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Orlando esplorazioni ORLANDO 3 SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

COPIA OMAGGIO

OrlandoRivista

@OrlandoRivista orlando@giulioperroneditore.com

È un classico! «Dove andremo a finire? I libri potranno esserci di aiuto?»

ILLUSTRAZIONE DALIA DEL BUE daliadelbue.blogspot.com

«V

oi siete un romantico irrimediabile» disse Faber. «Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse infinite particolarità e coscienza potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potrete trovarle, in vecchi dischi fonografici, in vecchi film, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci. Naturalmente, non potevate sapere tutto ciò, così come non potete ancora comprendere che cosa io intenda precisamente quando dico tutto ciò. Intuitivamente, non vi siete sbagliato, ed è questo che conta. Tre cose ci mancano: «Numero uno: sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso ‘sostanza’? Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su di un foglio di carta, e più sarete ‘letterario’. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. “Scoprire le particolarità. Particolarità nuove!” I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. «Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, non ostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza conchiudere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda

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di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi sulla terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente. Se in questa leggenda non c’è un insegnamento per noi di questi tempi, in questa città, oggi, allora vuol dire che sono del tutto pazzo. Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali.» «E la seconda?» «Agio, tempo libero.» «Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno.» «Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non conducete la vostra macchina a cento miglia all’ora, a un massimo in cui non potete pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è ‘reale’, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: “sembra” talmente che l’abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: ‘Quante sciocchezze!’.» «Ma la ‘famiglia’ è gente in carne e ossa.» «Come, scusate?» «Mia moglie dice che i libri non sono ‘reali’.» «E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: ‘Aspetta un momento’. Potete farne ciò che volete. Ma chi mai è riuscito a strapparsi dall’artiglio che v’imprigiona quando mettete piede in salotto TV? Vi foggia secondo la foggia che esso più desidera! L’ambiente in cui vi chiude è reale come il mondo. “Diviene” e pertanto è la verità. I libri possono essere battuti con la ragione. Ma nonostante tutto quello che so e tutto il mio scetticismo, non sono mai stato capace di discutere con un’orchestra sinfonica di cento elementi, a tutto colore, tre dimensioni e facente parte integrale, costitutiva di questi incredibili salotti. Come vedete, il mio salotto non è costituito che di quattro semplici pareti di calce e mattoni. E qui.» Mostrò a Montag due piccoli tamponi di gomma. «Per le mie povere orecchie, quando sono sui bolidi della ferrovia sotterranea.» «Dentifricio Denham» disse Montag, a occhi chiusi. «Dove andremo a finire? I libri potranno esserci di aiuto?» «Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi. E non credo che un vecchio decrepito e un milite incendiario in rivolta possano far molto, al punto in cui siamo…» «Io posso avere libri.» «Correndo rischi enormi.» «Questo è il lato buono della morte: quando non si ha nulla da perdere, si può correre qualunque rischio.»

RAY BRADBURY, Fahrenheit 451 (1953)

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Dimenticarli in nome del futuro sarebbe il fraintendimento più grande. Perché i classici sono la riserva del futuro. Giuseppe Pontiggia


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Orlando esplorazioni

SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

AMATI CLASSICI

Io c’ero!

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onverrà pensare ai libri come a gente che abbiamo frequentato. Cattive o buone compagnie con cui abbiamo cominciato a tirare tardi, fino a rendere questo un vizio. Persone molto lontane, diverse da noi, che cominciavano a raccontarci storie, a svelarci segreti, rispondevano a domande che non avremmo mai rivolto ad altri. Ci hanno fornito notizie che avevano il potere di turbarci, di farci male e bene a un tempo, di suscitare la nostra curiosità e la nostra malizia. Insomma casa nostra era sempre quella, e sempre quelle le cose che si potevano dire e quelle che no. Ma poi la sera uscivamo, e rientrando a notte alta avevamo addosso, come una scia di fumo, una serie di emozioni strane, inattese. Potevamo perfino sentirci colpevoli. Che c’entravano con noi, con la nostra famiglia, chiacchiere di vecchi erotomani, memorie di viaggi infinitamente lontani, storie in cui sembrava che la verità della vita fosse fatta solo di dolore, di ingiustizia, di crudeltà. Dov’erano le cose nostre, le cose buone. Ma chi stavamo frequentando? Molti pregiudizi ricevevano colpi quasi mortali. Lo spazio davanti ai nostri oc-

chi si allargava incredibilmente, caricandosi di possibilità. Questo, è stato leggere. Questo è. Far entrare nella nostra vita molte più persone di quelle che davvero riusciamo a incontrare per strada. Intrattenersi con bambini, adolescenti, adulti, vecchi e con il mistero di ciascuno; lasciarsi toccare da queste esperienze, lasciarle depositare in noi. Avere, quasi sempre, le vertigini, per come si spalanca – leggendo – non solo lo spazio ma il tempo. E questo è un miracolo. L’unica macchina del tempo che ci è dato sperimentare sono i libri. Esistono luoghi del presente che probabilmente, senza i libri, non conosceremmo mai, ma soprattutto luoghi del passato. Non è straordinaria l’opportunità, che un romanzo offre, di attraversare spazi dentro un tempo cancellato e perso? Io c’ero! Io c’ero, viene da esclamare, pensando alla luce grigiastra della battaglia di Waterloo, a cui abbiamo partecipato seguendo Fabrizio nella Certosa di Parma di Stendhal. «Aveva bevuto troppa acquavite, stava male in sella; a proposito si ricordò di quel che usava dire il cocchiere di sua madre: quando si è alzato il gomito, bisogna guardare tra le orecchie del cavallo e fare come fa il vicino.»

Perché Orlando “Quante volte ti capita di entrare in un bar, incontrare per caso un tipo che hai visto solo una volta e uscire con l’opportunità di fondare una rivista… soprattutto quando tu, il tu in questione, sei un ventenne signor nessuno che ha ancora tutto da dimostrare?” Paul Auster, Invisibile

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on c’è che dire, in effetti prima o poi capita a tutti. A chiunque si avvicini al mondo letterario, almeno. Capita che qualcuno ti parli di una rivista, ti inviti a fondarla con lui, a scriverci sopra, a mandargli un racconto, una poesia, un articolo. E tu lo fai, con quell’entusiasmo, con quell’esaltazione degli inizi che non ti fa chiedere molte cose. Le riviste! Il secolo passato le ha fatte diventare importanti come luoghi, anche quando vendevano qualche centinaio di copie. Nessuna delle riviste circolanti oggi ha l’importanza di una sola delle riviste uscite anche solo nel primo trentennio del Novecento. Inutile, qui, spiegarne le ragioni. Limitiamoci a osservare il paesaggio: ce ne sono ancora, e sono parecchie, il più delle volte legate alla poesia e alla fiction inedita. Serviva aggiungerne un’altra? A chi è rivolta? Come supera l’ormai estenuante problema del rapporto fra carta e web? Orlando non lo supera e non sa rispondere a molte altre domande. Il nome gli viene dal personaggio ariostesco, che esplora il mondo e sé stesso seguendo Angelica che fugge. Ma anche dall’altro Orlando, quello di Virginia Woolf, che è uno scrittore/scrittrice nella stessa persona e scavalca secoli e confini di genere dentro un unico corpo. Orlando non ha manifesti. Si limita a esplorare: luoghi come libri e libri come luoghi. Non ospiterà recensioni (ce ne sono già moltissime altrove) né poesia e fiction inedita di autori esordienti. Alle firme, esordienti e non, chiederà di confrontarsi sempre con un tema concreto; di raccontare sì, ma dal vero – e di scrivere sempre, diciamo pure così, su commissione. L’età media di chi ha contribuito a questi numero è piuttosto bassa (anche questo era un tratto dominante delle riviste d’inizio XX secolo). Per richiedere i primi due numeri di Orlando: orlando@giulioperroneditore.com

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di PAOLO DI PAOLO Io c’ero, mentre Emma Bovary leggeva romanzi d’amore, e a sua volta sognava altri tempi e altra vita. «E cercava di scoprire che cosa in realtà s’intendesse nella vita con le parole felicità, passione ed ebbrezza che nei libri le erano parse così belle.» Io c’ero, nella stanza di Ivàn Il’ícˇ che muore, descritta da Tolstoj. «Al posto della morte c’era la luce.» Io c’ero, mentre l’assassino Raskolnikov pensava a Sonja e qualcosa in lui stava cambiando, o era già cambiata, come racconta Dostoevskij in Delitto e castigo. «Dalla finestra entrò un soffio d’aria fresca. In cortile la luce non era ormai più così violenta. All’improvviso prese il berretto e uscì.» Io c’ero, c’eravate anche voi. E mi dispiace di avere dimenticato molte cose; vorrei pensarci ogni giorno. Tom Sawyer che dipinge lo steccato! E più indietro, più lontano, fino alle prime storie raccontate da voce umana. Miti, poemi. A volte, mi pento di non essere più tornato. Per esempio, nel cuore dell’istante in cui Circe chiede a Ulisse «perché non mangi e stai là mangiandoti il cuore?». Per esempio, in un posto preciso che descrive il poeta latino Tibullo, un posto in cui si riesca a sentire, distesi su un letto, «il vento che infuria», tenendo la propria donna tra le braccia.

