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ORLANDO 5 SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2014

Orlando esplorazioni ILLUSTRAZIONE ELEONORA ANTONIONI [WWW.ELEONORA-ANTONIONI.COM]

COPIA OMAGGIO

Leggere ci illumina LUOGHI ROMA | LONDRA | PERUGIA | CITTÀ DEL MESSICO PERSONE DACIA MARAINI | ENRICO PALANDRI | SANTIAGO GAMBOA | JEP GAMBARDELLA

OrlandoRivista

rivista@orlandoesplorazioni.com


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Orlando esplorazioni

SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2014

ORLANDO ESPERIMENTI

Abbiamo inventato una scuola di lettura! Raffaella De Santis, da “la Repubblica”, 14.4.2014

Si diffondono anche nel nostro Paese le scuole di lettura, dove gli autori si mettono in gioco per educare il pubblico ad assaporare meglio il testo.

L

a sedia preferisce non usarla. Si toglie la giacca e rimane in maniche di camicia. Si guarda intorno, controlla che tutti abbiano preso posto e dice: «Scusate, ma Céline è un autore che si legge in piedi». Fuori la gente passeggia nelle vie intorno a piazza Montecitorio, godendosi il primo assaggio della primavera romana. Dentro, all’interno della libreria Arion, c’è Alessio Dimartino, professione scrittore. Oggi però non è qui per promuovere il suo nuovo libro (C’è posto per gli indiani, Giulio Perrone editore) ma per tenere una lezione di lettura. Ha scelto di farlo attraverso la Trilogia del Nord di Céline. Scelta non facile. Eppure la sala si riempie. Una quarantina di persone, soprattutto donne, aspettano che questo strano insegnante con orecchino e jeans rompa il ghiaccio.

«Ogni scrittore ha il proprio ritmo. La lettura di Céline è una corsa a scatti che toglie il fiato e lascia con l’affanno. Céline non è certo un maratoneta. Per leggere queste pagine bisogna ingaggiare un corpo a corpo con il testo». In effetti lo stile degli ultimi romanzi di Céline è ancora più folle di quello del Viaggio al termine di una notteo di Morte a credito, la sintassi è spezzata, la grammatica va per conto proprio, ma gli allievi – un’età che va dai trenta agli over 70 – ascoltano attenti. È il terzo incontro organizzato dalla scuola di lettura Orlando, legata alla rivista diretta da Paolo Di Paolo e nata da un’idea dello scrittore con il sostegno dell’editore Perrone. Per partecipare si paga una quota

di 50 euro all’anno (la metà per gli under 25). I primi appuntamenti sono stati con Dacia Maraini, che ha letto Pinocchio, e Chiara Gamberale, che ha scelto Ada di Nabokov, il Teatro di Sabbath di Philip Roth e Peter Pan. Il metodo è semplice: non si promuovono i propri romanzi e si parte sempre da una storia, da una pagina, da un fatto o da un sentimento. Si commenta dopo, mai prima. Ogni scrittore ha il suo ritmo. Ogni lettura la sua interpretazione. In Italia si pubblicano circa 60 mila libri l’anno, eppure stiamo disimparando a leggere. Gli ultimi dati Nielsen sono il bollettino di una catastrofe: solo 43 persone su cento hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno passato.

«Troppi stimoli, troppe sollecitazioni », dice Paolo Di Paolo. «I librai tradizionali stanno sparendo e c’è un forte disorientamento collettivo, serve qualcuno che indichi la via. Le scuole di lettura, a differenza di aNobii o altri social network, possono funzionare da palestra, mettendo a disposizione un lettore più esperto che faccia da allenatore». E se i corsi di scrittura pompano i muscoli del narcisismo, queste sono palestre di umiltà, in cui l’ego va messo da parte per disporsi all’ascolto. D’altra parte il piacere della lettura è tutt’altro che istintivo. Ha bisogno di guide, va educato. Tullio De Mauro, la cui lezione alla scuola Orlando è prevista per il 24 maggio, spiega:

2 DIMARTINO

PETRI


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SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2014

Un lettore migliore per uno scrittore migliore: l’idea di Dacia Maraini intervista di Pierfrancesco Matarazzo1

