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Orlando esplorazioni

ILLUSTRAZIONE SABRINA GABRIELLI www.mynameisbri.com

ORLANDO 1 — DICEMBRE 2012

Lettori forti, lettori fortissimi EURO 5,00

PERSONE JHUMPA LAHIRI | BERNARDO BERTOLUCCI | MICHELE MARI | SANDRO VERONESI LUOGHI MARRAKECH | LONDRA | SHANGAI | HELSINKI | BUDAPEST | RECANATI


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DICEMBRE 2012

“ORLANDO ENTRÒ NE L’AMOROSA INCHIESTA” “Quante volte ti capita di entrare in un bar, incontrare per caso un tipo che hai visto solo una volta e uscire con l’opportunità di fondare una rivista… soprattutto quando tu, il tu in questione, sei un ventenne signor nessuno che ha ancora tutto da dimostrare?” Paul Auster, Invisibile

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ENÙ Non c’è che dire, in effetti prima o poi capita a tutti. A chiunque si avvicini al mondo letterario, almeno. Capita che qualcuno ti parli di una rivista, ti inviti a fondarla con lui, a scriverci sopra, a mandargli un racconto, una poesia, un articolo. E tu lo fai, con quell’entusiasmo, con quell’esaltazione degli inizi che non ti fa chiedere molte cose. Le riviste! Il secolo passato le ha fatte diventare importanti come luoghi, anche quando vendevano qualche centinaio di copie. Nessuna delle riviste circolanti oggi ha l’importanza di una sola delle riviste uscite anche solo nel primo trentennio del Novecento. Inutile, qui, spiegarne le ragioni. Limitiamoci a osservare il paesaggio: ce ne sono ancora, e sono parecchie, il più delle volte legate alla poesia e alla fiction inedita. Serviva aggiungerne un’altra? A chi è rivolta? Come supera l’ormai estenuante problema del rapporto fra carta e web? Orlando non lo supera e non sa rispondere a molte altre domande. Il nome gli viene dal personaggio ariostesco, che esplora il mondo e sé stesso seguendo Angelica che fugge. Ma anche dall’altro Orlando, quello di Virginia Woolf, che è uno scrittore/scrittrice nella stessa persona e scavalca secoli e confini di genere dentro un unico corpo. Orlando non ha manifesti. Si limita a esplorare: luoghi come libri e libri come luoghi. Non ospiterà recensioni (ce ne sono già moltissime altrove) né poesia e fiction inedita. Alle firme, esordienti e non, chiederà di confrontarsi sempre con un tema concreto; di raccontare sì, ma dal vero – e di scrivere sempre, diciamo pure così, su commissione. L’età media di chi ha contribuito a questo numero è piuttosto bassa (anche questo era un tratto dominante delle riviste d’inizio XX secolo). Che altro? Ogni numero avrà un tema centrale, un’amorosa inchiesta, per dirla con Ariosto. Cominciamo con “Lettori forti, lettori fortissimi” [pagg. 5-19]: chi sono, dove stanno rintanati quelli che leggono davvero tanto? I lettori vulnerabili, i lettori in piedi, i topi di biblioteca e di librerie dell’usato, i ri-lettori, i lettori bambini di oggi e quelli di ieri, come Giacomo Leopardi [p. 10]. Molti saranno sempre gli incontri con i luoghi, nello spirito di una geografia non solo fisica ma emotiva: qui Marrakech [p. 21], Londra [p. 22], Shangai [p. 23], Helsinki e dintorni [p. 24]. E ancora panoramiche su letterature poco note in Italia – quella ungherese, in questo numero, si scopre a pag. 25. Percorsi tra i libri: qui la «vita spedita», ovvero lettere e postini nei romanzi. Percorsi nella storia di un autore (in un tempo in cui agli scrittori sembra sempre di dover ricominciare daccapo): Sandro Veronesi raccontato da un giovanissimo nuovo critico assai attrezzato [pagg. 28-29]. Molti gli incontri con persone: la scrittrice pre-

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mio Pulitzer Jhumpa Lahiri [pagg. 3-4], il grande regista Bernardo Bertolucci [p. 31] e uno scrittore tra i più eruditi e sorprendenti, che è prima di tutto un lettore fortissimo, Michele Mari [nel lungo racconto illustrato delle pagg. 15-18, una sorta di graphic interview). Tra i classici da rileggere, Dickens e Virginia Woolf [pag. 11], ma anche il nostro Giorgio Manganelli, che se fosse ancora qui avrebbe da poco compiuto novant’anni: il dovuto omaggio a un grande esploratore della letteratura e dell’umanità è a pag. 20.

Grande spazio – ma basta il colpo d’occhio – avranno le illustrazioni e le fotografie, in un dialogo costante con i testi, confidando in un risultato che sia bello da vedere e da sfogliare. Al di là di tutti i dubbi e le incertezze, fare Orlando è stato – come sempre e da sempre succede con le riviste – un modo per incontrarsi, per parlare, per scambiare idee, per fare qualcosa insieme e non da soli. Nell’Italia all’inizio di questi anni Dieci può forse già bastare. O no? Orlando

di SARA ANTONELLI

Orlando esplorazioni rivistaorlando@gmail.com www.rivistaorlando.it

Rivista trimestrale diretta da Paolo Di Paolo Art director Dario Morgante Staff editoriale Cristiano Armati Mariacarmela Leto Giulio Perrone Prodotta da Giulio Perrone Editore www.giulioperroneditore.it

Redazione c/o Giulio Perrone Editore Via Squarcialupo 14 00162 Roma tel. 06 97605054 Stampata nel dicembre 2012 presso Cimer snc di G. Ceccarelli e co. Roma www.tipografiacimer.it

Chi ha scritto per questo numero di Orlando SARA ANTONELLI insegna letteratura americana a Roma Tre, è autrice di diversi saggi GIUSEPPE ALOE scrittore, l’ultimo romanzo è Gli anni di nessuno (Perrone 2012) GIULIA ALBERICO scrittrice, l’ultimo libro è Cuanta pasion! (Mondadori 2009) ALESSIO DIMARTINO, nato nel 1982, ha pubblicato Il professore non torna a cena (Perrone 2012) LETIZIA LEONE, poetessa, ha pubblicato di recente La disgrazia elementare (Perrone 2011) ELISA ZANOLA, nata nel 1985, è dottoranda di ricerca in Sociologia a Verona FABIANA SANTANGELO, nata a Potenza nel 1985, studia Biotecnologie e collabora con “La Nuova del Sud” ANGELA GALLORO, nata nel 1989, studia Lettere e collabora con diversi blog di letteratura, fra cui Bottega Scriptamanent MARIA SILVIA MARINI, nata nel 1983 a San Benedetto del Tronto, è laureata in Filosofia, suona il pianoforte, ama scrivere GIUSI MARCHETTA, nata a Napoli nel 1982, vive a Torino dove insegna. Ha pubblicato fra l’altro L’iguana non vuole (Rizzoli) ROSSELLA GAUDENZI lavora presso una scuola di musica a Roma e si occupa di libri e di piccola editoria per il blog viadeiserpenti.it BARBARA COSENTINO è presidente del Circolo della Lettura di Roma SIMONE NEBBIA, classe 1981, scrittore e cantautore, scrive di critica teatrale per siti internet e riviste MONICA SOVEGNI è bibliotecaria a Santa Maria di Sala, in Veneto LUCA ALVINO è redattore di “Nuovi Argomenti”, scrive di letteratura e cinema ed è autore di versi GIORGIO BIFERALI è nato a Roma nel 1988, studia Lettere, si divide fra narrativa, critica e musica, nelle vesti di cantautore FRANCESCO MAROCCO, architetto paesaggista, è autore fra l’altro del romanzo Mai innamorarsi ad agosto (Fandango 2012) ILARIA ROSSETTI, nata nel 1987 a Lodi, vive a Londra. Ha vinto il Campiello Giovani e ha pubblicato fra l’altro Happy Italy (Perrone

2011) MATTEO MICCI, nato a Roma nel 1983, è autore di libri per bambini e editor. Attualmente vive a Shangai LORENZO PINI, nato a Colle Val d’Elsa (Siena) nel 1982, si occupa del rapporto fra letteratura e geografia e ha pubblicato A Lisbona con Antonio Tabucchi (Perrone 2012) ANDREA RÉNYI, ungherese, è traduttrice e studiosa di letteratura ILARIA MAZZEO, nata in Toscana nel 1980, ha pubblicato fra l’altro il romanzo Il silenzio perfetto (Intermezzi 2009) MICHELA MONFERRINI, nata a Roma nel 1986, ha pubblicato tra l’altro Conosco un altro mare, su Raffaele La Capria. Scrive per “Gli Altri” GIACOMO RACCIS, classe 1987, è dottorando in Teoria e analisi del testo all’università di Bergamo, scrive su blog e riviste MARCO ANGELILLI performer, coreografo e insegnante, è dal 2006 il trainer degli attori e l’autore della partitura fisica degli spettacoli della compagnia teatrale ricci/forte LORENZO ORMANDO, nato nel 1983, si occupa di cinema per alcune emittenti tv, scrive e lavora come film-maker ILARIA CAMPIONE è dottoranda di ricerca in Italianistica all’Università Tor Vergata

Chi ha illustrato Orlando

SABRINA GABRIELLI mynameisbri.com ALESSANDRA DE CRISTOFARO cargocollective.com/alessandradecristofaro SIMONE REA simonerea.blogspot.it PAOLA CARABOTTA facebook.com/paola.carabotta ELEONORA ANTONIONI eleonora-antonioni. tumblr.com FABIO MASSIMO FIORAVANTI fabiomassimofioravanti.com VICTORIA LERMA MASSIMO CASIRAGHI massimocasiraghi.carbonmade.com GUIDO VOLPI guidovolpi.com FRANCESCO ORMANDO facebook.com/francescormando YARA BONANNI yarabonanni.com

Genius loci

Ogni numero di Orlando nascerà so!o la stella di uno scri!ore. Un timoniere, un ispiratore, un maestro. “Le!ori forti, le!ori fortissimi” non poteva che essere dedicato al grande scri!ore americano Ray Bradbury, nato nel 1920 e morto il 5 giugno del 2012. Autore di romanzi di culto come Fahrenheit 451 (1953), è stato un appassionato difensore dei libri e del piacere della le!ura. Da pagina 5 a pagina 11, in fondo, trovate frasi tra!e dai suoi libri. Qualcuno li definisce di fantascienza, in realtà sono poesia.

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DICEMBRE 2012

CONTATTI MAGICI

di SARA ANTONELLI

Jhumpa Lahiri “Credo che Roma e Calcu!a abbiano in comune una specie di energia e anche un modo di vivere.”

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FOTO ELENA SEIBERT

e storie di Jhumpa Lahiri si svolgono a Boston, Seattle, New York, Calcutta, Roma. Inseguono il destino di chi, arrivato negli Stati Uniti dall’India, si prepara a iniziare una nuova vita. O di chi dagli Stati Uniti torna in India per una breve vacanza e percorre il paese come un turista. O di chi va in vacanza all’estero per sentirsi straniero. I personaggi di Lahiri si spostano da paese a paese o da città a città e, mentre si spostano, osservano i luoghi in cui si trovano a vivere e transitare, osservano loro stessi, i loro cari, gli sconosciuti. Sono viaggiatori che guardano e pensano. Sono persone che riflettono su quel che erano e su quel che diventeranno. Sono uomini, donne e bambini colti in un presente ancora da decifrare ma già col futuro negli occhi. Autrice di due raccolte di racconti, L’interprete dei malanni (1999, Premio Pulitzer) e Una nuova terra (2008), e di un romanzo da cui Mira Nair ha tratto il film l’omonimo film Il destino nel nome, Lahiri vive oggi a Roma, ospite dell’American Academy. L’intervista, svolta in italiano, comincia con i luoghi e con Roma. Vorrei cominciare con “Going Ashore”, il racconto di ambientazione romana che chiude il tuo ultimo libro, Una nuova terra (2008). Come è nato? È stata un’esperienza unica. Quel racconto è l’ultima parte di una trilogia, ma all’inizio ancora non sapevo che sarebbe diventata una trilogia. Per realizzare il primo racconto, “Once in a Lifetime” ci sono voluti otto anni. È stato come uno scavo. Mi rendevo conto che c’era una storia, ma non riuscivo a trovarla. Di solito quando finisco un racconto o un romanzo non voglio pensarci mai più. Dopo aver scritto “Once in a Lifetime”, invece, non sentivo affatto di aver concluso. Continuavo a essere curiosa e interessata ai personaggi. Ho deciso di seguirli scrivendo la seconda parte, “Year’s End”, dal punto di vista dell’altro protagonista, Kaushik, e mi sono resa conto che quei due rac-

conti erano un dialogo. Ma mi mancava una conclusione — perché mentre scrivevo il secondo racconto avevo già capito che ce ne sarebbe stato un terzo e avevo anche immaginato come sarebbe finito. Di conseguenza ho scritto “Going Ashore” piuttosto velocemente — e mi succede raramente – perché avevo già chiaro quasi tutto. A quel punto conoscevo sia Hema sia Kaushik molto bene, in pratica li conoscevo da quasi dieci anni. Nel frattempo avevo anche letto Il fauno di marmo di Nathaniel Hawthorne, un romanzo pubblicato nel 1860 e dedicato a quattro giovani artisti, tre americani e un italiano, che si incontrano a Roma. Le pagine di Hawthorne dedicate alla città — sia quelle descrittive sia quelle che mostrano l’impressione che Roma produce sui protagonisti, sul loro presente, ma anche sul loro passato — sono state molto importanti per me. Amo leggere Hawthorne e debbo a lui il titolo del libro in cui è uscita questa mia trilogia di racconti, Unaccustomed Earth (Una nuova terra). Hema, la protagonista di “Going Ashore”, ritiene che sotto certi aspetti Roma somigli a Calcutta. Entrambe le città, per esempio, sono caratterizzate da palazzi segnati dal tempo, dalle palme, dal traffico. Quando è stata la prima volta che sei stata a Roma? La prima volta è stata nel novembre 2003. Sono venuta per una settimana, con mio marito e nostro figlio. Qualche giorno dopo mi è venuto il desiderio di trasferirmi a Roma per conoscere meglio la città. “Going Ashore” è ambientata a Roma, ma un anno dopo, in autunno. Come ti sembra oggi Roma? Per molti aspetti diversa da quella di nove anni fa. Vedo più immigrati, soprattutto dal Bangladesh. Sono molto interessata alla loro presenza qui a Roma perché, conoscendo il bengalese, posso parlare con loro e provare a capire come vivono, quale è la loro posizione in Ita-

lia. Più in generale, a Roma percepisco gli effetti della crisi. Tanti abitanti sembrano preoccupati, delusi, scoraggiati. Sembrano tutti in attesa del cambiamento. Perché, negli Stati Uniti è diverso? Come avete vissuto la crisi economica degli ultimi tre anni? La crisi si è sentita anche negli Stati Uniti. È aumentato il numero dei di-

soccupati e per molte persone è diventato molto più difficile ottenere un prestito, sostenere le spese di una casa, mandare un figlio all’università. Sono anche diminuiti i fondi dedicati alla scuola pubblica e alla cultura, e questo mi preoccupa davvero. Eppure, nonostante le mille difficoltà, credo che negli USA ci sia molta più speranza. Durante una crisi – pensiamo anche a quel che è accaduto dopo il passaggio dell’ura-

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gano Sandy — i cittadini si uniscono e si aiutano. Dal punto di vista politico, il paese è profondamente diviso e la battaglia è molto aspra. Ma la maggior parte delle persone, comunque la pensi, si sente profondamente legata al paese e vuole superare le difficoltà, andare sempre avanti. Provo molta ammirazione per il Presidente Barack Obama. È un realista, perciò capisce perfettamente le difficoltà e le sfide che oggi deve affrontare la popolazione. Ha una visione ottimistica e ha delle soluzioni per risolvere i problemi. Pensi anche tu, come Hema, che Roma sia come Calcutta? Penso costantemente a Calcutta e ora più che mai. Come dicevo poco fa, a Roma sento parlare il bengalese dappertutto — per la strada, in autobus, al mercato. Sui marciapiedi vedo perfino i giornali scritti in bengalese. Credo che Roma e Calcutta abbiano in comune una specie di energia e anche un modo di vivere. I loro abitanti sono passionali e orgogliosi della loro città. Entrambe le città, poi, hanno una reputazione speciale: sono luoghi intensi, travolgenti, forse indecifrabili. Ospitano quasi tutto il mondo e tutti vogliono andarci per trovare qualche cosa. Esteriormente ho l’impressione che Roma sia una versione di Calcutta, come se fossero cugine. Ogni settimana, mentre i miei figli sono a lezione di pianoforte, faccio una passeggiata a Trastevere, dalle parti di Via della Lungara, e ogni volta la passeggiata mi ricorda un aspetto di Calcutta. Per esempio, sebbene sia sempre circondata dal rumore e dal movimento, c’è anche molta tranquillità, perché sono circondata da vie strette e nascoste. Nell’atmosfera poi percepisco l’assenza di qualche cosa, come l’ombra di un altro tempo. Sento lo stesso a Calcutta, lo stesso contrasto, come un dialogo fra il passato e il presente. Hai scelto di venire a vivere a Roma. Cosa ti attira qui? Quando ero più giovane ero affascinata da Roma antica e come tanti ragazzi amavo la mitologia greca e romana. Di recente mi sono ricordata che quando, a sei anni, ho imparato a leggere a scuola, il nostro testo era una versione semplificata di un libro di mitologia roma-

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na, con tutte le descrizioni delle divinità e riassunti delle loro varie avventure. Oggi mi colpisce che l’esperienza fondamentale della mia vita — la lettura — abbia un legame con Roma antica. All’università ho imparato a leggere il latino e il greco antico, e per qualche tempo ho desiderato essere una classicista. Avevo addirittura una mappa di Roma antica appesa alla parete della mia camera. Anni dopo ho iniziato a studiare l’italiano e così ho deciso di vivere qui per un po’ per migliorare la lingua, ma anche per l’esperienza in sé, per ampliare il mio sguardo. Insomma, ci sono diversi motivi che mi hanno condotta qui. Alla fine la scelta è stata più istintiva che razionale. Nei tuoi libri colpisce l’attenzione riservata all’intrattenimento moderno per eccellenza — il viaggio turistico – e al modo in cui fai dialogare il turismo con un altro segno distintivo della modernità: l’emigrazione. Storie come “The Interpreter of Maladies” o “Unaccustomed Earth” sembrano esplorare gli aspetti di questi due modi di viaggiare e le differenze – a volte sottili — che esistono tra queste due modalità di accesso a una cultura diversa dalla propria. Cosa ti spinge a esplorare questa dicotomia? Lo spunto è la mia vita, perche sono sempre fra due mondi e non vengo da nessun posto. Sono cresciuta in America, il paese in cui i miei genitori sono immigrati tanti anni fa, ma la mia famiglia è sempre rimasta estranea alla cultura americana. Pareva fossimo eterni turisti. È una specie di purgatorio, ma offre una prospettiva immensa. Quando andavo a Calcutta a trovare i nostri parenti, non ero né una turista né una residente. Per i miei genitori un viaggio a Calcutta è sempre un ritorno, mentre per me il mio paese di origine è un posto sconosciuto. Per me, e per gli altri come me, c’è una terza categoria, perché siamo a metà strada tra il turista e il cittadino. A molti essere un turista offre una libertà in più, una pausa dalla vita già nota. Io sento tutta la pressione che deriva da essere due persone diverse in due posti diversi. Parlarne era inutile e impossibile, ma scriverne mi aiutava. Per scrivere, per mantenere una pro-

spettiva, si deve essere sempre distanti, distaccati. Al tempo stesso, per immaginare un mondo, si deve abitare completamente dentro quel mondo. Nel 2009 e nel 2011 il New Yorker ha pubblicato “Trading Stories” e “Rice”, due tue storie autobiografiche. Ti interessa il filone del memoir? Mi interessa più la finzione perché mi offre più autonomia. Ma so che creare qualche cosa dal nulla, inventarsi tutto, è più difficile. In generale, direi che le vite degli altri mi interessano molto più della mia. Alcuni memoir, in genere quelli firmati da scrittori, mi piacciono molto. Penso, per esempio, a Parla, ricordo di Vladimir Nabokov, oppure, più recentemente, alle opere autobiografiche di Joan Didion. Al momento negli USA il memoir è molto diffuso e di moda, quindi se ne trovano in abbondanza e di ogni genere. Il problema secondo me è che i lettori non vogliono accettare la differenza fra memoir e romanzo. Temo che i lettori stiano dimenticando il potere dell’immaginazione e questo mi turba. Tanti dei miei lettori pensano che i miei libri siano storie vissute, che vengano sempre dalla realtà. Ma non è così. Il processo creativo è un rifiuto della realtà. Hai un Ph.D. in Renaissance Studies e un Master in Creative Writing. Credi sia indispensabile oggi per un autore frequentare un corso di scrittura? Nel mio caso un corso di scrittura è stato essenziale, perché trovavo molto difficile ammettere davanti a me stessa di voler diventare una scrittrice. Lo consideravo un desiderio egoista e arrogante. Temevo che quello che volevo esprimere non fosse importante. Scrivevo in segreto, in pratica senza dire niente a nessuno. Quando mi sono iscritta al Master la mia famiglia avrebbe preferito qualcosa di più concreto con la mia vita, più affidabile. Il corso di scrittura, però, a me ha dato una struttura e anche il coraggio di scrivere, malgrado i tanti dubbi e l’insicurezza. Per la prima volta ho conosciuto un gruppo di altre persone come me, individui per cui la scrittura e la lettura erano le cose più importanti nella vita, e pian piano ho

capito che essere una scrittrice sarebbe stato possibile. Senza il corso di scrittura forse per me non sarebbe successo. Oggi frequentare un corso di scrittura è molto comune, forse troppo. Sembra quasi un obbligo. Eppure sappiamo bene che non tutte le persone che frequentano un corso diventeranno scrittori e anche che nel mondo la maggioranza degli scrittori non ha mai frequentato un corso. Non è possibile insegnare a qualcuno la solitudine, la dedizione e la tenacia, senza le quali non si può diventare uno scrittore. Cosa stai leggendo in questo periodo romano? Da quasi un anno sto leggendo prevalentemente in italiano. Ho iniziato quando ero ancora negli USA, per mantenere vivo il legame con la lingua straniera. Ora leggere in un’altra lingua è diventato un rifugio e allo stesso tempo una sfida. Nel corso della mia vita ho sempre letto e scritto in inglese, per cui ero pronta per un esilio linguistico. Quando ho deciso di venire in Italia, volevo imparare a conoscere soprattutto la letteratura. È la chiave migliore. Ovviamente la mia comprensione è molto limitata, elementare, imperfetta. Ma è anche una scoperta, come se all’improvviso mi fossi messa a scrivere con l’altra mano: in maniera forse maldestra ma nuova al punto di diventare una fonte di ispirazione. Ho letto i romanzi di Alberto Moravia, Elsa Morante, Italo Calvino e Cesare Pavese, e anche qualcosa di Elena Ferrante e Alessandro Baricco. Ho un’antologia della poesia del ventesimo secolo, che contiene, tra gli altri, i versi di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti e Umberto Saba. Di recente ho avuto il piacere di conoscere Patrizia Cavalli, quindi sto leggendo uno dei suoi libri. E mi fa sempre piacere leggere i libri dei miei amici italiani: L’America non esiste, di Antonio Monda, e Casa Rossa di Francesca Marciano. Sei autrice di due raccolte di racconti e di un romanzo. A cosa stai lavorando ora? Ho appena ultimato un secondo romanzo che sarà pubblicato l’anno prossimo. Ho finito l’ultima stesura a Roma.

“Non è possibile insegnare a qualcuno la solitudine, la dedizione e la tenacia, senza le quali non si può diventare uno scrittore”

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L’AMOROSA INCHIESTA

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Le!ori forti, le!ori fortissimi IL LETTORE VULNERABILE

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gni definizione è una malattia. Appena definiamo una cosa la inseriamo in un processo di rigidità che la svilisce fino a renderla invisibile anche ai nostroi occhi. Definendola abbiamo perso il suo sistema complesso, quella profondità che inevitabilemtne vive nella sua struttura originaria. Ma noi uomini siamo fatti così: lavoriamo per sintesi ed approssimazione. Basta fare un analisi dei nostri anni personali per capire quanto questa eccessiva linarità ci abbia offuscato, ci abbia eclissato a noi stessi. Immagino la stiuazione come un funambulo sulla corda. Una fune lunga, dritta e stretta, ch si muove leggera ad ogni folata dell’aria. Quale fatica abbiamo fatto per rimanere su questa corda tesa fra due grattacieli?  Dove il maggiore sforzo è proprio quello di non guardare giù, di non andare al fondo delle cose, perché il gesto di piegare la testa ci rende insicuri, ci lancia nel dominio della vertigine. È da qui che bisogna partire quando si parla di qualcosa che ha già una definizione pacifica. Una designazione

stratificata negli anni, ma che dagli anni ha raccolto solo la polvere. E qui arriviamo a noi, a quello di cui dobbiamo parlare: il cosiddetto lettore forte. Per lettore forte s intende una persona che abbia una frequentazione continua con la lettura, magari diuturna, costante, senza pause eccessive. Uno che approfitta di ogni momento per leggere, che s’intrattiene sui libri, ne fa argomento di discussione, entra nei circoli, alza la mano e dice la sua, partecipa ai grandi premi letterari come lettore forte, si confrotna con gli scrittori, riesce ad analizzare il testo e lo analizza anche bene. Gioca al rialzo. Ma se noi lo lasciamo nelle mani della definizione, riduciamo il lettore forte ad una sagoma, una di quelle che incontri entrando nei cinema, con l’attore o l’attrice di turno che contribuiscono a fare cassetta. Una specie di marionetta sconclusionata, che parla secondo i dettami della moda e poi la notte dorme tranquillo. Seguiamo il consiglio di Giorgio Colli, allora, ed esaminiamo le parole dal lo-

di GIUSEPPE ALOE

ro etimo. Si possono fare scoperte sorprendenti. Forte, dal latino fortis-forti, accusativo: fortem. Fermo, saldo, stabile. Oppure come dicevamo all’inizio dell’articolo: rigido. Inarticolato, paralizzato, come la definizione che lo sovrasta. No. Bisogna cambiare orizzonte. Tirarsi via dagli occhi e dalla lingua il sonno delle parole e ridare loro una sorta di concavità. Una rientranza che faccia emergere la loro faccia oscurata dall’eccessiva chiarezza. Forte? Per niente. Se la letteratura serve a mettersi in gioco, non a divorare i libri ma ad esserne divorati, se serve a diffondere incertezze e paure, a inclinare l’asse sul quale siamo seduti comodamente fumando le nostre quattro boccate di pipa, allora il lettore non è forte, neanche per idea: il lettore deve essere vulnerabile. Deve sentire ad ogni parola, che la punta della freccia entra sempre più a fondo, che sta già lacerando i nervi, che il dolore si dilata e si espande verso una frontiera che ancora non conosciamo e che ci sgomenta.

Proprio così. Il lettore forte è il funambolo, che incede sulla corda tesa, con il bilancere fra le mani. Irrigidito dalla paura e dal freddo. Siamo ad un’altezza notevole e anche se il cielo è limpido, arriva un aria di montagna, di neve che sta atterrando. Ma è nel momento che guarda giù, nell’istante in cui si lascia cadere nel vuoto, che prende coscienza della forza incomparabile della lettura. Della sua profondità che continua incessantemente a scavare tunnel d’insicurezza, di smarrimento in ogni lettore. Sta qui la sua vulnerabilità ma anche la sua grandezza. Quel desiderio spasmodico di continuare, di andare al fondo, di lasciarsi indietro un mare di guai per incontrarne di nuovi. Per dimenticare sé stessi e in questa operazione, recuperarsi. È la vulnerabilità che ci deve sorreggere. Un sisma continuo che ci fa oscillare e non ci dà punti di riferimento. La linea che pensi di aver abbozzato e che si cancella senza motivo, come i disegni che i bambini tracciano sulla sabbia e che il mare, continuamente, rimuove.

LA LETTRICE IN PIEDI

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i riuscirebbe più facile dire chi, secondo me, non è un lettore forte. Non lo è chi semplicemente legge più libri in un mese, non lo è chi legge per lavoro o dovere, spesso con fastidio. Non lo è chi scorre le classifiche dei libri più venduti e s’affida a questa bussola per pigrizia, buonafede, convinzione di essere in tal modo ‘aggiornato’. Tre volte a settimana prendo, per lavoro, il treno urbano dalla stazione Balduina a quella di Trastevere. Ad orari fissi. Incontro da mesi una giovane donna. È sul treno quando salgo, non so da dove viene e dove va (sale a Bracciano? a una fermata intermedia?). Scende con me a Trastevere e mi pare d’aver capito che si posiziona, subito dopo, sul binario

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del treno per Fiumicino. Sarà un’impiegata aeroportuale? Una insegnante? (è sui trenta e passa, difficile sia una studentessa). Dove viva e cosa faccia nella vita non so, ma so che è una lettrice forte. Sta lì, sul treno, immersa nella lettura e chiude il libro solo quando arriviamo alla fermata Trastevere. L’ho osservata nel tempo. Non è inusuale incrociare una donna che legge sui mezzi di trasporto, in una sala d’attesa di un ufficio, nell’atrio di una ASL. È però abbastanza infrequente che legga come legge la mia sconosciuta e, soprattutto, quel che legge. Sul treno resto in piedi, posso sbirciare il libro di turno e provare ad individuare la casa editrice, l’autore. Ma solo quando chiude il volume (pochi nanosecondi) e lo infila in borsa posso cogliere, e non sempre mi riesce, ciò che sta leg-

di GIULIA ALBERICO

gendo. Non ha mai un libro in classifica (salvo un Camilleri che le ho visto tra le mani una volta), deve amare la letteratura nordica perché ha letto diversi libri Iperborea, ma le piace Menendez Salmon, come pure Tabucchi. E’ una di quelle lettrici che ha decretato il successo passaparola di Un’eredità d’avorio e d’ambra e di Venivamo tutte per mare. L’altro giorno era alle prese con Molto forte, incredibilmente vicino. Era alle ultime pagine e potevo avvertire la sua concentrazione tesa al massimo. Avevamo già passato la fermata di Valle Aurelia. Ce l’avrebbe fatta a finire il libro entro altre due fermate? Teneva la testa curva sulle pagine, s’aiutava col corpo in uno slancio fisico per concludere la lettura. Ce l’ha fatta poco prima di entrare in stazione. S’è appoggiata allo

schienale, come a riaversi dallo sforzo. È restata per alcuni secondi immobile, lo sguardo aperto e fisso davanti a sé, il libro in mano, e ho sentito che stava tornando da un luogo lontano, di indicibile forza e bellezza dove Safran Foer l’aveva portata. Quando il treno s’è arrestato si è scossa, ha raccattato borsa e cartella da lavoro, è scesa. La giornata sarebbe proseguita (dove? con chi? come?). Ma certamente la mia lettrice sconosciuta l’aveva iniziata con lo stupore e la pienezza che avverte un lettore forte quando ha chiuso un altro libro scelto con cura che le ha permesso di moltiplicare la sua unica vita, troppo stretta per non dilatarla con i libri. Certi libri.

