404.05
/ Loro. Persistenze dell’oro nel contemporaneo Porta Cœli Foundation mostra a cura di Donato Faruolo
consapevolezza, a partire dalla / Amministrare pianificazione di interventi integrati, i processi culturali: la comunità di Armento sperimenta graduali e costanti approdi alla ricerca culturale. Non si tratta semplicemente di un virtuoso realizzare opportunità variegate di accesso esercizio di delega e di fruizione alla produzione culturale Da circa un anno, con piena
Maria Felicia Bello Sindaca di Armento
quanto, piuttosto, di rinunciare a una visione della cultura che si accomoda sulla consuetudine di realizzare eventi che hanno il retrogusto del mero intrattenimento.
Come Amministrazione comunale, infatti, senza abdicare a una radicata identità intorno alla quale è sempre necessario favorire il protagonismo e la libera espressione dei fenomeni associazionistici locali, abbiamo piacevolmente abbracciato l’idea di incrociare percorsi sistemici avanzati che sappiano riformulare le istanze di una comunità e tradurle in occasioni frequenti di sperimentazione, di ricucitura del passato a un presente creativo ed emancipato atto a porre le migliori condizioni per un futuro che non sia semplicemente resistenza ma tempo di protagonismo. Armento, come tutte le aree interne d’Italia, è chiamata a riconoscersi in possibili vocazioni mai ancora pienamente sperimentate e a cimentarsi con pratiche virtuose. Tra queste, mi sembra significativo e fruttuoso l’approccio di affidamento al sistema dell’arte, ai suoi operatori che sono capaci di delineare nuovi orizzonti che sfuggirebbero altrimenti allo sguardo poco avvezzo di chi immagina che il governo di un luogo possa fare a meno del diritto alla cura dell’umanesimo. Curare è certamente
ascoltare ma anche accogliere l’inedito come risorsa e sperimentare le reazioni dei cittadini al cospetto di proposte solitamente tipiche delle grandi capitali. La tappa 404.05 del programma per l’arte contemporanea di Porta Cœli Foundation, curato da Donato Faruolo nell’ambito del più complessivo impegno della Fondazione nella produzione di offerte culturali di rilievo nazionale, approda ad Armento con questo spirito e con queste direttrici: risultato di una delega, di un affidamento agli artisti e agli operatori culturali che l’Amministrazione e la comunità di Armento attuano con la certezza di poter in loro trovare interlocutori illuminati. Amministrare i processi culturali oggi vuol dire approcciarsi con la curiosità dei bambini e l’umiltà dei saggi che, difronte alla vastità, ancora sanno meravigliarsi. Loro. Persistenze dell’oro nel contemporaneo è occasione per sondare una vastità che accoglie la produzione di ben nove artisti convocati a sviluppare una proposta in cui Armento non è solo scenografia ma topos: dimensione per una possibile contemporanea dialettica in evoluzione.
[5] Felice Lovisco Il teatrino di Michelangelo Merisi, 2023 tecnica mista, 33 × 22,5
/ Armento: lumini amnos. Aniello Ertico Presidente di Porta Cœli Foundation
In un lumini amnos greco, tra le altre candele accese, faceva una luce diversa una vampa di due stoppi al confine della bordatura. Due candele quasi laterali che, del tutto distinte nel proprio alloggiamento dello scafo sabbiato, si erano di fatto unite solo nella fiamma. E la fiamma era assai più grande: non due fiamme unite ma una sola. Peraltro, le due candele sembravano consumarsi anche meno rapidamente delle altre cento; una fiamma vorace d’aria più che di cera. Perché si siano unite al vertice di fuoco proprio quelle due candele e non altre, pure assi vicine, mi ricorda la causa finale di matrice aristotelica: la venerazione dell’oggetto che diventa mero strumento. La venerazione di quel che l’oggetto, alla fine, opera. Mi piace pensare che si siano unite per quello, immaginando l’esito di una maggiore e più autentica partecipazione non formale di chi le due candele le ha piantate nella sabbia. Una convergenza verso il medesimo miracolo chiesto attraverso l’atto votivo di accendere due luci distinte. Due candele per una ugual richiesta diventano una fiamma sola. Due candele accese per lo stesso miracolo magari si uniscono nella fiamma restando distinte. Chissà! Ora, se così fosse, e non vedo perché mai non possa o non debba esserlo, significherebbe immaginare che ciascuna delle due candele abbia impotentemente dovuto abdicare alla luce propria in ragione di una fiamma altra. Merito della venerazione ossia della devozione. E nell’arte? Cosa veneriamo con l’arte? Quale tributo operiamo maneggiando
l’oggetto e la materia o allestendola con cura per poterla far fruire? Tutta la dinamica operosa che dalla produzione si sviluppa più o meno felicemente verso la pubblica fruizione sembra rispondere a una ritualità millenaria di cui abbiamo forse smarrito lo scopo. Cosa stiamo chiedendo e a chi nel mentre piantiamo a parete opere come fossero candele da accendere?
