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ORLANDO 4 — AUTUNNO 2013 5MILA COPIE GRATUITE

Orlando esplorazioni

ILLUSTRAZIONE GUIDO VOLPI www.guidovolpi.com

«Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano come decisivi. Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto».

OrlandoRivista

@OrlandoRivista orlando@giulioperroneditore.com

Vivo Calvino!


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Orlando esplorazioni

AUTUNNO 2013

Italo Calvino compie novant’anni. Abbiamo chiesto a illustratori, artisti, fotografi di raccontarlo per immagini. E a scrittori, poeti, critici, studiosi di raccontarlo con le parole. Questo è il risultato: un’esplorazione del mondo di Calvino aggiornata al 2013. Il segno – come dice il titolo che abbiamo scelto per questo numero – che Calvino è vivo e lo si può vivere e rivivere. CALVINO IN VERSI ALFONSO MARIA PETROSINO

ANDREA DE ALBERTI

Sulla prima lezione americana

Consistenza, cinque lezioni più una mai scritta

Come un uccello non come una piuma leggeri, suggerisce Valery. Leggeri, senza peso. L’onda si schianta in fragore e riccioluta schiuma

Ho tolto a un uomo perduto su un ramo il suo peso. Ma non arriva a niente questa botanica perfezione, come se dietro alle cose l’aria fosse da milioni di anni più buona e il cielo uguale. Vivo nel pieno disagio di chi sa. Sa cosa rincorrono le parole, se portano ombre o ne rischiarano l’alone. L’esattezza, il cristallo e la fiamma segnano il percorso di un uomo. Il primo passo è vedere in un gomitolo le persone. Stare nei tempi a pesare le anime incontrate con la piuma di un uccello senza uovo.

e la sabbia bagnandosi si imbruna e si raddensa. Senza gravità e levitando. Con quanta forza attrae le malinconiche maree la luna, con quanta forza orbitano gli atomi intorno a nuclei impercettibili, ecco, non mi ricordo il compito assegnatomi e neanche più ch’io sia. Quand’entro in chiesa l’acquasantiera ha sempre il fondo secco. La mia anima, Calvino, quanto pesa?

Chi ha scritto per Orlando 4 GABRIELE SABATINI (1983) lavora nel mondo dell’editoria GLORIA MARIA GHIONI (1985) dottoranda di ricerca a Pavia e critico letterario MICHELA MONFERRINI (1986) autrice di Chiamami anche se è notte (Mondadori 2014) GIOVANNI DOZZINI (1978) ha pubblicato il romanzo L’uomo che manca e scrive di critica letteraria ALMA GATTINONI e GIORGIO MARCHINI insegnanti e bibliofili, vivono a Lecco GIACOMO RACCIS (1987) dottorando a Bergamo e Parigi, scrive di critica letteraria THOMAS PERSICO è dottorando di ricerca a Bergamo OLGA CAMPOFREDA (1987) ha pubblicato Caffè Trieste, reportage sui luoghi della Beat MARIO MASSIMO ha insegnato nei licei e scrive narrativa (La morte data, Manni), poesia e critica LETIZIA LEONE poetessa (tra l’altro, La disgrazia elementare) MICHELE MARI (1955) è uno dei maggiori scrittori italiani di oggi, le sue opere sono pubblicate da Einaudi MARCO ONOFRIO (1971) poeta, scrittore, saggista (Perché non possiamo non dirci romani, Edilazio) TERESA BAVA (1988) ha studiato a Pavia e lavora nell’editoria DOMENICO CALCATERRA (1974) si occupa di critica letteraria (Niente stoffe leggere) ANDREA PITOZZI è dottorando di ricerca a Bergamo GIORGIO GHIOTTI (1994) ha pubblicato per Nottetempo Dio giocava a pallone ALES-

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Ogni vita è una grande enciclopedia del perché e del come. Ogni notte guardo le mani se restano asciutte. Sarebbe bastato guardare una Carta e trovarci all’interno ogni specie di mondo senza latitudine, longitudine, posizione. E qui, a dire il vero, mi sono fermato.

SIO DIMARTINO (1982) ha pubblicato il romanzo Il professore non torna a cena GIOVANNI PANNACCI ha pubblicato una conversazione con Paolo Poli e il romanzo La canzone del bambino scomparso PIERFRANCESCO MATARAZZO ha pubblicato tra l’altro La certezza del dubbio MASSIMO TURTULICI scrive racconti e legge forsennatamente GIORGIO BIFERALI (1988) è dottorando di ricerca a La Sapienza di Roma ANGELA GALLORO (1989) studia lettere e collabora a diversi blog letterari LUCA ALVINO è redattore di “Nuovi Argomenti”, scrive di critica ed è autore di versi ELENA MACELLARI si occupa di giardinaggio e botanica e ha pubblicato per Ali&No nel 2010 Eva Mameli Calvino SIMONE NEBBIA (1981) scrittore e cantautore, si occupa di critica teatrale SAVERIO PAZZANO scrive e insegna in un liceo a Reggio Calabria SAVERIO SIMONELLI ha pubblicato tra l’altro Nel paese delle fiabe e lavora per TV2000 FILIPPO SIMONELLI è suo figlio, studente e appassionato lettore GUIDO VASSALLO è responsabile della sezione cultura del sito Cogitoetvolo.it MARCELLO SABBATINO (1992) studia Lettere a Napoli e scrive su quotidiani e riviste ALESSANDRO GIAMMEI (1988) è dottorando di ricerca alla Normale di Pisa MARIA LUISA MARICCHIOLO (1985) scrive di letteratura per blog e riviste.

Orlando esplorazioni Rivista trimestrale diretta da Paolo Di Paolo Art director Dario Morgante Staff editoriale Cristiano Armati Olga Campofreda Mariacarmela Leto Michela Monferrini Giacomo Raccis Prodotta da Giulio Perrone Editore www.giulioperroneditore.com

Redazione c/o Giulio Perrone Editore Via Squarcialupo 14 00162 Roma tel. 06 97605054 Stampata nell’ottobre 2013 presso Litosud srl Via Carlo Pesenti 130 00156 Roma

Chi ha illustrato Orlando GUIDO VOLPI GIACOMO NEE DALIA DEL BUE DOMENICO LAPOLLA ALESSANDRO D’AQUILA ELEONORA ANTONIONI LELE PICA’ MATTEO MICCI LILIANA SALONE NICOLE CASAVOLA LUCA PERRI ORLANDO TRINCHI ADRIANO TURTULICI YURIA BROCCOLI IUCU

Genius loci — Ogni numero di Orlando nasce sotto la stella di uno scrittore. Un timoniere, un ispiratore, un maestro. Questo numero è ovviamente dedicato a Italo Calvino in tutto e per tutto. Da pagina 8 a pagina 18 trovate frasi tratte dai suoi libri.

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Orlando esplorazioni

AUTUNNO 2013

CONTATTI MAGICI

Caro Calvino Domande, pensieri, ricordi per lo scrittore che oggi avrebbe 90 anni SANDRO VERONESI

ILLUSTRAZIONE DI GIACOMO NEE

Se lei fosse morto quando era ancora giovane, lasciando quello che si dice un “vuoto incolmabile” nella cultura italiana, e si fosse fatto seppellire, come mi risulta essere la sua volontà, nel piccolo cimitero di Castiglion della Pescaia, be’, sappia che io sarei andato lassù dopo aver finito di scrivere ogni mio libro, e ne avrei strofinato – tipo bruschetta – la prima pagina sulla sua tomba semplice e ricoperta di arbusti della macchia mediterranea, per puro feticismo, e per affetto, e per rimpianto, e per buon augurio, e per cercare di catturare un minimo di quell’energia letteraria che anche se fosse morto avrebbe continuato a pulsare da lei e a far vibrare la tradizione. Avrei fatto questo e nessuno l’avrebbe saputo, solo lei e me, e in questo modo si potrebbe dire che ci saremmo conosciuti.

GINEVRA BOMPIANI Caro Italo, che cos’è della vecchiaia che nessuno di noi ha capito e neanche immaginato? Tu che sei stato perennemente giovane, saresti riuscito a inventarla?

ROSETTA LOY Caro Calvino, leggerti, oltre che godere della tua limpida e mirabile scrittura, è stato guardare alla vita e alla storia attraverso i tuoi fantastici occhiali. Io ti ho amato dal primo momento, da quando ho preso in mano Il sentiero dei nidi di ragno (che hai scritto a solo 24 anni). Fino a quello straordinario libro che è Se una notte d’inverno un viaggiatore che resta ancora oggi un ‘unicum’. Peccato che sei morto troppo presto, ci manchi tantissimo.

PAOLO DI STEFANO Caro Calvino, Le farei una domanda (anzi, diverse domande) sul rapporto dell’editoria con il proprio tempo. Con la Sua esperienza di editor e di autore, mi saprebbe dire perché, secondo lei, certi libri incontrano subito il gusto del lettore e altri no, magari a parità di qualità, di notorietà dell’autore, di prezzo e di impegno dell’editore? Come può succedere che alcuni libri vengano recuperati a distanza di anni dalla loro prima uscita? E perché ci sono libri che hanno avuto un successo immediato, poi spariscono dalla circolazione e dall’interesse per ritornare magari sotto sigle editoriali diverse? L’editore ha oggi qualche possibilità di indirizzare l’onda culturale del proprio tempo o ha, nei casi migliori, il compito di interpretare quel che già è nell’aria? Infine, oggi un Calvino ventenne o trentenne sarebbe ancora attratto dal lavoro editoriale e l’editoria offrirebbe ancora delle op-

portunità a un Calvino giovane?

ANTONIO PASCALE Una domanda: ma le favole hanno ancora senso?

VALERIO MAGRELLI Come è possibile che gli eredi della vostra Resistenza si siano alleati con il Grande Evasore? Dove avete sbagliato? Il Berlusconismo come malattia senile/servile del comunismo?

MELANIA G. MAZZUCCO Chiederei a Calvino di portarmi là dove i ragni fanno il nido. Perché quel posto esiste, anche se non è mai stato trovato. È nelle pagine che ha scritto, che scrivono tutti i grandi scrittori. Gli chiedo perciò di regalarmi (regalarci) un altro libro.

GIULIO FERRONI Caro Calvino, avevo in cuore una fitta serie di domande in quel settembre 1985, quando lei ci lasciò proprio mentre preparava il viaggio per Cambridge Massachusetts, per le conferenze che avrebbe dovuto tenere alla Harvard University come Norton Lecturer e che poi abbiamo letto nelle tanto citate e tanto fortunate Lezioni americane. Ora quelle domande sono per me il ricordo di qualcosa che non è stato, che il destino ha impedito di essere, perché anche io in quel settembre mi apprestavo a partire per la stessa destina-

zione, per tenere lezioni nella stessa università, come Lauro De Bosis visinting professor. Aspettavo con ansia la partenza, pieno di emozione per quel soggiorno che mi allettava non solo per il prestigio della celebre università, ma in primo luogo per il fatto che lì sarei stato vicino a lei: ci saremmo sicuramente frequentati e avrei avuto il privilegio di parlare quasi ogni giorno con quello che per me era il maggiore scrittore italiano vivente. Tutte le mie attese e tutte le domande da farle sono state troncate dalla sorte, da quella sua morte, che mi pareva di veder prefigurata dall’ultimo pezzo di Palomar, Come imparare a essere morto, alla fine del quale il signor Palomar si mette a interrogare il tempo istante per istante, formulando il proposito di «descrivere ogni istante della sua vita, e finché li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore». Poi nel semestre passato a Cambridge mi sono trovato più volte a parlare di lei, della sua assenza, del dolore che ci ha lasciato, con tante persone che si trovavano lì o erano di passaggio: e primi fra tutti Dante Della Terza, l’italianista di Harvard, e Agostino Lombardo, che anche lui in quei mesi si trovava ad Harvard, ospite degli americanisti dell’università. E invece di frequentarla e di conversare con lei, abbiamo dovuto limitarci e ricordarla,

con incontri e lezioni: e in omaggio a lei pronuncia anche una conferenza sulla sua luna, sulle tante pagine che lei dedica alla luna, sulla scia di Ariosto, di Galilei, di Leopardi… Per me tra le cose perdute che stanno lì nel vallone della luna c’è anche l’incontro mancato con lei: quella disdetta che non mi ha permesso di legare più direttamente i suoi libri alla sua presenza. Lei non ha potuto finire l’ultima lezione, che toccava un tema come Cominciare e finire, che poi a me è capitato di considerare tantissime volte; non ha potuto leggere a Cambridge quei Memos for the next millennium, mentre io non ho potuto ascoltarli dal vivo, discuterne con lei. E allora oggi, oltre a domande sul micidiale sovrapporsi tra vita e letteratura (quella morte di Palomar e la sua morte…), vorrei chiederle cosa pensa di quelle insistenti e vacue elucubrazioni sulla leggerezza che sono state fatte da tanti superficiali lettori delle Lezioni americane: lettori che ne hanno tratto una sorta di emblema alla moda, tradendo il senso contraddittorio che lei invece le attribuiva. Quanto senno perduto dovremmo recuperare lì sulla luna? (e non sembra possano essere risolutivi

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AUTUNNO 2013 che sta nelle mie capacità i suoi strumenti cognitivi, quello che ho definito il suo codice binario, da lui applicato ad ogni oggetto della sua ricerca: quel suo porsi davanti e dietro, sopra e sotto, nel diritto e nel rovescio, cercando di cogliere il prima e il dopo, di variare i punti d’osservazione, di comprenderne il più possibile, di valutare oggettivamente tutte le ipotesi praticabili. Un procedimento scientifico che aveva appreso dai genitori agronomi e botanici. Insieme al suo amico Primo Levi, Calvino è uno scrittore che corre avanti, rispetto al proprio tempo. Con loro la letteratura ha superato il  suo carattere sostanzialmente post-impressionista, psicologistico ed emotivo, ha raggiunto il grado 2.0, si è trasformata in un efficiente strumento conoscitivo, in cui approccio scientifico e capacità espressiva diventano una cosa sola.  Ad ogni rilettura lo ammiro un po’ di più. Da Calvino non si finisce mai di imparare.

gli inutili viaggi degli astronauti). Di quale modelli avremmo bisogno per capire davvero tutto quello che si è visto nel mondo dopo quel 1985, per orientarci almeno per il nostro futuro? Quali altre categorie proporrebbe per il millennio che ci è precipitato addosso? Davvero avremmo bisogno della sua parola viva!

LUIGI GUARNIERI Se potessi rivolgere una domanda a Calvino, gli chiederei se il progetto impossibile che nella lettera del 16 gennaio 1852 Flaubert rivela a Louise Colet - “ce que je voudrais faire, c’est un livre sur rien”- citato dallo stesso Calvino nella quinta delle sue Lezioni Americane, quella sulla Molteplicità qualche volta non sia stato accarezzato anche da lui.

ROMANA PETRI Quando ero bambina, nella mia famiglia erano tutti pazzi per Italo Calvino. Però non lo chiamavano mai con il nome ed il cognome, lo chiamavano “il Calvino”. “Senti qui cosa dice il Calvino”, diceva il babbo alla mamma. E lei ascoltava e magari, a sua volta, dopo qualche giorno diceva la sua. Fino a che non andai alle elementari e la maestra ci raccontò la storia del “Barone dimezzato”, io, che ai miei non avevo mai chiesto nulla, mi ero convinta che il Calvino fosse un signore che scriveva cose per i miei genitori e che loro così lo chiamavano, e con una certa insolenza, solo perché era calvo e pure bassino. Alle medie, poi, mi si confusero ancora le acque per via di un altro Calvino, davanti al quale non c’era nessun “il”, e che con l’altro aveva ben poco a che vedere. Però, avendo conosciuto per primo quell’altro, per me sono rimasti sempre come li sentii chiamare. Insomma, c’è Calvino ma poi c’è “il Calvino”.

MARCO BELPOLITI Perché Calvino? Perché ha scritto per un lettore che ne sapeva più di lui. Un lettore ipotetico. In un’epoca in cui tutti scrivono per un lettore che ne sa meno di lui (al ribasso!), Calvino ha alzato la posta. Scrittore politico non meno di Pasolini e Volponi, ha sempre pensato che la letteratura non poteva stare a sé, fuori dalla mischia e dai saperi plurali e complessi come scienza, antropologia, filosofia. Un artigiano del pensiero. Leggerlo e rileggerlo è sempre un piacere, una scoperta, un investimento sul futuro.

ILLUSTRAZIONE DI GIACOMO NEE

SERGIO PENT Torino, 20… Mancavo da tempo da queste strade. In quelle stagioni lontane c’era odore di benzina forte, c’era traffico di vetture Fiat spalmate di adesivi, c’era la Juve in testa alla classifica – come sempre – c’erano facce scure in arrivo alla stazione di Porta Nuova con i treni del Sole. Pautasso. Ferrero. Levi. Fruttero. Pavese. Ginzburg. Romano. Einaudi… Nella mia giornata di scrutatore transitavano i cognomi di Torino vecchia, già allora in odore di nostalgia. Sono ancora seduto qui, nel silenzio di un’aula scolastica adibita a seggio elettorale. Sono tornato in questa Torino

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FILIPPO LA PORTA

meno asfittica, più globale – forse ai miei tempi non si usava ancora questo termine per definire il caos planetario - più frequentata dai turisti, anche se tante serrande di allora sono chiuse, per lutto di lavoro. Esposito. Circhirillo. Circeu. Cutrupi. Pascariu. Hamid. Marquez… Cambiano nomi, facce, colori e accenti, il tempo è scivolato via prima che potessi fare luce sulle gioie e sui disagi dei mutamenti sociali. Tra qualche giorno sarò in Liguria a salutare l’amico Nico, lo troverò avvolto dal fumo dell’eterna sigaretta con gli occhi miopi rivolti verso il nostro mare… Ma oggi sono qui, a palpare le nuove strade di Torino, a chiedermi perché tutto sia diventato difficile, in questa Italia che ha l’accento collettivo della disperazione. Domani ci sarà lo spoglio delle schede: l’ennesima campagna elettorale, le ennesime liti in tv, la solita storia, ma sempre meno allegra. Chi vincerà, o chi perderà, ormai è il dato di fatto di politiche sempre più discordanti dalla realtà. -Va là che prima o poi ti toccherà scrivere il seguito! – mi sussurra qualcuno qui accanto. – Se dovesse vincere ancora lui… Sorrido, faccio i debiti scongiuri. -Il Cavaliere Inesistente? Sarebbe troppo anche per un’Italia in disarmo come questa. Altro che Cosmicomiche! Fuori Torino sorride, è ancora casa mia.

CHIARA VALERIO Dovrei odiare Calvino. Tutti quelli della mia generazione dovrebbero odiare Calvino. Almeno quelli cresciuti in paesi piccoli e senza librerie che non vendessero anche quaderni. Ecco, io una volta sono entrata, avevo forse dieci anni, fine degli anni ottanta, e ho visto una foto sorridente e in bianco e nero di un uomo che mi è subito pia-

ciuto. Sorrideva come un ventriloquo, o il suo sorriso parlava, o così mi sembrava. Ero incantata. E ho chiesto alla libraia chi fosse, Pina, chi è quel signore? Italo Calvino. Io ho pensato subito a Cosimo Piovasco di Rondò e al fatto che “Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno.” Ecco, senza ritorno, da quel momento in poi, gli scrittori hanno avuto una faccia. Non volevo, in fondo non voglio. Dovrei odiare Calvino.

ERNESTO FERRERO Con Italo Calvino  ho parlato poco, tutto sommato, nei lunghi anni felici di lavoro nella redazione di Einaudi. C’era sempre molto da fare, eravamo sistematicamente in ritardo su tutto, “risvolti” da scrivere, bozze da congedare, letture arretrate, locandine pubblicitarie. Ci si scambiavano più che altro brevi informazioni su urgenze operative. Era anche un gran lavoratore, modesto e disciplinato, pronto ad adattarsi al gioco di squadra. Non faceva mai pesare la sua autorevolezza, era il contrario del divo capriccioso e ricattatore.  Alle discussioni bastavano le riunioni del mercoledì, in cui Calvino si divertiva a recitare la parte dell’oratore imbranato sempre in caccia della parola giusta che gli sfugge. Come è noto, non amava parlare. In una memorabile lettera a Domenico “Mimì” Rea ha spiegato la ragioni della sua laconicità: per eredità genetica, anzitutto; perché i tempi della produzione industriale incalzavano, perché al dire preferiva il fare e poi sostanzialmente perché la parola parlata è sempre troppo improvvisata e dunque imprecisa: molliccia, addirittura un po’ schifosa. L’uso della parola nel senso più appropriato, vorrei dire etico, era una delle sue principali preoccupazioni. Adesso che non c’è più, ma c’è anche più di prima, gli parlo tutti i giorni. Nel senso che gli faccio delle domande, e cerco di immaginare cosa potrebbe rispondere lui. Cerco di usare per il poco

Caro Calvino, la sento sempre più come un fratello, proprio per i difetti che le vengono a volte imputati: prudenza, eccesso di paura, ossessione della compostezza stilistica  e tendenza a rimuovere il negativo, etc., insomma per la sua natura così problematicamente scettica, disarmata, anti-eroica. Le chiedo  però due cose. Delle sue “lezioni americane” l’unica veramente angosciata   è quella sulla “visibilità”(l’inquinamento delle immagini prefabbricate da cui siamo sommersi, la necessità di una pedagogia dell’attenzione): è la “lezione” che avrebbe in seguito   sviluppato maggiormente? E poi: la sua eredità intellettuale la cercherebbe più tra i narratori o tra i saggisti?

NICOLA LAGIOIA Per quanto nel corso del tempo sia stata citata fino alla consunzione, e dunque proprio per darle nuova vita, Calvino per i suoi novant’anni ribadirebbe –  probabilmente  con altre parole, altre immagini – la chiusa de Le città invisibili. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Dall’autunno del 1985 in cui Calvino è morto, l’impressione è che gli spazi di non-inferno siano diventate oasi, queste  pozzanghere. Al restringimento congiurano forze così insidiose da ridurre a retorica persino un loro controveleno ideale, quali le ultime parole del libro citato. I tempi sono cambiati, e il passaggio dalla fantasia al potere alla fantasia del potere richiede l’atto rivoluzionario di assumersi la responsabilità del posto in cui si vive, delle persone che ci stanno intorno. Credo sia questa nel 2013 la sfida più impegnativa, e anche il setaccio con il quale uno come Calvino indagherebbe oggi i suoi contemporanei.

PAOLO MAURI Caro Italo, è da tanto tempo che medito di chiederti che cosa pensi del Presente. Esiste il Presente o è solo un trampolino verso il Futuro e una postazione comoda per frugare il Passato? E poi, caro Italo, il presente quanto dura? Un giorno, un mese, un anno ? E come ci accorgiamo di vivere il Presente? Ripensandolo? Ma allora lo trattiamo come se fosse Passato…


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AUTUNNO 2013 Scusami le tante domande, ma penso destini incrociati e Se una notte d’inverno che servano ad avviare una conversa- un viaggiatore. Un programma di arte zione forse non inutile. combinatoria, magico, lulliano; un programma tanto divertente quanto SANDRA PETRIGNANI vuoto e totalmente idiota. Come reSto scrivendo un romanzo ispirato a galo per i suoi novant’anni, avrebbe Marguerite Duras, così in questo mochiesto che fosse finalmente realizzato mento a Italo Calvino mi piacerebbe un “Generatore automatico di racchiedere del cosiddetto “gruppo di Rue Saint-Benoît” che lui ha frequentato a conti di Italo Calvino”. E quando fosse quell’indirizzo, casa della Duras e di stato certo del suo funzionamento, e Robert Antelme, e di cui facevano avesse visto comporsi e rigenerarsi stoparte moltissimi intellettuali da Edgar rie su storie, freneticamente, spontaMorin a François Mitterand, da Mau- neamente, avrebbe smesso di parlare e rice Nadeau a Elio Vittorini, da Jac- scrivere, e si sarebbe messo in finestra, ques-Francis Rolland a Claude Roy a come qualunque pensionato, a osservare le nuvole. Dionys Mascolo… Vorrei sapere quanto le veementi rea- Questo credo. Forse sbaglio. zioni di quel gruppo ai fatti d’Ungheria nel ’56 e ai diktat di imposizione sovietica in materia artistico-letteraria con il conseguente abbandono del Pcf da parte di alcuni di loro influirono sulla sua decisione di uscire dal Pci. E, in particolare, vorrei sapere cosa pensò dell’ignobile campagna contro Duras scatenata dal partito per denigrarla come «donna di facili costumi».