I

l primo romanzo che ho letto di Dacia Maraini è stato il mémoire La Nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre (prima edizione Rizzoli, 2001), ben prima dei grandi classici GAMBERALE come La lunga vita di Marianna Ucrìa (prima edizione Rizzoli, 1990) «Scrivere e leggere non o Bagheria (prima edizione Rizzoli, 1993). Forse perché, un tempo, ero appartengono all’immediatezza più suscettibile al fascino dello scritnaturale. Sono possibilità che alcuni popoli hanno cominciato a tore straniero, che immaginavo mi potesse offrire quanto di più diverso sviluppare da alcune migliaia di potesse esistere da ciò che avevo inanni e che si sono andate torno. Con gli anni fortunatamente generalizzando soltanto negli alcune idee giovanili mutano. Ma La ultimi secoli. Si impara a leggere nave per Kobe ha subito catturato la quando si prova il bisogno di uscire mia attenzione perché è disseminata della malinconia del viaggio, che ne dalla pura sopravvivenza». modella le aspettative e le paure con Sarà per questo che molte scuole di lieve e inarrestabile cadenza, come lettura, soprattutto nei paesi una bolla di vento tiepido intrappoanglosassoni, sono sorte nelle lata in una mattina nervosa. periferie disagiate, lì dove la sopravvivenza è più complicata e il Mi piacerebbe partire proprio da quest’immagine per chiedere a Dacia bisogno di comunicare più forte. Maraini quanto il viaggio fisico, che In Italia sono diventate una realtà ha segnato l’inizio della sua vita, abnegli ultimi anni, sulla scia del bia influenzato quello mentale grazie progetto inaugurato nel 2002 a al quale ha creato le sue storie. San Francisco da Dave Eggers 826 Il viaggio è stato sempre una costante Valencia: l’indirizzo è quello della nella mia vita, fin dall’esperienza del strada dove Eggers ha creato il suo Giappone. Io vivo viaggiando. Il prilaboratorio di lettura e attività mo sapore che ho conosciuto è il sapore del viaggio. Anche adesso sono creative. Dopo essersi diffuso in in partenza e, se non è un viaggio fivarie città americane il format è sico, c’è quello mentale a scortarmi. approdato in Europa, prima a Il viaggio è un processo di conoscenza. Dublino, dove ha ispirato Fighting È lui a disegnare il mio rapporto con Words, poi a Londra con Ministry il mondo. of Stories, sotto il nume tutelare di Nick Hornby. Lo scorso febbraio ero al Teatro De’ 1

Estratto di un’intervista a Dacia Maraini pubblicata sul blog letterario www.sulromanzo.it il 25 marzo 2014. Link al testo completo: http://bit.ly/1n9Lrok

NEBBIA E BERGAMASCO

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Servi a Roma, dove lei ha inaugurato una serie di incontri dedicati alla lettura, promossi dalla rivista letteraria «Orlando Esplorazioni». L’obiettivo del progetto è creare una vera e propria “scuola di lettura” che diffonda il piacere del libro tra un pubblico sempre più vasto, per sfatare il mito di un Paese (l’Italia) di scrittori che non leggono. Ci racconta come mai ha scelto di prendere parte a quest’iniziativa? E il libro, che necessita di attenzione e “connessione dedicata” da parte del suo lettore, può farcela a vincere la battaglia con il multitasking e i social network, su cui gli italiani spendono almeno due ore e mezzo al giorno? Si legge poco in questo Paese e si scrive troppo. Chi scrive, dovrebbe leggere moltissimo. Le “carriere” di lettore e scrittore sono fittamente intrecciate. C’è qualcosa di nevrotico in questa smania di scrivere senza avere la voglia, la necessità e l’umiltà di leggere. È come se si volesse comporre musica senza conoscere Bach, Paganini, per citare i grandi; senza dimenticare i contemporanei, chi compone ora, in questo secolo, in questo momento. Con questo non voglio dire che la necessità che le persone hanno di scrivere sia negativa. Hanno bisogno di scrivere, perché vogliono esprimersi e questo è un bene. Ma è ingenuo pensare che l’istinto basti a creare un collegamento con il lettore. Se lei amasse canticchiare mentre si fa la barba, non penserebbe subito di essere pronto a cantare Rigoletto al Teatro dell’Opera. Serve studio, dedizione, lavoro, anni, senza la certezza di arrivare. Si tende a semplificare troppo il lavoro dello scrittore: “siccome io parlo e penso, allora io scrivo”. Non funziona così e pensarlo indica poca serietà. I social network e il loro utilizzo smodato rappresentano una fase di euforia. Nel nostro Paese siamo facili all’entusiasmo e all’innamoramento per le novità, soprattutto se si traducono in una forma apparentemente più immediata e accessibile di comunicazione. Ma si tratta di una falsa pista. Alla lunga le persone si stanche-

