’altra con 21 dattiloscritti chiusi in due zaini, lascia un plico anche alla Sergio Bonelli Editore. Dal 1997 è nella squadra degli sceneggiatori di Dylan Dog. Come scrittrice ha pubblicato Bilico, Mani nude (vincitore del Premio Scerbanenco), Il filo rosso, Non ti faccio niente e Io so chi sei (il primo titolo di una trilogia). Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio. Da anni si impegna con l’associazione Mauro Emolo ONLUS che si occupa di persone affette dalla Corea di Huntington e con associazioni per gli animali abbandonati.

Come si fa in questa realtà che, per certi versi, sembra già un thriller? Dove la malvagità si impasta sui social e per strada. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, semplicemente si vede di più perché c’è meno ombra. Oggi la cattiveria viene esibita quando prima era solo malcelata per mille ragioni anche legate all’educazione sociale, perché “non stava bene” mostrarla. L’essere umano è questa cosa qui, non è fatto per amare i propri simili: ne ama molto pochi e tutti gli altri, potenzialmente, li odia. Addirittura? Potrei stare qui fino a domani a fare esempi: le persone acculturate odiano quelle ignoranti, i grammar nazi, in realtà, sono dei “fascisti”, di alto lignaggio, ma pur sempre dei “fascisti”. Oppure, la gente che non tollera i vecchi. Quelli che non sopportano i bambini; ma sapete quanti vanno nei ristoranti solo dopo essersi accertati che non ci siano sale bimbi? E quando arriva un genitore con i figli, li vedi che vanno dritti dal cameriere a protestare. Si salvi chi può… Se uno dovesse domandarsi: “Io da cosa mi guardo? Da un meteorite o da un mio simile?”, la risposta è scontata. Abbiamo la razza umana e “la qualunque altra cosa di fianco”: ma, secondo voi, cosa ci viene contro prima? Obiettivamente, puoi avere il terrore dei leoni, del-

le vipere, del ragno violino, ma è più facile che ti facciano del male le persone. È vero che lei, ha paura degli horror? (Ride, ndr) Mi terrorizzano. Quando ero single seguivo il “metodo A”: mettevo il film e mandavo avanti la videocassetta a tutta velocità così in 20 minuti avevo visto tutto, mi tranquillizzavo e poi potevo guardarlo normalmente. Adesso ho il “metodo B”: metto sul film di giorno, con tutte le finestre spalancate, mentre stiro con il televisore laggiù, lontanissimo. Matteo, il suo compagno, da lei stessa definito “l’antithriller”, cosa dice delle sue passioni e della sua scrittura a tinte fosche? Lo sa che le cose che scrivo sono tremende, inconcepibili per lui ma, e questo vale per entrambi, non abbiamo mai bisogno di togliere alla scrittura dell’altro per riconoscerlo. Lui è quello che spalanca le braccia al mondo, segugiando il buono. Io sono quella che gli guarda le spalle con il fucile (sorride, ndr). Eppure, in passato ha ammesso di essere anche una sentimentale… Certo che lo sono, anche se ho una memoria “loffia”: devo fotografare tutto, annotarmelo. Benedico l’ “Accadde oggi” di Facebook. Matteo, invece, ha una cultura del ricordo, mette delle bandierine ai suoi cambiamenti. Diciamo che, in modi diversi, siamo raccontatori di memorie a noi stessi, in prima battuta, e poi agli altri. L’ultima memoria collezionata? Noi non abbiamo delle felicità ridondanti, quindi direi, la faida di stamattina per pulire il bagno. La felicità ha delle sfaccettature immense: bisogna vederle tutte. Un commento sulle tantissime ammiratrici che seguono Matteo Bussola in ogni libreria italica. Che dire? Tanto sono io che controllo il fortino. ■

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SPECIALE TOCATÌ DUE PAROLE CON PEPPE DELL’ACQUA

LA

RIVOLUZIONE

NECESSARIA DI FRANCO BASAGLIA Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 180 che permise di superare la logica del manicomio. Tutto si deve a Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano, l’«eterno soccorritore» come lo ribattezzò Alda Merini in una sua celebre poesia, che distingueva le persone dalle loro diagnosi. Lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, suo discepolo, ne racconterà l’eredità, ancora in parte da compiere, al Tocatì.

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N EVENTO ECCEZIONALE per Verona: la storia del cambiamento e della ‘Legge 180’, nata grazie all’opera e al pensiero di Franco Basaglia, sarà al Tocatì. Peppe Dell’Acqua, allievo del padre della moderna psichiatria, accompagna Marco Cavallo, l’iconica statua, in tutti i suoi viaggi: parlare con lui significa conoscere uno dei capitoli più importanti della nostra storia recente. Come ha conosciuto Franco Basaglia? Verso la fine degli anni ’60 frequentavo la Facoltà di Medicina a Napoli, quinto figlio di una famiglia con il papà ferroviere, vivevo con l’imperativo categorico che non avrei dovuto terminare l’università un giorno oltre quello previsto. Nel 1967 a Napoli sono cominciate le assemblee studentesche, ma dei manicomi sapevo poco e all’università non ci dicevano nulla. In queste assemblee ho sentito parlare di Basaglia e, nell’aprile del 1971, approfittando di una partita di rugby tra il CUS Napoli, in cui io giocavo, e il CUS Parma, alcuni interni delle malattie nervose e mentali - tra cui io - decisero di andare a trovarlo. Sono arrivato al manicomio di Colorno, dove Basaglia era direttore, e lui mi ha accolto in maniera assolutamente singolare, per uno che veniva dall’università: non aveva il camice, mi dava del tu e voleva che lo facessi anch’io, mi ha detto che sarebbe andato a Trieste e mi ha chiesto se volevo seguirlo. Ero perplesso e imbarazzato, tutto questo mi colpiva, era un capovolgimento radicale del percorso for-

Peppe Dell’Acqua

mativo che io avevo fatto fino a quel momento e che stavo concludendo. Perché Basaglia le chiese di andare con lui? La sua idea era portare a conclusione quello che aveva iniziato a Gorizia e per farlo voleva formare un gruppo di giovani che portassero avanti il suo pensiero. Era convinto che non gli sarebbe bastata una vita per cambiare la testa ai vecchi psichiatri. Chi è il malato di mente? Nessuno lo sa. Quando Basaglia arriva al maniLA POESIA CHE GLI DEDICÓ ALDA MERINI A Franco Basaglia Il vento, la bora, le navi che vanno via il sogno di questa notte e tu eterno soccorritore che da dietro le piante onnivore guardavi in età giovanile i nostri baci assurdi alle vecchie cortecce della vita. Come eravamo innamorati, noi, laggiù nei manicomi quando speravamo un giorno di tornare a fiorire ma la cosa più inaudita, credi, è stato quando abbiamo scoperto che non eravamo mai stati malati.

DI FEDERICA LAVARINI


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comio di Gorizia trova seicento internati. Ma non c’è più nessuno. La violenza che trova in quel luogo non è tanto nelle porte chiuse o nelle contenzioni, nelle divise grigie o nei capelli tagliati, ma è l’assenza. Il manicomio, per Basaglia, diventa esso stesso la malattia e, dopo aver visto quello che lui vedeva, non era più possibile aspettare. Quello che noi dovevamo cogliere era questa interrogazione profondissima e angosciosa che Basaglia si stava facendo su ‘che cos’è la psichiatria’. La riposta era una sentenza senza appello sull’istituzione di custodia e cura che annientava: perché a causa della loro malattia, ma anche della loro povertà, dovevano subire quel tipo di trattamento? Che cosa rappresenta la statua battezzata Marco Cavallo? Nel 1973, Marco Cavallo esce dal manicomio San Giovanni di Trieste con al seguito un corteo di 700 internati, portando nella pancia le lettere e i desideri di quelli che stavano diventando persone. È stata, allora, un’affermazione, il rendere presente che non erano soltanto i bisogni primari, mangiare, vestire e avere una casa, ai quale noi dobbiamo rispondere ma i bisogni radicali, perché la vita di una persona è fatta di libertà, di sentimenti, di affetti, amori e passioni. Era vero anche per i matti di San Giovanni. Marco Cavallo vuole ricordare, anche oggi, che le persone vivono nella dimensione del desiderio e del sogno: venire al Tocatì significa giocare con questa dimensione.

Che cosa dobbiamo imparare ancora da quell’esperienza? Franco Basaglia ha restituito dignità e possibilità alle persone, ha riportato gli internati, i senza diritti, i senza volto, i senza storie nell’ambito del diritto costituzionale. La legge 180 ha prodotto un tale e radicale capovolgimento che continua a indicarci il futuro, come fa la Costituzione che non può che guardare avanti. Oggi le persone con disturbi mentali si muovono, sono essi stessi promotori di cambiamento e il loro grande potenziale è la voglia di vivere. Noi dobbiamo trovare il modo perché sia possibile l’incontro, l’ascolto, la conversazione per tenere vive speranze e possibilità. E la voglia di guarire. ■

Franco Basaglia

PEPPE DELL’ACQUA AL TOCATì, QUANDO E COME: Sabato 15 settembre alle 16, in Biblioteca Civica, si terrà un incontro di riflessione con Peppe Dell’Acqua, che ha partecipato con Franco Basaglia alla trasformazione e chiusura dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste, Giuliano Scabia scrittore mitico e visionario che ha presidiato coi “matti” il laboratorio di creazione di Marco Cavallo e ne ha raccontata la storia, Mirella Ruggeri psichiatra del Dipartimento di sanità Pubblica dell’università di Verona. Introduce Chiara Stella. Prima dell’incontro si terrà un grande corteo per le vie del Festival aperto da Marco Cavallo, la grande scultura su ruote, simbolo di libertà, creata nel 1973 nel ”manicomio” di Trieste.

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SPECIALE TOCATÌ, PRONTI? SI INIZIA

IL GIOCO,

UN GESTO COLLETTIVO E ANCHE INTIMO Scalpitava, non resisteva, voleva cominciare il Festival Internazionale dei Giochi in Strada. Ed è iniziato prima del 13 settembre (data di avvio ufficiale). Il pomeriggio di sabato 8 ha realizzato un’anteprima in un luogo che è una sentita deroga agli spazi del centro storico, abituali scenografie, ovvero Piazza Libero Vinco, a Borgo Venezia. Per fare cosa? Giocare, ovviamente; neanche serve chiederlo. DI MIRYAM SCANDOLA

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I PERDONEREMMO MEGLIO, se tutti ci ricordassimo che siamo stati bambini, sostiene qualcuno. Sul filo di questa intuizione, rispolverare antichi gesti ludici potrebbe essere un esercizio per recuperare l’indulgenza? Forse sì, forse no. Di certo permette di scoprire – o riscoprire – la galassia culturale, ma anche intima, che si nasconde dietro ad un gioco ripetuto da decenni, disegnato dal tempo eppure quasi intatto nella sua innocenza. Patrimonio, confronto, territorio: non sono parole casuali quelle che ha scelto come personali stelle polari il Festival Internazionale dei Giochi di Strada. Tengono dentro istanze, ragioni d’essere e speranze di quello che il Tocatì, organizzato da Associazione Gio-

chi Antichi in collaborazione con il Comune di Verona, con il sostegno della Regione del Veneto e della Provincia di Verona e con il patrocinio UNESCO, AEJEST, MIBACT e ICDE – Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, vuole e tenta di essere da 16 anni. Un programma fittissimo, cucito da infiniti mesi di lavoro (per la maggior parte volontario, ndr), che dal 13 al 16 settembre invaderà gli spazi cittadini con fascini (anche) francesi. L’ospite d’onore sarà, infatti, la France du Midi – La Francia del Sud rappresentata da gruppi di gioco provenienti da Occitania, Provenza Alpi e Costa Azzurra, Nuova Occitania con i Paesi Baschi: protagoniste le comunità di gioco tradizionale come quelle di origine rurale dei Paesi Baschi, vedi


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Le Bûcheron, Le lever d’enclume, Le ramassage des épis de mais. Non ci si ferma certo qui: 137 le attività previste tra giochi, laboratori, conferenze, incontri e progetti collaterali. Dal ciclotappo al laccio d’amore, passando per la corsa con la cannata e finendo, si fa per dire, con le Quilles de Six, un cugino non troppo lontano del bowling, se vogliamo andare di imprecise sintesi. Certo: c’è anche l’amatissimo s-cianco, ma guai a ridurre il Tocatì alla sola sintassi ludica. A DARE RAGIONE DELLA STATURA, anche e soprattutto, culturale di un Festival ormai nel pantheon degli irrinunciabili, oltre che degli irriducibili a livello non solo nazionale, ci sarà, per la prima volta, come ospite il Commissario Europeo all’Educazione, Gioventù, Sport e Cultura, Tibor Navracsics. Se non basta come garanzia di qualità, allora ecco farsi avanti pure il MIBACT (Ministero per i beni e le attività cul-

turali) che, quest’anno, è parte attiva nella realizzazione dell’evento. Nell’ambito del progetto di candidatura - che va avanti - del Festival al Registro delle Buone Pratiche per la salvaguardia del patrimonio immateriale, l’Associazione Giochi Antichi, con il sostegno della Regione del Veneto e dell’area cultura del Comune di Verona, promuove anche il programma di formazione Tocatì: un patrimonio condiviso, che, in collaborazione con ICDE – Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia e MIBACT, sta costruendo le fondamenta di una Rete italiana per la salvaguardia del patrimonio ludico tradizionale. Sconfinato il cartellone dedicato alle Riflessioni che vede per la prima volta in Italia Anaïs Vaugelade, scrittrice e illustratrice francese. Il suo capolavoro, Una zuppa di sasso, sarà al centro di una conversazione con Mauro Covacich, che l’ha rivisto e raccontato per La Lettura. Si annuncia imperdibile, poi, l’incontro/omaggio a Franco Basaglia che sarà tenuto dal suo collaboratore Peppe Dell’Acqua (la nostra intervista a pagina 14-15) e da Mirella Ruggeri, entrambi psichiatri. Il metodo Monteressori, il suo evolversi e la sua attualità, sarà, invece, il tema affrontato con Andrea Lupi, presidente della “Fondazione Montessori Italia” e Berta Martini, docente dell’Università di Urbino, esperta in Pedagogia dei Saperi. C’è tutto? Assolutamente no, perché neanche l’abbiamo tentato l’esercizio di elencare il programma del Tocatì che assomiglia più ad una fiaba, cioè, come la chiamava Gianni Rodari, «il luogo di tutte le ipotesi». ■

DRITTE E NOTE A MARGINE: ●● I giochi saranno praticati ogni giorno per sei ore come spettacolo per il pubblico. Chi desidera partecipare e imparare gli antichi gesti ludici sarà accolto da giocatori pronti a trasmettere con passione la loro sapienza. ●● Agli spettacoli si aggiungeranno vari momenti conviviali, con concerti per strada e aperitivi nelle osterie. ●● Un servizio speciale di imbarcazioni, istituito per il Festival, consentirà di visitare Verona navigando l’Adige. ●● In caso di pioggia il festival si tiene in spazi al coperto. ●● Biglietto: il festival è gratuito. ●● Disabili: è prevista un’accoglienza particolare per garantire l’accesso ad alcuni giochi. Programma completo e informazioni sul sito www.tocati.it.

PER I BAMBINI, TRA KIDSUNIVERSITY E MERENDE LUDICHE: Oltre alle aree dello “spazio bambini”, a cura di associazioni e istituzioni che si occupano di gioco per professione, anche un’area di lettura a carattere ludico per i più piccoli sarà allestita, a cura di Nati per leggere - Verona, alla Latteria Ludica, dove si potrà far merenda con prodotti delle malghe della Lessinia. Come tradizione, trasversale e parallela, nei giorni del Tocatì ci sarà anche la Kidsuniversity, l’università dei bambini tra gli 8 e i 13 anni con laboratori e momenti di riflessioni organizzati da AGA e rifiniti dalle competenze scientifiche di docenti e ricercatori dell’ateneo.

ANCHE IN BICICLETTA: Sabato 15 Settembre al Tocatì sarà tempo di “Notturna in Bici” grazie alla collaborazione con FIAB Verona. Un percorso per tutti, dagli 8 agli 80 anni. Si parte alle 21 da piazza San Zeno per un percorso facile che lentamente farà attraversare in bici anche luoghi insoliti e gemme nascoste della città.


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abriel Laub, scrittore e giornalista polacco del Novecento diceva che «la fantasia è quella cosa che certe persone non riescono neanche a immaginare». Certe persone esclusi i bambini, ovviamente. Giocare, costruire, viaggiare in mondi fantastici utilizzando la mente è una prerogativa preziosa dei più piccoli che proprio in questi spazi colorati e avventurosi sognano, crescono e imparano. È a questi mondi, e a tutti i bambini del pianeta, che l’azienda veronese Globo Giocattoli si rivolge da oltre 35 anni con attenzione, delicatezza e con strumenti di elevato standard qualitativo. LEGNOLAND. «Un buon giocattolo è 10% giocattolo e 90% bambino». Semplice e altrettanto chiara la filosofia di Legnoland, la linea di giochi realizzati interamente in legno che Globo ha pensato per tornare a un’idea del “giocattolo lento” in una società in cui tutto, invece, sembra scorrere troppo veloce. Una dimensione nuova, coinvolgente, che accende l’immaginazione e offre ai bambini la libertà e, soprattutto, il tempo di esprimere a 360 gradi la propria personalità. Ed ecco quindi che con

Giocaimpara i bambini possono esprimere le loro abilità nel costruire con il legno o inventare piatti da chef con il banco da lavoro o la cucina completi di tutti gli accessori. Spazio poi alle Avventure con gli amici: ponti, casette, alberi e binari sono gli strumenti per costruire il proprio trenino e inventare ogni volta una nuova corsa e una nova storia. E per i più piccoli che amano salire in sella Legnoland ha pensato ad una bicicletta in legno senza pedali per scorrazzare sotto casa e iniziare a respirare per la prima volta quell’aria leggera di libertà. Per chi, invece, non vede l’ora di dondolarsi nei prati della fantasia c’è il cavallo a dondolo, compagno perfetto per nuove avventure. TOCATÌ. I giocattoli Legnoland saranno assoluti protagonisti alla prossima edizione del Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada di Verona che inizierà il 13 settembre per concludersi domenica 16. Tra i tanti eventi che animeranno la città ci saranno anche le “Storie per giocare e diventare”, un progetto ideato da Elisabetta Garilli per l’Equipe didattica LaFogliaeilVento, realtà veronese che Globo Giocattoli ha sposato a pieno per divulgare la cultura ludica e creativa proprio attorno a Legnoland. Nelle giornate di sabato 15 e domenica 16 (alle ore 11.00, 14.30, 16.30 e 18.00) nello spazio di Corte Melone, andranno in scena alcune rappresentazioni dove racconti, musica dal vivo, illustrazioni in tempo reale e danza coinvolgeranno direttamente bambini e genitori. Un’iniziativa, quella di “Storie per Giocare e Diventare”, che è diventata anche un libro, dal titolo “È arrivato il trenino?” (Ed. Carthusia, 2018), scritto dalla stessa Garilli e illustrato da Serena Abagnato, che sarà presentato nella giornata di sabato 15 alle ore 12 presso lo Spazio Nervi della Biblioteca Civica di Verona. Si tratta di un albo illustrato dedicato al valore del gioco libero partendo dal trenino, un gioco per antonomasia evocativo nell’immaginario di grandi e piccoli. Interverranno le autrici, Patrizia Zerbi per Carthusia Edizioni e Christian Montolli per Globo Giocattoli.


