New Tabloid - N1/novembre 2022

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Crocevia

Formazione

Periodico edito dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Numero 2 / 2022numero 1 nuova serie
Quel che l’Ordine vuole fare: un manifesto in 10 punti
La cronaca ai tempi del dlgs 188/2021: le voci da Pavia, Como, Milano Bussole Un confronto con i codici deontologici degli altri Paesi Tabloid new nuo v a seri e 1 Presunzione di innocenza Condanna per l’informazione NewTabloid_n1 interni2 FG ok.indd 1 17/10/22 13:28

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New Tabloid - Periodico ufficiale del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia

Poste Italiane S.p.a. Sped. Abb. Post. Dl n. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004 n. 46) art. 1 (comma 1). Filiale di Milano - Anno LI N. 2 / 2022 (numero 1 nuova serie)

Direttore responsabile: Riccardo Sorrentino

Direzione, redazione e amministrazione

Via Antonio da Recanate 1 20124 Milano Tel: 02/67.71.371 - Fax 02/66.71.24.18

Consiglio Ordine giornalisti Lombardia Riccardo Sorrentino: presidente professionista. Francesco Caroprese: vicepresidente pubblicista. Rosi Brandi: consigliere segretario professionista. Maurizia Bonvini: consigliere tesoriere professionista. Giuseppe Caffulli, Ester Castano, Fabio Cavalera: consiglieri professionisti. Paolo Brambilla, Roberto Di Sanzo: consiglieri pubblicisti

Collegio dei revisori dei conti: Roberto Parmeggiani (presidente professionista), Monica Mainardi (professionista), Angela Battaglia (pubblicista).

Direttore OgL: Elisabetta Graziani

Registrazione n. 213 del 26-05-1970 presso il Tribunale di Milano. Testata iscritta al n. 6197 del Registro degli Operatori della Comunicazione (Roc) Tiratura: 2500 copie.

Progetto grafico: Chiara Athor Brolli Chiuso in redazione il 17 ottobre 2022. Stampa: Prograf Soluzioni Grafiche di Francesco Formica

www.odg.mi.it
new Periodico edito dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Numero 2022 numero nuova serie Formazione Quel che l’Ordine vuole fare: un manifesto in 10 punti Crocevia La cronaca ai tempi del dlgs 188/2021: le voci da Pavia, Como, Milano Bussole Un confronto con codici deontologici degli altri Paesi Tabloid new 1 Presunzione di innocenza Condanna per l’informazione ©BillionPhotos.com NewTabloid_n1 interni2 FG ok.indd 2 17/10/22 13:28

A chi serve oggi l’Ordine dei giornalisti

Agli iscritti, se assicura loro diritti e doveri “rafforzati”. E ai cittadini, se sa essere presidio collettivo della libertà di informazione. Non sempre, fin qui, si è fatto al meglio. Anche per questo la legittimità - costituzionale e sociale - di questa istituzione va affermata e rafforzata nei fatti. Ecco da dove vogliamo cominciare

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Un presidio della libertà di informazione. Non risolutivo, ma fondamentale. È questa la funzione – la realtà razionale, per così dire – dell’Or dine dei giornalisti. La sua legge istitu tiva, che subito (all’articolo 2) introduce il concetto di «libertà insopprimibile di informazione e di critica», da noi ripe tuto giustamente in ogni occasione, e il testo unico delle regole deontologiche che prevede come primo dovere la difesa della libertà di informazione – ne parla a pag. 28 il presidente del Consiglio di disciplina lombardo, Paolo Della Sala –sono una dimostrazione chiara del ruolo che l’ordinamento affida a questo organismo.

Le ragioni di un Ordine: diritti e doveri rafforzati per gli iscritti. Le parole della legge non bastano, però. Tutta l’attività dell’Ordine deve ruotare attorno a questa libertà e alla sua difesa. Persino la tenu ta dell’albo ne è parte: riconosce – fatto importante anche per chi giornalista non è – diritti e doveri rafforzati a chi è in pos sesso della tessera. A cominciare dal di ritto (e dal dovere) – imperfetto quanto si vuole, ma previsto – di non rivelare le proprie fonti. Allo stesso modo, la deontologia non è l’imposizione di un’etica –quale, tra le tante oggi disponibili? – ma punta a sottrarre la valutazione di eventuali scorrettezze dei giornalisti all’esame della magistratura, liberandoli da

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sanzioni più pesanti; e la formazione ha lo scopo di dare strumenti che permettano sempre maggiore accuratezza, altro concetto centrale di ogni codice etico, in tutto il mondo. All’estero, là dove non esiste un Ordine, giornali e giornalisti hanno sentito ovun que l’esigenza di creare press councils per sviluppare almeno una di queste funzio ni, in genere quella deontologica. L’Ordi ne italiano, ente pubblico dotato di mag giori risorse – anche se appesantito dalle onerose procedure amministrative – può svolgerle, e deve svolgerle, con maggiore efficacia.

Le azioni dell’Ordine lombardo a difesa della libertà di informazione. Essere un presidio della libertà di informazione non è facile. Non si può neanche dire che questa funzione sia stata svolta nel passato con metodo e continuità. Il lavoro di riorientare strategicamente tutta l’attivi tà dell’ordine attorno al quel principio, di predisporre le possibili modalità di intervento, di avere una capillare rete informativa su quanto accade e quindi di diven-

tare attivi e non solo reattivi è ai primi passi. Le difficoltà al lavoro giornalistico create dal decreto della Presunzione di innocenza – a cui è dedicata un’ampia parte di questo numero – sono un impor tante esperimento: l’Ordine lombardo ha costituito una Commissione alla quale partecipa l’intero consiglio, alcuni colle ghi di cronaca nera e giudiziaria e alcuni esperti, con lo scopo di individuare tutte le strade possibili per affrontare il pro blema. Giungere a una valutazione della normativa da parte della Corte costituzionale è uno dei nostri obiettivi. L’Ordine è sicuramente un organismo con pochi poteri rispetto alle sue ambizioni. Il suo è il classico soft power, che dipende dalla sua credibilità e dalla sua capacità di rappresentare il giornalismo. «Siete divisi, su questo tema», ha obiettato un procuratore lombardo a cui erano prospettate le difficoltà poste dal decreto sulla Presunzione di innocenza, interpre tando una normale di versità di opinioni come assenza di una volontà univoca. È una frase che mostra le nostre diffi-

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Le azioni dell’Ordine lombardo a difesa della libertà di informazione
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coltà: il mondo dei giornalisti non è una comunità che possa tendere a una qualsiasi forma di omogeneizzazione. È più simile, piuttosto, a una città, molto diffe renziata. Esprimere una volontà unitaria – in nome del principio della libertà di informazione – non può allora che essere il frutto di uno sforzo consapevole e co stante.

Ribadire con i fatti la legittimità costituzionale dell’Ordine. L’esperienza straniera ci mostra che si può anche immaginare – come si è tentato di fare – di abrogare l’Ordine, ma non di cancellarne le sue funzioni. Molte delle critiche rivolte all’organismo sono allora immeritate. La centralità della libertà di informazione significa che l’Ordine attuale non ha nul la a che vedere con l’Albo dei giornalisti di fascistica memoria, da qualcuno pole micamente evocato. Né può essere ricon dotto alla cultura corporativa, viva anche nell’età repubblicana. L’Ordine non è uno strumento che possa limitare l’offerta di lavoro sul mercato, anche se la spro -

porzione tra domanda e offerta – soprattutto oggi – non può essere ignorata: la legittimità costituzionale dell’Ordi ne dipende strettamente dalla garanzia che offre all’accesso alla professione. La lunga sto ria dell’Ordine, i praticantati d’ufficio, i ricongiungimenti, gli allargamenti allo studio dei requisiti della legge, il press ba dge lombardo per le aree di crisi da poco introdotto mostrano lo sforzo dell’Ordine a rappresentare davvero anche chi è giornalista ma non è riconosciuto come tale.

Capire dove va l’innovazione giornalistica, a quali nuove figure professionali dà vita è allora essenziale e sarà costante attenzione di questa rivista (a pag. Xx). Le condizioni economiche della libertà di informazione sono altrettanto importan ti di quelle giuridiche, soprattutto in que sta fase di crisi dei modelli di business, che rende ancora più forte la tentazione di mescolare pubblicità, propaganda e informazione. Un rischio mortale, per il mondo del giornalismo.

Riccardo Sorrentino

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Ribadire con i fatti la legittimità costituzionale dell’Ordine
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SommarioSommario

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A chi serve oggi l’Ordine dei Giornalisti? di Riccardo Sorrentino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

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La questione del momento pag. 10 Insight Presunzione d’innocenza, una legge incompatibile con la libertà di informazione

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pag. 12

Perché la Riforma Cartabia punisce il diritto di cronaca di Giuseppe Guastella, Corriere della Sera pag. 16

Como traccia una strada: a parlare non è solo la Procura di Paolo Moretti, La Provincia di Como pag. 19

A Milano un percorso a ostacoli per chi fa giudiziaria di Benedetta Dalla Rovere, agenzia LaPresse pag. 22

A Pavia il silenzio sulla cronaca danneggia giornali e lettori di Maria Fiore, la Provincia Pavese 25 Bussole Appunti di deontologia

pag.26

Il “nostro” Consiglio di Disciplina fra tutela della libertà e sanzione di Paolo Della Sala, presidente del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia pag.29 Cos’hanno da dirci i codici deontologici degli altri di Guido Camera, avvocato cassazionista e presidente ItaliaStatodidiritto

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Formazione

Gli strumenti che ci servono pag. 34 Aggiornamento continuo: un manifesto in 10 punti di Francesco Gaeta, Innovation manager dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia

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37 Giornalismi

Il futuro che c’è già: casi, storie, persone

pag. 38 Insight

Come vanno i giornali locali? Non così male a dire il vero… pag. 40

Città sotto inchiesta: costruire credibilità nell’interesse dei lettori di Luca Rinaldi, coordinatore di Dossier, la sezione delle inchieste e degli approfondimenti di MilanoToday

pag. 44

Tempi limitati, spazi dilatati: il paradosso dell’informazione locale di Lorenzo Rinaldi, Direttore de il Cittadino pag. 46 Insight

Se c’è un futuro per l’informazione sta anche nei podcast pag. 47

Da Chora Media un podcast per ogni esigenza

Francesca Milano, responsabile dei podcast giornalistici di Chora Media pag. 51

“Sono Francesco Costa, questa è Morning: cominciamo” di Francesco Costa, vicedirettore de ilPost.it pag. 55

Manifesto dei media generativi

Valerio Bassan

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La questione del momento

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Insight

Presunzione d’innocenza, una legge incompatibile con la

libertà di informazione

LIl decreto legislativo 188/2021, in vigore dal 14 dicembre 2021, porta la firma del ministro di Giustizia Marta Cartabia (nella foto a fianco) del governo Draghi ed è stato emanato per recepire la direttiva europea 2016/343 sul rafforzamento della presunzione di innocenza delle persone indagate. Sulla scia del decreto legislativo del 20 febbraio 2006 numero 106 («disposizioni in materia di riorganizzazione dell’ufficio del Pubblico Ministero»), il decreto afferma il divieto per le autorità pubbliche di presentare l’indagato o l’imputato in un procedimento penale come “colpevole” prima che sia intervenuto un provvedimento definitivo di condanna. La violazione del divieto comporta il

diritto di chiedere di rettificare la dichiarazione resa.