ranno, rendendosi conto che queste reti virtuali amplificano la solitudine da cui cercavano di fuggire. Cosa direbbe allora a un non-lettore per spingerlo a provare questa esperienza, magari staccandosi per mezz’ora al giorno dal suo social network preferito? Gli direi che con un libro potrà imparare a comunicare molto meglio. E non solo per la capacità di esprimersi, che si arricchirà, ma perché chi legge diventa protagonista del libro in cui si avventura. Lo riscrive. La ricezione della storia è nella lettura un processo attivo, che ha bisogno di una forte dose di immaginazione per mettere in moto la narrazione, in un modo che spesso è sconosciuto allo scrittore. Questa particolare alchimia è possibile solo con la lettura. Molto spesso nei suoi interventi ha ricordato l’importanza dei dettagli. È proprio da questi che lei riconosce uno scrittore. Io, per esempio, ricordo molto bene, nella Nave per Kobe, la descrizione del baule che usava sua madre per i viaggi e di come lei ci si nascondesse dentro, quando era aperto e poggiato per terra in verticale a mo’ di libro. L’attenzione per il particolare e il conseguente approfondimento emozionale e razionale necessario per distillarlo, sembrano oggi trovarsi in difficoltà. Li vedo messi all’angolo dalla necessità di passare al prossimo argomento, al prossimo amico in chat, al prossimo incontro. Pensa che l’approfondimento e l’amore per il dettaglio abbiano ancora un mercato e un pubblico? L’approfondimento ha certamente un mercato, anche se di nicchia. Ci sono molti modi di leggere i libri. Per alcuni, leggere è come bere una birra: la storia deve trasportati lontano, senza chiederti troppo in cambio. Poi c’è chi preferisce il vino o il cognac, e i tempi si allungano. C’è il lettore più raffinato, quello che ha bisogno di stimoli crescenti, di motivi solidi per continuare la sua lettura. Per lui leggere non serve solo a passare il tempo, ma a porsi delle domande. Questo lettore cerca uno scrittore con un proprio stile e sa quale emozione si cela dietro una metafora perfetta, quando lo stile diventa musica. La gente spesso non vuole davvero godere le cose: le vuole solo ingoiare, consumare. Ma ci sarà sempre una richiesta di profondità, anche se minoritaria.

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Info sulla scuola di lettura: www.orlandoesplorazioni.com | scuolaletturaorlando@gmail.com


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PICCOLA STORIA ILLUSTRATA DI UN INCONTRO CON ENRICO PALANDRI

Quando la letteratura

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professore passeggia per l’aula, quattro passi e si siede sul davanzale della piccola finestra. Osserva la classe. È l’ora in cui si parla di romanzo italiano contemporaneo, ha raccontato a un gruppo di francesi, inglesi, indonesiani, come mai a un certo punto della nostra storia gli scrittori hanno sentito il bisogno di tornare a far parlare i personaggi con il loro linguaggio. Il neorealismo. La generazione del neorealismo. Ma il professore fa anche molte domande. È uno scrittore e in quanto tale ha un’inclinazione particolare a cercare oltre, scavare dietro tutti i dettagli. Che cos’è una generazione culturalmente? Come definireste la vostra, generazione per esempio? Chiede. Enrico Palandri sulla sua, di generazione, ha riflettuto molto. Si può dire non ha mai smesso di confrontarsi con questo tema, a partire dal suo primo romanzo, Boccalone, uscito in Italia nel 1979 e fortemente legato al gruppo di autori che in quegli anni hanno iniziato a far sentire la loro voce. Immediatamente dopo quella pubblicazione Palandri lascia il Paese per stabilirsi in Inghilterra, dove attualmente è writer in residence e docente di letteratura italiana all’University College of London. Dal 1979 ha continuato a scrivere romanzi e saggi, pubblicando per alcune delle maggiori case editrici italiane (Garzanti, Bompiani, Laterza, Feltrinelli), ma il suo rapporto con la letteratura e con la scrittura non ha mai accettato la restrizione dei confini nazionali.

con il rosso acceso degli autobus a due razione dei Beatles, di Joan Baez e Bob Dylan. Anche nell’aspetto (capelli piani oltre il vetro della finestra. lunghi, abiti colorati e i fiori nei canCome mai a così poca distanza dal- noni), opposta ai valori della guerra. l’esordio ha deciso di lasciare l’Italia In quello scenario si muovevano pere venire a Londra? sonaggi come Tondelli, Pazienza, PierDirei con Leo Ferré “è la vita che si santi, Bifo, poi c’era Bologna che viveva un momento molto intenso, era rompe”. Scrivere è cercare di capire un’università abbastanza straordinacerte ragioni, di aggiustare quello che ria. Io ho studiato con Celati, Scabia, si è spezzato. Eco, Camporesi in un momento in Boccalone nasce da una forte crisi ma- cui la nazione era tesa come una corturata all’interno di una comunità da di violino perché stava esaurendosi italiana, all’epoca molto schierata. la spinta del secondo dopoguerra. Era la generazione che si allontanava L’Italia ha perso la guerra e subiva le dal dopoguerra; in tutti i paesi occi- influenze di due blocchi, due fazioni Lo incontro in una brasserie francese dentali fu segnata da femminismo, che muovevano un po’ la politica innella zona di Islington, tra l’odore di antipsichiatria (che significava atten- terna. Tra il ’45 e il ’70 si è consumato croissant e baguette che contrastano zione al disagio individuale), la gene- il lungo Novecento italiano. La nostra