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Ogni gioco coinvolge e sviluppa precise con le mani, competenze oltre alla capacit e abilità: lavorare à pratica, mette creativa e il senso di alla prova immedesimazio la fantasia pezzi di legno, ne. I bambini nell’utiliz zare , nell’assemblare attrezzi che creare nuove imitano quelli possibilità di degli adulti, utilizzo, si immede del falegna nel simano con me. Imitare gli adulti utilizzan la professione è uno dei giochi do linguagg preferiti dai i adatti ai più bambini. piccoli Un altro element o importante è il valore della clessidra” che filastroc ca, dà il via al gioco, uno “strume costituisce per farlo prosegu nto una via per iniziarlo ire ritornan do ritmicam e anche La creazio ente (toc toc, ne di forme ruc ruc,...). aiuta, inoltre, giocando, a a immedesimarsi farle diventar con esse e, e altre cose a smentire così che osserva la prima impress ndole si arrivi ione. Questo maniera più processo aiuta astratta e dinamic a pensare a. Dopo la in prepara zione è importa nell’interpretazi nte incorag one success giare la iva del gioco: libertà Legnoland, nella filosofia infatti, un buon della linea gioco è 10% giocattolo e 90% bambino .

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LA SICUREZZA. Un giocattolo è bello quando è sicuro. I giocattoli della linea Legnoland come tutti i giochi che ricadono nelle dodici linee prodotto brandizzate sotto l’unica famiglia Globo, osservano severi controlli di qualità. E proprio la sicurezza è un valore irrinunciabile e un principio etico per l’azienda: «100%divertenti, 100%sicuri» uno dei claim più importanti. Per questo Globo ha scelto la serietà di laboratori certificati per garantire tutti i prodotti di ogni suo brand sottoponendoli a verifiche severe e controlli rigorosi: classificazione d’età del giocattolo, risk assessment, prove fisiche e meccaniche, analisi chimiche, prove elettriche, prove d’infiam-

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IL MANIFESTO. Lasciare i bambini liberi di creare, modificare, distruggere e ricominciare, imparando a conoscere se stessi e il mondo che li circonda attraverso il gioco è il principio ispiratore di Legnoland. Attorno a questi valori e a questi principi Globo ha creato un vero e proprio Manifesto del gioco in legno, composto da dieci punti, per sottolineare le caratteristiche positive di questo materiale e per promuoverne definitivamente in Italia e all’estero l’accessibilità (anche economica) diffusa: giocattoli semplici e materiali naturali che stimolano l’immaginazione del bambino per costruire il proprio mondo attraverso un gioco libero e lento.

mabilità (soprattutto per i peluche e i giocattoli di stoffa o con materiale imbottito), controlli in ogni singola fase di produzione. Nel 2005 Globo ha aperto una trading company a Hong Kong, dove ogni giorno tutti i giocattoli realizzati vengono sottoposti a test qualitativi che rendono ogni prodotto sicuro e affidabile. L’AZIENDA. «Il gioco è un diritto di tutti i bambini, nessuno escluso». Una vera e propria missione quella di Globo che da piccola azienda famigliare nata nel 1982 e condotta da Carla e Giovanni Ortolani, oggi è una delle realtà principali nel settore. Più di 60 collaboratori nel quartier generale di Illasi e una sede a Hong Kong con un magazzino completamente automatizzato di 32 mila metri quadri in grado di scaricare, in un anno, più di mille container e di movimentare oltre 12 milioni di pezzi. L’azienda scaligera si rivolge non solo alla distribuzione ma direttamente al consumatore finale ed è in grado di anticipare le richieste del mercato esplorando, selezionando, controllando e rendendo disponibili una grande varietà di giochi. Con i suoi brand Legnoland, Vitamina G, Sbelletti, Kidea, Pelux, Spidko, Bimbo, Donna, Cubix, Factory Sound, Family Games e W’Toy, Globo è il punto di riferimento per moltissimi operatori con oltre 3000 referenze a catalogo e lo showroom più grande d’Italia con ben 2500 metri quadrati su due piani di esposizione.

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SUGGESTIONI

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AUTORE

Più ci si allontana

dall’animale uomo, più si può trovare consolazione

La riflessione del Direttore artistico del Film Festival della Lessinia, a pochi giorni dalla conclusione della 24esima edizione che ha incoronato il regista Mindaugas Survila e la sua foresta «fiabesca».

Di Alessandro Anderloni, direttore artistico di FFDL

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a XXIV edizione del Film Festival Lessinia ha tracciato un orizzonte inquieto e cupo della vita sulle terre alte. La selezione dei film (con 63 opere da 37 Paesi, mai così ampia dal punto di vista internazionale) è stata caratterizzata da molte storie di emarginazione, violenza, disagio sociale e familiare, crisi esistenziale e perdita dei valori. Così il rifugio è venuto nella vita degli animali e delle piante, ancorché in pericolo per i cambiamenti climatici e l’intromissione distruttiva degli umani. Non a caso la giuria internazionale ha voluto premiare con la Lessinia d’Oro il lituano Mindaugas Survila con il suo Sengire (La foresta antica), capolavoro di suoni e immagini a cui il regista ha lavorato per quindici anni in quello che rimane dei boschi nella sua terra. «È una fiaba», ha dichiarato a margine della premiazione, «perché in Lituana della immensa foresta che copriva un tempo il 90% del territorio non sono rimasti che dei mozziconi qua e là». Proprio il ricavato del film sarà reinvestito per acquistare (e salvare) ettari di foresta. A scorrere i titoli premiati, si incontrano Paesi come Lituania, Russia, Croazia, Slovenia, Bolivia, Venezuela, Buthan, Ungheria, Belgio. Un Festival meno “europacentrico”, dunque, e sempre più aperto a cinematografie lontane e spesso emergenti. I film indipendenti, come il vincitore, spesso hanno avuto la meglio su grandi produzioni internazionali. L’Italia si è confermata anche quest’anno la grande assente. Solo tre co-produzioni italo-tedesche, rumene e svizzere in concorso. Nessuna entrata nel palmarès dei premi ufficiali. E bisogna andare indietro al 2003 con il cortometraggio Recinti di Alberto Cogo e Guido Ostanel per ritrovare l’ultimo film italiano vincitore del Festival. Una circostanza che dovrebbe fare riflettere sullo stato della cinematografia

“minore” in Italia, se si pensa che il documentario vincitore del Festival in Lituania è stato distribuito nei cinema e ha avuto più di cinquantamila spettatori. Potrebbe mai accadere qualcosa di simile in Italia? No, purtroppo. E non basta che festival come il Lessinia da decenni tentino di promuovere questo tipo di produzioni. La retrospettiva dedicata alle montagne immaginarie ha aperto finestre inconsuete, abbinando alle proiezioni di gioielli della storia del cinema un ricchissimo programma di incontri culturali sulle montagne simboliche, mitiche, invisibili, inesistenti. Un altro marchio di originalità del Festival che alle retrospettive geografiche preferisce quelle tematiche. Il Film Festival dei Bambini e dei Ragazzi, infine, ha confermato tutta la sua vitalità con animazioni e cortometraggi assolutamente introvabili in Italia. Ora si guarda già a 2019, quando il Festival festeggerà la sua venticinquesima edizione. Un anniversario che non sarà rivolto all’indietro ma al futuro di una manifestazione che deve consolidare il suo ruolo e la sua struttura organizzativa per affrontare il prossimo quarto di secolo.■


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Lessinia Gourmet è passione per il prodotto tipico, amore per la ristorazione e promozione della cultura gastronomica della Lessinia. Questo marchio identifica un gruppo di ristoratori che hanno scelto di lavorare insieme per riscoprire, innovare e proporre sulla loro tavola alcune tra le unicità culinarie del nostro territorio, valorizzando le produzioni locali e incentivando lo sviluppo di una filiera corta, per raccontare i sapori della Lessinia dalla terra alla tavola. Scopri di più su www.lessiniagourmet.it

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05 OTTOBRE 2018

12 OTTOBRE 2018

19 OTTOBRE 2018

26 OTTOBRE 2018

09 NOVEMBRE 2018

16 NOVEMBRE 2018

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UNA RIFLESSIONE

ACCESSIBILE

Viaggiare è un’esperienza che trasforma: permette di conoscere altri punti di vista, vedere paesaggi mozzafiato e visitare città incantevoli. In ogni meta cultura, bellezza, divertimento, profumi sconosciuti, colori diversi si mescolano per donare qualcosa di unico. Un’offerta all’imprevedibile che non tutti, però, possono permettersi di fare.

C

HI HA UNA DISABILITÀ FISICA, tante volte si trova a combattere tra il desiderio di viaggiare e l’impossibilità di farlo, oppure il dover scegliere delle destinazioni in base all’accessibilità. Questo aspetto implica una scrematura di mete incredibile. Sì, perché sono ancora molte le barriere presenti e, nonostante le proposte per le persone con disabilità si siano ampliate, ci si scontra spesso con strutture inaccessibili e trasporti inadeguati. Se cerchiamo in rete, ci rendiamo conto che sono sempre più frequenti le lamentele di viaggiatori con disabilità che segnalano gravi disservizi riscontrati nei vari aeroporti. A chi è in carrozzina capita, addirittura, che gli venga smarrita la sedia a rotelle o che quella elettronica gli sia restituita danneggiata. Per non parlare delle brutte sorprese che si trovano negli

alberghi (il bagno troppo stretto, l’ascensore piccolo, l’impossibilità di accedere alla sala ristorante). IN UN PAESE CON UN IMMENSO patrimonio storico e artistico come l’Italia molto resta da fare. Un modello turistico ideale sarebbe quello di strutture nate per poter ospitare chiunque, un’accessibilità funzionale, efficiente, comoda e soprattutto di qualità. Si tratta di un elemento troppo spesso trascurato, come se fosse una richiesta opzionale, di serie B, scadente, ospedaliera e non attraente. Solo con lo sviluppo di una cultura che sappia guardare all’accessibilità come un’occasione per elevare la qualità del proprio prodotto, si potrà pensare di migliorare il servizio e di realizzare ambienti e spazi che possano divenire agevoli per tutti. ■

DI VALENTINA BAZZANI

TRA GIOCHI INCLUSIVI E RESIDENZE PER TUTTI

IL LAVORO AUDACE E COSTANTE DI DISMAPPA

Il 30 agosto la Fondazione Barbieri ha presentato il suo nuovo progetto dedicato all’inclusione delle persone con disabilità. Con l’occasione sono stati inaugurati i giochi inclusivi finanziati e donati nel 2018 al Comune di Verona allo scopo di favorire la fruibilità dei parchi gioco. Le altalene con seggiolini diversificati e cestoni - installate nei giardini dell’Arsenale, di Via Ippolito Nievo, Raggio di Sole, nel parco Anti di San Michele, Parco Maggiolino di San Massimo - si aggiungono a quelle donate all’Ospedale della Mamma e del Bambino di Borgo Trento. Lanciata, in questo frangente, anche la campagna di raccolta fondi per sostenere la realizzazione del nuovo Centro diurno/residenziale per disabili “Il Girasole” di Villafranca.

Verona, grazie a DisMappa, ha uno sguardo decisamente più attento. «A Verona l’accessibilità per i turisti con disabilità, in particolare le persone che si muovono in sedia a rotelle, non è variata rispetto agli scorsi anni. - spiega la presidente dell’associazione di promozione sociale Nicoletta Ferrari - Tanto sarebbe ancora da fare (ad esempio, normare le vetrine d’ingresso dei nuovi negozi in modo da scegliere come entrata quella con la soglia minima; oppure tagliando lo scalino per ottenere un piccolo scivolo), ma comunque la città risulta sempre piacevole da girare su ruote nelle vie principali. Una risorsa da consultare per conoscere i luoghi della cultura e le attività commerciali accessibili nella mappa del sito www. dismappa.it, che inoltre, con Casa disMappa offre alloggio gratuito ai turisti in carrozzina nel cuore del centro storico».


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I CONSIGLI ANTI-BRUTTE SORPRESE DI NANABIANCA Abbiamo chiesto alla blogger Francesca Moscardo (nanabiancablog.wordpress.com) alcuni consigli prima di partire anche per weekend fuori porta, ora che l’estate si lascia archiviare. Il segreto per fare una vacanza accessibile senza (o con poche) brutte sorprese è quello di prevedere le situazioni e pianificare il pianificabile: • Se viaggi in treno, aereo, nave, assicurati di richiedere l’assistenza con anticipo: oltre ad essere obbligatorio quando si viaggia in sedia a rotelle o si hanno altri ausili ingombranti, è una garanzia di assistenza anche durante gli inconvenienti legati, per esempio, al cambio binario dell’ultimo minuto o a scali aerei non previsti. • Se hai bisogno di una camera e un bagno attrezzato, assicurati che la struttura dove alloggerai (hotel, b&b, campeggio…) ne disponga; se ti muovi in carrozzina, verif ica che ci sia l’ascensore e che non ci siano gradini all’ingresso. Se vai al mare, accertati che la spiaggia sia compatibile con le tue esigenze. • Segnati i numeri di telefono utili, in modo da averli subito a disposizione in caso di diff icoltà: per esempio quelli dell’hotel, del servizio di assistenza per i trasporti, del servizio taxi del luogo dove andrai. • Metti in borsa il cartellino per il parcheggio disabili e il tuo certif icato d’invalidità: potrebbero servirti! Anche le ricette per farmaci particolari potrebbero essere indispensabili.

• Fai manutenzione alla tua carrozzina prima di partire, assicurandoti che sia pronta per aff rontare un viaggio; se ha le ruote in camera d’aria, ricordati di gonf iarle! • Oltre ai vestiti e alla crema solare, metti in valigia tutto ciò che può aiutarti nella cura personale e a stare più comodo possibile: per me si tratta di uno sgabellino pieghevole, della spugna col manico per lavarmi e del cuscino per la cervicale. • Pianif ica in anticipo quello che puoi, ma non fasciarti troppo la testa: gli inconvenienti ci saranno comunque, ma tutto si supera e possono capitare anche belle sorprese. Dunque chiudi la valigia e goditi il viaggio!

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UNA MAPPATURA (INTENSA) DI VERONA

I CORAGGIOSI Dopo la mappa che ha raccontato Veronetta, è in arrivo un altro prezioso capolavoro firmato Salmon Magazine: un pieghevole quadrato che dispiegherà il centro storico e i suoi nascosti avamposti.

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OPO QUELLA PRIMA MAPPA che, non a caso, ha voluto raccontare Verona partendo da quel suo immeritato diminutivo (Veronetta, ndr), la redazione di Salmon Magazine si è vista di nuovo impegnata in un ambizioso progetto: narrare la città a partire dal suo centro storico, con una serie di curatissime mappe da usare e collezionare. L’intento è quello di presentare la nostra città grazie ai suggerimenti di chi questo ricco tessuto urbano lo vive davvero, imbastendone ogni giorno la sua veronese identità. «Abbiamo iniziato lanciando un vero e proprio appello sui nostri social - ci spiega la redazione di Salmon - per selezionare assieme alla comunità dei cittadini le attività più meritevoli del centro città, solo la prima delle tappe alla scoperta della nostra Verona (in programma anche intensi itinerari nella provincia). A seguire, abbiamo incontrato quegli stessi abitanti per una cena di quartiere che è diventata occasione di incontro e confronto, un momento condiviso per poter portare a galla tutte quelle realtà che trasformano un quartiere in un luogo in cui sentirsi a casa». Numerosissime sono le attività segnalate che trovano spazio nelle pagine scarlatte di questa nuova mappa: non solo il mon-

do della ristorazione, a partire da nomi storici come la Gelateria Savoia di Via Roma, l’Osteria al Duomo, o il generoso aperitivo di G & G in via Fama, ma anche altre piccole realtà come la variopinta insegna della Smaltotecnica dell’Arco dei Gavi o ancora piccoli tesori nascosti come Il Girasole, laboratorio artigianale di pelletteria e Frida, minuscolo scrigno per abiti e gioielli etnici in riva all’Adige. È così che ha preso forma questa mappa che è un vero e proprio percorso di valorizzazione dei tanti esercizi che trovano spazio tra le mura di Verona e che in modi diversi si passano di mano in mano il testimone della veronesità: insegne storiche che nel corso degli anni hanno tratteggiato l’identità di un quartiere o nomi appena nati che spesso hanno bisogno di essere segnalati, bianco su rosso, per essere conosciuti e «per sfuggire all’ingordigia dei giganti». IL PROGETTO, RESO POSSIBILE GRAZIE al sostegno di Fondazione Cattolica e al bando nazionale Funder35, sul modello del lavoro già intrapreso da Salmon Magazine negli ultimi anni, punta ora a realizzare altre mappe, quattro all’anno, che avranno l’ambizioso compito di raccontare, in italiano e inglese, modi e

DI GIULIA ZAMPIERI


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tempi della città e della provincia, con la sua peculiare «necessità di essere promossa», in un immaginario moto a spirale che dal centro si estenderà verso i quartieri di Santa Lucia, Borgo Venezia, Borgo Trento fino a raggiungere i Lessini. La mappa, nella sua realizzazione su carta stampata, vede anche la significativa collaborazione di Grafiche SIZ con la storica Stamperia Valdonega, eccellenza veronese nota durante il ‘900 per la stampa di pregiati volumi di arte. Senza poi dimenticare Mattia Conti e Andrei

Strajescu, i giovanissimi talenti che per mesi hanno collaborato al progetto promosso dalla redazione di Salmon Magazine, curandone la realizzazione nei minimi dettagli. La mappa sarà disponibile a partire da metà settembre in formato cartaceo presso le attività segnalate ma anche presso ostelli e B&B, così che Verona potrà viaggiare, amata e stropicciata, nello zaino di qualche backpacker. E in formato digitale, come sempre qui: www.salmonmagazine.com Facebook.com/Salmon Magazine ■

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LA MODA FATTA CON CURA (IN ITALIA)

LAZZARI GIRLS,

DICIAMO A VOI Una sartoria in provincia di Verona, quattro negozi, un’idea ben precisa della moda: che è prima di tutto qualità, senza compromessi.

