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ORLANDO 6 — AUTUNNO/INVERNO 2014/2015 COPIA GRATUITA

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ILLUSTRAZIONE MICHAEL KOUNTOURIS

Il tratto d’Europa


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AUTUNNO/INVERNO 2014/2015

Rivista quadrimestrale diretta da PAOLO DI PAOLO www.orlandoesplorazioni.com facebook.com/OrlandoEsplorazioni rivista@orlandoesplorazioni.com Art director DARIO MORGANTE

Staff editoriale GIORGIO BIFERALI OLGA CAMPOFREDA MASSIMO CASTIGLIONI MARIACARMELA LETO MICHELA MONFERRINI GIACOMO RACCIS

Prodotta da GIULIO PERRONE EDITORE

www.giulioperroneditore.com Redazione c/o Giulio Perrone Editore Via Squarcialupo 14 00162 Roma tel. 06 97605054 Stampata nel novembre 2014 presso Cimer Snc Via Marcantonio Bragadin, 12 00136 Roma

Questo numero è pensato come catalogo della mostra di vignette satiriche «Il Tratto d’Europa», tenutasi alla Pelanda di Roma nell’ottobre 2013. Oltre ai vignettisti che troverete nelle prossime pagine, avevano partecipato all’esposizione anche: Siri Dokken (Norvegia); Gilles Lafitte, noto come Lasserpe (Francia); Vladimir Kazanevsky (Ucraina); Nicolas Vadot (Francia/Regno Unito/Australia). I suddetti vignettisti non sono presentati nelle prossime pagine per motivi legati a diritti di riproduzione delle immagini.

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In copertina, Michael Kountouris (Grecia), European Union: north and south, 2013, «Efimerida ton Syntakton».

Questo numero è finanziato grazie al contributo della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM.

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RADICI

di ROSSELLA GAUDENZI

Andrea Giardina Il mito del mito di Europa Etimologicamente il nome Europa richiama la “fanciulla dal volto largo”. Ci muoviamo in un contesto di divinità celesti e figure eroiche divine o semi-divine connesse alla luna: la madre di Europa è Teléfassa, “colei che da lontano risplende”, la luna. Europa di conseguenza potrebbe rimandare alla luna poiché come essa avrebbe il volto largo. Il rapporto con il continente si spiega con il fatto che questo continente Europa, visto dalla Grecia insulare o dall’Asia stessa, appariva come una terra dalle ampie distese, vasta.

RIBER (SVEZIA), EUROBULL, «SYDSVENSKAN»

«Ma restiamo nel campo delle congetture, si può solo lavorare per ipotesi». Lo storico Andrea Giardina, vicedirettore della Scuola Normale Superiore di Pisa e professore ordinario di Storia Romana, è uno dei grandi esploratori dell’antichità. Il mito di Europa è sentito da sempre come storia affascinante, evocativa. Dal punto di vista iconografico, quello del ratto di Europa è uno dei temi più rappresentati nelle arti figurative, senza soluzione di continuità dall’antichità all’era contemporanea. «Perché il mito del ratto di Europa è un tema così attraente per i pittori? È sì interessante parlare del racconto antico, ma la fortuna del mito nei secoli non è meno avvincente del racconto stesso, che si esaurisce in poche battute. L’attenzione va spostata al mito del mito di Europa». La fanciulla Europa, figlia del re di Tiro Agenore e di Teléfassa, cogliendo fiori sulla costa fenicia viene avvicinata da un bianco toro mansueto; è Zeus invaghito della fanciulla che vuole avvicinarla sotto mentite spoglie. La giovane lo accarezza, per gioco vi sale in groppa e viene così trasportata tra i flutti a Creta, dove viene consumata l’unione, dalla quale sarebbero stati generati.

lenza, per di più compiuto da un toro su una fanciulla. In realtà si tratta di violenza apparente, in piena coerenza all’ambiguità che sottende il rapporto tra oriente e occidente, percepito come ambiguo già dagli antichi: antagonismo, avversione, guerre interminabili, ma al contem«Il mito del ratto di Europa racchiu- po attrazione, curiosità, gusto per de una storia d’amore. Può suonare l’esotico, amore anche come metastrano poiché ha a che fare con un fora dello scambio culturale. rapimento, quindi un atto di vioStudiando la tradizione antica si ca-

{

pisce come si tratti ben poco di un rapimento brutale, ma quasi di un “ratto consensuale”, dove Europa non appare come una vittima. Innanzitutto per una ragione di buon senso: non tutte le fanciulle caste e pie salgono in groppa a tori con disinvoltura. Inoltre come storia d’amore è stata intesa, ad esempio, dal sublime Orazio, che rende ottimamente il senso di ambivalenza: per il poeta il dramma si risolve in

un consenso, in un’unione». Così Orazio, ode XXVII, nei versi in cui Venere consola Europa disperata: “Appena toccò Creta potente di cento città disse: – Che pena leggera una morte sola per la colpa delle fanciulle. Ma piango da sveglia la colpa commessa? Oppure un’immagine vuota, uscita dalla porta d’avorio, mi reca un sogno e si prende gioco di me, esente da colpa? Se uno consegnasse ora, alla mia rabbia, il toro

}

Europa è stata violentata da troppe figure megalomani dopo Zeus. È tempo di lasciare da parte le violenze mitologiche e permettere che Europa stessa prenda il comando per allevare e addomesticare un nuovo toro dagli istinti moderni. — Riber Hansson

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«Europa esprime rabbia per essere stata rapita ma afferma di avere molto amato il toro, multum amati cornua monstri…: sono queste le parole che contengono la vaghezza, il fascino del mito e la doppiezza insita nel rapporto oriente-occidente (Creta, luogo di approdo in cui avviene l’unione carnale, da noi è percepita come oriente ma è occidente rispetto alla Fenicia). Nella tradizione pittorica di età moderna l’ambiguità nel rapporto tra il toro e la fanciulla è sempre prevalente, l’aspetto amoroso e sensuale prevalgono su quello violento che è sempre in secondo piano. Perché questo mito ha avuto tanto successo nell’arte figurativa e nell’immaginazione poetica occidentale?

tutto con il nazismo: di volta in volta il toro va letto in chiave ariana per la creazione di una stirpe per l’Europa, in un progetto di arianizzazione dell’Europa stessa; oppure al contrario va letta la sopraffazione del toro nazista sull’Europa. L’opera del pittore nazista Werner Peiner, Europa und der Stier del 1937 raffigura un’Europa androgina secondo l’ideale ariano; qui il toro è bianco e viene portato all’accoppiamento: siamo in linea con il programma nazista Lebensborn di unione tra ufficiali delle SS e donne che incarnassero i tipici criteri della razza ariana, bionde con occhi azzurri. Un nodo cruciale comune ad antichità e attualità è la risposta alla domanda fondamentale: oltre a chi sono, dove sono gli europei? Per l’antichità come per l’Europa di oggi c’è la competizione tra due concetti geografici. Uno ampio: Europa è tutto quel che non è Asia, lo spazio immenso che va dai Dardanelli verso l’oceano Atlantico. Inoltre, già nella cultura antica, è vivo un concetto più ristretto che circoscrive l’idea di Europa all’area traco-macedone, corrispondente grosso modo a parte delle attuali Grecia, Turchia e Bulgaria. Da quando i testi letterari parlano di Europa, fino alla tarda antichità, Europa di volta in volta può essere tutto o una parte di tutto.

«In buona parte per il suo lato erotico; non è un caso che il racconto antico parli di un toro bianco, mentre nella tradizione iconografica pittorica, così come nei mosaici, il toro è il più delle volte nero, fulvo, marrone. Il contrasto dei colori sottolinea sì la differenza di cultura ma l’accostamento di nero e bianco è soprattutto erotizzante. Una tendenza degli studiosi che trattano l’iconografia di questo mito è quella di trovare significati attualizzanti: così l’interPer i Romani evocare gli europei, inpretazione del famoso quadro di Tiziano cerca una connessione con le tesi come tali, ha ben poco senso: ambizioni imperiali universali di Carlo V. Ci credo poco. Il motivo è più semplice: la fortuna pittorica di tutti i miti antichi è quella di avere un forte connotato erotico. Non era lecito rappresentare scene di sesso, nudi femminili, se non proiettati nell’antichità (ciò spiega la fortuna tanto del mito del ratto di Europa quanto di miti simili: il ratto di Ganimede, Leda e il cigno, la nascita di Venere). Per interpretare nello specifico questi dipinti non va cercata sempre l’idea di Europa: nel ’500, ’600, ’700, c’è un’autonomia del tema artistico rispetto al fluire della storia. È nella forma che il quadro diventa oggetto di riflessione storica, ma non sempre il contenuto è in rapporto con l’attualità politica.

esistevano il Romano, il Gallo, il Germano, ma “gli europei” esistevano solo in relazione agli abitanti della ristretta area traco-macedone. Abbiamo nell’ordinamento tardoantico una Provincia Europa, un piccolissimo frammento dell’Impero Romano. Per il resto quella di Europa rimase un’idea poco attiva nella cultura politica romana.

sulla libera circolazione delle merci e sulla moneta unica. Ancora: i Romani dal 212 d.C. con l’editto di Caracalla introdussero la cittadinanza universale, tutti i cittadini del mondo romano sono quindi cittadini romani, così come tutti gli europei sono cittadini europei. Queste sono belle suggestioni che possono però far perdere di vista i dati essenziali.

Qual è il problema? L’idea di Europa, nella sua accezione allargata, non suscitava sentimenti di appartenenza, perché per i Romani prevaleva, rispetto all’ antitesi tra Europa e Asia, quella tra Oriente e Occidente. Tanto che l’Impero Romano con Teodosio fu diviso in due parti, pars orientis e pars occidentis. L’idea dell’occidente è un’idea valida, in quanto contrapposta a oriente, ma l’idea di Europa è effimera, fragile. A complicare le cose, e a distinguere la percezione antica da quella odierna, emergono altre considerazioni: per i Romani è oriente quel che per noi non lo è: la Grecia, che per noi è occidente, nella classificazione romana era pars orientis. L’Europa dei Romani è un’idea molto debole e l’appartenenza europea praticamente inesistente.

Non poteva funzionare un concetto vitale di Europa perché prevaleva un’idea di romanità che nell’universalismo romano non coglieva diversità ad esempio tra romanità ispanica, gallica, italiana e una romanità africana.

Questi problemi dell’Europa antica, romana, sono stati attualizzati al momento dell’introduzione dell’euro da storici dello stampo di Jacques Le Goff, con la costruzione di analogie basate sulla libera circolazione degli individui, sulla libertà di soggiorno,

Possiamo affermare che i Romani sono riusciti laddove la politica contemporanea ha fallito, ossia nell’unire oriente e occidente e le due sponde del Mediterraneo: le culture hanno convissuto, dialogato, le élites si sono amalgamate, le merci hanno circolato, seppure con dazi, mai con misure di protezionismo. Di contro, i Romani hanno fallito laddove l’Europa medievale e poi moderna è riuscita, ossia nell’integrare i popoli che stanziati oltre il Reno. L’Impero Romano è caduto a causa delle invasioni germaniche, Carlo Magno era re germanico e l’Europa cristiana e medievale è riuscita nell’integrazione delle popolazioni germaniche, che oggi sono non solo parte integrante ma anche dominante dell’Unione Europea».

Ciò non accade nella tradizione pittorica del ’900 dove il rapporto con la politica è molto stretto. La violenza, nel mito del mito di Europa, prevale nelle rappresentazioni novecentesche in connessione soprat-

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L’Europa? È stata una possibilità. L’Euro l’ha distrutta. Non c’è nessuna unione politica, né finanziaria. È bello sentirsi europei, ma cosa significa? In realtà, niente. — Horsch

}

WOLFGANG HORSCH (GERMANIA), WACKELKANDIDAT, 19 NOVEMBRE 2010, «SÜDDEUTSCHE ZEITUNG»

infame, farei di tutto per straziare e troncare col ferro le corna del mostro che ho molto amato poco fa – ” (traduzione di Paolo Fedeli).

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LA MOSTRA / IL TRATTO D’EUROPA

di LUCA LIPARI e MICHELA MONFERRINI

L’Europa da prima pagina, l’Europa disegnata, dissacrata, fatta – letteralmente – a pezzi M

Nell’accettare, avevamo già convertito un continente in un insieme di Paesi – grazie, sì, raccontiamo le Europe. Perché ci eravamo chiesti: come si tengono insieme Paesi che sfuggono da una parte e dall’altra, che non stanno insieme, stanno solo vicini? Che storia collettiva, condivisa, vera, avevamo da proporre, da dove cominciare? Dalle botteghe chiuse sul Patission di Atene o dalle statue dei poeti rimosse dai giardini di Budapest? Dai fuochi turchi o dalle piazze spagnole, dalle campagne tedesche che danno il latte a basso costo o dai cadaveri tra i bagnanti a sud del tacco dello stivale che siamo? E qual era l’immagine più rappresentativa, non stereotipata, dell’Europa attuale? Dovevamo inoltre trovare il nostro linguaggio, prima di capire come dipingere il quadro, un quadro da esporre alla Pelanda di Roma, spazio dedicato all’arte contemporanea e alle sperimentazioni.

FOTO MATTEO BERDINI

attina di primavera 2013. Via del Corso, Roma. Al termine di una lezione del master MaRAC (promosso da Fondazione Roma e Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM), di cui eravamo studenti, quel giorno ci lanciarono una sfida: «Avete un piccolo budget, fate una mostra», ci dissero. «Raccontate l’Europa», aggiunsero. L’eccitazione lasciò presto spazio ai dubbi, alle discussioni. Come si fa a raccontare l’Europa? Cos’è l’Europa? Un’unica tela, un tema e trentadue studenti da mettere d’accordo: poteva esserci una sola Europa per tutti?

gnata, dissacrata, fatta – letteralmente – a pezzi. Ci sembrò subito la soluzione perfetta, su misura. La leggerezza apparente, i tratti spesso delicati, mai violenti; l’ironia sottile, il linguaggio chiaro e al tempo stesso simbolico, artistico. Così nacque Il Tratto d’Europa.