Hanno scritto per Orlando 1 «Lettori forti, lettori fortissimi» SARA ANTONELLI insegna letteratura americana a Roma Tre, è autrice di diversi saggi GIUSEPPE ALOE scrittore, l’ultimo romanzo è Gli anni di nessuno (Perrone 2012) GIULIA ALBERICO scrittrice, l’ultimo libro è Cuanta pasion! (Mondadori 2009) ALESSIO DIMARTINO, nato nel 1982, ha pubblicato Il professore non torna a cena (Perrone 2012) LETIZIA LEONE, poetessa, ha pubblicato di recente La disgrazia elementare (Perrone 2011) ELISA ZANOLA, nata nel 1985, è dottoranda di ricerca in Sociologia a Verona FABIANA SANTANGELO, nata a Potenza nel 1985, studia Biotecnologie e collabora con “La Nuova del Sud” ANGELA GALLORO, nata nel 1989, studia Lettere e collabora con diversi blog di letteratura, fra cui Bottega Scriptamanent MARIA SILVIA MARINI, nata nel 1983 a San Benedetto del Tronto, è laureata in Filosofia, suona il pianoforte, ama scrivere GIUSI MARCHETTA, nata a Napoli nel 1982, vive a Torino dove insegna. Ha pubblicato fra l’altro L’iguana non vuole (Rizzoli) ROSSELLA GAUDENZI lavora presso una scuola di musica a Roma e si occupa di libri e di piccola editoria per il blog viadeiserpenti.it BARBARA COSENTINO è presidente del Circolo della Lettura di Roma SIMONE NEBBIA, classe 1981, scrittore e cantautore, scrive di critica teatrale per siti internet e riviste MONICA SOVEGNI è bibliotecaria a Santa Maria di Sala, in Veneto LUCA ALVINO è redattore di “Nuovi Argomenti”, scrive di letteratura e cinema ed è autore di versi GIORGIO BIFERALI è nato a Roma nel 1988, studia Lettere, si divide fra narrativa, critica e musica, nelle vesti di cantautore FRANCESCO MAROCCO, architetto paesaggista, è autore fra l’altro del romanzo Mai innamorarsi ad agosto (Fandango 2012) ILARIA ROSSETTI, nata nel 1987 a Lodi, vive a Londra. Ha vinto il Campiello Giovani e ha pubblicato fra l’altro Happy Italy (Perrone 2011) MATTEO MICCI, nato a Roma nel 1983, è autore di libri per bambini e editor. Attualmente vive a Shangai LORENZO PINI, nato a Colle Val d’Elsa (Siena) nel 1982, si occupa del rapporto fra letteratura e geografia e ha pubblicato A Lisbona con Antonio Tabucchi (Perrone 2012) ANDREA RÉNYI, ungherese, è traduttrice e studiosa di letteratura ILARIA MAZZEO, nata in Toscana nel 1980, ha pubblicato fra l’altro il romanzo Il silenzio perfetto (Intermezzi 2009) MICHELA MONFERRINI, nata a Roma nel 1986, ha pubblicato tra l’altro Conosco un altro mare, su Raffaele La Capria. Scrive per “Gli Altri” GIACOMO RACCIS, classe 1987, è dottorando in Teoria e analisi del testo all’università di Bergamo, scrive su blog e riviste MARCO ANGELILLI performer, coreografo e insegnante, è dal 2006 il trainer degli attori e l’autore della partitura fisica degli spettacoli della compagnia teatrale ricci/forte LORENZO ORMANDO, nato nel 1983, si occupa di cinema per alcune emittenti tv, scrive e lavora come film-maker ILARIA CAMPIONE è dottoranda di ricerca in Italianistica all’Università Tor Vergata Hanno illustrato Orlando 1 SABRINA GABRIELLI mynameisbri.com ALESSANDRA DE CRISTOFARO cargocollective.com/alessandradecristofaro SIMONE REA simonerea.blogspot.it PAOLA CARABOTTA facebook.com/paola.carabotta ELEONORA ANTONIONI eleonora-antonioni. tumblr.com FABIO MASSIMO FIORAVANTI fabiomassimofioravanti.com VICTORIA LERMA MASSIMO CASIRAGHI massimocasiraghi.carbonmade.com GUIDO VOLPI guidovolpi.com FRANCESCO ORMANDO facebook.com/francescormando YARA BONANNI yarabonanni.com

Orlando esplorazioni orlando@giulioperroneditore.com www.giulioperroneditore.com Rivista trimestrale diretta da Paolo Di Paolo Art director Dario Morgante Staff editoriale Cristiano Armati Olga Campofreda Mariacarmela Leto Prodotta da Giulio Perrone Editore www.giulioperroneditore.com Redazione c/o Giulio Perrone Editore Via Squarcialupo 14 00162 Roma tel. 06 97605054 Stampata nel maggio 2013 presso Cimer snc di G. Ceccarelli e co. Roma www.tipografiacimer.it

Hanno scritto per Orlando 2 «Dove mi sento a casa» ENRIQUE FUSTER insegna Teoria e Storia del Cinema all’Università Pontificia Santa Croce di Roma OLGA CAMPOFREDA (1987) ha pubblicato Caffè Trieste, reportage sui luoghi della Beat Generation ALESSANDRO GIAMMEI (1988) studia Letteratura italiana alla Normale di Pisa ALMA GATTINONI e GIORGIO MARCHINI, insegnanti e bibliofili, vivono a Lecco ALESSIO DIMARTINO (1982) ha pubblicato Il professore non torna a cena PIERFRANCESCO MATARAZZO ha pubblicato tra l’altro La certezza del dubbio SARA ANTONELLI insegna Letteratura americana a Roma Tre MICHELA MONFERRINI (1986) ha pubblicato Conosco un altro mare, su La Capria DIEGO VITALI (1984) ha pubblicato Tutto quello che so è per te che lo so MATTEO MICCI (1983) vive a Shangai, è illustratore e autore di libri per bambini NICOLETTA AMATA ama scrivere intorno al cibo ROSSELLA GAUDENZI lavora in una scuola di musica e si occupa di piccola editoria per un blog LUCA ALVINO è autore di poesie e di saggi critici e redattore di “Nuovi Argomenti” GIORGIO BIFERALI (1988) studia Letteratura e si divide fra narrativa, critica e musica LAURA TULLIO scrive e fa l’editor RAFFAELLA D’ELIA ha pubblicato diversi saggi e il libro Adorazione SAVERIO SIMONELLI lavora per Tv2000 e ha pubblicato tra l’altro Nel paese delle fiabe, sui Grimm LUIGI LA ROSA insegna scrittura creativa e vive fra Roma, Catania e Parigi MARCO ONOFRIO è saggista e autore di poesia (ultima raccolta Ora è altrove) e narrativa SIMONE NEBBIA (1981) scrittore e cantautore, si occupa di critica teatrale GIACOMO RACCIS (1987) è dottorando in Teoria e Analisi del testo a Bergamo CETTA PETROLLO PAGLIARANI è autrice di narrativa e poetessa (ultimo libro, Te la racconto così) LETIZIA LEONE poetessa (tra l’altro, La disgrazia elementare) ILARIA MAZZEO ha pubblicato fra l'altro il romanzo Il silenzio perfetto Chi ha illustrato Orlando 2 ALESSANDRA DE CRISTOFARO NICOLE CASAVOLA SABRINA GABRIELLI MATTEO MICCI ELIF KORK ELEONORA ANTONIONI GIULIA BELLA FABRIZIO MARTINEZ LUIGI LA ROSA DOMENICO LAPOLLA MICHELA MONFERRINI MARIANNA MASSELLI LUIGI RICCA


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Orlando esplorazioni

SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

Abitare i classici Italo Calvino Perché leggere i classici

Giorgio Manganelli Splendide larve (Letteratura come menzogna)

FOTOGRAFIE DI ELENA FORTUNATI

I

classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…» [...] I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo. Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza [...] Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire [...] La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario [...] Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso [...] Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore [...] Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani [...] La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest’aria prima di morire”».

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Chiara Gamberale e “Piccole donne”

i troviamo forse ad assistere alla commovente metamorfosi di uno scrittore in «classico»: un subitaneo scatto nella macchina del tempo colloca l’artista in uno spazio silenzioso, governato da gesti lenti e perenni [...] Come si aiuta uno scrittore a diventare un classico? Uccidendolo; trattandolo come un puro oggetto, un impersonale organismo che ebbe per caso nome umano; dissanguandolo di tutto quel sangue che può assomigliare al nostro, di oggi [...] È la fede, innaturale quanto è innaturale l’intera letteratura, nel valore esorcistico, magico, cerimoniale delle parole [...] A taluni di noi interessa, oggi, il D’Annunzio che adopera la lingua come se fosse una lingua morta (ricordo che Joyce – ammiratore, tra l’altro, del D’Annunzio romanziere – adoperava l’inglese «come se fosse una lingua straniera»); credo che questa assoluta indifferenza alla qualità parlata, quotidiana, socievole e trasportabile del linguaggio sia un insegnamento essenziale [...] Ogni parola è formula; e recuperare parole desuete o inventarne nuove, vuol dire incarnare, evocare un fantasma preformato, nascosto ed ozioso nel grembo del linguaggio.

Gianrico Carofiglio e “Capitan Fracassa”

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Che cos'è un classico? Dopo molte riflessioni, ho optato per una definizione, diciamo così, pratica: è un libro che si può rileggere indefinitamente perché, ad ogni le"ura, rivela nuovi aspe"i. Alberto Moravia

Viola Di Grado e “Alice nel paese delle meraviglie”

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SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

ANTICIPAZIONI

Inchiesta sui classici Orlando sta lavorando a un’inchiesta, ideata da Antonio Debenedetti con il gruppo di “Cartoline dal paese dei libri”, la trasmissione in onda su Radio Città Futura (FM 97.7) ogni sabato alle 9.30 e la domenica alle 20.

I classici si vendono ancora? Quali classici si vendono? Quali sono finiti nell’oblio? I classici di domani saranno sempre più giovani, addirittura in calzoni corti? La Rete ha creato già qualche classico? I computer distruggeranno o salveranno i classici? E voi lettori, che ne pensate? Mandate le vostre risposte e la vostra lista di classici a orlando@giulioperroneditore.com.

Lavori in corso di Gabriele Sabatini

A

ccade spesso che i progetti prendano forma dalle curiosità insoddisfatte, da certe questioni periodicamente ricorrenti. Ecco allora che una domanda risuonava sovente dalla voce

di Antonio Debenedetti, durante le colazioni del sabato mattina, dopo la trasmissione su Radio Città Futura, e che coinvolgeva tutti i presenti. Era quella di chi vuol sapere, curioso, cosa resta oggi dei maestri del secolo scorso, cosa si legge ancora, cosa riesce a contrastare le pile della narrativa contemporanea di recentissima pubblicazione e – troppe volte – di rapidissima sostituzione. E die-

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tro questa, subito altre domande cominciavano a farsi strada: dove sono gli eredi di quella folla che ha assistito ai funerali di Calvino? Si parla ovunque di Pasolini, ma lo si legge anche? E Pirandello, è solo confinato nella moltitudine di rappresentazioni teatrali oppure la sua narrativa circola ancora? A ognuno di tali quesiti cercheremo di dare una risposta partendo da quella che ci è sembrata la possibilità più oggettiva: capire quanto vendono in libreria, attraverso un’indagine statistica, concentrandoci sul 2012, un arco temporale chiuso e recente. Non avendo a portata di mando una strumentazione affidabile ci siamo rivolti a Giorgio Pignotti, della libreria Rinascita di Ascoli Piceno, a cui rivolgiamo il nostro sincero ringraziamento perché non solo ci ha fornito delle indicazioni pratiche sul sistema delle librerie italiane, ma ha messo a nostra disposizione una parte dei dati di vendita che raccoglie quotidianamente attraverso il noto sistema di gestione MacBook, di cui è titolare. Questo programma, vale qui la pena ricordarlo, è adottato da oltre 400 punti vendita e consente quindi una panoramica davvero fedele della movimentazione dei titoli. I dati qui accanto si riferiscono a una proiezione statistica sull’intero mercato editoriale.