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La no!e precedente nel dormiveglia aveva sentito qualcosa scrivere all’interno delle sue palpebre.

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DICEMBRE 2012

RACCONTO SU COMMISSIONE

di ALESSIO DIMARTINO

Quella volta che Gerico entrò in libreria L

a prima volta che Gerico entrò in libreria aveva sedici anni e ingiustificate velleità da attore. Gerico non è il suo vero nome, chiaramente, ma il suo vero nome non ha importanza in questa storia. Quello che ha importanza, in questa storia, è che Gerico decise che diventare attore era l’unico modo per togliersi la verginità. Era basso, scheletrico, aveva un naso abnorme e capelli crespi senza il minimo barlume di lucentezza. Qualcuno disse che possedeva occhi magnetici color petrolio dal vago taglio mediorientale. Ma non ricordava chi fosse, quel qualcuno, Gerico. Comunque sia, dopo un provino nel quale declamò in tono asfittico e monocorde una serie di poesie della tradizione romanesca (due sonetti del Belli, una favola e una poesia del Trilussa, un’invettiva del Pascarella) venne preso nella compagnia dei Malpensanti, uno sgangherato gruppo teatrale autogestito, autoprodotto e anche autoumiliato, viste le accuse di scarsa attitudine alla recitazione che si scambiavano sovente a gola spiegata i suoi componenti. Lo caricarono a bordo perché serviva un datore luci che lavorasse gratis, beninteso. Ma tra le righe Gerico lesse la possibilità di mostrare, un giorno di pioggia in cui un attore fosse scivolato col motorino sui sanpietrini di piazza Venezia fratturandosi il gomito, tutto il talento che era convinto di celare in sé, rubandogli dunque il ruolo. Un conoscente di bisca con pretese da poeta dialettale gli suggerì di presentarsi con qualcosa di autoctono, per sfruttare la sua marcata pronuncia, evitando così allo stesso tempo annosi problemi di dizione e gli indicò gli autori a cui rivolgersi. Questo subito dopo avergli portato via diecimila lire in una partita secca di ping-pong al meglio dei ventuno. Non si potevano eludere i consigli di uno che ti aveva appena portato via diecimila lire a ping-pong, si disse Gerico. Quella prima volta in libreria comprò due libri. ‘Manuale minimo dell’attore’ di Dario Fo e ‘Vita di Galileo’ di Bertold Brecht. Fino a quel momento Gerico aveva letto solo tre gialli di Agata Christie, passione della nonna materna che viveva con loro (ma saltando le descrizioni di mobili e giardini assortiti) e un

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discreto numero di fumetti di Dylan Dog. Quella prima volta in libreria si avvicinò a un commesso e gli chiese: mi dia un libro che parli del lavoro d’attore e uno che sia il lavoro di un attore. Il commesso, evidentemente comunista, tirò fuori quei due testi. Allora Gerico non sapeva che gli autori dei testi, e di conseguenza il commesso che li aveva promossi, fossero comunisti. All’epoca Gerico sapeva solo che i comunisti erano i nemici del nonno materno, che viveva con loro e che era fascista. E che infatti, quando vide il nipote rientrare a casa con quei libri sottobraccio, commentò: Che Guevara è sotto che ti aspetta? Andate a sparare ai piccioni? Ma il commento del nonno materno e il retroterra culturale che lo sosteneva non hanno importanza, in questa storia. Quello che ha importanza, in questa storia, è che l’occasione di mostrare il talento che Gerico era convinto inopinatamente di celare in sé, infine arrivò. Grazie alle dritte di Fo (il linguaggio va plasmato secondo creatività ed esigenze di ognuno e non pedissequamente riproposto su modelli precostituiti) e di Brecht ( per narrare grandi gesta di grandi personaggi è salutare servirsi di un piccolo approccio, di uno sguardo ironico e distaccato) riuscì a impadronirsi del ruolo di un tossico infame che muore quasi subito di overdose. Cinque minuti di scena, tre battute e un paio di starnuti pseudo-tubercolotici. L’attore che doveva interpretare il personaggio trovò lavoro in uno spaccio alimentare/ tavola calda h24 due giorni prima del debutto. Quando si dice il culo. Se non altro, ci prese gusto. Da lì in poi, l’esistenza di Gerico si sviluppò su un doppio binario. Quello intellettual-letterario, e quello, chiamiamolo così, vitalistico-fattuale. Un doppio binario non parallelo, bensì intersecante. Quando Gerico si innamorò della bellissima cameriera di un pub dalle parti di via Cavour, capì subito che doveva fare a cazzotti con il suo ipertrofico fidanzato, prendendole di brutto, per riscattare i miseri e inadeguati tentavi di conquista del povero Arturo Bandini, l’indimenticabile antieroe di John Fante in ‘Chiedi alla polvere’. Non è un caso, pensò Gerico, se Il vecchio zio Charles andò a trovare John in ospedale, ormai cieco e morente, per

chiamarlo maestro almeno una volta nella vita. Poi finì il liceo e arrivò la teoria di lavori saltuari bimensili. Poco più o poco meno. Università niente, perché l’università è per chi vuol diventare dottore, e chi vuol diventare dottore non si commuove seguendo il lezzo dei disperati che si odiano, si amano e fingono di fare entrambe le cose sulle carrozze della metro di ‘Ultima fermata Brooklyn’, guidate da quel pazzo etilista di Herbert Shelby jr. Negli interstizi della teoria di lavori saltuari, cresce come erbaccia tra le crepe dell’asfalto di periferia la passione per la scrittura. La voglia inconsueta e inconsulta di buttare lì qualcosa. Ed ecco gli ‘Altri Libertini’ di Pier Vittorio Tondelli a indicare una strada possibile da calpestare per riuscirci. Gerico avrebbe sostituito una figa al secondo cazzo, una metropoli di nome e di fatto a una metropoli solo di fatto, gli anni 2000 agli anni ’80 e poi avrebbe continuato a lavorare sul risultato. Perché le pagine più belle, spesso, sono quelle che rimangono un po’ sporche, che conservano sporadici residui di calcare. E vennero anche le trasferte a Bologna, chiuso nei cessetti degli intercity due ore abbondanti, fingendo malori da bacilli indefinibili, a trovare gli amici che un giorno avrebbero voluto diventare dottori, ma con calma, senza fretta. Prima finisci quella birra e trova una cartina che non si sbricioli in mano, cazzo. E la foto sotto il portone di via Emilia Ponente dove viveva quel genio sconsiderato di Andrea Pazienza, perché Zanardi faceva ridere, Pertini faceva pensare, Pompeo faceva piangere. E poi, quando morì una certa persona, nacque una certa responsabilità e con lei le ‘Memorie di Adriano’ della Yourcenar, per tentare di capire un minimo come gestire tanta bellezza, tanto dolore e il tempo che passa e corrompe entrambi. Ci furono anni di amori transitori, viaggi programmati, possibilità fisse di guadagno monetario. Ci fu persino dello studio, perché alcune cose vanno lette, alcune cose tocca tentare di capirle un minimo. Ma non perché poi c’è un vecchio trombone incartapecorito con un florilegio di peli nelle orecchie e il relativo lacchè sponsorizzato Democratici di Sinistra che giudica le tue letture, il modo in cui le l’hai lette, il modo in cui hai tentato di capirle. Ma solo

perché ti andava di farlo. Ne sentivi in qualche modo l’esigenza. E a Gerico gli andava di farlo, ne avvertiva in qualche modo l’esigenza. E dunque via con ‘I demoni’, ‘Il rosso e il nero’, ‘Huckleberry Finn’, ‘Senilità’, ‘La morte di Ivan II’ic’, ‘Il muro’, ‘Le anime morte’, ‘Il gattopardo’, ‘La metamorfosi’, ‘Opinioni di un clown’, ‘Il castello’ e poi lui, l’egregio dottor Destouches, aka Celine, l’uomo che tra il vomito dei respinti mosse gli ultimi passi regalando alla morte una goccia di splendore, l’artista che dipinse la stanza di nero per far esplodere i colori e raccogliere poi con una sorta di lucida pietà braccia, gambe e teste mozzate tra le macerie della continenza borghese, il genio maledetto dagli uomini e benedetto dai demoni (dostoevskiani e non), l’incendio che abbaglia la vista, brucia le dita, forse anche le palpebre, restituendo senso alla bellezza, al dolore e al tempo che passa e corrompe entrambe. L’ustione che sfodera i nervi e acuisce la percezione. E poi, certo, continuarono per Gerico i bar con l’amaro caldo alle quattro del mattino, le scazzottate tra disperati che vogliono solo una buona storia da raccontare per certificare un: sì, io c’ero e non mi sono mica tirato indietro. Non c’ho niente da perdere, io. E poi, certo, giunse pure il grande amore. E come giunse scomparve. Un’onda sul bagnasciuga, che delle impronte lascia solo un confuso ricordo. Erano là? O forse di là? O dall’altra parte ancora? E anche in quel frangente, per Gerico, oltre alle canzoni di Cocciante che si mise in testa di usare al posto del gas, ci fu un libro. Perché i libri accadono quando devono accadere, anche se non dovrebbero accadere. Un libro che lo fece piangere. I libri non fanno piangere, di solito. Non fanno né piangere né ridere. È molto difficile. Eppure Gerico in quell’occasione pianse. Pianse per sé, per il sé che lo aveva abbandonato tramite lei, per le orme dimenticate sul bagnasciuga, per il tempo passato, per i tanti libri ancora da leggere e i pochi ancora da scrivere, chissà. E alla fine, esaurite le lacrime, Gerico si preparò a compiere trent’anni. E a vivere ancora qualcosa di sconosciuto e banale insieme.

Dove le mele luccicavano dai bara!oli e le pesche me!evano in mostra le guance arrossate dal caldo estivo.

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Orlando esplorazioni

DICEMBRE 2012

APPUNTI PER UN PIACERE DIFFICILE

di LETIZIA LEONE

Apri un libro alla pagina giusta

ILLUSTRAZIONE ALESSANDRA DE CRISTOFARO

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na clessidra o un teschio, quasi dei souvenir archeologici del “memento mori” su un tavolo di legno dove un dotto umanista, chino sulle pagine di un grosso volume in-folio, un codice miniato forse, legge alla luce di una candela. A volte nella penombra dell’interno la presenza placida di qualche animale: un leone, un pavone o una coturnice. È questa l’icona tramandata nei secoli dell’atto della lettura, immagine di una cerimonia privata da svolgere nella solitudine e nel silenzio, sebbene oggi quel modo di leggere ci rammenti antiche gestualità che confinano con la dimensione di un rito esoterico. Certo, lettori come quelli del quadro di Chardin, Le Philosophe lisant (1734), dal quale George Steiner prese ispirazione per il suo saggio sulla lettura ben fatta, o quello di Il San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina (1472), non esistono più. Il mondo dei libri va smaterializzandosi in impronte digitali che negano il possesso fisico, e soprattutto giuridico, visto che i beni intellettuali nella liquidità del web hanno lo status di informazioni transitorie non ereditabili e, comunque, a fronte di altri vantaggi, viene a mancare soprattutto la gioia tattile e un po’ erotica del corpo a corpo con la pagina. Rinuncia difficile per quei lettori di fine Novecento come me abituati all’incarnazione polidimensionale degli alfabeti in carta e inchiostro dentro cofanetti più o meno tascabili. E se la forma è quella del cubo, questo contenitore è metaforicamente aperto e illimitato come scrive Manganelli: se il libro è cubico...esso è percorribile non solo secondo il sentiero delle parole sulla pagina,..ma secondo altri itinerari...e diventa così minutamente infinito, comprensivo di tutti i possibili libri paralleli... che vi si acquattano. Comunque se penso ad una lettura ben fatta, quella che porta al disvelamento della “presenza nascosta di ciò che permane” attraverso i secoli, per usare un gergo ermeneutico, mi viene da metterci dentro anche questo, le vibrazioni di odori e rumori di matite e fogli come sottili afrodisiaci dell’intelletto. Come non ricordare il nonno di Sartre che apre il libro alla pagina giusta facendolo crocchiare come una scarpa? L’esegeta biblico, antico lettore del libro esemplare, si può considerare il fondatore dell’ermeneutica, l’arte dell’interpretazione del senso profondo e segreto della Scrittura. La lettura ben fatta rivela dunque un sapere iniziatico, a dispetto di una lettura ingenua che scorre la superficie letterale, e va praticata con la stessa devozione che si deve a un testo sacro fino alle estreme conseguenze del soggettivismo interpretativo della Torah: libro-organismo-vivente, incarnazione della Sophia, dove ogni versetto è scritto per ognuno dei suoi lettori. Esempio di lettura infinita, aperta ad inesauribili percorsi di significato.

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Dato l’aforisma di Goethe sulle tre specie di lettori (quella che gode della lettura senza giudicare, una terza che giudica senza godere e quella di mezzo, che giudica godendo e gode giudicando, l’unica che in verità ricrea di nuovo un’opera d’arte), capiamo che la lettura acquista un valore di “accadimento”, di risposta al testo. Il libro attiva delle perfomances di significato piuttosto che cristallizzare un significato univoco, come ci avvisa Jauss, che elabora una teoria della ricezione dalla parte del lettore ideale. Chi ha detto che certi libri sono come un pic-nic nel quale l’autore porta le parole e il lettore il significato, ha centrato in pieno la questione; ma non sottovalutiamo il ruolo rovinoso, di questo lettore ideale, teso a realizzare esaustivamente tutto il significato dell’opera con il risultato della sua definitiva consumazione. Sì, perchè il testo necessita di vuoti e di pieni, di indeterminatezza, è portatore di una gerarchia di strati di significato e la sua struttura consente il completamento. Dante nell’Epistola a Cangrande della Scala, indica un metodo verticale di lettura del suo poema, una sorta di percorso iniziatico vesro il quadruplice senso diluito nei versi, circoscritto si, in via definitoria, in letterale, allegorico, morale e anagogico, ma allusivo di una vertigine interpretativa senza confini. Una polisemia legata all’opera ma che allude a quel carattere specifico del messaggio poetico volto verso una strategia di ambiguità, radice stessa della poesia, dopotutto. Il lettore profondo, il cui atteggiamento è “analogizzare”, solleva delle “lunghe onde mentali” di associazioni in un coinvolgimento che fa dire ad Henry James di partecipare a un testo di narrativa con l‘illusione di aver vissuto un’altra vita. Comune ai vari studiosi dell’estetica della ricezione è il disagio che procura una sistematizzazione dottrinaria della lettura. In fondo leggere è una deriva, un nomadismo, una de-territorializzazione, soprattutto nel romanzo moderno dove il grado di indeterminatezza è aumentato. Oggi lo scrittore ha seppellito l’autore, deus absconditus che nasce contemporaneamente al proprio testo, la sua scrittura non ha altra origine che il linguaggio stesso, rileva Brathes, lettore d’eccezione. E poi si stagliano in modo monumentale, gli immensi lettori del Novecento, tra i quali Benjamin, Heidegger o Borges che nella sua biblioteca era in grado, malgrado la cecità, di ritrovare a colpo sicuro la pagina esatta di una citazione. Borges, lettore totale nato in una biblioteca, in “Altre inquisizioni” ci consegna un modo di lettura creativa e intuitiva nella convinzione che forse la storia universale è la storia di alcune metafore. Il giovane impiegato “mal visto” perchè leggeva i libri della biblioteca Miguel Cané dove lavorava, giunse alla fine a meditare

pochi autori. Tra questi il visionario Dante, sorvolando d’un balzo l’effimera attualità, perchè “voler essere moderno è un obbligo del tutto superfluo” dato il numero esiguo di fatti e uomini essenziali nella storia della cultura. Ma un lettore contemporaneo? Come può districarsi tra i 63.800 libri pubblicati in Italia nel 2010, ad esempio? Joseph Brodsky nel 1988 alla prima fiera del libro di Francoforte parlò della necessità di una bussola per navigare nell’universo impazzito dell’industria culturale. Sicuramente, disse, a qualcuno piacerebbe scavarsi una tana in un grosso romanzo scadente, ma non si legge solo per piacere. Si legge anche per imparare. Così se il tempo di una vita è poco, una scorciatoia può essere la poesia perchè la poesia insegna alla prosa non solo il valore di ogni

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«Non cerchi di sentire le macchine da scrivere» lo avvertì Culpepper. «Solo ogge!i silenziosi».

singola parola, ma anche la mercuriale velocità degli schemi mentali della specie unama. Raccomandazione elusa, forse. Comunque se volessimo prendere appunti per un’apologia della lettura dovremmo partire dal postulato fondamentale che la lettura è un’arte della comprensione, ci riconcilia con il silenzio e la solitudine, ci riconcilia con l’uso della memoria e con meccanismi di invenzione e creazione. Ci destabilizza aprendoci alla molteplicità dei punti di vista con l’ecumenismo di una letteratura mondiale. Soprattutto ci apre alla ricerca, fosse anche solo quella di un piacere difficile: un sublime del lettore esiste e sembra essere l’unica forma di trascendenza terrena che potremo ormai raggiungere, a eccezione della trascendenza ancora più precaria che chiamiamo ‘innamoramento’. (H. Bloom)

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DICEMBRE 2012

INIZIATIVE PER LETTORI DEBOLI

di ELISA ZANOLA

Un urlo in forma di legge D

FOTO DI SIMONE NEBBIA

al forum del libro di Vicenza di fine ottobre, una proposta di legge per promuovere la lettura (ed una possibile terapia) del nostro personaggio libresco, ultimamente malinconico e di salute cagionevole. Questa storia inizia con una richiesta d’aiuto. Con la ricerca di una cura. Di una possibilità di guarigione che, ci appelliamo anche alla tua sensibilità, merita di essergli concessa. Incomincia con un morbo, con un malessere, annunciato da sintomi inequivocabili. Ma forse esistono possibilità di salvezza per il nostro protagonista: il libro. -Una legge d’iniziativa popolare salverà il libro. Una legge sulla sua promozione, vicina alla cittadinanza, promossa dalle istituzioni.C’è chi ha diagnosticato che l’origine della sua malattia derivasse da una inestinguibile, sofferta, disperata solitudine. E libro non vuole esser solo. È generoso, ha tante doti, spiccate predisposizioni intellettuali. Non rifiuta il coinvolgimento emotivo. Ama viaggiare e soprattutto trasportare il suo lettore. Ovunque. Non si lamenta quasi mai, è difficile annoiarsi in sua compagnia. Diverte, commuove, spaventa. Domanda di esistere. -In una situazione di democrazia rappresentativa, la cittadinanza deve essere protagonista attiva. E la crisi essere vista come un’opportunità di trasformazione. La filiera del libro, necessita di essere promossa in tutte le sue fasi. Nella nostra società della conoscenza, quella del libro è un’esigenza di esistenza-. - È necessario sempre un rendiconto, una valutazione, per stabilire criteri di eccellenza. L’editoria rappresenta un’iniziativa economica di utilità sociale ed è fondamentale che ci sia una risposta da parte del mercato. Libro ha, insieme a tanti vizi, di forma e stile, anche innegabili doti: offre possibilità sempre diverse, alternative che non si esauriscono mai. È paziente, di una generosità rara. Sa darsi interamente. Se tradisce lo fa con la scaltrezza del grande seduttore: ma seppur sa beffare i suoi personaggi, mai tradirà l’oggetto del suo amore: te che stai leggendo queste parole, il suo interlocutore. Anche a te che leggi è rivolto il suo appello. Perché libro è stato colto da un male indiscutibilmente grave per alcuni, superabile per altri. Una malattia che lo scuote dal profondo, nella sua identità libraria ed esternamente, nella sua forma materiale. La soluzione, forse, sta in un lavoro congiunto da parte di coloro che più si prendono cura di lui. Autori, editori, librai, bibliotecari, sono la sua famiglia.

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-Come Presidente dell’associazione librai italiani, posso dire che tutte le librerie sono in prima linea per difendere il libro e la lettura. Le librerie dovrebbero mettersi insieme e instaurare un prolifico rapporto con le biblioteche, un patto con gli editori. Cooperando anche con enti, scuole, associazioni culturali. Fini psicologi sostengono che nell’ultimo periodo, libro soffra anche di qualche problema relazionale. Il suo ego narcisista e ipertrofico, le sue manie di onnipotenza, si scontrano con le identità altrui, che libro ha un’insopprimibile tendenza ad assimilare alla sua. Gli altri, pochi in realtà, che riescono a superare l’iniziale diffidenza che il suo aspetto grafico, un po’ burbero, può far nascere, proveranno un irresistibile bisogno di auto identificazione. Nei casi peggiori di contagio da libro, le persone colpite inizieranno a passare intere giornate dedite alla scrittura. E diventeranno autori. -In quanto autrice, il problema del perché le librerie stiano chiudendo diventa fondamentale. Ed è stato all’origine di un progetto che ha visto il coordinamento degli autori e delle librerie sarde. Sta cambiando anche il mestiere dello scrittore e bisogna ripensare a meccanismi che siano nello stesso tempo etici ed economicamente convenienti. Che permettano anche di favorire gli autori emergenti, grazie anche a percorsi di maternage con gli autori forti. Libro, spesso soffre di egocentrismo e di diverse nevrosi e manie. È istrionico, ha un insopprimibile bisogno di attenzione, che ricerca, in modo costante, continuo e spasmodico. Libro ama mascherarsi in forme contraddittorie e diverse: sa cambiare spesso aspetto, passando da una raccolta di poesie francesi a un trattato di diritto penale. Questo bene lo sanno i bibliotecari. -Come portavoce dei bibliotecari, credo che la lettura sia una priorità nazionale, spesso sottovalutata nella percezione, nel comune sentire. Servono nuove politiche a favore dei lettori, ma anche dei librai, degli autori, degli editori e delle biblioteche. Bisogna capire l’idea di lettura che si vuole veicolare, suggerire agevolazioni e proporre un libro che sia equo e solidale. -Parlo da editore. La bozza di legge di cui si discute, in concreto, vuole aiutare gli italiani a capire che i libri servono. È utile anche riflettere sul fenomeno della digitalizzazione e ricordarsi che anche gli e book hanno sempre un editore. Ma libro, si diceva, si è ammalato. La sua carica oppositiva ed eversiva si è trasformata in una mansueta mitezza, che non è mai accettazione, ma è un travaglio silenzioso e sommesso. Libro a volte si sente vecchio, la sua rabbia fatica ad

essere incendiaria. Libro si percepisce precario, disoccupato, sottratto alla missione per cui è venuto al mondo. All’origine della sua malattia, questo dato: libro non viene letto. Sono pochi coloro che lo incontrano; pochissimi, in Italia, coloro che lo frequentano abitualmente. E se si ripartisse dall’infanzia per creare la futura generazione di lettori? -Come autrice di libri per ragazzi, credo sia fondamentale l’appello alla lettura durante l’infanzia. Promossa attraverso iniziative che diano il senso sociale del leggere insieme e grazie a libri selezionati da apposite commissioni, facciano capire anche ai più piccoli, che siamo quello che leggiamo. -Dalle rilevazioni del Centro per il libro, emerge che solo il 18% della popolazione adulta italiana legga abitualmente. È fondamentale allargare il numero dei lettori: questo significherebbe anche cambiare la qualità dei cittadini italiani. Sono stati redatti manifesti per la lettura (immunostimolanti), campagne per il libro (amfetamine) iniziative librarie di varia natura (cardio e neuroeccitanti). Fino ad un’operazione chirurgica in forma di proposta di legge. Si sono riuniti, in città palladiane e altrove, le massime autorità in materia. Libro si fece esaminare attentamente dai suoi dottori; per meglio conformarsi alla loro eleganza, arrivò all’appuntamento biascicando una erre moscia molto accentuata, con i capelli tirati indietro con la brillantina, con una cravatta rigorosamente rossa, diversi giornali sotto braccio, l’immancabile trench ed una bianca barba molto curata. Ringraziò tutti per quello che stavano facendo per lui: gliene era debitore, grato, grato, immensamente gra-

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to. Strinse molte mani, alternando cenni di capo compiaciuti. Ma qui accadde una cosa strana. Gli illustri dottori, patinati, imbellettati, cerimoniosi, affascinanti nel loro impenetrabile, aristocratico rigore, nell’ingioiellato galateo della loro scienza, decisero di lasciare a metà l’operazione chirurgica. In assenza del primario, del lettore. Ci furono tanti sguardi in quella cerimonia silenziosa, di presenti assenze, di parole taciute, con qualche malcelato sbadiglio, qualche indice sollevato in alto, qualche vuoto riempito con movimenti che lasciavano rilucere gli orologi scintillanti, i pesanti anelli d’oro. I dottori si riunirono e se ne andarono senza proferire troppe parole. Ma l’operazione chirurgica era comunque iniziata. Libro fu lasciato a cuore aperto, in tutta la sua plebea nobiltà di figlio bastardo d’un popolo eletto, quello dei lettori, a coprire con le sue urla il silenzio dei suoi medici. E libro gridava, gridava, gridava. Con una disperazione lacerante, forsennata. In attesa di colui che non aveva partecipato a quell’operazione chirurgica, in attesa di te, lettore, che forse ancora sei in tempo per prendere la parola, pagina alla mano e salvarlo. Guarendo ogni sua ferita con la tua attenzione. E riportandolo, dolorante, urlante e arrabbiato, sotto i portici, fuori dai sagrati, nelle piazze. Usandolo come amplificatore, megafono, altoparlante. Perché libro non può essere zittito. Forse neppure normato. Adeguato. Moderato. Libro va fatto a pezzetti, riga dopo riga, sillabando ad alta voce ogni parola. Libro va rapinato. E ogni lettera rubata, va esposta, ad alta voce. Non come un trofeo, ma come un inno. Corale. Perché ogni libro va fatto urlare.

Scrivere è acquistare per corrispondenza.

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Orlando esplorazioni

DICEMBRE 2012

DATI SETTECENTOMILA LETTORI IN FUGA?

FOTO DI SIMONE NEBBIA

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a cultura ci salverà: “Settecentomila lettori in fuga. Più che una statistica, il bollettino di una disfatta, la certificazione di un’emorragia documentata dall’ Istat per la lettura. Come se tutti gli abitanti di una città grande come Palermo - anzi, qualcosa di più dichiarassero di non aver aperto libro negli ultimi dodici mesi”. Ipercritica e tagliente, Simonetta Fiori dipinge così, in un articolo su Repubblica, la diserzione dei così detti “lettori forti” nell’anno dei Maya. Ma chi sono davvero questi cultori del libro? Banalmente, la convenzione più accreditata suggerisce che è sufficiente aver letto 12 libri in un anno, appena un libro al mese, ma soltanto due anni prima della “tragica disfatta”, sempre l’Istat propone un ritratto assolutamente scientifico di quello che a sua detta appare come il “lettore-tipo”. È donna, laureata e del

Centro Nord; non sono da meno bambini e ragazzi, che guadagnano a pieno diritto il titolo di divoratori di libri con un picco massimo tra gli 11 e i 14 anni, sfatando una volta per tutte il mito dei giovani incolti e ipnotizzati. Nel 2010, più in generale, si è registrato un aumento dei lettori di libri dal 45,1% al 46,8%; tradotto in cifre, 26 milioni e 448 mila persone, dai sei anni in su di età, che hanno dichiarato di aver letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti. E la regola dei dodici libri l’anno? Contraddizioni a parte, probabilmente il metodo di ricerca statistico forse non rappresenta a pieno lo sfondo culturale di un intero paese, men che meno le abitudini di questi famigerati grandi lettori. Qualche hanno fa Pietro Citati scriveva: “In Italia, non è mai esistito un grande pubblico di lettori: ma, almeno fino a pochi anni fa, esisteva un

numero di buoni lettori forse superiore a quello inglese, francese e tedesco. Non saprei dire quanti siano, chi siano, come si formino, come si sviluppino, come comunichino tra di loro, come muoiano e rinascano”. Purtroppo, lungi dall’essere una pratica culturale radicata, quella della lettura è andata sempre più delineandosi come un costume di massa legato più o meno all’ultimo bestseller di turno. Identificandosi sempre di più in un certo target, infatti, il fruitore viene spinto quasi inconsapevolmente a scegliere in maniera abitudinaria un certo standard di lettura così che la “cultura” appresa, anziché fungere da lanterna per guidare lo spirito critico, diviene una sorta di baluardo dell’esteriorità senza contenuti. Difficile da catturare e delineare nei sui tratti distintivi per varie ragioni, probabilmente il lettore forte diventerà, o

di FABIANA SANTANGELO

è già, colui che verifica le proprie fonti. Un “rivoluzionario” capace di districarsi dal magma indistinto dell’informazione e di trovare nel presente le radici storiche degli accadimenti.

OPINIONI SE IL LETTORE È FORTE QUANDO INFLUENZA IL MERCATO, LA LETTURA È FORTE SE INFLUENZA IL LETTORE di ANGELA GALLORO

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hi sono i cosiddetti lettori forti? Parafrasando un celebre detto, si tende a pensare di più a cosa noi possiamo fare per i libri piuttosto che a ciò che i libri possono fare per noi. Sarebbe opportuno leggerli, innanzitutto. Che non è poco. Quello che vale per il quotidiano, la fenomenologia del “sentito dire” non vale per il testo, che assume sfumature infinite, e così personali da far sì che una serie di momenti della vita siano di proprietà di un libro. La letteratura ha il potere di contenere le cose, molto di più di quanto riesca a fare la nostra memoria. Ciò che leggiamo si prende la briga di recuperare tutto quello che ci sbricioliamo dietro, di raccogliere i pezzi perduti e tenerli lì, in un angolo della mente che ha nulla (o poco) a che fare con la cultura. Il concetto di ‘lettore forte’, cioè banalmente (è il caso di dirlo) chi legge 1012 libri l’anno è una definizione che non si allontana da una sterile indagine di mercato, utile agli editori o ai librai e che svilisce l’apporto di conoscenza di questo strano ‘prodotto’ che è il libro. Spesso, indagini di questo tipo identificano solo una parte di pubblico, quella attratta dal libro-novità (o libroscandalo) o dal bestseller, o spinta – più che da un interesse letterario fine a se stesso – dal film  che ne è stato tratto, dalle vicende biografiche dell’autore, soprattutto quando quest’ultimo non è uno scrittore di professione, ma un personaggio altrimenti famoso. Insomma, sembra che la curiosità venga su-

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scitata più da quello che finisce casualmente in libreria da ambiti collaterali, quello che non nasce come libro ma lo diventa, che dal valore effettivo dell’opera. Da una parte i lettori forti casuali, quindi, che si lasciano trasportare dalla moda o dall’offerta speciale del momento, e dall’altra parte i lettori forti consapevoli. Il problema di questi ultimi, però, è che la loro lettura non può essere valutata in base alla quantità di libri letti ogni anno, né in base a ciò che significano per il mercato editoriale in quanto acquirenti: perché i lettori di questo tipo sono quelli che non considerano il libro un bene di consumo, ma un oggetto di altra tipologia, con un potere “conservativo”, a lungo termine, con una sua specifica influenza sui gusti, le aspettative, le conoscenze, con il suo “valore cultuale”, se vogliamo. In altri termini, non si possono fare indagini statistiche su quanto la lettura influenzi il lettore, perché questo esula dal campo economico-editoriale ed entra in quello umanistico.  Ma sarebbe questa la parte interessante da studiare, la lettura forte. Farne, insomma, una questione di qualità più che di quantità: un po’ come la differenza tra una recensione e una scheda/segnalazione sul giornale: la prima, utile di più al lettore perché entra nel merito di ciò che il libro può dargli, la seconda utile principalmente all’editore e a ciò che il lettore può dare al libro (visibilità-vendite).

