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EDIZIONE GIUGNO 2018

ANNO 10 - NUMERO 05

NUMERO NOVANTUNO

IN PRIMO PIAN O IL FUTURO (E IL L AVORO) AGILE IL PERSON AGGIO GIANMARCO MAZZI, IL SIGN OR SANREMO C HE SOGN A GLI U2 IN AREN A PRIVACY QUELLO C HE C’È DA SAPERE SUL GDPR IL BURGER PERFETTO SECONDO GIACOMO E CORRADO BALL ARINI

BEATRICE PEZZINI

ARRIVERÀ LA MIA ESTATE FIN ALIS TA A THE VOICE, L A GIOVANE C ANTANTE VERONESE C HE HA FATTO COMMUOVERE J- AX È PRONTA A SCRIVERE IL SUO FUTURO


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500 milioni alle aziende con crediti verso la P.A.

Meno ritardi e piĂš liquiditĂ : un programma di acquisto dei crediti commerciali vantati dalle aziende nei confronti della Pubblica Amministrazione

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GIUGNO 2018

di

MATTEO SCOLARI

EDITORIALE

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iceva Enrico Berlinguer: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela». A distanza di oltre trent’anni dalla sua scomparsa un fondo di verità in questa definizione è rimasto. Che i partiti siano ancora macchine di potere, svuotati dell’oltre 60 per cento delle entrate finanziarie dopo la cancellazione del finanziamento pubblico e in pratica con le casse vuote, è tutto da vedere. Che siano macchine di clientela, quello probabilmente sì. L’indegno tira e molla al quale siamo stati costretti ad assistere, impotenti, in questi tre mesi che sono intercorsi dalla data del voto di marzo, ci fa pensare che l’ultimo anello della catena, l’ultimo attore non protagonista sia sempre e solo il cittadino elettore. La spartizione degli incarichi di palazzo, i prestanome pescati dal cilindro per ricoprire i ruoli istituzionali più importanti, le finte alleanze, gli avvicinamenti e gli avvicendamenti di comodo, le strategie d’attacco e difesa così incoerenti, apparentemente approssimative, ma del tutto calcolate, fanno malissimo al Paese e agli italiani. Il senso di instabilità e di superficialità trasmesso dalla politica di oggi si riflette anche nei nostri modi di pensare, di agire, di interpretare la realtà, e nelle nostre tasche. Mentre si discute, si scherza, si gioca, si recita, il debito pubblico italiano continua imperterrito la sua ascesa. Se n’è parlato poco in campagna elettorale, quasi nulla. È stato il grande assente. Eppure il 4 marzo, giorno in cui siamo stati chiamati alle urne, ammontava a 2.297.286.000.000 di euro, quasi 2.300 miliardi. Nel corso del 2017 è cresciuto al ritmo di 68.700 euro al minuto, 1.145 euro al secondo. Il nostro è il terzo debito pubblico più alto

del mondo: se raffrontato alla ricchezza nazionale siamo arrivati al 131,5 per cento. E non sono ancora stati contabilizzati gli aiuti destinati al salvataggio delle banche venete. Davanti a noi, tra i Paesi industrializzati, ci sono solo il Giappone, con un rapporto debito/Pil pari al 239,2 per cento, e il fanalino di coda d’Europa, la Grecia al 181,3%. La media europea invece si attesta attorno all’85 per cento, e la Germania, unico Paese ad essere riuscito l’anno scorso a ridurre lo stock del debito, è al 65 per cento del Pil con l’obiettivo di scendere sotto il 60 entro il 2020. «Avere un debito così alto - ha sottolineato Confindustria all’appuntamento delle Assise generali di Verona dello scorso febbraio - significa che gli interessi che l’Italia paga ogni anno fanno evaporare dalle casse statali decine di miliardi ed espongono di continuo il Paese a speculazioni e umori dei mercati finanziari che, spesso senza alcun preavviso, possono rendere costoso e complicato il collocamento dei titoli di Stato, facendo salire, oltre alla spesa pubblica per interessi, anche i costi dei prestiti per imprese e famiglie». Una riduzione del debito di almeno 20 punti in cinque anni, sempre secondo Confindustria, potrebbe arrivare da «un mix di avanzi primari, efficienza della spesa pubblica e compliance fiscale». Non semplice, ma ci si dovrebbe provare. Anzi, ci deve provare il prossimo governo. Per forza. Tornando però a un clima di sobrietà istituzionale, di responsabilità civica, di sincera attenzione nei confronti di un’Italia che non può più aspettare e guardare, inerme, uno spettacolo indecente.

“NON SI FA IL PROPRIO DOVERE PERCHÉ QUALCUNO CI DICA GRAZIE... LO SI FA PER PRINCIPIO, PER SE STESSI, PER LA PROPRIA DIGNITÀ.”

ORIANA FALLACI

matteo.scolari@veronanetwork.it @ScolariMatteo


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REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI VERONA N.1792 DEL 5/4/2008 - NUMERO CHIUSO IN REDAZIONE IL 31/05/2018

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Indice

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PILLOLE DI MAMMA

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ANGOLO PET

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IN COPERTINA Beatrice Pezzini, il sogno di una voce

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IN PRIMO PIANO Il lavoro (agile) alle prese con le “next practices”

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STORIE

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IL PERSONAGGIO Gianmarco Mazzi, il signor Sanremo

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BELLEZZA AL NATURALE

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A TU PER TU con l’eterno Gigi Fresco

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IN CUCINA CON NICOLE

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L’ARTE FRAGILE della carta spiegata dalla restauratrice Lucia

che sogna gli U2 in Arena

LE STELLE che si vedono dall’osservatorio del Monte Baldo

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PRIVACY Il GDPR per principianti

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IL BURGER PERFETTO Buns, Celtic Pub e ritorno

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A SANT’ANNA dove c’è un forte che è un tesoro

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UN PARADISO GRATUITO ovvero la Lessinia fotografata

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LE ERBE OFFICINALI e quello che sapete di non sapere

L'OROSCOPO

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OSTR IL N O

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DI STORIA

ALLA NOSTRA MANIERA

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ERRORI O SEGNALAZIONI: WHATSAPP 347 1058318 - REDAZIONE@GIORNALEPANTHEON.IT

ERRATA CORRIGE

A pagina 52 del numero 90 di Pantheon (maggio 2018) nell’articolo “Recitare la scienza” è stato scritto «lo spettacolo ha vinto il Leone d’Argento 2017 alla Biennale Teatro di Venezia nella categoria under 30» mentre l’informazione corretta è, invece, la seguente: «Lo spettacolo è arrivato in finale al Bando Registi Under 30 indetto dalla Biennale Teatro di Venezia». A pagina 75 del numero 90 di Pantheon (maggio 2018) nel “Calendario del mese” è stato scritto che Elton John avrebbe tenuto il suo concerto in Arena. È vero ma non quest’anno! Il cantante sarà a Verona il 29 e il 30 maggio del 2019.

DIRETTORE RESPONSABILE MATTEO SCOLARI

REDAZIONE E COLLABORATORI

DIREZIONE EDITORIALE MIRYAM SCANDOLA REDAZIONE MATTEO SCOLARI, MIRYAM SCANDOLA, MARCO MENINI, GIORGIA PRETI HANNO COLLABORATO AL NUMERO DI GIUGNO 2018 SARA AVESANI, CARLO BATTISTELLA, MATTEO BELLAMOLI, MARTA BICEGO, CHIARA BONI, CLAUDIA BUCCOLA, MICHELA CANTERI, CESAR COLATO, FEDERICA LAVARINI, GIOVANNA TONDINI, ANDREA NALE, EMANUELE PEZZO, ERIKA PRANDI, NICOLE SCEVAROLI, ALESSANDRA SCOLARI, INGRID SOMMACAMPAGNA, PAOLA SPOLON, GIULIA ZAMPIERI, MARCO ZANONI. COPERTINA - PROGETTO GRAFICO DENISE STOPPATO SOCIETÀ EDITRICE INFOVAL S.R.L. REDAZIONE VIA TORRICELLI, 37 (ZAI-VERONA) - P.IVA: 03755460239 - TEL. 045.8650746 - FAX. 045.8762601 MAIL: REDAZIONE@GIORNALEPANTHEON.IT - WEB: WWW.GIORNALEPANTHEON.IT FACEBOOK: /PANTHEONVERONANETWORK - TWITTER: @PANTHEONVERONA - INSTAGRAM: PANTHEONMAGAZINE UFFICIO COMMERCIALE: 045 8650746 STAMPATO DA: ROTOPRESS INTERNATIONAL SRL - VIA BRECCE – 60025 LORETO (AN) - TEL. 071 974751 VIA E. MATTEI, 106 – 40138 BOLOGNA – TEL. 051 4592111 CONTRIBUTI PER PANTHEON MAGAZINE C/C POSTALE 93072262 INTESTATO A: INFOVAL SRL - VIALE DEL LAVORO 2, 37023 GREZZANA (VR)

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IN COPERTINA BEATRICE PEZZINI

«PER ORA VIVO IL PRESENTE, AL FUTURO CI PENSO DOMANI» Finalista del programma The Voice 2018, Beatrice Pezzini si gode il momento di popolarità che le ha consegnato il programma televisivo andato in onda su Rai Due: con le sue due band decine di date programmate e un’estate che si preannuncia molto intensa. Per la giovane cantante di Valeggio, già protagonista a Ti lascio una canzone, la priorità è guardare all’oggi, senza farsi troppe illusioni su ciò che verrà. DI MATTEO SCOLARI

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A L’ARGENTO VIVO ADDOSSO, quello tipico dei vent’anni, ma allo stesso tempo riesce a mantenere i piedi ben piantati a terra. Beatrice Pezzini, seconda classificata al programma televisivo The Voice of Italy 2018, il talent show canoro di Rai Due, sa bene che la visibilità e il successo mediatico possono essere effimeri ed esaurirsi in breve tempo. Anche per questo la giovane cantante di Valeggio sul Mincio, che alle spalle ha già due partecipazioni a Ti lascio una Canzone (nel 2012 e nel 2015), sta studiando al conservatorio e si sta dedicando totalmente alla sua passione mettendo in fila decine di serate sul territorio con le sue due band. Grazie anche al recente exploit televisivo, il 17 maggio scorso l’Associazione Verona Network le ha consegnato il Premio Veronesi protagonisti in Camera di Commercio «per aver avuto il coraggio di inseguire con determinazione il proprio sogno». Beatrice, passata l’adrenalina accumulata nelle scorse settimane in tv? L’adrenalina c’è sempre. Sono tornata a casa dopo la finale del 10 maggio e ho iniziato mille altre cose. Quest’estate sarà molto intensa, abbiamo concerti programmati tutti i fine settimana, ogni venerdì, sabato e domenica. Molte serate sul Lago di Garda, ma faremo tappa anche a Milano e ad Ancona. Sappiamo che ti esibisci con due band… Esatto, mi divido tra la Kyras, una band capace di creare ambienti e stili musicali dance, r&b, soul e funky dagli anni ’70 ai giorni nostri, e i Diamonds

Trio: assieme a Leonardo Zago e Elia Zigiotto, più o meno della mia età, ci divertiamo e cerchiamo di far divertire una fascia di pubblico più giovane rispetto al primo gruppo. Cosa lascia a una ragazza di vent’anni un’esperienza come quella che hai vissuto a The Voice? È un’esperienza forte. Dal punto di vista canoro ho avuto la possibilità di mettermi in gioco provando più generi musicali, dal punto di vista personale la partecipazione al programma e i consigli del coach J-Ax mi hanno aiutata ad avere ancora più coraggio e consapevolezza dei miei mezzi.

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Come ci sei arrivata agli studi Rai di Milano? Mi sono iscritta su internet. Sono andata a fare i provini sempre a Milano, poi a Roma. Alla fine sono stata scelta per le “Blind Auditions” dove ho portato Nessun dolore di Lucio Battisti. Una canzone che ha colpito nel segno visto che si sono girati tutti e quattro i coach… Penso di sì, si sono girati tutti e J-Ax ha pure bloccato Francesco Renga impedendogli di fatto di scegliermi. Io sarei stata indecisa tra loro due, ma così facendo sono andata dritta nel team “De l’Ax”. Lo hai pure fatto commuovere ai knockouts con Beautiful… Sì è vero, aveva gli occhi lucidi e questo mi ha fatto molto piacere perché vuol dire che “gli sono arrivata” come lui voleva.

segue


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La nostra

REALTÀ AUMENTATA DALL‘8 AL 28 GIUGNO

Immergiti in un’esperienza unica nel mare artico, fatti un selfie spettacolare con orsi polari, orche, pinguini e condividilo direttamente online!


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Il tuo coach ha detto di te: «Beatrice infila le unghie nell’anima di chi l’ascolta». Che consigli ti ha dato nei mesi in cui sei stata con lui? Non mi ha dato tanti consigli, mi ha trasmesso fiducia e mi ha permesso di tirar fuori il coraggio che a volte mi mancava. Di questo lo ringrazio molto. Quanto sei stata a Milano? Da febbraio fino a maggio, dal mercoledì alla domenica. Erano giornate molto intense. Sveglia presto alla mattina per le prove, i clip, le registrazioni che a volte duravano fino a mezzanotte. Un’esperienza che comunque rifarei. Un’esperienza televisiva che avevi già provato con Antonella Clerici… Sì, nel 2012, quando avevo 15 anni. Mia nonna Marì, alla quale sono molto legata, convinse mia mamma a iscrivermi a Ti lascio una canzone. Partecipai la prima volta e ricordo ancora che portai Gloria di Umberto Tozzi cantandola con 40 di febbre. Andò comunque bene. Nel 2015 tornai nella categoria Big arrivando in finale. Antonella in entrambe le occasioni fu carinissima, era come una seconda mamma per tutti noi. Alla finale di The Voice hai presentato il tuo inedito… Si intitola Arriverà l’estate. È un brano che sento molto, è grintoso, energico. Un po’ come me. Cos’è per te la musica? Una chiave per aprire tutte le porte, non quelle del successo, ma quelle dell’anima. La musica mi rende felice quando sono triste, spensierata quando sono pensierosa, rilassata quando sono tesa. La musica mi aiuta a trovare la giusta sintonia tra me e il mondo che mi circonda. Pregi e difetti? Determinata, ma anche permalosa. Su questo mio difetto devo lavorare ancora un po’. Tendo a dare troppo peso ai giudizi degli altri e a farmi condizionare, quando invece dovrei ascoltare più me stessa e le persone che mi vogliono bene. Come la tua famiglia… È un punto fermo e imprescindibile della mia vita. Mio padre Giuseppe, mia madre Monica, mio fratello Federico, di tre anni più giovane, mi sostengono e mi sono vicini sempre. Senza di loro non potrei farcela. Cosa farai da grande? Non penso tanto a quello che sarà. Sarebbe facile immaginare di diventare magari una cantante brava, di successo, ma preferisco concentrarmi sul presente, migliorarmi giorno dopo giorno. Mi sono iscritta al conservatorio nel corso di Canto jazz e pianoforte anche per questo. Cerco di vivere l’oggi e di farlo bene, cosicché il futuro possa essere come lo desidero.


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IN PRIMO PIANO TRA SMART WORKING E MOBILE WORKING

IL LAVORO AGILE CHE È SULLA BOCCA DI TUTTI Come diceva Tonino Guerra, la parola è piena di cinema e dietro la definizione di smart working c’è un mondo. Prima di tutto, una rivoluzione culturale e organizzativa che promette di scardinare paradigmi professionali, fino a qualche anno fa a malapena piegati, figuriamoci incrinati. Certo: bisogna rifinire le soft skills del caso, ovvero, perfezionare la gestione del tempo e delle relazioni perché non ci sarà da timbrare un cartellino, forse, ma da portare a termine un obiettivo, quello sì. In Europa 17% dei lavoratori svolge le sue mansioni da remoto, disertando (quasi completamente) l’ufficio. In Italia si contano 305mila lavoratori agili *. Verona, intanto, sembra muoversi in questa direzione a passi sempre meno timidi.

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IMENTICATE LE DOMENICHE a stirare le camicie per la settimana che viene, la sveglia puntata sempre alla stessa ora, la colazione ingoiata in macchina, persi nel traffico. Si lavora per obiettivi non per numero di riunioni accumulate e questo, con buona pace dei cultori del meeting ad ogni costo, è già una discreta rivoluzione. Il lavoro agile, in Italia, è arrivato con la legge 81 del 2017 ma ha ancora contorni nebulosi. Il forestierismo che ne accompagna il nome non deve intimorire: lo smart working altri non è che il figlio maggiore del telelavoro. Anche se qualcuno si sta accigliando per la nostalgica semplificazione, la sostanza è quella. Come si legge nella norma, il lavoro agile è una «modalità di esecuzione del rapporto subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro». Non è una nuova forma contrattualistica ma una filosofia manageriale. Insomma, un “patto” organizzativo tra dipendenti e azienda. Il futuro sarà sempre più mobile e il lavoro si compirà ovunque: questo vale per tutti, non solo per i liberi professionisti. Uno (*Fonte Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano)

studio condotto nel 2017 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) insieme alla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dell’Unione europea (Eurofound) stima che quest’anno per ben tre quarti dei dipendenti dell’Europa occidentale il “posto fisso” potrebbe essere la propria abitazione, una caffetteria o il tavolino risicato di un treno. Per chi sta impallidendo all’idea, c’è un manuale sul tema Mobile Working. Lavorare ovunque in modo semplice e produttivo (Hoepli, 2017) di Cristiano Carriero perché imparare a «pensare mobile» non è automatico e non vuol dire (solo) utilizzare la tecnologia in tutte le sue declinazioni più utili. Significa imparare a pianificare, condensare, ottimizzare i pezzi di giornata che abbiamo senza sfilacciarli. Con il dovuto esercizio, sono abbastanza tangibili i vantaggi per il dipendente che può lavorare con il pc in grembo sulle gradinate della piscina, mentre il figlio fa il corso di nuoto del martedì. Ovviamente, flessibilità che chiedi, flessibilità che dai. Il datore di lavoro deve fare un cambio di passo mentale e basare le sue valutazioni sul raggiungimento degli obiettivi concordati e non sulle ore di presenza. Un do ut des che

DI MIRYAM SCANDOLA


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restituisce in termini di recupero di efficienza: una media del 20% con punte fino al 50% (secondo l’osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano). Non bastassero queste percentuali a soddisfare l’impresa, i ministeri del Lavoro e dell’Economia hanno previsto sgravi contributivi per le aziende che favoriscono la conciliazione della vita professionale e personale dei loro dipendenti. Gli incentivi toccano alcuni ambiti in particolare: la genitorialità, il welfare aziendale e la flessibilità organizzativa. VERONA, IN TUTTO CIÒ, COME SI POSIZIONA? La Settimana del Lavoro Agile (dal 21 al 25 maggio scorsi), a cui ha aderito anche la Regione Veneto, ha cercato con workshop e focus di seminare quella sensibilità necessaria per accogliere lo smart working. Il terreno sembra, se non pronto, almeno bendisposto alle “next practices”. Conciliazione è, per esempio, il fiore all’occhiello di aziende come il gruppo Performance in Lighting che ha un asilo aziendale con fattoria didattica, orari flessibili e la possibilità di convertire il premio in servizi di welfare per godere della totale detassazione. Perché è noto dalla notte dei tempi: se il dipendente è felice, lavora di più e meglio. Del benessere individuale che si trasforma, per proprietà transitiva, in benessere aziendale è capofila il Progetto Pegaso, marchio di integratori naturali, che ha sviluppato un welfare personalizzato (dai libri scolastici ai centri estivi, passan-

do per l’assistenza ai familiari anziani). C’è poi Nat Insidewear che ha approntato l’elasticità oraria plasmandola sulle necessità aziendali e su quelle familiari. L’esercizio di smart working adottato da Cattolica Assicurazioni (in via sperimentale dal 2017) che ha coinvolto ottanta dipendenti nelle sedi di Milano, Roma e anche Verona si avvia ora ad una progressiva estensione. I risvolti positivi, oltre che nell’ambito personale, sconfinano anche in quello collettivo: la riduzione degli spostamenti quotidiani si riflette positivamente sull’ambiente (una sola giornata a settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore l’anno di spostamenti e una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 l’anno*), la flessibilità anche nella gestione familiare permette di valorizzare quel sommerso di talenti femminili altrimenti sprecati. Tutto oro? Gli scettici obiettano che flessibilità fa tristemente rima con reperibilità perenne, tradotto: sarai pure a casa, ma poi devi stare attaccato al telefono tutta la cena. Il famigerato “always on” può e deve essere dominato. Nell’accordo tra azienda e dipendente, devono essere indicati i tempi di riposo e le misure tecniche per assicurare la disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro. Si chiama proprio così: “diritto alla disconnessione” e va praticato, altrimenti si rischia di ridurre la produttività, un attimo dopo averla acclamata.