Il giudizio sulla rilevanza pubblica dei fatti oggetto di indagine in corso è attribuita in via esclusiva alla magistratura inquirente

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Max Allegritti
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ASSEGNA AI MAGISTRATI IL GIUDIZIO SULLA RILEVANZA PUBBLICA DEI FATTI, RESTRINGE IL VENTAGLIO DELLE FONTI AL SOLO PROCURATORE, ALLUNGA I TEMPI DELLA COMUNICAZIONE: ECCO PERCHÉ QUESTA LEGGE VA CAMBIATA

I riflessi problematici della norma per chi fa informazione

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Gli effetti della normativa

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Rilevanza pubblica dell’informazione

Secondo il dlgs 188/2021 la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita soltanto quando sia strettamente necessario per la prosecuzione delle indagini o quando ricorrano rilevanti ragioni di interesse pubblico

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Modalità della comunicazione

Ove ricorrano i requisiti di rilevanza pubblica dell’informazione da divulgare, il Procuratore, o la persona da lui delegata, può comunicare esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenza stampa (dlgs 188/2021, art.3).

Il primo effetto è che il giudizio sulla rilevanza pubblica dei fatti e sulle rilevanti ragioni di interesse pubblico che rendono divulgabili informazioni relative alle indagini è attribuita in via esclusiva alla magistratura inquirente. È cioè la Procura a stabilire cosa sia rilevante conoscere e non chi fa cronaca. Il secondo è che è solo il procuratore, o la persona da lui delegata, a poterne dare notizia nei rigidi modi prescritti (comunicati o conferenza stampa), il che comporta un restringimento della pluralità delle fonti per chi fa informazione e un allungamento dei tempi della comunicazione, quasi sempre incompatibili con i tempi della cronaca. La normativa non fissa sanzioni chiare e lascia ampi margini ai singoli Procuratori per la sua interpretazione. In questi mesi essa è stata interpretata in modo difforme a seconda dei contesti: in molti casi i magistrati inquirenti hanno interpretato in termini fortemente restrittivi le disposizioni del decreto legislativo rifiutandosi di fornire ogni informazione alla stampa sui procedimenti in corso.

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Perché la Riforma Cartabia punisce il diritto di cronaca

Il decreto legislativo 188/21 va oltre gli intenti della direttiva europea che do veva recepire e rende più difficile fare informazione. Si entra nell’era delle no tizia a mezzo comunicato stampa.

di Giuseppe Guastella, Corriere della Sera

Con il varo del decreto legislativo 188/21 - la cosiddetta riforma Cartabia sulla presunzione d’innocenza - ora anche nelle Procure l’unico accesso alle notizie dovrebbe essere quello ufficiale

Negli ultimi mesi si è inesorabilmente ridotto il perimetro nel quale i cronisti possono muoversi per accedere alle informazioni, eroso più o meno subdolamente da difficoltà, inerzie, divieti e norme. Dopo le aziende pubbliche e non, dopo le istituzioni che affidano il loro rapporto con i giornalisti esclusivamente agli uffici stampa, con il varo del decreto legislativo 188/21 - la cosiddetta riforma Cartabia sulla presunzione d’innocenza - ora anche nelle Procure l’unico accesso alle notizie dovrebbe essere quello ufficiale. Dovrebbe. La riforma prevede che quando una notizia sia rite nuta dall’inquirente di “interesse pubbli co” i rapporti con la stampa siano tenuti dal solo Procuratore della Repubblica per mezzo di conferenze stampa o di comunicati, e che ciò avvenga rispettando la presunzione di innocenza delle persone indagate. La nuova normativa è stata varata con il decreto legislativo 8 novembre 2021 n. 188 perché, come siamo abituati a sentire troppo spesso, “ce lo ha chiesto l’Europa”. In verità, le cose stanno diversamente: nel 2019 una direttiva Ue affermò infatti che la “presunzione di innocenza” è un caposaldo della democrazia - com’è giusto che sia ed è scolpito nella nostra Costituzione - ma non

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ha affatto stabilito che debbano essere solo i Procuratori a dare le notizie, dopo aver valutato in proprio quali siano quelle di “interesse pubblico”.

Alcuni rischi…

Non è detto infatti che il giudizio dei Procuratori combaci con quello dei giornalisti, e soprattutto con quello dei cittadini, dato che ci sono innumerevoli esempi di valutazioni divergenti su cosa sia “di interesse pubblico”, ciò che induce a concludere che sarebbe meglio che ciascuno facesse il proprio mestiere. C’è anche il rischio che i magistrati siano portati, anche in buona fede, a comunicare solo ciò che interessa loro o sta a cuore alle forze di polizia.

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Fratello.Gracco

Sembra anche un’ipocrisia chiedere a un Pm di spendersi sul principio di non colpevolezza di una persona di cui ha ottenuto l’arresto, visto che evidentemente pensa esattamente il contrario.

Nei primi dieci mesi di applicazione della normativa si sono visti Procuratori arrampicarsi sugli specchi con comunicati che sono un incredibile esercizio di equilibrismo nel dire e non dire

C’è poi la questione dei dati che si possono o meno fornire alla stampa. Nei primi dieci mesi di applicazione della normativa si sono visti Procuratori arrampicarsi sugli specchi con comunicati che sono un incredibile esercizio di equilibrismo nel dire e non dire e, al tempo stesso, sono una aperta istigazione a delinquere ver so i giornalisti. Perché sono poi i cronisti - magari violando i teorici divieti di pub blicazione degli atti previsti dalla legge

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- a dover riempire gli spazi lasciati vuoti dai Pm per dare all’opinione pubblica un’informazione accurata ed obiettiva ed evitare suggestioni errate che potrebbero, quelle sì, danneggiare le persone reali. La stampa fa quasi sempre il suo dovere e - chissà come mai e grazie a chi - quegli spazi li riempie comunque.

… e alcuni effetti collaterali

Il dlgs 188/21 presunzione d’innocenza” ha anche portato con sé un ulteriore fenomeno, che ingenera un sospetto sui veri obiettivi della norma. Ha chiuso ancora di più ai giornalisti le porte dei magistrati che oggi rischiano, almeno in teoria, di subire un procedimento disciplinare per il solo fatto di parlare con un cronista. Ciò potrebbe alimentare il rischio di rapporti “clandestini” con chi è interessato a comunicare qualcosa, in un intreccio oscuro ed interessato tra magistrati e giornalisti “fidati”. Rapporti che potrebbero anche avere un nobile fine se servissero a far emergere notizie che o erroneamente non vengono ritenute di interesse pubblico oppure volutamente vengono nascoste alla stampa e non per esigenze investigative. Non mancano anche comici effetti secondari.

Capita, infatti, che nelle grandi Procure i capi debbano diffondere in un solo giorno più comunicati sulle operazioni delle varie forze di polizia e che riescano a farlo solo a sera, quando ormai la notizia è “sfuggita” ed è già è sui siti

Capita, infatti, che nelle grandi Procure i capi debbano diffondere in un solo giorno più comunicati sulle operazioni delle varie forze di polizia e che riescano a farlo solo a sera, quando ormai la notizia è “sfuggita” ed è già è sui siti. Succede pure che uno di questi procuratori, proprio perché è obbli gato a mettere il visto su qualunque comu nicazione, sia costretto a diramare in un’en fatica nota una brillante operazione che ha portato al sequestro di “cinque cuccioli privi di microchip” e alla denuncia di due trafficanti di animali. C’è da chiedersi, infine, se la presunzione di innocenza debba valere solo nelle indagini preliminari, come è sacrosanto, e perché non debba essere rispettata anche nei successivi vari gradi di giudizio. La riforma Cartabia non impone ai giudici di diffondere le notizie delle assoluzioni di quelle stesse persone che erano state arrestate. Se la loro cattura era di interesse pubblico non lo è anche il fatto che poi sono state scagionate?