essenzialmente in ciò che ancora non abbiamo, di microscopico ed etereo o di sostanziale e materico. Prezioso è quel per cui siamo disposti a consumare il rito, il tempo e l’ego. L’oro è prezioso se resta capace di esprimere la sua rarità. Come una mostra d’arte ad Armento, come una fiamma sola da candele diverse.
Una suggestione arriva in soccorso presentando però subito il conto: produciamo opere affinché possano accendersi, le allestiamo affinché possano far luce ad altri, ne fruiamo per sperare in una fiamma nuova che non sia necessariamente quella dell’autore né la nostra ma una roba nuova. In tutto il processo si rinnova un rito che talvolta propone esiti strabilianti altre volte no, come nei miracoli che nessuno però smette di chiedere perché solo chi chiede alla fine ottiene. Il conto da pagare? Non c’è luce altra possibile se si immagina di proporre solo la luce propria. Allora, abbiamo fatto di Armento un lumini amnos temporaneo in cui piantare candele, ovvero, opere d’arte. Opere insabbiate fuori circuito, quasi protette dal passante distratto, da scovare e rivelare perché prodotte nel solco della ritualità in uso a nove artisti che nel rito sguazzano con percorsi propri, devozioni proprie, fiamme di nuovo e lungo corso. Vediamo cosa accade, qualcuna tra queste potrebbe unirsi in una sola fiamma o ardere per conto proprio. Loro sono l’oro che recuperiamo con un setaccio a maglia stretta per non rischiare di perdere frammenti di sostanze preziose, ossia rare. Che poi la preziosità è
[1] Dario Carmentano Senza titolo, 1994 tempera all’uovo, foglia oro su tela su legno, cm 60 × 90
/ Ori e orazioni Galleria civica di Armento area mostre temporanee
[1] Dario Carmentano Senza titolo, 1994 tempera all’uovo, foglia oro su tela su legno, cm 60 × 90 [2] Salvatore Comminiello Fra nebbie e miracoli, 2021 tecnica mista con acetato in rilievo, cm 45 × 35 [3] Maria Ditaranto Reliquiario, 2023 olio su tavola, legno e foglia oro cm 40,5 × 40,5 × 21,7 cad., dittico [4] Pino Lauria Simulazione divina 2, 2010 stampa fotografica su Carta Hahnemuhle, cm 40 × 40 [5] Felice Lovisco Ex Voto, 2023 tecnica mista, cm 24 x 21 Il teatrino di Michelangelo Merisi, 2023 tecnica mista, 33 × 22,5
icone
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[6] Massimo Lovisco Icona d’oro (Solaris), 2023 scatola di legno, lucchetto dorato, foglia d’oro, cm 25 × 20,5 × 8,5
ingresso
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[7] Marcello Mantegazza Noli me tangere, 2023 marmo acqua bianca, foglia oro cm 26 × 26 [8] Saverio Palladino senza titolo #1, 2019 gesso, foglia oro, cm 16 × 19 × 8 [9] Jessica Salvia Edicola votiva, 2023 resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30 Metànoia, 2023 resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30
[1] Supermercato Crai Nda Barrel Quattro campane per un amore in fiore, 2010 collage su carta, cm 50 × 35 [2] ProLoco Armento Anatomie celesti, 2023 Sulle strade di Damasco, 2023 tecnica mista con acetato in rilievo, cm 35 × 35 cad.