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IN PRIMO PIANO ESEMPI CHE LO ERANO

COWORKING A VERONA PIONIERE FU PHOENIX Parlando di coworking e spazi di lavoro condivisi non possiamo non citare il nome di Phoenix Group e del suo presidente e fondatore Giulio Fezzi. L’azienda di consulenza veronese nata esattamente dieci anni fa, nel 2008, è stata tra le prime nella nostra città ad adottare questo modello organizzativo e a concedere spazi di lavoro nella sede di via Torricelli 37, lo “Smart Office”, a giovani e a start-up d’impresa. DI MATTEO SCOLARI

I COWORKING VERONESI CHE HANNO PARTECIPATO ALLA SETTIMANA DEL LAVORO AGILE (LO SCORSO MAGGIO): - WELL COWORKING - Aribandus www.well-coworking.it/open-days-wellsettimana-del-lavoro-agile/ - VILLA VENIER COWORKING www.pentaformazione.it/coworking/ penta-coworking-verona/ - 311 COWORKING 311verona.com/coworking-it - R79 COWORKING www.chiaradanese.com/corsiformazione-verona/settimana-smartworking/ Giuglio Fezzi, presidente a fondatore Phoenix Group

«L

’IDEA NACQUE DA un’intuizione forse anticipatoria, ma fonda le sue radici diversi anni prima quando stipulammo una convenzione tuttora attiva con l’Università degli Studi di Verona – racconta Fezzi – L’obiettivo era quello di mettere a disposizione degli spazi che fossero il primo luogo di elezione, in cui iniziative d’impresa (oggi chiamate start-up) potessero trovare casa e crescere in un contesto di sviluppo condiviso». Una scommessa vinta visto che in questi anni sono molte le realtà che sono passate da via Torricelli e tante le collaborazioni con istituti di ricerca e università, non da ultima quella che ha portato in visita gli studenti del master in business administration di Richmond. «Una grande soddisfazione. – prosegue il presidente di Phoenix – Il core della nostra mission è creare valore per il territorio senza che questo si traduca in una chiusura del territorio su se

- COOFFICE HTTP: www.coofficesb.com/ - FAB.LAB HTTPS: www.veronafablab.it/ stesso. Vorremmo attrarre esperienze ester- LABORATORIO43 HTTPS: ne, anche dall’estero www.laboratorio43.it/ così come è accaduto qualche mese fa con gli studenti americani, per trovare uno scambio proficuo». A proposito del decennale dell’azienda: «Sono stati anni intensi e faticosi, ricordo come due mesi dopo la nascita di Phoenix arrivò il mese di agosto e si aprì la stagione della crisi dei mutui subprime con la conseguente catastrofe finanziaria dalla quale solo adesso stiamo lentamente uscendo. Anche per questo cercammo di trovare soluzioni alternative, fuori dagli schemi, come gli spazi condivisi, ma non solo quelli: anche le relazioni, i contatti, i modelli di sviluppo e ricerca». «Il territorio veronese potrà trovare percorsi di crescita se saprà immaginare grandi percorsi di cooperazione, a tutti i livelli» conclude Fezzi.


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IN PRIMO PIANO LA PAROLA AI SINDACATI

LO SMART WORKING CHE VORREMMO Il sindacato della Cisl promuove la modalità che permette ai lavoratori di rendere “agile” la propria professione. Pionieri a Verona e in Italia sono stati gli istituti bancari, ma manca una sensibilità di fondo.

C

ONVIENE ALLE AZIENDE e ai lavoratori. Ha preso piede in Italia, non ancora come si vorrebbe. E si potrebbe. Eppure le potenzialità dello smart working sono molteplici, tanto che la modalità del lavorare “agilmente” è considerata essere parte rilevante della quarta rivoluzione industriale. Snocciola numeri Fabrizio Creston della segreteria confederale della Cisl di Verona, responsabile del dipartimento industria: «Applicare il lavoro agile, cioè concedere ai collaboratori di svolgere attività lavorativa in parte fuori dai locali aziendali, ha duplice vantaggio per le aziende: incrementa la produttività, favorisce detassazione e decontribuzione». Sotto mano ha le considerazioni del Centro di ricerca “Carlo Dondena” della Bocconi e dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano: le giornate risparmiate per permessi e malattia oscillano tra 1,2

e 4,8 arrivando a 6,2. Inoltre, spiega, «le realtà aziendali che contrattano con la rappresentanza sindacale l’introduzione del lavoro agile accedono alla detassazione prevista dalla normativa sul salario di produttività e, novità introdotta dal decreto interministeriale del 12 settembre 2017, hanno accesso a contributo economico diretto. Basta depositare l’accordo entro il prossimo 31 agosto e con ottobre il beneficio viene direttamente erogato». Per il resto, è questione di organizzazione nel gestire le attività da casa e verificare strumenti a disposizione, orario ed esercizio del potere di controllo del datore di lavoro. «PIONIERI A VERONA E IN ITALIA sono stati gli istituti bancari: settore soggetto a un alto tasso di informatizzazione dei processi, sia interni che in rapporto alla clientela. Ciò ha fatto sì che il lavoro agile fosse una risposta alle

DI MARTA BICEGO


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Fabrizio Creston, responsabile dipartimento Progetto industria della segreteria confedereale della CISL - Vr

profonde trasformazioni, talvolta evitando licenziamenti a fronte di riorganizzazioni che in passato avrebbero visto esternalizzazioni massicce in altri Paesi», evidenzia. Gli esempi virtuosi in riva all’Adige non mancano: «Ad oggi Intesa San Paolo, Unicredit, Banco Bpm, Crowmsource, ovvero altre aziende localizzate in zona fiera in giorni di particolari eventi con questa modalità danno un contributo alla mobilità cittadina, evitando emissioni inqui-

nanti con conseguente beneficio ambientale. Nel 2014 GlaxoSmithKline è stata la prima esperienza di smart working in Italia; il Gruppo Aia ha aderito e Coca Cola di Nogara che ci risulta sperimentare già tale modalità. Alcune aziende metalmeccaniche sono in fase di sperimentazione». La rivoluzione è in atto. Ma c’è tanto da fare, incalza: «Manca una sensibilità di fondo che permetta di capire le potenzialità di conciliare esigenze di vita e lavoro per le madri e chi ha genitori da accudire». I vantaggi per i lavoratori sono svariati e certi, prosegue il sindacalista: «Quaranta ore annue medie di spostamenti risparmiati (sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico), tempi di esecuzione della prestazione diversi da quelli aziendali. Lavoro per obiettivi e risultati concordati. Scelta condivisa del luogo». Nulla cambia per retribuzione e previdenza, con unica accortezza nei confronti dell’Inail: l’istituto ha chiarito che la copertura in caso di infortunio scatta nel momento in cui l’evento è collegato all’esecuzione della prestazione. Dopo il perché, rimane il come, conclude: «Una volta che l’azienda ha annunciato-concordato con le organizzazioni sindacali tale modalità, definendo quali mansioni e attività vi rientrano, il lavoratore può manifestare la volontà ad accedervi. Si passa quindi alla sottoscrizione di un accordo individuale che disciplini gli aspetti sin qui richiamati». Ed è allora che lavorare diventa veramente agile.

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IN PRIMO PIANO IL DIVERSITY MANAGER

VA BENE IL DIRETTORE DELLA FELICITÀ,

MA QUELLO DELL’INCLUSIONE DOV’È?

Quest’anno il primo di maggio era dedicato alla sicurezza sul lavoro, perché in Italia nel 2017 ci sono state 632 morti sul lavoro. In questi primi mesi del 2018 se ne contano già altre 151. Sono molti i mali che interessano il mondo del lavoro. Troppe sono ancora le donne che firmano le dimissioni in bianco prima di essere assunte o che sono costrette a lasciare il lavoro quando mettono su famiglia. Ai giovani offrono lavori precari e poche garanzie. E i “non più giovani”? Stanno in un limbo, lontani dall’eco delle ultime invadenti tecnologie, demansionati, messi da parte. E potremmo andare avanti all’infinito.

A

PARADOSSO DI TUTTI QUESTI tristi dati, nell’industria chiamata 4.0, emergono però due figure manageriali rivoluzionarie che mettono al centro di tutto la persona-lavoratore: il direttore del welfare e, il poco diffuso (in Italia), direttore dell’inclusione. Chiariamo però in primo luogo cosa significa Industria 4.0, perché molti la citano, ma pochi realmente sanno cosa sia. Wikipedia docet: se l’industria 1.0, la prima in assoluto, è stata quella della meccanizzazione, che sfruttava la forza dell’acqua e del vapore, la 2.0 quella dell’elettricità, la 3.0 quella dei computer e dell’automazione, la 4.0 riguarda i sistemi d’interconnessione - i big data, l’internet of

things, la robotica collaborativa, l’intelligenza artificiale. È in questo scenario di grande sfida per il futuro del mondo del lavoro che è necessario salvaguardare e coltivare il capitale umano, i propri talenti nel miglior modo possibile. La valorizzazione delle caratteristiche individuali di ciascuno è la miglior strategia per un successo aziendale duraturo. Oltre, quindi, all’ormai sdoganato Direttore della felicità, ossia il manager dell’area Risorse Umane che si occupa del benessere del dipendente e fa in modo che possa operare soddisfatto, arriva anche il Diversity Manager. QUAL È IL SUO COMPITO? Deve promuovere l’inclusione, sostenere le differenze che non

DI SARA

AVESANI


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LA DIVERSITÀ NON CAPITA E SNOBBATA Un valore aggiunto in azienda? Certamente sì, sul piano delle belle parole ma la cosa inizia a scricchiolare quando si scende nel concreto. Secondo la rilevazione dell’International Business Report, realizzato da Grant Thornton International, solo il 40% degli imprenditori, a livello globale, ritiene la diversity  un elemento fondamentale per il successo. Un risicato 14% sta implementando o ha intenzione di implementare specifiche azioni per incrementare questo fattore all’interno del proprio management e tra le figure chiave delle imprese. La ricerca, condotta su 2.500 aziende a livello globale distribuite in 35 Paesi (di cui 50 italiane) prende in considerazione tre aspetti della  diversity: multiculturalismo ed eterogeneità nel management sia in termini di età che di genere.

devono spaventare e generare discriminazione. Sul nostro territorio esistono delle realtà virtuose: grandi aziende che sono orientate al cambiamento. Si tutela il lavoro delle donne e il suo inestimabile valore, il loro sacrosanto diritto alla maternità, e si cerca di abbattere il gender gap. L’aging aziendale si supera senza “mandare a casa nessuno”, creando team trasversali, dove vecchie e nuove leve condi-

vidono esperienze. C’è chi pensa ai congedi matrimoniali per coppie omosessuali, chi a far celebrare le festività religiose in giorni diversi da quelli cattolici. La disabilità è un valore aggiunto in più per potenziare la propria impresa: non solo portatori di handicap, ma dipendenti con malattie degenerative o sottoposti a lunghi periodi di cura, anche persone autistiche: tutti contribuiscono con le loro peculiarità al benessere e, (per i più cinici) al profitto aziendale. «LE AZIENDE PERCEPITE come inclusive registrano un aumento dei ricavi del 16,7%» questo è ciò che emerge al Diversity Brand Summit 2018, il primo evento europeo, che mette in relazione  diversity  e business. Dalle ricerche svolte, «l’80% degli italiani preferisce i brand più inclusivi riguardo a etnia, orientamento sessuale, età, genere, disabilità, status sociale». La diversità, qualunque declinazione possa avere, genera ricchezza in termini economici e reputazionali. Solo il futuro ci potrà dire se queste sono solo belle parole o l’inizio di una trasformazione. La responsabilità rimane soprattutto politica: i governi devono accelerare i tempi, avviare il cambiamento culturale e legislativo necessario, senza esitazione alcuna.

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IMPACTSCOOL & L’ETICA CHE CI SERVIRÀ DOMANI

NEANCHE GLI DEI (SAPREBBERO CHE FARE)

A partire dai robot che, grazie a nervi artificiali, possono sentire sulla mano pure il peso di una carezza, passando per Google che ormai sa mugugnare come l’impiegato della posta, per arrivare all’editing del dna che costa sempre meno e svela sempre di più: insomma, ci servirà un bel po’ di esercizio per sgranchire l’etica di cui avremo bisogno in un futuro - visti i ritmi delle tecnologie esponenziali - che dire prossimo è già obsoleto. DI MIRYAM SCANDOLA

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MPECCABILE MEMORIA: ricorda le partite di ogni campionato giocato negli ultimi 100 anni (sì, avete capito bene), nel suo cervello è prassi incasellare con ordine perfetto qualità e debolezze dei giocatori gialloblù, confrontarle con quelle degli altri e, poi, far scendere in campo le forze giuste. Se tra qualche anno a guidare l’Hellas ci fosse un allenatore come Martin, per il Verona lo scudetto sarebbe un traguardo neppure tanto clamoroso. O meglio, il turbinio di polemiche ci sarebbe lo stesso, visto che l’allenatore in questione altri non è che un robot e, diciamolo, la sua intelligenza artificiale, tra analisi biometriche e statistiche, è decisamente più competitiva di qualsiasi altro sovrano dei risultati che ci viene in mente. Il suo vantaggio robotico potrebbe invalidare il titolo appena conquistato? Non è uno scenario alla Asimov, ma un compito, un vero e proprio esercizio che Impactscool ha affidato, qualche tempo fa, ad una platea di giovani durante l’ora di futuro. Perché questa no profit nata a Verona l’anno scorso fa proprio così: inventa «scenari» plausibili e propone i dilemmi etici che ne derivano alle menti di loro, che saranno, volenti o nolenti, gli inquilini di domani. Im-

pactscool porta nelle scuole e nelle università una materia che non ha libri e neanche correzioni da bic rossa: solo esercitazioni, dibattiti, spirito critico. In Finlandia, il futuro è oggetto di lezioni già dalle elementari. In Italia, salvo eccezioni, per adesso c’è la didattica laboratoriale di Impactscool (che ha lasciato perdere l’h in favore di una visione, come dire, un po’ più cool). «ABBIAMO PROMOSSO 160 WORKSHOP, coinvolgendo 6.300 persone. Anche all’estero: siamo stati a Parigi, Londra, Tunisi, Manchester, Finlandia» spiega Cristina Pozzi, amministratore delegato e co-fondatrice della realtà. Lei stessa ha un pedigree scritto dall’innovazione come imprenditrice nel settore no profit e profit (ha fondato insieme ad Andrea Dusi Wish Days, venduto a Smartbox nel 2016, ndr). «Prendiamo per mano i ragazzi e li immergiamo in scenari che con la velocità della tecnologia oggi non sono così remoti come si potrebbe pensare, e li facciamo ragionare». La forma, per ora, è quella di incontri itineranti all’università e nelle scuole superiori, ma presto, grazie ad un protocollo di intesa con il Miur, la lezione di futuro promette di entra-

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re nelle aule, non solo tra i banchi ma anche dietro alle cattedre con percorsi di formazione per i docenti. «Non ci vogliamo sostituire a nessuno, ma offrire un’occasione in più». E lo fanno con un gruppo eterogeneo di ambassador, «alcuni sono manager altri studenti universitari che dopo aver fatto un nostro workshop sono rimasti con noi come volontari». Coniugare i pensieri al futuro, in fondo, non è un esercizio di vuota astrazione, ma un’applicazione più ampia di una pratica che è da sempre pane quotidiano per le aziende. «Il forecasting si basa sul megatrend e guarda fino ai prossimi dieci anni. Noi cerchiamo, invece, di fare proiezioni che coprano i 20-25 anni, basandoci sui cosiddetti “segnali deboli” che potrebbero generare i trend futuri». IL DOMANI? IL MONDO SUL TEMA si divide in due: «I pessimisti cronici, quelli che immaginano un futuro catastrofico, alla Terminator e gli ottimisti inguaribili, quelli che ritengono che l’apporto delle tecnologie sarà sempre positivo, permettendoci di vivere in un paradiso utopico, senza affanni né problemi». Ma c’è una terza via che andrebbe percorsa senza sprecare altro tempo. Lo ripete, instancabile, Cristina che, tra i mille impegni, è tornata all’università e si è iscritta, non a caso, proprio alla facoltà di filosofia. «La tecnologia è ibrida, di per sé non è né buona, né cattiva». L’indirizzo, anche e soprattutto, etico spetta a noi. In tempi in cui Google ha imparato non solo a parlare ma anche a «mugugnare», e l’editing del dna è diventato una pratica fin troppo accessibile, bisogna darsi una mossa. «La tecnologia esponenziale e disruptive di oggi avrà un impatto concreto sulla vita quotidiana di tutti noi in tempi brevissimi, fra pochi anni, anche perché riesce ad essere meno costosa con una velocità prima mai vista» spiega Cristina. Lei, oltre ad essere una delle tre anime di impactscool (le altre sono Andrea Dusi e Andrea Geremicca) è anche un’appassionata divulgatri-

Attivisti del futuro, diciamo a voi: Li chiamano proprio così, Future activists, e sono gli appassionati di tecnologia, intelligenza artificiale, bioetica che popolano le fila di Impactscool e che tengono gli workshop di cui dicevamo sopra. Non preoccupatevi: non è appannaggio esclusivo dei nerd. Se il domani è un tema che vi preme, andate su impactscool.com e candidatevi come volontari.

Cristina Pozzi

ce di temi, come dire, impattanti. Di recente ha pubblicato 2050 - Guida Futuristica per viaggiatori nel tempo, una specie di Lonely Planet che aiuta a non smarrirsi in quella meta inconsueta che sarà il mondo tra qualche anno con dritte pratiche sulla lingua da parlare, la valuta da usare e i ristoranti gratuiti da evitare (perché, magari ti regalano la cena e poi si tengono le informazioni genetiche che hai lasciato, con candida fiducia, sulla forchetta). E infatti, quale potrebbe essere la sfida delle sfide? «Andare dal parrucchiere». Perché in tempi che, già ora, sono ossessivi in tema di dati e privacy, «il vero dato che cercheremo di proteggere sarà il dna». In un attimo mette in piazza tutte le nostre notizie genetiche e costa sempre meno analizzarlo (non mancano le aziende che online offrono test gratuiti e “fai da te”, altro che Cambridge Analytica verrebbe da dire). Fa sorridere, ma non troppo, pensare che il nostro parrucchiere, oltre ad archiviare pettegolezzi a mezza bocca, potrebbe, a colpi di spazzola, disporre pure della miniera di dati nascosti in un nostro capello.

Tu chiamala, se vuoi, PEDAGOOOGIA 3000 Di Alessandra Scolari Per i bambini di oggi in arrivo metodi educativi innovativi. L’Associazione AkyAhora, il Centro Studi Interculturali del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona e l’Associazione Poiesis, il 3 luglio, alle 16.30, nell’Aula T1 del Polo Zanotto, promuovono una conferenza dal titolo Nuovi Bambini/e, nuova società. La scuola dei 7 petali. Sarà un’occasione per scoprire “Pedagooogia 3000”, un movimento internazionale e multiculturale, direttamente dalla fondatrice Noemi Paymal. Un’antropologa francese, che vive in Sudamerica (da oltre 30 anni), impegnata nella costruzione di un nuovo “paradigma pedagogico”, per un’educazione integrale, flessibile, attiva, empatica, divertente e adattata al contesto socio-economico e culturale in cui i bambini crescono. Per info: p3000italia@gmail.com.