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democrazia bloccata, sorvegliata era determinata dalle superpotenze. Da una parte c’era la visione segnata dal militarismo, in un senso molto reale, la presenza dei servizi segreti, dall’altra la pace, i fiori, gli slogan pacifisti. Il PCI era filosovietico e accusava i giovani di essere filoamericani. Tutto quello che veniva dall’America veniva visto come borghese. La nostra generazione in Italia faceva un altro discorso, troppo avanti per il PCI di allora che non riusciva a superare il dopoguerra. Quando esce Boccalone questa ondata generazionale è travolta da uno scontro più grande di lei, con il terrorismo e l’omicidio Moro.

Genius loci

Il Genius Loci di questo numero di Orlando è Elsa Morante (1912-1985). Nel giugno 1974 usciva il suo romanzo La Storia. Nelle prossime pagine trovate le sue parole.

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testo OLGA CAMPOFREDA illustrazioni ELEONORA ANTONIONI

diventa una patria

Giovani che erano essenzialmente pacifisti non sono stati in grado di sostenere la militarizzazione delle forze politiche attraverso cui si svolge quel capitolo della guerra fredda, in Italia in fondo non così fredda. Io non sono mai stato neppure vicino alle armi. Cantavo le canzoni di Bob Dylan. Facevo fatica a scuola con il curriculum nazionalista, avevo trovato in Pavese, Melville, Steinbeck, Hemingway una possibile alternativa. Per questo quando ho potuto ho scelto Londra.

italiano, che si svolge in fondo tra critici e accademici e più debolmente tra scrittori, proprio perché si è impostato come problema italiano, ha faticato a districarsi da questioni poco feconde. La questione del realismo continua a echeggiare la polemica tra Togliatti e Vittorini su Menabò, c’è chi ancora parla di americanizzazione o anglocrazia, e speriamo che non ci aggiunga il complotto giudaico massonico! E in ambito accademico non si riesce a vedere che la poesia e il romanzo sono idiosincratici rispetto a Esistono degli autori che fanno da una prospettiva nazionale. base comune alle culture europee? Difficile dirlo. Fino agli anni Cinquanta i miei professori si erano formati attraverso un curriculum nazionale. Anche i genitori di mia moglie, che è scozzese, si erano formati su una cultura nazionale. Io non nasco da quel mondo. Già a sedici anni avevo letto molti più romanzi francesi e americani che non italiani. Se si vuole parlare di romanzo bisogna per forza di cose superare le barriere nazionali. Nel romanzo gli italiani hanno fatto cose molto belle ma fino alla generazione di Moravia e Morante in modo piuttosto episodico. Penso a Svevo che davvero c’entra poco con quello che ha intorno.

Quindi i libri più importanti della sua vita non appartengono a una stessa letteratura, superano i confini. Ho sempre letto pensando “che bel romanzo russo” o francese e via dicendo. Ci sono in questo senso anche italiani importanti. Leopardi, per esempio, ha avuto un’influenza importantissima nella mia vita. Così come penso a quando ho letto Proust che mi sembrava di non aver mai letto nulla di così bello. Così il Kafka dei racconti o in anni più recenti Sebald. In questo modo riconosco che ognuno di noi ha una relazione specifica con uno o più contesti che chiamiamo italiano, russo, francese e via dicendo. Ma che la sostanza della poesia sia intrinsecamente non nazionale, che richiami a contesti e ambiti più ampi mi sembra anche più vero.

Esiste ancora in Italia uno scrittore che si creda erede della tradizione di Dante ma non di quella di Shakespeare o di Proust? Oramai restare legati a un modello univoco, nazionalista, comporta inequivocabilmente arrePer me sono state due le cose che hantratezza. no segnato il rapporto con la letteraLa letteratura è una terra franca. Pur- tura italiana: l’insegnamento, perché troppo molto del dibattito letterario ho insegnato molta letteratura italia-

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na, e negli anni ottanta e novanta un discorso che condividevo con altri autori italiani. Alcune influenze private nella mia formazione, soprattutto Elsa Morante e Gianni Celati, che sono stati amici molto particolari perché ci siamo incontrati attraverso i libri. O anche Tondelli.

