Metal Hammer Italia - 08/2016

Page 1

Testament

In Flames

Dark Tranquillity

e n o r h t k r a D Live in Puerto Rico

Hardwired Special

!

Hammer Esclusiva

r e d n u h t k c a l b c i Arct

Special

e

It

La

dies

byrint Dark Lun h acy

er

a

M eta l N e lian v


Il tanto atteso nuovo album di ispirato Black Metal del leggendario duo Fenriz/Nocturno Culto Arctic Thunder è disponibile in Vinile nero da 180g con codice download Mp3, in CD e in download digitale

www.peaceville.com/darkthrone

25 anni dei

A Harvest of Dread

Libro di 92 pagine con copertina rigida, con prefazione di Tom G Warrior sulla nascita e l’ascesa delle leggende Inglesi del Doom Metal, include interviste con la band e altre figure storiche correlate. Contiene 5 dischi di rarità, primi lavori e demo recentemente riportati alla luce e mai precedentemente sentiti, le tracce preferite dalla band e file audio dal vivo data d’uscita il 9 Dicembre 2016.

disponibile su ordinazione anche:

09.12.16

Disponibile in pre-ordine su www.peaceville.com/store - con il pre-ordine si riceve in regalo una speciale edizione limitata in vinile 7” di ‘Hollow Cathedra’

Meisterwerk III

Speciale triplo CD con tracce estratte dal back catalogue della band

28.10.16

www.mydyingbride.net

T.O.M.B.

TOTAL OCCULTIC MECHANICAL BLASPHEMY Il debutto su Peaceville dei maestri Americani dell’occult Black Noise! I T.O.M.B, esplorano l’essenza dell’oscurita’ e del male. Con Hellhammer dei Mayem alla batteria e l’artwork dell’album curato da Erik Danielsson dei Watain. Per i fan di Sunn O))) e Abruptum.

21.10.16

Fury Nocturnus è disponibile in vinile nero da 180g con codice download MP3, in CD e in download digitale

www.

.com


Hammer Highlights

DARKTHRONE 26

GLI ALFIERI DEL BLACK METAL Ultimo numero di questo 2016 per Metal Hammer Italia e abbiamo scelto di dedicarlo un po’ più al lato estremo del nostro genere. Come rappresentanti abbiamo selezionato i Darkthrone di Fenriz e Nocturno Occulto, celebre duo tornato sul mercato con ‘Arctic Thunder’, disco che segna un ritorno alle origini per la band norvegese.

48

44

56

BAD BONES

LABYRINTH

METALLICA LIVE

Non solo metal estremo in questo numero di Metal Hammer. Abbiamo scelto di dare spazio ad alcune delle più meritevoli band nostre all’interno dello speciale Italian Metal Never Dies. Ad aprire questa sezione della rivista sono i Bad Bones, autori dello stupefacente ‘Demolition Derby’, disco con cui i rockers si candidano seriamente a guadagnarsi un posto d’eccezione nella scena internazionale.

Dopo i Bad Bones sono i Labyrinth, storica band che ha segnato la storia del power metal mondiale. È Roberto Tiranti a prestarsi ai microfoni di Metal Hammer per un’intervista a tutto tondo, raccontando ciò che è realmente successo in questi ultimi anni al gruppo italico. Un ritorno sulle scene che ora avviene in pompa magna, sul palco del Frontiers Metal Festival, dove i nostri hanno dominato.

Inutile dire che questa fine d’anno ha segnato il ritorno dei Four Horsemen in tutta la loro potenza con ‘Hardwired... To Self-Destruct’, doppio disco che ha fatto quasi gridare al miracolo fan e addetti ai lavori. Metal Hammer li ha seguito fino a Puerto Rico in una delle prime date dell’Hardwired Tour e vi riporta qui alcune foto esclusive accompagnate dalle parole di Piergiorgio Brunelli.

METALHAMMER.IT 3


Hammer Editoriale

8

12

The YEar Of The hammer Siamo arrivati al round di fine 2016, e, volendo tirare le somme come appunto l’occasione lo richiede, credo si possa affermare come questo sia stato un grande anno per Metal Hammer Italia, culminato, un paio di mesi fa, con il lancio del sito vero e proprio – una scommessa che si sta rivelando ogni giorno sempre più avvincente. E vincente. Sotto diversi punti di vista. Quasi un lasciapassare per la tecnologia odierna, dato che tralaltro siamo anche presenti su tutti i social network – Facebook, Instagram e Twitter – per un servizio costante e aggiornato il più possibile. Per il metal ci facciamo in quattro, è veramente il caso di dirlo. Fiore all’occhiello, la rivista in digitale che da bimestrale stiamo trasformando, un passo alla volta, in un mensile classico a tutti gli effetti, non solo con gli approfondimenti ma anche e soprattutto con le tantissime novità che questo rutilante mondo ogni mese riserva. Per il numero con il quale ci apprestiamo a congedare l’anno, una copertina speciale che condensa il meglio, sotto il profilo dell’hard’n’heavy più di qualità, poco importa se si tratti di alfieri di sonorità plumbee e sinistre, di

clamorosi nomi storici o di scatenata, rampante gioventù che alla sfrontatezza unisce gran gusto compositivo. Ospiti d’onore, i Darkthrone che festeggiano l’imminenza del trentennale di carriera con un nuovissimo album che, per intensità e gelido feeling, può permettersi di sfiorare i pionieristici capolavori dell’epoca, uno su tutti, il caliginoso‘A Blaze In The Northern Sky’. Manifesto assoluto del black metal scandinavo, quello autentico, eversivo ed innovatore. Dubitate degli stereotipi o di chi, povero illuso, paventa di poter indicare la via maestra… E’ da questa malefica coppia, Fenriz e Nocturno Culto, che si deve passare se si vuole osservare l’oscuro dogma, e ‘Arctic Thunder’ il libro del cerimoniale. Lassù, in Norvegia, i lupi non hanno mai smesso di banchettare… Orgoglio nazionale, il gruppo piemontese dei Bad Bones fuori con ‘Demolition Derby’, album

nuovo di zecca patrocinato dall’attiva Sliptrick Records e con sostanziali novità, all’interno di uno stile hard&roll sempre sfacciato e “in-yourface”, ma con dalla sua la forza della maturità e una consapevolezza che spacca le pietre! Max Bone e i suoi terribili fratellini sono attualmente in tournée lungo lo Stivale tricolore, per una volta lasciate da parte le smanie esterofile e fiondatevi a un loro concerto. Un’esperienza mica da ridere, lo show dal vivo dei piemontesi… Poi non dite che non vi avevamo avvisati. Last, but not the least: i Metallica che, neanche a dirlo, demoliscono tutto e tutti con una semplice scrollata di spalle! Forse qui in redazione saremo fin troppo di parte, ma va riconosciuto che un album della portata di ‘Hardwired… To Self-Destruct’ era un pezzo che non capitava. Bisogna attribuirgli soprattutto un merito: ci ha restituito quel (grande) fascino che solo i Metallica possiedono. Un fascino che era andato un po’ scemando negli anni. Un album poderoso e importante, al quale abbiamo dedicato una chicca speciale, ovverossia l’esclusivo live reportage della loro prima data del tour mondiale, tenuta a Puerto Rico, e un’analisi estremamente approfondita, in sede di recensione. Metal up your ass, proprio come si diceva una volta! Alex Ventriglia

.it TUTTI I GIORNI NUOVI CONTENUTI vai al sito www.metalhammer.it 4 METALHAMMER.IT

news RECENSIONI LIVE REPORT

articoli Rubriche Podcast


TALES FROM BEYOND Hammerfall 6

Hammer Core

Metal Rubriche

Testament

Circle Of Burden

Torna a battere il martello degli svedesi con un nuovo album

British Lion 8

42

Steve Harris sbarca in Italia con i suoi British Lion, lo abbiamo incontrato

Hammer relics

Kee Marcello 10

Il chitarrista svedese pubblica ‘Scaling Up’ con la nostrana Frontiers

Dark Tranquillity

Stay Brutal

Giraffe Tongue Orchestra 14 Un trio d’eccezione per un

66

Suicidal Tendencies Nuovo sodalizio con Dave Lombardo per l’album ‘World Gone Mad’

Devilment 18

Bring Metal To The Horses

34

In Flames

ProgSpective

70 38

Dalla Persia arriva questo interessante progetto black metal

72

‘A Means To No End’ è l’ultimo full-length dei metaller nostrani

HANNO COLLABORATO Andrea Lami, Barbara Volpi, Roberto Gallico, Dario Cattaneo, Max Novelli, Giuseppe Felice Cassatella, Vincenzo Nicolello, Francesco Ceccamea, Alex Manco, Trevor, Mara Cappelletto, Stefano Pera

Recensioni

52

74

60

Korpiklaani 62

PUBBLICITÀ adv@metalhammer.it WEBMASTER Gianluca Limbi info@gianlucalimbi.com

Live Report UGly Joe

Emanuela Giurano

PROGETTO GRAFICO Doc Art - Iano Nicolò

Dark Lunacy

Primo live album per gli irlandesi che si confessano

Destrage 24

FOTOGRAFI Alice Ferrero alice.ferrero@metalhammer.it

GRAFICA Stefano Giorgianni

Rock Tattoo

Primordial 22

Andrea Schwarz andrea.schwarz@metalhammer.it

Roberto Villani roberto.villani@metalhammer.it

Filosofia e profondità nel nuovo disco della band ungherese

From The Vastland 21

Paky Orrasi paky@metalhammer.it

Angela Volpe angela.volpe@metalhammer.it

68

Dani Filth arriva con il secondo capitolo discografico dei suoi Devilment

Bornholm 20

Andrea Vignati andrea.vignati@metalhammer.it

Alessandra Mazzarella alessandra.mazzarella@metalhammer.it

nuovo progetto, scoprite la Giraffe Tongue Orchestra

16

VICEDIRETTORE EDITORIALE Fabio Magliano fabio.magliano@metalhammer.it

REDAZIONE

51

Show in Giappone e registrazione di un live speciale per il gruppo alessandrino

DIRETTORE EDITORIALE Alex Ventriglia alex.ventriglia@metalhammer.it

CAPOREDATTORE Stefano Giorgianni steve.giorgianni@metalhammer.it

30

Secret Sphere 12

DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Taricco

Lordi 64

IN COPERTINA Darkthrone Photo Courtesy of Peaceville Rec. Metallica Foto di Piergiorgio Brunelli Bad Bones Foto di Alice Ferrero


r e m m a H Up The di Alessandra Mazzarella

A due anni dall’ultima pubblicazione, i paladini del metallo svedese tornano con un nuovo album. Metal Hammer Italia scam� bia quattro chiacchiere con il bassista della band, Fredrik Lars� son, in merito al decimo capitolo della saga del Martello.

‘Built To Last’, “costruiti per durare”: una dichiarazione d’intenti coraggiosa e audace, come ci si aspetta da una band della caratura degli Hammerfall, coloro a cui molti hanno attribuito il merito di aver risollevato le sorti del power metal quando per i più era ormai un genere morto e sepolto. Pur avendo tagliato il traguardo del decimo album pubblicato e raggiunto un posto di tutto rispetto nell’olimpo del metallo, gli Hammerfall possono avere ancora qualche piccolo intoppo nel loro percorso creativo. Fredrik ci racconta la genesi di “Built To Last”: “Personalmente sento questo album molto vicino a ‘(r)Evolution’, con la differenza che stavolta alla batteria c’è David (Wallin) invece di Anders (Johansson). Quando abbiamo

6 METALHAMMER.IT

registrato ‘(r)Evolution’ c’eravamo presi una pausa di un anno, che ci aveva dato modo di pensare a cosa sono gli Hammerfall e cosa volevamo. Alla fine della pausa eravamo pronti e determinati a dimostrare al mondo di cosa siamo capaci. All’inizio

delle registrazioni per ‘Built To Last’ portavamo dentro quello stesso spirito, sapevamo di poter scrivere dei pezzi ottimi. Oscar (Dronjak) ha avuto qualche difficoltà nel trovare l’ispirazione e

svincolarsi dai suoi soliti sistemi; si è messo sotto ad ascoltare vecchia musica, passando ore a registrare nel tentativo di scrivere qualche buon brano, finché a un certo punto le idee sono arrivate e tutto si è risolto”. In ‘Built To Last’ non c’è un vero filo connettore tra i brani: “Non credo che questo album abbia un tema particolare. È Joacim a scrivere la maggior parte dei testi e noi non ci mettiamo bocca un granché, anche io devo interpretarmeli da solo” ammette Fredrik “quindi siete tutti liberi di vederci quello che più vi piace. Ma in sostanza sono sempre le stesse cose che diciamo in ogni disco, siate orgogliosi di voi stessi e state a testa alta. È questa la nostra visione del metal: non devi essere come ti vogliono gli altri,


un Il martello E' oglio simbolo di org e stima per se stessi Last’ è il decimo album pubblicato dagli Hammerfall, un traguardo importante per qualsiasi band. Fredrik si abbandona alla nostalgia e ci racconta come ha visto evolversi questa parte fondamentale della sua vita: “Quando abbiamo cominciato eravamo una piccola band senza pretese; se ai tempi ci avessero detto che vent’anni dopo saremmo ancora stati nel business e avremmo pubblicato il nostro decimo album ovviamente non ci avremmo creduto. Eravamo solo un gruppo di ragazzini che si divertiva a suonare insieme e a tirare fuori canzoni che ci piacevano. Nel corso degli anni la struttura dei nostri pezzi è cambiata, dagli strumenti che usiamo al metodo compositivo, e anche la nostra conoscenza del settore, ovviamente. Gli Hammerfall di oggi non hanno niente a che vedere con quelli degli albori. Siamo rimasti fedeli al metal classico, aggiungendo giusto un tocco di modernità perché non vogliamo assolutamente risultare stagnanti. Ci teniamo al passo con le nuove tecnologie perché pensiamo sia fondamentale per mantenere la freschezza del sound ma non ci distacchiamo mai troppo dalle nostre radici, che sono ben piantate nella vecchia scuola”. Per molti fan del

devi rispondere solo all’idea che hai di te stesso, e quando sarai fedele a quell’idea sarai felice”. Molti musicisti si trovano in difficoltà quando gli si chiede quali brani dei loro nuovi album preferiscono, ma non è questo il caso di Fredrik: “I singoli che abbiamo estratto da ‘Built To Last’, ‘Hammer High’ e ‘The Sacred Vow’, sono classiche canzoni in stile Hammerfall, né più, né meno. Se invece devo scegliere le mie preferite dico ‘Stormbreaker’, che è bella veloce, e ‘Second To None’, che è veramente un gran pezzo, più lento dell’altro ma con un coro veramente mitico e potente”. E cosa ci si può aspettare da ‘Built To Last’? A quanto pare i contenuti di quest’album sono facilmente prevedibili: “Questo è un nostro tipico album, Hammerfall in tutto e per tutto. Se devo essere sincero direi che è un po’ troppo presto per tirare le somme e dire se sia meglio di ciò che abbiamo fatto prima. C’è bisogno di un minimo di prospettiva, direi che prima di fare un paragone con gli album precedenti si dovrebbe lasciar passare almeno un annetto: quando sei immerso nei lavori e ascolti quello che hai scritto ti esalti e ti convinci di aver tirato fuori un capolavoro, poi passa il tempo e ti rendi conto che sì, hai creato qualcosa di buono, ma non è la miglior perla della tua produzione Abbiamo ascoltato le canzoni di ‘Built To Last’ fino alla nausea mentre registravamo e se c’è una cosa di cui sono sicuro è che questo è il lavoro migliore che potessimo tirar fuori in questo momento della nostra carriera e con le nostre attuali possibilità. Ci abbiamo lavorato tantissimo e ne sono molto, molto orgoglioso”. Recentemente gli Hammerfall hanno firmato un contratto con la Napalm Records, dando inizio a una collaborazione che, a quanto pare, sta dando i frutti sperati dalla band: “Speriamo che i grandi capi lavorino sodo come noi! Lo scopo è quello di far crescere gli Hammerfall il più possibile, con tour e concerti più grandi. Ci si auspica che l’etichetta voglia fare la stessa cosa… Che dico, è ovvio che l’etichetta voglia far diventare le band più grosse per farci più soldi! Però bisogna che ci supporti e ci dia i mezzi per far sì che questo accada. Ho grandi aspettative nei confronti della Napalm Records e anche se lavoriamo insieme da poco i risultati al momento sono ottimali”. ‘Built To

metal il power è un genere di transizione, legato perlopiù al periodo adolescenziale, tanti altri lo considerano triste e banale, portatore sano di brutti stereotipi che sviliscono la potenza dell’heavy; secondo Fredrik invece anche gli stereotipi e i testi ridicoli hanno una funzione essenziale: “I cliché e la banalità fanno parte del nostro genere. Una piccola parte in realtà”, precisa borbottando. “Il metal deve essere tosto, veloce e aggressivo ma non costantemente impregnato di rabbia, violenza e frustrazione. Il power metal secondo me ha una funzione importante, quella di accompagnare l’ascoltatore nei momenti più felici e caricarlo di positività e allegria. Non c’è bisogno di stare sempre a muso duro, ogni tanto è giusto ascoltare qualche bella melo-

dia e lasciare che ti trasmetta un po’ di gioia. Tanto i tizi che suonano metal estremo non sono fatti di pietra, anche loro ogni tanto si fanno scappare un sorriso, eh!”. Dieci album all’attivo e sette canzoni che parlano di martelli; chiediamo a Fredrik quale sia il ruolo del martello nella loro discografia: “Il martello per me non è un vero attrezzo, è un simbolo di orgoglio e stima per se stessi. E poi ci chiamiamo Hammerfall, abbiamo il dovere di scrivere canzoni sui martelli, ne andrebbe del nostro buon nome!” conclude ridendo.

METALHAMMER.IT 7


Il mitologico Steve Harris e' itish tornato in italia con i suoi br bassista lion, progetto che separa il tto due dagli iron maiden. abbiamo fa lla data chiacchiere con lui prima de milanese.

di Dario Cattaneo Foto di Alessandro Bosio

Il Ruggito del Leone Quando si parla con una leggenda vivente come Steve Harris non si può nascondere un certo timore reverenziale… timore che però, fa piacere dirlo, viene dissipato subito dalla calma e dalla naturale simpatia dell’artista dall’altra parte della cornetta. Apparentemente felice e rilassato, il mitico bassista degli Iron Maiden sembra infatti aver svestito con piacere i panni della rockstar, per indossare quelli più umili ma più comodi del leader dei suoi British Lion. Ma, viene da chiederci, quanto è giusto chiamarli ‘i suoi British Lion’? Questo curioso monicker è il titolo di un disco solista di Steve Harris oppure il nome di una band

8 METALHAMMER.IT

vera e propria? È Steve Harris’s British Lions o British Lions e basta? È proprio Steve a risponderci. “Hai ragione, forse questa cosa del monicker può risultare un po’ confusa per chi non ha seguito la storia dall’inizio…”, ammette, senza scomporsi. “Il punto è che l’intero progetto, per ora chiamiamolo così, ha avuto una genesi piuttosto lunga”. Il famoso bassista si accinge a raccontare, andando con la mente indietro di più di vent’anni. “Erano i primi Anni ’90”, ricorda, “e con gli Iron eravamo davvero super impegnati, Davvero, era un momento molto particolare della storia della band, chi ci

conosce da sempre questo lo sa bene. Comunque, erano appunto quegli anni lì, e Graham (Leslie, chitarra, ndr) venne da me con una cassetta di roba registrata dalla sua band. Non che questo accadesse raramente, ma alla fine ascoltai quel promo, e decisi che mi sarebbe piaciuto quanto meno produrli. Era bella musica”. La storia continua con ricordi via via più nitidi. “Nell’ottica quindi di lavorare - anche se come produttore - a un album di Graham e della sua band, cominciai a seguire i loro progressi, finendo per comporre più di qualche pezzo con loro negli anni successivi”. Tutto molto

naturale e nato dall’entusiasmo, potremmo dire, ma per giungere a un primo prodotto pubblicabile si dovrà aspettare almeno fino al decennio successivo. “Poi, dalla metà degli Anni ’90, non se ne fece più niente. La situazione con i Maiden in quel periodo era molto complicata (parla dell’era Bayley, ndr), e tutto il mio tempo finì in un modo o nell’altro assorbito dai Maiden. Nel frattempo la band di Graham e Ritchie (Taylor, il cantante, ndr) si sciolse e tutto sembrò finire lì. Solo dopo la metà del decennio dal 2000 al 2010 riallacciai i rapporti con gli altri due, e rispolverammo così quelle


vecchie canzoni”. Da lì, come dire, tutto fu in discesa. “Le cose sono poi proseguite senza fermarsi”, conferma Steve, “Ritchie portò con se Hawkins (chitarra, ndr), un suo amico, e così rincominciammo a scrivere, fino a che nel 2012 non riuscimmo infine a incidere tutte quelle idee su un unico disco. È stata lunga, ma ce l’abbiamo fatta!”. La voce di sembra sinceramente soddisfatta. “Sul fatto che sul disco capeggi solo il mio nome…” precisa poi, rispondendo meglio alla nostra domanda iniziale, “la scelta è stata, diciamo, promozionale. Con un richiamo al mio nome, è chiaro che il prodotto avrebbe ricevuto maggiori attenzioni, lo ammetto. Però, ci tengo a precisarlo, l’approccio e l’interazione che abbiamo è da band vera, non da progetto solista. E comunque ci chiami, Steve Harris’ British Lion o anche solo British Lion, sempre noi siamo”. Una risposta chiara e onesta, che ci porta a parlare quindi della loro imminente calata in terra italica. “È grande essere in tour con questa band… è quello per cui è stata formata, non so se mi spiego!” Gongola Harris, pensando alle date che tra poco lo aspettano. “Suonare dal vivo è importantissimo per me, e voglio farlo fino a quando riuscirò, sia con British Lion che con gli Iron Maiden!”. Giacché Steve ha nominato la sua band principale, ci viene spontaneo chiedergli se suoneranno qualche brano dal repertorio della vergine di Ferro o no. “No, niente cover”, ci smentisce però subito il bassista. “Solo pezzi scritti da noi come band. Ma non viene tutto dal debutto del 2012, proprio no. Almeno cinque pezzi non li avete sentiti… e due sono completamente nuovi”. Nuovi? C’è forse un album in preparazione? “Si che c’è…” ci sembra quasi di poter vedere un sorriso malandrino sul volto del bassista. “Stiamo scrivendo altri brani. Appena saranno finalizzati, usciremo con un altro disco, probabilmente l’anno prossimo”. Felici di

Leggi sul nostro sito il live report della data dei british lion in italia questa notizia quasi in anteprima, ritorniamo però alla scelta di non puntare su una scaletta contenente i pezzi più famosi degli Iron. Avremmo scommesso sarebbero stati di grande aiuto per questo tour così strano, tenutosi a quattro anni dall’unico album finora sul mercato… “Potresti aver ragione, ma credo non serva”, ci viene spiegato. “Penso che la gente che viene ai nostri concerti sappia che non siamo gli Iron Maiden. Hanno ascoltato l’album del 2012, è ben diverso da quello stile. I British Lion hanno il loro stile, e quindi anche il loro pubblico”. Ci ripensa un attimo. “So bene che qualcuno viene per sentire i Maiden, ma si tratta di un’altra entità. Con British Lion facciamo hard rock, non credo valga la pena mischiare le due cose”. Il punto di vista del bassista è sicuramente condivisibile, ma a questo punto siamo incuriositi dal fatto se per lui comporre per una ‘The Red And The Black’ per gli Iron o una ‘Spitfire’ per i

BritishLion sia una cosa in fondo così diversa. L’artista non sembra esserne così convinto. “Mah, personalmente vedo l’hard rock di British Lion come un crossover con la musica che ho sempre suonato con i Maiden, dunque non mi trovo a disagio a comporre né sento grosse differenze…” Anzi, le analogie paiono più delle differenze. “In realtà ci sono molti punti in comune… la line-up è ad esempio la stessa di ciò che erano in origine gli Iron Maiden: cinque membri con due chitarre. Direi che non è il mio approccio alla musica a essere diverso, quello che cambia sono ovviamente le persone. Comunque può essere che il modo che ho di analizzare le composizioni sia in un certo senso diverso... in realtà è ancora più powerful!”. Ritornando sul discorso dei piccoli club, pensiamo che il successo di Steve con gli Iron Maiden sia mondiale e praticamente inarrivabile. Cosa spinge quindi un musicista così famoso, e impegnato, a

tornare a suonare in piccoli club? . “Suonare in palazzetti e piccole venue è qualcosa che non facciamo da anni, con i Maiden…”, ci spiega, “ma il rapporto con i fan è completamente diverso. Senti di più la loro vicinanza, il loro calore. Non che sia brutto suonare nelle grandi arene, anzi!” Precisa. “Solo, anche questo aspetto dell’attività live mi piace, e devo dire che mi mancava forse da troppo tempo. Ecco perché sono così felice di partire in tour con i ragazzi dei British Lion!”Insomma, l’impressione che ci dà Steve alla fine di questa corta chiacchierata è quella di una persona felice della propria vita, che non ha alcuna intenzione di smettere di fare ciò che fa, finché non sarà veramente necessario. “Hai ragione: il mio principio è di non fermarsi mai”. Ci conferma, infatti: “Io continuo a suonare e ad evolvermi. Ogni cosa nuova che faccio è una sfida!”

METALHAMMER.IT 9


l’ex chitarrista degli Europe torna con un album nuovo contenente dodici brani che richiamano le sonorita' che hanno reso famosi Joey e soci

>>>Flash Forward<<< di Andrea Lami Dopo aver girato il mondo in lungo ed in largo, torna l’ex chitarrista degli Europe, Kee Marcello, con un album nuovo di zecca, contenente dodici nuove canzoni. Come ebbe a raccontarci in una nostra intervista esclusiva un po’ di tempo fa, Kee ha sempre amato un certo tipo di musica, che è proprio quella che ha composto e suonato quando era negli Europe (‘Out Of This World’ e ‘Prisoners In Paradise’) ma anche nel suo gruppo precedente Easy Action, e cioè dove la melodia la fa da padrona. Lo stesso tipo di musica che si sarebbe aspettato dagli Europe (ricordiamo che lui stesso ne è un fan), ma visto che così non è stato, ora tocca a lui proporci queste sonorità con il suo nuovo album in uscita intitolato ‘Scaling Up’, “Beh, sento che non c’è da tornare indietro, non c’è niente da tagliare o da modificare. Faccio quello che sento. Mi sento molto meglio con la mia musicalità e con le persone che ho trovato nel corso degli

10 METALHAMMER.IT

anni per raggiungere questo traguardo. Sto «salendo la scalinata/allargando i miei orizzonti»” è quello che ci conferma Kee il quale prosegue illustrandoci la copertina “Ovviamente l’uomo sulla scala sta salendo con una città apocalittica nello sfondo. Ma non è un uomo qualsiasi, è Papa Legba. Egli è uno spirito voodoo che

si dice essere il gatekeeper dell’incrocio spirituali. Questo potrebbe sembrare strano, ma ho vissuto nelle isole Turks e Caicos nel British West Indies (BWI), è vicino ad Haiti, ed il voodoo era sempre presente. Ho pensato che sarebbe stato

adatto per avere una divinità voodoo salire la scala.”. Le sonorità di queste nuove dodici canzoni richiamano i tempi passati con gli Europe “Il songwriting è stato molto istintivo e la strada che ho intrapreso in questo periodo è venuta fuori praticamente da sola. Sto

semplicemente facendo quello che so fare. Non pensare, solo feeling” che se vogliamo dirla tutta risulta essere il modo migliore per dar vita all’arte. Immaginiamoci quanto è brutto se gli artisti si mettessero a tavolino a comporre/creare, addio magia. Ma parliamo delle canzoni contenute nel nuovo

lavoro, partendo da ‘Fix Me’ o ‘On The Radio’ ”Penso che si può facilmente dire che le melodie sono il mio marchio di fabbrica. Il tutto si può riassumere dal fatto che adoro avere queste melodie intorno a me. Una bella melodia può essere espressa in modo sempre tanti modi, e non c’è alcun modo di fermarla dopo che ti ha catturato. Questo è ciò che amo del mio lavoro (vita)”. Proseguendo nell’ascolto troviamo due brani di chiara matrice purpleiana (ma anche Whitesnake) come ‘Soldier Down’ e ‘Scaling Up’, due omaggi di Marcello il quale conferma precisando che “queste band sono la mia grande ispirazione. Soprattutto Deep Purple. E de non fosse stato per loro non avrei iniziato a suonare” e due brani che velatamente ne ricordano altri due del passato ‘Black Hole Star’ (‘Seventh Sign’) e ‘Do Not Miss You Much’ (I’ll Cry For You) “hai ragione” – conferma Kee – “sono due canzoni nuove e la tua osservazione


forse è dovuta dal fatto che probabilmente perché anche ‘Seventh Sign’ l’ho scritta io ed ho un modo di scrivere caratteristico e riconoscibile. La melodia inquietante di ‘Black Hole Star’, insieme a ‘Finger On The Trigger’ sono i miei pezzi preferiti dell’album. Visto che il discorso va sullo stile ne approfittiamo per chiedere quanto si allena e cosa fa per mantenersi in forma “praticamente non faccio niente di diverso dall’essere me stesso.” quando uno si dice toccato dal signore! Ripartiamo parlando della splendida ballad ‘Finger On The Trigger’ “Ho scritto e registrato un demo di questo brano nel mio home studio nella mia casa di città in Guanahani Village a Nassau, alle Bahamas nel 1987 per l’album degli Europe che si è poi intitolato ‘Out Of This World’, ma purtroppo questa canzone non ha trovato spazio. Recentemente l’ho ritrovata su un vecchio nastro quarto di pollice quando

stavo sistemando alcune cose nel mio studio. Ho dovuto “cuocere” il nastro prima e solo dopo ho avuto la possibilità di ascoltarlo. (Il magnetismo si perde dopo un lungo tempo, e cottura in una certa temperatura rende possibile copiarlo su supporti digitali). Ho riscritto il testo (ora parla del rammarico di un kamikaze), ma ho praticamente mantenuto l’intera atmosfera musicale - era già lì quando l’ho scritta. Questa è la magia del songwriting/canzoni. È possibile ritrovare un tempo, riassaporare un’atmosfera, farti tornare in mente alcune sensazioni o luoghi con una buona canzone, anche se è stata scritta decine di anni fa. Ho tentato di fare un nuovo assolo, ma nulla sembrava adattarsi così come quello che ho fatto nel 1987! Così ho dovuto cercare di entrare in quello che facevo allora, ed ammetto che non è stato facile. Ho anche dovuto cercare di imitare la mia performance vocale – avevo una tonalità diversa allora. Credo che fosse valsa la pena. Probabilmente la mia canzone

“Questa E’ la dimostrazione che gli idioti che amano il denaro, non sanno un cazzo di musica e non dovrebbero avere nulla a che fare in questo business” preferita dell’album” proseguiamo con ‘Scandinavia’ “Questa canzone è in realtà parla più della mia vita a Los Angeles che della Scandinavia e racconta come ci si sente a stare a casa malato. Ho passato un brutto periodo quando mi sono sentito perso mentre stavo cadendo nell’abuso di droga a Los Angeles e questa canzone parla del desiderio di tornare alle nostre radici. Che in realtà è il tema per l’intero album”. Album che contiene due demo del periodo degli Europe che sono ‘Don’t Not Know How To Love No More’ e ‘Wild Child’ per le quali Kee ribadisce che “ho sempre pensato che non sarebbe stato corretto non pubblicare queste canzoni. Questi erano i miei riff e quella era la direzione che io personalmente avrei voluto prendere in quel momento. La EPIC, nostra etichetta, non ha gradito quelle canzoni perché pensavano fossero troppo pesanti. Questa è la dimostrazione che gli idioti che amano il denaro, non sanno un cazzo di musica e non dovrebbero avere nulla a che fare in questo business. Tornando a ‘Wild Child’

ospite nel pezzo alla tastiera c’è un musicista straordinario che ho incontrato ad un mio clinic in Italia: Michele Luppi. È un gran cantante ed il suo lavoro sul brano è stato assolutamente fantastico” parlando di voce ne approfitto per farti i complimenti, sul disco canti in maniera splendida, la tua voce è migliorata parecchio, svelaci il tuo trucco “ti ringrazio, molto. Nessun trucco, semplicemente cantando. Sono andato in tour per il precedente album (‘Judas Kiss’, ndr) facendo centinaia di date, anche in Italia ed usando tanto la voce, si impara” quindi ti aspettiamo nel nostro Bel Paese “attualmente dovrò suonare in Inghilterra, poi devo tornare in Scandinavia e solo dopo potrò iniziare a girare il resto dell’Europa. Naturalmente tornerò in Italia che per me è come una seconda patria. Solo che non so con precisione quando tornerò”. Con queste parole salutiamo il sempre gentile Kee Marcello ben sapendo che a breve verrà a farci visita per proporre dal vivo qualche brano nuovo e qualche canzone del suo passato.