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IN PRIMO PIANO IL LAVORO INVISIBILE

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DISPERATE? NO MULTITASKING. PERCHÉ LE CASALINGHE NON SONO PIÙ QUELLE DI UNA VOLTA

Il ruolo della donna, oggi, si gioca dentro e fuori casa. Secondo il Moica, il Movimento italiano casalinghe presente anche in riva all’Adige dal 2013, è tempo di riconoscere il valore umano, sociale e culturale del lavoro familiare. DI MARTA BICEGO

C

ASALINGHE SÌ, MA IN chiave moderna: definizione che porta le donne ad essere innanzitutto paladine del lavoro familiare. Madri e a loro volta figlie, professioniste impegnate e lavoratrici alla ricerca della meritata affermazione: così al grembiule e al mattarello hanno sostituito la grinta nel farsi strada nella professione, nel prendersi cura della famiglia, senza trascurare se stesse e l’ambizione del trovare un posto nella società. È un colpo di spugna rispetto al passato, che non implica rinnegare uno status: «Siamo tutte casalinghe», esordisce Anna Vitali, presidente del Movimento italiano casalinghe (Moica) di Verona e componente del consiglio direttivo nazionale. Lei stessa può essere fotografata come l’emblema della casalinga del ventunesimo secolo: dopo anni trascorsi in azienda nelle vesti di amministratore delegato, è diventata tenace sostenitrice del lavoro familiare. Il che non significa limitarsi

alle faccende domestiche, fa notare, «sebbene rappresentino parte importante della vita di ogni donna e famiglia. Vuol dire considerare quell’opera invisibile di cura ed accudimento del nucleo di appartenenza e di vita, svolto a tempo pieno o parziale, non sempre per scelta». Con sacrifici e rinunce, quando l’attività tra le mura di casa deve incontrare le esigenze professionali. Questione di visioni. A ben guardare, una casalinga è una manager multitasking del focolare domestico: bada al risparmio e alla logistica, all’educazione e alla salute, alla quotidianità con lungimiranza. «È a tutti gli effetti un soggetto economico, quindi un attore sociale determinante». Agisce però relegata nell’ombra: «Il suo lavoro non contempla ferie, straordinari, paga né progressione di carriera, contributi o malattia – evidenzia Vitali –. Risulta purtroppo invisibile agli occhi dei politici e della società in generale, allo stesso welfare, sebbene esistano


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riconosce il vero valore in termini di dedizione, sia fisica che mentale, e di tempo».

Le associate di Moica - La presidente Anna Vitali al centro

sentenze importanti come quelle della Corte Costituzionale nel 1995 e della Cassazione che lo hanno equiparato a qualsiasi altra occupazione svolta fuori casa e la cui mancanza darebbe un duro colpo all’economia nazionale. Perciò ha più che mai senso, adesso, pronunciare il termine casalinga, ma in un’accezione moderna. Nel suo significato profondo e reale: una lavoratrice attualizzata in una società che esige tale mansione determinante, ma non ne

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DA QUI LA MISSION DEL MOICA: lontano dai femminismi correnti, nacque a Brescia nel 1982 dall’intuizione di Tina Leonzi, fondatrice e tuttora presidente nazionale, per valorizzare l’impegno familiare e chi lo svolge, e per riconoscere il valore umano, sociale e culturale della donna. Fu il punto di arrivo e l’avvio di un lungo cammino che conduce ai giorni nostri con tredici comitati regionali e un centinaio di gruppi locali. Verona compresa, dove il movimento, presente dal 2013, è vivace su vari fronti: conferenze, incontri su temi inerenti l’universo femminile e l’attualità, laboratori, visite guidate, iniziative di solidarietà; manifestazioni sportive, come la Corsa di Giulietta, che si è tenuta il 25 marzo tra le vie della città. «Ciò che serve è una vera inversione culturale – conclude la referente scaligera –. Ha senso superare lo stereotipo del “fantasma sociale” e della casalinga nulla o poco facente, la visione riduttiva e sminuente data a questo termine, non corrispondente al suo vero significato sociale e umano. È opportuno invece riconoscere questo ruolo e il merito che ha a livello umano, culturale e sociale. Guardando all’oggi e soprattutto al domani».


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IN PRIMO PIANO IL FUTURO (E IL LAVORO) SI INVENTA

DUE BLOGGER FUORI MISURA Sono Francesca Moscardo e Valentina Tomirotti, due piccole, grandi donne che hanno scelto la vetrina del web per parlare del loro mondo senza peli sulla lingua e con una dose extra di autoironia.

Francesca Moscardo

W

IKIPEDIA DEFINISCE la nana bianca «una stella di piccole dimensioni, […] un oggetto molto compatto, di elevatissima densità e gravità superficiale». Per coloro che non si ritengono esperti di astrofisica, la facciamo semplice: le nane bianche sono stelle “piccole” come la Terra, ma pesanti quanto il Sole. E quando circa un anno fa Francesca Moscardo si è trovata a scegliere il nome più adatto da dare al suo neonato blog, la definizione di nana bianca le è sembrata la più appropriata. Affetta da nanismo diastrofico, Francesca ha affidato allo spazio online Nanabianca Blog il racconto della sua vita da un punto di vista poco convenzionale, forse, ma di sicuro pieno di sorprese, perché, ci assicura lei, «vedere il mondo a un metro d’altezza è un privilegio che pochi adulti si possono permettere». Le fa eco da un’altra stanza della blogosfera Valentina Tomirotti, intraprendente voce di Pepitosa Blog, anche questa una collezione web di episodi di vita quotidiana, consigli di moda e lifestyle, ma anche racconti di viaggio e molto altro. Quella di Valentina è «una voce fuori dal coro - come ci tiene a precisare lei stessa - sul mondo e dal

mondo della disabilità». Perché dalla sedia a rotelle da cui la blogger vede l’universo le cose da raccontare sono tante e gli stimoli non mancano: «Non solo grazie alle ruote che ho sotto il sedere e che mi portano in giro, ma anche perché a livello personale io sono più per l’inclusione che per la recinzione». Tanto Francesca quanto Valentina sono approdate al mondo dei blog grazie alla passione per la scrittura. «Aprire Pepitosa Blog è stato un percorso naturale perché mi piace scrivere; - ci racconta Valentina - la scrittura è un mondo dove non ci sono confini, un mondo dove puoi dire quello che vuoi o far sapere che hai un’opinione, e che la tua opinione conta». Una passione che Francesca, invece, coniuga con quella per la storia dell’arte: dopo una laurea in questa disciplina e un diploma alla Scuola di specializzazione in Beni storico-artistici a Padova, infatti, ha messo il suo occhio da esperta a disposizione del pubblico e sul suo blog si possono leggere interessanti post sulle bellezze artistiche di tante città. La preferita, però, è e resterà sempre Verona, dove è nata e cresciuta. Anche sul blog di Valentina non mancano le esperienze di viaggio, che lei racconta così: «Mi

DI CHIARA BONI


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Valentina Tomirotti RAGAZZE FANTASTICHE E DOVE TROVARLE: Francesca Moscardo: www.nanabiancablog. wordpress.com/ Facebook.com/NanabiancaBlog Valentina Tomirotti: www.pepitosablog.com/ Facebook.com/pepitosablog

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piace parlare di viaggi perché vorrei dimostrare che non sono le ruote che ti fanno muovere, ma sono le persone in quanto esseri in movimento». «ALL’INIZIO NON SAPEVO BENE che taglio dare a questo blog, poi ho capito che la mossa vincente era quella di incentrarlo su di me e sulle mie difficoltà quotidiane. – continua Francesca - Quindi ho deciso di mostrare come io riesco ad affrontare certe cose, dando consigli che possano tornare utili a persone che hanno difficoltà diverse ma in qualche modo simili alle mie». Forse proprio per questo uno dei post più apprezzati sul blog di Nanabianca è quello intitolato “30 motivi esilaranti per cui essere alti un metro è una fregatura”: un excursus divertente e autoironico sulle piccole difficoltà e gli inconvenienti più strampalati che ogni giorno Francesca si ritrova ad affrontare dai suoi 98 centimetri d’altezza. Anche per Valentina l’esperienza online è molto simile: più personale è il racconto, più il pubblico apprezza. «Quando accompagno i lettori nella mia vita, quando li porto con me nelle mie esperienze di

Valentina Tomirotti

tutti i giorni la risposta è ben diversa rispetto a quando parlo di un argomento lontano dal mio mondo nell’immaginario collettivo». E nel futuro delle blogger cosa c’è? Per Francesca una sfida nuova: «Dato che i miei lettori hanno apprezzato tantissimo il mio post sulla “mini cucina” (“Cucinare a un metro d’altezza: come sopravvivere ai fornelli anche se non ci si arriva”, ndr) ho intenzione di aprire un canale YouTube e realizzare delle videoricette molto semplici per chi ha difficoltà a cucinare o è, semplicemente, molto pigro». Nell’immediato futuro di Valentina invece c’è la stesura di un libro sulla sua vita, scritto con il personalissimo stile che la contraddistingue anche online, e un progetto di vita: prendere la patente, il prima possibile. Di sicuro, entrambe le blogger non smetteranno di affrontare il mondo con la consueta dose di autoironia e leggerezza, l’arma migliore per raccontarsi. Una sfida di cui, si può dire, si sono fino ad ora dimostrate all’altezza.


IL PERSONAGGIO GIANMARCO MAZZI

IL SIGNOR SANREMO

CHE SOGNA GLI U2 (IN ARENA) Quando Gianni Morandi ha fatto capolino, del tutto inaspettato, in conferenza stampa un martedì come gli altri a Palazzo Barbieri, un po’ si è capito lo stile di Gianmarco Mazzi. La sua vita nei dietro le quinte che contano gli ha affinato l’arte di maneggiare presenze di peso. Dopo essere stato il padre (artistico) di svariate edizioni di Sanremo, ora il suo compito è trasfigurare l’Arena nella meta eccelsa che può essere per i grandi nomi della musica contemporanea. Proprio «per il rinnovato impegno nel rendere la città di Verona protagoniste in Italia e nel mondo», Mazzi ha ricevuto il Premio Verona Network, lo scorso 17 dicembre, in Camera di Commercio. DI MIRYAM SCANDOLA

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ON CHIAMATELO SUPERMANAGER, perché i prefissi superlativi li lascia volentieri agli altri. Manager artistico è il titolo che Gianmarco Mazzi preferisce su tutti. Classe 1960, veronese, i primi passi li ha mossi nel mondo del calcio-spettacolo. Molto deve a Giulio Rapetti, in arte Mogol, che ha trasformato quel ventenne altissimo nell’organizzatore-pioniere della Nazionale Cantanti. Nel 1992 è diventato manager di Adriano Celentano (e dell’immancabile Claudia Mori) nonché produttore di Pupo. Nel 2003 ha fondato una casa di videoproduzione, Run Multimedia srl, con un altro veronese, Gaetano Morbioli, tra i più affermati registi di videoclip e spot musicali. Hanno sfilato nel loro capannone scaligero Laura Pausini, Ferro, Renga e Tatangelo, per dirne qualcuno. «Specialista negli spiragli» è la definizione con cui l’ha battezzato il giornalista Stefano Lorenzetto. La migliore breccia che Mazzi ha intravisto sulla sua strada è stata quella che gli ha schiuso il direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo (pure con la benedizione politica di Gasparri e di La Russa). È diventato direttore artistico e la carica gli ha spalancato le porte di Sanremo. «Sceglie cantanti e canzoni senza un’ora di conservatorio alle spalle» ha scritto ai tempi Mario Luzzato Fegiz, critico del Corriere della Sera. Eppure non si tiene il conto delle edizioni che il manager veronese ha guidato, con ascolti da capogiro sempre alla mano.  Nel frattempo, ha fatto altro. Nel 2013, ad esempio, è stato autore e produttore artistico della versione italiana di The Voice. L’anno successivo ha organizzato il Festival lirico dell’Arena di Verona condotto da Antonella Clerici su Raiuno. Già in

passato nell’orbita degli eventi dell’anfiteatro, da quest’anno Gianmarco Mazzi è tornato alle redini della società della Fondazione Arena che gestisce il settore extra lirico e, grazie anche al suo tessuto di contatti, ha arricchito di grandi nomi il cartellone, in alcuni casi, spulciando semplicemente dalla sua rubrica del telefono, amico com’è di Gianni Morandi e di tanti altre voci dello spettacolo italiano. Per capirci, al suo matrimonio, nel 2012 a Torri del Benaco, erano presenti tra gli altri Adriano Celentano, Riccardo Cocciante, Paolo Bonolis e, appunto, Morandi. La sua ricetta per l’Arena ha un’andatura sostenuta nel segno, soprattutto, dell’internazionalizzazione: da Bob Dylan a Lenny Kravitz passando per i Deep Purple, gli Scorpions e Sting. Il colpo grosso, già messo a segno, è Elton John nel 2019. Ma il nuovo amministratore delegato della società extra lirica non sosta nei perimetri di un risultato neanche un momento e già apre il cassetto dei sogni. Sul palco dell’anfiteatro vorrebbe loro, gli U2 e i Coldplay. Per motivi anche intimi: «sono la colonna sonora della mia vita». E allora manager artistico sia. Come sta andando ora che è tornato sul campo areniano come responsabile dell’extra lirica? Stiamo lavorando per mantenere ad alto livello tutta la programmazione parallela a quella lirica. Negli ultimi anni forse è mancata un po’ di internazionalizzazione. Proprio su questo aspetto ci siamo concentrati con il cartellone di quest’anno. Ad inaugurarlo è stato, tra l’altro, Gianni Morandi, suo amico di vecchia data…

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27 Gianmarco Mazzi alla consegna del Premio Verona Network

rebbe assolutamente portare in Arena? Io un sogno ce l’avrei che, poi, in realtà sarebbero due: gli U2 e i Coldplay. Il problema è che loro hanno delle produzioni calibrate per stadi anche da 80 mila posti e quindi, qui, non ci sono le economie per reggerli. Io continuo comunque a starci dietro: a loro come a Lady Gaga e ad altri grandi artisti. Si dice che sul lavoro sia uno che arriva agli obiettivi, molto meticoloso nei dettagli. (ride, ndr) Sì, sono un perfezionista. A volte lo percepisco come un difetto e mi sento un po’ vittima di questo perfezionismo perché quando si lavora con altre persone, bisogna accettare che le cose non vadano sempre esattamente come vorremmo.

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È stato un piacere per me che abbia aperto lui e che dopo sia arrivato Bob Dylan. Due padri della musica, uno di quella italiana, l’altro di quella mondiale. Ora c’è l’appuntamento con Wind Music Awards (4-5 giugno) e poi arriverà un settembre molto forte con due momenti che saranno anche due eventi televisivi: l’8 con Andrea Boccelli e il 14-15-16 con Claudio Baglioni. In effetti, aveva annunciato una chiusura trionfale… Questi due eventi a settembre segnano anche l’apertura della stagione televisiva della Rai. Il che vuol dire che per tutta l’estate saranno trasmessi spot in qualche modo legati alla città di Verona e al suo anfiteatro; l’Arena sarà molto vista dal pubblico in contesti di grande livello. Nel 2019 arriverà persino Elton John… Lui rappresenta proprio la svolta internazionale che vogliamo dare, anche in prospettiva. La programmazione annua non basta, bisogna lavorare con un orizzonte temporale più ampio. Intanto, visto il successo dei biglietti, stiamo chiedendo al cantante di fare altre serate. Ce l’ha un sogno nel cassetto? Qualcuno che vor-

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È stato il padre di tantissime edizioni di Sanremo, in un’intervista ha detto che prima e durante il Festival, per lo stress, gli capitava di arrivare a perdere quasi dieci chili. C’è qualche errore che non è riuscito proprio a mandare giù? Sanremo è un evento che devi progettare bene perché è come quando sei a Giurisprudenza. Diritto privato è tra i primi esami, è complicato e quindi ci metti mesi a studiarlo. Con il Festival funziona uguale: se non studi dal primo giorno arrivi all’ultimo momento che non rimedi nulla. Bisogna progettarlo bene perché è una macchina complicata. Io ho anche imparato dagli errori, in passato ho fatto un’edizione non molto fortunata. Per contro, le quattro che sono venute dopo hanno avuto, ogni anno, un successo maggiore. C’è una leggenda attorno alla sua figura, si dice che sia molto bravo a capire quando un artista avrà successo oppure no. Come per i Negramaro, ad esempio. Diciamo che tra i direttori artistici il più bravo è quello che sbaglia meno: arrivano tantissimi pezzi e proposte. Con i Negramaro lo capì subito. Ricordo nitidamente quella sera: ero nella redazione di Sanremo. Arrivò il brano (Mentre tutto scorre, ndr). Ho sentito una cosa di una potenza tale che ho pensato: “Ma questo pezzo è straordinario”.


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A TU PER TU CON LUIGI FRESCO

L’ETERNO GIGI Presidente e allenatore della Virtus Verona da 36 stagioni consecutive. Dalla Terza categoria alla Serie C, conquistata trionfalmente quest’anno. La corsa di Luigi Fresco, per tutti Gigi, non si ferma qui: «L’obiettivo nella prossima stagione sarà salvarci e rimanere in categoria qualche anno, poi, se saremo bravi…». DI MATTEO SCOLARI

La conquista della serie C per la Virtus - Ph Liborio

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OTREBBE ESSERE L’ALLENATORE più longevo del mondo se non ci fosse stato un certo Guy Roux che, in Francia, ha guidato la squadra dell’Auxerre per 44 anni consecutivi, dal 1961 al 2005 con una piccola interruzione tra il 2000 e il 2001. Luigi Fresco, detto Gigi, guida la Virtus Verona da 36 stagioni e, certamente, può avere la soddisfazione di detenere – quello sì – il record italiano. Allenatore della prima squadra, che al tempo era retrocessa in Terza categoria, e presidente dal lontano 1982. Un inizio da giocatore nella società di Borgo Venezia, quartiere in cui lo stesso Fresco è nato, che risale addirittura alla stagione 1968-1969. Dalla categoria più bassa del calcio italiano, la Terza, alla serie C, conquistata trionfalmente in questa stagione dopo un’annata entusiasmante e sempre da protagonista assieme ai suoi ragazzi. La Virtus, che era già stata in Lega Pro seconda divisione (la vecchia C2) quattro anni fa, prima della riforma che ha accorpato le due categorie (C2 e C1), giocherà il prossimo campionato tra i professionisti assieme all’Hellas, in B, e Chievo, in A. Verona, altro record, sarà l’unica città d’Italia ad avere tre società di calcio professionistiche. Grazie a questo

straordinario risultato, Gigi Fresco ha ricevuto il Premio “Impresa” consegnatogli dall’associazione Verona Network in Camera di Commercio lo scorso 17 maggio. Mister, le brillano ancora gli occhi. Chi si sente di ringraziare per questo straordinario successo? Sembrerà banale, ma dico sempre che la mia ricchezza sono sicuramente i miei collaboratori che sono molto bravi e validi: il direttore generale Diego Campedelli, i due direttori sportivi Adriano Zuppini e Matteo Corradini, il vicepresidente Vittorio De Paolise tanti altri, compresi, ovviamente, i miei ragazzi. Che stagione è stata questa, che entrerà di diritto nella storia del calcio veronese e non solo? Una gran bella stagione. Avevamo a disposizione una squadra molto giovane, con alcuni giocatori di talento provenienti da altre società che negli ultimi anni non avevano brillato. Dovevano essere in qualche modo rilanciati. Abbiamo lavorato bene con loro e su di loro e siamo riusciti ad avere la meglio contro vere e proprie corazzate, attrezzate fin dall’inizio per vincere.


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Invece avete vinto voi. Che sapore ha la vittoria nel quartiere, e del quartiere, in cui è nato? Mi ferma la gente che neanche conosco a complimentarsi. L’altro giorno sono passati dei ciclisti, mi hanno salutato gridando “Forza Virtus”. È una soddisfazione per me e per tutti, quartiere e spero anche città compresi.

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Lei lavora da anni nel mondo della scuola come dirigente amministrativo e guida una società professionistica. Non si sente un’anomalia? In Inghilterra ci sono i cosiddetti “manager”. Diciamo che a modo mio potrei definirmi un precursore in Italia. Preferisce essere chiamato mister o presidente? Per adesso mister, anche perché ho faticato molto per superare il master a Coverciano non avendo mai giocato tra i professionisti. Con questo tesserino potrei allenare anche in serie A. Magari con la sua Virtus? Magari. Intanto pensiamo a salvarci in C, che non sarà facile, e stare lì qualche anno. E poi, se saremo bravi, proveremo un nuovo grande salto.

Ph Liborio

È vero che nell’ambiente la chiamano “il boss”? No, anche se ammetto di essere un fan di Bruce Springsteen. In realtà mi chiamano tutti, e da sempre, Gigi.