Un assaggio

Rileggere Elsa col calendario

L’

anno in cui l’offerta libraria su Elsa Morante si è rinnovata è stato il 2005, si aveva allora il ventennale dalla morte e la Einaudi decideva di riproporre tutti i titoli di maggiore notorietà: L’isola di Arturo, La Storia, Aracoeli e Menzogna e sortilegio. Questo quartetto è, ancora nel 2012, quello di più grande successo commerciale. Naturalmente è dall’Isola che dobbiamo partire. Con le sue quasi 10.500 copie rappresenta la metà, più o meno esatta, della circa 21.000 vendute dai libri della Morante, se considerati nel loro insieme. Nessuno stupore, credo, nemmeno per quanto riguarda La Storia, che vale circa 6.000 copie. Aracoeli e Menzogna e sortilegio seguono questi due primi titoli con cifre decisamente più esigue, e si attestano rispettivamente sopra e sotto le 1.000 copie. Se il 2005 è l’anno delle ristampe illustri, il 2012 è l’anno della poesia. La casa editrice torinese ha infatti ristampato due raccolte Alibi, collocata nei Tascabili, e Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, uscita con una prefazione di Goffredo Fofi ed inserita nella collana Letture. Entrambi i titoli hanno venduto tra le 500

e le 600 copie, ma le due riproposte testimoniano il risveglio in seno all’editore per l’interesse verso l’autrice romana, sebbene, anche questo è il caso, frutto di una cadenza cronologica, essendo stato il centenario della nascita. A discapito di una crescita piuttosto uniforme nel settore dell’editoria per ragazzi, i lettori del 2012 non hanno dimostrato molto interesse per Le straordinarie avventure di Caterina, disponibile sempre nella collana Tascabili. Sono infatti meno di 300 le copie vendute. Ma i motivi per l’acquisto, anche solo come dono pedagogico, non mancherebbero. Il libro raccoglie testi che la Morante scrisse ancora ragazzina, non sarebbe curioso per un genitore vedere in che modo i propri figli reagirebbero alla lettura di storie immaginate e scritte da una loro quasi coetanea oltre ottant’anni fa? Come per altri autori, i racconti non godono di un significativo riscontro di pubblico, solo 600 copie di Lo scialle andaluso sono state acquistate nell’ultimo anno. Resta infine da segnalare un breve testo ristampato nel 2004 dalla raffinata casa editrice romana Nottetempo, parliamo del Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito) che con le sue 250 copie vendute nel 2012 segna comunque la vitalità di quel tipo editoriale che potremmo definire panflettistica da bancone. G.S.


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SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

TORNARE ALL’ORIGINE

di MICHELA MONFERRINI

Pontiggia. I classici sono marinai F

dini di prima classe, poi soldati dal ruolo importante, contrapposti agli inermes, quindi marinai e classicum era anche il corno che suonava a raccolta con loro.

arsi guidare in un viaggio a ritroso verso il mondo classico da Giuseppe Pontiggia. Non tanto per nostalgia di uno dei più intelligenti e acuti scrittori del secondo Novecento italiano, quando si avvicina – il 27 giugno 2013 – il decennale della morte; quanto per l’impegno speso nel tentativo di dare una definizione a un «vocabolo caleidoscopico», sfuggente e volatile qual è quello di classici, così pluralmente inteso. Chi sono i classici? Quando diventano tali? Cos’hanno fatto, prima? Quanto contribuiscono al loro singolo e poi collettivo formarsi il tempo e la distanza, la morte e il valore, la percezione degli altri, la comprensione e la fortuna? Pontiggia è una guida buona per ridiscendere i secoli, per quel tanto di oracolare, di preveggente, che c’è nella sua prosa, che parlava da fine millennio del millennio che andava iniziando, che andava nel buio sapendo la strada, e però senza dare la sensazione di essere semplicemente attuale (benché questo, oggi, possa sembrare il più grande dei complimenti possibili), ma in grado di cogliere semmai una realtà vera sempre. Ed era qui, intorno al rischio dell’attualità, che si dipanava la sua battaglia personale contro un certo modo imperante di interpretare i classici, proprio del filologismo estremo. «Pindaro – che cos’ha di attuale? Niente, fortunatamente» riassumeva Pontiggia in un aforisma, e citava Borges secondo il quale l’attualità dei classici è quella che non muta nel tempo, dunque quell’attualità che sa farsi eternità. Il nodo è nella distanza, e la distanza non va annullata, ma anzi esaltata, protetta, anche frequentata: ma ricordandosi che non si tratta di un’immersione e di un colloquio da pari a pari, ma sempre di una «trasferta», di una visita con ritorno. Il pericolo nell’annullamento delle distanze è quello di dimenticare che è il tempo a fare la differenza, il tempo a selezionare, e non l’uomo a selezionare nel tempo. Così la scuola, l’università non sono quei luoghi che hanno relegato come prigionieri certi autori – quelli e non altri –, ma sono i luoghi deputati dal tempo in cui certi autori, quelli e non altri, sanno ancora entrare giorno dopo giorno sulle loro gambe, come tanti studenti.

Perché c’è questa questione delle gambe dei classici, che continuano a camminare.

Se la vitalità dei classici fu espressa dal loro proiettarsi in avanti sapendosi fare «contemporanei del futuro», per usare il titolo di un’opera di Pontiggia che è

Sarà perché originariamente furono soldati. Oltre a restituire un valore alla distanza, infatti, Pontiggia è partito davvero per una trasferta alla ricerca dei

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una sistematizzazione dei classici e poi subito dopo un viaggio arbitrario nel loro mondo, nelle loro opere che sono sempre «depositi di significati anche potenziali, miniere di possibilità speculative e fantastiche che vanno al di là della condizione storica», talvolta gli studiosi che li vanno cercando volgendo lo sguardo indietro, cercando di avvicinarsi creano invece una distanza incolmabile. E Pontiggia citava Gli eruditi di Yeats, coloro che «Fino al giorno del giudizio tossiranno nell’inchiostro, / consumeranno il tappeto con le loro suole, / venerati; non avranno amici strani, / se mai fecero peccato non si sa: / Signore Iddio, che cosa mai direbbero / il giorno che il loro Catullo passasse di là?».

Pontiggia li trova, dunque, e vi si schiera accanto in ogni senso: di fronte, a copertura, vede armati gli antecursores. Hanno compiti logistici ed esplorativi, e offrono un aiuto prezioso ai classici che li seguono; essi vanno in avanscoperta. «La funzione dell’avanguardia – commenta Pontiggia – è centrale», fin quando – e qui compie un viaggio da postero, da significato a significato, tutto all’interno del termine, ma anche da scrittore che pur maturando in un certo clima ha sempre preferito andare all’origine delle parole piuttosto che predicare l’impossibilità di utilizzare il linguaggio – il culto dello sperimentalismo non inizia a cercare di eliminare lo stesso ruolo dei classici. Allora «lo scopo non è più di aprire la strada all’avanzata dei classici, ma di farli cadere in una sacca e delicatamente annientarli». È come se gli antecursores a un tratto si ribellassero e si rivolgessero contro una parte del loro stesso esercito, quella parte che hanno sin lì protetto, quella parte della quale si vogliono vendicare, per la quale hanno sempre svolto il lavoro più duro, più rischioso e meno ricordato. Ma in tal modo, «l’avanguardia è morta, perché non ha più l’esercito alle spalle. È l’avanguarclassici, e dei più remoti. Ha preso, per dia di quale esercito?». incontrarli, l’unica strada che uno scrittore conosce, in particolar modo se si è Il salto dall’antichità alla storia letteraria anzitutto un lettore, in particolar modo del Novecento è qui tutto all’interno del se pensa che «la grammatica sia l’alfa- termine, e nella configurazione di uno beto del mondo»: la strada delle parole, schieramento di guerra visto dall’alto. l’indicazione dell’etimologia. Così li ha Forse è proprio la guerra, lo scontro a cui scoperti agiati cittadini: anticamente, i classici sono costretti, l’unico elemento per esser definiti classici non interviene che resta invariato nel tempo e nel pasil tempo, ma il censo; classici erano «gli saggio da cittadini di prima classe alla uomini della prima classe che erano stati prima classe degli scrittori: un passaggio censiti per 125.000 assi o di più» scrive di senso per il quale ci sono voluti secoli, Aulo Gellio. Ed essi, per ragioni fiscali, e che forse non è ancora del tutto comnon amavano la loro condizione pubpiuto se appena l’altroieri, in epoca moblica, ma aspiravano a confondersi tra derna, gli scrittori proletari non potevagli infra classem. Classici che aspiravano no aspirare a essere considerati un a essere comuni. giorno come classici (Pontiggia ha ricorMa classis era anche appello, invito, con- dato i casi di Defoe, di Dickens, su tutti). vocazione, quindi presto chiamata sotto Eppure proprio gli scrittori d’epoca mole armi (classis clipeata, per coloro che derna, coloro che si sono affidati alla pareggevano lo scudo a protezione e classis rola nel turbine delle grandi rivoluzioni, procincta per quelli in abito corto da hanno ritrovato il loro antico sangue di guerra). Ma è l’exercitum che vince, scal- soldati, di combattenti. Si ritorna grazie za il termine originario e lo relega al solo a loro, da ogni trasferta, con la convinsignificato di esercito in mare, quindi zione che i classici del futuro saranno flotta. I classici, allora, sono stati citta- ancora dei marinai.

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E i classici minori? Eccellono un po’ meno? Giuseppe Pontiggia

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UN CLASSICO CI VUOLE

di ALMA GATTINONI e GIORGIO MARCHINI

Tradurre la tradizione

FOTO DI NICOLE CASAVOLA

L

a più straordinaria caratteristica di un classico sta nella sua inesauribile forza di comunicazione. Un medium unico per capire la fisionomia di un’epoca, quella in cui è stato scritto, ma anche uno strumento prezioso e metamorfico capace di parlare alle generazioni successive e di porsi come chiave di lettura passepartout di una realtà che cambia e che impone uno sforzo di adeguamento interpretativo. Alla calviniana domanda-affermazione “perché leggere i classici” oggi ha forse più significato sostituire la domandaprogetto “come leggere i classici”. E la risposta, se davvero “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, è che ogni epoca se ne può appropriare, annullando la distanza temporale attraverso una continua “traduzione”. L’esempio immediato è quello dei testi greco-latini, i classici per eccellenza della cultura occidentale. Tra l’Odissea di Ippolito Pindemonte (1822) e quella di Guido Paduano (2010), tra l’Eneide di Annibal Caro (1581) e quella recentissima di Alessandro Fo (2012) stanno inscritte le molteplici e diverse letture che i secoli, se non i decenni, hanno inteso riproporre come altrettanti tentativi di restauro sui generis di edifici concettuali non solo da conservare, ma da rendere fruibili ai contemporanei. Restauri, al pari di quelli in campo artistico, con oscillazioni tra veri e propri rifacimenti-riscritture, in una azzardata corsa all’attualizzazione, e tentativi al limite dell’eccesso di fedeltà, nella pretesa di un totale rispetto filologico. Anche all’interno di una stessa lingua si procede paradossalmente per “traduzioni”. Tra i classici italiani, l’operazione di Calvino sull’Orlando furioso, riletto e interpretato in una vera sfida al labirinto ariostesco, speculare a quella ancor più labirintica al mondo contemporaneo, ha di poco anticipato una nuova tendenza: un testo come Il Principe di Machiavelli è affiancato oggi dalla versione “a fronte” in italiano moderno, per rendere comprensibile un originale sempre più estraneo alle conoscenze linguistiche del lettore medio. Quale di queste due letture è preferibile o comunque più congeniale alla nostra idea di ri-lettura di un classico? Un misto tra reinvenzione narrativa alternata a parti di testo originale, come fa Calvino, oppure la neutra presenza di una “traduzione di servizio”, integrativa o addirittura sostitutiva?