I

L PRIMO LABORATORIO, MARGHERITA Lazzari e il marito Araldo Lunari, l’hanno aperto sopra un cinema, in un paesino in provincia di Vicenza: era il 1977. Pochi anni più tardi i due hanno scelto il centro storico di San Bonifacio, nel cuore della provincia di Verona, per portare avanti la propria idea di moda. Un’idea ben precisa, che non scende a compromessi quando si tratta di qualità: ogni capo della sartoria Lazzari è prodotto in Italia, l’attenzione ai dettagli viene prima di ogni cosa e lo stile resta quello originale ispirato da Margherita, che sa però rinnovarsi ad ogni collezione. Lazzari è, prima di tutto, un’azienda di famiglia: oltre ai due coniugi, anche i figli Alice e Nicola lavorano nella sartoria, che ad oggi impiega diciotto persone, quattordici donne e quattro uomini. Abbiamo fatto due chiacchiere con i responsabili dell’azienda, che ci hanno raccontato i segreti dietro il successo di un’azienda che ha scelto (e continua a scegliere) l’Italia e la provincia veronese come luogo d’elezione. L’azienda è gestita dalla famiglia Lazzari. Come sono suddivisi i ruoli tra Margherita Lazzari, Araldo Lunardi e i figli? L’azienda è stata fondata da Margherita e Araldo alla fine degli anni ’70 e ha iniziato con un laboratorio che produceva per affermati marchi della moda, creando impermeabili e capi spalla di qualità. Verso la fine degli anni ’80, dopo aver intuito che questi marchi si stavano orientando a percorrere la via della delocalizzazione abbiamo valutato di passare gradualmente dalla produzione per conto terzi alla produzione e vendita diretta di una linea di abbigliamento donna di proprietà: questo perché spinti dalla voglia di voler far da soli, ma anche prevedendo che lo spazio per la produzione per conto terzi si sarebbe ridotto sempre di più. Margherita ha continuato ad occuparsi della creazione e produzione delle collezioni: verso la fine degli anni ’90 Alice ha co-

minciato a supportare la madre nella gestione del laboratorio e con il tempo si è occupata sempre di più dell’aspetto creativo e stilistico del brand. Successivamente è entrato in azienda anche Nicola che, dedicando molte energie e tempo alla causa, ha contribuito a innescare la rivoluzione digitale di Lazzari: si è occupato infatti della creazione e gestione di una piattaforma e-commerce che negli ultimi cinque anni è diventata uno dei punti cardine dell’impresa stessa. La sua sfida è tradurre in pixel la qualità dei capi, che online non si può toccare con mano. Una delle caratteristiche principali dell’azienda è il suo legame con il territorio. Quali sono stati i motivi che vi hanno convinto a restare a produrre in Italia, e in particolare nel territorio veronese? I motivi risiedono nella scelta di un Made in Italy reale, che contiene la storia e la valenza culturale della creazione e produzione delle nostre collezioni. Il laboratorio interno dell’azienda è supportato da altre piccole realtà locali che hanno contraddistinto per anni il tessuto produttivo della nostra regione. Questi laboratori effettuano lavorazioni che in certi casi sono anche andate perdute e la cui qualità era un valore indiscusso. Anche la scelta di vendere solo nei vostri negozi monomarca (e anche online, ma sempre solo dal vostro sito) potrebbe sembrare in controtendenza. Cosa vi ha spinto a scegliere questa strada? Lazzari è una mini-catena, un format integrato di quattro negozi e una piattaforma e-commerce: dall’idea alla produzione del capo, dallo shooting dei look alla consegna dei capi nei punti vendita o direttamente ai clienti tramite le spedizioni, alla comunicazione attraverso i social, tutto è seguito internamente. Si tratta di un approccio strategico che ci ha permesso di mantenere e di comunicare un’identità di brand in modo coerente e convincente.

DI CHIARA BONI


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Avete collaborato spesso con diverse illustratrici che hanno realizzato stampe ad hoc per le vostre collezioni. Come è nata questa idea? È stata Alice a proporre le collaborazioni con le illustratrici, questo ha permesso al marchio di diventare molto riconoscibile. Ogni stagione si apre con delle ispirazioni e dei temi di collezione: vederle raccontate tramite il tratto grafico di ragazze provenienti da tutto il mondo aggiunge un valore notevole al brand perché si tratta di stampe esclusive. Grazie alla stampa digitale dei tessuti, negli ultimi anni possibile anche per tirature limitate, questo tipo di lavorazione si è rivelato accessibile anche per aziende più piccole come la nostra. La scelta di queste illustratrici deriva un po’ dall’universo di riferimento del marchio, che racconta le passioni e i motivi cari al pubblico femminile delle Lazzari Girls.

ne, pensiamo che qui da noi la consapevolezza di acquistare capi prodotti in Italia sia stata svilita: non si è fatto niente per elevarla, molto per farla perdere. I vostri abiti hanno uno stile molto particolare, con un’anima bon ton ma sempre moderna. Cosa ispira di più il vostro stile? Le ispirazioni arrivano da più elementi, anche molto diversi tra loro come film e libri, serie televisive e musica: Alice è nata e cresciuta in laboratorio, ha passato molto tempo con la nonna che era sarta e ha appreso il mestiere fin da piccola. La fortuna alla base è di avere un laboratorio con un insieme di competenze non indifferente e la possibilità di poter proporre ciò che le piace, senza strategie di mercato o simili. Lazzari non cavalca l’onda della moda: facciamo solo ciò che amiamo e crediamo che dai nostri capi traspaia proprio che dietro ad una stampa o ad un modello c’è tutto un mondo fatto di passioni.

Sulle etichette dei vostri abiti si trova la scritta “fatto con cura in Italia”: è una demarcazione voluta dal “solito” Made in Italy? Perché questa scelta? A Prato escono un milione (stima dell’unione industriali) di capi al giorno. Le nostre etichette riportano “Fatto con cura in Italia” perché è il tratto distintivo del nostro marchio per scostarsi da questo “Made in Italy” di facciata: come detto, il nostro orgoglio è di una manifattura interamente italiana, che recupera il valore sartoriale di capi di guardaroba pensati per durare più stagioni, realizzati da personale retribuito secondo le leggi italiane. Questa condotta per noi è una priorità portata avanti con ostinazio-

Gli abiti di Lazzari riescono a vestire più generazioni: bambine, ragazze, signore. Chi è idealmente la vostra cliente tipo? Non riusciamo ad identificarci con una sola tipologia di cliente: la nostra scelta è ampia e riesce ad abbracciare diverse fasce d’età. Le più giovani vivono i capi Lazzari come quei primi indumenti da adulte. Mentre al contrario le signore scelgono Lazzari appunto perché non si tratta di un marchio rivolto alle teenager ma comunque fresco e divertente. ■

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L’ARTE DEI KART

AMORI ACCELERATI Alessandro Zanoni era un autista di camion, appassionato di motori. La crisi del lapideo del 2009 l’ha visto reinventarsi prima venditore, poi pilota ed oggi team manager della Rotal Met Rope Motorsport, squadra plurivincitrice nei kart e impegnata anche in slalom e corse in salita. Una realtà che ha attirato l’attenzione dell’ex F1 Robert Kubica.

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NA SARACINESCA, un capannone come tanti nella zona industriale di Sant’Ambrogio di Valpolicella. Ma dentro la storia è tutta diversa e profuma di quell’entusiasmo che ha segnato altre avventure vincenti nel mondo del motorsport: un po’ come Ferrari, per scomodare un paragone oltre le righe. Siamo in quella che dal 2014 è la sede della Rotal Met Rope Motorsport, la scuderia fondata nel 2009 da Alessandro Zanoni che si è ritagliata in pochi anni un nome di spicco prima nelle corse con i kart a livello italiano ed internazionale, e oggi anche negli slalom e nelle corse in salita. Alessandro Zanoni, classe 1977, ha il sorriso contagioso, lo sguardo di chi insegue giorno dopo giorno il proprio sogno, la dimestichezza del professionista e un’attenzione al dettaglio senza eguali, ma è pragmatico, un vero lavoratore e lo si capisce dopo pochi minuti di conversazione. La sua non è la classica officina caotica dove l’inesperto visitatore potrebbe inciampare ad ogni passo, qui i kart, le sport prototipo e tutta l’attrezzatura, compreso il camion per le trasferte, hanno il loro posto e si respira l’aria di chi cerca nella perfezione una chiave di lettura per eccellere. Dal 2009 ad oggi, la Rotal Met Rope Motorsport ha vinto un po’ tutto, tanto che oggi Zanoni è diventato il team manager per una lunga serie di giovanissimi, giovani e meno giovani che cercano svago e gloria nelle corse automobilistiche, sui kart soprattutto, e si affidano alla Rotal Met Rope Motorsport per emergere dal gruppo. Alessandro, come è riuscito un ragazzo della Valpolicella, pilota per passione e autista per professione, a costruire una realtà così di valore nel campo del motorsport? Come in tutte le cose mi sono trovato al posto giusto al momento giusto, ma non ho mai smesso di crederci. Ci credo tutti i giorni, perché la sfida è ancora in corso e si rinnova tutte le volte che un motore si accende per disputare una gara.

Dove nasce la sua passione per i motori? Quando ero ragazzino mio padre mi portava a vedere le gare vicino a casa, la Caprino-Spiazzi, la Malegno-Borno o le imprese di Antonio Savoia, che era di Sant’Ambrogio, nei kart. Piangevo quando non ci andavamo, era un amore viscerale. Poi ha iniziato a lavorare come autista, come è avvenuto il grande passo? DI MATTEO Nel 2009 il settore del marmo è andato in crisi, e BELLAMOLI io coltivavo da sempre il sogno di avere un team, di vivere di corse. Correvo già da qualche anno e un amico, Max Zanetti, mi chiese di esporre il mio kart all’inaugurazione del suo negozio ad Affi, la RTC Racing Technologies & Components. Ci fu un grande interesse intorno al mio mezzo, e così quando il mio allora titolare mi propose la cassa integrazione, accettai la proposta di Zanetti di collaborare con lui in negozio, dove iniziai a fare i primi noleggi di ALESSANDRO ZANONI: I PRIMI ANNI DA kart. PILOTA Come si riesce ad affermarsi in un settore così competitivo come le corse sui kart? Non esiste una ricetta. Dopo i primi anni di “apprendistato”, nel 2012 la Rotal Met Rope Motorsport aveva un team di 7 piloti, tra cui Davide Padovani, con cui affrontare il Campionato GrandPrix KZ. È stata quella la stagione che ci ha lanciato,

Non solo team manager. Alessandro Zanoni ha iniziato nell’ambiente come pilota. Amico di Ronnie Quintarelli e Davide Padovani, nomi pesanti del motorismo veronese, Zanoni inizia a correre a 14 anni, con un kart acquistato proprio da Antonio Savoia, lo stesso pilota che già da bambino seguiva insieme al padre. Nei primi anni si cimenta in diverse gare, compreso il Circuito Cittadino alla Fiera di Sant’Ambrogio dove approfondisce l’amicizia con Davide Padovani. Nel 2007 perde per un punto, a causa di una discussa squalifica ad Adria, il Campionato Italiano EasyKart GP 125 shifter che centra però nel 2008 dominando la stagione dall’inizio alla fine per i colori dell’Emilia Kart. A coronare un’annata incredibile anche il successo nella Finale Europea Easykart a Poznan in Polonia.


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Alessandro Zanoni con Davide Padovani

Il motorhome Rotal Met Rope Motosport

con Padovani abbiamo vinto un campionato indimenticabile e a fine stagione con Manuele Quintarelli abbiamo portato a casa anche il Mondiale. Nel 2013 siamo arrivati secondi nell’Italiano con Matteo Giardino, nel 2014 abbiamo vinto nuovamente con Lorenzo Petrucci e quindi ancora secondi nel 2015.

sonale meccanico la squadra corse ufficiale Birel per il Mondiale WSK e l’Europeo kart. Questo lavoro mi piace, è un sogno che si sta realizzando e mi piacciono le sfide. Non so cosa ci riserverà il futuro ma se ci sarà da mettersi in gioco ancora, non ci tireremo certo indietro. ■

Alessandro Zanoni con Robert Kubica

La vittoria di Padovani ha qualcosa di speciale nella vostra storia, è così? Sì, perché Davide non correva da molti anni a causa di un incidente che gli aveva precluso la possibilità di guidare, ma siamo riusciti a riportarlo in pista grazie ad un cambio al volante elettroattuato. È stato incredibile. Mi emoziono a raccontarlo.

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Fu allora che entraste in contatto con Robert Kubica? Sì. Robert venne a fare un test ad Erbezzo, grazie alla famiglia Scandola, in previsione alla sua partecipazione al Rally di Bassano. Parlò con Padovani e con me e volle provare il kart con il cambio al volante. Da allora tra noi è nata una bella amicizia e collaborazione, ci sentiamo quasi tutti i giorni e da quest’anno siamo i rivenditori ufficiali per l’Italia della sua linea di kart. Cosa c’è nel futuro della Rotal Met Rope Motorsport? Lavoriamo ogni giorno per dare il meglio. Grazie a Sebastiano Merci, con me da diversi anni, oggi gestiamo kart di proprietà e kart di clienti nel Campionato Italiano ACI Karting e tre vetture da slalom, oltre a supportare in pista con nostro per-

LE SALITE E LA SFIDA CON FEDERICO LIBER Nel 2007 Zanoni si confronta per la prima volta con la Caprino-Spiazzi, la gara che per i veronesi rappresenta sempre un ricordo e un’emozione, e centra la vittoria di classe. L’esperienza gli piace e dopo poche settimane tenta anche la Trento-Bondone al volante di una Predator, cercando di sfidare l’amico Federico Liber, altro piede pesante veronese delle cronoscalate. I due si confrontano amichevolmente alla Malegno-Borno 2008, entrambi su Formula Gloria. Zanoni è davanti nelle due manche di prova e nella prima di gara, e si prospetta un’affermazione imprevedibile. Nell’ultima ascesa, sull’ultimo lungo curvone che precede l’arrivo di Borno, il cambio di Zanoni si ferma in sesta marcia e così il pilota di Sant’Ambrogio lascia per strada i secondi che bastano a Liber per primeggiare nell’insolita sfida a due. L’avventura di pilota è proseguita negli ultimi anni negli slalom, dove Alessandro si è messo in luce con il prototipo Formula Gloria da lui preparato in alcuni appuntamenti del Trofeo Veneto Trentino Slalom.


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LE BUONE PRATICHE IN UN FESTIVAL “SENSIBILE”

TOTAL GREEN

«Perché dare il buon esempio è il modo migliore per favorire il cambiamento». Questa la ragione, diventata slogan, che ha permesso agli organizzatori di arrivare alla quinta edizione di Verona Green Festival con una passione sempreverde.

U

N WEEKEND QUELLO del 15 e 16 settembre all’insegna del green thinking. La rassegna annuale dedicata all’ecosostenibilità, al rispetto dell’ambiente e agli stili di vita a basso impatto si terrà, come per la scorsa edizione, a San Martino Buon Albergo (VR) all’interno dello spazio suggestivo dell’Opificio dei Sensi. Ideatrice della kermesse la redazione del giornale on-line Veronagreen.it con Eliana Rapisarda, fondatrice e direttore responsabile. «Non avremmo mai pensato di arrivare ad inaugurare la quinta edizione e ne andiamo fieri. La prima edizione era nata per festeggiare il primo anno di vita del nostro giornale. Lo scopo era riunire ed espandere le buone pratiche per sensibilizzare i cittadini e i nostri lettori sulle problematiche più urgenti e più pressanti legate allo sfacelo ambientale del nostro pianeta. Fin dall’inizio è stato un successo che portiamo avanti con gran-

de orgoglio». Svariati i temi trattati attraverso laboratori, conferenze e spettacoli musicali: dalla promozione di un’agricoltura sostenibile con la diffusione di abitudini quotidiane maggiormente eco-compatibili alla sensibilizzazione sul fronte dell’inquinamento, passando per il capitolo della salute fisica e ambientale grazie al consumo di diete che guardano a logiche vegetariane. In questo mix di conoscenze ed esperienze non mancherà, naturalmente, l’occasione per dare visibilità e sostegno ai piccoli produttori artigianali, vera linfa dell’economia locale. «Il supporto reciproco è stato prezioso per crescere». Gli organizzatori chiariscono che non sono mancate titubanza iniziali ma, alla fine, le realtà che hanno partecipato in passato sono sempre rimaste soddisfatte della collaborazione instaurata con l’iniziativa. «Una vetrina utile per far conoscere i prodotti e educare ad un consumo consapevole».

DI GIORGIA CASTAGNA


vità, allontanandoli, almeno per un pomeriggio, dai dispositivi digitali. «Come ogni anno, e ci tengo a sottolinearlo, distribuiremo l’acqua non in bottiglia e ci impegneremo ad utilizzare stoviglie, riducendo il più possibile la produzione di rifiuti. Presso i nostri stand si potrà gustare un’ottima cucina vegetariana e vegana. Fondamentale per un Festival con un’anima così, lo spazio dedicato ai tanti enti e associazioni veronesi (ma non solo) da sempre attenti alla tutela ambientale e alla diffusione di un’economia equosolidale». ■ Quinto di Valpantena - Verona

Complesso residenziale Profumo delle colline

totale commerciali 169,1 mq

parti comuni 9,1 mq

cantina 2,4 mq (50% di 4,9 mq)

balconi 12,6 mq (50% di 25,1 mq)

appartamento 145,0 mq

orientamento

UNA PARTE IMPORTANTE DEL VERONA Green Festival sarà, infatti, quella dedicata alla Mostra mercato eco-bio, presente per tutta la durata della manifestazione con aziende, commercianti, imprese agricole e individuali, variegate associazioni: dal food con vari produttori anche di agricoltura biologica; alla cosmesi bionaturale ai detersivi ecologici; dai tessuti bio e accessori al riuso creativo; e ancora ecoedilizia e arredamento. Non mancherà la promozione di mobilità ed energia sostenibile. Ricco il calendario di attività culturali studiato per adulti e bambini connotato da inedite sorprese e novità come, per esempio, la possibilità di interagire con il Festival prima della sua partenza. Come? Grazie ad un breve sondaggio pubblicato sul sito (www.veronagreen. it/vg-circuit/vg-festival). Chiunque potrà dare suggerimenti e suggestioni, volti a migliorarne la realizzazione. «Stiamo chiudendo in questi giorni il programma che si sta arricchendo di tante iniziative in programma per sabato e per domenica. Novità entusiasmante per i tanti bambini che parteciperanno sarà il laboratorio di giochi in legno. Un modo per dare nuova vita al materiale e, insieme, sviluppare nei più piccoli capacità legate all’artigianato e alla creati-

N.B. In fase esecutiva potrebbero essere apportate alcune modifche ed adeguamenti dimensionali dipendenti da esigenze strutturali, impiantistiche e costruttive.

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planimetria arredata scala 1:100

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LO YOGA DELLA RISATA

ALLENARSI ALLA FELICITÀ

L’esercizio è semplice: basta lasciarsi travolgere dalla gioia. A trarne beneficio saranno il corpo e la mente secondo il metodo sviluppato dal medico indiano Madan Kataria che ha portato alla nascita, in oltre 80 Paesi nel mondo, di svariati Club della Risata. Verona compresa...