/ attività di corso Vittorio Emanuele III opere diffuse nei luoghi della vita civile
[3] Merceria creazioni Nina Oasi, 2023 olio su tela cm 50x50 2023
sala consiliare
[4] Bar Madame Mea culpa, 2010 stampa fotografica su Carta Hahnemuhle, cm 40 × 40
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[5] Armentando, bici e scarponi Icona, 2023 tecnica mista, cm 46 × 36
chiesa di San Luca abate Polittico di Armento (XVI sec.) Murale di San Luca e San Vitale (2022)
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[6] Minimaret Pascarelli Senza Titolo (Mille e non più Mille), 2001 banconota da 1000 lire, intervento a penna, cm 11 × 6 [7] Tabaccheria Ambrosini riv. 1 Icona 1, 2016, legno massello di castagno, foglia oro zecchino con doratura a guazzo, dittico, cm 30 × 18 [8] Farmacia Fiore senza titolo #2, 2023 legno di cedro, foglia oro cm 15 × 18 × 12 [9] Jolly Bar Dimostrazione di realtà che non si vedono, 2023, resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30
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Comune Galleria civica
borgo Casale
/ Loro. Persistenze dell’oro nel contemporaneo Donato Faruolo curatore della mostra
Ogni definizione culturale di un’identità è un atto politico di definizione di un’alterità. Se la commissione dell’Eneide è chiaramente considerata un limpido atto di ricollocazione della Roma imperiale nella continuità della nobiltà greca, meno limpidi ci appaiono, nella loro dimensione politica, episodi come la costruzione culturale del Rinascimento o della Controriforma, a cui generalmente partecipiamo più organicamente. L’Italia ha basato sul Rinascimento – e sulla conseguente concezione dell’alterità medievale – una grande parte della propria epopea nazionale: il Neorinascimento è lo stile architettonico con cui l’Italia unita costruisce caserme e prefetture; la Venere di Botticelli è l’influencer delle campagne turistiche odierne e Matera Capitale europea della cultura 2019 sente il dovere di imbastire un discorso riguardo un Rinascimento visto da sud, sulle evidenze di un contributo meridionale non sempre così lampante. Ma se affermare è un atto significativo, anche smentire, tacere o contraddire lo sono: cosa cela, così eloquentemente, ciò che rivela il Rinascimento? Ad Armento, nella chiesa madre dedicata a San Luca, sono esposte le effigi settecentesche “controriformate” dei nuovi patroni: la Madonna della Stella e San Filippo Neri. Un fatto inconsueto, se consideriamo che il piccolo paese conserva le spoglie di ben due santi, San Luca di Demenna, e San Vitale di Castronovo: già stati patroni di Armento (e San Vitale lo è ancora a Castronovo), sono due santi siculo-bizantini vissuti a cavallo dell’anno Mille e restati con determinazione nella valle dell’Agri, dove secondo l’agiografia
si sono opposti alle scorribande saracene che li avevano costretti a lasciare la Sicilia. Santi rimossi dagli immaginari, eppure importanti, fondatori e sviluppatori di abbazie e presidi di religiosità e cultura lungo tutta la Calabria e la Basilicata, come la vicina abbazia di Sant’Angelo al monte Raparo. Perfino l’originaria chiesa di San Luca ad Armento è stata cancellata prima dalla geologia, e poi dalla storia: l’edificio [2] Salvatore Comminiello attuale è una discreta ricostruzione Fra nebbie e miracoli, 2021 degli anni ’50 in luogo di un precedente tecnica mista con acetato in rilievo, edificio franato, ed è già stato interessato cm 45 × 35 da operazioni di riemersione culturale come il murale di San Luca e San Vitale dell’iconografo Igor Scalisi Palminteri (2022), sempre a cura di Porta Cœli Foundation. Al suo interno è conservato l’antico relitto del Polittico di Armento (XVI secolo) in cui la Vergine è affiancata da due partizioni che accolgono proprio i due santi “armentesi”, il tutto sormontato da ciò che resta della raffigurazione della battaglia dell’Abate Luca contro i saraceni. In un bel saggio di Daniela Artusi sul Polittico si