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Como traccia una strada: a parlare non è solo la Procura

Una interpretazione meno restrittiva della riforma Cartabia da parte del capo dei Pm lascia anche alle Forze di Polizia la possibilità di fornire informazioni: assicurata la pluralità di fonti necessarie a una corretta informazione. di Paolo Moretti, La Provincia di Como

L’

Il decreto legislativo 188/2021 sulla “presunzione d’innocenza” è senz’ombra di dubbio uno dei provvedimenti più dannosi e lesivi della libertà di stampa degli ultimi anni

incontro con la stampa dei nuovi questori, così come quello dei nuovi ufficiali dei carabinieri o della guardia di finanza, da diversi mesi a questa parte ripropone il medesimo refrain: «Come sapete la legge Cartabia ha ridotto notevolmente la nostra possibilità di comunicare con voi». A cui, immancabilmente, viene aggiunto: «Ma la stampa ha un ruolo importante per diffondere la cosiddetta sicurezza percepita». Tradotto: le notizie sui procedimenti penali e sugli arresti vediamo se darvele, ma se c’è bisogno di farci pubblicità contiamo su di voi. Il decreto legisla tivo 188/2021 sulla “presunzione d’innocenza” è sen z’ombra di dubbio uno dei provvedimenti più dannosi e lesivi della libertà di stampa degli ultimi anni. Ed è anche una delle norme che maggiormente sottrae alla professione giornalistica una delle sue prerogative: comprendere e decidere quale notizia abbia o meno rilevanza pubblica. Non potendo limitare normativamente il diritto di cronaca, in quanto ogni provvedimento in tal senso sarebbe a rischio di incostituzionalità, ormai da diversi anni – un po’ in tutti i settori – la strategia alternativa adottata per limare la libertà a informare, è quella di erodere la possibilità di accedere alle fonti. La riforma Cartabia, nel campo della cronaca giudiziaria, è ri

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uscita nell’impresa di delegare ogni decisione circa la divulgazione o meno di notizie a una sola figura: il capo della Procura. Che, almeno nell’intenzione della norma, diventa non solo l’unica fonte per i giornalisti, ma anche la persona che, al posto dei professionisti dell’informazione, è chiamata a decidere quando, come e perché comunicare informazioni relative ai procedimenti penali. E, soprattutto, se quelle informazioni sono di interesse pubblico o meno. Una contrazione così clamorosa del diritto dei cronisti di attingere da più fonti d’in formazione crea situazioni profondamente differenti da provincia a provincia, da Pro curatore a Procuratore. C’è chi ha imposto il silenzio assoluto su ogni procedimento, limitando i comunicati stampi a pochi fatti dove regolarmente vengono omessi dati,

Nel campo della cronaca giudiziaria, si è riusciti nell’impresa di delegare ogni decisione circa la divulgazione o meno di notizie a una sola figura: il capo della Procura

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particolari, circostanze che consentano talvolta anche solo di comprendere il fatto di cui si parla, e c’è chi invece ha interpretato in maniera più larga il dettato normativo.

Nella realtà comasca, dove mi occupo da anni di cronaca nera e giudiziaria, il procuratore capo uscente ha intrapreso la seconda via. E ha diffuso una nota a tutte le forze di polizia nella quale lascia loro facoltà di comunicare con i giornalisti. In particolare si legge: «Le Autorità diverse da questa A.G. che decidano di rilasciare dichiarazioni relative a procedimenti penali non dovranno chiedere una preventiva autorizzazione al procura tore della Repubblica ma saranno tenute al rispetto del segreto investigativo e di quanto previsto dall’art. 2 del decreto legisla tivo 188/2021». Sul segreto investigativo, nulla è cambiato. Ri guardo l’art.2 della norma Cartabia il riferimento è al passaggio in cui «è fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili».

Così interpretato, l’impatto del decreto legislativo 188 è senz’ombra di dubbio attenuato. Perché i giornalisti possono ancora rivolgersi a una pluralità di fonti

Ciò che resta vincolante, e che passa inevitabilmente dal procuratore, è invece il comunicato stampa o la conferenza stampa. Così interpretato, l’impatto del decreto legislativo 188 è senz’ombra di dubbio attenuato. Perché i giornalisti possono ancora rivolgersi a una pluralità di fonti. Al contrario, un’interpretazione più rigida finirebbe per avere un effetto paradosso, rispetto allo stesso prin cipio della norma. Come noto, gli atti dei procedimenti penali a disposizione delle parti non sono più segreti. E quindi i gior nalisti, del tutto lecitamente, possono con tinuare ad averli e ad usarli per fare cronaca giudiziaria. Chiedendoli ad altre parti del processo. Con il problema, ben sottolineato da Luigi Ferrarella, tra i più autorevoli giudiziaristi italiani, che avremmo “l’effetto di favorire quei legami incestuosi che si proclama di voler spezzare” proprio con la legge Cartabia.

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A Milano un percorso a ostacoli per chi fa giudiziaria

I comunicati stampa introdotti dalla riforma Cartabia inquadrano solo alcuni aspetti delle inchieste: lo slalom tra note ufficiali, fonti informali e indiscrezioni rischia di alimentare il “mercato nero” delle notizie. di Benedetta Dalla Rovere, agenzia LaPresse

Un medico accusato di aver abusato delle pazienti che si presentavano nel centro che dirigeva nel cuore di Milano. Visite immunologiche che diventavano improbabili e invasivi accertamenti ginecologici. Il trauma raccontato da 6 ragazze, che hanno fatto mettere tutto a verbale e lo hanno ripetuto davanti al gip nel corso dell’incidente probatorio. Esperienze analoghe riferite da altre giovani che si sono fatte avanti in un secondo momento e hanno denunciato. L’avvo cato difensore del medico che invoca la legge Cartabia, sostenendo che riportare questo grave fatto di cronaca leda i diritti dell’indagato e minaccia azioni legali. Questo è solo l’esempio più recente in ordine di tempo che bene illustra come in questi mesi si sia complica to il lavoro quotidiano dei giornalisti che si occupano di cronaca nera e giudiziaria. Anche a Milano, dove da sempre c’è un clima di apertura da parte della Procura e delle Forze dell’Ordine nei confronti dei media, il cambio di passo si è avvertito. La maggior parte delle notizie, raccolte da inquirenti e investigatori, prima di essere divulgata deve ottenere il necessario via libera della Procura e può essere divulgata solo quando si ravvisi un interesse pubblico. E non sempre i tempi della giustizia coincidono con quelli della cronaca né la selezione e il “taglio”

Anche in questa città, dove da sempre c’è un clima di apertura da parte della Procura e delle Forze dell’Ordine nei confronti dei media, il cambio di passo si è avvertito

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La ricerca delle notizie si è trasformata sempre più in un percorso ad ostacoli. Uno slalom tra note ufficiali, fonti informali e indiscrezioni che ha l’effetto di alimentare il “mercato nero” delle notizie

scelto coincidono con le esigenze di chi scrive.

Con l’introduzione della legge Cartabia, la ricerca delle notizie si è trasformata sempre più in un percorso ad ostacoli. Uno slalom tra note ufficiali, fonti informali e indiscrezioni che ha l’effetto di alimentare il “mercato nero” delle notizie.  Senza contare che i comunicati alle volte inquadrano solo alcuni aspetti delle inchieste, non abbraccian done per intero la complessità o non raccontandone l’iter. È il caso di una recente indagine della Dda milanese. Un comuni cato della Procura del luglio scorso ricordava che era stato «no tificato un avviso di conclusione delle indagini nei confronti di 27 indagati ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, traffico di droga ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso» e «contestualmente eseguita anche un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 4 soggetti ritenuti

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Fa Barboza

autori di estorsione». Diversa era la versione che poteva leggere chi si fosse procurato, con “metodi informali”, l’ordinanza. Il Pm nell’aprile del 2021 aveva chiesto al gip 27 arresti, ma il gip li aveva respinti escludendo l’associazione mafiosa per i 10 a cui era contestata. Il Gip aveva anche escluso le esigenze cautelari per tutti e 27 gli indagati, pur ritenendo i reati gravi ed esistenti, mentre aveva accolto un supplemento d’indagine che riguardava una grave estorsione, disponendo gli arresti per 3 persone e l’obbligo di firma per una quarta. Un problema di punti di vista, certo. E di sicuro non il più complesso da affron tare.

Solo nell’ultima settimana, in un paio di occasioni, chi dalle redazioni milanesi chiamava le forze dell’ordine chiedendo il nome e l’età di un operaio morto sul lavoro si è sentito negare le informazioni «perché la legge Cartabia non lo consente». E ancora, tornando indietro di qualche mese, sempre invocando la norma, nel marzo scorso il sindaco di un paese in provincia di Lecco si è rifiutato di confermare che un jet fosse precipitato su uno dei versanti del vicino Monte Legnone e che i piloti fossero morti nello schianto. E questo, nonostante in rete ci fossero già i video che mostravano l’incidente.

Di casi simili ognuno di noi ne potrebbe citare decine. Quella della norma in vigore ormai da un anno è diventata una “coperta” che permette di omettere, mo dificare o edulcorare le informazioni che vengono fornite alla stampa, pretenden do che i giornalisti si accontentino della versione ufficiale e dopo aver riportato qualche riga di uno scarno comunicato, rinuncino ad approfondire. Una “coperta” alle volte invocata anche da chi, come le amministrazioni comunali, non avrebbe titolo per farlo. O addirittura richiamata per non fornire informazioni relative a sentenze ormai passate in giudicato da anni e che rientrano ormai a pieno titolo nella storia giudiziaria del nostro Paese. Con il rischio che, con l’inaridirsi delle fonti, ci si trovi a dare spazio a indiscrezioni e mezze notizie, la cui verifica risulta più tortuosa rispetto a pochi mesi fa. Con buona pace della presunzione di innocenza.

La norma in vigore ormai da un anno è diventata una “coperta” che permette di omettere, modificare o edulcorare le informazioni che vengono fornite alla stampa, pretendendo che i giornalisti si accontentino della versione ufficiale

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A Pavia il silenzio sulla cronaca danneggia giornali e lettori

La paura di sanzioni ha fortemente ristretto i flussi di informazioni: la comu nicazione dalla Procura si limita ormai a fatti eclatanti, già noti al pubblico. di Maria Fiore, la Provincia Pavese

La legge, attraverso la comunicazione unidirezionale dei procuratori capo, che possono decidere quali fatti sono di interesse pubblico e quali non lo sono, finisce per impoverire i giornali e mette a rischio la loro stessa sopravvivenza

La legge sulla presunzione di innocenza voluta dalla ministra Cartabia, proposta e approvata come una norma di garanzia per chi è sottoposto a un procedimento penale, porta con sé, al di là delle intenzioni, diversi effetti collaterali. Le conseguenze più immediate riguardano il lavoro dei giornalisti e gli stessi lettori. I primi costretti a fare i conti, ogni giorno, con gli ostacoli imposti dalla norma sull’accesso alle fonti e alle notizie. I secondi perché esclusi dalla possibilità di venire a conoscenza di fatti di cronaca, spesso gravi e rilevanti. Così può accadere, ad esempio, che per due settimane resti sotto silenzio l’arresto per frode fiscale di un noto imprenditore di Vigevano, per ché la procura di Pavia ha ritenuto di non comunicare il provvedimento. Ma a rimetterci, oltre ai giornalisti e ai lettori, è anche la qualità dei giornali. La legge, attraverso la comunicazione unidirezionale dei procuratori capo, che possono decidere quali fatti sono di interesse pubblico e quali non lo sono, finisce per impoverire i giornali e mette a rischio la loro stessa sopravvivenza. La cronaca giudiziaria e nera raccontano la vita e le storie delle persone attraverso un lavoro che, nella sua essenza, non è cambiato nel tempo, nonostante l’innovazione digitale e i nuovi

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canali di informazione. Un lavoro che richiede sacrificio quotidiano, fatto di contatto diretto con le fonti, di relazioni basate sulla fiducia, vincolato al rigido rispetto delle carte deontolo giche e sottoposto a verifica continua (commettere errori in un articolo di cronaca giudiziaria espone pesantemente il giorna lista, anche di fronte alla legge). Un lavoro che richiede tempi lenti e approfondimento, l’opposto dell’informazione rapida e superficiale che danneggia la credibilità della nostra categoria, e quindi più che mai necessario.