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Sembrerebbero invece sottrarsi a questo continuo processo di adattamento i classici del Novecento, nati in una condizione privilegiata almeno dal punto di vista linguistico, senza traumatiche distanze tra lingua d’uso e lingua letteraria, e soprattutto più vicini al sistema di valori dei lettori odierni. Ma bastano pochi esempi, almeno con i classici stranieri, per capire che la situazione è ben diversa. La montagna incantata nelle versioni di Bice Giachetti-Sorteni (1932) e di Ervino Pocar (1965) sembra aver ceduto all’esigenza di restituire al capolavoro di Thomas Mann (1924) i suoi reali tratti distintivi, a partire dal titolo diventato nella versione di Renata Colorni (2010) La montagna magica. E l’Ulisse di Joyce (1922), dopo una ormai storica prima edizione italiana del 1960 a cura di Giulio de Angelis, è stato ritradotto da Bona Flecchia (1995), da Enrico Terrinoni (2011) e da ultimo da Gianni Celati (2013): tre diverse e nuove traduzioni di uno stesso classico per renderlo più “joyciano” e insieme forse più leggibile e godibile. Tante, forse troppe traduzioni, che fanno pensare per contrasto a un romanzo di culto come Il giovane Holden di Salinger e a quanto una nuova traduzione potrebbe renderlo più attuale e più classico insieme, anche se forse spiazzante per i tanti lettori italiani che da sempre lo conoscono e han-

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no imparato ad amarlo nella versione einaudiana del 1961 (Adriana Motti). Ancor più intricata è la situazione dei classici italiani novecenteschi, non i pochi entrati a pieno titolo nei manuali scolastici, ma i tantissimi che, dopo il successo in vita o dopo la momentanea consacrazione postuma, sembrano oggi avviati a un ridimensionamento e a una progressiva e spesso ingiustificata dimenticanza. Pavese, Brancati, Fenoglio,Vittorini, Bianciardi, Buzzati, Pasolini (personaggio a parte), Silone, Landolfi, Morante, Parise, Chiara, Cassola, Sciascia, Manganelli, Moravia, Pratolini, Ginzburg, Testori, Volponi, Soldati, Bassani, Romano per la narrativa. Quasimodo, Gatto, Sereni, Sinisgalli, Caproni, Fortini, Bertolucci, Luzi per la poesia, posto che la poesia abbia ancora un futuro. Troppi i “sommersi” per i pochissimi “salvati”: Svevo, Pirandello, Gadda, Calvino, Saba, Ungaretti, Montale. Ma quali potrebbero essere oggi i criteri per giocare a questo gioco della torre, che massacra per salvare? Ancora una volta “tradurre” il passato per il presente, superare la pigrizia mentale che impedisce di ri-leggere senza preconcetti. Perché ci parli da classico, Se questo è un uomo di Primo Levi va ripensato non solo come drammatica testimonianza di un prigioniero dei lager tedeschi, ma come laboratorio

antropologico per capire che, se la paura dello straniero-nemico diventa “sistema di pensiero”, al “termine della catena sta il Lager”. Solo così si coglie, in tutta la sua potenza, la limpidezza di una scrittura classicamente controllata. “Maestri cercando” nel 1957 apriva programmaticamente il Diario in pubblico di Elio Vittorini, ben sintetizzando la necessità di classici a cui riferirsi, a cui chiedere risposte negli anni della ricostruzione. A maggior ragione, nell’appiattimento del presente senza spessore, per decodificare una realtà sempre più complessa, avremmo bisogno della lucida intelligenza, della profondità di sguardo di quei “grandi vecchi” che sono i classici di ieri e di oggi. Tabucchi per la narrativa e Raboni per la poesia sarebbero due numi tutelari illuminanti per questo inizio di millennio. Ma a volte i libri hanno bisogno di decantazione, di sosta in un limbo sospeso e opaco, prima di essere veramente capiti, come succede a certi reperti archeologici che la generosità assennata di un’epoca preferisce conservare senza disseppellirli, aspettando condizioni future più favorevoli. Ecco come ci attende, oggi più che in passato, l’impegno a ri-leggere, a “tradurre” quanto la tradizione, anche quella più vicina, ci lascia in eredità. Parafrasando Pavese, un classico ci vuole.

I classici esigono, confessiamolo, qualche sacrificio. Almeno logistico, di trasferta e di ambientamento, prima di rivelarsi allo sguardo. Giuseppe Pontiggia

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LUOGHI (QUASI) COMUNI

di ANGELA GALLORO

Stasera tu!i al Bar Cyrano

FOTO DI GIANLUCA MAROLI

I

classici sono quei libri che leggono noi prima che noi leggiamo loro. A dimostrarlo, ci sono quelli che fanno da colonna sonora della nostra vita. “Sei proprio un dongiovanni” è l’emblematica fine di una lite di coppia, “Fatti non foste a viver come bruti” campeggia spesso come monito dalle pagine dei giornali d’opinione, e che “Siamo fatti della stessa natura dei sogni” ce lo racconta la gonna svolazzante di una ragazza quando siede sui sedili in pelle della sua Giulietta a quattroruote. Non più bestseller e non ancora nel dimenticatoio, i classici se ne stanno lì, opere d’arte che ci nutrono, e spesso senza nemmeno ricorrere a cibo dell’anima o sete di conoscenza, ché – ormai – cominciano a sfamare sempre meno. Ci nutrono di cibo vero, quello che abbiamo intorno. Perché che «Moby Dick» dia il nome a una libreria di provincia è cosa comprensibile, ma che un ristorante si chiami «Itaca», è quasi una rivoluzione narrativa (se ci si arriva in auto, poi, senza dover affrontare neanche da lontano lo spettacolo mostruoso di Scilla e Cariddi, è davvero una gran cosa). E se entrassimo all’osteria «Don Chisciotte» non ci sentiremmo forse in dovere di reputarla un castello? Non perché abbiamo letto di un cavaliere dalla

triste figura giocherellare con i pensieri focosi di una contadina, o non solo, ma perché agli angoli di una città come Roma, che potrebbe essere anche Milano, Bologna, Firenze o Roccafiorita, si trovano pezzi di classici trasformati in luoghi di appuntamenti, di caffè veloci, di pasti consumati nella pausa pranzo. Più o meno affollati, in un niente diventano un “ci vediamo lì”. Dal bar «Stendhal» al bar «Cyrano» della Capitale corrono infatti poche centinaia di metri, probabilmente con una certa abilità di orientamento e una quantità minima di incroci. E l’itinerario ha senso, a suo modo, se pensiamo di trovarci nella stessa Francia. Cronologicamente, il senso viene meno, ma d’altra parte non possiamo aspettarci di veder bere insieme un realista e un romanziere di fantasia. Se è vero che i messaggi subliminali varcano i confini dell’inconscio, allora è vero che in un veloce caffè della mattina può nascondersi un classico. O in un pasto consumato al centro, quasi fossimo turisti. Nomi di luoghi che qualcuno ha scelto, senza condizioni di tempo, ci compaiono davanti come il libro preferito dei tempi della scuola di un ristoratore qualsiasi, finalmente scardinato dalla polvere di una biblioteca per diventare un’insegna in città. Un’eredità

silenziosa che sfugge al controllo della critica e dell’accademia. Certamente presso la tavola calda «L’Orlando Furioso» non si prenderanno le ordinazioni in ottava rima, e al ristorante «I Malavoglia» non si mangerà soltanto del pesce, ma è certo quanto mai che se i classici non entrano dalla porta, spingono dalla finestra, decisi a farsi leggere, ricordare, incuriosire. E non è solo questione di luoghi o di strade, come l’abuso dei bar «Dante» o dei «Trilussa» nel centro della Capitale, ma di precise e vivaci scelte. Ci vuole determinazione per chiamare un posto “I miserabili”, una certa dedizione e onestà per usare un riferimento come «Il gatto e la volpe», e clienti fidati per approcciarsi con «Il Conte di Montecri-

DEFINIZIONI

di ORLANDO TRINCHI

Che cos’è un classico Direttamente collegati al concetto di Classico sono l’eccellenza, la durevolezza, il prestigio e la misura. Il poeta T. S. Eliot, nel saggio Che cos’è un classico?, individua altre qualità sostanziali: la maturità («Se c’è parola sulla quale possiamo fondarci, e che suggerisce l’apice di ciò che io intendo per “classico”, questa è la parola maturità. Un classico non appare se non quando una civiltà, una lingua e una letteratura sono mature; e la sua deve esser l’opera di una mente matura»), la comprensività («Al nostro elenco dei caratteri di un classico dobbiamo dunque aggiungere la comprensività. Entro i propri limiti formali, il classico deve esprimere il massimo possibile dell’intera gamma di sentimenti che costituiscono il carattere nazionale dei parlanti la sua lingua») e l’universalità («Quando un’opera letteraria, oltre a tale comprensività in rapporto alla

sto». Eppure quel senso di familiarità che il lettore prova nel trovarsi in un classico è rassicurante. Se amante della parola scritta, gli permette di sentirsi a casa ovunque, circondato da una tradizione che lo abbraccia; e anche senza essere un lettore, può sentire di avere intorno un dolce ronzio di parole già dette. Calvino, il più grande vocabolarista dei classici, ha scritto: «Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli». Gustarli anche in senso letterale, a questo punto.

propria lingua, possiede un pari valore in relazione a diverse altre letterature straniere, possiamo concludere anche per la sua universalità»). Appartiene inoltre al classico un elevato grado di autorità, a cui sono collegate quelle funzioni didattico-normative che sovente ne orientano la ricezione; la soggezione promanante da tale autorità può tuttavia comprometterne comprensione e familiarizzazione, circoscrivendola ad un livello di mera adesione formale, come

rilevato da Alberto Savinio in un passo di Nuova enciclopedia: «è molto più intelligente, e profittevole, e umano trattare i “classici” alla stregua dei nostri simili, ossia come uomini fallibili, che come infallibili divinità; che è anche una condizione migliore per capirli; e assieme per non metterci nella condizione di coloro che hanno per i “classici” una venerazione assoluta, ma ignorano perfettamente la loro opera. Anche i culti vanno trattati col necessario granellino di sale». «Classico – annota lo scrittore argentino Jorge Luis Borges – è quel libro che una nazione o un gruppo di nazioni o di lungo tempo hanno deciso di leggere come se nelle sue pagine tutto fosse deliberato, fatale, profondo come il cosmo e capace di interpretazioni senza fine. Prevedibilmente, tali decisioni varia-

no». Alla voce “Classico” dell’Enciclopedia Einaudi compilata da Franco Fortini l’idea di “vitalità” dei classici è strettamente connessa alla necessità delle varie culture di interrogarsi, per loro tramite, sulla propria identità: «Equivoco è dunque il luogo comune che parla di una permanente vitalità dei classici. Tale vitalità consiste, se intesa correttamente, nella riattivazione o “richiamo” di cui possono godere singole parti di un’opera, opere intere o interi periodi letterari o artistici per una coincidenza fra taluni strumenti e metodi di interpretazione e le domande di una specifica categoria di destinatari. Simile riattivazione è, senza dubbio, reale e si fonda sul grado di attitudine di una data cultura a cercare nella memoria del passato conferme o negazioni dei propri valori. E se nuove domande possono venire loro poste da nuovi lettori, esse debbono aprirsi la via attraverso le spoglie delle interpretazioni precedenti; anche se in non pochi casi si tratterà di vita apparente e di procedure di filiale pietà».