racconta di come la persistenza del fondo oro in luogo delle più puntuali ambientazioni naturaliste tipiche del Cinquecento inoltrato si debba attribuire al fatto che le province aragonesi divennero ottime committenti di retroguardia per tutti quei pittori che, diventati di colpo obsoleti da Raffaello in poi, non [4] Pino Lauria ottenevano più commesse in cento Italia. Simulazione divina 2, 2010 Il Polittico è l’ultima committenza artistica stampa fotografica su Carta di rilievo, cinquecento anni prima di Hahnemuhle, cm 40 × 40 Scalisi Palminteri, sulle iconografie dei due santi. Forse – ipotizza sempre Artusi – proprio con lo scopo di reinventare la loro centralità culturale e simbolica. La persistenza dell’oro al fondo della loro raffigurazione, quindi, è solo una banale coincidenza. Nulla che abbia a che fare con l’omaggio alla religiosità delle origini bizantine, che adoperava
l’oro per collocare la rappresentazione artistica in una dimensione di pura luce, di trascendenza, ma un semplice “ritardo” di sistema a un appuntamento con la storia. Un appuntamento, quello di Raffaello, del secondo Rinascimento e poi della Controriforma, che ha derubricato i due santi, il fondo oro, e tutto il complesso sistema simbolico dell’arte e della cultura a essi legato a scarto della storia.
l’oro rimane elemento presente e protagonista nell’opera di artiste e artisti lucani contemporanei. Un fatto palese, quotidianamente sotto gli occhi di tutti, e quindi generalmente restato sottotraccia, in stato di illeggibilità. Come ciò che è scontato o irrilevante, o meglio, come ciò che da accadimento puntuale diviene ambiente, temperie, atmosfera, e quindi, per paradosso, meno lampante.
Sarà Cennino Cennini, nel suo Libro dell’arte – tra le prime trattazioni artistiche della storia moderna – a parlare di Giotto, antesignano del pensiero rinascimentale, come di colui che «rimutò l’arte di greco in latino». Giotto compie l’operazione rivoluzionaria di collocare le scene sacre nel mondo dell’uomo: carne, aria, gravità, espressione. Nel racconto “politico” di Cennini, però, la scomparsa dell’oro è l’espulsione della sua valenza culturale come di qualcosa di estraneo al mondo occidentale. A nulla vale che alcuni dei più antichi e importanti prototipi di raffigurazione bizantina siano italiani, che da quella tradizione siano scaturiti almeno sei o sette secoli d’arte anche italiana, che Bisanzio si considerasse più romana di quella Roma stessa capitolata ai barbari, e che il Rinascimento sia debitore proprio agli intellettuali fuggiti da Bisanzio allorquando questa cadde, da allora in poi, in mano ai turchi. Cennini traccia irrimediabilmente un solco tra un “noi” e un “loro” che verrà, di qui in poi, introiettato in ogni narrazione sulle epopee della nazione italiana come della cristianità occidentale.
Non ci sono state precedenti occasioni in cui un evento espositivo o una pubblicazione si siano poste il problema, non di analizzare, ma anche solo di rilevare che gli artisti contemporanei lucani ricorrano all’oro in modo sistematico, corrente, multiforme, in una maniera che niente ha a che fare con l’ottundimento dei sensi del Barocco, ma piuttosto con un senso della vertigine per il presentimento di dimensioni al di là del guado, o per lo svelamento di retoriche, più che mistiche, mistificanti. L’oro è recuperato come – o forse non ha mai smesso di essere – una materia semantica a sé, che non è possibile adoperare per rappresentare, fingere, somigliare, ma solo per avocare l’opera a una dimensione di liminarità che si spinga ai confini dell’insondabile, del paradosso, della negazione della materia. Com’è sempre stato nel paradigma del bizantino, e nel paradigma dell’icona come entità semiotica: icona è ciò che stabilisce col referente un rapporto di sostituzione simbolica che tuttavia non ha bisogno di passare per la somiglianza, la convenzione linguistica o l’evidenza di una traccia fisica (Charles Peirce).