ERRICO BUONANNO Non riesco a pensare a un Calvino novantenne se non come a qualcuno caduto improvvisamente nella nostra epoca. Magari, chissà, la riabilitazione dopo il malore è stata lunga; magari se n’è restato a passeggiare tra i giardini della clinica, studiando per trent’anni tutti i fiori e tutti gli alberi, riannodando piano piano i fili della memoria, inventando grossomodo il suo passato. Poi un giorno ha notato che il cancello era aperto e (senza ragione, gli sarebbe bastato firmare per essere dimesso) è scappato. Penso che il mondo del 2013 gli avrebbe fatto, sulle prime, un’impressione entusiasmante, gli sarebbe parso calviniano. Avrebbe visto che la tecnologia, le attrezzature, i marchingegni veramente si sono fatti più piccoli e più leggeri, come avrebbe voluto dire in quelle Lezioni americane che non aveva mai tenuto. E sul leggerissimo smartphone avrebbe scoperto internet, e avrebbe viaggiato senza muoversi come Kublai Khan, e avrebbe goduto di un mondo fatto di immagini e di link che gli sarebbero sembrati la realizzazione massima delle possibilità combinatorie con cui si era divertito a giocare. In televisione avrebbe trovato un realismo (se non proprio un reality), una voglia di scrutare ossessiva degna di Palomar, e se avesse avuto voglia di indagare sullo stato del mondo intellettuale, avrebbe trovato persone sempre meno schierate, sempre più con la testa sulle nuvole. Però a quel punto gli sarebbe sorto un dubbio: dov’è finita l’altra metà? Dov’è finita la metà “buona” del mondo? Dove sono finiti i Marcovaldi e quelli capaci di meravigliarsi? Probabilmente si sarebbe rimproverato per un pensiero del genere, e si sarebbe sentito più vecchio per il semplice fatto di averlo formulato, ma non avrebbe potuto scacciare l’impressione che il mondo tanto strutturato e tornito si fosse svuotato come una vecchia corazza… Credo che, dopo aver studiato con immenso interesse internet, il suo universo d’immagini, di rimandi, di link, il suo essere infinito e il suo essere senza cuore, Calvino oggi avrebbe chiesto a un gruppo di informatici di realizzare un programma; un programma che superasse il Castello dei

IN FONDO TUTTA LA VITA È LIBERARE LUMACHE

CHIARA GAMBERALE

Caro Cosimo Piovasco di Rondò, se può essere utile a qualcosa, io posso capirti. Anche io ho questa forza di ribellione dentro e ci sono momenti che vorrei andare via, non importa dove. Forse, se vivessi in un posto così pieno di boschi, anche io proverei a nascondermi sopra un albero. A nascondendermi, però, non a viverci; e infatti mi chiedo come tu abbia fatto a restarci, lassù, saltando da un ramo ad un altro come una scimmia. Questa è la cosa che mi stupisce di più: la tua fermezza. Insomma, avevi solo dodici anni quando sei salito sull’elce, eppure hai mantenuto la tua promessa. Sarà che era il 1767, ma a me pare che, pure se sono passati secoli, questa determinazione sia una cosa speciale anche per i tuoi tempi. Sicuramente lo è per i nostri ed io me ne accorgo dalle mie di ribellioni: quello che ho dentro non si risolve, non mi passa, ma il modo di manifestarlo sì ed anche se dico io questa cosa non la farò più, io in questo posto non ci verrò più, eccetera eccetera, poi c’è sempre qualcosa che mi fa desistere dal proposito. Ci deve essere stata una forza più grande che ti ha trattenuto sugli alberi e io non sono riuscito ad afferrarla. Ho pensato all’amore, questa sì che è una forza per la quale vale la pena di stare sugli alberi o di attraversare il mondo a piedi: ma neanche questo è il tuo motivo, non è stato per amore che hai fatto questa scelta. Quando per la prima volta ho letto il nome Sinforosa io già sapevo che ti saresti innamorato di lei: forse è che mi aspettavo una storia d’amore (ci deve essere sempre in una bel libro), forse è per come tuo fratello descrive la scena... Non so dirti perchè, ma, quando ho letto il nome Sinforosa nella scena dei ladruncoli di frutta, io già sapevo che l’avresti amata. Forse per quel soprannome che fa ridere e fa nostalgia insieme, o forse perché da subito la sua descrizione è strana, con quel cavallino e quel corno e quella banda di ragazzi, e non poteva andare altrimenti che finisse come il ferro con la calamita. Poi c’è una scena nella quale tu arrossisci sentendo il suo nome e lì ho avuto la conferma. Mi sono fatto prendere dalla tua storia, dalle tue avventure e ogni tanto mi distraggo dalla domanda: perché sei rimasto sugli alberi? Forse non è neanche per ribellione verso i genitori, dopo un po’ passa. Se fosse per questo, la tua scelta sarebbe eccessiva. E tutto sommato hai continuato a frequentare i tuoi, addirittura mangiando sul ramo vicino alla loro sala da pranzo. Chissà quante volte ti è passato per la testa di scendere, di tornare alle tue vecchie abitudini, anche solo per giocare a terra con tuo fratello e combinare le marachelle di prima. Penso che se riuscissi a capire la ragione che ti ha tenuto sugli alberi, potrei imparare qualcosa in più della vita. Ho dentro una spinta a scoprire, a sognare, a vivere una vita davvero felice e sento che nella tua scelta c’è un coraggio speciale, un coraggio che non si lascia abbattere dalla sfortuna: ecco, questo coraggio mi servirebbe per assecondare la mia spinta e decidere la mia strada. Prima di intuire questo, non mi sentivo di darti né ragione né torto: all’inizio pensavo avessi fatto bene a rifugiarti sugli alberi, vista l’educazione severa dei tuoi e i continui richiami a tavola. Come gesto di ribellione era perfetto. Poi ho visto che non scendevi, in alcun modo, neanche per errore. Ho pensato che esagerassi: i tuoi genitori ti volevano bene, a loro modo, e dopo tutto educazione e regole servono. Del resto anche tu ti sei dato delle regole per vivere appeso agli alberi e sono state pure regole ferree, quindi in qualche modo l’educazione che ti hanno dato i tuoi genitori ti è tornata utile, ti ha allenato ad essere in un certo modo. Può darsi che in quel preciso 15 giugno del 1767 tu abbia scelto di essere grande, e insieme di essere libero. Tutto per un piatto di lumache? Io non ne ho mai mangiate, ma anche se facessero schifo... Deve avere qualcosa a che fare con quella notte in cantina: il barile bucato per fare scappare via quelle lumache...Immaginarle via, libere da quella prigione, e poi ritrovarsele morte nel piatto. Deve esserti venuto un magone dentro, qualcosa che ti ha fatto dire basta e che nessuno dovrebbe essere rinchiuso in un barile solo per accontentare qualcun altro. È per questo che sei salito sull’elce e ci sei rimasto per sempre? Se è così devo dirti che hai fatto bene e che in fondo tutta la vita è liberare lumache. Saluti, tuo ********

Ti ha tolto di più la realtà o dato di più la fantasia?

(Questo è un testo collettivo, realizzato insieme dagli studenti del I e II liceo dell’Istituto San Vincenzo de’ Paoli di Reggio Calabria)

EMANUELE TREVI Mi piacerebbe chiedere a Calvino qualche notizia sulla “consistency”, ovvero la “lezione americana” che figura sull’indice manoscritto e che non arrivò mai a scrivere. Quali libri avrebbe considerato, inserendoli nel suo prodigioso sistema di esempi? Ma soprattutto: perché è una cosa così importante? Che rischio corre una scrittura priva di “consistency”?

PAOLA CAPRIOLO Se Italo Calvino fosse ancora tra noi, gli domanderei come si trova a vivere in un mondo in cui il valore della “leggerezza” è così scarsamente coltivato.

DACIA MARAINI Cosa direbbe Calvino di fronte alla politica spettacolo, litigiosa e irresponsabile? di fronte a un signore che, condannato per la terza volta, accusa i giudici di complottare contro di lui e i giornali e le televisioni lo lasciano parlare come se veramente fosse vittima di un sopruso? Cosa direbbe senza veramente dire, con il suo sobrio e sottilissimo sarcasmo sull’uso che si fa del corpo umano ormai trasformato in oggetto di consumo? Cosa direbbe della violenza ormai accettata come regola quotidiana? Cosa direbbe di un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza nazionale? È proprio un guaio che non ci sia. Avremmo bisogno della sua voce, della sua intelligenza, del suo sentimento etico.

ANDREA DI CONSOLI Caro Calvino, me lo dica sinceramente: come ha fatto in tutti questi anni a tenere a bada nel suo stile - non solo letterario, ma anzitutto umano - le passioni, le ansie vischiose, i tormenti, gli umori soverchianti, i gonfiori e tremori dell’angoscia? Me lo dica sinceramente, ora che può permettersi il lusso - vista l’età - di sbottonarsi almeno un poco: dove li ha sempre nascosti, questi malanni dell’anima che troppo spesso si fa fatica a nascondere? È stata sempre spontanea la sua calma, il suo rigore, la sua mano ferma, il suo sguardo lucido, la sua flemma illuminista, la sua ordinata fantasia? Esiste oppure no un Calvino segreto, aggressivo,  esasperato, autodenigratorio, violento, stravolto, disperato e inconsolabile? In una parola: un Calvino sgradevole? E se esiste, dove l’ha nascosto questo Calvino segreto che ho sempre cercato nelle sue opere senza mai trovarlo? La saluto con molta deferenza.

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Orlando esplorazioni

AUTUNNO 2013

LETTURE

di GABRIELE SABATINI

Quanto si legge il “nostro antenato” C

ome non sospettare che le pilette di opere calviniane, sempre presenti in qualsiasi libreria di una certa dimensione, abbiano un significato ben preciso, ossia che i suoi libri continuano ad interessare un vasto pubblico? Il sospetto si fa conferma quando si constata che l’intera opera di Calvino nel 2012, anno di riferimento per questa nostra analisi, ha venduto la bellezza di 160.000 copie. Una cifra che garantisce alla Mondadori, perché praticamente la totalità delle edizioni è stampata a Segrate, una sorta di annuale premio Strega. Crediamo che non solo l’interesse in libreria, ma anche la scuola influenzi i dati questi dati di vendita; chi di noi non ha avuto tra le letture estive ob-

bligatorie almeno uno dei volumi dei I nostri antenati? Anche in questo c’è più di un semplice sospetto: date, se volete, un’occhiata alle classifiche il prossimo giugno. Calvino comparirà quasi per magia. Ma veniamo ai dati. La trilogia in raccolta unica ha venduto 4.200 copie mentre i tre volumi presi separatamente, Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente si sono attestati rispettivamente attorno alle 16.500, 21.800 e 17.200 copie. Quanto a numeri, l’unico libro in grado di insediarsi in questo terzetto è il romanzo d’esordio Il sentiero dei nidi di ragno con 17.600 copie, mentre altri due concorrenti sono Le città invisibili (15.000 copie) e Marcovaldo ovvero Le

stagioni in città (12.500 copie). Tutti i titoli fin’ora citati, e il motivo è palese, hanno goduto di una ristampa in edizione speciale nel corso del 2013, tutti tranne Le città invisibili. Decisamente sotto quota 10.000, e distanziato di quasi 5.500 copie, troviamo Se una notte d’inverno un viaggiatore, che con le sue 7.200 copie supera di circa un migliaio di esemplari le Lezioni americane (6.100). Non è purtroppo possibile, in questa sede soffermarci su tutte le opere di Calvino ed elencarne il venduto. Quello che preme sottolineare è la bontà del dato medio, immaginando soprattutto una certa costanza nel tempo con alcuni picchi durante gli anniversari. Per fare un esempio, la media di venduto

nel 2012 di titoli come Le cosmicomiche, Palomar, La giornata di uno scrutatore è superiore alle 3.500 copie. Che significa quasi 18.000 copie nel giro di 5 anni per ciascun volume. Difficile immaginare un’altro autore del novecento in grado di ricevere la stessa accoglienza. Segnaliamo infine l’esistenza di alcune trasposizioni in audiolibro, come Il cavaliere inesistente, Le città invisibili, Marcovaldo quest’ultimo – pubblicato dalla Full Color Sound di Roma – con una diffusione di più di 300 copie nel 2012. Questi dati si riferiscono all’anno 2012 e sono frutto di una proiezione statistica a campione sull’intero mercato editoriale. Si ringrazia Giorgio Pignotti per la collaborazione.

ALTRE LETTURE

di GLORIA MARIA GHIONI

Calvino a Pechino

ILLUSTRAZIONE DI DALIA DEL BUE

E

ra il 1955 quando Franco Fortini scriveva che a Pechino «accanto alle cataste di antiche pubblicazioni cinesi su carta di riso si aprono scaffali e scaffali di libri europei». E quali sono gli autori italiani più letti, oggi, in Cina? E quale immagine si saranno fatti i lettori cinesi della nostra letteratura? Per rispondere, abbiamo incontrato Xin Hu e Jingwen Su, studentesse cinesi della facoltà di studi esteri dell’Università di Guangdong, che hanno prima scoperto la nostra letteratura nei corsi universitari, e poi hanno studiato a Pavia per un anno e viaggiato per un Grand Tour italiano. Non stupisce che uno degli autori italiani più letti, tradotti e amati, sia Italo Calvino: nel 1956, la Repubblica Popolare sceglie una campionatura di racconti, mentre per le edizioni complete bisogna aspettare gli anni Ottanta. Adesso, come ci racconta Jingwen, «sempre più cinesi leggono Calvino, grazie ai consigli di tanti scrittori importanti e bravi insegnanti. Abbiamo un’intera collana dedicata alle opere calviniane, che sono state affidate ai migliori traduttori cinesi, come Zheng Yi Wu, Huan Bao Wang, Zheng Wen e Mi Zhang». Infatti, nel 2008, Il castello dei destini incrociati è valso a Mi Zhang il Premio Qiao per la miglior traduzione cinese di un testo della narrativa italiana per la collana “I classici di Italo Calvino” per la casa editrice Yilin Publishing House.

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{

Se la lingua del nostro scrittore si presta bene alla traduzione con il suo italiano esatto e trasparente, i suoi tecnicismi botanici, la specificità estrema e la vastità del lessico sono una palestra faticosa in lingua originale. Eppure, Calvino è molto presente nei programmi universitari: «Di solito studiamo un po’ la vita dell’autore e il contesto storico, poi leggiamo i testi frase per frase e chiediamo all’insegnante, se c’è qualcosa che non capiamo», dice Xin Hu. Dunque, secondo una pratica piuttosto simile a quella che avviene nelle scuole italiane, ma con una precisione e una caparbietà che non conosciamo. Tra i titoli preferiti non troviamo Il sentiero dei nidi di ragno o la trilogia degli Antenati, ma Le città invisibili e Le fiabe italiane: se della prima si privilegia il contenuto immaginoso e variegatissimo, della seconda – a gran sorpresa – il messaggio didascalico, la morale. Alla fine dell’intervista, chiediamo alle ragazze quali autori, scoperti durante la permanenza pavese, vorrebbero che fossero tradotti in cinese. Le risposte sono interessanti e per niente

scontate: Xin sceglie Ungaretti; Jingwen, Saba e un insospettabile D’Annunzio. Il percorso è chiaro: se la poesia è tra

i desiderata delle future traduttrici cinesi, e da un anno in Italia Mo Yan ha stimolato nuove letture con il suo Nobel, la via che porta dalla Cina all’Occidente e viceversa è chiaramente aperta. Ci auguriamo che, nei viaggi futuri dall’una all’altra letteratura, si traduca con reciproci perfezionamenti, per scambi di idee, culture e bellezza.

}

Sono figlio di scienziati: mio padre era un agronomo, mia madre una botanica.


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AUTUNNO 2013

ALTRE VOCI, ALTRE STANZE

di MICHELA MONFERRINI

Shane Jones. Italo contro la tristezza S

hane Jones è nato ad Albany (New York) nel 1980. Ha pubblicato in Italia con Isbn Io sono febbraio e Daniel contro l’uragano. Perché Calvino è al primo posto nella sua “Lista di artisti che hanno creato mondi fantastici nel tentativo di curare attacchi di tristezza” (nel romanzo Io sono febbraio)?

Anche il fatto che sia stato colpito da Perché scrive? Cosa, o chi, ha provoun ictus mentre sedeva in un giardino cato questa passione? mi sembra andare in questa direzione. È una domanda complicata. Scrivo Quali sono i libri di Calvino che ama perché ho una compulsione a digitare cose. Non ho altro che questo desiderio di più? Il mio preferito è Le città invisibili. È di muovere le mie dita sui tasti e guarun libro che ha influenzato molto il dare le parole, le frasi, i paragrafi, le mio Io sono febbraio – l’immaginario, i immagini, le storie, le persone prendere capitoli brevi, la fantasia. Prima di in- forma. Non c’è una forma d’arte come contrare Le città invisibili, non pensavo la scrittura. È una droga. E come per la che avrei mai potuto leggere un libro droga ci sono alti e bassi a cui in realtà non puoi sottrarti. Vivo ogni anno income quello. È stato rigenerante. Ho tensi periodi durante i quali odio la sentito che avrei potuto scrivere un scrittura. Ma poi torno sempre sui miei piccolo libro fatto di brevi capitoli e passi. Io amo, scrivere. farne comunque una grande storia. Oltre a Le città invisibili, gli altri suoi Qual è la cosa più bella che le sia calibri mi hanno colpito del tutto o del pitata da scrittore o da lettore?

L’ordine è casuale. Credo che ciascuno, in quell’elenco, abbia sofferto di una qualche forma di depressione e abbia provato a curare la propria tristezza attraverso la creazione artistica. Ma non funziona così. Calvino è in quella lista perché le sue storie contengono voli pindarici – sono racconti e romanzi traboccanti di quel che considero essere tutto “mancato”. Con alcuni dei suoi La cosa migliore che mi sia successa il suo desiderio di fuga dalla realtà. romanzi più lunghi faccio fatica. come scrittore è semplicemente avere

lo spazio e il tempo per scrivere. Perché è questa la sfida più grande: trovare il tempo per scrivere. Non conta la velocità con la quale si può stendere una pagina e modificarla; scrivere occupa un ampio spazio mentale. Progetti a lungo termine ti consumano. Io ho la fortuna di avere il tempo per scrivere. La terza uscita di Orlando si chiamava È un classico! Qual è il suo classico preferito? Cappuccetto Rosso. Un altro numero di Orlando è stato Dove mi sento a casa. Lei dove si sente a casa? Probabilmente a letto. C’è qualcosa di meglio al mondo che stare a letto, sotto alle coperte? Io non credo. E sono a letto proprio in questo momento.

Adrián N. Bravi. Con Calvino più in alto A

drián N. Bravi è nato a San Fernando, Buenos Aires, e vive a Recanati dove lavora come bibliotecario. Con Nottetempo ha pubblicato La pelusa, Sud 1982, Il riporto e di recente L’albero e la vacca.

ILLUSTRAZIONE DI DOMENICO LAPOLLA

Nel suo L’albero e la vacca il bambino io narrante assiste allo sfaldamento della propria famiglia stando su un albero: impossibile non pensare al Barone rampante di Italo Calvino. Il suo libro è realmente debitore alla prosa e alle storie di Calvino? E qual è l’opera di Calvino che predilige?

gli unici che possono trasformare la realtà, finzione e la finzione, realtà. Per Adamo, la sua realtà, o meglio, il suo punto di riferimento è quella vacca bianca, bella e maestosa, che vede comparire ogni volta che mangia le bacche del tasso, che si chiamano arilli. L’altra realtà, quella quotidiana, fatta di relazioni famigliari, si sfalda giorno dopo giorno; quindi, viene riscattato da quella visione dall’alto che lo riappacifica col mondo e gli da nuove speranze.

Mi verrebbe da dire con un po’ d’ironia che Adamo è il “primo uomo” ad aver scoperto la vacca cosmica che è in tutti noi. In effetti, Adamo scopre da solo le virtù allucinogene degli arilli. Scopre che in quelle palline rosse, di cui i pettirossi vanno ghiotti, si nasconde un mondo tutto da scoprire. E questa scoperta è fondamentale nella sua vita.

Il suo libro è ricco di riferimenti letterari, soprattutto dalla letteratura antica, dalla storia naturale. Sembra, infine, un albero dalle radici antiche. Il suo piccolo protagonista si chiama Le sue storie continuano a crescere? Ho iniziato a leggere Calvino quando Adamo. Cosa fonda, in cosa è “primo In che modo le sue letture entrano ero ancora a Buenos Aires, in spagnolo; nella scrittura e la alimentano? forse perché era l’autore italiano più uomo”? borgesiano che ci proponeva l’editoria argentina (c’era anche “El desierto de los tártaros” di Buzzati, che mi era piaciuto molto e che anni dopo sono riuscito a leggere in italiano). Tra l’altro “Il barone rampante” è stato il primo libro di narrativa che ho letto in italiano (con grandissima fatica, è un libro difficile per chi non conosce bene la lingua, come è capitato a me quando l’ho letto). Non ho una preferenza perché Calvino mi piace tutto, ma se dovessi scegliere, forse sceglierei “Le città invisibili” o “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. È utile vedere le cose dall’alto? Solo i bambini riescono a farlo? Lo sguardo dall’alto ci apre sempre nuove prospettive. Ci consente di staccarci da terra, di perdere la propria ombra. Non so se solo i bambini riescono a farlo, di sicuro i bambini sono

Nel libro faccio riferimento a un albero in particolare che è il tasso (taxus baccata) e che si trova nei giardini pubblici di Recanati. È un albero a me famigliare e col tempo ho scoperto che c’è una ricca letteratura sulle sue proprietà. Per esempio, Plutarco, riprendendo questa tesi da altri autori, sostiene che se uno si addormenta sotto un tasso rischia di morire; poi arriva Plinio il vecchio e conferma questa tesi, ma aggiunge una cosa: se noi infliggiamo un chiodo di bronzo sul tronco, l’albero perde tutta la sua virtù tossica. Queste storie raccolte dagli antichi sono entrate nel libro, ma in punta di piede, senza alterare la narrazione. Trovo interessante far dialogare queste storie all’interno dei testi. Nato a Buenos Aires, vive a Recanati e lavora come bibliotecario... Sembrerebbe la biografia di un personaggio di Borges, e invece è la sua. Come vive questo cortocircuito di luoghi, culture, “fantasmi” illustri intorno a lei? Faccio il bibliotecario e mi occupo prevalentemente di catalogazione di libri antichi. Ho sempre amato questi cortocircuiti di luoghi e di culture. Mi piace, per esempio, far parlare in italiano un gaucho che prende il mate sotto un albero o un povero soldato argentino chiuso in una trincea che aspetta i bombardamenti degli inglesi, giù in Malvinas. Metà della mia vita l’ho vissuta in una lingua e l’altra metà in un’altra. I “fantasmi” passano da una lingua all’altra. Adamo trascorre le sue

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AUTUNNO 2013

AMICI

di GIOVANNI DOZZINI

Ernesto Ferrero. Immaginare Calvino davanti a un computer Q

uando Ernesto Ferrero entrò in Einaudi e conobbe Italo Calvino, nel 1963, era poco più che un ragazzino. Aveva venticinque anni, tanti quanti ne saranno passati domenica dalla morte di Calvino. Se la vita si potesse percorrere e ripercorrere in avanti e all’indietro a proprio piacimento, se si potesse osservare nella sua interezza in ogni momento da un qualsiasi punto del tempo, allora si potrebbe quasi dire che l’amicizia con Calvino, gli anni passati a lavorare insieme, della vita di Ferrero oggi rappresentano il nucleo, il centro. Parlare di Calvino con Ferrero è un piacere amaro. Man mano che le parole scorrono si compone nitida l’idea di una mancanza viva, profonda – quella dell’uomo, quella dell’intellettuale. Allo stesso tempo, le parole di Ferrero ricordano quanto Calvino sia vigorosamente, e diffusamente, presente. Che quel che ha detto, quel che ha scritto, non perdono forza. E sì che forse se ne parla troppo poco, di Calvino, di questi tempi. «Ma a me sembra che i ragazzi continuino a leggerlo molto, perlomeno a scuola», dice Ferrero. «Anche all’estero, si legge e si studia molto. E capisco anche il perché. Lui da subito s’è sottratto al corpo a corpo con la cronaca e la contingenza, scegliendo la strada della metafora, dell’apologo, del racconto filosofico. Si è sottratto alle mode, alle polemiche, allo spicciolo».

plurimo, decentrato, allargato, con questa infinita rete – e con la rete, intesa come internet – ci sarebbe andato a nozze. Lui d’altronde era un grande costruttore di reti, la rete era un modello a cui faceva costanteCalvino è morto proprio alla vigilia mente riferimento». di due grandi rivoluzioni culturali E nell’Italia ai tempi del Cavaliere, che nel bene e nel male hanno cam- come si sarebbe trovato? biato il modo di intendere e di ve- «Sulla degenerazione della società dere le cose degli uomini. Una a dello spettacolo, tutta apparenza e livello planetario: quella tecnolo- niente sostanza, sull’Italia di oggi, gica, dell’informatica, di internet, avrebbe prodotto uno dei suoi apolodella comunicazione liquida, rapida ghi. È morto troppo giovane, a sese deperibile. L’altra a livello italiano: santadue anni aveva davanti una il berlusconismo e il decadimento stagione ancora fecondissima, stava massivo del pensiero e dei costumi. lavorando a sette libri, si stava prepaCome crede che si sarebbe mosso, rando a continuare a girare il mondo Calvino, nell’era di internet? con le sue conferenze. Ma a pensarci «Il computer lo avrebbe divertito bene sono quasi contento che si sia moltissimo. Gli avrebbe offerto le in- risparmiato questo spettacolo da finite possibilità combinatorie con basso impero. Aveva una così alta cui amava giovare. Calvino auspicava considerazione dei valori civili e del la scomparsa dell’io, dell’autore con lavoro culturale che lo avrebbe prole sue paturnie psicologistiche, a fondamente angosciato».

riuscire, con apparente semplicità, ordinaria e interessante è che il risula raggiungere questa sua disarmante tato non era affatto algido e freddaesattezza? mente razionale. Ma diventava favola, diventava Ariosto, diventava «Lui sostanzialmente lavorava come un calcolatore, su un codice binario. Stendhal, che non a caso erano due Zero/uno, vuoto/pieno, diritto/rove- dei suoi scrittori preferiti». scio, presente/assente. Potrebbe sembrare un modo limitato, e invece tutt’altro, è un modo per potenziare la visione. Se sceglie un oggetto gli gira intorno, non lo prende frontalmente, ma da tutte le parti. Per certi versi è quasi uno scrittore cubista. Questo modo di procedere è buono per tutte le stagioni. Ecco il perché della sua perdurante necessità. È uno dei pochi scrittori necessari. L’altro forse è Primo Levi, che non a caso gli era amico e affine». Di fatto due scienziati, ognuno a modo proprio, della letteratura.

«Proprio così. Non scordiamoci che Calvino era figlio di botanici. Da loro ha preso questo suo modo di essere classificatorio. Nella sua scrittura era tra il biologo e l’architetto. Aveva un tutto favore di una scrittura impersoapproccio scientifico, e la cosa stra- nale, oggettiva. Con questo mondo

Una precedente versione di questa intervista è uscita su “Europa” nel 2010.

ILLUSTRAZIONE DI ALESSANDRO D’AQUILA

Attuale sempre, insomma. «Di più. Per tutta la vita ha cercato di costruire un nuovo modo di vedere le cose, che poi era un nuovo modo di stare al mondo, e di mettersi in relazione con gli altri. Riusciva ad essere sempre illuminante. Se mi devo occupare di traduzione, mi metto a leggere quello che ha scritto lui sulla traduzione. Sono cose perspicue, con cui ha detto tutto ciò che c’era da dire sulla questione. Se devo andare in Giappone, leggo le poche pagine che ha scritto sul Giappone, e che sono meglio di quindici libri interi scritti da altri sul Giappone. È che aveva un occhio talmente esatto. Andava al cuore delle cose, al nocciolo delle relazioni. Ancora oggi ti insegna, in quasi ogni cosa tu debba fare». Si è mai domandato come potesse

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}

«Se il tempo deve finire, lo si può descrivere istante per istante, - pensa Palomar, - e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine.»