Curiosità: papa legba Nel vudù Haitiano, Papa Legba è un Loa (spirito mediatore tra l’uomo e il dio supremo). Il suo compito è quello di aprire la strada ad altri regni. Egli è lo “spirito potente di comunicazione tra tutte le sfere della vita e della morte. La croce è il suo simbolo, perché è al vertice di questa croce che il cielo e la terra si intersecano”. Agli amanti delle serie tv non sarà sfuggito che il Papa Lega era nella terza stagione di American Horror Story.

METALHAMMER.IT 11


Primo album live per una delle band italiane piu' apprezzate in terra nipponica, un concentrato di potenza racchiuso in un unico cd.

Alive in japan Grazie alla pubblicazione del primo album dal vivo, abbiamo l’occasione per scambiare due chiacchiere con Aldo Lonobile chitarrista, nonché compositore e membro fondatore della band il quale ci racconta che “L’opportunità di registrare questo album dal vivo è arrivata in maniera piuttosto improvvisa. Eravamo in procinto di partire per il tour in Giappone l’anno scorso quando l’entourage organizzativo ci chiamò la settimana prima dicendoci di valutare l’opportunità di registrare la performance di Tokyo per un futuro album dal vivo, ovviamente dichiarandosi disponibili ad aiutarci nella cosa.” il chitarrista alessandrino prosegue “Ovviamente abbiamo accettato e loro hanno organizzato le riprese sia audio che video, ma ti posso confermare che non era nei nostri piani di fare un live DVD” album che contiene molte canzoni estratte da ‘Portrait Of A Dying Heart’ “la scelta è stata dettata

12 METALHAMMER.IT

dal fatto che è il primo album inciso dopo l’ingresso di Michele Luppi nella band, quindi è una sorta di manifesto del nuovo volto dei Secret Sphere ed era giusto dedicare ampio spazio a questo album, un disco che per noi ha una valenza molto importante” ma anche le altre canzoni scelte non

sono da meno nel senso che ci troviamo di fronte ad una sorta di greatest hits “Non proprio, diciamo che in tutti questi anni avevamo parecchio feedback dai nostri fan giapponesi su un’ipotetica scaletta dei

loro desideri, anche in prossimità della partenza ci tempestavano di messaggi chiedendo i loro brani preferiti. Abbiamo omesso i primissimi titoli per economia del live e perché non sappiamo più suonarli” alcuni brani sono alla pri-

ma incisione con la voce di Michele, altri erano contenuti nella ristampa di ‘A Time Never Come’ quindi sono per così dire ‘nuovi’ “Come ho detto in passato, il bello della ri-edizione di ‘A Time Never Come’ è stato il riuscire a fare un remake senza farlo passare come una semplice

di Andrea Lami ri-registrazione, con un audio migliore, di un disco storico della band. È stata una rivisitazione completa di quei brani, moltissimo dal punto di vista vocale anche perché Michele è riuscito a mettere il suo stile e la sua voce a dei brani che i fan già conoscevano e cui sono molto legati. Musicalmente abbiamo addirittura cambiato qualcosa, direi che siamo riusciti nel nostro intento ed abbiamo cancellato anche lo scetticismo di fan più accaniti. Per quanto riguarda gli altri brani, beh… alcuni calzano perfettamente con la voce di Michele, per esempio ‘Mr. Sin’ che è un pezzo marcatamente hard rock, ma anche ‘The Scars That You Can’t See’ che ha un pathos stupendo. Il dvd invece è molto ‘wild’ ” conferma Aldo “Come dicevo è stato organizzato in maniera tempestiva, non c’è stata pianificazione o pre-produ-


zione dell’evento, devo ringraziare molto tutte le persone che da anni lavorano con i Secret Sphere in Giappone, i quali hanno chiamato fonici audio e operatori visto che io stesso non avrei saputo far nulla di tutto questo. Le riprese a tratti sono anche mosse, due operatori erano in mezzo al pubblico e venivano sballottati in continuazione, ma le imprecisioni sono colmate proprio dal vedere il coinvolgimento della pubblico.” alla fine dagli album live l’ascoltatore non vuole la precisione, apprezza anche la variazione o l’errore “In fase di mixaggio abbiamo spinto parecchio, il suono è molto ricco, la produzione potente e pulita ; ovviamente interventi di editing sono stati fatti, ma se ascoltate bene ci sono pure gli errori a far capolino. C’è anche una parte in cui il nostro tastierista (Gabriele Ciaccia, ndr) si cimenta come vocalist e non è proprio come ascoltare Michele. Comunque registrare un album live in Giappone è una cosa che fa molto piacere” ribadisce il chitarrista “io sono cresciuto ascoltando hard rock ed uno dei miei dischi preferiti è ‘Beast From The East’ dei Dokken , il loro live storico registrato in Giappone, quindi puoi immaginare la mia soddisfazione ad aver raggiunto questo traguardo!” Cambiamo

argomento rimanendo sempre in tema e parliamo della sorpresa contenuta nell’album e cioè la versione di ‘Lie To Me’ con Anette … … in versione ospite “L’idea è nata dal team Frontiers, ‘Lie To Me’ è una canzone che amano molto e secondo loro, visto il grande riscontro ottenuto dal video, si poteva ancora dare una spinta di promozione alla band attraverso quel brano. Da li il suggerimento di un duetto con Anette, che è stata molto disponibile, è rimasta colpita dal brano ed ha accettato volentieri.” ennesimo attestato di stima da parte di una musicista di prima grandezza che ha suonato in giro per il mondo. Ora invece cambiamo proprio discorso parlando del futuro “Attualmente siamo in dirittura di arrivo con la composizione dei nuovi brani e questo vuol dire che a breve entreremo in studio per registrare il disco nuovo che dovrebbe uscire a primavera inoltrata.” quindi c’è ancora un po’ di tempo, a proposito di tempo, come riuscite ad organizzarvi con Michele dopo il suo ingresso nei Whitesnake? E’ complicato o l’era digitale rende tutto più semplice? “Ovviamente bisogna organizzare l’attività con i calendari alla mano, ma devo dire che al momento non ci sono state grosse difficoltà, anche perché l’ingresso di Michele nei Whi-

credo che la forza dei Secret sphere sia prop il fattore umano chrio e c’è sempre stato nella band

ha

m me r

In fase di mixaggio abbiamo spinto parecchio, il suono è molto ricco, la produzione potente e pulita.

tesnake è arrivato in un momento in cui la band aveva deciso di ridimensionare il discorso live dedicandosi solo a determinati eventi o tour e dovevamo lavorare al disco nuovo. Nei due anni trascorsi la band non è rimasta ferma, ha fatto uscire un remake e a breve uscirà il live album, abbiamo scritto musica nuova, abbiamo limitato il live, ma a mio parere è una cosa che giova, non mi interessa fare cento concerti ‘a tutti costi’. Michele ha una grossa opportunità e noi lo supportiamo.” Questa coesione come band è una delle caratteristiche che vi ha sempre contraddistinto, per chi conosce la vostra storia, siete nati come band i cui componenti vivevano tutti nello stesso quartiere e pur con qualche cambio di line-up avete sempre scelto membri vicini al vostro ambiente (tolto giusto Michele) raggiungendo un grandissimo successo. Insomma siete passati dal quartiere di Alessandria a suonare al Wacken o registrare un album live in Giappone “Io credo che la forza dei Secret sia proprio il fattore umano che c’è sempre stato nella band, non condividiamo solo musica, ma anche amicizia, ambienti lavorativi. Onestamente opportunità di un certo livello ne abbiamo avute tante, soddisfazioni ne abbiamo ricevute e ancora ne avremo, molte delle band che hanno iniziato la carriera nello stesso periodo nostro non ci sono più, noi siamo ancora qua e questo già da se è un risultato ottimo e vuol dire che qualcosa abbiamo costruito. Come ti ho detto abbiamo fatto un sacco di cose” e cosa non avete ancora fatto che in qualche modo volete realizzare “queste sono domande a cui non so mai rispondere, ci sono una marea di cose ovvie che direi, ma sicuramente un video alla Steel Panther , tipo ‘Party like tomorrow is the end of the world’?”.

METALHAMMER.IT 13

N E ws


il supergruppo composto da membri di the dillinger escape plan, alice in chains e mastodon si confessa ai microfoni di metal hammer. I supergruppi vanno di moda, si sa, perché è il modo più facile per spendere la popolarità del proprio cognome in un’addizione che porta molta pubblicità e soldi facili. Esattamente per tale ragione spesso gli album partoriti in queste vesti sono lavori raffazzonati alla bell’e meglio, dove non esiste dietro un’idea concettuale e un progetto vero e proprio. Questo discorso non vale per i Giraffe Tongue Orchestra, gruppo formato dal cantante degli Alice In Chains William DuVall, dal chitarrista Ben Weinman dei Dillinger Escape Plan, dal chitarrista Brent Hinds dei Mastodon, dal bassista Pete Griffin dei Dethklok e dal batterista Thomas Pridgen dei Mars Volta. In questo caso il valore aggiunto delle reciproche esperienze si sente e dona personalità ad un disco, ‘Broken Lines’, che riverbera dell’entità di tutti quanti i componenti. E’ proprio Ben a spiegarci come è nato il tutto: “Il progetto è stato partorito casualmente dall’amicizia tra me, William e Brent che ci siamo incontrati spesso in tour, abbiamo avuto modo di frequentarci anche nel tempo libero e di maturare insieme l’idea di suonare qualcosa che creasse un legame ulteriore tra noi. Inoltre Brent e William sono entrambi di Atlanta, quindi si conoscevano da tempo. Quando abbiamo deciso di dare forma alle Giraffe Tongue Orchestra abbiamo infine

coinvolto anche Pete e Thomas. Abbiamo lavorato al disco nei ritagli di tempo perché ciascuno era impegnato sul fronte dei rispettivi gruppi principali e, per fare un esempio, per quanto mi riguarda il nuovo disco dei Dillinger Escape Plan esce a distanza di un mese da quello delle GTO”. A dirla tutta i nostri baldi giovani erano anche un po’ stufi della solita minestra, nel senso che gravitare sempre all’interno della stessa band, con le stesse persone, ammorbati sempre dallo solite

dinamiche a volte nefaste può diventare alla lunga deprimente e causare burn out. “Penso che sia utile essere impegnati in più progetti contemporaneamente, specialmente se di diversa natura, perché l’uno ti aiuta ad apprezzare l’altro ausiliandoti nel non cadere mai in totale saturazione. Come in una relazione affettiva, se non ti concedi dello spazio reciproco per respirare anche fuori

GIRAFFE TONGUE ORCHESTRALINGUE BIFORCUTE di Barbara Volpi

14 METALHAMMER.IT

dal rapporto, dopo un po’ essa diventa soffocante e sterile. Cambiare habitat mantiene sani di mente e stimola la creatività”. C’è da chiedersi come abbiano fatto questi musicisti super-impegnati e quasi sempre in tour a tenere fede ad ulteriori appuntamenti e responsabilità. “Abbiamo spalmato l’idea dell’album nel corso di qualche anno perché non volevamo formare un supergruppo che si avvalesse solamente della popolarità dei nostri cognomi per poi sfornare musica senza senso. Abbiamo lavorato a ‘Broken Lines’ con dedizione, con cura, senza lasciare nulla al caso. Non sappiamo se il progetto GTO sia estemporaneo o se continuerà in futuro tuttavia, anche se questo dovesse essere il nostro unico album, volevamo fosse un buon album. Siamo tutti dei professionisti che sono abituati a prendere le cose piuttosto seriamente e non ci piace la superficialità”. Ma al di là di tutti questi bei propositi, come si è svolto di fatto il processo creativo del disco? “Io ho iniziato ad imbastire alcune linee di chitarra, poi le ho passate a Brent il quale le ha arricchite del suo tocco” spiega ancora Ben. “Poi abbiamo passato la struttura sonora a William, che ci ha incastrato su la voce e i testi. L’alchimia tra noi è stata da subito splendida e quindi, anche se dilatato nei mesi, il processo creativo si è espletato facilmente


ed in modo spontaneo. Non abbiamo avuto confronti duri su come le cose dovevano andare; esse sono fluite liberamente e basta”. Siccome in molti casi, soprattutto negli Stati Uniti, i membri delle band vivono a migliaia di chilometri di distanza, moltissimi album oggi vengono confezionati scambiandosi files via email. Se la tecnologia dunque ha facilitato i processi, spesso ha rubato il cuore di un processo, quello di ideazione, che dovrebbe partire dall’incontro reale di personalità ed energie. Weinman ci dice che alcuni brani delle GTO sono invece nati direttamente in sala di registrazione: “Abbiamo iniziato a scambiarci dei file e solamente in fase di registrazione in studio ci siamo trovati fisicamente tutti insieme. Quella parte è stata piuttosto veloce e ci ha impegnato circa tre settimane, durante le quali abbiamo anche creato insieme alcuni brani nuovi di zecca, che non erano stati impostati prima. Il primo tra questi è stato ‘Crucifixion’, che poi ha dato un po’ l’imprinting al resto del lavoro”. Ad ascoltare con attenzione, in ‘Broken Lines’ si sente la provenienza di genere dei singoli musicisti, anche se l’insieme non risulta fram-

“Tutti i cantanti con cui ho lavorato sono spesso ca-

ratteriali e questo costringe gli altri musicisti a tol-

William però possiede una serietà ed un talento che ha fatto la differenza. ‘Broken Lines’ non sarebbe stato così intenso senza di lui” -Ben Weinman lerare le loro bizze.

mentato ma piacevolmente armonico. “E’ stato un valore aggiunto che ciascuno di noi provenisse da mondi musicali differenti, perché ciò ha determinato il trademark del disco. Credo si senta piuttosto chiaramente all’interno dei brani la provenienza e le singole influenze di ciascuno di noi. Io non credo negli integralismi, tanto meno nel mondo musicale; ritengo piuttosto che le differenze, quando sono ben integrate, siano sempre un valore aggiunto”. Con il suo rock corposo intriso di influenze metal, prog e hardcore ‘Broken Lines’ pare il giocattolo di cinque bambini finalmente liberi di esprimersi al di là del loro solito ruolo. “Con le GTO ci siamo sentiti tutti più leggeri rispetto a quando siamo nelle nostre band principali. Quando componi per un gruppo che ha uno stile pregresso e definito devi mante- nere una certa coerenza di discorso

che alla fine può risultare una gabbia limitante. Invece qui ciascuno di noi è stato totalmente affrancato da ogni costrizione e libero di esprimersi come meglio credeva. Ciò ha reso l’atmosfera veramente armonica. Ci siamo divertiti un sacco quando eravamo in studio di registrazione e ci divertiamo anche ora quando siamo insieme a suonare dal vivo. Siamo tutti contenti e rilassati e credo che tale sentimento si percepisca anche all’interno dei brani”. Nei brani si nota la preponderanza data alla vocalità di William e al dialogo a due voci che ricorda gli Alice In Chains. Continua Ben: “Le parti vocali sono principalmente di William anche se io e Brent interagiamo con lui in alcune canzoni e anche se in ‘Back to the light’ c’è la partecipazione di Juliette Lewis che era venuta a salutarci in studio”. Giunti a questo punto la domanda che sorge spontanea quasi a tutti è: dove caspita avete pescato un nome così

curioso per il gruppo? Ecco svelato l’arcano: “Io e Brent siamo entrambi ossessionati dalle giraffe, perché sono degli animali mastodontici ma nel contempo dolci e gentili. Siamo abituati ad immaginare che i bestioni grandi siano anche aggressivi ed invece non è vero. Comunque Brent si trovava in uno zoo in Australia e diede ad una giraffa una banana e lei, incredibilmente, la prese e la pelò con la lingua in modo magistrale, che se io avessi quelle capacità con la lingua sarei la pornostar più famosa del pianeta. La determinazione di quella giraffa nel mangiarsi la banana ci suggerì che noi come band dovevamo avere la stessa determinazione per riuscire a portare avanti il progetto. Ecco allora: ‘giraffe tongue’. Abbiamo infine aggiunto ‘orchestra’ perché siamo un ensemble di persone che provengono da esperienze diverse ma che hanno imparato a diventare sincronici e complementari. Il nome è nato così”.

Guarda il video di ‘Crucifixion’ , prima canzone pubblicata dai Giraffe Tongue Orchestra

Io e Brent siamo entrambi ossessionati dalle

giraffe,

perché sono degli animali ma-

stodontici ma nel contempo dolci e gentili.

-Ben Weinman METALHAMMER.IT 15


Il Mondo Impazzito Se il mondo impazzisce i Suicidal Tendencies, che con la loro musica hanno sempre accarezzato la sua deriva contropelo, non sono disposti a lasciarsi travolgere. Così il loro nuovo lavoro 'World Gone Mad' vede Mike Muir e compagni a tentare ancora una volta di risvegliare le coscienze intorpidite. Per difetto generazionale i Suicidal Tendencies sono abituati a reagire e a rispondere al disagio con riff selvagge e ritmiche da cardiopalmo spinte sull’orlo del collasso nervoso. Non è un’isteria da femminuccia isterica la loro, ma piuttosto la lotta dei guerrieri che ancora cercano di salvare l’umanità dall’apocalisse prendendola a pugni con brani abrasivi intrisi di consapevolezza. Dave Lombardo, che con il suo background negli Slayer non è certo un tipo che si sconvolge per poco, pare piuttosto avvilito per come stanno andando le cose oggigiorno e vede nella sua nuova band la giusta risposta autoimmune al morbo infetto che ha contaminato la realtà delle cose. Egli parla in modo calmo e tremendamente lontano dalla furia compulsiva che lo assale quando ha le bacchette in mano.“Non ne ho mai abbastanza di suonare. E’ la ragione per cui sono venuto in questo

16 METALHAMMER.IT

pianeta ed è la mia missione. Suono la batteria da quando ero piccolo ed è la mia benedizione, perché è un grande veicolo espressivo ed anche uno sfogo delle energie aggressive in eccesso. È una purificazione. Suonare mi mantiene sano sia psicologicamente che fisi-

camente, altrimenti sarei impazzito anch’io, come lo è il mondo. Io non ho scritto le liriche e non ho scelto il titolo di questo disco, ma condivido la visione di Mike in pieno”. Quando si ha

a che fare con titoli quali ‘The New Degeneration’, ‘Damage Control’, ‘The Struggle Is Real’ e ‘Still Dying to Live’ c’è poco da stare allegri. Continua Dave: “A mio parere la musica deve essere estrema e perico-

losa perché deve creare un impatto d’urto facendo deragliare la menzogna comoda dietro la quale ci rifugiamo nelle nostre vite. Facciamo finta che i problemi non esistano, o che riguardino sempre gli altri, e questo fino ad un certo punto può anche

di Barbara Volpi

andare bene visto che esiste la musica da intrattenimento atta a distrarre e a non far pensare. Tuttavia questa non è l’attitudine dei Suicidal Tendencies, come non era quella degli Slayer. Non si può chiudere gli occhi e far finta di dormire quando le persone soffrono e il mondo ha raggiunto il livello del baratro”. Mr Lombardo, tra le sue innumerevoli collaborazioni, vanta anche quella con i Fantomas di Mike Patton, come se amasse sempre confrontarsi con personaggi difficili o, quanto meno, ingestibili. “Mi piace chi sbaraglia il buon senso sgretolando i luoghi comuni. C’è chi lo fa con musica borderline come gli Slayer, chi con un una creatività al limite dell’anarchia come Patton, oppure con una totale decostruzione sonora come John Zorn, con il quale anche ho collaborato. La musica in qualche modo deve violentare


La collaborazione con dave lombardo Nel nuovo disco dei Suicidal Tendencies c’è un ospite d’eccezione dietro le pelli: Dave Lombardo (ex-drummer, fra gli altri, degli Slayer). L’instancabile batterista, che ha partecipato a questa intervista, non ha voluto perdere l’occasione di collaborare con Mike Muir e i Suicidal Tendencies!

le strutture prestabilite per far riflettere. Deve creare disagio per suscitare una reazione. Questo atteggiamento è seguito anche dai Suicidal Tendencies”. Essendo la band californiana non proprio di primo pelo, viene da chiedersi come con il tempo non si sia edulcorata, come faccia ancora a conservare intatta così tanta rabbia. “La rabbia con gli anni non si smorza, si approfondisce. Se quando sei giovane è un’incazzatura di pancia che ti porta a vomitare suoni gutturali sul palco, dopo i quarant’anni diventa un’arrabbiatura più consapevole, determinata da precise ragioni e non solamente da una scarica ormonale. Poi, quando diventi padre, essa si trasforma anche nella preoccupazione per il mondo in cui farai crescere i tuoi figli, ed allora essa si chiosa in un acuito senso di responsabilità. Vuoi lottare perché le cose migliorino e cerchi pure di mantenerti sano, contrastando gli eccessi distruttivi tipici del rock. Semplicemente, non te li puoi più permettere”. Dave è stato coinvolto nella lavorazione dell’album praticamente quando era quasi finito. “Per la prima volta in vita mai non ho partecipato al processo creativo di un disco che è stato portato avanti soprattutto da Mike (lui è una fonte inesauribile di idee) e dal

produttore Paul Northfield. Mi sono unito alla band quando a ‘World Gone Mad’ mancavano le linee della batteria. Sono stato invitato ad aggiungerle, ma lo scheletro dei brani era già confezionato. Ciò non toglie che per fare questo io sia stato in studio di registrazione per dodici ore al dì per due giorni consecutivi. È stato una fase veloce, intensa e stancante ma alla fine anche divertente. Per me la sfida non è stata costruire i pezzi del disco, quanto imparare tutto il repertorio dei Suicidal Tendencies velocemente per riproporlo in tempi brevi dal vivo. Credo di non aver mai fatto in vita mia un tale sforzo di memoria”. Dave Lombardo ha cinquantuno anni e nel music-business ha visto davvero di tutto. Viene da chiedersi se esiste qualche cosa che possa ancora traumatizzarlo. “Ad essere sincero per me un trauma è stato ciò che è accaduto al Bataclan. Avevo amici che erano lì quella sera e sono morti. Fatti così non devono mai più accadere. L’umanità è giunta sull’orlo del suicidio e l’essere umano sta divorando se stesso.

“Per comunicare con qualcuno devi essere capace di metterti al suo livello e parlare il suo linguaggio” Questo ha esasperato ancora di più la convinzione che ogni persona capace di intendere e di volere debba impegnarsi per fare qualcosa, ciascuna nel proprio campo. I musicisti hanno anche un ruolo pubblico e di comunicazione e non possono permettersi di abdicare alla loro vocazione. Adoro i Suicidal Tendencies e ‘World Gone Mad’ perché assolvono a questo compito non delegando ad altri quello che si sentono di dover urlare a squarciagola. Quando accadono eventi del genere non è più il tempo di progetti come il vecchio ‘We are the world’, ma è il momento del punk rock”. È bene voler comunicare con la musica valori e sostanza ma è importante quasi di più che l’audience sia predisposta a recepire tale messaggio. Viene da

chiedersi se i nuovi fan dei Suicidal Tendencies abbiano la stessa ricettività di quelli storici. Dave ci tiene a precisare: “Certo che sì. Vedo tanti ragazzi che si avvicinano a noi dopo i concerti dicendoci che le nostre canzoni li hanno aiutati a lottare in momenti difficili della loro esistenza. E vorrei anche omaggiare le nuove band che spesso sono accusate di superficialità e che invece si impegnano per cercare di scuotere i loro coetanei spingendoli alla reazione. Non mollate mai ragazzi, non mollate mai”.

“La rabbia con il passare degli anni non si smorza ma si approfondisce. Non E’ piU uno spasmo viscerale ma diventa consapevolezza e senso di responsabilitA’ nel voler cambiare le cose” Dave Lombardo METALHAMMER.IT 17


Metal Hammer incontra Dani Filth per discutere del secondo, intrigante capitolo della discografia dei Devilment, 'II – The Mephisto Waltzes', senza tralasciare una piacevole deviazione su una delle sue piu' grandi passioni: il cinema dell’orrore. Dani Filth è un personaggio che non può lasciare indifferente chiunque abbia l’occasione di scambiarci due parole. Alcuni ne hanno il terrore, altri ne sono incredibilmente affascinati, quello che è certo è che un incontro con questa personalità è decisamente qualcosa da raccontare. Con i Devilment ha pubblicato il secondo album, ‘II – The Mephisto Waltzes’, una pubblicazione che dimostra come la band abbia finalmente trovato le sue peculiarità. Il titolo ha un’origine ben definita: “La prima metà riprende nel nome ‘Danzig II: Lucifuge’, il secondo album dei Danzig” spiega Dani, con una vocina dolce e argentina che mai si collegherebbe alla sua persona. “Lucifuge è un demone di alto rango,

come Mefisto. La seconda parte invece è un chiaro riferimento a un brano dei Misfits, ‘Mephisto Waltz’, ispirato a un film horror americano degli

anni Settanta, ‘Mephisto Waltzes’ (conosciuto in italiano come ‘La Macchia Della Morte’, ndr), tratto dalla storia del pianista ungherese Franz Liszt, che si dice abbia ricevuto il suo talento dal Demonio in persona.