dividuale nel bene o nel male, noi cattolici viviamo più la collettività. Ma queste cose gli inglesi le condividono in parte con altri paese dell’Europa settentrionale, così come noi condividiamo alcune delle nostre caratteristiche morali con altri paesi. A queste condivisioni se ne sovrappongono altre, ad esempio quelle del comuniAl di là dei confini nazionali allora è smo o dell’influenza americana. davvero comunicabile la letteratura e la cultura in generale? O resta Il vero problema degli individui è riusempre qualcosa che si perde? Il lin- scire a far scorrere a far fluire l’energia guaggio può mettere in comunica- che c’è nel mondo e che ci attraversa. Colpa, realismo, consumismo, naziozione, ma in quanto punto di vista nalismo, religione, cibi, vita erotica, sul mondo può anche dividere. letteratura sono solo alcuni degli amPiù si approfondisce più si capisce per- biti in cui questi flussi si intrecciano, ché esistono alcune differenze. Il pro- creando a volte fiumi più potenti pertestantesimo e il cattolicesimo ne co- ché due torrenti si ritrovano nello stituiscono una parte. Le nazioni sono stesso alveo. Così come le piante riesolo griglie. Gli inglesi sono radical- scono ad abbeverarsi della pioggia che mente centrati sul proprio destino in- risucchiano dal terreno anche noi be-

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Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare.

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viamo dal fondo. Il problema è che alle volte veniamo spezzati. A volte la vita si rompe e la letteratura è uno dei modi che esistono per capire cosa ci ha spezzato e cosa ci ha fatto male, nel tentativo di aggiustarlo. L’osso che si riaggiusta. E il suo rapporto con Pier Vittorio Tondelli? In Pier e la generazione racconta molto bene di questa comune spinta centrifuga che caratterizzava lo sguardo degli scrittori che iniziavano ad affacciarsi negli anni Ottanta. Come mai lui non ha scelto di allontanarsi dalla provincia e avvicinarsi a uno dei cuori d’Europa? Tondelli fa spesso fuggire i propri personaggi, lei invece insegna loro a tornare. Pier era più sollevato da quello che accade in Italia negli anni Ottanta, io ho sentito, dopo Boccalone, il lutto della sconfitta. Per Pier partire resta sempre una possibilità di evadere e trovare altro, come nel suo racconto Autobahn. Anche Pao Pao ha questa vena di possibile evasione che rende il suo stile una conversazione con il lettore, un’apertura seducente, come quando ci si prepara a una partenza. Io invece sono partito e ho avuto sempre il problema opposto. Da un lato di riuscire a vivere in un mondo diverso da quello in cui ero cresciuto, dall’altro di vedere svanire l’illusione che ci sia un altrove. O meglio, di vedere che la natura dell’altrove è, leopardianamente, l’illusione, l’utopia. Sono due elementi in continua tensione, desiderare e sapere che l’oggetto del desiderio è ineffabile, inattingibile. Più che tornare, trent’anni. Quelli della Thatcher sono vevo Boccalone. Un periodo è venuto i miei personaggi pensano e sognano stati anni durissimi, io li ho vissuti da a Venezia, lavoravamo insieme, poi facevamo lunghissime passeggiate. vicino, ero qui ed ero povero. di tornare. Anche qui a Londra, quando veniva Come ha conosciuto Elsa Morante? a trovarmi. Come sono stati i suoi primi anni a Londra? Che clima si respirava? La Morante l’ho conosciuta dopo Gianni è molto diverso dalla MoranBoccalone ed è stata una persona fonte. Questo atteggiamento di chi non Ho iniziato sempre insegnato lingua damentale perché è quella che mi ha si accetta fino in fondo nella propria e letteratura italiana, e ho fatto tanti detto un po’ prenditi sul serio. Boccaspecificità mi deriva forse un po’ da altri lavori da qui. Giornalismo e qualone ha degli aspetti in cui la voce flirlui. Come per tutti gli altri Narratori lunque cosa riuscissi a trovare, dalta molto con il suo pubblico, la diffil’aiutare i cantanti d’opera a qualundelle Pianure. Venire qui a Londra è coltà al contrario sta nel tenere una que cosa che capitasse, soprattutto nei stata anche una sottolineatura di un coerenza di fondo e dire tutto, cercare primi anni. Stando a Londra ho visto destino individuale, anche irreversidi dire tutto. che cos’era essere italiano e l’ho amabile, purtroppo. to di più. Mai in modo sciovinista, ma E Gianni Celati? Nel romanzo c’è un Destino che cerca di correggere atcredo d’averlo capito più a fondo. Al accenno ai suoi consigli sulla scrittraverso le storie dei suoi personagtempo leggevo molto per poterne partura e la riscrittura. gi? La maggior parte di loro – come lare. Stavo tanto nella British Library soprattutto quando faceva caldo. Lon- È stato il mio professore. Mentre lui dicevamo – ha imparato l’arte del dra è cambiata tantissimo in questi scriveva il Lunario del Paradiso io scri- ritorno.