Se si è lettori forti lo si capisce subito, quando scorrendo tra le pagine si trova la cornice che ci contiene. Il lettore vero è egocentrico e testardo, e se ha visto un pezzo della propria città nella pedanteria delle donne di Combray non c’è modo, davvero, di fargli cambiare idea. A volte il lettore è più forte del personaggio, anche quando non può immedesimarsi nel protagonista, nel buono, nel cattivo, nell’inetto. Chi, approcciandosi con buon senso al primo vero romanzo del mondo, non ha cercato di far ragionare il cavaliere dalla triste figura, senza riuscirci, finendo per spernacchiarlo ad ogni pagina per chiedersi, poi, se non possa capitare anche a lui quella dolce malattia visionaria che colpisce chiunque legga? C’è un’ingenuità acrobatica nel leggere un testo narrativo o di poesia, un approccio del tutto infantile in cui l’autore diventa un’incubatrice protettiva e dispensatrice di verità, che attira fiducia come un magnete. Se anche dovessimo venire traditi alla chiusura, poi, è comunque con questo spirito che bisognerebbe aprire un libro. Non c’è, in un tempo che dice la sua su tutto, un criterio assoluto per definire le caratteristiche del lettore forte: d’altra parte il racconto non è del lettore più di quanto non sia proprietà dell’autore, si trova in quello spazio tra l’uno e l’altro che nella letteratura contemporanea diventa infinitesimale. L’autore è lì, a forma di bersaglio, a portata di critica, ed è troppo facile fidarsi senza bat-

tere ciglio. Per questo i classici sono classici solo lontano da noi, perché la possibilità di comunicare con l’autore ci viene negata e, messi con le spalle al muro da un capolavoro, non possiamo che arrenderci alla sua autorità senza volto. È da vicino che questo diventa difficile, il giudizio violento e indiscriminato, ma sopratutto fuori luogo, dal momento che la letteratura non dovrebbe essere altro che quella “sottrazione di peso” di cui parla Calvino, all’insegna della leggerezza del vivere più che della pietrificazione del giudicare. Il lettore forte non va confuso con il più veloce, con il più curioso, nemmeno con il più critico, ma con quello che si lascia coinvolgere dal contenuto del libro, al di là della strategia editoriale, che lo lascia entrare pazientemente nella sua giornata, che costruisce, con ciò che legge, un nuovo strumento per guardare il mondo. Una lettura consapevole dovrebbe muoversi con cautela e rispetto nei confronti di una storia, dopo averla scelta con quell’intuito che è forse la prima caratteristica del lettore davvero forte. Intuito che permette un certo discernimento e che ci trattiene dal giudicare un libro dal suo successo (o, ancora peggio, dal suo positivo insuccesso) sul mercato. Ciò che bisognerebbe verificare – e in quanto lettori, favorire – è che l’interesse per i libri (che siano 10-12-20 l’anno) corrisponda davvero all’interesse per la lettura.

Non eravamo felici, allora. Diventammo felici. Come? Dopo secoli, la voce di una nuova ci!à ci raggiunse.

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Orlando esplorazioni

DICEMBRE 2012

LETTORI FORTISSIMI GIACOMO LEOPARDI

testo e foto di MARIA SILVIA MARINI

Le cucine e le camere da le!o erano librerie Qui, Giacomo e i suoi fratelli, imparavano a conoscere il piacere di toccarli, i libri, di maneggiarli, di farli propri non solo concettualmente, ma piuttosto fisicamente

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crivevo e tentavo di ricomporre i pezzi del viaggio che mi aveva portato a Recanati, tentavo di rimettere insieme le annotazioni di una visita ad un luogo che credevo di conoscere, e che invece mi risultava tanto difficile descrivere, ora che l’avevo vissuto in un altro modo. Sembrava quasi che non avessi compiuto solo una semplice visita ad una mostra, ma qualcosa di più. Avevo compiuto un viaggio nella memoria della vita di Leopardi o nella mia, di memoria? Avevo conosciuto la storia del poeta o una storia più grande, che coinvolgeva anche me, e come me ogni individuo di fronte a una storia di un uomo tanto particolare? Spesso le esperienze che ci appaiono più semplici, sono quelle che hanno i risvolti più inaspettati. A volte, leggere serve a compiere un passo, un passo che vada aldilà della coltre con cui la realtà, nella sua contingenza, vela il vero significato che chi questo passo decide di compiere tenta ossessivamente di afferrare. Probabilmente è questo il vero viaggio, l’unico che davvero conti, quando si legge. Forse era questo il viaggio che Giacomo Leopardi, ogni volta che si sedeva su quella collina, poco sotto il suo palazzo, percorreva. Lo stesso che percorrevo io, incamminandomi verso quella Biblioteca, sbagliando strada, attraversando il parco del Colle dell’Infinito, sedendo ogni tanto a riposarmi (ma soprattutto a far riposare mia zia, venuta con me), e a guardare il panorama. Un panorama, un orizzonte così familiare per me, con quelle colline e quegli scorci con cui i miei occhi avevano preso tanta confidenza, col passare degli anni. Eppure in quel momento erano una scoperta, pur sapendoli nel profondo, pur avendoli ben stretti fra i ricordi dell’infanzia: avevano un valore diverso. E mi veniva da chiedermi, mentre scuotevo l’ombrello fradicio di pioggia e di uggia autunnale, dove fosse quell’Infinito di cui Leopardi scriveva, da che parte lui rivolgesse lo sguardo, a cercare luna e stelle e senso. Per Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, la biblioteca fu , principalmente un sogno da allestire e concretizzare: rischiò di sfondare le cucine, peraltro ancora visibili, ribattezzò le camere da letto come librerie, pur di far posto ai libri: per lui il sapere andava condiviso quale spazio di dialogo con i propri figli, dove crescere e confrontarsi con loro. La Biblioteca non fu solo libreria: fu rifugio, torre d’avorio, luogo ameno. Percepivo, esplorando questo posto, di non poter scindere il luogo fisico dal luogo simbolico: erano uniti indissolubilmente, legati a doppio filo. Qui, Giacomo e i suoi fratelli imparavano a conoscere il piacere di toccarli, i libri, di maneggiarli, di farli propri non solo concettualmente, ma piuttosto fisicamente. Ed era un peccato, se hai avuto la fortuna di crescere in mezzo ai libri (mi tornavano in mente quelli antichi comprati da mio nonno, quelli regalati dalle zie – zie che ti ingombrano

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la vita anche con la scusa della letteratura –, quelli accumulati dalla mia famiglia nel corso di decenni, quasi fossero dei cimeli, delle testimonianze), non poter toccare. La guida, come se raccontasse una fiaba, ci spiegava che una volta aperta, la Biblioteca, non vide nessuno degli abitanti di Recanati, ai quali era stata dedicata e offerta, tra i propri visitatori. Non si poteva biasimarli del resto: la maggioranza della popolazione recanatese, allora, era analfabeta. Il progetto di Monaldo era sì romantico, ma utopico: nessuno mai, in casa Leopardi, si preoccupò di insegnare a leggere e scrivere alla plebe che doveva avvicinarsi al mondo dorato dell’erudizione: forse, quella della famiglia Leopardi, era solo ingenuità. Certo questo mi illuminava su aspetti peculiari della psicologia di Giacomo Leopardi: quella vena di profonda insoddisfazione e insofferenza verso l’umanità che lo circondava, specialmente quando questa lo chiamava a sé per giocare da protagonista; quel continuo rivolgersi al passato, al ricordo; quel vagheggiare l’infinito e quel volersi perdere nell’oblio; quell’uggia nel sentirsi invisibile e perennemente incompreso: forse tutto ciò nacque proprio in quella Biblioteca, che doveva essere di tutti e per tutti (Quando venne aperta, nel 1812, ci spiega la guida, nella seconda sala venne scritto su una targa marmorea “FILIIS AMICIS CIVIBUS MONALDUS DE LEOPARDIS BIBLIOTHECAM ANNO MDCCCXII” ), e che in realtà fu per lui prima culla e poi prigione. Era il luogo eletto dove rintanarsi, dove ritrovare quel padre strano che a Giacomo aveva dato le ali, e che però lo tratteneva perché pensava non fosse in grado di volare. È luogo comune il ritenere che le letture che Leopardi aveva a disposizione in casa appartenessero ad una cultura attardata: grazie alle acquisizioni del padre poté attingere all’opera di Rousseau, al Diderot e al D’Alembert della “Encyclopedie Methodique”, a Madame de Stael, che tanto influenzò il suo pensiero e che tanto gli diede da riflettere, a Monti, a Voltaire, a Sulzer e alla sua teoria del piacere, verso cui Leopardi era debitore... Li amò molto, i suoi figli, Monaldo, fu per loro anche madre: li coccolò smisuratamente, perfino attardandosi, nel lettone della camera da letto, con loro accanto, ad inventare favole, anche per tutta la notte... Eppure sembrava di vederlo, Giacomo, prendere il suo tavolino di legno, ancora intatto nella terza sala, dove campeggiava anche il suo mezzobusto, porlo di fronte ad una delle finestre della biblioteca, e studiarvi per ore (il padre testimonia che, già a undici anni, aveva letto, nell’arco di sette anni, dodicimila testi, con una media di sette/otto libri al giorno), inframezzando quello studio “matto e disperatissimo”, volgendo lo sguardo sulla piazzetta sottostante, dove la vita quiete del villaggio si dipanava nonostante lui. E dai “veroni del paterno ostello” guardavo laggiù, oltre un limite che forse a lui sembrava invalicabile, dove c’era Teresa, o Silvia, dove c’era la giovinezza ingenua, ignara del Vero, che la ragione adulta guarda con ironico e bonario distacco, ma che il cuore di un ragazzo solo desidera con slancio. “Dove finiscono i sampietrini, finisce Recanati”: la signora che avevo sentito mentre

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spazzava l’uscio del suo negozio, tornando al parcheggio, con zia che teorizzava su un possibile disegno divino circa la congiuntura per cui doveva riprendere sistematicamente a piovere quando decidevamo di incamminarci da un luogo ad un altro, aveva ragione. Recanati finisce con i sampietrini: qui, però, comincia l’infinito, il caro immaginar. E mi chiedevo: senza l’inganno e l’illusione dell’infinito, come sarebbe sopravvissuto? Ed ad un certo punto si ribellò, Giacomo, e i suoi viaggi volle avverarli, volle aprirsi agli Altri, vedere il mondo. Proprio in una delle sale della Biblioteca c’è la prova del suo disagio, e del suo desiderio di infrangere i vetri della campana sotto cui stava lentamente morendo: era emozionante vedere il passaporto che si fece inviare, nel luglio del 1819, di nascosto, per fuggire a Milano, con l’aiuto del suo amico/mentore Pietro Giordani. Escogitò il piano in modo pressoché perfetto, facendo in modo che il passaporto arrivasse la sera prima della partenza. Ma il destino volle beffarlo, ancora: “sbagliarono” a consegnarlo, e il documento finì nelle mani paterne. Riuscì ad andarsene solo sei anni più tardi, dopo una depressione fortissima, causata dall’impossibilità di prendere in mano la propria vita, soprattutto dopo tutti gli anni trascorsi sulle sudate carte, sui libri, su quei dannati libri, che tutto potevano insegnare, che ovunque potevano condurre, fino in capo al mondo, ma che lo facevano inesorabilmente ritrovare, una volta chiusi, sulla sua seggiola, al buio, davanti alla finestra, a guardare la vita degli altri scorrere, mentre la sua rimaneva seduta, senza forza. Aveva qualcosa di speciale quella Biblioteca, era un ricettacolo di ricordi. E visitarla era compiere un viaggio che aveva due significati, due facce, in fondo, della stessa medaglia: da una parte c’era il viaggio conoscitivo di un luogo, il luogo dei libri, attraverso la mostra e lo spazio della Biblioteca; dall’altra c’era il viaggio che quel luogo stesso, gravido di storia e di ricordi, a sua volta portava a compiere nella vita del poeta e nel senso che l’immaginazione, e il sentire di ognuno, ha nella propria, di vita. Sembrava che anche Giacomo avesse compiuto un doppio viaggio, metaforico e reale: dai libri all’immaginazione, dall’immaginazione all’esistenza piena, a un nuovo congiungimento con la realtà. Dalla Natura, alla Ragione.

Morì presto, a Napoli, forse di colera, a soli 39 anni. Preferì i viaggi ai libri, disse Monaldo. Preferì la vita, alla fine, come avevo finalmente capito grazie a quella Biblioteca, nel disperato tentativo di uccidere metaforicamente lo stesso padre che tanto aveva adorato. Preferì tentare di diventare sé stesso, per dare senso all’infinito che sentiva scorrere dentro di sé.

“Quanto si perde, quanto s'acquista?” si domandò. “Quanto si lascia, quanto poi resta?”.

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DICEMBRE 2012

i rile!ori RILEGGERE DICKENS NEL 2012 - E PIANGERE

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l fatto è questo, sembra che nessuno pianga e invece qualcuno sta piangendo. Va sempre così. Può capitare che un pomeriggio, di ritorno da scuola, una ragazzina si accosti al proprio padre. Lui è di spalle, si dondola sulla sedia accanto al fuoco, «come se non si sentisse bene»: «Quando mi sono chinata per guardarlo in viso, mi sono accorta che piangeva. Più gli parlavo e più nascondeva la faccia». Le lacrime, nei romanzi di Charles Dickens, seguono percorsi sotterranei, segreti (Clint Eastwood lo sa, e lo mostra nel suo film, Hereafter). Affiorano come piccoli fiumi carsici, quando la tabella di marcia del dolore segna improvvise accelerazioni. È allora che si piange. Ma non è solo la miseria – la miseria in sé – il problema. Le disgrazie della vita orfana, certo, le botte, la prepotenza altrui, la fame, «tutte le punizioni e mortificazioni, tutti i digiuni e le astinenze». Però non è solo questo. Il ragazzo Pip con gli scarponi pesanti, nel romanzo Grandi speranze (1861), vive per intero lo schifo del mondo – e adesso ecco, sta per piangere. Estella glielo domanda, per dispetto: «Perché non piangi?». «Perché non ne ho voglia» è la risposta. «Non ne hai voglia – gridò. – Hai continuato a piangere finché non ci vedevi più, e anche adesso sei lì lì per piangere». Però no, lui riesce a frenare le lacrime; scalcia contro il muro di una birreria, quasi si strappa i capelli a furia di torcerli, si passa la manica sul viso. «Riuscii a liberarmi dei miei sentimenti feriti», dice infine. Il punto è questo, il punto è questa ferita. Quasi tutti i romanzi di Dickens, mentre in superficie raccontano un «mondo di soffe-

renze e di guai» – Londra così piena di fuliggine, squallidi refettori di orfanotrofi, scodelle che nessuno lava mai, stanze in cui sempre manca la luce («L’aria imprigionata, la luce imprigionata, l’umidità imprigionata, gli uomini imprigionati», La piccola Dorrit, 1857), il freddo, il tanfo della vita –, mentre raccontano questo, parlano in realtà di sentimenti feriti. I sentimenti feriti di chi scopre non tanto, non solo la propria condizione di indigenza (con l’ingegno, con la scaltrezza, con la fortuna si può comunque affrontare), ma qualcosa che è addirittura più grave e forse irreparabile. La sconfitta dell’immaginazione. «Certo, nessuno di noi, gente di buon senso, abituata alle cifre, ha bisogno a questo punto di sentirsi dire che uno degli elementi essenziali alla vita dei lavoratori di Coketown veniva da decenni deliberatamente trascurato. Che c’era in loro un’immaginazione che aspirava a realizzarsi in modo sano invece di vedersi costretta a lottare per sopravvivere» (Tempi difficili, 1854). Un romanziere-testimone deve raccontare sì stantuffi di macchine a vapore che «si alzavano e si abbassavano monotoni come teste di elefanti in preda a una malinconica follia», persone che «entravano e uscivano alla stessa ora, con il medesimo scalpiccio sul medesimo selciato, per recarsi a svolgere il medesimo lavoro e per le quali oggi era identico a ieri e a domani e ogni anno la replica di quello passato e di quello a venire». Un romanziere-testimone deve raccontare sì ciò che vede (Dickens era rimasto sconvolto da un viaggio in America nei primi anni Quaranta e da una visita, dieci anni dopo, alla più

vicina Preston, nella sua Inghilterra, durante uno sciopero di minatori). Deve raccontare l’«infinita varietà di forme mostruose e contorte» dei camini, i mattoni anneriti dal fumo, le case della moltitudine di Coketown, «denominata “le Braccia”, razza che tra certa gente avrebbe goduto di maggior considerazione se la Provvidenza avesse ritenuto opportuno fornirla di sole braccia, o, tutt’al più, come nel caso di certe specie inferiori che popolano le rive del mare, unicamente di braccia e stomaco». Case «costruite a pezzi e bocconi solo per rispondere con urgenza ai bisogni di qualcuno». Macchine industriali «che stridevano, laceravano, stritolavano». Il romanziere deve raccontare tutto questo. Ma, proprio in quanto romanziere, deve raccontare anche ciò che non si vede. Le idee, le parole. L’affronto all’immaginazione che metodicamente compie il signor Thomas Gradgrind, «un uomo concreto, un uomo di fatti e calcoli», per esempio. L’austero Gradgrind, armato di regolo, bilancino e tavola pitagorica, è pronto «a pesare e misurare qualsiasi particella di natura umana, e a dirvi con precisione a quanto ammonta. Mera questione di cifre, semplice operazione aritmetica». Davanti ai ragazzi della scuola di Coketown, con la sua giacca squadrata e la sua voce inflessibile, scandisce i dettami della sua dottrina “positiva”: «Nella vita non c’è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto. La mente d’un animale che ragiona si può plasmare solo coi Fatti; null’altro gli sarà mai di alcuna utilità». Si rammarica scoprendo che alcuni operai, dopo quindici ore di lavoro, vanno a cercare libri nella bi-

di PAOLO DI PAOLO blioteca pubblica. Era scoraggiante «che perseverassero nell’usare l’immaginazione». Mai usare l’immaginazione! «Sistemare tutto in qualche modo, ricorrendo ad addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni, ma senza mai usare l’immaginazione». Nello studio blu del signor Gradgrind si regolavano le più complesse questioni sociali, spiega Dickens nella prima parte di Tempi difficili: «Come un astronomo che, in un osservatorio privo di finestre, volesse organizzare l’universo stellato col solo ausilio di carta, penna e inchiostro, così il signor Gradgrind nel suo privato osservatorio (e come il suo ve ne sono parecchi) non aveva alcun bisogno di gettare lo sguardo sugli esseri umani che gli brulicavano attorno, ma si compiaceva di tracciare i loro destini su una semplice lavagna, cancellando via le loro lacrime con un unico pezzetto di spugna sudicia». Quando la primogenita di Gradgrind, Louisa, per la prima volta mette piede nella casa di un operaio, scopre la verità di un singolo individuo. «Sapeva della loro esistenza, ma in ragione di centinaia e migliaia. Sapeva quanto lavoro poteva produrre un dato numero di operai in una data unità di tempo. Li conosceva in quanto folla, folla che si spostava avanti e indietro dai propri nidi come formiche o scarafaggi. (…) Erano davvero qualcosa che si doveva far produrre un tanto e pagare un tanto: ecco tutto. Qualcosa che era infallibilmente regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta. (…) Ma non le era mai venuto in mente di separarli in singole unità, non più di quanto avesse mai pensato di separare il mare nelle gocce che lo compongono».

RILEGGERE MRS. DALLOWAY NEL 2012 - E COMPRARE FIORI

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on so perché leggo Mrs Dalloway. L’ho già letto anni fa e di Clarissa non mi è rimasto granché, a parte la ferma dichiarazione iniziale che ai fiori ci avrebbe pensato lei. Anche stavolta la cosa mi lascia indifferente. In fondo, è sua la festa: che pensi alle decorazioni mi pare il minimo. Per questo ogni tanto la perdo di vista, mentre percorre le strade di una Londra che la assorbe facilmente, vuota com’è e rapita dalla vana preoccupazione di compiacere i suoi ricchi invitati. Meglio questo tram, mi dico, e questa gente assonnata e infreddolita che deve raggiungere la periferia di Torino per lavoro o per una visita al Maria Adelaide (reparto malattie infettive: sarà il caso del mio vicino di posto che tossisce da un po’?). Meglio pensare alla scuola, a Polito che non ha speranze di passare l’anno a meno che non lo prendano al corso professionale in cui ho cercato di infilarlo all’ultimo momento, compilando una domanda solo leggermente edulcorata (socialità: ottima; disciplina: sostanzialmente corretta; note e provvedimenti disciplinari: 26 circa). Eppure, quando mancano pochi minuti alla mia fermata, mi accorgo che chiudere il libro adesso, sarebbe una violenza ad almeno due personaggi: a pochi metri da Clarissa infatti, su una panchina del Regent’s Park, c’è Septimus, intrappolato in una trincea che gli hanno scavato nella testa i reali inglesi quando l’hanno mandato in guerra ad assistere

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alla morte del suo migliore amico; accanto a lui Lucrezia si maledice per averlo sposato, credendolo ancora intero. Adesso che li ho incontrati mi costa abbandonarli; mi ci costringo solo perché sono arrivata a destinazione, al mio personale campo di battaglia. Tanto so che al ritorno, dopo cinque ore in cui avrò insegnato (poco) e gridato (molto), saranno ancora lì, a rimpiangere di essere vivi e insieme. E così, mattina dopo mattina, il libro diventa un’abitudine. Andata e ritorno, quaranta minuti in tutto: una stanza tutta per me. La realtà non mi rivendica mai, mentre Septimus racconta il suo dolore senza essere capito (mi sono sporto dall’orlo della barca e sono caduto. Sono andato a fondo. Sono stato morto), mentre Lucrezia pretende di essere ancora viva, ancora moglie (aveva diritto al suo braccio, per quanto indifferente). O meglio, non lo fa quasi mai: esistono le telefonate, i compiti da riguardare, il bigliettaio che mi vede tutti i giorni e tutti i giorni chiede il mio abbonamento. Poi ci sono le vecchie che salgono e subito si girano intorno per cercare un posto libero e allora devo alzarmi o perlomeno guardarle mentre siedono da un’altra parte, immaginare che sarà mia madre un giorno a salire malferma su un tram, sperare che qualcuno le dica: “Qui signora, al posto mio.” (Succede così spesso che al telefono le parole non vengano, quasi sembrerebbe più naturale andare da queste signore

in queste mattine e dire a loro: mi manchi.) E comunque di pagina in pagina si avvicina la festa. Clarissa è tornata a casa e rammenda un vestito che le faccia fare figura. Qualcuno la cerca alla porta: è Peter Walsh che arriva inatteso, il vecchio amore mai corrisposto o appagato. Clarissa lo fa accomodare, (è invecchiata, pensò lui sedendosi. Non le dirò nulla, perché è invecchiata), lo punzecchia come se si fossero visti il giorno prima, invece sono anni, secoli, da quando una comitiva piena di teorie celebrava insieme la propria giovinezza tra feste e gite al fiume. Così, mentre Peter parla e gioca col suo coltellino, Clarissa rivede Sally, bellissima, che corre nel giardino, la prende in disparte, la bacia (non era stato dopotutto, amore?). C’è ancora qualcosa di quel tempo in lui che l’ama ancora e in lei a cui sembra naturale che lo faccia. Potrebbero sedermi accanto, l’uno col coltello, l’altra con ago e filo, tanto mi sono vicini mentre si parlano. Non serve a nulla, nulla cambia: Clarissa è sempre sposata, distante. Eppure appena Peter va via, non può che sentirsi disperatamente infelice per qualcosa che lui ha detto (avrebbero cambiato il mondo se l’avesse sposato). È uno strazio senza rimedio questa infelicità egoista, tanto che mi ha fatto dimenticare i due sposi di guerra e la morte che arriva per rispondere a una preghiera. Infatti Septimus è già sul davanzale (eppure il sole era caldo, le cose si superano), ha deciso (eppure la vita aveva un

«E se guardate bene» ed ella indicò il cielo col mento, «c'è un volto umano sulla luna».

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di GIUSI MARCHETTA

modo di sommare giorno a giorno) e un attimo dopo Lucrezia deve essere coraggiosa e bere qualcosa mentre arriva l’ambulanza per portare via il cadavere. Con questo salto che va a spezzarsi su una cancellata, capisco che Mrs Dalloway è un classico, perché non ha bisogno di convincermi. Se qualcuno me lo strappasse di mano adesso, farebbe una violenza a me. Per questo i colpi sul vetro del tram sono come una sveglia. Polito. Oggi non era in classe. Faccio no con la testa, furiosa, lui fa di sì, sorride, agita un foglio giallo nell’aria, mentre il tram si allontana. Ce l’ha fatta, è andata, mi dico. Soltanto la festa mi rimane: una girandola di ipocrisie del presente e di amori passati che rimangono su una panca a guardare Clarissa che accoglie, saluta, sorride, si sente bruciare per una cosa che le raccontano, una cosa terribile (si sentì simile a lui, il giovane uomo che si era ucciso. Si sentì lieta che l’avesse fatto, mentre loro continuavano a vivere). Chiudo il libro. Mi sembra giusto e per niente crudele: ci vuole una morte per sentire che la vita esiste, ci tocca. E mentre scendo dal tram e vado verso casa, penso a quanto sarebbe bizzarro e interessante se quando morissi il mondo non finisse con me (come invece sarà senza dubbio), ma se andasse avanti, se la vita continuasse a incontrarsi, amare invano, prendere il tram, andare a scuola, mancarsi, perdersi, comprare fiori.

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DICEMBRE 2012

DIALOGO CON SIMONE REA

di ROSSELLA GAUDENZI

E la chiamano editoria per l’infanzia

ILLUSTRAZIONE DI SIMONE REA

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eguiamo passo passo, come a srotolare i capitoli di una fiaba, il percorso di una delle nuove firme dell’illustrazione italiana, in un felice caso in cui la crescita artistica personale ha coinciso con la crescita di offerta lavorativa e con una controtendenza di mercato: scende la vendita dell’oggetto libro, ma ecco che la curva discendente cambia rotta e si trova a salire nel momento in cui consultiamo i dati sull’editoria per l’infanzia – con dati AIE alla mano si può parlare, a inizio 2012, di una crescita di lettori nel settore del 2% rispetto allo scorso anno, con un valore di 202,2 milioni di euro. Se è il 45,3% degli italiani a leggere almeno un libro l’anno, la fascia d’età tra i 6 e i 17 anni sale al 56,9%; è in crescita anche l’export: il settore di libri per ragazzi rappresenta “il segmento di maggior successo internazionale dell’editoria italiana, nella vendita di diritti ma anche nelle coedizioni” – Simone Rea sorride, con il volto lentigginoso di un moderno Tom Sawyer, dalle pagine di Andersen, il mensile di letteratura e illustrazione per l’infanzia: è l’illustratore di copertina del numero di febbraio 2012. Sempre con una smorfia gioiosa sulle labbra si racconta, puntualizza che la sua formazione è legata al disegno poiché ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Roma, con la successiva specializzazione ottenuta grazie ai corsi per illustratori di Sàrmede (paese della fiaba, suggerisce sito). La visibilità arriva con i concorsi, è questa la strada migliore da intraprendere; qualche anno fa Simone Rea è stato notato dalla fresca casa editrice milanese Topipittori che rappresenta la dimensione lavorativa prediletta: la casa editrice di settore medio-piccola. «Si ha a che fare con professionisti del settore che riescono a imporsi sul mercato, afferma, con albi per ragazzi variegati e quasi tutti d’artista. Riescono ad abbracciare tanto il gusto del bambino quanto quello dell’adulto. Spiccano per la cura del dettaglio a trecentosessanta gradi: per formati, qualità e grammatura della carta, accuratezza del testo, ecc… Il progetto viene seguito nel suo evolversi dall’idea iniziale alla distribuzione». Stessa serietà e professionalità Simone Rea le riscontra in Orecchio acerbo, casa editrice romana nata nel dicembre 2001 con Il gigante Gambipiombo di Fabian Negrin, tiratura di dodici-quindici titoli l’anno e uno slogan che come una saetta centra il bersaglio: “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”. Chi sono i lettori dei libri catalogati come libri per ragazzi-editoria per l’infanzia? E come riesce questa categoria a risalire la china, in controtendenza, sbandierando confortanti cifre di vendita?