Liszt ha scritto quattro waltzer incredibili, e la sua storia ricorda moltissimo quella del

Dottor Faust, perché è stato appunto il suo leggendario patto col Diavolo a conferire misticità ai suoi lavori. Secondo me questo concetto si sposa perfettamente con la copertina dell’album, dove c’è questa donna che sembra ballare una sorta di tarantella. Mi sembra che

dia l’idea che ogni canzone sia parte di una cornice più grande, come i quattro diversi waltzer, come in un grimorio; una perfetta realizzazione del nostro nome, Devilment, che descrive una malizia di derivazione diabolica”. Osservando la copertina di ‘II – The Mephisto Waltzes’, il pensiero di chi scrive va subito allo show televisivo ‘Penny Dreadful’: “anche io ci trovo un non so che di ‘Penny Dreadful’ concorda Dani “Se non fosse che la copertina era già pronta nel 2012, quando la serie non esisteva ancora. All’inizio avrei voluto usare questo artwork per i Cradle Of Filth, ma abbiamo finito col rivolgerci a un grafico interno dell’etichetta. Miracolosamente il lavoro era ancora disponibile quest’anno e abbiamo

e r b a c a M Danse

di Alessandra Mazzarella

18 METALHAMMER.IT


finito con l’usarlo per i Devilment; direi che funziona molto bene anche in questo caso”. Questa seconda uscita dei Devilment nasce da uno stato di grande sintonia e sinergia tra i musicisti che vi hanno preso parte: “Tutta la band ha contribuito alla realizzazione di questo album. Abbiamo cercato di fare di più in tutto: più voce femminile, un miglior lavoro di chitarra, basso e batteria, tanta cura per le tastiere e per i suoni sintetici… L’obiettivo era fare tutto nel modo migliore possibile”. Un’inquietante melodia al theremin fa da sottofondo al discorso di Dani, che collega i mostri che popolano ‘The Mephisto Waltzes’ alle loro canzoni: “I personaggi mi vengono suggeriti dalla musica. Ogni pezzo che scrivo mi dà idee diverse e viene costruito come i pezzi di un puzzle: la canzone ha una certa forma e il testo viene modellato per incastrarsi perfettamente con essa”. Tra le varie tracce salta subito all’occhio l’unica dal titolo italiano. Dani ci spiega l’origine di questa scelta linguistica: “ ‘Dea Della Morte’ è ispirata proprio alla copertina dell’album. Abbiamo scelto un titolo in italiano perché, riprendendo il discorso di prima, stava bene con la musica. Tra le altre cose, è una canzone d’amore! Parla di una vampira assetata di sangue ma sempre di amore si tratta”. Dani è consapevole dell’ottima qualità di ‘The Mephisto Waltzes’, e illustra

Guarda qui il video di ‘Hitchcock Blonde’, pezzo estratto da ‘II - The Mephisto Waltzes’ Dreadful’, poi mi viene in mente l’adattamento seriale de ‘L’Esorcista’, oppure ‘Wolf Creek’, che è uno slasher ambientato nell’outback australiano… Se vogliamo buttarci sul dozzinale penso a cose come ‘Buffy l’ammazzavampiri’, ‘Hemlock Grove’ o ‘Supernatural’, senza dimenticarci ovviamente di ‘American Horror Story’ o ‘Hannibal’. Questa roba è popolare quanto le serie sui supereroi, come ‘The Flash’ o ‘Arrow’. Il problema è che l’horror televisivo viene smerciato alla grande ma non ci si investe su come si dovrebbe per ottenere risultati ottimali. Stessa cosa al cinema: ormai si

le principali differenze tra l’album d’esordio della band e quest’ultima pubblicazione: “Il primo album dei Devilment è stato un esperimento per la band: volevamo capire cosa dare al pubblico e quanto in là potevamo spingerci, ragion per cui non abbiamo osato troppo. Stavolta invece abbiamo ben reso quello che per noi è l’autentico sound dei Devilment, strano ma non troppo e senza una canzone che sia uguale all’altra. Con i tre pezzi che pubblicheremo prima dell’uscita dell’album (due dei quali, ‘Under The Thunder’ e ‘Hitchcock Blonde’, sono già stati pubblicati, ndr) vogliamo dare al pubblico uno scorcio decente su questo nostro nuovo lavoro, anche se, vista la varietà dei brani, non credo saremo capaci di rendergli giustizia in questo modo”. Si discute poi del cinema horror moderno e Dani non esita a dirci la sua: “Al giorno d’oggi non sono più tanto i film horror a stare al centro dell’attenzione quanto le serie, i franchise di questo genere, anche grazie al boom di servizi come Netflix. Poco fa abbiamo nominato ‘Penny

iamo ben reso b ab ce ve in a t ol av t S tentico sound au l’’ ’ E i no r e p e ch llo que ma non troppo dei Devilment, strano che sia uguale e on nz ca na u a nz e s e all’altra.

punta tutto sullo spavento del momento, senza curare la sostanza. Io non sono un grande fan di film come ‘Annabelle’ o ‘The Conjuring’ e compagnia cantando, e l’ultima cosa degna di nota che ho visto sul grande schermo è stato ‘It Follows’: mi è piaciuto perché è davvero inquietante e fuori dal coro”. Chi scrive ha a sua volta una smodata passione per l’orrore, e nel tempo libero si diletta spulciando la rete alla ricerca di titoli sconosciuti, nella speranza di trovare qualcosa che valga la pena guardare; L’ultimo titolo degno di nota che mi sia capitato di saggiare è un film francese ambientato nel terrificante sottosuolo parigino, ‘As Above, So Below’, che a quanto pare è riuscito a soddisfare anche l’esigentissimo Dani: “Oh sì, conosco quel film! Non molto tempo fa sono stato alle catacombe di Parigi e mi è tornato subito in mente, è veramente bello! Tra l’altro c’è un ottimo film inglese, ‘The Descent’ che tocca le stesse corde di ‘As Above, So Below’: la claustrofobia, il terrore di essere sepolti sotto terra, intrappolati al buio alla mercé di creature perico-

lose...”. Tra franchise triti e ritriti, tristissimi remake e pellicole dozzinali basate sullo spavento del momento, è difficile sperare che il mondo del cinema ci presenti nuove forme di terrore: “Io penso che, oggi come oggi, praticamente tutto sia stato detto e fatto e in ogni caso creare dal nulla richiede soldi ed energie che le case di produzione non hanno intenzione di spendere” asserisce Dani, sconsolato: “Il caso più eclatante è sicuramente quello di Hellraiser: hanno richiamato Clive Barker ad occuparsene e lui non voleva saperne di mettere su il classico remake, voleva di più, voleva rivisitarlo, ma ovviamente le compagnie non hanno voluto saperne e quindi eccoci qui, con un film che palleggia da uno studio all’altro da anni, che probabilmente non verrà mai realizzato. Si punta a mungere la mucca fino allo stremo, sfruttando ciò che ha già avuto successo in passato sperando di fregare gli spettatori un’altra volta; basta pensare a quella robaccia che hanno spacciato per un remake/omaggio/non saprei di ‘Cannibal Holocaust’, ‘The Green Inferno’.” Dani non riesce a contenere una risatina squillante, che ricorda quella di un bambino dispettoso che ha appena detto una parolaccia più grande di lui: “Semplicemente terribile”.

METALHAMMER.IT 19


Autori di uno dei dischi più interessanti di questa fine dell’anno, gli ungheresi Bornholm si stanno ritagliando uno spazio considerevole nella scena black metal internazionale. Capitanati da Peter Sallai, conosciuto da una buona fetta di pubblico per essere anche un talentuoso illustratore, arrivano al quarto full-length in pompa magna e dimostrano di non volersi proprio fermare qui. È proprio il frontman a parlare con noi di ‘Primaeval Pantheons’, ultima uscita del gruppo per Massacre Records. “È un periodo un po’ stressante” esordisce Peter “c’è molto da fare e poco tempo per farlo, quindi, come al solito, direi.”. Riavvolgiamo un po’ la storia della band e andiamo a fondo sul significato del monicker, Bornholm: “Il nome fu scelto dal nostro primo cantante, circa sedici anni fa. Si tratta del regno dei Burgundi, dalla Saga dei Nibelunghi, da cui proviene Brunilde. Mi piace ancora il suono di questo nome, anche se non connesso ai testi, in quanto siamo una band black metal. Potete considerarlo come una scelta improvvisa...”. Allo stesso tempo chiediamo a Peter il significato del titolo del disco, ‘Primaeval Pantheons’: “Tutte le cose hanno un’origine” specifica “L’entità umana è per metà materiale e per metà

spirituale. Tutte le religioni pagane si basano su questa dualità e questo titolo prova a esprimere il Pantheon primigenio, da dove le ideologie religiose e il pensiero umano hanno origine. Un antico segreto, un paradosso chiamato con migliaia di termini ma che ha un unico punto di partenza, una fonte primitiva.”. Passiamo al lato più tecnico del disco, del quale Peter ci spiega che “sono il songwriter principale, sin dall’inizio. Questo sia per i riff e le tastiere, poi

sicuro una band “folk”, per quello che si intende oggi. Le melodie che potete ascoltare nascono dal mio intimo, sia eroiche che folkloristiche. La creazione è sempre qualcosa di mistico, di misterioso. Tutti concepiamo la musica in maniera diversa, ognuno di noi ha un’impronta su questo ed è ciò che rende le band diverse l’una dall’altra.”. I Bornholm hanno però dei gruppi cui si sono ispirati come “Sa-

tyricon, Bathory, i vecchi Moonspell” mando poi aggiunge “il black metal le bozze dei pezzi a Da- è una filosofia, un modo di vid, nostro batterista, e lui ci pensare alternativo, uno stile lavora su. In seguito i pezzi di vita e questo è ciò che si elaborano in sala prove abbiamo imparato dai mostri fino a raggiungere una strut- sacri del genere. Quando ho tura pressoché definitiva. In ascoltato gli Emperor o i studio io mi occupo delle chi- Mayhem la prima volta ho tarre e dei synth.”. Il sound visto davanti a me una porta dei Bornholm mescola black e verso un altro mondo, e sono pagan tradizionale a fini toccambiato.” Peter ci parla poi chi di folk e atmosfere epiche. di alcune tracce, come ‘Runes A questo punto il chitarrista Of Power’: “In questo testo racconta che “non siamo di c’è il significato delle “rune”,

il “segreto”, il parallelo “occulto”. Si tratta di arti magiche, non di mere lettere. La magia non è solo quella fatta da giochetti insulsi, è invece la radice di tutto, del mondo e di noi stessi. È l’essenza della conoscenza, la descrizione della realtà interiore ed esteriore, in senso sia spirituale che materiale. Ogni religione contiene insegnamenti nascosti. queste conoscenze nascoste sono la fonte primitiva delle cose. Quest’album è un viaggio a ritroso verso le nostre radici, verso il pantheon della conoscenza originaria.”. E ancora ‘Seventh Reign’: “Potrete leggere un concetto filosofico dietro l’intero disco. Il Settimo Regno è l’ultimo regno nella Bibbia, il più alto chakra. L’impero dell’uomo unito a dio, nel segno dell’Acquario. Giusto prima della fine del mondo, prima dell’annientamento, l’orgasmo della civiltà. Il paganesimo è vivo dietro il sipario. Un uomo diventa pagano quando riconosce che egli è dio, quindi parte di una divinità. Se si capisce il modno e si usa la conoscenza per cambiare le cose, si resiste, si evità la schiavitù. Questo è il paganesimo originale. Ognuno è un tutto. Mai inginocchiarsi, ma combattere l’uno contro l’altro, questa è la legge della natura. Dobbiamo solo vivere.”.

Filosofia e black metal nel nuovo disco degli ungheresi, 'primaeval pantheons'!

20 METALHAMMER.IT

Il principio di Tutto

di Stefano Giorgianni


A tu per tu con una delle migliori proposte black dal medioriente, i from the vastland!

Persian Black Metal di Stefano Giorgianni Il Metal è un genere musicale strano, ricco di contraddizioni, capace in egual misura di unire e dividere. Fatto sta, però, che pochi paesi al mondo non sono stati affetti dalla malattia metallica, da quella voglia di tramutare la passione in musica e di esternarla al mondo. Il black, variante più discussa e contraddittoria del Metallo, è uno degli esempi della diffusione della nostra musica e di come questa possa essere interpretata in molteplici maniere. Il Medioriente, regione geografica martoriata negli ultimi anni da guerre e dittature, ci ha regalato alcuni dei casi più interessanti di metallo nero, come Melechesh e Acrassicauda. Metal Hammer vi porta quest’oggi alla conoscenza di un’altra singolare band mediorientale, i From The Vastland. Incontriamo il mastermind del progetto, Sina, che oggi risiede in Norvegia, che ci introduce nella sua storia personale: “Ho iniziato a suonare in Iran, dove sono nato e cresciuto” esordisce il musicista “nel 2003 ho pubblicato i miei album fuori dal paese e nel 2007 uno è stato rilasciato in vinile in Norvegia. A quel punto sono stato contattato da Christian Falch, produttore del documentario ‘Blackhearts’, e questo mi ha dato la possibilità di recarmi nel Nord Europa per

suonare al festival Inferno. Nel 2014, grazie al suo aiuto e di Jan Lothe Eriksen, ho potuto spostarmi qui per continuare la mia musica.”. Sina discende da una famiglia amante del rock, quindi non ha avuto difficoltà a far accettare ai genitori la sua scelta musicale: “Mio padre mi faceva ascoltare quando ero piccolo Pink Floyd e Camel. I miei mi hanno sempre spronato a fare musica, e anche ora, che vivo in Norvegia, continuano a supportarmi.”.

Diverso è stato per il paese in cui viveva: “Quando sei un metallaro in un paese come l’Iran, specialmente a quei tempi, molti non avevano idea di cosa significa essere un metallaro, poi le limitazioni che il governo impone alla gente ti spingono a tenere le cose per te. Eravamo un ristretto gruppo di metallari a sapere cosa fosse la nostra musica.”. Sina va poi più a fondo sul trasferimento in Norvegia:

“Come musicista black ho sempre sognato di venire qui, a causa della natura, della cultura, dell’atmosfera che si respira... La Norvegia è la patria del black metal, quindi è logico pensare di abitare qui, poi è proibito suonare questo genere in Iran. Quando la situazione nel mio paese si è fatta particolarmente rischiosa, ho scelto di trasferirmi per vivere in tranquillità ed essere

libero di fare musica.”. Si passa in seguito a discutere del suo progetto, From The Vastland, il cui nome deriva dagli “antichi fasti della Persia, la mia musica viene dalle vaste terre di quell’antico popolo e tutti i miei testi si basano sulla mitologia persiana” poi aggiunge “vedo anche la comunità metal come un popolo senza confini e tutti noi vi facciamo parte, un’entità unica di gente da tutto il mondo.”. Sina nomina anche le band che l’hanno spinto

a dedicarsi a questa musica: “Darkthrone, Gorgoroth, Mayhem, Immortal, Enslaved, Emperor... al 90% sono tutti musicisti norvegesi, o comunque scandinavi, la vecchia scuola black metal insomma.”. Pochi mesi fa i From The Vastland hanno rilasciato il loro ultimo disco, ‘Chamrosh’, che continua la tradizione del Persian black metal del gruppo: “Ho voluto seguire la linea tracciata con i dischi precedenti” afferma Sina “vecchia scuola, sound brutale, tagliente, atmosfere oscure e gelide. Far respirare la tristezza con un tocco di epicità, cosa che si adatta alla perfezione ai testi.”. Chiediamo poi all’artista della sua partecipazione al documentario ‘Blackhearts’: “È stato fantastico far parte di questo progetto! I ragazi ci hanno lavorato dal 2012 e hanno fatto un gran lavoro. Ho stretto un sacco di amicizie con colleghi, vere leggende del genere.”. Nella colonna sonora del documentario ci saranno anche pezzi dei From The Vastland: “Il brano ‘Blackhearts è stato registrato per quello in un EP del 2015, ho pensato anche di collaborare con dei musicisti presenti nella pellicola come Vyl (batteria, Gorgoroth) e Nul Blackthorn (basso, Luciferian.”. Seguite il sito di Metal Hammer per leggere l’intervista completa!

METALHAMMER.IT 21


Gli irlandesi Primordial pubblicano il primo live album della loro carriera, ‘Gods To The Godless’, e il frontman a un Alan Averill si concede a Metal Hammer Italia davanti e. caffE' per raccontare i retroscena di questa pubblicazion

GODLESS In concert di Alessandra Mazzarella Il live album è un traguardo particolare per ogni band che si rispetti: che sia registrato durante un grande festival davanti a una folla ruggente o in un localino intimo, il disco dal vivo è qualcosa che non può mancare. I Primordial hanno aspettato più di vent’anni prima di pubblicare ‘Gods To The Godless’, un live album registrato durante l’edizione 2015 del Bang Your Head. I motivi che hanno spinto la band a compiere questo grande passo ci vengono spiegati dal vocalist Alan Averill, meglio conosciuto come Naihmass Nemtheanga: “Volete la verità? È successo tutto per caso” ammette Alan schiettamente. “A quanto pare il Bang Your Head registra le esibizioni di tutte le band con un dispositivo mobile, noi non ne avevamo la minima idea; quando ci hanno mandato la registrazione del concerto ci è

22 METALHAMMER.IT

piaciuto quello che abbiamo sentito e da qui è partita la decisione di farci qualcosa, ecco come è nato ‘Gods To The Godless’. Non cercate motivazioni mistiche e oscure di sorta, abbiamo solo colto una bella palla al balzo. Tralasciando

il fatto che non possediamo un nostro dispositivo di registrazione mobile, non sarebbe stato difficile programmare un live show per un potenziale

album” prosegue .“Il fatto che il Bang Your Head avesse già tutto pronto è stato molto comodo, sarebbe stato da stupidi non approfittarne. C’è una cosa di cui sono estre-

mamente orgoglioso: non abbiamo doppiato una singola nota di ciò che si sente su ‘Gods To The Godless’: nessun rimaneggiamento in studio, niente ritocchini di alcun tipo, niente di niente. Ovviamente ci sono dei

passaggi in cui io sono stonato o le chitarre sbagliano, puoi trovarci tutti gli errori che vuoi, ma siamo troppo pigri per dargli importanza. E poi che diavolo, siamo venuti su a suon di Venom ed Hellhammer, i loro album sono tutto tranne che perfetti”. Ultimamente molte grandi band hanno pubblicato dei DVD dei loro live ma i Primordial non hanno ceduto a questo trend: “In realtà sono stati registrati anche dei video ma il nostro vero obiettivo era quello di pubblicare un live album e basta. Mi sono arrivati dei messaggi molto astiosi da parte di un tizio che pretendeva di ricevere anche il video. “Questa è una truffa bella e buona, dov’è il mio DVD?” diceva, e io gli rispondevo che non c’è nessun DVD, perché questo è un live album, ma lui insisteva! Ci ho litigato


e abbiamo La seconda volta ch ead c’erano i H r u o Y g n a B l a to suona con noi si di in u q , ey n r u Jo i e W.A.S.P. rdo; ci sembraa z z ’a l l be n u i es r p sono cia con un du fi a l e r a g a ip r o va giust l posto. su to a tr is eg r m bu l a

ascolta il live dei primordial sul nostro sito!

pre trattati con i guanti bianchi, lo devo dire. Era la quarta volta che ci esibivamo lì, il che non è propriamente la norma per un evento simile, visto che siamo una band black metal che ha poco a che fare con il genere di bill che il Bang Your Head propone solitamente. La seconda volta che ci abbiamo suonato c’erano i W.A.S.P. e i Journey, quindi con noi si sono presi un bell’azzardo; ci sembrava giusto ripagare la fiducia con un album registrato sul posto”. I Fan di vecchia data dei Primordial avranno aspettato religiosamente l’arrivo di questo live album ma secondo Alan anche i neofiti potrebbero entusiasmarsi e affezionarsi alla band ascoltandolo: “‘Gods To The Godless’ è un album massiccio e mixato molto bene, abbiamo suonato da dio e il risultato finale è davvero potente” asserisce Alan. “Chi ci conosce e ci ha visti suonare dal vivo riconoscerà imme-

diatamente l’atmosfera dei nostri concerti, penso sia stata resa alla perfezione nella registrazione. Per chi si avvicina ai Primordial per la prima volta potrebbe essere un eccellente punto di partenza: c’è un ottima selezione di pezzi forti eseguiti con la potenza del live, che penso dia un’idea molto realistica di come siamo”. Solitamente gli album dal vivo portano un nome coniato ad hoc ma nel caso di ‘Gods To The Godless’ la scelta è ricaduta su un brano estratto dall’album ‘Spirit The Earth Aflame’. Per quale motivo i Primordial avranno scelto di chiamare il loro live con il nome della la traccia che apre il concerto? “Ma perché ‘Gods To The Godless’ è un titolo fighissimo, no?” controbatte Alan, sghignazzando. “Scherzi a parte, dovevamo scegliere un bel nome che non provenisse dall’ultimo album,

per ore, roba da non credere! Io e i miei compagni siamo cresciuti con i live album, con la nostalgia di dischi come ‘Strangers In The Night’ degli UFO o ‘Live After Death’ dei Maiden o ancora ‘Live’ dei Candlemass… Queste erano le cose che ci piacevano; non sarà chissà che ma volevo che anche i fan dei Primordial avessero il loro album dal vivo. I DVD sono morti, li ha uccisi YouTube, se volete guardare video dei nostri show li trovate lì, anche in alta definizione, quindi per ora no, non ci sarà un DVD da abbinare a ‘Gods To The Godless’. Se controllate il canale della Metal Blade troverete dei video relativi a quest’album ma non penso proprio che tireremo fuori un DVD, tanto non lo comprerebbe nessuno, sarebbe uno spreco di soldi”. Le motivazioni dietro a questa scelta sono perciò soprattutto di natura pratica. “Lo so che la gente adesso si sofferma soprattutto su video e immagini, perché non c’è più attenzione per nulla, ma non cambieremo idea. Tanto su YouTube ci sono nostri concerti filmati da professionisti, Graspop, Wacken, quello che vi pare, vi ci potete sfinire sopra!”. Chi conosce anche solo minimamente la musica dei Primordial si sarebbe aspettato che il primo live album della band sarebbe stato registrato in un posto piccolo e accogliente e non durante un evento della portata del Bang Your Head. La scelta ha a monte altre motivazioni oltre a quelle meramente materiali: “Se avessimo deciso di registrare un concerto in un posto piccolo avremmo dovuto procurarci tutta l’attrezzatura per conto nostro e ci sarebbe voluta una fatica immensa. Siamo stati fortunati ad avere questa occasione col Bang Your Head, che è un festival che ci ha sem-

una

altrimenti chi ci conosce solo da ‘Where Greater Men Have Fallen’ si sarebbe confuso e non si sarebbe sentito invogliato ad ascoltare questo live. Per questo stesso motivo la scaletta è stata leggermente manomessa, cambiando l’ordine delle canzoni”. La scena alternativa è letteralmente satura di band (folk e non) che fanno della mitologia dell’isola di smeraldo la base dei loro testi. Fate, folletti e magici guerrieri sono ormai un triste cliché usato e abusato. I Primordial in questo caso hanno scelto la strada meno battuta, cantando le vere storie degli uomini e delle loro sofferenze;

scelta artisticamente molto valida ma commercialmente azzardata: “Non ho alcun interesse nello scrivere testi fantasy, la mitologia celtica e gli eroi di fantasia non fanno per me. Ho usato dei riferimenti al mito irlandese giusto in un paio di pezzi, ad esempio in ‘Children Of The Harvest’ come metafora dell’immigrazione. Scegliere di accantonare le storie di fantasia della nostra terra ha fatto di noi una band generalmente considerata “seria” dal punto di vista artistico. Probabilmente se avessimo cantato di cavalieri , creaturine e quant’altro avremmo avuto più seguaci ma va bene così, non sono i fan a influenzare quello che facciamo”.

METALHAMMER.IT 23


Da sempre alfieri della filosofia dello stupire ad ogni costo, i cinque ragazzi milanesi colpiscono nel segno un'altra volta, sorprendendoci con un album davvero zeppo di novita' e sorprese. Seduti sulle comode sedie della zona conferenze della nuova Santeria nel freddo pomeriggio del 3 Ottobre c’è buona parte della stampa metal meneghina, curiosi in attesa di ascoltare cosa i terribili ragazzi dei Destrage hanno riservato per noi con il loro nuovo ‘A Means To No End’. La musica potente di ‘Don’t Stare At The Edge’ irrompe subito dopo l’intro omonima dalle casse della sala, illudendo i presenti di trovarsi davanti ai ‘soliti’ Destrage. Con lo scorrere dei vari brani però, si fa forte la sensazione che ci sia un certo cantiere aperto nel sound e nell’identità della band meneghina, un cambiamento di quelli grossi. La sensazione di un disco diviso in due parti, una più vicina al passato recente della band e una più invece esplorativa, ci viene confermata subito da Gabriel Pignata. “Non arriverei a parlare di due dischi distinti, ma è vero che le due parti di ‘A Means To No End’ mostrano un’anima diversa”. Conferma. “La prima parte è più aggressiva epiù attaccata alle nostre radici. La seconda

sempre trovati come band, si è sempre cercata la soluzione ai momenti in cui ci si bloccava tutti assieme e in genere si è lavorato più di squadra per mettere insieme i vari pezzi. È un album che abbiamo scritto ‘suonandolo’, diciamo, non componendolo. C’è poi stato ovviamente parte, quella a cui ora come molto da lavorare anche in ora mi sento forse più legato, consolle, per sistemare le vaè più sperimental. La prima rie cose… ma non abbiamo parte fa un po’ da collante considerato chiuso un singolo con il resto della discografia, brano finché non lo si era mentre nella seconda esplosuonato tutto dall’inizio alla riamo qualcosa di nuovo…”. fine in sala. La mutazione subita dalla band è forte, e va oltre le mere

differenze di un sound comunque da sempre vario ed eclettico. È il modo stesso in cui la band lavora ad essere diverso questa volta. “Abbiamo proprio composto il disco in maniera nuova per noi” conferma il batterista Paulovich. “Ci siamo trovati tutti in una stanza, con gli amplificatori accesi, sempre tutti insieme. Niente lavoro da studio individuale, ci si è

Possiamo certo parlare di un disco istintivo, di pancia, direi!”. Un disco quindi all’apparenza più diretto e scarno rispetto a ‘Are You Kidding Me? No.’, ma che non rinuncia nemmeno stavolta alle ardite e complesse evoluzioni strumentistiche che da sempre caratterizzano l’anima della band. “La partenza, lo spunto, per i brani di questo album è stata ispirata da qualcosa di più viscerale del solito, ma le parti difficili non mancano…”,

continua sempre Paulovich. “In pratica l’ispirazione del momento è ciò che ha definito le basi e l’identità di ogni canzone. Però poi dopo noi ci aggiungiamo qualcosa… come se si trattasse di vestiti. La ‘persona’ per così dire è l’idea iniziale, l’arrangiamento o la soluzione ritmica aggiunta dopo rappresenta i vestiti. Una volta definita la ‘persona’, abbiamo deciso per ogni pezzo se vestirlo di più o lasciarlo un po’ più nudo. È per quello che passaggi arditi cene sono ancora... ma come ti dicevo, l’intima personalità di ogni brano è un po’ più diretta e live-oriented che in passato”. Una cosa è certa: mutazione volontaria o no, una band come i Destrage è sempre in movimento, è sempre con un occhio puntato al futuro, a cosa diventerà con la prossima trasformazione. Ai fan non resta che ringraziare per band come questa che risultano sempre in grado di non annoiare, e aspettare di vedere cosa potranno inventarsi al prossimo disco in uscita.

versione integrale su

metalhammer.it Stay Tuned!

Changing Skin di Dario Cattaneo

24 METALHAMMER.IT



disco 'Arctic Thunder’, diciassettesimo ta nella dei Darkthrone, segna una svol se. uno discografia della band norvege che dal scavare nel passato spinto an la prove ritorno al bomb shelter, la sa originaria del gruppo.

Y

COVER STOR

Ritorno alle Origini

di Stefano Giorgianni Foto di Ester Segarra

Quest’anno ha visto il ritorno di molte band di spessore, grandi gruppi che, forti della loro importanza, si ripropongono sul mercato, talvolta rinnovando il loro sound, in altre occasioni scavando nel proprio passato alla ricerca della giusta ispirazione. Questo è ciò che è accaduto ai Darkthrone che, in maniera cosciente, tornano a quel 1988 cruciale per la carriera del gruppo. Corpo e anima trasportati nel passato, grazie al ritorno nello storico Bomb Shelter, luogo di creazione agli albori della storia del gruppo norvegese. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Fenriz, membro di spicco della scena black metal, a riguardo

26 METALHAMMER.IT

del nuovo disco e di numerosi altri argomenti che lo hanno coinvolto in questi ultimi anni. L’artista debutta un po’ fiaccato dalla pressione dei media in relazione ad ‘Arctic Thunder’: “Sono un po’ stressato a causa di tutte queste interviste e delle varie richieste dei diversi media. Non riesco a staccare, quando finirò credo non lavorerò per un po’.” La conversazione parte subito analizzando il titolo del disco, che fa riferimento a una band cara a Fenriz: “Spesso, ma non sempre, i titoli dei nostri album hanno tributato il metal nella sua via d’ispirazione più classica, come ‘Total Death’ che faceva riferimento ai Kreator

degli anni ‘80 o altre allusioni più vaghe, come ‘Sardonic Wrath’ ispirato dalla band danese Desexult. La lista potrebbe essere infinita. Questa volta il titolo del disco è stato pianificato molto tempo addietro. Ero amico di questi ragazzi dei Red Harvest sin dal 1990 e sapevo che la loro band precedente si chiamava Arctic Thunder. Ho sempre pensato che fosse uno dei migliori monicker per un gruppo e ho chiesto a uno di loro, Thomas Brandt, se potevo usarlo per nominare l’album. Così è successo. La foto di copertina proviene invece da uno dei miei campeggi, molti devo dire, a Spålsberget nella foresta di


Nordmarka. Quando tornai da quel viaggio guardai le foto e mi accorsi che quel fuoco conteneva l’essenza dei Darkthrone e che ben si adattava al titolo. L’immagine non è stata alterata in alcun modo, sono stati aggiunti solo logo e titolo. Inoltre, non ho sentito la band fino a che non abbiamo rivelato il nome del disco... Era uno di quei gruppi che hanno girato un po’ il mondo, facendo qual-

che demo, senza uscire dall’underground. Erano tempi duri, i Red Harvest erano riusciti a ottenere un contratto pure, con il loro thrash metal di classe.” Tornando all’artwork Fenriz rivela: “Tra il 2003 e il 2013 ho fatto un sacco di campeggi nei 310 km2 intorno a Oslo, in circa 120 location differenti. Spålsberget è una delle mie preferite: una bella vista, una foresta dal sapore antico vicino a una riserva naturale e così via. Credo di aver fatto circa tre camping in quel luogo, se la memoria non m’inganna. Era diventata una specie di routine, come uno che si fa 50 concerti l’anno...” Sulla scelta della foto poi aggiunge: “Posso dire che ho scelto quel particolare scatto perché di sicura faceva un freddo cane, era intorno a mezzanotte, la birra e quel paesaggio mi hanno convinto. Purtroppo le foto comunicano solamente il 15 percento di ciò che si prova stando effettivamente lì.” Fenriz racconta poi del ritorno al “The Bomb Shelter”, storico luogo di prove e ispirazione per i Darkthrone: “Dico che abbiamo potuto tornarci e sottolineo il “potuto”.