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In questo caso non si può, tutto è sempre perduto. Ne soffre? Sì, ne soffro molto. Ci svolgiamo come un filo e non è possibile riavvolgerlo. Si ingarbuglia, a volte si spezza e bisogna fare un nodo. Ma ci svolgiamo e diventiamo sempre più quello che ci passa alle spalle. Il lavoro di scrivere un libro è faticosissimo. A volte credo che abbia che fare con miei particolari limiti. Una cosa scritta bene per me non ha importanza. A me importa che quella narrazione sia il risultato di una lotta, di una ricerca precisa. E adesso sta scrivendo? Sì, e quando non scrivo aspetto di scrivere.

Una delle possibili definizioni giuste di scrittore, per me sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura.

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ESPLORAZIONI ISPANICHE

di GIOVANNI DOZZINI

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l cappello nero a falde larghe di Fernando Iwasaki è cinto da una fascia stretta di righe colorate. Si muove nella notte, sale deciso lungo la scalinata tortuosa di Sant’Ercolano, non si volta mai, non esita, tira il gruppo degli scrittori ispanoamericani a cui Perugia si è consegnata in questi giorni di aprile. Poco dietro, le ombre di Paco Ignacio Taibo II e di sua moglie Paloma, quelle di Luis Sepúlveda e di Carmen, quella di Santiago Gamboa e quella di Daniel Mordzinski, il fotografo argentino capace di ipnotizzare chiunque gli si pari davanti, l’uomo che in trent’anni e più ha impresso sulle sue pellicole i ritratti di centinaia di romanzieri e poeti di tutto il mondo, dai giganti agli sconosciuti, da Borges, la prima volta, a me, domani stesso. Ci sono anche Antonio Soler e la sua Maria del Mar, qualcuno si è già avviato verso l’albergo, dopo la cena di benvenuto e prima del bicchiere della buonanotte, e l’orologio della chiesa che ci siamo appena lasciati alle spalle segna la prima ora del mattino. La notte è fredda, il buio popolato da poche sagome indifferenti, qualche studente senza voglia e bisogno di far presto e qualche scapolo inquieto. Poco fa, mangiavamo, qualcuno c’ha detto che Gabo Márquez sta male, in ospedale, a Città del Messico. È un paradosso, o forse è solo letteratura, perché a ben guardare se oggi siamo qui, se nei prossimi giorni faremo quel che faremo, è proprio perché Gabriel García Márquez c’ha insegnato quel suo modo di sprofondare nelle storie e nella scrittura, ha insegnato a qualcuno di noi a pensare letterariamente un intero subcontinente, e ha insegnato a qualcun altro l’orgoglio di essere scrittori e latinoamericani. Non morirà, García Márquez, non ancora, non adesso, ma abbastanza presto da morirci comunque addosso. Una magia triste. Iwasaki, qua accanto, è il peruviano di sangue e nome giapponese, e altro sangue di altri generi e terre, più meticcio dei meticci, il suo cappotto è pure nero, al collo ha legato una sciarpa colorata, nero e colori, il cappello e il resto, vezzi da poeta. Parla con misura, più di quella di cui si servirà per spiegarci Borges ed Edmondo De Amicis, e non ha ancora cantato per noi, niente lascia immaginare il concerto che, finito di cenare, una di queste sere ci regalerà insieme a Gamboa, ancor più insospettabile. Gamboa è il capobanda, l’uomo che in un modo o nell’altro ha portato qua tutti gli altri, insieme a Mordzinksi, l’amico Mordzinski, il talento buono di Mordzinski, a cui un anno fa l’errore stupido e arrogante di qualcuno, nel ventre della sede parigina di «Le Monde», ha cancellato l’archivio di una vita,

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una vita di lavoro svanita, inghiottita, dimenticata. Lui ha ricominciato a fare ciò che aveva sempre fatto e anche di più, pian piano, porta in giro le sue mostre e moltiplica gli scatti, e in questi giorni, a Perugia, comporrà il mosaico di immagini che l’anno venturo faranno da cornice al capitolo secondo della storia di cui poche ore fa abbiamo scritto l’attacco. Si chiama Encuentro, ci chiamiamo Encuentro, siamo la festa che la città ha dedicato alle letterature in castigliano, castigliano di Spagna e castigliano d’America, tre giornate di inizio aprile che ci rimarranno incise nella mente e sui nervi. Mentre le scale scorrono sotto i nostri piedi e la cima del centro si avvicina il gruppo si scompone, il gruppo a cui manca chi arriverà domattina, Bruno Arpaia, l’italiano, e la Martinetto, la professoressa, la traduttrice, la bionda di Torino, alla quale poi Iwasaki, ancora lui, il generoso Iwasaki, regalerà idee e appunti per uno studio su Vargas Lllosa. E Leonardo Padura Fuentes, e sua moglie Lucía? E Guadalupe Nettel e Marcos Giralt Torrente, i taciturni, i giovani? Già a letto, alla spicciolata, da un po’. Nessuno, al momento, sa ancora cosa ne sarà di quest’idea folle praticata in meno di due mesi. Non sappiamo come reagirà la città, da sempre luogo di incontri e di accoglienza che negli ultimi tempi, tempi complicati, per carità, ogni tanto sembra aver smarrito molto della propria