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CLASSICI OLTRE L’IMPEGNO/1 PASOLINI

CLASSICI OLTRE L’IMPEGNO/2 SCIASCIA

di GIORGIO BIFERALI

“Io sono un uomo antico”

Q

uale Pasolini conosciamo? Qual è l’immagine, l’espressione, il verso, la pagina che ci sovviene, se sentiamo pronunciare il suo nome? Sul “Corriere della Sera” del 3 novembre 1975, il giorno dopo la sua morte, Italo Calvino, commosso, parla di un “destino eccezionale”; Giovanni Testori lo definisce “uno dei pochi, veri testimoni del nostro tempo”; Vittore Branca ricorda la sua “pietà per i più umili, per i più sofferenti”. Bastano queste parole? Forse no. Sfogliando i Sillabari di Goffredo Parise, libro che Pasolini giudicava “straordinario”, alla voce/racconto Antipatia, l’autore descrive così uno dei personaggi: Ma aveva una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca chiusa dentro un incavo osseo come certi sdentati e soprattutto aveva occhi mobilissimi che non si fermava mai negli occhi della persona con cui parlava. È Pasolini. Anche altri, come Sanguineti e Manganelli, avevano manifestato le proprie avversità: il primo, sul piano strettamente letterario, giudicando fittizio e “arcaico” il neo-sperimentalismo pasoliniano, il secondo – invece – replicando a quel corsivo (uscito sul Corriere, il 19 gennaio 1975) in cui Pasolini si dichiarava antiabortista, e dissacrando quel “vitalismo fortemente venato di elementi cristiani” (Belpoliti). Nel luglio del ’74, in una lettera “aperta” a Italo Calvino, uscita su “Paese sera”, Pasolini tentava di fornire una chiave di lettura valida proprio a comprenderne l’opera: Io so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so perché, in parte, è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente per bene. Ma io, come il dottor Hyde, ho un’altra vita. Nel vivere questa vita, devo rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell’Italietta, e sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletario e il mondo operaio. I dialetti, da lui definiti “idiomi materni”, sono la traccia attraverso cui ritrova “un altro mondo”. Dall’“amore per il

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Friuli”, che traspare dalle Poesie a Casarsa, dal Sogno di una cosa, quel Friuli che lui percepisce come “pura sentimentalità”, “pura emozione”, alla divina mimesi nelle borgate romane, nelle periferie, ascoltando, con l’ausilio di Franco Citti, il gergo dei ragazzi di vita. In tutta l’opera pasoliniana, specie nella poesia, meno schematica e più “autentica” del romanzo, vi è una fortissima eco di oralità. Ed è proprio da qui, da quest’universo classico e primordiale, che lui attinge la sua religione, “fenomeno naturale e sincero”, e il suo comunismo “tradizionale”. L’avvento del neocapitalismo, però, ha contribuito alla rottura definitiva dell’armonia tra la natura e l’uomo, che ha smarrito – a sua volta – il senso del sacro, divenendo schiavo del consumismo e della mercificazione. Nella lirica Poeta delle ceneri, infatti, Pasolini sente di vivere “come apostolo di un Cristo non crocefisso ma perduto”, e spiega come, mediante una scelta spontanea, si sia avvicinato al marxismo: Fu così che io seppi ch’erano braccianti, e che dunque c’erano i padroni. Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx. Basterebbe leggere il suo “quasi” testamento, scritto nel 1975, per capire che Pasolini non ha mai dimenticato le proprie origini e ha inseguito perennemente, non solo nella scrittura, qualcosa di classico: Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i classici. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati.

di GIACOMO RACCIS

Le verità della letteratura e quelle della Storia

I

l 21 novembre 1989, all’indomani della sua morte, i principali giornali italiani ricordavano Leonardo Sciascia, come l’“anticonformista che sfidò il potere”, “l’intellettuale contro”. È questa l’immagine che più tradizionalmente ci viene consegnata dello scrittore siciliano. Per questa strada Sciascia assume la statura di un’icona, quella del fustigatore del malcostume, del denunciatore delle collusioni tra mafia e politica. Eppure c’è qualcosa di più per cui varrebbe la pena oggi riprendere in mano i suoi libri, qualcosa che rende Sciascia un “classico” della letteratura prima ancora che dell’impegno civile, qualcosa che ne stacca il profilo sullo sfondo di tanti scrittori che ieri e (soprattutto) oggi cercano nella denuncia o nell’invettiva la propria investitura intellettuale. La carica etica che anima la sua verve accusatoria, l’icastica persuasività delle sue indagini e l’esemplarità delle sue rappresentazioni traggono tutte forza da una medesima fonte: la fiducia nella “superiorità ispirata” della letteratura. La sua posizione è quella di chi non può accettare che la realtà si limiti a uno strato di superficiale chiarezza, di apparente comprensibilità di fronte al quale l’uomo taciti le proprie domande: c’è un’intera tradizione letteraria pronta a riaccenderle (da Montaigne agli amati Pirandello e Brancati, passando per l’illuminismo di Voltaire). Per questo Sciascia ha sempre portato la sua attenzione su quei momenti della storia in cui il mistero ha imposto la propria presenza: dall’immaginario imbroglio del Consiglio d’Egitto fino alle tante ricostruzioni documentarie di piccoli e grandi casi irrisolti della storia, Sciascia ha sempre af-

frontato la sfida dell’ignoto dalla specola dell’«uomo di lettere» (definizione che preferiva a “intellettuale”, «termine di generica e imprecisa massificazione»), di cui collaudò un codice di comportamento fatto tanto di intransigenza morale quanto di spregiudicatezza creativa. Da questa prospettiva, la più pesante eredità che egli ha lasciato ai posteri è custodita in due libretti usciti a distanza di pochi anni: La scomparsa di Majorana (1975) e L’affaire Moro (1978). La scomparsa improvvisa del giovane fisico italiano nel 1938, il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana per mano delle Brigate rosse nel 1978 testimoniano, a due diversi livelli, l’impegno dello scrittore di fronte alla Storia. Una Storia i cui fatti si sono inevitabilmente trasformati in documenti, lettere e testimonianze scritte, uniche tracce certe e durevoli del passaggio in vita degli uomini. E se la realtà prende la forma delle parole, viene allora naturale utilizzare, per scomporla e comprenderla, quelle tecniche che specificamente con le parole hanno a che fare: gli strumenti dell’analisi letteraria, quelli della retorica, l’intertestualità sono i perfetti grimaldelli per penetrare oltre la superficie delle apparenze e accedere alla profondità del reale. Così Majorana può diventare lo scienziato che comprende prima degli altri la possibilità della fissione nucleare e decide di sparire, presagendo le nefaste conseguenze che quella scoperta avrebbe portato con sé. Così Moro può diventare l’autore di un lungo messaggio cifrato, fatto di informazioni velate e richieste d’aiuto, decrittabile sotto la retorica oscura da lui stesso codificata in tanti anni di attività politica e, proprio per questa, non compreso dai suoi destinatari. L’orgoglio della letteratura di fronte alle sfide della storia e della realtà quotidiana: questa è la lezione da recuperare dall’opera sciasciana. Una lezione che dovrebbe intrigare anche gli scrittori d’oggi, sempre più attratti dal “potenziale letterario” dei “buchi neri” della storia e della cronaca. Ma le loro riscritture, inquinate dalla fame di mistero del nostro presente televisivo, si accontentano di indicare ipotesi ambigue, che possono anche contraddirsi reciprocamente, lasciando in mano nulla più che un effetto di realtà. A questo contesto poco si adatta il nitore di pensiero di Sciascia, sicuro a tal punto del proprio “ruolo” da poter dichiarare la fallibilità e la parzialità delle proprie risorse per pronunciare una verità che non si pretende certo definitiva, ma sicuramente più affidabile di quelle tramandate dalla Storia.