Loro. Persistenze dell’oro nel contemporaneo è un progetto di ricognizione su un fenomeno artistico forse radicato nelle specificità di un senso dell’abitate i luoghi: dalla generazione dei maestri – i “pittori del mito” – fino agli esordienti, dalle tecniche più radicalmente tradizionali fino alla smaterializzazione del processuale,
Un fenomeno, quindi, che necessita di letture trasversali ed esplorative, che la Fondazione, nella sua vocazione al presidio del contemporaneo in Basilicata, aveva in mente da tempo. Un progetto che ha trovato la puntualità e la necessarietà per esplicitarsi nel percorso armentese per il recupero delle matrici culturali
italo-greche del paese, lì dove si riconosce l’estraneo in se stesso, e “loro” diviene “noi”. Con la galleria civica “Ori e orazioni” che da oggi – speriamo – diventi punto di avvistamento privilegiato per una fenomenologia dell’arte sorprendentemente inedita. Sono nove gli artisti in mostra, tra maestri ed esordienti: Dario Carmentano, Salvatore Comminiello, Maria Ditaranto, Pino Lauria, Felice Lovisco, Massimo Lovisco, Marcello Mantegazza, Saverio Palladino, Jessica Salvia. La mostra è allestita negli spazi per le azioni temporanee in Ori e orazioni, la galleria civica di Armento che proprio nei giorni dell’inaugurazione compie un anno di vita, ed è concepita come un piccolo scrigno di visioni intorno all’oro. La mostra ha anche propaggini diffuse: ogni artista espone anche nei luoghi della più commista e caotica contemporaneità, in tabacchi, bar, farmacie e alimentari del paese. Raggi dorati da cercare in mezzo alla confusione del quotidiano, per legare in maniera più stretta il lavoro della galleria alla vita del borgo, il sacro al profano, il sublime all’ordinario, perché entrambe le dimensioni, anche solo per un attimo ogni giorno, si ricollochino e ci ricollochino percettivamente in una nuova modalità della permeabilità emotiva e intellettuale, nell’arte come nella vita. [1] Dario Carmentano adopera l’oro ininterrottamente a partire dagli anni ’90: le sue tavole, i suoi papier découpé e le sue cartapeste dorate sono organici approvvigionamenti all’armamentario retorico del sacro, tra permanenza del rituale e aleatorietà delle narrazioni aggreganti, tra ossequio e dissacrazione. L’opera Senza titolo del 1994 è tra le sue opere più rappresentative e iconiche: la forma futuribile e medievale al contempo del catino d’acqua è la stessa che ricorrerà anni dopo nella sua opera relazionale Fonte
[6] Massimo Lovisco Icona d’oro (Solaris), 2023 scatola di legno, lucchetto dorato, foglia d’oro, cm 25 × 20,5 × 8,5
[7] Marcello Mantegazza Noli me tangere, 2023 marmo acqua bianca, foglia oro cm 26 × 26
del tempo, installata permanentemente alla Madonna dell’Idris per Matera Alberga, nel 2019. In essa la tavola dorata in maniera tradizionale, “bizantina”, accoglie iconografie che sembrano raccontare, con la pazienza di antiche miniature, elegie perse nella memoria dei popoli. L’opera fa parte del periodo che l’artista chiama delle “ibridazioni antropologiche”: parla di un senso del religioso che è mistero e artefatto, inganno e rivelazione, alla ricerca di immagini collettive, emblematiche, eppure inedite e introverse, che si fissano nell’immaginario con l’incisività di segni rupestri svelati. [2] Salvatore Comminiello si smarrisce tra epopee e fiabe, sogni e racconti lontani, in una dimensione dell’evocazione che è preverbale, e che attinge a un serbatoio condiviso – eppure in continua negoziazione – delle significazioni associate al decoro, al colore, alle forme. La decorazione, in particolare, è la disciplina che rende le superfici testi narranti: non orpello o superfluo, come vorrebbe una certa retorica funzionalista non priva di misticismi, ma fondamentale pratica della connotazione, dell’intertesto e dell’ipertesto intorno ai vocabolari del visivo. In Comminiello l’oro è uno di quei lemmi dell’evocazione: prezioso, raro, da usare con parsimonia. Come altri colori puri in forme pure, sfonda le superfici della commistione tra segni, buca i livelli e sovverte la planarità lucida dei suoi acetati, oppure si fa cornice, tabernacolo, teca. [3] Maria Ditaranto ricorre da sempre alla figura umana come nucleo in cui si mette in scena tutto il dissidio dell’esistenza, che è la materia privilegiata – forse l’unica degna d’essere trattata – dell’arte. Basta un gesto, una torsione, la posa di una mano per evocare allegorie sublimi, frammenti dispersi di mitologie dismesse, sacralità senza liturgie. Il “santo” che realizza appositamente per Armento