Ma, trovata la prospettiva, andava composto il quadro. Chiamammo ventinove vignettisti da tutta Europa, ci dividemmo i compiti: curatela, allestimento, fundraising, comunicazione. L’entusiasmo dei più giovani al servizio di chi tra noi aveva più esperienza, i problemi derivanti dal collaborare tutti insieme. Ci sentimmo un po’ come la Croazia, talvolta. Come la piccola carta C’era la carta. Pensammo che ogni di un castello destinato a crollare tema, ogni avvenimento, ha un punto di fuga che converge sulla stessa superficie leggera e non patinata di un foglio di giornale. I giornali recano sempre, tra le notizie tutte simili (bianco e nero, testo giustificato, titolo sottotitolo firma e testo) un quadrato colorato, divertente anche quando serissimo, l’unico sorriso concesso tra decine di notizie. Le vignette satiriche: decidemmo che quella sarebbe stata anche la nostra storia; l’Europa da prima pagina, l’Europa dise-

senza l’aiuto dei più grandi. Poco budget ma un’ostinazione turca, e chiudemmo il cerchio, accorgendoci che c’era bisogno di tutti. Molto europeo. Poi scoprimmo che anche i vignettisti assomigliavano ai loro Paesi, o ai più comuni tra i luoghi comuni dei loro Paesi, e ne ridemmo: i francesi non rispondevano alle mail (non hanno mai risposto, ad esclusione del “nostro” Lasserpe), i turchi volevano esserci (Turhan ha mandato molte più vignette di quel che avevamo domandato), gli inglesi non trattavano l’argomento Europa, più presi da crescita e andamento della pancia di una ragazza di trent’anni di nome Kate che da quelli dello spread: trovammo l’adesione del vignettista del «Times» di Londra, ma Morland è, forse non a caso, norvegese. E poi lo spagnolo Kap, entusiasta; i tedeschi Hachfeld e Horsch, precisi; il greco Kountouris senza più parole: quando gli chiedemmo cosa fosse per lui l’Europa, ci rispose semplicemente inviando la vignetta che trovate in copertina su questo numero di «Orlando». Certo più ottimista della vignetta dell’olandese Bertrams: lì la giovane, antichissima donna alza il vestito e scopre due gambe ormai

scheletrite, segno di un sud ridotto all’osso, ma pure di un continente che senza gambe non può camminare. Una stella cadente nel cielo dello svedese Riber si stacca dal cerchio stellato simbolo dell’Unione Europea; lo stesso cerchio, nella matita dello svizzero Chappatte (pioniere del graphic journalism) diventa un circolo vizioso per quelle popolazioni costrette a restar fuori dai confini dell’Unione. Uno dei vignettisti italiani (assieme a Natangelo e Lucio Trojano), De Angelis, riflette sulla moneta unica: grande muro e barriera che ci confina tutti. Il russo Zlatkovsky, uno dei vignettisti più premiati al mondo, ci raccontò la difficoltà di fare satira in Russia: potete leggere la sua lettera a pagina 15. Anche questo fa parte della nostra storia, anche questo è Europa: il nostro quadro ebbe uno strano aspetto, come un mosaico i cui tasselli fossero troppo diversi tra loro per combaciare perfettamente. Un puzzle sgangherato, con alcuni pezzi che ancora restano tra le mani. Forse con il tempo, come certe scarpe quando non sono più nuove, si adatteranno, prenderanno la strana forma dei piedi su cui incerti stiamo camminando.

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Orlando esplorazioni PATRICK CHAPPATTE (SVIZZERA), SENZA TITOLO, 19 SETTEMBRE 2010, «NZZ AM SONNTAG»

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En dessin, une bonne idée est un curieux mélange entre sucré et salé. Un équilibre entre la légèreté de la forme et la profondeur du contenu

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Patrick Chappatte

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The European flag contains 12 stars. The funny thing is that these 12 stars are also a typical comic-symbol of dizziness. That resembles my opinion of Europe today. La bandiera europea contiene dodici stelle. La cosa divertente è che le dodici stelle sono anche il tipico segno comico che identifica le vertigini. Il che assomiglia alla mia opinione sull’Europa di oggi.

}

René Leisink, Argus

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«QUESTA POSIZIONE DELLE STELLE PREANNUNCIA UN SACCO DI GUAI». ARGUS (OLANDA), SENZA TITOLO, 8 DICEMBRE 2011, «DAGBLAD DE PERS»

Per chi disegna, una buona idea è un curioso mix tra dolce e salato. Un equilibrio tra la leggerezza della forma e la profondità del contenuto.


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MARCO DE ANGELIS (ITALIA), EURO WALL, LUGLIO 2013, «FIRE» N.3

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Essere vignettista non è solo una professione, ma è una filosofia di vita. Affrontare il mondo con il sorriso e l’ironia oltre ad aiutarci a esorcizzare tutto ciò che c’è di negativo, ci porta quasi geneticamente a interpretare con allegria il lato più chiaro delle cose o a denunciare con sarcasmo le ombre che ci circondano. La comicità dell’umorismo puro e di quello surreale o la potenza giornalistica della satira politica riescono a far vedere realtà nascoste, che altrimenti sfuggirebbero ad un occhio troppo intento a garantirsi la sopravvivenza. L’Europa per me è una continua fonte di ispirazione, un aggrovigliato nodo di politiche nazionali di Paesi che, pur avendo spesso le stesse radici storiche e culturali, e perdendo di vista i comuni interessi, tirano e spingono ognuno nella propria direzione, in un monotono ripetersi di incomprensioni ed egoismi. Insomma, un’Europa distesa da secoli sul lettino dello psicanalista alla ricerca di se stessa.

}

Marco De Angelis

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JOEP BERTRAMS (OLANDA), SENZA TITOLO, 30 APRILE 2010, «HET PAROOL»

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For me an editorial cartoon should be a witty shortcut to the conclusion of a serious commentary. I don’t like boarders, so I am in favorite of EU. I don't like rules, so I oppose the EU. Una vignetta satirica dovrebbe essere la chiosa spiritosa di un discorso serio. Io non amo i confini, dunque sono in favore dell’Unione Europea. Io non amo le regole, dunque sono contrario all’Unione Europea.

{

As a danish cartoonist, I was very much affected by the Muhammadcrisis, even if a wasn't involved in it myself. So as a european cartoonist I am aware of the importance and of the risk of being free to draw in a world polarized between global and local views. Come vignettista danese sono stato molto colpito dalla Muhammad-crisis, anche se non vi sono stato coinvolto. Così, come vignettista europeo, sono consapevole dell'importanza e del rischio di essere liberi di disegnare in un mondo polarizzato tra prospettive globali e locali. Jens Hage

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}

}

JENS HAGE (DANIMARCA), SENZA TITOLO, 13 AGOSTO 2012, «BERLINGSKE»

Joep Bertrams


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I am an european citizen and an international artist. I draw about local and global problems with humor and selfirony. I sum up complicated issues in 3 lines. Simple, direct, sharp. I draw to understand. I criticise the european bureaucracy, the gap between powerful nations and small nations, the east-west turning north-south division and all other EU missteps. I believe this is the most avanguard political project and this is what is worth fighting for. I do it with black marker. Sono un cittadino europeo e un artista internazionale. Disegno il mondo locale e globale con umorismo e autoironia. Riprendo questioni complesse con tre tratti. Semplice, diretto, tagliente. Disegno per capire. Io critico la burocrazia europea, il divario tra piccole nazioni e potenze, la questione della separazione tra est e ovest, che sta oggi diventando separazione tra nord e sud, e altri passi falsi compiuti dall'Unione Europea. Io penso che questo sia il progetto politico più innovativo ed è il motivo per cui vale la pena lottare. Io lo faccio con un pennarello nero. Dan Perjovschi

DAN PERJOVSCHI (ROMANIA), EUROPE SCARE, 2012, ARCHIVE OF DRAWINGS 2003-2013

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RAINER HACHFELD (GERMANIA), OBAMA, EUROPEANS, 28 FEBBRAIO 2013, «COURRIER INTERNATIONAL»

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In Germany in the hierarchy of journalists the political cartoonist is the pariah, the lowest of the low, the scum of the earth. For me Europe represents a heap of national vanities. In Germania, nella gerarchia del giornalismo, il vignettista politico è il paria, il più basso dei bassi, la feccia della terra. Per me l’Europa rappresenta un cumulo di vanità nazionali.

{

The job of a political cartoonist is to make people think. If you can make them laugh in the process, that's a bonus. Il lavoro di un vignettista politico è far riflettere le persone. Se riesci anche a farle ridere, hai una marcia in più. Morten Morland

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}

}

MORTEN MORLAND (NORVEGIA/REGNO UNITO), EURO CRISIS, «THE TIMES»

Rainer Hachfeld


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Penso che il disegnatore umoristico in realtà faccia solo la metà del lavoro, e il lettore, nell’interpretare la vignetta e riflettere sul suo contenuto, lo completi. Kap

}

Una giovane guerriera, un vecchio scostante S pesso, per rappresentare un Paese, o anche una città, una provincia, si sceglieva di utilizzare - come allegoria - una figura femminile. Alcune di queste rappresentazioni nazionali hanno caratteristiche molto definite, per altre si è dovuto ricorrere a simboli o didascalie che specificassero il significato. Bisogna anche dire che la rappresentazione grafica varia secondo l’intenzionalità della vignetta satirica. Qualche esempio: il Nord America, prima che arrivasse e si imponesse la figura dello zio Tom, era rappresentato nella stampa satirica spagnola come una giovane esotica, per non dire selvatica, svestita e adornata di gioielli, rappresentazione simile a quella usata per Cuba, che si trova frequentemente, anche nella versione in cui

la donna è ricoperta di piume o di sanguisughe. La perfida Albione, vecchia, con elmo, scudo e lancia, ha rappresentato la Gran Bretagna fin quando non è stata sostituita da John Bull. Per la Francia si usava solitamente una giovane dama, spesso identificata con la Repubblica, ma a volte quest’immagine si trovava unita a quella del gallo, simbolo del popolo francese, quindi con cresta e piume. Europa, invece, fu ritratta talvolta come una giovane guerriera, talvolta come un grasso vecchio scostante. (tratto da Jaume Capdevila, Kap, La figura femminile nella stampa satirica spagnola del XIX secolo, Tebeosfera 2° epoca 9).

KAP (SPAGNA), SENZA TITOLO, 16 FEBBRAIO 2012, «REVISTA 22»

{

di KAP

Creo que el dibujante de chistes en realidad solo hace la mitad del trabajo, y el lector, al interpretar la viñeta y reflexionar sobre su contenido, hace la otra mitad.

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NATANGELO (ITALIA), SENZA TITOLO, «IL FATTO QUOTIDIANO»

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Il serbatoio della cattiveria deve restare a pressione: da parte mia cerco di non perdere mai la forza di indignarmi e, soprattutto, di ironizzare sulla mia stessa indignazione. Ironizzare e indignarmi per tutto quello che ormai sembra normale. Mario Natangelo

}

PIERRE KROLL

Umorismo: un bambino che fischia nel bosco C

i si può girare intorno quanto si vuole: umorismo e religione, in realtà, non stanno bene assieme. Non c’è assolutamente alcun dubbio. Se devo essere più preciso, penso che sia il sacro a non andar particolarmente bene con l’umorismo. E sacro e religioso sono ancora valori spesso associati. Alcune pseudo-religioni – come le squadre di calcio che hanno i loro sostenitori, per esempio – sono spesso anche censorie, caute di fronte all’umorismo che le prende a oggetto. Alle religioni non piace l’umorismo poiché è spesso dispregiativo, e oltrepassa di frequente i limiti. Laddove si dice che non c’è umorismo perché non si ride, si sbaglia. L’umorismo può denigrare, disprezzare: non le persone (anche se la caricatura un po’ lo fa, naturalmente), ma le opinioni. E le religioni sono opinioni. Si ha quindi il diritto di farlo perché se non si potesse mai attaccare le idee vivremmo tutti se-

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condo le opinioni del primo che ne perché l’umorismo riduce la paura avesse espressa una. Non bisogna e senza la paura non c’è fede». dimenticarlo. L’umorismo è un po’ come un bambino che fischia nel bosco per essere Possiamo dunque ben dire che non meno spaventato. Perché ridiamo crediamo in qualcosa, prendere in della morte, del sesso? Perché sono giro l’opinione di qualcun altro. Senle cose che ci spaventano. E io credo za offendere gli altri? Certo. Ma, per che le religioni operino pesantemennon scioccare nessun praticante che te sulle paure, che le abbiano invenappartenga ad alcuna delle tre grandi tate, che le abbiano rivelate. religioni monoteiste, dovrei non la-

vorare il venerdì per non offendere i musulmani, il sabato per non dispiacere gli ebrei e la domenica in riguardo ai cattolici. Come lavoratore indipendente, non posso permettermelo. Se si mette assieme tutto ciò che è proibito dalle religioni, non si può più far nulla. Perché le religioni non amano sentirsi dire cose che facciano anche un po’ sorridere? Perché lavorano ancora e sempre sulla paura. Pensiamo a Il nome della rosa di Umberto Eco. Alla fine del film, un monaco dice: «Non bisogna leggere questo libro

rabbino per accertare che sia stato preparato secondo le regole kosher. Io vorrei solo dire: rilassatevi! Per gli ebrei, sarebbe così drammatico mangiare un cucchiaio di hummus che non sia passato per le mani di un povero rabbino che ne abbia controllato la preparazione? È vero, io non sono ebreo. E dicendolo, so che riceverò due tonnellate di posta in cui mi si definirà antisemita o nazista perché ho detto qualcosa sul purè di ceci. Questi timori riempiono le pagine dei giornali.

In misura minore, nel quotidiano, è la stessa cosa: è molto difficile essere rilassati parlando di religioni – la propria e quella degli altri: ma come possiamo avere sempre paura Alla famosa domanda se si possa di offendere, o che qualcuno ci tagli ridere di tutto, la mia prima risposta la testa? è: non si è obbligati. Io non considero Io amo molto l’hummus, il purè di stupido chi non ride di quel che facceci che viene dal Medio Oriente, e cio. Nella nostra epoca globalizzata, che quindi è tanto ebraico in Israele provate a discutere con un Mujaquanto cristiano in Libano e mu- heddin afgano sul fatto che voi possulmano in Palestina. L’hummus siate prendere alla leggera cose che importato in Belgio proviene da per lui sono sacre! Israele e sulle confezioni si precisa che è stato controllato da un certo Solo comprendendo la stessa cosa, se ne può parlare.


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Je suis né en 1958, comme la communauté économique européenne. Je me porte mieux qu’elle et ça m’attriste (pour elle) ou me réjouit (pour moi), comme vous voudrez. J’espère surtout qu’elle retrouvera la grande forme… et me survivra. Sono nato nel 1958 come la Comunità Economica Europea. Io però porto meglio gli anni, e questo mi rattrista (per lei) o mi rallegra (per me). Spero comunque che ritroverà la sua forma… e che mi sopravviverà.

}

PIERRE KROLL (BELGIO), SENZA TITOLO, 6 GENNAIO 2007, «LE SOIR»

Pierre Kroll

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COLLEGHI

Lettera aperta di Kroll a Dubus A

SIRIA: ARMI PER I RIBELLI. / — QUESTE VENGONO DALL’EUROPA. / DUBUS (BELGIO), SENZA TITOLO, 29 MAGGIO 2013, «LA DERNIÈRE HEURE»

doro Dubus. No, nel nostro mestiere non c’è, come invece in molti altri, quella tipica concorrenza crudele dovuta a un mercato che è troppo piccolo per tutti. Oppure: dobbiamo esserci organizzati veramente bene! Certo, due o tre volte ci siamo messi d’accordo… (scoop!).