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ASCIARSI TRAVOLGERE… DALLA gioia. È tra le prime regole da seguire per praticare lo Yoga della risata: per ridere cioè senza una precisa ragione, raccogliendo benefici per la salute e l’umore. Il metodo non è nuovo: a svilupparlo nel 1995 in un parco di Mumbai fu un medico allopatico indiano, Madan Kataria, convinto delle potenzialità del ridere in gruppo per oltrepassare i confini della geografia e del pensiero. «È possibile e capacità di ognuno di noi ridere senza motivo, quindi in maniera volontaria, come se si trattasse di un esercizio di fitness da fare in gruppo», premette Eddy Verzini, insegnante certificato di Yoga della risata. Superato l’iniziale imbarazzo, si è invasi dal benessere. Grazie anche allo yoga, da cui la metodologia attinge la pratica della respirazione diaframmatica e consapevole. Per il resto è soltanto questione di lasciarsi andare: «Il cervello umano, pur essendo una macchina meravigliosa, non è capace distinguere tra una risata spontanea e una indotta. Facendo ridere il corpo, la

mente diventa presto felice». Tanto il riso è contagioso, così lo Yoga della risata ha contaminato in un movimento internazionale oltre 80 Paesi del mondo dove sono stati fondati svariati Club della Risata: punti di benessere e socializzazione a partecipazione gratuita dove trainer formati che hanno appreso il metodo frequentando seminari intensivi possono applicarlo a beneficio della collettività. VERONA COMPRESA, DOVE DAL 13 Settembre a San Michele Extra per il terzo anno Casa Serena della Pia Opera Ciccarelli ospiterà ogni giovedì, dalle 20 alle 21.15, questi esilaranti incontri. Non è un caso se hanno trovato spazio in una residenza dedicata alla terza età: «Ridere insieme è un connettore sociale meraviglioso», sottolinea Verzini, che presta servizio come assistente sociale e responsabile della sicurezza in alcune strutture per anziani associate all’Associazione diocesana delle opere assistenziali (Adoa). L’iniziativa, prosegue, «è nata nell’ambito di un progetto del circolo dipendenti delle

DI MARTA BICEGO


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Eddy Verzini con una partecipante ai corsi

Fondazioni San Giuseppe e Marangoni legato allo stress da lavoro correlato, poi ha preso la sua strada con il Club veronese». Perché allora non sfoderare la migliore versione di noi assieme al più smagliante sorriso? «Ridere aumenta le endorfine, che sono i nostri antidolorifici naturali; accresce i livelli di ossitocina, vale a dire l’ormone della fiducia, e abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress; incrementa la produzione di cellule killer e ossigena il sangue per cui le cellule tumorali faticano ad aggrapparsi ai tessuti; dà ossigeno al cervello, regalando vitalità e lucidità; inoltre regolarizza le funzioni intestinali», elenca l’insegnante di Yoga della risata certificato dalla Laughter Yoga University. Ridere donerà benessere, ma come? Frequentare il Club della risata di San Michele, che conta una ventina di partecipanti, e allenarsi alla felicità è semplice: «Gli esercizi di risata si alternano a quelli di respirazione con intramezzi di gioco, canto e danza. Sono attività spontanee

per cui non occorre alcuna dote particolare, anzi… Meno si è capaci, più le risate nascono spontanee». La risata incondizionata è terapeutica e chiunque può partecipare: «Adulti e bambini accompagnati, giovani e meno giovani, persone che convivono con una qualche forma di disabilità. Chi desidera, può frequentare un breve corso per conseguire la certificazione di leader di Yoga della risata che abilita alla conduzione di sessioni e progetti presso scuole, case per anziani, carceri e aziende». Perché, per fortuna, quello della felicità è un settore favorevolmente in crescita. ■ Info: Eddy 339.8821422 (messaggi WhatsApp) E-mail: eddy.verzini@yahoo.it.

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IN CARCERE TRA KUNDALINI E CAVALLI

LEZIONI DI LIBERTÀ

INTERIORE

Alzi la mano chi sa che nella casa circondariale di Montorio ci sono i cavalli (da quasi vent’anni). E che da qualche mese, ogni lunedì, si è unito anche lo yoga. Si tratta di un progetto che tenta di permettere al detenuto di calarsi in una dimensione improntata alla libertà dello spirito, gettando le basi per una rinascita dell’uomo che si scrive anche attraverso la meditazione, lo sviluppo dell’empatia e il contatto con la natura.

P

ENSATE AL SUONO DELL’ERBA, all’odore di un decespugliatore che va e allo sguardo dei cavalli sotto il sole. Atmosfera abbandonata, il tempo sospeso. È un lunedì perfetto, uno di quelli che per qualcuno è come «il giorno di permesso», di cui ancora non gode. Una mattinata che assomiglia ben poco anche alle giornate di chi non è confinato tra le mura di un carcere. L’abbraccio della natura qui è dato da qualche decina di metri quadrati di terra, polvere, erba, una casetta in legno, un albero protettore. C’è caldo quel giorno d’estate quando compiliamo le carte per entrare, dichiariamo l’attrezzatura, attraversiamo il confine tra libertà e detenzione, e ci facciamo accompagnare costeggiando l’altissimo muraglione grigio. Pinziamo i primi microfoni ai detenuti in fermento e il sole picchia forte, vederlo, per loro, è un privilegio di qualche ora alla settimana. C’è silenzio appena interrotto dalle voci di chi è all’interno e

guarda dalle inferriate. Dalla casetta in legno vicino al grande albero vengono tirati fuori i tappetini rossi per lo yoga. Ci sono cinque detenuti a Montorio che trascorrono parte delle loro giornate qui, in scuderia, con i tre cavalli dell’ASD Horse Valley di Corte Molon. Il cavallo, simbolo di libertà, velocità, forza. «Qual è il tuo preferito?» chiediamo a Valerio. «Ramone, quello bianco, l’unico che si avvicina con una specie di empatia che trasmette pace, perché anche lui in un certo senso è stanco, ha circa 27 anni». Un’opportunità che va oltre all’esperienza in sé. Dopo un adeguato percorso di formazione con tanto di esame (il tutto è a cura dell’ASD Horse Valley, ndr), si può ottenere anche un attestato di tecnico di scuderia, per facilitare l’accesso al mondo del lavoro di chi ha scontato la pena, ma non, in automatico, lo stigma sociale. Qui, si taglia l’erba con il decespugliatore, si pulisce la stalla e ci si prende cura dei cavalli e di tutte le loro

DI MARCO MENINI


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Roberto Cagliero, secondo da sinistra, durante una lezione in carcere

esigenze. C’è chi preferisce Joy, il pezzato, un americano giocherellone, chi «il cavallo d’assalto», bianco e vecchio, di nome Ramone, chi il terzo americano in pensione. «Relazionarsi con un cavallo non è difficile – spiega Otello - una volta capite le caratteristiche caratteriali e legate alla razza, te ne accorgi: lancia dei segnali, con le orecchie, il collo, col modo di camminare». Qui si impara come fare la toelettatura del cavallo, a gestirne l’alimentazione, a sistemare il box, fino alla bardatura con l’insellaggio e l’assistenza veterinaria di base. È DAL 2000 CHE TRA LE MURA del carcere di Montorio c’è una scuderia, e ad affiancare l’attività, da quest’anno c’è anche lo yoga. Una pratica che permette a chi vive qui di guardarsi dentro, ascoltarsi, rafforzare il sistema nervoso, concentrarsi, studiare, tollerare, creare empatia, dominare la rabbia. «Perché prima di avvicinarsi ad un cavallo bisogna entrare in uno stato di tranquillità», spiega Roberto Cagliero, maestro del corso di yoga in carcere. Qui c’è tutto il tempo per rimuginare e, diversamente da come si potrebbe immaginare,

le giornate possono essere molto stressanti. «Pensare che lo yoga possa eliminare lo stress è una bufala», chiarisce Roberto che preferisce parlare di «gestione dell’emotività» tramite la pratica yogica. «Lo yoga e la meditazione permettono alle persone di modulare la loro reazione nei confronti delle cose che fanno stare male – spiega Cagliero– ma aiuta anche i detenuti a relazionarsi con gli altri». Qui, in carcere, Roberto insegna il Kundalini yoga, una pratica molto fisica che rafforza il sistema nervoso. «Lavoriamo molto sul cuore, sul diaframma perché, specialmente nel contesto della detenzione, si tende a chiudere questo centro vitale per affrontare la quotidianità, invece, bisognerebbe aprirlo per stare bene». E dallo yoga al rugby il passo, anche se non sembra, è breve. Valerio è il capitano della squadra della casa circondariale di Montorio. Ci spiega che «anche se il rugby è uno sport di contatto e non certo per “signorine”, serve avere una pace interna per calibrare la forza e non far male all’avversario. Il rugby è uno sport nobile, che ha uno scopo educativo, non aggressivo». ■

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TRA IPPOSTRADE E VIE NUOVE

VIA COL VENTO (E COL CAVALLO)

Lorenzo a cavallo. La sua filosofia è di rapportarsi con l’animale senza l’uso di morso e di altri strumenti coercitivi

Lorenzo Costa ha mappato oltre 2.000 chilometri di sentieri da percorrere in sella. Ha fondato il Consorzio Ippostrade Europee, con itinerari anche fuori dall’Italia ma, soprattutto, l’imprenditore veronese di Monteforte d’Alpone ha avuto l’intuizione di abbinare l’enogastronomia al fascino del cavallo con collaborazioni trasversali tra maneggi e aziende agroalimentari e vitivinicole. Il suo amore per l’animale non conosce limiti e confini. Da qualche tempo, grazie all’incontro con Alice Taborni, una giovane ragazza affetta da autismo di Soave, ha iniziato anche un percorso con le persone disabili.

L

A VITA PUÒ AVERE IN SERBO per noi delle cose inaspettate, che ci travolgono e ci condizionano per sempre. A cambiare il destino di Lorenzo Costa è stata Isa, una cavalla appaloosa incrociata con un arabo, con un «rimmel permanente sugli occhi». Grazie a lei, ha lasciato il suo lavoro da consulente marketing commerciale intraprendendo una grande e nuova avventura, che lo ha portato a mappare 2.500 chilometri geolocalizzati di sentieri da percorrere a cavallo. Lo scopo? Viaggiare a diretto contatto con la natura alla scoperta di territori ricchi di storia, cultura ed enogastronomia, grazie alla collaborazione con altri maneggi, aziende vitivinicole, agroalimentari e di accoglienza turistica. Com’è nata la sua passione per i cavalli? Per caso, otto anni fa, sono salito sul cavallo di un mio amico. In quel periodo non sapevo come gestire un problema di un’azienda nel mio precedente lavoro, ma dopo esser stato in sella, in alcuni giorni, l’ho risolto. Succes-

sivamente sono tornato, volevo capire quale “magia” mi avesse fatto questo cavallo. Ho cominciato a pensare alle sue potenzialità, e alla sensazione di benessere provata e sfociata, incredibilmente, nella risoluzione del problema di lavoro. Dopo un’autoanalisi interna, per compreondere che cosa avevo effettivamente provato, è partita la passione. Nel piccolo terreno dietro casa, ho creato il maneggio Country House Horse, portandoci Isa nel 2012, che mi diede l’input per cambiare vita. Come è arrivato a creare il Consorzio Ippostrade Europee? Subito ho unito l’attività equestre alla struttura ricettiva del mio B&B Casa Costa, diventando socio della Strada del vino Soave. In seguito ho trasformato il mio marketing commerciale in un marketing territoriale attorno al mondo del cavallo, inventando così le Ippostrade; si tratta di percorsi brevi di due ore per i non esperti fino ad arrivare a cinque giorni di viaggio per i professionisti, per far entrare tutti nella ma-

DI INGRID SOMMACAMPAGNA


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gia del Far West, che non è sabbia e deserto, ma vigneto, vigna e vino. All’iniziale “Horse-Wine” ho aggiunto altre tre tipologie di Ippostrade, che identificano sempre un territorio: le “Horse-Religious”, “Horse-Historical”, “Horse-Food” e “Horse-Cultural”. Il 10 agosto 2017, nel mio onomastico, è nato ufficialmente il primo consorzio internazionale del turismo equestre che si chiama Consorzio Ippostrade Europee. Coinvolge i sentieri, da me mappati, di quattro regioni in Italia (Veneto, Trentino, Piemonte e Lazio). È pronto per Fieracavalli 2018 (dal 25 al 28 ottobre, ndr)? Fieracavalli è una grande manifestazione che ha creduto più volte in me, grazie anche alla fiducia di Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio tutela del Soave doc, che mi ha appoggiato nel 2013 per presentare le Ippostrade “Horse-Wine”. In questa edizione, presenterò i percorsi delle Ippostrade in Serbia e il primo percorso mappato della Laguna veneta. In tutto questo, come si inserisce l’esperienza con Alice Taborni? Questa bellissima ragazza è stata una grande sorpresa e uno stimolo per aiutare altre persone. Il suo desiderio era uscire a cavallo in

mezzo alla natura, e dopo un lavoro in campo con Isa, abbiamo percorso il tour dei Dieci Capitelli arrivando fino a Porta Verona, in centro a Soave, tra l’emozione e l’euforia di tutti. Era il 2 aprile, Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. In quell’occasione l’amministrazione di Soave, da me interpellata, ha aderito con una grande festa all’evento internazionale del “Blue Connection”, per sensibilizzare sul tema degli interventi assistiti con gli animali. Questo è solo un esempio di quanto sia incretdibile il destino che può riservarci un cavallo. Riesce nell’impresa di collegare più persone, aiutando ciascuno a trovare serenità, controllo e libertà. ■ Facebook.com/CountryHouseHorseASD househorse@househorse.com

Alice Taborni con un cavallo

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PATTO DI FAMIGLIA E PRELAZIONE AGRARIA: QUANDO E COME APPLICARLI Il cosiddetto “patto di famiglia” può interessare, alla pari di altre attività economiche, anche il passaggio generazionale in agricoltura. Dal 2006 il legislatore ha introdotto una procedura semplificata per favorire fiscalmente la trasmissione dell’azienda e per evitare alcuni rischi che, invece, si hanno con la cessione gratuita dell’azienda. In linea generale l’azienda agricola può essere oggetto di donazione o cessione dai genitori ai figli ma, come dicevamo, può essere trasmessa mediante patto di famiglia (ex art. 768 bis cc) che evita i rischi di impugnazione della donazione e obbliga il beneficiario a continuare nell’esercizio dell’impresa (individuale o collettiva) per almeno 5 anni. L’agricoltura è regolata da normativa propria a tutela di chi coltiva il fondo rustico. Basti pensare alla prelazione agraria, ovvero al diritto spettante al conduttore del fondo agricolo e/o al confinante coltivatore di essere preferito nell’acquisto, a parità di prez-

zo, in caso di vendita del fondo stesso da parte del proprietario. La legge prevede dei rimedi se tale prelazione non viene rispettata: il diritto di riscatto cioè il diritto di riscattare il bene entro un anno dalla trascrizione dell’atto di compravendita posto in essere in violazione della prelazione. Per poter esercitare la prelazione è necessario essere affittuario da almeno due anni del terreno agricolo, o esserne proprietari, confinanti del terreno in vendita e coltivatori diretti. Se il confinante è proprietario, ma a sua volta ha dato in affitto a terzi il terreno posto a confine, questo diritto non gli spetta. In generale il presupposto della prelazione è il trasferimento oneroso (vendita) del fondo agricolo, ma se il trasferimento avviene mediante il patto di famiglia, esiste o no il diritto di prelazione? Il patto di famiglia è un contratto a titolo gratuito, animato da spirito di liberalità e non c’è un corrispettivo. In altri termini, manca

l’onerosità. Perché si abbia la prelazione ci deve essere un prezzo che nella fattispecie manca. Da quanto sopra, emerge come il patto di famiglia, strumento idoneo a trasmettere l’azienda e attuare così il passaggio generazionale dai genitori ai figli, costituisca una fattispecie completamente diversa da una vendita o da un trasferimento a titolo oneroso. Ne consegue che il diritto di prelazione non possa trovare applicazione trattandosi di uno strumento ontologicamente diverso. L’affittuario di un terreno agricolo o il confinante di un terreno agricolo facenti parte dell’azienda agricola oggetto di trasferimento mediante patto di famiglia dal genitore al figlio, non potranno quindi esercitare il diritto di prelazione agraria.

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IL PASSATO CHE NON È PASSATO

LA CONTRADA,

QUEL MICROCOSMO RAGIONATO

I luoghi dell’abbandono sono avvolti in un assordante silenzio. Non è facile crederci, eppure, un tempo, nel vuoto che risuona oggi come l’eco di un canto antico, pullulava il frastuono della vita. Qualche volta, anche per lo spazio imprevisto di una sera di fine estate, se ne può percepire il battito lontano.