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AUTUNNO 2013

RITROVAMENTI

di ALMA GATTINONI e GIORGIO MARCHINI

Una lettera inedita del 1978 C

osa può aggiungere alla conoscenza di Italo Calvino una breve lettera di carattere editoriale spedita 35 anni fa? Nulla di così importante per un intellettuale e uno scrittore la cui fisionomia e statura sono ormai ampiamente consolidate. Eppure qualche interessante motivo di riflessione nella lettera non manca.

de conoscenza, mestiere e passione. Un’“arte”, ma ancor più una “vocazione” che esige tempi lenti e meditati, oltre che “officianti” all’altezza e un lavoro di lettura editoriale (editing non è parola calviniana) non dissimile da quello dedicato a un’opera originale. Ma alla fine degli anni Settanta l’assiduo e paziente lavorio proprio di una In primo luogo colpisce non soltanto “professione”, quella del traduttore, che una grande casa editrice come Einaudi prenda in considerazione una tesi di laurea, anche se dedicata a Pavese, il più einaudiano tra gli einaudiani, ma che il ruolo di “lettore”sia affidato a un collaboratore così importante, il più pavesiano tra i lettori possibili. Ancor più sorprende che questo autorevole “giudice”, con una umiltà incredibile rispetto all’indifferenza e all’arroganza di molte redazioni odierne, decida di attribuire da subito al testo di un giovane e sconosciuto aspirante critico la dignità di libro-saggio e trovi il modo di scusarsi per la ritardata attenzione: “L’ho letto con un gran ritardo e me ne scuso”. C’è poi la lucidità di fissare in poche battute il senso del lavoro, che “avvicina al nocciolo della poetica pavesiana”, e di coglierne anche i meriti di contorno in relazione al “fin troppo frequentato tema dell’americanismo pavesiano” e alla presa di posizione contro “la pavesologia corrente”. C’è anche l’indizio di una analisi completa: “Il capitolo su dim-fosco”, quello conclusivo, “ne è la coronazione”. Ma a contare ben di più è il punto centrale del giudizio, un’accensione tutta calviniana: “È un libro, oltre che su Pavese traduttore, sull’arte del tradurre e il senso del tradurre”, tanto più necessario “nella crisi attuale di quest’arte e di questa vocazione”. Come per Pavese, passato dalla traduzione diretta all’ossessiva cura delle traduzioni altrui fino a giungere a una pedagogia della traduzione (Fernanda Pivano e Rosa Calzecchi Onesti per citare due soli esempi di “alunne”), anche per Calvino tradurre è un atto fortemente creativo che richie-

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Quella mattina lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell'aria.

ha lasciato spesso il posto all’improvvisazione, alla fretta di una uscita veloce e di una immediata fruizione per il pubblico, che le case editrici antepongono a ogni altra considerazione di ordine artistico-letterario. Lo straordinario lettore dei “libri degli altri” ha piena coscienza che un lavoro, il cui valore sta “nell’essere molto tecnico”, potrebbe non rientrare nei pro-

}

grammi della casa editrice. Per questo con generosità si dichiara “interessato e disposto a seguire” futuri sviluppi, ma nel farlo introduce un’altra nota di rilievo, non più legata né allo specifico dello studio su Pavese-Melville e la traduzione del Moby Dick, né al tema della traduzione in senso lato. L’incertezza sul destino della collana “La ricerca critica”, la “verde”, dedicata prevalentemente alla letteratura con testi fondamentali come Il dramma barocco tedesco di Benjamin, Figure di Genette o S/Z di Barthes, fondata nel 1967 e giunta a 44 volumi (verrà chiusa nel 1983 dopo solo altre 9 uscite), quel disarmato “non so neppure dirle” è un segnale forte sulla crisi che sta investendo la casa editrice e che finirà almeno in parte per modificarne l’immagine a metà degli anni ’80. È come se Calvino presentisse i segni di un cambiamento epocale e insieme la fine di un’avventura editoriale che lo ha visto giovanissimo in prima linea nel comitato di redazione accanto a personaggi come lo stesso Pavese o Natalia Ginzburg e poi come prezioso collaboratore esterno. Ma soprattutto è il doloroso avvertimento dello sfaldarsi progressivo di un punto di riferimento e di un consolidato rapporto per un autore che dell’Einaudi ha fatto il proprio marchio distintivo negli anni e che con la sua attività di narratore ha contribuito alla crescita e all’affermazione della casa editrice. L’uscita nel 1979 di Se una notte d’inverno un viaggiatore, ben prima di Palomar del 1983, è il vero atto finale della storia a doppio filo di un grande scrittore e di un grande editore. C’è un ultimo messaggio struggente in questa lettera, nella sua forma “tipografica”: un courier da vecchia macchina da scrivere, un testo dettato a una solerte segretaria “C.as.”, le correzioni a mano dell’autore, il sigillo di un “suo” con la firma. È il mondo di una cultura forse inesorabilmente passata, ma che vuole ancora parlare e non rinuncia a mandare lampi nella memoria.

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AUTUNNO 2013

NUOVE ESPLORAZIONI

di GIACOMO RACCIS

La “difficile” arte di raccontare quello che non c’è C

ILLUSTRAZIONE DI ELEONORA ANTONIONI

’è un tavolo di legno scuro al centro del suo ufficio; alle spalle una libreria a muro, sulla destra una finestra che dà su via Biancamano. Tra i tanti fogli che, affastellati, raccolti, mischiati, ingombrano la scrivania, si distingue sulla destra, vicino alla macchina da scrivere, un grosso faldone, dove vengono raccolte tutte le storie della tradizione popolare italiana: verranno poi selezionate, “tradotte” e organizzate per comporre quell’enciclopedia del folclore nazionale che sono le Fiabe italiane (1956). Sulla sinistra, invece, si riconoscono le bozze del Visconte dimezzato (1952), o del Barone rampante (1957) o ancora del Cavaliere inesistente (1959), capitoli di quella trilogia dei Nostri antenati che darà una svolta decisiva alla sua carriera di scrittore. In un angolo, poi, magari sotto una serie di “quarte di copertina” da correggere e riscrivere, oppure in un cassetto insieme al progetto per la fondazione del «Menabò», c’è una piccola cartelletta, che ha come intestazione “Gli amori difficili”. Qui, vanno a finire brevi scenette, racconti, schemi per situazioni minime o altri spunti di scrittura che tratteggiano con semplici tocchi l’Italia che passa e cambia al di là delle finestre dell’Einaudi. Quando nel 1958 Italo Calvino prova a organizzare tutta la sua narrativa breve per comporre il volume dei Racconti, anche le pagine raccolte in quella cartelletta tornano utili. Alcune, infatti, si sono sviluppate in veri e propri racconti e possono contribuire a quelle «Mille e una notte del dopoguerra italiano» che Calvino ha in mente. Altre, invece, ancora acerbe, rimangono nella cartelletta, che, anche dopo l’uscita del volume (di cui Gli amori difficili furono solo una delle quattro sezioni), continuerà a ingrossarsi. Per questo, quando nel 1970 Roberto Cerati, direttore commerciale dell’Einaudi, gli chiede di partecipare con un titolo alla nascente collana degli «Struzzi», Calvino può “rinnovare” quegli Amori difficili già usciti dodici anni prima con l’aggiunta di nuovi racconti, che renderanno la raccolta, finalmente, un libro autonomo. In effetti, quella degli Amori difficili, è una storia lunga. I primi due racconti, L’avventura di un soldato e L’avventura di un bandito, risalgono addirittura al 1949 e risentono ancora della temperie

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neorealista; l’ultimo, L’avventura di un automobilista, è del 1967, e quando compare nel volume, tre anni dopo, è già stato pubblicato una prima volta in Ti con zero, seconda opera del periodo “cosmicomico”. Nell’arco di questi 18 anni Calvino non ha mai smesso di raccogliere questi racconti, icastiche “avventure” psicologiche che vanno a comporre quello che potrebbe essere definito un album dell’Italia anni Cinquanta. Quella società in tumultuosa trasformazione che lo scrittore avrebbe voluto ritrarre in un romanzo realista e impegnato, in linea con quelli che erano i dibattiti del tempo (quello che non riuscirono a essere La speculazione edilizia, La formica argentina e La nuvola di smog), entra di sguincio in questi racconti che, a tutta prima, si mostrano privi di azioni, concentrati esclusivamente sulle evoluzioni interiori dei personaggi. Ogni “avventura” è intitolata a una figura che si presenta al tempo stesso come particolare e universale, rappresentante di un’Italia in bilico tra le ristrettezze di un dopoguerra oneroso e gli scintillii di un boom che stravolgerà ogni cosa. Così, se il soldato e il bandito appartengono ancora a una società che, completata la ricostruzione, va pian piano sparendo, la bagnante, l’impiegato, il fotografo, il viaggiatore, il lettore, il miope, la moglie, i due sposi, il poeta, lo sciatore e l’automobilista sono invece i “campioni” di un paese che cerca di maturare confrontandosi quotidianamente con le sfide del presente. Le incertezze, le ossessioni, le idiosincrasie che connotano le situazioni in cui questi personaggi si trovano coinvolti sono le stesse di una società che comincia a muovere i primi instabili passi verso un futuro che promette più benessere e piaceri di quanto le generazioni precedenti abbiano mai conosciuto e che pure non mancherà di rivelarsi complesso e doloroso. Tutto questo, però, non è l’esplicito oggetto delle avventure di questi “tipi” umani; ma da esse affiora, in maniera indiretta, riflessa, quasi implicita. Calvino riesce infatti a trovare qui quella delicata sintonia tra anima e corpo, tra astrattezza ragionativa e concretezza della realtà che sempre rimarrà il suo rovello, come intellettuale e come scrittore. Ne è un esempio la storia dell’impiegato, uomo medio e abitudinario, che tuttavia, per

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}

Non era però un lettore affrettato, famelico. Era arrivato all'età in cui le seconde o le terze o le quarte letture danno più piacere che le prime.


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Orlando esplorazioni

AUTUNNO 2013

«un fortunato insieme di circostanze», si ritrova a godere i postumi di una nottata amorosa e prova un’ebbrezza mai sentita nel vedere riflessi nella città che si risveglia intorno a lui (il bar semideserto delle sette di mattina, la prima corsa del tram, la conversazione dal barbiere) i segni di quell’eccezionale avventura notturna. Perché, in effetti, per tipici che possano parere, questi personaggi vengono ritratti dall’autore in situazioni che divergono dalla quo-

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tidiana normalità e da questo divergere ricevono una luce speciale, che rende ogni racconto una piccola pietra preziosa, incastonata nella poderosa mole dell’opera calviniana. Gli amori difficili si riducono a questo, tredici figurine che compongono un piccolo album, che, seppure al lettore di oggi lascia intravedere i segni del tempo trascorso, potrebbe al contrario illuminare la strada a chi, come tanti giovani narratori di questi anni, ha

trovato nella quotidianità minima il contesto giusto per raccontare il presente. Da questo punto di vista Calvino si rivela ancora un maestro insuperato (meglio ancora dei campioni del minimalismo americano, presenze fisse nel pantheon di ogni giovane scrittore): con quel malizioso candore che tanti critici non gli hanno mai perdonato, riesce in questi racconti a tradurre nella fenomenologia interiore di un personaggio tutti i tratti di un mondo

}

Il freddo arrivò nella città una mattina di novembre, con un sole bugiardo sospeso in un cielo ipocritamente tranquillo.

che si agita fuori di lui. Niente, o quasi niente, accade nella realtà; tutto si svolge in silenzio, tra le anse e i cortocircuiti della mente: eppure, arrivati alla fine del libro, si ha l’impressione di aver visto muoversi un universo intero, fatto di abitudini, gesti irriflessi, retropensieri e movimenti minimi, fatto, alla lettera, di tutto quello che non accade e che pure, senza che ce ne accorgiamo, segna inesorabilmente il nostro tempo.

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AUTUNNO 2013

CALVINO E LA MUSICA/1

di THOMAS PERSICO

Berio e Calvino, il racconto mimico della pulce progressista

ILLUSTRAZIONE DI LELE PICÀ

«G

li sono grato per la sua opera che è, in effetti, una delle più musicali nella letteratura di questo secolo, anche in virtù di quella moltitudine, di quella polifonia di livelli espressivi che lui aveva difficoltà a percepire nell’esperienza musicale». Così scrisse Luciano Berio, ricordando l’amico ligure Italo Calvino, in un articolo apparso martedì 12 gennaio 1988 su L’Unità. «Il tracciato labirintico del suo percorso narrativo e del suo universo poetico e concettuale sembrano acquistare caratteri sempre più musicali e possono esser anche letti come una progressiva sublimazione di forme musicali; penso alle ellissi debussiane di Se una notte d’inverno un viaggiatore e ai rapporti ternari bachiani delle Variazioni Goldberg in Palomar». Nei suoi romanzi, così come nei suoi “testi per musica”, Calvino necessitava di una storia riccamente articolata, vissuta da polifonici personaggi che traessero la loro vitalità da un percorso narrativo difficilmente armonizzabile con le tendenze musicali alle quali Berio aderiva. In particolare, da grande scrittore e romanziere, amava le canzoni, alle quali dedicò moltissime delle sue energie tra il 1958 e il 1960, poiché, nella loro semplice forma, lasciavano trasparire la purezza della parola ornata (così, infatti, l’avrebbero definita i suoi antecedenti trecenteschi), senza che l’artificio musicale potesse enfatizzarne altri aspetti, corrompendone irrimediabilmente l’armonia voluta. Una simile riflessione causava non pochi scompensi nell’amichevole rapporto spiccatamente ligure con Berio, il quale, per predilezione e formazione, intravvedeva nella canzone solamente qualche artificio troppo limitante per l’intelletto artistico-musicale. Eppure, i due collaborarono nella realizzazione di alcune originalissime opere, tra le quali, forse la più conosciuta (anche se meno eseguita) è Allez-hop, la storia di una pulce che sfugge al suo domatore durante uno spettacolo e si impone di ravvivare il mondo «dove non succede mai niente», muovendo in una rumba forsennata il pubblico di un night-club tanto soddisfatto dalla vita da rimanerne eccessivamente tediato. Questo racconto mimico nacque come tale nella mente di Calvino grazie all’ascolto di Mimusique n. 2 di Berio e fu rappresentato

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per la prima volta a Venezia nel 1959, durante il XXII Festival Internazionale di Musica Contemporanea. Le parti che costituiscono questa particolarissima opera sono piuttosto eterogenee (sei pezzi orchestrali, dei quali un notturno e una Rhumba, e due canzoni), ma tutte rispondono alle esigenze di una musica più volte rivista e rielaborata appositamente per non fagocitare la spontaneità del testo, come se l’azione scenica e le parti musicali fossero contrappuntisticamente studiate per rispondere alle reciproche esigenze. La vivacità dell’intersezione tra testo letterario e testo musicale si rafforza anche grazie al dinamismo degli artifici narrativi, che trasformano la pulce, inizialmente un “oggetto scenico” quasi meta-teatrale, nel motore di tutta l’azione scenica e musicale, nonché nel fulcro della riflessione calviniana riguardo all’autenticità della vita. La pulce, che si ripresenta in questo racconto mimico dopo le vicende vissute nel Barone rampante (dal capitolo XXVII, come osserva Claudio Varese in Calvino librettista e scrittore in versi), è colei che rimette in moto l’intensità della vita, capace di riaggiornarsi in base alle esigenze della società nella quale si rifugia; così, dopo quasi dieci anni dalla prima rappresentazione, Calvino e Berio rividero la vicenda di Allez-hop e ne trasposero la trama nel pieno degli anni Sessanta, con i primi disagi causati dall’invasiva presenza degli apparecchi televisivi nel neo-consumismo e nei primi movimenti giovanili. Nonostante i carteggi riguardo a questo rimaneggiamento della “pulce” siano incompleti, sono pervenute alcune lettere di Bindo Missiroli, nelle quali si chiede di amplificare ulteriormente il “prurito ideologico” veicolato dal racconto e implementare una terza canzone, nella quale si possa rinforzare il ruolo ormai istituzionalizzato della pulce come protagonista indiscusso. La risposta di Berio fu una novella canzone dalla complicatissima gestazione, nella quale, proprio per amplificare la casualità dell’ormai sconnesso ordine che dominava l’intero racconto, fosse presente anche un intervento prosastico dalla voce «di uno storico che facesse un discorsetto parascientifico alla Calvino», come s’immaginava Missiroli

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nella lettera spedita il 12 dicembre 1967, dal quale il pubblico avrebbe certamente compreso la natura fugace della verità, forse sconnessa, «un po’ ispirata, un po’ demente, un po’ a singhiozzo». Questo ordine disordinato, perturbante e pungente del racconto della pulce si riflette direttamente sulle forme scelte, in particolare sulla canzone, ricaricata delle capacità espressive prettamente testuali restituite da Calvino dopo secoli di artifici musicali e di sperimentazioni stilistiche che ne impoveampia, organica e addirittura inestririrono la natura di primaria forma di cabile» tra la parola e l’inciso musicale, comunicazione musicale. che intendesse la materia verbale solo Quando si tratta di realizzare simili come un elemento integrativo (L. Berio, testi, come in ogni musica vocale, de- La musicalità di Calvino, in Italo Calvino. vono compenetrarsi le esigenze della La letteratura, la scienza, la città, Genova, personalità dello scrittore con quelle Marietti, 1988). Eppure, pare che endel musicista e lo stile della cantio, trambi gli aspetti siano stati perfettaancor più di altri, riesce a mantenere mente sviluppati l’uno accanto all’altro viva l’autonomia delle due nature di all’interno del racconto mimico della testo, pur garantendo quella necessaria pulce, nel quale, già la divisione delle sincronizzazione che trasforma una parti, dimostra le predominanti alterforma semplice in opera d’arte. Calvino nanze tra l’una e l’altra posizione, alnon avrebbe mai favorito un diverso l’interno di un sistema narrativo framstile, poiché avrebbe dovuto rinunciare mentario, ma, allo stesso tempo, pera quest’autonomia e, irrimediabilmente, cepito come un unitario sviluppo sei livelli di realtà e testuali si sarebbero a quenziale, nel quale a ciascuna forma tal punto fusi a favore di un macroco- possa coincidere un particolare corrismo musicale di grande impatto espres- spettivo emozionale. sivo, ma non sufficientemente attento Vista l’attualità di Allez-hop, il suo e mimetico alla natura dei testi, da ricco e destabilizzante stile susciterebbe perdere completamente l’intima essenza anche oggi quello stimolante prurito insita nei suoi testi. di cui avremmo bisogno; peccato che «Fu una sofferenza per entrambi» am- questo brillante racconto mimico sia mise Berio, scrivendo riguardo alle dif- stato scarsamente rappresentato e rificoltà artistiche che lo dividevano, so- prodotto: per poterlo udire è necessario lamente sul piano musicale, da Calvino: reperire il vinile edito da Philips nel «Italo amava molto le canzoni, perché 1960. Sarebbe veramente interessante nelle canzoni si capiscono tutte le parole poter assistere a una nuova rappresen[…] e la musica di una canzone sostiene tazione scenico-musicale di questo race rinforza, con mezzi assai semplici, conto e lasciarsi investire dal moto narquello che le parole, anch’esse neces- rativo e musicale della forsennata rhumsariamente semplici, dicono già in ma- ba, nella quale, senza dubbio, la proniera esplicita». Berio era invece inte- gressista pulce saprebbe coinvolgere ressato a una «compenetrazione più anche lo spettatore d’oggi.

}

E continuano a camminare, l'omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.


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AUTUNNO 2013

CALVINO E LA MUSICA/2

di OLGA CAMPOFREDA

Quando Italo fu ingaggiato da una band

ILLUSTRAZIONE DI ELEONORA ANTONIONI

U

n’impresa, immaginare la scrivania di Italo Calvino tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Per fortuna il suo costante protendere per illuminismo e rigore matematico, ci lascia presupporre un certo ordine tra le carte dei suoi lavori dell’epoca, mai tanto eclettici e paralleli come nel periodo in questione. È passato un decennio dall’esperienza neorealista degli esordi e lo scrittore ha già attraversato una molteplicità di generi: dalla saggistica al racconto, al romanzo d’avventura. E su quella scrivania quanti dovevano essere i fogli sparsi, ciascuno in un dialetto diverso d’Italia, segno dell’interesse maturato da Calvino per le fiabe e concretizzato poi nel volume Fiabe Italiane, nel 1956. Eppure, da qualche parte, in un angolino, forse in un cassetto traballante, un altro po’ di spazio era rimasto. Si riempirà tra il 1957 (anno del Barone Rampante) e il 1958 (quello che precede Il Cavaliere Inesistente) per un’avventura particolare, quella intrapresa prima con il compositore torinese Sergio Liberovici, poi con il gruppo di cantautori Cantacronache, antesignani della canzone impegnata italiana e attivi fino al 1962. L’operetta in un solo atto è ispirata al racconto “La panchina”(1955), uno dei primi episodi che vedono come protagonista Marcovaldo. In effetti il personaggio debutta al Teatro delle Novità prima ancora di avere una raccolta tutta sua, prevista solo qualche anno più tardi. Dopo aver curato perfino un balletto, Lo spaventapasseri, Calvino si cimenta nel cantautorato. La canzone impegnata e di protesta esisteva già in America, con l’esperienza di Woody Guthrie, Bob Dylan sarebbe arrivato poco dopo; in Italia questa tradizione è più direttamente riconducibile all’esperienza partigiana della resistenza. È soprattutto su questa tematica in effetti che si concentra la maggior parte dei testi dei Cantacronache. Oggi si chiamerebbe featuring, allora si usava ancora la parola collaborazione: i progetti della band coinvolsero anche Umberto Eco, Franco Fortini, Gianni Rodari.

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Le canzoni scritte da Italo Calvino sono riconoscibili tra tutte. Due in particolar modo: Dove vola l’avvoltoio?, contenuta nell’ep di debutto del gruppo musicale, e Canzone triste, di poco successiva. Il primo testo affronta la tematica della guerra, ma l’attacco indefinito (“un giorno, nel mondo”) riporta ai contorni sfumati del “c’era una volta” fiabesco. Si racconta della fine di tutti i conflitti e del peregrinare di un branco di avvoltoi alla ricerca di quel cibo che gli è negato dall’improvvisa assenza di morti sui campi di combattimento. Calvino anima il fiume, il bosco, l’eco, l’uranio, proprio come fossero personaggi di una delle Fiabe Italiane che pochi anni prima era andato raccogliendo insieme. Tutti, stanchi delle guerre, cacciano via gli avvoltoi, e l’uranio,

in particolare, dirà loro che la sua forza nucleare non servirà più a distruggere città, quanto per andare sulla luna. Un proposito che non può non riportarci alla mente l’impresa di Astolfo, impegnato a recuperare il senno di Orlando proprio su quello stesso satellite pallido. Canzone triste si inserisce invece nel genere fortunato delle dolci ballate d’amore. Anche in questo caso, come suo solito, Calvino non manca di rivisitare il genere e di mescolare impegno e romanticismo in un modo tutto suo. Il movimento è circolare, si tratta della storia di un uomo e una donna appartenenti al proletariato di fabbrica, marito e moglie che a causa di turni diversi sono costretti ad incontrarsi nel letto di casa solo per un fugace bacio tra

}

Per uno appena sbarcato dal treno, si sa, la città è tutta una stazione.

la notte e l’alba. Non si entra nei particolari del loro lavoro, ma la piccola scena quotidiana è dipinta chiaramente davanti agli occhi di chi ascolta, che immagina così il cappotto di lui ancora umido di nebbia, le braccia stanche di lei che salgono da sole le buste della spesa. Una scena di vita che potrebbe accadere in qualsiasi angolo della città di La giornata di uno scrutatore, o nei racconti di Marcovaldo. Due amanti così reali eppure così eterei che potrebbero essere il sole e la luna, nel loro rincorrersi e amarsi a distanza fedele, appassionata e tenera. Tante le scritture e gli esperimenti in quella fine degli anni Cinquanta. Una sola la scrittura, riconoscibile, visionaria, sempre poetica di Italo Calvino.

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AUTUNNO 2013

CALVINO E I TAROCCHI/1

di MARIO MASSIMO

La Taverna, il Castello, gli Emblemi L’

il racconto finisce per consistere, quasi azzerandosi sul piano dell’accadimento narrativo stesso, aveva già comportato scelte stilistiche decisamente più orientate verso l’assoluta, quasi geometrica, formalità della sintassi, entro la ferrea consecutio dei periodi ipotetici.

ILLUSTRAZIONE DI MATTEO MICCI

interesse per i tarocchi, e le possibilità espressive implicite, a doppio livello, nel loro sistema figurativo come nella sequenza temporale del loro calare sul tavolo, si desta in Calvino nel luglio ‘68, a una conferenza urbinate sulla “cartomanzia e il linguaggio degli emblemi”. Nel passaggio però dalla prima suggestione al concreto getto narrativo, il rapporto con questa materia si rivela non poco conflittuale: scontento, Calvino cambia “continuamente le regole del gioco, la struttura generale, le soluzioni narrative” (I.C., Il castello dei destini incrociati, Einaudi, Torino, 1973, p. 125). Poi, la commessa per la lussuosa edizione di Franco Maria Ricci, con riproduzioni dei Tarocchi viscontei di Bonifacio Bembo fortunosamente rinvenuti, a Venezia, in mano a bambini intenti a giocare: a Calvino è subito chiara l’alterità di quel mondo figurativo rispetto alla robusta semplificazione espressionistica dell’Ancien Tarot de Marseille cui fin dal principio si era riferito. E, certo, va tenuto presente il lavoro per la RAI del ‘68, base a sua volta per i testi che accompagnano la selezione del poema ariostesco uscita poi nel ‘70 da Einaudi: ma, a pensarci meglio, può aver fatto da spunto anche uno spettacolo che in quegli stessi mesi del ‘69 (e per molti, molti altri mesi e anni, di seguito...) sollevò parecchio scalpore: l’Orlando Furioso di Ronconi, a Spoleto, soprattutto per la simultaneità, clamorosamente specifica della regìa ronconiana, e rintracciabile anche nel testo di Calvino uscito nel ‘69 per FMR, se in esso “i vari narratori sistemano sul tavolo le varie sequenze di carte contemporaneamente” (Mario Barenghi, in I.C., Romanzi e racconti, Vol. II, Mondandori, Milano, 1992, p. 1370).

Spenti ormai (in tutti i sensi...) i clamori di quegli anni, ciò che resta, sulle pagine del libro, è la prima intuizione di Calvino: le figure di Bembo, oltre a riferirsi a

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Ma nei sei apologhi che s’intrecciano nel Castello - certo, figlio non del tutto spurio di quello di Atlante: eppure, la sua discendenza dalla Taverna che, pur seguendolo nella scansione editoriale einaudiana del ‘73, ne è in realtà l’antecedente, nella mente di Calvino, v’insinuerà una ipotesi d’invasione (“- essendo il castello da tempo abbandonato -” o.c., p. 4: e non sfugga l’umanistica tournure d’ablativo assoluto...) da parte di un più prosaico “degradarsi a locanda” e poi nel settimo, vorticoso sovrapporsi ad essi di un turbinìo di possibili varianti di lettura dei materiali visti in prima istanza, quella che trionfa è, per il modo in cui la narrazione nasce, congetturalmente, dal senso dato ai tarocchi via via messi sul tavolo, la letteratura come lettura di emblemi: ricerca, cioè, di un senso che si attagli al mondo. una società ben diversa, dal modo plebeo di fruizione dei tarocchi marsigliesi, nel fumoso interno di taverna presentatoglisi inizialmente alla mente, e oltre a “rappresentare il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata”, “presupponevano […] un altro linguaggio” (corsivo nostro). Tale dunque l’intuizione: e quasi, verrebbe da dire, l’alibi offerto a se stesso nel recupero, rispetto ai testi suoi più immediatamente coevi, di un linguaggio differentemente virato – fatti salvi pochi, occasionali lacerti di dialogo – verso una, seppur castigata, alta signorilità letteraria. Quando invece il più vistoso tocco di comicità (proprio nel senso dell’antica classificazione aristotelica e medievale degli stili: “comico” perché basso, usuale, parlato V/S “tragico”, sostenuto, aulico, libresco

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insomma) delle Cosmicomiche (‘65), nonché della prima sezione di Ti con zero (‘67), non era stato altro che il ricorrere, tanto dell’ionarrante dell’impronunciabile nome consonantico, Qfwfq, quanto dei suoi comprimari, più ancora che a difficilmente plausibili gesti da interno borghese del Novecento, proprio, nel testimoniare aurorali ere geologiche e sommovimenti tettonici e dinosauri per poco ancora non estinti, a sintassi e lessico di una colloquialità quotidiana, bruta, irriverente perfino, rispetto al compassato registro scientifico che si sapeva pertinente a simile materia. Anche se va detto che poi l’affacciarsi, nella terza sezione di Ti con zero, della tematica, diciamo così, “oulipica” (da Ou.li.po.), delle ipotesi e biforcazioni narrative in cui

Null’altro, insomma, sarebbe l’ufficio del Bagatto “che qui pure può intendersi – dal calamo che tiene in mano come se scrivesse – un poeta” o,c., p.38, se non di apprestare una lettura, per quanto proteiforme, quasi mai univoca e perciò consolante, del mondo: quella, magari, che (ben diversamente dal suo dichiarato omonimo ariostesco, cui quasi non spetta altro ruolo che d’incarnare, agli occhi di tutti i possibili lettori/amanti, il vissuto - “credete a chi n’ha fatto esperimento” - del poeta/amante) farà appunto Orlando, come Appeso dal “viso diventato sereno e luminoso, l’occhio limpido come nell’esercizio delle sue ragioni passate”, nella sua scoperta finale: “Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro”.