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naggi, e devo dire che ha anche il merito di aver portato nella vignetta satirica per la stampa, la sua esperienza e la sapienza da illustratore per l’infanzia. Se devo davvero trovare qualcosa di meno elogiativo, direi che forse, nella messa in scena dei personaggi, potrebbe a volte essere ancor più malvagiamente sarQualche tempo fa, il conduttore castico, come del resto il disegno Hervé Meillon mi aveva cercato per satirico ci permette di fare. una trasmissione radiofonica su Inoltre, credo che lui avesse trovato RTL. Vi ho lavorato per una stagione nella radio, accanto all’imitatore e poi sono tornato a RTBF. Frédéric André Lamy, uno spazio straordiprendeva in giro quella trasmissio- nario. Io non avrei mai rinunciato ne, come prende in giro tutto, ma al mio ruolo di cronachista per la quando Meillon gli propose di so- «La Semaine Infernale» (trasmisstituirmi e io gli consigliai di accetsione radiofonica belga, ndr), ma tare ma senza ripetere quel che aveho invidiato talvolta la felicità con vo fatto io, lui invece fece esattala quale lui e l’imitatore inventamente lo stesso tipo di trasmissione, vano (la coppia ha lavorato accanto e aveva ragione. dal 2006 al 2010, ndr) quei dialoghi Quando la «Dernière Heure» (gior- che davano voce ai suoi personaggi nale belga, ndr) cercava lui e «le disegnati. Soir» voleva me, lui confessò che avrebbe preferito lavorare per il «Ve- Infine, Frédéric, così spesso sobrio spertino», come si è soliti definirlo. (!), quasi glaciale, serioso nei diLui aveva, dalla sua, qualcuno che scorsi che facciamo in privato, ha lo preferiva a me, ma la redazione sempre parole giuste e profonde gli era ostile ed è con una redazione quando parliamo della nostra proJe ne dessine donc pas che si lavora e bisogna andare d’ac- fessione davanti a un pubblico. pour agresser, mais cordo. Allora gli feci notare che la Ecco, Fred… grazie. Ho guadagnato pour me défendre, pour «Dernière Heure» era molto più tempo sul giorno della tua dipartita, rendre supportable tout popolare de «le Soir» e avrebbe fatto ora la mia parola è scritta! ce qui ne tourne pas rond di lui lo Stéphane Steeman (famoso dans ce bas monde. comico belga, ndr) della stampa, mentre io avrei passato il mio tempo Io non disegno per a cercare di convicere una massa di aggredire ma per intellettuali seriosi a ridere almeno difendermi, per rendere un po’. sopportabile tutto quel A un tratto Télémoustique (rivista che non va in questo belga, ndr), per la quale disegno mondo mediocre. dalla notte dei tempi, lo ha voluto

Dubus

}

come rinforzo. Una volta per tutte, allora, ci siamo spartiti i soggetti che ci avrebbero ispirato. Io avrei guardato al mondo della politica, lui a quello della televisione. E da quel momento, Fred ha la fortuna di poter disegnare le tette della bella di turno, io mi devo sforzare di fare (male) il politico francese, il Presidente degli USA... Frédéric disegna meglio di me (e qui, spero che il lettore si metta a protestare: «Ma noooo, è il contrario!»). Conosco tutti i suoi perso-

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MIKHAIL ZLATKOVSKY (RUSSIA), TURKEY EU, «L’ESSENTIEL - DES RELATIONS INTERNATIONALES»

creatività verbale. Ma Putin e le sue dichiarazioni “alate” sono una fonte di ispirazione per il vignettista, e cioè che i russi non potevano fare, lo facevano i vignettisti occidentali. Le sue celebri espressioni “è affondato”, “chiamare un dottore”, “stanarli nella toilette”, gli “sciacalli attorno alle ambasciate”, hanno portato loro migliaia di dollari e di euro. All’estero i nostri colleghi vignettisti non capiscono davvero perché i Russi non lavorino su quello “spiritoso ragazzo”. Ma nel dicembre 2011, durante la campagna elettorale, in Parlamento è stato dichiarato vietato ritrarre Putin in caricature e vignette.

La libertà russa di Mikhail Zlatkovsky 2013, Mosca

L

a Costituzione della Federazione Russa, dal 12 Dicembre 1993, dopo che i carri armati ebbero sparato contro il palazzo del Parlamento, ha dato pieni poteri a una sola persona - il Presidente della Russia - e ha posto le basi del regime totalitario esistente. Oggi, la libertà è nella stessa situazione in cui versava durante l’era sovietica. La censura non è ufficiale, tutti sanno ciò che può essere o non può essere pubblicato, artisti, editori, proprietari di giornali, riviste e TV. Tutto è cambiato il 7 maggio 2000, giorno del giuramento di Vladimir Putin. L’insorgenza della reazione, naturalmente, ha avuto inizio un po’ prima, sotto Eltsin, ma i tentativi di limitare le libertà non erano sistematici. Il 7 Maggio 2000 è iniziata l’era della reazione nella storia della Russia moderna. La democrazia è finita. Oggi nel Paese regna una “monarchia” guidata da quell’“eminenza grigia” che sono gli organi di sicurezza dello Stato. E Putin e Medvedev

sono solo i loro tirapiedi. Se arriverà una terza, una quarta persona, non cambierà nulla. Infatti, in Russia non c’è tribunale, Ministero, né organo del quarto potere - la stampa , che riesca a evitare di scivolare in un regime totalitario. Così come obiettivo della polizia non è la tutela dei cittadini, ma la protezione delle autorità.

ziali, in tutti i Paesi sviluppati, rappresentano un “momento d’oro” per chi fa satira. Non è solo una questione di guadagno, ma soprattutto di popolarità. Quando, nel 1864, Lincoln riaffrontò la campagna elettorale nel pieno della guerra di Secessione, il vignettista Thomas Nast pubblicò un’illustrazione – Compromesso con il Sud («Harper’s Weekly», 3 settembre 1864) – in favore dell’Unione. La vignetta gli procurò una fama istantanea anche perché fu stampata in gran numero di copie dai repubblicani che volevano la rielezione di Lincoln. Lincoln stesso, ridivenuto Presidente degli Stati Uniti d’America, dovette ammettere che Nast era stato il suo miglior “sergente reclutatore”, così come nel 1868 il generale unionista Grant avrebbe attribuito la sua elezione a Presidente “alla spada del generale Sheridan e alla matita di Nast”.

Questa censura totale ha fatto sì che i maggiori vignettisti del Paese perdessero il lavoro sulla stampa e in televisione. Molti di loro hanno trovato un nuovo posto di lavoro come redattori di arte, designer, o in campi non legati alla precedente professione. Alcuni, cercano di lavorare per Oggi, in Russia, il vignettista è estrala stampa estera. neo alle elezioni. La censura appliLe cause dell’attuale situazione russa sono associate alla mentalità – da cata in ogni sua forma non consente schiavi – insita nel popolo russo. La la pubblicazione dei disegni satirici. mancanza di fede e la paura sono le I vignettisti si rivolgono quindi alle principali cause di degrado della Rus- pagine Internet di pubblicazioni insia. La fede è stata sradicata dal po- dipendenti (www.ej.ru) o all’estero. polo per molti anni, di generazione Non c’è nulla di più paradossale: la in generazione. Si è privi di umiltà satira sulla politica interna diventa cristiana e di pietà, laddove regnano oggetto di considerazione da parte invece crudeltà, spregiudicatezza e del pubblico straniero. La mancanza cinismo. La fede in Russia è nella di vignette di satira politica sui media croce al collo, è nelle icone, è nei se- è uno dei segnali principali dell’esigni esteriori: non nei comandamenti stenza di un sistema totalitario. da osservare. Unica eccezione è la politica della Nel corso del XX secolo la Russia rivista «Novoye Vremya» (New Ti(l’URSS) ha perso 100 milioni di cit- mes), sulla quale – nel periodo elettadini. La maggior parte delle perdite torale – sono state pubblicate vignetè data dalle vittime del regime co- te di Sergej Elkin, di Sergei Tyunina, munista. È stata una vera e propria e del sottoscritto. Purtroppo, la riguerra… ma all’interno di uno stesso vista non è una pubblicazione molto popolo. L’approssimarsi al socialismo popolare, i suoi lettori coincidono non è stata la fine del terrore; non con il circolo dell’intellighenzia urdel terrore come modalità di vita, bana di Mosca, mentre alle grandi come forma di governo allo scopo manifestazioni partecipano vignette di rafforzare la dittatura di partito satiriche e manifesti creati da autori sul Paese. E il tentativo di terrorizzare dilettanti. lo stesso partito, al fine di rafforzare Dal dicembre 2011 al febbraio 2012 la dittatura del partito di Tirana. un gruppo di artisti facenti parte Senza le immagini satiriche nessuna rivoluzione accadrà. Occorre cam- della International Union of Carbiare tutto sotto un unico impulso: toonists (cartoonunion.com) ha orserve la gente per strada, servono ganizzato un concorso sul tema “Scedure vignette sui giornali. Non cam- gliamo”, per il quale sono state inbia nulla finché si tratta di migliaia viate circa 400 vignette provenienti di persone durante le manifestazioni, da 37 Paesi. Il gruppo promotore è ma cambierà quando saranno mi- quindi riuscito a organizzare una lioni di cittadini. La primavera scor- mostra relativa al concorso presso sa, per la prima volta nella storia, la il Museum Center Andrej Sacharov. polizia russa ha comprato carri ar- Ovviamente, la mostra è passata mati per propria esigenza. Questo inosservata dal grande pubblico. significa che il Cremlino ha paura di ritrovarsi di fronte, per la strada, milioni di persone.

A poco a poco sono stati ripristinati certi argomenti proibiti – l’elenco corrisponde esattamente alla lista dei temi tabù del periodo sovietico – e si è arrivati agli atti terroristici: le esplosioni a Mosca, la guerra in Cecenia, la tragedia nella scuola di Beslan. Ma era ormai diventato impossibile criticare qualunque istituzione: la Chiesa ortodossa russa, i ministeri, i giudici, il partito di governo Edinaja Rossija (Russia Unita), la Commissione elettorale centrale, la polizia, l’esercito, il Parlamento, il Cremlino, le unità di governo locale della Federazione. Cosa ancora più grave, era ormai diventato proibito pubblicare e distribuire materiale pungente su Putin e sulla sua Le elezioni parlamentari e presiden-

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ESPLORAZIONI

di MARTA TONGIANI

Quando il Forte rispose “DA” Presenze russe al Premio di Satira di Forte dei Marmi

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a Russia è in Europa. Forte dei ti e infaticabili ricercatori Cinzia Marmi è una piccola Russia1. Bibolotti e Franco Calotti. Dal 1997, Fino a qualche anno fa al Forte stan- il Premio è correlato al Museo della ziavano quattro tipi di mammiferi Satira e della Caricatura, dove venbipedi e bimani, d’aspetto antro- gono realizzate, nel corso dell’anno, poide2: quelli che si rintanavano varie attività turistico-culturali. Sei d’estate nella casetta in fondo al- le sezioni in cui è strutturato: gral’orto per affittare ai villeggianti fica, letteratura, giornalismo, spetproletari; i borghesucci figli di papà tacolo, iniziative speciali, tesi di lauche si divertivano a fare quelli che rea. “un’estate al mare” e pochi vecchi Diamo qui spazio, per il momento, affezionati artisti amanti dei tra- al memorabile 1988. Ma prima un monti e della storia locale. piccolo antipasto: la polemica e la La specie VIP poteva essere indivi- sfida tra i redattori francesi e quelli duata al momento della muta con sovietici nel ’793. un buon binocolo sulle spiagge o in branco nei numerosi locali notturni della zona. Da qualche anno si nota una nuova specie: i neo-ricchi-russi. La nuova specie cresce e si riproduce in grandi recinti con villa e piscina, per la gioia di fortunati costruttori e lo scorno di coppie che devono metter su casa. Emette suoni incomprensibili e non comunica con le altre specie. Si nutre di capi firmati e soffre di uno strano tic mano-tasca. Ci pensa il “Premio di Satira” a dare alla città quel tocco culturale che le mancava, e di cui ai nuovi russi non importa nulla. Eppure l’iniziativa ha valorizzato, dal 1979 e negli anni 1988-1992 e 2011, pubblicazioni di artisti sovietici e russi, aprendo per prima in Italia una finestra su un mondo sconosciuto ed affascinante. L’evento, organizzato dalla Fondazione Città di Forte dei Marmi con il contributo e il patrocinio del Comune di Forte dei Marmi, della Regione Toscana e dell’Amministrazione Provinciale di Lucca, si verifica ogni anno per il lavoro dei due esper-

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«Le Canard enchainé», giornale di denuncia, di controinformazione e di satira senza censure e, a dispetto del titolo, assolutamente senza catene di alcun genere fin dalla sua fondazione a Parigi nel 1915; Il «Krokodil», storico giornale umoristico e satirico sovietico, che nell’URSS brezneviana vendeva fino a dieci milioni di copie, bersagliando i difetti della burocrazia e dell’imperialismo internazionale: le polveri furono accese in ferragosto da un inatteso telegramma del «Canard» da Parigi, recapitato al Premio Sa-

tira, al Cremlino e alle principali testate umoristiche europee: “Con grande gioia «Le Canard» accetterà di partecipare alla Mostra di Forte dei Marmi dal 1 al 16 settembre, sicuri che siamo di incontrarvi anche Boris Mouhametchin (il disegnatore che aveva illustrato Arcipelago Gulag di Solzhenicyn, condannato a cinque anni di campo di prigionia e due di confino, ndr) ed il disegnatore Vjaceslav Sysoev (in attesa di giudizio per propaganda antisovietica, imprigionato nella fortezza di Lefortovo a Mosca, ndr). Siamo sicuri che degli umoristi così coraggiosi come i redattori e i disegnatori sovietici di «Krokodil» intercederanno per ottenere la liberazione dei loro colleghi in carcere, perché possano partecipare alla Mostra di FdM e bere un bicchiere di Chianti alla salute di tutti!”. Una vera provocazione satirica che faceva incursione in un tema delicatissimo come quello del dissenso e che ebbe un’eco incredibile sulla stampa europea. La conclusione della storia fu che i due dissidenti sovietici rimasero nei gulag, il «Canard» non partecipò alla mostra per protesta, i russi arrivarono con il loro consueto aplomb e pallidi sorrisi. Il 1988 ricorre ancor oggi nelle memorie redazionali. Da «Agora magazine» del 2011 e 2012, due articoli sul Premio: «...una frequentazione, quella del Museo di Forte dei Marmi con la satira russa, che ha la sua data di inizio nell’estate del 1988. C’era il Muro di Berlino e sembrava solido e invalicabile; c’era l’Europa divisa in due blocchi e a Mosca c’era ancora l’URSS e si era in pieno regime sovietico4. Quell’anno, fu realizzata una mostra di quattro disegnatori russi - Garif Basyrov (1944-