S

EMBRA CHE TUTTO SIA STATO lasciato in ordine, a parte forse qualche cantuccio che rivela fughe frettolose: persiane scolorite lasciate cadere come palpebre chiuse, insegne arrugginite, scritte sbiadite sui calcinacci scomposti. Qua e là rigagnoli di lacrime che penzolano sull’uscio delle case, porte che hanno il compito di preservare per sempre i fantasmi di un tempo smarrito. La Lessinia conserva un vasto patrimonio di spazi abbandonati, lasciati dopo il grande esodo del ventennio che va dal 1950 al 1970 circa. Tra questi, le contrade, composte da piccoli agglomerati di edifici scelti ed organizzati in maniera funzionale dai montanari di un tempo. La posizione in cui sono sorte non è stata frutto di scelte casuali. Esse, infatti, sono inserite in contesti ambientali che le riparano dal vento, dal freddo, e vicino alle sorgenti d’acqua. La costruzione delle abitazioni è stata pensata in modo che lo spazio a disposizione fosse sfruttato nel migliore dei modi, per cui spesso si è scelto di edificare un unico fabbricato composto da una serie di case a schiera, nel quale le abitazioni residenziali erano frequentemente inframmezzate da stalle e fienili. Scelta che voleva creare un’agevole convivenza tra casa, lavoro e servizi. La contrada, quindi, può essere definita come un piccolo microcosmo ragionato in cui tutto è stato pensato e organizzato con lo scopo di raggiungere un’autosufficienza economica e sociale. Per chi ci viveva, insomma,

Ph Aldo Tanara

essa era il proprio piccolo centro del mondo, e lì trovava tutto ciò che poteva desiderare. PER ALCUNI, ANCHE LA CONTRADA Tavernole, a circa due chilometri dal comune a cui oggi appartiene, San Mauro di Saline, era il centro del mondo. E del centro aveva tutte le velleità, tanto che, al pari di altri nuclei che sono a tutt’oggi municipi di discreta importanza, faceva parte dell’elenco dei Tredici Comuni Veronesi (o Montagna Alta del Carbon) di cui si inizia a parlare nel XIII secolo. Tavernole sembra avere un’origine antichissima, tanto che, derivando la sua denominazione dal latino “taverna” o “tabernula” e non avendo un corrispettivo cimbro, si pensa che la sua origine sia precedente all’arrivo del popolo germanico alla fine del 1200. Anche il suo nome non è causale, poiché tutte le contrade, soprattutto le più abitate, possedevano un’osteria. Fino agli anni ‘70 a Tavernole si potevano trovare, oltre al bar, anche un piccolo negozio di alimentari e un negozio di biancheria-merceria. Era inoltre attivo l’oratorio di San Domenico costruito nel 1693. Lontana dal centro del paese, e abitata fino alla fine degli anni ‘60 da un centinaio abbondante di persone (si è arrivati anche a sfiorare i 150 abitanti nei primi decenni del ‘900), a dispetto dei circa 20 abitanti attuali, Tavernole era riuscita anche ad ospitare la propria scuola, peregrina da uno stanzone all’altro del piccolo centro, messo a

DI MICHELA CANTERI


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disposizione da qualche contraente, gestita da una maestra che alloggiava a casa di alcune famiglie per tutto l’anno scolastico. Il freddo e la neve dei rigidi inverni montani non erano più un problema, quindi. Per raggiungere la scuola si dovevano fare due passi, e gli adulti non dovevano percorrere chissà quali distanze per andare a lavorare, trovare qualcuno con cui fare una chiacchiera e bere «on bon goto de vin», condividere gli ultimi pettegolezzi, al lavatoio o in qualche stalla dove ci si trovava per «far filò», acquistare un po’ di farina o le lenzuola per la dote. APPARE ANCORA PIÙ PREZIOSO, oggi, nel grande appiattimento voluto dalla globalizzazione mondiale, il forte senso identitario che caratterizzava questi piccoli centri, reso più forte dalle difficili condizioni di vita della popolazione, che incoraggiavano la solidarietà, la condivisione, l’impegno nella gestione dei beni comuni. Il senso di appartenenza, però, non si dimentica facilmente. E a Tavernole, ogni anno, in una sera d’estate, si riapre il vecchio oratorio, si lucida il Tabernacolo e si rinfrescano i Santi per poi dire la Messa. Alla fine ci si ritrova a banchettare, scorgendo visi e sorrisi conosciuti, ricordando un tempo che continua a sopravvivere nella memoria di chi c’era. E, sempre ogni anno, si ritrovano per una grande festa, le “ragazze di Tavernole”, quelle che l’anagrafe chiama spesso “nonne” ma che lo spirito continua a preservare intatte. Lasciano per un giorno le loro nuove case, la loro vita da

adulte, si ornano e si imbellettano. E quando si ritrovano, nemmeno un giorno sembra essere passato da quel tempo in cui Tavernole era testimone muta della loro giovinezza e dei loro sogni. Il silenzio che aleggia nelle vecchie contrade, e Tavernole non fa eccezione, non è un silenzio vuoto. Dentro ci rimbalzano voci, sussurri e canzoni, e aleggiano profumi antichi, di fieno, di stalla, di fumo, di castagne abbrustolite. È un vuoto animato di strani spiritelli, di immagini sfocate, di piccoli fantasmini: gente, andirivieni, feste, bambini, preti e vescovi, preghiere, litigi, corse, messe. E poi amori, amicizie, guerre di confine, matrimoni, donne col pancione. Un vuoto pieno di vita. E di nostalgia. ■

La tradizionale festa in contrada Tavernole

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A COME ARTE, A COME ANIMA

LO CHAGALL

DELLA VAL D’ILLASI Adriano Cassini ci apre le porte della sua casa-atelier, invitandoci nel suo mondo, fatto di ricordi d’infanzia, sogni e colori.

E

SISTE UN MONDO RICCO DI colori, forme, paesaggi, ma soprattutto di ricordi. È un mondo creato con pennelli e olii, un mondo che forse non esiste, ma nel quale si vorrebbe poter tornare. È il mondo dell’innocenza, dell’infanzia, di una vita semplice, gioiosa, vicina alla natura e ai suoi ritmi. È il mondo dipinto da Adriano Cassini, classe 1941, pittore di Cellore di Illasi, noto come lo “Chagall della Val d’Illasi” per le sue atmosfere sognanti, per la pennellata e l’uso dei colori. «Certo, ammiro i grandi pittori - esordisce Adriano Cassini, col sorriso stampato sul viso - ma sono gli altri a definirmi così. Io sono semplicemente io, e a questa età penso di potermi accontentare di come sono diventato, della mia arte, dello spazio che ho per esprimermi. Questo anche grazie a chi mi dà una mano, e a chi mi capisce e mi apprezza. Perché noi artisti – sottolinea con una risata - siamo un po’

Adriano Cassini

diversi dagli altri». Una diversità, la sua, che si esprime sin da bambino con una grande sensibilità e una straordinaria capacità di dar vita, sulla carta, con colori e matite, a immagini e fantasie. È così che la famiglia, di umili origini, fa di tutto per farlo proseguire negli studi, iscrivendolo all’Accademia di Belle Arti Cignaroli, anche grazie al sostegno di alcune facoltose famiglie della zona e di molti compaesani che lo spronano a continuare negli studi. Per ben tre anni vince la borsa di studio “Dall’Oca Bianca”, senza immaginare che, anni dopo, nel 1992, avrebbe esposto alla Biennale di Venezia proprio accanto al celebre concittadino. GLI ANNI DELL’INFANZIA PASSATI IN campagna, tra gli affetti familiari, pur segnati dalla perdita della madre, Adele, nello scorrere lento e naturale di una vita contadina semplice e autentica, restano ancora oggi una delle prin-

DI FRANCESCA MAULI


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Uno scorcio del suo atelier

GUARDA IL VIDEO

cipali fonti di ispirazione delle sue opere. Si ritrovano così, sulle sue tele, paesaggi rurali, trattori, i colori caldi dell’estate e del grano, le tinte vivaci dei fiori, il viola della vendemmia, e alcuni elementi più soggettivi, ma molto ricorrenti: «la sedia blu, ricordo di una seggiolina di quando ero bambino, che porto sempre nel cuore», la gabbietta con gli uccellini, la zampognara, reminiscenza di quella bimba

«che suonava così bene». Non è solo, Adriano Cassini, nel suo percorso artistico: da 25 anni lo condivide infatti con la pittrice padovana Betty Pignotti, in un connubio artistico molto fecondo, pur nella diversità di stili (più manierista lei, più naïf lui), che ha visto nascere murales a quattro mani (uno su tutti, quello creato per la Cantina Sociale di Soave) e che li vede spesso esporre insieme. Sebbene siano le tele lo strumento più utilizzato da Cassini, qualsiasi oggetto può diventare adatto alla sua arte. Basta un giro nella sua casa-atelier di Cellore, dominata da quel caos tipico della creatività più estrema, per osservare come anche un piattino da caffè o la tovaglietta di carta di un ristorante possano diventare supporti su cui creare uno schizzo, per fermare quell’urgenza d’arte che spesso lo travolge. L’atmosfera di sogno e di innocenza, che spesso ritorna nei suoi dipinti, fa sì che le sue opere siano apprezzate sia da collezionisti ed esperti d’arte, sia dalla gente più semplice. Non è un caso che si possa trovare un Cassini sia nella sede di rappresentanza di una banca, che nel salotto di un allevatore. È una forma di arte democratica, la sua, che appassiona tutti, per la sua immediatezza e per la sua fantasia. «La natura è bella – spiega l’artista, mentre accarezza Jacopo, l’amato cagnolino, spesso presente nelle sue opere - ma bisogna anche interpretarla, trasformarla, togliendole gli aspetti troppo duri, troppo crudi. Solo così si crea la magia». ■

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IL TEATRO ERRANTE

IL SIPARIO SI ALZA

…AL BAR

Ph Paolo Schiesaro

Ispirati dal “realismo sporco” di Charles Bukowski, dalla voglia di portare il teatro in un luogo dove solitamente il teatro non c’è. Sono le carte vincenti del progetto, ormai consolidato, di “Teatro da Bar”, nato dall’idea dei due registi e attori professionisti Enrico Ferrari e Nicolò Sordo. Un inno alla creatività e all’insolito che ha già fatto irruzione in diversi bar veronesi, ma che ha intenzione di travalicare i confini scaligeri e trovare un luogo in cui «affondare le radici».

«L

A GENTE È IL PIÙ GRANDE spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto». Assiduo frequentatore di bar e emblema della trasgressione, Charles Bukowski è stato un osservatore cinico di un mondo ancora attuale che, con le sue riflessioni e i suoi testi intrisi di pessimismo e comicità, rispecchia i tormenti e le morbosità di cui siamo portatori tutt’oggi. Un fil rouge che guida da ormai più di un anno il progetto di Enrico Ferrari e Nicolò Sordo, attori e registi professionisti, che hanno deciso di

portare in giro per Verona (e non solo) alcuni episodi “bukowskiani” inscenandoli proprio all’interno dei bar, mescolando gli attori veri agli avventori tra improvvisazione, musica e divertimento. «È nato tutto con questa idea di unire un laboratorio di teatro e scrittura drammaturgica e scenica con Bukowski. Abbiamo deciso di trovare un luogo che fosse adatto (e meglio del bar non c’era nulla), quindi abbiamo iniziato a portare questi laboratori di recitazione e scrittura scenica nei bar lavorando sui testi di Bukowski».

DI GIORGIA PRETI


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Gli attori di “Teatro da Bar” in azione

PICCOLI EPISODI, SEGUITI O PRECEDUTI da un corso-laboratorio di teatro, di cui però «stiamo cercando di trovare sfaccettature diverse, organizzare laboratori più lunghi e intensivi e spostarci». Per l’estate sono stati diversi i programmi in cantiere e l’autunno si preannuncia ancora più ricco: «L’8 settembre saremo a Verona al Barbacan con lo spettacolo Teatro da Bar - Storie di ordinata follia. Il 9 settembre, invece, saremo all’osteria S'ciavinaro con Teatro da Bar - L’arte di tornare a casa in piedi per la preview di Questa non è arte». Con l’arrivo dell’autunno poi anche i laboratori riprendono il loro naturale corso:

«A partire da ottobre tutti i martedì saremo al Cohen Pub di Verona con il tradizionale laboratorio di scrittura e recitazione. – ci spiega Nicolò – Ogni mercoledì, invece, ci troverete a Rovereto al Locos Bar con “Teatro da Bar+”, il laboratorio che, oltre alla recitazione, si concentra anche sulla danza, grazie alla collaborazione con Sabrina Campagna». In programma però, c’è anche qualcosa di più, l’idea di accantonare la vita da “nomadi”: «ci piacerebbe aprire un nostro bar per avere una base dove poter sviluppare episodi, come una serie teatrale su Bukowski». D’altronde, il materiale non manca di certo. ■

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TUTTO QUELLO CHE

ANNA HA

Anna Nicotra non ha ancora 20 anni. Non ha i riccioli. Non ha i capelli corti. Non è bionda, nemmeno rossa. Non ha una sorella. Anna non ha la vista. Non vive a Milano, nemmeno a Padova. Non ha un gatto. Potremmo continuare all’infinito nel dire cosa Anna non ha. Oppure, possiamo fare il contrario e valorizzare nel migliore dei modi quello che abbiamo, guardare il bicchiere mezzo pieno e permettere alle cose di presentarsi in maniera diversa.

A

NNA HA UN PADRE MUSICISTA e programmatore. Ha una madre insegnante di matematica. Anna ha un pianoforte. Lo ha sempre avuto. «Salivo sulle gambe di mio papà e insieme ascoltavamo la musica e suonavamo il piano». In pochi anni Anna sviluppa l’orecchio assoluto. Sono in pochi in Italia. Se ne contano 1 su 10.000. «Non significa semplicemente riconoscere una nota, ma sentire l’emozione che quella nota ti trasmette». È un coinvolgimento emotivo particolare, sottolinea Anna. A 6 anni eseguiva il suo primo saggio. «In tutta l’emozione del momento mi chinai dalla parte opposta del pubblico», ricorda con un sorriso. Poco dopo sarebbe entrata nel Coro di voci bianche dell’Arena di Verona. La sua è una passione inesauribile per la musica. Ore e ore di studio ed esercizio, seguita scrupolosamente dal suo maestro Edoardo Maria Strabbioli. «Lui mi aiuta a capire qual è il tocco giusto per quella nota». «E poi per riposarmi mi metto al piano e continuo a suonare». È proprio in questi momenti che Anna crea le sue melodie. «Fin da piccola suonavo senza seguire una traccia e cantavo testi che non avevano un vero senso. Poi a 9 anni decisi che era giunto il momento di musicare delle filastrocche». L’occasione per comunicare le sue composizioni venne di lì a poco, con la partecipazione al Cantalessinia. Oggi la giovane musicista ha all’attivo circa 50 canzoni da lei scritte e musicate. Ha da poco aperto un blog dove sono state pubblicate quelle registrate attualmente alla SIAE. «Il mio sogno è quello di suonare in un gruppo, come, dopotutto, ho già iniziato a fare». Anna infatti è entrata in alcune formazioni musicali del liceo che ha da poco concluso. «Ho scelto il liceo musicale per poter condividere qualcosa con i miei compagni di classe». Aspetto impor-

tante, soprattutto dopo l’esperienza delle medie, «dove ero solo quella che non ci vede». E proprio l’esperienza del gruppo musicale è utile per far cadere alcuni cliché. «Molti pensano che un non vedente non possa suonare in un gruppo o in un’orchestra, perché non vede i segnali degli altri musicisti o del direttore, ma le soluzioni non mancano. Basta infatti ascoltare il respiro, per esempio». Ora che ha conseguito il diploma scolastico, suonando il pianoforte e le percussioni, Anna intende proseguire il conservatorio continuando lo studio del piano e della composizione. «NON SARÀ UNA STRADA SEMPLICE», ci spiega Anna. «Attualmente il conservatorio, oggi a tutti gli effetti parificato a una laurea, non garantisce la figura di assistente per i disabili». Si è formato infatti un gruppo di lavoro per avanzare la richiesta di estendere la legge n. 17 del 28 gennaio 1999 per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate anche ai conservatori. E in questo i genitori di Anna sono più che determinati. Come lo sono stati fin dalla nascita di Anna. Grazie a loro e alle loro capacità è stato creato un software, oggi diffuso in tutta Italia, per la lettura sia della matematica, sia della musica. «Il Braille Music Editor (BME2), realizzato a Verona dalla Associazione ARCHIBRAILLE, è uno strumento che permette ai musicisti ciechi (dilettanti o professionisti) di accedere tramite il computer alla scrittura musicale in modo dinamico, ossia scrivere, leggere, ascoltare, modificare e convertire spartiti», ci spiega Giuseppe Nicotra. «Poter leggere la musica è diverso dal solo ascolto di una sintesi vocale», conferma Anna, sottolineando l’importanza di questa opportunità per i non vedenti.

DI GIOVANNA TONDINI


Anna Nicotra

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ASCOLTA LA MUSICA DI ANNA NICOTRA

TRA NOTE MUSICALI E NOTE A MARGINE: - Musica in Braille e soluzioni accessibili per persone cieche: questo portale nato per il progetto MUS4VIP offre molte informazioni: www.music4vip.eu/it/descrizione - È stato realizzato un portale ricco di soluzioni didattiche per i docenti di matematica e di sostegno, lo trovate qui: learninglambda.veia.it/it/inizio - Il blog di Anna: annanicotra.com - Per firmare l’appello per il diritto all’assistenza nei conservatori, andate al link:

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È stata proprio la presentazione del software durante un convegno a Pisa organizzato dalla Fondazione Bocelli che Anna ha potuto conoscere il grande tenore. Un incontro importante come è stato quello con Stefano Bollani, con il quale ha potuto pure suonare. «Ma il mio grande sogno rimane quello di conoscere Raphael Gualazzi», ci confida. La pianista veronese consiglierebbe a tutti di suonare uno strumento, fin da piccoli. «Può succedere che per un certo periodo si abbandoni, ma è qualcosa che rimane e che si può sempre riprendere nel tempo». Come è accaduto a uno dei suoi fratelli, con il quale oggi si diverte a duettare, lui al clarinetto, lei al piano. Nei prossimi mesi Anna ha in programma di esibirsi in alcuni eventi. «L’emozione di suonare davanti al pubblico è forte, mi agita molto. Ma quando inizio a suonare passa tutto». Sì, perché Anna si lascia andare a quel suo tocco delicato che la contraddistingue. E tutto intorno tace, creando un’atmosfera quasi magica e ipnotizzante. Anna ha 19 anni. Ha i capelli lunghi, dritti, color castano scuro. Il corpo snello. Le mani sottili, le dita lunghe e affusolate. Anna vive a Verona. Ha due fratelli più giovani di lei. Anna ha la musica. Possiede la musica. Anna è la musica. ■

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TRA FRONTIERE MUSICALI E GEOGRAFICHE

IL MESTIERE DI

SCONFINARE

Si sono sposati a Cerro Veronese, nell’Italia di lei. Si sono conosciuti qualche anno fa nell’America di lui, Nicoletta suonava il piano, Christopher le percussioni. Passepartout Duo è il nome che hanno scelto per la loro orchestra privata e pubblica. Potrebbero scrivere un bel libro sulle residenze artistiche visto che si perde il conto di quelle che hanno trattenuto nella loro pregiata ricerca musicale. Dal 2015 scavalcano Paesi e frontiere musicali, certi, come sono, che tutti i confini siano friabili e vadano travalicati perché si possa approdare a qualcosa di simile alla commozione. DI MIRYAM SCANDOLA Nicoletta Favari e Christopher Salvito

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KYPE TRABALLA QUANDO INIZIAMO a parlare. Loro sono a Cipro, «in una residenza artistica», una delle infinite che hanno all’attivo. Il Wi-Fi non aiuta, le voci di Nicoletta Favari e Christopher Salvito, entrambi 26 anni, sono coraggiose e insieme lievi. La leggerezza che sanno conquistarsi solo gli audaci si infila nei loro discorsi e il perché si capisce presto. Lo sanno da quando hanno lavorato insieme la prima volta (nell’ensemble di musica contemporanea all’Atlantic Music Festival in Maine, ndr) che le credenziali dell’ispirazione non si trovano senza fatica; devono essere inseguite, a volte, addirittura intuite nelle suture degli incontri che si fanno, delle collaborazioni che si intrecciano. Lei è originaria della montagna veronese (Cerro, ndr), sulle spalle anni di conservatorio a Verona con il perfezionamento in Estonia e in Scozia. Poi l’America dove incontra lui, del New Jersey, percorso musicale diverso nei luoghi ma non dissimile per costanza e risultati. Si trovano e «una cosa tira l’altra» come ci dice Nicoletta, con uno stupore mai smussato. Dal 2015, anno della loro nascita come duo, viaggiano, fanno concerti, eseguono e compongono. Cuba, l’Islanda, in mezzo Berlino e Bruxelles. Ad unirli due si-

gilli tra i più perenni: la musica e l’amore. «La disciplina dell’azione desiderata» la chiamava Natalia Ginzburg e loro sembrano dei maestri in quest’arte quotidiana che è circostanziare i propri sogni. Un sito condensa quello che hanno fatto, dove, fino a questo momento, sono stati. Uno tra gli ultimi post che hanno pubblicato è dedicato proprio alle residenze artistiche, snodi fondamentali nella loro vita musicale come personale. Porti di mare provvisori, mai approdo ma sempre inizio che loro chiamano, di volta in volta, casa. «Da qualche anno abbiamo scelto di abbandonare ogni stabilità per lavorare ovunque, tra residenze, tournée e progetti in vari Paesi. Siamo in viaggio a tempo pieno». Bandi, concerti ma anche risorse messe a disposizione proprio dalle residenze permettono loro di fare quello che fanno, ovvero di consegnare l’arte all’imprevisto, rendendo il tutto sostenibile anche economicamente. «Non c’è un repertorio classico per le percussioni; siamo costretti ad innovare». L’articolarsi dei nuovi linguaggi si lascia guardare anche nei video che ritraggono le loro performance. Come in Poor Margie: Nicoletta al piano, Cristopher alle percussioni, la scenografia è una casa con la tappezzeria e i fiori freschi sul tavolo, da una