}

Anche l'ultima città dell'imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città.


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AUTUNNO 2013

CALVINO E I TAROCCHI/2

di LETIZIA LEONE

Se il tarocco è un preTesto N

on è difficile immaginare un mazzo di carte, di tarocchi marsigliesi a undici colori con figure che sono minime e sterminate mappe di simboli, e vederlo squadernato sul piano di uno scrittoio tra il disordine di fogli e libri. La stanza non è il boudoir segreto di una zingara ma la casa di uno scrittore intorno agli anni ’80, dove tre tavoli operatori, quasi tre stazioni della mente, sono destinati al lavoro della scrittura. Calvino adotta questa modalità pratica con tre postazioni diverse apparecchiate del caos dei materiali per navigare nel mare delle intuizioni e delle idee, a conferma della sua capacità di “concentrarsi su canali paralleli”, dai racconti fantastici fino ai saggi letterari analitici, sempre immerso in una situazione di “seduzione” e “felicità” che Maria Corti (critica acuta della sua opera) individua quali prerogative fondamentali dell’attività letteraria. Ed in Calvino si aggiungano anche la sfida e l’entusiasmo ad alimentare ogni riflessione critica che , di volta in volta, trova le giuste occasioni e committenze. Così il progetto per la Casa editrice Einaudi di “porre mano a un piano organico di tutta la favolistica mondiale” e i successivi due volumi delle “Fiabe italiane”, risultano momenti importanti di studio nella ricerca di una “lingua viva e moderna” e di “un piacere d’invenzione moderno”.

Qui, nel castello e in una taverna, come figurine ritagliate dal poema cavalleresco i vari avventori muti, a causa di un sortilegio, iniziano il racconto. Nella loro interruzione del viaggio si ritrovano intorno a un desco illuminato, “...restammo muti a guardarci in viso, con l’assillo di non poterci scambiare le molte esperienze che ognuno di noi aveva da comunicare”.

ed esperimento combinatorio che inaugura una nuova tipologia letteraria. Ogni arcano può risvegliare una storia, ogni figura che dormiva è il sedimento di costanti/archetipi in trasformazione, e diventa figura fondamentale nella catena di causa ed effetto. Perchè ogni figura “continua, risvegliandosi, a cercarsi, a correggersi nelle reciproche relazioni che la costituiscono, a cercare Le carte sparpagliate sono il nuovo co- un compimento, un telos”, per usare dice della raccontabilità, “Le carte del le parole di Pace dal suo prezioso Diario mazzo sono tutte spiattellate sul tavolo. fenomenologico. E la mia storia non c’è?”, L’attraversamento della selva oscura, Work in progress del processo creativo del mondo opaco sillabato dalle parole del nominalismo tecnocratico, necessita

di un linguaggio che recuperi il suo originario spessore animico. Metatesto, saggio di narratologia e racconto insieme, lettura guidata da illustrazioni di “tarocchi più grandi di quelli con cui si gioca in partita...le medesime figure , dipinte con gli smalti delle più preziose miniature”, ma anche racconto di sé come auto-chiarificazione attraverso le mille congetture della carta. Qui la concezione dell’opera letteraria come ricerca raggiunge la sua massima evidenza: “fare dell’opera un cammino verso l’ispirazione” (Blanchot).

ILLUSTRAZIONE DI LILIANA SALONE

Così come l’invito dell’editore Franco Maria Ricci di inserire un racconto nel libro sui tarocchi di Visconti (vedi articolo pagina 14, ndr) si rivela premessa e incubazione di quel testo sperimentale organizzato come un gioco di carte: “Il castello dei destini incrociati”. Sorprendente atto performativo che scardina in un colpo i canoni secolari del raccontare, a cominciare dal “c’era una volta” della favola popolare (“ l’inizio della storia poteva essere questo”, “o...o...o...forse”) dato che adesso, nel Castello, il racconto del mondo prende avvio da una dichiarazione di mutismo, di logoramento della lingua, (e non siamo ormai all’atrofia del segno comunicativo e dell’informazione?) Alla messa fuori uso di una parola, ormai troppo abusata, soccorre il mazzo di carte, il tarocco del Bembo e di Marsiglia, icona mitografica e scudo pittografico talmente denso di ambiguità e simbologia da somigliare al linguaggio poetico.

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...dal fondo dell’opaco io scrivo...

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AUTUNNO 2013

CORRISPONDENZE

Michele Mari Io & Calvino

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ra il 1971 e il 1975 la mia attività principale fu disegnare. In quegli anni ridussi a fumetto Uno studio in rosso di Conan Doyle, Il Visconte dimezzato di Calvino, una delle Cronache marziane di Bradbury, i Sepolcri di Foscolo e l’episodio ariostesco di Cloridano e Medoro. Disegnavo a china con pennini Rapidograph 0.1 e 0.3, poi ritagliavo le vignette e le incollavo su blocchi ormai sfasciati. Capitò un giorno a casa nostra una conoscente di mia madre nonché dello stesso Calvino; visto il manufatto l’intraprendente signora convinse mia madre a consegnarglielo a mia insaputa (!) per farlo vedere allo scrittore, cui spedì l’originale per posta (!!) senza assicurarlo e senza averlo nemmeno fotocopiato (!!!). Fu così che qualche tempo dopo, accompagnata da un biglietto einaudiano di Paolo Fossati, ricevetti la lettera di Calvino

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qui riprodotta. L’emozione, confesso, fu inizialmente avvelenata dal furore retroattivo cagionatomi dalla scoperta del furto e della spedizione; poi, giustamente, si impose: perché quella scrittura era uscita dalla stessa penna che aveva scritto Ultimo viene il corvo. Il Visconte è uscito a puntate su “Il Caffè illustrato” fra il 2001 e il 2004; i Sepolcri e l’episodio ariostesco nel volume I sepolcri illustrati, Torino, Portofranco, 2004; Quarta spedizione di Bradbury nei primi tre numeri (2012) della rivista online “Poco mossi gli altri mari”; Uno studio in rosso come strenna natalizia (2012) della medesima rivista. M. M.

}

È qua? È là? No, è un po’ più in là? Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.


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AUTUNNO 2013

7.6.73 Caro Michele Mari, ho guardato con gran divertimento il fumetto del Visconte. Il tuo modo di raccontare per immagini è pieno di trovate visive, molto spiritoso ed efficace. Mi piace molto la composizione della pagina. Il disegno lo trovo un po’ duro, ma quello è il tuo stile, e certo serve bene al contrasto del bianco e nero. Anche la “sonorizzazione” fumettistica mi diverte molto. Mi rallegro molto del tuo lavoro e ti ringrazio. Italo Calvino

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Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo.

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AUTUNNO 2013

CALVINO E ROMA

di MARCO ONOFRIO

“Vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze” T

ra le città “visibili” di Italo Calvino, Roma è quella con cui intrattiene il rapporto più inquieto e problematico. Non che ci tenga così tanto, poi, al punto di soffrirne. C’è, piuttosto, una sorta di velo opaco e anaffettivo di lontananza, quasi un distacco sordo, di vaghi e imprecisabili dissidi, e un ingombro misterioso di forze, a contrasto, che finiscono ogni volta per sovrapporsi alla percezione reale della città, impedendogli di apprezzarla e/o di entrarci in sintonia. Non si dà mai il caso che Roma lo affascini, oppure lo sorprenda oltremisura: la guarda sempre con atteggiamento freddo, razionale, diffidente, di lucido disincanto e, al limite, di rassegnata sopportazione. A Roma gli capita di andare con frequenza, e poi anche di vivere; ma non per vocazione o convinzione. Si leggano, fine del 1959 e che lo entusiasma letad esempio, le seguenti note autobio- teralmente, per dei motivi che indirettamente la qualificano in senso antigrafiche redatte nel 1980: tetico a Roma: come modello di città Da Torino, città seria ma triste, m’accontrapponibile, su un versante opcadeva di scivolare spesso e facilmente posto, alle caratteristiche strutturali e verso Roma. (Del resto, gli unici italiani morfologiche dell’Urbe.

FOTO DI NICOLE CASAVOLA

che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza domandarmene il perché.

La città che ho sentito come la mia città più di qualunque altra è New York (…) ogni volta che ci vado la trovo più bella e più vicina a una forma di città ideale. Sarà anche che è una città geometrica, cristallina, senza passato, senza profondità, apparentemente senza segreti; perciò è la città che dà meno soggezione, la città che posso illudermi di padroneggiare con la mente, di pensarla tutta intera nello stesso istante.

Ben diverso il rapporto con la stessa Torino (il luogo della sua affermazione professionale, come consulente editoriale Einaudi e scrittore di successo), e con due metropoli straniere: New York e Parigi. Analizzare l’atteggiamento di Calvino nei confronti di queste tre Tutto il contrario di Roma che, invece, città può farci capire, in filigrana, che è una stratificazione storica di comcosa manca a Roma per piacergli. plessità incontenibile, forse addirittura Un buon punto di partenza è dato, forse, impensabile, che sfugge da tutte le dal riconoscersi provvisto di una “morale parti. Roma “non cape” entro gli schemi pratica, empirica” che lo spinge all’etica di una mente razionale e raziocinante: del lavoro, cioè a pensare che “il senso la provoca ma la mette a disagio, fino di tutto è il lavoro”. Sarebbe dunque a mandarla in crisi. nelle migliori condizioni per sentire Torino congeniale alle proprie corde, anche perché città operaia, di fabbriche e lotte rivoluzionarie.

natura di semiologo, di scrittore-architetto, di infaticabile sperimentatore, di oulipien. Eppure, leggendo le sue riflessioni, sorprende che apprezzi di Parigi proprio ciò che, in maniera tanto più perfetta, potrebbe offrirgli Roma: l’idea della città come “discorso enciclopedico, come memoria collettiva”, come “gigantesco ufficio degli oggetti smarriti” che “invita a fare collezionismo di tutto, perché accumula e classifica e ridistribuisce” e in cui “si può cercare come in un terreno di scavo archeologico”. E insomma: Roma? Dal 1965 al 1967 Calvino abita, con la moglie Esther, a via Monte Brianzo. La Città Eterna dà i natali alla figlia Giovanna, ma ciò non gli basta a farsela amica. Ecco ad esempio che cosa scrive in un passo del celebre saggio sul “mare dell’oggettività”: Roma, vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze, non è mai stata così totalmente Roma come nel Pasticciaccio di Gadda dove la coscienza razionalizzatrice e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali di una pianta carnivora.

Parigi, dal canto suo, è una sorta di New York europea, con quel suo spirito modernistico, esotico e coloniale, da “esposizione universale” permanente. Ecco cos’è Parigi, è una gigantesca opera Eccola, la città carnivora, la città-tendi consultazione, è una città che si con- tacolo che si teme (quanto più attrae). sulta come un’enciclopedia.

Devo molto a Torino. Torino è la città italiana in cui si lavora di più, in cui si sprecano meno energie, in cui meno Come un gorgo: come una vertigine ci si disperde. Calvino va a viverci dal 1967 al 1980. del senso. Ed ecco la visione agorafobica Poi New York, che Calvino visita alla È lì che ha modo di rivelarsi nella sua che di Roma ha Leopardi, nei primi

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giorni del suo soggiorno (dicembre 1822), evocata con empatia da Calvino in un saggio su “La città pensata: la misura degli spazi” (poi raccolto in Collezione di sabbia), per cui il recanatese si dice angosciato dalla sproporzione tra la misura umana e le dimensioni abnormi di spazi e edifici (ad es. il vuoto di piazza San Pietro o la mole gigantesca del Cupolone), rese ancor più disagevoli dal numero dei gradini che occorre salire per praticarli. Ed ecco, ancora, i fattori invasivi della città moderna, dannosi per la conservazione storica e archeologica delle sue inestimabili antichità, che Calvino denuncia in un articolo sulla Colonna Traiana (si legge sempre in Collezione di sabbia), dopo averla visitata con la guida illuminante di Salvatore Settis, dalle impalcature di un restauro provvisorio, per svelare la semiotica della spettacolare narrazione figurativa di bassorilievi a spirale sulle due guerre di Traiano in Dacia: “Sarà colpa dello smog, sarà colpa delle vibrazioni, o sarà la macina del tempo che millennio dopo millennio riesce a ridurre tutto in polvere, fatto sta che la presunta eternità delle vestigia romane è forse giunta al crepuscolo e toccherà a noi essere i testimoni della sua fine”. Una idiosincrasia che si produce come silenzio eloquente, come riserva ininterrotta del tacere (o del non scrivere abbastanza: o del farlo, semmai, con-

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Tutte magre come scheletri e inquietanti come totem.


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trovoglia). Forse perché Roma è poco funzionale alla sua attitudine da “cartografo” di mappe cognitive, impegnato nella “sfida al labirinto”. Sta di fatto che la Caput Mundi non entra nella sua opera, se non fuggevolmente: in Palomar (1983). Ma è una Roma bizzarra ed eterea, color grigio-piombo come le livree spelacchiate dei piccioni che la opprimono e la infettano ovunque; una città di tetti, vista dai tetti, che assorbe lo scenario di cui realmente, dal 1980, Calvino può disporre dal terrazzo-giardino della sua nuova casa romana, un appartamento su due piani in piazza campo Marzio, a due passi dal Pantheon. Ed è uno scenario tutto sommato sconfortante, triste, di decadenza. Stretta tra le orde sotterranee dei topi e il greve volo dei piccioni, l’antica città si lascia corrodere dal basso e dall’alto senza opporre più resistenza che altravolta alle invasioni dei barbari, come vi riconoscesse non l’assalto di nemici esterni ma gli impulsi più oscuri e congeniti della propria essenza interiore.

Tuttavia, il signor Palomar non può esimersi dal ricavare la “forma vera” della città in quel saliscendi di tetti, tegole, coppi, embrici, comignoli, pergole, tettoie, ringhiere, balaustre, serbatoi, abbaini, lucernari, antenne di ogni tipo, “magre come scheletri e inquietanti come totem”: la Roma aerea dei “golfi di vuoto” fra terrazzi, campanili, frontoni, attici, superattici, muri, torri, guglie, statue e cupole, soprattutto cupole, “come a confermare l’essenza giunonica della città: cupole bianche o rosa o viola a seconda dell’ora e della luce, venate di nervature, culminanti in lanterne sormontate da altre cupole più piccole”. Ha bisogno di questo sguardo da uccello (cioè di staccare gli occhi da Roma, verso il cielo) per sopportarne in qualche modo la scrittura. Invece che di Roma ci parla dei suoi orizzonti aerei, o dei pennuti che affollano il suo cielo (come gli storni, in nuvole d’ali o nastri sventolanti quando è sera), o del geco che si affaccia ogni notte d’estate sul suo terrazzo. Come se, per dire qualcosa di Roma, fosse costretto a parlare d’altro. Eppure afferma, in una intervista del 1984: “Quello che penso di Roma l’ho scritto nel mio ultimo libro, Palomar”. Ulteriore reticenza “romana”. Salvo poi ammettere, finalmente in modo esplicito: Per il resto, Roma, come l’Italia e come gran parte del mondo, è dominata dalla nevrastenia generale, è il luogo delle complicazioni superflue e delle approssimazioni confuse, è un luogo nel quale tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi e nessuno conosce più l’arte del silenzio, che è più difficile dell’arte del dire.

CANTIERE

di TERESA BAVA

Come nasce Palomar U

n cantiere, un pulviscolo, un’esperienza. Sono tanti i nomi che sono stati dati o si possono dare a Palomar, l’ultimo libro di narrativa pubblicato in vita da Italo Calvino. E oggi, a trent’anni dalla sua uscita, molti sono gli aspetti ancora da scoprire di questo anomalo libretto. Il signor Palomar, in effetti, esisteva già prima del 1983. La sua comparsa la fece quasi dieci anni prima, nell’agosto 1975 e rimase sulle pagine dei quotidiani, il “Corriere della Sera” soprattutto, ma anche “la Repubblica”, fino alla data di pubblicazione del volume, e anche oltre. Più di una trentina di articoli, alcuni dei quali furono selezionati da Calvino e rielaborati fino a diventare i ventisette capitoli del libro. Sono questi testi apparsi sui quotidiani a essere il cantiere entro il quale l’autore si muove, smontando e rimontando, nel tentativo di creare un personaggio e nel tentativo di renderlo portatore di un suo preciso punto di vista sul mondo. In molti luoghi Calvino ha ribadito che Palomar è il libro più autobiografico che abbia mai scritto, ma il lavoro dell’autore per costruire questo suo alter ego è stato minuzioso e laborioso. Un personaggio – come scrive Daniele Del Giudice – «in equilibrio fra la prima e la terza persona»: autobiografico sì, ma distante e inafferrabile. Iniziando a ragionare sugli articoli poi inclusi nel progetto del libro, l’analisi delle varianti ha dato importanti risultati. Questo studio infatti ha svelato l’esistenza di tutto un sistema di pensiero, un progetto preciso entro il quale Calvino si è mosso, che va a coinvolgere tutti i livelli di costruzione del testo. Nella mia tesi1 ho potuto indagare approfonditamente ognuno di questi; qui mi limiterò ad accennare ai risultati più interessanti.

coinvolgono gli originari articoli palomariani: Calvino si concentra su alcuni luoghi del testo e li amplia senza che però avvenga un incremento dei contenuti informativi. È la frase che si spezza, si allarga, si snoda in balbettii, membretti brevi, avversative. La sintassi si scompone in alternative, parentesi, interrogative dirette, e questa operazione coinvolge il periodare più compatto e “affermativo” delle redazioni iniziali. È così che nasce la voce di Palomar, che è poi la voce di un pensiero che si allarga, indaga, si interroga, ritorna perennemente sui suoi passi, non approda mai a certezze, non afferma ma dubita.

C’è poi il punto di vista lessicale, e di nuovo si torna a parlare di ampliamenti: dallo studio delle varianti è visibile l’intervento di Calvino che si concentra su alcune parlole-tema già presenti negli articoli e gioca a moltiplicarle all’infinito. Di ogni testo individua il fulcro tematico, lo isola in alcune radici lessicali e dissemina di figure iterative l’intero tessuto linguistico, fino a pervaderlo completamente. Le modifiche apportate al capitolo Lettura di un’onda sono in questo senso significative: l’articolo originario subisce un forte ampliamento, che si costruisce attorno ad alcune precise parole; innanzitutto si moltiplicano e si ripetono ossessivamente i verbi e i sostantivi di vedere («guardare», «vedere», «contemplare»; «sguardo», «vista», «contemplazione», martellano i periodi). E poi il sostantivo «onda», continuamente ripetuto, mai sostituito da un pronome ma onnipresente riga dopo riga. In questo modo, giocando sulla figura dell’iterazione, Calvino crea, capitolo dopo capitolo, una precisa modalità di comunicazione di idee e contenuti, che attraversa sistematicamente l’intero libro. Innanzitutto il lavoro sulla sintassi: l’autore In una fase di forte e dichiarato disgusto e la impugna, la manomette, la fa esplodere. diffidenza nei confronti della parola («[… Frequentissimi sono gli ampliamenti che ]questa roba che esce dalla bocca, informe,

ITALO CALVINO, L’ORIGINE DEGLI ELEFANTI In Abruzzo, una scrofa – la notizia è sul «Corriere» del 16 luglio – ha partorito un piccolo elefante. Faceva parte d’una nidiata di quattordici maialini, solo che questo aveva un accenno di proboscide, orecchie a sventola, zampe larghe e piatte. È nato morto. «Si tratterebbe di un’anomalia – prosegue la notizia – ma non di un caso del tutto eccezionale. Porci e elefanti appartengono infatti all’ordine dei mammiferi ungulati, gli uni artiodattili, gli altri proboscidati. Scambi di caratteri tra suini e elefanti entrerebbero nel novero delle possibilità biologiche, in forza di una specie di memoria della natura». Il signor Palomar si affretta a consultare enciclopedie (stavolta quelle tradizionali, nozionistiche) per situare l’antenato comune di maiali ed elefanti, il mitico genitore (o genitrice) il cui ricordo riemerge dalla memoria genetica di progenie divergenti. La ricerca è ostacolata dal fatto che il sistema di classificazione zoologica separa ordini e famiglie a seconda se le dita delle zampe sono in numero pari o dispari (artiodattili o perissodattili), il che rende facile rintracciare la cuginanza tra i suini e gli ippopotami, per esempio, oppure quella tra gli elefanti e i tapiri, mentre invece quella che interessa a noi in questo momento resta fuori della portata dell’utente medio di enciclopedie. Comunque, intorno a sessanta milioni d’anni fa dovrebbe situarsi il momento che stava per ripetersi quest’estate nei dintorni di Vasto. Un ipotetico e nasuto Oreodonte disegnato sulla Britannica potrebbe fare al caso, ma ha un’aria troppo depressa e perplessa per dar corpo all’emozione che ha invaso il signor Palomar alla notizia. È mancato poco ed egli poteva diventare contemporaneo delle origini dei Proboscidati, vedere i nuovi protoelefanti (o mammuth?) propagarsi per gli Abruzzi, assistere all’eterno ritorno dell’evoluzione delle specie, al riaprirsi delle ere in cui la creatività della natura sembrava non conoscere limiti, ed ecco ancora le foreste degli inizi del Cenozoico fremere squassate dai barriti, dalla carica di torme di mastodonti... “Corriere della Sera”, 30 Luglio 1977

molle molle… Scrivere ha senso solo partendo da questa diffidenza per la parola, da questo disgusto.»), l’autore si affida per il suo ultimo libro a una modalità di “dire senza dire”. Il dubbioso Palomar non comunica esplicitamente al lettore la sua posizione, la sua azione. È nel tessuto del testo che sta il messaggio. Come in Lettura di un’onda una sintassi mimetica del moto ondoso ci mette di fronte a un occhio che incessantemente scruta il mare, così nel capitolo Del prendersela coi giovani l’ossessiva iterazione dell’antinomia vecchi/giovani da una parte e del sostantivo «domande» dall’altra, ci mette di fronte a un perplesso signor Palomar che osserva l’umanità e lo scontro generazionale senza riuscire a darsi alcuna risposta o a trarre alcun tipo di conclusione. Non c’è un narratore, non c’è un protagonista che ci parli della dubbiosità di Palomar, ci sono delle parole che ce la suggeriscono, si inseguono, si stagliano fuori dal testo, e comunicano ciò che la narrazione esplicita non può o comunque non vuole fare. Il chiasmo, l’anafora, l’iterazione, la figura etimologica si fanno portavoci di un narratore dissolto, di un protagonista muto. Infine il punto di vista tematico: in quali situazioni far trovare il signor Palomar, e a cosa farlo pensare, come farlo rimanere un qualcosa di più di un organo di senso, di un occhio, e un qualcosa di meno di un personaggio in carne e ossa? Innanzitutto via tutti i riferimenti culturali propri delle pagine dei quotidiani: il moto dell’onda non ricorda più a Palomar il pittore giapponese Hokusai, e la condizione del gorilla albino dell’omonimo capitolo non è più l’occasione di un rimando all’incontro fra l’autore e lo scrittore uruguaiano Juan Carlos Onetti. Via poi tutti gli agganci alla realtà, le tematiche sociali o le osservazioni di tipo cronachistico; via infine ogni riferimento autobiografico, che rimandi a esperienze o viaggi dell’autore. Le linee guida che portano alle espunzioni di brani interni ad articoli poi inclusi nel libro, sono le stesse che inducono Calvino a escludere interi articoli palomariani dal disegno definitivo del 1983. La messe di questi testi scartati è varia e incredibilmente interessante. Molti sono stati inclusi in altre opere dell’autore, spesso di tipo saggistico, altri ancora in raccolte postume. Quattro di questi non hanno mai più visto la luce, e rimangono ad oggi reclusi nella polvere delle emeroteche. Qui di seguito uno di questi “protopalomar recuperati”, L’origine degli elefanti, apparso sul “Corriere della Sera” il 30 Luglio 1977. Un breve intervento, uno dei mille frammenti di ragionamento di Palomar, troppo stravagante forse per essere adattato alla struttura del libro, ma prezioso testimone di quante e quali furono le prime domande di questo signore e di quanta pazienza Calvino dedicò a costruire al suo più vicino personaggio una lingua, a dare una direzione alle sue domande, a dirottare il suo sguardo perennemente perplesso verso gli orizzonti su cui lui stesso non riusciva a smettere di interrogarsi. 1 La tesi, dal titolo Profondo in superficie. Palomar dai testi sui quotidiani al libro, è stata discussa presso l’Università degli Studi di Pavia il 7 dicembre 2011, relatore: prof.ssa M.A. Grignani e correlatore: prof. G. Polimeni.