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2004), Igor Smirnov (1941), Oleg Tesler (1938-1995) e Mikhail Zlatkovskij (1944) - che non solo richiamò grande attenzione e curiosità per la sua eccezionalità, ma inaugurò un cammino, che si protrae tuttora, di ricerche e mostre, che da lì in poi consentirono di ospitare autori satirici di tutto il mondo, nel segno di una ricerca culturale su com’era, allora come oggi, possibile (o impossibile) far satira nei vari Paesi. Un marker culturale che ha sempre contraddistinto negli anni la struttura museale». Dall’altro articolo: «Corre l’obbligo di ricordare – peraltro – che la città di Forte dei Marmi da 37 anni ha “inventato” il prestigioso “Premio Internazionale Satira Politica”. Due premi Nobel come Benigni e Dario Fo, letterati di grande spessore e successo come Leonardo Sciascia, Gore Vidal, Andrea Camilleri, giornalisti di rango come Montanelli, Biagi, Piazzesi e Berselli, autori poliedrici come Oreste del Buono, Cesare Zavattini e Pino Zac, importanti designatori italiani e stranieri di fama mondiale come gli americani David Levine, Garry Trudeau, Jules Feiffer, ed ancora star come Ralph Steadman, Pat Oliphant, Jeff MacNelly, Kal e Tim, e tanti altri nomi dello spettacolo sono solo alcuni tra i vincitori del Premio Satira, che impreziosiscono oggi l’albo d’oro… Quello del 1988 fu, dunque, uno scambio di grande valore che oggi, a ventitré anni di distanza, ha consentito di ripetere questa panoramica. Al di là dei contenuti espressamente satirici che intende veicolare, la mostra rappresenta la testimonianza di una grande scuola che nonostante le innumerevoli difficoltà sociali e politiche in cui ha storicamente dovuto operare, si rivela sempre di grande valore iconografico e satirico». In un caldo settembre, approdò dunque al Forte la fragile e intrepida navicella della Perestrojka. L’avvenimento segnò un’importante voce nel curriculum e nel cuore dei disegnatori e affermò a livello internazionale il prestigio del Premio, che li accoglieva nella sua XVI edizione. Altri espositori erano Galina Karavaeva, Valentin Karavaev, Gusen Magomaev, Vladimir Mocialov, Sergej Tjunin.

esagerazione e luogo comune. D’al- testazione dopo quella storica del tra parte, che ne sapeva la gente dell’ ’79. Questa volta era una questione “URSUS”?! tutta italiana, e i quattro non ne caDa «Repubblica», 25 settembre pirono molto. 1988: «Sono arrivati senza una lira in tasca, emozionati, quasi sotto shock Igor’ Smirnov, Oleg Tesler, Garif Basyrov e Mikhail Zlatkovsky, disegnatori satirici sovietici. Hanno lasciato Mosca per la prima volta nella vita. E lo hanno fatto con l’ufficialità che si conviene ad un autore riconosciuto come tale (solo da luglio sono entrati a far parte dell’Unione Artisti dell’URSS, grazie al soffio liberatorio della perestrojka gorbacioviana). Smirnov e gli altri hanno ricevuto ieri il Premio Satira Politica di FdM, arrivato alla sua XVI edizione. Un riconoscimento allo straordinario periodo di rinnovamento politico e culturale dell’URSS, ma anche all’aiuto dato dai quattro autori alla comprensione di uno spirito umoristico che ha radici nel folklore di un popolo che non ha mai messo da parte la battuta arguta e sarcastica, discendendo direttamente da quei comici ambulanti che si esibivano nelle fiere e dagli artisti del lubok’5. In Internet se ne parla sul portale www.ekhoplanet.ru nel settembre 2012, in occasione della presenza a Mosca del sindaco di Forte dei Marmi Umberto Buratti, per definire la spinosa questione della vendita di terreni a ricchi russi a discapito della popolazione locale. Sotto il titolo Gli amici russi restano i nostri ospiti preferiti il giornalista ricorda che «I nostri contatti sono iniziati molti anni fa quando FdM non era ancora la cittadina elegante che tutto il mondo conosce, ma un paese di marinai e pescatori. Tra i laureati, l’innovatore dello stile umoristico Oleg Tesler, l’universalmente noto maestro della caricatura Igor’ Smirnov - a lui il premio Satira Politica consegnato personalmente dal Patriarca della politica italiana ed internazionale Giulio Andreotti - e Garif Basyrov’. Ad oggi, tra i premiati di varie mostre – e non è cosa da poco – anche i nostri maestri di satira. Non a caso il risultato di un’inchiesta svolta dall’organizzazione Freedom Forum e dalla rivista Witty World negli anni 1992-93 tra professionisti mondiali ha elevato Mikhail Zlatkovsky a Miglior artista – caricaturista di tutti i tempi e popoli».

Le testate nazionali e locali si buttarono sull’avvenimento con buone intenzioni, ma anche con qualche In quell’anno vi fu la seconda con-

La giuria aveva deciso di dare una svolta originale alla manifestazione premiando sia i satirici che il loro bersaglio: Giulio Andreotti. I disegnatori Paolo Hendel, Stefano Disegni e Riccardo Mannelli rifiutarono il premio con la motivazione: “Non è pertinente invitare l’oggetto della satira ad un premio della satira. Ognuno deve fare il suo gioco”. Fu Valentino Parlato, allora direttore de «Il Manifesto» a salvare la situazione accettando il premio e rigirandolo immediatamente alla giuria per premiarla, a sua volta, della sottigliezza satirica con cui aveva voluto accostare i poli dialettici e antitetici humour nero, tra l’altro, né filigrana sensuale associata all’ambiguità del della satira stessa. disegno e alla maliziosità evocativa Per Smirnov, Andreotti rimaneva delle immagini. Si direbbe alquanto comunque il più grande uomo di castigato, questo eros che non conoStato italiano e la sua molle stretta sce la perversione e la tensione aldi mano l’avvenimento ‘clou’ della l’annullamento, e viene certo da pensua vita. sare alla società sovietica come soPer gentile concessione del Premio, stanzialmente estranea all’edonismo alcune vignette dell’anno 1988 e occidentale e alle sue più vistose rialtre vennero esposte a Carrara, a duzioni simboliche, alla mitagogia cura dell’Associazione Italia-URSS, dell’erotismo immancabilmente asin un confronto con gli studenti sociato a ludi consumistici e all’imdell’Accademia di Belle Arti, in una maginario televisivo. Per contro, ogni mostra dal provocante e provoca- immagine appare culturalmente giutorio titolo EROS & Pelle a cura di stificata, agganciata ad un referente Nicola Miceli6, “EROS – Lo Spirito” colto, talora squisitamente russo, taper l’erotismo russo, “Pelle” per laltra di circolazione europea e riferito quello degli studenti. Nella parte alla generale storia delle arti visive russa anche Kahoh, Markevich, più che allo specifico capitolo delBurkin,Tjunin, Shabelnik, Tishkov, l’illustrazione e del disegno satirico. Karavaev, Kylakov, Pobedin, HoloL’arguzia del moto di spirito non è pov, Andreevich. quasi mai disgiunta, insomma, da «Ad un eros spiritoso, ludico per un gradiente di gusto che rende amaammicchi sottintesi quale ci giunge bili, e anche deliziosamente ingenue dall’URSS, fa dunque eco quello più queste figure dell’Eros, ai nostri occhi serio e coinvolgente dei giovani ar- così assediati dai quotidiani, da sotisti dell’Accademia che hanno in- fisticati ed invadenti messaggi visivi, dividuato non tanto un tema ester- che sulla gamma variegatissima del no, da trattare didascalicamente, più intrigato erotismo fanno lega». quanto una ragione profonda della Parola di critico d’arte. stessa loro tensione creativa, in questo momento ancora pervasa di sin1 cerità psicologica. Non sfuggirà il Fabio Genovesi, Morte dei Marcarattere scarsamente problematico mi, Ed. Laterza 2012. delle tavole sovietiche. L’Eros ha qui 2 Ferruccio Giromini, Premio Sauna dimensione nell’insieme dotira 1989. mestica e di garbato rimando civile. 3 Premio Satira 2012. Non vi sono complicazioni intro4 spettive, non discese freudiane. AnDissoluzione dell’URSS nel 1991. che dove il gioco allusivo assume 5 Da ‘lub’ - corteccia. Stampe del toni surreali, l’immagine propone XVII secolo da matrici di legno, recuperi mitologici di estrazione vivacemente colorate da contaclassica, più che ricorrere alla stradini. niamento della sintesi satirica, ma6 Ed. Bi & Vu 1991. gari venata di crudeltà. Non c’è l’-

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PIN (CIPRO), SENZA TITOLO, MARZO 2009, «PHILELEFTHEROS»

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"I'm a poor lonesome cowboy" and I beat the bad guys I find on my way! My little country is now a member of equal status in the large European family. But I feel that some are more "equal" than others... "Sono un povero cowboy solitario" e sconfiggo i cattivi ragazzi che trovo sulla mia strada! Il mio piccolo Paese è ora membro – con eguale dignità rispetto agli altri – della grande famiglia europea. E tuttavia sento che alcuni Paesi sono più "eguali" di altri...

}

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Le dessin de presse est un miroir dans lequel l'Europe, en pleine crise d'adolescence, n'aime pas se voir. La vignetta satirica è uno specchio nel quale l’Europa, in piena crisi adolescenziale, non ama rimirarsi. Igor Paratte, PIGR

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LO STATO DELL’EUROPA DOPO LA CRISI FINANZIARIA. / PIGR (SVIZZERA), BANKS OF EUROPE, 2010, «VIGOUSSE»

Petros Papapetrou, PIN


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Orlando esplorazioni CARLO SCHNEIDER (LUSSEMBURGO), EUROPA UND DIE FLÜCHTLINGE, AGOSTO 2004, «TAGEBLATT»

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Combien de temps il me faut pour réaliser un dessin? Toute ma vie! Quanto tempo mi occorre per realizzare un disegno? Tutta la vita!

CRISTINA SAMPAIO (PORTOGALLO), THE PLUG, 14 OTTOBRE 2006, «EXPRESSO»

Carlo Schneider

}

{

The job of the cartoonist is to serve you the bitter truth in the form of a sweet laughter. Europe: like in many wonderful dreams, when you wake up the reality is a nightmare. Il lavoro di vignettista consiste nel servire l’amara realtà sottoforma di una dolce risata. Europa: come accade dopo un sogno meraviglioso, quando ti svegli la realtà appare come un incubo. Cristina Sampaio

}

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All jokes are fit to be drawn.

Non esiste battuta che non possa essere disegnata.

Fokke&Sukke

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FOKKE&SUKKE PROVANO A COMUNICARE LA CRISI CON LEGGEREZZA: «FORSE LO TROVEREBBERO PIÙ DIVERTENTE SE DISEGNASSIMO UN PAIO DI PICCOLI SCIATORI LUNGO IL PENDIO». FOKKE&SUKKE (OLANDA), SENZA TITOLO, 20 MARZO 2013, «NRC HANDELSBLAD»

OLIVER SCHOPF (AUSTRIA), EURO UMBRELLA, 25 MARZO 2011, «DER STANDARD»

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Orlando esplorazioni SVITALSKYBROS (REPUBBLICA CECA), SINS OF HISTORY, 7 MAGGIO 2011, «CARTOONMOVEMENT.COM»

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RITROVAMENTI

di GIORGIO NISINI

Immagini dall’Europa in guerra A volte la letteratura è capace di veri e propri atti di rimozione. Ci sono opere, libri, autori che, nonostante una loro importanza nella storia culturale di un paese, svaniscono nel nulla, come se la loro esistenza fosse stata programmaticamente cancellata da qualcuno. Il caso delle memorie di prigionia della Grande Guerra è da questo punto di vista paradigmatico: una sparizione all’ennesima potenza, una precipitazione nell’oblio che ha qualcosa di sconcertante, visto che non riguarda un’opera singola sfuggita alle maglie del canone, il capolavoro letterario in attesa di riscoperta postuma, ma un intero corpus testuale. Difficile quantificarne la misura: si tratta di centinaia di libri dispersi e mai più letti o catalogati da nessuno, nemmeno dagli archivisti più assennati, nemmeno dagli storici, che per tutto un secolo si sono limitati a sondaggi pionieristici che risultano ancora oggi incompleti e parziali. Non passa fra questi inosservato quello di Giuseppe Scortecci, La città effimera, apparso in prima edizione nel 1930 per l’editore Crippa di Milano, ricevendo commenti lusinghieri da parte di critici come Ugo

Ojetti e Paolo Monelli, tanto da sol- l’alba, per esempio, il vagare dispelecitare una nuova edizione Alpes rato dei reclusi, il suono apocalittico già a pochi mesi dall’uscita. della sirena – viene sottoposto a uno Quello di Scortecci – autore noto scarto deformante con il reale. L’ausoprattutto per racconti di viaggio e tore risente probabilmente di un’atper la sua professione di zoologo mosfera espressionista non affatto (zoologo e zoogeografo lo qualifica lontana alla cultura italiana degli l’enciclopedia Treccani, rimuovendo anni Venti, tuttavia la utilizza per del tutto la sua attività letteraria) – un romanzo palesemente memoriaè un libro costruito all’insegna del- listico, nato dalla sua esperienza in l’assenza: manca qualsiasi riferi- un campo di reclusione austriaco, e mento a dati storici e geografici, le dunque fondato su un dato biograpersone non vengono nominate, il fico che viene sistematicamente ditempo si dilata fino a perdere qual- storto. Si tratta di una sperimentasiasi contorno cronologico. In ter- zione interessante, soprattutto se mini scenografici il risultato è stra- valutata in ordine alle interferenze niante: l’Europa precipita nel nulla che l’espressionismo ebbe nel nadella storia, diventando uno spazio scente neorealismo italiano, anche astratto, quasi metafisico, in cui la se l’interesse maggiore del libro consola entità architettonica possibile siste nella capacità di traslare la viè la “città effimera”, e cioè la barac- cenda storica in una condizione eticopoli di campo destinata a sparire co-esistenziale più vasta. “Tutto il con la fine della guerra stessa. Que- diario di Scortecci”, scrive in una sta “distillazione” scenografia fa nota critica del 1966 Mario Schetperò in modo che lo snodo narrativo tini, “è il racconto di uno stato nedel libro, e cioè la condizione del pri- buloso e recondito” che trasferisce gioniero, la sua riduzione ai limiti la prigionia “in quella sospensione dell’umano, assuma i tratti di permanente e assurda del moto reaun’esperienza mistica e allucinato- le, come in una frattura insanabile”.

che la narrazione si lascia spesso suggestionare da una misura onirica che proietta oggetti, individui, spazi reali in una dimensione confusa e quasi rarefatta: “una nebbia densa era nel mio cervello, e se tentavo di pensare, diventava più opaca”. Non sempre questo bilanciamento funziona alla perfezione, però: La città effimera resta un romanzo difettoso, non esente da cadute di stile e da eccessi di lirismo, da ingenuità narrative che impediscono di paragonarlo ad altri grandi racconti di prigionia del Novecento, quello di Levi in primis; tuttavia è un romanzo ingiustamente dimenticato, che nel quadro dell’altrettanto dimenticato corpus testuale cui appartiene, si mette in evidenza per il modo in cui riesce a creare immagini di profonda forza visiva. A cent’anni dallo scoppio della guerra, dunque, vale la pena rileggerlo, e non solo a fronte del bellissimo titolo e di un’edizione Longanesi del ’66 facilmente rintracciabile in molte biblioteche, ma per una sua particolare visionarietà che lo ria, in cui ogni singolo elemento del- Memoria e allucinazione, dunque: rende ancora allusivamente, e prola narrazione - la luce rarefatta del- o meglio, memoria e sogno, visto feticamente, attuale.