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Solo chi ama conosce. Povero chi non ama.

identità. Non abbiamo idea della partecipazione debordante, del mare di gente che affollerà le sale: la popstar Sepúlveda, che si divertirà tanto da regalare un’apparizione in più, ma non solo lui. Paco, che a Perugia è già stato un paio di volte, travolgerà tutti. Berrà cola biologica, mangerà porchetta e tagliatelle, racconterà le sue storie, battaglierà per le sue idee da rivoluzionario ottimista impenitente. Ricorderà Rodolfo Walsh, il suo santo laico, il giornalista martire dell’Argentina di Videla, uno di quegli altri ai quali dobbiamo il ribollire di tanta grande narrativa latinoamericana nell’ultimo mezzo secolo. Gli spagnoli, Soler e Giralt Torrente, saranno i più eleganti e cerebrali, convinceranno a voce bassa, lentamente, Guadalupe, l’unica donna del gruppo, cercherà di spiegare la sua autoficción, finzione o narrazione di sé che non è autobiografia e non è neppure romanzo, e in Italia non sappiamo bene come tradurre. E Padura, beh, Padura trionferà con la sua flemma solo apparente. Punzecchierà Paco, ironizzerà su Cuba e sui nemici di Cuba, inveirà contro i corsi di scrittura creativa, offrirà saggi del grande scrittore che è - lo scrittore che qualche anno fa ha saputo scrivere un capolavoro di storia, politica e sentimento come L’uomo che amava i cani. Santiago, infine, sarà il maestro di cerimonie perfetto, diplomatico e tempestivo, sveglio, solido. Ha spessore, il colombiano giramondo che vive nei dintorni di Roma, sa scrivere e sa

tenere il ritmo, in occasioni così. È uno bravo. Soprattutto, adesso, in quel momento preciso di quella notte precisa nell’atto preciso di scalare l’ennesimo spigolo di Sant’Ercolano, io non so ancora quanto sapranno passarsela bene, questi scrittori, quanto si sentiranno, tutti o quasi tutti, la banda per cui li riconosceremo. Non so che la gente, le centinaia e centinaia di persone, più di mille, più di duemila, di fronte alle quali si troveranno a parlare, che la gente di Perugia, insomma, si renderà conto perfettamente di quanto gli scrittori se la staranno passando bene, e ne trarrà grande beneficio, con tutta evidenza. Non so che la mia città, per i prossimi tre giorni, si trasformerà in qualcosa che non è mai stata e che vorrà tornare a essere, speriamo ogni anno, speriamo a lungo. E cioè un posto in cui la letteratura conterà perlomeno quanto la realtà, e si meriterà la passione e la dedizione che noialtri, chi scrive e chi legge e chi prova in qualche maniera a mettersi in mezzo, le riserviamo. Sarà splendido, stare a Perugia, i giorni che verranno. In quest’altro adesso io lo so, e ricordo benissimo quella sensazione di pienezza e di velocità, quella percezione di aver fatto la cosa giusta nel momento giusto, di aver praticato un’idea folle, felice e rivoluzionaria. La letteratura in mezzo a noi, e noi in mezzo alla letteratura. Impossibile, e però vero.

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NELLA FOTO: DA SINISTRA FERNANDO IWASAKI, PACO IGNACIO TAIBO II, SANTIAGO GAMBOA, LUIS SEPULVEDA, BRUNO ARPAIA.

La letteratura in mezzo a noi, e noi in mezzo alla letteratura


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ETERNI DIBATTITI

di GIORGIO BIFERALI

La mondanità “Siamo così superficiali, che soltanto le distrazioni ci possono impedire davvero di morire”. (L.F. Céline, Viaggio al termine della notte)

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lla fine l’hai visto La grande bellezza? — Quello con Servillo? — Sì, quello. — Sì, non mi ha convinto. È un film furbo, spudoratamente felliniano e ricolmo di cliché. —Felliniano, gli piacerebbe. Ma la scena con la giraffa? Faceva prima a scriverci “Grazie tante, Federico”. —Già, si giustificherà con il solito “libero omaggio”. È peggiorato Sorrentino, è peggiorato molto.