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RILETTURE/1

di DOMENICO CALCATERRA

“Secondo” Calvino D

ILLUSTRAZIONE DI LUCA PERRI

al momento che il celebrare uno scrittore ha senso se esso si traduce in un invito a riprendere in mano le sue opere, magari considerandolo sotto una luce inconsueta, stuzzicando l’interesse del pubblico, vorrei soffermarmi su quello che altrove, per amor di semplificazione, ho battezzato il «secondo Calvino»: per intenderci, quello che va dalla rivoluzione immaginativa delle storie cosmicomiche ai raccontini palomariani; passando per le opere di stampo più marcatamente combinatorio degli anni Settanta (Il castello dei destini incrociati; Se una notte d’inverno un viaggiatore). Il Calvino convinto assertore di una letteratura cosmica che presuppone un mutato approccio alla realtà, alla stessa esperienza del reale. Il tutto, entro una visione meno angusta, per forza di cose sovrastorica e antiantropocentrica. E che affondi le sue basi su di un ritorno a una filosofia della natura, favorita dal virtuoso incontro con la scienza (fondamentale, intorno ai Sessanta, l’incontro con l’eclettico Giorgio de Santillana). Come a dire che, oltre al Calvino di un solo romanzo (così fu per taluni critici di maggiore ortodossia marxista), l’esordio con Il sentiero dei nidi di ragno (1947), oltre all’autore dalla levità e dall’estro ariosteschi della trilogia degli Antenati (1960), oltre al Calvino letto sui libri di scuola delle peregrinazioni in città di Marcovaldo (1963), esiste un secondo Calvino appunto (di solito risolto in minore e con non poche riserve, forse con la sola eccezione delle Città invisibili, 1972), a torto rubricato come combinatorio e postmoderno, e che è invece scrittore, profondo, della natura e della memoria. Epperò di una memoria la quale, partendo dalla geografia ligure (si legga il bel racconto lungo La strada di San Giovanni, 1962), si oggettiva in uno sguardo impersonale. Una memoria che, affrancata da ogni «ipoteca antropocentrica» e aperta  a una visione cosmica dell’esistente contempla sì la storia dell’uomo, ma nulla più che come singolo anello di una infinita catena che «parte a scala subatomica o pregalattica» - come ebbe a dichiarare, lo stesso Calvino, in un’intervista del 1978 a Daniele Del Giudice. Scrivere avendo in mente uno scaffale di libri non solo di letteratura, ma pienamente intrisi di cultura filosofica e scientifica, di quelle «discipline dell’analisi e della dissezione»: è quanto Calvino, con ostinata abnegazione, ha ben fisso in mente, ciò che gli fa da bussola; proteso com’è a dialogare con un lettore che abbia finalmente compreso di non dover più leggere romanzi (le logore narratologie tradizionali, incentrate sul canonico imperativo mi-

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dell’io, possa essere meglio compreso attraverso le vite stenografate dei suoi personaggi. In Calvino l’autobiografia, per quanto negata con pervicacia, passando per la storia dell’universo, liofilizzata, diventa disarmata e inconsapevole auto-biologia.

metico-realistico). Dal curioso dialogare con la filosofia e con la scienza, messe a servizio della letteratura, non fa che realizzare un discorso in progresso sulla costruzione e insieme decostruzione di un libero quanto ossessivo discorso sul metodo, nel tentativo di restituire, sulla pagina, l’inesauribile molteplicità del reale (concetto caro all’autore delle postume Lezioni americane); accompagnato dall’ancor più ossessivo desiderio di sbarazzarsi dell’io autoriale. Dalle prime Cosmicomiche (1965) in poi, con l’invenzione di Qfwfq, il protagonista dal nome palindromo vecchio quanto il mondo, ogni suo libro somiglia a un aggirante avvicinamento, una plausibile teoria della conoscenza di continuo messa alla prova, in grado di mescolare attenzione al dettaglio e necessità di tutto contenere e comprendere una volta per sempre; fondata sulla polare e reversibile oscillazione di opposti, incarnata nell’albero genealogico dei personaggi-funzioni che di volta in volta fa muovere sulla scena, vere e proprie costanti nelle sue passeggiate per i sentieri narrativi: da Dantès e Faria, nell’iper-racconto di riscrittura potenziale di un classico come Il conte di Montecristo in Ti con zero (1967), alla perfetta sintesi d’essa nel dialogare di Kublai Khan e Marco Polo, nella visionaria e pur realissima geografia delle sue Città invisibili - senza dubbio il suo libro perfetto; ancora, si pensi a talune simmetriche figurine ricavate dagli incastri meglio riusciti nell’uso dei tarocchi come macchina narrativa, nel Castello e nella Taverna dei destini incrociati (1973); oppure, prendiamo l’iper-romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), dove una simile polarità è riproposta dalla coppia Non Lettore/Lettrice (Irnerio e Ludmilla), l’uno pronto a dar fede all’energia vitale di ciò che «si vive istante per istante», l’altra all’«accumulazione di vita» che aspira a ritrovare nei libri. Libro, il Viaggiatore, che, per quanto venga considerato insieme al bestseller mondiale di Eco all’origine del po-

stmoderno italiano, a riaprirlo oggi, non si può che leggerlo come il secondo libro, nell’arco di poco più di un quindicennio, che certifica l’ulteriore impasse, alla quale, al più presto, sottrarsi. Come a dire che Calvino, parlando del e al Lettore, parla in realtà di e a se stesso: infatti, dopo il diario di coscienziosa perplessità politico-esistenziale de La giornata d’uno scrutatore (1963), istantanea di una crisi individuale e storica preludio alla piena stagione della letteratura cosmicomica, qui, sull’orlo dei Settanta, sotto il vestito del piacere e del divertissement combinatorio, cela l’inquietudine che aggalla, a tratti, nelle parti di più scoperto autobiografismo intellettuale, giocando a mimetizzarsi dietro al consueto personaggio-ombra di turno, Silas Flannery, scrittore in crisi ritiratosi a vivere in uno chalet svizzero. Una nuova direzione verrà, qualche anno dopo, dalle prose di Palomar (1983): un meccanismo mentale, un io che dispera di annullarsi mentre cerca di cartografare ciò che vede. Se già lo scrutatore, l’intellettuale comunista Amerigo Ormea, era, per dirla con Piovene, «un occhio sulle cose», «un ago magnetico entrato in una zona di perturbazione», dentro l’orizzonte ambiguo di un mondo-Cottolengo nel quale le certezze di ieri già vacillano (si rammenti l’uscita dal PCI nel 1957, dopo i fatti d’Ungheria), il signor Palomar si lancia adesso con dedizione maniacale alla descrizione delle cose, esprime l’ansia di una maggiore adesione alla realtà, una lettura alternativa d’essa, a partire da categorie differenti. Tuttavia, un abbassamento al grado zero che non regala certezze a buon mercato, ma solo l’opaco ginepraio dei buchi neri del dubbio. Nell’utopia di comprimere e domare, nel domestico e bidimensionale spazio del mondo-scritto, l’universo e il quotidiano, si concentra tutto il mordente etico e il lievito della letteratura del secondo Calvino. Ed è singolare che lo scrittore del Novecento italiano che in maniera più sistematica fu assalito dalla preoccupazione della sparizione

Resta infine da chiedersi perché, su questo Calvino solo in apparenza tutto astratto e cerebrale, sia duro a morire, ancora oggi, il diffuso pregiudizio critico, sotto il sigillo del virtuosismo letterario e di un sostanziale gioco a deresponsabilizzarsi. A lungo s’è guardato alla svolta cosmica dello scrittore come il definitivo voltaspalle nei confronti della storia e dell’engagement: una volontà d’evasione, magari insorta all’indomani del fallimento della sua militanza politica. Clamoroso abbaglio. Il suo fu un comunismo sentimentale che non ammetteva intromissione alcuna dell’ideologia in letteratura, in nome di quella libertà creativa non a caso chiamata in causa anche nella sofferta lettera di dimissioni dal partito, uscita nell’agosto del ‘57 su «L’Unità». Basterebbe appena una rapida e verticale ricognizione tra le molte interviste rilasciate dal ligure e di recente radunate in volume (Sono nato in America. Interviste 1951-1985), per ricostruire il contro-romanzo della siderale distanza dal Pci, fino a quasi autodefinirsi, dietro imbeccata dell’intervistatore di turno, «apolitico» (chiaro che non lo fosse fino in fondo). E se si volesse andare in cerca di ulteriori conferme, sarebbe sufficiente andare a rileggere un raccontino palomariano come Il modello dei modelli, per constatarvi un’implicita disamina, senza appello, della dottrina marxista: metodo affatto sconfessato dalla storia (lunghissima l’ombra del semprecaro Popper, critico delle «società chiuse» e del marxismo più ideologico). Senza scomodare roboanti ma vuote categorie come engagement o postmoderno, Italo Calvino rimane perciò un gigante del secondo Novecento. E il suo umanesimo contemporaneo, che a un certo punto fa tesoro della lezione della scienza e che, con l’accostarsi alla cibernetica combinatoria, non fa altro che recuperare l’inossidabile e antico amore per la fiaba, rappresentò di fatto l’indicazione di una via alternativa per provarsi a uscire dalla crisi (non meno plausibile di quelle segnalate da un Fortini o da un Pasolini). La crisi: per uno scrittore «la sola situazione che dia frutto», scriveva il Nostro in Una pietra sopra (1980), «quando un dato rapporto col mondo, sul quale egli ha costruito il suo lavoro, si rivela inadeguato, ed è necessario trovare un altro rapporto, un altro modo di considerare le persone, la realtà delle cose, la logica delle storie umane». Crediamo, da postumi, non si sbagliasse.


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RILETTURE/2

di ANDREA PITOZZI

Il suo mondo a colori “V

ILLUSTRAZIONE DI ORLANDO TRINCHI

edere vuol dire percepire delle differenze” scriveva Calvino in una delle riflessioni dedicate al Giappone raccolte in Collezione di sabbia (1984), e se si dovesse trovare un tema centrale in Palomar (1983) lo si può ben riconoscere proprio nell’atto del vedere. Ma vedere che cosa? Quale l’oggetto delle osservazioni del signor Palomar? Un’onda, un seno, il sole, le stelle; niente meno che il mondo, nelle sue più svariate manifestazioni e variazioni. Quest’opera è una summa della poetica calviniana e presenta elementi che hanno sempre attratto lo scrittore ligure: uno su tutti l’interesse verso una “dinamica” dello sguardo, una “logica della visione”. Calvino considera il mondo come un libro da leggere, da comprendere, per poi poterlo tradurre, spiegare o ripiegare attraverso la sua narrazione. Questo atteggiamento, espresso magistralmente nelle pagine di Palomar, deriva dal considerare proprio il vedere come un elemento caratteristico dello stare al mondo, di fronte al mondo. Ma lo sguardo non è mai neutrale. Le impressioni visive del signor Palomar sono frutto di un instancabile movimento teso tra una prospettiva culturale e una più impulsiva ed emozionale. Imparare a leggere il mondo significa saper mediare tra questi due poli, molto vicini allo studium e al punctum che Roland Barthes, negli stessi anni, delineava nel suo libro sulla fotografia. Da una parte, una lettura culturale porta il taciturno Palomar ad inquadrare ogni oggetto su cui rivolge l’attenzione all’interno di categorie quali le proporzioni, la dimensione, le spiegazioni scientifiche e considerazioni di carattere tecnico. Dall’altra, invece, l’osservatore sente un elemento estraneo, che emerge dal mondo e si dispiega davanti ai suoi occhi in un’azione continua. In questa tensione si costruisce l’intero libro, nel susseguirsi delle sue immagini-poesie. Dove lo studium non arriva, agisce il punctum delle cose, asoggettivo e sempre mobile, che si dà agli occhi attraverso la linea di forza dei colori. È nella dimensione cromatica che Calvino evidenzia l’attività del mondo, che “punge” Palomar e il suo sguardo indagatore, reclamando attenzione. Il colore costituisce una sorta di piacere estetico procurato dalla lettura delle cose, un gusto del vedere che trascende ogni sistema culturale. Per quanto complesso possa essere l’abbandono

di un punto di vista, e Palomar lo dice bene, il tentativo sotteso a tutto il libro è quello di insegnare a trascendersi, di evitare di incespicare nel proprio io ogni volta che ci si mette a guardare. “Il mondo guarda il mondo”, che inaugura le conclusive “meditazioni di Palomar”, descrive questo abbandono: abbandono duplice nel senso che ci si spoglia del proprio io osservante e ci si lascia colpire dallo sguardo di ciò che è visto. Il vedere è l’incontro tra queste due linee di azione: la forma applicata al mondo e la forma del mondo. Calvino rende questo procedimento attraverso un continuo rinvio del punto di vista e del giudizio, mettendo in movimento la scrittura e la descrizione. In questa prospettiva il colore non viene usato con una mera connotazione aggettivante ma piuttosto come elemento affermativo, in funzione predicativa. Attraverso i colori Calvino costruisce un movimento, una circolarità che va dai bianchi delle prime descrizioni, alle variazioni cariche di impressioni dei racconti, per tornare al bianco e al sabbia incolori delle meditazioni. Nei capitoli centrali della sezione “Palomar in città” e in quelli finali di “Palomar guarda il cielo”, Calvino usa i colori per proiettare gli oggetti all’interno del campo visivo del signor

Palomar e del lettore. La descrizione si sofferma su elementi organici, deperibili, mobili: impermanenti. Qui le carni “rosseggiano”, i formaggi “verdeggiano”, gli storni “nereggiano”, la luna “biancheggia” e così via. Insieme a Palomar, anche noi lettori siamo parte di uno scambio, di un campo di forze in cui siamo oggetti tra gli oggetti, o soggetti tra i soggetti. L’atto percettivo del guardare diventa il frutto di una co-estensione tra percepito e percipiente, direbbe la fenomenologia. Ma non è ancora questo il punto a cui tende il signor Palomar. Dopo le sezioni dai colori molto accesi e dalle infinite varianti si ritorna per un breve tratto a tinte più neutre. Lo scrittore vuole tracciare un ponte ideale verso la cultura Zen, attraverso l’uso di elementi e dettagli coloristici che rivestono un particolare significato in quella tradizione. “I silenzi di Palomar” sono anche silenzi di un mondo quasi acromatico ma propongono una sorta di colore della mente, simile a quello che Calvino riconosceva guardando i quadri dell’artista giapponese Shusaku Arakawa e che aveva definito blank. In un graduale ma radicale processo di separazione da ogni coordinata stabile, il libro si configura come un eserciziario spirituale laico che tende al-

l’astrazione e al vuoto. Palomar si rivolge alla tessitura delle cose e del mondo, rispecchiata nella sua forma che costituisce la trama del testo. In questa relazione tra carta, modello, struttura e scrittura, letteratura, narrazione si trova la dimensione forse più propria di Palomar: quella di un libro interessato ai processi di composizione, ai movimenti continui della forma. Tutto riflette l’alternarsi di costruzione e distruzione. Come i quadri di Arakawa, anche il libro è un insieme di linee di forza che attraversano la superficie “inesauribile delle cose” rappresentate nel loro continuo fluire. “Tra umanità-sabbia e mondo-scoglio si intuisce un’armonia possibile come tra due armonie non omogenee: quella del non-umano che sembra non risponda a nessun disegno; quella delle strutture umane che aspira a una razionalità di composizione geometrica o musicale, mai definitiva…”. In queste parole, meditate durante la visita ad un giardino del tempio Ryoanji di Kyoto, sta forse il nucleo pulsante che Palomar lascia ai lettori di oggi: il tentativo di istituire un legame culturale che rispetti le fondamentali differenze, al fine di creare una coesistenza di sguardi piuttosto che ridurre tutto ad un unico punto di vista.

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NOI VIVIAMO CALVINO! Giorgio Ghiotti

Alessio Dimartino

La vera prima volta

Un disagio

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ILLUSTRAZIONE DI IUCU

e è vero che c’è una prima volta per tutto, allora deve esistere anche la prima volta in cui si prende in mano – per volontà, caso, imbarazzo o curiosità – un libro e lo si inizia a leggere, all’oscuro del fatto che nient’altro è quello se non l’atto di nascita di una relazione sentimentale. E, come tutte le relazioni sentimentali, anche questa, non avendo niente di meno e niente più delle altre, sarà una relazione pericolosa – Laclos docet. La mia prima volta è stato Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, la stagione: autunno, ottobre forse. Seconda media. La prof legge ad alta voce, e per la prima volta penso che non è vero ciò che dice il libro di scienze, che la velocità della luce e la velocità del suono non sono invincibili perché gli occhi affamati di storie, sulla pagina, macinano molti più chilometri di qualunque onda luminosa o acustica. Così, quando mancano ancora tre lezioni alla fine della lettura, io mi godo in silenzio e nascosto dietro le spalle larghe di un Gabriele qualunque (c’è sempre un Gabriele-scudo a difendere dagli sguardi indiscreti dei prof) i balzi agili e allegri di Cosimo Piovasco barone di Rondò, e Marcovaldo l’ho già finito riposto sulla mensola accanto alla scrivania. Sono balzi alimentati dalla curiosità di chi ama il mondo e lo interroga (non è un caso che la storia del Barone Rampante sia ambientata nel periodo dell’Illuminismo), di chi non smette di stupirsi e credere alle parole e di chi scopre che la parola non è illusione, una torre d’avorio da salire fino in cima per poi buttare la chiave, le finestre murate e un solo spiraglio di luce stile Torre della Muda, ma una privilegiata via d’accesso alla realtà, perché la realtà è di chi la inventa. Il Barone Rampante è il trionfo della fantasia, dell’immaginazione, della felicità che abita la scrittura e il racconto e i sogni. Quelli di Cosimo tra i rami degli alberi di Ombrosa sono salti che più tardi, forte di altre letture, mi avrebbero ricordato il passo leggero e avventuroso di Arturo nella sua isoletta celeste. L’isola è Procida, l’anno il 1957, lo stesso del Barone Rampante. Dio benedica il ‘57, l’Einaudi e le lumache. C’è stata poi una seconda prima volta. Al quarto anno di liceo, sul libro di letteratura, ho visto una foto di Italo Calvino. Ricordo la delusione e la tristezza che avevo provato nel vedere, anni prima, una foto di Gianni Rodari, e da allora ho continuato a credere che gli scrittori vanno letti, non visti. Ho sempre avuto un rapporto strano con gli scrittori in carne e ossa, la maestra diceva in classe: “Prendete il libro di Gianni Rodari” e io replicavo risentito: “Il libro non è di Gianni Rodari, è tutto mio, lui lo ha solo scritto”, e la risposta giungeva immediata: “Ti pare poco?” Era il mio modo per manifestare l’affetto che provavo nei confronti del creatore di Alice cascherina e Giovannino Perdigiorno e del Barone

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Lamberto, rifiutarne l’immagine vera che mi pareva poca cosa a confronto di quella straordinaria che avevo pensato per lui, come se gli scrittori (quelli amati) debbano per forza essere alti muscolosi e biondissimi come ricompensa per il gran bene che fanno al mondo. Con Calvino è andata diversamente, perché il soggetto in foto non era il solito adulto dall’aria stanca e severa; era ancora in qualche modo il bambino che a Sanremo giocava con gli spazi, inventando percorsi su un torrente a grandi salti sulle pietre. Mi sono innamorato subito di quella foto, l’ho strappata dal manuale e, piegata in quattro, l’ho riposta nel portafogli. Poi ho scoperto che il bambino in bianco e nero era morto prima che io nascessi, nel 1985, e ho invidiato e odiato mio fratello perché lui, nel 1985, già era nato. Io e Calvino ci siamo conosciuti però in un modo tutto speciale: attraverso le sue storie; allora ho smesso di invidiare mio fratello e ho iniziato a sentirmi fortunato del tempo speso ad alimentare un immaginario che non poche volte mi ha salvato dal vuoto di senso sempre in agguato. L’occhio umano non è una macchina da presa, eppure l’occhio del bambino Calvino è il miglior punto di vista sul mondo, si tratti del nostro (indagato col metodo dello scienziato e l’intelligenza del pensatore da Palomar) o di mondi surreali e lontanissime galassie delle quali Qfwfq si fa portavoce. All’indomani dell’uscita de Il mare non bagna Napoli, Calvino scrisse in una lettera ad Anna Maria Ortese: Cara Anna Maria, lei ha scritto un libro bellissimo, dovrebbe saltare e cantare di gioia tutto il giorno, per almeno un anno intero, altrimenti a cosa serve scrivere buoni libri? Oggi, più che mai, queste parole le affiderei al postino più celere di Torino per farle recapitare a te, bambino in bianco e nero dalla faccia furbetta in una camicia da grande, le maniche tirate su, affacciato alla finestra, la guancia poggiata al pugno chiuso. Preparerei una festa con una torta e novanta candeline e pizzette rosse e vino e molti ospiti, consegnerei i biglietti a mano a Elsa in via del Babuino, a Natalia in piazza Campo Marzio, ad Amelia in via del Corallo (inizierebbero subito a bisticciare lei ed Elsa, ma per il tuo bene sono certo ne faranno a meno), ci saranno anche Alberto e re Giulio e Sandro nella sua povera giacca di poeta, persino Pier Paolo scenderà dal suo studio in via Carini (lui che ti aveva accusato d’aver vestito i panni dello scrittore borghese, disattento all’architettura sociale del mondo). Roma sarà una città invisibile di certo, dentro la Roma reale affollata dai turisti e, se è vero che la letteratura evoca fantasmi, saranno già in viaggio per Torino, un dono nelle mani, risalendo via santa Giulia fino al civico 80 con l’allegria e il gran trambusto delle migliori compagnie.

M

ia nonna era un amante dei gialli. Ne leggeva in continuazione. È morta nel 1990. Io avevo otto anni e conservo un ricordo in particolare della nostra vita insieme, molto nitido: lei seduta in poltrona che legge un romanzo di Agatha Christie. La libreria di casa nostra era piena di romanzi di Agatha Christie. E di Patricia Highsmith. E di Conan Doyle. Strettamente sorvegliati dall’occhio vigile del tenente Colombo che da retequattro montava buona guardia. Lì è nata la mia carriera di lettore. Districandomi in quella foresta di giallo. Poi, un pomeriggio d’inverno, quando mia nonna era morta ormai da qualche anno, in mezzo a quella foresta di giallo notai una piccola macchia grigia. Incuriosito, la afferrai. Dovetti prendere una sedia, era posizionata in alto e non ci arrivavo. ‘La giornata di uno scrutatore’, il titolo. Italo Calvino, l’autore. Iniziai a leggere quel pomeriggio stesso. Lessi quindici pagine circa. Non mi piacque per niente. Lo trovai noioso. Oltremodo noioso. Lo rimisi dove l’avevo trovato. Poi, un inizio d’estate estremamente afoso, la professoressa d’italiano ci diede una lista di titoli di letteratura italiana tra cui sceglierne uno da leggere durante le vacanze. Dovevamo anche presentare una scheda di lettura al rientro a scuola. Scorsi la lista. Un titolo l’avevo già in casa. ‘La giornata di uno scrutatore’. Tanto a naso anche gli altri mi parevano roba piuttosto pesante. E poi non avrei dovuto nemmeno leggerlo tutto per scrivere la scheda: se non ricordavo male, in quel romanzo non succedeva praticamente nulla. Mica come in quelli della Christie. O della Highsmith. O di Conan Doyle. Ripresi la sedia. Mi arrampicai. Ritirai fuori il libro dal suo loculo. Lo misi sul comodino vicino al letto. Me ne dimenticai. Tornai a casa dal mare una settimana prima della riapertura della scuola. Lo vidi. Me ne ricordai. Ce l’avrei fatta. Non era un libro lungo. E poi non succedeva praticamente

nulla. Riattaccai la lettura da pagina 15. Mia nonna ora era morta da più di qualche anno e io continuai a trovare il testo noioso. Ma non oltremodo. Semplicemente noioso. E però la prosa… la prosa, procedendo nella lettura, sembrava volesse dirmi qualcosa. Non qualcosa di generico, ma qualcosa di molto preciso e circostanziato. E proprio a me e a nessun altro. Certo, a chi poteva dirlo, ero io a leggere, da solo, però… non so. Lo scrissi anche nella scheda di lettura. È come se il libro, con tutta la noia che sprigiona, con la sua prosa grigia in tinta con la copertina, con la sua totale mancanza di brillantezza… è come se parlasse a me e solo a me. Come se avesse qualcosa di urgente e fondamentale da comunicare a me e solo a me. Però… però non so. Naturalmente non usai queste precise parole, nella scheda di lettura. Ero ancora troppo puro nella mia splendente ignoranza. Ma il senso era comunque quello. Queste precise parole le usai più tardi, molto più tardi, quando ormai mia nonna era morta da tanti anni e tutto ciò che poteva andare in malora ci era andato. Le sto usando adesso, mentre scrivo questo articolo. Adesso che capisco il disagio di Calvino, un intellettuale che detesto per il suo perenne schierarsi dalla parte del più forte recitando la parte del debole (soprattutto sul piano stilistico), di fronte ai minorati mentali del Cottolengo che sconvolsero le sue pavide ed erudite certezze dogmatiche. Un disagio che frantumò la dura scorza teoretica dello scrittore per non sapergli affibbiare un nome certo. E in questa incertezza si riscoprì per una volta uomo e non icona culturale, scrittore e non raffinato manager editoriale. Un disagio, un’incertezza, tra i cui marosi scrisse, dibattendosi come un uomo, il suo unico, grande libro. E una domanda, personalmente, mi rimane un po’ così, aperta. Mia nonna, tra una Christie, un Conan Doyle e un tenente Colombo, lo avrà mai letto ‘sto libro?


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AUTUNNO 2013

NOI VIVIAMO CALVINO! Giovanni Pannacci

Il bramino Calvino I

la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si stacchino da ogni impazienza Furono gli studi universitari, in parti- e da ogni contingenza effimera.” (p. 61) colare l’interesse che stavo sviluppando Chissà se Calvino ha mai saputo di esper la semiologia, a farmelo incontrare. sere, su questo terreno, in perfetta sinIl mio primo approccio, dunque, è av- tonia con i sapienti bramini della travenuto con il Calvino delle Lezioni Ame- dizione indiana. o Calvino l’ho letto al contrario, nel senso che ho cominciato dalla sua produzione saggistica. Nessun Barone Rampante alla scuola media, tantomeno al ginnasio, chissà perché.

ricane, solo successivamente, e con la Secondo gli antichi testi vedici questa compulsione tipica degli innamorati os- capacità della mente di generare catene di equivalenze e corrispondenze ha un sessivi, lessi anche tutto il resto. Sono andato subito a riguardare le sei nome, si chiama sampad. Fu grazie a proposte per il prossimo millennio, con questa illuminante intuizione, per l’intento di verificare se, a millennio esempio, che Praj pati, il progenitore abbondantemente iniziato, fossero an- di tutti gli dei, riuscì a sconfiggere M tyu, la morte. cora valide. Naturalmente la risposta è sì e, in particolare, le lezioni americane ancora oggi ci offrono degli strumenti efficacissimi per penetrare all’interno di un testo letterario e riconoscerne le qualità. La prima parola che incontriamo è: leggerezza. Scrive Calvino: “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.” (p.7) Ma togliere peso significa anche, necessariamente, ragionare su cosa tenere e cosa no, smontare da un testo tutte quelle strutture o semplici raccordi che non sono strettamente necessari. Economia espressiva, insomma. E questo ci porta direttamente a un altro punto importantissimo per determinare la qualità di un romanzo: il ritmo o – per dirla ancora con Calvino – la rapidità. “La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.” (p.53) Lo scrittore dovrebbe essere un fulmineo Mercurio capace, con le sue stesse parole, di star dietro a velocissimi circuiti mentali, al fine di cogliere e descrivere le relazioni fra le cose, gli dei e gli uomini, le leggi universali e quelle individuali. Tuttavia, per non correre il rischio di trasformarsi in un Ariel frettoloso e impulsivo, Calvino suggerisce che lo scrittore dovrebbe mediare questa sua natura mercuriale con quella del dio Vulcano: una divinità solida e stanziale che trascorre il suo tempo nelle viscere della terra, cesellando in solitudine ogni sorta di oggetti, dai ninnoli più preziosi alle armi più micidiali.

Scrive Roberto Calasso in Ka: “I brahmani dell’epoca vedica seguirono l’esempio di Praj pati, che aveva duellato a lungo con Morte, rivaleggiando con lei nei sacrifici – e stava per abbandonare la partita, sfibrato, inadeguato, quando gli balenò la sampad, l’equivalenza numerica, geometria impressa sulla luce, e allora vide che la vasta dispersione di ciò che viveva, ma soprattutto moriva, poteva articolarsi in rapporti che non si deterioravano. (…) Creando un edificio fatto di connessioni credettero, come già il loro avo Praj pati, di avere sconfitto Morte. Si convinsero che il male è inesattezza. Così morirono più tranquilli.” (p.42-43) Calvino, quasi fosse il diretto discendente di quei bramini vedici, afferma: “La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.” (p.85) Roberto Calasso ci informa a sua volta che in sanscrito mattone è citi e che la radice cit– significa pensare intensamente, così ogni mattone sarebbe un pensiero su cui far poggiare il pensiero successivo. Nelle Città Invisibili ogni tanto Kublai Kan si irrita con Marco Polo, perché le descrizioni del veneziano sono troppo dettagliate e al limite della pedanteria. Nel descrivere un ponte, ad esempio, Marco si sofferma su ogni singola pietra finché, esasperato, l’imperatore sbotta: “Perché mi parli delle pietre, è solo dell’arco che m’importa.” Ma Polo, sapienziale e serafico, risponde: “Senza pietre non c’è arco.” (p. 83) La parola è il mattone che ci permette di edificare archi e altre architetture. Cos’è che fa funzionare una narrazione, allora? La sua capacità di trasformarsi da caos a cosmo, diventare mondo, sembra dirci Calvino, luogo fisico da percorrere e visitare, con strade e pareti solcate da giunture che tengono insieme il reale e l’immaginato, ma i cui bordi quasi diventano invisibili, grazie all’abilità levigante dello scrittore, che lima via il superfluo e tiene, e tende, all’essenziale.

“Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione Solo così il lettore può entrare dentro al istantanea che appena formulata assume romanzo e abitarlo e perdercisi, se vuole.

Pierfrancesco Matarazzo

Quello stordimento leggero, necessario alle fantasticherie È

il 1936 e un ragazzino con la camicia a righe bianche e blu sta correndo. Sopra di lui alcune palme giganti lo osservano annoiate. Fa ancora troppo caldo per essere ottobre e la buganvillea che ha sottratto all’edera la parete sud di Villa Meridiana si concede ancora di fiorire per nascondere meglio le crepe che mettono in pericolo la stabilità della facciata. Italo fugge sulle mattonelle a scacchi del cortile verso il cancello, verso il mare e il centro di San Remo, verso il silenzio delle strade alle due del pomeriggio di un giorno feriale. Correre è la sua stanza di compensazione, correre serve a passare dal mondo reale che lo circonda e lo confonde al suo vero mondo: il cinema. È stato il cinema la prima grande passione di Italo Calvino, tanto da farlo fuggire dalla casa paterna quasi tutti i pomeriggi per raggiungere Il Centrale o Il Sanremese e godersi la sala semivuota, sdraiarsi con le gambe allungate sulla spalliera davanti a lui e prepararsi alla visione dei Lancieri del bengala o dell’Ammutinamento del Bounty . È lo stesso Calvino a dirci che : « [...] solo ciò che vedevo sullo schermo possedeva la proprietà di un mondo, la pienezza, la necessità, la coerenza [...]», indicando così alcuni degli elementi fondanti della sua scrittura. Il cinema gli offriva quello stordimento leggero che lo accompagnava per il resto del pomeriggio «dannoso per lo studio ma favorevole alle fantasticherie», stordimento che gli permetteva di creare un mondo diverso da quello in cui viveva, un sistema di mondi e di possibilità da studiare al microscopio in tutte le loro sfumature, alla ricerca di un ordine e di una necessità cui tutte le cose dovevano tendere, ordine e armonia che andavano testati e messi sotto pressione. È l’approccio scientifico e analitico che Calvino applicherà poi a tutta la sua opera e a tutta la sua vita, retaggio certo del sistema familiare in cui l’autore è cresciuto (figlio di due scienziati, assoluti e rigorosi), ma anche di una apertura mentale che lo portava a mettere continuamente in discussione le proprie certezze, a porsi dei problemi da risolvere, generando ulteriori e più grandi sfide con cui misurarsi perché «Il diritto di vivere ce lo si guadagna duramente [...]. Io non sono sicuro di avere questo diritto. Me lo devo dimostrare, e non sempre riesco. Anzi. »

Proprio la sfida alla realtà che si vive, creandone una molto più precisa e necessaria, è alla base di un gruppo di racconti che Einaudi ha presentato in una raccolta ideata dallo stesso Calvino nel 1958 dal titolo Gli amori difficili. Ma quando di amore o amori si tratta nelle novelle calviniane le difficoltà sono relative e apparenti, legate al cosiddetto mondo reale che Calvino (e con lui il suo lettore) mette subito in discussione. Scavando nelle miniere di situazioni che ha a disposizione e trasformando così gli amori difficili in difficili avventure, i suoi personaggi scoprono, anzi riscoprono, la difficoltà piena e necessaria di comunicare. Necessità in cui si dibattono, stremati e spesso sconfitti dal loro sistema di autoanalisi e di calcolo delle probabilità sul comportamento delle loro controparti. Calvino dimostra così come la parte divertente del gioco è non tanto il contatto con un altro essere umano ma l’analisi delle possibili varianti in cui il contatto potrebbe realizzarsi. Torniamo quindi ai mondi paralleli, mondi che nei racconti brevi sembrano davvero non avere limiti. Si attende soltanto la provocazione di un nuovo spunto, di un nuovo particolare registrato dal personaggio di turno e da Calvino esplorato e vivisezionato per capire se in esso si possa nascondere il ritmo narrativo perfetto, base su cui costruire il mondo perfetto. Fra le varie avventure mentali (Calvino intitola tutti i racconti della prima parte della raccolta “avventura”) quella che il lettore dovrebbe leggere per prima è proprio quella dedicata a lui: L’avventura di un lettore. Il testo racchiude in sé la dogmatica dedizione di un lettore forte verso il suo oggetto del piacere (il libro) e le storie in esso contenute. Ma questo è solo il primo strato della tessitura geometrica che ci offre l’autore, appena al di sotto inizia una sofferta e complessa avventura mentale che il lettore gioca contro se stesso, cercando di mediare fra ciò che ha deciso sia più importante desiderare e ciò che inaspettatamente desidera. Ancora più giù, nel profondo della trama, essenziali aggettivi d’argento e rituali dorati di allontanamento dalla realtà dei non lettori, incapaci di comprendere la perfezione dei mondi che il lettore ha già scoperto e goduto, ci portano a intravedere il disegno completo in cui sparire: «una zona di silenzio al fondo dei rapporti umani».

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AUTUNNO 2013

ESPERIENZE

di MASSIMO TURTULICI

Come gli ho detto addio (io che avevo vent’anni) L

ILLUSTRAZIONE DI ADRIANO TURTULICI

a camera ardente che ospita Italo Calvino è al piano terra dell’Ospedale di Siena nella sala del Pellegrino. Sosto, per un ultimo saluto, accanto alla bara. Il corpo è coperto fino al mento da un telo bianco, il volto sembra sereno eppure non è già più lui. Noto Chichita, sua moglie, e più lontana la figlia, mia coetanea, venti anni, nel mio caso nemmeno compiuti. Scorgo qualche politico, il Presidente della Repubblica è andato via da poco eludendo i giornalisti. Ma quello che mi colpisce è l’assenza dei fiori, dell’odore tipico dei funerali. Qui domina il silenzio, lo scalpiccio prima rapido di chi entra e poi lento, frenato dall’emozione. Diciannove settembre 1985, Italo Calvino è morto alle 3.30 di questa mattina.

alle tartarughe di Roccamare. Mi af- mossa precisione. Altri si affidano ad faccio alla finestra, ma non c’è aria. un po’ di retorica, o all’amicizia nata, Dalla finestra scorgo un’edicola, voglio come per Eugenio Scalari, sui banchi essere il primo cliente e devo resistere del liceo a San Remo. Altri ancora esaalla fatica. Niente dinanzi alla Resi- minano i testi certi di poter gestire il stenza, quella vera che impegnò Italo vuoto con un’analisi dell’opera che Calvino ragazzo. Eppure quando a scuo- l’autore lascia dietro di sé. Tutti dicono la ci parlavano del Calvino di quegli del ciclo di conferenze che avrebbe doanni, mi sembrava sì un’esperienza in- vuto tenere ad Harvard. dividualmente degna di condivisione Pietro Citati, sul Corriere della Sera, e rispetto, ma certo non auspicabile parla di due Italo Calvino. Il primo per dare dignità alla mia generazione. “Spiritosissimo, immaginoso, buffisUn’intervista al Mattino dell’8 gennaio simo, involontariamente comico o 1984. “Per qualche tempo mi sono il- deliziosamente pedante.” Il secondo luso che Palomar potesse diventare il da un certo momento e senza ragione, protagonista di un romanzo, ma il muta radicalmente. “Lui che aveva suo modo di fare esperienza è fram- sempre vissuto di fuori, cominciò a mentario e consiste in sondaggi pun- guardare con i suoi grandi occhi, imtiformi. Il suo dramma sta proprio provvisamente perduti e malinconici, nel non riuscire a sviluppare una vera dentro se stesso. La realtà cominciò e propria storia, un discorso unitario. ad annoiarlo, non parlava più volenMa forse questo è il mio modo di pro- tieri. Non si divertiva più, rifletteva. cedere per giustapposizione e accumu- Ogni volta che lo guardavo, fissavo lazione di pagine separate. Il libro è quei grandi occhi che inseguivano costruito mediante l’intrecciarsi di qualcosa di torturante che avrei semtemi, l’armonia e la disarmonia del pre ignorato”. Catturato sempre più mondo, la parola e il silenzio, la parti- dalle ombre più che dalla luce che le genera, mi soffermo su questo Calvino colarità e l’infinito.”. Mi precipito all’edicola appena aperta che “…inseguiva quella vastissima per non perdere nessun quotidiano. Il parte della nostra esistenza che sta giornalaio mi guarda stupito. Poi, carico dietro i sentimenti e i pensieri. Che di giornali, salgo in stanza. Sfoglio le si annida negli abissi del nostro spirito. cronache del terremoto avvenuto in Il suo compito di scrittore era raccoMessico con migliaia di vittime lontane gliere questi tesori.”

L’aria è densa, l’estate è quasi finita, ma resta ancora l’afa. Sul treno per Siena ricordavo che per Calvino la situazione a lui più congeniale era, per sua ammissione, proprio il viaggiare da un punto ad un altro. Una sospensione fisica che liberava la mente facendolo tornare padrone del proprio tempo. Io invece ne sono vittima, stanco e segnato da un viaggio, iniziato da Ostia molto presto questa mattina. Ma quando sono entrato nella sala del Pellegrino e ho visto l’autore dei libri che premono nel mio zaino, tutto è dileguato. Un istante in cui ho avvertito e la morte vicina di Italo Calvino. l’assenza di qualcosa che è andata per- Alcuni come Debenedetti riportano duta. Penso ad una mente limpida, gli eventi della scomparsa con comalla mano che ha ordito parole come geometriche progressioni di cui non so definire l’esito. Solo una mia ipotesi, una forma di resistenza, molto umana, ad un evento che sfugge alla comprensione che si sia o meno credenti. Mentre mi avvio alla ricerca dell’albergo indicatomi da mio padre, penso soprattutto a Palomar, il libro che più mi ha coinvolto emotivamente. Avverbio che non verrebbe da associare a Calvino se penso alla forza della sua immaginazione e alla sua scrittura, esplosiva ed ipnotica ad un tempo, eppure sono le pagine di Palomar ad echeggiare. E se Cosimo del Barone Rampante, si rifugia sugli alberi per guardare il molteplice orizzonte, così Palomar stringe il suo sguardo su ciò che è prossimo. Una prospettiva diversa, un microscopio attraverso cui i singoli fatti si moltiplicano in fughe sorprendenti. In albergo crollo in un sonno profondo da cui mi sveglia un rumore dalla camera accanto. Una lunga litania del piacere, un motivo snervante e terribilmente comico. Ascolto pensando

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Borges su l’Unità ricorda “…l’asciuttezza del tratto, i silenzi e forse anche la cupezza del temperamento: qualcosa come un fondamento d’ironia.” Penso ad

uno scienziato che avanzi, verso una fine certa, con la sola forza del dubbio, e nel frattempo intrattenga le menti più attente, lui in avanscoperta, in anticipo sul tempo che forse nei suoi riguardi non è ancora giunto. Le undici, impreco e mi precipito verso la fermata del bus. La sepoltura è prevista per le tredici. Attraverso, nell’afa, campagne ingrigite da un cielo malevolo, ma arrivo in anticipo.“Il paese di Palomar”, gridano gli annunci funebri omaggio del comune di Castiglione della Pescaia. Respiro la quiete ed il silenzio del cimitero. Mi addentro, appoggiate contro un muro una fila di corone di fiori ed una fossa scavata da poco. Mi consola l’idea che sia deposto in terra a pochi metri dal mare visibile oltre il muro di cinta. Il mare di Roccamare dove si ritirava in cerca di riposo, dove ha elaborato le pagine di Palomar sulle onde, che tante volte ho letto, incantato come dall’incedere ostinato di un’onda e poi di un’altra, forse irripetibile oppure parte di una onda unica ed universale. Adesso mi è chiaro l’esito di quelle progressioni lasciate in sospeso. Calvino non ha solo raccontato, ha sempre e comunque portato all’estremo il proprio pensiero, con la severità dello scienziato e del vero romanziere. La sua conoscenza dell’arte del romanzo, il caleidoscopio di personaggi, luoghi, dialoghi, le tesi e le antitesi a contemplare l’analisi di ogni possibilità, sono strumenti che permettono di immaginare quelle onde in movimento, il movimento incontro al quale procedeva la sua come la nostra vita. Il suo salire sull’albero è la via di fuga del pensiero proteso all’infinito, al limite estremo concesso alla vita umana e che fa dire a Palomar “che essere morto è meno facile di quel che può sembrare”. Adesso la folla è troppa per il piccolo cimitero. Nel silenzio, appiccicoso come l’aria di questa giornata, vedo la bara scendere nella fossa. “Batte l’onda sullo scoglio e scava la roccia, un’altra onda sopravviene un’altra, un’altra ancora che lui ci sia o non ci sia, tutto continua ad avvenire.” Comincia a piovere, mi avvio verso l’uscita. Ripeto sottovoce l’ultimo visionario periodo. “Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante, - pensa Palomar, - e ogni istante a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine. - Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore.”


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AUTUNNO 2013

PUNTI DI VISTA/1

di GIORGIO BIFERALI

Sostiene Calvino ( per lettera) E

ra il 3 dicembre 1947 e Torino aveva già fatto da un po’ il cambio di stagione, sostiene Calvino, che cercava di nascondere la sua condizione di apolide. In un romanzo, scriveva a Fortini, la poesia è “una cosa che si deve scoprire e conquistare a fatica, senza paura d’infangarsi”. Pochi mesi dopo, Venezia veniva bagnata da un agosto paradossale. Picasso confermava la sua grandezza e Carrà si candidava a divenire l’unico pittore italiano del Novecento, sostiene Calvino, distratto ad ammirare due svizzere: una per “trasporto dell’anima”, l’altra per “cupidigia della carne”. Destinava alla Morante le sue confessioni peccaminose, e lei le accudiva senza alcuna traccia di moralismo. Il 27 agosto 1950, Pavese si toglieva la vita. “S’era portato dietro questo suicidio fin da ragazzo”, sostiene Calvino, soffocato dai rimorsi per non aver insegnato all’amico “il mestiere

di vivere”. Quest’assenza, forse, non faceva che aumentare la “laconicità” della sua persona, sostiene Calvino. Laconico a priori, replicava a Rea, “migliore d’ogni espansione incontrollata e ingannevole”. Come Pereira, Calvino “rifletteva sulla morte”, e le aveva trovato un rimedio, facendosi deus ex machina dei classici, come autore e come editore. Libri come I ventitré giorni della città di Alba (1952), Il mare non bagna Napoli (1953), La cognizione del dolore (1963), andavano pubblicati, sostiene Calvino. I motivi? Fenoglio per la sua “moralità tutta implicita”, Ortese per aver scritto un libro bellissimo, Gadda per la sua modernità classica e universale. Il discorso letterario, però, da solo non bastava alla sopravvivenza della specie. Aveva ragione Sanguineti quando parlava di artificio, di una dimensione temporale fittizia. Mai dimenticare la realtà, sostiene Calvino. Ecco perché

era giusto tarpare le ali del misticismo pasoliniano, perduto nella sacralità dell’atavico e incapace di cogliere l’essenza di Gramsci. Con uno come Pasolini, scriveva all’amico Manganelli, “l’unica è fare come se non esistesse”. La borghesia non andava combattuta solamente a parole, sostiene Calvino, ad un convegno dei lavoratori FIAT, con la ferma convinzione che la democrazia sarebbe stata un “nome vuoto” se non avesse avuto “la sua prima attuazione nei luoghi di lavoro”. Nonostante la scrittura, l’impegno, la partecipazione, il tempo, con la sua “nuvola d’oblio”, non era affatto un nemico facile. Vivere come una corsa, per poi scoprire di non avere più il “fiato” giovanile degli esordi. “La vita letteraria – sostiene Calvino – è come la vita militare. Finché si è giovani si può sopportare, con le sue soddisfazioni e insoddisfazioni. Ma non va prolungata per

PUNTI DI VISTA/2

tutta la vita: viene l’ora di chiedere il congedo.” Il divenire affrontato con la solita serenità tempestosa, con la luna piena dei suoi occhi, il viso che ospitava un’ombra di barba e la fronte da pensatore, le sue giacche grigie e i suoi maglioni al passato remoto. “Ognuno è fatto di ciò che ha vissuto e del modo in cui l’ha vissuto”, sostiene Palomar, e quindi Calvino, che viveva gli ultimi anni al confine tra l’eternità e l’ipotesi di un mondo “senza di lui”. Avrebbe dovuto scrivere l’introduzione all’America di Kafka, in uscita nel febbraio ’86. Soprattutto, avrebbe voluto tenere le sue “lezioni americane” all’Università Harvard nell’anno accademico 19851986. Desideri incompiuti, la parabola del romanzo aperto. D’altronde, “un classico è un libro che non ha mai finito quel che ha da dire.” Sostiene Calvino.

di ANGELA GALLORO

Cominciare e finire C

ominciare e finire sarebbe stata una delle Norton lectures che attendevano il nostro Calvino ad Harvard durante l’anno accademico 1985-86.

Direttamente dallo scrittoio dell’autore, pubblicati dalla moglie Esther, questi appunti relativi alla lezione di apertura costituiscono un ampio volo pindarico sulla letteratura mondiale attraverso gli inizi e i finali, da Cervantes a Proust, da Defoe a Dickens. Se «l’inizio è il momento di distacco dalla molteplicità dei possibili», quale migliore occasione per augurare un nuovo buon compleanno all’autore se non celebrare i suoi incipit e i suoi finali, sulla base di una delle proposte per il nuovo millennio?

giorno... Qui, però, la tradizione che prende le mosse da Robinson Crusoe (I was born in the year 1632, in the city of York...) liquida in modo sbrigativo le coordinate spaziotemporali per entrare nel mezzo dell’episodio che interessa Calvino: Cosimo disse: - Ho detto che non voglio e non voglio! - e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave. Nel caso degli altri due antenati, Medardo di Terralba e Agilulfo, a Calvino non interessa nessuna epica o impresa eroica, ma sfaldare i confini tra bene e male, e la guerra può costituire la circostanza perfetta: basta dare uno sguardo all’incipit de “Il visconte dimezzato” (C’era una guerra contro i turchi...) e a quello de “Il cavaliere inesistente” (Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia [...] era un pomeriggio di prima estate...).

Gran parte della molteplicità del mondo narrato si trova nelle prime battute dei suoi romanzi. Di quegli inizi indistinti che hanno origine con Cervantes (“In un borgo della Mancha, di cui non voglio ricordarmi il nome...”) fa parte l’attacco di Palomar: Chi Dall’ora di pranzo dei marchesi di Rondò, è il signor Palomar che questo libro insegue al pomeriggio di battaglia, si passa all’alba. lungo gli itinerari delle sue giornate? Audace la sveglia dello scrutatore, in piedi “Le cosmicomiche” iniziano col collegare dalle 5 e mezza per far da protagonista a un il movimento degli astri all’incespicare di lungo racconto di una sola giornata. Bastequello umano: una luce di burro, un ombrello rebbe solo l’incipit a racchiuderla tutta, per portato dal vento, litigare con la terra, sono i più arguti lettori: Amerigo Ormea uscì di immagini a noi familiari. Qfwfq urla alla casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata luna prima ancora che il romanzo sia iniziato, si in medias res: Lo so bene! – esclamò il vecchio annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio Qfwfq, – voi non ve ne potete ricordare ma io elettorale dov’era scrutatore, Amerigo seguiva sì. L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisuun percorso di vie strette e arcuate, ricoperte rata... ancora di vecchi selciati, lungo muri di case Più storici, invece, gli incipit de “I nostri povere, certo fittamente abitate ma prive, in antenati” che, per loro stessa natura, ne- quell’alba domenicale, di qualsiasi segno di cessitano di maggiore precisione tempora- vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava le. i nomi delle vie sulle piastre annerite - nomi La troviamo nella storia del baroncino che forse di dimenticati benefattori - inclinando di passa la sua vita sui rami: Fu il 15 di giugno lato l’ombrello e alzando il viso allo sgrondare del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio della pioggia. C’è tutto quel che serve: nome, fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a cognome, condizioni atmosferiche. C’è il noi. Ricordo come fosse oggi [...] Era mezzo- male, la povertà, e poi il bene, l’ombra dei

benefattori sui nomi delle vie, piove sui poveri e sui ricchi. Potrebbe finire qui la trama dell’intero romanzo. Tra gli incipit che tengono fuori il cosmo, e quelli che lo ripiegano in così tante parti da poterlo osservare, “Le città invisibili” rispecchiano assolutamente l’idea del narrare di Calvino, come contrapposizione tra memoria e oblio. È infatti un caso se la prima è Diomira, luogo in cui chi vi arriva una sera di settembre [...] gli viene da invidiare quelli che ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa e d’esser stati quella volta felici, mentre la seconda è Isidora, dove si vede passare il tempo della vita, e i desideri sono già ricordi? Una storia esiste finché viene raccontata, finché qualcuno la ricorda, oppure la degradabile natura delle cose sfugge anche al potere conservativo della memoria? È un po’ la riflessione che chiude “Palomar”, che potremmo definire come un romanzo in cui il significato è dislocato nel finale piuttosto che nell’incipit: “Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante, - pensa Palomar, - e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”. Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore. Passando proprio ai finali, la differenza tra la vita che si vive e quella che si racconta trova la sua via di mezzo nell’explicit de “Il Visconte dimezzato”, in cui il narratore, nipote delle due metà di Medardo è incollato a questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui, pieno di vergogna per l’abitudine di raccontarsi storie. Ma la vera protagonista di molti finali, secondo una tradizione donchisciottesca che Calvino predilige, è proprio la narrazione, spesso personificata dalla penna. Lo chiarisce benissimo Suor Teodora, la narratrice de “Il

cavaliere inesistente”. La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. [...] Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che svolterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore. Infinite possibilità, ancora. Che si esprimono con il tempo che passa inesorabile e che rende quasi futile anche raccontare, quasi un avvertimento sul fittizio: Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita dice Biagio Piovasco di Rondò a proposito del luogo della sua storia. Punto di arrivo di questo scacchiere non può non essere, a conti fatti, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, l’opera in cui Calvino si trasforma in un giocoliere bonario e malvagio insieme che esaspera chi legge con addirittura dieci incipit ma nessun finale. «Il problema di non finire una storia è questo. Comunque essa finisca, qualsiasi sia il momento in cui decidiamo che la storia può considerarsi finita, ci accorgiamo che non è verso quel punto che portava l’azione del raccontare, che quello che conta è altrove, è ciò che è avvenuto prima», scrive negli appunti. Se è il percorso che conta, e non il traguardo, la morale della grande favola calviniana è che un vero finale non è ancora stato scritto e che probabilmente non lo sarà mai. Per questo, Calvino è un autore vivo e senza confini, la cui esperienza letteraria si incrocia ancora con la nostra. E “ancora” è un tempo senza inizio e fine.

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AUTUNNO 2013

GENEALOGIE

di ELENA MACELLARI

Uno scrittore nato in giardino L

a ricerca che effettuai alcuni anni fa sulla figura di Eva Mameli Calvino ha avuto un seguito con la pubblicazione del primo volume di una collana di narrativa intitolata “Farfalle”, dedicata alla scrittura di viaggio al femminile. Il lavoro ha avuto l’obiettivo di riportare alla memoria una storia personale, ma anche il paesaggio di quella lingua di terra della Liguria, un tempo detta Punta di Francia, che era e non c’è più oggi, perché ferita e snaturata dalla “speculazione edilizia”, diventata poi luogo della scrittura, della mente e della nostalgia del figlio Italo. Nei chiari riferimenti biografici, gli alberi su cui vive il Barone Rampante, il giardino di Ombrosa trasfigurano quelli di Villa Meridiana, la casa di famiglia a Sanremo, evocati nel secondo racconto della trilogia dei Nostri Antenati, “Ombrosa non c’è più – Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita”. La strada di San Giovanni, è la dialettica di due paesaggi: quello del padre e della madre e quello di Italo. Uno sguardo tende verso l’alto, la collina, il podere, una dimensione di cui ha bisogno lo stare, l’altro guarda in basso verso la città con le luci sfavillanti ed intermittenti , è l’inclinazione verso l’oltre , verso un viaggio che poi necessita di un ritorno, che potrebbe essere tardivo “ora …ora potrei ma è tardi ormai” come afferma Italo nel racconto stesso, una sorta di testamento emotivo. Se mi fossi limitata ad una disamina della storia di Eva Mameli attraverso il ritratto che ne trasmette Italo in termini di indole e temperamento “rigida, severa, austera”, “nelle sue idee nelle piccole come nelle grandi cose” e ancora “che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse passione” “Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva”, avrei forse riproposto di Eva Mameli Calvino come ricercatrice, scienziata, dedita meramente al lavoro, poco rivolta alle attività di accudimento e alla vita familiare. Il figlio, al contrario di quanto fa del padre, non la descrive mai fisicamente. Due personalità molto “forti e caratterizzate” dice Italo ma quello di Eva è “un dominio silenzioso” di certo non verboso, la loro severità è diversa: una ferma, a margine ma costante, l’altra, quella del padre Mario, rumorosa, collerica ed intermittente. Stupisce che questo sia rimasto il paradigma su cui per lo più si incentrano le riflessioni biografiche sulla famiglia

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Calvino. Invece come ho sottolineato nel libro Eva Mameli Calvino (Ali&no, Perugia, 2010), dalle scelte originali, drastiche e passionali della protagonista ho scorto una personalità forte, granitica che si rendeva indispensabile per una donna che aspirava all’indipendenza nell’epoca in cui è vissuta. Infatti dai suoi molti contributi, gli articoli scientifici, le pubblicazioni, le ricerche genetiche, le vicende inerenti la sua carriera accademica e di direttrice di una Stazione Sperimentale, emerge una donna geniale, anticonvenzionale e di grande coraggio sia nell’impegno lavorativo che nella gestione dei rapporti sociali. Come dice Italo nell’incipit ancora ne La strada di San Giovanni “una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di come era situata casa nostra, nella regione un tempo detta ‘punta di Francia’”; allo stesso modo posso dire che per capire e disvelare la personalità di Eva è necessario comprendere il contesto sociale e culturale in cui vive la donna sul finire del XIX secolo.

primariamente dalla proposta di Mario Calvino nella direzione di un Stazione di ricerca a Cuba dove lei avrebbe diretto la ricerca genetica e botanica, più che dal coinvolgimento per una romantica vicenda sentimentale. Mi chiedo se non avesse mantenuto una ferrea e tenace condotta, temuta da tutti, come avrebbe sostenuto i molteplici ruoli: di madre di due partigiani durante la seconda guerra mondiale, di direttrice dell’Orto botanico di Cagliari, di ambientalista nelle cause di protezione della natura e di salvaguardia dei giardini in pericolo nel primo dopoguerra, di direttrice della Stazione Sperimentale di Sanremo alla morte del marito per un decennio. Nel ricomporre la memoria spezzata mi sono state di aiuto le testimonianze con cui ho contribuito a riabilitare Eva come la donna nuova, la donna del ‘900 da ricordare come scienziata, botanica, impeccabile ricercatrice e formidabile penna, prima che madre di Italo e moglie di Mario Calvino. La prima è quella di Libereso Guglielmi che le visse accanto per qualche anno come fidato giardiniere, coetaneo del figlio Italo, protagonista del racconto Un pomeriggio Adamo, nella raccolta Ultimo viene il corvo. Libereso mi racconta del fondamentale della donna Eva che rimane nascosto: la dolcezza verso la prole, l’attenzione a che il figlio Italo in sua assenza fosse accudito e seguito dalla madre Maddalena Cubeddu che fa trasferire dalla Sardegna per appoggiarla. L’attenzione verso la madre ormai anziana quando la seconda guerra mondiale costringeva a grandi sacrifici. E poi verso lo stesso Libereso quando seppe che sarebbe divenuto padre lasciandogli un biglietto estremamente affettuoso e sincero.