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IL FOCUS DI VERONA NETWORK

TURISMO IN LESSINIA, ADESSO O MAI PIÙ Da troppi anni la montagna scaligera è il fanalino di coda delle destinazioni turistiche del veronese. Nove amministratori locali hanno scelto di mettere da parte i campanilismi e le rispettive appartenenze politiche per collaborare a tutto tondo su un progetto che vede la riappropriazione del Parco naturale tra le priorità. DI MATTEO SCOLARI

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OVE SINDACI, nove amministrazioni comunali della Lessinia unite per il bene del loro territorio. È una firma dal significato importante quella sottoscritta, il 12 aprile scorso nella Sala Rossa della Provincia di Verona, dai primi cittadini dei comuni di Bosco Chiesanuova, Cerro, Erbezzo, Grezzana, Roverè, San Mauro di Saline, Sant’Anna d’Alfaedo, Selva di Progno e Velo Veronese. Un impegno formale a intraprendere un percorso di condivisione e di valorizzazione della montagna veronese che non ha avuto precedenti nella storia recente di questa parte del territorio veronese e che si è meritato il Premio “Ente pubblico” assegnato dall’associazione Verona Network in Camera di Commercio. A tirare le fila del progetto è il comune di Bosco, che assieme ad Assobosco e all’Università degli Studi di Verona ha ideato il protocollo. Sindaco Melotti, adesso o mai più? Da anni registriamo la mancanza di un coordinamento generale delle attività turistiche: la Comunità montana in pratica non esiste più, il Parco naturale è commissariato e la Provincia ha

La firma del protocollo d’intesa in Provincia

perso molte delle sue deleghe territoriali dopo la riforma. Come sindaci abbiamo sentito l’esigenza di condividere strategie, scelte e anche azioni politiche creando un tavolo di coordinamento per cercare di mettere insieme risorse economiche e non, finalizzate, ad esempio, all’apertura di alcuni uffici turistici. C’è già qualche progetto in cantiere? C’è n’è più d’uno. In primis, la necessità di sviluppare al meglio l’alta Lessinia e crediamo che il Parco rappresenti in assoluto il nostro valore aggiunto. Grazie alle collaborazioni le università di Verona e Milano stiamo pensando a strategie finalizzate ad attrarre il turista di oggi e del futuro orientando scelte di carattere finanziario e di investimento. Già dal mese di giugno avremo quattro gruppi di studenti della IULM di Milano che lavoreranno in loco su progetti di marketing turistico: potrebbe essere questo il primo passo, insieme al coinvolgimento della Provincia, del Comune di Verona e della Regione Veneto per essere inseriti, come meritiamo, nel piano strategico regionale.


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PREMIO “ASSOCIAZIONE” AL PROGETTO VERONA MINOR HIERUSALEM Sempre all’interno dell’ambito turistico ricade il progetto Verona Minor Hierusalem, ideato da monsignor Martino Signoretto, vicario episcopale per la Cultura della Diocesi di Verona, e coordinato da Paola Tessitore, che ha ricevuto da Verona Network il Premio “Associazione”. Rinascere dall’acqua era il titolo del percorso inaugurale che ha permesso la riapertura e la visita di cinque chiese sulla sinistra Adige chiuse da tempo, portando in poco più di un anno oltre 120 mila visitatori e coinvolgendo oltre 500 volontari del territorio. «Abbiamo l’intenzione di aprire altri due itinerari, probabilmente il prossimo ottobre, dal titolo Rinascere dalla terra - Verona crocevia di storia, civiltà e cultura, dedicati all’antica via Postumia che andava dalla chiesa di San Zenetto fino a quella di San Benedetto al Monte, – afferma don Martino – guardano al contempo con interesse all’eventuale candidatura della nostra città a Capitale italiana della cultura 2021. La presenza architettonica e artistica di radice cristiana esiste da millenni anche a Verona, sarebbe una bella occasione per convogliarla in un concetto di tipo culturale o, per chi è sensibile dal punto di religioso, in un’offerta che sia fresca, bella, che attinge dal passato, ma che guarda necessariamente avanti». Premio Associazione conferito a Verona Minor Hierusalem

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VERSO IL 2021

VERONA CAPITALE

DELLA CULTURA? SI PUÒ FARE

I partecipanti al focus sul turismo in Camera di Commercio

Non è ancora uscito il bando ministeriale per raccogliere le candidature per il 2021, tuttavia in città si stanno creando le giuste convergenze per spingere Verona ad essere la regina delle città italiane tra tre anni. L’amministrazione comunale, ospite lo scorso maggio dell’associazione Verona Network in Camera di Commercio, ha manifestato in modo chiaro la volontà di provarci, anche per celebrare il 700° anno dalla morte di Dante. DI REDAZIONE

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ERONA CAPITALE ITALIANA della cultura 2021? Questa volta sembrano esserci tutte le condizioni, in primis la volontà politica dell’amministrazione comunale scaligera, per far sì che l’obiettivo venga centrato. A confermare l’interesse del Comune di Verona sono stati l’assessore Francesca Toffali, in sostituzione quel giorno della collega Francesca Briani, e il dirigente dell’Area Cultura Gabriele Ren, intervenuti in qualità di relatori al focus sul turismo organizzato da Verona Network in Camera di Commercio lo scorso 17 maggio. È stata proprio la Toffali a ricordare come l’eventuale candidatura con un alto profilo culturale porterebbe nella nostra città un turismo nuovo, più selezionato: «Il turismo di qualità viene se si offre qualità. – ha spiegato l’assessore - Non dobbiamo plasmarci al turismo, ma dobbiamo plasmare il turismo che arriva. È un po’ la sfida di queste città, come la nostra, che vengono prese d’assalto, specie negli ultimi anni». La prima città “capitale italiana della Cultura” è stata Mantova nel 2016 ed era stata selezionata tra le città

che si erano messe in lista per la candidatura a capitale europea della cultura per il 2019. L’iniziativa di selezionare ogni anno una città è stata introdotta con la legge Art Bonus (legge 29 luglio 2014 n.104) allo scopo di sostenere, incoraggiare e valorizzare l’autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura. Nel 2017 è toccato a Pistoia, quest’anno la capitale è Palermo e per il 2020 è stata nominata, lo scorso 16 febbraio, Parma. Il 2019 salta per non sovrapporsi con Matera e si pensa già, appunto, al 2021. «Per noi è un obiettivo importante. – ha affermato Gabriele Ren – Anche perché fra tre anni c’è l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante. Come sappiamo Verona è una città dantesca, insieme a Firenze dove il poeta è nato e a Ravenna dov’è morto. Dove è stato esiliato e dove poi ha scritto è Verona però, non dobbiamo dimenticarcelo». «Si tratta di un appuntamento che non possiamo perdere, anche per rinnovare un’offerta turistica che poggia su un piano assolutamente


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Gabriele Ren

nuovo, accompagnato da un’idea di allargare i perimetri dei percorsi turistici classici, in particolare guardando alla sinistra Adige sul modello straordinario della Verona Minor Hierusalem» ha proseguito il dirigente dell’Area Cultura. Tra i punti principali per un eventuale successo nella fase di selezione, deducibili sia dai progetti accolti in passato che dalle motivazioni espresse dalla giuria per gli esclusi, spiccano la rilevanza data agli aspetti di condivisione del progetto stesso (che deve essere un investimento per il futuro e non un semplice

calendario di eventi) da parte di tutte le realtà presenti sul territorio, e sul coinvolgimento attivo dei partner sia pubblici che privati. Il progetto poi dovrebbe coinvolgere il territorio in senso lato e non essere circoscritto al centro storico. Grande attenzione all’impatto ambientale e attenzione sia al patrimonio culturale materiale che immateriale. Infine un piano economico molto accurato, l’introduzione di aspetti di sviluppo tecnologico (anche questi a vantaggio della comunità nel futuro) e una particolare attenzione alle implicazioni sociali.

TOCATÌ, VERSO LA CANDIDATURA AL REGISTRO DELLE BUONE PRATICHE DELL’UNESCO Il 18, 19 e 20 maggio scorsi si è tenuto a Roma il seminario dal titolo Tocatì. Un patrimonio condiviso. Le giornate dell’immateriale. Un secondo appuntamento tra comunità ludiche italiane, istituzioni nazionali e università che si inserisce nel progetto di formazione organizzato da Associazione Giochi Antichi di Verona in collaborazione con MIBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), ICDE (Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia), col sostegno della Regione del Veneto e dell’area cultura del Comune di Verona, che ha lo scopo di porre le basi di una rete italiana per la salvaguardia del patrimonio ludico tradizionale, nell’ambito di un più ampio progetto di candidatura multinazionale al Registro delle buone pratiche istituito dalla Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Al cuore di questa rete stanno quelle comunità di saperi e di pratiche che con le loro energie e la loro passione sono impegnate a trasmettere alle generazioni future un diffuso e prezioso patrimonio nascosto. Significativo in questo senso il contributo dato dalla partecipazione di 13 comunità ludiche di gioco tradizionale provenienti da varie regioni italiane, con cui il Tocatì (che quest’anno si terrà dal 13 al 16 settembre) ha collaborato per la salvaguardia e promozione dei giochi e sport tradizionali sin dal 2003, anno della sua prima edizione.

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RESTAURARE LA CARTA

L’ARTE PIÙ FRAGILE QUANDO DEVE ESSERE SALVATA Da Milano alla Valpantena per continuare, con magistrale cura, a restaurare e conservare le opere d’arte su carta antiche e moderne, di grandi, medi e piccoli formati. Dai disegni in varie tecniche alle stampe, dalle mappe geografiche, ai progetti architettonici, passando dai bozzetti pubblicitari alle opere tridimensionali. Lucia Tarantola ha iniziato nel 1988 a Milano e, dal 2011, lavora anche a Verona.

Lucia Tarantola al lavoro nel suo studio

A

LL’OMBRA DEL CASTELLO di Poiano, tra l’altro uno dei primi della Valpantena che nel 1139 venne dato in locazione ai vicini con l’obbligo di rifarne le mura. Proprio lì, vicino a quel pezzo di storia si trova il suo laboratorio veronese. All’interno cassettiere, grandi tavoli, una vasca di lavaggio e una rastrelliera per asciugatura suddividono gli spazi in zone operative. Alle pareti cornici, fotografie e vecchie attrezzature da disegno. Spiccano le tendine bianche sulle finestre e sulla porta perché «Le opere su carta vanno salvaguardate dal sole», spiega la restauratrice Lucia Tarantola, trasmettendo tranquillità, pazienza ma soprattutto la passione e l’amore che ne avvolgono lo sguardo quando accarezza le opere restaurate, pronte per la consegna. Chi è Lucia Tarantola? Una professionista, classe 1961, che - ottenuto il diploma di restauratore di Beni Culturali all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e l’attestato di specializzazione, nel dicembre 1987, nel settore Opere d’Arte su Carta - ha deciso, un anno dopo, di lavorare in proprio con una “ditta artigiana individuale” per committenze pubbliche e private. Scelta decisa

e riconfermata nel 1999, quando è arrivata prima in graduatoria nel concorso pubblico per esami e titoli di Assistente restauratore di disegni e stampe, indetto dal Ministero dei Beni Culturali per la Regione Toscana. «Una grande soddisfazione, ma ho preferito restare nel mio laboratorio privato», dice Lucia consapevole di aver acquisito competenze tecniche notevoli, comprovate anche nel 2016, quando si è trovata tra i 15 finalisti del concorso europeo: House ed European History di Bruxelles. La conoscenza è forza. Lo sa bene Lucia che ama salvare le opere su carta, per loro natura fragili. Per questo, negli anni, ha continuato ad aggiornarsi e ad innovarsi. Sono una quarantina i convegni, seminari e corsi che ha frequentato dal 1988 ad oggi. OGGI LA RESTAURATRICE TARANTOLA ha uno studio a Milano e un laboratorio a Verona ed è impossibile (per ragioni di spazio) citare l’elenco dei suoi committenti pubblici e privati. A partire dall’Accademia di Belle Arti di Brera, fino all’archivio del Teatro La Scala di Milano, passando per i molti musei: tra questi il ca-

DI ALESSANDRA SCOLARI


“Ritratto di signora con manicotto” di Adriana Bisi Fabbri

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“Donne, cavallo e natura morta” di Mario Sironi a sx prima del restauro a dx restaurato

stello Sforzesco di Milano e il Mart di Roveret per finire con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano. Tra i privati ci ha incuriosito il restauro di circa 500 bozzetti esecutivi per le pubblicità della Pirelli, finiti anche in due cataloghi sui quali Lucia (dopo 8 anni di lavoro) ha inserito i suoi contributi (“Note sul restauro”), relativi ai bozzetti più antichi, quelli dagli anni ‘20 fino a metà anni ‘60 e i bozzetti esecutivi della pubblicità degli anni 1965-1981. Uno degli ultimi lavori che le ha commissionato la Biblioteca Ambrosiana di Milano è il restauro di 76 disegni di autori vari del XVI secolo raccolti in un volume, ora esposto alla Reggia di Venaria nella mostra Restituzioni 2018 – La fragilità della bellezza. Per ogni progetto, l’attività di Lucia

I bozzetti Pirelli montati in passepartout

inizia con il sopralluogo dalla committenza per verificare lo stato di conservazione delle opere da restaurare, prosegue poi con l’elaborazione del progetto, completo di fotografie e di preventivi di spesa. In alcuni casi «basta la stesura di un Condition Report; a volte (poche), effettuo in loco piccoli interventi, quando lo stato di conservazione delle opere e le dimensioni non consentono il loro trasporto in laboratorio». Con un lavoro così, perché lasciare Milano e venire ad abitare a Verona? «Il mio compagno si trovava per lavoro qui. Io mi sono subito innamorata di questa città. Anche il laboratorio mi è piaciuto. Poi il passo è stato breve» conclude con il suo solare sorriso. Per info: www.luciatarantola.eu o taraluci@libero.it

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L’ARTE DI SARA ZAMPERLIN

LA PSICOLOGIA

DELLE FIABE (E DELLA PITTURA) Se si dovesse definire l’arte di Sara Zamperlin, non si troverebbe ad oggi una definizione. È arte concettuale, ma anche arte figurativa. È realistica ma anche surreale. Di sicuro è un’arte che rispecchia l’esigenza tutta contemporanea di comunicare, e di farlo in maniera forte. Un urlo riportato sulla tela, con pennellate decise, colature, volti inquietanti.

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I SICURO È UN’ARTE di ricerca, perché è la lunga e minuziosa ricerca che caratterizza Sara Zamperlin. Nata a Legnago, da genitori amanti dell’arte - il padre carpentiere, sempre indaffarato a manipolare qualche oggetto con le mani; la madre divoratrice di libri - Sara comprende la sua attitudine al disegno fin da quando era piccolina. Si è così iscritta prima all’Istituto d’Arte Applicata, per poi proseguire gli studi fino a ottenere la qualifica di tecnico della conservazione, manutenzione e restauro dei beni artistici. «In questo modo univo due miei desideri: quello di mantenere un continuo contatto con gli artisti del passato e, al contempo, di sperimentare nel disegno, alla ricerca di una mia forma artistica». È così che Sara inizia il suo percorso. «Inizialmente a prevalere nelle mie opere erano le forme astratte». Poi ha capito che mancava qualcosa che la rappresentasse. «La mia capacità di osservazione, che spesso mi induce a sacrificare la parola allo sguardo, mi fece sorgere una

domanda: perché vedo le persone in un modo, mentre loro si atteggiano diversamente? La conferma venne di lì a poco. Una persona un giorno mi chiese di farle un ritratto. Mi portò una foto: ma questa seppure bella, non lo rappresentava. Da qui nacque il progetto Anime. Sono diventati i ritratti il cardine della sua ricerca. Una ricerca che si è poi sviluppata fino ad arrivare ad affrontare un tema tanto caro a Sara: le fiabe. «Da piccola ero molto timida. Leggevo molto e ascoltavo molto», ci confida. Le capitava di trascorrere più tempo con gli adulti che con i suoi coetanei. Ascoltava e osservava. «Mia nonna era solita raccontarmi le fiabe, non quelle edulcorate, proposte dai celebri cartoni per bambini, nemmeno quelle pubblicate in edizioni riviste, volte a falsare il reale. Mia nonna mi raccontava le fiabe popolari. Quelle dove l’ambiente è oscuro, dove scorre il sangue, dove prevale la paura dell’abbandono, piuttosto che il lieto fine». Le capitava spesso allora di associare le persone che osservava ai personaggi delle fiabe. Ed è

DI GIOVANNA TONDINI


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stata proprio questa sua naturale propensione a farle iniziare il progetto sulle fiabe. «TRE ANNI FA SONO PARTITA così con Alice nel paese delle meraviglie, per proseguire con Il mago di Oz e, di recente, con Hansel e Gretel. In questo tipo di progetti, ai quali dedico un anno di lavoro ciascuno, mi metto in gioco totalmente. Incontro persone, studio, approfondisco». Sara prende spunto da un tema della fiaba per associarlo a un problema psicologico. Con Alice ha affrontato le fobie, con il Mago di Oz i traumi, con Hansel e Gretel lo smarrimento di identità. Perché questo collegamento, a cosa serve? «Credo fortemente che ogni persona debba fare uscire tutto ciò che è, difetti e pregi che siano. Non deve nascondere le proprie imperfezioni, ma dar loro valore, perché sono parte di lei, e soprattutto sono umane». Come umani sono gli episodi non felici della nostra vita, sono le difficoltà che abbiamo affrontato e superato. E tutto questo Sara lo vuole comunicare, risaltare attraverso un’immagine. «Il quadro finito - ci tiene a sottolineare la pittrice - è solo però l’esito ultimo di un percorso». Dopo avere scelto i soggetti da ritrarre attraverso un annuncio, Sara li intervista ed è proprio dal loro racconto che trova ispirazione. Ne segue quindi la scelta dei colori e del materiale che

sarà presente nel quadro, oltre a quella dei vestiti che indosseranno i soggetti. Questi vengono portati in sala posa, perché è qui che si cattura l’espressione “giusta”. «I miei soggetti, una volta vestiti e truccati, si immedesimano nella fiaba», ci spiega, «e lo scatto fotografico, a cui seguirà il dipinto, voglio che faccia emergere una persona nuova, risultato dell’insieme della persona reale e del personaggio della fiaba». Una persona nuova, dunque, il cui problema psicologico non è stato eliminato, bensì messo in risalto, diventando per Sara motivo artistico, una vera opera d’arte. Eppure tutto questo non basta ancora per la pittrice. «Un momento che ritengo molto significativo è lo svelamento dei quadri. Non solo per le persone ritratte, ma anche per rendere partecipe il pubblico del percorso svolto in mesi di ricerca». Questo l’ha portata a collaborare con due attori per la realizzazione di una performance durante i vernissage delle sue mostre. Una performance studiata meticolosamente, con il ricorso a suoni e luci, voci, per creare quel legame fondamentale tra la finzione e la realtà, tra la fiaba e il suo progetto fatto e vissuto da persone reali. Per saperne di più sui progetti di Sara Zamperlin: www.sarazamperlin.com Facebook.com/Sarazamperlin79

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L’ACCADEMIA DI AGRICOLTURA, SCIENZE E LETTERE

250 ANNI E PORTARLI BENE

L’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona festeggia quest’anno i 250 anni di ininterrotta attività dimostrando quanto si possa essere all’avanguardia nel settore della ricerca. Ne abbiamo parlato con il presidente Claudio Carcereri de Prati. Presidente, 250 anni non sono pochi. Cosa ne pensa? È un bel traguardo, anche perché la nostra è una delle pochissime istituzioni della Repubblica di Venezia giunte sino a noi senza mai nessuna interruzione da quando fu fondata nel 1768 per volere del doge Luigi Mocenigo IV. Com’è cambiata l’Accademia? Certamente oggi sono cambiati i numeri perché è aumentata la popolazione. È cambiata l’estrazione sociale (all’inizio l’Accademia era formata solo da nobili, mentre oggi la società è molto variegata e molto più mobile). Permangono però i problemi quotidiani. L’Accademia all’inizio si è occupata di come migliorare le tecniche di coltivazione, il che significava scegliere delle piante più idonee rispetto ad altre, e i metodi di potatura. Oggi è chiaro che con la meccanizzazione e la genetica i problemi vanno affrontati in modo estremamente diverso. Cosa è rimasto della prima Accademia? È rimasto il nome e l’impegno nell’agricoltura a cui, col tempo, si sono aggiunte anche le scienze

e le lettere. L’Accademia si è sviluppata in tutti i campi dello scibile. Nell’agricoltura continuiamo a studiare la parte relativa al miglioramento della coltivazione, oltre che a promuovere la possibilità di valorizzazione dei prodotti, in primis quelli veronesi. Ospitiamo convegni di studio anche sui singoli prodotti quali il radicchio, l’olio e l’uva, per capire quale ulteriore modo di valorizzazione ci sia in un mondo globalizzato dove le differenze assumono un grande rilievo. A quali traguardi è arrivata in tutti questi anni? L’Accademia ha svolto un ruolo di motore nell’ambito della cultura e dell’economia veronese. Le prime fiere a Verona in materia di agricoltura sono nate da qui. Inoltre, è stata delegata dalla Repubblica di Venezia a risolvere problemi come l’approvvigionamento della legna in città quale unico combustibile e si è occupata di costruire una strada ad hoc che dalla Lessinia potesse consentire l’arrivo di questi prodotti. Più avanti ha istituito la cattedra ambulante di agricoltura che insegnava agli agricoltori, recandosi in tutti i paesi, i metodi

DI ERIKA PRANDI


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A Buttapietra, intanto, l’Istituto Agrario ne fa 150

Il presidente Claudio Carcereri de Prati

L’Accademia ha svolto un ruolo di motore nell’ambito della cultura e dell’economia veronese. Le prime fiere a Verona in materia di agricoltura sono nate da qui.