sull’agiografia di Luca e Vitale è scomposto in due profondi “reliquiari” dorati, in cui far procedere lo sguardo alla ricerca di una risposta nel mistero dell’effigie. Un discorso che è tanto sacro quanto sensuale, che ricorda i ragazzi di Vincenzo Gemito o Francesco Parente, di William Reid Dick o di Charles Ray: eroi efebici e indifesi, acerbi custodi di una forza innocente e sfrontata. L’oro è rituale impalpabile, ma anche irruzione, abbaglio. [4] Pino Lauria guarda al vocabolario del sacro come a un paramento teatrale, alla liturgia come a una drammaturgia per amministrare ciò che è fatalmente, strutturalmente sfuggente. Da restauratore per i beni culturali, conserva però anche un senso di disillusa e smaliziata facoltà di intervento su quella che è pur sempre una lingua, quindi una materia dell’uomo. Così aureole e decorazioni sacre, simboli e strumenti liturgici diventano elementi per una rappresentazione effimera, che distorce la materia del sacro ma che la riporta anche allo scandalo del vitale, all’oscenità del cogente, del contingente: il sacro cuore è un vero cuore infilzato da schegge di vetro; la santa è una splendida figura di genere impalpabile, nuda, che riporta inciso sulla pelle ciò che altrimenti sarebbe ricamato in oro sulle stoffe di un abito. Una teatralità paradossale che ci ricorda come anche la “verità”, per apparire tale, ha bisogno di essere messa in scena. [5] Felice Lovisco, maestro “transavanguardista” dell’arte lucana, partecipa con generosità con una serie di piccole opere appositamente realizzate, in testimonianza di una lunga e strutturata relazione con l’oro e con il sacro. Due teatrini fatti di aggregazioni frugali ed evocative, e un’icona dipinta su un vassoio da pasticceria: intessute di rimandi e richiami, da Schwitters ai surrealisti, dalla Pop al New Dada, fino alla summa
novecentista del Postmoderno, usano l’oro come isola sicura in un mare simbolico in tempesta che ci vede tutti naufraghi dell’interrelazione e della cultura. Lì ci si può incontrare per celebrare il rituale di ogni gruppo umano che misteriosamente si ritrovi nella comunanza del linguaggio, senza sapere come o perché, con l’incubo latente che tutto ciò possa decadere da un momento all’altro così come è cominciato. Una prova di levità, sapienza, freschezza, disinvoltura, data da chi per una vita è stato uno specialista degli immaginari. [6] Massimo Lovisco è il riferimento del relazionale nell’arte lucana: ogni opera d’arte è sempre un dispositivo di negoziazione sociale, macchina a orologeria delle significazioni. Fotografo, musicista e ideatore di happening, è debitore al concettualismo che da Duchamp a Cage, fino all’estetica del relazionale degli anni [8] Saverio Palladino Novanta, incastra l’uomo nelle sue stesse senza titolo #1, 2019 convenzionalità, facendo del linguaggio gesso, foglia oro, cm 16 × 19 × 8 un meccanismo auto-sabotante. Icona d'oro (Solaris) è una scatola chiusa da un lucchetto dorato in cui si cela una frase incisa su oro: è il risultato dell’interlocuzione con l’intelligenza artificiale, che ha ipotizzato per suo conto l’opera, così come l’oceano gelatinoso del pianeta Solaris (Stanisław Lem, 1961) è in grado di penetrare nella psiche dei suoi visitatori generando realtà inesistenti. Senza Titolo (Mille e non più Mille), opera inedita del 2001, è una banconota da mille lire, tra le ultime «pagabili al portatore» in oro, contrassegnata dal baffo di duchampiana memoria: è un esemplare di una serie di omologhe, inconsapevoli opere disperse per il mondo. [7] Marcello Mantegazza, già protagonista della personale 404.02 / Una specie di verità (2021) in cui si ragionava degli strumenti imperfetti, autoreferenziali e vaniloquenti della scrittura storica e del monumentalismo, estrae dal proprio