La legge sulla presunzione di innocenza mette in discussione il valore che ha oggi questo aspetto del mestiere, soprattutto in una fase di crisi come quella che l’informazione sta vivendo. Il potere accentrato nelle mani dei Procuratori, che il più delle volte, come accade da mesi a Pavia, comunicano solo attraverso note stampa, mina la possibilità per un giornalista di fare domande e di accedere direttamente alle fonti, la base per un lavoro di qualità. Allontanare un giornalista dai corridoi della

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procura, come è accaduto alla sottoscritta mesi fa, giustificando la decisione con «le nuove disposizioni», significa proprio questo: impedire di fare domande e ostacolare la possibilità di fare verifiche dirette, non mediate da “veline” o comunicati stampa.

Il cronista di giudiziaria prova a farsi tramite del bisogno di giustizia che proviene dalla società, di chi è vittima di un reato o di chi è sotto processo a volte da anni

La battaglia per respingere il principio alla base della legge, perciò, è anche una battaglia per preservare la qualità dei giornali che ogni giorno arrivano nelle mani dei lettori

Il giornalista che scrive di cronaca giudiziaria o nera non è, come vorrebbe la narrazione dominante, un sadico in attesa di poter sbattere il mostro in prima pagina. Al di là dei limiti e degli errori che si possono com mettere, il cronista di giudiziaria prova a farsi tramite del bisogno di giustizia che proviene dalla società, di chi è vittima di un reato o di chi è sotto processo a vol te da anni. Concretamente con la legge in vigore non si possono (o comunque è sempre più difficile) fare domande sull’esito di una indagine, sul lavoro del magistrato (che non a caso, secondo la legge, non dovrebbe nemmeno più essere citato come a capo di una indagine) o verificare i tempi spesso lunghissimi dei procedimenti, mortificando la stessa funzione che il lettore ci chiede di assumere. A Pavia, come in altre piccole procure, dall’entrata in vigore della legge si respira un clima da “caccia alle streghe”. Le fonti che consentivano al giornalista di fare il suo mestiere con libertà, avendo a disposizione tutte le informazioni necessarie per poter scrivere un articolo con equilibrio e imparzialità, restano ora in silenzio, terrorizzate dalle circolari che minacciano procedimenti disciplinari e sanzioni. In questi mesi, dunque, solo il procuratore capo, Fabio Napoleone, ha fornito le comunicazioni che riteneva di dare. Una comunicazione che il più delle volte si è limitata a fatti eclatanti, già noti al pubblico e media ticamente più clamorosi. Ma le piccole vicende, quelle che riguardano i fatti più vicini alla vita concreta della gente comune, soprattutto nei territori, sono rimaste inaccessibili.

La battaglia per respingere il principio alla base della legge, perciò, è anche una battaglia per preservare la qualità dei giornali che ogni giorno arrivano nelle mani dei lettori. Una difesa che non può restare nelle mani di poche decine di giornalisti addetti ai lavori, perché è in gioco più di quanto si possa ora immaginare.

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Il «nostro» Consiglio di Disciplina fra tutela della libertà e sanzione

Il dovere di essere libero è la prima regola deontologica di un giornalista: cu stodire questo valore più che sanzionare il singolo è il vero compito dell’azione disciplinare e sarà il principio ispiratore della nostra azione di Paolo Della Sala, presidente del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

La Corte Costituzionale (sent. 168/1971) ha affermato che l’art. 21 della Costituzione, posto a tutela della libera manifestazione del pensiero, “è forse il più alto dei diritti primari fondamentali”.

Per definire la funzione del Consiglio di Disciplina Territoriale è opportuno, a mio avviso, partire da qui: solo interpretando un organo di giustizia, quale è il Consiglio di Disciplina, come strumento di tutela della libertà di tutti e non di pu nizione del singolo si può trovare una linea di valori condivisi da porre a base dell’azione disciplinare per la violazione di regole deontologiche.

La dignità della professione di giornalista trova nel “dovere di essere libero” la sua prima regola deontologica

I nostri principi deontologici, infatti, si fondano su tre articolazioni del ‘dovere’ di libertà: libertà di espressione, di informazione e di critica; difesa della libertà di opinione e rispetto dei diritti fondamentali delle persone; indipendenza.

Per certi aspetti possiamo dire che, per il giornalista, queste declinazioni del concetto di libertà non costituiscono un diritto, ma un obbligo.

La dignità della professione di giornalista trova nel “dovere di essere libero” la sua prima regola deontologica.

Il giornalista, ad esempio, non deve prestarsi a iniziative pub

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blicitarie o aderire ad associazioni segre te e non può accettare pagamenti o favo ri o incarichi che possano condizionarne l’autonomia.

Il giornalista, per tutelare la propria libertà, ha quale «obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti»

Il giornalista, per tutelare la propria libertà, ha quale «obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti»: la violazione di questo principio costituisce, pertanto, un atto di disprezzo nei confronti della libertà di informazione, prima che una violazione deontologica.

La deontologia professionale (considerata una sorella minore della cultura professionale) è tollerata ma non “amata” perché viene impropriamente letta come strumento di limitazione, se non di oppressione sanzionatoria.

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Adrian Pingstone

Questo obbiettivo può essere conseguito solo esercitando la propria funzione di garanzia con indipendenza assoluta e, per quanto possibile, “prendendo le distanze dalle proprie opinioni”

Le nostre linee di azione: velocità e trasparenza nel decidere Il nostro Consiglio di Disciplina, sia pure coi limiti che necessariamente contraddistinguono l’applicazione della giustizia in ogni sede, si pone l’obbiettivo di ribaltare questa visione errata e di portare la funzione disciplinare nell’alveo che gli è proprio: quello della tutela dei valori condivisi e della tutela della libertà di pensiero. Questo obbiettivo può essere consegui to solo esercitando la propria funzione di garanzia con indipendenza assoluta e, per quanto possibile, “prendendo le distanze dalle proprie opinioni” quando si è chiamati a valutare le opinioni altrui espresse nell’e sercizio della professione: la nostra società è piena di temi fortemente divisivi sul piano dei principi (si pensi alla bioetica, alla libera manifestazione delle inclinazioni sessuali, al tema della immigrazione, per non parlare della religione e delle opinioni politiche). L’indipendenza, in linea di massima, è assicurata dal meccanismo di nomina dei componenti del Consiglio che assegna l’individuazione dei suoi componenti al Presidente del Tribunale. Più complesso, inevitabilmente, è l’equilibrato esercizio del ruolo giudicante. Per assicurare il più possibile il rispetto di questa condizione si intende lavorare secondo alcune direttrici principali: rendendo celeri i procedimenti e trasparenti le motivazioni delle decisio ni adottate e attivando iniziative di carattere preventivo e di vulgativo (le regole devono essere note e ‘comprese’ per poter essere rispettate). L’equidistanza di chi giudica, infatti, trova la sua principale difficoltà operativa nella mediazione fra l’obbli go di garantire la libertà di pensiero e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone che il comportamenti degli iscritti talvolta lede. Solo una migliore conoscenza e accettazione dei principi deontologici da parte degli iscritti e una maggiore consapevolezza dei problemi della professione da parte di chi è chiamato a giudicare può, probabilmente, aiutare ad un esercizio fruttuoso della giustizia disciplinare. Servono attenzione reciproca e disponibilità a mettere in discussione i propri pregiudizi. Come dice Gene Wilder in Frankestein Juinor: “si può fare!”.

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Cos’hanno da dirci i codici deontologici degli altri

Segretezza delle fonti, presunzione d’innocenza, interesse pubblico della no tizia: cosa emerge da una panoramica dei testi che regolano la professione giornalistica in alcuni Paesi esteri. di Guido Camera, avvocato cassazionista e presidente ItaliaStatodidiritto

Le regole deontologiche hanno un ruolo fondamentale nel diritto dell’informazione. Esse sono delle norme cogenti per gli iscritti all’albo, dalla cui violazione scaturisce l’illecito disciplinare. Inoltre, nei giudizi per responsabilità civile e penali derivanti dall’esercizio della professione di giornalista, costituiscono parametri essenziali per inquadrare correttamente la condotta incriminata. La Cassazione, in proposito, ha spiegato che integrano dei precetti di carattere generale, che hanno forza e valore di fonte normativa e dal cui rispetto può derivare l’esonero di responsabilità per il giornalista (si veda no, in particolare, Cass. pen. n. 16145/2008, nonché Cass. civ. n.12834/2014).

La deontologia non è solo la prima difesa del singolo giorna lista; lo è anche del prezioso ruolo sociale che la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo gli attribuiscono per garantire la libertà di espressione dell’opinione pubblica. Per essere una difesa efficace, è importante che i Codici deontologici siano il più possibile “vivi”, cioè capaci di adattarsi con tempismo ai mutamenti della società; perché la deontologia nasce dall’esperienza pratica quotidiana, e disciplina una professione versatile

Per essere efficaci è importante che i Codici deontologici siano “vivi”, cioè capaci di adattarsi con tempismo ai mutamenti della società: la deontologia nasce dall’esperienza quotidiana

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Se si passano in rassegna le carte deontologiche che svolgono il ruolo di “bussola” per i giornalisti stranieri, si può riscontrare l’esistenza di valori “universali” della professione, e prendere spunto per dei miglioramenti alle regole nazionali

e dinamica, il cui obiettivo è garantire una mediazione intellettuale altamente qualificata e affidabile tra notizie e opinione pubblica, i cui unici limiti devono essere verità, indipendenza e interesse pubblico del fatto narrato o commentato. Nella società globale, un aiuto può venire dall’esame comparato con le disposizioni in vigore negli altri ordinamenti. Se si pas sano in rassegna le carte deontologiche che svolgono il ruolo di “bussola” per i giornali sti stranieri, si può riscontrare l’esistenza di valori “universali” della professione, e prendere spunto per dei miglioramenti alle regole nazionali. Ovunque, ad esempio, le disposizioni deonto logiche sanciscono che il giornalista ha una funzione “sociale” primaria, cioè quella di garantire il diritto dei cittadini all’informazione.