Questo articolo è stato scritto sulle note di Burlesque, Op. 97 - Nikolai Kapustin arrangiato da Nicoletta e Christopher:


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vecchia tv esce una voce registrata che integra e drammatizza la loro musica, creata da un compositore americano (Florent Ghys, ndr) ma arrangiata da loro stessi. Uno dei filoni della ricerca di Passepartout Duo è anche l’approccio allo strumento che può essere stravolto e ricomposto come in Digit #2 - Mayke Nas dove il piano è suonato con gli avambracci e con tutta l’intensità ironica, ma anche sconcertante, che ne consegue. «Filmiamo le nostre creazioni musicali, sia per narrare la nostra esperienza nel luogo in cui quel momento risiediamo, sia per raggiungere un pubblico più ampio». Una creatività, la loro, che sconfina anche nell’applicazione pratica, come nel ripensamento del bagaglio degli strumenti. «Non possiamo trasportare le percussioni e il piano sempre con noi. Soluzioni digitali e piccole tastiere ci accompagnano nei luoghi più improbabili». Il loro nomadismo artistico è quasi parte del pacchetto per chi fa musica classica-contemporanea e vuole farla con l’etichetta immensa della ricerca senza sconti, pura e finissima. C’È UN LUOGO, NELLA LORO GEOGRAFIA personale, sul quale ritornano spesso con il pensiero. «L’Islanda», dicono entrambi, quasi in fretta. A nord, nel villaggio di Ólafsfjörður, hanno composto il loro primo album/vinile (che uscirà nel mese di settembre e che deve il fascino della copertina agli artisti pechinesi, conosciuti proprio nella residenza islandese,

Yannis Zhang e Yumo Wu). L’idea era «creare un vinile che fosse per metà un’opera d’arte visiva, per metà un’opera d’arte musicale», frutto anche dello scambio con compositori locali che, nel silenzio limpido e feroce di zone così remote, fanno del suono una forma di necessità. L’elenco delle loro mete future è lungo, dentro c’è anche l’isola di Spitsbergen, in Norvegia, dove trova sede il quasi fantascientifico Svalbard Global Seed Vaul, ovvero, il più grande deposito di semi del mondo, più o meno, un’Arca di Noè della biodiversità. Nel canovaccio parallelo e trasversale, quello dei desideri, c’è, invece, un progetto al quale tengono molto. Attraverso i contatti che hanno stretto, con un concorso (finanziato poi grazie alla modalità del crowdfunding) vorrebbero dare la possibilità ai giovani artisti di sperimentare la vita in una residenza internazionale, ogni anno diversa. Intanto, fino all’aprile del 2020 saranno in viaggio. Perché solo tra peregrinazioni e dilatazioni riescono a condensare il loro tentativo, quello, come l’ha descritto qualche giornale straniero con parole incantate, «di due persone che cercano di dimostrare, senza sosta, che l’essenza dell’arte non può essere trattenuta dalle barriere di nessuna forma». ■ Per tutto il resto: passepartoutduo.com passepartoutduo@gmail.com

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DIECI ANNI DI PROSPETTIVA FAMIGLIA

QUELLA SFIDA EDUCATIVA CHE

NON FINISCE MAI

Raggiunge il traguardo dei dieci anni la scuola di formazione genitoriale e per educatori promossa da Associazione Prospettiva Famiglia. Il 28 settembre all’Alcione di Borgo Venezia una serata speciale per ripercorrere le tappe principali di questo percorso formativo, unico nel suo genere, che ha messo per la prima volta in sinergia tutte le componenti educative (genitori, ragazzi e docenti). DI MATTEO SCOLARI

I

L CALENDARIO DELLA DECIMA stagione è già pronto. Venti incontri, venti serate, da settembre 2018 a marzo 2019 con ospiti prestigiosi, tra cui l’ex magistrato Gherardo Colombo, e molti professionisti di spessore afferenti all’ambito educativo e a quello della formazione. È un impegno pubblico, del tutto gratuito e basato sul volontariato, quello messo in campo, ancora una volta, per il decimo anno consecutivo, da Associazione Prospettiva Famiglia per offrire – così com’è scritto nello statuto dell’associazione nata in Borgo Venezia nel 2007 - «momenti di formazione rivolti a genitori, giovani ed educatori in collaborazione con le scuole e le agenzie educative del territorio». E venerdì 28 settembre, alle ore 20.45 al Cinema Teatro Alcione, all’interno di uno di questi incontri previsti a calendario, si svolgerà una serata speciale proprio per ripercorrere assieme a molti dei protagonisti di questo decennio, le tappe principali del percorso fatto finora da Prospettiva Famiglia. «Sarà una serata per fare il punto di questi primi dieci anni ma, anche e soprattutto, per ribadire il nostro impegno futuro – spiega la professoressa Daniela Galletta, coordinatrice di Prospettiva Famiglia – Dal 2007 siamo promotori di una serie di azioni, di incontri, di iniziative e di interventi formativo-culturali a sostegno della famiglia che assu-

mono la forma di validi momenti di riflessione, crescita e formazione in collaborazione con le istituzioni e le agenzie educative del territorio. Il messaggio che vogliamo dare è che noi ci siamo e ci saremo ancora perché i ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di punti di riferimento e così anche i loro genitori». TRA GLI SCOPI DI ASSOCIAZIONE Prospettiva Famiglia c’è quello di individuare modalità che possano rendere più semplice l’orientamento, l’informazione, l’accesso e la fruizione delle opportunità educative presenti e disponibili sul territorio, rafforzando altresì il riconoscimento della centralità del ruolo genitoriale nell’educazione dei figli. «Essere genitore non è mai stato semplice e lo sappiamo bene. Tuttavia le difficoltà oggi, a nostro avviso, sono aumentate. – prosegue la docente – In dieci anni, grazie alle centinaia di incontri promossi sul territorio e alle numerose attività, abbiamo potuto beneficiare di un osservatorio privilegiato sui temi della crescita dei ragazzi e della genitorialità. Il 28 settembre andremo ad analizzare i principali cambiamenti e quelle che secondo noi possono essere delle risposte efficaci alle problematiche comuni che ogni giorno incontriamo su questo percorso». L’ingresso al Cinema Teatro Alcione è libero.■

Per informazioni: www.prospettivafamiglia.it


ARTICOLO PUBBLIREDAZIONALE

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n bel sorriso ridona autostima e gioia di vivere, ad ogni età. Ne è convinto il dott. Carlo Casato, titolare dello studio dentistico omonimo con sede a Verona in via Leone Pancaldo 76, e a Mantova in via Giovanni Acerbi 27. Laureato in medicina e chirurgia all’Università di Padova nel 1982 e specializzato in odontostomatologia all’Università di Verona nel 1985, il dottor Carlo Casato, assieme al suo team di professionisti, si dedica prevalentemente all’implantologia, alla parodontologia e alla protesi con particolare interesse alla rigenerazione guidata dei tessuti ossei e gengivali. Oggi con lui parliamo proprio di implantologia dentale osteointegrata la quale offre una longevità ed una qualità di vita eccezionali. Dott. Casato, da quanto tempo si parla di implantologia osteointegrata? Da circa 50 anni. Questa tecnica ha reso l'implantologia dentale sicura con risultati certi. Da allora ad oggi sono migliorati i protocolli e i materiali e si sono potuti valutare e conoscere i benefici di una soluzione che risolve e risponde in modo sicuro alla mancanza di denti. Quali sono i benefici più evidenti? Viene ripristinata la masticazione e migliorato l'aspetto del viso e del sorriso proprio perché gli impianti mantengono e preservano l'osso dei mascellari. Con una dentatura fissa non solo migliorano la masticazione, la digestione, ma anche l'autostima e la sicurezza personale, e quindi i rapporti sociali. Quanto è diffusa l’implantologia in Italia? Il nostro Paese detiene con la Svezia il primato mondiale per l'implantologia. In Italia ogni anno circa 400 mila persone si curano con l'implantologia con ben 1 milione di impianti: una media di circa 2,4 impianti a testa. Con quali risultati? E’ interessante citare una ricerca Nelsen: i connazionali che hanno utilizzato l'implantologia si ritengono soddisfatti perché l'impianto è fisso (36,1%), dura a lungo (29%), non coinvolge i denti vicini (27,7%), permette di masticare meglio (21,4%), migliora l'estetica (19,1%). Per la maggioranza degli intervistati la miglior fonte di informazioni per l'implantologia è il proprio medico dentista che considerano come medico professionale (37%) disponibile

(35%), simpatico (21 %), bravo (33%), meritevole di fiducia incondizionata (73%). Studi scientifici inoltre accertano che l'affidabilità della terapia implantare osteointegrata è altissima con oltre il 90% di successi. Quanto è migliorata la tecnica rispetto a qualche anno fa? Oggi per il dentista è tutto ancora più semplice e per il paziente meno invasivo e veloce. È possibile infatti utilizzare un sistema integrato computer assistito per programmare il posizionamento degli impianti e dei denti in modo corretto e sicuro con garanzia dei risultati. L'intervento viene realizzato virtualmente programmandolo con il computer ed eseguito poi sul paziente senza tagliare la gengiva con l'aiuto di una dima chirurgica ottenuta dalla precedente programmazione con il computer. Gli impianti vengono così posizionati ed orientati correttamente e il paziente avrà un post operatorio sereno senza dolore e con pochissimo gonfiore. Quanto bisogna attendere per i denti temporanei dopo l’operazione? Soltanto poche ore, e potranno essere utilizzati da subito dal paziente. Questo è possibile perché i denti vengono costruiti prima di posizionare gli impianti utilizzando i dati della programmazione eseguita con il computer per programmare la chirurgia guidata. Con tutta questa tecnologia, quanto conta il fattore umano? Il fattore umano è sempre centrale e fondamentale, il dentista e l'odontotecnico devono acquisire i dati per la programmazione nel modo corretto ed applicare scupolosamente i protocolli previsti. Il paziente per avere un risultato sicuro nel tempo deve mantenere una adeguata igiene domiciliare quotidiana ed eseguire periodiche igieni professionali nello studio, questo per evitare l'insorgere di infezioni gengivali, i cui sintomi principali sono il sanguinamento, l'edema gengivale e la carie.

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ASSOCIAZIONI LUMINOSE

SE UN ARCOBALENO DURA DIECI ANNI

In Valpantena è un positivo e deciso proliferare di associazioni. D’altronde, in questa società, come dicono gli economisti, «il lavoro dobbiamo crearcelo». L’Associazione professionale Arcobaleno lo fa, senza sosta, da 10 anni.

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UESTO ARCOBALENO è nato a Verona nel 2008 dall’incontro di tre esperte psicomotriciste: Cristina Beccherle, Stefania Iori e Roberta Mantovani, unite dal desiderio di favorire il benessere dei bambini e dei genitori, attraverso discipline come la psicomotricità, le tecniche di animazione e di rilassamento, ma anche approcci innovativi orientati alla possibilità di stringere significative relazioni umane. In Valpantena, l’Associazione Arcobaleno è presente in più scuole, sia al mattino che nel pomeriggio con gruppi extra-scolastici. Nel corso degli anni, ha saputo farsi apprezzare dalle istituzioni e, soprattutto, dai genitori, alle prese con una società in veloce cambiamento. I laboratori vengono proposti agli enti pubblici e privati, con un indirizzo

Le tre psicomotriciste

trasversale: asili nido, scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado. In orario scolastico ma anche extrascolastico con progetti specifici, nella maggior parte dei casi richiesti dalle strutture. Nel pomeriggio, inoltre, le tre psicomotriciste elaborano e realizzano progetti per i bambini, coinvolgendo anche i genitori con laboratori ad hoc. RACCONTA CRISTINA BECCHERLE, una delle socie fondatrici dell’Associazione professionale Arcobaleno: «Del lavoro di questi dieci anni siamo molto soddisfatte, soprattutto, per come siamo state accolte dalle famiglie del territorio. Abbiamo offerto un servizio preventivo-educativo in risposta ai bisogni di crescita armonica sempre più presenti in età evolutiva, creando anzitutto un rapporto di fiducia e collaborazione con i genitori dei bambini che frequentano la nostra associazione. Abbiamo poi pensato di estendere l’offerta educativa con proposte di uscite all’aperto ed attività in natura sia per bambini che per adulti. - e conclude - Un grazie sincero a tutti i nostri collaboratori e colleghi che ci hanno affiancato con la loro professionalità in questi dieci anni di lavoro». Infatti, in casi particolari, la realtà si avvale anche dell’esperienza specifica di altri consulenti. ■

DI ALESSANDRA SCOLARI


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TRA RUGBY & PALLANUOTO

NON DI SOLO CALCIO

Le atlete della CSS Verona

Gli atleti del Verona Rugby

Non solo calcio nella nostra città. Con la vittoria, la scorsa stagione, nei rispettivi campionati e con l’accesso alla massima serie, le ragazze della pallanuoto CSS Verona e i ragazzi del Verona Rugby aggiungono ulteriore spettacolo al già ricco carnet sportivo scaligero. Entrambe le formazioni sono state ricevute a fine agosto a Palazzo Barbieri per un riconoscimento ufficiale da parte dell’Amministrazione. DI MATTEO SCOLARI

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ONNE E UOMINI DI GRAN carattere, pronti a lottare su ogni palla e a credere, fino all’ultimo, al raggiungimento di un grande obiettivo. Stiamo parlando delle atlete della CSS Verona e degli atleti del Verona Rubgy, protagoniste e protagonisti della scorsa stagione, con la straordinaria e storica vittoria nei rispettivi campionati. Le ragazze di mister Giovanni Zaccaria hanno conquistato per la prima volta in assoluto la Serie A1 passando dalla lotteria dei Play Off, superando prima Napoli in semifinale, poi la favorita Ancona nella finalissima. Il pass della categoria superiore è arrivato negli ultimi quattro minuti di “gara tre”, giocata nelle Marche, con il sorpasso al fotofinish sulle avversarie che fino a quel momento si trovavano in vantaggio. I giovani del coach Antonio Zanichelli, che ha preso in mano la squadra quattro anni fa con l’obiettivo di ottenere risultati importanti, sono riusciti a ribaltare la sconfitta casalinga contro Piacenza e a superare i Lyons sul loro terreno di gioco, tagliando così lo storico traguardo dell’Eccellenza. Anche per la società scaligera della palla ovale si tratta della prima volta in 55 anni di storia. Verona Rugby che, tra l’altro, non si è accontentato e ha vinto anche il titolo di Campioni della Serie A, il 27 maggio, al termine della vittoria contro i padovani del

Valsugana per 20 a 14. Entrambe le squadre, comunque, si erano già aggiudicate la promozione nella massima categoria del rugby italiano. SIA LA CSS CHE IL VERONA RUGBY, per i risultati ottenuti, sono stati ospiti in due giornate diverse a Palazzo Barbieri, ad agosto, per ricevere dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore allo sport Filippo Rando le congratulazioni dell’Amministrazione comunale e di tutta la città scaligera. Grazie anche a queste affermazioni sportive, alle quali si aggiunge la splendida promozione in serie C, sempre nella scorsa stagione, della Virtus di mister Gigi Fresco, Verona può vantare a livello nazionale una presenza quantitativamente rilevante in numerose discipline sportive professionistiche: nel calcio maschile con Chievo in A ed Hellas in B, nel calcio femminile con AGSM Verona Womens e Fimauto Valpolicella in serie A, nel basket con la Scaligera, nella pallavolo con la BluVolley, nella pallamano femminile con l’Olimpica Dossobuono e ora, dicevamo, anche nella pallanuoto e nel rugby. Senza dimenticare l’impegno dei Mastini nel football americano e del Verona Baseball nello sport più amato dagli americani. Insomma, una Verona a tutto sport, che piace e che accontenta tutti. Una volta tanto. ■


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VITE SPORTIVE

IL DESIGNER CHE

DISEGNA PARABOLE ( CON IL FRISBEE)

Medaglia d’argento del mondiale under 24 al collo, Michele Farina è stato il primo giocatore veronese a giocare in serie A. Per lui, appena 23enne, lo sport è una condizione indispensabile per mantenersi sano, nella vita e nel corso di studi appena concluso. I Simpson dopo pranzo e mi metto subito al lavoro o sui libri». Una vita sportiva che si sposa, dunque, con gli studi: Farina è designer, fresco laureato all'Istituto d'arte applicata e design di Torino. Insomma, traiettorie oblique, parabole e fendenti tanto nello sport quanto nelle ambizioni professionali, una ricerca costante di oltrepassare i propri limiti.

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'ERA UNO SLOGAN PUBBLICITARIO, una ventina di anni fa, che recitava più o meno così: «La potenza è nulla senza controllo». Ecco, vedere in campo il personaggio in questione è questo: un atletismo eccezionale fatto di scatti, sterzate e cambi di direzione. Per non parlare di quando spicca il volo, cercando di stare in cielo una frazione di secondo in più dell'avversario. Il tutto a servizio del gioco di squadra, composto da schemi in cui la pulizia nell'esecuzione può determinare lo scarto tra obiettivo centrato o mancato. Lui si chiama Michele Farina, è un 23enne originario di Povegliano Veronese ed è un giocatore di “ultimate”, sport principe delle discipline con il frisbee. Non un giocatore qualunque, visto che milita in serie A e nello scorso gennaio è tornato dall'Australia con una medaglia d'argento al collo, conquistata con la Nazionale Under 24, finale mondiale persa solo all'ultima meta contro gli Usa. «Sin dai tempi delle medie – dice Farina, le cui parole ogni tanto tradiscono la giovane età – ho fatto mio il detto mens sana in corpore sano. Da sempre mi sento "super full of energy" e, piuttosto di saltare il momento quotidiano dedicato all'attività fisica, rinuncio a guardare

QUELLO CHE L'HA CONQUISTATO dello sport conosciuto a 16 anni? «L'atletismo è importante quanto lo "spirito del gioco". Arrivavo da un ambiente troppo agonistico, nel basket. La lealtà e il rispetto degli avversari che ci sono nell'ultimate mi hanno fatto capire quanto facesse totalmente per me: è uno sport che, a livello personale, mi ha fatto crescere». L'ultimate si inserisce in quella selva di discipline cosiddette minori, eppure la finale mondiale ha smosso alcune centinaia di appassionati a bombardare di e-mail il direttore della Gazzetta dello Sport affinché la "rosea" descrivesse anche l'impresa della giovane Italia tra le mille news di calcio, motori e i soliti sport. Una finale che ha smosso emotivamente anche Michele: «In quella partita per la prima volta ho sentito la maglia azzurra completamente mia, come se giocassi non per la mia squadra, ma per i tifosi, per l'intero movimento italiano e la sua storia». Una storia ben lontana dall'essere conclusa e che potrebbe avere prospettive a cinque cerchi, magari con un veronese ad artigliare il disco in area di meta. ■

DI EMANUELE PEZZO

Michele Farina

DISCOVER ULTIMATE VERONA, IN BREVE: Ne è passato di tempo da quando, nel settembre 2011 il Cus Verona ha dato modo ad alcuni ragazzi di far nascere una nuova realtà in seno al centro sportivo universitario. Nelle stagioni i Discover, squadra da cui Michele Farina è partito, sono gradualmente cresciuti, seguendo l’evoluzione dell’ultimate in Italia: nella stagione 2018/19 non solo prenderanno parte per il quinto anno consecutivo ai Campionati italiani categoria Open, il secondo consecutivo in serie B e con una seconda squadra in C, ma organizzeranno anche un raggruppamento dei campionati Mixed (uomini e donne), i prossimi 6 e 7 ottobre a Parona. Chi volesse vedere da vicino questo sport spettacolare, basato sulla lealtà sportiva eppure incredibilmente agonistico, può tenere d’occhio la pagina Facebook.com/DiscoverUltimateVerona.