studio due opere inedite. Ricorrono all’oro come a quell’artificio attraverso il quale la caducità dell’umano si aggrappa disperatamente alla dimensione dell’aulico e di una sacralità imperscrutabile e retorica. Atto che paradossalmente non può che evidenziare, per contrappasso, la pulsione umana a espellere lo spettro della finitezza dalla propria coscienza. Noli me tangere, in particolare, è un topos dell’iconografia sacra: Cristo risorto intima alla Maddalena di non toccarlo, di non chiedere prova della sua carnalità, di non trattenerlo nella dimensione umana. La frase, incisa e dorata a caratteri romani su una lastra di marmo, è cosparsa di frammenti di oro zecchino. Una trappola tentatrice contro le tipiche convenzioni museali poste a protezione della supposta, fragile, imperfetta sacralità rituale dell’opera d’arte. [8] Saverio Palladino, rappresentante di una quarta generazione di artigiani, è un progettista e tecnico del legno che adopera strumenti digitali avanzati e lavora da anni nell’ambito della museografia e del restauro di beni culturali. Il suo rapporto con i materiali lo porta a ragionare su prestazioni, comportamenti, effetti, potenzialità di ciò che deve normalmente essere riportato, anche in maniera oppositiva e contraddittoria, alla regola del progetto. Le sue opere però sono fughe e riconciliazioni potenziali e utopiche con questa dimensione, in cui il materiale si affranca dal progetto per esprimersi in sé, quale meravigliosa espressione di forme autogenerate, già bastevoli per articolare sensi che non necessitano di sintassi. La doratura a guazzo interviene a sottolineare questi rinvenimenti: agglomerati di gesso o circonvoluzioni di legno vengono interrogate nelle loro intrinseche ragioni. Divengono sculture di pura forma, e lasciano la dimensione materiale per esprimere una poetica che è dentro la natura e fuori dalla facoltà di parola.
[9] Jessica Salvia è vincitrice del Premio del presidente al Mediterranean art prize 2023 dove esordisce con le sue strutture in metallo, resina ed elementi riflettenti dorati. Partecipa in questo contesto con tre piccole opere create appositamente, in cui la lucidità e l’impalpabilità della superficie, le geometrie pulite e assolutamente astratte, fanno tendere l’oggetto alla dimensione aniconica, puramente non rappresentativa, che fu di Malevic come di Mondrian, o del Proun di El Lissitzky. Un linguaggio che rifugge convintamente dalla referenza al mondo del reale, dal somatismo, dalla rappresentazione, in cui l’interazione talvolta ambigua tra sfondi e figure, tra quadro e non-quadro, diventa un campo significante, che segue le regole della psicologia della percezione, delle teorie della Gestalt (psicologia della forma): solo segni, simboli o movimenti allusivi, metaforici, che esprimono allegorie in aperta polemica con la cultura dell’immagine come rivelazione. Una cultura che è occidentale e profondamente cattolica, legata alla rappresentazione acheropita del Cristo nella vera icon, nel Mandylion, nella Veronica. Loro è un punto fuori dal tracciato, un necessario deragliamento, com’è proprio di ogni azione significativa nell’ambito del contemporaneo. È il necessario contrappunto alla collezione di icone bizantine di Ori e orazioni, un primo atto di attivazione di una vocazione alla lettura dei fenomeni per trasversalità, per intersezionalità, che possa essere operata in maniera più fondata e pertinente a partire da un punto di avvistamento come quello di Armento: non asserzioni lapidarie, che si impongano per mole o monumentalismo del gesto, ma sottili opere di ritessitura dei nessi, di narrabilità dell’agire artistico contemporaneo, di ricucitura con il quotidiano.