La responsabilità verso il pubblico Questa attività diventa una vera e propria missione, soprattutto negli ordinamenti meno sensibili alle libertà; basta pensare che l’articolo 1 dello “Standard etico dei media” della Federazione russa prescrive ai giornalisti di fare “tutto il possibile per favorire l’accesso ai media per l’opinione pubblica”, che ha il diritto di ricevere “informazioni affidabili, complete e presentate in modo imparziale (…) non distorte, corrispondenti allo stato reale delle cose del mondo”. Nella stessa direzione, il preambo lo del Codice deontologico svizzero stabilisce che “la respon sabilità del giornalista verso il pubblico prevale su qualunque altra responsabilità, in particolare su quelle che lo legano ai da tori di lavoro o agli organi statali”.

Fonti e segreto professionale

In Francia, la dichiarazione di Monaco statuisce che “i giornalisti chiedono il libero accesso a tutte le fonti di informazione e il diritto di indagare liberamente su tutti i fatti che condizionano la vita pubblica. In tal caso, il segreto pubblico o privato può essere invocato nei confronti del giornalista solo in via eccezionale sulla base di motivi chiaramente espressi”. La tutela del segreto professionale è condizione per l’esercizio della profes

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sione di giornalista, tant’è che ne viene riconosciuta l’indispensabilità nella maggior parte delle carte deontologiche.

Presunzione d’innocenza

Anche il rispetto della presunzione di innocenza è un valore fondante del giornalismo nelle società democratiche. Le regole tedesche in materia, ad esempio, stabiliscono che “le relazioni sulle indagini, sui procedimenti giudiziari penali e su altri procedimenti formali devono essere esenti da pregiudizi. Il principio della presunzione di innocenza si applica anche alla stampa”.

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Jana Shnipelson

L’“interesse pubblico” della notizia è essenziale per comprendere quali sono i limiti all’attività del giornalista nella fase di ricerca delle notizie e in quella di divulgazione

Interesse pubblico della notizia Dalle Carte deontologiche straniere, come detto, possono venire anche insegnamenti importanti per migliorare le nostre regole interne. In particolare, il riferimento va alla nozione di “interesse pubblico” della notizia, la cui definizione è essenziale per comprendere quali sono i limiti all’attività del giornalista, sia nella fase di ricerca delle notizie, sia di divulgazione delle stesse. In Italia, questo parametro è rimesso, caso per caso, alla discrezionalità del giudice; neanche il Testo unico dei doveri contiene una definizione di “interesse pubblico”, limi tandosi a individuare il criterio dell’“essenzialità dell’informa zione” come limite alla sfera privata altrui. Tutto ciò rischia di alimentare disparità di trattamento, e di conseguenza può disincentivare l’informazione seria. Si tratta di una carenza le gislativa che va perciò contrastata in ogni modo, se si vuole tu telare adeguatamente la professione di giornalista; non dimentichiamo, in proposito, che una chiara comprensione di “interesse pubblico” diventa anche il discrimine essenziale, dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 188/2021 sul rafforzamento della presunzione di innocenza, per identificare le informazioni sui processi penali che magistratura e forze dell’ordine possono divulgare. Una definizione efficace viene dalle regole deontologiche ingle si della Independent Press Standard Organization (IPSO), ove è stabilito che l’interesse pubblico “comprende, ma non è limita to” all’informazione sui reati e i processi penali, la protezione della salute e della sicurezza pubblica, il contrasto alla manipo lazione dell’opinione pubblica, la rivelazione degli errori giudi ziari; inoltre, è aggiunto che è dovere dei giornalisti sollevare e contribuire al dibattito pubblico – secondo inderogabili regole di verità, indipendenza e accuratezza - su ogni questione afferente queste tematiche, visto che “esiste un interesse pubblico alla libertà di espressione stessa.” Parole importanti per la tutela della professione, che bisognerebbe mutuare all’interno del nostro ordinamento. E lo si deve fare sfruttando la riforma del sistema sanzionatorio in materia di diffamazione, che nonostante le sollecitazioni della Corte costituzionale, giace oramai inerme da anni in Parlamento.

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Gli strumenti che ci servono

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Aggiornamento continuo: un manifesto in 10 punti

La Formazione è uno dei compiti istituzionali a cui l’Ordine è chiamato. Per farne uno strumento al servizio di tutti occorre ascoltare i bisogni reali degli iscritti, conciliare esigenze diverse per età e percorsi e alzare lo sguardo su orizzonti europei. Un decalogo per spiegare come è possibile riuscirci di Francesco Gaeta, Innovation manager dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia

Sugli oltre 23 mila iscritti all’Ordine dei giornalisti della Lombardia, quelli con meno di 40 anni sono circa 3.700, con una media di professionisti del 20% (contro il 40% nelle altre fasce di età). L’Ordine appare cioè come una piramide rovesciata, e rispecchia l’immagine demografica del Paese. È un corpo con una testa ipertrofica e busto e gambe deboli. È da qui che occorre partire per ragionare su quale formazione - compito che all’Ordine spetta per statuto - sia necessario progettare e assicurare nei prossimi anni. Perché è chiaro a tutti: alla giuntu ra di quella cifra - chi oggi ha 40 anni - si colloca anche la cesura della trasformazione digitale che ha stravolto il mondo dell’in formazione, ha innovato strumenti e processi, ha ristrutturato lo statuto della professione. Come conciliare bisogni formativi di generazioni così diverse? Come evitare che la formazione risulti inadeguata ai nativi digitali e ostica agli altri?

I dati da cui partire per una “strategia della formazione”

Per un verso, occorre offrire ai giornalisti over 40 una formazione che consenta loro di padroneggiare le nuove tecnologie per rimanere nel mondo del lavoro. Vale per i “garantiti” da un contratto, alle prese con periodiche ristrutturazioni aziendali, e ancor più per i giornalisti usciti da percorsi di lavoro dipendente,

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affinché trovino nuovi spazi professionali. Dall’altro serve un cambio di passo per offrire ai giovani una formazione realmente utile (e percepita come tale), che faccia la differenza nel loro lavoro quotidiano. Di più: occorre dimostrare a chi ha meno di 40 anni che questo tipo di formazione - nella regione in cui si registra il più alto numero di quotidiani cartacei (nel 2021 erano 21 su un totale nazionale di 117) e online (60, su un totale di 416) - può arrivare dal loro riferimento istituzionale, l’Ordine dei Giornalisti, e che iscriversi all’Ordine presenta almeno que sto indubbio vantaggio.

L’Ordine lombardo ha fatto tanto e bene negli anni scorsi. Ha or ganizzato sul proprio territorio oltre 400 corsi all’anno, ridotti a causa del Covid negli anni 2020 (53) e 2021 (104). L’offerta formativa sul territorio della Lombardia è completata dai corsi aziendali, pur in deciso calo: sono passati dagli 80 del 2019 ai 22 del 2021. Il triennio formativo 2023/5 sarà fondamentale per raffinare e innovare questa offerta. Come?

Modalità e aree tematiche

Virus permettendo, la quota di corsi in presenza tornerà a essere maggioritaria rispetto a quelli in streaming. Se un’aula vuole essere anche laboratorio e scambio di esperienze i corsi in presenza restano un’occasione fondamentale. Sarà importante allargare il ventaglio dei temi trattati, avocando all’Ordine aree di frontiera, ancora prevalentemente lasciate agli enti terzi. Non solo il digitale (strumenti e tecniche di pro duzione giornalistica; trasformazione digitale dei settori eco nomici), ma anche le tematiche ESG (transizione ambientale, inclusione sociale, modelli sostenibili di sviluppo economico), che sono al centro dell’Agenda 2030.

Occorre anche mantenere e rafforzare i corsi relativi alle questioni di genere e alle pari opportunità, perché decisive per il futuro anche della nostra professione. E servirà avere maggiore reattività su “tematiche di urgenza” politica, economia e sociale e politica, per fornire strumenti di analisi della cronaca, per una formazione la più possibile vicina a ciò che accade.

Un programma in 10 punti. Se dovessimo andare per punti, ecco un piccolo decalogo per il triennio 2023/5. Definisce quel che l’Ordine intende fare. Alcu

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Formazione

ne di queste linee d’azione sono già state intraprese in questi mesi.

1. Fare a meno dell’inutile. Per esempio della convegnistica: un convegno, salvo rarissime eccezioni, non è un corso di forma zione.

2. Fare a meno degli “autori”. Intesi come autori di libri. Un corso di formazione non è una recensione, è un servizio agli iscritti (e paga una quota annuale) non a chi è in cattedra.

3. Non solo corsi, anche per-corsi. Temi complessi vanno sviluppati in più di un modulo da tre ore: abbiamo già avviato e incentiveremo percorsi di formazione in più moduli.

4. Partnership di livello. Coinvolgeremo i migliori enti formativi del territorio. Lo abbiamo già fatto con l’Università Bocconi (due cicli sullo sviluppo economico), lo faremo ancora, senza timore di coinvolgere anche le aziende (lo abbiamo già fatto con Leonardo sulla cybersecurity).

5. Scala internazionale. Stiamo lavorando per accreditare l’Ordine dei giornalisti della Lombardia in sede europea affinché possa accedere a Fondi europei per la formazione (programma Erasmus).

6. Formare i formatori. Sono una trentina i giornalisti impegnati in corsi organizzati dall’Ordine. Intendiamo raddoppiare questa cifra nei prossimi due anni. Formeremo i formatori con i fondi del progetto Erasmus di cui al punto 5.

7. Raccogliere i feedback. Per corsi che servano davvero ci servono valutazioni sulla loro qualità. Alla fine di ogni corso invieremo ai partecipanti un questionario. Abbiamo già iniziato.