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IL FIORE DELL’ARTE

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OGNI MESE UN PETALO E UNO SCORCIO IL FIORE DELL’ARTE

MAUSOLEO BRENZONI,

LA PRIMA OPERA AUTOGRAFA DI PISANELLO

È uno dei più importanti monumenti funebri veronesi del 1400, realizzato dallo scultore Nanni di Bartolo e dal celebre pittore Pisanello.

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NTRATI NELLA CHIESA di San Fermo Maggiore, siamo abituati ad ammirare il mausoleo Brenzoni da lontano, essendo in una posizione sopra elevata. È quindi difficile scorgere certi particolari. Questa volta, però, grazie alla pulitura effettuata dai restauratori, siamo riusciti a salire sul ponteggio e a osservarlo da vicino. Un’esperienza emozionante animata dalla consapevolezza di essere innanzi a un capolavoro di due Maestri dell’arte italiana. Della maestosa tomba celebrativa di Nicolò Brenzoni, realizzata nel 1426, non ne è rimasto ormai che uno scheletro. Sebbene siano intatte le opere scultoree, lo strato pittorico si è ridotto ad un velo sottile. Ciò che colpisce, ad uno sguardo ravvicinato, è il virtuosismo scultoreo e la realizzazione dei busti delle guardie a tutto tondo, anche nei punti che sarebbero stati impossibili da vedere da basso. Nonostante, infatti, il monumento si trovi ad una certa altezza da terra, non mancano particolari scolpiti visibili solo da vicino come le unghie dei putti e del Cristo benedicente, oppure le rughe attorno agli occhi chiusi delle guardie, la bocca semiaperta ad indicare un moto inter-

no dell’anima; e poi, ancora, i peli dei baffi, uniti in onde che arrivano alla mandibola. Sono visibili perfino le nocche delle dita. Il soldato di sinistra è stato realizzato con un taglio di capelli all’ultima moda, con la chioma separata in tante piccole ciocche, sopra una fronte corrugata e una bocca che conserva ancora poco del colore originario. Quello in mezzo, invece, l’unico che ha il viso rivolto verso il sarcofago, mostra ancora le pennellate nere delle ciglia. È SORPRENDENTE LA RICCHEZZA di particolari delle armature, in origine decorate con foglie d’oro di cui non sono rimaste che poche ombre, così come pure sulla veste del Cristo e in tanti altri punti nella pittura del Pisanello. Notevoli anche i ricci delle due figure femminili ai lati, scolpiti con senso plastico e naturalistico. Vi sono poi gli affreschi che rivelano particolari sorprendenti come le armature dei due arcangeli, raffigurati sopra gli angoli superiori della cornice, definite con incisioni per creare profondità. Bellissima, poi, la scena dell’Annunciazione in cui una, appena visibile, colomba si dirige verso la Vergine, illuminata

A CURA DI ERIKA PRANDI


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dalla luce divina resa dall’effetto di tanti punti dorati. Merita un accenno anche l’edificio gotico retrostante e il repertorio di animali: il cane, simbolo di obbedienza, ai piedi di Maria, e i due colombi, rappresentazione dello Spirito Santo, accanto all’arcangelo Gabriele. Sulle rocce ai piedi del monumento sono scolpite due lucertole, personificazione dell’anima che cerca la luce, Cristo, e una lumaca, simbolo di pazienza e di tenacia. ■ SPAZIO PUBBLICITARIO

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SGUARDI TRA CINEMA&CO

co min g s oon

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a cura di Mattia Zuanni

IL FILM

Winston Deavor, giovane magnate da sempre grandissimo fan dei supereroi vuole provare a dimostrare che, al contrario del pensiero comune della gente, i Super non sono fuorilegge, anzi: è ora di dimostrare la loro utilità alle istituzioni. Convinto che il problema sia di percezione, la sua idea è quella di dotare Helen (Elasticgirl) di una telecamera per mostrare alla gente il suo punto di vista. Nel frattempo toccherà a Mr. Incredible stare in panchina, occupandosi dei figli Violetta e Flash, ma soprattutto del piccolo Jack Jack.

CURIOSITÀ

Il secondo capitolo della famiglia di supereroi più amata del mondo ha incassato 573 milioni di dollari nelle prime sei settimane di programmazione, 180 dei quali solo nel primo weekend. Il regista Brad Bird, oltre ad essere grande amico di John Lasseter (regista tra gli altri di “Toy Story” e “Cars”), ha anche ideato il personaggio di Krusty, il clown dei Simpson.

Titolo: Gli Incredibili 2 Genere: Animazione Durata: 118 minuti Regia: Brad Bird Uscita (Italia): 19 settembre

Fotografa qui per vedere il trailer del film

C LASSICI DA NON PERDERE Titolo: The Bourne Identity Genere: Azione, Thriller Durata: 119 minuti Regia: Doug Liman Attori: Matt Damon, Franka Potente, Chris Cooper, Clive Owen

Il film molto deve al libro Un nome senza volto di Robert Ludlum del 1980. Si racconta la storia di un uomo misterioso (Matt Damon), che ha dimenticato ogni aspetto del suo passato. Viene recuperato al largo del Mediterraneo da un peschereccio. Ferito sulla schiena da alcuni proiettili, sotto la pelle nasconde un impianto con un piccolo proiettore laser con tanto di numero di conto bancario: questo è l’unico indizio che ha per scoprire la sua identità.

Foto artisticamente scattata da Colato Cesar

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UNO SCATTO “interpretato” Da oltre dieci anni è un angolo perduto della città. Quello che fu il cinema Astra oggi riposa incerto in via Oberdan. Alcune intermittenti iniziative hanno cercato in passato di gettare brevi luci sullo stato di abbandono della struttura come nel 2016 con un progetto di sensibilizzazione sul tema del riuso urbano con M15 Verona e l’Ordine degli Architetti di Verona a cura di Interzona. Il fotografo veronese Colato Cesar con questo scatto ha cercato, allo stesso tempo, di trattenerne i contorni e di stravolgerli. Come in una boccia di vetro, si guarda al passato senza cedere il passo a facili cinismi sul futuro. Senza polemiche ma con interrogativi. Uno boccia di vetro, un’ipotesi di vita.


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IL LIBRO. L’hanno definito un irriducibile eccentrico della letteratura. Leggendo Poichè ero carne, storia della madre di Dahlberg e di conseguenza dell’autore stesso, si capisce quali elementi della sua vita ne hanno forgiato il particolarissimo stile letterario. Tra citazioni della Bibbia e dei classici greci, tra le pagine di questo romanzo si fanno largo le vicissitudini di Lizzie, barbiera e callista con aspirazioni umili eppure toccanti, ambientate nell’ideale epos offerto da Kansas City, «città selvaggia, concupiscente, dove quasi nessuno pensa alla morte finché non è vecchio o malato».

Titolo: Poiché ero carne Autore: Edward Dahlberg Casa Editrice: Adelphi Pagine: 268 Traduzione: J. Rodolfo Wilcock

L’AUTORE. Edward Dahlberg è nato a Boston, nel Massachusetts, da Elizabeth Dahlberg. Insieme, madre e figlio condussero un’esistenza vagabonda fino al 1905, quando lei aprì il Star Lady Barbershop a Kansas City. Quando aveva sei anni, Dahlberg visse in un orfanotrofio cattolico a Kansas City per un anno. Nell’aprile 1912, fu invece mandato in un orfanotrofio ebreo a Cleveland, Ohio, dove visse fino al 1917. Dopo la sua partecipazione alla Prima guerra mondiale, Dahlberg divenne un fervente anti-nazista e scrisse il primo libro contro la Germania nazista negli USA, Those Who Perish. Il suo impegno civile continuò per tutta la vita: nelle sue opere Dahlberg difese spesso agli afroamericani, i nativi americani, gli ebrei, gli immigrati e i lavoratori delle fasce più basse della popolazione. CURIOSITÀ. Lo stile insolito di Dahlber lo rende uno scrittore difficilmente riconducibile al solo genere americano: tra le sue pagine non è strano trovare citazioni dei grandi classici greci e latini, profonde digressioni filosofiche sull’essere umano e odi ai più grandi scrittori americani dell’epoca. Il tutto accanto a racconti popolati da alcolizzati e prostitute. Una vita da vagabondo e un’anima nomade lo condussero negli anni Venti a Parigi dove entrò in contatto con l’élite letteraria americana espatriata in Francia: Joyce, Beckett, O’Casey, Hemingway, F. Scott Fitzgerald, T.S. Eliot, Ezra Pound, Yeats, D.H. Lawrence. Proprio Lawrence divenne il suo padrino letterario e scrisse anche la prefazione del suo primo libro, Vita da cani.

PAGINE PER I PIÙ PICCOLI

Titolo: La mia amica Colette

Autrice e illustratrice:

Isabelle Arsenault

Casa Editrice: Mondadori Pagine: 38 Età: Bambini dagli 8 anni

A CURA DI

ALESSANDRA SCOLARI

IL LIBRO. La parola chiave di questo bellissimo albo illustrato è l’amicizia. Colette, una bimba di quasi 8 anni, si è appena trasferita in un nuovo quartiere, è sola e non conosce nessuno. I genitori, indaffarati a sistemare casa, la mandano fuori, dicendole che per il momento non potrà avere nessun piccolo animale da compagnia. Colette si sfoga tirando calci a uno scatolone del trasloco. Così a testa bassa, molto arrabbiata, e con il solito «Uffa!», «Uffa!» esce. Le si avvicinano due bambini, del cortile accanto che, titubanti, fanno le presentazioni. Colette, continuando a calciare lo scatolone, inventa un’ingenua bugia «ho perso il mio cucciolo» e nella sua immaginazione improvvisa «un pappagallino». I ragazzi si offrono di aiutarla a cercarlo. Lungo la strada Colette aggiunge alcuni indizi e il pappagallino prende forma. I ragazzi attivano altri amici del vicinato, forniti di binocolo e quant’altro e tutti vengono coinvolti in questa fantasiosa ricerca. Colette aumenta i dettagli sul suo animale, ne disegna uno (non molto bene), ne illustra le qualità, finché la storia le sfugge di mano. La mamma la chiama per la cena. I ragazzini l’aspettano per la fine del racconto. La solitudine è vinta. L’AUTRICE. Vive a Montréal con il marito e i figli. È una bravissima illustratrice per l’infanzia, apprezzata in tutto il mondo. E in questo albo illustrato aggiunge un altro gioiello al suo ampio archivio. Le sue opere le sono valse numerose onorificenze, tra le quali il Prix du Gouverneur général, il massimo riconoscimento letterario del Canada. Per Mondadori ha pubblicato anche Ninnananna di stoffa, testo di Amy Novesky e i due graphic novel Jane, la volpe & io - con il quale ha vinto il premio LiBeR 2015 - e Louis e i suoi fantasmi, testi di Fanny Britt. CURIOSITÀ. Non poteva che uscire dalla penna di una delle più raffinate illustratrici contemporanee un albo che racconta il bisogno dei bambini di sentirsi accolti, attraverso il potere dell’immaginazione. In un’epoca in cui, fin dalla prima infanzia (tra ipad, cellulari e televisione) vince l’immagine, in questo libro se ne esaltano le qualità: spiccano i visi dei ragazzini che esprimono ansia, stupore, vivacità e idee che si accendono come lampadine. Quasi una conferma che il coinvolgimento reale (non virtuale) porta vita e gioia. Poche le parole scritte (a mo’ di fumetto), parlano le immagini (ad esempio quella finale che riassume la storia) che allargano i confini della fantasia.

UN ASSALTO POETICO DA NON RIMANDARE Settembre è un mese lirico secondo il poeta Franco Arminio che ha indetto per il 15 settembre “l’assalto alla poesia” in tutte le librerie d’Italia. «Un assalto alla miseria spirituale che sta conquistando tutto. Comprare un libro di poesia, farlo insieme a tanti altri, è uscire dalla mestizia che aleggia intorno alla letteratura».

SE VI SERVE UN PO’ DI POESIA Delle cose che bruciano non rimane che il sole. L’uomo e il vino han tradito e consunto quelle ossa stese brune nell’abito, ma la terra spaccata ronza come una fiamma. Non occorre parola non occorre rimpianto. Torna il giorno vibrante che anche il corpo era giovane, più rovente del sole.

(da La vecchia ubriaca di Cesare Pavese)


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PILLOLE DI MAMMA CON UN PO’ DI AMOREVOLE IRONIA

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come inserimento

Settembre è il mese più importante dell’anno. È il momento in cui tutto inizia o ricomincia: lo studio, il lavoro, il ritmo della nostra quotidianità. A CURA DI SARA AVESANI

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ER COLORO CHE VANNO A SCUOLA per la prima volta, piccoli o grandi che siano, si aprirà un capitolo importante di crescita. Non solo per i figli ma anche per i genitori che lo vivono spesso con forte preoccupazione. La tragedia più grande, di solito, avviene per l’inserimento al nido o alla scuola materna. Per chi è al primo figlio, si tratta di un vero e proprio ostacolo da superare. In particolare per il nido, direi, perché, soprattutto le mamme, nonostante sappiano razionalmente che i loro bimbi andranno a stare bene, vivono un terribile senso di colpa. Alla prima riunione dei genitori vi vedrete consegnare un foglio con tutte le date dell’inserimento che durerà dalle due alle tre settimane, per permettere al piccolo di abituarsi al nuovo ambiente. C’è da dire che per molti, lavorando, sarà dura organizzarsi. Un giorno rimarrà all’asilo un’ora insieme a voi, il giorno dopo due ore, il terzo ancor di più, fino a quando, il fatidico ultimo giorno, si fermerà - da solo - a dormire per la nanna pomeridiana. Tutto questo naturalmente al netto di malattie impreviste. Il mio ultimo inserimento, ahimè, è durato quasi un mese ma sono sicura che a voi andrà meglio. LA CRISI? CI SARÀ! La passano tutti i bimbi, chi più, chi meno. Si attaccherà alle gambe, al collo, e non vi lascerà andare e voi non riuscirete a far andare lui, e saranno urla da esorcista ma non preoccupatevi: passerà e voi ce la farete. Succederà, anzi, che appena volterete l’angolo, smetterà di piangere e inizierà a giocare. Vi diranno poi che mangerà tutto volentieri e che dormirà nel suo lettino tranquillo dopo un po’ di coccole. I bambini sono fantastici e noi impareremo a conoscerli anche attraverso il loro comportamento a scuola. Importante, durante il momento dell’ambientamento, è anche il gruppo di mamme che incontrerete. Immancabile ormai ovunque, la "mamma ansia" che si porta cento ciucci, cento biberon, venti cambi e vi contagerà con la sua paura che il figlio si soffochi con il cibo. Non mancherà, anche in vostra presenza, di sbirciare perfino dalla finestra per controllare le maestre (alla faccia della fiducia dichiarata). Per fortuna, a bilan-

ciare ci sono anche le "mamme easy", di solito, hanno già vissuto questa esperienza e sono più tranquille. Poi ci sono le madri che pretendono si insegni inglese, matematica e coding al primo anno di nido. Le “mamme lacrime” che non reggono tutto lo stress emotivo del caso e appena escono dall’aula, piangono a dirotto (quanto le capisco!). Io sono stata tutte queste mamme insieme. Credo sia naturale all’inizio avere dei timori ma sappiate che poi i bimbi si divertiranno e saranno sereni. Impareranno a vivere nel loro mondo e a condividere gli spazi e i giochi con gli altri mostriciattoli presenti. È uno dei più bei regali che potrete fare loro. ■

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Il Muro di Giulietta Dimenticare è sempre tradire. Per questo il tuo nome io lo ripeto sottovoce, ai semafori o quando sono in fila da qualche parte. Il ricordo del tuo sorriso lo infilo ancora dentro qualcuno dei miei, la tua voce sventata in qualche mia preghiera dimenticata.

Non posso neanche pensarlo un mondo che non ti contempli. Tu mi sei necessaria. (Aldo)

(Nat.)

Sii coraggiosa. (Per L.)

Ti sei messo le scarpe, le hai allacciate con la solita furia delle cose poco importanti. Sei uscito, un bacio sulla fronte di tuo figlio e uno sulla mia guancia quotidiana. Non lo sapevi che era il tuo ultimo giorno. E io non lo sapevo che quello, così impacciato e normale, sarebbe stato il nostro ultimo mattino.

A tutte le volte che ci siamo sbagliati, nel senso di incontrati e poi lasciati perdere, per paure vestite da timidezze. (O.)

(Paola)

Tieni. Prendi queste mie parole e usale come se fossero il bacio che non sono riuscita a darti.

Scusa.

(Mi.)

(Mario per Federica) Ormai l’ho capito: tu sei di facile approdo, ma di conquista impossibile. Perché nel tuo sguardo si nasconde tutto quello che di grande e immenso ho sempre sperato di poter vedere.

A voi, che non scrivete dediche perché un po’ lo sapete che certi angoli dell’anima, quelli dove si condensano le nostre cose fragili, così aggrovigliate e perenni, non possono trovare spazio di esposizione.

(A Beatrice)

(M.)

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ANGOLO PET OGNI MESE QUELLO CHE C’È DA SAPERE

IL RINOCERONTE,

L’ETERNO MINACCIATO Ogni anno vengono uccisi oltre mille esemplari dell’animale e oggi, delle trenta specie originarie, ne restano solo cinque. A minacciarli è il bracconaggio e il commercio che si è creato attorno al loro corno. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, il Wwf ha istituito la Giornata mondiale del rinoceronte. Sarà il prossimo 22 settembre.