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Orlando esplorazioni

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L’Europa è un’invenzione dei greci. AIUTO! Io sono Trojano.

}

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Democracy of the EU is problematic. There is no possibility to say that the human right standards are full-fledged implemented. Sometimes it is even possible to witness fascist practices. Given the Euro-zone crisis at this point let me tell you that the EU looks like an old and "sick man" who is supposed to have no future! La democrazia dell’Unione Europea è problematica. Non è possibile dire che il livello minimo dei diritti umani sia effettivamente rispettato. Talvolta è anche possibile assistere a pratiche fasciste. Data la crisi dell’Euro-zona, a questo punto lasciatemi dire che l’Unione Europea sembra un vecchio uomo malato che si suppone non avere un futuro. Osman Turhan

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OSMAN TURHAN (TURCHIA), HOW DEMOCRATIC IS THE EUROPEAN UNION? N.2, 2009, «ZAMAN DAILY NEWSPAPER»

LUCIO TROJANO (ITALIA)

Trojano


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IL LESSICO DELL’APPUNTAMENTO

di SILVIA STASSI

Alberto Madrigal La crisi stimola la creatività A

lberto Madrigal (1983) è nato a Plasencia (Spagna), cresciuto a Valladolid, e si è trasferito a Berlino nel 2007. È autore di Un lavoro vero (Bao Publishing 2013), graphic novel di respiro europeo.

succedendo: è che ero già cambiato. Appena arrivato di nuovo a Berlino mi sono sentito a casa. Il fatto che Berlino sia anche una straordinaria città creativa l’ho scoperto solo dopo, vivendola.

Nei ringraziamenti citi Tony Sandoval perché “senza saperlo ha cambiato qualcosa dentro di me e di conseguenza il disegno di questa storia”. Puoi spiegarmi cosa intendevi? È corretto dire che quindi, in qualche modo, lo stile di un fumettista è la sua “voce”, il suo “io” come di fatto dice anche Javi guardando i quadri di Toppi? O ci sono delle “correnti stilistiche” anche nel fumetto, che si sceglie di rinÈ stato davvero il caso. Ero stato correre o meno? a Berlino in vacanza un paio di Tony si è trasferito un anno e volte nel corso del 2006 e ho pre- mezzo fa a Berlino e abbiamo so la decisione di trasferirmi sen- passato molto tempo insieme. za pensarci troppo. Lui è arrivato mentre io avevo Dopo due settimane di vita a appena iniziato a disegnare la Berlino, ero già innamorato del- versione definitiva del libro. Abla città. Sono tornato in Spagna biamo cominciato a disegnare dopo un mese, per un paio di insieme nei caffè e pian piano giorni, e già mi sentivo un estra- mi sono reso conto che guardare neo. Non capivo cosa mi stesse Tony al lavoro cambiava il mio approccio verso il disegno. Che potevo disegnare come mi veniva più spontaneo, godendomi ogni tratto, senza “cercare uno stile”.

Nel libro la tua scelta di emigrare a Berlino sembra essere stata dettata dal caso... è stato veramente così o qualcosa ha fatto da molla, qualcosa o qualcuno che ti ha fatto scegliere Berlino per lavorare al “progetto” a cui il tuo alter ego accenna? Forse la fama di “città creativa” che sta portando artisti da tutta Europa nella capitale tedesca?

Lo stile di un fumettista è il suo sguardo, che poi viene tradotto in disegno, parole e modo di raccontare una storia. Tendenzialmente questo sguardo si evolve, indipendentemente dal fatto che l’artista intenda assecondare o meno questa evoluzione.

importante. Infatti, quando lavoro in digitale provo a farlo imitando il processo che seguirei con la carta. Forse dipende soltanto da come sei cresciuto e le nuove generazione avranno di A volte per lunghi periodi non seguo alcun altro artista e mi sicuro un approccio diverso. chiudo in me stesso, per riuscire Comunque, tra i pro del lavorare a concludere una storia senza in digitale vi sono di certo la verestare male perché riesco a fare locità e la possibilità di modificiò che vorrei. Una volta finito, care senza ridisegnare e tornare torno rilassato alla realtà perché indietro se ci sono errori. Anche ormai il libro non mi appartiene se sulla carta un errore nel dipiù, come un figlio che arriva segno può essere preso come una all’età adulta. nuova via d’esplorazione. Parliamo di resistenza della carta: Come consideri il lavoro creativo quali sono i pro e i contro che av- in tempi di crisi? Dalla tua scelta verti nel passaggio dal supporto sembra quasi che lo ritieni un efcartaceo al digitale? fetto della crisi stessa, perché valvola di sfogo per ricrearsi costanUn lavoro vero l’ho disegnato sulla carta e colorato al compu- temente. Il lavoro che stai facendo, ter. Ora, per il nuovo libro, ho quindi, è per te definitivamente iniziato facendo tutto al com- un “lavoro vero”? puter e sono appena tornato alla Anche la crisi è una limitazione carta per il disegno. che stimola la creatività. E allo ispiro: Woody Allen, per il suo modo a volte leggero di raccontare storie profonde; Gipi, per la sua libertà nell’affrontare il mestiere; e poi tanti altri.

Lavorare in digitale ti dà molte Ma qual è, o quali sono, gli artisti più possibilità, ma questo non a cui ti ispiri maggiormente? E per è sempre un vantaggio. Le limicosa – temi, stile, tecnica...? tazioni stimolano spesso la creaCi sono molti autori a cui mi tività e questo, per me, è molto

stesso tempo, come dici tu, una valvola di sfogo per ricrearsi. Non so ancora se quello che sto facendo sia un lavoro vero. Spero di sì!

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CANTIERE EUROPA

di MASSIMO TURTULICI

Dove comincia questa storia I

mmobile sulla riva del mare di Creta, Europa contempla il proprio dolore e la rabbia per il gesto perpetratole da Zeus.Venere la osserva “Smetti di piangere – le dice - e impara a sopportare degnamente l’alta tua sorte: una parte del mondo recherà il tuo nome”. Il mito non inganna, magari si nasconde, ma non mente e traccia il senso profetico delle parole che Orazio, nelle Odi, fa pronunciare a Venere. L’Europa è dunque figlia di un rapimento, di una separazione che la getta in quel mare tanto vitale per la sua storia che ha le sue origini nell’antica Grecia. Il mare della Grecia separa, esalta la frattalità della regione, ma offre al tempo stesso una via di collegamento più facile delle montagne. La Grecia fa suo il concetto di frontiera, di società aperta che impone alla verticalità del pensiero asiatico, l’orizzontalità del mare dove il pensiero si fa molteplice. La conquista greca del Mediterraneo infatti non va oltre la costa, non osa perdere di vista il tremolare della marina che nutre l’intelligenza nel dubbio, nel dialogo, nella tragedia che apre il sapere anche alla impossibilità di una conciliazione tra le differenze. L’idea di Europa, per dirla con Federico Chabod, “deve formarsi per contrapposizione in quanto c’è qualcosa che non è Europa”. La Grecia produce questo scarto quando nel 480 a.c. Atene sconfigge i persiani nella battaglia di Salamina. Roma, in origine pura potenza di terra, a seguito della vittoria contro Cartagine si innalzerà ad impero espandendo i propri commerci, cultura e potere sino alle isole britanniche. Dominio che verrà strappato loro dai vandali, dai vichinghi, dai saraceni. In seguito, saranno Amalfi, Genova e Venezia a detenere il potere sui mari e ben oltre i confini del mare interno che è il Mediterraneo. Venezia sarà una vera regina del mare. Ricchezza, maestria diplomatica, tolleranza verso le opinioni religiose e filosofiche, asilo all’emigrazione politica. Tutto troverà spazio nella liquidità di Venezia. La bellezza artistica ed il fascino dei suoi riti, come lo sposalizio del mare a testimoniare, con il lancio di un anello tra le onde da parte del doge, il legame della Serenissima con il mare. Ma il mare circonda l’intera penisola europea e si fa mare interno anche a Nord nel Mar Baltico. La Lega Anseatica raggiungerà nel XIV secolo il

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suo apogeo consociando, grazie all’impulso dei mercanti, circa duecento città mercantili come Danzica, Amburgo, Lubecca e fondachi esteri come Londra o Bruges da cui muoveranno le navi verso il Mediterraneo. L’intenso traffico lungo le rotte oceaniche, in entrambe le direzioni, fa vacillare la distinzione tra mare Mediterraneo e mari del Nord. E dalla seconda metà del XIII secolo le distanze si ridurranno grazie all’uso, prima solo in Italia, sia della bussola sia dei portolani. La prima renderà più sicura la navigazione oceanica. I secondi, una vera rivoluzione nella cartografia, preannunceranno il dominio europeo sui mari. Interessi convergenti e bisogni hanno accomunato i popoli europei che hanno vissuto del mare, fonte di vita e alimento. Definito “plasma dell’Europa”, ma anche, in ossequio alla sua natura contraddittoria, “spazio di morte”. Forse non si può parlare di fratellanza, ma di comune esperienza, quella di vivere il mare e del mare. Il mare, dicono i marinai a tutte le latitudini, bisogna domarlo e, quando si mostra cattivo, il medioevo cristiano vede il mare come campo di lotta tra Dio e Satana, occorre assecondarlo. Leggende, fantasmi, gesti e pratiche scaramantiche che nemmeno la Chiesa è riuscita del tutto a reprimere permeano l’Europa. Tante le pratiche ancestrali giunte a noi sotto forma di tabù. Un ruolo particolare era quello attribuito alle polene, le figure, sirene, tritoni, mostri, poste a prua e a poppa non solo per ornare ma anche per impaurire. Malgrado queste superstizioni, perdura l’esigenza di assoluto che sorge dinanzi all’immenso, al pericolo, alle forze superiori che mostrano le fragilità degli umani. Allora il contatto

con i compagni di viaggio diviene solidarietà necessaria. Come il sogno di un’isola felice, un regno della ricchezza, dell’amore senza ostacoli, dell’esistenza beata. Lontana dalla tempesta, dal pericolo che nemmeno il più grande dei fari può dissipare del tutto nel fascio protettivo della propria luce. Meriterebbero più spazio queste estreme espressioni di fiducia nell’intraprendenza umana che tanto avrebbero da raccontare. Come le pessime condizioni di vita sulle navi. L’esiguità degli spazi, le carenze igieniche, i pidocchi, le pulci, i topi, abituali compagni di viaggio, favorivano le infezioni e le malattie, come lo scorbuto che mieteva vittime tali da impedire l’attività a bordo. I lavoratori del mare sono tanti, non solo imbarcati e al di là dei ricavi dei mercanti, la paura, la fatica e la miseria sono il vero collante delle genti di mare. Basti pensare alle miserabili condizioni di vita dei salinatori sia atlantici, sia mediterranei. Nel 1451 vengono definiti, in occasione delle proteste nel Poitou in Francia “le persone più povere di tutti i paesi del circondario”. Il pescatore vive sul mare e del mare che si appropria in maniera assoluta degli uomini, donne e bambini, modificando la loro vita, trasformandoli in “genti di mare”. I maritimi del mondo latino. Non solo i marinai, ma tutte le popolazioni costiere avranno un ruolo decisivo sia nella difesa del territorio, sia, tra il XV ed il XIX secolo, nella colonizzazione dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe. Scherzare con l’elemento marino sin dalla culla, respirarne l’aria dalla nascita, questo faceva la differenza. Gli europei hanno poco per volta preso coscienza, lontani dalle rispettive patrie, di quanto li accomunava mal-

grado le diversità e i conflitti. La presenza dei mercanti italiani e iberici sulle piazze commerciali europee, per esempio, ha formato un ambiente mercantile internazionale sin dalla fine del medioevo, intrecciando i legami famigliari con parentele diffuse da Siviglia a Genova, da Bilbao a Burgos. Il mescolamento di popoli e razze, di lingue ed usanze, le guerre riempiono di relitti il passato dell’Europa, che come una spugna, parafrasando Matvejevic, è altrettanto imbevuta di ogni conoscenza. Respira, viva e palpitante, nei porti e dove c’è un porto c’è un molo, un punto di arrivo, un luogo dove riposare. Il molo ospita magazzini, edifici amministrativi. E’ il luogo dove si infrangono le vite di chi ancora oggi approda in Europa in cerca di una speranza. Luogo degli addii, delle attese anche di chi non tornerà mai più. Risuona di rumori, degli alberi di carico, delle sirene delle navi, delle voci degli scaricatori, delle loro bestemmie. È luogo di nebbie, di odori e promesse, di ricordi e abbracci. Di strade che si arrampicano e si stringono tra luci e colori, tra tentazioni e timori, di città uniche eppure simili perché baciate dal mare. Ogni nave attraccata, con il proprio bagaglio di merci e passeggeri, è carica di un tesoro di conoscenze, di una storia, di tante storie quante sono le onde che ha solcato per far ritorno. Stride il voltare le spalle ai migranti di ogni terra, appare una sconfitta, un alibi. Eppure c’è un’idea di Europa che aveva il respiro di quella cultura europeista, mutata e svuotata dei principali obiettivi di pace, sviluppo armonioso, crescita sostenibile, rispetto ambientale, solidarietà che sia pure in maniera confusa erano alla base dei trattati del 1957. Europa, un’occasione mancata, una res amissa da più parti invocata per fare di una Unione economica, ancora mal condivisa da molti dei Paesi membri, anche un’unità politica. Schiacciati da un modello arido e dispotico, lontano dal quel pensiero meridiano che fa dire a Paolo Raffone, nell’intervento su Limes, “Salviamo l’Europa, adesso!” Smarcarsi da questa rigida guida. Concedersi, recuperare la contraddizione, la molteplicità del pensiero. Esaltare le differenze per affermare l’eccezione europea.