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È composto da cinque sedi staccate: Buttapietra, Caldiero, Isola della Scala, San Pietro in Cariano e Villafranca e nacque grazie all’intuizione dell’intellettuale veronese Marc'Antonio Bentegodi. L’istituzione agraria, ai tempi, mirava ad essere un’opportunità di concreta formazione al lavoro per i giovani che trovavano nell’agricoltura uno sbocco spesso naturale. L’Istituto Tecnico Agrario Statale Stefani Bentegodi sorse, in origine, a Marzana (1867) poi con il passare degli anni, prima si trasferì in un palazzo della zona Filippini per, poi, portarsi a Sud, in zona San Giacomo, e, quindi, a Buttapietra. A fine maggio, in occasione dei 150 anni della creazione della struttura numerosi eventi hanno ricordato l’importanza che l’Istituto ha ricoperto in passato, e del ruolo che vuole occupare nel futuro. Non è un caso che tra le iniziative per il 150° ci fosse anche la Festa della Biodiversità con una giornata (il 24 maggio scorso) dedicata al progetto Bionet, per conservare e valorizzare la biodiversità d’interesse agrario e alimentare del Veneto.

di coltivazione, soprattutto, della vite che era afflitta dal flagello della filossera. Ha pubblicato per il veronese uno statuto tipo di società cooperativa tra produttori per incrementare il reddito in agricoltura e qualche anno fa è stato pubblicato un rapporto sulla cultura veronese che è il più completo ad oggi disponibile. Oggi, invece, ci stiamo occupando del biologico e dello slow food, cioè delle nuove frontiere dell’alimentazione. In altri settori, come quello delle lettere, abbiamo organizzato un convegno di cinque giorni in occasione della ricorrenza della nascita di Dante, per non parlare di studi storici sulla città. Per quanto riguarda le scienze, invece, l’Accademia ha tenuto a battesimo molte macchine per l’agricoltura e il settore agroalimentare. Tutt’oggi abbiamo soci che studiano soprattutto la parte relativa alla genetica.

Quali sono i tesori dell’Accademia? Non avendo mai cessato l’attività, l’archivio è integro dal 1768, quindi è una miniera di notizie e di preziosi documenti relativamente alla nostra storia. Abbiamo poi una collezione antiquaria di libri pubblicati dal XV secolo in poi con particolare riferimento a quelli stampati a Verona. Il pezzo però al quale siamo più legati è la bussola, la quale serviva per la votazione degli accademici, che fu mandata in dono dal doge di Venezia. Conserviamo l’originale in due colori: rossa e bianca, per il no e per il sì, e all’interno abbiamo ancora le palle fatte di lino. Su di essa ci sono ancora i primi stemmi dell’Accademia con gli attrezzi agricoli. Inoltre, l’Accademia è anche proprietaria di collezioni di fossili, donati da grandi paleontologi veronesi, che sono attualmente in deposito al Museo di Castelvecchio.


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Giornalista veronese, dopo la diagnosi di tumore ha creato una linea di cappelli «per scaldare i pensieri buoni e coprire quelli brutti». Speaker al TEDxVerona 2017, il Corriere della Sera l’ha premiata meno di un mese fa.

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DAL MONTE BALDO LE GALASSIE SI VEDONO MEGLIO

SALUTAMI LE STELLE La notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969 Flavio Castellani rimase sveglio, come tanti altri bambini, in attesa che per la prima volta il genere umano toccasse il suolo lunare: da allora non ha più smesso di alzare gli occhi durante le notti stellate e di luna piena per scrutare il cielo e intercettare corpi celesti dall’Osservatorio astronomico di Ferrara di Monte Baldo.

La galassia di IC342, fotografata dall’Osservatorio del Monte Baldo

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NA PASSIONE CHE NON HA potuto assecondare con una laurea in astronomia, un approdo che forse sarebbe stato naturale per lui, ma che l’ha accompagnato per tutta la vita, fino ad arrivare, nel 2005, all’apertura dell’Osservatorio astronomico di Ferrara di Monte Baldo. «Il nostro osservatorio, gestito dal Gruppo Astrofili Veronesi, è fra i più attivi sul territorio italiano» esordisce il fondatore e direttore di questo piccolo ma attivissimo centro di ricerca e divulgazione gestito da appassionati della volta celeste. «Nel 2013, la rivista scientifica New Astronomy ha pubblicato un articolo del Dr. Ulisse Munari, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio di Asiago, nel quale siamo coautori, sulle curve di luce di 3 supernove. La curva della Supernova in M101 del 2011, è stata considerata la migliore mai pubblicata per una supernova di tipo 1a. Questo articolo ha ricevuto le congratulazioni da parte della rivista come uno dei cinque articoli più citati dal 2013 fino alla metà del 2016». E prosegue: «Tutte le sere in cui era possibile vederle, abbiamo fotografato le tre supernove, corpi celesti al di

fuori della nostra galassia, fondamentali per la comprensione della storia dell’Universo. L’ultima, nella nostra galassia, fu vista da Keplero nel 1604, da cui il nome SN 1604». Oltre ai molti articoli su riviste scientifiche, Circolari e Astronomical telegram ai quali i ricercatori dell’osservatorio hanno collaborato o dei quali sono co-autori, in questi tredici anni sono state anche scoperte due supernove e 8 nove, mentre le telecamere per la ricerca sulle meteore ne hanno registrato quasi 150.000. La dotazione dell’Osservatorio è di due telescopi: uno con un diametro di 40 centimetri e uno con tetto scorrevole di 45. «Per un privato questo sarebbe un sogno - afferma Castellani - ma per un osservatorio astronomico amatoriale è nella media. Bisogna sottolineare invece un crescente fermento di attività in questi anni grazie alla felice combinazione tra attività di ricerca e divulgazione - ricorda il direttore. - Nel corso del tempo è stato costruito un museo con una raccolta di meteoriti di vario genere provenienti dallo spazio, acquistate nelle due più importanti fiere del settore, quella di Monaco e di Phoenix».

DI FEDERICA LAVARINI


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GLI APPUNTAMENTI DI GIUGNO, IN BREVE: • Orto Botanico (laboratorio) 9 giugno Bambini Fiori e Stelle • Osservatorio Astronomico (conferenze e osservazione) 9 giugno (16-18) Il Sole, la nostra stella 16 giugno (21-23) La vita delle stelle • Rifugio Novezzina 30 giugno (16-18) La previsione del tempo, conoscere e leggere le carte meteorologiche, A. Amicarelli “Estremi di Meteo4” APS Flavio Castellani

L’Osservatorio Astronomico di Ferrara di Monte Baldo

UN’ATTIVITÀ DI GRANDE RICHIAMO e successo se si pensa che la “Settimana dell’Astronomia”, svoltasi nell’ottobre del 2017 in Gran Guardia, «ha visto la partecipazione di 6.000 persone nell’arco delle due giornate di mostre e conferenze con relatori italiani e stranieri, tra cui Guy Consolmagno direttore della Specola vaticana, oltre a un concerto del Coro di Santa Cecilia» ricorda Castellani. A questa si aggiungono le ormai tradizionali serate con “La Luna in piazza”, ogni notte di plenilunio in Piazza Bra, e il sempre buon numero di visite all’Osservatorio durante l’estate, quando a Ferrara di Monte Baldo ci si arriva per trovare

un po’ di tregua al caldo afoso della pianura. «Da poco tempo abbiamo anche inaugurato un sismografo, inserito nel sistema dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV). E quest’estate il Parco naturalistico di Novezzina, contesto nel quale l’Osservatorio è inserito, sarà il fulcro di un ricco calendario di incontri scientifici per il pubblico, con particolare attenzione all’astronomia – ben undici appuntamenti – sismologia, cambiamenti climatici e conoscenza delle piante botaniche». Un’occasione per far sì che le persone si avvicinino alla conoscenza scientifica semplicemente guidate dalla curiosità per il proprio territorio.

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DATI & PRIVACY

QUELLO CHE C’È DA SAPERE SUL GDPR ll 25 maggio scorso è entrato ufficialmente in vigore il regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Secondo un rapporto di Capgemini, elaborato in questi ultimi giorni di adeguamento, solo il 48% delle nostre imprese si dichiara ampiamente o completamente conforme. Abbiamo cercato di fare chiarezza con Raja Marazzini, “data protection officer” di aziende italiane operanti nel settore dell’information technology e consulente privacy da circa 15 anni. DI MATTEO SCOLARI

Dottor Marazzini, quanto devono preoccuparsi le aziende veronesi a seguito dell’entrata in vigore del GDPR? Quanto basta, ma non è il caso di stracciarsi le vesti. Ognuno di noi ha visto in questi giorni centinaia di email arrivare da società che chiedevano di rinnovare il consenso al trattamento, ma nella maggioranza dei casi quel consenso era già stato raccolto nel modo corretto quindi azione non solo inutile, ma fastidiosa per gli utenti. Qual è lo spirito del GDPR? Il GDPR (General Data Protection Regulation) è il Regolamento europeo 2016/679 per la protezione dei dati personali e nasce principalmente per due ragioni: in primis creare una regolamentazione minima di base a protezione dei dati personali delle persone fisiche direttamente applicabile in tutti gli Stati Membri. In secondo luogo costruire un sistema basato sul principio della responsabilizzazione dei titolari del trattamento per cui ogni azienda, ente pubblico e privato deve fare una valutazione sulle proprie finalità e attività di trattamento e stabilire politiche di protezione dei dati che possono essere basate su basi minime (privacy by default) oppure costruite su misura per la propria struttura (privacy by design). Quali sono i soggetti che costituiscono l’organi-

gramma privacy nel nuovo Regolamento? Ogni azienda avrà le seguenti figure: il titolare del trattamento, nella persona del legale rappresentante, il responsabile del trattamento interno ed esterno, i soggetti autorizzati a trattare i dati (quelli che nella precedente normativa venivano chiamati “incaricati”, e che in genere erano dipendenti), e nel caso l’azienda abbia diversi dipartimenti, o stabilimenti in luoghi diversi o dipartimenti con trattamenti diversi, potrà nominare i “referenti privacy”, che riporteranno al titolare del trattamento e/o al responsabile del trattamento ove nominato) Chi è obbligato a nominare il Data Protection Officer? La nomina del D.P.O. (che è figura manageriale, che deve essere contrattualizzata con un compenso adeguato e alla quale deve essere affidato un budget da poter investire in miglioramento dei processi aziendali) è obbligatoria per tutti i soggetti pubblici, per i soggetti che trattano dati particolari (che nella normativa italiano erano denominati “dati sensibili”), e per i soggetti che trattano dati di profilazione sistematica su larga scala. Tutte le altre tipologie di aziende hanno la facoltà di nominarlo, e se viene nominato, tale nomina deve essere comunicata all’Autorità Garante Privacy sul sito www.garanteprivacy.it.


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Raja Marazzini

Cosa consiglia alle aziende che hanno necessità di adeguarsi al GDPR? Il primo consiglio è di verificare con un consulente che abbia esperienza in tema di privacy e data protection cosa è necessario fare per adeguarsi alla normativa: è importante non fare adempimenti formali, ma sostanziali. Una chiara e trasparente informativa, comprensibile anche da un ragazzo di 16 anni, senza tanti formalismi in “legalese” e con tutti i dati richiesti; un regolamento interno con mansionari per i soggetti autorizzati a trattare i dati, ma anche per tutti gli altri dipendenti in modo da poter regolamentare meglio le attività aziendali.

CHI È RAJA MARAZZINI Dopo la laurea in Legge, si è specializzato in Diritto della rete internet con un Master presso l’Università di Padova, tenuto dai principali esperti a livello italiano ed europeo in materia di protezione dei dati (Privacy e Data Protection). È co-fondatore di Airpim, PMI Innovativa operante nel settore ICT (Information and Communication Tecnology), specializzata in servizi cloud di identity management.

Immaginiamo che grande spazio vada dato alla formazione… La formazione dei dipendenti sulle modalità di trattamento e sui rischi del trattamento dei dati è adempimento essenziale, perché trattare dati è considerata attività pericolosa, come trattare sostanze esplosive: se si prova di aver adottato misure di sicurezza fisiche logiche e procedurali è possibile contenere il danno, altrimenti si incorre in responsabilità e si è costretti a un risarcimento. E poi è importante nominare i responsabili (esterni) del trattamento, ad esempio il commercialista, il consulente del lavoro...Per le strutture più complesse consiglio di gestire l’analisi dei rischi in modo strutturato e di tenere il registro dei trattamenti ed il registro delle violazioni (data breach) per avere un documento che attesti gli interventi a protezione dei dati nel tempo.

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BUNS, CELTIC PUB E RITORNO

IL BURGER PERFETTO, TRA UTOPIA E REALTÀ Tutto parte dal libro Burger Perfetto presentato il 4 giugno in Feltrinelli. Giacomo e Corrado Ballarini sono giovani, innovativi, e portano avanti due delle realtà più interessanti che stanno contribuendo alla rinascita dell’Interrato Acqua Morta.

Da sx Corrado e Giacomo Ballarini - Ph Paolo Comparin

G

IOVANI, GAGLIARDI E TOSTI. Così diceva Enrico Montesano in un divertente monologo di fine anni Ottanta. Giacomo e Corrado Ballarini, classe 1989, cugini di primo grado originari della Valpolicella, rispecchiano un po’ questa descrizione. Due percorsi diversi, due stili diversi che li hanno portati, oggi, a farsi interpreti della rinascita dell’Interrato Acqua Morta alla guida di due locali così diversi e così uguali: lo storico Celtic Pub e l’hamburgeria Buns. Nel 2014, per casi della vita, si ritrovano in due nuove avventure professionali a 100 metri uno dall’altro, entrambi mossi da passione, voglia di dimostrare il loro valore e soprattutto di sfatare il mito che “in Italia non si può”. Giacomo arriva da un’esperienza come videomaker per Vinitaly International. Poi d’un tratto un amico gli propone di aprire una hamburgeria, e nasce Buns (l’inglese per “panini”, ndr). Corrado trova lavoro all’interno del Celtic Pub che, ben presto, rileva per innovarlo e reinventarlo nel più puro stile anglosassone. A ben guardare due storie come tante, che oggi però rappresentano lo slancio giovane e affamato delle nuove generazioni, che stanno rivalutando i quartieri della cinta cittadina veronese. L’Interrato dell’Acqua Morta, in questo caso, sta vivendo, grazie anche a questi ragazzi, uno slancio tutto nuovo che ne fa una delle zone più interessanti per il divertimento e la ristorazio-

ne in città. Arrivano alle nostre attenzioni per un libro: Burger Perfetto, edito da Feltrinelli Gribaudo, presentato lo scorso 4 giugno proprio in Feltrinelli a Verona. Porta la firma di Giacomo Ballarini, ma dentro c’è un po’ di entrambi e della loro passione per la ristorazione nel senso più ampio del termine. [G: Giacomo Ballarini | C: Corrado Ballarini] Vogliamo la verità: ma il “Burger perfetto”, esiste? G: Non l’ho ancora capito. Tempo fa avevamo aperto un contest tra i nostri affezionati, chiedendo la stessa cosa. Sono arrivate descrizioni di panini tutte diverse tra loro, ma ciascuna con quelli che potrei definire i 5 elementi caratterizzanti che ogni hamburger perfetto dovrebbe avere. C: Forse il Pulled Pork che Giacomo ha realizzato per una festa di Halloween al Celtic di qualche anno fa. Molti lo ricordano ancora come il burger migliore della storia. Avete un segreto nel vostro lavoro? G: Inseguo un concetto di cucina rurale. Nel 2013 ero a Londra per la laurea di un’amica e avevo la lista dei locali in cui andare a mangiare. A Soho ho assaggiato dei cetriolini pickels che potrei definire indimenticabili. Volevo la ricetta a tutti i costi, e l’ho barattata con quello

DI MATTEO BELLAMOLI


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storytelling del tuo mondo e del tuo prodotto. C: Ricordo ancora i pomeriggi dei primi periodi con il locale vuoto in cui ti chiedi se davvero è stata la scelta giusta. Ma poi ci metti il 100%, fai sacrifici e alla fine ti ritrovi con turisti inglesi, scozzesi, americani e irlandesi tutti i giorni.

Buns - Ph Paolo Comparin

che avevo con me in quel momento. C: Sono appassionato del mondo anglosassone e della birra, che oggi è un prodotto in esplosione quasi per cultori, di conseguenza c’è molta confusione, soprattutto nell’artigianale italiano. Occorre essere davvero molto preparati.

La copertina del libro

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Avete mai avuto paura di non riuscire? G: Sì, due anni fa a Verona c’erano 13 hamburgerie. Occorre crederci davvero, puntare su innovazione, qualità e soprattutto raccontarsi con onestà. Oggi non puoi fare nulla se non sai fare

Vivete ogni giorno la rinascita di una quartiere come l’Interrato. Qual è la ricetta per questa ascesa? G: Siamo partiti tra di noi, ma il quartiere oggi vive con tanti locali “giusti”. Penso al Grande Giove, Ettogrammo, Zazie, The Soda Jerk o il Cantonucci, ma non sono gli unici. I giovani che si buttano in questo settore chiaramente non hanno cifre esorbitanti per iniziare dal centro storico, e decentrare crea scambio e vita anche fuori a favore di chi è già qui. C: Non so se esiste una ricetta. Qui la gente viene perché sa che si diverte, c’è profumo di novità e voglia di fare. Anche se alla fine lavoro in un locale con decenni di storia (fu ideato e realizzato da Massimo Bubola) è quello che ci metti dentro che lo fa valutare con occhi diversi. Avete iniziato questa esperienza quasi per caso, cosa immaginate per il futuro? (si guardano e sorridono) G+C: Qualcosa c’è… un’idea c’è… forse si sta anche già muovendo...


IL FORTE DI SANT’ANNA D’ALFAEDO

UN TESORO RITROVATO Il 19 maggio scorso è stato inaugurato e riaperto al pubblico dopo un anno di restauro il Forte Monte Tesoro, situato nel Comune di Sant’Anna d’Alfaedo. Un imponente baluardo difensivo costruito dal Genio italiano nel 1905 che oggi si candida al ruolo importante di elemento catalizzatore in ambito turistico. Ne abbiamo parlato con l’architetto veronese Fiorenzo Meneghelli, progettista e direttore dei lavori. DI MATTEO SCOLARI

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A RITROVATO il suo originale splendore e si è riappropriato di quel suo inconfondibile ruolo di vedetta sul territorio veronese che gli è sempre appartenuto, fin dalla sua progettazione e costruzione, nel 1905, da parte del Genio italiano. Forte Monte Tesoro, inaugurato e riaperto al pubblico lo scorso 19 maggio alla presenza di numerose autorità istituzionali e molti cittadini, ha tutte le carte in regola per diventare una delle “porte” di accesso principali della Lessinia e anello di congiunzione in chiave turistica tra la montagna veronese, il lago e la città d’arte, salendo dalle vallate di Valpantena e Valpolicella. Non solo. Grazie a un protocollo d’intesa firmato sempre il 19 maggio dal sindaco di Sant’Anna d’Alfaedo, Raffello Campostrini, e dal direttore della Fondazione museo storico del Trentino, Giuseppe Ferrandi della durata di tre anni - Forte Monte Tesoro collega idealmente tutta la linea dei forti costruiti nel veronese e quelli del Trentino. A promuovere il sodalizio tra le due parti è stato l’architetto veronese Fiorenzo Meneghelli, che ha curato anche il recupero del forte, assieme all’associazione culturale Tesoro della Lessinia presieduta da Carmine Marconi e promotrice del seminario di studio durante il quale è stato firmato il documento.