Agli inizi del ‘900 le iscritte nei licei statali italiani erano 233 contro i 12.605 studenti maschi. La lettura più consona alle ragazze era quella di devozione; in merito a questo argomento scienza medica e predicazione religiosa erano unite in un unico grido d’allarme di fronte all’ambizione femminile al diploma. Si può immaginare cosa significhi nel primo decennio del secolo lasciare un’isola come la Sardegna, regione di origine di Eva Mameli, per iscriversi all’Università di Pavia quando all’epoca tra le bambine di famiglie borghesi era consuetudine portare avanti lo studio non oltre i 9 anni di età. Nel 1915 è la prima docente in Italia nelle discipline Poi quella di Maria Luigia Biga, Botaniche. compagna di liceo di Italo; mi rivela Eva Mameli per le sue scelte non stu- che alla Stazione sperimentale di pirebbe se fosse consegnata al destino Sanremo quando c’era un problema di nubile, quello cioè di molte donne serio, quando le consulenze erano dell’epoca istruite e dedite alla carriera. difficili, tutti, a partire dal marito Sarebbe stato ambizioso pretendere una fino ai dipendenti, ai tecnici, ai vita diversa da quella connotata da una giardinieri, dicevano “andiamo dalsolitudine affettiva. Invece sorprende la Eva”; in quello studio che era nuovamente abbandonando senza esi- solo suo: “una stanza tutta per sé”, tazioni la promettente carriera uni- come la definisce Virginia Woolf, versitaria per seguire un agronomo nell’originale manifesto femminista esploratore che conosceva ben poco, del primo novecento. Non si sotMario Calvino, quello che sarà suo ma- traeva mai ad un consiglio, un suprito e che sposerà in viaggio per il Mes- porto tecnico-scientifico, e la risico, che le chiede a bruciapelo di se- corda come la donna che quando guirlo con una incursione all’Università era bambina la condusse con doldi Pavia. Questa scelta è alimentata

cezza nel giardino per mostrarle una rarità botanica…”Vieni ti faccio vedere una chimera”. La conferma più importante mi venne quando scoprii una testimonianza inedita, da un archivio mai pubblicato, un carteggio di 41 lettere autografe con Olga Resnevic, scrittrice e traduttrice lettone, con cui scambia una corrispondenza confidenziale per circa trenta anni. Sono lettere molto intime e affettuose che restituiscono una donna diversa da come viene comunemente descritta, sensibile e attenta alle inclinazioni dei figli, dei nipoti di cui racconta con delicatezza e commozione, e che accoglie con entusiasmo nella grande casa sanremese. Più volte sottolinea che il lavoro la tiene occupata e la preserva, ormai anziana e vedova, dalla solitudine e dalle preoccupazioni per i figli lontani. “Da più di due anni, sto imbastendo un lavoro di etimologia botanica e ne avrò ancora per altrettanti. Siccome ho compiuto gli ottantaquattro faccio più conto delle mie scartoffie che dei pesanti pasticci televisivi. Soltanto ciò che riguarda figli e nipotini mi attira. Ho quattro gioielli tra i 5 e i 12 anni tutti buoni e belli [… ]” (17 Marzo 1970). Il 31 Marzo del 1978 Eva lascia per sempre l’amato giardino di villa Meridiana, Italo rientra da Parigi. Alla villa rimane senza parole, perplesso, quasi inadeguato di fronte ad un passato che ha cambiato sembianze e contenuti. Quella villa oggi non c’è più, di lei, di Eva rimane solo un archivio, che chiamò l’Archivio dei Fiori.


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AUTUNNO 2013

CALVINO SÌ

di GIOVANNI DOZZINI

La storia più incredibile mai sentita su di lui L

a storia più incredibile che abbia mai sentito su Italo Calvino è una piccola storia di cui purtroppo non sono stato testimone diretto, per colpa del tempo, quello che scorre e quello che fa piovere anche in un giorno di fine luglio, e per colpa del caso, che evidentemente quel giorno aveva per me altri programmi. È una storia che dà la cifra della grandezza di uno scrittore che più il tempo scorre e più somiglia allo scrittore più grande che ci sia stato in Italia nella seconda metà del ventesimo secolo, anche se naturalmente, e per fortuna, quando si parla di letteratura le classifiche non hanno alcun senso. Quel che si può senz’altro dire, e forse così va meglio, è che uno scrittore come Calvino in Italia non c’è mai stato, e forse non è affatto un azzardo dire anche che uno scrittore come Calvino non c’è mai stato nemmeno in altre parti del mondo. Mi riferisco alla completezza del suo scrivere e del suo agire nella società: Calvino era un esploratore e uno scienziato della scrittura e dell’intelligenza umana, che per esplorare e studiare e scrivere si serviva di strumenti semplici, ma pressoché infallibili. Ora tutto ciò mi appare come un dato di fatto, eppure a Calvino e alla sua grandezza io sono arrivato tardi, e dopo aver vinto numerose resistenze. Anche qui c’è di mezzo il caso, e poi la presunzione dell’adolescenza e quella ancor più stupida dei vent’anni, e poi il fatto di aver scelto certi studi piuttosto che altri. Ma spesso, coi libri come con molte delle cose migliori della vita, accade che i buoni consigli e l’insistenza degli amici possano sovvertire l’ordine

prestabilito degli eventi. Ed è grazie a un amico, e alle passeggiate tra le siepi di carta della nostra libreria di fiducia, che ho finito per leggere Calvino e rassegnarmi alla sua grandezza. Ero a metà del faticoso guado dell’università, ero ancora in tempo: ma dopo l’ultima pagina del Sentiero dei nidi di ragno mai avrei pensato che Calvino potesse essere anche tutto il resto che invece è. Solo qualche anno e molte letture più tardi avrei cominciato a fare i conti con la dimensione del suo valore e della sua unicità, grazie alle persone con cui mi sarei ritrovato a parlarne, fosse anche solo un cenno, Calvino come modello, Calvino come precursore, Calvino come trionfo della possibilità applicato alla letteratura. E queste persone, che pure per me rimarranno sempre meno importanti di quell’amico che era riuscito ad aprirmi gli occhi, erano scrittori, intellettuali, uomini di mondo. Da qualche parte in questo stesso numero della rivista potete leggere la splendida intervista che mi concesse per «Europa» Ernesto Ferrero nel 2010. Ma ciò che più mi sorprendeva, in questi anni, era sentir parlare di Calvino certi scrittori stranieri, e tra tutti ne ricordo due che a mio avviso – riecco la tentazione della classifica – sono tra i più bravi che si possano leggere oggigiorno, vale a dire Javier Cercas ed Enrique Vila-Matas, entrambi spagnoli, anzi uno spagnolo e un catalano. A Vila-Matas capita persino di citarlo nei suoi libri, Calvino, in un’intervista uscita sempre su «Europa» Cercas lo definì addirittura “un autore cruciale”. Cruciale per sé, come scrittore che apparteneva al mondo prima ancora

che alla Spagna o alla Catalogna che lo che il temporale aveva concesso. E queaveva adottato bambino. st’amico, che poi sarebbe l’organizzatore Però la storia più incredibile che abbia del festival, mi avrebbe raccontato anche mai sentito su Calvino non c’entra con com’era Jon Hassell senza la sua tromba quanto ho scritto fin’ora, non c’entra in mano, la sua sensibilità, il suo spessore con gli scrittori né con i buoni consigli di uomo prima che di musicista. Gli dei buoni amici. C’entra con la musica, aveva detto questo, gli aveva detto quello, piuttosto, e c’entra con le giornate pio- ed erano tutte cose belle e intelligenti. vose di luglio e con la mia terra, anzi E gliele aveva dette in italiano. Un itacon una zolla della mia terra che per liano arrotato, da americano, infarcito qualche ragione ha finito per galleggiare di inciampi, ma più che buono per farsi in mezzo a un lago. Il lago è il Trasimeno, capire. In italiano? Jon Hassell? Per Cale la zolla è un’isola, che si chiama Mag- vino, mi rispose il mio amico. La sua passione. Una passione talmente grande giore. che a un certo punto aveva deciso di All’Isola Maggiore da qualche anno imparare l’italiano per poterlo leggere d’estate si organizza un festival di musica non convenzionale, musica che parla in originale. alla natura e al rosso indicibile dei tramonti del lago. Per quest’edizione, a fine luglio, era previsto il concerto di un musicista grandioso, un trombettista americano, di settantasei anni, uno che ha suonato praticamente con chiunque, un compositore d’avanguardia che ha segnato le rotte della world music e ha esplorato le nuove frontiere del jazz e dell’elettronica. Si chiama Jon Hassell, ed è, davvero, un gigante della musica contemporanea. Quel giorno io non sono riuscito a essere a Isola Maggiore. Perché forse sarebbe piovuto (e in effetti poi sarebbe piovuto e parecchio), perché mio figlio era nervoso, perché la madre di mio figlio era stanca, perché io ero pigro, perché non si faceva in tempo, perché era lunedì. Ma poi un amico – ho detto che non c’entravano gli amici? Mi sbagliavo - l’indomani mi avrebbe raccontato la meraviglia e il rammarico dei pochi minuti di concerto, una trentina,

CALVINO NO

Ora, converrete con me che è davvero una piccola storia. E anziché annoiarvi con questo mio profluvio di parole avrei davvero preferito riportarvi le poche che avrebbe potuto dirmi Jon Hassell se solo quel giorno fossi stato lì con lui, e se avessi così potuto chiedergli di chiarirmi meglio questa faccenda di Calvino, com’era nata, com’era andata di preciso, e perché aveva fatto quello che aveva fatto – imparare una lingua insignificante come l’italiano per poter leggere le versioni originali dei libri di uno scrittore morto più di un quarto di secolo addietro quando io avevo dovuto aspettare quasi un quarto di secolo di vita prima di mettermi a leggere quegli stessi libri nella lingua che avevo sempre parlato e conosciuto. Ma io quel giorno non c’ero, e oramai sapete bene perché. Resta il racconto, allora, e tutto ciò che il racconto può suggerire. Io meglio di così non so spiegarlo, ma mi pare davvero che significhi molto.

di LUCA ALVINO

Era troppo intelligente per fare lo scrittore H

o sempre ritenuto che la sospensione dell’incredulità sia una condizione non molto diversa dalla fede religiosa. Entrambe richiedono di credere in qualcosa di cui non si hanno le prove, qualcosa di incerto; anzi, in fin dei conti, qualcosa di piuttosto improbabile. Ritengo anche che, affinché un narratore sia in grado di creare una finzione convincente e conquistare la fiducia dei lettori, debba avere lui per primo la capacità di credere in quello che scrive. Uno scrittore che non entra insieme al lettore nella magia della propria rappresentazione è paragonabile a un sacerdote che non crede nel culto officiato per i fedeli. Sarà per questo che ho sempre sospettato di quegli autori che

non nutrono un profondo rispetto nei confronti del mistero, che non mostrano deferenza di fronte al ruolo del caso e del destino nella vita dell’uomo. Ed è per questo che, in fondo, non mi sono mai fidato di uno scrittore così acuto, intelligente e profondamente agnostico come Italo Calvino. L’agnosticismo, per Calvino, non fu un approdo, ma un punto di partenza. Allevato in una famiglia di stampo razionalistico, abituato fin dalla primissima infanzia ad assumere posizioni di scetticismo scientifico, non ebbe un’educazione religiosa, insegnanti bacchettoni o precetti moralistici in opposizione ai quali sviluppare una personalità di più ampie vedute; la sua laicità non fu la conseguenza di una ribellione nei confronti di qualcosa, ma un valore fondante della propria formazione. Per sua stessa natura, dunque, Calvino

era incapace di credere in ciò che non si vede. Fu per questo, probabilmente, che non ebbe mai tra i suoi obiettivi artistici quello di costruire finzioni potenti, capaci di porre i lettori di fronte all’enigma dell’esistenza. Istintivamente attratto dalle storie fantastiche, preferì dare spiegazioni al mistero piuttosto che indugiare di fronte a esso. Esercitò uno sguardo analitico ossessivo sulla realtà e sulla letteratura, disinnescandone di continuo il potenziale esplosivo; avvolse gli scenari dei suoi racconti fantascientifici di un nitore che non lascia spazio all’inquietudine; tentò di elevare a sistema la complessità della realtà per addomesticarla in combinazioni di simboli e astrazioni; si divertì a svelare gli arcani della narrazione portandone allo scoperto gli artifici. In sostanza, piuttosto che aiutare il lettore a sospendere la propria incredulità, lo incitò continuamente a eser-

citarla, lo educò all’analisi, al dubbio, alla diffidenza, a non temere di fronte al baratro della tragedia e a non abbandonarsi al sogno di fronte al mistero della bellezza. In un’opera letteraria, tuttavia, ci sono cose che pretendono di essere contemplate piuttosto che esaminate. Una luce troppo forte rischia di farle evaporare, sparire per sempre, lasciando il lettore deluso e a bocca asciutta. Che è un po’ quello che succede a Palomar: indeciso sulla maniera più opportuna di osservare una ragazza che prende il sole a seno nudo, passa e ripassa così tante volte davanti alla poverina, che alla fine la donna, esasperata, si alza sbuffando, si riveste e se ne va.

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AUTUNNO 2013

EPIFANIE. UN RACCONTO PER TAPPE/3

di SIMONE NEBBIA

Non c’è bisogno di viaggiare per raggiungere Le città invisibili, basta chiudere gli occhi, tenersi per mano

A

certe finestre non si appende il bucato. La città si allarga a dismisura lungo il corso del tempo, dal centro che pian piano si fa storico alle periferie sempre più lontane che promuovono centro i quartieri marginali. Un territorio esiste solo come espressione ambientale di una manifestazione di esistenza, dov’è la vita il mondo accade. A questo pensavo, poggiato alle balaustre interne lungo le rovine di Largo Argentina. Una città sepolta poco sotto di me, fulcro di civiltà con essa sepolte e ora imprigionata in un’immagine di macerie, di un’esistenza cancellata.

ILLUSTRAZIONE DI YURIA BROCCOLI

Mi accesi una sigaretta distrattamente, sfinendo i gomiti sul parapetto sottile che delimitava lo squarcio sull’evoluzione umana a qualche metro dagli occhi. Colonne di templi, edifici di culto in mezzo ad altri profani, scale d’ingresso e vicoli mascherati, angoli segreti e l’erba verde di fianco, la sola che si rinnovi tra i sotterranei svelati. Aveva smesso di piovere e pensai che lì sotto era come non fosse piovuto, più lenta è l’erosione mi dissi; alle spalle, su quel ponte senza fondo piazzato tra il Corso e le Botteghe Oscure dove riposano i turisti e le segretarie d’ufficio, mi accorsi del silenzio rettangolare che ingabbiava le finestre della medesima riverenza, inerti pertugi di vite inesistenti, portate qui per lavoro dalle periferie dove abitano e in prestito giornaliero alle strade del centro città. Niente bucato, a queste finestre. Tempo presente in pari col tempo passato, della stessa Roma sparita. Un ragazzino cercava l’attenzione di un gatto, che ovviamente rimaneva disteso pensando agli affari suoi. Lo chiamava ma non era convinto, la madre con un altro più piccolo appeso in una fascia alla pancia lo chiamò in una lingua sconosciuta, di certo non quella che il gatto avrebbe inteso. L’acqua di una fontanella continuava a scorrere metodica, giunta da un acquedotto invisibile in un continuo ricambio d’irrigazione, dagli uomini che non la bevono ai campi che la trasformano. La guardai cadere lì di fianco, allargarsi anche oltre la conca che l’avrebbe risucchiata, prometteva un vapore inatteso che il sole, assente, non avrebbe innescato. Poco oltre avevo visto disegni di madonnari confusi dall’acqua recente, rimasti come un pensiero sbiadito, uno sbuffo di colore sul marciapiedi che costeggia il teatro. L’impronta dei passanti ne teneva conto come dell’area

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sacra lì sotto, eppure il loro sguardo basso sotto gli ombrelli aperti, incapaci di accorgersi che la pioggia aveva smesso di cadere, puntava esattamente dove le macchie di innaturali celesti e rossi porporini diluivano l’improvvisa sfumatura d’un acquerello. Un aereo lanciò il suo rumore assordante nell’aria lontana, poi sparì nel silenzio. Lasciò un senso di vuoto pneumatico nelle orecchie e uno sbuffo alle spalle, una scia che sembrava una nuvola. La mia città, tra il parapetto pericolante e le borse di Gucci con mezz’ora di pausa pranzo all’interno. La trovavo più bella del solito, forzata a far coesistere ogni giorno zampilli cadenti dell’acqua antica tra le falde di una civiltà a cielo aperto. Fu una mappa, una volta, a trovarmela di fronte. Me la mostrò Reginella, in una casa che sembrava un camerino d’attore, sollevata tra i piani gentilizi di Rione Monti. Mi disse che era casa di un’amica, che lei era andata lontano e le aveva proposto di vivere qui. Le piaceva, mi disse, avere tutto attorno come fosse un desiderio, così piccolo da essere invisibile, irrealizzabile forse, ma piccolo al punto da tenere insieme, nello stesso sguardo, tutte le cose visibili. Ci sedemmo in terra, su un tappeto orientale di rosso broccato in oro e qualche cuscino disperso come dopo un soffice crollo d’interni. Avevamo aperto una bottiglia di vino, era tardi ed il buio di fuori mi fece venir voglia di fumare. Ma non lo feci. Tra le mille cianfrusaglie conservate di viaggi fatti chissà dove da chissà chi, oggetti suoi e altri di altre vite che le erano ignote, vedemmo un piccolo mappamondo da tavolo, di quelli antichi in legno con le mappe di civiltà perdute. Reginella lo prese tra le mani, sorrise inarcando leggermente gli zigomi e

senza curarsi del volo breve sul viso di un ciuffo di capelli, poi diede un colpo alla palla del mondo per farla ruotare come un giro di lotteria. Dimmi dove andiamo, mi disse. Io la guardai divertito, risposi E dove vuoi andare tu? Qui, disse lei, fermando la palla impazzita in un punto con l’indice della mano. Dov’è qui?, disse. È una città bellissima, risposi, in cui quando piove l’acqua si porta con sé i colori delle cose, ogni pioggia le dipinge delle tinte che vuole e da questo dipende l’umore dei suoi abitanti. Davvero? – mi disse roteando di nuovo – Davvero piovono gioie e dolori? E qui allora? Ancora col dito sul legno, le dissi In questa città invece le donne sposano gli alberi e gli uomini hanno braccia come rami e radici assestate nella terra. Ci vuoi andare? E tu? – mi disse – Per stare lì devi avere radici giusto? Vorresti tornarci o vuoi andare in un altro posto? Vorrei andare in quella città dove i palazzi nascondono nelle loro stanze antiche cattedrali – le dissi – dove le farfalle sono di seta trapunta e non muoiono in un giorno appena e dove il deserto è una distesa di mare largo; Mi porti con te? Le vedrei anch’io queste cose? Poi riprese a girare il mondo, Reginella, a domandarmi di luoghi sconosciuti ma che per conoscere avrei dovuto intessere come un ordito di tutto ciò che ho conosciuto. Le dissi della città drugstore aperta giorno e notte, della città in cui non si muore e quella dove non si vive, le raccontai della città che rimase imprigionata in un tempo beffardo che si fermò e non ripartì, e nessuno seppe più misurarlo; poi le dissi di quella volta, in un’altra città, che il giorno si impose e non venne più notte, le raccontai di trafficanti di fiori che affrontavano mille pericoli per riempire di profumo le stanze da letto per le fanciulle da marito, del brevetto marinaro per navigare

fiumi controcorrente, di colline che un giorno sgonfiate divennero tante pianure, di biblioteche piene di libri mai scritti e soltanto immaginati, ma fu allora che Reginella mi fermò, lasciò di fianco immobile il mappamondo, chiuse gli occhi e con un dito nell’aria volteggiò come seguisse una musica, mi disse Ora tocca me, a una città che non ho mai visto dove le nuvole stanno in basso e le case sospese, vorrei camminare il suo terreno sfumato di mille colori e non vedere più il grigio, vorrei navigare il suo fiume ondeggiante che indugia ad andarsene al mare e sapere che i fiori degli amanti non sfioriranno l’indomani... Non aveva riaperto gli occhi quando mi avvicinai sussurrando che non c’è bisogno di viaggiare per raggiungere Le città invisibili, basta chiudere gli occhi, tenersi per mano, dimenticare tutto ciò che si è conosciuto e lasciare che i desideri cancellino quelle visibili. Reginella, con gli occhi chiusi, partita per la città che voleva essere. Io la guardai una volta ancora, fu come un bacio rubato quando li chiusi anch’io. Vicina ad un soffio di labbra, senza guardarla, finalmente la vidi.

Una scrittura per tappe Su Orlando n. 1 Simone Nebbia ha cominciato un viaggio di parole. Comporrà, numero dopo numero, un ampio racconto “in fieri”, che accoglierà le suggestioni tematiche della rivista in modo imprevedibile, sotterraneo. L’uomo che dice io, in una città battuta dalla pioggia, indifferente e rabbiosa che è Roma, nella prima tappa ha vagabondato fra libri usati, ingialliti, fino a scoprire – in un paio di versi – qualcosa che riguarda una giovane donna, Reginella, entrata nella sua vita: “E tu non sei più che un ricordo. Sei trapassata nella mia memoria. / Ora sì, posso dire / che m’appartieni”. Nella seconda tessera, è Reginella a invadere la scena, come in un teatro; e sono i ricordi di lei – lividi, allarmati – a irrompere nella vita di lui. Che per caso trova un libro per la strada: Artaud, I Cenci. Contiene di nuovo segni, epifanie, connessioni con il già vissuto e il tempo da vivere. Con uno straziato desiderio di sentirsi a casa, da qualche parte. In una città invisibile?


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AUTUNNO 2013

INCONTRARE CALVINO NEL 2013/1

Leggo ad alta voce passo tra banchi incontro gli occhi

- Sì, professore, abbiamo capito. Ma vogliamo sapere come questa cosa gli è venuta in mente.

centa, ma non sapresti dire quanto tempo ti stia scorrendo addosso: secondo su secondo, minuto su minuto non significano niente. Ti senti toccato da tutto il tempo di sempre, quello antico degli assiri -ti stanno simpatici- e via via il tempo di tutte le pagine di storia avvenuta e della storia a venire. Sei al buio e senti che c’è il tempo, ti trovi presente al brivido della creazione, al botto primordiale, e capisci che sei tanto arrivato all’origine da sapere già come andrà a finire. E lo spazio, in questa stanza della quale ignori le geometrie, lo misuri con tutti gli spazi conosciuti e intuiti. Poi ti accorgi che piove, da un tetto nero scuro compatto. Cade giù qualcosa: un oggetto piovuto al centro della stanza. Si illumina -da dove viene questa luce improvvisa e intensa? è nell’oggetto o viene dai tuoi occhi? che tu abbia all’improvviso due luminescenti fanali da gatto? Intanto l’oggetto è lì, illuminato a giorno: una pistola, e tu in un niente sai che viene dalla fondina di un tedesco e finisce tra le mani di un ragazzo e c’è la guerra, dentro e fuori il ragazzo, e dentro la guerra c’è un’altra guerra e accadono cose, molte e irripetibili e irripetute, purtroppo, e c’è una vita in costruzione dentro un’Italia da costruire. La pistola è lì, in luce, e tu sai già tutte le carambole, isolate dal mazzo di tutte le infinite possibilità che la realtà offre.

C’è una stanza, al buio. sgombra pulita silenziosa. Ci sei tu dentro e proprio non ti riesce di vedere nulla, nessun contorno, niente che ti consenta di orientarti. Stai fermo per un po’, non sai dire quanto: C’è uno scrittore in particolare al quale anche il tempo ti sembra scomparso, mesono debitore per questi cortocircuiti di glio, te ne senti avvolto come in una pla-

Un altro tonfo. Il nuovo oggetto cade in una luce alla maniera del precedente: è un’ombra e comincia a pestare per la stanza e cerca qualcosa e capisci che questo qualcosa è un palazzo e che quest’ombra è antica come tutte le fiabe e ci sarà un Giovannino coraggioso che si

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i rifiuto di credere che esistano classi silenziose. Il brusio che sento deve essere una porzione, un estratto rappresentativo di un grande e avvolgente rumore che abita la scuola italiana. C’è un-grande-piano-del-Caso che distribuisce in ogni aula una quota di frastuono, a percentuali variabili, diversa nel volume, ma identica in pervicacia intensità durata. Non mi fido, quando per un attimo sembra che il silenzio occupi l’ambiente: quasi sempre è il preludio di un boato, in attesa di soppesare una notizia contrabbandata sottobanco di smartphone in smartphone. Divento, per contatto, un conoscitore di toni: quel rumore che si muove all’unisono tiene dentro molte voci e ognuna è una vita toccata dalle infinite combinazioni che alla vita toccano. Per qualcuna di quelle combinazioni esiste una pagina scritta capace di dire qualcosa, di stabilire una relazione.

sguardi. Si chiama Italo Calvino e a questi adolescenti tutti intemperanza e rigore piace incontrarlo. Con alternanza d’umori: questa pagina sì, questa no; qui è noioso, qui avvincente; qui sembra che parli dei nostri giorni... Leggo Calvino e sento che un’immagine li stacca dalla mia voce per trascinarli in un altrove. Ignorano ogni regola di intrecci combinatori, di calcoli sottili, di prove e riprove dei meccanismi narrativi -una rete così precisa da essere invisibile. Restano presi, e via. - Ma com’è che gli è venuta in mente questa cosa? Ne aveva di fantasia... - Aristotele scriveva che la radice della parola fantasia è phos, luce, e quindi...

Leggo ad alta voce passo tra i banchi incontro gli occhi; un mestiere da rabdomante, cercando la vibrazione che dica sì, ci sono, ci siamo beccati. È un attimo, e non va sprecato.