[3] Maria Ditaranto Reliquiario, 2023 olio su tavola, legno e foglia oro cm 40,5 × 40,5 × 21,7 cad., dittico
[9] Jessica Salvia Edicola votiva, 2023 resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30 Dimostrazione di realtà che non si vedono, 2023, resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30 Metànoia, 2023 resina, alluminio e plexiglas cm 30 × 30
404. / programma per l’arte contemporanea di Porta Cœli Foundation a cura di Donato Faruolo
Nella programmazione del web ogni errore risponde a una precisa tassonomia: 404 è il codice che indica quel frangente in cui, certi dell’esistenza dell’oggetto delle nostre ricerche e del percorso per arrivarvi, la destinazione, comunque, non si trova. Spesso si pensa ai processi dell’arte contemporanea come a ricerche programmaticamente prive di meta: una strategia che garantirebbe la possibilità di far emergere soluzioni non previste, e quindi l’innovazione dei linguaggi. Auspicare l’avvicendamento continuo e sistematico del nuovo è però un’esigenza dei mercati più che delle società. La nostra esperienza culturale, prossima e globale, ci suggerisce urgenze diverse, forse più ordinarie ma anche più radicali e meno aleatorie. 404 vuole offrire un contribuito alla ristrutturazione di un’aspettativa di senso, di gesti estetici che sappiano concedersi di avere un peso, di un ruolo dell’arte nei sistemi della comune cognizione del presente. Vuole lavorare sul possibile spazio della riconnessione tra l’agire dell’artista e la discussione collettiva, ristabilendo i collegamenti necessari e offrendosi come interlocutore per esperienze potenziali, per offrire la possibilità di trovare allorquando qualcuno si prefigga di cercare.
Ori e orazioni. Galleria civica di Armento è stata fondata nell’ambito del progetto Synthesis come parte di un programma di azioni per la riemersione della matrice culturale italo-greca e per la riscrittura della percettibilità pubblica del portato dei due santi siculo-bizantini Luca da Demenna e Vitale da Castronovo, le cui spoglie sono custodite in paese. Inaugurata il 27 novembre 2022, custodisce da allora una collezione permanente di icone contemporanee aderenti alla regola della scuola di Creta. Porta Cœli Foundation, che ha curato e attuato il progetto, segue con Donato Faruolo la direzione artistica della galleria a cavallo tra 2023 e 2024 con la realizzazione di talk sui temi della progettazione culturale (Il pane e le rose), mostre (tra cui Loro), residenze artistiche e nuove acquisizioni. In foto, le pale di San Luca e San Vitale di Igor Scalisi Palminteri (2022).
404.05
programma per l’arte contemporanea di Porta Cœli Foundation
/ Loro. Persistenze dell’oro nel contemporaneo Ori e orazioni. Galleria civica di Armento 03 dicembre 2023 — 17 marzo 2024
artisti Dario Carmentano, Salvatore Comminiello, Maria Ditaranto, Pino Lauria, Felice Lovisco, Massimo Lovisco, Marcello Mantegazza, Saverio Palladino, Jessica Salvia
sedi Ori e orazioni. Galleria civica di Armento Palazzo comunale, piazza Umberto I e attività di corso Vittorio Emanuele III vernissage 03 dicembre 2023, ore 17.30 Sala consiliare, largo Regina Margherita Armento — Potenza +39 348 5829789 www.404.portacoeli.it info@portacoeli.it www.facebook.com/orieorazioni
design donato faruolo
realizzata da Porta Cœli Foundation e Comune di Armento a cura di Donato Faruolo