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Nel 2011 esce per Topipittori Favole di Esopo, illustrazioni di Simone Rea, tradotto dalla grecista Bianca Mariano per la collana Fiabe quasi classiche. L’albo è stato stampato in 2.500 copie, terminate a Natale e successivamente ristampato in 2.000 copie. Il punto di forza del nostro illustratore è il disegno; decidere di dedicarsi agli albi illustrati per l’infanzia, farvi confluire preparazione, forze e aggiornamenti continui è una decisione alla quale è arrivato in un secondo momento anche grazie a una ricerca sul campo. «Si chiamano illustrazioni per l’infanzia, ma sono illustrazioni per tutti, tanto più quando scorrono tra le dita le tavole degli albi meno commerciali. Il disegno più complesso, ricercato, crea interesse nel pubblico adulto, e questa tendenza è in crescita da tre-quattro anni. Un libro illustrato è un ottimo veicolo per esprimere le proprie idee così come per solleticare l’immaginazione e la curiosità del lettore, lasciargli sempre e comunque soluzioni aperte e possibili. E porte spalancate da attraversare per dar libero sfogo alla fantasia e alla creatività». Altro elemento da ponderare è il costo dell’oggetto libro: laddove manca la spinta intellettuale, decidere di regalare un libro illustrato significa valutare che con una spesa inferiore al costo di una felpa si può far dono di un oggetto esteticamente gradevole oltre che istruttivo. «Il modo di imporsi di case editrici di qualità come Topipittori sta anche nella creazione di una serie di attività parallele alle uscite editoriali: mostre, incontri, laboratori. Un trascinante mondo che ruota attorno all’infanzia». Ad esempio, a maggio 2011 è stata dedicata a Simone Rea una personale alla Casina di Raffaello di Roma

dal titolo Uomini e altri animali, con trenta tavole in esposizione. Nel 2011 arriva il contatto-contratto con la Mondadori, con cui Rea pubblica Torneranno le quattro stagioni su testo di Mauro Corona. Il 2012 sembra essere l’anno del giusto compromesso. Simone Rea è chiamato da Rizzoli per un progetto ambizioso: La cavalla storna, trasposizione della poesia di Pascoli. Ci troviamo in un territorio in cui una storica e grande casa editrice commissiona un lavoro ricercato e agevola l’illustratore con buone tempistiche di lavoro, di circa quattro mesi nel nostro caso (che raddoppiano se partiamo dal nascere dell’idea, proseguiamo nel suo sviluppo, concludiamo con la realizzazione). C’è spazio anche per un piccolo gioiello di prossima uscita, La promenade au musée per RMN (La Réunion des musées nationaux) collana Ramino curata dalla nota illustratrice Beatrice Alemagna: una collezione di libri d’arte illustrati per bambini e per adulti distribuita nelle librerie francesi e nei più grandi musei francesi. «L’arma vincente è permettere al bambino che è in me di uscire allo scoperto. Cerco di sorprendermi, di stupirmi: solo in questo modo sarò in grado di dare alla luce idee interessanti. E da lì, dalla mia fucina creativa, potrò gettare un ponte verso il fecondo immaginario dei lettori». Per approfondire: www.simonerea.blogspot.it www.aie.it www.bookfair.bolognafiere.it www.lefiguredeilibri.com www.viadeiserpenti.it www.natiperleggere.it

Lettura in circolo

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oi, tra mille telefonate, alla ricerca della prima casa disponibile ad ospitarci, lontano dal lavoro, dalla famiglia, distanti dal solito quotidiano frenetico, unite da questa imprescindibile voglia di confronto dopo una comune lettura. Il Circolo della Lettura nasce a Roma nell’ottobre del 2006, dall’entusiasmo e l’esigenza di un piccolo ma affiatato gruppo di Amiche, per condividere le sensazioni e le riflessioni che scaturiscono dalla lettura di un libro. Perché leggere gli stessi libri, scegliere insieme, di volta in volta, il prossimo Autore, significa avere un’attenzione sul mondo che avvicina, che accorcia le distanze e le diversità, significa generare aggregazione e senso di appartenenza. Da quel fortunato ottobre romano abbiamo fatto molta strada, e il Circolo si è alimentato di un gruppo sempre più numeroso di Lettrici, dissimili per età e provenienza sociale, ma unite da un’affinità particolare: l’interesse forte e irrinunciabile per il mondo del libro. Nel 2010 il Circolo decide di diventare pubblico con l’organizzazione di incontri e appuntamenti aperti ad una più vasta cerchia di appassionati. L’obiettivo è sempre lo stesso: offrire uno spazio comune e di confronto, capace di accogliere tutti coloro che intendano condividere la passione per i libri e per la lettura, con lo stesso inalterato spirito intimo e spontaneo del Circolo. Un porto franco per chi intende ritrovarsi nella parola e nella narrazione,. È il nostro Circolo, perché incontro dopo incontro, semplici rapporti di conoscenza e cortesia sono maturati in forti e solide amicizie, e le nostre parole hanno preso forma di autentica comunicazione, è il nostro Circolo, perché grazie a tutte le Amiche è diventato una realta associativa in continua evoluzione, realtà che con il suo misurato e libero lavoro è determinata a favorire una crescita culturale, emozionale e civile a tutti coloro che con entusiasmo e convinzione vorranno farne parte. Noi che crediamo che “le parole non muoiono mai”, cercheremo,con volontà e tenacia, di realizzare e valorizzare sempre più iniziative che possano soddisfare le esigenze e i desideri di tutte Noi. Il Circolo è solo questo, una piccola incredibile magia. Barbara Cosentino Presidente del Circolo della Lettura-Roma www.circolodellalettura.it info@circolodellelettura.it


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DICEMBRE 2012

VAGABONDAGGI

testo e foto di SIMONE NEBBIA

Libri usati, ingialliti, smangiucchiati R

eginè!, la chiamavano, e lei si girava col cuore pieno di quella lingua che sapeva fino a scoppiarle dentro, gli occhi affondati oltre lo spazio aperto, il sorriso fatto prezioso da quella fessurina tra i denti, proprio in mezzo alle labbra lucide, innamorate. Pensavo a lei, la sua Napoli perduta, mentre i passi masticavano l’asfalto piovoso della mia Roma che urlava ferita del traffico e dell’indifferenza. Dal vagone scesero tutti, con me, riversati a fine corsa tra la faccia inespressiva del teatro comunale e le rovine antiche dove stanno i gatti, quel quadrato bucato nel mezzo di Largo Argentina. L’ultima volta c’ero venuto con lei, su quella poltroncina rossa che la faceva elegante mi donava un sorriso che mi pareva triste e che me la portava via; poi uscimmo a passeggiare, mi prese il braccio e ci si strinse attorno, e allora tutto passò, mi scaldavo a vederle il viso in quella sciarpa di seta, se ne andarono i fantasmi a far paura altrove, ché quella sera si doveva ridere, e bere, e tenerci per mano. Che la pioggia fosse tanto forte non m’ero accorto, fuori dal vetro appannato del tram si vedeva poco; una donna che mi scese di fianco si strinse nel cappotto viola di quei tessuti che l’acqua sembra non penetrare, dove vedi le gocce che indugiano appese a qualche pelo spigato e poi scendono, tornando per un tratto più breve ad essere pioggia. Fu allora che mi ricordai del libro, per il viaggio l’avevo tenuto nella tasca destra del cappotto, ma ne sporgeva un triangolo e si sarebbe bagnato; così, mentre la donna sfilò via nel ritmo sfumato dei tacchi alti, presi il libro e lo nascosi sotto una manica, tra la spalla sinistra e il petto, alzai il bavero e mi strinsi anch’io, a conservare lui e me, nella pioggia battente. Ma non pioveva ancora, quando mi decisi a prenderlo. A San Giovanni sono cresciuto, come mio padre, nella stessa piccola casa al piano ammezzato che fu di famiglia. Il rione popolare scende l’Appia fino a piazza Re di Roma, poi si comprime e riemerge più raffinato dopo il ponte della ferrovia, tra le case signorili di Via Latina. In una stradina laterale, dove ancora non comincia il parco

della Caffarella, c’è un angolo di mondo che al mondo si nasconde, una di quelle librerie antiquarie in cui dei libri si può parlare, dove la fedeltà è per tutti a quel che c’è dentro e non una voce della tessera a punti; da fuori hanno sempre un colore velato di giallo terroso e sembrano qualcosa meno di un innesto nello sviluppo urbano, un residuo di quelli che la ramazza del tempo, graffiando il terreno, perde lungo la strada. La prima cosa fu l’odore, quel calore rappreso e polveroso mi penetrò dal naso fino alla gola, inaspettato per il freddo balsamico che era fuori; già la vetrina diceva di un altro tempo e di un altro modo, priva di lanci promozionali e di clamori modaioli: qualche volume ingiallito e smangiucchiato che mal si presentava, tenuto su da piccoli sostegni per la vista distratta dei passanti. Cercai la cadenza del respiro in un paio di colpi di tosse, trovai Vincenzo sulla sedia intrecciata di vimini, di fianco a quella dove se ne stava la gatta Marilyn, su un cuscino damascato, acciambellata in un abbraccio a sé stessa; l’ho salutato scaldandomi le mani, come rientrando a casa, spingendomi nella bolla sospesa che già lo circondava. Le pareti non avevano spazi vuoti, tutte coperte di scaffali e libri in fila, con quelle bianche dorsali monastiche, segrete; Vincenzo teneva gli occhiali in punta al naso, rispose al mio saluto togliendoli e lasciandoli cadere nel vuoto misurato della cordicella, poi fece un gesto per chiudere le Poesie di un altro Vincenzo, Cardarelli, che gli avevo visto in mano, ma tenendo un dito dentro a segnare la pagina, come volerci tornare in un tempo molto breve. Dissi, perché l’immagine non fosse scomposta, Resta pure, do un’occhiata intorno. Lui rimase, nel silenzio sepolcrale cui era di guardia. Li ho sempre amati, i libri usati. La loro marcescenza visibile, il sudore di letture altrui che rende concreto, organico, il passaggio. C’è in questi luoghi la sensazione che il tempo sia fermo, come fosse rappreso alle pagine e ci lasciasse una patina di colore perché non si dicano più: pagina bianca. È scritta. È stata scritta ed è ancora. E il segno degli uomini, agli uomini ritorna. È un po’ un miracolo, trovare sé

stessi nella lettura degli altri: mi ricordai di quella volta che dentro Il male oscuro di Giuseppe Berto trovai un foglietto manoscritto di chi l’aveva letto prima, l’intimità di lettore nella durata della lettura, rividi la grafia di un uomo o donna seguire lo stesso flusso vorticoso – intimo rigurgito di una vita finita di traverso, indigerita –, sentirne il richiamo e mettersi a trascrivere di sé, compiendo l’ultimo passaggio che sempre ad un libro appartiene: il rimando, il pensiero di ritorno dopo una lettura, che alla lettura appartiene. Mi avvicinai alla parete sinistra, mi piaceva sempre guardare la fila degli autori costretti a stare vicini come forse in vita non avrebbero mai voluto. In eterno, mi veniva da dire. Perché tutto aveva qualcosa di sacro, un rispetto taciuto come quello di un cimitero, l’altro luogo della condivisione involontaria. Fu allora che l’odore si fece più forte di fronte a un volume che mi incuriosì dal titolo: Il libro dei morti, di Alfredo Panzini. Lo aprii e vidi che era una ristampa del 1919 – in cui l’autore prendeva distanza – di un libro scritto nel 1893. Ecco, mi dissi, questo è impossibile da trovare altrove, questa vertigine di attraversare le tre dimensioni del tempo, in cui esiste il passato del passato, che vive come sotto un restauro al tempo presente: «E tu non sei più che un ricordo. / Sei trapassata nella mia memoria. / Ora sì, posso dire / che m’appartieni». Reginella tornò allora, nelle parole al Passato di quel poeta. Mi chiesi se chissà, il segno col dito fosse proprio su quelle parole.

Fuori dal tram. Si rimestavano all’asfalto le gocce cadute, indugiavano su un terreno che non sapevano penetrare. Le scarpe ne sollevavano sempre qualche scheggia che tornava a volare il tempo per posarsi di nuovo, sull’asfalto ancora, poco più in là. Io attraversai la strada schivando le due direzioni del traffico che starnazzava, ma non scalfiva quel silenzio tutto mio che mi portavo; avevo un appuntamento di fronte la Feltrinelli, un classico, un classico moderno. Ma quando alzai gli occhi e vidi le vetrine in sequenza bordate di rosso, che si riconoscevano già da lontano, decisi di no, questa volta, ebbi preferenza di no. Tornai indietro, dov’era il teatro e dove rividi in una sfumatura di altro rosso le labbra di Reginella: m’apparteneva, ora che s’era fatta ricordo, la sua Napoli accecata in una crespatura di mare, il sorriso di un tempo che al mio tempo tornava. Sentii il libro pulsare vicino al petto, liberai un angolo del cappotto e sorrisi amaro del segreto svelato: Ferito a morte, c’era scritto. Com’ero io, da un ricordo che invece, avevo chiamato vita.

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AVVENTURE DI UNA BIBLIOTECARIA

6 domande a MONICA SOVEGNI

Mi sconsiglia un bel libro da leggere? Monica Sovegni, veneta, appassionata di libri e di podismo, fa la bibliotecaria.

e gli studenti con le liste dei libri per le vacanze che devono essere brevi e pesare poco; quelli che vogliono il libro perché convinti che abbia vinto “l’oscar” (mentre il libro è “oscar” sì, ma della Mondadori), quelli che l’hanno visto da Fazio. Ci sono quelli che vogliono soltanto trame piccanti e quelli che invece chiedono che non ci siano assolutamente parolacce; c’è chi cerca “proprio quel libro” e non si ricorda né l’autore né il titolo ma solamente la copertina; chi, infine, “lo leggo solo se è in classifica”.

Avevi mai pensato, prima di diventarlo, che saresti stata bibliotecaria? No, è stata una scelta maturata in età adulta: da piccoli si immagina piuttosto di poterli scrivere, i libri, più che di esserne al servizio. All’università ho studiato anche biblioteconomia, ma la vera passione mi è venuta durante la ricerca per la tesi di laurea: scovare l’introvabile frequentando biblioteche e archivi mi ha messo addosso la voglia di farmi strumento, mezzo anche per la ricerca altrui. Ho desiderato, allora, trovare risposte sondando in modo opportuno le necessità di quelli che per uno scrittore sono i lettori, mentre per il bibliotecario sono gli utenti. E’ nata in me la passione, così, per una disciplina antica, la biblioteconomia appunto, rivista nell’era di internet e dei cataloghi informatizzati.

ILLUSTRAZIONE DI PAOLA CARABOTTA

Dove e come comincia la tua passione per i libri? Sembrerà scontato, ma la mania per i libri è iniziata per me proprio in biblioteca. Erano gli anni ’80 (frequentavo le scuole elementari): le piccole biblioteche comunali non erano ancora del tutto informatizzate e i bibliotecari non correvano appresso a genitori e bambini con letture animate e programmi di promozione della lettura. Allora si leggevano con curiosità i classici per ragazzi. Andavo in biblioteca da sola e mettevo nella borsa tanti volumi fino a riempirla. I prestiti si registravano a mano e il tempo che serviva a svolgere queste operazioni mi permetteva di tuffarmi già nelle storie che avevo scelto: tornavo a casa, insomma, con il prurito addosso. Te lo ricordi il tuo primo giorno in biblioteca da bibliotecaria? Ricordo che mi è stata rivolta subito la fatidica domanda: mi consiglia un bel libro da leggere? Ho sperimentato allora sul campo il valore delle leggi sulla centralità dell’utente codificate da Ranganathan: a ogni lettore il suo libro e a ogni libro il suo lettore, mandate a memoria all’università. Infatti, l’utente non mi stava chiedendo di suggerirgli qualcosa che io avevo letto con interesse, ma, come sempre accade in queste situazioni, qualcosa di “tagliato su misura” per sé. Ho tentato di risolvere la faccenda rivolgendogli delle domande per

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intuire i suoi gusti: ho ricevuto fortunatamente delle risposte indicative. Non sapevo ancora che, se ben poste, quelle domande possono portare alla fidelizzazione dell’utente stesso. Come cominci a fidelizzarlo? Ti fai raccontare qualcosa? I suoi gusti, le sue letture? Come intuisci cosa potrebbe andare bene per lui? Osservo l’atteggiamento dell’utente: se per esempio prima di interpellarmi si è aggirato tra gli scaffali e in questo caso se vicino a quelli della letteratura italiana o piuttosto a quelli della straniera; se si è soffermato all’angolo delle novità… Prima di tutto gli chiedo qual è l’ultimo libro che ha letto e le è piaciuto?: un “dramma” quando risponde nominando le letture del liceo e si capisce che quei libri sono stati letti perché costretto. E’ importante anche valutare l’età dell’utente e cercare di intuire quanto tempo sia disposto a dedicare alla lettura; osservare se è venuto in biblioteca da solo (per scegliere con calma) o se ha, invece, accompagnato di fretta i figli (e visto che

c’era ha chiesto un rapido suggerimento di lettura); tutto questo nella speranza che ritorni dopo poco incuriosito da ciò che ha portato a casa. Riesci a fare una panoramica dei lettori-tipo? Ci sono quelli che leggono un libro a settimana e quelli che invece si fanno vedere solo durante le vacanze; quelli fissati su un genere (di solito solo gialli o solo romanzi rosa) e guai a prendere qualcosa di diverso; c’è chi legge esclusivamente gli stranieri e non considera gli italiani; chi prende un libro e poi lo passa a tutti in famiglia, oppure chi “mi raccomando: questi sono i libri per mio marito e questi sono invece per me”. C’è chi non legge niente se prima non l’ha letto anche il bibliotecario, e chi con il passaparola fa leggere lo stesso libro, scelto in biblioteca, al parente o all’amico che sta dall’altra parte dell’Italia; chi legge anche la quarta di copertina e chi spilucca soltanto qua e là. Ci sono i genitori che leggono la letteratura “mocciosa” dei figli (ma dicono di farlo solo “per capirli questi figli”)

C’è qualche aneddoto in particolare? Qualche storia che ti è rimasta impressa? Qualcuno che sia venuto a ringraziarti o a contestarti per il consiglio di lettura ricevuto? A volte gioco d’azzardo con certi suggerimenti di lettura: dalla mia parte ho il vantaggio (rispetto ad un libraio) di poter infilare in mezzo a dei titoli che sicuramente piaceranno anche delle letture nuove e sperimentali per quell’utente. Visto che in biblioteca i libri si prestano, non si acquistano, il lettore può essere più accondiscendente quando riceve un suggerimento di lettura che gli suona strano rispetto ai propri gusti: di fronte all’accenno di smorfia rispondo con un: “provi a dare un’occhiata e la prossima volta ne parliamo”. Così facendo sono finiti, con riscontro positivo, nelle tasche di molti che dicono: “io gli italiani non li leggo” diversi testi di nostri giovani autori. Oppure di fronte alla richiesta di un saggio su un determinato argomento capita che la mia risposta sia: “ma lo sa che lo stesso tema è affrontato anche in un recente romanzo italiano?” Certo c’è chi poi non gradisce la proposta insolita e te lo dice apertamente quando ritorna, ma capita raramente se quando hai suggerito il titolo “stonato” l’hai fatto motivando il suggerimento. Un particolare aneddoto mi viene in mente anche a proposito di internet. Capita, per esempio, che utenti della biblioteca dove lavoro visitino la mia “libreria virtuale” su aNobii (uno dei social network più in voga fra i lettori “forti”) e lì si sentano più liberi nel commentare le proposte di lettura di quanto non farebbero di persona. Con l’aiuto della rete può diventare anche più confidenziale lo scaffale di una biblioteca pubblica che virtuale invece non è. (Orlando)


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PICCOLA STORIA DI UN INCONTRO CON

Michele Mari Preludio Un giorno di fine settembre su Roma si era rovesciato un secchio ricco di pioggia che il cielo aveva covato per tutta la stagione estiva. All’uscita della metro i venditori di ombrelli continuavano a saltare fuori da ogni angolo, come funghi al primo umido. Allora la cosa migliore che può capitare in certi casi è una, anzi, due: non avere troppa fretta e trovarsi un libro in tasca. I libri certe volte riparano meglio degli ombrelli. Se sono libri di poesia poi, nella tasca hanno il peso di una manciata di caramelle. Ho passato tutta la durata del temporale a leggere avidamente il libriccino bianco che da un po’ di giorni mi portavo dietro come una galatina. Prima di quel momento, non ave-

vo trovato l’occasione giusta per sfogliarlo. Quel giorno il temporale mi forniva un’ottima scusa per affondare nella lettura dall’inizio alla fine, senza mai distogliere lo sguardo: forza, leggi- mi diceva la pioggia- guarda che bufera, non dirmi che non ti basta. Ho deciso dunque che le cose che avevo da fare erano meno importanti di quello che mi accingevo a cominciare, impassibile tra la gente che mi urtava. Mamme con piccole ballerine per mano, eserciti rosa di chignon che mi sballottavano, amanti clandestini in ritardo per i loro appuntamenti, amanti regolari in ritardo per i loro appuntamenti: nessuno riusciva a distogliermi dal mio rifugio di carta, con quel titolo – Cento poesie d’amore a Ladyhawke- che

mi riportava indietro così dolcemente ai pomeriggi della mia infanzia passati a vedere intere filmografie di principesse e cavalieri. Quelle poesie parlavano direttamente al cuore con una voce così limpida e al tempo stesso così antica da rivelarmi l’immagine del loro autore come quella di uno stilnovista fuori tempo massimo. Non in modo anacronistico, attenzione, ma nel senso più letterale dell’espressione ‘essere fuori dal tempo’. Fuori dal tempo, come direbbe Borges, potrebbe voler dire essere presente in tutti i tempi, attraverso i tempi. Doveva esserci qualcosa di magico in quella voce. C’ era un mistero, un arcano. C’era il segreto di uno stregone, e io lo volevo scoprire.

l’atto dello scrivere, così come avrebbe voluto l’immagine. E allora incomincia questa impresa fatta di parole, alla scoperta del segreto della scrittura di un autore che ha imparato ad addomesticare il Tempo.

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ichele Mari mi ha dato appuntamento a casa sua. L’intervista è la chiave universale per aprire la cassaforte nella quale- ne sono sicura- potrebbe celarsi il segreto della sua scrittura. Quando ho segnato l’indirizzo su un pezzo di carta, non mi ha stupito il fatto che in quella stessa zona, anni fa, ci avevo conosciuto un cartomante. Non cigola, la porta, quando viene ad

aprirmi, piuttosto i miei occhi sono catturati dagli oggetti appesi –impiccati ai chiodi- sulle pareti d’ingresso. Una testa con il ghigno di un pirata e un pappagallo sulla spalla, una stampa con impresso in nero il numero 5, una mano che mostra cinque dita, un fiore da cinque petali. –Ah, quella!ha detto Michele Mari, -è una vecchia stampa che si usava per insegnare a contare ai bambini. Accomodati pure. Diffidente mi accomodo al tavolo da lavoro e posiziono il computer e il registratore. Mi sento osservata dai sedici occhi degli otto scrittori che Mari tiene come numi tutelari sulla scrivania: Melville, Stevenson, London, Salgari, Conrad, Poe, Verne Defoe. Tacciono, ma potrei giurare di aver visto Stevenson intimare agli altri di starsene buoni, ritornando poi a immobilizzarsi nel-

Michele Mari nasce prima scrittore o lettore? Nasco come lettore, mi sembra evidente, anzi quando mi chiedono perché ho scelto di fare lo scrittore la risposta è questa: io leggevo tantissimo, in modo anche onnivoro, morboso, investendo tutto nella lettura, e quindi mi sono sentito a un certo punto saturo come una specie di pila. Sono diventato radioattivo, saturo, talmente impregnato delle storie, ma non solo: dei rituali formali, della retorica, degli incipit, delle convenzioni di genere, poi ho sentito un bisogno quasi fisiologico di restituzione, di espulsione di tutte queste sollecitazioni che mi è venuta voglia poi di variare e proseguire a modo mio. Mi capitava spesso di leggere, la sera, e poi mentre cercavo di addormentarmi continuavo a rimuginare quella storia, me la integravo a modo mio, la continuavo… che è già un modo di essere scrittori. Interagivo con i personaggi della narrativa, e questo è anche un po’ il motivo per cui quarant’anni dopo ho scritto molto di letteratura fantastica, narrativa gotica sette-ottocentesca, avventure, pirati, Salgari, Stevenson, Melville, Dracula, Lovecraft. Erano gli autori che mi impressionavano, che mi tenevano compagnia, che mi esaltavano, che mi euforizzavano, che mi davano un senso magico e più interessante della vita. Per cui quando ho voluto

scrivere qualcosa di alto, di solenne, di drammatico, ho spesso dialogato a distanza con questi autori, al punto da farne, come in caso di Otto scrittori, personaggi di una storia. Qual è il tuo primo ricordo legato a un libro? Collana Turchese Bompiani, Il piccolo principe, che subito lessi con un senso di angoscia, devo dire. Non come una fiaba rosea e aurea. Tant’è che quando ne ho scritto in I Demoni e la pasta sfoglia ho parlato degli aspetti che di solito vengono rimossi da questa storia, che

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Orlando esplorazioni appartiene alla coscienza collettiva; lo stesso fatto che il bambino protagonista sia potenzialmente un suicida, abbia una tensione all’abisso, all’autodistruzione, e che il pilota sia una sorta di incarnazione del senso di colpa lo qualifica come libro pieno di angoscia. Posso dire invece che il mio primo libro scritto si chiama L’incubo nel treno, risale a quando avevo otto anni e mezzo perché non sapevo cosa regalare a mio padre quell’anno e mi è venuto in mente di scrivere una storia nera, che ho rilegato sotto forma di librettino; avevo già un senso molto istituzionale della letteratura che riconoscevo come un sistema di segni oggettivi, libri, rilegature. Lo regalai a mio padre nel 1964; quando poi ho compiuto quarant’anni, quindi nel 1995, mio padre mi ha ricambiato il favore facendo fare da un grafico di sua fiducia un’edizioncina speciale in fac simile di ottanta copie. Era una storia che ho sognato spesso. Un signore rimane chiuso in un treno e scopre che il treno va e lui è il solo viaggiatore, neanche il conducente, il treno è una sorta di macchina autonoma e poi c’è anche uno sviluppo romanzesco perché dentro questo treno il protagonista percepisce dei rumori e capisce di avere un misterioso compagno di viaggio. È tutto legato allasuspence della scoperta.

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Quale libro avresti voluto scrivere? Moby Dick o Il richiamo della foresta. Non mi è mai capitato desiderare di essere un personaggio letterario. Ho avuto proiezioni sempre verso gli scrittori, per una sorta di ambizione e per ammirazione. In qualche caso però avvengono corti circuiti, nei quali non si può distinguere tra autore e personaggio. Un esempio: Bardamu e Celine in Viaggio al termine della notte; o Gadda, impossibile da distinguere da Gonzalo della Cognizione del Dolore. Nel mio lavoro di scrittore benedico il fatto di poter essere sovrano assoluto, nel bene e nel male, a differenza per esempio degli sceneggiatori o dei registi, che devono costantemente concertare le loro decisioni con il resto della macchina. Io non riuscirei mai a fare qualcosa che soggiace a delle trattative sindacali. Anche a livello letterario non ho mai partecipato a scritture collettive. L’unica volta in cui un amico regista mi ha proposto di collaborare a una rappresentazione drammaturgica, abbiamo quasi rotto l’amicizia. Come scrivi? Un po’ dove capita: l’importante è non essere in mezzo alla gente. Non ho la mitologia dello scrittore che si mette al lavoro nei caffè parigini. Devo essere solo, in silenzio, ma senza orari né luoghi. Quando ho eccessi di estro devo assecondarli, per cui quando mi viene

un’idea sento la necessità di seguirla finchè funziona. Poi delle fasi di raffreddamento. Sono piuttosto discontinuo. La massima discontinuità è tra libro e libro: mi sembra di essermi sgravato, come nel parto; in quell’interregno non mi sento nemmeno più scrittore, leggo, recupero, mi rigenero. Magari passa un anno in cui faccio tutto fuorchè scrivere. Quando poi mi viene un’idea, se è quella buona, s’impone. Sono veloce quando scrivo, ma magari quell’idea sono stato a rimuginarla per sei mesi. Non mi preoccupo, sono fatalista, ma in questo sono un po’ viziato visto che avendo uno stipendio fisso posso permettermi di scrivere solo quando ne ho voglia e soprattutto cose che piacciono a me. So che se mi mettessi lì con spirito burocratico, o “di necessità”, quelle pagine sarebbero decorose per mestiere, ma non le amerei. Lo scrittore sospira, distoglie lo sguardo come a controllare che non ci siano orecchie indiscrete ad ascoltarci. So che non bisognerebbe parlarne, la parola ispirazione è impronunciabile e datata di questi tempi, ma io ci credo fortemente, anche se appartiene a un’altra epoca… Guardo con diffidenza alle scuole di scrittura. Mi sono sempre rifiutato di insegnare lì, solo poche volte ho portato una testimonianza, ma senza ambizio-

ni di dogmaticità. In genere nelle scuole di scrittura hanno idoli come Carver, Salinger… io invece anche negli anni Ottanta ho sempre trovato Il Giovane Holden un mistero, mi sono sempre annoiato leggendolo. I miei libri di riferimento sono altri: Borges, Maupassant, Kafka, Canetti… Issendo io una persona piuttosto ossessiva, scrivo in modo ossessivo. L’argomento lo lavoro e lo spolpo fino all’osso ricavandone tutta una serie di ricami mentali e verbali che nascono da un esasperato lavoro variantistico. Questo è accaduto per esempio in Tu, sanguinosa infanzia. Per uno scrittore come me lo sviluppo ossessivo è come l’ossigeno.

Se avessi possibilità di incontrarti con alcuni scrittori del passato, dargli appuntamento per esempio al pub, chi chiameresti? Il problema sarebbe farli andare d’accordo tra di loro: mi viene in mente Céline che non poteva soffrire Proust o Gadda che non poteva sopportare Foscolo. Sicuramente, poiché non lo abbiamo mai visto e non abbiamo autografi né altro, sceglierei Dante Alighieri. Oppure Shakespeare. Approfitterei dell’occasione per fare un po’ di luce su questi personaggi. Come nei confronti della tradizione ho sempre avuto un sentimento quasi religioso di adorazione, tendo a monumentalizzare alcuni personaggi… ecco perché sono un pessimo lettore di contemporanei. È che sento comunque che da parte di un certo mondo passato c’è un richiamo, una seduzione, una musica, che uno scrittore di oggi deve riuscire in qualche modo a produrre. Questo fascino, questo richiamo, oggi sono sostituiti dal caso letterario. Sarà il mio forse un atteggiamento di disdegno aristocratico, ma quello che mi prende è una sorta di rifiuto: li leggerò a suo tempo. La Storia della Morante l’ho letta negli anni Novanta. Ho scritto Rosso Floyd nel 2010 a 55 anni e tutti lo hanno interpretato come un omaggio tardivo ad una vecchia passione di gioventù. Si tratta tuttavia di una lettura sbagliata: i Pink Floyd negli anni in cui andavano sentiti io non li ascoltavo, non sapevo chi fossero. A quei tempi io assomigliavo a Rain man, silenzioso, bloccato, impacciatissimo. Ero stato allevato in modo meritocratico, per cui mio padre mi diceva: il fatto che tutti facciano una cosa li qualifica per deficienti, tu devi essere diverso, se tutti fumano tu non devi farlo, se tutti hanno una cosa firmata tu non devi averla… io per conto mio ascoltavo Bach e Vivaldi. Ho cominciato ad


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Non ho mai creato situazioni adulterine: mi consideravo il suo fidanzato in un altro mondo, il mondo dei sogni e della letteratura, lei pure, per cui a un certo punto i primi tempi aggiungevo delle poesie alle mail, poi solo poesie. Quando anche questo è finito perché lei non ce la faceva a sopportare neppure un rapporto del genere, ho messo insieme tutte le poesie e rileggendole ho notato che raccontavano una storia. Tuttavia, anche se la vita comune non è la vita sognata, paradossalmente, questo libro di poesie è la mia opera più autobiografica, ecco perché resterà un unicum.