Quando mi sono ritrasferito qui a Kolbotn/Tårnåsen nel 2013/2014, solo a 200 metri dalla nostra vecchia sala prove. Ho dato spintarelle qua e là (grazie a Nicklas e a Morten B.) e finalmente sono riuscito a tornare in possesso delle chiavi del Bomb Shelter. Ai tempi della Guerra Fredda qui ogni 350 persone esisteva un rifugio antiatomico, da usare in caso di attacco nucleare, ciò sottintendeva che lo spazio doveva rimanere vuoto per ospitare quella gente se fosse successo. Questo significa che ogni singola volta dovevamo portare tutta la strumentazione dai garage al piano terra fino al rifugio e rimontare. Al termine delle prove dovevamo smontare tutto e riportare le cose dov’erano. Quando nel 1990 abbiamo ottenuto il contratto con Peaceville, dissi ai miei parenti “ora abbiamo un contratto, non possiamo più provare così, dobbiamo allestire una sala prove a casa nostra”. E così facemmo, grazie ai miei genitori. Dopo solo un anno e mezzo la Guerra Fredda terminò e avremmo potuto continuare a provare al rifugio senza tutte quelle scocciature. È andata. C’est la vie.” Il musicista poi continua: “Nel 2015 Ted e io siamo tornati nella vecchia sala prove, mettendo tutta la strumentazione nel rifugio. C’era sempre lo stesso odore, l’unica differenza era che molte altre band provavano qui e che il mio vecchio poster di Chet Atkins non c’era più. Il custode disse che l’aveva dovuto togliere a causa di un allagamento e che si era rovinato. Così sono tornato a

Curiosità: Gli Altri Progetti Di Fenriz E il Fantasy Oltre ai Darkthrone, Fenriz ha lavorato in diversi progetti, alcuni dei quali avevano ispirazione fantasy, soprattutto da J.R.R. Tolkien. Fra questi si ricordano gli Isengard, autori degli storici ‘Vinterskugge’ (1994) e ‘Høstmørke’ (1995), oppure i Black Death, effettivi precursori dei Darkthrone. A tal proposito l’artista rivela che “in quei progetti molti stili musicale erano mescolati, soprattutto thrash e death oltre al primo black. Vi posso citare gruppi come i Morbid Angel o Necrovore. Avevo solo diciassette anni quando registrai ‘Spectres Over Gorgoroth’, feci tutto da solo e mi ispirai al death metal puro. Lì non c’era molto Tolkien, lo ritrovate di più, e direttamente, nel secondo demo dei Black Death del 1987. Tolkien rappresentava qualcosa di oscuro. Niente internet, non c’erano film veri e propri a lui ispirati, solo il libro e il gioco di ruolo...”

METALHAMMER.IT 27


“quello che sto tentando di scri vere è quello che avrei scritto nel 1988 se avessi avuto la cal pacità di scrivere e l’abilità ne suonare la batteria di adesso” ispirazioni dei Darkthrone per ‘Arctic Thunder’, agli album che avevano in mente come modello per il disco: “Pensai subito a dell’heavy metal lento e avevo 4 dischi ben chiari davanti, il che non significa che mi sono messo giù ad ascoltarli e abbia tentato di copiarli; ho solo preso quella direzione. Comunque, avevo per la testa ‘Journey Into Mystery’ dei Dream Death (1987), ‘Within The Prophecy’ dei Sacrilege (1987), ‘Mob Rules’ dei Black Sabbath (1981) e ‘Epicus Doomicus Metallicus’ dei Candlemass (1986). Quando ho ascoltato il nostro album mi sono accorto che non c’era nulla in comune con i Candlemass, quindi potete immaginare che non sono un robot, anche se c’è qualcosa che ricorda gli altri tre dischi, oppure gli Iron Maiden, gli Hellhammer, i primi Exodus o gli Autopsy e i Necrophagia del 1987.” A questo punto Fenriz ci confida come nasce una canzone dei Darkthrone: “Di solito un riff entra come un lampo nel mio cervello e poi lo devo canticchiare finché non raggiungo la chitarra, altrimenti devo registrarlo sul telefono. Partendo da quello tento di attaccargli altri riff che potrebbero combaciare. Il processo comprende me, la chitarra e tutta la musica che ho ascoltato e, credetemi, è veramente molta. Vi confesso

28 METALHAMMER.IT

casa, ho trovato l’immagine su internet, l’ho stampata e riappesa dov’era. Ora eravamo tornati a pieno regime.” Fenriz parla a ruota libera e racconta delle registrazioni di ‘Arctic Thunder’: “Ci siamo incontrati a settembre con un paio di canzoni pronte a essere registrate e poi a dicembre, stessa procedura. Quello che abbiamo fatto per registrare il disco è stato microfonare la batteria, inserire la spina nell’amplificatore, senza alcun muro fra gli strumenti. Abbiamo premuto il tasto ‘rec’ e suonato finché eravamo soddisfatti. Era proprio una situazione live, suonavamo con i volumi altissimi. Poi ho raccolto qualche copia delle registrazioni e ho sentito cosa andava aggiustato, il tutto è stato in seguito inviato per il mastering in Texas, come il nostro album precedente. Ecco quindi arrivare il prodotto finale, un master per il cd e uno per il vinile.” Chi ha ascoltato ‘Arctic Thunder’ si sarà accorto della miriade di stili e di generi che si possono rintracciare al suo interno. A proposito di questo Fenriz dichiara: “Il sound originale dei Darkthrone era molto lontano dal black metal, i nostri primi due demo (‘Land Of Frost’ e ‘A New Dimension’ del 1988) erano ispirati da diversi generi metal degli anni ‘80 e questo disco è una sorta di continuazione di quel periodo. Siamo effettivamente tornati alle origini con il presente album. Volevo rendere i Darkthrone un po’ più introspettivi. Vi chiederete il motivo, ebbene ve l’ho già rivelato in precedenza: abbiamo riavuto la nostra vecchia sala prove, siamo tornati quelli di un tempo. Ci siamo sentiti liberi di creare. Siamo stati contenti di ‘The Undeground Resistance”, allo stesso tempo è stato come un mammut per noi, un lavoro enorme.” La conversazione si aggancia alle

Curiosità: L’indomitA Nugatti In una foto circolata in concomitanza con la campagna elettorale che ha poi visto Fenriz protagonista, il musicista posa con il suo gatto di nome Nugatti (traducibile come “burro d’arachidi”). Durante l’intervista chiediamo a Fenriz come sta e cosa sta facendo il felino: “Ci sono un sacco di piume al primo piano, ma non riusciamo a trovare quel pennuto. Non crediamo che l’abbia mangiato. Abbiamo cercato dappertutto ma non troviamo quell’uccello. Nugatti se ne sta lì, compiaciuta e si comporta come se non fosse successo nulla.”


Curiosità: Il “Nuovo “ Helvete Non molti sanno che dopo vent’anni di chiusura l’Helvete, il negozio di dischi aperto da Euronymous negli anni ‘90, è tornato in attività grazie al lavoro dei ragazzi della Neseblod Records. L’attività commerciale, sita all’indirizzo Schweigaards gate 56 di Oslo, sta man mano lavorando al Museo del Black Metal. A questo proposito Fenriz dichiara: “Lo Stato stranamente non ha ancora finanziato il museo. Gli archivi nazionali hanno speso migliaia di corone per acquistare oggetti storici del black metal norvegese. Ci sono già altri musei finanziati dallo Stato, resta solo aspettare.” I Darkthrone hanno poi aiutato i ragazzi della Neseblod a traslocare all’Helvete: “Kenneth è uno dei miei migliori amici, era naturale che lo facessi. Quindi abbiamo dato una mano a impacchettare la roba e a trasferirla da Rathkes gate all’Helvete.”

un segreto, quello che sto tentando di scrivere è quello che avrei scritto nel 1988 se avessi avuto la capacità di scrivere e l’abilità nel suonare la batteria di adesso, e se non avessimo avuto quella svolta death tra il 1988 e il 1989. Quello che sto scrivendo ora è la vera musica dei Darkthrone.” ‘Arctic Thunder’ fa respirare, sin dal titolo e dalla cover, il Nord, il respiro dei boschi norvegesi, però Fenriz crede che sia “impossibile iniettare la natura nel metal. Credo che alcune band folk abbiano provato a farlo, ma questo suona in maniera orribile secondo me. Mi piace il folk rock anni ‘70 o ‘60. Però se, come per te, la copertina faccia sentire una sensazione del genere, è fantastico. Sicuramente non è intenzionale.” Durante la conversazione le battute sono frequenti, è a questo punto che faccio notare a Fenriz del numero diciassette in riferimento al numero che occupa questo disco nella discografia dei Darkthrone, con un sacco di collegamenti ai numeri primi, ecc. L’artista pensa un attimo e risponde: “Beh non ci avevo pensato, però il prossimo sarà il diciottesimo... La somma di 6+6+6”. Passiamo poi all’attua-

lità e parliamo delle elezioni a Kolbotn che hanno visto Fenriz protagonista, con una nomina inaspettata: “Quel giorno, quel fatidico giorno, stavo aspettando gli elettricisti che dovevano venire a controllare per cambiare i nostri faretti da normali a led. Quindi presi il telefono e uno dei leader di Venstre al telefono era (Fenriz insiste per usare la maniera di parlare di Yoda). Non avevo mai votato per Venstre prima, un partito di centro-destra e avevo pensato potesse essere l’occasione giusta per capire come funzionava. Mi interessa molto del posto in cui vivo e quindi volevo approfondire. Qui ogni partito politico che vuole correre alle elezioni deve avere un certo numero di persone in lista. Un problema comune in Norvegia è che mancano sempre candidati. Dissero che sarei stato “salvo”, essendo messo al numero 18 della lista e che le chance di venire eletto sarebbero state minime. Uno dei leader del partito disse che voleva mettere su facebook un post dove avevo risposto in maniera affermativa e io confermai con una breve presentazione di me e con la foto del nostro gatto, Nugatti. Quando arrivarono le elezioni

mi ero quasi dimenticato della candidatura, però mi arrivò la comunicazione dell’avvenuta elezione al consiglio comunale al numero quattro della lista e che dovevo recarmi al comune per votare sì o no a delle decisioni politiche locali il lunedì successivo. Qui sono una persona conosciuta, sono nel giornale locale, frequento le partite della squadra femminile di calcio (numero 4 del Paese), vengo per camminare o andare in bicicletta, quindi mi conoscono e mi hanno votato. Quello che devo fare è consultare il sito del municipio per leggere documenti e andare ai meeting se richiesto. Sono stato eletto per quattro anni e ne è passato uno. Non ho molto tempo perché ho il mio show in radio, i Darkthrone, il lavoro da giornalista musicale e lavoro con part-time al 70 percento nell’industria postale (cosa che mi permette di ascoltare i promo per gli altri mestieri che faccio). Penso sempre di rassegnare le dimissioni, come probabilmente accadrà (sono in vita per dare musica, non per questo), ed è uno degli interessi che dovrà decadere a causa della mancanza di tempo.”

METALHAMMER.IT 29


I COlossi del Thrash

di Andrea Schwarz

Non è mai facile riuscire ad avere una carriera lunga e senza problematiche fatta solo di successi. I Testament del monumentale Chuck Billy, interpellato da Metal Hammer in occasione dell’ultimo studio album non fanno certo eccezione. Anzi, la band che ha dato i natali ad album storici in campo thrash metal come ‘The New Order’ o ‘Practice What You Preach’ ha vissuto in maniera magnifica gli anni ottanta, trovando però serie difficoltà in termini di line-up e di riscontri di mercato nei 90s (erano gli anni di depressione contrassegnati dal cosiddetto grunge) ma in un modo o in un altro è riuscita ad arrivare fino ad oggi in perfetta forma: “Tutto sta procedendo magnificamente, siamo veramente contenti che finalmente questo disco stia per essere pubblicato, pronti per andare nuovamente in tour. Non che non lo siamo stati ultimamente ma è la parte migliore e più divertente del nostro mestiere, probabilmente suoneremo tantissimi brani tratti

30 METALHAMMER.IT

dall’ultimo album.” Trovarsi davanti a un frontman come Chuck Billy porta la nostra conversazione a fare un considerazione di carattere generale. Negli ultimi anni, soprattutto quest’anno in maniera maggiore rispetto agli anni scorsi, c’è stato un ritorno dei cosiddetti padri del thrash: Testament in primis, senza dimenticare Megadeth con ‘Dystopia’ o i Death Angel così come gli Exodus, attivissimi live nonostante abbiano pubblicato l’ultimo disco ormai nel 2014. Al tempo stesso, pensando a quel periodo in cui il thrash prendeva forma ci sono state altre validissime bands quali Forbidden, Vio-lence, Heathen (se si esclude il ritorno del 2010) che si sono sciolte come neve al sole,quasi come se formazioni quali Testament avessero un segreto grazie al quale sono ancora attivi dopo tutti questi anni: “Come band siamo nati in un periodo ed un contesto storico nel quale il metal era una forma musicale molto seguita, siamo andati avanti tutti questi anni e

siamo passati attraverso molti cambiamenti intorno ed in seno alla band stessa con parecchi cambi di line-up, sempre però con un occhio di riguardo verso le canzoni ed i dischi che di volta in volta ci apprestavamo a pubblicare. Non ci siamo mai accontentati di quanto fatto, abbiamo invece cercato di migliorare passo dopo passo scommettendo su noi stessi.” E in questo processo di evoluzione probabilmente la reunion del 2005 ha avuto un ruolo fondamentale: “Uno dei momenti topici che hanno dato una svolta alla nostra carriera è stata sicuramente l’esser tornati a suonare insieme a Louie (Clemente, batteria), Greg (Christian, basso) ed Alex (Skolnick, chitarra), è stato un momento importante che abbiamo “fermato” nel Live In London di quello stesso anno, un avvenimento che accompagnava una fantastica sensazione di benessere derivante dall’essere tornati a suonare con la formazione originaria. Sai,


FACT: LA MALATTIA MI HA INSEGNATO A.... Qualche anno fa Chuck Billy ha dovuto affrontare una brutta malattia, che, come racconta, l’ha portato a prendersi più cura di se stesso, limitando gli eccessi: “Dopo i miei problemi di salute di qualche anno fa non è che abbia imparato qualcosa in particolare che prima mi era sconosciuta, diciamo che ho cambiato prospettiva su tante cose. Ad esempio prima andare in tour era bere e fare festa, adesso quando arriviamo in un posto ci facciamo una doccia, andiamo a mangiare qualcosa e ci facciamo un giro come dei semplici turisti. C’è tempo dal tardo pomeriggio a pensare alla musica, così facendo sono molto più rilassato sul palco riuscendo a dare il 110% di me stesso.”

Guarda qui il lyric video di ‘BrotherhooD Of The Snake’, pezzo estratto dal nuovo disco dei Testament io ad esempio venivo da un periodo molto difficile contrassegnato da alcuni seri problemi di salute, è stato un pò come guardarsi nuovamente allo specchio dicendosi “beh, tutto sommato sono ancora il cantante dei Testament!”, la musica mi ha salvato.” Certo, quell’anno e quella reunion furono una tappa cruciale nel loro cammino musicale ma anche dischi come ‘Low’ e ‘The Gathering’ segnarono il loro percorso molti anni prima: “‘The Gathering’ è stato un buonissimo album ma aveva il difetto di portare in dote una line-up che chiamarla instabile era un complimento, avevamo cambiato chitarrista/ batterista/bassista (rispettivamente James Murphy/Dave Lombardo/Steve DiGiorgio) ma non sapevamo con esattezza chi facesse parte al 100% della band. Al tempo stesso cercammo di suonare tantissimo live, devo dire che ne abbiamo approfittato ehe ehe! È stata un po’ la summa del brutto periodo che passammo durante gli anni novanta, soprattutto nella seconda metà ma uscirne quasi indenni, il poter dire di essere andati avanti è stata una tappa assolutamente fondamentale. Poi è arrivato il 2005, ci guardammo in faccia (così come dentro di noi) trovandoci nuovamente a nostro agio nello stare insieme, nel suonare programmando insieme il futuro.” ‘The Ritual’ fu un’altra tappa che ha visto i Testament arrivare

fino ad oggi: “Venivamo da tantissimi anni passati insieme a suonare in ogni dove, avevamo condiviso tantissime cose senza accorgerci che ad un certo punto della nostra carriera eravamo cresciuti in maniere diverse, prima come individui e poi come musicisti. Avevamo punti di vista diversi, inevitabilmente tutto questo si è riversato nelle scelte e nella produzione di ‘The Ritual’. Dopo c’è stata la dipartita di Alex (Skolnick, ndr) e fu come se ‘Low’ fosse il nostro ultimo album, una manciata di canzoni dove si sono mischiati i sentimenti più disparati. Un po’ di frustrazione venne fuori in ‘Dog Faced Dogs’, il primo brano dove cantai in maniera più tendente al growl rispetto a quanto non fossi abituato a fare, molti fan lo apprezzarono fin da subito anche se ricevetti anche parecchie critiche. Ma non si può avere la pretesa di piacere a tutti.” Dopo tutto è assolutamente necessario e indispensabile avere una passione spropositata per quello che si fa anche dopo trent’anni di onorata carriera, alla fine questo potrebbe diventare come un semplice e comune lavoro come tanti altri, è qui la difficoltà nel trovare le

giuste motivazioni disco dopo disco. “Brotherhood Of The Snake” non può esimersi da questa considerazione: “Lavorare ad un album nuovo è sempre una sfida, questa volta la modalità con cui abbiamo approcciato alla sua lavorazione è stata un po’ anomala, io ed Eric abbiamo infaticabilmente lavorato alla composizione dei brani per due lunghi anni portando con sé tanta frustrazione, non riuscivo a capire come mai io ed Eric non riuscivamo a completare i brani. Abbiamo poi riversato il tutto su demo ma Gene (Hoglan), Alex (Skolnick) e Steve (DiGiorgio) non avevano alcuna idea né sui testi né sui brani ai quali si era lavorato, anche loro inizialmente avevano un pò di timore prima di entrare in studio. Non avevano idea di cosa li aspettasse, ma sono degli artisti eccezionali. Il 2016 doveva essere l’anno del nostro definitivo ritorno, abbiamo cercato un momento in cui Gene potesse essere libero dai mille impegni ai quali fa fronte quotidianamente, abbiamo finito di stare in tour in Europa lo scorso giugno e entro quel periodo dovevamo aver concluso tutto. Abbiamo trovato un

METALHAMMER.IT 31


FACT: CHUCK e LE CONDIZIONI DEI NATIVI AMERICANi Chuck Billy appartiene alla bistrattata etnia dei Nativi americani e ci confessa: “Per noi Nativi Americani la vita è sempre la stessa, tanti miei amici vivono ancora nelle riserve e riescono a sopravvivere grazie ai casinò che sono stati costruiti attorno. Solo in quel modo le istituzioni si accorgono di noi, vedono che nella riserva ci può essere del guadagno ed allora eccoli alla porta, è un modo necessario per poter costruire infrastrutture che possano servire a tutta la comunità. Triste, ma vero.”

paio di settimane in Maggio, siamo volati in studio con l’unico obiettivo di imprimere su nastro quelle che erano le nostre idee in maniera istintiva, senza eccedere in troppi preziosismi che avrebbero fatto perdere in spontaneità il risultato finale. Più che percepito pressione dall’esterno, abbiamo fatto pressione su noi stessi affinché questo disco potesse vedere la luce, l’aver stravolto il nostro usuale modo di lavorare ha un pò innervosito tutti e penso che questo sentimento, unitamente alla frustrazione di cui abbiamo detto prima sia stata incanalata al meglio nelle canzoni dell’album che non sfigureranno live tra classici come ‘The Preacher’ o ‘DNR’. Non posso dire che abbiamo prodotto il miglior album della nostra carriera perchè ogni volta che si pubblica qualcosa di nuovo dicono tutti la stessa cosa, ma posso certamente esprimerti la nostra soddisfazione e contentezza fin dalle prime bozze dei brani mixati, lì abbiamo capito che tutti noi avevamo fatto un enorme lavoro, avevamo la sensazione di trovarci di

fronte a vere e proprie killer songs!” In misura maggiore rispetto a quanto non sia stato fatto per ‘The Formation Of Damnation’ o ‘Dark Roots Of Earth’ probabilmente è stato curata maggiormente una parte fondamentale nella produzione di un disco e troppo spesso trascurata, il mixaggio: “Venendo da tanti mesi passati a suonare insieme volevamo che il mixaggio potesse mettere in risalto la sinergia e l’alchimia che ci accomuna, invece di mandarci tonnellate di e-mail abbiamo preferito sederci attorno ad un tavolo guardandoci negli occhi per poter valutare insieme come stavamo procedendo al mixing, a volte aggiungevamo un pò di spinta sulle chitarre mentre in altri ci è capitato di voler un maggiore gain al basso. Non dimentichiamoci che probabilmente Steve ha suonato le sue parti migliori da quando è nei Testament, anche il sound che ne è venuto fuori è qualcosa di stratosferico mai avuto prima.” Sembrano parole scontate ma dalla voce del buon Chuck si sente una genuinità che raramente si riscontra oggigiorno in tanti suoi colleghi. Il tasso tecnico della band, nonostante in passato ci siano stati ad esempio batteristi di primissimo livello come Dave Lombardo o Paul Bostaph, ‘Brotherhood..’ è probabilmente il meglio che Billy e Peterson potessero aspirare: “Siamo fortunati ad avere al nostro fianco due musicisti di sicuro affidamento come Steve e Gene, si intendono a meraviglia sul palco perchè hanno una buonissima intesa anche nella vita di tutti i giorni, sono un motore preciso che consente ad Eric ed Alex di concentrarsi sulle proprie parti senza preoccuparsi se la base ritmica li possa

NABBIAMO VOLUTO FAR CONVERGERE IN MANIERA DEL TUTTO SPO TANEA LA NOSTRA ATTENZIONE SU TEMATICHE QUALI ALIENI E SOI CIETÀ SEGRETE TRALASCIANDO ARGOMENTI PIÙ PERSONALI CON QUALI NON VOLEVAMO CONFRONTARCI QUESTA VOLTA.


LA LEGGENDA DELLA FRATELLANZA DEL SERPENTE È VECCHIA DI 6000 ANNI, RISALE AI TEMPI DEI SUMERI E NARRA DI UNA FORMA ALIENA CHE AVREBBE CREATO L’UOMO SOLO PER RENDERLO SCHIAVO AIUTANDOLO A CERCARE ORO E MINERALI, UNO DEI MOTIVI PER I QUALI ERA SCESO SULLA TERRA. supportare o meno. Ogni cosa viene fatta in maniera così naturale, sono tecnicamente ineccepibili...chi poteva aspettarsi di più? Chi è più fortunato di noi? Voglio aggiungere che l’alchimia che hanno on stage si è riflessa perfettamente sui brani del disco, è merito loro se i Testament “suonano” in questa maniera oggi, siamo stati bravi a catturare questa peculiarità in studio.” Tante volte ci si concentra solamente sulla musica dimenticandosi di quanto anche i testi rivestano particolare importanza tanto che non vengono mai tenuti realmente in considerazione ma al pari della musica e della tecnica esecutiva un buon testo può essere un notevole valore aggiunto. E quindi anche la scelta delle tematiche da trattare sono di primaria importanza: “Rispetto a quanto siamo soliti fare, abbiamo voluto far convergere in maniera del tutto spontanea la nostra attenzione su tematiche quali alieni e società segrete

Guarda qui il video di ‘The Pale King’, Ultimo estratto da ‘Brotherhood Of The snake’

tralasciando argomenti più personali con i quali non volevamo confrontarci questa volta. Fin dagli inizi Eric mi aveva manifestato la sua intenzione nel voler tralasciare argomenti che avrebbero avuto a che fare con fatti ed avvenimenti personali privilegiando altri soggetti, avevamo già trattato tematiche che riguardavano noi stessi ed il nostro quotidiano troppe volte: nel periodo di lavorazione a ‘Brotherhood…’ mi stavo appassionando a una serie TV che trattava argomenti quali alieni ed U.F.O. e la storia molto famosa (trovi tutto su internet….) della fratellanza del serpente, quel “Brotherhood Of The Snake” che ha poi dato il titolo all’album. La leggenda della Fratellanza del serpente è vecchia di 6000 anni, risale ai tempi dei Sumeri e narra di una forma aliena che avrebbe creato l’uomo solo per renderlo schiavo

aiutandolo a cercare oro e minerali, uno dei motivi per i quali era sceso sulla Terra. Mi affascinava questo concetto e allora ci siamo buttati a capofitto su un argomento più affascinante rispetto ad argomenti più personali e più spinosi da trattare. Il prossimo anno verremo in Europa a suonare questi pezzi così potremo confrontarci su questi temi, prima saremo negli Usa che ultimamente abbiamo trascurato e poi torneremo ad allietare le vostre serate aha aha!” E con un invito di tale portata non sarà difficile dire di no……

METALHAMMER.IT 33


Time For Changes

di Dario Cattaneo

La cornice è un gustoso bar/ pasticceria di centro Milano e le lancette dell’orologio indicano quasi le sette di sera, ora perfetta per bere una birretta prima di gettarsi nella movida milanese per il classico happy hour o per un non si sa quanto ‘tranquillo’ giro dei locali notturni del capoluogo. Davanti a noi, c’è un sorridente Michael Stanne, frontman dei Dark Tranquillity, che, apprendiamo, di giri dei locali se ne intende eccome. Infatti solo la notte prima il simpatico musicista pare essersi intrattenuto a lungo in una nota birreria artigianale del milanese… lui stesso ci dice tra l’altro di aver davvero gradito questa visita: “Hey, quel posto dove sono stato ieri sera è davvero incredibile! Voglio dire, sono stato in giro praticamente in tutto il mondo a provare birre di

34 METALHAMMER.IT

tutti i tipi in bar diversissimi tra loro, ma questo posto devo dire che si è rivelato davvero uno dei migliori mai provati. Bello l’ambiente, azzeccato l’arredo… e le birre che ho bevuto, davvero buonissime! Avrei davvero voluto provare tutte quelle che avevano in lista, ma erano davvero tante!”. Ci fa sempre piacere parlare con artisti così distesi e rilassati, e quindi partiamo in tromba con un argomento invece non troppo bello, ovvero il recente abbandono del membro fondatore Martin Henriksson, che nella band c’era appunto da sempre. Ultimamente, la line-up della band sembra proprio non trovare pace. “È vero, abbiamo cambiato ancora la line-up…”, ammette senza perdere il sorriso, ”ma non è per forza una cosa negativa. Ad esempio abbiamo

ufficializzato Anders Iwers al basso, che ai tempi del tour di ‘Construct’ era presente solo come turnista live, ma ora è un membro della band a tutti gli effetti. Poi c’è stato l’abbandono di Martin… triste, certo, ma lui è ancora vicino alla band: è il nostro tour manager. Si occupa dell’attività live ma anche della parte economica e del merchandise. La cosa curiosa è che, a pensarci a posteriori, lui si è sempre occupato di questi aspetti! L’ha fatto fin dal primo giorno, gli piace molto essere al corrente di questi aspetti, vuole sapere sempre cosa succede, quindi ci ha sempre guardato lui!”. Una soluzione di comodo, che però capiamo in fretta copre problemi esistenti da un po’. Ce lo conferma Michael stesso. “Non è che non gli piacesse

più suonare con la band, ma non riusciva più a stare al 100% su quell’aspetto. Negli ultimi tempi ci diceva che lui era sul palco, ma che la sua testa era altrove, tipo al prossimo aereo da prenotare o a quando schedulare il lancio del nuovo singolo. E se non sei al 100% focalizzato sul suonare dal vivo, beh… forse è meglio che non suoni proprio. Anche in studio c’era sempre qualcosa su cui sembrava essere concentrato diverso da ciò che stava facendo… non è giusto per nessuno continuare così”. A scanso di equivoci, Stanne ci tiene però a chiarire che l’impatto dell’abbandono di Henriksson sul songwriting – sopratutto quello di ‘Atoma’ – è stato minimo. “Martin componeva, certo, ma già su ‘Construct’ aveva ridotto il proprio apporto creativo. Per


‘Atoma’ invece non aveva composto proprio nulla. Come ti dicevo, era distratto. Non credo che la sua assenza abbia inciso molto su come questo è infine riuscito: Martin ha ufficializzato l’abbandono quando oramai tutte le canzoni erano state scritte, e tutte senza di lui”. Il team di scrittura attuale della band infatti è composto da altri tre volti. “Nei Dark Tranquillity attuali compongono principalmente Niklas (Sundin, chitarra, ndr), Anders (Jivarp,batteria, ndr) e Martin (Brandstrom, tastiera, ndr). È per quello che il nostro sound è caratteristico. Anche se tutti e tre trovano infatti un terreno comune nella musica della band, sono tre cervelli molto diversi. Anders è bravo quando si tratta di definire l’aspetto melodico, di tratteggiare le parti più accessibili della musica. Niklas è la mente emozionale, quella che scrive i pezzi più cupi e tormentati, e quelli più arditi, più sperimentali. Martin, rappresenta invece l’aspetto più potente e elaborato della nostra musica, quello caratterizzato da ritmi precisi ma anche da una gran sovrapposizione di tracce e grandi arrangiamenti”. Lasciando perdere la formazione e concentrandoci finalmente sul nuovo album, cominciamo a scoprire con Michael alcune delle differenze principali che lui rileva rispetto al precedente ‘Construct’. “‘Atoma’ è definito da tantissimi elementi. Ha più parti veloci rispetto a ‘Construct’ - questo penso si noti

Il video animato di Atoma

am m e r

NE

ws

h

Da precursori e musicisti attenti alla propria arte, i Dark Tranquillity hanno scelto di presentare ai fan il pezzo ‘Atoma’ con un video in versione animata. Potete apprezzare quella che si può definire un’opera d’arte nel player sottostante. Buona visione!

subito - ed è un album davvero molto intenso, emozionale. E’ inoltre un album molto immediato, che entra subito nella mente di chi è abituato al nostro sound, cosa che ‘Construct’ di sicuro non faceva, richiedeva un tempo maggiore di assunzione. Era privo dell’urgenza che si trova qui”. Due album molto diversi quindi. Ma come mai? “Ci sono molte differenze con ‘Construct’, me ne rendo conto. Non che vogliamo distanciarcene, però. Quell’album ci ha reso anzi molto felici. L’abbiamo portato in giro per tre anni, tornando più volte negli stessi posti, e abbiamo sempre suonato ben sette pezzi tratti da esso, senza lamentele. Buon segno no? Quando la gente apprezza i pezzi nuovi, vuol dire che hai davvero colto nel segno. Però altri pensieri hanno influenzato la creazione di ‘Atoma’, rendendolo un album così diverso. L’abbandono di Martin ci ha fatto porre delle domande su di noi. Ci siamo fermati un attimo e abbiamo pensato bene a quali fossero le nostre motivazioni nel restare in questo gruppo. Siamo in giro da più di vent’anni, dopotutto, le motivazioni non possono più essere quelle con cui si è iniziato. Al primo disco, lo scopo

METALHAMMER.IT 35


Abbiamo passato due mesi di questa splendida estate in uno studio senza fifnestre. non e stata una scelta felice, non ci ha reso per niente facile un lavoro gia di per se complesso. era divertirsi. Poi è diventato avere successo, dopo ‘The Gallery’. Adesso, penso che noi che siamo rimasto lo facciamo perché veramente amiamo questa musica, amiamo i Dark Tranquillity e amiamo questa vita. È oramai parte di ciò che facciamo e ciò che siamo. È una motivazione forte, non credo finirà mai”. Questo lungo discorso ci spiega che l’introspezione è quindi il motore principale dell’intero album. “Cercando di capire cosa volevamo davvero da questa band, abbiamo ripercorso le varie fasi della nostra vita, e le abbiamo infine cristallizzate in questa musica.