Architetto Meneghelli, questo gioiello sembra essere al centro di un programma articolato di valorizzazione territoriale… Sì, articolato su due livelli: il primo di ambito locale, in cui il forte è concepito quale centro della rete dei luoghi d’interesse storico e archeologico, culturale, ambientale e di promozione delle tipicità produttive presenti nel Parco regionale della Lessinia; il secondo, a scala territoriale più ampia, nel quale questa rete di luoghi d’interesse della montagna veronese viene collegata all’area trentina e a quella compresa tra il lago di Garda, la Valpolicella e la città. Si tratta di una nuova opportunità per l’area montana di promuovere un equilibrato sviluppo socio-economico attento alla peculiarità del territorio. Quando sono iniziati i lavori di recupero della struttura? Nel 2016, dopo che il forte era passato dal demanio al Comune a fine 2013 grazie al cosiddetto federalismo culturale, e si sono conclusi all’inizio del 2018. I lavori sono stati ispirati a criteri di “compatibilità e sostenibilità” nel rispetto del contesto in cui si opera al fine di tutelare il patrimonio storico, ambientale e paesaggistico in cui è inserito.

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Architetto Fiorenzo Meneghelli

Com’è strutturato il forte? Si dispone su un’area di 154.640 metri quadrati in cui sono presenti il forte, le caserme e altri edifici di servizio. Il forte è strutturato su tre livelli, tutti fruibili e dotati di impianti tecnologici che ne consentono la piena fruizione degli spazi che sono conservati nel loro impianto storico e formale. Attraverso una galleria, in acciaio corten che attraversa le murature in calcestruzzo e il terrapieno, si accede alla copertura dove sono posti i modelli delle cupole corazzate, per ammirare a 360 gradi un paesaggio che spazia dalla pianura padana al lago di Garda, dal monte Baldo ai monti Lessini e sullo sfondo le montagne Trentine. Perché i forti veronesi hanno un valore storico e sociale così importante per la Lessinia? La militarizzazione della montagna veronese, avvenuta nel periodo della Grande Guerra, ha portato a profonde trasformazioni del territorio. In quegli anni l’area agro-pastorale viene interessata da un vasto programma di opere: forti, trincee,

caserme, comandi, ospedali, panifici, magazzini, laboratori, polveriere, nonché strade, ponti, acquedotti, linee telefoniche e telegrafiche…Sulle montagne della Lessinia si costruirono, tra il 1905 e il 1911, i forti corazzati Masua, Tesoro, Santa Viola e Castelletto. Il sistema fortificato della Lessinia va quindi considerato quale parte integrante di un patrimonio storico-architettonico, ambientale e sociale, la cui valorizzazione deve coinvolgere l’intero territorio. Quali sono i prossimi interventi in programma? Il recupero delle caserme, che forniranno servizi al turismo culturale, ambientale e del tempo libero, dell’area lessinica e delle aree vicine. La sistemazione della vasta area boscata del monte sarà inserita in un centro per la didattica, la formazione ambientale e la conservazione della biodiversità. Le attività previste di carattere culturale, turistiche di promozione delle tipicità produttive presenti nel territorio sono state considerate, infatti, come un fattore trainate per lo sviluppo sostenibile dell’area.

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WORKSHOP LESSINIA E MONTAGNA

LESSINIA

T E R R I TO R I O E A M B I E N T E : Idee, iniziative, modelli e soluzioni per la Lessinia del futuro

GIOVEDÌ 21 GIUGNO 2018 O R E 18 . 00 - 19. 30

SALA OLIMPICA - TEATRO VITTORIA - BOSCO CHIESANUOVA (VR) per iscrizioni WWW.EVENTBRITE.IT


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LA LESSINIA FOTOGRAFATA

IL NOSTRO PARADISO GRATUITO

Cristian Colognato, in arte «Roccia», e Antongiulio Salzani o, meglio, «il Toni», sono due tregnaghesi classe 1982. Li accomuna la stessa grande passione: fotografare la Lessinia. Seppur il tema sia lo stesso, a differenziarli sono la tipologia degli scatti: Cristian immortala i paesaggi, Toni, invece, gli animali.

Malga Pigarol illuminata da un raggio di sole - Ph Cristian Colognato

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POCHI MINUTI DA CASA possiamo trovarci immersi in luoghi incantati abitati da tanti animali, ricchi di storia e di vegetazione, da rispettare e da difendere, dove la natura sa stupire uno spettacolo dopo l’altro. Abbiamo un paradiso gratuito sconosciuto ai più, dalle mille sfaccettature che, grazie a Cristian, laureato in Giurisprudenza e ad Antongiulio, laureato in Scienze della Comunicazione e gestore di un bar a Tregnago, ci viene ricordato. Cristian, quando è cominciata questa passione per le foto ai paesaggi? È iniziata per caso circa 5 anni fa grazie al mio amico Federico Presa che, insistendo, mi ha introdotto a questa passione. All’inizio ero restio a portare via la macchina fotografica in ambienti che non avevo quasi mai visitato, ma poi mi sono accorto che la passione per la montagna e per la fotografia potevano unirsi in una continua, costante e reciproca scoperta. È stato un processo graduale grazie al quale ho imparato ad amare sempre di più la cultura della Lessinia che è vasta, importante e, spesso, poco conosciuta. Cristian a quante mostre ha partecipato? Le mie prime mostre sono state a Tregnago poi, in seguito, a Camposilvano, Sant’Ambrogio di Valpolicella, Pedemonte, B.go Venezia e al Cai a Verona per tre anni consecutivi. Per quanto riguarda le riviste; ho pubblicato la mia prima

foto proprio su Pantheon e poi su Gusto. Tutte le esposizioni fotografiche che ho tenuto le ho intitolate Attimi di luce, perché rispecchiano il mio stile fotografico, tra contrasti di luci e ombre. Ho partecipato a concorsi fotografici sui social ma ho preferito dare più importanza alle mostre. Vedere le foto su carta è sempre emozionante e gratificante. Un altro progetto che ho avuto il piacere di realizzare è stato un calendario per l’anno 2017, pubblicato con gli amici fotografi della Lessinia 365, il cui ricavato è stato devoluto all’Associazione Sogni Concreti. Nel 2018 si è ripetuta la pubblicazione, con l’aggiunta di un altro calendario esclusivamente di mie foto, il cui ricavato è stato devoluto all’associazione Progetto Arcus impegnato con alcuni progetti per i bambini della Tanzania. Toni, da appassionato di fotografia, come è arrivato a fare la sua prima mostra? In questi anni ho unito il mio amore per la montagna alla fotografia, che mi ha portato a girovagare alla scoperta della foresta di Giazza, luogo che ho da sempre nel cuore, e del Carega, scovando tanti paesaggi idilliaci popolati da una fauna incredibile. Posso camminare per ore e non trovare nulla ma poi, improvvisamente, succede l’incontro più inaspettato come quello con il lupo. Pubblico sempre le mie foto su Facebook e grazie all’interesse di Damiano Anselmi, presidente della biblioteca comunale di Badia Calavena, ho potuto qui realizzare la mia prima mostra, lo scorso maggio, esponen-

DI INGRID SOMMACAMPAGNA


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Poiana - Ph Antongiulio Salzani

Dove trovarli (e contattarli): cristian.colognato@gmail.com antongiulio.salzani@gmail.com

Incontro con il lupo - Ph Antongiulio Salzani

do 37 foto. Nella biblioteca di Illasi, invece, il 17 maggio, ne ho organizzata un’altra dal titolo Un anno nella Foresta di Giazza in cui ho proiettato 120 foto (30 per ogni stagione). Toni, com’è stato l’incontro con il lupo? L’incontro è accaduto il 20 ottobre 2016 alle 11 di mattina, un orario insolito, ed è durato 30 secondi, tempo di scattare tre foto da molto vicino e guardarlo, emozionato, allontanarsi.

È stato incredibile: ci siamo incrociati con gli sguardi, ma non avevo paura e mi sono pure commosso. Ho chiamato subito mio padre Giulio, poi la mia ragazza Ale e, infine, sono andato nel mio bar a festeggiare. Nella foto ha la bocca aperta, poi si è girato, ha sbadigliato, ed è andato via. Abbiamo la fortuna di avere una fauna completa nei nostri boschi e prati. Forse, manca l’orso, anche se, recentemente, ho visto delle tracce particolari. A voi la scoperta!

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RINUNCIA ALLA COMPROPRIETÀ: SI PUÒ FARE?

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arà capitato più volte di sentir parlare di rinuncia alla comproprietà da parte di chi non intende pagare le spese di manutenzione e di messa in sicurezza di un vecchio fabbricato che minaccia di cadere. Per evitare di pagare o di contribuire alle spese il comproprietario potrebbe rinunciare alla sua quota, ma lo può fare? Secondo l’articolo 882, comma 2, del codice civile, lo può fare, rinunziando al diritto di comunione. Sulla stessa linea anche l’art. 1104 comma 1 del codice civile. In tema di condominio, invece, l’art 1118 comma 2 sempre del codice civile afferma che il condomino non può sottrarsi all’obbligo di contribuire alle spese per la conservazione delle parti comuni rinunziando al suo diritto. E quali sono gli effetti della rinunzia? La rinunzia è un atto unilaterale che non deve essere accettato dagli altri comproprietari affinché abbia efficacia. Nell’ipotesi di una comproprietà il diritto di ciascuno, che va inteso “come diritto sul tutto” trova una limitazione dal concorrente diritto degli altri comproprieta-

ri, per cui, con la rinunzia di uno, il diritto degli altri si espande: si parla infatti di vix (forza) espansiva della proprietà. In conseguenza della rinunzia alla quota di comproprietà, gli altri comproprietari si vedranno accrescere la loro quota sulla cosa comune per un effetto indiretto. Per quanto riguarda le tasse? Ai fini della tassazione, la rinunzia alla comproprietà e ai diritti reali è equiparata ai trasferimenti gratuiti, alla donazione, in quanto manca un correspettivo anche ai fini dei relativi adempimenti. L’imposta di donazione è collegata al rapporto di parentela fra i soggetti interessati. Se il rapporto è di coniugio e di parentela in linea retta, l’esenzione è fino a 1 milione di euro di valore della quota rinunciata (sull’eccedenza si applica l’aliquota del 4%); se il rapporto è in linea collaterale, tra fratelli, l’esenzione è pari a 100 mila euro (per i successivi importi l’aliquota è del 6%); se non esiste parentela l’aliquota è dell’ 8%., Le imposte catastali e ipotecarie sono dovute nella misura del 1% e 2%, rispettivo, salvo che ricorrano i benefici prima casa: in tal caso le due imposte

sono dovute nella misura di 200 euro ciascuna. L’atto di rinunzia sarà a cura del Notaio registrato e trascritto nei pubblici registri immobiliari. E se una persona volesse rinunciare all’intera piena proprietà? L’art. 827 del codice civile stabilisce che i beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato. Recentemente è intervenuta sia la Suprema Corte di Cassazione che l’Avvocatura Generale dello Stato per affermare che se la rinunzia alla proprietà viene effettuata per sottrarsi agli obblighi e doveri, al fine di non pagare le spese di manutenzione e/o di riparazione del bene e l’effetto acquisitivo al demanio dello Stato non si attua. In tali circostanze la rinunzia viene effettuata per scopi “fraudolenti” e pertanto non potrà produrre effetto nei confronti dello Stato.

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I SEGRETI DELLE ERBE OFFICINALI

MIO TENERO GERMOGLIO Secondo un’antica credenza dei cimbri, popolazione che si è installata in Lessinia a partire dal tredicesimo secolo, cielo e Madre Natura vivevano in un connubio talmente stretto da ritenersi uniti in un mitico matrimonio. Legati entrambi alla fertilità, le loro intenzioni e i loro poteri, messi insieme, potevano dar vita al rigoglio o alla distruzione dei raccolti.

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GGI, ANCHE SE IN LESSINIA la stagione è ancora un po’ incerta, lassù la leggendaria coppia sembra aver fatto anche quest’anno il suo dovere. La natura è esplosa, le valli si sono rinverdite, i vai sono punteggiati di colori vividi, LA RICETTA le montagne si sono DEL TORTÈL: risvegliate e i pascoli sembrano giardini Ingredienti: paradisiaci che on50 grammi di erba madre deggiano insieme al 300 grammi di farina vento di primavera. 150 grammi di zucchero Insomma, tutto è un 3 uova pullulare di vita, di 1 bicchiere di latte colori, di rumori e 1 bicchiere di olio di semi di odori, tanto che 1 bustina di lievito per dolci aprire una finestra zucchero a velo in Lessinia nel magsale gio odoroso cantato da Leopardi, potrebbe essere annoverata tra le migliori esperienze da compiere nella vita. Tra i fiori che sbocciano e si spalancano ovunque sotto i nostri occhi, prende vita anche il fascino sicuramente meno appariscente delle erbe officinali che costellano di grande ricchezza il ter-

ritorio della Lessinia. Partiamo, innanzitutto, dalle definizioni. Il concetto di erba officinale comprende sia le cosiddette erbe aromatiche, contenenti appunto gli “aromi”, sostanze che emanano un odore buono e che sono ricche di oli essenziali (usate soprattutto in cucina PROCEDIMENTO: per insaporire i cibi Unite le uova allo ma anche per la prozucchero, aggiungete duzione di profumi, poi il latte, l’olio e il sale. Incorporate l’erba madre liquori e prodotti di tritata finemente, la bellezza), sia le erbe e farina e il lievito. Versate il composto ottenuto i vegetali che vengoin uno stampo per no utilizzati a scopo dolci e cuocete in medicinale o fitoteforno per 35 minuti a 180°. Una volta cotto, rapico. Per fare detogliete il tortèl dal forno, gli esempi concreti, lasciatelo raffreddare un partendo da queste po’ e poi spolverizzatelo con lo zucchero a velo. due categorie, ogni Se potete, assaggiatelo abitante della Lessiancora tiepido. Non ve lo dimenticherete mai più. nia riconoscerebbe a chilometri di distanza l’odore del tortèl appena sfornato, ed è praticamente impossibile trovare qualcuno che abbia potuto sottrarsi ai suffumigi a base di catiorà. Il tortèl è un dolce tipico della montagna e della collina veronese fatto con l’Erba Madre, (vd la ricetta accanto,

DI MICHELA CANTERI


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UN LIBRO “FIORATO” È stato presentato nel mese di maggio il volume Flora della Lessinia e del Carega di Luciano Costantini e Maurizio Trenchi, edito dal Gav (Gruppi Alpinistici Veronesi). Si tratta di una pubblicazione in cui vengono inventariate ben novecento varietà di fiori che costellano il territorio della Lessinia, dalla fascia pedemontana fino alle cime più alte. Le varie specie sono raggruppate secondo l’habitat da loro prediletto e ad ogni fiore viene dedicata una scheda corredata di foto, informazioni sull’ecologia, il periodo di fioritura, la tossicità e la protezione. Il libro è accessibile anche ai non esperti e mira non solo a far conoscere le caratteristiche della flora dell’altopiano veronese, ma a far comprendere che la tutela di ogni singola specie è alla base di quell’equilibrio naturale dal quale dipende la vita di ognuno di noi.

ndr) pianta che si trova molto spesso allo stato selvatico, conosciuta in italiano con il nome di partenio. L’odore di Erba Madre che si sprigiona ogni volta che si cucina il tortèl porta con sé antichi ricordi di merende fra bambini o di giorni di festa in cui avere a disposizione un dolce era l’evento degli eventi.

La copertina del libro

ALLO STESSO MODO, CHIUNQUE IN LESSINIA sia stato catturato da un brutto raffreddore si è sottoposto ai fumi con la catiorà. Nota come “siderite” o stachys recta, questo tipo di pianta viene raccolta tra la primavera e l’estate e poi viene lasciata essiccare in un luogo buio e asciutto. Così, quando sopraggiungerà l’inverno, se ne potrà prendere una manciata per farla bollire nell’acqua e respirarne poi il

vapore acqueo. Se poi si vogliono ascoltare i suggerimenti di qualche nonna montanara - sicuramente discendente di una di quelle donne considerate streghe perché custodi dei segreti del mondo vegetale - dovete lavarvi il viso con l’acqua in cui avete bollito la catiorà partendo dalla fronte verso il basso, per un numero di volte dispari ma superiore di tre. Dopodiché potreste anche trasformarvi in un ranocchio, o magari, in un principe perché non vi siete mai accorti che ranocchio lo eravate già, oppure trovarvi in una foresta tropicale a sfuggire a pappagalli e colibrì vestiti da pirati o da ballerine del Moulin Rouge: sappiatelo. Al pari della catiorà anche il ginepro e le sue bacche possono essere utilizzate per fare i suffumigi o confezionare sciroppi, oltre che per cucinare la carne soprattutto di selvaggina. Con l’arrivo della primavera, si sa, nessuno vuole pensare ai malanni della cattiva stagione, e la maggior parte delle persone è già concentrata sulla cosiddetta “prova costume”(per cui, per contrastare la ritenzione idrica e aiutare il processo di depurazione di reni e fegato, si può ricorrere al tarassaco che ha notevoli proprietà diuretiche). Anche se, purtroppo, prima o poi l’inverno ritornerà. Voi avrete fatto gli splendidi in spiaggia e persino la crema solare avrà esultato di fronte alle forme perfette del vostro corpo, ma quando il naso vi colerà come un rubinetto, la tosse vi farà sussultare come treno a vapore e non avrete nemmeno un mazzetto di catiorà, beh, insomma, noi ve l’avevamo detto.

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IL VIAGGIO IN UN FESTIVAL

SULLE STRADE

(CHE NON SONO SOLO DI KEROUAC)

L’8, 9 e 10 giugno a Fumane c’è il primo Festival del Libro di Viaggio e di Avventura. Presentazioni, tavole rotonde, reading, mostre fotografiche unite dal desiderio più profondo di prendere e partire, se non fisicamente, anche solo con gli occhi e la mente.

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IAGGIO È MISURARSI CON QUELLO CHE C’È OLTRE la realtà immediata. Significa prendere e partire, organizzarsi, studiare l’itinerario, calcolare le spese, segnare i luoghi “da evitare”, sorridere agli imprevisti. Ognuno si costruisce il proprio significato, eppure, per molti viaggiare vuol dire trovare il proprio limite. Lo sanno bene gli escursionisti, gli alpinisti, e tutti quelli che tracciano le loro vette con una penna. E proprio perché i tragitti sono sconfinati e i limiti soggettivi, lettori e viaggiatori sono chiamati a raccolta nel weekend che va dall’8 al 10 giugno, Sullestrade, il Festival del Libro di Viaggio e di Avventura di Fumane. Dal 2001 il librario e scrittore ( naturalmente anche viaggiatore) Giorgio Chiavegato sogna la realizzazione di un evento culturale come quello di Mantova, dove ogni anno vive il Festival della Letteratura. Non può neanche canalizzare le energie su altro, perché ci vive in mezzo ai libri. Nel 1991 apre in via Stella la libreria Gulliver, che nel 2006 passa nelle mani di Luigi Licci, il librario che l’ha aiutato anche nella pianificazione di questo ambizioso evento. Giorgio ci pensa e ci ripensa ma non c’è verso: le amministrazioni non vedono un futuro per il progetto. Passano gli anni e un giorno, «tanto per parlare», racconta l’idea al

sindaco di Fumane Mirco Frapporti. Il primo cittadino regala un «si può fare» e identifica il luogo che potrebbe ospitare l’evento: il Centro di Appassimento Uve Terre di Fumane. L’iniziativa ottiene il patrocinio del Ministero di Beni Culturali, della Regione Veneto, del Comune di Verona. Per cominciare, la prima edizione durerà tre giorni e ospiterà incontri con gli autori, nonché mostre fotografiche, convegni e reading. Visto che «chiunque può tenere in mano una penna, il problema è pubblicare e distribuire», il Festival offre una mano anche a chi ha scelto di pubblicarsi a proprie spese, e dedica uno spazio al self-publishing. C’È POSTO ANCHE PER IL WORKSHOP di fotoreportage, tenuto da Monika Bulaj, fotografa e documentarista che vanta importanti collaborazioni con Al Jazeera, la Repubblica, New York Times, Internazionale; non mancano i convegni di respiro internazionale, in particolare quello dedicato ai 30 anni di studi su Neanderthal e Sapiens della Grotta di Fumane. Viene da dire: finalmente un festival anche a Verona sulla letteratura di viaggio; basta guardare verso ovest per vedere i buoni frutti prodotti da quello della letteratura, a Mantova. Qui in Valpolicella la lente d’ingrandimento sarà puntata sulle

DI MARCO MENINI


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CHI CI SARÀ, IN BREVE:

Giorgio Chiavegato

La manifestazione è anche appuntamento del Calendario europeo del Patrimonio Culturale del MIBACT 2018

partenze, gli arrivi e i tragitti che gli autori stessi racconteranno in prima persona «perché siamo convinti che il confronto, l’incontro e la scoperta siano tesori da salvare e da ricercare, perché crediamo che il non smettere mai di leggere sia il modo più giusto per continuare a crescere in questo nostro piccolo mondo». Nel programma ci sono attività dedicate anche ai bambini, con laboratori archeo-didattici, e letture di libri ad alta voce per instillare in loro il piacere della scoperta (per citare un po’ Alberto Angela). Il programma completo lo trovate sul sito: www.sullestrade.it

Tutti convinti che la terra di Emilio Salgari, da sempre crocevia di culture e viaggiatori e casa madre dei padri Comboniani -che nella compilazione della carta geografica dell’Africa hanno più meriti della Royal Geographic Society- abbia i titoli giusti per offrire uno sguardo privilegiato su quella letteratura resa celebre dai più grandi scrittori e viaggiatori: da Goethe a Moravia, da Stendhal a Praz, da Melville a Chatwin. Tra gli autori che saranno a Sullestrade, Alessandro Vanoli con il suo La via della Seta, Giuliano Malatesta sulla Barcellona di Montalban (edizioni Perrone), Lorenzo Pini sulla Lisbona di Tabucchi (edizione Perrone), il prof. Mario Fales che ci incanterà con Quel treno per Baghdad (Neri Pozza ed.) oltre che con le sue esperienze di archeologo in Mesopotamia, Paolo Ciampi con il suo La strada delle legioni, ma anche il prof Mario Allegri che accompagnerà in un inedito viaggio da Conrad a Simenon. Non mancheranno piccole grandi storie di viaggiatori incalliti come il giornalista de L’Arena Enrico Giardini che racconterà la “sua” via Francigena.