Dall’angolo della scrivania ancora mi sento osservata, percepisco un colpo di tosse, mi volto di scatto. Nulla: gli otto scrittori sono immobili al loro posto. Ma li chiamo in causa.

ascoltare Springsteen, Dylan, o i Pink Floyd a partire dagli anni Novanta, soprattutto guidando, e i Pink Floyd –in particolare- li ho sentiti quando erano già sciolti. Il libro l’ho scritto sull’onda emotiva della morte di Barrett e ho deciso di farlo proprio perché parla di cose che non avevo fatto. Se io le avessi fatte, quelle cose, non sarebbero state avvolte dalla leggenda, aureolate da questo strato magico.

Da dove nasce invece il tuo amore per le storie di pirati? I pirati mi hanno sempre affascinato, come motivo letterario. A partire dall’ Isola del Tesoro di Stevenson, che ho avuto la recente fortuna di tradurre per la Rizzoli. L’anno scorso avevo tradotto il sequel, articolato tutto sulle riprese di battute dell’originale, così per questo gioco intertestuale ho ritradotto per la BUR anche il classico da cui tutto ha avuto inizio. Stevenson disse che scrivere L’Isola del Tesoro è stata una meravigliosa occasione di regressione. C’è una famosa discussione con il suo amico Henry James. James gli dice ‘Io non

capisco come il mio amico Stevensonche ha una penna magica e un talento divino- perda tempo con queste bambocciate puerili’. Stevenson risponde che era l’unico modo per riattivare le pulsioni di chi da bambino ha giocato ai pirati. Henry James ribatte dicendo: ‘io per esempio da bambino non ho mai giocato ai pirati, si tratta di un’immagine convenzionale’. Stevenson chiude la cosa molto elegantemente, affermando: ‘se il signor James dichiara di non aver mai giocato ai pirati da piccolo, si può stabilire con certezza che il signor James non è mai stato bambino, ma è nato adulto’. Io questo lo sento molto, questo aspetto regressivo nella letteratura, inoltre i pirati sono un po’ il corrispettivo delle botole, dei mostri, dei castelli, di tutto ciò che è avventuroso in un senso cupo. Sono sempre stato innamorato dei personaggi cupi e al tempo stesso non dico simpatici, ma attraenti. Ho sempre colto un aspetto seduttivo, a volte quasi erotico nel vampiro, nello scienziato pazzo, in mister Hyde. Dal punto di vista letterario ho dedicato in particolare un libro ai pirati, La stiva e l’abisso, uscito per Bompiani nel 1992. Ripubblicato da Einaudi nel 2004. Prima di scrivere Otto scrittori (racconto contenuto in Tu, sanguinosa infanzia, nda) è stato il mio più esplicito omaggio al mondo della pirateria. Quindi preferisci i cattivi? A volte non si tratta di cattivi assoluti, per quanto truci e sanguinari: il capi-

tano Achab, è vittima della balena e per questo è roso dal desiderio di vendetta; il capitano Nemo è un giustiziere vendicatore, ma è uno che avendo subito un torto terribile odia le comunità, è un misantropo. Anche Dracula. Dracula è anche un grande esteta perché ha disprezzo per la borghesia, per la piccineria, questa sua inattualità mi affascina. Poi ci sono il Corsaro Nero, Sandokan, Achille, gli eroi greci, anche loro sono dei sanguinari… questa componente mi conquista perché è primitiva e arcaica, lo stesso motivo per cui mi affascina Zanna Bianca o Il Richiamo della Foresta. Il cattivo meglio costruito è Silver, è il più dinamico, offre molti colpi di scena. E’ visto un po’ con gli occhi del Capitano, un po’ con quelli del bambino… un altro personaggio meraviglioso, che inizialmente è un buono e poi diventa cattivissimo, in virtù dei torti subiti, è il Conte di Montecristo, letteralmente avvolto di nero, coperto dal nero mantello e bianchissimo in volto, l’immagine della morte. Questo aspetto un po’ stralunato, notturno, gotico, è quello che amo dei personaggi letterari. E’ una sfumatura che permea tante fiabe, per esempio. Un po’ come Pierino Porcospino, uno dei libri più spaventosi che esistano. E’ un testo dell’Ottocento con delle incisioni acquarellate, nato con intenti pedagocici. Ci sono bambini cattivi che fanno tutta una serie di cose che non vanno fatte e hanno puntualmente la loro terrificante punizione. Quanto di più scorretto

A pensarci bene, la stessa genesi appartiene al libro Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Ho scritto un libro di poesie con un ritardo di trentatrè anni rispetto alla nascita del sentimento di cui si racconta. La ragazza in questione non aveva mai sospettato di questa mia passione medievale…l’ho adorata per trent’anni, quando poi ci siamo trovati a una cena di classe, trent’anni dopo, io ero cresciuto, non ero più astemio e impedito, avevo vissuto, avuto mogli, divorzi… chiacchierando del più e del meno ho alluso al mio sentimento segreto e lei è cascata dalle nuvole. Dopo quella sera ci siamo scritti delle mail e io ho iniziato a un certo punto a caratterizzare questa specie di amore clandestino usando il linguaggio della poesia per non entrare in conflitto con la sua vita reale, con il suo matrimonio.

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a cui succedono un sacco di cose, amori e amorazzi, esperienze di lavoro… rimango freddo di fronte alle costruzioni letterarie che tendono a riprodurre mimeticamente la nostra esperienza. Quando ho letto un romanzo di formazione di settecento pagine mi viene da concludere: io già so come ci si forma, se Melville non avesse raccontato invece Moby Dick, non ne avrei mai saputo nulla della Balena. Ecco il motivo per cui non leggo troppa letteratura postmoderna americana, gli unici due autori che riesco a leggere sono Cormac McCarthy -che parla di mostri e scrive praticamente western- e Stephen King.

oggi si possa immaginare in termini pedagogici e politici. C’è la storia del piccolo Corrado che si ciuccia sempre i pollici, si vede questo bambino con i due pollici in bocca e la mamma gli dice di stare attento all’arrivo del Gran Sartore, il grande Sarto. Lui una sera è solo in casa si ciuccia i pollici e dalla tenda entra una specie di demone verde che con un forbicione gli recide i pollici. L’ultima vignetta mostra il piccolo Corrado con i moncherini mentre la filastrocca in rima baciata racconta che il bambino ha avuto quel che meritava. Questo libro è stato un regalo di mio padre. Adesso, Michele Mari, a te il doloroso compito di arbitrare questa sfida tra Eroi. Ettore VS Achille Ho scritto in Fantasmagonia un pezzo su di loro. Per quasi tutta la vita sono stato dalla parte di Ettore, perché è il vinto, non è arrogante né smargiasso, non ha protezione degli Dei, sa di andare in contro alla morte. Ma ultimamente mi sono spostato dalla parte di Achille, l’idea di questo guerriero che è il più grande sulla faccia della terra, che per sdegno si ritira dalla guerra, è la storia di uno psicotico. Ma è anche protagonista di quella scena meravigliosa in cui piange con Priamo sul corpo del nemico morto e ordina che la guerra sia sospesa. Sono comunque due personaggi mai completamente scindibili, anzi, sono complementari, un po’ come Achab e la Balena, non esisterebbe l’uno senza l’altra. Amo gli scrittori che seguono la strada ossessiva della ricerca di qualcosa a tutti costi. Sono meno attratto dal romanzo di formazione in cui c’è un giovincello

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Ulisse VS Enea No, oddio, questi due personaggi mi sono tutti e due molto antipatici. Ulisse perché, essendo io un Foscoliano, ho in mente l’immagine che Foscolo ne dà nell’Aiace, come colui che defrauda l’eroe nel diritto ad avere in eredità le armi di Achille e, grazie anche a un bieco sotterfugio, fa cadere Aiace nel ridicolo e lo induce al suicidio. Questo Ulisse fraudolento è anche quello della prima parte del Canto ventiseiesimo di Dante. C’è anche l’Ulisse sognatore che per amore della conoscenza si rimette in mare, certo… ma Ulisse è un personaggio che non mi ha mai molto affascinato, tant’è vero che tra Iliade e Odissea ho sempre preferito mille volte la prima. E poi questo compiacimento un po’ guascone per l’inganno, il modo in cui viene raggirato Polifemo… io ho sempre parteggiato per Polifemo. Ulisse ne combina di tutti i colori, vive tutte le avventure erotiche possibili, però deve tornare dalla moglie, il letto matrimoniale, il figlio; mi sembra una cosa trop-

po manzoniana, un po’ da benpensanti. Di Enea poi non ne parliamo: uno che ha come sogno la fondazione della romanità non è un eroe, è un nazista. Circe VS Penelope Circe. Sarà che per me la famiglia non è un valore. A me la parola famiglia evoca comunque punizioni, piatti che volano, disarmonia… quindi mi piacciono le storie in cui la famiglia è un covo di tarati e depravati come i fratelli Karamazof, che hanno una specie di DNA corrotto. A questo punto Michele Mari mi mostra la sua libreria, l’ha costruita con le sue mani, mensola su mensola, e dopo l’ha riempita di volumi. Sono principalmente raccolte, antologie, opere complete in edizioni Meridiani. Il prontuario di letteratura che lo scrittore ha portato al suo presidio romano, da Milano, dove ha il grosso della sua biblioteca. Una cassetta del pronto soccorso letterario, oserei dire. -Ma il mio libro più prezioso non è qui: si tratta di una prima edizione dei Canti Orfici di Dino Campana, ottenuta in premio da un’amica di mia madre il giorno in cui mi prestai per ripulirle la cantina. Non avevo idea, a quel tempo, di quanto potesse valere quel testo. Ero solo un ragazzo… in quegli anni mi dividevo ancora equamente tra la scrittura e il disegno. Lo scrittore si avvicina a un altro scaffale, tira fuori il fascicolo di un giornale di parecchi anni fa. -Avevo solo diciassette anni quando

presi a illustrare il Visconte dimezzato di Calvino. Mia madre era un’illustratrice, senza informarmi di nulla un giorno fece in modo che quelle tavole venissero pubblicate. Calvino stesso, dopo averle viste, mi scrisse una lettera. Poi la scrittura ha avuto la meglio sul disegno. Alla fine dell’intervista lo scrittore mi saluta, è gentile, e ci diciamo a presto, con tutti i convenevoli del caso. Solamente dopo che ho richiuso la porta dietro le mie spalle, aspettando l’ascensore, sento qualche bisbiglio provenire dall’appartamento. Sono voci di uomini che tornano a parlare scoppiando all’unisono, come se il tacere gli fosse costato una troppa lunga apnea. Alcuni di questi hanno un marcato accento inglese. Qualcuno sta parlando di salpare, chè c’è tanto da scrivere, bisogna andare.


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LETTORI ORFANI

di LUCA ALVINO

Philip Roth, come faccio a dirti addio D

opo aver letto della clamorosa decisione di Philip Roth di chiudere definitivamente con la scrittura, ho ripensato alla visita che Mickey Sabbath, stanco di un’esistenza ormai completamente allo sbaraglio, compie nello scalcinato cimitero ebraico del New Jersey in cui è sepolta tutta la sua famiglia. Dopo aver scelto con grande accuratezza la posizione e le dimensioni della propria tomba, il tipo di bara, il rabbino e la lapide, egli lascia scritto in una busta il testo dell’epitaffio destinato a illustrare il senso della sua vita interamente consacrata all’irrisione e alla dissolutezza: «Morris Sabbath / “Mickey” / Amato Puttaniere, Seduttore, / Sodomizzatore e Sfruttatore di Donne, / Distruttore della Morale, Corruttore della Gioventù / Uxoricida / Suicida / 1929 – 1994». In tanta colossale indifferenza nei confronti dell’opinione e del consenso altrui, mi è sembrato di intuire quale possa essere oggi l’atteggiamento divertito dello scrittore verso tutte le ipotesi e le chiacchiere che nel mondo si sono sollevate dopo la divulgazione della notizia. Eppure, per me non sarà facile accettare che uno come Roth abbia deciso di smettere di scrivere. Nel 2009, poche settimane dopo l’uscita dell’Umiliazione – e dunque solamente tre anni fa –, in un’intervista per la rivista web «The Daily Beast», aveva confidato a Tina Brown di volersi dedicare alla scrittura di un lungo romanzo che lo tenesse impegnato per il tempo rimanente della sua esistenza. In tal modo aveva lasciato intendere di non essere in grado nemmeno di concepire la propria vita senza la scrittura; come se, per sentirsi pienamente vivo, avesse bisogno di dare sfogo fino alla fine alla propria energia creativa. Cosa è cambiato, dunque, in soli tre anni? Cosa lo ha convinto ad abbandonare il suo prolifico impegno letterario che sembrava destinato a una così felice inesauribilità? Lo scrittore spiega in questo modo la propria scelta: «Scrivere è avere torto tutto il tempo… Si passa il tempo a buttar giù parole sbagliate, frasi sbagliate, storie sbagliate. Ci si sbaglia in continuazione, si fallisce continuamente e si vive in una frustrazione perpetua. Si passa il tempo a dirsi: questo non funziona, devo ricominciare». Si tratta dunque solamente del confronto quotidiano con l’errore? Dello sforzo di affrontare ogni giorno il vaglio severo dell’autocritica e l’opera faticosa di un incessante lavoro di lima? Ma cosa ne è stato di quell’urgenza che ha infiammato la sua ispirazione fino a poco tempo fa, e

che gli ha fatto produrre – proprio al termine della sua lunghissima carriera – dei libri vigorosi come Indignazione o Nemesi? Che cosa della straordinaria intensità di personaggi indimenticabili, come lo Svedese in Pastorale americana o Coleman Silk nella Macchia umana? Per tentare di comprendere qualcosa in più su questa sconcertante decisione, è opportuno affrontare una questione fondamentale: cosa ha significato, davvero, la scrittura nel pensiero e nell’opera di Philip Roth. Nella scrittura, diversamente che nella vita, la forma non è un contenitore statico, quanto un itinerario la cui mèta viene continuamente differita. Laddove gli eventi dell’esistenza assumono una propria immutabilità nell’atto stesso dell’accadere, la letteratura è destinata a rimanere a lungo nel crogiolo della gestazione creativa prima di acquisire la sua forma definitiva. Mentre la storia assume rapidamente la propria conformazione, costretta dalla inarrestabile violenza delle circostanze, nella scrittura nulla può definirsi concluso fin quando l’autore non si ritiene soddisfatto di ciò che ha scritto. Fino ad allora, tutto è in perenne trasformazione, soggetto a una consistenza formale aleatoria, a una fluttuazione continua dei rapporti causali e temporali. Da un lato questa duttilità è carica di un enorme potenziale. D’altro canto, la laboriosità e la durata del processo creativo si rivelano condizioni estremamente faticose. Nell’intervista al settimanale francese «Les inRocks» in cui ha rivelato di voler smettere di scrivere, Roth ha dichiarato: «Scrivere, per me, è sempre stato molto difficile. Il mio problema è che da bambino mi sono innamorato della letteratura. Solo più tardi ho pensato di fare lo scrittore. Ci ho provato e la cosa ha funzionato fino a un certo punto. Credetemi, avessi potuto fare qualcos’altro di meglio, l’avrei fatto volentieri!». Per Roth la difficoltà della scrittura non consiste solamente nella fatica che essa richiede – che pure deve essere enorme per uno scrittore come lui, attento fino all’estremo alla precisione lessicale di ogni singolo vocabolo. Scrivere è difficile perché

con la scrittura egli non tenta di nascondere le contraddizioni della storia, quanto di portare allo scoperto il disordine che la abita. E lo fa mettendo continuamente in gioco la propria vita, senza temere di contaminare la realtà con la finzione, arrivando a distorcere persino la propria stessa identità. In Inganno, la moglie del narratore scopre casualmente un taccuino lasciato incustodito dal marito scrittore. Nel taccuino si alternano gli appunti per un romanzo alle trascrizioni dei dialoghi che l’uomo intrattiene con la sua amante. Ovviamente, la donna fa una scenata. Ora, il narratore si chiama Philip Roth, e nega con fastidio qualsiasi corrispondenza tra il contenuto del taccuino e la vita reale. Egli le spiega che il Philip di cui parla il taccuino non è il Philip della realtà, bensì una sua proiezione letteraria; e la moglie, non del tutto convinta, gli chiede di eliminare dal testo il nome Philip, nel caso in cui intenda pubblicarlo: – «Philip, hai un portacenere?» Potresti cambiarlo in «Nathan», no?, se dovesse venir pubblicato. – Tu pensi? No. Non è Nathan Zuckerman. Il romanzo è Zuckerman. Il taccuino sono io. – Mi hai appena detto che non sei tu. – No, ti ho detto che sono io, nell’immaginazione. È la storia di un’immaginazione che si innamora. La distinzione tra Roth e Zuckerman è una sottolineatura importante. Data la loro somiglianza, infatti, per i lettori è spesso facile confondere l’uno con l’altro: entrambi sono nati a Newark negli anni trenta, entrambi sono degli scrittori, entrambi vengono da una famiglia ebrea tradizionale. Tuttavia, il Philip Roth della vita reale non corrisponde a Nathan Zuckerman (e nemmeno al Philip Roth personaggio, protagonista di Inganno e di altri tre romanzi). Ma neanche il Philip Roth del taccuino corrisponde in tutto e per tutto al Philip Roth della realtà. O meglio, è lui, ma proiettato nell’universo purificato della finzione. Non si può dire che non sia facile fare confusione. Nel Fantasma esce di scena, un Nathan

Zuckerman di settant’anni, reso impotente e incontinente dall’asportazione chirurgica della prostata, si innamora di una brillante giovane trentenne, e inizia a corteggiarla con prudenza, frenato dall’impossibilità di intraprendere con lei una vera e propria relazione sentimentale. Ciononostante, egli sente l’esigenza di mettere per iscritto il dialogo immaginario che non ha l’opportunità di intrattenere realmente con la donna. La potenza del non detto rivendica sulla storia una preminenza che al reale viene preclusa dalla caducità che lo contraddistingue. Il dialogo immaginario si rivela assai più interessante, più seducente, più coinvolgente di quello autentico. Per la maggior parte degli uomini, il dolore della vita reale è già abbastanza terribile da non aver bisogno di amplificazioni letterarie. Tuttavia, precisa Roth, «per poche, pochissime persone quest’amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più». Certamente Philip Roth appartiene a questa speciale categoria di persone. Ma egli sa bene che anche il non vissuto, il frutto di un appassionato vagheggiamento letterario, quando entra in contatto con la caducità della vita reale è destinato a un’ineludibile decadenza. Anche Rodolphe, l’irresistibile amante di Emma Bovary, con il trascorrere del tempo perde inevitabilmente il proprio fascino, e si trasforma a poco a poco in Léon, il marito zoticone. Philip Roth ha vissuto tutta la sua esistenza rivendicando con lealtà e abnegazione la preminenza della letteratura sulla vita, prestandosi a una continua, ardita contaminazione tra realtà e scrittura. Oggi, al termine della sua lunga carriera, egli ha riletto gli autori amati in giovinezza: Dostoevskij, Turgenev, Conrad, Hemingway. E ripercorrendo con sguardo rinnovato i propri romanzi, si è certamente imbattuto nell’ultima, memorabile pagina di Ho sposato un comunista, nella quale, riflettendo su cosa resta dopo la morte delle passioni che fanno deflagrare la vita degli uomini durante la loro esistenza, contempla un universo pacificato «dove l’errore non ha corso», finalmente privo di rivalità, nel quale «non esiste il tradimento, non esiste l’idealismo, non esiste falsità». E infine affrancato dalla tirannia dell’antagonismo, assurge a quell’olimpo di riferimenti assoluti in cui soltanto i grandissimi possono abitare.

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ESPLORATORI GIORGIO MANGANELLI

di GIORGIO BIFERALI

Dovunque siano, noi siamo lontano “I monumenti percepiscono, i cieli si comportano, le città vanno in analisi”

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uando si parte per un lungo, tortuoso, simbolico viaggio, conviene esaminare quale mai sia stato l’ultimo gesto fatto prima di chiuder casa, ed affidarla alla saggezza dei ladri: c’è chi pensa al gas, non si sa mai il grillo del focolare restasse asfissiato; spegne la luce chi sa che i fantasmi non portano mai occhiali, ma io ho consultato il Dizionario della pronuncia inglese del Jones, questo viatico di tutti gli studenti d’inglese, per sciogliere un interrogativo: si scrive Viking, ma si pronuncia vaiking o viking? Il Jones, e non è la prima volta, risponde con un cortese sorriso da tè alle cinque; oh io inclinerei a vaiking, ma non fateci caso, sono un demente volubile, viking va benissimo. Ma perché mai un signore diretto a Copenaghen va a controllare la corretta pronuncia di «Viking»? Perché è infantilmente convinto che un po’ di vichingo nell’aria danese, e ancor più in quella islandese, non potrà non esserci; come gli americani che vengono a Roma hanno l’idea, a seconda della pasta culturale, di venire a trovare Giulio Cesare o Michelangiolo.” Le prime pagine di L’isola pianeta di Giorgio Manganelli, che quest’anno avrebbe compiuto novant’anni, vengono dedicate alla Svezia, colta in una “situazione di disordine vissuta in modo estremamente ordinato”, che non affascina il viator poiché persa nel vortice dell’apparenza e del vecchio manierismo cortese, che rende il sole “giustamente indifferente”1. Comica la descrizione sulla pornografia svedese, “perfettamente integrata” nella società, differente dalla perversione latente e criminale nostrana causata da un perbenismo e da un’ipocrisia invecchiati di secoli:

tura. Qualcosa di assolutamente indifferente all’uomo, di intemporale, il magma pietrificato di eruzioni secolari.” Comincia il dialogo con la natura, indifferente, cieca, sorda, della serie “passan genti e linguaggi: ella nol vede”, un dialogo che diviene inconsciamente monologo, che guida l’uomo verso i sentieri amari di una solitudine necessaria e contraddittoria. Le domande che Manganelli vorrebbe porre, come accadde all’islandese nella celebre operetta leopardiana, rimarrebbero senza risposta. Questa natura, dal carattere “preumano”, è in grado di mettere in discussione anche l’estetica convenzionale, poiché alcune visioni, le rive del lago Mývatn per esempio, non portano ad un giudizio disinteressato sul bello, ma lasciano l’uomo in una “quieta paura, un abbandono senza difesa”. Indifferente è la terra, “nascosti” i popoli che la abitano. Vivono nascosti gli elfi e le fate, che in Islanda non sono considerati solo il pane quotidiano per uno scrittore come Tolkien, sono piuttosto il pane quotidiano per i quotidiani, vivono nascosti gli abitanti, gli esseri umani, poiché vengono proibiti i cognomi e ogni persona è “nota col suo nome di battesimo”. È una società alle soglie dell’utopia, senza classi, una sorta di marxismo molto “isolato”. Gli abitanti, e soprattutto i visitatori, non sono nient’altro che ospiti, visto che in una loro eventuale assenza la terra, come nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, non sentirebbe “che le manchi nulla”. Forte in Leopardi, e così in Manganelli, un anti-antropocentrismo di impronta spinoziana. In linea con il pensiero del poeta recanatese, Manganelli salva l’antico, il naturale, il primordiale, elementi

FOTO FABIO MASSIMO FIORAVANTI

“Vendere membri di gomma è dignitoso quanto vendere articoli d’antiquariato, che in genere non si possono mettere da nessuna parte.” E, riferendosi alla cerimonia di consegna del Nobel che si tiene in Svezia, Manganelli fa giustamente ironia sul reale significato del premio, un’ironia che assume una connotazione politica, che demistifica, come fece Leopardi, il “disperato ottimismo della grande borghesia”, e ricorda l’origine del nome da cui proviene questo riconoscimento fittizio, ossia Alfred Nobel, industriale nonché inventore della dinamite: una mistione decisamente esplosiva. E, dopo alcune reminiscenze romane degne di un leopardiano nostalgico qual è Manganelli (i piccoli spostamenti necessari con l’autobus sessanta dalla Nomentana a Piazza San Silvestro), eccoci in Islanda, “l’isola pianeta”:

“Non perdere la propria autenticità, non vendere l’anima per un frigorifero, restare i signori indiscussi dei propri sogni, abitare una terra che ti accoglie ma che non si lascia domare del tutto, per cui è sempre capace di inviarti messaggi di strepitosa fantasia. E, soprattutto, far coabitare la solitudine, l’antichità, l’alleanza degli uguali, e in questa coabitazione accogliere, con letizia, senza ansie nevrotiche, la presenza del magico, un magico puro, che nulla ha a che fare con la compensazione, la fuga di una popolazione misera e disorientata. La magia islandese è, cosa unica in Europa, una straordinaria ricchezza, la vera corona di questa società, questo popolo, questa meravigliosa tribù, che ha tutto ciò che abbiamo noi, e non ha perduto ciò cui noi abbiamo rinunciato: la vita come destino e invenzione, come sacro caso e magia.” Non differiscono affatto le impressioni suscitate dal viaggio in Finlandia, una waste land solitaria, malinconica, intrisa profondamente di un sapore di lontananza. Manganelli, in versione più avanguardista, mostra subito un interesse per la “deliziosa insensatezza verbale” del finnico, così sperimentale, ai confini del nonsense, in grado di creare “uno strano ritmo fantastico” nella pronuncia. La Finlandia è una terra allegorica, del silenzio, della reticenza, della prudenza e della negazione, tutti elementi che sono figli del disinteresse, del disimpegno e che bussano ferocemente alle porte del qua-

lunquismo. Manganelli, spesso più interessato ai luoghi che alle persone, descrive, con il solito occhio laicamente attento, alcune chiese che si trovano nei pressi di Helsinki: “In queste chiese colpisce la dura, massiccia, anelastica occupazione dello spazio, il loro modo di essere che tende al macigno: e turba l’intelligente anonimato che verrebbe fatto di dire teologico di questi costruttori insieme poveri e con un gusto violento per l’eternità.” Mi ricorda nella forma, e soprattutto nei contenuti, il “romanzo” Trentasei del libro Centuria, in cui ad un architetto è stata assegnata la costruzione di un edificio, una chiesa, che considera “una stazione di transito verso il niente”, e non sa se ascoltare la sua coscienza o rispettare, invece, il dovere professionale. La Germania ha un aspetto drammatico, le cui città, distrutte dai bombardamenti, sono alla continua ricerca di un’identità perduta, da ritrovare forse nella ricostruzione e nello scorrere del tempo. Francoforte deve fare i conti con i proprio fantasmi, schiava di una “duplicità” informe, astratta, a cui reagisce con forza e con un’architettura dal carattere violento. Amburgo è l’allegoria della mercificazione, nella quale i negozi sostituiscono i monumenti, la città del vizio, della volgarità, che trasuda un messaggio inquietante: “l’universo è in vendita”. Nel museo navale di Àltona si è verificato uno di quei momenti epifanici necessari in un viaggio, in cui Manganelli, lontano dalla civiltà, come quel poeta sul colle de L’infinito, ha ricordato “l’esistenza inconsumabile del mare”. Lubecca, città natale di Thomas Mann, ricostruita dopo un bombardamento avvenuto nel ‘42, ha, come Francoforte, un che di fantasmatico, di fittizio, un città che sembra quasi non esistere più, e, suggerisce ironicamente l’autore, dovrebbe andare dallo psicanalista. L’ultima meta di questo lungo viaggio è la Norvegia, dalla quale va distinta Oslo che, visti i tentativi di modernizzazione nei trasporti e la presenza massiccia di immigrati orientali, è “la capitale centripeta di un paese centrifugo”. Il resto della Norvegia è affine agli altri luoghi nordici già visitati, una “terra estranea all’uomo”. In Norvegia va rivisto il concetto di “deserto”, che non è fatto di sabbie sterminate, bensì di brughiere, montagne, laghi, fiordi. Va rivista la definizione di “località”, che in Italia assomiglia ad un paese, in Norvegia è costituita da due case con il nulla intorno. Anche la notte si confonde con il giorno, come ne L’impero delle luci di Magritte.