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CANTIERE EUROPA

di ALMA GATTINONI e GIORGIO MARCHINI

In questo parco letterario, vasto come un continente L’

ILLUSTRAZIONE DI FRANCESCA MARIANI

inizio del terzo millennio sembra coincidere con la fine di ogni possibile viaggio. Il viaggiatore avventuroso e curioso del passato ha lasciato il posto al turista “tutto compreso”, capace di trasformare anche i luoghi più lontani ed esotici in realtà totalmente omologate. Da qui, come sostiene Eric Leed, “uno stimolo, una ragione per tornare nelle terra delle origini”, un nuovo e impellente bisogno di Europa. Ma il nostos verso ogni possibile Itaca sembra ormai compromesso da una babelica sovrapposizione di profili, che tendono ad azzerarne i tratti distintivi.

Siamo inguaribili fruitori di carta anche per i nostri viaggi. Quando ci affidiamo ai consigli delle guide che ci invogliano a provare un ristorantino delizioso in una lontana città e lo troviamo sparito, chiuso per sempre, demolito, abbiamo una doppia conferma: tutto cambia ed è insensato pretendere che un vademecum garantisca una realtà spaziale precaria spacciandola per eterna. La delusione per la mancata memorabile cena può essere evitata allora con il ricorso divertito, dichiaratamente démodé, a una descrizione e a una geografia immaginaria più suggestiva se non più affidabile di quella degli atlanti. A Casa Leopoldo in Carrer de Sant Rafael nella Barcellona del detective-gourmet Pepe Carvalho di Manuel Vázquez Montalban o nella fumosa brasserie Dauphine del Commissario Maigret di Georges Simenon, la cucina è sempre aperta e le luci non si spengono mai. L’immaginario collettivo di tutta la civiltà europea trabocca di luoghi abitati dai personaggi e dai loro autori, che sono diventati patrimonio comune di tutti, ultimo e utopico baluardo di una cultura senza barriere in cui Anna Karenina e Madame Bovary possono

amabilmente conversare mangiando caviale e bevendo champagne. In un’epoca come la nostra che sembra aver perso almeno in parte la molla del viaggio, in un’epoca in cui tutto è stato già visto, forse l’antidoto è farsi guidare dagli scrittori, dal deposito della loro memoria per costruire la mappa di un’Europa letteraria come oasi protetta dagli insulti del tempo. Una mappa modernamente inattuale. In barba ai navigatori satellitari, agli “apriti sesamo” della rete o ai numeri magico-telefonici informatutto, partendo dalla filosofica

constatazione che anche i luoghi non sono catalogabili nella logica del sempre, ma in quella ben più effimera dell’istante, usiamo per gioco itinerari filtrati da chi ha viaggiato prima di noi, soprattutto da chi ha fatto viaggiare proiezioni di sé attraverso le parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. Perché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi, e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente, come le gole montane, le

ore del giorno” (Walter Benjamin). Quale più seducente invito alla scoperta di Berlino? E se si vuole cogliere la bellezza di Vienna, c’è una chiave migliore della suggestione di Joseph Roth? “Non potevo misurare il vecchio e il vecchissimo basandomi sul nuovo. E ad un tratto ho capito quanto poco significhino i nomi, le tecniche di costruzione, gli stili. Ho colto l’intero passato con un unico sguardo amoroso. Qui sento un movimento senza fratture, senza confini. La pietra scorre, come il tempo”. E non vale la pena di lasciarsi attirare a Mosca da una sintesi illuminante, come questo ritratto delineato con pochi incisivi segni? “Mosca è bella come una santa napoletana. Un cielo ceruleo riflette, rispecchia, sfaccetta le mille e mille torri, campanili, cupole che si innalzano, si tendono, si inarcano o, ricadendo pesantemente, si svasano, si fanno tondeggianti a mò di bulbi, come stalattiti policrome in un ribollire di raggi luminosi” (Blaise Cendrars). C’è una folla di personaggi in giro per l’Europa, in uno spazio irreperibile nelle carte geografiche, uno spazio inconsistente quasi come quello dei sogni, una folla pronta ad accompagnarci se decidiamo di resuscitare le trame dei luoghi conservati nelle pagine accoglienti della letteratura. Nei luoghi “è rimasto qualcosa”, una traccia di chi ha scritto fissando un momento o una stagione della propria vita: “Come è bella una strada di Londra a quell’ora, con le sue isole di luce, e i suoi lunghi boschetti di buio, e forse su un lato qualche spazio erboso, con alberi sparsi. Ma questa è Londra, ci ricordano; in alto, fra i rami spogli, sono appese oblunghe forme di luce gialla e rossastra – le finestre; ci sono punti luminosi che ardono, regolarmente, come stelle basse – i lampioni; questo spazio vuoto, che in sé racchiude la cam-

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Orlando esplorazioni pagna e la sua quiete, è solo una Dalla Lisbona calda e saudadosa piazza di Londra, tutta circondata di Pessoa e Tabucchi, alla Cordova da uffici e case” (Virginia Woolf). sola e lontana di Lorca, alla Madrid viscerale e passionale di HeIn questo parco tematico letteramingway e Marías, alla Parigi morio, vasto come un continente, si derna, proletaria ed estetizzante moltiplicano le stratificazioni di di Baudelaire, Zola e Huysmans, storie, si propagano gli angoli in o combinatoria, multietnica e procui ha sostato l’emozione di una vocatoria di Perec, Pennac e Homoltitudine di scrittori. Immagiuellebecq, alla Londra nebbiosa, niamo di sorvolare dall’alto, in un fantasmatica e psicotica di Dicaudace esercizio di aeroletteratura, kens, Eliot e McGrath, alla Duil territorio delle città delle pianure blino labirintica ed epifanica di dei monti dei fiumi dei mari delle Joyce, alla Stoccolma intellettuale isole. Come non intravedere sce- e violenta di Strindberg e Larsonn, nari e sentire l’eco di un parlottio, alla San Pietroburgo umoristica, come non avvertire la malia di introspettiva e tragica di Gogol, colori e profumi che ci hanno un Dostoievskij e Tolstoi, alla Mosca tempo stregato? Un collage d’au- favolosa e luciferina di Pasternak tore, impasto, contaminazione, e Bulgakov, alla Danzica disincaninventario di approcci soggettivi tata di Grass, alla Lubecca mera luoghi dell’anima. Un discorso cantile di Mann, alla Berlino mesulla bellezza della città, fatto at- morabile e morbosa di Benjamin traverso le tante e diverse città. e McEwan, alla Praga degli antieroi

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di Kafka e dell’insostenibile leggerezza di Kundera, alla Vienna onirica e mitteleuropea di Schnitzler e Musil, all’Atene torbida e oltraggiata di Markaris, dove tutto è cominciato e dove tutto è giusto che torni. Ed estendendo lo sguardo oltre le mura delle città, ci vengono incontro una miriade di personaggi che scorrazzano liberi nello spazio mitico, miracolosamente indenni dal trascorrere delle epoche. Basta scegliere un punto cardinale per incominciare questo Grand Tour. Potremmo farci guidare da Cyrano in Dordogna o da Don Chisciotte nella Mancia o dal Conte Dracula in Transilvania. E se siamo flâneur di mare, c’è l’imbarazzo della scelta: dalle coste alte e dalle basse maree della Normandia della Recherche alla Cornovaglia di Gita al faro, per non dire delle rotte an-

tiche dell’Ulisse omerico fino al Bosforo della Istanbul nostalgica di Pamuk. E se vogliamo un viaggio nella coscienza critica del secolo breve, Kertész ci porta ad Auschwitz da dove inizia “la tregua”, il ritorno a Torino di Primo Levi per il lungo tracciato nelle lande dell’est, un interminabile tratto ferroviario dai mille ghirigori tra Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Germania, Austria. È un’Europa di scrittori viaggiatori o voyageurs de sa chambre, di diari di viaggio e di esperienze autobiografiche trasfigurate, di luoghi di vacanza dell’infanzia o dell’età adulta, di stazioni e di soggiorni in alberghi dal Grand Hôtel di Cabourg di Proust in faccia alla lunga spiaggia con tende a strisce, alla cretese e neoclassica Doma House di Tabucchi, alla fiorentina Pensione Bertolini di Camera con vista di Forster. È un’Europa di caffè storici, ai cui tavoli si è seduta l’intelligenza, la sensualità, la creatività: dall’antico Caffè Florian di Venezia frequentato da Goldoni e Casanova, luogo per eccellenza della “dolcezza della vita” secondo Parise, al Café Central di Vienna scelto da Hugo von Hofmannsthal, Zweig, Kraus, Freud, a Les Deux Magots, tempio dell’esistenzialismo, caro a Sartre, Simone de Beauvoir e Ionesco. E proprio nel cuore dell’Europa, in cui le case degli scrittori disegnano il reticolo puntiforme nella topografia visionaria della memoria, “ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero”. È questo il segreto che nessuna guida turistica su Praga può svelare, ma che invece è rivelato nella Praga magica di Ripellino, un po’ saggio un po’ narrazione, ma soprattutto mappa reinventata di una città invisibile. Una mappa che individua nella fisicità dei luoghi uno spazio mille volte più ampio del vero, “la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti” (Italo Calvino), l’impalpabile valore aggiunto della letteratura.

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CANTIERE EUROPA

di GIORGIO BIFERALI

Walter Benjamin I parchi, i mercati, le logge, i colori, l’odore del pane C

he cos’è la melanconia? Affidandosi ai termini ridotti e immobili di una qualsiasi voce enciclopedica, altro non è se non un’immotivata tristezza, una condizione patologica e soprattutto limitante per l’individuo. La melanconia, invece, in quanto tacito accordo di genialità e introspezione, confusa dal tempo e dalla sua serpentesca ciclicità, secondo Benjamin, diviene una forma ulteriore di sguardo, o meglio, una forma di sguardo ulteriore. È questo lo spirito con cui il filosofo tedesco si fa cittadino europeo, tra la Melencholia I di Dürer e l’Angelus Novus di Klee, sempre teso al rimuginìo e al disvelamento delle apparenze. In una modernità privata dell’aura, il prezzo più alto da pagare consiste proprio nel dominio dell’apparenza, nascosta sotto il velo di una tanto democratica quanto alienante “riproducibilità”. Cristo si è fermato a Napoli, è questo che appare agli occhi di Benjamin, che anticipa di molto le “nevrosi” di Ortese e le ombre di Rea: La vita privata del napoletano è lo sbocco bizzarro di una vita pubblica spinta all’eccesso. Infatti non è tra le mura domestiche, tra moglie e bambini, che essa si sviluppa, bensì nella devozione o nella disperazione. Tutto è precario, in sospeso, sorretto dalle rovine eterne della pigrizia umana. Il grigiore della città viene assolto dai colori del cielo e del mare, e frainteso dagli occhi di alcuni scrittori, stranieri e non, incapaci di cogliere le sfumature

Non soltanto i bambini, ma anche le donne hanno il loro posto sulla soglia di casa, a stretto contatto con la terra, le sue tradizioni e forse le sue divinità. È il trionfo della semplicità, che coincide con il mondo classico e non con una deriva d’ignoranza. Significa capire l’Islandese e al contempo la Natura.

inferniche dell’immanenza e mai disposti a “sporcarsi” pur di conoscere. Benjamin, però, s’accorge dell’entropia del popolare, dei vicoli chiassosi, degli idiomi occulti e dei linguaggi mimici, e osserva attentamente la parodia del quotidiano. Indossa, volutamente, quel “paio di occhiali” della piccola Eugenia, malcapitata protagonista del racconto che apre il magnifico libro di Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli. “Odore di merda”, scriveva Rea, altro che odore di mare. Mutano le sensazioni quando Benjamin percorre le viuzze di un piccolo comune italiano di circa ottomila abitanti, San Gimignano. Qui, più che altrove, l’Angelus Novus ha “il viso rivolto al passato”, alle tracce petrose dell’età comunale, ma non v’è alcun indizio che possa far pensare ad una catastrofe imminente. Le vie e le piazze sembrano cortili, “e in tutte ci si sente al riparo”. È uno dei pochi luoghi sopravvissuti all’esilio della modernità:

Intraviste luci e ombre di un’infinitesima parte della penisola italiana, Benjamin approda a Weimar. L’Angelus Novus “ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese”. Da qui, prese il nome la nota Repubblica, intesa come periodo storico e durata quattordici anni, che preluse la cosiddetta Gleichschaltung, la tragica “messa in riga” del regime nazista. La città in cui Goethe, per dirla alla Bernhard, si scelse la tomba, chiedendo “più luce” poco prima di morire. Anche altri, come Cranach il Vecchio, Schiller, Nietzsche, scelsero di chiudere i sipari in questa piccola cittadina tedesca. Di Weimar, Benjamin offre un’immagine baconiana, i cui “doni del mattino sono come il primo raggio di sole: si colgono solo dall’alto”. Ed è scosso quando s’imbatte nello studio di Goethe:

improvvisamente flâneur, capisce che Parigi è “la città dello specchio”. In questa metropoli mercificata, il nuovo ha avuto la meglio, avvalendosi dell’ambiguità del termine “progresso”. “Nella prostituzione delle grandi città – scriveva Benjamin, nel suo Angelus Novus – anche la donna diventa tale”. Donne e uomini che s’infrangono nella propria immagine riflessa, perduti in uno sdoppiamento “espositivo”, disumanizzante e soprattutto paradossale. E, come accade per Napoli, ci pensa la natura a redimere i peccati dell’uomo: Ogni giorno la città proietta come immagini in questo fiume (la Senna) le sue solide costruzioni e i suoi sogni fra le nuvole. Esso accoglie benignamente queste offerte e, in segno del suo favore, le rompe in mille pezzi. Infine, Berlino, un classico ritorno all’infanzia. Come scrive giustamente Szondi, più che nello spazio, si tratta di un viaggio nel tempo. Alla maniera di Hegel, Benjamin si affida al cosiddetto Aufhebung: supera i ricordi, conservandoli. Il mattino berlinese è ancora lì ad attenderlo, e così i parchi, i mercati, le logge, i colori, l’odore del pane. Benjamin riscopre il fascino di un luogo che conosce bene e nel quale non riesce ad orientarsi. È l’unico modo per ritrovarsi, l’eterno ritorno:

Questa stanza da lavoro era, nel piccolo edificio, la cella che Goethe aveva destinato unicamente a due cose: il sonno e il lavoro [...] E mentre dormiva, la sua opera vegliava lì accanto, quasi a esorcizzare i fantasmi della notte. Come una madre che accosti il Come nel più brutale degli choc, neonato al petto senza sveBenjamin osserva se stesso cam- gliarlo, così la vita procede per minare per le strade parigine. Si lungo tempo con i ricordi anvede, sì, perché il filosofo, divenuto cora gracili dell’infanzia.

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CANTIERE EUROPA

di GIACOMO RACCIS

Un’Europa fatta di ombre un’esplorazione della coscienza umana nel momento in cui l’Occidente si incontra con l’Altro. Chi si credeva esportatore di civiltà e progresso si ritrova complice di un’impresa marchiata dal fuoco della violenza e della razzia. Come scrive Marlow, imbelle spettatore della follia del capitano Kurtz: «the white patch had become a place of darkness», in un punto ancora bianco della mappa geografica l’Europa ha trovato il proprio buco nero.