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SUI PATTINI

LEI E IL SUO HOCKEY Giulia Dalla Bà è una diciottenne veronese che gioca ad hockey inline. Una passione nata quando era piccola e che sta proseguendo con la maglia gialloblù delle Mastiff, formazione femminile del Cus Verona Hockey, con la quale ha appena conquistato un bronzo nazionale.

«L

A PIÙ GRANDE DELUSIONE è stata vedere tutta la mia squadra rattristata e delusa per l’inaspettata sconfitta in semifinale. Quest’anno abbiamo perso una grande occasione». Si può partire da queste parole, colme di amarezza, per presentare colei che forse conserverà con un po’ di amarezza quel bronzo del Campionato Italiano consegnatale pochi giorni fa. Si chiama Giulia Dalla Bà, è una diciottenne come tante altre, che frequenta la scuola agraria indirizzo enologico e che da piccola ha conosciuto una passione, quella per l’hockey inline. «Praticavo pattinaggio freestyle: a fine lezione ci facevano fare delle partitelle di hockey. Lì mi sono innamorata di questo sport e a 9 anni mi sono iscritta alla squadra dei Sorci Verdi». Un binomio, quello tra il genere femminile e l’hockey che i nostri schemi culturali fanno suonare sempre in maniera dissonante. Da allora Giulia non ha più smesso di mettere i pattini a rotelle, bardarsi con tutte le protezioni richieste ed inseguire il disco per la pista, brandendo una mazza di carbonio. Giulia è stata costretta, come tante altre ragazze, a peregrinare per poter imparare e crescere nel proprio sport. Ora gioca nelle Mastiff nel campionato nazionale femminile, ma fino a qualche anno fa si confrontava nelle compagini miste con i compagni maschi. Una giungla in cui se l’è cavata alla grande e dalla quale ha imparato qualcosa di non scontato: «In quegli anni – ci racconta – ho visto la differenza tra noi femmine e maschi dal punto di vista emotivo: i ragazzi si abbattono più facilmente, mentre mi sembra che noi donne siamo più perseveranti, mettendo tutte le forze e l’impegno fino alla fine delle partite». GIULIA NON NASCONDE CHE nell’adolescenza è stato difficile praticare uno sport che va giocato sempre più in maniera fisica ed atletica. Tutto è cambiato con l’opportunità di indossare la maglia dell’Asiago nel campionato femminile, tre stagioni or sono. Un torneo passato fianco a fianco, viaggio dopo viaggio sull’Altopiano vicentino per allenamenti e partite, assieme alle compagne Rebecca ed Emma, anch’esse veronesi, e culminata con uno scudetto. Quel tricolore ha portato alla convocazione nella nazionale giovanile. E da lì, tutt’altro che

Giulia dalla Bà

briciole, Giulia si è messa al collo due medaglie d’argento mondiali. Hockey a 360 gradi nella vita di questa ragazza, disputando finali in Italia e Cina e ritornando sempre a Verona, dove nell’ultima stagione, oltre a giocare, ha aiutato ad allenare le giovanili, cercando di trasmettere la propria passione per una disciplina di cui apprezza l’abbinamento di velocità e precisione, in cui servono coordinazione e visione di gioco. Si può dire tutto tranne che il tempo non sia dalla sua parte. E ci perdonerà se, con la punta di inadeguatezza di chi, pensandosi maturo, segue le vicende dall’esterno, quel detestato bronzo vinto a Civitavecchia ci sembra poca cosa rispetto a tutto il resto che verrà.

DI EMANUELE PEZZO


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LA MUSICA DI FEDERICO SAMBUGARO BALDINI

PERCHÉ CI VUOLE SEMPRE UN PO’ DI FAITH Il recentissimo singolo, Stars, uscito a fine maggio è l’ultimo lavoro di Faith, il giovane artista veronese che canta le emozioni della nuove generazioni.

È

MUSICISTA, PRODUTTORE, cantautore e cantante… e non ha ancora 23 anni. Se gli si chiede di presentarsi però puntualizza sempre che il suo nome è Federico Sambugaro Baldini, perché «mi sembrava giusto mettere anche il cognome di mia madre». Da qualche anno alla sua identità si è aggiunto anche FAITH. Dopo gli studi al conservatorio E. F. Dall’Abaco di Verona come violinista, chitarrista e pianista, e anni di esibizioni dal vivo tra Italia e Austria, nel 2014 apre il suo studio dedicandosi alla ricerca dei suoni che lo rappresentano di più. Due anni più tardi, inizia a raccontare in musica e parole i suoi sfoghi adolescenziali creando una seconda identità, un personaggio che è «parte di me e che mi permette di raccontare i casini di noi giovani»: FAITH canta in inglese per raggiungere con i suoi testi ancora più persone, ma tra i progetti per il futuro c’è proprio quello di cantare in italiano. Il 18 maggio è uscito il suo ultimo singolo, Stars (disponibile su Spotify, ndr) sotto l’etichetta di Nameless Records, un brano in collaborazione con l’artista Mazay, e anche un video “spaziale”, diretto dal videomaker e amico di sempre Nicolò Angeleri. Solo l’ultimo di una serie di successi e collaborazioni importanti: dai lavori per Amici, alla collaborazione con il canale YouTube degli Zii e infine quella con la cantautrice Camilla Fascina. Senza di-

DI GIULIA ZAMPIERI

menticare i Tulgey Wood, il gruppo acustico veronese con cui Federico suona da anni in giro per la città. Al momento «sto provando a immaginare cose diverse, e vorrei avvicinarmi alla scena dell’indie italiano». Tra i sogni nel cassetto? «Un aperitivo con Calcutta! Intanto, continuo a scrivere le mie canzoni, perché mi permettono di fare quello che sogno». Per seguire FAITH: Facebook.com / faithwhoisfaith Instagram/ faithwhoisfaith YouTube / FaithVEVO


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PILLOLE DI MAMMA

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Vacanza che fai,

mamma che trovi

Finalmente è estate. È arrivato il momento di godersi le meritate vacanze ma adesso siamo mamme. Ammettiamolo: non sono più come quelle che facevamo prima dei figli.

U

NA VOLTA BASTAVANO un telo, la crema solare e un libro. Ora, per arrivare in spiaggia, sembra dobbiate fare un trasloco. 800mila giochi (anche se poi, vostro figlio ne userà solo uno), acqua, qualcosa da mangiare, 4 teli, 5 cambi, i cappellini, gli occhiali da sole e, perché no, anche una piscina di gomma. Appena avrete sistemato tutto sotto l’ombrellone, riempito di protezione totale i vostri pargoletti che, sistematicamente, si saranno rotolati sulla sabbia, stile cotoletta impanata, sarà già tempo di risalire: ormai il sole scotta. Di fatto, sarete stati al mare mezz’ora di orologio. E allora un dubbio vi assale: perché siamo venuti? Come fanno le altre mamme? A seconda di dove deciderete di trascorrere le vostre “rilassantissime” vacanze in famiglia, avrete modo di osservare genitori diversi. Sul lago di Garda, per esempio, dovrete fare i conti con le mamme nordiche, per lo più tedesche o olandesi: loro sì che sono organizzate. Di base, hanno tanti figli che si muovono prevalentemente scalzi, anche per andare al

bagno, da soli e senza paura. Si portano poche cose, giochi di legno semplici e innovativi, entrano in acqua a – 20° senza fare una piega e sono il ritratto della serenità. Le olandesi poi, capelli biondi perfetti (se li tirano in campeggio con la piastra?!) sempre sulla loro bici splendente, con il mitico vagone porta bambini, dove stanno tutti zitti e buoni senza fare capricci (forse). Vi giuro, è da quando sono rimasta incinta della mia prima figlia che sogno di averlo anch’io. Non so cosa ci possa essere di più bello! Se andrete più lontano, nel Mediterraneo, troverete mamme inglesi tranquille e più taciturne: libro, birretta e tatuaggi sono i loro elementi distintivi. Le mamme invece dell’Est Europa, in forma perfetta, con unghie lunghissime e brillanti, che io non riuscirei nemmeno ad aprire l’acqua baby di Masha e Orso, sono severe con i bimbi anche al mare. Riprendono i loro figli con fermezza e li crescono molto educati. Mancano all’appello le “mamme tigre”, definizione che trae origine da un interessantissimo libro di Amy Chua, Il ruggito della Mamma Tigre che spiega «l’ascesa della superpotenza Cina con la rigida educazione impartita dalle mamme cinesi alla prole». Credo di aver visto pochissime mamme cinesi in vacanza ma di una cosa sono sicura: i loro figli, sulla battigia, sarebbero capaci di costruire il Castello della Disney in venti minuti, copiandolo dal minuscolo marchio stampato sul secchiello di Frozen di mia figlia. E noi come siamo? Siamo italiane, nonostante gli influssi nordici che cerchiamo di emulare, talvolta anche con successo, siamo ancora quelle che «il bagno si fa solo dopo tre ore dal pranzo» e siamo quelle che non ce la fanno a non portarsi tutto, e dico proprio tutto ciò che può desiderare nostro figlio al mare. In una ricerca sulle mamme nel mondo del Wall Street Journal si definisce quella italiana come un angelo custode. «Calorosa ed espansiva. Sempre pronta a difendere il figlio e a prendersi cura di lui. Con in più, un vantaggio incomparabile: la capacità di sfornare meravigliosi manicaretti». P.s. Ovviamente sono generalizzazioni con cui si scherza. Buone vacanze a tutte le mamme, lettrici di Pantheon!

DI SARA AVESANI


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LIBRO DEL MESE 62 A CURA DI

CHIARA BONI

PAGINE PER I GRANDI IL LIBRO. Sono quattro le “piccole vite” che questo vastissimo romanzo affronta: sono quelle di JB, Malcom, Willem e Jude, quattro amici che, sullo sfondo di una New York claustrofobica e fuori dal tempo, si affacciano all’esistenza e alle sue imprevedibili ramificazioni. Ma a straziarvi il cuore tra tutte sarà la storia di Jude, il vero protagonista, se uno si può scegliere, del romanzo: fatta di un passato oscuro, un abisso di violenze indicibili e abbandoni imperdonabili vengono sussurrati pagina dopo pagina, che lo imprigiona a un presente incerto. Ne esce un trattato lunghissimo, che parla di amore e amicizia, e di quello che ci sta in mezzo. L’AUTRICE. Hanya Yangihara è una scrittrice statunitense. Il padre è di origini hawaiane mentre la madre è nata in Corea del Sud. Ha cominciato la sua carriera come giornalista e ha collaborato con testate come Condè Nast Travel e The New York Times Style Magazine. Il suo primo libro, ancora inedito in Italia, è The People in the Trees, pubblicato da Atlantic Books nel 2013.

Titolo: Una vita come tante Autrice: Hanya Yanagihara Casa Editrice: Sellerio Pagine: 1104 Traduzione: Luca Briasco

CURIOSITÀ. L’autrice, ispirata da una serie di fotografie raccolte nel corso degli anni, ha scritto questo vastissimo romanzo in soli 18 mesi, quasi come in preda a una febbre. Qualcuno l’ha paragonato per vastità a un romanzo ottocentesco, c’è chi invece l’ha definito «il grande romanzo gay», ma la verità è che si tratta di un’opera difficilmente classificabile. Tutto in questa storia è esagerato oltre il sopportabile: gli abusi, i sentimenti, le digressioni, l’amore che lega i personaggi.

PAGINE PER I PIÙ PICCOLI

A CURA DI

ALESSANDRA SCOLARI

IL LIBRO. Racconta la storia di Nono, alias Amnon Feierberg, al quale, per i suoi 13 anni, il padre e la compagna Gabriela regalano un viaggio in treno da Gerusalemme ad Haifa, dallo zio professore. Il bambino accetta: sono due giorni di libertà. A scuola viene considerato un alunno problematico, invece, è vivace, affettuoso ed intelligente. Il viaggio si trasforma in un’avventura ricca di imprevisti. Complici clown, mangiatori di fuoco e un criminale che suo padre (poliziotto) aveva arrestato tempo addietro: l’elegante Felix Glick che lo rapisce e, su una favolosa Bugatti, lo porta a conoscere la grande diva Lola. Chi sono questi due personaggi che conoscevano sua madre, scomparsa quando lui è nato? Nono è affascinato da questa avventura meravigliosa. Grossman, con un linguaggio fantasioso, inventa un mondo nuovo dove «la conoscenza è forza» e «il mistero possiede una dolcezza speciale».

Titolo: Ci sono bambini a zig-zag Autore: David Grossman Editore: Mondadori Pagine: 296 Bambini dai 12 anni

L’AUTORE. David Grossman, classe 1954, è un israeliano scrittore di romanzi, racconti e letteratura per bambini e ragazzi tradotti in molte lingue. Ha cominciato lavorando in una radio israeliana con un programma per ragazzi, acquisendo quello stile semplice e avvincente, apprezzato dai giovani. Grossman è noto anche per il suo impegno volto a trovare una soluzione pacifica sulla questione palestinese ed è definito uno dei più grandi narratori contemporanei, in Italia prevalentemente edito da Mondadori. Tra gli ultimi libri per bambini ricordiamo: Buonanotte giraffa (2010), Un milione di anni fa (2010), Ruti vuole dormire e altre storie (2010), Il duello (2011), Storie per una buonanotte (2011), La principessa del sole (2015). CURIOSITÀ. Questo romanzo, nato per la formazione dei ragazzi, ha coinvolto lettori di qualsiasi età. Ci si ritrova attratti dallo scorrere dinamico e dai dialoghi misurati nelle parole che diventano «perle lucenti». Per esempio, Nono ad un certo punto pensa: «La signora Markus che ha sempre così tanta voglia di espellermi da scuola, forse si asciugherà una lacrima e dirà: Non era cattivo. Aveva solo un animo da artista». Perché «ci sono bambini quadrati e ce ne sono a zigzag. E noi non l’abbiamo capito in tempo». Ed ancora «i ricordi non si possono rubare, soltanto alterare». La scorrevolezza, l’attenzione, l’ironia e la sincerità sono punti forti della scrittura e dello stile di Grossman.

SE VI SERVE UN PO’ DI POESIA Il cuore non è mai al sicuro e dunque, fosse pure in silenzio, non vantarti della vittoria o dell’indifferenza. Rendi comunque onore a ciò che hai amato anche quando ti sembra di non amarlo più. Te ne stai lì tranquilla? Ti senti soddisfatta? Potresti finalmente dopo anni d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni, rovesciare le parti, essere tu che umili e che comandi? No, non farlo, fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi vero, fingi perfettamente e vinci la natura. L’amore stanco forse è l’unico perfetto.

(Datura, Patrizia Cavalli)


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B OX OFFICE

64 a cura di Mattia Zuanni

IL FILM

La vita di un carismatico chirurgo e quella di un adolescente inquieto s’incrociano e non saranno mai più quelle di prima. Una famiglia all’apice dove ricchezza e successo non mancano, ma a latitare sono gli affetti. Il ragazzo ne approfitta per attaccarsi come un vero e proprio parassita a tutti i membri: le conseguenze saranno devastanti.

Titolo: Il Sacrificio del Cervo Sacro Genere: Drammatico Durata: 109 minuti

CURIOSITÀ

Regia:

Il film è stato premiato al Festival di Cannes. Al Box office USA, nelle prime 5 settimane di programmazione, ha incassato 2,2 milioni di dollari (392 mila solo nel primo weekend). Il regista omaggia il grande Stanley Kubrick; il dottore protagonista è una specie di Jack Torrance (Shining), mentre Nicole Kidman sembra tornare indietro nel tempo nel ruolo di Alice vista in Eyes Wide Shut.

Yorgos Lanthimos Attori: Nicole Kidman, Alicia Silverstone, Colin Farrel, Bill Camp Uscita (Italia): 28 giugno

CLASSIC I DA NON PERDERE Titolo: The Lobster Genere: Fantascienza Durata: 119 minuti Regia: Yorgos Lanthimos Attori: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern

In un prossimo futuro distopico, le persone single, secondo le regole della città, vengono portate in un hotel in cui sono costrette a trovare, entro quarantacinque giorni, un compagno o una compagna con cui fare coppia. Se falliscono vengono trasformate in un animale a loro scelta. Il protagonista, David, viene a sapere che sua moglie lo ha lasciato per un altro e viene quindi trasferito all’albergo per provare a trovarsi una nuova compagna. David porta con sé suo fratello Bob, che è stato trasformato in un border collie.

foto

notizia

Scatti d 'arte di C olato Cesar WWW.CESARPHOTOGRAPHER.COM foto di Colato Cesar

Una foto e una storia

Tredicesima puntata di La bellezza del passato, una caccia al tesoro per (ri)scoprire le meraviglie culturali del nostro territorio grazie alla luce della fotografia, un mese per volta. Il fotografo veronese Colato Cesar ha ritratto l’ex lanificio Tiberghien, a San Michele Extra, tema caldissimo per il capitolo urbanistico cittadino. Il sito, dismesso da anni, è al centro di un progetto di riqualificazione che ha recentemente cambiato volto. L’amministrazione Sboarina, rimodulando la variante urbanistica 23, ha, infatti, ridotto la metratura per la superficie commerciale di potenziale edificazione (da 15.305 a 6.000 metri quadrati). Già Esselunga ha fatto sapere che non è più interessata ad insediare un nuovo supermercato. La riconversione dell’ex lanificio a San Michele Extra ora è al centro di un gruppo di lavoro, formato da assessori e dirigenti comunali, per ritarare il progetto alla luce delle nuove metrature, considerando anche i vincoli molto rigidi della Soprintendenza (che riguardano non solo la ciminiera ma anche gli altri edifici non abbattuti). Ci sono varie proposte, tra cui una mozione che chiede di ricavare un museo nell’ex lanificio, dentro il futuro complesso e un’altra che, invece, immagina di riservare una parte dell’area dedicata a “servizi” per uffici di giovani imprenditori, professionisti, artigiani under 35 con affitti calmierati.


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Il Muro di Giuliet ta

Non seguirmi con i pensieri, non chiamarmi nei tuoi silenzi. Sappi solo che le cose finiscono quando decidiamo noi, quando smettiamo di ricordarle. Cesare

È nel tuo sguardo, pieno di luce e comprensione di sé, che riscopro il senso e la bellezza dell’origine di ogni persona: un atto d’amore.