Credo che ‘Atoma’ rappresenti proprio questo. Spiega perché i Dark Tranquillity sono una band ancora viva e con un seguito ”. Andando avanti a parlarci dell’album, Michael lo descrive come un album ancora una volta difficile da tirare fuori dal cappello. “Manco a dirlo, la scrittura di ‘Atoma’ è stata molto complicata. Lo fu anche per ‘Construct’, e forse qaulcuno si chiederà come in vent’anni non abbiamo ancora capito come fare un album senza crearci troppi grattacapi. Il punto è che per noi non funziona così. Non diventa più facile fare un album con l’esperienza… diventa

più difficile, anzi. Noi non riusciamo a non chiederci: ‘e adesso? Dopo ‘Construct’ dove vogliamo andare?’. Voglio dire, quello che fai con un lavoro si fissa nella mente dei fan e per forza crea un terreno accidentato dove muoversi. Con ‘Construct’ il problema fu che non c’erano idee, stavolta i brani erano già tutti pronti quando abbiamo cominciato a lavorarci, ma mancavano di qualcosa. Mancavano di quel ‘quid’ che li mettesse assieme, di una direzione comune lungo la quale muoversi per evitare che ogni canzone suonasse un po’ a sé stante. Quel-

Il video di forward momentum Come secondo video per presentare ‘Atoma’ al pubblico, i Dark Tranquillity hanno scelto ‘Forward Momentum’ . La clip è stata girata nel nord della Svezia, vicino Kiruna, da Vesa Ranta (Sentenced) e diretto da Harri Haataja. I Dark Tranquillity e Ranta hanno già collaborato diverse volte nel corso della carriera degli svedesi.

36 METALHAMMER.IT

la è stata la parte difficile, abbiamo dovuto lavorare sulla struttura e sul mood di ogni brano,anche se erano già praticamente pronti. Dal punto di vista lirico sono davvero impazzito… una volta uniformate le canzoni, è stato difficile trovare dei testi originali, che non si ripetessero. E anche che si sposassero bene al senso di melanconia, o frustrazione, oppure rabbia che traspariva da ogni


brano”. Un vero calvario, insomma. “È stato davvero complicato, ti ripeto, ci ho perso ore e ore di sonno! Abbiamo passato due mesi di questa splendida estate in uno studio senza finestre... non è stata una scelta felice, non ci ha reso per niente facile un lavoro già di per se complesso. Bah, forse dovrei smettere di sperare in un album dei Dark Tranquillity facile. Saranno sempre procedimenti stressanti, almeno per me!”. Se una cosa però è certa, è che la tendenza dei Dark Tranquillity all’evoluzione e al progresso personale ha sempre caratterizzato ogni loro realizzazione in studio. Chiediamo a Michael di parlarcene. “L’evoluzione è per me saper guardare alla propria carriera da punti di vista differenti” ci spiega “Prendere altre direzioni dopo che si è scritto un album è una cosa importante per gli artisti, anche se non così ovvia per alcuni ascoltatori. L’artista lo deve fare per mantenere intatta la propria… sanità, potremmo dire. Non c’è nessun costrutto nell’impazzire ad andare avanti in una direzione che si è già esplorata del tutto. Non ne viene fuori niente di buono, e se anche a qualche fan piacerà, è difficile che convincerà te in primis. Per quello ha senso cercare altre strade. Non si tratta di tradire la tua identità, devo però guardarla sotto un’altra angolazione. Il discorso non è rinnovarsi a tutti i costi, è rinfrescare il proprio punto di vista per evitare che la mancanza di idee comporti come effetto la mediocrità”. Una scelta spesso rischiosa, che i fan non sempre capiscono. “No, infatti, i fan non sempre capiscono. Non voglio dire che del parere altrui te ne debba fregare nulla, ma è vero che tra molte voci che parlano dei Dark Tranquillity troverai sempre qualcuno che vorrà un ipotetico ‘The Gallery II’. Ma, voglio

dire, servirebbe a qualcosa? C’è già ‘The Gallery’, c’è già ‘Projetor’, c’è già ‘Haven’, te ne serve davvero un altro? A meno di riregistrare gli stessi brani, ci saranno per forza delle differenze, e quindi vale la pena chiedersi se un altro secondo ‘The Gallery’ sarebbe davvero così meglio dell’originale. Io sono felice di come ci siamo evoluti: penso che come sound siamo sempre noi, ma siamo riusciti a cambiare quanto basta per non creare album copiati e privi di ispirazione”. Concludiamo l’intervista notando come comunque i Dark ranquillity facciano sempre tutto in casa propria. Artwork disegnato da Sundin, studi di proprietà di Brandstorm… una vera e propria band ‘do it yourself’? “Ahahah, siamo decisamente un gruppo dedita a quella filosofia! Ci piace avere il controllo di ciò che facciamo, davvero. Non siamo mai stati band da affidarci alle scelte di un produttoreo di chi altro, e qui arriva la decisione di usare un artwork sviluppato da Niklas, oppure di registrare negli studi di Martin, etc. Abbiamo provato a pensare ad artwork diversi da quelli di Niklas, per dire, ma è stata un’esperienza frustrante. Bei disegni, bellissimi, ma non si legavano ala musica nella maniera in cui Niklas può farlo realizzando lui un disegno. Non è che lui sia necessariamente più bravo, è che lui capisce la musica che vogliamo rappresentare semplicemente perché l’ha composta. Tutto qui, è solo per questo che ci piace lavorare restando sempre ‘in casa’, perché alla fine sappiamo quello che vogliamo”.

n o N . o n co is p ca e r p m e s n o , i fan ondire che del parere altrui vogli ebba fregare nulla, ma e’ vero te ne d molte voci che parlano dei Dark che trua illity troverai sempre qualcuno Tranq rra un ipotetico ‘The Gallery II’ che vo


È oramai l’ora di pranzo e anche se il leader e vocalist degli In Flames Anders Friden ha oramai decisamente fame – giustamente aggiungeremmo, dopo una mattinata intera passata a fare interviste – questo non gli impedisce di rispondere al fuoco di fila anche delle mie domande. Con davanti un semplice panino e una birra in bottiglia, vestito con una camicia di flanella a quadri, il frontman della famosa (ex)melo-death band svedese ci comunica un idea di serenità, come di qualcuno che è finalmente venuto a patti con molti dei vari elementi che in passato potevano disturbarlo. Conversando con lui nei successivi quindici minuti scopriremo tra l’altro che le cose stanno proprio così come le abbiamo supposte… e che la parola ‘Battles’, titolo del nuovo album della band,

parla in effetti proprio di questo concetto. “Le ‘battaglie’ cui ci riferiamo nel titolo sono quelle di tutti i giorni”. Ci conferma subito infatti Friden. “Sono i mostri che viaggiano con noi da quando nasciamo e che spesso ci accompagnano fino alla tomba. I mostri che aumentano mano a mano che si prosegue con la propria vita. È importante venirci a patti, combatterli, ma anche accettare la loro presenza. Occorre combattere queste battaglie per non soccombere, ma la guerra non deve diventare il tuo unico scopo. Si tratterebbe solo di un mezzo senza un fine”. Il tema scelto pare essere molto caro al carismatico artista svedese, ma lui ci tiene comunque a sottolineare che i testi della loro ultima uscita gli In Flames vogliono parlare un po’ a

tutti gli ascoltatori. “Non si tratta di argomenti filosoficamente complicati, e nemmeno di chissà quale storia inventata…” specifica infatti. “È un argomento a cui tutti si possono in qualche modo interfacciare. Un tema che, nel bene o nel male, ci riguarda tutti. Volevamo parlare di qualcosa all’interno di cui l’ascoltatore potesse identificarsi”. Facile quindi immaginarsi come un prodotto del genere, con obbiettivi come quelli appena spiegati, possa differire molto dal più cupo e pessimista ‘Siren’s Charm’, la precedente fatica del gruppo. Davanti alla nostra successiva domanda, Anders non fa tardare la propria risposta. “Certamente ‘Siren’s Charm’ e ‘Battles’ differiscono molto tra loro”. È la sua opinione. “E il grosso della differenza la

Andiamo alla scoperta di 'Battles', nuovo lavoro dei maestri del Death Melodico svedese secondo le parole del frontman Anders Friden

Everyday's Battle di Dario Cattaneo

38 METALHAMMER.IT


trovi proprio nel mood dei due lavori. Non nella musica, quella è la logica continuazione del sound dell’album precedente, ma il flavour finale è decisamente diverso. E posso anche spiegarti il perché”. Un sorriso si dipinge sulla sua faccia. “È per via di come abbiamo lavorato. ‘Siren’s Charm’ era stato registrato infatti a Novembre, nella città di Berlino. Era un periodo freddo, piovoso, ma non era solo questo il punto. Durante le registrazioni vivevamo in un appartamento della Berlino popolare, e ogni giorno facevamo a piedi circa una ventina di minuti per raggiungere lo studio. Si attraversavano parti grigie di città, si passava anche attraverso una zona ove un tempo esisteva il Muro di Berlino… e capitava di fare dei pensieri. Qui c’è stata la guerra. Qui hanno sparato a qualcuno, anche a donne e bambini. Il posto dove abbiamo vissuto durante le lavorazioni di ‘Sirens’ era davvero in qualche modo ‘pesante’. Storicamente pesante, non so se mi spiego. Sentivi davvero la pressione dell’amara storia di quel posto. E noi in quel periodo ci siamo abbeverati da quella sensazione, volevamo

che entrasse nella nostra musica. Ci siamo anche documentati sulla storia del posto, per capirlo meglio, e questo influì fortemente sul mood dell’album. Questa volta siamo andati in California a registrare, e d’estate. È stata un’esperienza del tutto opposta. Era caldo, c’era sempre il sole… la cosa che mi viene in mente subito sono quando ripenso a quel periodo sono i barbecue in giardino! Possiamo riassumerla così: ‘Siren’s Charm’ era un disco freddo e cupo, mentre ‘Battles’ è più vivace, in qualche modo più caldo. E accessibile”. Ma come mai questo cambio nel modo di lavorare? L’interrogativo è lecito, e Friden non si fa mancare anche questa spiegazione. “In realtà, siamo stati spronati a cambiare approccio, potremmo dire. Anche se il lavoro di squadra effettuato sugli altri dischi è sempre stato buono, stavolta ci siamo affidati del tutto alla visione di un produttore esterno alla band, Howard Benson. È stato lui che ci ha proposto di prendere le distanze dal nostro solito modo di lavorare alla scrittura e che ha optato per queste session

partamento della ap un n i mo eva v vi ni o i az tr s gi re le e Durant edi circa una venpi a o vam ce fa o rn o gi ni og e e, lar Berlino popo io. Si attraversavano parti ud st lo e er ng u i gg ra r pe i ut n mi di tina o una zona ove un rs ave tr at e ch an ava ss pa si ', ta t ci grigie di tempo esisteva il Muro di Berlino

Guarda qui il lyric video di ‘The Truth’, brano estratto dal nuovo disco ‘Battles’

METALHAMMER.IT 39


di registrazione californiana”. Il parere di Benson per aver pesato davvero molto durante le lavorazioni di ‘Battles’. “Non c’è mai stata tutta la band presente allo stesso momento, è stata una scelta”. Racconta. “Abbiamo quindi lavorato sempre registrando diverse demo. È una cosa che non facevamo dai nostri esordi, praticamente! Di solito pensiamo la canzone insieme in studio, e la registriamo quando c’è una versione praticamente finale. Quello che invece ci ha chiesto Howard è stato di lavorare a piccoli gruppi, mantenendo così un approccio molto dinamico. Ci ha chiesto di ragionare fuori dagli schemi, di tenere la mente aperta. Quindi è successo che magari per due settimane ho lavorato fianco a fianco con Bjorn per delle idee di base, poi si è aggiunto Niclas (Engelin, chitarra, ndr) che ha aggiunto il suo contributo… e così via, fino a che l’album non è finito. Nessuno schema preconcetto, piena libertà artistica”. Pare inoltre che, lavorando a piccoli gruppi, lo stesso Anders si sia trovato molto vicino al collega Gelotte, arrivando – almeno così dice – addirittura a conoscerlo meglio rispetto a prima. “Io e

Bjorn (Gelotte, ndr) ci conosciamo ora su un livello diverso da prima”. Racconta. “Abbiamo lavorato per la prima volta veramente insieme, fianco a fianco, se capisci cosa intendo. Ci siamo in qualche modo completati. Lui è l’autore dei riff degli In Flames, il creatore della base musicale per ciascun brano. Io mi sono occupato invece di tutti gli altri aspetti… io lavoro più sul concetto finale del pezzo, su come esso dovrà suonare, oltre che curare liriche e melodie vocali, ovviamente”. Un lavoro sinergico che lui stesso definisce come ‘complementare’. “La forza di Bjorn è proprio complementare alla mia! Io ho un orecchio allenato per la musica, e ho quindi un idea molto precisa di come deve venire un brano, ma in genere non lo compongo. So lavorare con gli strumenti elettronici e suono anche un po’ la chitarra, la strimpello più che altro, ma è Bjorn a creare i riff. È lui quello che compone, che fornisce la parte musicale delle canzoni degli In Flames, e con il modo di lavoro di Howard l’abbiamo capito meglio. È stato molto bello lavorare così”. Sentendo Friden parlare del suo orecchio allenato per come devono suonare alle fine le canzoni, ci viene da chiedergli se il suo lavoro come produttore di band giovani (Friden possiede una piccola label indipendente) non lo abbia aiutato a sviluppare questa abilità. “Lavorare come produttore con giovani band mi migliora o mi cambia come musicista? NO, credo proprio di no”. Risponde lui, inaspettatamente. “Però, è qualcosa che sicuramente mi soddisfa a livello personale. È bello lavorare con altre persone, trovo bello il lavoro che faccio, e mi piace quello che ottengo in cambio, anche se niente ha a che vedere con l’aspetto artistico. La gratitudine di un giovane artista ha molto però molto a che vedere con l’aspetto personale, e questo è importante. Mi piace dare

prima volta veramente insieme, la r pe o at or lav mo a bi Ab rn Bjo e Io i è l'autore dei riff Lu . i at let mp co do mo he alc qu n i fiCi siamo e musicale per ciascun degli In Flames, il creatore della bas tutti gli altri aspetti... di e vec n i to pa cu oc no so mi Io . brano l pezzo, su come esso io lavoro piu'sul concetto ultimo de liriche e melodie vocali, re ra cu e ch e tr ol e, ar on su o nn vra do Guarda qui il video di ‘The ovviamente End’, brano estratto da ‘Battles’ 40 METALHAMMER.IT


curiosita' - Impara a suonare con bjorn gelotte di Blagoja Belchevski

am m e r

NE

ws

h

Sul canale YouTube della rivista francese Guitare Xtreme è ora disponibile un video-tutorial del chitarrista degli In Flames, Björn Gelotte, che ci mostra come suonare i riff di ‘Underneath My Skin‘, ‘The End‘ e ‘Drained‘. I tre brani sono contenuti nell’ultima fatica discografica della band, ‘Battles‘, la cui release è prevista per l’11 novembre per Nuclear Blast in Europa (ad eccezione della Scandinavia) e per Eleven Seven Music Group negli Stati Uniti.

consigli, dire la mia, ‘guidare’ in qualche modo i ragazzi che produco… e questo mi restituisce molto indietro come persona. Quasi nulla però che io poi possa utilizzare nella mia carriera con gli In Flames, quello no”. Il punto nel portare avanti questo secondo lavoro per Anders risponde dunque solamente a motivazioni di tipo personale. “Distrarsi con altre attività è importante. Non ti fa impazzire, diciamo! Quando ci occupiamo degli In Flames siamo sempre super seri, esiste solo quello, quindi è naturale che sia io, ma anche Bjorn e gli altri, cerchiamo tutti una valvola di sfogo grazie ad altri hobby o lavori. È un modo per essere più noi stessi!”. Il tempo della nostra intervista volge alla fine, e prima degli ultimi morsi di panino, vogliamo chiedere a Anders come reagisce al continuo rumore che i fan generano sul tanto vociferato (ma evidente) cambio di genere compiuto dalla band nell’ultimo decennio. La risposta che otteniamo è molto decisa. “I motivi per cui io creo musica non hanno niente a che vedere con le aspettative dei fan”. È l’asciutta risposta. “Non è che non voglio sentire i loro giudizi, è che non voglio sentirmi in competizione con me stesso. Perché dovrei? Ok, abbiamo inciso ‘The Jester Race’ anni fa, quel disco è piaciuto a molti, ma perché devo mettermi quello come obbiettivo da superare? Si è rivelato un album importante, e ci ha permesso molti passi che poi abbiamo compiuto, ma non può continuare solo quello a influenzare la nostra carriera”. Il discorso lo coinvolge, ma come dicevamo, non si altera. Semplicemente, non cede di un millimetro dalla sua posizione. Che è ben chiara. “Mi rendo conto che tanta

gente critica le nostre scelte. È logico, dal momento in cui insegui il successo, da quando entri a far parte di una major oppure i tuoi show attirano più gente, che aumenti anche il numero di coloro che ti criticano. Ma questa cosa posso controllarla? No. La gente che parla ha diritto di farlo, come io ho diritto di non starla a sentire. Semplicemente, io non mi guardo mai indietro. La strada percorsa è importante, ma lo è più quella futura. È quello che diciamo con il messaggio contenuto in ‘Battles’, no? Bisogna andare avanti, e noi lo facciamo, senza rimorsi”. I toni sembrano alti, ma Anders non è per niente arrabbiato. Anzi, il litigio è l’ultima cosa che dice di volere. “Ripeto, non c’è punto nel litigare con le persone quando non apprezzano il nostro lavoro. Non posso andare a casa loro e dirgli: ‘Dovrebbe piacerti, perché ci ho investito così tante energie…’. Non ha senso. Non posso farci niente. La scena musicale di cui facciamo parte ha questo difetto della gente che si lamenta a voce molto alta, e anche questo è parte del gioco. Noi ci siamo scelti questa vita, e quindi accettiamo anche questo aspetto meno piacevole”. Nessun ritorno alle sonorità di ‘The Jester Race’ in vista, quindi. “Ma poi, avrebbe un senso, nel 2016, ‘The Jester Race pt.II’?” Continua lui, ridendo. “Alla fine sarebbe un disco degli In Flames attuali, e penso solo che il ‘The Jester Race’ originale si incazzerebbe con noi e basta! Non ha senso, la storia ci ha detto che ‘The Jester Race’ del 1996 era il miglior ‘The Jester Race’ che potevamo fare, non ha senso farne un altro adesso. Adesso, abbiamo fatto il miglior ‘Battles’.”

METALHAMMER.IT 41


MAYHEM UNkind di Stefano Giorgianni Che cazzo ci fanno i Metallica nella rubrica black, direte voi? Beh, presto a dirsi. Molti, se non tutti, avranno notato (eufemismo) che i Four Horsemen hanno rilasciato un nuovo disco, di cui trovate un’ampia analisi nel presente numero, il quale ha ricevuto analisi sia positive che positive, giudizi che accompagnano i Quattro californiani sin dai tempi del “controverso” Black Album. Arriviamo però al punto riguardo all’intrusione di James Hetfield & Co. nel nostro Circle Of Burden. Così come vi sarete accorti dell’uscita di ‘Hardwired...To Self-Destruct’, sarete stati in egual maniera travolti dall’ondata di video che ha accompagnato la release dell’album, una vera e propria monopolizzazione della rete per un giorno. Fra i clip è balzato agli onori delle cronache, fan e addetti ai lavori, quello di ‘ManUNkind’, che ritrae una giovane band black metal esibirsi in un non precisato locale seguendo i dettami degli show del genere. Già dopo i primi secondi l’appassionato del metallo nero ha, senza dubbi, identificato di che gruppo si trattasse, basti guardare il logo che gli scaltri musicisti californiani

42 METALHAMMER.IT

hanno piazzato dopo quarantotto secondi dall’inizio del video e le inquadrature inaugurali del cantante e del chitarrista... Inutile girarci intorno, si tratta dei nostri amati Mayhem, croce e delizia del Metal, protagonisti del famigerato volume ‘Lords Of Chaos’. Ebbene, è proprio al libro di Michael Moynihan e Didrik Søderlind, racconto (osteggiato dagli stessi protagonisti) dei misfatti cui la scena black norvegese ha fatto sfondo negli anni ‘90, che sembra potersi ricondurre il clip di ‘ManUNkind’, se non altro perché girato da colui che dovrebbe essere il regista della pellicola che porterà sul grande schermo quegli infausti avvenimenti, ovvero Jonas Åkerlund, uno che, oltre a essere batterista dei Bathory, è saputo passare con invidiabile scioltezza (dietro la macchina da presa) dai Rammstein a Britney Spears, da Ozzy a Lady Gaga e David Guetta. Ora, lasciando perdere il parere del sottoscritto riguardo all’ancora non concretizzato (per fortuna) lungometraggio, sarebbe interessante sapere da dove viene la scelta dei Metallica di “dedicare” ai Mayhem il video di questo pezzo e una delle canzoni più brutte,

a livello puramente musicale, di ‘Hardwired...To Self-Destruct’. Non avendo una dichiarazione ufficiale di prima mano degli interessati, si possono solo abbozzare delle ipotesi. Assodato che i protagonisti di ‘ManUNkind’ scimmiottano bene i Mayhem, soprattutto nei ruoli di Dead e Euronymous, il vero motivo è da ricercarsi nel titolo e nel testo. Per prima cosa c’è ‘ManUNkind’, il “non genere umano” oppure “la persona sgarbata, scortese”, secondo due delle letture che si possono dare alla denominazione del brano; “Chaos”, la prima parola pronunciata da Hetfield nel pezzo (sceglierne un’altra no...), accostata un verso più in là da “Madness” e poi da “Smiling, as we watch it burn”. Questi dettagli riconducono con facilità a quello che sono sembrati quei Mayhem dal difuori: sinonimo di caos, pazzia e fuoco. Più interessanti sono i versi successivi del testo della canzone, che paiono dipingere una personalità tormentata, ostaggio della propria mente, persa in se stessa. A questo punto si fa forte il pensiero che i Metallica si vogliano riferire in maniera diretta a Dead, ragazzo geniale, quanto strano, tormentato, introverso e, se è permesso, incline alla depressione. Tutto il testo, nel suo seguito,

si concentra sulle contraddizioni dell’essere umano, della fede (forse non strettamente religiosa), della perdita dell’innocenza, del cogliere l’attimo, dei momenti oscuri dell’esistenza, delle devianze. Questo a evidenziare che i Metallica, di certo non dei fulmini di guerra nello scrivere gli album e degli esperti d’arte sopraffini nel scegliere le copertine, si dimostrano ancora una volta dei parolieri fini e accorti. Quando il video termina e il testo ha fatto il suo corso l’interrogativo però permane: dov’è il punto di contatto reale tra ‘ManUNkind’ e i Mayhem? L’uno è conseguenza

dell’altro oppure si tratta di una specie di trailer del futuro lungometraggio di ‘Lords Of Chaos’, facendo così diventare il clip una trovata pubblicitaria? Questo possono dirlo solo i Four Horsemen, perché le vene tagliate e le carcasse di animali non sono sufficienti a sciogliere i dubbi e nemmeno a indignarsi (come molti hanno fatto) dopo aver assistito all’ennesimo colpo di genio, o di marketing, dei Metallica.



v er

Ha

Ne

r d Roc k

I Bad Bones sono il volto genuino dell’hard rock tricolore, quello che guarda ancora alla musica con gli occhi del ragazzino entusiasta nonostante le “anta” primavere sulle spalle, quello per il quale ogni palco è quello del Monsters Of Rock e chissenefotte se stacchi il jack, scendi dal palco e ti ritrovi in un piccolo pub di paese, quello per il quale il “Bones fan” è quello da andare a prendere porta a porta, un traguardo da conquistare, una sfida da vincere. Quella dei Bad Bones è una storia fatta di cadute e di risalite, affrontate sempre con quell’incoscienza e quella determinazione che solo chi ama visceralmente ciò che sta facendo può comprendere. Una storia lunga

dieci anni e quattro album, quattro tappe di un percorso che non è mai stato semplice ma che oggi, finalmente, può portare il quartetto piemontese a guardare la scena con occhi nuovi e grande dignità. Il nuovo “Demolition Derby” è infatti passione pura, adrenalina dalla prima all’ultima nota, il cuore che si incontra con la pancia e che potrebbe davvero portare i Bad Bones alla definitiva consacrazione, il classico disco che cambia le carte in tavola e con una sola mossa può fare saltare il banco. Perchè oggi, finalmente, a parlare è unicamente la musica. I Bad Bones sono infatti un gruppo che ha vissuto per anni con il mito dell’America alle spalle, anzi, della

“Loro America”. Quella abbracciata dopo aver lasciato tutto in Italia, quella dei bassifondi di Los Angeles, quella della convivenza con le gang messicane, quella della lotta contro la fame di giorno e del rock’n’roll di notte, della disillusione e della rinascita. Un’epopea degna di un film che involontariamente per anni ha prevaricato il lato musicale dei “nostri”, anteponendo la vita alla musica. Ed il gruppo, intelligentemente, ci ha giocato cavalcandone la scia e dedicando al “sogno americano” dischi ed interviste. Sino a quando nuove vicissitudini, terremoti interni, cambi di line up, hanno spostato nuovamente il tiro, indirizzandolo finalmente solamente sulla musica “In effetti negli anni si

' Il gruppo piemontese, uno delle piu' belle realta aa attive sulla scena hard rock italiana, si apprest tagliare il traguardo delle dieci primavere, e intanto si prepara ai grandi festeggiamenti ion sfornando un lavoro eccellente come 'Demolit a band. Derby’, disco in grado di aprire nuove porte all

The Ones With The Different Way

di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero

44 METALHAMMER.IT

Di e s


s of Metal e fare le Troppo facile salire sul palco del God nelle bettole dove quando star, vatti a prendere i fan uno a uno dopo show i 4/5 diventano ti va bene sono in 4/5 a sentirti, show 10/15 poi 20/30 e via così se sei bravo

è creato un certo “folklore” attorno alla band – afferma il bassista Steve Bone - non che ci disturbi, anzi, credo che il nostro periodo “americano” ci abbia aiutato a trovare una dimensione nell’immaginario della gente oltre che a plasmare la band in maniera molto forte nei suoi primi anni. Tuttavia, quando un gruppo si avvicina all’uscita del quarto album e al traguardo del decimo anniversario, inevitabilmente si fanno bilanci ed è estremamente gratificante per noi poter lasciare spazio alla musica e alle nuove canzoni, vuol dire che si apre un nuovo capitolo della storia dei Bad Bones e che i riff di “Demolition Derby” hanno un volume più alto di quello del nostro “rumoroso” passato, esattamente quello che volevamo ottenere, non siamo gente che vive di nostalgia!”. Un disco che, rispetto al passato, lascia forse da parte quell’ignoranza tipicamente punk maturata proprio negli scantinati di Wilmington, per seguire un percorso sempre istintivo ma più ragionato, nel quale a farla da padrone è la melodia, mai come oggi così protagonista ma, soprattutto, determinante “Io sono un fan sfegatato della melodia – spiega il cantante Max Bone - più vado avanti e più la reputo un aspetto indispensabile. Ovviamente non è una regola assoluta, mi limito a parlare del mio personale approccio alla musica. Partendo da questo punto di vista, la ricerca delle melodie nella prima fase di lavorazione è consistita nel “chiedere” ai

pezzi del disco cosa ci si potesse cantare sopra; mi riferisco al fatto di chiudere gli occhi, ascoltare i riff e le idee che avevamo messo insieme, e chiedersi “quale sarebbe (per esempio) l’inciso che ti viene spontaneo cantare?”. E da qui, creare delle melodie che fossero il più possibile sentite, e non prettamente studiate o predefinite”. Paradossalmente, se i dischi precedenti trasudavano America da un punto di vista lirico, “Demolition Derby” è il lavoro che più di tutti subisce l’influenza statunitense a livello di sound “Abbiamo un nostro sound che è andato a definirsi lungo questi dieci anni e si è evoluto – spiega Steve - sicuramente in questo disco ci sono brani più “larghi” sul piano melodico, ritornelli e bridge più ariosi ma quell’attitudine che si trovava nei nostri primi dischi è rimasta, non ci sono tastiere, eccezion fatta per il meraviglioso featuring di Alessandro Del Vecchio con il suo Hammond bollente su “Red Sun”. Potrete ascoltare solo basso, chitarra e batteria, nessun computer o sequencer, ne’ orchestre, tutto estremamente crudo e ridotto all’osso, in una concezione che ha poco a che fare con le mega produzioni americane. Detto questo il “respiro” del deserto del Mojave soffia dentro le note di questa band dal 2008: la nostra anima “americana” è viva anche in “Demolition Derby””. Addentrandoci nell’ascolto di “Demolition Derby” ci si imbatte nel