8. Prezzo simbolico. La formazione è gratuita. Ma ci sono alcuni corsi, a volte indispensabili, che oggi vengono erogati soltanto da enti terzi, a prezzi insostenibili per la maggior parte degli iscritti. Vorremmo che quei corsi fossero gestiti dall’Ordine e a suo carico, con un contributo simbolico di chi frequenta: pagare meno e frequentare tutti è un modo per democratizzare l’offerta formativa.

9. Feedback sul prezzo simbolico. Chiederemo gli iscritti il loro parere su questa operazione di “prezzo simbolico”. Perché, se deve essere, sia la più condivisa possibile.

10. Deontologia. La deontologia non è un vincolo ma una boa di orientamento. La quota di corsi deontologici crescerà. Non solo per dovere istituzionale, ma per una ragione di mercato. Responsabilità verso i cittadini, credibilità e sostenibilità econo mica si tengono.

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Giornalismi Il futuro che c’è già: casi, storie, persone
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Insight

Come vanno i giornali locali? Non così male a dire il vero…

LO DICE UNA RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DI PISA CHE HA MESSO A CONFRONTO I DATI DEL 2021 CON QUELLI DI 20 ANNI FA

La ricerca Come sta l’informazione locale? curata dal professore Andrea Mangani (Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa, 2022) fa il punto sulle testate locali con dati relativi al 2021 raffrontati al 2001. Nel complesso. Complessivamente, la ricerca ha censito 99 quotidiani locali cartacei nel 2001 e 120 nel 2021, e raccolto dati su 416 quotidiani locali online attualmente attivi. Carta. L’editoria cartacea ha retto l’impatto della diffusione dei nuovi modelli di produzione e consumo di notizie. Il numero di quotidiani cartacei in Italia è addirittura cresciuto dal 2001 al 2021. Un elemento comune è l’alta percentuale di quotidiani provinciali. Online. La stragrande maggioranza dei quotidiani online è nata dopo il 2001, e

circa il 77% sono provinciali. Poco più di un quarto ha una corrispondente versione cartacea e 20 sono versioni online di quotidiani cartacei cessati. Sono numerose anche le esperienze “indipendenti”: quasi il 67% dei quotidiani non appartiene ad alcun gruppo editoriale. Sono 120 i quotidiani che pongono restrizioni ai contenuti.

Sono numerose le esperienze “indipendenti”: quasi il 67% dei quotidiani non appartiene ad alcun gruppo editoriale. Sono 120 i quotidiani che pongono restrizioni ai contenuti.

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Numero di testate online per regione in Italia, al 2021

Da

Tre motivi di rilevanza per l’informazione locale.

I cittadini - si legge nella ricerca - si attendono che i media locali rappresentino adeguatamente la composizione sociale della comunità locale e ne rafforzino la coesione. In secondo luogo il pluralismo informativo locale è importante quanto quello nazionale. Senza una pluralità di mezzi cittadini non potrebbero scegliere liberamente dove procurarsi informazione. In terzo luogo l’informazione locale ha un forte impatto sulla partecipazione politica ed economica a livello locale. Pertanto un declino o addirittura la scomparsa dei media locali può condurre a forme di disimpegno.

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Lombardia Piemonte Valle d’Aosta Emilia Romagna Toscana Liguria Lazio
Sardegna Abruzzo Marche Umbria Veneto Trentino Alto Adige Friuli Venezia Giulia
Calabria Sicilia
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età
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quelle
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Molise Basilicata Puglia
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nate da una testata cartacea
quelle che offrono contenuti a pagamento 82

Città sotto inchiesta: costruire credibilità nell’interesse dei lettori

Per una testata digitale come Milano Today lavorare sul territorio significa in dividuare tendenze che poi diventano nazionali. Ma per riuscirci occorre pun tare sull’approfondimento e misurarsi con i contenuti a pagamento. di Luca Rinaldi, coordinatore di Dossier, la sezione delle inchieste e degli approfondimenti di MilanoToday

Il patrimonio di esperienza e credibilità che il giornale ha costruito in oltre un decennio di cronaca locale è un asset fondamentale per il lavoro che ci proponiamo

Acosa serve nel 2022 il giornalismo locale? Fare inchiesta e approfondimento in questo ambito è utile ai lettori/ utenti? È possibile avere un impatto sulla vita della città e sulle scelte delle amministrazioni? Infine, c’è una strada verso la sostenibilità per un giornalismo di questo tipo? Domande sempre più frequenti tra chi frequenta le redazioni locali e a cui è complicato rispondere. Per riuscirci occorre tentare, sperimentare, applicare metodi di lavoro e interpretare poi correttamente l’accoglienza dei progetti nella platea dei lettori. Se questo ultimo punto importa sicuramente di più a chi cerca di vendere un prodotto, al giorna lista deve anzitutto interessare il con tenuto: portare al lettore un contenuto di qualità, affidabile e che risponda alle domande del cittadino e soprattutto affidabile. E l’affidabilità si costruisce nel tempo e con la continuità del lavoro. Sui media nazionali così come su quelli locali.

La vocazione di Dossier, la sezione di inchiesta e approfondimento di MilanoToday, vuole andare esattamente in questa direzione. Il patrimonio di esperienza e credibilità che la testata e i suoi giornalisti hanno costruito in oltre un decennio di cro

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naca locale è un asset fondamentale per comprendere la città e sviluppare l’approfondimento che serve per mettere in prospettiva i fatti, unire i puntini, trovare nuove storie e soprattutto incidere sulla vita della città, provando a imporre nuovi punti sull’agenda politica delle istituzio ni locali. Dal Comune alla Regione pas sando per la città metropolitana e tutti i corpi intermedi la rilevanza è un fattore fondamentale che si costruisce con la credibilità e la conoscenza del territorio. Un lavoro difficile, che va affrontato da editori e giornalisti con la maturità di chi comprende bene che è necessario uscire dalla logica del click per entrare in quella della credibilità, soprattutto quando al lettore è richiesto di sottoscrivere un abbonamento. Soprattutto in un Paese in cui la propensione a pagare per informarsi è tra le più basse in Europa. Il gruppo CityNews ha deciso di provare a puntare questa direzione sulle città di Milano e Roma. Due centri con peculiarità

Uscire dalla logica del click richiede maturità a editori e giornalisti, soprattutto quando al lettore viene richiesto di sottoscrivere un abbonamento

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Giornalismi

e caratteristiche molto diverse, così come diverso si dimostra l’interesse dei lettori. Sulla città di Milano uno dei punti fermi del progetto giornalistico è relativo all’economia cittadina. Ed essendo Milano la capitale economica del Paese, tale approccio non può che essere Glocal. Un termine questo forse abusato in passato ma che ben si addice al fare inchiesta e approfondimento in una capitale economica tra le più ricche in Europa. Milano è un luogo in cui i grandi protagonisti dell’economia cittadina sono sempre meno riconosci bili e sempre meno ancorati al territorio: dunque osservare e raccontare oggi Mi lano significa sempre più spesso uscire dai confini nazionali e svolgere un lavoro sempre più complesso che necessita di competenze sempre maggiori e aggior nate.

Osservare e raccontare oggi Milano significa sempre più spesso uscire dai confini nazionali e svolgere un lavoro sempre più complesso che necessita di competenze sempre maggiori e aggiornate

Allo stesso modo occuparsi dei problemi della città in un centro all’apparenza sfavillante e privo di criticità (e venduto come tale da quella che si può definire una propaganda a tamburo battente) è un’altra sfida importante. Portare all’attenzione di chi governa la città e la Regione temi come il diritto alla casa, una Sanità che è stata progressivamente smontata pezzo per pezzo e lottizzata politicamente, una Scuola con criticità strutturali, le difficoltà di lavoratori che affrontano un centro sempre più esclusivo ed escludente, e tutto ciò che riguarda i temi sociali è un progetto di lungo perio do, su cui vale la pena stare.

Il lavoro sul locale è una frontiera e una trincea: si può applicare il modello dell’inchiesta giornalistica a una dimensione locale in cui spesso c’è poco spazio per poter scavare a fondo nei fatti

Il lavoro sul locale è una frontiera e una trincea: il privilegio di lavorare sul ter ritorio è potere individuare fin dalla nascita tendenze politiche, economiche, amministrative e perché no criminali, che poi diventano nazionali. Qui sta la vera forza nel poter applicare il modello dell’inchiesta giornalistica a una dimensione locale in cui spesso c’è poco spazio per poter scavare a fondo nei fatti. Quella di Dossier, e in generale del fare approfondimento all’interno dei giornali locali, è una sfida impegnativa e difficile: molti gli ostacoli anche di ordine legale, basti pensare al tema

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2010 Il gruppo Citynews fondato da Luca Lani e Fernando Diana, nasce nel gennaio 2010 con 5 edizioni di quotidiani online: RomaToday, MilanoToday, NapoliToday, IlPescara e IlPiacenza.

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Sono oggi le edizioni metropolitane di Citynews, che ha più di 250 collaboratori, produce oltre 1.400 notizie al giorno e ha 960mila utenti registrati e 13,4 milioni di fan su Facebook.

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milioni. Sono gli utenti unici di Milano Today al mese; 18.300.000 le pagine viste al mese, 680.000 i fan su Facebook.

Dossier. È il progetto di Citynews dedicato ad inchieste e approfondimenti su temi di attualità e d’interesse di MilanoToday. Il Team Dossier di Milano ha un gemello a Roma ed entrambi producono progetti investigativi dedicati ai problemi delle due città, che assumono molto spesso interesse di carattere nazionale.

delle querele temerarie, o dell’impatto della legge Cartabia sui rapporti con le procure e le Forze dell’ordine. Ma al tempo stesso è una via che può contribuire a costruire credibilità e prestigio attorno al grande lavoro quotidiano della cronaca. Tutti i giorni ci impegniamo per essere utili ai nostri lettori e portare loro acqua pulita nel senso inteso da Enzo Biagi e questa per noi è l’unica cosa che conta.