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CLASSICI NORDICI/1

di SAVERIO SIMONELLI

Tunstroem, quasi un narratore di fiabe I

l classico deve parlarmi come da un altro luogo, deve dirmi qualcosa di me che non so ma che potrà eventualmente compiersi nella mia vita personale. Deve parlarmi da lontano nel tempo e anche nello spazio perché l’architettura della mia mente possa respirare, gonfiare la cassa toracica, far circolare aria nuova. Come quella che viene dal Nordeuropa, fucina di talenti senza scuole o salotti di appartenenza, che possiedono la qualità della luce volatile e cangiante delle aurore boreali, una luce che smaterializzando l’orizzonte penetra il paesaggio e lo cambia in continuazione per chi lo osserva. Una delle eccezioni meno note al grande pubblico e ai lettori di una letteratura del secondo novecento così urbana, ombelicale, così spesso compressa nelle sottigliezze da lettino di psicanalista. Il modello di questa idea di “classico dislocato” è la scrittura di Goran Tunstroem, poeta e narratore svedese scomparso il 5 febbraio del 2000 all’età di 63 anni, di cui l’editrice iperborea ha pub-

blicato in Italia sei romanzi, di cui il più noto è L’Oratorio di Natale. Ma perché Tunstroem può essere considerato un classico? Perché offre alla narrativa del Novecento l’invito a un matrimonio difficile eppure in lui immediato: quella tra la vertigine di un’immaginazione poetica, che lavora per accostamenti inconsueti e illuminazioni spiazzanti, e la necessità di una narrazione consequenziale e plausibile. Così nelle sue pagine, già a partire dagli incipit fulminanti, squaderna oggetti carichi di realtà, domestici, terrigni, agricoli – veniva dalla regione di confine tra Svezia e Finlandia, il cosiddetto Vaesterbotten, dove forse si diventa narratori come Robinson Crusoe per esorcizzare la solitudine – ma li accosta in modo inaspettato con un effetto potente di novità. “Papà è la mia mamma. Mi nutre con marmellata di moretta e mousse di licheni. Mi costringe a ingoiare olio di fegato di pescecane; mi pulisce il naso e stende su di me le sue ampie ali nella cucina di casa, quella

cucina che ha visto tante pagnotte nascere, tante pagnotte lievitare. C’è solo da chiudere gli occhi;: tante pagnotte, tanti pasticci, una boscaglia di strumenti che continuano a cantare a lungo dopo che i vivi li hanno lasciati nell’angolo accanto ai fornelli. Mozart Schubert, le quinte diminuite di Haydn.” Dai licheni al suono che aleggia nella cucina. Di qua un segno naturale, una traccia umida sulla pietra, di là l’immaterialità assoluta del suono. Nel mezzo c’è il metodo Tunstroem, un metodo immersivo, di una narrazione che diventa una sorta di realtà virtuale in cui la mente del lettore si muove incuriosita e affascinata, in attesa di trovarci dentro una cosa magari notissima ma in vesti nuove, dove addirittura un padre può essere madre. Come un narratore di fiabe Tunstroem dà agli oggetti un fascino da lettera maiuscola, un tocco di irripetibilità, ma dice al lettore che qualsiasi altra cosa può essere accostabile, che quel quadro così disegnato è uno spazio di possibilità, dove anche i suoi oggetti

CLASSICI NORDICI/2

possono trovare cittadinanza. È la rivelazione, commovente, che qualcosa che abbiamo potuto vedere mille volte miracolosamente diventa letteratura. Proprio quello che pensò il futuro Nobel irlandese Seamus Heaney quando si imbatté nella lirica di Patrick Kavanagh “Spraying the potatoes”: Quando incontrai “Irrorando le patate” nel vecchio Oxford book of Irish Verse, mi stupii che particolari di una vita che conoscevo intimamente, ma che avevo sempre considerato inferiore o estranea alla letteratura, fossero parte di un libro. I serbatoi di verderame per le patate che nella mia infanzia erano come una nota di colore in una vita campestre tutta grigia, eccoli lì, che facevano bella figura sulla carta stampata (…) Buche di patate con brina, solchi allagati, pozzanghere ghiacciate che si spezzavano, mucche munte, un bambino che intaglia lo stipite con un temperino e così via. Il mio non era un piacere consapevole e astratto del testo, ma un piacere primitivo nel trovare il mondo divenuto parola.

di SEBASTIANO BISSON

In bicicle!a con Karen Blixen H

o una foto, da qualche parte, di un pezzo di muro bianco con dell’edera e una striscia verde d’erba lungo il bordo inferiore. C’è un cespuglio, non molto alto, sulla destra, e al centro, ma non perfettamente al centro, una finestra dall’intelaiatura di legno bianco e vetri opachi, con del piombo dentro forse o della sabbia, non so bene, non mi intendo di vetri, ma ricordo quel vetro opaco che ho pensato dovesse filtrare il sole e la cosa parve strana a me che stavo lì, dietro alla finestra, perché ero in un paese nordico, dove tutti sono sempre assetati di sole. A causa del riflesso, la mia figura nella foto si intuisce appena, sono un fantasma, il fantasma di uno degli ospiti che passarono nel salotto di Karen Blixen, che fecero parte del suo cenacolo di scrittori e artisti. Uno dei tanti che si trattenne dietro le lunghe tende, ad annusare il profumo dei fiori, colti dal suo giardino sul retro. Quel giardino aveva voluto fosse anche un santuario per gli uccelli, e il luogo infine della sua sepoltura, una semplice lastra all’ombra di un albero. I cimiteri danesi hanno questo aspetto

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di luoghi stranamente vivi, sono soprattutto parchi, con molte piante curate, e prati. Le tombe sono diverse una dall’altra, non solo nell’aspetto ma anche per orientamento e disposizione, e questa difformità aumenta il loro fascino. Alcune sono semplici sassi con un nome scritto a mano; ci sono quadrati di pietra posati sull’erba; piccoli cippi con sculture: un gatto, un passero. Nel cimitero centrale di Copenaghen ho incrociato persone a passeggio, altre sedute a leggere, persino una ragazza a seno nudo sotto il sole, due passi più in là della lapide di Søren Kierkegaard. A casa di Karen Blixen arrivai con uno di quei treni colorati che aprono le porte in corrispondenza di punti precisi sulla banchina. Ci salii con la bicicletta, assieme ad altri della compagnia, ma senza difficoltà perché la bicicletta è il veicolo d’eccezione in Danimarca e ovunque è ben accolta. Quel giorno andavamo verso nord e ricordo il passaggio attraverso il parco reale popolato di daini, e lo scorcio di una spiaggia con gente che forse addirittura si bagnava nel Baltico. Dalla stazione di Rungste-

dlund è sufficiente puntare verso il mare, seguendo le indicazioni per la darsena; di fronte ad essa, su una leggera altura, c’è il Karen BlixenMuseet. Quel giorno ho pensato al motivo per cui amo i luoghi degli scrittori. Perché – mi chiedevo – stai qui immobile alla scrivania dove Karen Blixen scriveva, e guardi le lance incrociate alla parete, la sedia con i braccioli che pare quella del salotto di nonna, lo scudo africano, i libri dalla copertina mattone e ocra, il quadro con il bucero con l’occhio indagatore, perché guardi tutto questo e senti un languore che assomiglia ad una sorta di commozione? Mi risposi che essere lì, a captare il riverbero della sua attività creativa, aveva un qualcosa di sapido. Era facile in quell’istante capire la soddisfazione sottile e intensa della frase buttata giù sulla carta che improvvisamente sembra un piccolo capolavoro. Dal 1914 al 1931 Karen Blixen visse in Kenia, dove aveva una piantagione di caffè. Anche laggiù, oggi, c’è una casamuseo, poco fuori Nairobi. A guardare le foto si intuisce però come ci siano due mondi lontanissimi dietro le porte

I grandi scri"ori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scri"ori. Giuseppe Pontiggia

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delle case della scrittrice danese, due mondi che lei ha congiunto e mescolato, portando un po’ dell’uno nelle stanze dell’altro. In parallelo procede anche il suo cammino letterario, quello che parte da Sette storie gotiche (non so immaginare nulla di più nordico di un racconto gotico) e arriva a La mia Africa, omaggio celeberrimo alla terra che ospitò Karen in anni in cui l’Europa era un luogo prima martoriato e poi coperto da un cielo sempre più plumbeo. Karen Blixen ebbe nella sua vita grandi motivi di sofferenza: il suicidio del padre, la rottura del suo matrimonio, la morte in un incidente aereo dell’amante Denys Finch Hatton, il fallimento della piantagione di caffè che la costrinse a lasciare l’amata Africa. Il ritorno a Rungstedlund dovette essere amaro, avere il sapore di una sconfitta, ma la scrittrice reagì trasformando la tenuta di famiglia in un’oasi di rinascita, tempio del ricordo e della devozione alla natura, ritiro silenzioso dove scrivere e dipingere doveva venire semplice come il respirare.

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Orlando esplorazioni

SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

CLASSICI DEL FUMETTO

“Quando Tex spara fa sempre centro”

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siste una particolarissima categoria di scrittori che vive nelle officine sotterranee di alcune storie classiche per eccellenza; sono maghi silenziosi che soffiano nuova linfa vitale su personaggi che restano costantemente giovani. Da tempo mi interrogavo sul ruolo degli sceneggiatori dei fumetti. Il loro compito consiste nel manipolare con delicatezza una materia che ha a che fare con una tradizione lunghissima di storie inventate da altri, restando sempre con lo sguardo puntato all’orizzonte. Con discrezione sono scesa nei sotterranei del laboratorio di Tito Faraci e mi sono lasciata guidare nel Mondo delle Storie di Sotto.

to con piccole stilizzazioni che mi servono di supporto nella stesura della sceneggiatura. È importante ragionare per immagini). Ho iniziato come giornalista musicale e poi sono entrato in contatto con il mondo della Disney, in particolare col mio primo soggetto, Topolino. Ho letto una sceneggiatura fatta da un amico e ho pensato che avrei potuto mettermi in gioco. Il mio rapporto con Topolino è la chiave di volta di quello che ho poi portato avanti con tutti gli altri personaggi con cui ho lavorato . Cosa c’è di più classico di Topolino? Eppure sta qui la vera ricchezza: i protagonisti della Disney hanno la capacità di essere classici e non esserlo allo stesso tempo, sviluppando un profondo legame con l’attualità del quotidiano. Questo è molto raro per il fumetto popolare italiano, quello da edicola: questi fumetti sono spesso ambientati in mondi altri, dal lontano west alla dimensione dell’incubo in cui succedono cose straordinarie e inspiegabili. Gli abitanti di Topolinia e Paperopoli sono persone come noi, anche se sono animali antropomorfi possono vivere avventure ai confini del mondo o affrontare un problema casalingo, di rapporti relazionali con amici e fidanzate. La classicità è quella di un personaggio che ha dietro di sé una leggenda data da una lunghissima stratificazione di storie, l’attualità è questa capacità a cavarsela nel quotidiano, al passo con i tempi.