Demolitio n Der b y T racklis t 01. Me Ag ainst Mys elf 02. Endle ss Road 03. Some Kind Of Blues 04. Stro nger 05. Ramb ling Hear t 06. Rusty B roken Song 07. Red S un 08. Perf ect Alibi 09. Shoot Y 10.The Ra ou Down ce 11. Demoli tion Der by primo singolo “Me Against Myself”, pezzo dotato di un hook micidiale e dal testo che riflette a pieno la “filosofia Bones”, una costante lotta contro se stessi ed i propri limiti “Per molto tempo siamo stati in lotta con noi stessi e inconsciamente quando ho scritto il testo di questa canzone pensando alla Formula 1, ho toccato questo tema – continua il bassista - La sfida solitaria del pilota chiuso nel suo abitacolo a vincere le sue paure per poter arrivare primo, quanto allenamento e quanta concentrazione per trovare la forza di superare il terrore di uno schianto a 300 km/h. Parliamo di autostima,

METALHAMMER.IT 45


v er

Ha

Ne

r d Roc k

Di e s

‘Red Sun’ parla di un momento molto particolare della mia vita: ero con la mia compagna al tramonto nella Monument Valley, soli io e lei, innamorati e feriti da un aborto spontaneo. In quel momento ho pregato quel sole rosso di aiutarci, la preghiera è stata esaudita, la mia piccola Margherita è stata concepita proprio in quel viaggio! pezzo più epico e lungo del nostro repertorio” e aggiunge il batterista Lele Bone “Effettivamente più di una volta mi sono chiesto se sta volta forse non avessimo esagerato poi riascoltandolo, mi sono detto...”va bene così, questo brano è un viaggio guai ad interromperlo””. Ma alle spalle della band, e soprattutto del suo leader Steve Bone, ci sono anche anni passati a colare metallo dal palco con Anthenora, White Skull, persino Nicko McBrain...un trascorso che torna a fare capolino con la rocciosa “Shoot You Down (El Mariachi)” “Amo il metal e non rinnego una virgola del mio passato! - attacca il bassista - Con i Bones non ci eravamo mai cimentati con le cadenze terzinate ed era ora di farlo! Quando ho ascoltato la pre produzione mi son detto: cavolo! Gli ZZTop si sono scontrati con i Sabbath del periodo RJ Dio e gli Skid Row! Divertente da matti! Sarà molto interessante da riproporre live!”… Ed approfondisce il fratello Lele

46 METALHAMMER.IT

self-confidence, quella che è mancata a noi dopo “Snakes and Bones” e che ora abbiamo ritrovato e ci ha portato a vincere il nostro”Demolition Derby””. Con “Endless Road” invece il gruppo compie un bel balzo indietro nel tempo sino agli anni Ottanta e a quando l’hard rock girava a rotazione su MTV “Un periodo che è rimasto in tutti noi – conferma il chitarrista SerJoe Bone - continuiamo a suonare quello che ci viene naturale e che ci emoziona al di la delle mode del momento sentendoci liberi di attingere dalle nostre radici musicali e da quello che ci ha segnato negli anni”. Dal punto di vista lirico, invece, un autentico pugno nello stomaco, con il pensiero che torna doloroso alla Tony Mac Music Show, la band cuneese morta in un tragico incidente stradale e divenuta emblema della precarietà della vita del musicista, in perenne viaggio per inseguire il proprio sogno “Il testo parla della voglia di suonare, della musica che rotola su questi furgoni che viaggiano per strade infinite verso piccoli club di provincia – conferma commosso Steve Bone della gioia di trovare un palco sul quale potersi esprimere, di condividere emo-

“E’ un brano con una ritmica di basso che non avevamo mai sperimentato prima di oggi... ci siamo divertiti parecchio, c’era una bellissima energia mentre la provavamo. Come ha iniziato Steve a suonare il basso con questo ritmo in terzine sembrava che tutti sapessero perfettamente che tipo di svolta bisognava dare al brano...abbiamo scritto questo pezzo di getto senza neanche dirci una parola è venuto fuori spontaneo e potente”. Steve che si interrompe, prende il fiato, e inizia a raccontare la successiva “Red Sun”, aprendosi come non mai e facendo correre non pochi brividi con le sue parole “E’ un pezzo con un testo che parla di un momento molto particolare della

zioni. E’ stato il primo pezzo composto per “Demolition Derby” e ha tracciato la via. Ho riletto il testo mesi dopo quando, in un tragico incidente un’intera band delle nostre zone ha perso la vita; tra di loro Paolo Papini, chitarrista meraviglioso e persona splendida con la quale ho passato tante serate a parlare di musica. In quel momento di lutto devastante continuava a risuonare nella mia testa il ritornello di “Endless Road”: “... prendi i tuoi sogni e falli rotolare sulla strada infinita...” questo pezzo è dedicato a te Paolino, un pezzo allegro e pieno di vita, come eri tu fratello”. Giunge quindi il turno di “Rambling Heart”, una delle grandi sorprese del disco, una ballad inusuale che fa emergere un gusto e una classe che quasi fa a pugni con la natura “ignorante” del gruppo, che sornione ammicca “Forse è la prova che non siamo più un gruppo così “ignorante” – sorride Steve Bone - anche se devo ammettere che è una definizione che mi è sempre piaciuta, per il colore un po’ punk che dava alla band. I pezzi vengono composti in maniera naturale, in particolare “Rambling Heart” è nata durante una jam ed era un po’ diversa, non era una ballad, nè un mid-time, era una via di mezzo che non convinceva, così l’abbiamo ripensata completamente, trasformandola nel


mia vita: ero con la mia compagna al tramonto nella Monument Valley, soli io e lei, innamorati e feriti. Un mese prima avevamo dovuto superare il dolore di un aborto spontaneo e in quel momento ho pregato quel sole rosso di aiutarci, la preghiera è stata esaudita, la mia piccola Margherita è stata concepita proprio in quel viaggio! Tornati a casa l’unica cosa che potevo fare per sdebitarmi con quel sole calante della Monument Valley era di trasformare quella preghiera in una canzone! Volevo venisse fuori larga e intensa e invece nella prima versione aveva questa base ritmica quasi tipo bossa nova, che la rendeva nervosa e scattante, non funzionava. Un paio di giorni prima di entrare in studio diciamo a Lele: tu vai e suonala come fosse un pezzo degli Aerosmith, poi vediamo cosa fare! E così è stato! Lele ha registrato una batteria completamente diversa e su quella abbiano creato quel bridge apertissimo che lega il ritornello e tiene vivo il pezzo, a Roberto Tiranti è piaciuta talmente tanto che ci ha regalato questo meraviglioso featuring e per non farci mancare nulla abbiamo chiesto a Ale Del Vecchio di colorarla col suo Hammond. Per me è uno dei brani più intensi che abbiamo mai scritto e grazie a Roby e Ale è diventata quella

canzone preziosa e splendente che volevamo!”. Una condizione, quella della paternità, che in un breve lasso di tempo ha baciato due membri del gruppo, trascinandoli in una nuova dimensione e in qualche modo andando a toccarne non solo la sfera umana ma anche quella musicale “Diventare genitore è una gioia – attacca emozionato Lele Bone - sicuramente è stato un passo importante e meraviglioso, non per questo è venuto meno l’approccio di sempre alla musica e al modo di lavorare... più che altro ora abbiamo un qualcosa in più che prima mancava, tutto ciò è molto bello e importante”. Gli fa eco il suo “partner in crime” Steve “Avere un figlio cambia molte prospettive, aggiunge un colore a tutto e anche alla musica. Una sera Roberto mi fa: “Ragazzi sto disco mi piace davvero tanto perché è un disco “happy” pieno di energia positiva!”. Aveva perfettamente ragione! Diventare genitori al di là delle naturali ansie quotidiane è gioia allo stato puro e questo non può non riflettersi nella nostra dimensione artistica! Mia figlia mi sta insegnando nuovamente a giocare e così facendo, in qualche modo, mi sta insegnando anche

are, ‘Endless Road’ parla della voglia di suon goni fur ti della musica che rotola su ques so che viaggiano per strade infinite ver testo piccoli club di provincia. Ho riletto il te mesi dopo quando, in un tragico inciden so la per ha e zon un’intera band delle nostre loro vita. Questo pezzo è dedicato a

a suonare e scrivere canzoni perché come dicono gli inglesi suonare e giocare sono la stessa cosa!”. L’appuntamento ora, è quello imprescindibile, almeno per un gruppo come i Bad Bones nato sulle assi di uno scalcinato palco di provincia, con il live. Uno degli aspetti salienti che meglio demarcano il gruppo piemontese, capace di smuovere montagne, con fan pronti a partire con pullman da Cuneo per vederli suonare 20 minuti all’Italian Gods Of Metal, concerti con 1.000 persone al festival Nuvolari di Cuneo, show sold out a Roma, fan club in Veneto... un rapporto con il proprio pubblico che ha dell’incredibile per una band underground “Non ho una spiegazione per tutto questo clamore – attacca Lele - credo che il lavoro fatto bene, comunque paghi sempre, e che ci siano ancora delle persone che per fortuna non si facciano influenzare dal mainstream ma che abbiano ancora la passione per cercare le band che gli

piacciono nell’underground e che con la loro testa cerchino e scelgano ciò che gli piace, non prendendo per buono tutto quello che gli viene propinato dalle major. E’ fantastico! Amo questi nuovi ribelli”. Un concetto supportato da Steve “Credo che la gente sappia riconoscere se sul palco dai tutto e sei vero, non suoniamo per essere qualcuno, suoniamo perché siamo noi stessi e ci va bene così. Non vogliamo piacere a tutti i costi ma vogliamo piacere a noi stessi, lavorando duro, cercando di fare show al massimo delle nostre possibilità anche quando il locale è vuoto; lì sta la differenza, lì costruisci la base di fan: troppo facile salire sul palco del Gods of Metal e fare le star, vatti a prendere i fan uno ad uno nelle bettole dove quando ti va bene sono in 4/5 a sentirti, show dopo show i 4/5 diventano 10/15 poi 20/30 e via così se sei bravo. Se non ci riesci vuol dire che devi migliorare, non bisogna mai

dare la colpa alla gente o piangersi addosso! Sento troppa gente mugugnare ultimamente: studiate, sbattetevi, migliorate, solo così è possibile creare un pubblico. La gente si affeziona se hai le palle e dai qualcosa, vede la band crescere e si riconosce nella strada fatta assieme! Questo non vuol dire che non bisogna promuoversi partecipando a grandi festival, ci mancherebbe, però lo zoccolo duro lo costruisci nei piccoli club e nei pub”. Anche l’estero non è stato immune dal ciclone Bad Bones. Se l’America li ha accolti nei loro “salotti buoni”, il Whisky a Go Go ed il Key Club, anche l’Europa ha accolto a boccali alzati questi quattro “desperados” Ed allora… “gotta take your chances to change your life, rock’n’roll music ain’t gonna die, take your dream, let it roll, on that endless road!” Buon viaggio ragazzi, con la certezza che questo è solo un entusiasmante nuovo inizio.

METALHAMMER.IT 47


ta l i a n

N e v er

M et al

La riproposizione integrale del capolavoro ‘Ret urn To Heaven Denied’ sul palco del Frontiers Metal Fest ha segnato il rito rno sulle scene dei Labyrinth, con una formazione rinnovata e un nuovo disco in fase di lavorazione. Uno spunto eccellente che ci ha portati a contattare il cantante della band, Roberto Tiranti, e compier e con lui un salto a ritroso nel tempo sino all’entusiasmante 1998, anno in cui vide la luce una delle pietre miliari del metal tricolore.

dies I

Ascolta l'intervista completa

Hammer Podcast

Comeback from Heaven

La performance dei Labyrinth sul palco del Frontiers Metal Fest è stata a detta di tutti uno dei picchi del festival meneghino, il momento in cui la storia è ritornata per un istante a ricompattarsi facendo scendere più di una lacrimuccia dagli occhi dei nostalgici. Ritornati insieme per una sera, Roberto Tiranti, Olaf Thorsen e Andrea Cantarelli, coadiuvati per la prima volta da tre musicisti d’eccezione come John Macaluso, Oleg Smirnoff e Nick Mazzucconi, hanno riproposto integralmente quel ‘Return To Heaven Denied’ che, nel 1998, consentì al metal italiano di abbandonare quello stato di “terzo mondo” in cui aveva per anni versato, dandogli una dignità su scala mondiale. I Labyrinth attraverso uno show intenso hanno riportato la storia su un palco, scrivendo un capitolo importante di un percorso ricco di alti e bassi, avviato addirittura nel lontano 1991. Un viaggio che, nel 2014, pareva essersi

48 METALHAMMER.IT

interrotto bruscamente o, almeno, aver perso per strada il suo cantante storico, sostituito dall’ex Malmsteen Mark Boals, annunciato in pompa magna con tanto di comunicati stampa ufficiali, in quello che è stato forse uno dei più grandi equivoci della storia del metal made in Italy. Perché il singer statunitense, di fatto, non è mai divenuto un membro dei Labyrinth, anzi, la band continua oggi il suo percorso con Roberto Tiranti saldamente padrone del microfono. Tiranti che ci tiene a chiarire definitivamente le ragioni del “big mistake” “Nel 2014 i Labyrinth erano di fatto fermi al palo - spiega come un fiume in piena - io mi stavo concentrando sulla mia carriera solista e sul primo disco dei Wonderworld e non potevo dedicare il giusto tempo ai Lab. Per questo, quando Olaf mi chiama e mi dice che potrebbe esserci la possibilità di fare qualcosa con Mark Boals, non mi oppongo, anzi, accetto favorevol-

di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero (main) e Andrea Lami

mente questa eventualità, perché se il volere del gruppo era quello di andare avanti, ero disponibile a farmi da parte. Addirittura salta fuori la possibilità per la band di prendere parte ad un Festival in Repubblica Cèca, per presentare Mark Boals, quindi propongo, per fare le cose in modo chiaro e trasparente, di divulgare un mio comunicato stampa nel quale annuncio la mia uscita dalla band e, qualche giorno dopo, un comunicato dei Labyrinth che annunciavano il nuovo cantante. Preparo quindi il mio comunicato, lo affido ad un’agenzia e questo rimane fermo in attesa di sviluppi. Sfortuna vuole che il Festival salti, e che Boals pur avendo in mano alcuni demo non incida mai nulla di ufficiale per i Labyrinth, quindi tutto viene congelato, anche perché sino a quando il nuovo cantante non avesse inciso qualcosa per i Labyrinth, sarebbe rimasto solamente un’ipotesi, nulla di più.


Peccato che un giorno io mi svegli e trovi in internet il mio comunicato spammato in rete e, quello successivo, il comunicato con l’annuncio di Boals...Ora, non c’era assolutamente motivo di fare una cosa simile perché il festival non era stato fatto e Boals non aveva mai inciso nulla per i Labyrinth, quindi per quel che mi riguarda la situazione poteva benissimo rimanere congelata come era prima, ed invece ci siamo trovati a dover fronteggiare una brutta figura, perché una terza parte che fa uscire comunicati senza il benestare della band, mette in difficoltà il gruppo stesso...” La situazione rimane congelata, quindi, con i Labyrinth sospesi in un triste limbo almeno sino a quando, come un fulmine a ciel sereno, arriva la classica “proposta che non si può rifiutare “Nel 2015 arriva dal Messico l’offerta di suonare in un unico concerto tutto ‘Return To Heaven Denied’ - continua a raccontare il cantante - Olaf mi chiama, mi esorta a ritornare ed io accetto. Andiamo quindi in Messico, teniamo un concerto stupendo, al ritorno continuiamo a sentirci sino a quando a marzo ci contatta Serafino Perugino di Frontiers che ci dice di voler fare qualcosa di bello con noi, di voler rivalutare i Labyrinth ed io, dopo essermi confrontato con gli altri ragazzi, accetto. E adesso siamo tutti qui: io mai uscito ufficialmente dal gruppo, pronti ad affrontare l’ennesimo

capitolo, forse l’ultimo, forse no...della storia dei Labyrinth. Quello che è certo è che stiamo mettendo tutti la nostra passione, il nostro tempo, la nostra energia per creare quello che sarà il nuovo album della band”. Scintilla dalla quale è divampata nuovamente la passione, è stata la riproposizione di ‘Return To Heaven Denied’, una pietra miliare del metal tricolore, disco che si avvicina a grandi falcate verso il suo ventesimo compleanno e capace di proiettare i Labyrinth tra i grandi del metal mondiale. “Quel disco è stato frutto di incoscienza, casualità, momento di fermento di ragazzi poco più che ventenni, che sono riusciti a fare con nonchalance e con grande tranquillità un lavoro enorme - inizia a raccontare Tiranti - Sono quei momenti in cui scatta la magia inaspettata. Ricordo che nell’aprile 1997 mi vidi per la prima volta con i ragazzi a Lucca, poi iniziammo a maggio le registrazioni dei primi demo...non avevamo chiaro in testa cosa ci sarebbe scoppiato tra le mani. Io ancora oggi ho un ricordo meraviglioso del Gods Of Metal del 1998 in cui ricevemmo in mano il CD direttamente da Brian Slagel di Metal

Blade. Ci sono emozioni fortissime legate a quel periodo. Mi ricordo perfettamente tutte le sessioni di registrazione a Loria ai New Sin, mi ricordo che feci due sessioni da tre giorni l’una per registrare tutto il disco. Nessuno di noi pensava che sarebbe successo tutto questo, perché Metal Blade si interessò al nostro lavoro solamente quando venne portato al PopKomm: era alla fine di una pila di CD perché forse in quel momento l’etichetta non puntava molto su di noi. Nonostante questo, pur rimanendo in fondo alla pila, Brian Slagel si oppose dicendo che tra tutti quelli che avevano portato, lui voleva lavorare noi. Una sincronicità di eventi e situazioni ha fatto si che questo diventasse un album importante per tutti gli amanti di questo genere. Ovviamente lo è diventato perché sono stati scritti dei bei pezzi, perché comunque ci sono delle idee molto valide e perché, come mi è stato detto, la mia voce non ricalca lo stereotipo del classico cantante power metal. Addirittura all’epoca mi trovai sulla rivista giapponese Burn, selezionato come miglior cantante dell’anno! Ci fu veramente qualcosa di magico che andò poi forse a perdersi, però è giusto che oggi questo disco venga onorato”. Il disco della “grande illusione”verrebbe da pensare, perché in quel lontano 1998 con i Labyrinth sbattuti in

“Return To Heaven Denied e’ stato frutto di incoscienza, casualita’’, momento di fermento di ragazzi poco piu’ che ventenni, che sono riusciti a fare con nonchalance e con grande tranquillita’ un lavoro enorme” METALHAMMER.IT 49


copertina nelle principali riviste europee, sballonzolati dal palco del Gods Of Metal a quello del Dynamo olandese, l’obiettivo di poter arrivare a “vivere” di metal per quella che sino a poco tempo prima non era altro che un’utopia, fu estremamente vicino “All’epoca ci abbiamo creduto, inutile negarlo - ammette il cantante ligure - Non giravano grandi soldi, a dire il vero, però giravano grandi palchi. Nel 1999 il giorno prima ci siamo esibiti a Madrid a Plaza de Toros in un concerto clamoroso, per poi imbarcarci alla volta di Eindhoven dove il giorno seguente abbiamo suonato al Dynamo, davanti a 60.000 persone, in un orario incredibile davanti ad un pubblico pazzesco”. Però qualcosa non ha funzionato, e l’ingranaggio si è inceppato proprio sul più bello “L’errore è stato non accettare quell’anno un tour grandissimo di supporto, che fecero invece i Sonata Arctica, quindi virtualmente oggi saremmo potuti essere al posto dei Sonata - confessa candidamente Tiranti - Abbiamo pagato lo scotto di scelte sbagliate, il non aver accettato quel tour... poi nel 2001 abbiamo cercato di recuperare facendo due tour di supporto a Iron Savior e Helloween, però ormai il treno importante era passato. Il primo treno importante è stato quello degli Hammerfall nel 1998, al quale io non ho partecipato venendo sostituito dal grande Morby, perché all’epoca lavoravo con i New Trolls e non potevo permettermi di perdere quel lavoro. Quella fu l’unica volta che lasciai realmente i Labyrinth ma non potei fare altrimenti. Ci abbiamo creduto e non ci siamo riusciti, per errori nostri e perché siamo stati gestiti male da alcune persone, cose antipatiche finite per vie legali. Paradossalmente nel 2001, quando uscì ‘Sons Of Thunder’ che finì in classifica vendendo solo in Italia 10.000 copie, era già troppo tardi. Purtroppo se sbagli a prendere il treno sono dolori”. Rimangono ricordi indelebili, emozioni fortissime di

“Abbiamo pagato lo scotto di scelte sbagliate, il non aver accettato quel tour... poi abbiamo cercato di recuperare, pero’ ormai il treno importante era passato.” un’epoca che forse non ritornerà più. Immagini che il cantante conserva gelosamente nella sua memoria “...come il ricordo del Gods Of Metal ‘98, per me una cosa incredibile - inizia a raccontare - Venne mio padre a prendermi a casa ad Arenzano con la sua Panda bianca, partimmo prestissimo la mattina perché aprimmo noi quell’edizione del festival, quindi tutto surreale, tutto stranissimo, meraviglioso trovarsi su quel palco. Poi conservo il ricordo dell’Italian Gods Of Metal che facemmo nel febbraio del ‘98 quando il disco non era ancora uscito”. Quindi il cantante si ferma, tira un sospiro e si lascia andare ad una confessione “In quel periodo venni accusato di avere avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli altri membri del gruppo. Beh, probabilmente all’epoca non capivano il mio modo di essere, perché io me la facevo addosso dalla paura, perché mi sentivo in difetto, non essendo un

50 METALHAMMER.IT

cantante metal e non sentendomi tale. Quando siamo arrivati all’Italian Gods Of Metal, davanti alla strepitosa prova del gruppo prima di noi (Theatres des Vampires, Ndr) mi sono chiesto cosa ci facessi li in mezzo, e tutte le volte che mi trovavo nei vari festival la domanda era sempre la stessa “Che ci faccio qua? Perché mi sono impelagato in un simile casino?”. Io mi sentivo sempre in difetto, proprio perché ero un pesce fuor d’acqua. Non solo non giudicavo e non criticavo gli altri, ma ero ammaliato dalla loro bravura. È qualcosa che mi sono portato dietro per almeno cinque anni, poi ho capito quelle che potevano essere le mie potenzialità in questo mondo”. Un nuovo capitolo, oggi, si appresta a ripartire, proprio da quel ‘Return To Heaven Denied’ che dei Labyrinth ha marchiato a fuoco la carriera. Un capitolo che vede coinvolti volti nuovi, pronti a mettere la loro esperienza a disposizione di una band che ha ancora molto da dire, musicisti preparatissimi come il drummer John Macaluso, il tastierista ex Eldritch, Vision Divine, Death SS Oleg Smirnoff che ritorna dopo una lunga assenza per mettere la sua

classe a disposizione dei Labyrinth, ed il bassista Nick Mazzucconi, già al lavoro, tra gli altri, con Ian Paice, Glenn Hughes, Clive Bunker e Carmine Appice. Una line up rinnovata che, dopo essere stata tenuta a battesimo dal Frontiers Metal Festival, si appresta ora al lavoro in studio per dare un seguito a ‘Return to Heaven Denied, Pt. 2 - A Midnight Autumn Dream’ anno di grazia 2010 “Il disco che sta nascendo onorerà sicuramente il primo ‘Return’ - spiega Tiranti - Non sarà di sicuro ‘Return To Heaven Denied Pt. III’, ma sarà comunque un disco dei Labyrinth con gli elementi che tutti amano e che tutti vogliono, rilette con un gusto moderno. Fare un disco come ‘Return’ oggi sarebbe stupido, però vogliamo realizzare un disco che onori le idee musicali di quell’album, che faccia capire che siamo ancora quella band, coadiuvata però da idee ed elementi che vanno bene nel 2017. Sarà un disco davvero dei Labyrinth. Quello che non ci sarà la sperimentazione ma questo non vuol dire che il disco sia una sorta di amarcord. Quello che è sicuro è che sarà un disco dei Labyrinth al 100%”.


O LD

B UT G O

OD

di Fabio Magliano Pietre miliari del metal ignobilmente stroncate al momento della loro pubblicazione, band accolte come i nuovi messia e scomparse nel giro di qualche anno... tra conferme e smentite, previsioni confermate ed altre disilluse, un viaggio negli archivi di Metal Hammer per vedere come la nostra rivista accolse lavori oggi considerati “storici” al momento della loro uscita. Oggi tocca proprio ai Labyrinth e al loro ‘Return To Heaven Denied’, esaltato da Stefano Pera nel lontano 1998. La storia insegna che il feeling tra Metal Hammer e i Labyrinth è stato da sempre estremamente forte. Un amore esploso con la pubblicazione di ‘Return To Heaven Denied’, lavoro trattato con i guanti da Stefano Pera che a questo capolavoro concesse il massimo dei voti (all’epoca espresso dal 6/6), avvallando così quanto di positivo espresso nel mese di maggio 1998 da Alex Ventriglia, accorso ai New Sin Studio di Loria per toccare con mano la lavorazione di questa pietra miliare del metal tricolore “Una produzione che chi scrive aveva già avuto modo di passare in rassegna attraverso la rough mix version - scriveva l’attuale direttore di Metal Hammer - ma che affrontata in tutta la sua magniloquenza espressiva meglio sviluppata, tramite schemi speedy aggressivi e al tempo stesso sinuosi e raffinati, filtrati per mezzo di un gusto melodico fenomenale, ha reso definitivamente il concetto, liberato il verdetto: cioè che l’imminente e secondo platter dell’organico toscano sarà una delle uscite dell’anno, in grado di sconvolgere il mercato metal che conta, sia in patria che all’estero!”. Una previsione centrata in pieno, visto il clamore da li a poco scatenato da questa release. Che nel mese di giugno Stefano Pera, all’epoca assistente alla direzione della rivista, aveva accolto così:

Metal Hammer - Nr 6 - giugno 1998 Labyrinth Return To Heaven Denied (Metal Blade) Esisteva una vecchia concezione secondo cui, noi italiani, dell’universo musicale occidentale, eravamo il più squallido terzo mondo. Pur essendo rimasti tali a livello di vendite, interesse ed intelligenza, dobbiamo però ammettere che dal punto di vista delle proposte le cose non stanno più così. Anche noi, oggi, abbiamo i nostri bei gruppi capaci di suonare bene (era ora), cantare bene (non ci avrei mai creduto) e soprattutto fare dei dischi competitivi anche sul mercato estero (fino a un anno fa era pura fantascienza). Già, un anno fa...ovvero fino a quando non abbiamo cominciato a parlare di Rhapsody...e non l’abbiamo detto solo noi, i Rhapsody hanno fatto il botto dentro e fuori dai nostri confini...ok, ma bisogna guardare avanti. La nuova proposta Made in Italy ad atterrare sulla nostra scrivania ci giunge niente di meno che da un’etichetta leggendaria: la Metal Blade di Brian Slagel. Si tratta dei Labyrinth, una band tutt’altro che sconosciuta agli appassionati, ma cui non avevamo mai attribuito un potenziale tanto esplosivo. Per essere onesti fino in fondo alla notizia della loro firma per la

Metal Blade il 99,9% della maggior parte degli addetti ai lavori ha sbottato con un secco “Ma proprio i Labyrinth??? Deve essere di moda il Made in Italy, stanno facendo firmare chiunque...” I soliti imbecilli miopi? No, stavolta no, i Labyrinth fino a poco fa erano un buon gruppo che aveva il grande limite di non catturare... come soffrissero di una carenza cronica di mordente. La situazione s’è ribaltata con questo album: ‘Return To Heaven Denied’ è un disco fantastico, complimenti alla Metal Blade per la lungimiranza e alla band per aver mostrato una progressione del 6000 (dico seimila) percento, mica noccioline! Atterriamo ora sui brani: la musica proposta dai Lab è un concentrato di power (molto) prog (solo una spruzzatina) di chiara matrice tedesca (con qualche spunto americaneggiante a ricordarci che un tempo anche negli USA si suonava power metal con i contro razzi).Veloce, potente, ben prodotto, capace di catturare al primo ascolto e non freddo (come purtroppo invece ci avevano proposto i Rhapsody), il metal dei Labyrinth è roba di grandissima qualità.

Non un brano da scartare, non un passaggio che risulti stucchevole o inutile... ma che diamine, dove erano queste band dieci anni fa??? Il titolo dell’album ritorno al paradiso negato, sembra quasi una dichiarazione di intenti: siamo in netto ritardo, ma finalmente stiamo tornando a prenderci quel posto nell’olimpo del metal da cui tutti noi, per primi, ci avavano escluso da sempre. Non citerò nemmeno un brano, ognuno di essi merita il voto massimo e se per problemi di spazio dovessimo riportarne solo una parte sarebbe un delitto: questo è il disco power metal italiano con cui tutti dovranno fare i conti...un caposaldo, un punto di svolta. Giudizio finale: ECCEZIONALE, da avere a tutti i costi. Pensierino finale: non solo non ci saremmo mai aspettati che le band italiane potessero tanto così repentinamente, ma la battaglia aperta tra Rhapsody, Labyrinth e quanti altri vorranno inserirsi non è che la miglior cura per tutti i mali del metal italiano. Che l’Italia sia il futuro del metal? Speriamo! Stefano Pera

METALHAMMER.IT 51


ta l i a n

N e v er

M et al dies I

Mike Lunacy e Jacopo Rossi ci prendono per man o e ci accompagnano nei meandri di ‘The Rain After The Snow’, il nuovo, strabiliante lavoro dei Dark Lunacy, disco che riporta la band emiliana ai fasti del passato, con il suo suggestivo connubio tra death metal e musica sinfonica.