“Sto percorrendo i trenta chilometri che separano l’aeroporto di Keflavìk da Reykjavìk: sono appena arrivato, è pomeriggio avanzato, ci sono nuvole fitte e deformi. Quello che vedo ai due lati non è paesaggio, non è na-

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che permettono il libero accesso alla fantasia e all’immaginazione, a discapito di una modernità grigia e perduta nei meandri della mercificazione:

«L’esistenza inconsumabile del mare»


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ESPLORAZIONI MARRAKECH

di FRANCESCO MAROCCO

Da ogni angolo un fumo di carne alla brace si solleva nel cielo, Jeema el Fna sembra bruciare

FOTO DI CARLOS SALAZAR

L’

acqua scorre dalla teiera nel piccolo bicchiere di vetro, liberando una colonna fumante e un intenso aroma di menta. Dal terrazzo del bar che affaccia sulla piazza centrale di Jemaa el Fna, osservo Marrakech distendersi orizzontale oltre lo sguardo, disegnando una superficie continua, appuntita dalle cime dei minareti. Dicono che una tradizione vieti la costruzione di case che siano più alte di una palma e che le facciate delle case debbano essere sempre colorate di rosa. A Marrakech tutto deve dileguarsi, farsi scenario, perché quello disegnato adesso in cielo resti il più bel tramonto del mondo. Mi incanto a guardare, pervaso l’udito dai fiati degli incantatori di serpenti. Jeema el Fna non assomiglia a nessun altro luogo. Sfugge la definizione dello sguardo che cerca di contenerla in un’immagine. È la sua stessa forma che sembra mutevole. Non è un vuoto di pietra, costretto da un perimetro, ma una marea pulsante di situazioni che invadono e conformano lo spazio. L’attraversano pedoni, biciclette, auto, calessi, moto, carretti, ognuno tracciando un percorso illogico, un personalissimo clinamen: Jeema el Fna brilla come un groviglio di fluorescenze. Mentre rifletto, il flusso mi travolge: un uomo prova ad arrotolarmi sul collo un serpente, un altro è convinto della necessità che le mie scarpe da ginnastica vadano lustrate, c’è finanche uno persuaso che mi voglia comprare una scimmietta. Prima che la marea caotica di Jeema el Fna mi inghiotta, sono anch’io lì che vado. Provo a orientarmi seguendo la distribuzione di chioschi gialli che vendono spremuta d’arancia. Per evitare che ci si smarrisca, allora, il più anziano dei nostri ha una strategia. Lancia ululati che segnalano la sua presenza nella piazza. Ogni paio di minuti si sente urlare il suo richiamo: Babaluuu. All’inizio me ne vergogno un po’, e mi volto solo di rado, finché mi rendo conto di una cosa: dovunque ci spostiamo, gli abitanti di Marrakech ci accolgono con grandi sorrisi. I perditempo vanno incontro a Babalù, intrattenendosi con lui tra battute e pacche sulle spalle. I venditori di dolciumi gli regalano biscotti. I bambini gli si radunano attorno come fosse un messia. Mi spiegano che viene qui ogni sei mesi da trent’anni. È un uomo rude e forzuto, come ci si immagina un generale di un antico esercito sul fronte di guerra. Ha modi spicci, presto lo sentirò far ogni genere di rumore a tavola, porta il turbante, si appoggia a un bastone e ha una voce poderosa sotto i baffi bianchi a manubrio. Babalù ci guida per il suk, il mercato coperto che circola e pulsa per le vie di Marrakech. Sono sorpreso dagli odori che si mescolano in un profumo unico fatto di spezie, sapone, pasticceria e pelle conciata, come unico è il

suono di umanità che mi ronza attorno, interrotto solo dagli acuti del Babalù. Berrò un bicchiere di yogurt, assaggerò un frollino al cocco, lascerò che nelle orecchie diventi mormorio confidenziale la cantilena della teiera che stilla infusione alla menta nei bicchierini di vetro. Contratterò l’acquisto di una borsa di cuoio, non perché voglia risparmiare una manciata di euro, ma perché quando un mercante del suk ti propone un prezzo e tu accetti senza contrattare, stai disprezzando il suo lavoro. “Contrattare è sport nazionale” dice uno “Mercante ha anima berebere, vuole vendere gallina al prezzo di un vitello”. Quando sente la mia offerta, il mercante sorride e mi fa un complimento “tu sei peggio di berebere, tu vuoi comprare cavallo al prezzo di una gallina”. Ci accordiamo su quanto vale davvero la gallina e chiudiamo l’affare con la soddisfazione di entrambi. Nel cammino passiamo dal quartiere dei conciatori. Babalù distribuisce rametti di menta da tenere sotto il naso, per ripararci dalla puzza. Non ho mai visto nulla di più povero e malsano. Le case di fango sono organizzate a corte attorno a delle pozze a cielo aperto dove vengono tenute a mollo le pelli. Le pozze sono piene di guano. È quella la puzza che si sente. Nelle pozzanghere di liquame di colombi, i conciatori pestano il cuoio a piedi nudi. Tutto, attorno, è malandato, i vecchi per strada, le facciate delle case, i bambini che ronzano in giro. Persino i gatti sembrano infermi. Riprendiamo in fretta la via del mercato, ed è già buio quando l’organismo del suk ci espelle nuovamente in Jeema el Fna. Siamo lì dove eravamo prima, ma tutto è cambiato. Solo il suono degli incantatori di serpenti mi conferma che siamo al punto di partenza, perché a vederla, la piazza non sembra più la stessa. Nel tempo di un’ora e mezza, il vuoto si è riempito di un numero impossibile da calcolare di

chioschi ristorante. Cucine, griglie, tavoli e panche di legno hanno disegnato con precisione ortogonale una città della ristorazione nel centro della piazza. Se non avessi visto prima la piazza vuota, non crederei mai che tutto ciò è stato montato nel tempo di un’ora. Da ogni angolo un fumo di carne alla brace si solleva nel cielo, Jeema el Fna sembra bruciare. Davanti a un negozio di moda contraffatta, allineati su sedie di vimini una decina di non vedenti intonano nenie che si fondono al flauto degli incantatori di serpenti. Ognuno ha una scodella di alluminio in mano. Fanno l’elemosina e quando qualcuno offre loro una moneta, con grande rumore se la passano da una ciotola all’altra. Un paio hanno preso di mira quello che siede in mezzo e a turno gli passano una mano sul capo, colpendolo scherzosamente. Tutti sorridono e io ascolto il rumore del mio euro passare per le scodelle. Per cena, opteremo per uno qualsiasi dei ristoranti che ci serva una pioggia di spezie colorate venuta giù su insalate, verdure fritte, carne alla brace, lenticchie, tajine di pollo, teste di agnello. Sul finire della sera Jeema el Fna pullula di fuochi, attorno ai quali si radunano i curiosi. Suonatori di tamburi, mangiatori di fiamme, pugili informali pronti a darsele mentre un allibratore intorno raccoglie scommesse, pescatori che con le loro canne cercano di infilare un anello attorno a una bottiglia di coca cola. Non importa cosa guardare, ma disporsi in circolo. L’obiettivo è quello di attirare altri spettatori e alimentare una confusione concentrica. Non appena ci disponiamo a guardare anche noi, altri due giri di curiosi si assiepano dietro: Jeema el Fna è un meraviglioso meccanismo di ghiere che misurano la notte che avanza. Il giorno dopo ci mettiamo in cammino per

Warzatz. Allontanandoci da Marrakech, si ha la sensazione cromatica di diluire il rosa con un pennello bagnato, il paesaggio svanisce in toni sempre più chiari, rosi dal sole, finché non raggiungiamo lo Yagour dove i colori ritornano aspri, ruggine e fieno. Il caos di Marrakech è un ricordo attutito dalla scala smisurata del paesaggio deserto. Lungo la strada incontriamo gruppi di gente di ritorno dal mercato di Tidouine. I bambini scivolano silenziosi via dalle carovane di muli, venendo verso di noi e arrampicandosi sul tettuccio delle jeep. È tardo pomeriggio quando raggiungiamo Wartzatz. Le donne sono a lavare i panni, chine a riempire bidoni dall’unica bocca d’acqua del paese. Presto veniamo circondati dai bambini. Vogliono penne, “birò, birò” chiedono con accento francese. Sorridono ma non vogliono essere fotografati. I marocchini sono allegri. E’ un islam cordiale e amico. Amano sorridere, anche quando esprimono un rifiuto. I loro occhi sono più grandi, forse per questo sembrano anche più tristi. In breve, scarichiamo bagagli e provviste nel rifugio in cui alloggeremo. Ci sono due stanze, un dormitorio maschile e uno femminile, con dei materassi allineati per terra. Due piccole latrine, una doccia, e una sala comune tappezzata di stuoie, dove è vietato entrare con le scarpe. Consumiamo un piccolo pasto, scalzi e inginocchiati attorno a tavoli bassi, accompagniamo le verdure spezzettando di mano in mano le grosse cialde di pane senza lievito. Quando la teiera è ormai vuota, è tempo per una prima ricognizione dell’abitato. L’elettricità e l’asfalto, pionieri della civilizzazione, sono già in viaggio verso Wartzatz. Qualcuno già si è attrezzato montando una parabola sul tetto di fango incannucciato. In giro per lo Yagour con il mio pranzo al sacco calato in spalla, fotografo una costruzione tipica, quando vengo sorpreso dal padrone della baracca, un vecchietto col volto solcato dalle rughe. Mi chiede qualcosa nella sua lingua e io uso la tecnica che ho imparato da loro. Rispondo di sì con un sorriso anche se non c’ho capito nulla. Il signore scompare dentro il rudere. Io riprendo a fotografare. Lui riappare qualche minuto dopo con una teiera e due bicchieri sporchi e io capisco di aver appena accettato il suo invito a bere un tè con lui. L’uomo si dirige con i due bicchieri verso una pozzanghera dove ristagna l’acqua con cui irriga i campi e dà una sciacquata ai calici. Mentre lui versa il tè, io apro il mio fazzoletto con le provviste, e sorseggiando l’infusione, dividiamo un disco tondo di pane, una busta di olive nere, un pomodoro e una latta di sardine sott’olio. Mangiando, proviamo a parlare. Lui mi parla di qualsiasi cosa, minimamente preoccupato dal fatto che io non ne capisca neanche l’argomento. Quando tace, io gli rispondo per toponimi geografici. “Wartzatz” dico indicando la mia provenienza. E lui ripete soddisfatto: “Wartzatz Wartzatz”. Allora provo ad allontanarmi: “Tidouine”. Lui sorride e ripete “Tidouine”, mostrando però un entusiasmo decrescente che quando gli nomino Marrakech sembra essere scemato del tutto. Al punto che, quando gli dico “Madrid” e con la mano simulo un aeroplano, già abbiamo smesso di capirci. A quel punto non mi resta che ricominciare da Wartzatz. I suoi occhi tornano a illuminarsi.

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DICEMBRE 2012

ESPLORAZIONI LONDRA

di ILARIA ROSSETTI

Work, Buy, Consume, Die: l’altra Londra L

FOTO MASSIMO CASIRAGHI

e albe erano popolate da neri, asiatici, sudamericani: nello specifico, vedevo soprattutto giamaicani, haitiani, nigeriani, indiani, bangladesi, filippini, somali, marocchini, ecuadoriani, brasiliani. Vedevo, ma meno spesso, anche qualche faccia europea, bianchiccia sotto il riverbero dei lampioni alla fermata dell’autobus: polacchi, cechi e italiani, di solito. Tutti loro, insieme, con i loro cappucci, gli zaini sformati e gli occhi pesti di sonno, costituivano l’esercito dell’alba: stipati in autobus, zitti, addormentati, con le bocche piegate all’ingiù, avevano il compito di preparare la città per il nuovo giorno. Loro erano gli spazzini, gli uomini e le donne delle pulizie dei grandi centri commerciali, delle firme delle high street, delle caffetterie e dei ristoranti, delle banche, degli uffici, degli ospedali, erano gli scaricatori di camion, i baristi, i portieri, i facchini, gli autisti dei mezzi pubblici. Alle nove del mattino, già non si vedevano più: al buio, in silenzio, mettevano in funzione tutto ciò che poi sarebbe servito ai bianchi, il popolo del giorno. Loro erano i neri e i mulatti, la gente dell’asfalto e dei pavimenti: senza di loro, Londra non avrebbe mai avuto le sue vetrate sfavillanti e i suoi caffè. Senza di loro, l’ondata bianca di inglesi, europei e statunitensi non avrebbe potuto sfrecciare in metropolitana, godersi la piazza di St. Paul senza immondizia e pensare, come sempre, con un cappuccino alla mano, che Londra era una città meravigliosa. Eppure, più passavano i mesi, più mi rendevo conto di quanto fosse parziale questa visione: vivendoci, lavorandoci, non potevo fare a meno di notare che, come la maggior parte delle metropoli occidentali, rispondeva ormai alle logiche moderne in ogni fibra del suo essere: c’erano anime invisibili che sfregavano i pavimenti e prendevano il salario minimo, e c’erano i londinesi abituati a muoversi alla luce del sole, benestanti e sicuri: per loro, salari stellari e giornate convulse, votate al totem della carriera. Si trattava di un miscuglio esplosivo e terribile: c’era chi lavorava per la mera sopravvivenza e chi, invece, lavorava per l’accumulo. Vedevo i due strati non toccarsi quasi mai, se non che Londra era una città costruita in orizzontale e i quartieri spesso si ritrovavano privi di confini fisici: alle ville vittoriane di Notting Hill e Chelsea si alternavano palazzoni squallidi e mal tenuti; alle facciate candide e ai giardini curati, decine decine di finestrelle che si arrampicavano verso il cielo, strette come gabbie per uccelli, tutte identiche, sbarrate dalle inferriate, e i panni sventolavano dai vetri anche quando pioveva, appesi a fili di nylon. Di solito, non ci si metteva molto a camminare dai grattaceli milionari di Liverpool Street alle case-caserme con i lunghi balconi di Mile End e Whitechapel, rettangoli decadenti da cui i bimbi indiani si affacciavano, occhi sgranati e capelli che odoravano di curry: sotto di loro, traffico, spacciatori e asfalto. Il meccanismo affondava le sue radici nel passato colonialista della Gran Bretagna: Londra era sicuramente una città multiculturale, ma escluse le immigrazioni più recenti, provenienti soprattutto da un’Europa ingolosita dal

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benessere inglese, il popolo dei nuovi venuti era costituito da coloro che l’Impero di Sua Maestà aveva a suo tempo assoggettato e dominato. Indiani, bangladesi, giamaicani, nigeriani, kenioti: erano fuggiti dai propri Paesi ormai dissanguati dalla voracità del colonialismo anglosassone, per emigrare proprio nella terra dei nemici e dei conquistatori. Ma quale scelta avevano avuto? Erano approdati a Londra con le loro valige di rassegnazioni, persuasi di poter diventare parte della ricchezza dei colonialisti: in fondo, ad essa, avevano contribuito anche i loro martoriati Paesi. Ciò che l’Inghilterra prometteva era un’occupazione, maggiore benessere, una casa, istruzione per i propri figli; s’erano quindi arrabattati come avevano potuto, accettando quei ruoli che gli inglesi non volevano più. Spazzini, addetti alle pulizie, guardie notturne, camerieri, commessi: il popolo della notte, dell’alba, dei pavimenti e dell’asfalto. Lavorare, comprare, consumare, morire. Era una frase che avevo letto scarabocchiata su una tubatura di un muro a Camden, all’altezza della Roundhouse, dove gli odori del mercato coperto si disfacevano contro i fumi dei kebabbari. Mai nessuna proposizione avrebbe potuto riassumere tanto bene la disperazione anglosassone, così inconsapevole e lacerante. Sull’autobus delle cinque e dieci del mattino, il numero 25, che andava da Ilford a Oxford Street, le facce avevano colori ed espressioni simili: quel popolo straniero, il popolo dei lavori umili e mal pagati, si spintonava per trovare qualche centimetro libero, tutti stretti gli uni contro gli altri, una fornace di stanchezza, sudore e colazioni non digerite. La maggior parte di loro veniva da tuguri affollati e sporchi, la maggior parte di loro sopportava turni massacranti e lunghi agonie in autobus per una paga misera: eppure, molti sventolavano Iphone o smartpho-

nes di varie marche, oggetti il cui costo si traduceva in uno stipendio mensile medio. Pagabili a rate, ovviamente. Alle cinque e mezza di mattino essi stringevano tra le mani oggetti costosissimi e non necessari ed erano pronti ad aggredire la città, piegandosi in due su cessi lerci e aprendo le portiere ai bianchi. Dopo dieci mesi come barista per Caffè Nero, gigantesca catena di caffetterie che faceva dell’italianità il suo cavallo di battaglia (benché la compagnia fosse inglese e il proprietario americano), avevo cominciato a lavorare per la Hult International Business School. La Hult International Business School è un’università americana, ben piazzata nei ranking mondiali, forte di cinque campus sparsi per il globo e, soprattutto, di una feroce macchina di marketing. Proprio nel ventre di questa macchina mi ero ritrovata a muovermi: era per me un universo alieno, ma mi aveva incuriosito e avevo deciso di sguazzare per un po’ in quelle acque e osservarlo più da vicino. La Hult non era Harvard: offriva Bachelor’s Degree, Master e MBA a prezzi milionari, faceva tutto in grande stile e la sua fama aumentava di anno in anno; tuttavia, contro i giganti dell’educazione mondiale, non era sufficiente. Così le alte cariche della compagnia avevano stabilito che occorreva un approccio più sistematico e aggressivo: nei tre continenti di mercato (in Africa quasi nessuno poteva permettersi corsi di laurea da diciassettemila sterline l’anno), avevano messo in piedi un battaglione di esperti di marketing, logistica e sales. Scopo: promuovere e vendere globalmente il più alto numero di programmi Hult. Il progetto aveva avuto successo e, nell’ufficio di Londra, quasi un centinaio di persone facevano bollire email e telefoni sei giorni su sette, pronti a tutto pur di arpionare un nuovo studente. Tutto era organizzato secondo target: ogni anno il reparto londinese avrebbe dovuto raggiungere un numero, e a quel numero lavorava tutto l’organico. La compagnia stimolava la competizione in modi infimi e creativi: c’erano gare tra recruiter, tra coordinator, in palio denaro, Iphone e partite di calcio, il primo che toccava la meta veniva celebrato a suon di email e pacche sulle spalle, ogni target raggiunto valeva l’ufficio che s’alzava in piedi, applaudiva, uno spumante stappato, un campanello che veniva fatto trillare. Si sarebbe potuto pensare che l’ambiente lavorativo fosse coeso e amichevole: mai impressione sarebbe stata più errata. La competizione produceva ciò che avrebbe prodotto una battaglia per la sopravvivenza: chi non vinceva veniva lasciato indietro, lentamente emarginato e poi, con cordialità, invitato a trovarsi un altro impiego. Io guardavo quei giovani rampanti, in ufficio dalle nove del mattino alle sette di sera, la loro devozione al lavoro, la convinzione e l’entusiasmo con cui contribuivano al profitto altrui. Erano tutti sulla trentina, la maggior parte di loro aveva corpi scolpiti e un vestiario attento – la loro esistenza si consumava in quegli uffici, tra computer, telefoni e brindisi. Sembravano

felici. Sembravano appagati. Nel quartier generale di Chelsea, in un prefabbricato lussuoso nascosto in una traversa di King’s Road, c’erano una mensa, una cucina, una palestra, uno spazio docce, un parcheggio macchine e un parcheggio biciclette – dalle otto alle otto e trenta, dal lunedì al venerdì, si serviva la colazione gratuitamente, e ogni tanto faceva la sua apparizione un massaggiatore thailandese, gentilmente pagato dal management per far rilassare tutti gli impiegati. Tutto era organizzato, ben gestito, e generoso. Eppure, quando guardavo quei corpi curvi sulle tastiere, o impegnati in una corsa sudata su un tapirulan, muovendosi senza arrivare da nessuna parte, provavo un’angoscia aspra, affamata: avrei voluto essere testimone delle loro notti, di ritorno da una giornata di target e da tre birre al pub, per spiare i loro sogni, e vedere se ce n’era qualcuno di vero. Londra li aveva accolti in momenti diversi, molti di loro erano emigrati da Paesi pieni di sole e corruzione, e ora avevano la possibilità di svolgere una professione, progredire, avere successo. Il prezzo era semplice: vivere per lavorare. I loro sguardi parevano sussurrarmi che andava bene così, che ogni realizzazione personale comportava sacrifici e angosce, e le loro bocche erano piene di entusiasmi e sicurezze. Di tanto in tanto, mi capitava di coglierli in un momento di scudi abbassati: erano le sette e venti di una sera ottobrina, oltre i vetri una tormenta di vento e pioggia, e forse erano stanchi, forse, per qualche minuto, si poteva semplicemente respirare e desiderare di tornare a casa il prima possibile. Le luci gelide dell’ufficio ronzavano sopra le loro teste, la guerra del target, per quel giorno, sembrava volta al termine. Osservavo il loro silenzioso congedo, mentre raccoglievano agende e resti del pranzo. Un’ora di metropolitana, per la maggior parte di loro, e poi finalmente a casa. Il tempo per una doccia, una cena, una chiacchiera con il coinquilino. Infine il sonno. Erano sfiniti: Londra pretendeva energie, Londra adattava i sogni al sistema - lavorare, comprare, consumare, morire. Era una città giovane, vibrante e affamata: e tutti loro, accecati da quella luccicante bellezza, erano il suo pasto quotidiano. In quella fornace di speranze, non si rendevano nemmeno conto di quanto stessero correndo, senza arrivare da nessuna parte.


DICEMBRE 2012

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ESPLORAZIONI SHANGAI

testo e foto di MATTEO MICCI

Eppure, dentro questo caos, ci sono spazi di silenzio e pace M

i hanno detto: “Abbiamo bisogno di qualcuno che vada in Cina ad aprire il mercato per la nostra azienda”. E io ho risposto: “Beh, eccomi”. È cominciata così la mia vita a Shanghai – che poi proprio Shanghai non è, si tratta di Jiading, un piccolo distretto a un’ora dal centro città. Dovevano essere tre mesi all’inizio. Oggi è praticamente un anno che vivo qui, in questo paese indescrivibile. Non importa quanto preparato tu parta: la Cina ti sorprende sempre, inevitabilmente. Il primo strato che assapori sono le persone, questi “napoletani d’Oriente”, così diversi dal nostro immaginario asiatico, molto furbi, un po’ caciaroni, mercanti sottili, mascalzoni sorridenti. Il secondo impatto è con il governo; magari non te ne accorgi molto se sei di passaggio, da turista, ma vivendo qui realizzi che sei in un paese che è a tutti gli effetti “controllato” da un regime: tutte queste teste svelte, schiacciate da un Grande Fratello che li protegge e li intrappola filtrando accuratamente messaggi e informazioni provenienti dall’esterno. Accedi a internet e digitando youtube, facebook, i siti di informazione esteri, ti appare una schermata che ti annuncia gentilmente: il sito che stai cercando non è permesso dal go-

verno. Ah, e non puoi usare Google: devi navigare con Baidu. E se ti fai degli amici, ti conviene farti un profilo su qq (leggasi “chiu chiu”, all’inglese). È tutto un intero sistema chiuso, creato apposta per questo enorme micro-mondo che è la Cina: vivendoci all’interno, a un tratto realizzi che la “Grande Muraglia” non è solo fatta di pietra e mattoni. La Cina è proprio così: non si adatta a te, sei tu che ti adatti a lei. Ricordo ancora la mia prima spedizione a Shanghai, partito in una mattina di sole – rarissime da queste parti – col mio cinese da battaglia a cercare la metro e raggiungere il centro. Shanghai è un puzzle di cose che non c’entrano niente una con l’altra. Esci a Nanjing Road, nel cuore commerciale della città, e ti sembra di essere stato catapultato dentro “Hotel”, il gioco da tavolo: grattacieli che lasciano senza fiato, dalle forme più strane ed estrose immaginabili, una gara a chi osa di più. E in mezzo a questi giganti urbani a tratti si fanno spazio edifici più bassi e solidi, dall’inconfondibile stile classico europeo, tanto che camminando per il Bund, lungo il fiume Huang Pu, tra i platani e i portoni masselli, quasi quasi ti senti sul Lungotevere. Ma la varietà architettonica non si ferma qui: frugando nella città si trova facilmente la

“Casa di Biancaneve”, una folle mirabilia in stile Disney, uscita dritta dritta da un libro di favole. E un po’ più in là, la Città Vecchia, una ricostruzione suggestiva di Shanghai di qualche secolo fa: tetti a pagoda, canali, templi e il profumo inconfondibile di ravioli al vapore. Puoi averne una cartocciata per pochi spiccioli, e sono i più gustosi tra gli spacci in circolazione. In tutto questo potpourri urbano, si snodano strade enormi e vicoli minuscoli e puzzolenti, gremiti di lanterne rosse di carta, panni stesi e negozietti da perder la testa. I cinesi li riempiono di chiasso, sfrecciano con biciclette, motorini e carretti senza grandi complimenti. Se sei abbastanza audace e addentro ai suoi segreti, riesci a scovare i vecchi “nongtang”, le stradine in mattonato rosso che sono quartieri in miniatura, residui della città com’era nel ‘900, nascosti nel mezzo del delirio di vetrine famose e centri commerciali. Shanghai è un caos che ha un suo ordine: una volta compreso, ne entri a far parte e sei dentro al gioco. Eppure, dentro questo caos, ci sono degli spazi di silenzio e pace. Ero nel mezzo del “Mercatino dei fidanzati”, il raduno caratteristico in uno dei parchi del centro dove genitori shanghainesi cercano di accoppiare i propri figli troppo occupati dal lavoro per avere una vita sociale (ci sono veri e propri stand con fogli informativi su età, altezza, peso, zodiaco, lavoro, salario – sì, salario scritto a grandi numeri, se buono), quando ho incontrato Anna e Clinda, due ragazze di Suzhou in visita alla grande metropoli e dall’entusiasmo contagioso. Dalla bolgia urbana sono stato catapultato in un’altra dimensione: una cerimonia tradizionale del tè cinese. Una stanzetta raccolta, dalle pareti in carta di riso, uno spazio senza tempo dove una signora posata e nobile ci ha servito sette tipi di tè differenti, preparandoli con movimenti fluidi come acqua in queste teiere e tazzine piccine, spiegandoci di volta in volta le proprietà terapeutiche di ciascun infuso e il senso profondo del “Tao del Tè”: l’unione intima che nasce tra chi serve e chi riceve, il dialogo silenzioso con la foglia di questa pianta sacra, la meditazione che trasporta a ritroso sulle antiche vie di questa tradizione. E prima di tornare a casa, una visita al tempio. Volevo scoprire cosa si prova a pregare in un tempio buddhista, a chinare la testa di fronte a quelle statue aggraziate, spaventose e imponenti. Esiste tutto un rito per cui si acquistano tre stecche di incenso, si accendono sul braciere comune, si por-

tano alla fronte e ci si inchina tre volte in ciascuna delle quattro direzioni cardinali. Poi si entra nel tempio vero e proprio, che ha di solito una casa centrale più grande con la statua portante e tutto intorno diverse “celle” con altre figure rappresentate a cui si fanno offerte in frutta, denaro e si prega su degli inginocchiatoi, dinanzi ai quali la gente si mette in fila e attende il proprio turno. C’è un’atmosfera ancora diversa in questi luoghi sacri: parte del caos della città sembra entrare anche qui, sciama tra la gente che si ammucchia a pregare come al mercato, eppure le volute di incenso che si sollevano oltre le mura del tempio, sullo sfondo dei grattacieli, dilatano il tempo e creano una sensazione di sdoppiamento. È come stare dentro e fuori allo stesso tempo, su una soglia perenne, un istante incerto che non sa se fuggire o farsi spazio nella ressa. Tornare a Jiading dopo tutte queste esperienze è quasi uno shock. Jiading è una cittadina piccola, a metà tra il rurale e l’industriale, qui la vita scorre tranquilla e senza grosse pretese, senza vetrine di Gucci e Armani disseminate ovunque. C’è una dimensione più “cinese” qui, anche nel minuscolo centro città, rimasto tradizionale con le sue casette e i canali a reticolo. Ma i ristorantini che vi si trovano sono una gioia per gli esploratori culinari come me: la cucina cinese ha una varietà che strabilia (nulla a che vedere con quella che possiamo assaggiare in Italia); ogni regione ha i suoi sapori assolutamente particolari e tipici, una volta che impari a conoscerli puoi andare ogni sera in un ristorante diverso e godertelo alla grande. Certo, con qualche accortezza, perché qui in Cina le interiora sono una prelibatezza, come le zampe di gallina, le rane e la carne di cane: sono questi i momenti in cui la conoscenza della lingua diventa fondamentale. La mia prima casa qui a Jiading era una villetta immersa nel verde, in un comprensorio privato, con tanto di galline che razzolavano in giro e signore anziane col cappello di paglia e la scopa, pronte a dar di manico quando le pollastre si prendevano troppe libertà. Dopo qualche mese mi son dovuto trasferire perché la casa era in vendita, ora sono all’undicesimo piano di un palazzo di uffici, vedo la città da una nuova prospettiva. Devo dire, mi mancano gli alberi: Jiading è più verde rispetto a Shanghai che è un inno al cemento, ma la natura scarseggia comunque. E si sente nell’aria, che è pesante di smog, nella raucedine costante, nelle gocce di pioggia che ti bruciano gli occhi.

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DICEMBRE 2012

ESPLORAZIONI HELSINKI E DINTORNI

di LORENZO PINI

In Finlandia sulle tracce di una lepre V

i trovate nel mezzo di una strada che attraversa i boschi della Finlandia del sud. È una sera di inizio estate degli anni Settanta e siete in compagnia di Vatanen − un giornalista quarantenne impiegato a Helsinki − e di un suo collega, un fotografo che lavora per lo stesso giornale. Il paesaggio che vi circonda è quello dei laghi e delle foreste di aghifoglie, è l’imbrunire, e vedete Vatanen allontanarsi, sparire nel bosco con una lepre sottobraccio. Che cosa è accaduto? I due stavano viaggiando sulla statale di ritorno da una trasferta, quando hanno investito una lepre. Arrestata la marcia, sono scesi in strada per soccorrere l’animale ferito. “Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l’estate di San Giovanni. Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera”.

ILLUSTRAZIONI DI GUIDO VOLPI

Nei giorni a seguire il solstizio d’estate in Finlandia le giornate sono lunghissime e il buio è solo una breve parentesi. I due sembrano provati da questa condizione atmosferica. Stanchi della luce che non se ne va, avrebbero bisogno della notte per dimenticare il loro stato di uomini dai sogni irrealizzati, una condizione che li rende frustrati e che li ha portati a litigare per decidere se passare la notte a Helsinki oppure a Heinola, mentre la lepre finiva sotto al paraurti. È a quel punto che Vatanen si allontana nel bosco sulle tracce dell’animale ferito. Il collega fotografo lo vede sparire e dopo numerosi e vani tentativi di recuperarlo decide di tornare a Helsinki preoccupato. Avverte la moglie del giornalista, avverte la redazione del giornale, tutti aspettano il ritorno di Vatanen, che invece fa perdere le sue tracce. Ha inizio il viaggio, il grande personale riscatto di Vatanen, uomo sposato e annoiato alla ricerca di una nuova vita lontano dalle convenzioni, sull’onda dell’ispirazione che una lepre ferita gli ha come per miracolo trasmesso. In più di un’occasione Arto Paasi-

linna, autore di L’anno della lepre, libro pubblicato nel 1976 attraverso le cui pagine vi state preparando a viaggiare in Finlandia, ha rivelato le avventurose quanto drammatiche circostanze della sua vita, in fuga fin dai primi anni della sua esistenza con gli altri fratelli e sorelle su di un camion ai confini della Lapponia, in fuga, nel 1975, dal lavoro di giornalista, che abbandonò proprio per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. La sua presa di distanza dalla società è dunque un po’ anche il percorso di Vatanen, quel sabotatore della civiltà che diventerà un personaggio simbolo anche delle altre opere di Paasilinna. Da alcuni giorni Vatanen si trova nelle campagne a nord di Helsinki in compagnia del leprotto, che ha curato e portato con sé, nella tasca della giacca. Dorme in ripari improvvisati. Trova ospitalità in villaggi di agricoltori impegnati a falciare il fieno, così verde e rigoglioso nel dolce cima estivo delle pianure del sud. Ogni tanto ripensa alla moglie (che non ama) all’odiosa perizia con cui aveva arredato il loro appartamento, dopo il matrimonio. Intanto Un autobus l’ha già portato a Heinola, al confine con la regione dei Laghi, 150 chilometri a nord di Helsinki. Il sole, in questo frangente del libro, splende alto nel cielo. A bordo di un mezzo pubblico che conduce a Heinola, guardando dal finestrino il paesaggio di giugno circondato dai laghi, anche a voi potrebbe capitare di sentire molto vicino quel senso di libertà che conquista Vatanen. “Il sole splendeva su Mikkeli, la libertà totale. Vatanen era seduto su una panchina del parco centrale della città, la lepre gironzolava tra le aiuole in cerca di qualcosa da mangiare”. Vatanen ha lasciato Heinola ben presto: nella cittadina di 20.000 abitanti posta tra i laghi Ruotsalainen e Konnivesi lo aveva infatti incredibilmente raggiunto la moglie. Meglio fuggire. A Mikkeli, 50 km a nordest di Heinola, l’ex giornalista riconquista la pace. Vi trovate ora nel cuore dei grandi laghi che ricoprono più del 10% della superficie della Finlandia. Come nel libro, potreste prendere un taxi e farvi portare da qualche parte nella periferia di Mikkeli, e chiedere di scendere ai margini di un bosco di betulle, dove in mezzo alla vegetazione rigogliosa si possono raccogliere dei bei ranuncoletti gialli. La lepre può saziarsi in questa grande quantità di specie arboree, la cui crescita è favorita dalla presenza di laghi e fiumi. Il clima mai troppo caldo e il tipo di terreno, poco permeabile, provocano una scarsa evaporazione delle acque, così ciò che resta dal ritiro dei ghiacciai dell’ultima piccola era glaciale è uno scenario bucolico in cui Vatanen consolida la coscienza della sua fuga. Verso la metà di giugno le peregrinazioni di Vatanen vi portano sulla strada nazionale di Kuopio, ancora più a nordest. Helsinki è ormai decisamente lontana e salendo di latitudine si fa più frequente la possibilità di incontrare una brutta giornata di maltempo.