Qual è stato il primo soggetto su cui hai lavorato? Si intitolava Topolino campione terrestre. Arrivano gli alieni sulla terra, devono prendere un campione terrestre per analizzarlo e scoprire se gli abitanti del nostro pianeta possono costituire un pericolo. Ricevono fortissime vibrazioni dalla zona di Topolinia, in particolare da due forme di vita: Topolino e Pluto. Li rapiscono entrambi. Il campione terrestre si rivela essere Pluto, e non Topolino; quest’ultimo, proprio a causa del Tito Faraci conosce a memoria le strasuo ingegnarsi troppo, arriva solo a colde di Topolinia e Paperopoli, ma poslezionare una serie di simpatiche figusiede un’ottima preparazione anche sulle frontiere del Far West, il pianeta degli Evroniani, la New York di Peter Parker e gli scenari della Guerra Fredda di capitan America. Come è iniziato tutto questo? Ero un lettore appassionatissimo da bambino, avrei voluto fare il fumettista; identificavo questa attività con il disegno, cosa che ero totalmente incapace a fare (e ancora adesso, anche se mi aiu-

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racce con gli alieni. Questa storia conteneva in maniera istintiva un lavoro che da una parte era sul canone del personaggio, dall’altro lo guardava un po’ da fuori, cercando di demolire quell’immagine fin troppo diffusa di un Topolino infallibile e primo della classe, una vulgata di certo incrementata da lavori di sceneggiatura sbagliata, troppo spesso prodotti proprio in Italia. Il Topolino di un grande sceneggiatore come Scarpa, è un eroe della porta accanto che non ha nulla di tutto questo, anzi è fallibile, è debole, molte volte cade e deve rimettersi in piedi con la forza della propria tenacia; ha bisogno di avere amici accanto. Ecco, in Topolino è possibile identificarsi molto facilmente, molto più che con Paperino, che non riesce del tutto a dismettere quella maschera un po’ da commedia dell’arte. In questa mia prima sceneggiatura c’era in piccolo tutta la riflessione sul mito che ho poi proseguito ad analizzare nei miei lavori successivi.

dialogate (le cosiddette “pagine mute”). È un lavoro che però sparisce. Alla narrativa mi ha condotto una grande passione per la lettura, e anche la prospettiva di non avere filtri con il lettore. Questa esperienza è stata per me una Accanto alla tua attività di sceneggiaspinta a reinventarmi il mestiere di ractore per fumetti, di recente ti sei concontare. frontato con la narrativa, prima con una storia per ragazzi (Il cane Piero avventure di un fantasma, Piemme, Potendo invitare al pub uno dei perso2009) poi con un romanzo vero e pro- naggi con cui hai lavorato, a chi faresti prio (Oltre la soglia, Piemme, 2011). una telefonata? Adesso è in uscita il tuo prossimo la- È più facile credere che possa esistere un voro. Come vivi questi due mondi della personaggio come Topolino o Paperino, così vicini a noi, con i nostri stessi proscrittura? Il lavoro da scrittore è cominciato da po- blemi, che immaginare l’esistenza di un co. Sceneggiare una storia è diversissimo Dylan Dog o magari di un Tex. Hanno dallo scrivere un romanzo. Nel lavoro tutti forti carenze psicologiche derivate di uno sceneggiatore una piccolissima dal fatto che sono estremamente coeparte è affidata ai dialoghi, il grosso del renti con se stessi. Nella vita reale anche lavoro avviene nelle descrizioni delle la persona più buona ha il giorno in cui singole vignette, nelle pagine intere non si arrabbia tremendamente, ma quando Tex spara fa sempre centro. Questa terribile coerenza li riporta alla dimensione del mito, molto più che a quella umana. Mi riesce difficile immaginarli come persone reali o compagni di bevute, ma una serata al pub con Tex, a dirla tutta, la passerei volentieri.


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SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

INEDITI D’AUTORE/1 STATI UNITI

Orlando esplorazioni

Neeli Cherkovski

Noi della Beat, classici senza volerlo

DA MEMOIR-LAVORI IN CORSO DI NEELI CHERKOVSKI traduzione di OLGA CAMPOFREDA e FEDERICO TAIBI

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regory Corso era in estasi. Aveva appena cominciato un poema ambizioso dal titolo “Lettera alle genti di San Francisco”, un lavoro che non ha mai portato a termine. Portava con sé il quaderno sul quale il poema andava prendendo forma da un caffè di North Beach all’altro, agitandolo in aria. Lo beccai difronte alla chiesa di Saint Francis, me ne stavo lì seduto sui gradini ad assorbire un po’ di sole del tardo pomeriggio mentre guardavo attraversare la strada un vecchio italiano che pareva saltare fuori dai tempi di Benito Mussolini. Portava avanti un piede aiutato da un bastone, poi seguiva l’altro piede, infine traballava un po’, come a protestare per il traffico sulla Columbus Avenue. Gregory fece un commento sull’attraversamento del gentiluomo, poi passò dritto ai primi versi del suo poema che lesse a piena voce, “San Francisco, qui sono i tuoi poeti, ma dove la tua poesia?” L’epistola descriveva alcuni reading avvenuti nella zona di San Francisco, uno sguardo caleidoscopico mosso dalla nostalgia per i giorni stridenti della poesia Beat, quando le pareti dei caffè tremavano per l’eccitazione nei confronti di ciò che era ‘nuovo’. Gregory gridò “Io ti proclamo Città dell’Oscurità e Città della Luce”. Si fermò a riprendere fiato è lanciò un saluto a un musicista di strada che conosceva. Nel frattempo io pensavo che il poema di Gregory sarebbe stato pubblicato e avrebbe creato grande clamore. “Hai veramente dell’oro, qui dentro” gli dissi, “mi ricorda il Manifesto Populista di Ferlinghetti”. “No amico, non dirmi così. Ferl non è Mister Corso. Questo è un tentativo facile, la mia poesia ha profondità. Riuscirò ad esprimerla tutta. Tu vuoi il poema, ma hai il poeta, ma vuoi il poema. Tu ci hai provato a scavare? Io sto rimescolando la merda”. Prendendola come un’accusa personale dissi “Ma credevo ti piacessero le mie poesie!” E lui ritrattò: “Certo, certo. Ma non hai

afferrato: tutti voi ci date troppo dentro. È questo il problema.” Si cacciò in una tasca del cappotto il quaderno da cui stava leggendo, poi disse “Cazzo, andiamocene da qui. Prendiamo un taxi?” Gli dissi di no, che si stava sbagliando. Avevo solo pochi spiccioli in tasca e forse due dollari nel portafogli. Scocciato, ma ancora deciso, indicò in direzione di Russian Hill. Poco dopo arrancavamo a fatica lungo Pacific Avenue, diretti a Polk Street, dove ero stato solo poche sere prima, a un locale gay dove in genere rimorchiavo. Mentre camminavamo pensavo a come ce la saremmo cavata con i soldi e pensai di tornare a casa a prendere del denaro o a chiedere un anticipo sul mio stipendio. Entrambe le opzioni erano pura fantasia, così riposi la mia fiducia nel fato. Gregory, noncurante, era più su di giri che mai. L’espressione del suo volto mi suggeriva che ce la saremmo passata bene. Solo la notte prima eravamo stati a leggere “A Helen” di Poe, avanti e indietro per il mio appartamento. Una frase in particolare, La luce ambrata dentro la tua mano, ci mandò in estasi. “Pensa! Non avevano neanche l’elettricità, all’epoca!” aveva esclamato Gregory, […] “Devi avere orecchio, per Poe, non solo i suoi per i suoi versi, ma anche per il linguaggio, le singole parole.” Ma adesso eravamo alla ricerca d’azione e di qualcuno che ci avrebbe potuto concedere una serata di bevute e buon cibo, non di un poeta squattrinato. Quello di cui avevamo bisogno, suggerì lui, era di un benefattore, un angelo con un mucchio di soldi. Detto, fatto: ci trovammo davanti un indefinibile individuo in pantaloni rossi di poliestere. Sembrò venire fuori dalle pareti di una farmacia lì accanto. Non fu difficile per Gregory scoprire che questo teneva da parte un gruzzolo di venti dollari, cosa molto più interessante del suo aspetto. Dopo aver discorso un po’ del più e del meno, finimmo a fare la spola da un bar all’altro, bevendo Black Russian, whiskey, costoso bourbon, vodka scadente,

birra e qualunque altra cosa ci si presentasse. Il nostro amico era contento di pagare. Lavorava nelle assicurazioni e ci disse di essere solo. La sua vita aveva toccato il fondo. “io non ho nessuno” disse, ”fatta eccezione per mia madre, che vive a Dallas.” “Chiamiamola!” suggerì Gregory. Omero avrebbe descritto il nostro uomo come uno di quegli Achei gettati a forza nella battaglia contro i Troiani. C’era qualcosa di triste nelle sue espressioni, un disagio nei suoi occhi, anche se brillavano. Entrò nella cabina telefonica insieme a Gregory, mentre io stavo davanti alla porta aperta. “Ciao mamma, sono Monroe” […] Mentre meditavo tra me e me, Monroe ricordò a sua madre quanto l’amasse. Gregory esplose, “Hey, Monroe, dammi questo maledetto telefono— Ciao mamma, qui è Gregory Corso. Sono un poeta. Hai presente, la Beat Generation.” Ci fu silenzio dall’altro capo del telefono. “Suvvia, - gridò - sono quello che ha scritto della bomba, e del matrimonio, e del fatto che non ho mai conosciuto mia madre. Il mio amico Allen Ginsberg ha scritto il famoso poema Urlo, e poi c’è Kerouac, Jack Kerouac, quello di On the road. Afferrato, mami?” Qualsiasi cosa gli disse la donna alla cornetta dovette fargli piacere, “Certo, signora. I Beat. Il tempo e la vita. Esattamente. Noi, intontiti drogati.” Cercavo di immaginare la donna mentre parlava al telefono. Stava bevendo birra? Sgranocchiando patatine? Non lo avrei mai saputo. Tornammo al bancone con uno dei venti dollari di Monroe e ordinammo dell’altro da bere. Pochi minuti dopo lui tornò dicendo che sua madre voleva ancora parlare con Gregory. Così io rimasi a intrattenerlo. Per sdebitarmi gli dissi che avrebbe potuto venire da me ogni volta che voleva, gli avrei presentato gli altri del gruppo e avremmo parlato di poesia e politica no-stop. Arrossì quando gli dissi che sarebbe piaciuto a tutti,

che lui aveva carisma, che le donne di North Beach avrebbero fatto a pugni per lui. Le parole risuonavano pesanti nella mia testa, ma non riuscivo a smettere di parlare. “E amerai Specs” dissi, “è una sorta di caverna dove i forti bevitori vanno a darci dentro fino in fondo. E la colazione al Caffè Trieste è la migliore del mondo. Lo dicono anche gli europei”. Il mio panegirico terminò quando Gregory riapparve all’improvviso per dire a Monroe che la madre voleva che lui si lasciasse andare, che le era sempre stato attaccato alla sottana ed era ora che si staccasse. Monroe si chiese cos’altro potesse fare per lasciarsi andare. “Per cominciare potremmo andarcene tutti a cena” suggerì Gregory. Disse a Monroe di chiamare un taxi, cosa che fece, e in men che non si dica ci fiondammo alla Harris’ Steakhouse, uno sciccoso locale su Van Ness Avenue i cui prezzi proibitivi mi avevano sempre tenuto alla larga, nonostante il mio essere carnivoro. Passai in rassegna i piatti sul menù e ordinai il più costoso, entrecôte di manzo con un ricco contorno. Durante la cena, forse ispirato dall’alto tasso alcolico, Gregory diede lezioni a Monroe su come riuscire a scopare. Monroe disse: “Le donne mi spaventano, e mi sento solo. Tu e Neeli, voi lo sapete…” Gregory replicò: “Anche Neeli ha paura delle donne, perciò va con gli uomini. Ma almeno va con qualcuno”.