L

'UOMO PUÒ MODIFICARE i comportamenti che causano sofferenza agli animali, può limitare lo sfruttamento del pianeta e può evitare di esercitare prevaricazione sulle altre persone. Purtroppo, tutto questo non accade sempre, perché intervengono altri fattori che smuovono gli istinti più bassi dell’uomo. A pagarne il prezzo, spesso, sono gli innocenti, come i rinoceronti, uccisi o lasciati agonizzanti unicamente per impossessarsi del loro corno. Questi enormi erbivori sono animali pacifici che amano brucare e restare per ore nel fango (anche fino a 9 ore). Nel mondo, a causa dell’ingiusta mattanza che li colpisce, ne restano meno di 30mila, suddivisi in 5 specie: 20mila rinoceronti bianchi meridionali (Sudafrica), 5000 neri (Africa meridionale e orientale), 3500 indiani (India e Nepal), meno di 100 di Sumatra e 60 di Giava (dati diffusi dalla Ong Wild Aid). IN KENYA, NAMIBIA, TANZANIA E ZAMBIA è venuto meno il 90% della specie, sancendo la

scomparsa definitiva dell’animale in altri Paesi come, ad esempio, Sudan e Ciad. Chi richiede il corno - il cui valore si aggira attorno ai 95mila dollari al chilo (dati del 2013) – ma anche i bracconieri stessi non si curano minimamente delle conseguenze sul fronte della perdita di biodiversità. Il corno è molto richiesto in alcune culture, come nella medicina tradizionale cinese, dove viene utilizzato in forma polverizzata per guarire da certe patologie e, addirittura, come afrodisiaco. Nello Yemen, il corno viene usato come manico della «Jambiya», tipico pugnale ricurvo. In altri Paesi viene, invece, venduto come costoso souvenir. Alcuni governi, per disincentivare il commercio illegale, recidono preventivamente i corni (che sono fatti di cheratina e ricrescono una volta tagliati). Per fortuna, non ci sono solo brutte notizie. La popolazione di rinoceronti è aumentata in Africa (+7,2% rinoceronte bianco; +4,8% rinoceronte nero) grazie all’impegno del Wwf che, insieme al network TRAFFIC (Trade Records Analysis of Flora and Fauna in Commerce), combatte da anni il commercio illegale di specie. Inoltre, con la IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), l’ente lavora per la conservazione delle popolazioni di rinoceronti rimaste, assistendo i governi nei loro sforzi per combattere il bracconaggio, preservando il loro habitat e la riproduzione in cattività. Il 22 settembre sarà l'occasione per sensibilizzare l'opinione pubblica. Per dire basta a questa strage che vede l’uomo come principale responsabile. ■

ADDIO A SUDAN, L’ULTIMO MASCHIO DI RINOCERONTE BIANCO SETTENTRIONALE Aveva un’infezione incurabile alla zampa, Sudan, 45 anni, viveva in Kenya ed era l’ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco settentrionale. La sua scomparsa porta all’estinzione di questa sottospecie di rinoceronte anche perché le due femmine rimaste in cattività, Najin e sua figlia Fatu, avrebbero già superato l’età utile per la riproduzione. Nel 1960 se ne contavano oltre duemila esemplari poi, tra gli anni Settanta e Ottanta, a causa di un boom nella richiesta di corni, sono stati sterminati dal bracconaggio.

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BELLEZZA AL NATURALE Maschere per il viso alla frutta

Mele, albicocche, fragole e melone: non solo deliziosi da mangiare, ma anche ricchi di vitamine e proprietà benefiche per la pelle. Con questa frutta, infatti, è possibile preparare semplici ricette di bellezza per un viso tonico e luminoso. Attenzione, però: ad ogni tipologia di pelle corrisponde una specifica ricetta che sfrutta tutte le proprietà della natura. Per pelli grasse. Frullare una mela fino ad ottenere una purea da mescolare poi con due cucchiai di miele e un cucchiaino di farina d’avena. Applicare sul viso, evitando il contorno occhi, per circa 15 minuti. Infine, risciacquare. Per pelli grasse con effetto astringente. Frullare tre fragole e aggiungere 2 cucchiai di miele e un cucchiaino di succo di limone. Lasciar agire 5-10 minuti prima di risciacquare. Per pelli secche. Frullare 100 grammi di polpa di melone e filtrarla per rimuovere eventuali impurità. Aggiungere poco a poco mezzo bicchiere di latte, in modo da ottenere una crema facilmente applicabile sul viso. Lasciar agire per una decina di minuti e poi risciacquare bene. Per pelli miste. Frullare una mela e aggiungere mezzo cucchiaino di argilla verde, mescolando bene il composto. Lasciare sul viso per 5 o al massimo 10 minuti.


STORIE DI STORIA 70

LIBERAMENTE ROMANZATE

No – ga – l’ora?

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OS’È IL CENTRO STORICO di una città senza un Orologio? Lo si può definire tale? La risposta a questa domanda mi assillava da così tanto tempo che non me ne facevo una ragione. Guardavo le città vicine, un tempo nostre avversarie o alleate, a giorni alterni o a seconda delle Signorie che le guidavano ed ero sempre più convinto che Venezia o Mantova potessero davvero definire il loro centro come “storico” proprio perché potevano esibire un Orologio pubblico che scandiva il passare delle ore con precisione. Per non parlare di Londra e il suo grande Big Ben. Ebbene, tanta era la mia voglia di elevare Verona al rango delle più grandi bellezze del nostro Paese che decisi di donare al Comune un grande Orologio, composto da due quadranti da posizionare giusto al centro dei Portoni. Lo scoccar delle ore poi, doveva esser accompagnato dal suono della campana posta sulla cima della Torre Pentagona. Nessun progetto, ahimè, è facile nella sua realizzazione e i lavori andarono per le lunghe. Dapprima fu la campana, con il suo suono afono e stonato, a portare un effetto disastroso. Poi ci si mise pure l’Orologio, incapace di tener con pre-

cisione il trascorrere delle ore. Tra mille fanfare, l’opera fu inaugurata il 2 giugno 1872 e da quel giorno, nemmeno pregando Gesù Cristo, l’Orologio usciva vincente nella sua infinita lotta contro il tempo. Quello che doveva essere un dono alla mia amata Verona insomma, mi si stava ritorcendo contro e voi li conoscete i veronesi: sempre pronti a burlarsi dei guai altrui. Dall’anagramma del mio cognome così l’Orologio venne affettuosamente soprannominato No-gal’ora, sottolineandone l’inefficienza cronica. “El gà pèrso el batènte” scherzavano altri visto che, averlo o meno quell’Orologio, non faceva alcuna differenza. La fortuna però venne in mio aiuto: conoscevo un buon orologiaio, era di Vigasio e si chiamava Bortolo Montemezzi. Lo pagai due rosetine, una cifra considerevole per il mio tempo. Era il 1879 e finalmente l’Orologio iniziò a scandir il passar delle ore come si conveniva. Con buona pace per i miei concittadini burloni. Conte Antonio Nogarola * el gà pèrso el batènte: ha perduto l’orologio *rosetine: banconote da 10.000 lire

DI MARCO

ZANONI


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CONSIGLI E RIFLESSIONI

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TARGATI ADICONSUM

UN MARE

DI PLASTICA

Il 12 settembre, giornata internazionale senza sacchetti di plastica, è una buona occasione per compiere una riflessione sulle nostre abitudini di consumo di un materiale che sta imprigionando e avvelenando il pianeta, cominciando dal mare.

I

L MARE È INVASO DALLA PLASTICA. È un'affermazione buttata lì in molteplici occasioni dai mezzi di informazione, una notizia ripetuta così spesso che quasi non ci si fa più caso. Del resto per chi vive nell'entroterra il mare rimane più un'immagine estiva che una percettibile entità ambientale. Ecco quindi che, al finire della stagione calda, la sensibilità verso l'elemento marino risulta essere ancora accesa, così da permettere una partecipata riflessione sulle nostre abitudini riguardo al consumo di plastica che possa sedimentare e protrarsi per tutta la durata dell'anno. È peraltro probabile che nell'estate appena passata, anche il turista meno attento abbia notato l'invasione di rifiuti plastici sugli arenili mediterranei. Oltre l’80 per cento dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane è costituito da plastica e in alcune aree sono stati rinvenuti fino a 18 oggetti di plastica per metro quadro. Uno studio dell’UE del 2015 stimava che nel mediterraneo ci fossero oltre 100.000 pezzi di plastica per chilometro quadrato. Questa massiccia presenza è in larga parte dovuta a una scorretta gestione dei rifiuti solidi urbani e, ancor prima, da un quotidiano utilizzo sconsiderato dei materiali plastici. Stoviglie, cannucce, sacchetti, bottiglie, palloncini ma anche salviette umidificate e cotton fioc. Solo di questi ultimi, secondo una ricerca ENEA (Agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo

sviluppo tecnologico sostenibile) ce ne sono 100 milioni sulle spiagge italiane. MA IL RISCHIO MAGGIORE PER L’AMBIENTE marino e la salute dell’uomo è rappresentato dalle microplastiche - piccoli pezzetti di plastica che hanno dimensioni inferiori a 5mm che entrano nella catena alimentare - originate dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi, da prodotti cosmetici e dal lavaggio di tessuti sintetici. Giusto un esempio: sono in media 700mila le microfibre di plastica scaricate in mare da un solo lavaggio di lavatrice e 24 le tonnellate di microplastica provenienti dai prodotti cosmetici di uso quotidiano. Le misure di intervento adottate a livello istituzionale non mancano ma da sole non sono sufficienti. Basti pensare al divieto, introdotto nel 2016, di fornire ai clienti sacchetti di plastica. Si stima che, ancora oggi, almeno l’80% dei negozianti utilizzi sacchetti illegali. Ma quanti cittadini si rifiutano di riceverli? E che incidenza avrà il bando delle cannucce mentre si vendono a prezzi irrisori giganti gonfiabili che fluttuano nel mare una settimana e poi vengono abbandonati a lato di un cassonetto? Solo intervenendo sulla cultura del consumo è (forse) ancora possibile cambiare le cose. L'invito è quello di approfondire questo argomento complesso ed urgente; settembre è il mese giusto. ■

di Carlo Battistella per Adiconsum Verona


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IL CALENDARIO DEL MESE gli eventi di Settembre, secondo noi

a cura di Paola Spolon

02

TORTELLINI E DINTORNI Luogo: Valeggio sul Mincio Ora: tutto il giorno

03

RTL POWER HITS 2018 Luogo: Arena di Verona Ora: 20.00

04

TANGO IN PIAZZA Luogo: Cortile Mercato Vecchio Ora: 21.15

05

MONTE BALDO EXPERIENCE Luogo: Monte Baldo Ora: tutto il giorno

06

Cercate le sfumature delle cose, anche se vi dicono che non serve.

07

FROM: LIVE TO: DISCO Luogo: Mad’ in Italy Ora: 21.00

08

ANDREA BOCELLI Luogo: Arena di Verona Ora: 20.30

09

RIEVOCAZIONE STORICA CAPRINO-SPIAZZI Luogo: Caprino Veronese Ora: tutto il giorno

11

MOSTRA DELLA RADIO Luogo: Porta Nuova Ora: tutto il giorno

01

10

IL PROFONDO CIELO Luogo: Osservatorio Astrologico Monte Baldo Ora: 21.00

LE ENERGIE INVISIBILI - DA MILANO A ROMA IN CAMMINO Luogo: Verona Ora: 21.00

12

YOUTH ORCHESTRA OF BAHIA Luogo: Teatro Filarmonico Ora: 20.30

legenda MOSTRE/ARTE

CINEMA

LIBRI

MUSEO

SPORT

INCONTRI


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TOCATÌ Luogo: Verona Ora: tutto il giorno

14

TOCATÌ Luogo: Verona Ora: tutto il giorno

16

TOCATÌ Luogo: Verona Ora: tutto il giorno

17

MYUNG-WHUN CHUNG Luogo: Accademia Filarmonica Ora: 20.30

19

FOCUSING Luogo: Borgo Trento Ora: 20.30

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Le lamentele autoprodotte non sono statiche. Sono grondanti, allagano pensieri e sprofondano sentimenti. La loro destinazione prediletta e il nulla, ma poi devastano anche quello. Non ne vale (mai) la pena.

PRESENTAZIONE GRUPPO VERONA NETWORK Luogo: Villa Colombo Bolla (piazza Cittadella) Verona Ora: 17.00

FIERA

DANZA

18

AIR BREAKFAST RUN Luogo: Verona Ora: 6.00

21

A CENA CON MISTER AMARONE Luogo: Masi Tenuta Canova Ora: 19.30

23

FESTA DELL’ECOLOGIA Luogo: Castello di Montorio Ora: 21.00

24

Ammira qualcuno. Ma davvero, senza retoriche stanche. Prendi di petto la cosa: mettiti li e prova della sincera ammirazione per la persona prodigiosa che vuoi.

26

MARMOMACC 2018 Luogo: Fiera di Verona Ora: tutto il giorno

27

THE SMO KINGS Luogo: Veronetta Ora: 21.00

29

MAMMA MIA! Luogo: Arena di Verona Ora: 20.30

30

LUCA BOSCAGIN Luogo: Cohen Verona Ora: 20.00

MUSICA

GIUDI E QUANI Luogo: Veronetta Ora: 21.00

AMORE

CARNEVALE

MAGIE TRA FILI E RICAMI Luogo: San Michele Extra Ora: 10.00

22

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I DIRIGIBILI DI BOSCOMANTICO Luogo: Verona Ora: tutto il giorno

TEATRO


in cucina con Nicole

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Cucinare è amore che si può assaggiare a cura di NICOLE SCEVAROLI senzalattesenzauova.ifood.it

Non vedevo l’ora di condividere con voi le prelibatezze che ho assaggiato in vacanza

LE PANELLE SICILIANE INGREDIENTI Ingredienti: 200g farina di ceci 600ml di acqua 1 cucchiaino di sale olio per friggere

In un tegame, sbattete con una frusta acqua e farina di ceci. Mettete sul fuoco e continuate a mescolare fino ad ottenere una pastella densa. Trasferite in una teglia, fate raffreddare. Ritagliate dei rettangoli e friggete in olio bollente.

TORRETTA DI MELANZANE ALLA PARMIGIANA INGREDIENTI Ingredienti (per 2 persone): 2 mozzarelle 1 melanzana 2 pomodori parmigiano, origano

Tagliate a fette mozzarella e verdure. Grigliate le melanzane, conditele con olio, sale e parmigiano. Componete gli strati, completate con del parmigiano. Cuocete in forno a 200 gradi per 10 minuti. * *per una cottura “anti-caldo” usate il grill del microonde


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L'OROSCOPO ALLA NOSTRA MANIERA

21 MARZO - 20 APRILE

21 APRILE - 20 MAGGIO

21 MAGGIO - 21 GIUGNO

22 GIUGNO - 22 LUGLIO

Prendi in mano le tue emozioni e falle parlare davvero con la vita, cerca di fare scelte più nette e smettere di assecondare la corrente. Sei dal lato giusto del mare che separa il dire “ti amo” e il continuare a rispondere soltanto “anch’io”.

Chi sa veramente osservare il mare sa guardarne la superficie e in questa leggerne la profondità. La vera attenzione al mondo sta nel vedere l’intensità delle cose nella loro superficie: torna a dare un nome alle cose più semplici, senza supponenza ma con una rinata meraviglia.

Con l’affacciarsi dell’autunno e il ripartire frenetico delle vite, avrai il timore di non essere all’altezza di questo nuovo inizio, Gemelli. Accade così ogni anno, e ogni anno ne esci vincitore. Sei più forte della paura che attanaglia la tua quotidianità. Gira per la strada a testa alta, con questa consapevolezza.

L’estate, il caldo e i tantissimi freni che ti poni da solo non hanno fatto altro che farti rimanere paralizzato in tanti aspetti della vita che dovresti, invece, sbloccare. Ma sento questa nuova aria di settembre: si inizia a dormire bene ed è ora di alzare le vele e assecondare i venti del destino, ovunque spingano la barca.

23 LUGLIO - 23 AGOSTO

24 AGOSTO - 22 SETTEMBRE

23 SETTEMBRE - 22 OTTOBRE

23 OTTOBRE - 22 NOVEMBRE

Ti hanno sempre appellato tutti come persona coraggiosa, piena di vita e forza di volontà. Te l’hanno detto così tante volte che ti sei cucito addosso quest’abito, Leone. Ti accorgi spesso che quest’abito non ti sta poi così bene, vero? Rilassati, impara a perdere tempo, a sognare ad occhi aperti e a coltivare l’arte dell’indugio.

Edgar Lee Masters diceva che «non c’è niente di peggio che camminare nel pantano della vita credendolo un prato». Non sei tu ad esser d’indole malinconica e lamentosa in una vita piena di belle speranze e lontana, spesso sono le cose che stanno fuori di noi ad essere sbagliate. Cerca di cambiare il (tuo) mondo.

Per troppo tempo hai tenuto nascosto aspetti del tuo passato per paura che andassero ad invadere il pacifico presente in cui ti trovi. Stai vivendo lasciando indietro vari pezzi di te, impara a chiamare i ricordi col loro nome, tienili in mano e falli filtrare come la luce dalla finestra al mattino.

Si stava benissimo al mare o in montagna? Perché? Perché le tue giornate erano costellate di ampi strati di silenzio e questo devi portarti a casa dalle ferie: impara ad ascoltare le persone per i loro silenzi invece che per le loro parole. Prenditi a cuore tutto quello che non dicono e tutti i motivi per i quali non parlano.

23 NOVEMBRE - 21 DICEMBRE

SAGITTARIO

22 DICEMBRE - 20 GENNAIO

CAPRICORNO

21 GENNAIO - 19 FEBBRAIO

20 FEBBRAIO - 20 MARZO

Una vita senza significato è tortura, irrequietezza e vaghezza dei desideri. Da tutta la vita ti discriminano perché non sai prendere posizioni nette e fare scelte definite, certe e vincolanti. Non sai ancora cosa farne di te, lo so, ma è l’indefinita luce del tramonto lo spettacolo più bello del giorno.

Spesso le persone chiamano “famiglia” dei gruppi di amici che non sono strettamente legati al vincolo naturale. Ti faccio questa domanda: qual è la famiglia che hai scelto? Cosa chiami famiglia pur non essendo la tua reale famiglia?

Il cambiamento climatico sta piano piano bollendo il mondo, forse non ce ne accorgiamo, perché man mano che il calore sale e i disastri aumentano ci abituiamo alla temperatura. Cerca di non tenere questo comportamento anche nella vita, Acquario, risolvi i problemi invece di abituarti ad averli, o rischierai di rimanere bollito.

Kerouac scriveva che «il non so, chi se ne frega, non importa» sarebbe stata presto l’estrema preghiera dell’umanità. Asseconda il padre della Beat generation, impara dal suo insegnamento e cogli al balzo l’opportunità per iniziare a rinunciare al controllo su tutto: impara a fregartene davvero di alcune cose.

ARIETE

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Pantheon 93 - Matteo Bussola e Paola Barbato. La vita fino a te, visto che so chi sei  

Mettiamo come titolo una combinazione ardita, speriamo non troppo illegittima, dei due libri che hanno pubblicato a distanza di qualche sett...

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