Ogni felicità è rischiosa, lo sappiamo bene noi due. Edoardo

Grazie per l’ultimo sguardo eccessivo, tagliente nella sua dolcezza, che mi hai concesso fuori tempo massimo. Sarei stata meno me, se non ti avessi conosciuto. S.

Riccardo

Ti chiedo scusa per la cosa che sai. Non pretendo perdoni che non merito ma volevo che sapessi che ti amerò per sempre. Gianni

Ogni dedica è una manfrina inutile però te la faccio lo stesso. Francesco per Sara

Qualcosa di indefinito che ci trascende, ci unisce, aldilà della consapevolezza e ha il sapore dell’eternità. Bonat ti Mi hanno detto che la bellezza è il frutto maturo del dolore. Quella vera è inesauribile, un po’ come gli artisti e le loro opere. E noi che continuaimao a crescere insieme. M. Ti cerco nei sorrisi degli altri. Anna

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ANGOLO PET OGNI MESE QUELLO CHE C’È DA SAPERE

CAMBIO CASA?

UNO STRESS PER TUTTI (MA PROPRIO TUTTI) Un trasloco è faticoso per noi ma anche per i nostri animali che, tutto d’un tratto, si trovano catapultati in un nuovo ambiente da scoprire e in cui riadattarsi. Ci sono alcuni accorgimenti da tenere a mente per rendere il cambiamento meno traumatico.

N

OI, MAGARI DOPO UN ANNO di trattative, abbiamo avuto modo di conoscere la nuova casa e abbiamo iniziato ad ambientarci ma per i nostri animali un trasloco è spesso uno scombussolamento repentino. Il gatto soffre maggiormente lo stress legato al cambiamento d’ambiente; il cane, invece, percepisce di più lo stress del proprietario e riesce ad adattarsi alla nuova abitazione in pochi giorni. Il proprietario deve, in ogni caso, avere molta pazienza perché gli animali domestici sono molto abitudinari e territoriali e si sentono al sicuro con le loro routine quotidiane; dunque, in questa fase, non vanno trascurati. La nuova casa va conosciuta prima del trasferimento, lasciando all’animale la possibilità di sondare gli spazi per tutto il tempo che desidera, anche con passeggiate nel nuovo quartiere (per i cani). In questa fase, non bisognerebbe comprare nulla di nuovo perché i vecchi giochi e gli oggetti personali contribuiscono a portare sicurezza e tranquillità. Al momento del trasloco è bene ricordarsi di mettere al collo del nostro amico a quattrozampe una targhetta identificativa con il nuovo indirizzo, perché potrebbe scappare dall’agitazione o tornare all’abitazione precedente. Una volta arrivato, permettetegli di decidere in autonomia dove andrà la cuccia e non lasciatelo solo nelle prime settimane. «In caso di reazioni inusuali ci sono, in aiuto, dei prodotti che trattano lo stress. Per esempio, per il gatto, si possono emanare nella casa nuova e in quella vecchia, attraverso i diffusori artificiali, i feromoni, sostanze riconoscibili dagli animali che li tranquillizzano. Se non fossero sufficienti, vi sono prodotti naturali in polvere da addizionare al cibo, a base di lattocaseina,

capaci di diminuire la sensibilità ad altre sostanze endogene a livello cerebrale, che vanno a calmare l’animale. I pappagalli di grossa mole sono estremamente sensibili ai cambiamenti d’ambiente che, spesso, manifestano con l’autodeplumazione. Nei casi più gravi, si può ricorrere ad alcuni specifici psicofarmaci. Non sempre fanno effetto, soprattutto quando si tratta di pappagalli cenerini, amazzoni, cacatuidi e ara gialloblu: i più sensibili», spiega Marco Evangelista, dell’Ambulatorio Strà (Caldiero).

I SEGNALI: Gli animali, nel cercare di adattarsi a nuove situazioni, possono subire degli scompensi con risvolti patologici che possono diventare cronici. Tra i possibili segnali di stress: prurito, urinazione continua, disturbi intestinali, forfora, inappetenza, urinazione e defecazioni inappropriate in giro per la casa o fuori dalla lettiera. Tra le azioni inusuali: mordere la pelle, abbaiare con maggior frequenza, montare senza pausa.

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STORIE DI STORIA 69

LIBERAMENTE ROMANZATE

Di Goethe

e del primo derby

Verona-Vicenza

«F

orse non tutti sanno che…», potrebbe essere un buon inizio per un articolo che si propone di riportare alla luce un fatto storico sconosciuto anche ai concittadini più appassionati del gioco del pallone. Correva l’anno 1786, era il 16 di settembre e il poeta tedesco Johann Wolfgang Von Goethe si aggirava per la nostra città rimanendo affascinato dalle sue bellezze storiche, dai suoi paesaggi e dei suoi cittadini (compresa una sua definizione molto poetica di quel “veronesi tuti mati”, che potrete trovare scovando nelle edizioni precedenti di questa rubrica, vd Pantheon 83-settembre 2017). In quegli anni, nell’ampio spazio che correva dalle mura della vecchia cinta scaligera-viscontea alla strada, si giocava a pallone: da qui il nome che fu poi dedicato alla via. Si trattava in realtà dell’esibizione del “pallone con il bracciale”, un gioco nato nelle corti rinascimentali, derivato della pallacorda e tra gli sport

di squadra più antichi praticati in Italia. Così Goethe assistette al primo derby: Verona sfidava Vicenza. Scrive il poeta «[…] vi potevano essere da quattro a cinquemila spettatori. Non vidi però alcuna donna. Ancora prima di giungere sul luogo udivo i battimani (e senz’altro qualche moccolo, ndr) coi quali si faceva plauso ad ogni bel colpo […] - e poi ancora – […] i giocatori sono tutti giovani, arditi, vigorosi; vestiti tutti in corto, ed interamente di bianco, e portano un segnale colorato per distinguersi i due campi combattenti». Lo scrittore tedesco conclude poi «[…]mi fece meraviglia però vedere questo gioco in vicinanza di un antico muro della città, dove non vi era nessun comodo di sorta per gli spettatori, specialmente per persone distinte. Perché non si fa cotal gioco nell’Anfiteatro, che tanto vi si presterebbe?». La praticità e il pragmatismo tedesco insomma, proponevano di risolvere la questione trasformando l’Arena nel primo stadio cittadino!

DI MARCO

ZANONI


BELLEZZA AL NATURALE il sapone di al eppo

Ci laviamo ogni giorno con saponi e detergenti spesso aggressivi, che seccano la pelle e la mantengono in un costante stato di bisogno di idratazione. Una delle migliori soluzioni per le pelli problematiche è il sapone di Aleppo, un sapone vegetale del tutto naturale consigliato anche nel trattamento di macchie sul viso, acne, psoriasi, determati e ustioni.

ingredienti e dove trovarlo Il sapone di Aleppo è molto delicato perché è composto da olio d'oliva, olio di alloro, idrossido di sodio e acqua di sorgente. La ricetta è, dunque, molto semplice. Per questo il sapone di Aleppo ha diverse proprietà benefiche sia per il corpo che per i capelli. Il sapone di Aleppo si trova nelle erboristerie, nei negozi etnici e oggi anche in molti dei supermercati più forniti.

pro prietà e usi Il sapone di Aleppo riunisce tutte le proprietà dei suoi componenti: grazie all’olio d’oliva è nutriente e lenitivo. Inoltre, previene l’invecchiamento grazie alle vitamine A ed E in esso contenute. L’olio di alloro, invece, gli conferisce proprietà antinfiammatorie, antisettiche e disinfettanti ed è responsabile anche del suo ruolo emolliente sulle infiammazioni. Per queste sue proprietà il sapone di Aleppo può essere usato per lavare viso e corpo, ma anche i capelli, poiché aiuta a regolare il cuoio capelluto, donando volume e lucentezza. Per chi, inoltre, ha la pelle grassa, è utile sapere che in base alla percentuale di olio d’alloro la sua azione sarà più o meno intensa: per le pelli secche è consigliato quello al 12%, 20% per le pelli normali e 35% per quelle grasse.

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Appartamento Appartamento 2 2

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ADICONSUM 72

BUONO BRUTTO E CATTIVO! La truffa del buono sconto fasullo ha mietuto moltissime vittime negli ultimi anni. Cambiano le società e cambiano le zone, ma la sostanza è sempre la stessa: una pratica commerciale scorretta che danneggia economicamente i malcapitati clienti. L’Antitrust ha diffuso un vademecum per informare al meglio i consumatori.

V

I È MAI CAPITATO di ricevere una telefonata in cui un operatore propone di rispondere a un sondaggio, assicurando che la vostra disponibilità sarà ricompensata con dei buoni sconto gratuiti per l’acquisto di prodotti di uso comune, da comprare tramite catalogo? Attenzione, di gratuito non c’è proprio nulla! Questo è solo il primo passo di un modus operandi ormai rodato con il quale alcune società - non proprio oneste - riescono a vincolarvi ad un contratto onerosissimo. Infatti, la mossa seguente è mandare un incaricato a casa vostra per consegnarvi la tessera sconto e farvi firmare una “semplice ricevuta” di consegna. Infine seguirà la visita di un altro incaricato che finalmente metterà in luce la vera natura di ciò che avete sottoscritto: un contratto che vi obbliga per alcuni anni ad acquistare merce di dubbia qualità a prezzi spropositati, con esborsi che vanno dai 2.500 ai 5.000 € a seconda dei casi. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è intervenuta innumerevoli volte negli ultimi anni per inibire e sanzionare questa pratica commerciale scorretta. Ma le società coinvolte spariscono con estrema facilità e ricompaiono con intestazioni differenti. L’e-

ducazione del consumatore rimane dunque l’unica difesa producente e pertanto, il mese scorso, l’Autorità ha deciso di dedicare a questa fattispecie il vademecum Io non ci casco! (www.agcm.it) dove spiega ai cittadini come accorgersi dell’inganno e soprattutto come difendersi. 1-Prestate attenzione alle telefonate con le quali società o persone che non conoscete vi offrono qualcosa gratis, con la scusa di un sondaggio o della consegna di un catalogo di prodotti per la casa e/o di un buono sconto 2-Se l’offerta telefonica vi interessa, fatevi inviare il materiale informativo a casa per posta. 3-Nel caso in cui un incaricato della società che vi ha contattato telefonicamente si presenti comunque a casa vostra, non firmate alcuna “ricevuta”, modulo o documento se non dopo aver letto attentamente il suo contenuto. 4-Se avete inconsapevolmente firmato un contratto, potete chiederne l’annullamento e comunque esercitare il diritto di recesso non oltre 14 giorni dalla consegna dei prodotti a voi inviati. 5-In entrambi i casi, occorre inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno all’indirizzo della società che troverete sul contratto.

di Carlo Battistella per Adiconsum Verona


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IL CALENDARIO DEL MESE gli eventi di Giugno (secondo noi)

01

PALIO DEL CHIARETTO Luogo: Bardolino Ora: tutto il giorno

02

04

WIND MUSIC AWARDS Luogo: Arena di Verona Ora: 20.30

07

LUTTO LIBERO Cristiano Carriero Luogo: Pensiero Visibile Ora: 21.00

03

PAROLE OLTRE I CONFINI Luogo: Arsenale di Verona Ora: tutto il giorno

05

FLORART 2018 Luogo: Parco Giardino Sigurtà Ora: tutto il giorno

06

CAFFÈ LETTERARIO Luogo: Biblioteca di Sona Ora: 21.00

08

SULLE STRADE - Primo Festival del libro di viaggio e avventura Luogo: Fumane Ora: tutto il giorno

09

CLOSE Luogo: Castello di Villafranca Ora: 16.00

11

Celebra il ritorno di un amico o il fatto che non e mai partito. ’

10

SUMMERTIME IN JAZZ Stefano Bollani Luogo: Teatro Romano Ora: 21.30

a cura di Paola Spolon

12

AMERICAN ENGLISH FUN CAMP Luogo: Villa Buri Ora: tutto il giorno

legenda MOSTRE/ARTE

CINEMA

LIBRI

MUSEO

SPORT

INCONTRI


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13

MASI WHITE PARTY Luogo: Masi Tenuta Canova Ora: 19.30

14

16

PASSAGGIO DELL’IMPERATRICE SISSI Luogo: Verona Ora: 18.00

19

PEPPE SERVILLO e DANILO REA Luogo: Teatro Romano Ora: 21.00

20

PAOLO FRESU e CHANO DOMINGUEZ Luogo: Teatro Romano Ora: 21.15

SUSTAINABILITY SUMMER LAB 2018 Luogo: Villa Lebrecht Ora: 8.30

23

A S’PASSO A VERONA AL TRAMONTO Luogo: Verona Ora: 17.30

22 25

STEVEN WILSON Luogo: Teatro Romano Ora: 21.00

28

MALÈ E IL SUO MONZAMBICO Luogo: Museo Africano Ora: tutto il giorno

FIERA

DANZA

18

BENVENUTO ALL’INFERNO Luogo: Chiostra di S. Eufemia Ora: 21.30

21 24

VERONA JAZZ Luogo: Teatro Romano Ora: 21.15

26

27

29

O LIVE JAZZ FEST Luogo: Teatro Arena Torcolo Ora: 19.30

30

AMORE

Non tenere il conto di quello che non hai, delle mancanze che hai accumulato, delle fragilita impilate nei tuoi passati remoti e prossimi. Guarda il cielo, le sue nuvole e poi perdonati.

LESSINIA, TERRITORIO E AMBIENTE Luogo: Teatro Vittoria Ora: 18.00

AIDA Luogo: Arena di Verona Ora: 21.00

MUSICA

CORSO DI LETTURA ATTREZZATA Luogo: Libreria Parentesi Ora: 18.00

17

15

SUMMER CAMP 2018 Luogo: Didattica nei Musei Veronesi Ora: 8.00

CARNEVALE

Concediti qualche passo sconosciuto, qualche sentiero rimandato, qualche strada bianca mai guardata.

LA TURANDOT Luogo: Arena di Verona Ora: 21.00

TEATRO


in cucina con Nicole

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Cucinare è amore che si può assaggiare a cura di NICOLE SCEVAROLI

senzalattesenzauova.ifood.it

Vi lascio un’idea per utilizzare questo particolare tipo di vegetale.

LINGUINE DI KAMUT AGLI AGRETTI INGREDIENTI (per 2 persone) • 500g linguine di kamut • agretti • aglio • olio • peperoncino • pangratatto • prezzemolo

Cuocete le linguine in acqua bollente assieme agli agretti. In una padella scaldate olio, aglio e peperoncino, usate il condimento per insaporire la pasta.

Bella e buona, ma niente panna. Provate a montare la ricotta!

LA TORTA DI FRAGOLE E RICOTTA INGREDIENTI Ingredienti: • 100g olio girasole • 160g zucchero • 200g farina • 4 uova • 50ml di latte • 1 bustina di lievito vanigliato • 250ml di ricotta • fragole

Montate l’olio con lo zucchero. Aggiungete tuorli, farina, lievito e latte. A parte montate gli albumi ed uniteli delicatamente al composto. Trasferite in una teglia ed infornate a 180 gradi per 15 minuti. Montate la ricotta con le fruste, disponetela sopra al dolce, decorate con le fragole.


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A CURA DI

ANDREA NALE

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L'OROSCOPO ALLA NOSTRA MANIERA

21 MARZO - 20 APRILE

21 APRILE - 20 MAGGIO

21 MAGGIO - 21 GIUGNO

22 GIUGNO - 22 LUGLIO

Questo mese vi appioppo una parola inglese che dovrete usare come pilastro del futuro prossimo: wanderlust. Significa qualcosa tipo “desiderio di vagabondare” e voi dovete acquisire questo atteggiamento con il corpo e con la mente. Fatevi un giretto inutile e meraviglioso per la città e per i vostri pensieri.

Tra tutto il vortice di opinioni e strade da seguire nella vita ho trattenuto, per voi, una sola massima: dovreste riuscire ad essere, un poco, come vorrebbe che foste una persona importante per voi, prematuramente scomparsa. Vi troverete così ad agire con il sorriso, valorizzando quella persona e il vostro rapporto con lei. Troverete una costanza morale dolce e potentissima.

Ognuno di noi è un piccolo attivista interiore di gentilezze, buoni comportamenti, battaglie intime e non comunicabili che portiamo avanti in ogni istante della nostra vita. Cercate di fare un piccolo elenco delle cose per cui non smetterete mai di combattere: quelle saranno il vostro fuoco più potente.

Qual è la più grande virtù da perseguire nei prossimi mesi? Il coraggio? Il coraggio da solo diventa imprudenza. L’orgoglio? L’orgoglio non credo nemmeno sia una virtù. Vi serve l’intelligenza, che vuol dire coltivare l’arte del ponderare le cose e soppesarle, prima di agire. Le altre virtù che credete di avere, senza questa, sono nulla di nulla.

23 LUGLIO - 23 AGOSTO

24 AGOSTO - 22 SETTEMBRE

23 SETTEMBRE - 22 OTTOBRE

23 OTTOBRE - 22 NOVEMBRE

Il mondo è pieno di risorse rinnovabili, anche se l’uomo sta ancora perseguendo uno stile di vita insostenibile per la natura. Dovrete superare i momenti di stress, i momenti di tensione e le situazioni “insostenibili”, appunto, che vivete tutti i giorni, concentrandovi sulla fonte inesauribile di risorse rinnovabili che siete. Quando le energie finiscono, da cosa rinascono le vostre?

Avete presente la sensazione di cadere che vi raggiunge prima di dormire? Mi piace pensare che accada quando le funzioni dell’equilibrio si assopiscono prima di quelle della coscienza. Quando subite un distacco, quando perdete una persona, qual è la prima cosa che vi lascia e che vi fa perdere l’equilibrio? Venire abbandonati fa perdere l’equilibrio, certo, ma poi potreste ritrovarvi a sognare.

Vi capita mai di percepire, in un determinato e stupendo momento della vostra giornata, che vi ricorderete per sempre di quel preciso istante che state vivendo? Fateci caso perché, prossimamente, ne vivrete molti e avrete l’obbligo di ricordarli nel migliore dei modi.

Il concetto di comfort zone è molto importante. Spesso viene usato per spiegare che rimanendo nei suo recinti niente potrà mai cambiare della vostra vita e, spesso, è vero. Tuttavia non crediate che sia tutto così bianco, nero e definito. Le peripezie della vita vengono a trovarvi anche dove vi sentite più protetti. Spesso la cosa da fare non è uscire dalla comfort zone ma aprire gli occhi e riconoscere quando qualcosa del vostro arredamento interiore è stato spostato.

23 NOVEMBRE - 21 DICEMBRE

SAGITTARIO

22 DICEMBRE - 20 GENNAIO

CAPRICORNO

21 GENNAIO - 19 FEBBRAIO

20 FEBBRAIO - 20 MARZO

Le singole lettere dell’alfabeto sono quanto di più piccolo esista al mondo, ma assieme creano armi potentissime capaci di far innamorare, morire, sperare, distruggere le vite. Pensate a quante piccole infinitesimali innocenze si nascondono nei meandri della vostra persona: tutti granellini di voi che combinati producono la potenza assoluta e la meraviglia che siete. Usatele con cura, che siete un’arma potente.

Siete arrivati ad un punto critico e bellissimo: le cose belle del mondo e gli attimi di splendore che vi stanno intorno non sono più uno sfizio da prendersi, sono diventate necessarie e indispensabili per la vostra salvaguardia. È il momento di farsi coinvolgere da queste e perseguirle in tutti i modi senza pensare di star sprecando tempo, senza pensare di porre prima il dovere e poi questi piaceri.

In Misery Stephen King descrive il dolore crescente del protagonista come un paletto conficcato nella sabbia che lentamente riappare dalla marea che si ritira della spiaggia. Avete un dolore che è sempre sopito sotto la marea, la sua presenza vi disturba e spesso riaffiora dalle acque che si ritirano. Non potete più rimanere a guardare il mare aspettando la prossima alta marea: è tempo di gettarsi in acqua e sradicare il paletto.

Probabilmente vi sembra che tutto vi stia cadendo attorno e niente sia in grado di darvi soddisfazioni. Provate a parlarne con gli amici e con chi vi sta accanto, scoprirete presto di essere indispensabile per qualcuno o per qualche dinamica così sottile da non essere immediatamente percepibile. Da questa scoperta farete leva per risollevarvi, intesi?

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