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Da queste parti, anche in piena estate, se incappate come Vatanen in una giornata di pioggia vi sembrerà di essere in pieno inverno. Troppo a nord per sperare in lunghi periodi di alta pressione: il clima della Finlandia centrale, d’estate, è capriccioso. È proprio nei mesi estivi che le piogge si fanno frequenti. Vatanen, tovandosi sperduto a piedi sulla strada tra Kuopio e Nurmes, sotto le precipitazioni inclementi, si innervosisce e viene arrestato dopo aver chiesto con eccessiva insistenza ospitalità battendo i pugni alla porta di una casa lungo la strada. Viaggiare sulle tracce della lepre significa incontrare il clima e la cultura della Finlandia. Arto Paassilinna, ex guardaboschi, ex giornalista, ex poeta, trasforma Vatanen in un vagabondo senza fretta e senza meta in mezzo alla natura, smascherando le costrizioni della società finlandese e della vita urbana e creando un genere nuovo: il romanzo umoristico-ecologico. Quando viveva a Helsinki Vatanen aveva difficoltà a fare colazione. Adesso, fuori dalla baita in cui si trova ospite di nuovi amici dopo essere stato rilasciato dal commissariato di Nurmes, lo vedete arrostire il pesce, all’alba. La perturbazione è passata e da ovest è tornato il sereno. La nebbia mattutina che aleggia sulla superficie dell’acqua fa presagire una bella giornata. Le temperatura, presumibilmente, sarà sui 10 C°, una bella, fresca mattina estiva tipica della Finlandia centrale. Nebbia, vento, acqua e fiamme. La placida Finlandia si trasforma nelle pagine centrali del libro in una fucina di eventi atmosferici. Un incendio, alimentato dal forte vento, si sviluppa nella regione di Kuopio. Vatanen partecipa alle operazioni di spegnimento, sempre con la lepre in tasca. Trova refrigerio in un ruscello gelato, assiste allo sprofondamento di una ruspa in un lago paludoso, lo stesso terreno in cui sarebbe rimasto intrappolato nel tentativo di mettere in salvo una vacca assediata dalle fiamme. Il crescendo delle sue emozioni va di pari passo con le manifestazioni atmosferiche, quale differenza con il torpore della sua vita precedente! Verso la fine di luglio, Vatanen si fa assumere nella cittadina di Khumo per lo sfoltimento dei tagli di bosco. “Una vita così la potrebbe condurre anche chiunque, a condizione di saper prima rinunciare alla vita precedente”. L’estate, per il viaggiatore anomalo che segue Vatanen, continua soleggiata. Da Kuopio la statale che conduce a Khumo attraversa almeno altri 200 km di foreste e laghi, in decisa direzione del confine con la Russia. Ma il vero cambio di marcia, nel paesaggio e nel clima, si ha con la tappa successiva. La finzione letteraria permette a Vatanen di spostarsi con improvvisi cambi di scena, ora a piedi, ora con mezzi pubblici, a volte con autostop. Forse, per voi flaneurs del nordeuropa, può essere utile a questo punto noleggiare un’auto e imboccare la statale 78. Rovaniemi è la prossima destinazione di un inarrestabile Vatanen e dista circa 400 km da Khumo, in direzione nord-

ovest. Si va dritti nel grande nord, in Lapponia. Intanto l’estate sta volgendo al termine e come dice il protagonista “anche i turisti si erano fatti radi” e “quella mattina era caduta la prima neve, ma si era subito sciolta”. In Lapponia, solo nel mese più caldo, a giugno, si raggiungono temperature vicine ai +15°C, e comunque spesso le minime scendono sotto lo zero. Lo stato d’animo di Vatanen è ormai quello di un coriaceo tagliaboschi: trova lavoro in pochi giorni, parla con la lepre, si irrobustisce, mangia lardo e carne secca. Osserva il cielo e annusa l’aria. A Rovaniemi l’inverno è assai precoce, e Vatanen decide di andargli incontro partendo con un pullman di linea per Posio, ancora più a nord. Saliamo ovviamente con lui. Sull’autobus il pensiero del Paasilinna scrittore torna a farsi vivo. Ciascuna delle sue novelle, come a lui piace definire i propri romanzi, è attraversata dalla fuga non solo come isolamento in sé stessi ma anche come esperienza per ritrovare un ordine tra le cose e gli altri. Gli improbabili incroci affettivi che prendono corpo nei suoi libri, e in particolare in questo, tra l’uomo e la lepre, nascono dalla fiducia nella sovversione e nell’altrove. State viaggiando in Lapponia, ultima “vera” tappa di Vatanen (tornerà a Helsinki in aereo per motivi legati alla salute della lepre, farà in tempo a innamorarsi, a prendere una sbornia colossale e a litigare con alcuni giovani, prima di ripartire di nuovo per il nord). Qui si svolgeranno ulteriori peripezie scandite dal lungo e buio inverno artico, quando il sole non sorge mai per quasi due mesi. La neve cade a partire da novembre e inizia a sciogliersi a fine maggio, le temperature minime raggiungono i meno 30 C°. Le azioni di Vatanen assumono quassù contorni sempre più magici e surreali, traendo ispirazione da fenomeni estremi, come quello dell’aurora boreale. Sedetevi con Vatanen fuori dalla capanna che sta faticosamente ristrutturando, in una pausa dal lavoro, con la lepre che saltella ai vostri piedi.


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DICEMBRE 2012

I LIBRI ALTROVE

di ANDREA RÉNYI

La memoria avvolge tu!o, in Ungheria 1920, che ridusse il territorio di due terzi, la popolazione da 19 a 7 milioni, e fece perdere all’Ungheria l’accesso al mare che la nazione aveva avuto per oltre 800 anni. Al rimpianto della grandeur si aggiunge la paura della globalizzazione: “La destra politica nell’Europa centrale spaventa la popolazione con i pericoli della globalizzazione, li evoca per rifiutare anche l’Europa. Conosciamo bene i pericoli della chiusura nel nazionalismo. Allo stesso tempo è evidente che la paura dell’Europa che sta diventando globalizzata, non è irrazionale. Penso che l’unica possibilità per non far valere i pensieri reconditi della destra è prendere in considerazione i pericoli della globalizzazione sapendo però che non vi è un’altra strada al di fuori della globalizzazione.” Sono le sagge parole, pronunciate ancora nel 2004 e rimaste purtroppo inascoltate, da uno degli intellettuali più in vista in Ungheria, László F. Földényi.

Scaccio la disperazione per poter scrivere. Scrivo per scacciare la disperazione. Non dovrei consegnarmi completamente alla disperazione per poter scrivere? Non dovrei abbandonare del tu!o la scri!ura per scacciare la disperazione? (GYÖRGY SOMLYÓ,

Favola sulla scri!ura)

Q

STATUA DI ATTILA JOZSEF A BUDAPEST, FOTO ORLANDO

ueste righe di un grande intellettuale e di un grande testimone dell’Ungheria del XX secolo potrebbero essere l’ars poetica della letteratura ungherese, scritta in una lingua agglutinante, madrelingua di circa 14 milioni di persone dentro e fuori i confini nazionali, con una tradizione millenaria e ricca di preziose creazioni narrative e poetiche. Il primo nome che viene in mente è quello di Imre Kertész (n. 1929), insignito del premio Nobel per la letteratura esattamente dieci anni fa. E’ il primo, e per il momento l’unico scrittore ungherese che abbia ricevuto il prestigioso premio, assegnato “per la sua opera che oppone la fragile esperienza dell’individuo alla barbara arbitrarietà della storia”. Essere senza destino ripercorre l’esperienza dell’autore nei campi di sterminio di Auschwitz e Buchenwald; la sua forza narrativa nasce dal presentare l’uomo nella sua più cruda e drammatica essenza, con la partecipazione che può avere solo il racconto di uno scampato, e con la saggezza di chi nutre un profondo amore per la vita. Kertész impiegò dieci anni a scrivere questo romanzo e incontrò difficoltà infinite per trovare un editore. Pubblicato infine nel 1975, la critica letteraria e il pubblico ignorarono opera e autore, fino alla caduta del Muro, quando ebbe il debito riconoscimento in patria e all’estero. Senza dimenticare gli orrori, Kertész volle ricordare del lager i brevi momenti di felicità e in seguito, cercò una nuova vita degna di essere vissuta, seppure prigioniero del socialismo reale. Dopo la prigionia nazista e comunista, nel 1989 Kertész credette fosse arrivata l’ora della libertà, quella di una società libera e democratica in Ungheria. Non fu così, le distorsioni e il risveglio dell’antisemitismo lo indussero a trasferirsi in Germania, dove tutt’ora vive e lavora. In Ungheria qualcuno lo definisce ormai “scrittore di origini ungheresi”, mentre lui dichiara di non riuscire più a provare nessun senso d’appartenenza all’Ungheria, di non sentirsi più ungherese, e di essere legato al Paese natale solo grazie alla lingua. Kertész è da sempre privo di destino, ora anche di una identità nazionale. Un altro grande scrittore ungherese è in odore di Nobel da anni: Péter Nádas (n. 1942), ma un Paese piccolo come l’Ungheria – 93mila chilometri quadrati e appena 10

milioni di abitanti -, difficilmente potrà festeggiare due Nobel nell’arco della vita di una generazione. Figlio di comunisti che avevano partecipato alla Resistenza antifascista, anche Nádas può considerarsi vittima a pieno diritto del socialismo reale. Boicottato per anni dal regime, visse di stenti in autoesilio, pur di non scendere a compromessi. Sostenuto da una forza d’animo non comune, riesce a dar vita a un’ampia produzione come romanziere, commediografo, saggista, giornalista e fotografo. Il suo romanzo d’esordio, Fine di un romanzo familiare, è il flusso di coscienza di un bambino nel vortice dello stalinismo. Il suo Libro di memorie, una monumentale storia che ruota attorno a tre elaborati fili narrativi, è stato scritto in undici anni, ed è considerato il suo capolavoro, particolarmente apprezzato da Susan Sontag, e paragonato ai grandi romanzi di Thomas Mann, Proust e Joyce. Nádas non è alienato come Kertész ma anche lui si mostra scontento del governo e dell’opposizione; figura isolata anche fisicamente (vive ritirato in un piccolo villaggio), autonoma, non partecipa attivamente all’intensa vita politica degli scrittori magiari, e individua la radice del problema nell’anomalo sviluppo della società ungherese: l’assenza del ceto borghese. Si può rilevare che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, l’ideologia dominante ha permeato nel profondo la produzione letteraria ungherese. Negli anni del socialismo reale, che ha emarginato o escluso le voci del dissenso e del non allineamento; negli anni successivi alla caduta del Muro, quando gradualmente l’affermazione di una politica populista, revanchista e antisemita ha ridato forza e attualità ad un passato che sembrava definitivamente sconfitto dalla Storia. Gli elettori di Jobbik, la formazione di estrema destra, e molti filogovernativi considerano l’Ungheria un’isola per lingua e per storia, che nulla dovrebbe avere a che fare con l’Unione Europea di cui è Stato membro; ambiscono all’autonomia economico-politica del Paese e in certi contesti rimpiangono la Grande Ungheria, la cui fine era stata sancita dal Trattato di Trianon del

La medicina dei rimpianti e delle paure è il ripiego sul passato che porta conseguentemente all’esaltazione della stirpe magiara e alla ricerca della sua più pura peculiarità, nonché alla riscoperta di autori e di opere spesso di discreta o di buona qualità letteraria ma messi all’indice per decenni per il loro messaggio eccessivamente nazionalista, irredentista, sciovinista. Sono tornati nelle librerie romanzi per decenni ritenuti non pubblicabili per i loro contenuti politici e per le biografie alquanto dubbie dei loro autori. Ne è un esempio Cécile Tormay (1875 1937), irredentista, antisemita, ispiratrice di gruppi nazionalisti, a suo tempo apprezzata da D’Annunzio il quale aveva persino tradotto alcune pagine di un suo romanzo. József Nyirö (1889 – 1953), importante esponente della letteratura della minoranza etnica ungherese della Transilvania, la perdita della quale è una ferita mai rimarginata nel cuore dei nazionalisti, filonazista fino all’ultimo e noto ammiratore di Goebbels. Negli ambienti nazionalisti godono una certa popolarità anche i romanzi del conte transilvano Albert Wass (1908 – 1998), giornalista, autore di romanzi e di novelle, che risolve in bonarie caratterizzazioni dei suoi personaggi le vicende e le esperienze dell’irredentismo che sono sullo sfondo del suo mondo transilvano. Sulla scia di questa nuova visione di meriti letterari, vengono ribattezzate strade che portavano nomi di scrittori ora ritenuti non più politically correct come Jenö Józsi Tersánszky, cui unica colpa è l’essere stato inviso durante l’era dell’ammiraglio Horthy fra le due guerre mondiali, o lo scrittore ebreo proletario Endre Andor Gelléri, morto di tifo nel 1945 dopo la deportazione in campi di concentramento a soli 39 anni. Non trova pace neppure la statua di uno dei più grandi poeti nazionali, il socialista Attila József, che nella sua breve vita diede voce al proletariato. In questa contrapposizione di natura politica sull’altra sponda troviamo alcuni grandi nomi della letteratura ungherese contemporanea come lo scrittore, giornalista e sociologo György Konrád (n. 1933), già

dissidente durante il regime di Kádár, acclamato e molto tradotto all’estero; lo scrittore e sociologo Pál Závada, autore di romanzi di grande successo; il poeta, novelliere, traduttore e romanziere Lajos Parti Nagy (n. 1953), virtuoso della lingua ungherese; György Spiró (n. 1946), drammaturgo , autore di saggi e di romanzi molto amati dal pubblico, solo per citarne alcuni. In generale, si può affermare che le trame dei romanzi degli autori contemporanei si svolgono nel passato e a mio avviso questa è la caratteristica principale e il limite della letteratura; è quasi impossibile trovare un’opera che parli del presente. La memoria avvolge tutto, a volte sotto forma di ottime biografie romanzate dei propri genitori, ma la fuga nel passato sembra essere l’unico approccio possibile per occupare il presente. Il panorama letterario ungherese comprende molte altre figure di notevole spessore, alcune delle quali godono ormai di meritata fama internazionale, come il postmoderno, esistenzialista László Krasznahorkai, il giovane György Dragomán o Attila Bartis, che con i loro romanzi hanno ottenuto il consenso della critica in numerosi paesi; oppure come il fecondo László Darvasi dalle trame bizzarre e molto originali, o come Róbert Hász, il cui stile delicato ha conquistato la casa editrice francese Viviane Hamy, che ha pubblicato tutti i suoi romanzi. Un capitolo a parte meriterebbero la poesia e l’editoria per ragazzi, due campi molto e molto ben coltivati e con una lunga tradizione in Ungheria. Vorrei chiudere questa breve rassegna degli scrittori ungheresi contemporanei con uno dei versi preferiti di una poetessa molto amata in Ungheria, Krisztina Tóth: Corsa evanescente Non ho mai visto i tuoi oggetti. La tua camicia sulla sedia la mattina. Non ho mai visto i contorni dei tuoi mobili nell’oscurità. Non avvicinarmi verso di te, non appoggiarmi su di te, corrimano senza scale. (Traduzione dei brani citati a cura di Andrea Rényi) Bibliografia: Imre Kertész, Essere senza destino, Feltrinelli, 1999, trad. dal tedesco di Barbara Griffini Péter Nádas, Fine di un romanzo familiare, Dalai editore, 2009, trad. di Laura Sgarioto Péter Nádas, Libro di memorie, Dalai editore, 2012, trad. a cura di Laura Sgarioto György Spiró, Collezione di primavera, Guanda, 2012, trad. di Bruno Ventavoli György  Dragomán, Il re bianco, Einaudi, 2009, trad. di Bruno Ventavoli Attila Bartis, Tranquillità, Atmosphere Libri, 2012, trad. di Andrea Rényi e Francesca Ciccariello Róbert Hász, La fortezza, nottetempo, 2008, trad. di Andrea Rényi

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DICEMBRE 2012

RUBRICA MECCANICA E POESIA

a cura di LETIZIA LEONE

Leggere, smontare, pulire gli ingranaggi della lingua... Una rubrica dove, di volta in volta, i testi dei lettori saranno il punto di partenza per una anomala “lezione” di poesia. Per invio dei testi: letizia.leone@fastwebnet.it

Leggere in ottave E

rnst Jünger, nelle pause tra un combattimento e l’altro, leggeva un unico immenso libro in edizione tascabile, “L’Orlando furioso”, che aveva portato con sé nelle trincee fangose della prima guerra mondiale. Quella lettura la ricordò, successivamente, come vera esperienza di vita vissuta rispetto alla tempesta d’acciaio della battaglia, in realtà l’esperienza per me dominante fu sempre quella della lettura: ho sempre concepito e condotto la mia vita come quella di un lettore. Chiarendo poi il senso della sua affermazione aggiunge: solo attraverso la lettura sono stato motivato all’azione. Il poema ariostesco tenuto nel tascapane, e quei versi letti a intermittenza sotto il fuoco nemico, furono sufficienti a fornirgli la spinta interiore per andare avanti in quella guerra piccola, piccola,

più di tanta retorica e ideologia. Exemplum del significato profondo della lettura, e in questo caso di un obsoleto (almeno in apparenza) poema epico-cavalleresco, questo aneddoto funziona come gioco di specchi dilatante nella fruizione di un’opera letteraria. Si, perchè l’Orlando furioso, nella sua struttura combinatoria e multiforme è quanto di più contemporaneo si possa supporre perfino nella dedica finale, interattiva, a un pubblico di lettori/spettatori virtuali, elencati in nomi e volti, ed entrati di diritto quali personaggi di questa enciclopedica summa di armi ed amori. Libro-metafora che celebra la festa matematica dell’invenzione, opera aperta “che non comincia e non finisce” e si snoda attraverso una strofa a forma cubica: l’ottava, metro tipico della poesia

narrativa. Una strofa di endecasillabi dallo schema ABABABCC che si richiude su se stessa con la serratura di un distico finale il quale nello stesso tempo assolve la funzione di ponte levatoio verso l’ottava successiva: Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso in che il senno d’Orlando era rinchiuso; e quello in modo appropinquògli al naso che nel tirar che fece il fiato in suso, tutto il votò: meraviglioso caso! che ritornò la mente al primier uso; e ne’ suoi bei discorsi l’intelletto rivenne, più che mai lucido e netto. Ecco, l’Ariosto ambisce a scrivere il libro totale sfruttando la forma consunta di un genere molto popolare rinnovandolo dall’interno in un lavoro di scrittura e revisione che dura circa un trentennio. Già il Foscolo paragona le strofe di questo romanzo in versi a lunghe ondate oceaniche che rompono sulla spiaggia, e infatti il

RUBRICA CAPITOLO IX

Orgoglio e Pregiudizio Nel capitolo IX dei Promessi Sposi, Agnese e Lucia sono sedute al cospetto di Gertrude, la Monaca di Monza; in questo modo, sottovoce, le donne si raccontano e vengono raccontate dall’autore in un convegno immobile affidato solo alla parola. In un altro grande classico come Madame Bovary, il IX capitolo è per Emma il luogo della riflessione sulla moda, dopo aver vissuto l’ebrezza del ballo al castello La Vaubyessard. Nel Giovane Holden è l’arrivo a New York, lo sguardo sulla grande città nel secondo dopoguerra stende il colore per le vicende che seguiranno nei capitoli successivi. Ma gli esempi potrebbero essere infiniti. Scelto un po’ a caso, un po’ per coincidenza e un po’ per affetto, il Capitolo IX che dà il titolo a questa rubrica vuole essere il simbolo di un approccio alla lettura che perde di vista per un attimo la storia con i suoi sviluppi e le sue tensioni, e si concentra piuttosto sul discorso letterario, la parola, il mondo dei protagonisti e il loro immaginario. (Olga Campofreda)

M

rs. Bennet, madre premurosa e ingombrante di cinque figlie femmine, tutte prive di dote, ha deliberatamente spedito Jane, la maggiore, a colazione da Mr. Bingley, appetibilissimo scapolo, a cavallo e non in carrozza. Perché? Ma perché sta per scatenarsi un temporale, cosa non certo inusuale in Inghilterra, e

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l’astuta genitrice ha calcolato che Jane, in tal modo, rimarrà bloccata a Netherfield Park per un periodo di tempo assai più lungo di quello previsto dall’invito. Questo espediente potrebbe sembrare in conflitto con le rigide regole di etichetta che tutti i personaggi della Austen cercano di seguire con il massimo scrupolo: l’unica spiegazione è proprio che il fine (sistemarsi) giustifichi i mezzi; qualsiasi mezzo, incluso il fortissimo raffreddore che la povera Jane si busca cavalcando sotto la pioggia, trovandosi così costretta a restare a casa di Mr. Bingley (non da sola con lui, sia chiaro: sono presenti, oltre alla servitù, le sorelle di lui, il marito di una delle due e il celeberrimo Mr. Darcy) per ben cinque giorni. Cosa succede in questi cinque giorni? In apparenza, ben poco: si mangia, si fa conversazione, si suona il pianoforte, si accudisce l’ospite malata. Elizabeth, seconda delle ragazze Bennet e vera protagonista del romanzo insieme all’orgoglioso (e ricchissimo) Darcy, rompe la monotonia così tipica di queste riunioni di gentiluomini e gentildonne viene quasi da rallegrarsi di dover lavorare per vivere, leggendo le cronache delle loro giornate - attraversando a piedi chilometri di campagna fangosa pur di raggiungere l’adorata sorella Jane e sincerarsi delle sue condizioni di salute. Lo slancio d’amore fraterno è però apprezzato unicamente da Mr. Bingley, che, d’altronde, per tutto il libro appare ingenuo e innocente ai limiti dell’idiozia,

susseguirsi delle “ottave di largo taglio” o “ottave d’oro” che non hanno collegamento l’una con l’altra, riecheggiano e amplificano nel movimento a onde quella che vuole essere la materia prima del poema, il movimento, la ricerca, il desiderio. La prima incisiva lezione della grande poesia è proprio quella dell’inscindibilità tra contenuto e forma, significante/significato come diranno i formalisti: “il contenuto non è amorfo, ma è un aspetto della forma”, così come queste figure ritmico- sintattiche del testo che rispondono a un principio organizzatore dello stile. Il movimento zigzagante del linguaggio del Furioso, ad esempio, nella rincorsa continua di innumerevoli imprevisti e circostanze, è anche il movimento della pazzia, dell’uscire fuori da sé, del delirare, sognare, divagare, saltare da un sentiero all’altro, così come fa la scrittura della poesia che procede per scarti dalla norma e ambiguità: di qua, di là, di su, di giù discorre.

a cura di ILARIA MAZZEO mentre le sue sorelle, spietate, decretano che i capelli arruffati e l’orlo infangato del vestito hanno reso l’apparizione di Elizabeth in casa loro simile a quella di una selvaggia; Darcy, per non scontentare nessuno, resta incerto tra la riprovazione per un comportamento così poco adatto a una giovane rispettabile e l’apprezzamento per il rossore che il movimento ha soffuso sulle sue guance. Nei giorni trascorsi in loro compagnia, Elizabeth, seppure ignara dei salaci commenti da lei suscitati, riesce a consolidare la sua antipatia per tutta l’aristocratica brigata, eccettuato il candido Mr. Bingley, che del resto sogna di avere come futuro cognato; e il culmine della breve vacanza fuori programma lo si raggiunge proprio al Capitolo IX, quando anche Mrs. Bennet e le sue tre figlie minori giungono in pompa magna a Netherfield Park. La Austen ci restituisce la descrizione di una visita al contempo comica e disastrosa: l’esuberanza delle Bennet più giovani, Catherine e Lydia (che nella seconda parte del romanzo fuggirà con il subdolo ufficiale Wickham, rischiando di disonorare l’intera famiglia) non è gradita al compassato Darcy, né alle perfide sorelle Bingley. Allo stesso tempo, Mrs. Bennet tenta di compiacere il padrone di casa, risultando nel complesso assai inopportuna, ma riuscendo, insieme alle figlie, a strappare a Mr. Bingley l‘impegno a organizzare al più presto un ballo. I balli, al tempo, erano una delle poche vere occasioni di socializzazione, costituendo uno dei rari pretesti, per le signorine perbene, di uscire dall’atmosfera protetta e soffocante della loro casa. Inol-

tre, durante le danze ci si poteva sfiorare e scambiare qualche parola al riparo da orecchie indiscrete; insomma, erano un evento imperdibile soprattutto per permettere alle giovani coppie in via di formazione (come quella composta da Jane Bennet e Mr. Bingley) di trascorrere del tempo insieme. È a questo che pensa Mrs. Bennet, quando insiste con Bingley perché mantenga una sua antica promessa di dare una festa a Netherfield Park. Naturalmente i modi disinvolti delle ospiti non sfuggono a Mr. Darcy, che persino al momento di cedere alla sua passione per Elizabeth, chiedendole di sposarlo, qualche capitolo dopo, non mancherà di farle notare l’assenza di contegno dimostrata in ogni circostanza dalle donne della sua famiglia, eccettuata Jane. Per questa e altre malefatte, vere o presunte, sarà punito con un rifiuto, seppure solo temporaneo.


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DICEMBRE 2012

TRA I LIBRI LA VITA SPEDITA

di MICHELA MONFERRINI

Cordiali saluti dal postino Tommy R

acconteremo di quando erano piene le borse da portalettere, forti le spalle dei postini. Prenderemo come esempio il postino Jens della Tristezza degli angeli di Jón Kalman Stefánsson: un gigante silenzioso, che oltre a dover coprire distanze enormi, deve lottare contro il freddo dei fiordi, unica speranza di famiglie altrimenti disperse nella neve. Il suo giro di consegne è già costato la vita a due colleghi, Valdimar e Páll: li hanno ritrovati con le lettere intatte nelle sacche di tela cerata «sulle spalle morte». E Jens, cadendo con il cavallo in un lago ghiacciato, è rimasto incollato alla sella e non riesce più a muoversi: «Non è un lavoro facile fare il postino, c’è chi ha perso dita dei piedi, braccia, cavalli, la vita stessa, è difficile compensare una perdita del genere, e la paga è così bassa che più bassa di così sarebbe impossibile». Però «c’è libertà anche nei giri postali» e Jens, ristabilitosi e accompagnato da Jónas – un ragazzo innamorato della poesia –, riprende la via della sua libertà portando due sacche di posta arretrata sulle spalle quasi senza accorgersene. Ad altre latitudini può scaldarsi la temperatura, ma non sparisce la fatica. «La bicicletta ce l’hai?», chiede il funzionario delle poste a Mario Jiménez, che si sta candidando postino della Isla Negra. Ce l’ha. Il problema, gli viene detto, è che avrà un solo cliente. Uno solo? Uno solo, però è Pablo Neruda, spiega il funzionario. «“Ma è formidabile”. “Formidabile? Riceve chili di corrispondenza ogni giorno. Pedalare con la borsa sulla schiena è come portarsi un elefante in spalla. Il postino che lo serviva è andato in pensione gobbo come un cammello”» (Antonio Skármeta, Il postino di Neruda). Trasportare parole curva la schiena e mette voglia di scrivere. Il postino raccontato da Antonio Tabucchi in Notturno indiano consegna lettere per diciotto anni («Erano tutti signori, sulle buste»); percorre con la sua sacca a tracolla i quartieri brutti di Filadelfia, quando a un tratto lo vede, alla fine della strada: tra i palazzi hanno portato il mare. Si avvicina, e scopre che è solo un disegno su parete. Tanto è bastato, però, per convincerlo a fare il salto dalla parte opposta. Getta la sacca nell’immondizia – «Stai lì buona, corrispondenza» – e parte per l’India, raggiunge quel mare sempre e solo sognato, portando con sé un solo oggetto: l’elenco telefonico di Filadelfia. «Ora sono io che scrivo ai signori di Filadelfia. Cartoline con un bel

mare e la spiaggia deserta di Calangute, e dietro ci scrivo: cordiali saluti dal postino Tommy». Anche Mario Jiménez subisce il fascino della scrittura, incantato com’è dall’incontro con Neruda. «“Cacchio! Come mi piacerebbe essere poeta!”. “Signor mio! In Cile sono tutti poeti. È più originale che continui a fare il postino”». Sarà pure che consegnando lettere si bussa alla porta delle case, si getta lo sguardo all’interno di salotti presi alla sprovvista, si fiuta l’odore di pranzi quasi pronti, si sentono le voci di bambini sempre in altre stanze, si conoscono storie, persone, vite. E poi le spalle forti, la fatica, possono tornare utili, per una vita piegata sulla scrivania a cercare per ore quelle parole che non stanno in nessuna borsa. L’ufficio postale è la palestra degli scrittori. William Faulkner vi si è allenato per breve tempo – specialità fattorino –, dopo la prima guerra mondiale. Charles Bukowski ha dedicato alla sua esperienza un libro, Post office, il cui protagonista Henry Chinaski è un anomalo postino, ubriacone e donnaiolo, evidente alter ego dell’autore. Ma lo scrittore più in forma dev’essere stato Anthony Trollope, con una vita passata al servizio del General Post Office, una vera carriera atletica per le sue opere: prima a Londra, poi in Irlanda co-

me assistente del surveyor delle Poste, quindi in Scozia, in missione in Italia, Egitto, Indie, Australia, ormai capo-surveyor e insieme scrittore di successo. Ancora oggi, restano disseminate per l’Inghilterra le cassette postali di sua invenzione: quelle pillar boxes rosse, circolari, che ricordano gli idranti e pare quasi possano esplodere di parole anziché d’acqua. Nella geografia delle sue pagine, allo stesso modo, restano i piccoli villaggi visitati ogni giorno, gli stretti sentieri percorsi a cavallo sotto la pioggia, i viaggi in treno, la gente semplice che sperava in lui per avere una buona notizia e ne temeva di cattive, persino il contenuto di certe lettere: quando non si sentiva ispirato, apriva una lettera smarrita e trovava una storia da raccontare. Quanta vita entra nelle lettere private? Il sacco del postino Jens ne è colmo; Jónas lo esamina attentamente, ammirando le diverse calligrafie sulle buste, sussurrando i nomi dei destinatari: «una annuncia un decesso, un’altra un tradimento. La terza: mi manchi mi manchi mi manchi. La quarta parla di difficoltà respiratorie e di zuppe bruciacchiate. La quinta: i bambini fanno i capricci, Siggi è un fannullone e quando riceverò una tua lettera?». Ma Jónas, Trollope, sono postini disonesti? Dov’è che finisce il postino e co-

mincia lo scrittore, dov’è il confine? In realtà, I postini disonesti tornano utili ai poeti, li nobilitano: «Mi stanno rubando tutte le lettere e / le buttano nel fuoco», ha scritto Robert Creeley: «Vedo le fiamme, etc. / Ma non me ne importa, etc. / Bruciano tutto quello che ho, o quel poco / che ho. Non me ne importa, etc. / La poesia suprema, indirizzata al / vuoto – questo è il coraggio / necessario». I poeti, gli scrittori, sono mittenti che sulla busta non mettono il destinatario; come i postini stanno lì a consegnare parole senza scegliersi l’indirizzo. Il salto dei postini che diventano poeti, allora, o dei poeti che diventano postini, non è ampio: «Da ragazzo volevo fare il postino» ha scritto Nazim Hikmet, «ma il postino vero, non come i poeti. / Con mozziconi di matite colorate / disegnavo ritratti di postini / […] disegnavo postini / sui libri di geografia / e sui romanzi di Jules Verne». Si è immaginato postino nella steppa, Hikmet, moderno Michele Strogoff, a consegnare lettere di soldati, a portare solo buone notizie a piccole ragazze che bruciano di febbre, sapendo bene che la realtà per lui sarebbe stata un’altra: «Da ragazzo volevo fare il postino, / anche se nella mia Turchia / questo è un mestiere duro: / nelle lettere c’è dolore e tristezza». Ai postini tocca, come ai poeti, consegnare tutto ciò che hanno nella borsa a tracolla, anche ciò che non vorrebbero. Non stupisce allora che un altro poeta, l’ungherese Attila Jószef, abbia scritto che il dolore è proprio «un postino grigio, silenzioso, / col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro, / dalle sue spalle fragili pende / la borsa, il vestito è scuro e consumato. / Nel suo petto batte un orologio / da pochi soldi; timidamente sguscia / di strada in strada, si stringe ai muri / delle case, sparisce in un portone. / Poi bussa. E ha una lettera per te». Racconteremo di quando alla porta qualcuno bussava e poteva essere il postino grigio con una brutta notizia. Racconteremo di borse a tracolla, di biciclette, di quando all’improvviso poteva arrivare una cartolina dai propri cari, anche da Calangute, volendo. Racconteremo cos’erano le cartoline. Racconteremo com’era poetico il mestiere del postino, sperando di trovarne ancora qualcuno tra le pieghe di una storia, nella trama di un libro. Ma se è per questo, già ci sentiamo di scommettere sulla loro sopravvivenza. I postini hanno le spalle forti.