«Qu’en dites-vous, Céline?» «Tout à fait l’Europe “nouvelle”».

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uò sembrare un paradosso cominciare a parlare di un’idea di Europa letteraria rievocando un passaggio storico che quella stessa idea – e non solo quella, ahinoi! – cercò di distruggerla, cancellando con essa secoli di storia comune. Queste due battute di dialogo, infatti, vanno in scena a Berlino, nell’anno 1944: Céline, o meglio il suo alter ego che prende la parola in Nord, è fuggito dalla Francia per via della sua vicinanza al governo collaborazionista di Vichy. È un esule disperato e con pochi mezzi; arriva nella capitale del Reich in un momento in cui la guerra sta dando i primi verdetti. Eppure la Germania non sembra aver abbandonato il proprio grottesco sogno di grandezza: in un enorme rifugio antiatomico, arredato come un loft newyorkese, gerarchi nazisti in accappatoio si abbandonano ai piaceri del bere, del mangiare e della conversazione elegante. Céline però, pur non rifiutando gli aiuti che da quella parte gli arriveranno, non si sente appartenente a quella risma: il suo è l’odio dell’egoista e del misantropo, niente a che vedere con questioni razziali o casus belli. O almeno questo è ciò di cui dobbiamo convincerci per leggere i suoi libri senza alcun pregiudizio; per apprezzarvi, oltre che una lingua magistrale, capace di esplorare l’altimetria variabile della parola umana, anche lo sguardo di un viaggiatore controvoglia, che, dal Voyage au bout de la nuit a Guignol’s band, da Rigodon a Nord, ha attraversato l’Europa (ma non solo l’Europa…) e le sue vicende, stando sempre dalla parte dei cattivi, di quelli che la storia ha condannato alla damnatio memoriae. Céline si schiera con loro; non per partito preso, ma per smascherare le ipocrisie di chi si sente dalla parte giusta, convinto di rappresentare una giustizia e una libertà che si rivelano tutt’altro che termini assoluti. La storia vale solo per decretare vittorie o sconfitte effimere: quello che resta è il dato umano, nella sua meschinità. Di fronte ai suoi occhi sfila così un’umanità tanto spietata quanto misera, capa-

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ce di riprodursi a ogni angolo del continente, senza fare distinzioni d’etnia o di religione: ebrei e cristiani, slavi e nordici, nessuno può dirsi innocente nell’apocalittica lotta per la sopravvivenza che si dispiega lungo le pagine dei suoi romanzi.

flessibili dalla storia, dalla guerra e dalla politica: autori di nessuna nazione ma con l’Europa come orizzonte, a loro si può affidare il compito di mostrare come il senso di appartenenza a una comunità umana possa valere più di un timbro sul Leggere Céline sembra suggerire passaporto. questo: se davvero esiste un tratto Ne sa qualcosa un certo Konrad comune nella letteratura del Vec- Korniezowski, al secolo Joseph Conchio Continente, un carattere che rad, che seppe fare del proprio “forpossa determinare un’identità ca- zato” cosmopolitismo un argano pace di trascendere le differenze sto- utile a scavare nel profondo della riche e le appartenenze nazionali, condizione dell’uomo occidentale. allora questo andrà cercato nei mo- Nato in una Polonia che era ancora menti in cui concetti come comu- Russia, figlio di un rivoluzionario nità, identità, coesione sono stati mandato al confino in Siberia, Konmaggiormente minacciati, dalle rad impara il francese leggendo roguerre mondiali, da quelle civili, dal- manzi e, rimasto orfano, a diciasle imprese coloniali oltreconfine co- sette anni non ancora compiuti, me dai recenti sussulti nazionalisti decide di partire alla volta di Marsiche quei confini tentano di ispessirli glia per diventare marinaio. Inizia sempre di più. I più titolati a parlare così una vita che lo porterà a solcare di Europa sembrano allora quegli quegli oceani al centro di tante sue scrittori che ne hanno fatto brillare opere – da Lord Jim a Typhoon –, ma la sagoma in controluce, mostran- anche a frequentare un’alta società done un’immagine là dove nulla che della propria dignità europea si sembrava evocarla. Ecco allora, che fa un grande vanto. Sono, questi, gli al posto dei Beckett, dei Tabucchi e anni del più grande sforzo colonizdi tutti quegli scrittori che hanno zatore rivolto all’Africa, vera e propotuto liberamente scegliere di cam- pria miniera d’oro a cui tutti vogliobiare patria, letteraria e linguistica, no attingere. A fare la parte del raddoppiando così la propria iden- leone, in questa triste competizione, tità culturale, sarebbe meglio citare è il “piccolo” Belgio di Leopoldo I, e chi ha trovato difficoltà a indicare proprio su una nave che batte bananche solo una nazione di cui dirsi diera belga, nel 1889, Konrad – che cittadino. Personaggi come Franz nel frattempo è diventato cittadino Kafka, Witold Gombrowicz, Bohu- inglese – si imbarca per il Congo. Da mil Hrabal o, più recentemente, Mi- questa esperienza nasce Cuore di telan Kundera, nati tra confini resi nebra, magistrale testimonianza di

E forse non è un caso che a raccontare questa storia sia, nel suo Gli anelli di Saturno, uno scrittore come Winfried Sebald, che ha fatto della riflessione sulla memoria dell’Olocausto il centro della propria scrittura. Un ideale percorso attraverso l’identità letteraria europea, infatti, non può che approdare al buco nero per eccellenza, l’evento dopo il quale nessuna poesia sarebbe più stata possibile. In un irresistibile appello alla testimonianza, su quel nero ha trovato fondamento una delle pagine più alte e importanti della letteratura occidentale. Quella scritta da uomini come Primo Levi e Jorge Semprun, testimoni diretti dello spietato meccanismo di autodistruzione che ha portato l’uomo a un esercizio duro e geometrico dell’odio e della violenza. Ma anche da scrittori e scrittrici come George Perec o Helena Janeczek, che, pur scampati a quella tragedia, ne hanno avvertito le eco, i traumi e i sensi di colpa rimbombare tra le mura dell’intimità famigliare (nei casi in cui essa si era potuta ricostruire). Uomini e donne decisi a interrogare quegli eventi per misurarne la distanza drammatica da quell’idea consolatoria che in guerra come nei campi di concentramento un’Europa buona si fosse battuta contro un nemico cattivo e ingiusto perché sostanzialmente “straniero”. Contro queste rimozioni, che rendono la vita più accettabile ma anche più falsa, la letteratura agisce da sempre come un anticorpo, portando sull’altare di un’intera comunità di uomini i propri testi scandalosi, affinché la memoria possa, un giorno o l’altro, impedire il ripetersi sempre identico della storia.


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CANTIERE EUROPA

di PAOLO RIGO

Petrarca europeo Un continente di amicizie N

egli ultimi dieci anni tra i vari studi petrarcheschi — fortemente rinnovatisi a partire proprio dal centenario del 2004 — sono stati pubblicati alcuni volumi che, cercando di alimentare, e aumentare, la fiamma dell’entusiasmo per la ricorrenza della nascita dello scrittore dalle mille facce e sfaccettature (padre dell’umanesimo, cantore di un bellissimo quanto totale e assoluto fantasma di nome Laura, filosofo medievale, filologo, storico, teologo, ma anche alpinista, forse, sicuramente giardiniere, girovago e bucolico solingo, ecc.) e volendo assegnare un altro tratto distintivo al Franciscus uomo a tutto tondo, hanno accostato nei loro titoli i nomi di Petrarca ed Europa. Purtroppo la maggior parte delle volte, i contenuti di questi saggi finiscono per interessarsi esclusivamente alla diffusione, all’influenza, in definitiva, alla fortuna talmente straordinaria di questa o quell’opera petrarchesca, fortuna che, così ampia e indiscutibile, può essere paragonata solo ai grandi autori classici come Virgilio o Paolo. Per spiegarsi in breve, basterebbe ricordare che Petrarca (e il vulgato petrarchismo) è stato per diversi secoli il minimo comun denominatore — ruolo, forse, oggi, dopo il Novecento, in parte perduto a favore di Dante — non solo della poesia (e cultura) italiana ma anche di quella europea: senza Francesco Petrarca non sarebbero stati scritti i sonetti di William Shakespeare. E, in effetti, proprio per il carattere eccezionale dell’ideologia petrarchesca capace di divenire topica praticamente in itinere, in taluni casi l’esito di questi studi recenti è

sorprendente (si pensi alle originali indagini, ad esempio, di Romana Brovia sul De remediis utriusque fortunae, dimenticato fin dal Cinquecento ma fruito addirittura nelle corti della grande Russia o nella Scandinavia); ma per quanto questi lavori siano soddisfacenti per la maggior parte degli studiosi della disciplina, per molti lettori resta una punta di amarezza, il nodo del titolo, cioè il legame esplicito tra Petrarca e l’Europa, che implicitamente da lettori ci si aspettava venisse sciolto, in realtà non lo è stato, la domanda è ancora viva: quanto si sentiva europeo Petrarca? Un’indagine testuale del termine Europa darebbe frutti amari e magri: una sola occorrenza nei Fragmenta, cioè il canzoniere, l’opera più famosa di Francesco Petrarca, il nome del continente compare nella canzone morale Rvf 28 (v. 26 «sì che da molti anni Europa ne sospira») scritta per incitare alla partecipazione dei comuni italiani alla crociata

promossa da Filippo VI di Francia, in cui lo spirito di appartenenza allo stesso continente è retto da valori storici, l’impero, e religiosi, la cristianità; avremo più fortuna se l’indagine riguardasse le epistole Familiares, in questo caso le occorrenze sono diverse, ma hanno quasi esclusivamente un’accezione geografica. Caso diverso, e per questo interessante, è rappresentato dalla Fam. IX, 13 (un’epistola piuttosto lunghetta) in cui Petrarca ammonendo un musico dal nome Filippo di Vitry passa in rassegna tutti i luoghi dell’Europa storica, che collimano grossomodo con l’estensione dell’Impero romano. Forse, proprio in questa direzione, quasi più temporale che spaziale andrebbero ricercati per Francesco Petrarca i segni della coscienza d’appartenenza all’idea di un’Europa non solo geografica, ma insieme di nazioni che hanno condiviso le proprie origini culturali e sociali. Forse Petrarca non si sentiva prettamente europeo

come ci sentiamo noi e del resto, ciò è naturale, sono passati circa settecentodieci anni dalla sua nascita, e il processo di formazione di una coscienza europea non esisteva o era forse appena percepibile solo nella comune radice dell’umanesimo latino. Ma, se la nostra indagine si muovesse su aspetti trasversali ecco che i frutti, spogliati, sarebbero più succulenti e dolci di quanto superficialmente ci potremmo aspettare: ad aiutarci a delineare una coscienza europea, per esempio, ci attraggono le molteplici tappe di un viaggiatore instancabile e come sempre quando si cerca di denotare l’indole petrarchesca paradossale: infatti, se è vero che in alcuni testi come l’Itinerarium o l’immaginifica lettera scritta dopo la scalata compiuta in compagnia del fratello Gherardo al Ventoso (la Fam. IV, 1) si potrebbe avere la sensazione che Francesco Petrarca creda, seguendo il maestro ideale Agostino, che non valga la pena di visitare nessun luogo, e che solo Vaucluse, proprio perché “chiusa” potrebbe essere l’unica, più o meno, giusta dimora da scegliere; però a smentire questa ingombrante sensazione è la stessa biografia, una vita condotta tra i continui spostamenti dall’Italia e alla Provenza e viceversa, senza dimenticare il viaggio presso i paesi fiamminghi, la deludente visita di Parigi, l’incoronazione a Roma e la visita della Campania, per non parlare poi delle avventurose esperienze per il nord dell’Italia (ad es. la fuga notturna da Parma assediata), e il tratto distintivo di un vita vissuta fin dalla nascita in movimento nel segno di un’odissea in cui è lo

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Oltre al dato biografico spia di una coscienza europea può essere intesa, anche, la passione per la geografia, amatoriale senz’altro ma vezzosa, e curiosa (mi vengono in mente la giusta collocazione della fonte del fiume Timavo, nella Senile III, 1 a Giovanni Boccaccio, e la ricerca erudita della fantastica isola di ThuleTile, la Fam. III, 1). Sostiene, anzi, Francisco Rico che la passione compilativa di dati geografici sia a un certo punto forte, ma si appiattì forse dalla scoperta che il più disciplinato amico Giovanni Boccaccio impiegava il suo tempo e le sue risorse in tali ricerche.

linea guardando anche ai confini europei, e creando, quindi, un canone di letture che verrà assunto dal successivo periodo dell’Umanesimo — movimento e momento in cui in modo paradigmatico, si possono riconoscere le basi della nuova ideologia europea —; e del resto non è un caso che Petrarca sia stato riconosciuto da Amedeo Quondam, in un recente saggio, come il fondatore dell’etica del gentleman europeo che è addirittura quasi in contrasto con il provincialismo dei moralisti italiani (Forma del vivere. L’etica del gentiluomo e i moralisti italiani , Bologna, 2010).

La coscienza europea petrarchesca si delinea, inoltre, per contrasto: qualunque disciplina filosofica, ad esempio, o teologica che non appartenesse al canone greco-latino viene definita «esotica» in opere minori ma non poco importanti, come le Invective; esotica e, quindi, estranea a una conoscenza che Petrarca de-

Ma, forse, il segno più limpido della geminazione di una coscienza europea nella cronistoria dell’esperienza letteraria vissuta e promulgata da Francesco Petrarca non può che essere ricercata nel valore dell’amicizia (esistente solo sulla base di una disposizione comune dell’animo), in primis, e, poi, nella cooperazione tra gli

© ATLANTE MONDIALE SVIZZERO INTERATTIVO 2010-2012

stesso auctor a essere Ulisse.