Neeli Cherkovski è un poeta di Los Angeles trapiantato dal 1975 a North Beach, San Francisco, biografo ufficiale di Bukowski e Ferlinghetti, grande compagno di bevute per chiunque ami ascoltare una storia al bancone di Specs. Autore di una decina di libri di poesia, in Italia è stato pubblicato nell’antologia Nuova poesia americana - San Francisco edita da Mondadori. È writer-in residence al New College of California, SF.

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SPECIALE SALONE DEL LIBRO TORINO 2013

INEDITI D’AUTORE/2 SPAGNA

Celso Castro. Tu!a la le!eratura era così, la descrizione di quella lo!a permanente, di quella lo!a persa El afinador de habitaciones di Celso Castro (Libros del Silencio, 2010) è la prima parte di una trilogia intitolata relatos del yo, incentrata sulle vicende di un diciassettenne di La Coruña rimasto orfano. L’azione si svolge nella periferia della cittadina galiziana, tra bar frequentati da piccoli delinquenti e spiagge nascoste in cui si portano le ragazze. Il protagonista è terrorizzato dal fantasma della madre suicida e si riempie di cognac ed anfetamine per combattere l’ansia. La traduzione è di Marco Gigliotti, co-direttore di Colla, marcgigliotti@tiscali.it *

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osì, vivendo in quell’equilibrio precario, in quell’apparente stabilità, era logico aspettarsi che una sciocchezza qualsiasi avrebbe demolito in un sol colpo –quella piccola costruzione idilliaca– e, inoltre, io me ne stavo tutto il giorno al chiuso, ed ero pallido, e con dei solchi intorno agli occhi per colpa degli occhialetti. e mi sentivo come un animale in gabbia, che andava da una parte all’altra della stanza, che si lamentava di tutto. e rosalia mi guardava con le sopracciglia inarcate e mi diceva che stavo cercando di – monopolizzare il nostro rapporto– la nostra relazione, e che già conosceva quelle astuzie, che aveva qualche anno più di me e –molta più esperienza– sentimentale, e che quando

io ancora dovevo imparare a camminare, lei già correva. e io le rispondevo —guarda che sei contorta…— e che si sbagliava, che io non stavo cercando di –m o n o p o l i z z a r e– che la smettesse con le stupidaggini e le arguzie inutili, che l’unica cosa che mi stava succedendo —è che soffoco qui, capisci— che ero sempre più ansioso. e prendeva la bottiglia e se la metteva davanti agli occhi —vedi? … guarda bene…me la sono bevuta quasi tutta, e niente!— e non esageravo, ero sempre più ansioso, e il cognac mi faceva sempre meno effetto, e uno di quei pomeriggi arrivò il colpo. e compare rosalia con la bottiglia avvolta in un foglio di giornale, e la verità è che non la portava mai avvolta in un foglio di giornale, la portava in una busta di plastica, ma io non ci feci caso e presi il foglio di giornale e lo buttai così, da una parte, sul letto. e mi verso un bicchiere bello pieno e me lo bevo in silenzio, e poi me ne verso un altro e lo sto bevendo e —gli altri non esistono? —immagino di sì… che c’è, ne vuoi? —sì… —oggi lo vuoi… —sì, oggi lo voglio… —ok, allora vai a prenderti un bicchiere… —molto gentile… —e portati questo foglio … —quello l’ho portato per te, è di qualche giorno fa… leggilo, magari impari qualcosa… e allora io prendo il foglio e lo apro, ché an-

cora aveva la forma arrotondata della bottiglia, come un calco, e leggo non so cosa riguardo agli investitori, che sono –allarmati– o qualcosa del genere, e lo giro e –TROVATO MORTO IN STRANE CIRCOSTANZE– e lì c’è la faccia di draque con gli occhi… disteso sull’erba, caduto, sul monte di san pedro, e lui –sotto stretta sorveglianza– e i –tre fori di proiettile– che aveva in testa, e un articolo o commento educativo e non privo di ironia –UN APPRENDISTATO DA SUPERUOMO– e guardo la fotografia di nuovo e la verità è che non riuscivo a smettere di guardarla. e fu un’intuizione, sì, qualcosa di assolutamente intuitivo, e vedo quell’angolo bianco fuoriuscire dalla tasca del giubbotto: il mio libro, il libro che gli avevo lasciato. e in quell’istante sento una tenerezza molto dolce che mi si rapprende in gola e mi inumidisce gli occhi, ed è anche ansia. e rosalia —che, che te ne pare?— — che me ne pare… mi sembra una buona cosa… mi sembra che non posso credere che tu abbia avvolto la bottiglia con questa notizia… di sicuro hai raggiunto un livello di insensibilità spaventoso… complimenti…— ma che non aveva nessuna importanza, già ero abituato, mi ero abituato a vivere tra imbecilli. imbecilli di merda! vivendo una vita di merda in una città di merda, e che per me la vita non era altro che quello, merda! e una lotta permanente contro quella merda, che

IL LESSICO DELL’APPUNTAMENTO

voleva ingurgitarci e assimilarci e trasformarci in merda. e che in fondo non era altro che questo, assimilazione! e che perfino la letteratura non era nient’altro che il riflesso di quell’assimilazione, e che io avevo appena finito di leggere il lazarillo e il guzman e il chisciotte, e non c’era altro che assimilazione dappertutto e che, per esempio, quando si riuniscono il baccelliere, il prete e il barbiere, ed esce il baccelliere a combattere contro don chisciotte, con il microrganismo estraneo, eh? le forze sociali, le difese, i leucociti, i fagociti, la descrizione dei fagociti che fagocitano, capisci? uscendo alla ricerca di quel microrganismo estraneo per attaccarlo, per neutralizzarlo… è tutta la letteratura era così, la descrizione di quella lotta permanente, di quella lotta persa –julien sorel, bovary, raskolnikov, nanà, karenina, samsa… tutti uguali, assimilati!– e avevano assimilato anche draque, e avevano avuto bisogno di tre colpi di pistola per assimilarlo. e chissà, forse un giorno sarebbe toccato a me, e sarebbero venuti a giustiziarmi per potermi assimilare definitivamente, e qualche stupido avrebbe scritto un articolo come questo. un apprendistato da superuomo! con tutte le sciocchezze superficiali che gli sarebbero venute in mente, e qualche idiota, eh? avrebbe avuto un’idea ancora più brillante: quella di usare la mia fotografia per avvolgere una maledetta bottiglia di cognac!

di GIORGIO BIFERALI

Dargen D’Amico: “I miei classici sono comuni”

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etterario, citazionista, giocoliere del linguaggio, sperimentalista (anche se lui nega di esserlo), ecco un’intervista inedita ad una delle figure più interessanti del panorama musicale contemporaneo, rapper, cantautore classe 1980, Dargen D’Amico, in occasione dell’uscita del suo Vivere aiuta a non morire (Universal, 2013) Italo Calvino considera classici “quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…». Cos’è un classico per te? Dal punto di vista letterario, quali sono i “tuoi” classici? Un classico è un libro che influenza per sempre. La forza impressionante di una forma e/o di un messaggio senza tempo evidentemente tocca sia gli scrittori sia i lettori. I miei classici sono comuni, li accetto. Non sono in grado di citarne qualcuno se non posso citarli tutti, ma anche se avessi l’effettiva possibilità di citarli tutti non avrei l’effettiva capacità di farlo. Nel brano Il Rap Per Me, dici: “A volte mi sento così lontano dalle cose che scrivo che le scrivo con le vertigini, altre volte così vicino che gli schizzi della bic mi sporcano il viso, come lentiggini.” È difficile, per te, trovare una giusta distanza dalla realtà e da tutto ciò che intendi rappresentare? E poi, concretamente, come lavori?

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Non cerco di trovare una distanza, sarebbe tempo perso perché nella realtà non è possibile, e quello che scrivo io è sempre nella realtà. Il processo di astrarsi è possibile solo ad alcuni grandi uomini ma nella mente, e parliamo di menti infinite che, proprio perché sono menti infinite, mi pare inutile prendersi il disturbo di cominciare a parlarne ché non si finirebbe mai. Io lavoro quasi esclusivamente per immagini, quindi attendo che mi si imprima l’immagine di partenza, quella che basterebbe da sola, quella che si muove anche se immobile poiché satura di movimenti e di esserini, ci ragiono anche inconsciamente qualche tempo e poi molto semplicemente la descrivo, chiaramente deturpandola, traducendola in parole, ma al momento non si può fare altrimenti. Attualmente uso quasi esclusivamente il telefono e il computer portatile, collegati tra loro. Capita molto raramente che per la prima stesura faccia uso della matita, una scelta sempre imposta da varie mancanze di corrente elettrica. Hai origini siciliane, ma sei nato e vivi a Milano. Nel brano Ex contadino rievochi atmosfere degne di un Pavese o di un Carlo Levi (“Al mio paese stanno raccogliendo l’uva, contano i giorni con le fasi della luna, in città ho perso tradizioni e

valori, quest’anno la vendemmia la faranno da soli”). Com’è il tuo rapporto con la metropoli? Sono nato a Milano, la mia famiglia è di Filicudi, il mio sangue, e in qualche modo sono grato per questo. Il mio corpo è milanese, se vuole dire qualcosa. La mia mente è apolide. La metropoli è maestra continua di disagi e apprensioni, spesso squalificanti per la salute ma ghiotti per chi vuole scrivere qualcosa di conciso e puntuale. Guardi questo volontariamente, vedi quello involontariamente, fai la somma. Non ci sono luci e ombre. È l’ordine in cui vivi le cose che fa la differenza per l’anima. Tu, perché, e per chi, scrivi? Non sarai l’ennesimo scrittore postmoderno che crede nella dissoluzione del “referente”? Più che del referente, delle referenze, che mi mancano. Non vedo altri metodi di occupare il tempo e soprattutto non so fare altro. E come se non bastasse quanto detto fino a qui, scrivere fa stare meglio, depura i residui tossici che si depongono nel cervello. È una specie di meretricio più generalista e socialmente qualificante, ma non è sempre stato così qualificante, ma comunque ora lo è, quindi spero che per la proprietà transitiva presto diventi più qualificante anche il metodo più classico di

meretricio, non capisco perché chi vende il corpo sia una puttana e chi invece vende le idee sia un’artista. Nessuno è artista se non lo sono tutti. Io cerco di stuzzicarmi, di diversificare la produzione per mantenermi curioso vivace, ma non ho insegnato nulla né inventato nulla, a meno che non sia successo involontariamente ma in quel caso non vale. Gioco con le parole perché dietro ad ogni parola c’è inchiodato un mondo, e giocare con i significati delle parole è come giocare con i mondi, roba da dèi.

Orlando n 3  

Rivista numero 3

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