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IL GRUPPO CITYNEWS IN CIFRE: 53 GIORNALI TRA CRONACA E APPROFONDIMENTI PER INFORMARE SU CIÒ CHE AVVIENE IN CITTÀ

Tempi limitati, spazi dilatati: il paradosso dell’informazione locale

L’evoluzione digitale ha trasformato anche i quotidiani cittadini in network multicanale, in grado di diffondere la notizia su più piattaforme pur con orga nici ridotti rispetto al passato. Tecnologie, linguaggi e responsabilità verso il lettore sono gli elementi chiave di questa sfida. di Lorenzo Rinaldi Direttore de il Cittadino

Quanti riusciranno a cogliere gli elementi postivi di questo contesto rivoluzionario - nel quale, ci piaccia o meno, siamo chiamati ad agireavranno più possibilità di resistere

La rivoluzione digitale ha subito una brusca accelerata negli anni del Covid, nei quali si è innescato una velocizzazione di un processo già in corso. Non vi è ambito che non sia stato interessato da un’implementazione delle infrastrutture digitali e, tra i settori maggiormente esposti, vi è l’informazione. I grandi network così come i giornali di provincia hanno cambiato e dovranno continuare a cambiare i propri modelli organizzativi e le modalità di diffusione delle notizie, che re stano - è bene ricordarlo -  il “core business” di questa attività, sebbene le tipologie di fruizione da parte del pubblico siano in evidente evoluzione. L’avvento del digitale nell’informazione ha allargato a dismisura gli spazi e la pla tea a cui ci si rivolge, nonostante i tempi della produzione e della successiva fruizione della notizia siano oggi più limitati di ieri, così come le forze in campo, vale a dire gli organici delle redazioni. Volendo sintetizzare, possiamo affermare di essere di fronte a un paradosso, estremamente sfidante, riassumibile con questo concetto: “La nuova informazione: tempi limitati, spazi dilatati”. Quanti riusciranno a cogliere gli elementi postivi di questo contesto rivoluzionario - nel quale, ci piaccia

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o meno, siamo chiamati ad agire - avranno più possibilità di resistere e adeguarsi ai cambiamenti e dunque di avere successo. Gli spazi dell’informazione si sono dilatati perché oggi le nostre redazioni e il corpo dei collaboratori non lavorano più unicamente al giornale cartaceo, ma sono chiamati allo stesso tempo - e con organici ridotti rispetto al passato - a realizzare il sito Internet, i video, i podcast, le newsletter e a gestire i social network. L’evoluzione digita le dell’informazione ha trasformato anche i quotidiani locali in veri e propri network multicanale, in grado di diffondere la notizia su più piattaforme, portandola a un pubbli co molto più vasto di un tempo, quando si era limitati al solo quotidiano cartaceo. Un esempio, certamente simile a molti altri nel panorama nazionale, è quello de il Cittadino di Lodi, quotidiano del Lodigiano e del Sudmilano, che, su un territorio che non raggiunge i 350.000 abitanti, affianca al quotidiano cartaceo un sito Internet e una platea social con Facebook (90.000 follower, dato settembre 2022), Twitter, Instagram e Youtube.

Serve la voglia di adeguarsi alle nuove tecnologie mantenendo come bussola la verità della notizia

Lavorare in un contesto multipiattaforma richiede un rafforzato senso di responsabilità da parte delle redazioni, chiamate a confrontarsi con una platea di potenziali lettori-fruitori che si è ampliata a dismisura: servono dunque un efficientamento del lavoro, voglia e capacità di adeguarsi all’uti lizzo delle nuove tecnologie e dei moderni linguaggi, avendo come bussola la verità della notizia, elemento che continua a distinguere il prodotto giornalistico da ogni altro prodot to che possiamo rintracciare sulla rete. Ai giornalisti è richiesta inoltre una maggiore capacità di discernimento, essendo sempre più necessario distinguere tra canali informativi diversi. è un palese errore però considerare quella del quotidiano cartaceo informazione di Serie A e quella dell’online informazione di Serie B, perché così facendo si finirà per non investire su una fetta di pubblico, potenzialmente più giovane, che è quella dei lettori del futuro. Cambiano gli strumenti, non cambia il valore della notizia. E questo deve essere il punto di partenza.

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quella del quotidiano cartaceo informazione di Serie A e quella dell’online informazione di Serie B

Insight

Se c’è un futuro per l’informazione sta anche nei podcast

IN ITALIA SU OLTRE 9 MILIONI DI ASCOLTATORI IL 44% HA MENO DI 35 ANNI, I LAUREATI SONO IL 27%: UN PUBBLICO IN CRESCITA PER CHI PRODUCE CONTENUTI DI QUALITÀ

Idati in questa pagina, riferiti al 2021, sono tratti dalla ricerca Ipsos Digital Audio Survey che rileva ascolto e modalità di fruizione di tutte le forme di Digital Audio.

target adulti, laureati (27%) e professionisti (13%).

80 %

L’ascolto podcast avviene mentre si svolgono altre attività in contemporanea (80%).

9,3milioni

L’ascolto dei podcast raggiunge nel 2021 quota 31% tra i 16-60enni (circa 9,3 milioni di persone), con una crescita lieve rispetto al 2020 (30%)

44 %Il format resta marcatamente giovane (44% di under 35), ma crescono anche i

71 %I podcast si confermano un ottimo contesto pubblicitario. Rimane molto elevato il ricordo delle pubblicità associate ai podcast (71%), soprattutto nella forma di adv prima/durante/dopo i podcast.

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Da Chora Media un podcast per ogni esigenza

La società fondata e diretta da Mario Calabresi punta sull’informazione ver ticale. L’intento è assicurarsi segmenti di pubblico interessati a singole aree informative: esteri, finanza, politica interna, libri, sport. di Francesca Milano, responsabile dei podcast giornalistici di Chora Media

Ad ogni momento della giornata il suo mezzo di comunicazione più adeguato. Sembra essere questo il modello che i cittadini stanno applicando alla propria dieta informativa. E in questo modello trova spazio anche il podcast, uno strumento “nuovo” ma in realtà antichissimo, basato sulla narrazione orale.

Il successo dei podcast ha origine nel tipo di fruizione. A differenza di altri mezzi di comunicazione, infatti, il podcast non richiede una attenzione esclusiva. Per guardare la tv bisogna tendenzialmente stare comodi sul divano, per leggere un giornale bisogna stare fermi, per guar dare un sito internet o i social network bisogna quantomeno potersi concentrare con lo sguardo sullo schermo. Il podcast, invece, permette di riempire di un contenuto (di news, di approfondimento, narrativo o fiction) un tempo intellettualmente morto. Gli spostamenti a piedi, in auto o sui mezzi pubblici, per esempio. Ma anche i lavori di casa, l’attesa in un ufficio pubblico, l’attività fisica al parco o in palestra, il tempo passato in cucina o quello impiegato sotto la doccia. Si tratta di attività quotidiane che si compiono spesso in maniera meccanica, senza che il cervello sia realmente impegnato. Il podcast consente

Il successo di questo canale di informazione ha origine nel tipo di fruizione: a differenza di altri, infatti, non richiede una attenzione esclusiva

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Giornalismi

Chora è una Podcast Company nata nel 2020. È stata fondata da Guido Brera, Mario Gianani, Roberto Zanco e Mario Calabresi, che la dirige. Come si legge sul sito, Chora vuole dare voce a una «vasta gamma di narrative autentiche, attraverso un’unione non convenzionale di formati» e ha già dato vita a una sessantina di podcast, alcuni ai primi posti nelle classifiche di ascolto. Nel giugno scorso, per un corrispettivo di 5,2 milioni, Chora ha acquisito il 100% di Will Media, media company fondata a gennaio 2020 da Alessandro Tommasi, Imen Boulahrajane, Davide Dattoli e Francesco Fumagalli, dando vita al primo polo italiano dell’informazione nativa digitale in audio e video. Le due società insieme contano su una community social di 2 milioni di persone e su oltre 3 milioni di ascolti medi mensili podcast.

Oggi più che mai conta il rapporto di fidelizzazione tra giornalista e cittadino, un rapporto fatto di fiducia professionale ma anche di appuntamenti fissi

di fruire di informazione mentre si fa altro. In un’era così rapida, in cui il tempo per potersi dedicare alla lettura si riduce sempre di più, l’audio viene incontro alla costante esigenza dell’essere “multitasking”, ossia di riuscire a ottimizzare il proprio tempo e a fare più cose in contemporanea. Inoltre, legando la fruizione di podcast a un’attività routinaria, è più facile per i giornalisti podcaster entrare nel flusso quotidiano della vita degli ascoltatori. Oggi più che mai conta il rapporto di fidelizzazione tra giornalista e cittadino, un rapporto fatto di fiducia professionale ma anche di appuntamenti fissi.

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GLI INGREDIENTI DI CHORA MEDIA, PODCAST COMPANY DIRETTA DA MARIO CALABRESI: «NARRATIVE AUTENTICHE E FORMATI NON CONVENZIONALI»

Casi di successo

Un paio di esempi di successo sono rappresentati da “Morning”, il podcast quotidiano del vicedirettore del Post Francesco Costa, ascoltato ogni mattina da migliaia di abbonati, o da “Stories”, il daily pomeridiano di Cecilia Sala che ogni giorno racconta una storia dall’estero. Entrambi questi casi dimostrano, inoltre, che il podcast è un mezzo di informazione più “intimo”, quasi come se il podcaster diventasse una voce amica che utilizza, per informare, un tono colloquiale, annullando la distanza che c’è sempre stata tra chi fa informazione e chi ne fruisce.