A Change of Seasons di Fabio Magliano

I Dark Lunacy non smettono di stupire, e a questo giro lo fanno forse nel modo più difficile possibile, “stoppando” bruscamente un processo creativo che, dal punto di vista stilistico e tematico stava portando risultati eccellenti tanto da marchiarne a fuoco il percorso con quel ponte ideale costruito a cavallo tra Emilia e Russia, e ributtarsi nel passato, andando a riprendere i tratti salienti di quel lavoro ‘Devoid’ dal quale tutto era nato sedici anni or sono, rileggendoli però in chiave moderna.‘The Rain After The Snow’, il nuovo nato, è infatti un disco che segna, per i Dark Lunacy, una sorta di “ritorno a casa” sotto svariati aspetti, non puramente stilistiche. Se alcune atmosfere rimandano ai fasti dello splendido ‘Devoid’ è l’anima della band, nella sua totalità a guardare al passato, così come la sensazione che il gruppo emiliano abbia finalmente ritrovato un certo equilibrio a livello di line-up dopo tanti, troppi avvicendamenti in seno al gruppo che in alcuni frangenti avevano reso i Dark Lunacy poco più che un

52 METALHAMMER.IT

progetto solista di Mike Lunacy. Un ritorno al passato ma con la maturità e la consapevolezza dei giorni nostri, un traguardo difficile da raggiungere e per questo ancora più prezioso una volta raggiunto “Sono entusiasta perchè mi rendo conto, come uomo più che come artista, di essere riuscito a ritornare a sognare – attacca visibilmente soddisfatto Mike Lunacy - e credo che lo si possa evincere dalle musiche inserite in questo album. Siamo una band che suona da quasi 20 anni ed insieme abbiamo intrapreso un percorso molto lungo, un percorso coronato da grandi soddisfazioni e altrettanti momenti meno felici; se però mettiamo sulla bilancia questi due aspetti, questi ci dicono che è giusto essere arrivati sino ad oggi. E cos’è che ci dice che è stato giusto? ‘The Rain After The Snow’, perchè in questo album c’è a mio avviso l’anima vera dei Dark Lunacy, quella che ha permesso loro di essere conosciuti in tutto il mondo. La scelta è un po’ tra le righe di quanto appena

detto; la scelta di fare un album di questa portata. In primis la scelta di ritornare a usare strumenti veri. Dalla prima all’ultima sessione ci sono strumenti veri. Siamo ritornati maturati ma alla vecchia maniera, e questo penso si possa sentire proprio all’interno dell’album, quando ci metti tanto di tuo, dal quartetto che suona, il coro, il pianoforte... E poi soprattutto la scelta di parlare di determinate tematiche mi fa sentire orgoglioso di questo lavoro”. Un lavoro nel quale salta subito all’orecchio come siano state perfettamente bilanciate le parti sinfoniche con quelle death metal, in un equilibrio che a tratti ha dell’incredibile perché nessuna delle due parti prevarica l’altra ma si va a incastrare con certosina precisione “In generale, quando compongo delle musiche, cerco sempre di partire da un’idea che può essere armonico/melodica ma anche solo un arrangiamento, una cosa che ti faccia identificare il pezzo, che gli dia un senso – inizia a spiegare Jacopo Rossi, l’altro volto, l’altra anima


i il dovere a h ta is rt a e m co i “In 20 ann tre i tuoi limiti, ol re a iv rr a i d re a di cerc gari consacrare a m e , re ta en im er quindi sp dei momenti”. -Mike Lunacy

della band - A quel punto, dopo aver provato e riprovato e aver trovato la giusta atmosfera, l’obiettivo è quello di mettere tutti gli elementi che mancano per completare la canzone, facendoli ruotare attorno a quell’idea. La parte sinfonica va quindi a sposare quell’atmosfera, ma quando arriva la parte metal deve guardare sempre a quella stessa idea, e anche l’arrangiamento deve puntare in quella direzione, quindi quando tutti gli elementi guardano nello stesso punto, la cosa viene naturale. Il processo più difficile per me è stato trovare le idee che mi sembrassero più adatte, a quel punto il processo diventa naturale” Quindi interviene il cantante “Quando Jacopo era in fase di composizione, spesso mi chiamava chiedendomi di cosa parlasse una determinata canzone, perché in base alla forza che sprigionava quel racconto era più coinvolto nel trovare l’arrangiamento giusto. Questo è un ritorno ad una sinergia del duo che mancava da tempo nei Dark Lunacy, la capacità di tirare fuori una canzone partendo da un racconto, da una storia”. Un album che vede i Dark Lunacy tornare a lavorare “come band” dopo che, nei lavori precedenti, Mike Lunacy aveva avuto modo di dare sfogo alle sue maggiori passioni, su tutte l’amore per la storia e la tradizione russa, sublimato in

lavori come ‘The Diarist’ e ‘The Day Of Victory’. Una scelta che lo stesso Mike Lunacy motiva così “In 20 anni come artista hai il dovere di cercare di arrivare oltre i tuoi limiti, quindi sperimentare, e magari consacrare dei momenti. In questo caso la cultura russa è stata ampiamente soddisfatta, e un ritorno a casa si sente in questo album. Grande merito, va detto, è di Jacopo: c’è un detto dalle nostre parti che dice “non dire all’acqua dove deve andare, perché lo sa già da sola”. Questo è stato ‘The Rain After The Snow”: Jacopo aveva delle idee ed io gli ho semplicemente detto: “Vai, perché sai già dove devi andare!” Dopo tutti questi anni passati nei Dark Lunacy sai già dopo tre note se sei davanti a qualcosa che può darti soddisfazione, e quando Jacopo mi ha fatto sentire le sue idee ho capito all’istante dove doveva andare”. C’è molto, quindi, di Jacopo Rossi nel ritorno dei Dark Lunacy ai fasti di ‘Devoid’ “Ormai sono anni che collaboro con Mike – spiega il bassista – e parlando con lui sentivo che gli mancavano certe sonorità ed io, che prima di tutto sono stato fan dei Dark Lunacy, mi accorgevo che quel sound era particolare, molto diverso da cose che sentivo e lui mi ha spiegato il perchè. Mi sembrava strano che molte cose fossero nate dalla chitarra, e ho scoperto che

Enomys (ex chitarrista e co-fondatore della band, ndr) era prima di tutto un tastierista. Io mi sono accorto che una canzone molto spesso dallo strumento da cui nasce trae una forza o una debolezza, nel senso che molte parti metal nascono quasi sempre dallo strumento principale con il quale sono composte, che spesso è la chitarra. Alle volte se tu cerchi di arrangiare un’idea partendo da uno strumento differente, ti si aprono degli orizzonti. E questa è una delle cose che ho fatto per recuperare il sound di ‘The Rain After The Snow’: molte idee, come quelle di ‘Howl’, la title track e ‘Precious Things’ sono pezzi scritti dall’inizio alla fine al pianoforte e poi arrangiati in veste metal, quindi partono proprio da un’idea concettuale diversa. Questo in realtà è stato importante perché se vuoi emulare un risultato,

METALHAMMER.IT 53


spesso devi emularne il processo di creazione, da dove tutto è partito”. Emulare un risultato senza però correre il rischio di risultare anacronistici, schivando un fastidioso senso di dèjà vu, ed infatti Jacopo continua “Quando erano nate le idee e anche l’esigenza di Mike di tornare ad un sound originale, è venuta da sé la problematica dei quindici anni passati da ‘Devoid’ ad oggi. Si rischiava quindi di fare un materiale che risultasse anacronistico,per questo ho espresso la volontà di renderlo attuale. Molto spesso le canzoni cambiano la veste ma l’anima è sempre quella. Molto spesso una canzone è inquadrata in un periodo storico per come è arrangiata, non per l’idea di base, ma molti pezzi se li riduci all’osso escono un po’ dal tempo, quindi questo è stato un processo necessario per rendere un disco appetibile per un ascoltatore del 2016”. Sull’origine dell’esigenza di ritornare al passato dopo un percorso artistico lungo quasi 20 anni, si esprime con profondità Mike ‘’The Rain After the Snow’ ha

un processo dell’anima tanto complicato quanto semplice. Capita nella vita di attraversare momenti meravigliosi che magari ti piovono dal cielo, forse anche immeritati, e proprio perché inaspettati, percepiti con il doppio della potenza. Poi ovviamente il tempo passa, le cose si modificano, tutto si appiana, arrivano momenti meno lieti, ma sono passaggi della vita dove tutti ci dobbiamo inoltrare. Uno dei passaggi più importanti penso che sia la perdita della fanciullezza. Io faccio sempre un esempio, forse stupido ma molto valido: il Natale. Gli adulti lo vivono in due modi diversi: c’è quello che non lo sopporta, e c’è quello che ritorna un po’ bambino. E ovviamente non è l’albero di Natale che ti fa tornare bambino, ma il ricordo di quando lo eri. E questa fanciullezza che è dentro di noi, tante volte non abbiamo né il tempo, né il coraggio di tirarla fuori, perchè è li, in quel

i vuoi “Nel momento in cu a tutti i tornare a rivivere ti imponi costi un passato, se ento ridi rivivere quel mom é il tempo ch er p , so lu de i n a m on sei più è passato, perché n quello di prima” -Mike Lunacy 54 METALHAMMER.IT

re: “io ho “E’ il coraggio di di gnare noancora voglia di so qualnostante il tempo in piegato”. che modo mi abbia -Mike Lunacy

cassetto, è nostra ed è l’unica cosa che abbiamo da ricordare, e quindi si tende a volerla nascondere. Un grande passaggio che è raccontato anche nel disco, è il coraggio di dire: “io ho ancora voglia di sognare nonostante il tempo in qualche modo mi abbia piegato”. Questa è la prima tranche del disco. Poi c’è una seconda evoluzione, che è quella della consapevolezza che stai rischiando. Nel momento in cui vuoi tornare a rivivere a tutti i costi un passato, se ti imponi di rivivere quel momento rimani deluso, perché il tempo è passato, perché non sei più quello di prima...ma se accetti il rischio, ti trovi a fare un passo indietro, a ricercare la tua fanciullezza, il punto da cui tutto è partito. C’è grande forza in quello che sto dicendo, una forza con la quale vengono fuori le parole, e questa è una grande vittoria per me. Poi ci sarà il momento della riflessione, del se è stato giusto o no tornare alle origini... io sono convinto di si a prescindere, e quindi sono contento e so che chi ascolterà

questo disco capirà subito che non c’è stato il voler ripercorrere i propri passi ma c’è più un voler rivivere la consapevolezza di ciò che siamo stati e che ci ha reso uomini oggi”. La pioggia che batte sulla neve cancellando tutto, un concetto apparentemente semplice che racchiude però un significato molto forte “E’ la contrapposizione delle due consapevolezze: la consapevolezza della fanciullezza e la consapevolezza di essere diventato grande. - conclude Mike Lunacy La pioggia arriva e toglie la neve. Per il bambino può essere un motivo di dispiacere perché cancella la magia della neve. Per l’adulto invece può essere una benedizione perché finalmente ti tira via il disagio del freddo. Quindi è la scelta, è la bilancia, la pioggia, una nuova stagione, la stagione calda che arriva, un passo verso il futuro. La neve, la voglia di rimanere ancorati a se stessi e a quello che abbiamo amato, però è inevitabile, le stagioni cambiano, il ciclo si ripete. Chi lo guarderà con malinconia, chi lo guarderà come una nuova stagione che si apre, e credo che sia proprio riassuntivo il titolo di tutta l’anima del disco”.



LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT to fin Metal Hammer Italia E' vola , in nelle Antille per presenziare ima esclusiva nazionale, alla pr d… data ufficiale dell’Hardwire ta dai To Self-Destruct Tour, tenu to Metallica al Coliseo di Puer re, i Rico il 26 ottobre. Come semp trati Four Horsemen si sono dimos ra, la “solita” macchina da guer n fa che non concede tregua e no prigionieri.

o rico t r e u p e d o e is l o C @ o) San Juan (Puerto Ric 26 ottobre 2016 Testo e Foto di Piergiorgio Brunelli 56 METALHAMMER.IT


- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT “Mi sento che fo’ il record” disse Fortini, prima di una gara di salto in alto nel 1976. Come lui, i Metallica si ripresentano al Coliseo di Puerto Rico dopo sei anni, dal Death Magnetic Tour per essere precisi, intenti a migliorarsi. Allora ne fecero 17.286 in questa arena bollente piena di belle fans e di sanguigni sostenitori della band. Faranno meglio stasera? No, come Fortini che non andò oltre i 2.05, i Metallica si fermano a 15.000 perché quella volta erano in centro arena, questa sera invece, per la prima data ufficiale dell’Hardwired… To Self-Destruct Tour, no, è un’altra cosa. Il palco è semplice. Una piazza. Niente bancarelle della frutta o amplificatori. Niente fans. Nemmeno uno straccio di snake pit. Ci sono quattro casse bianche come residui abbandonati di un trasloco non finito, e basta.

Dal nuovo album, ‘Atlas, Rise!’ non arriva. Ancora non è di dominio pubblico e lo rimane ancora per qualche giorno in più. Ma dopo le consuete ‘Creepin’ Death’ e ‘For Whom The Bell Tolls’, manca all’appello‘Fuel’. Meglio così. Di finire arrostito dalle fiamme alte dieci metri in una sala, proprio non ne ho voglia. Invece mi ritrovo con le orecchie maciullate da ‘Wherever I May Roam’, che precede la sempiterna ‘Harvester Of Sorrow’. Bello è lo stridere delle melodie di ‘The Memory Remains’ con la brutalità dell’assolo di Kirk. In forma smagliante, per la cronaca. Mentre ‘The Unforgiven’, con James alla chitarra acustica, è senza dubbio il momento più tranquillo dello show. Ma, credetemi, non si è addormentato nessuno. Nel caso qualcuno si sia assopito, troppa birra porta sonnolenza, ‘Moth Into Flame’ ci riporta alla metallica realtà. Furiosa e velocissima, la track ha un sapore antico, come la grappa di mio nonno, quella che brucia il fegato in tre sorsi. Fa da sorella a ‘Ride The Lightning’ per violenza, ma è snella nel suo arrangiamento. Al contrario di ‘Sad But True’ che è un marmo di Carrara depositato in malo modo su un ordine di uova. Heavy!!!!!!

METALHAMMER.IT 57


LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT -

‘One’ non ha esplosioni, ma tanto laser, che in un interno, con il fumo a rendere più densa l’aria, sono molto più belli da vedersi che non ai festival. Kirk ci diletta ancora con un assolo da brividi. Sporco e pericoloso come un insidioso gang leader di un quartieraccio di periferia. Molto più angelico e pulito in ‘Master Of Puppets’ e semplicemente sublime in ‘Fade To Black’. Non credo di aver mai presenziato ad un concerto dei Metallica senza ‘Welcome Home (Sanitarium)’. E’ una prima. Peccato… James e Kirk sono in perfetta simbiosi sonora, Si cercano fisicamente, spesso suonano fianco a fianco e i loro duetti sono assolutamente perfetti.

tning h g i L e h Ride T ico! R o t r e u Live in P

Al solito James riferisce alla famiglia Metallica quando sproloquia. Assai buffo lo diventa quando chiede a tutti di cantare ‘Seek And Destroy’: “mi sono fatto una carriera a non cantare tanto bene (not singing really great), voi non avete nulla da perdere”. Non fa una piega, direi.

58 METALHAMMER.IT


- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT ‘Hardwired… To Self-Destruct’ entra nel set come se ci avesse sempre abitato. Pur essendo spigolosa, veloce e in cerca di guai molto più di ‘Whiskey In The Jar’, la quale mantiene la sua tinta folk irlandese e quasi sembra una polka a confronto. Ancora una salve di laser, per ‘Nothing Else Matters’, una fornitura di palloni neri per ‘Enter Sandman’, e un saluto finale con la promessa di tornare presto che, probabilmente, non manterranno. I 15.000 si riversano nelle strade ben consci che i Metallica ancora ti prendono a calci nel didietro per due ore e venti senza problema di sorta. A cinquant’anni e passa sono ancora freschi ed eccitanti. Non danno l’impressione di suonare col pilota automatico, ma di metterci ancora l’anima in ogni nota. Non è il venticinquesimo anniversario del ‘Black Album’ o il trentesimo di ‘Master Of Puppets’. Questo è il primo di ‘Hardwired… To Self-Destruct’. Stessa, dirompente pasta. Metallica.

Live in puerto Rico Recorded!

Com’è consuetudine da diversi anni, i Metallica hanno registrato anche questo speciale live e l’hanno reso disponibile per l’acquisto in CD e Digital Download.

Setlist

Creeping Death For Whom the Bell Tolls Wherever I May Roam Harvester of Sorrow The Memory Remains The Unforgiven Moth Into Flame Ride the Lightning Sad But True

One Master of Puppets Battery Fade to Black Seek and Destroy Hardwired Whiskey in the Jar Nothing Else Matters Enter Sandman

METALHAMMER.IT 59


LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT -

@Zona Roveri (BO) 27 ottobre 2016 di Alex Ventriglia Foto di Roberto Villani

60 METALHAMMER.IT

Rientrati in azione dopo più di quindici anni di silenzio, gli Ugly Kid Joe della carta d’identità se ne sbattono alla grande, complice quella loro irriverente sfacciataggine di fondo che si amalgama ottimamente con lo stile musicale dei Nostri, tra abbondanti dosi di hard rock, una spruzzata di funky, sane schitarrate heavy e quell’indole pop che tanto piace alle classifiche, ma non solo. Capitanati da un tipo come Whitfield Crane, nume ispirativo e frontman imprescindibile per le fortune della band, belloccio il giusto per far colpo sulle donzelle e al tempo stesso bravissimo sia a livello canoro che come animale da palcoscenico, i californiani sono una assoluta garanzia se c’è da venire al sodo, poche palle e via, la bagarre è garantita! A giocare a loro favore, un repertorio di canzoni da fare gola a chiunque, e senza voler a tutti i costi scomodare il loro anthem per eccellenza, parliamo di ‘Everything About You’, inno che agli albori dei Nineties trascinò il quintetto in cima alle charts statunitensi, epoca in cui MTV ancora prosperava… L’aria non tira più come una volta, in tempi così grami per il rock’n’roll, e che noi preferiamo di robusta e gagliarda qualità, s’intende, ma i cinque americani sono sempre invitanti, dicevamo sopra che con loro si va sicuri e lisci come l’olio, specie quando son chiamati all’opera sul palco, dimensione ottimale per Whit lo scavezzacollo e i suoi degni compari, giunti in Italia per un’unica data a Bologna, al club Zona Roveri. Supportati da un trio che il sottoscritto ben conosce, ma non troppo noto al pubblico metal più integralista, questo gruppo di Melbourne che prende il nome dalla sua vocalist, la giunonica Dallas Frasca, a far coppia con Jeff Curran, chitarrista che definire “tarantolato” è parecchio riduttivo, uno senz’altro cresciuto con incollati in camera i poster di Michael Schenker e Scott Ian, dato lo stile chitarristico e le movenze espresse on stage. Una via di mezzo tra la sfrontatezza degli AC/DC più acerbi (da casa Young si deve passare, chi nasce in Australia paga doveroso dazio…) e un alternative-rock poderoso ed energico, la matrice sonora del three-piece autore del nuovissimo ‘Dirt Buzz’.


- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT

Alla Zona Roveri ci si diverte, e pure parecchio, con i Dallas Frasca che con l’incoscienza tipica degli “outsider” affrontano con temerario piglio la già discreta platea, che non si aspettava forse una novità del genere, tanto vitale e coinvolgente, spinta a velocità sostenuta da una frontwoman indomita e scatenata, affiancata dal già citato Curran, nervoso e fremente il suo guitar-riffing, mentre sono un’autentica maratona le sue scorribande sul palco! Non c’è da stupirsi troppo che gli Ugly Kid Joe se ne siano follemente innamorati, al punto da portarseli dietro per tutto il tour europeo. I Dallas Frasca non sono una meteora destinati all’oblio, questo è poco ma sicuro. Il pubblico è caricato a mille, il fondale sul quale campeggia il nuovo logo degli UKJ, la loro versione “customizzata” del celeberrimo Snaggletooth dei Motorhead, è suggestivo e fa correre, immancabilmente, il pensiero a Lemmy, che per Whitfield e i suoi ragazzi ha sempre avuto un debole. Sicuramente, gli farà piacere della dedica visuale dei californiani. Parte l’intro, e subito si va a ritroso negli anni, sprintando prima con il fiammante ‘Neighbor’ (brano principe dello storico ‘America’s Least Wanted’, album che stasera in scaletta farà la parte del leone) e poi con l’esilarante ‘Jesus Rode A Harley’, dall’altrettanto vigoroso ‘Menace To Sobriety’. Appaiono in grande forma i cinque, Whit è un inguaribile guascone, salta come un grillo e cazzeggia come tanto gli piace fare, ma stasera sono i due chitarristi, Klaus Eichstadt e Dave Fortman, ad avere una marcia in più, per come partono già ad inizio concerto.

‘C.U.S.T.’, ‘Panhandlin’ Prince’ e la semi-ballad ‘She’s Already Gone’ (curiosamente l’unica concessione della serata al recente full length album ‘Uglier Than They Used Ta Be’), chiamano in causa una band temprata e coesa, che sa far benissimo il proprio mestiere, capace di polverizzare l’odierna concorrenza, sinceramente fatta di cartone. ‘No One’s Survives’, ‘Devil’s Paradise’ e la cover stupenda di ‘Cats In The Cradle’, altro highlight fottutamente gradito alle masse, e che ribadisce, una volta di più, che la nostalgia è canaglia. ‘Milkman’s Son’ e ‘Goddamn Devil’ sono un’accoppiata da brivido, e il locale bolognese risponde tuonante, all’onda di energia generata, leggermente smorzata prima dalla acustica ‘Come Tomorrow’ e poi da ‘Cloudy Skies’, una gradita sorpresa ritrovare questo pezzo stasera.

Tra dediche di compleanno, invasioni di palco, le battute fulminanti del frontman che sono uno spettacolo nello spettacolo, l’epilogo è lasciato a una torrenziale versione di ‘Ace Of Spades’, all’arcigna ‘Tomorrow’s World’, a ‘V.I.P’ e, come poteva mancare?, alla dirompente ‘Everything About You’, suggellando così di fatto uno dei migliori concerti dell’anno.

METALHAMMER.IT 61


LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT -

di Roberto Villani

+

@Zona Roveri (BO) 01 novembre 2016

Tappa bolognese per il Finnish Folk Metal Mafia, variopinto circo folk -metal intinerante , che annovera in scaletta le migliori produzioni del settore , con i Korpiklaani in prima linea, seguiti in questo accattivante tour europeo dai Moonsorrow e dagli Skalmöld , questi ultimi sfuggiti alla nostra attenzione , in quanto saliti sul palco quando ancora la hall era semivuota e molti addetti ai lavori ancora in fila per gli accrediti.

Forti di un’esperienza ventennale e con una decina tra album ed EP all’attivo, i Moonsorrow non hanno certo faticato a coinvolgere il pubblico che via via ha riempito la Zona Roveri, collocandosi ad un orario più consono ad un concerto autunnale in un club ed imprimendo al loro show , massicce dosi di black metal , che miscelate sapientemente con il folk finnico , tema della serata, ha permesso loro di costruire e produrre un live-act davvero interessante e, a tratti, inaspettatamente e piacevolmente superbo. Gli intrecci e le armonizzazione chitarristiche tra l’ impronunciabile Mitja Harvilahti ed Henri Sorvali , hanno messo in vetrina una band tecnicamente ineccepibile , dalla presenza scenica di notevole impatto, che oltre ad averli fatti conoscere meglio o del tutto al pubblico presente, ha preparato degnamente ed adeguatamente il terreno per gli headliner della serata, gli attesissimi ed acclamatissimi Korpiklaani.

62 METALHAMMER.IT


- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT

+ Giusto il tempo di scolarsi una birra ed ecco spegnersi le luci che preannunciano l’arrivo dei folk-metallers finlandesi sul palco , tra il boato del pubblico che non aspettava altro che godersi la performance di una band particolarmente amata dalle nostre parti, come ha dimostrato un loro recente concerto all’Estragon . Brani come “ Vinamanen Mies” e “ Pilli On Pajusta Tehty” , tratti dall’ultima loro fatica discografica “ Noita” , risulteranno tra quelli maggiormente apprezzati e ballati dall’audience bolognese, in un’orgia di suoni folkloristici , pesanti dosi di metallo incandescente e fiumi di birra che scorrono in un clima festaiolo da Oktober Fest.

Se tecnicamente risulteranno una spanna, forse piu sotto i Moonsorrow, i Korpiklaani possono contare e giocarsi la carta di un frontman carismatico e dalla forte presenza scenica come Jonne Jarvela e di un violinista dal talento cristallino e sopraffino quale Tuomas Rounakari, davvero impressionante quando mette mano al suo prezioso strumento, trasformando in oro anche pezzi di modesta entita’ e qualità.

Tutto sommato una serata di puro divertimento per tutti i presenti, con la consapevolezza e la conferma che i Korkiplaani rimangono una band essenzialmente di matrice live, che si ripetera’ all’infinito in un genere che lascia poche aperture a qualcosa di piu’ interessante, sia tecnicamente che qualitativamente, a differenza dei Moonsorrow, che per chi scrive, sono stati la vera rivelazione e gradita sorpresa della serata. Appena arrivato a casa ho subito ascoltato ”FC Lahti” , inno scritto dai Korpiklaani per festeggiare il ventennale della loro squadra di calcio che milita nel campionato finlandese , per entrare subito in clima Champions League.

METALHAMMER.IT 63


LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT -

@Dagda Porgo Priolo(PV) 05 novembre 2016 +Shiraz Lane +Silver Dust

di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero

Atterra in Italia lo Scareforce One con il suo carico di mostri capitanato da Mr. Lordi e, nonostante l’eco post ‘Hard Rock Hallelujah’ sia visibilmente attenuato, così come l’effetto sorpresa e la curiosità che avevano accompagnato le prime scorribande italiche dei mostri finlandesi, l’occasione per trascorrere una serata in compagnia di sano hard rock e di un entertainer d’eccezione è troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Meta scelta è il Dagda di Borgo Priolo (PV), uno dei live club più belli del Nord Italia teatro perfetto per il grand guignol offerto dai Lordi. Prima del teatrino dell’orrore finlandese, però, la scena viene occupata da due band deciasmente interessanti che stanno accompagnando gli headliner in questa tranche del loro tour europeo.

I primi, a sorpresa, visto la mancanza di comunicazione a riguardo, sono gli svizzeri Silver Dust e, almeno per chi scrive, si sono rivelati una piacevolissima sorpresa. Ad una presenza scena di prim’ordine, i quattro guidati dal cantante/chitarrista Lord Campbell (ma occhio al batterista Killjoy, un’autentica forza della natura!) abbianano una proposta sonora davvero coinvolgente, un dark gothic moderno e ben suonato, sin qui espresso attraverso due album, ‘Lost In Time’ del 2013 ed il più recente ‘The Age Of Decadence’. Lo show prende il via con la robusta ‘Fête de la Musique’, ma è con pezzi più diretti e anche scenograficamente accattivanti come ‘So Let Me Know’ o il singolo ‘My Heart Is My Savior’ che lo spettacolo tocca il suo apice, offrendoci non solo una “signora support band”, ma soprattutto un gruppo da tenere in seria considerazione per il futuro.

64 METALHAMMER.IT


- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT Rapido cambio di palco ed è tempo dei giovanissimi Shiraz Lane, band finlandese già vista all’opera sul palco del Frontiers Rock Festival. La proposta non è delle più originali, attingendo i ragazzi a piene mani da Guns’N’Roses, Skid Row, Ratt e quanto di meglio abbiano proposto gli States tra gli anni Ottanta e Novanta, ma a giocare dalla loro è un’attitudine e una presenza scenica davvero notevole, complice un cantante, Hannes Kett, con il suo particolarissimo timbro vocale un vero portento. E’puro e semplice rock’n’roll in your face quello che propone la band nordica, ‘Wake Up’, ‘Story To Tell’, ‘Momma’s Boy’ sono schegge impazzite utilissime per scaldare un Dagda che lentamente va riempiendosi in attesa del clou di giornata.