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animi eletti degli stessi amici. In questo ambito, Francesco Petrarca si mostra nostro contemporaneo, e intuendo l’importanza che i rapporti umani assumono nello scorrere del tempo, riesce, anche, per via della propria predisposizione mentale, a tessere una rete intellettuale, intrecciata, inoltre, invitando i propri conoscenti ad essere amici anche tra di loro, sulla reciprocità e l’espansione dell’amicizia. Questa rete di rapporti che si stabilisce in quasi ogni corte e dappertutto in decine di città europee, senza che vi siano distinzioni di appartenenza socio-culturale (ma esclusivamente sociale sì), economica, o nazionale è testimoniata dalle voluminose raccolte epistolari, in cui davvero si delinea un micro-megamondo. Scorgiamo, velocemente, la lista di alcuni destinatari: Ludwing van Kempen (il Socrate a cui sono dedicate le Familiares) nativo di Beringen nelle Fiandre (oggi nel Belgio fiamminga) e conosciuto ad Avi-

gnone, Tommaso da Messina, la famiglia romana dei Colonna, Filippo de Cabassole, vescovo di Cavaillon, Giovanni dall’Incisa e Giovanni da Certaldo (cioè l’autore del Decameron), Jacopo da Firenze, i Visconti di Milano, Barbato da Sulmona, e ancora il doge veneziano Andrea Dandolo, l’imperatore Carlo IV di Boemia, o il vescovo di Porto Guido di Boulogne e Giovanni di Neumarket, senza dimenticare i papi “francesi” (tra cui il preferito Urbano V) insomma, questa rete di rapporti internazionale acquisisce il valore di segno distintivo del legame tra Petrarca e l’Europa. Per rispondere alla domanda iniziale diremo, quindi, che se Petrarca forse non era cosciente di essere europeo, le sue lettere, i suoi scritti, le sue letture, le sue ideologie assumono il carattere di primissima e ampia impollinazione dello spirito culturale europeo a lui, di lì a poco, successivo.


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CANTIERE EUROPA

di MASSIMO CASTIGLIONI

Trash europeo Un insaziabile gusto per l’accumulo R

ipensando all’Angelus Novus di Paul Klee, Walter Benjamin immagina che l’angelo della storia, come quello del pittore tedesco, voli tenendo lo sguardo fisso su qualcosa da cui si sta allontanando. Questo qualcosa è il passato, ovvero un cumulo di catastrofi e di rovine dal quale l’angelo è allontanato sotto l’irresistibile spinta del vento del progresso. E mentre anche noi ci dirigiamo verso il futuro, solo alcuni tengono d’occhio le macerie in continuo aumento alle nostre spalle, convinti della necessità del recupero e della tutela di quegli scarti che costituiscono la nostra identità di cittadini europei, di membri di una cultura fagocitata e rapidamente messa da parte dalla nostra società. Il collezionismo diventa difesa di valori irrinunciabili e collettivi, diventa un testamento etico fondamentale, diventa condivisione di quel sapere che Ulf Peter Hallberg ha recentemente, e provocatoriamente, definito “trash europeo” in un’omonima pubblicazione dedicata alla memoria del padre, storico dell’arte e solerte collezionista (Trash europeo, Iperborea). Normalmente alla parola “trash” siamo soliti accostare tutta una serie di esperienze creative di basso livello, specie cinematografiche, recentemente riportate alla ribalta grazie al lavoro di alcuni registi, in primis Tarantino. Nell’accezione di Hallberg, il trash europeo è l’insieme di quelle fondamentali esperienze artistiche e intellettuali che costituiscono il patrimonio culturale, l’orizzonte comune da cui partire per formare quella coscienza cosmopolita che richiederebbe l’Europa unita, ma che, in una dimensione sociale ciecamente asservita a logiche utilitaristiche, finisce con l’essere ridotta a scarto. A seguito della morte del padre, lo scrittore svedese ragiona più intensamente sul senso dell’eredità umana lasciatagli dal genitore col suo insaziabile gusto per l’accumulo, con la passione per l’arte e i libri che lo porta quasi a essere un isolato rispetto agli altri, a non accettare i meccanismi e i ritmi su cui è scandita l’esistenza degli uomini, nella spontanea convinzione che «il collezionista si trasferisce idealmente, non solo in un mondo remoto nello spazio o nel tempo, ma anche in un mondo migliore, dove gli uomini, è vero, sono altrettanto poco provvisti del necessario che in quello di tutti i giorni, ma dove le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili», come sosteneva Benjamin. Il risultato, oltre a

una certa ostilità proveniente dall’ambiente esterno, sarà una costante ristrettezza economica che costringe l’Hallberg padre a vendere, anche a basso costo, dato lo scarso senso per gli affari, alcuni dei pezzi migliori della sua collezione. Il testamento paterno è un messaggio che Ulf comprende definitivamente solo dopo la scomparsa del genitore, dopo una vita intera passata a osservare il suo rapporto con la cultura; un rapporto dal quale è inevitabilmente influenzato ricevendone il costante stimolo ad estendere i propri orizzonti; ad amare il neorealismo e le dive del passato come Greta Garbo, Ingrid Bergman o Gina Lollobrigida; a costruire la propria personalità traendo linfa vitale da Baudelaire o dai

grandi romanzieri moderni; ad ammirare il Rinascimento e i suoi intellettuali (dei quali considera il padre un erede); ad attraversare quell’immensa costellazione che costituisce il fondamentale bagaglio comune dell’uomo europeo, ovvero di colui che non si piega di fronte alle logiche dell’indifferenza, ma instaura un dialogo ininterrotto con le rovine dalle quali non stacca mai gli occhi.

Gli artisti del Tratto d’Europa Marco De Angelis, Italia Roma 1955. Ha pubblicato su «La Repubblica» (di cui è redattore), «Il Popolo», «Il Messaggero», «Il Mattino», e numerose altre testate anche internaPatrick Chappatte (Chappatte), Sviz- zionali. Ha illustrato libri per ragazzi. Palma zera Karachi (Pakistan) 1967. Disegna per «In- d’Oro al Salone di Bordighera nel ’97 e due ternational Herald Tribune», «New York Ti- volte Premio Consiglio d’Europa, ha ricevuto mes» (online), «Le Temps» di Ginevra e circa 70 premi in mostre internazionali. «Neue Zürcher Zeitung» di Zurigo. Nel 2009 è stato corrispondente umanitario Frédéric du Bus (Dubus), Belgio dal sud del Libano: ha realizzato un repor- Bruxelles 1963. Vignettista per «Pan» dal tage in formato comic-book, Death in the 1988 al 2001, «La Gazette de Liége», «Le fields, pubblicato poi nel 2011 in forma di Vif-L’Express», «La Dernière Heure-Les Sports». Ha illustrato libri per l’infanzia, tra documentario animato. cui Léonie dévore les livres (Casterman). Ha vinto il premio Illustrateur de l’année promosso dall’Unicef nel 1993.

Internacional d’Humor Gat Perich. È membro dell’associazione internazionale Cartooning for Peace patrocinata dall’ONU, nonché presidente di Dibujantes Sin Fronteras.

Joep Bertrams, Paesi Bassi Roermond 1946. Ha studiato presso l’Accademia Reale di Arti Visive dell’Aia. Dal 2011 pubblica vignette politiche sull’«Het Parool» e su «De Groene Amsterdammer», il più antico settimanale olandese. Le sue vignette compaiono inoltre su «Zeit», «Harold Tribune», «Newsweek», «Le Monde», «Courrier International». Realizza illustrazioni per riviste, periodici, libri. Ha ricevuto numerosi premi. Jaume Capdevila (Kap), Spagna Berga 1974. Laureato in Belle Arti presso l’Università di Barcellona, lavora per testate quali «El Mundo Deportivo» e «La Vanguardia», oltre che per altre pubblicazioni catalane e internazionali. Ha vinto il  Premi

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Bastiaan Geleijnse, John Reid, Jean-Marc van Tol (Fokke&Sukke), Paesi Bassi Geleijnse (Utrecht 1967), Reid (1968) e van Tol (Rotterdam 1967) creano nel 1994 la striscia Fokke en Sukke pubblicata quotidianamente sul giornale olandese «NRC Handelsblad» e che gli è valsa il premio Stripschapprijs 2004. Dal 2006 ha fatto la sua comparsa anche in Paesi anglofoni (come Duck and Birdie). Rainer Hachfeld, Germania Ludwigshafen 1939. Nel 1966 debutta come vignettista titolare sul settimanale «Spandauer Volksblatt». Seguono «Berliner EXTRABlatt», «Berliner EXTRA-Dienst» e «Die Neue», «Der Abend», «Neues Deutschland». Ha esposto in numerose personali nel mondo e ha vinto premi internazionali.

AUTUNNO/INVERNO 2014/2015 Wolfgang Horsch, Germania 1960. Collabora con «Handelsblatt», «Süddeutsche Zeitung», «Tagesspiegel», «Börsen-Zeitung», «Stuttgarter Nachrichten». Dal 1997 disegna la striscia Diefenbach, mentre dal 2000 realizza Up and Down, pubblicata su varie testate.

Mario Natangelo, Italia Scampia 1985. È vignettista de «Il Fatto Quotidiano». Ha esordito con «Emme», inserto satirico de «L’Unità». Ha pubblicato 2012 con loden con Vauro e Napolitano! Sesso, Moniti e Rock’n’roll. Ha ricevuto numerosi premi ed esposto al Salone internazionale del fumetMichael Kountouris, Grecia Rodi 1960. Ha lavorato per testate to Comicon di Natra cui «Courrier International», poli e al MADRE di «The Guardian», «Le Monde». Napoli. Ha esposto in Grecia e all’estero. Tra i premi: World Press Car- Petros Papapetrou (PIN), Cipro Nicosia 1957. Pubblitoon 2013, Ranan Lurie Poca dal 1987 sul quolitical Cartoon Award - Natidiano «Philelefthezioni Unite 2008; Gran Preros». Ha esposto a mio alla Biennale di Tehran Cipro e all’estero. Ha 2005 e 2007. È illustratore di vinto il Press Cartolibri per bambini, membro on Europe 2008. Ha dell’Associazione Giornalisti pubblicato le raccolAteniesi dal 1993, fondatore della te: Bananes ke alla Greek Cartoonists Association. frouta (2003) e Ola kala (2009). Pierre Kroll, Igor Paratte (Pigr), SvizBelgio zera Congo 1958. È vi1980. Ha illustrato libri per gnettista per tebambini e partecipato a distate tra cui «Le verse mostre. Nel 2010 inizia Soir», «Ciné-Télél’avventura editoriale del giorRevue» e «Télénale satirico, francofono, «Vimoustique». Colgousse». Collabora con altre labora con il canale televisivo belga RTBF. Ha vinto il testate tra cui «Sixième diPrix de l’humour vache e il Press Cartoon mension», «L’Auditoire», del Belgio 2006 e 2009. È membro di «Le Quotidien jurassien», «Le Peuple.vs». “Cartooning for Peace”. René Leisink (Argus), Paesi Bassi Tra gli editori di «De Stripper». Ha pubblicato su «Metro» e «Sp!Ts», e nella prima raccolta Waterproef (2003, con van de Vijver). Per «Horeca Nederland» ha creato Fons en Fiona De Koning, mentre Sam en Simone è stato pubblicato su «Unicef Kids United» per dieci anni. Dal 2004 pubblica come Argus (premio Intspotprijs Junior 2009 e 2012).

Jens Hage, Danimarca 1948. Si laurea presso il Graphic College of Denmark. Disegna per «Berlingske», è redattore del libretto satirico «Blæksprutten», pubblicato annualmente da 116 anni. Ha vinto premi tra cui la Golden Drawing Pin 1993 e il Best European Cartoonist 2002 a Forte dei Marmi. Morten Morland, Norvegia/Regno Unito Riber Hansson (Riber), Svezia 1979. È vignettista per «The Times»; ha 1939. Negli ultimi trent’anni ha pubblicato pubblicato su «Times Educational», «The disegni sui quotidiani svedesi «Dagens Sunday Times», «The Spectator» e «The Industri», «Svenska Dagbladet» e «Syd- Economist». Ha vinto numerosi premi, tra svenskan». Ha esposto in numerose per- cui il PCS Political Cartoon of the Year sonali. Tra i premi: Swedish EWK-award Award (2005, 2007 e 2009), il PCS Car2000, World Press Cartoon’s Grand Prix toonist of the Year (2008), e il Saatchi Po2007, Press Cartoon Europe’s Grand prix litical Award 2009, World Press Freedom (2010 e 2012) - The Cartoe premio per la caricatura World Press on Art Trust Cartoon 2012. Political (2009).

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Richard e Slavomir Svitalsky (SvitalskyBros), Repubblica Ceca Vignettisti, illustratori, graphic designer. Hanno collaborato con canali televisivi come Nova e agenzie pubblicitarie. L’ultimo dei premi ricevuti è l’International Cartoonet “Street children” 2008, Iran. Oliver Schopf, Austria Kitzbuehel 1960. Studia presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna. Collabora e ha pubblicato con «Der Standard», «Nebelspalter», «Courrier International», «Süddeutsche Zeitung». Ha pubblicato la raccolta Grosse Europäer (1994) e, con W. Wippersberg, una versione del Don Chisciotte per bambini (2001). Ha esposto in tutto il mondo ottenendo diversi premi. Lucio Trojano, Italia Lanciano 1934. Ha ottenuto premi ed esposto in diversi Paesi. Ha illustrato numerosi libri, è autore di HumourRoma - premiato all’Internazionale Kartoenale 1990 a Beringen (Belgio) -, e di volumi sulle genti italiche.

Dan Perjovschi, Romania Sibiu 1961. Il regime comunista di Ceausescu lo spinge a dedicarsi alla satira po- Osman Turhan, Turchia litica e al disegno di critica. Ha esposto Mersin 1976. Ha esposto in Turchia e alal MoMa di New York, alla Tate Modern l’estero, e ha vinto di Londra, al Centre Pompidou di Parigi, numerosi premi; la al MACRO di Roma, in Germania, Spagna, personale TurcoSvizzera. Ha phobia è stata ospipartecipato alla tata ad Amsterdam Kunsthalle Biee Rotterdam. Il lilefeld, alla Trienbro Dear my Pronale di Aichi a phet è stato seleNagoya, nonché zionato per il The alla Triennale Best Children’s della Ruhr. Book 2007. Nel 2009 ha fondato l’agenzia di grafica ÇizCristina Sampaio, Portogallo giofisi. Collabora con «Yedikita» e «ZaLisbona 1960. Si laurea presso la Lisbon Scho- man», dirige la pubblicazione per bambini ol of Fine Arts. Colla- «Çamlıca Çocuk». Per l’infanzia ha creato bora con varie testate il personaggio Gülkiraz, le cui storie sono anche estere, illustra pubblicate su «Gonca». libri per bambini. Ha esposto in numerosi Mikhail Zlatkovsky Paesi, ricevendo nu- Mosca 1944. Ha vinto 256 premi internamerosi premi interna- zionali, oltre al Premio della Russia per zionali tra cui l’Award il Giornalismo “Golden Pen”. Ha esposto of Excellence dalla So- in numerosi Paesi internazionali. È memciety for News Design bro d’onore di numerose accademie e as(USA 2002, 2005 e sociazioni nel mondo, presidente della 2009) e il World Press Russian CartooCartoon 2007. nists Union; autore di The HiCarlo Schneider, Lussemburgo story of the car1956. Le sue vignet- tooning in Ruste sono pubblicate sia. in tutta Europa e compaiono regolarmente su «Tageblatt» e «Berliner Zeitung», oltre che in programmi televisivi della rete RTL.

Rivista Orlando N.6  

Che cos'è l'Europa? Come si può raccontare al di là delle solite formule retoriche? In questo numero di Orlando Esplorazioni ci pensano i ma...

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