* “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore”, penserebbe l’onnisciente Jep, in una delle sue lunghe passeggiate romane. È tutta una questione di tempo, di una pigrizia tramandata sotto forma di tranquillità. Abituarsi ai travestimenti, dimenticarsi della propria identità. Maltrattare la coscienza e poi rimpiangerla per sfizio, per moda, per un banalissimo capriccio. Gridare, raccogliere la volgarità del riso, mancare di rispetto al silenzio. Ecco cos’è la mondanità. Jep non intende fermarsi, privarsi della sua condizione privilegiata, quella di chi osserva e non partecipa. Jep, abusando della tradizione del dandismo più apparente e meno coinvolto, è alla costante ricerca del bello, che alla sua età non basta più e che forse non è mai bastato. Ha amato, forse, in gioventù, ma ha preferito fuggire e rifugiarsi nelle amare comodità del rimpianto. Fugge ancora, dopo aver raggiunto la soglia dei sessantacinque anni. Fugge perché la disperazione, nelle fattezze di una donna in restauro, non è mai stata un buon rimedio per la solitudine. Non c’è più spazio per le emozioni, gli aneliti o la mera libido. Sono tutte comparse che “agiscono” secondo l’inerzia, e rendono il contesto perennemente svogliato. Sorrentino, difatti, preferisce eludere

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le scene di sesso, attraverso i notissimi jump cut godardiani, e conferire un’importanza maggiore ai dialoghi, chiose o premesse che siano. Non tutto è perduto, però. Jep, assuefatto dai suoi privilegi fittizi, è l’unico che rimane cosciente, che riesce a mantenere la cosiddetta visione d’insieme, pur sospeso nel limbo della mediocrità. Limbo da cui alza lo sguardo e ritrova il mare, origine e termine della grande bellezza, e da cui segue rapito il labirinto dell’infanzia, regione prediletta dell’innocenza e della purezza. “Le radici sono importanti”, sussurra la Santa, e Jep le conserva nello straniamento keatoniano del suo volto. La stessa sorte che spetta alle emozioni, soffocate dalla voracità dell’horror vacui, manifesto nelle miserie e nelle meschinità dei suoi convitati. Jep, trasferitosi a Roma all’età di ventisei anni, in cerca di quella fortuna che “permutasse a tempo li ben vani” (Dante, Inferno, VII 79), s’è inserito fin da subito nel “vortice della mondanità”. Un mondano è uno che si preoccupa della vita terrena, delle cose di questo mondo (“Io non mi occupo dell’altrove”, afferma Jep, nella scena finale del

film) e che talvolta le affronta con estrema leggerezza. Un monarca di se stesso, un “mondarca”: “Ma tu sei il monarca, e che potrebbe essere una derivazione di mondarca, ciò vuol dire che tu sei te stesso solo in quanto possiedi il mondo” (G. Manganelli, Encomio del tiranno). Il vero mondano non lavora, e forse non ha mai lavorato. Si permette, con arroganza, di confondere il giorno con la notte, proprio come se il tempo fosse di sua proprietà. Il vero mondano beve spesso ma non eccede mai, si accontenta di non rimanere pericolosamente sobrio. Conosce di tutto un po’, e preferisce non approfondire. Giacomo Debenedetti, parlando di Proust (guarda caso, nominato più volte nel film) e del protagonista della Recherche, tenta di comprendere la mondanità in un’ottica del tutto desueta, secondo la visione religiosa, e restituendole forse la sua accezione migliore: “Il subire la cronaca e la storia come improvviso sfacelo e distruzione del tempo, in cui ci consumiamo e da cui siamo consumati”. Jep Gambardella è un personaggio corrotto e consumato dal tempo, su cui vanta un presunto dominio e di cui si scopre l’ennesima vittima. A distanza di

L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.

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pochi giorni, muoiono le uniche donne che contano nella sua vita e un amico lo abbandona. Jep non soffre, non più. Ha dimenticato come si fa. Rivista trimestrale diretta da PAOLO DI PAOLO www.orlandoesplorazioni.com facebook.com/OrlandoRivista rivista@orlandoesplorazioni.com Art director DARIO MORGANTE

Staff editoriale GIORGIO BIFERALI OLGA CAMPOFREDA MASSIMO CASTIGLIONI MARIACARMELA LETO MICHELA MONFERRINI GIACOMO RACCIS

Prodotta da GIULIO PERRONE EDITORE

www.giulioperroneditore.com Redazione c/o Giulio Perrone Editore Via Squarcialupo 14 00162 Roma tel. 06 97605054 Stampata nel maggio 2014 presso Cimer Snc Via Marcantonio Bragadin, 12 00136 Roma

Orlando esplorazioni

Rivista Orlando N.5  

Si diffondono anche nel nostro Paese le scuole di lettura, dove gli autori si mettono in gioco per educare il pubblico ad assaporare meglio...

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