INCONTRARE CALVINO NEL 2013/2

di SAVERIO PAZZANO volterà a guardarla e morirà di paura. Piove forte: questa che si illumina è una storia che corre dentro un’altra storia: un labirinto dove si trova sempre quel che non si cerca: un fuggi-trova-perdi in quel tempo per sempre di Carlo Magno Orlando Ippogrifo Astolfo Bradamante Angelica... E piove ancora, forse è questa ultima suggestione al femminile, ma quel che vedi illuminarsi è un seno. Nudo. Così, sfilato via da un corpo -che ci fa, sarà lo scarto cruento di qualche maniaco? In un niente vedi appoggiarsi su quel seno lo sguardo di un signor Palomar, c’è pure una spiaggia e sempre quello sguardo da telescopio che si posa sui particolari del quotidiano. Ed è ora che piove nella stanza un grande albero; questo lo sai, è facile, per forza sopra ci andrà un Cosimo Piovasco di Rondò barone e quei grandi rami saranno abitati da amori, lotte, avventure. Quel che non ti aspetti è quel che piove adesso: una mongolfiera, che si porta via il barone morente e trascina con sé tutta quella bella storia fino alla sua conclusione; questo deus ex machina aerostatico si illumina al centro della stanza e sale sale, su per il foro dal quale è piombato. Gli studenti: alcuni li ho persi chissà quando, altri hanno trovato un’immagine che spiega un’esperienza, altri ancora hanno inseguito una parola... Perfino il brusio della classe sembra finito nel fascio di luce di questa fantasia così precisa. Penso grazie, Calvino - senza dirlo - per tutta la vita piovuta addosso a queste vite.

di SAVERIO E FILIPPO SIMONELLI

Padre e figlio intorno a Calvino C

alvino longseller ‘scolastico’, con i suoi testi che fanno registrare impennate di vendita ogni anno in prossimità delle vacanze estive, “trainati” dai consigli degli insegnanti a caccia di classici moderni. Ma c’è un testo in particolare che inizia a popolare la fantasia degli alunni già in età “elementare”. Si tratta delle fiabe italiane, la raccolta di duecento testi raccolti da Calvino per tutto lo Stivale e che da alcuni anni a questa parte costituiscono una specie di iniziazione fantastica per i giovanissimi lettori. Lezioni, analisi, esercitazioni, recite, ma anche blog letterari a tema sul web. E’ tutto un fiabesco fiorire che poi nel corso degli anni gli studenti si portano con sé, magari aggiungendo alla fiabe altre opere come il Barone rampante, il Visconte dimezzato, le Cosmicomiche. Alcuni personaggi e alcune storie però rimangono fissati nella memoria, in modo talmente vivido che fanno quasi passare in secondo piano l’autore, che, forse proprio questo voleva quando confidava di dover “immergersi in “questo mondo sottomarino” di storie, “disarmato di ogni fiocina specialistica, sprovvisto di occhiali dottrinari, esposto a tutti i malesseri che comunica un mondo quasi informe.”Da uno dei personaggi

di quel mondo, anzi, dal primo che si affaccia nel testo, che è il celebre “Giovannin senza paura”, inizia la chiacchierata con mio figlio Filippo che, su suggerimento delle maestre Lina e Bruna, fece la conoscenza di Calvino in quarta elementare

le vacanze, all’inizio dell’anno successivo fu tutto un susseguirsi di butto e butta, c’era chi lasciava cadere penne e matite per terra per il gusto di pronunciare la fatidica espressione. Anche se quello più divertito di tutti era mio fratello, piccoCredo proprio che ti ricordi ancora di lissimo, che si gustava quei suoni, quel Giovannino che non ha paura di nul- ripetersi di parole uguali. la….Sì, forse perché è una delle prime Ti faceva paura quella fiaba? E le altre? storie della raccolta. Ricordo questo sus- Ti sentivi dentro la storia, la accettavi seguirsi incessante di domande retoriche come qualcosa di vero? cui Giovannino sapeva sempre rispondere. La prima volta Giovannino mi lasciò Forse sembrava un po’ scocciato, ma alla perplesso più che impaurito. Per esempio fine il destino lo ripagava della molestia però, una storia come quella del figlio subita. Mi ricordo bene la sequenza di” del re nel pollaio mi lasciò un senso di ‘butto? “E butta!”, con quelle braccia e inquetudine, la trovavo un po’ macabra. le gambe che volavano giù dal camino. In ogni caso leggere e rileggere quelle Nel mio immaginario di bambino riu- storie che mi piaceavno mi resero persoscivano quasi a rendere interessante una naggi e contesti talmente familiari che lettura che sentivo imposta dalle maestre. non le sentivo più come vicende estranee: La vera èaura era di fronte alla mole, a la loro ripetitività me le faceva percepire quei tomi che mi sembravano enormi. ormai come qualcosa di quotidiano. Certo, duecento favole… e da leggere per Quindi il senso del fiabesco andava perl’estate invece di giocare sempre a pallo- duto? O rimaneva? ne Più sì che no. Ovviamente c’era perplessità E i tuoi compagni? Ti torna in mente per alcune trame più surreali che tuttavia qualcosa? Un commento? Delle reazioni non perdevano il loro fascino e il loro in particolare? sapore popolare. Almeno oggi mi sembra Sì, ricordo che, siccome era un libro per così, non so quanto me ne rendessi conto

da bambino; però, quando mi trovavo in campagna, l’estate, quei personaggi lì potevano spuntar fuori all’improvviso e mi sarebbero sembrati realistici. Hai poi letto altri romanzi di Calvino? Sicuramente. Non te lo ricordi? Il barone rampante, il visconte dimezzato e il cavaliere inesistente Se ti dico “la fantasia è un posto dove ci piove dentro”, che è una celebre definizione di Calvino, tu cosa rispondi? Che rispecchia abbastanza l’impressione che danno le sue storie. Il suo modo di rappresentare il fantastico. Penso alla crudeltà fantasiosa del Visconte dimezzato, della sua parte cattiva cui viene contrapposto il suo omologo assolutamente buono. Le trovate ingegnose del barone rampante, il suo modo di organizzarsi una vita assolutamente pittoresca. Ma è sempre una fantasia dove può accadere qualcosa di “naturale”, come una pioggia improvvisa ma assolutamente plausibile.

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AUTUNNO 2013

RACCONTI SU COMMISSIONE Guido Vassallo

Marcello Sabbatino

Al pub di Italo

Le città continue

E

ra da un po’ ormai che i tre si incontravano lì, nel pub all’angolo di via Ariosto, non molto lontano dal loro liceo. Tre tipi eccentrici, a dire dei prof. Ma quelli non ne capiscono un accidente, avevano decretato loro già dopo i primi giorni di scuola. A quelli interessa solo che conosciamo il numero atomico dello Zinco, ma la vita è un’altra cosa. E così avevano preso a vedersi clandestinamente da Italo, un oste bonaccione che senza fare troppe domande serviva un boccale di bionda in più e rimpinguava il tagliere dei formaggi. «Ma perché deve essere così difficile?» stava dicendo quella sera il Barone, come sempre su di giri. Avevano preso a chiamarlo così, i compagni della III F, per via del suo carattere snob e un tantino ricercato. Quando si metteva in testa un’idea non c’era modo di farlo scendere a patti. S’arroccava lassù, come sulla cima di un albero, e niente e nessuno riusciva a tirarlo giù. «Cioè, voglio dire: perché non si riesce a capirsi, diamine? Abbiamo sedici anni, ma cosa siamo, marziani? Parliamo un’altra lingua?». La questione era ancora una volta un litigio con i suoi genitori, che non capivano le sue esigenze, che volevano costringerlo a fare quello che lui non voleva. «Sapete cosa sto pensando?» aggiunse abbassando un poco la voce e costringendo gli amici ad avvicinarsi. «Scappo di casa. Me ne vado. Questa famiglia, questa città, questo mondo, sono troppo piccoli per i miei sogni. Vado via, ecco che cosa farò. Così capiranno chi sono veramente!» e buttò giù un altro bicchiere, in attesa della reazione degli amici.

zio ma dentro non c’è niente. In classe lo avevano soprannominato il Cavaliere con ironia, perché l’unica cosa che cavalcava era un Vespino special 50 scalcagnato, con la marmitta tanto sforacchiata da essere ormai quasi inesistente. Ma lui non si creava troppe esigenze, e se ne fregava di quello che dicevano gli altri. E forse per questa sua essenzialità era uno che andava all’essenza delle cose. «Ma sì, amici miei! Questa è davvero una domanda da porci: chi siamo veramente? cosa vogliamo dalla vita?». Gli altri due, lo fissavano senza capire se stesse scherzando o dicesse sul serio. Era sempre il terzo di loro, alla fine, a gettare acqua sul fuoco. Un ragazzo segaligno, che se si metteva di profilo quasi non lo vedevi e ti domandavi se non si fosse improvvisamente spaccato a metà. Sulla maglietta, appesa alle sue scapole come su una gruccia, aveva fatto stampare il nickname che gli aveva affibbiato un compagno di banco alle scuole medie: il Visconte. «Ehi, ehi, ehi! Scendi dal cavallo, bello!» intervenne dunque il Visconte, che pretendeva di saperla lunga e si faceva arbitro del gruppo decretando cosa fosse bene e cosa fosse male. «Noi non possiamo sapere adesso chi siamo veramente: non sentite anche voi, come me, laggiù in fondo al cuore, un forte desiderio di bene e allo stesso tempo il gusto della trasgressione? È proprio vero che le più grandi battaglie si combattono nelle silenziose stanze dell’anima! Solo il futuro dirà…». Era invasato. Erano tutti e tre un po’ invasati.

Ci fu una pausa di silenzio. L’aveva Fu allora che il Cavaliere, brandendo sparata grossa, il Barone. il boccale semivuoto, saltò in piedi sulla sedia e declamò: «Ecco, o futuro, «Ma noi chi siamo veramente?» sono salito in sella al tuo cavallo. Boom. Dei tre il Cavaliere era quello Quali nuovi stendardi mi levi incontro delle domande esistenziali. I capelli dai pennoni delle torri delle città non arruffati sulla testa, lo sguardo azzurro ancora fondate? Quali fumi di devaun po’ trasognato, la palpebra legstazioni dai castelli e dai giardini che germente abbassata e pochi peli di amavo? Quali impreviste età dell’oro barba scarmigliati. Un tipo tanto orprepari, tu malpadroneggiato, tu fodinario che certe volte, alla fine di riero di tesori pagati a caro prezzo, tu una serata, tornando a casa, ti veniva mio regno da conquistare, futuro…» da chiederti: ma c’era anche lui? Passava inosservato, non come quei tipi Gli altri due strabuzzarono gli occhi palestrati, quei gurdulù tutti corpo e e fissarono il boccale: «Ma cosa c’ha niente cervello, che riempiono lo spa- messo Italo in questa birra?»

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U

niversità degli studi di Pavia, viale Le case sono disposte in più gruppi, formando un solo gomitolo di abitazioni. Torquato Taramelli, 12. Un grande via vai anima le strade in Finalmente ci sono. tutte le ore del giorno. Il fortunato viagEntro frettolosamente nel Centro di ri- giatore può assistere ad una scena incerca sulla tradizione manoscritta di solita: il fornaio si sveste e indossa gli autori moderni e contemporanei. Mi abiti del falegname, il cuoco quelli del trattengono più del dovuto per control- giardiniere, il marinaio quelli del sarto, lare le carte e i permessi. Guardo ner- il medico quelli del mercante, il calzolaio vosamente l’orologio, eccitato. quelli dell’insegnante. Come attori teaMentre consulto il fondo Italo Calvino, trali si scambiano le parti. scivola per caso un foglio ingiallito, “Le sfavillanti fontane marmoree, discritto a mano e con l’inchiostro leg- sposte in forma ovale nel cuore della germente sbiadito. città, proiettano agli abitanti e ai viagLeggo il titolo a bassa voce: “Le città giatori sullo schermo dell’acqua le guerre continue. 6”. Sono totalmente in preda del passato e del presente e annunciano all’emozione. Un foglio autografo con quelle del futuro. E alla domanda: poche e brevi indicazioni sull’architettura quando scoppieranno? - danno risposte della città e sulle fontane. sempre diverse e individuali”. Quel numero 6 mi sembra un segnale - Se ascolterai il resoconto di altri viagtangibile dell’ipotesi di continuare “Le giatori, nobile Kublai, non ti aggiungecittà invisibili”, in cui per ogni tipologia ranno niente di nuovo rispetto a quanto di città abbiamo cinque medaglioni. ti ho descritto ora di Zeunte, città dei Il progetto del sesto medaglione delle popoli, delle religioni e delle culture. città continue non è finito, né chiaro Alcuni particolari mi sembra di averli in alcuni punti e altre parti sono illeg- notati in molte città che ho visitato o gibili. Trascrivo sul mio i-pad le parti immaginato o in alcune che mi hai già comprensibili, intenzionato a decifrare descritto - osserva Kublai. il progetto inedito di Calvino, con la - Zeunte contiene la caratteristica pesegreta speranza di svelare il mistero culiare di ogni città reale o sognata. Di della nuova città raccontata da Marco qualsiasi città il viaggiatore ricorderà il Polo a Kublai Kan. suo elemento più significativo e quello Unisco, come in un enigmatico percorso troverà a Zeunte. cifrato, gli sparsi frammenti forniti da - Mi vuoi dire, insomma, che Zeunte Calvino, da me riportati doverosamente non è una sola città ma più città insietra virgolette, e provo a riempire gli me? spazi vuoti. - Esattamente. Questa è la sua vera esOra non ci resta che cominciare. senza. “Ben centocinquanta vie diverse con- - I continui cambiamenti di abiti e di ducono il viaggiatore dinanzi alle pos- lavoro, che abilmente mi hai descritto, senti mura perimetrali di Zeunte”. Non mi sembrano la spia della duplicità inesiste viaggiatore che, dopo averla cercata trinseca in ognuno. esasperatamente o giungendoci per una pura casualità, non si sia fermato a - Vedi bene, nobile Koublai. “Ogni abicontemplare una delle sue centocin- tante di Zeunte non si limita mai ad quanta porte bronzee tutte scolpite nel essere solo se stesso, ma è sempre più tempo da illustri artisti. La città non persone allo stesso tempo”. appare neanche sulle più precise e me- - Come spieghi questa doppiezza? ticolose cartine geografiche, né i più - Zeunte ha permesso un’integrazione costosi portolani, composti dai più fa- che, se non avessi visto con i miei occhi, mosi uomini di mare, riportano la de- definirei utopica: ognuno conosce alla scrizione delle sue coste. perfezione le tradizioni e i costumi degli La tradizione vuole che Zeunte fu fon- altri popoli; così ogni abitante è il riflesso data più di due millenni fa da cento- di molteplici usanze, religioni e culture. cinquanta patriarchi; ognuno con il - Ma perché le fontane danno risposte proprio popolo diede vita ad una parte diverse e individuali sullo scoppio delle e ciascun popolo lasciò un’impronta future guerre? indelebile della sua immensa fatica. - “Penso che la limpidezza dell’acqua “Non è un caso che la città rimanda ad non si limiti a riflettere la sola immagine un unico numero: centocinquanta; tante esteriore dell’uomo, ma rende visibile i sono le cupole dorate che si stagliano moti interiori ed impercettibili del suo nei diversi punti nevralgici, i pietrosi cuore, svelando il suo vero desiderio di ponti che sovrastano limpidi corsi d’ac- pace ma anche la sua celata bramosia qua e gli altari dei templi”. di guerra”. Statue marmoree, raffiguranti antiche - E a te cosa ha mostrato la fontana? e a volte dimenticate divinità, si trovano - “Un incerto futuro di pace minacciato posizionate al centro delle piazze, al cui quotidianamente da venti di guerra”. fianco sono state collocate, solo in seguito, nuove divinità. Religioni mono- Ricostruito il progetto del sesto medateiste e politeiste convivono. Una irri- glione delle città continue, un dubbio petibile tolleranza permette a cristiani, mi assale: perché Calvino ci ha lasciato musulmani, confuciani, mazdeisti, ebrei solo una bozza di lavoro? e uomini di altre religioni di convivere Cosa avrà visto nello specchio dell’acqua in perfetta armonia. Culture diverse con il suo occhio che attraversa secoli e dialogano e traggono ricchezza dalla millenni, al punto da fermare il racconto? loro diversità.


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AUTUNNO 2013

CALVINO INVISIBILE

Le fiabe bianche che non abbiamo mai visto Q

uella che forse sarebbe stata la trasmissione per ragazzi più splendida mai realizzata nella storia della televisione italiana, ahinoi, non è mai andata in onda. Calvino, che in quanto a fantasmagorie non era certo un principiante, la inventò alla fine degli anni Settanta dopo aver conosciuto un altro maestro della leggerezza, un celebre pittore di mezza età che in quel periodo era intento a sbalordire il pubblico della poesia con una tarda, dirompente e raffinatissima produzione in versi dedicata a cani del Kenya, gufi golfisti, istrici illustri e topi senza scopo. Si chiamava Toti Scialoja ed essendo un autorevole intellettuale borghese che, per divertire un bambino, aveva cominciato a riempire un quaderno di witz arguti e disegni ingenui trasformandosi, dopo l’incidentale pubblicazione, da caposcuola dell’astrattismo in funambolo nonsense, fu subito riconosciuto da Italo per quello che doveva sembrare a chiunque amasse Alice e le sue avventure oltre lo specchio: l’incarnazione nostrana del grande Lewis Carroll, con cui persino condivideva, in effetti, un’occasionale tendenza alla balbuzie accompagnata da un’eccezionale capacità di leggere in pubblico. D’altronde, in realtà, il primo entusiasmo critico da casa Calvino arrivò, all’indomani dell’esordio con Bompiani, attraverso la piccola Giovanna, che convinse il papà a scrivere al «suo poeta» per complimentarsi e sollecitare nuovi libri, usciti infatti poi presto per Einaudi. Toti fu incoronato, di lì a poco, «miglior poeta italiano» da Antonio Porta nonché «schizopetrarca» da Giorgio Manganelli e continuò a lungo a scrivere poesie, lettere a Italo e – molto carrollianamente – lettere alla figlia di Italo, un’Alice trilingue per il cui spasso esclusivo continuava a inventare acrobazie lessicali sbirciate di nascosto, con gusto, dai genitori. Con il suo peculiare fiuto di scienziato del falotico, Calvino doveva però aver intuito subito quanto si sta dimostrando ultimamente con gli strumenti della filologia, e cioè che i trompe-l’oreille di Scialoja, come fossero comici emblemi rinascimentali di wonderland,

non solo condividono col limerick classico l’esigenza di un disegno, ma spesso sono generati proprio dalle fantasie assurde che il disegno può innescare quando un soggetto senza senso (quattro gatti che ballano, l’elegante bombetta di un condor o il sarcofago etrusco di un topino) sfida un rimatore a farne, in poco spazio, la più puntuale delle ecfrasi. Forse per questo Einaudi, dopo aver accolto nella collana per bambini La zanzara senza zeta come albo illustrato, incluse, in un formato “da adulti”, numerose immagini accanto alle poesie nell’ampio e fortunato Una vespa! Che spavento!; ed è probabile che per lo stesso motivo Calvino, quando pensò di collaborare con Scialoja, non gli chiese filastrocche ma disegni. L’idea, nata all’inizio dell’estate del 1977 e coltivata attivamente per tutto l’anno seguente, era proprio quella di far inventare a Toti dei bozzetti in cui improbabili coppie di oggetti («uno

di ALESSANDRO GIAMMEI

scolapasta e una museruola», «una pompa per innaffiare il giardino e la testiera di un letto dell’ottocento») agissero in modo ancora più improbabile e poi, sulla base delle vicende così visualizzate, di intessere un racconto che estendesse alla misura di un’intera fiaba l’effetto di meraviglia di cui sono capaci i limerick. Descritto in un questo modo sembra il progetto per un libro, e in effetti i due contavano di stamparne uno con testi e illustrazioni, ma visto che i bozzetti dovevano rappresentare «azioni sceniche» e che quelle azioni erano pensate per essere performate da mimi in grado di ‘trasformare’ gli oggetti protagonisti in personaggi e paesaggi, bisogna immaginarsi piuttosto racconti teatrali in cui gli elementi di scena suscitano la storia, la storia viene tradotta in una scena ma a occupare la scena ci sono solo gli elementi originari. Parlandone con Nico Orengo, Calvino spiegò il tutto molto più chiaramente di così e sulle pagine di un “Tuttolibri” del ’78 leggiamo semplicemente: «è successo che invece di essere il testo a ispirare la scenografia era la scenografia a ispirare il testo». Certo non è facile, soprattutto per chi è nativo della videocrazia italiana, immaginare di accendere la televisione e

di vedere una grossa biglia trasformarsi, per rincorrere le vicende imprevedibili di un ussaro sull’altopiano dell’Estremadura, prima in un intero esercito, poi nel lontano occhio della luna, poi nel lampo di un gufo sbigottito e infine nel grave proiettile di un cannone. Eppure così sarebbe andata una normale trasmissione di Il teatro dei ventagli – prima di un’intuizione “giapponese” di Calvino intitolato semplicemente Fiabe bianche – che avrebbe mostrato anche ai meno giovani come «uno spruzzatore a pompetta e una carriola da giardino» possano in un attimo accompagnare chi li guarda alle porte di Bagdad e avrebbe permesso alla rai – che invece ha archiviato presto il progetto – di mandare in onda una specie di pirotecnico teatro n per ragazzi. Sarebbe grandioso celebrare il novantesimo compleanno di Italo, che in fondo è il nonno di tutti i lettori italiani sotto i trent’anni, realizzando raffinate idee popolari come questa, geniale e alla portata di tutti al pari di molti suoi capolavori. A quel bisnonno bambino di Toti, che l’anno prossimo ne compirebbe cento tondi, non dispiacerebbe dare il là, coi suoi bozzetti ancora in archivio, a nuove ragionatissime assurdità.

Bambini della scuola elementare “Verdi” di Marino (Roma) disegnano le Fiabe italiane.

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AUTUNNO 2013

IL LESSICO DELL’APPUNTAMENTO

di MARIA LUISA MARICCHIOLO

Simone Cristicchi La memoria è uno scrigno antautore, narratore e attore. Simone Cristicchi, classe ’77, maneggia con cura e genialità la parola, coniugandola alle emozioni attraverso la canzone, i racconti e il teatro.

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Il 14 febbraio è uscito il suo quarto disco di inediti, il delizioso “Album di famiglia” (Sony Music 2013) di cui diretta filiazione è il tour estivo “Concerto di famiglia”, a ogni tappa imprevedibile e coinvolgente. L’autunno lo vedrà protagonista a teatro, dopo la messa in scena de “Li romani in Russia” e “Mio nonno è morto in guerra”, con “Magazzino 18”. E per provare a capire quali artistici furori muovano Cristicchi, può aiutare incrociare il suo sguardo. Malinconico, poi in un baleno beffardo, e poi ancora disarmato. Quindi disarmante. I suoi occhi spianano la strada alle parole che sta per pronunciare, cercano e distribuiscono. Al garbo risponde con garbo, quasi in punta di piedi. Quali sono le letture che hanno contribuito a formare il tuo immaginario, e tra queste c’è qualche titolo di Calvino? Sicuramente Calvino è uno di quegli scrittori che mi hanno segnato profondamente, con “Marcovaldo” soprattutto. Ho apprezzato moltissimo, e riscoperto ultimamente, le “Fiabe italiane” che penso di mettere in scena prima o poi, per uno spettacolo teatrale rivolto ai bambini. Tra gli scrittori a me molto cari, e in qualche misura “eredi” di Calvino o della sua leggerezza, posso citare Stefano Benni, al quale mi sono ispirato per le mie disavventure come fumettista. Calvino ha dedicato due anni alla scelta e trascrizione di duecento racconti popolari appartenenti alle tradizioni regionali ottocentesche, raccogliendoli in “Fiabe italiane”. Tu hai dedicato due anni alla raccolta di testimonianze e memorie della seconda guerra mondiale, confluite nel libro “Mio nonno è morto in guerra”. La distanza conta per comprendere meglio il senso degli avvenimenti? Molto spesso ho pensato alla memoria come a uno scrigno di emozioni, più che come a una narrazione di avvenimenti del passato. Nelle storie che ho raccolto ho sempre posto al centro

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della ricerca quella che io chiamo la “geografia delle emozioni”. Non è facile trascrivere o riscrivere un sentimento provato da un’altra persona, in un tempo che non è il tuo. Per questo ho quasi sempre usato le stesse parole di chi raccontava, anche per una forma di rispetto. Io rivolgo spesso il mio sguardo al passato, perché questo presente mi sfugge di mano, o forse, semplicemente, non mi affascina abbastanza. Forse lo comprenderò tra qualche anno, quando anche questo tempo sarà divenuto “passato”.

perché il titolo mi incuriosiva. Non sapevo nulla, anche perché questa è una pagina di storia che non insegnano nelle scuole. Poi, due anni fa, mentre ero alla ricerca di storie e testimonianze sulla seconda guerra mondiale, capitai a Trieste e volli visitare il magazzino 18 del porto vecchio. Appena entrato, trovandomi in mezzo a quei duemila metri cubi di masserizie abbandonate, ho provato una sensazione fortissima, ho “visto” la tragedia degli esuli, e ho deciso che avrei fatto qualcosa per dar voce a quegli oggetti e a quella storia Stai portando in scena “Magazzino dimenticata. Gli oggetti parlano di noi, 18”, titolo tratto dall’omonimo ma- anche quando noi non ci siamo più o gazzino del porto di Trieste in cui sono non lo vogliamo: raccontano di noi! conservate le masserizie degli esuli Sei nato e vivi a Roma ma per il tuo istriani. Ci racconti questo progetto mestiere hai girato molto l’Italia. C’è e ci spieghi come si fa a far parlare il una città che hai eletto come luogo mondo non scritto, le cose? del cuore, in cui ami particolarmente tornare? Ho scoperto la storia dell’esodo grazie

sugli esuli; Santa Fiora, per il mio progetto con il Coro dei Minatori, con i quali ho lavorato per due anni. Ma è anche vero che in ogni luogo dove il mio lavoro mi ha portato ho lasciato un pezzetto di cuore. L’estate scorsa hai girato l’Italia con il tuo tour “Concerto di famiglia”: ci presenti i componenti di questa famiglia di cui ci racconti in musica?

Sono persone inghiottite dagli uragani della vita: teatranti, immigrati, esuli, barboni… ma anche studenti fuori sede, preti, anziani. Sono loro i miei “eroi” quotidiani, ai quali cerco di prestare la mia voce. Mi piacciono le piccole storie, che narrano cose ben più grandi e importanti, come ne “L’ultimo valzer” o “Ti regalerò una rosa” o “Magazzino 18”. Ecco, queste tre canzoni sono il mio manifesto artistico, e rappresentano perfettamente la mia al libro di Jan Bernas “Ci chiamavano Ce ne sono tante: Volterra, per le storie “famiglia”, la grande famiglia delfascisti, eravamo italiani”. Lo comprai del manicomio; Trieste, per i racconti l’umanità dimenticata. Calvino in Palomar, scrive un brano titolato “Come imparare a essere morto”, tu nella canzone “La prima volta (che sono morto)” racconti dell’aldilà come di una scuola serale, tipo un corso di aggiornamento, dove si impara ad amare la vita in ogni singolo momento. Il pensiero di una fine educa alla vita? Siamo abituati a non parlarne mai! La morte è un tabù. Eppure non ci accorgiamo che ogni giorno, ogni mattina in cui apriamo nuovamente gli occhi, è una resurrezione. Credo che pensare di poter morire da un momento all’altro possa aiutare a vivere più intensamente, senza sprecare il tempo, donando amore (meglio se incondizionato) a chi ci vuole bene. Musica e letteratura richiedono più solitudine o condivisione? Per entrambe le cose credo sia più giusta la condivisione, anche se nell’atto della creazione artistica preferisco essere da solo. Calvino aveva preparato le sue lezioni americane rivolte agli studenti, articolando la letteratura in sei proposte: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Consistenza. Se tu dovessi articolare la musica in precisi elementi quali sceglieresti? Comprensibilità, leggerezza, fruibilità, coerenza, ricerca, divertimento.

Orlando n 4  

Rivista numero 4

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