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PROFILI SCRITTORI NEGLI ANNI

di GIACOMO RACCIS

Sandro Veronesi Un corpo a corpo con il caos servazione del mondo e un’istintiva forza narrativa, che nel tempo Veronesi ha saputo addomesticare e perfezionare e che fa di lui uno degli autori più significativi della nostra letteratura contemporanea. Veronesi, dunque, scrive romanzi. Senza etichette. Anzi, quella per le etichette è una sua speciale idiosincrasia. A partire da quella di “giovane”, che lo (P.P. PASOLINI, Il pianto della scavatrice) ha accompagnato per il primo decennio della sua attività (cfr. Ma smettetela di chiamarci giovani scrittori, «l’Unità», 8 aprile 1995). Le etichette riducono n Italia, invece, c’è ancora una stupidamente l’orizzonte di un’opera, sorta di ritegno, come se la sto- ne soffocano il respiro, ne prestabiliria raccontata fosse sempre un po’ sca- scono i termini di paragone. È forse dente, o fosse preferibile solo lasciarla anche per questo che Veronesi ha seintuire e non descriverla completa- guito un suo privato percorso di ricermente. Questo è, secondo me, il pro- ca, certo supportato - e condizionato blema della letteratura italiana». Ba- - da preziose amicizie (Edoardo Albisterebbe questa affermazione a nati, Enrico Palandri, Edoardo Nesi), descrivere la scrittura di Sandro Vero- ma esente da qualsiasi adesione alle nesi. Nato nel 1959, toscano di Prato consorterie e ai gruppi (dai Cannibali e romano d’adozione, laureatosi ar- agli «Scrittori sul fronte occidentale»), chitetto con una tesi su Victor Hugo e così come alle “mode” succedutesi nela cultura del restauro, Veronesi ha ben gli ultimi vent’anni. Un percorso che presto compreso la propria vocazione è cominciato presto, a 29 anni, con Per di scrittore, dedicandovisi completa- dove parte questo treno allegro (1988): mente. Egli appartiene a quella schiera romanzo ancora acerbo, ma già capace di “narratori puri” che nella costru- di porre al centro il tema del difficile zione di storie trovano la propria via rapporto con i padri che, a intermitdi comprensione alla realtà. Una schie- tenza, ritornerà successivamente. E ra che annovera i più grandi autori del- che è proseguito con altri sei romanzi, la tradizione occidentale, da Lowry a a una curiosa cadenza “quinquennale” Fante, da Bolaño a Nabokov, e che in – cui fa eccezione Brucia Troia (2007), Italia purtroppo ha trovato molte re- testo dalla travagliata vicenda pre-tesistenze e pochi adepti - Verga, Svevo, stuale: Gli sfiorati (1990), Venite venite Moravia, Tadini. Questi sono i nomi. B-52 (1995), La forza del passato Perché, si badi bene, quella di Veronesi (2000), Caos calmo (2005) e XY è una vocazione letteraria alta, e in cer- (2010). Alla produzione principale si to senso “classica”, che, con le debite sono poi affiancati altri lavori, che sfacproporzioni, si confronta con i grandi cettano ulteriormente il profilo delmaestri. E si manifesta nei termini di l’autore: Occhio per occhio. La pena di un’esigenza intima di trasformare in morte in 4 storie (1992); le Cronache trama qualsiasi materiale capiti per le italiane stilate negli anni per varie temani. Non c’è bisogno di ricorrere alle state giornalistiche e raccolte nel 2002 preimpostate griglie della narrazione in Superalbo; la recente raccolta di racdi genere, né di ricalcare ambiguamen- conti Baci scagliati altrove (2011). te la realtà, biografica o cronachistica, Un percorso individuale, dunque, ricco per dare espressione a questa ispira- e compatto, che si fonda su una fiducia, zione. Sono sufficienti un’attenta os- a tratti ingenua a tratti più meditata, Ecco nel calore incantato della no!e che piena quaggiù tra le curve del fiume e le sopite visioni della ci!à sparsa di luci, echeggia ancora di mille vite, disamore, mistero, e miseria dei sensi, mi rendono nemiche le forme del mondo, che fino a ieri erano la mia ragione d’esistere.

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nel potere ermeneutico delle storie. Contro la subordinazione della narrazione alle idee, Veronesi rivendica la convinzione che le storie possano farsi portatrici di una rivelazione destinata, prima ancora che al lettore, allo scrittore. Una rivelazione che riguarda «aspetti ancora oscuri dell’esistenza», la cui emersione è resa possibile dalla semplice nominazione che il romanziere, tramite più che artefice, riesce dare della realtà che gli vibra intorno. È qua che si incardina il nucleo ideologico della narrativa di questo autore: il potere delle parole e delle storie dev’essere impiegato dallo scrittore per investigare quello che Asor Rosa ha definito il «magma» del mondo contemporaneo (Storia europea della letteratura italiana. La letteratura della nazione, III, Einaudi 2009, p. 602), ossia quegli aspetti della realtà che sfuggono alle correnti griglie di interpretazione (la morale, la razionalità scientifica, la religione). La realtà sfida l’uomo e la sua capacità di comprendere: la penna di Veronesi si fa carico di riportare sulla pagina questo scontro. All’origine vi è un’acuta sensibilità per quanto diverge dal consueto scorrere della vita, che trova declinazioni diverse all’interno dell’opera. Da un lato quella più superficiale, incarnata in

un esercito di personaggi eccentrici, protagonisti di microstorie che a ogni passo si aprono e richiudono, che compongono il quadro di un’umanità contesa tra genialità e follia: figure fuori dagli schemi, che sembrano uscite dai racconti di Carver o Foster Wallace, detentrici di una strana energia che le rende potenzialmente capaci di qualsiasi gesto. Questi individui sono il riflesso testuale di un narratore scanzonato e ironico, umoristico nel suo senso migliore, in linea con la lezione di Sterne, Diderot e Beckett: egocentrico, si diverte a spiazzare e manipolare, dialoga con i personaggi e si prodiga in digressioni fantasiose (spesso eccessive), rivolte ad allietare il viaggio testuale del lettore. Questa sembra inizialmente la vena più consona alla scrittura di Veronesi, che tuttavia deve fare i conti con l’approfondirsi di una seconda e più complessa manifestazione dell’inconsueto, che coinvolge l’esistenza dei protagonisti al centro dei romanzi. Dalla dimensione del bizzarro si passa a quella dell’incomprensibile, dell’insensato, che assorbono porzioni sempre più ampie di realtà. L’irruzione dell’irrazionale, articolandosi in trame complesse, assume un’estensione che si potrebbe definire universale, coinvolgendo tutti i campi


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FOTO FRANCESCO ORMANDO

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dell’esperienza umana, da quello familiare-affettivo (il rapporto con i padri, la scomparsa dei cari, l’impotenza sessuale) a quello sociale (deviazioni eccentriche e sacche di resistenza al boom economico, l’integrazione nella civiltà ultracapitalistica occidentale) fino al trascendentale (un integralismo fideistico come estremo appello per la comprensione dei fatti). La metafora più conseguente di questo corpo a corpo tra l’uomo (lo scrittore) e la realtà è quella del caos. È questa l’immagine che campeggia al centro del libro più noto di Veronesi, Caos calmo: più noto, ma non più significativo. Qui infatti, così come in La forza del passato - due romanzi centrali e per molti versi affini nell’opera dello scrittore -, lo smarrimento esistenziale tocca il piano dei valori familiari, dell’etica sentimentale, ma si staglia sullo sfondo di una civiltà in cui l’individuo sa ancora orientarsi e riconoscersi. Pietro Paladini, protagonista e voce narrante, è un uomo di successo - è dirigente televisivo - e incarna idee e abitudini di una borghesia fatua e solare, e più in generale di una società che prova ad assorbire la sua tragedia (l’improvvisa scomparsa della moglie) con continue e inaspettate lusinghe. Per provare a elaborare il proprio lutto (accentuato da un’incomprensibile assenza di dolore) egli deve autosospendersi dalla quotidianità che altrimenti assorbe tutto in un indistinto grigio; e lo fa stabilendosi per mesi su una panchina di fronte alla scuola della figlia. La compiaciuta sovversione delle convenzioni se da un lato produce una serie di reazioni che mettono in discussione il passato e il presente di Pietro, dall’altro, in definitiva, non gli consente una reale comprensione di quanto accaduto. Qualcosa continua sfuggire agli schemi: la soluzione di fronte a ciò che resiste al senso prende allora le forme di una rassegnata accettazione. La candida ammissione del proprio fallimento diventa un superficiale pegno per poter ricominciare a vivere l’anestetizzante vita dell’Occidente. Così Caos calmo, e pure La forza del passato, appaiono come “romanzi dell’integrazione”, momentanea sospensione di un conflitto che Veronesi sembra altrove lasciare aperto a differenti soluzioni. Sono infatti altre le prove in cui si esprime in termini più complessi e feroci la contraddizione che sottende l’esistenza umana: la rappresentazione della crisi individuale si carica di tensione quando si lega inscindibilmente a una complementare messa in discussione dei paradigmi ermeneutici della

civiltà d’appartenenza. È nei termini del freudiano «disagio della civiltà» (stante l’attento interesse di Veronesi per la psicanalisi) che si possono leggere le vicende dei “dis-integrati” al centro di questi romanzi. E se con Venite venite B-52 la rappresentazione di un’umanità che si smarrisce al passaggio del boom economico e della «mutazione antropologica» è ancora cooptata da un narratore umoristico che volge la contraddizione in postmoderna parodia, è con Gli sfiorati e XY che questo percorso di scavo trova la propria quadratura. L’uno il seguito dell’altro, questi due romanzi costituiscono premessa e (momentaneo) esito della ricerca di Veronesi e, allo stesso tempo, ne definiscono un orientamento che percorre carsicamente l’opera: quello religioso-trascendentale. Al centro è la vicenda di Mète, al secolo Ermète Berardi: la sua figura è quella articolata e seducente di un ragazzo educato ai valori e ai rigori della tradizione cristiana più severa, ma che conosce i piaceri e le passioni della società moderna per averli osservati e, con moderazione, assaggiati. Egli si fa alfiere di un’intransigenza morale che radicalizzerà il suo doppio confronto con l’incomprensibile. Negli Sfiorati, la breve convivenza con la sorellastra Belinda, modello di Lolita aggiornata agli anni ’90, sprofonda il giovane nel vortice di una crisi etica e sensuale: la seduzione erotica verso la ragazza è il segno di una tentazione superiore, quella verso un mondo dominato dal caos. Schiumevolezza: è questo il termine che Mète conia per definire l’indolenza arrendevole e provocante della ragazza. Dare un nome all’incestuosa tentazione diventa infatti l’ultimo tentativo di sottometterla e disinnescarla, nel rispetto di quel

principio di nominazione che è all’origine della tradizione biblica («In principio era il Verbo»). Tuttavia neanche questa soluzione si rivela più praticabile: il «demone della non-linearità» di cui Belinda si fa tramite impone il regno del caos e dello spreco, dove non c’è passato né futuro che inquadri il gesto dell’uomo («Veramente, cosa contava la carne se non c’era nemmeno una parola a testimoniarla?», 338). Se la consumazione dell’incesto sul sottofondo radiofonico del rosario serale lascia presagire una perentoria sconfitta e l’inizio di una lunga deriva, la finale fuga del protagonista in un altrove esotico e irraggiungibile assume il senso di un ultimo tentativo di resistenza, un’espiazione consapevole del nuovo ordine vigente che lascia aperta la porta al secondo atto della sua vicenda. Il ritorno del medesimo personaggio a vent’anni di distanza indica, oltreché la forte tensione interna al percorso poetico di Veronesi, un passo in avanti nella sua riflessione: alla manifestazione di un irrazionale che, realizzandosi nella dimensione della coscienza, rientrava ancora nel campo del “credibile”, nell’ultimo romanzo si sostituisce l’atto più incomprensibile che sia dato immaginare. Posto che sia immaginabile. Al centro di XY è infatti un plurimo omicidio che sconvolge la vita della sperduta frazione di San Giuda, Trentino Alto Adige. Come accaduto anche in Brucia Troia, Veronesi colloca il confronto tra trascendenza religiosa e trascendenza apocalitticosuperstiziosa ai margini del consorzio civile: quasi a dire che le risposte più significative alle sconvolgenti manifestazioni del caos possano darsi solo al riparo dall’occhio indiscreto della civilizzazione. Così, se l’inspiegabile di

questo delitto (11 persone uccise contemporaneamente e nello stesso luogo con 11 modalità differenti, sconnesse tra loro) viene risolto dalle autorità civili con una mistificazione della verità che salva le apparenze, chi conosce la reale consistenza dei fatti si trova a fare i conti con un’interrogazione che trascende i contorni della vicenda. Mète, ora nei panni del prete “missionario”, è affiancato nel compito da una giovane psicanalista: fede religiosa e pretesa scientificità della psicanalisi, vie diverse per imporre una “logica” a ciò che non ce l’ha, s’incaricano d’interpretare eventi che sembrano invocare piuttosto la superstizione e la magia. Lo scacco, una volta di più, appare inevitabile. Senonché, al radicalizzarsi delle manifestazioni del Male, si oppone un parallelo radicalizzarsi della convinzione religiosa. La fede può conservare il suo valore salvifico solo se non scende a compromessi con la ragione illuministica della civiltà moderna e conserva intatto un proprio “primitivo” nucleo dogmatico: «E perciò ascolta quello che ti dico: io credo a quelle morti, e anche a tutto ciò che è venuto dopo, la scienza che viene umiliata, le menzogne delle autorità, il degrado morale, la follia che dilaga, tutto – io credo che sia opera di Satana» (331). Il prezzo da pagare è il rifugio in una fede che confina pericolosamente con un agonistico paganesimo. È su questa risposta che si chiude, almeno per ora, l’opera di Veronesi. La quale dimostra una notevole tenuta ideologica, confermata anche dalla sua integrazione in un universo narrativo coerente e coeso. Ciò che più colpisce il lettore fedele è infatti il rincorrersi da un’opera all’altra di numerosi richiami inter e intratestuali. Il protagonista di un romanzo diventa l’autore di un libro letto dal protagonista del successivo; personaggi, situazioni e particolari si ripropongono simili o identici da un contesto all’altro. Ne deriva un’impressione di continuità, di molteplicità sfaccettata ma compatta, che contribuisce a dar forza rappresentativa e credibilità al dialogo tra autore e lettore. Gli elementi si combinano ogni volta diversamente, le reazioni che ne derivano appaiono come progressive soluzioni di una formula ancora da perfezionare. Le conclusioni sono apparenti. I personaggi escono sconfitti dalle loro esperienze, in fuga o emarginati; Veronesi invece, che è ancora in cerca della forma definitiva da dare a questa sfida, sembra non voler smettere di giocarla. Non posso continuare. Continuerò (SAMUEL BECKETT)

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FOTORACCONTO: IL TEATRO DI RICCI/FORTE

FOTO YARA BONANNI | TESTI MARCO ANGELILLI

Giuseppe Ha corso più degli altri. Ha superato tutti, come sempre. Cosa ha appena fatto non lo ricorda più. Cosa sta per succedere non gli interessa ancora. Riprende fiato in ascolto sudato. Il sudore cola dalla fronte ai piedi. Lo lava e lo sporca. Si incollano i vestiti al corpo. Una guaina, un costume da supereroe. E dentro la guaina altri liquidi scorrono E nutrono tessuti, cellule, articolazioni. Il respiro è più calmo. Il cuore più forte. Cosa sta per succedere già lo diverte.

Blanche Nel rapporto degli attori con le loro private collezioni Non sarei entrato. Sarei rimasto spettatore. Poi è successo che mi facevate domande, Che mi chiedevate una frase o una parola Per garantirvi una fragranza interna. E io vi ricordavo di respirare, di nutrirvi e di eliminare. Blanche, mi hai preso alla lettera con i tuoi dinosauri. E allora t’ho mostrato un verso di Sandro Penna! “Gonfio di cibo e di imbecillità” E da veri imbecilli abbiamo riso molto.

Cinzia

L’indagine di lei si colloca nel foro, nel canale vertebrale dove c’è il midollo. E viaggia lenta dal basso verso l’alto Per togliere peso E sfuggire a ogni gravità. Ma nel desiderio di alleggerire la struttura il sensore invia un segnale e fa scattare la sirena nello splenio del collo e nello sternocleidomastoideo. Il peso interno della testa si fa lordo Imbrattato di sudiciume. Un meteorite fatto di pietre e polpette le piove sulla faccia. E anche oggi per lei alzarsi è sovrumano. Chiara

Dovrebbe cambiare forma E cambiare sostanza. Dovrebbe farsi più morbida. E più elastica. Più permeabile. E conciliante. Flessibile e paziente. Per passare attraverso E farsi spazio tra gran trocanteri e tacchi alti. Lo spazio tra le labbra c’è. Il respiro dovrebbe essere continuo. Il trasporto di ossigeno garantito. Ma lo sguardo va in apnea. Deve aver visto il rosso. Una ferrari fiammante. O una muleta. Il toro si infuria.

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IL LESSICO DELL’APPUNTAMENTO

di LORENZO ORMANDO

Bernardo Bertolucci Imparare dalle separazioni B

ernardo Bertolucci è molte cose insieme: è un connazionale che ha conquistato una terra straniera - e da quella terra è stato accettato - e un nome importante per la nostra cultura; è forse più di un divo di Hollywood perché, al pari di quello, appartiene sì a un mondo mitico e irraggiungibile (i nove Oscar vinti grazie a L’ultimo imperatore, che sul finire degli anni Ottanta contribuirono a consacrare la sua stella), ma è soprattutto un uomo calato nel mondo reale, che parla di cinema e mestiere ma anche di cosa significhi starsene su una sedia a rotelle - anche se lui preferisce definirla elettrica - in una città come Roma, dove attraversare una strada può diventare un percorso a ostacoli. Sfrutta questa posizione privilegiata per farsi sentire e denunciare le condizioni di vita dei disabili, costretti ad umiliarsi chiedendo costantemente aiuto agli altri. Infine, come regista, è un uomo che dieci anni fa, dopo l’uscita di un film (The Dreamers, 2003) che raccontava di innocenza e ideali giovanili, di rivoluzioni - sessuali e non - e di amore per il cinema, proprio dal cinema ha deciso di allontanarsi, chiudendosi in un esilio volontario e facendo perdere le sue tracce. Perciò oggi il suo ritorno, con una storia che parla di cantine sporche e poi di liberazione e luce, Io e te, suona non solo come volontà di tornare a lavoro, ma come il riappropriarsi della vita da parte di chi aveva scelto il silenzio. La stanza è piccola - o forse sembra tale per l’attrezzatura ingombrante che ci circonda: cinepresa, fari, pannelli, microfoni, monitor. Bertolucci - cappello a tesa larga, polo verde sotto una giacca blu notte - mi segue con uno sguardo gentile mentre gli tendo la mano per presentarmi. “Lorenzo. È un piacere conoscerla.” Sto per sciogliere la stretta quando mi

mile: mi sono chiuso, non in cantina, ma nella mia bella casa. E sono rimasto lì, un po’ come un topo, a lungo, fino al momento in cui è venuto il film e il film mi ha permesso di uscire”.

accorgo che lui non ha intenzione di farlo. Girare un film significa anche accompagnarlo quando è pronto e implica una serie di impegni: la presentazione alla stampa, le interviste in tv. Le piace questo aspetto del suo lavoro? È qualcosa che la diverte ancora oppure la stanca? (Bertolucci sposta lo sguardo su un punto indefinito oltre il cono di luce che ci contiene, prendendosi del tempo per scegliere le parole da usare). “Anche nei momenti in cui accompagno il film, in mezzo al pubblico o durante la conferenza stampa coi giornalisti, che è un momento molto importante in questo processo, io sono ancora legatissimo al film. Quando il film arriva nel buio amniotico della sala allora è lì che me ne separo. E proprio grazie a questa separazione sono in grado di ripensare a un nuovo progetto, di prepararmi a qualcosa di nuovo. Quando parlo di separazione dico una parola che è una parola importante perché è come separarmi da qualcuno che amo molto”. (Fa una breve pausa. Ha un’aria malinconica). “Le separazioni sono sempre come il

training per imparare qualcosa che non si impara mai: ad allontanarsi da ciò che amiamo – dice scandendo bene le parole –. Qualcosa che nella vita ho sempre molto patito e sofferto. Quindi continuo a fare dei film, poi me ne separo e provo un grande dolore che solo un nuovo progetto potrà curare”. Mi chiedevo, appunto, come si sente l’ultimo giorno di riprese sul set, su qualunque set dei suoi film. (Prende fiato per rispondere). “Benissimo. Ma sono libero solo per quel giorno. È una sensazione straordinaria, anche perché sono riuscito a portare a termine ogni volta, con ogni film, un’impresa non facile. Quando arriva l’ultimo giorno tiro proprio un sospiro di sollievo”. Le sue parole mi fanno pensare proprio alla scena finale di Io e te, quando i due giovani protagonisti, che hanno passato una settimana chiusi in cantina, finalmente tornano all’aria aperta, in un finale gioioso che si discosta da quello originale contenuto nel romanzo. Bertolucci sembra leggere i miei pensieri, perché prosegue senza che io abbia detto nulla.   “Qualche anno fa ho messo in scena, per me e i miei amici, qualcosa di si-

Qualcosa di terapeutico, insomma. “Certo. Consiglio a tutti di fare dei bei film per sentirsi meglio”. Ride. Poi rievoca un lontano ricordo. “Ricordo l’ultimo giorno di riprese di Ultimo tango a Parigi, sul ponte di Passy. Dovevamo girare un primo piano di Brando che cammina che ancora ci mancava... Un fegatello, come si dice in italiano. Finito quello, facendo finta di niente, ho detto: signori, il film è finito. Nonostante lo sapessero, sono rimasti tutti un po’ interdetti. Poi Brando mi ha guardato, si è avvicinato alla spalletta del ponte, ha passato prima una gamba dall’altro lato, poi la seconda. Tutti si sono avvicinati pensando: oddio, mo’ si butta nella Senna! E invece ha fatto solo un gran sorriso ed è ritornato di qua”. Ridiamo dell’aneddoto. “Io ero felice perché l’avevo finito, quel film. Ero riuscito a fare un film con Marlon Brando, mica uno scherzo. Quindi, quando finisco di girare, c’è insieme il dolore della separazione ma anche la gioia di avercela fatta”. Un cameraman mi fa un cenno con la mano: il tempo a disposizione è terminato. Mi alzo ringraziando. Bertolucci mi dice che gli ha fatto piacere parlare con me e non mi sembra una frase di circostanza. Vorrei dirgli altro, ma non c’è modo. Ripenso a Brando che finge di buttarsi nel fiume. Immagino Bertolucci che lo segue. E immagino che rimanga così, dall’altro lato di quel ponte, per dieci, lunghi anni, indeciso se abbandonarsi al vuoto e cadere di sotto. Poi per fortuna ci ripensa. La gamba fa un giro e lo riporta a terra.

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C’ERANO UNA VOLTA (LE RIVISTE)

«900» L

a rivista «900», uno dei progetti più interessanti tra quelli inseriti all’interno della dicotomia tra classe intellettuale e regime, venne fondata nel 1926, grazie a Massimo Bontempelli che ne assunse il ruolo di direttore, come organo del movimento novecentista che in quegli anni stava emergendo nel panorama culturale contemporaneo e che si proponeva come vertice di un rinnovamento della letteratura italiana moderno ed europeista. Attraverso questa chiave si comprendono le motivazioni per cui Bontempelli si avvalse di un comitato di redazione internazionale in cui figuravano i nomi di Ramón Gómez de la Serna, Pierre Mac Orlan, Georg Kaiser, Il’jia Ehrenburg, e soprattutto di quel James Joyce che ebbe un ruolo così importante nella comprensione del concetto stesso di letteratura contemporanea. La stagione di «900» ebbe durata breve: solo due anni, dall’autunno del 1926 fino all’estate del 1929, periodo in cui si chiusero ben presto le pubblicazioni. Inizialmente in quaderni trimestrali, ogni uscita era contraddistinta oltre che dall’annata e dal numero, anche dal nome della stagione. I primi quattro quaderni furono editi dalla casa editrice La Voce, con il

quinto numero subentrò invece l’editore La Sapientia. La rivista apparse in francese con il titolo «900. Cahiers d’Italie et d’Europe» e vi erano tradotti anche gli articoli scritti dagli stessi redattori. La scelta della lingua d’oltralpe fu significativa e testimoniò la finalità di ricercare la più vasta diffusione possibile e la consapevolezza, da parte di Bontempelli, che il criterio di un’opera d’arte consistesse nell’«essere traducibile e raccontabile». Tuttavia tra il 1928 e il 1929 la rivista divenne un mensile di lingua esclusivamente italiana. Il primo quaderno di «900», del settembre del 1926, si apriva con un intervento dal titolo Giustificazione; il secondo, del dicembre del 1926, con Fondamenti; il terzo, del marzo del 1927, con Consigli; infine, nel giugno del 1927, il quarto quaderno conteneva Analogie. Assumendo la funzione di “Preamboli”, questi quattro scritti in cui prese la parola lo stesso Bontempelli avevano lo scopo di esporre le motivazioni e i presupposti critici alla base dei contenuti dei quaderni. In particolare, da queste pagine emergono con evidenza le «vedute fondamentali» con cui la rivista si impegnava ad affermare che

di ILARIA CAMPIONE

«il compito più urgente del nostro secolo è la ricostruzione del Tempo e dello Spazio» e avevano la finalità di «inventare i miti e le favole necessari ai tempi nuovi», terreni fecondi in cui l’arte avrebbe potuto manifestarsi erano la musica (in particolare il jazz) e la letteratura (l’opera di narrativa attraverso racconti e romanzi), con un’apertura anche al cinema «ove l’arte dello scrittore, libera finalmente dal peso della parola, [avrebbe potuto] espandersi in tutta la sua purezza e perfezione». «900» si caratterizzava per una forte vocazione al letterario: veniva dato ampio spazio alla critica e, accogliendo l’arte in tutte le sue manifestazioni, ne scaturivano con interventi di letteratura, musica, cinema e pittura. Tra le sue pagine ritroviamo infatti testi narrativi, teatrali e interventi in numerosi campi, toccando anche l’architettura, la politica e argomenti di costume. Alla rivista collaborarono molteplici autori e apparsero le firme di personaggi del calibro di Moravia, Masino, Mac Orlan, Barilli, Alvaro, Gomez de la Serna, Soupault, Kaiser, Emilio Cecchi, Aniante, Solari, Joyce, Campanile, Spaini, Mouratoff, Frank, Alberto Cecchi, Dessins de Oppo, RibemontDessaignes, Soupault, Conti, Lydis, Ottone Rosai, Alvaro, Frank, Santangelo, Gallian, Ehrenbourg, Marinetti, Malaparte, Gallian, Bragaglia, Luciani, Barbaro, Lawrence, Napolitano. Già dal suo primo numero fu chiaro che «900» di Bontempelli si pose come proposito quello di «presentare e fomentare in questi fascicoli le tendenze che ci sembrano più feconde per il secolo che la nostra generazione ha l’onore di inaugurare». In un Novecento, la «Terza Epoca dell’umanità occidentale», che all’insegna di un’istanza di modernità, del superamento dei rigidi confini del provincialismo e della tradizione, volgesse lo sguardo verso l’europeismo e l’universalità letteraria e culturale.

Orlando n 1  

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