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Oggi l’informazione passa attraverso un rapporto più “paritario”: mi fido se mi identifico in te, se mi assomigli, se parliamo la stessa lingua

È un cambio totale di paradigma che consente al cittadino di costruirsi una dieta informativa basata sui propri bisogni e i propri tempi

Questo è uno dei pilastri su cui si fonda tutta l’informazione di Chora Media, la podcast company fondata da Mario Calabresi: l’autorevolezza del giornalismo non si basa più su un rapporto verticale con il pubblico, ma con un rapporto orizzontale, a cui contribuisce anche l’uso dei social network. Soprattutto per le nuove generazioni, il modello verticale che vede un’emittente calare dall’alto il suoi contenuti è respingente. Al contrario, oggi l’informazione passa attraverso un rap porto più “paritario”: mi fido se mi identifico in te, se mi assomigli, se parliamo la stessa lingua. I podcast informativi di Chora Media - daily, weekly o basati su serie con un numero prede finito di puntate - si pongono quindi l’obietti vo di informare le nuove generazioni instaurando con loro un rapporto di fiducia. Al contrario di altri editori, Chora ha deciso di puntare sull’informazione verticale, in modo da assicurarsi un pubblico interessato ad ogni singolo tema: esteri, finanza, politica interna, libri, sport eccetera. Questo anche perché si è scelto di creare contenuti di approfondimento, che vadano oltre la notizia rapida che si può conoscere anche attraverso altri mezzi di informazione (siti, social, telegiornali). Il podcast diventa piuttosto uno strumento per approfondire un tema o una vicenda di particolare interesse. Per poter approfondire, però, è necessario il tempo. E qui subentra un’altra caratteristica: il podcast non ha vincoli temporali come una trasmissione radio fonica, legata a un palinsesto spesso troppo stretto. A decidere non è quindi una scaletta dettata dalle pubblicità, dai Gr o dagli appuntamenti sul traffico, ma il contenuto stesso della storia. Quanto tempo è necessario per raccontare e spiegare un avve nimento? È questa la domanda che il giornalista-podcaster si fa quando inizia a lavorare su una puntata. C’è poi un’altra sostanziale differenza con radio: il podcast è on demand. È l’ascoltatore a decidere quando ascoltare una puntata. È un cambio totale di paradigma che consente al cittadino di costruirsi una dieta informativa basata sui propri bisogni e i propri tempi.

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«Io sono Francesco Costa, questa è Morning: cominciamo»

Il vicedirettore de ilPost.it spiega come ogni mattina costruisce il podcast diventato un punto di riferimento per chi ama le rassegne stampa. Ecco cosa accade dalla sveglia (alle 4.45) alla messa online (alle 8). di Francesco Costa, vicedirettore de ilPost.it

La sveglia suona alle 4.45 e il primo pensiero non è mai esattamente felice: nonostante preparare e condurre ogni mattina il podcast Morning sia una responsabilità stimolante e mi diverta anche, nonostante abbia sicuramente cambiato in meglio la mia carriera… il sonno si fa sentire. Il senso di stordimento dura poco, comunque: il tempo di sciacquarmi la faccia e versarmi il primo caffè che sono già alla scrivania. Dopo una veloce occhiata a Twitter e ai principali siti di news italiani e internazionali, utile ad assicurarmi che durante la notte non sia accaduto qualcosa di importante che non troverò sui giorna li, alle 5 prendo il tablet. Leggo le versioni digitali dei quotidia ni, così da averli a portata di mano dovunque mi trovi: Morning esce ogni giorno, quindi devo poterlo fare anche quando sono in giro per lavoro, all’estero o lontano da un’edicola. Resto sui giornali poco meno di un’ora e mezza: è una lettura obliqua, diventata più efficiente col tempo e l’esperienza, con la quale man mano metto insieme le principali notizie della giornata e seleziono gli articoli attraverso i quali commentarli. Pezzo dopo pezzo, quella selezione diventa una scaletta. Alle 6.20 interrompo la lettura, dovunque sia arrivato: di solito sono riuscito a consultare

Alle 6.20 interrompo la lettura, dovunque sia arrivato: di solito sono riuscito a consultare almeno otto quotidiani nazionali, l’obiettivo è arrivare a dieci ma non sempre ci riesco

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Registro circa 40-45 minuti consecutivi di parlato, compreso di errori, impappinamenti e rumori, nonché i momenti vuoti in cui passo da un giornale all’altro o penso a cosa voglio dire. Poi riascolto tutto a velocità doppia, tolgo il superfluo, aggiungo le sigle e i jingle

almeno otto quotidiani nazionali, l’obiettivo è arrivare a dieci ma non sempre ci riesco. Inforco le cuffie, mi avvicino al microfono e comincio a registrare. Vado a braccio, guidato solo dalla scaletta, interrompendomi quando mi impappino o quando dalla finestra arriva la sirena di un’ambulanza. Registro circa 40-45 minuti consecutivi di parlato, compreso di errori, impappinamenti e rumori, non ché i momenti vuoti in cui passo da un giornale all’altro o penso a cosa voglio dire. Poi riascolto tutto a velocità doppia, tolgo il superfluo, ag giungo le sigle e i jingle, esporto il file e lo pubblico, entro le 8 del mattino: durata variabile, dai venti ai trenta minuti. Cosa dico, in quella mezz’ora? Do le notizie, per cominciare: Morning è innanzitutto un podcast di servizio, pensato per dare alle persone la possibilità di informarsi in meno di mezz’ora sui principali fatti del giorno. Per quanto non ci sia puntata della quale poi non ripensi a cosa avrei dovuto dire ma non ho det-

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to, e a cosa avrei potuto fare di diverso da quanto ho fatto, cerco di ancorare la scelta delle notizie di cui parlare a qual che principio. Primo: i grandi fatti, che si parli di campagna elettorale o guerra in Ucraina. Secondo: le cose che toccano la vita delle persone, dalla scuola alle tasse, dai servizi pubblici al carcere. Terzo: premiare i lavori di qualità e originalità. Quarto: niente fuffa, niente retroscena, niente chiacchericcio. Credo che i prodotti di informazione definiscano la loro identità non solo sulla base di quello che fanno ma anche sulla base di quello che scelgono di non fare, e non dire. Dentro Morning, poi, non ci sono solo le notizie: è una rassegna stampa commentata, che prova a rac

Credo che i prodotti di informazione definiscano la loro identità non solo sulla base di quello che fanno ma anche sulla base di quello che scelgono di non fare, e non dire

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contare le notizie ma anche il percorso che fanno per arrivare sui giornali, i meccanismi che portano testate diverse a raccontarle in modo diverso, il modo in cui l’informazione plasma la realtà mentre la racconta; e attraverso un’analisi delle notizie prova a stimolare chi ascolta a compiere ulteriori approfondimenti e farsi una propria idea della realtà. Tra i molti strumenti e linguaggi oggi a disposizione dei media per diffondere il loro lavoro, il podcast è l’unico che non richiede l’attenzione esclusiva del pubblico: in questo modo si infila più facilmente nelle consolidate routine delle persone, aggira l’ostacolo del “non ho tempo” e permette di costruire dei picco li riti attorno a una fruizione che sfrutta il metodo più antico utilizzato dagli es seri umani per trasmettersi informazio ni e conoscenza, la voce. Provando così a ricostruire quel rapporto di fiducia sul quale si basa ogni positiva relazione tra un giornale e la sua comunità.

È una rassegna stampa commentata, che prova a raccontare le notizie ma anche il percorso che fanno per arrivare sui giornali, i meccanismi che portano testate diverse a raccontarle in modo diverso

Morning è il podcast ideato e realizzato da Francesco Costa, vicedirettore de ilPost.it, il quotidiano digitale fondato e diretto dal 2010 da Luca Sofri, che ha oltre 50mila abbonati paganti. Morning è una rassegna stampa che dal 17 maggio 2021 arriva agli abbonati alle 8 del mattino, dal lunedì al venerdì. Per la sua capacità di spiegare le notizie del giorno e anche le logiche dei giornali che le pubblicano è diventato un prodotto di riferimento per gli amanti del genere. Morning ha un pubblico che, a seconda delle giornate, oscilla tra il 60 e il 70% degli utenti paganti de ilPost.it.

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MORNING, COME FARE UNA RASSEGNA STAMPA SULLE NOTIZIE E SUI GIORNALI CHE LE PUBBLICANO

Manifesto deimedia generativi

Il testo in basso è tratto da Ellissi, una newsletter settimanale che «accompagna alla scoperta del futuro dei media e delle nuove

digitale», esce ogni venerdì ed è curata da

esperto di media.

Se ci pensi, nel mondo dei media digitali e del giornalismo si usano spesso meta fore agricole. “Crescere” una commu nity, “coltivare” una relazione, “disseminare” un contenuto, andare “sul campo”. Ci pensavo qualche giorno fa, mentre leggevo un articolo che illustrava il concetto di finanza rigenerativa. Il pezzo in questione spiegava come il con cetto di rigenerazione finanziaria fosse, appunto, mutuato dall’agricoltura. A un certo punto, mentre leggevo, mi sono ritrovato a pensare: potremmo avviare un movimento rigenerativo applicato anche al mio settore, che altrettanto spesso non brilla, e cioè quello dei media? Se possiamo ipotizzare una Finanza Rigenerativa, insomma, perché non possiamo immaginarci dei Media Rigenerativi? Ti presento, quindi il “Manifesto dei Media Ri generativi”. Sottoscrivendo questo manifesto, una media company si impegna a...

1. Rigenerare il suolo

I media rigenerativi si basano sul ripri stino della fertilità del terreno abitato dalle comunità cui si rivolgono; fanno promessa di proteggerne l’equilibrio naturale, di contrastare l’erosione, e di rispettarlo tramite un patto basato su etica, trasparenza e onestà.

2. Rigenerare la diversità

I media rigenerativi proteggono e rappresentano la diversità, ovvero la va rietà e variabilità degli organismi viven ti e dei loro ecosistemi. Si impegnano a rappresentare egualmente le minoranze, cercando di trasformarsi interna mente per somigliare sempre di più alle

comunità di cui si occupano, sia a livel lo di origine geografica, sia a livello di estrazione sociale.

3. Rigenerare il rapporto tra gli esseri viventi

I media rigenerativi valorizzano non solo il rapporto dell’uomo con la na tura, ma anche fra le persone stesse. I loro metodi giornalistici e di indagine si basano sul rispetto della dignità degli individui, su rapporti lavorativi dove la tutela dei diritti è al centro, sulla trasparenza e sull’inclusione.

4. Rigenerare i saperi

I media rigenerativi non sono chiusi al mondo esterno, ma aperti a chiunque ne voglia apprendere i principi e le pratiche. Uno degli obiettivi dei media rigenerativi è proprio quello della tra smissione delle conoscenze acquisite, affinché sempre più persone ne possano approfittare. I media non sono avulsi dal resto della società democratica, ma ne sono parte fondante e rendono vivo il suo tessuto connettivo.

Firmeresti questo manifesto? Io sì, perché cre do che la sostenibilità economica dei media non possa prescindere dall’abbracciare, in pro fondità e senza compromessi, una missione ambiziosa di sostenibilità ambientale — e di rigenerazione degli ecosistemi digitali e sociali in cui ci muoviamo.

economie del Valerio Bassan, giornalista ed
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