Che, introdotti da Skeletor in persona, attaccano con ‘Let’s Go Slaughter He-Man (I Wanna Be the Beast-Man in the Masters of the Universe) ’, uno dei pezzi più riusciti dell’ultimo ‘Monstereophonic: Theaterror Vs. Demonarchy’, che ha il suo apice addirittura con la decapitazione da parte di Lordi di He-Man in persona, quindi spazio ad una sorta di best-of con un giusto mix tra vecchi classici, pezzi di nuova produzione (pochi) e qualche chicca. Si passa quindi per le varie ‘Babez For Breakfast’, ‘The Riff’, ‘Hellbender Turbolance’, ‘Bit It Like A Bulldog’ proposta però non prima che Ox squartasse una candida suorina, la splendida ‘Icon Of Dominance’ ripescata direttamente dal passato più remoto e il primo singolo estratto dal nuovo lavoro, quella ‘Hug You Hardcore’ per il sottoscritto poco convincente su disco, ma che dal vivo fa davvero la sua porca figura.

versione integrale su

. Si torna a guardarsi alle spalle con il medley composto da ‘It Snows In Hell’ e ‘Children Of The Night’, poi ancora una capatina ai giorni nostri con ‘Down With The Devil’, ultima digressione prima della volata finale affidata ad una carrellata di singoloni tali da far alzare alle stelle la temperatura del Dagda: si parte con ‘Blood Red Sandman’, quindi giù a rotta di collo con l’attesissima ‘Hard Rock Hallelujah’, apripista per il trittico ‘Devil Is A Loser’-’Who’s Your Daddy?’-’Would You Love A Monsterman?’, chicche sempreverdi che, a modo loro, hanno segnato a fuoco la storia recente dell’hard rock continentale. E poco importa se i Lordi non sono più quelli di una volta, dal vivo rimangono una macchina da guerra e la notte del Dagda non ha fatto altro che confermarlo.

metalhammer.it Guarda la gallery

METALHAMMER.IT 65


l a t u r B Stay di Trevor La nuova puntata di Stay Brutal l’ho voluta dedicare ad una band che con grande passione e forza di volontà sta ottenendo risultati eccellenti anche al di fuori dei confini italiani. Vi sto parlando dei Septem, band che è arrivata oggi a pubblicare il suo secondo album, ‘Living Storm’. Ne parliamo con il

66 METALHAMMER.IT

cantante Daniele Armanini. ‘Living Storm’ è il vostro secondo album,che differenze pensate ci siano rispetto al suo predecessore? “Sicuramente ci sono delle sostanziali differenze tra i due album, vuoi per il diverso concepimento, vuoi per la differente line-up che li ha

scritti. Con ‘Septem’ abbiamo praticamente prodotto una sorta di “best of” della band, che nata nel 2003, ha raccolto in quell’album tutto il lavoro svolto dagli esordi fino al 2013. Le canzoni hanno un mood molto diverso una dall’altra, molto eterogenee, ciò è dovuto al fatto che alcune erano state scritte prima del mio avvento (nel Settembre del 2008) e sono state riarrangiate (e quasi ricreate) per adattarle al mio mio stile vocale e con i brani che abbiamo composto insieme sono andate a formare questo esordio (senza contare la demo del 2011) che ci ha dato grande soddisfazione ed ha coronato definitivamente, in maniera degna, la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, visto anche l’avvicendamento dietro le pelli, con la partenza di Graziano Mariotti e l’arrivo di Matteo Gigli. ‘Living Storm’ è diverso perchè è un album, come ti

dicevo, che è stato scritto dagli stessi cinque componenti e non ci sono,chiamiamoli così, i molteplici livelli artistico/temporali, ma una più coesa e rinnovata ispirazione musicale che ha donato ai brani una freschezza e una forza come mai prima. Le canzoni sono decise,potenti e melodiche allo stesso tempo. Abbiamo messo un grande entusiasmo nello scrivere questo album e credo sinceramente che si senta”. Per molti, esimi discografici, hanno asserito che per una band sino al terzo disco di deve parlare di “demo”. Siete pronti a questa lunga trafila? “La Storia musicale è piena di secondi album da paura che hanno dato preludio ad un terzo, che spesso nella carriera di una band, è consid-


erato il capolavoro. Vedi,ad esempio, gli Iron Maiden con i primi due fantastici album e poi quel ‘The Number Of The Beast’ oppure i Metallica attraverso ‘Kill ‘Em All’ e ‘Ride The Lightning’ ci hanno poi donato il colossale ‘Master Of Puppets’... e potrei continuare...Spero che questa fortuna capiti anche a noi! Di sicuro posso assicurarti che da tanti anni lavoriamo e dedichiamo alla musica tutta la nostra passione e sacrificio. Quindi si! Siamo pronti a farci il culo come sempre per raggiungere gli obiettivi!” Da dove nasce l’idea di inserire più parti in growl? L’intenzione era quella di appesantire il sound? “Diciamo che si da quando abbiamo iniziato a suonare insieme,le nostre diverse personalità hanno contribuito a forgiare il suono e il carattere della band. E’ stato del tutto naturale inserire nel nostro sound l’elemento della doppia voce clean/ growl perchè io e Francesco ci esprimiamo liberamente nei due modi e così ci integriamo. Siamo una sorta di Coverdale/Hughes dei tempi moderni! Scherzo ma mi piace fare questa similitudine. Nel nuovo album abbiamo voluto comunque puntare su un songwriting deciso e ag-

gressivo che non rinunciasse mai alla melodia a prescindere. Il nostro modo doppio di canto è uno dei nostri tratti caratteristici perchè ci viene naturale come bere una birra!” Quali sono le vostre aspettative, dopo l’uscita di ‘Living Storm’? “Sinceramente speriamo che il disco raggiunga e faccia felici più persone possibili e che questo ci porti a suonare in lungo e in largo il più possibile in Italia e all’estero. Negli anni il nostro seguito è aumentato e i riscontri live sono sempre stati positivi. Sono convinto che ‘Living Storm’ abbia tutte le carte in regola per donare soddisfazione a noi come musicisti e ai fan come fruitori”. ‘Living Storm’ sta ottenendo, giudizi esaltanti, da parte degli addetti ai lavori, siete, accostati ai mostri sacri del passato, tuttavia, quali sono le vostre influenze principali? “Stiamo riscuotendo diversi buoni consensi da parte della critica musicale,sia stampata che on line, questo ci sta dando un bel incentivo di fiducia sicuramente per andare avanti nel nostro lavoro e siamo davvero molto contenti di tale accoglienza. Le nostre influenza affondano le radici nel Rock,Hard Rock e Heavy

m e t a l un po’ a 360° e anche in generi distanti da questi. Siamo cinque ragazzi con ispirazio n i molto diverse e variegate. Ti posso fare qualche nome dicendoti: Deep Purple, Queen, Dream Theater, Pantera, Lamb Of God...e già da qua capisci cosa intendo.... ma davvero la lista è lunghissima!” I Septem sono una band molto attiva anche in sede live, avete già schedulato i prossimi appuntamenti? “Stiamo febbrilmente stilando una serie di concerti che prevedono date sia in Italia che all’estero, vogliamo supportare al meglio ‘Storm’, raggiungere e far divertire più gente possibile. Siamo in fase di lavoro ogni giorno su questo versante” Lascio a voi l’ultima parola, grazie della chiacchierata e

come sempre… Stay Brutal!! “Grazie a te, alla redazione e agli amici lettori per la bella occasione che ci avete concesso. Da parte nostra speriamo di vedervi sotto al palco vi daremo il 100% e faremo il massimo ogni volta che saliremo sul palco per voi. Vi auguro un buon lavoro e tanta tanta Buona Musica. Come diciamo sempre noi Septem: be good,drink beer,fuck and Rock’n’Roll!”

METALHAMMER.IT 67


r Ho

BRINGING TO THE di Francesco Ceccamea I Metallica si sono inventati una nuova trovata per riportare i fans nei negozi di dischi ad Halloween. In effetti ci vuole un’esca se non si ha il coraggio, conoscete un posto più lugubre ed evocativo di un record shop? E loro hanno distribuito, in vari punti vendita superseleziona-

ti (che la natura del mercato non abbia già sterminato di suo) delle maschere in omaggio da ritirare, con un codice. E questo codice behind the mask, se inserito poi su un sito, permette di ascoltare il nuovo brano ‘Atlas, Rise’.

68 METALHAMMER.IT

et a l se M

METAL HORSES

FESTIVITA' CON I METALLICA, GLI AVENGED, LA PAUSINI E GLI SPETTRI DEI NEGOZI DI DISCHI!

Dovrete pazientare fino ai primi di novembre per darci uno sbircio anche voi e scrivere sarcastici sfoghi sulla vostra bacheca. Oppure fate questa cosa alla Flinstones. Prendete il giacchetto con le toppe, infilatevi sulla vostra BMX e pedalate fino al più vicino store 33 giri scelto per voi da Ulrich. Non fate caso ai CD che ci sono, chiedete la mascherina dei Fororsmen e tornate a casa. Digitate il code e iniziate a battere insulti su facebook mentre le prime note vi invadono il cerebro bleso. Carina, come idea, quella dei Metallica, no? Sì dai, peccato le maschere facciano davvero schifo. Sono un intruglio in sovraesposizione delle loro facce nelle consuete espressioni alla “diabolicum”. Secondo me le ha elaborate Lars nel suo studio fotografico da millemiladollari

ricavato nel sottoscala del suo villone. Non credo che porteranno orde di gggggiovani in quei polverosi e annichilenti tuguri dei negozi di album fisici, però qualcuno ci va sicuro, se non altro nella speranza di vedere il fantasma di qualche cliente originale. E i Metallica faranno l’occhiolino dicendo, ci abbiamo provato, a tutti i vecchi fans che li odiano dal 1996. Quelli che ancora cercano i vinili di ‘Ride The Lightning’ ai mercatini dell’usato ma non comprerebbero il nuovo neanche se glielo portassero loro a casa sul furgone di Ron McGovney. Gli Avenged Sevenfold invece ne hanno pensata un’altra: preferendo evitare di spaccarci i megabyte per due mesi con video dalla sala d’incisione, anteprime del video nuovo, il video nuovo (ok, quello sì) lyrics video a iosa, polemiche create apposta per far parlare di loro e tutte le altre ormai canoniche goccioline cinesi con cui le band ci ammorbano sull’avvento dei loro nuovi, inutilissimi album, anziché tutto questo loro bam!, hanno pubblicato l’ultimo lavoro così, senza preavvisi e tergiversazioni. Nei negozi e in streaming.

Nei negozi insieme alle maschere di Halloween dei Metallica. Ci sarà stata una ressa invincibile! Pare sia anche molto bello, questo disco dei Sevenfold. Io lo spero. Adesso me lo scarico e poi vi dico. In entrambi i casi, Metallica e Avenged, non cambia nulla. La stragrande maggioranza dei loro fans, detrattori, curiosi, scaricherà tutto via web, lo infilerà nell’Ipod e lo eliminerà dopo qualche giorno, settimana o giù di lì. Questa è la realtà e non si capisce perché, visto che nulla può cambiarla, i gruppi non smettano di combatterla. Secondo me fanno finta. Tanto per dire ai propri fans, noi ci crediamo ancora. Noi ci proviamo a mantenere tutto come era, quando voi eravate felici nelle vostre camerette, con i libretti dei compact in mano, i testi da leggere e imparare a memoria. E invece se ne fottono. Del resto, è come le ditte di carrozze che continuano a fare carrozze lagnando che poi, noi cavalli, se il mondo non la smette di acquistare delle orride, inquinanti e nocive automobili, andremo tutti al pascolo e la cosa sarebbe tremenda! Certo, una disgrazia. Quando


Il mondo oggi è social, vale a dire visivo. La gente ai concerti si selfa mentre fa le corna, registra video orribili del gruppo sul palco mentre fa headbanging col cellulare. Il metal, come tutta la musica che vuol vendersi, non deve pensare a suonare ma come diventare indossabile, sbandierabile, postabile. Le magliette sono un business incredibile, i concerti pure se io posso fare il figo e dire sulla mia bacheca: ehi, sono al concerto degli Anvil e mi diverto un si pensa all’auto che soppiantò le romantiche carrozze si ignora sempre quanto siano stati felici gli equini, finalmente liberi di non trascinare tutto quell’ammasso di legno e ferraglie e stronzi col cilindro in giro per strade pavimentate. Chi sono i cavalli di questa ennesima rivoluzione tecnologica? Gli artisti, probabilmente. Erano loro a trascinare avanti la pesantissima baracconata vinilica dello show biz. Erano i primi ad andarsene a gambe all’aria se il loro nuovo album non vendeva miliardi di copie. Si scioglievano perché indebitati con le etichette. Oggi questo non può più avvenire. È un male? Dite sul serio? Oggi possono andarsene in giro per il mondo, sciolti da tutta quella inutile tarantella promozionale e

possono suonare, creare ciò che vogliono, tanto nessuno compra più un cazzo e quindi, nessuno pretende più un cazzo, in fondo. La tecnologia gli permette di far dischi a casa propria, in cameretta se scelgono l’attitudine dura e pura dell’underground. Se siete Burzum, oggi il mondo discografico vi permette di esserlo con la stessa cifra ridicola con cui lo eravate vent’anni fa. Anzi, dovrete combattere per avere registrazioni caotiche e sgraziate come quelle di un sei piste in una cantina. I Darkthrone disperati acquistano su ebay vecchi ordigni da battaglia degli anni 80 pur di illudersi che il loro suono sia vero, puro, vivo e sozzone come nel 1992. Eppure di vero, vivo, puro, nel mondo della musica non c’è mai stato nulla, tanto meno i suoni. Quelli si creano con un mixer, un amplificatore e qualche altra magia digitale o artigianale che sia. I Darkthrone rifacevano il verso crudo alle produzioni mediocri dei primi Venom. I primi Venom crearono quei suoni in uno studio, con un produttore, Keith Nicol.

Questa strenua battaglia che i gruppi metal combattono nei confronti delle tecnologie digitali è ridicola e senza speranza come tutte le battaglie del metal. Pensate a quando i ragazzini norvegesi lanciarono il guanto borchiato della loro sfida alla cristianità. Se oggi il papa si chiama Francesco e non Abbath, c’è da stupirsi? Intanto là fuori, il mondo del pop ci saccheggia l’iconografia. Laura Pausini ha appena messo in catalogo una maglietta nel suo store ufficiale che riprende spudoratamente l’estetica di una qualsiasi copertina dei Metallica anni 80. Se la scoprono i fororsmen le mandano direttamente a casa un’ingiunzione da Michael Meyers in persona. Questo però dovrebbe farci aprire gli occhi su cosa porta i soldi veri nel nostro piccolo orto iconoclasta ad alto voltaggio. Mentre ci battiamo contro l’estinzione dei 33 giri, il mondo succhia il fashionismo gagliardo delle nostre t-shirt.

cazino! Le band già ci provano, sono sempre più fabbriche di magliette. I dischi servono a farne di nuove. Basterebbero nuove copertine. Le magliette, metalheads, le magliette! Invece di venderle all’addiaccio, in bancarella, dopo il concerto, i gruppi dovrebbero affidarsi a qualche bravo esperto di marketing, uno stilista gay satanico e darci dentro, usando internet, usando Halloween, usando Laura Pausini. Lascino perdere i negozi di dischi, tanto è roba che muore. Agonizzano già benissimo senza le maschere dei Metallica a intasarli. Personalmente mi gusto la malinconia nel viso dei loro proprietari che vent’anni fa giravano in jaguar e mi guardavano dall’alto in basso della loro postazione, schifati se chiedevo di ordinare il nuovo disco dei Rage dal Giappone. La ruota è girata. E oggi fate la morale, eh? 30 sacchi per un CD era morale?

METALHAMMER.IT 69


ProgSpective

P RO

G MUSIC

di Andrea Schwarz

Prog metal, retro prog, neo-prog, prog rock. Modi diversi di pensare e categorizzare semplicemente musica. Un genere e un sottobosco dove le diramazioni e contaminazioni stilistiche sono molteplici grazie alle quali capita a volte di scoprire band dalla discografia folta e di grande qualità, gemme che si scoprono solo grazie alla voglia di scoprire ed andare a fondo di una scena immensa. Prog non presuppone per forza di cose l’ascolto (obbligato) dei grandi classici di bands come Genesis, King Crimson, Pink Floyd, PFM ed affini ma l’accostarsi con molto stupore e quella “ingenuità” e curiosità tipica de bimbi piccoli ad uno dei più talentuosi gruppi degli ultimi anni: The Dear Hunter. L’occasione per parlare di questo quintetto a stelle e strisce ci viene grazie alla pubblicazione del loro ultimo album intitolato ‘Act V: Hymns with The Devil in Confessional’. Disco e carriera che nel mondo anglosassone definirebbero semplicemente come piece of art. Ma facciamo un passo indietro andando a capire meglio chi sono i The Dear Hunter. La band nasce nel lontano 2005 dalla mente del

70 METALHAMMER.IT

musicista e scrittore Casey Crescenzo dopo aver lasciato i The Receiving End of Sirens, dediti ad un post harcore/ experimental rock con i quali il nostro Casey incide un solo album (‘Between the Hear and Synapse’) e dopo la cui pubblicazione ed un anno di

continuo tour decise di lasciare andando a fondare di lì a poco i The Dear Hunter. È il classico inizio di qualsiasi bands su questo pianeta ma le cose per Casey Crescenzo non trovano riscontri nei cliche con i quali siamo abituati a confrontarci. Momento alquanto delicato

per l’artista americano in preda alla voglia di continuare a dedicarsi alla musica ma senza un obiettivo ben preciso “Tutto è cominciato con la produzione casalinga di alcuni demo che contenevano delle idee, la fortuna che ebbi

in quel periodo fu che non avevo nessuna deadline da rispettare, potevo tranquillamente sviluppare quanto era contenuto in quelle demo in ogni maniera e misura che ritenessi possibile. Un’altra mia fortuna fu quella di poter trovare il mio agente dell’epoca interessato a questo

materiale e così cominciai l’avventura come The Dear Hunter, tutto quasi come una one-man band e niente più. Ma poi l’appetito venne mangiando e dovetti cercare dei validi elementi e musicisti che potessero credere in questo progetto. C’è voluto un pò di tempo ma finalmente penso di aver trovato quelli giusti, quelli che credono come me fortemente alla band”. Probabilmente quando si pensa a questo sestetto, Casey Crescenzo è e rimane sempre il vero mastermind ma disco dopo disco grazie anche ad una sempre maggiore esperienza anche gli altri membri hanno potuto contribuire alla realizzazione di questo ‘Act V: Hymns With The Devil in Confessional’, sempre secondo Mr Crescenzo: “Non voglio suonare caritatevole nel senso letterale del termine ma cerco di trovare tutte le occasioni possibili per esprimere gratitudine al resto della band per tutto il lavoro che fanno, non vorrei che questo passasse in secondo piano o che, peggio, non venga notato all’esterno. Cerco in tutte le maniere possibili di distrarre tutta l’attenzione che mi viene rivolta anche verso gli altri


ragazzi, sono fondamentali. Ci sono stati anni nei quali la line up non era ben definita, era tutto un pò molto casuale ma oggigiorno posso con orgoglio dire che questa è la migliore line up che The Dear Hunter abbiano potuto avere e quanto produciamo riflette in maniera fedele quello che tutti noi siamo riusciti e

riusciamo quotidianamente a contribuire come individui e musicisti alla musica della band. Certo, sono consapevole che il pubblico identifichi la mia persona con la band ma non voglio assolutamente che il lavoro di squadra della band venga sottovalutato, i dischi prodotti fino ad oggi non sarebbero tali senza il loro apporto.” Ormai la band ha rilasciato alcuni dischi cosiddetti classici, senza necessariamente essere “catalogati” come concept album (vedi ‘Migrant’ del 2013) ma è nella produzione di Act ormai giunto al suo quinto capitolo che il gruppo ha concentrato i propri sforzi, forse proprio l’ultimo atto è quello più completo della saga e che probabilmente chiuderà il cosiddetto “ciclo rock” della saga arrivando solamente ad un solo anno di distanza dal precedente quarto capitolo (‘Rebirth In Reprise’). Riavvolgendo il nastro di questi cinque episodi effettivamente quest’ultimo è quello più completo spaziando in mille stili e emozioni diverse come abbiamo già avuto modo di descrivere nella recensione di qualche settimana fa proprio su queste pagine. Proprio questa diversità di suoni ed il grande catalogo a loro disposizione impegna il sestetto quando si trova a dover stilare la scaletta dei loro live shows: “Nell’ultimo capitolo della saga abbiamo avuto la possibilità di includere

parecchie orchestrazioni ed è stato veramente bello poter registrare queste parti. Pensa che abbiamo anche una

canzone disco, che nel contesto dell’album ha un suo preciso significato, è organica alla storia che stiamo raccontando ma se la suonassimo live la gente si chiederebbe se abbiamo cambiato completamente stile musicale. Puoi trovare canzoni simili a “‘A Night On The Towns’ o ‘Waves And Wait’ oppure brani più tendenti al folk ma non come ‘Black Sandy Beaches’ o ‘Go Get Your Gun’ da Act III. Quindi con uno stile così eclettico ed un catalogo di oltre cento canzoni è veramente dura poter estrapolare le canzoni giuste da eseguire sera dopo sera, sempre che non ci si metta a suonare per

sette ore di seguito!” Molti sono i fans che oltre ad appassionarsi alla musica che Mr Crescenzo

è riuscito fino ad oggi a produrre, tantissimi sono anche coloro che si sono appassionati alla storia che si cela dietro Act: “‘Act IV’ e ‘Act V’ sono collegati direttamente tra di loro, in maniera maggiore rispetto a quanto non lo siano gli altri tre episodi precedenti. Nel IV e V capitolo si narrano le

vicende di ascesa e tragica caduta del personaggio principale. Nel ‘Act IV’ viene descritto The Boy nelle sue

ambizioni, sotto le mentite spoglie di un eroe che trova successo nel pubblico servizio con la grande ambizione di distruggere chi considera come suo nemico. Alla fine di questo capitolo però queste sue intenzioni sono oscurate dalla realtà con la sola scelta di giocarsi la carta della politica con la persona che sperava di poter distruggere. Nel ‘Act V’ si

nota invece la frattura della sua vita sia a livello emozionale che fisica come il risultato di un dualismo insito nella sua natura: l’uomo che realmente si sente di essere è contro l’uomo che scopre essere quello che non ha scelto di essere. Mr Usher è un personaggio che riuscirà alla fine a far capire questa particolarità a The Boy.” Quello che rende speciale questa band rispetto a tantissime altre è il rapporto strettissimo e molto passionale con la loro fan base, un rapporto che in un mondo musicale (e non solo) estremamente frammentato e molto “fast food oriented” non è così facile da riscontrare: “Il pubblico per noi è la cosa più importante, la gente che ascolta la nostra musica e supporta la band è la molla che mi fa uscire dal mio studio una volta finito il lavoro di scrittura. Senza di loro non avrei nessun motivo di trasferire le canzoni dal mio hard drive su disco. Fans sono fatti di persone, molte delle quali probabilmente saranno anche maggiormente talentuose rispetto al sottoscritto che riescono con grande passione a ritagliarsi del tempo per ascoltare la nostra musica e supportarci. Tutto ciò che ho nella mia vita derivante dalla musica è un risultato che spetta principalmente alla fan base dei The Dear Hunter.” The Dear Hunter e Casey Crescenzo non sono una band comune, sono un gruppo che vive in maniera totale il loro essere musicisti ed artisti, prova ne è l’estrema prolificità della loro produzione musicale senza dimenticarsi di essere persone prima di tutto: “Questa è la prima volta nella mia vita che mi sento completamente a mio agio quando sono a casa. Tutto ciò presuppone un pò di struggimento quando penso a potenziali tour, adesso la decisione di accettare tali proposte si mescola con il lasciare un posto dove in qualche modi ci si sente al sicuro, amati e felici per poter invece “entrare” in un mondo che ancora non mi si addice. Questo non vuol dire che sentimenti quali amore, sicurezza e felicità non facciano parte dell’avventura chiamata tour, è ciò che aiuta a provare gli stessi sentimenti anche a casa.”

METALHAMMER.IT 71


Segreti, consigli, curiosita' dal mondo del tatuaggio

di Alex “Necrotorture”Manco Anche questo mese mi sono imbattuto in un grande artista italiano, amante del metal, del tatuaggio e dell’arte in ogni sua forma soprattutto quella pittorica, dove, a mio avviso, il suo livello è altissimo e la sua massima espressione la vediamo proprio lì, su quelle tele pensate e dipinte dall’inconfondibile Alfredo Mojo. Classe 1974, nato in Irpinia dove vive e lavora, opera nel mondo del tatuaggio da circa venti anni e dal 1997 è attivo il suo ormai noto MOJO Tattoo Artestudio sito in Monocalzati (AV). Con lui ho avuto modo di fare una piacevole chiacchierata nei meandri dell’arte più oscura e carismatica, questo è il mondo di Mojo che potrete trovare in rete all’indirizzo www. mojotattoo.net su Facebook come Mojotattoo e su Instagram come Alfredomojo. Si aprono le porte dell’inferno.. Come nasce questa passione? Fin da adolescente mi divertivo a scarabocchiare, poi in seguito, anche non frequentando scuole d’arte ho dedicato quasi tutto il mio tempo a studiare da autodidatta. Ho sperimentato molte tecniche, ma la passione per il disegno e la pittura ad

72 METALHAMMER.IT

olio hanno sempre prevalso ,ed ora sono completamente immerso in questo. Eccezione fatta per i progetti grafici che mi diverto a realizzare sia per il tatuaggio che per le illustrazioni, specialmente per copertine di gruppi musicali! Ho realizzato diversi libri, tutti autoprodotti, l’ultimo lavoro risale al 2014 dal titolo “BioAnatomia” una raccolta di disegni bio organici applicati all’anatomia umana e vegetale.. ha avuto un discreto successo iniziale e continuo a ricevere ordini (ordini a info@ mojotattoo.net), nel frattempo continuo a studiare e produrre disegni, ho un nuovo progetto è in cantiere, ma è presto per anticipazioni. Tattoo e metal, c’è attinenza? Il tuo stile, la tua passione, i tuoi lavori… come nasce un tuo lavoro, come viene pensato e come finisce su pelle? Credo ci sia una buona attinenza tra il mio operato e il Metal. Questa musica influenza molto il mio modo di concepire i soggetti e anche dal punto di vista estetico devo dire che molte copertine Metal sono vere e proprie opere d’arte. I miei tatuaggi nascono dal confronto diretto col cliente che ha una sua idea, io la rivedo attraverso una chiave sinistra e oscura e poi procediamo alla realizzazione! Tecnicamente parlando preferisco disegnare a mano libera il soggetto, poi inizio a tatuare i chiaroscuri e man mano i dettagli. La tua fonte di ispirazione? Stili, opere, artisti, personaggi. Osservo tutto ciò che mi circonda, con particolare attenzione alle imperfezioni e alla metamorfosi naturali delle cose e degli umani. Così trovo interessanti la ruggine piuttosto che le crepe, la corteccia degli alberi o le rughe dei visi vecchi. Mi perdo nelle ombre lunghe del mattino presto e nelle luci fioche del crepuscolo! Cerco di visitare le mostre e soprattutto i musei, dove posso incontrare

i miei pittori preferiti, quelli che vanno dal rinascimento al neoclassico, senza tralasciare alcuni pazzeschi artisti moderni citando uno su tutti il maestro H.R. Giger! Sei un grande pittore, cosa predilige nel tuo stile? Grazie per l’apprezzamento, ma credo che sono ancora in una fase di studio e di ricerca , nella quale cerco di cogliere l’essenza del soggetto attraverso l’utilizzo del colore bilanciando luci e ombre. Adoro la figura umana soprattutto nelle pose contorte e i soggetti esasperati. Mi affascina lo studio del volto specialmente quello senile senza perder d’occhio le mani che raccontano storie di vita senza l’ausilio delle parole! La pelle e la tela sono sostanzialmente differenti, ma in entrambi i casi cerco di trovare soddisfazione. Mi intriga il legame con i clienti che mi porgono la propria pelle, ma sicuramente la massima libertà di espressione la raggiungo su tela! Cosa pensi del metal odierno? Sei un nostalgico o apri la mente a nuove sonorità? Non sono affatto nostalgico, anzi, apprezzo molte band moderne come i Beyond Creation o gli Obscura tanto per citarne alcuni. Allo stesso modo ascolto con molto piacere i gruppi che hanno fatto la storia dell’HM . Apprezzo molte band italiane che non hanno nulla da invidiare alle straniere, per esempio i Warmblood, gli Ecnephias o i Foreshadowing. Tutti, oltre ad essere degli ottimi musicisti, sono anche dei cari amici inchiostrati! La tua clientela.. tutti metallari, rocker e amanti del macabro o ci sono eccezioni? Ho tatuato molti Metallari, fruitori e anche addetti ai lavori, con immenso piacere tanti artisti delle mie band preferite, ma in studio ovviamente ho una

clientela variante, che indubbiamente viene indirizzata verso il mio stile e soprattutto “costretta” ad ascoltare Metal durante la seduta!!!



SPeciale

Un nuovo disco dei Metallica è un evento. Comunque la si voglia vedere i Metallica sono la band metal più popolare di sempre e l’unica che può contendere agli Iron Maiden il primo posto assoluto per influenza seminale, importanza mondiale e vendite. Un nuovo disco del gruppo americano non può essere trattato mai con sufficienza anche perché è merce rara. Se si escludono i primi 4 album usciti nel breve volgere di 5 anni, nel tempo i Metallica hanno rallentato molto e se gli anni 90, coincisi con il successo commerciale iniziato dal black album e proseguito con il discusso periodo ‘Load/Reload’, gli anni duemila sono stati una tragedia. Prima è uscito ‘St. Anger’(brutto assai), poi ‘Death Magnetic’ (un disco piacevole ma autoreferenziale come pochi, quasi un campionario del passato riveduto e corretto), poi 8 anni di silenzio (il primo che cita quella roba fatta con Lou

Reed lo scomunico). Adesso arrivano gli 88 minuti ‘Hardwired to Self Destruct’. E si comincia malissimo: il titolo è orrendo, lungo e tra poco lo chiameranno tutti solo ‘Hardwired’, la copertina poi è stata pensata più in chiave marketing che emozionale e fa schifo. Per fortuna i dischi si valutano per i contenuti e qui, letteralmente la musica cambia. ‘HWTSD’ è un disco monumentale che spazza via dubbi, perplessità e pregiudizi sullo stato di una band con trentacinque anni di carriera alle spalle e che in tanti davano per decotta. Quali sono i punti chiave di questo disco? Potremmo elencarne tanti, ma la verità è una: i Metallica con ‘HWTSD’ hanno recuperato al 100% il controllo del loro songwriting ed è qui che fanno la vera differenza. La band che ha fatto la storia del Metal mondiale e che da sola ha aperto la porta dal metal estremo lasciando che questo diventasse

mainstream aveva perso la propria energia compositiva. I dischi precedenti (tutti quelli dopo il black album) pagavano pegni in tal senso. ‘Load/Reload’ erano l’esplosione della forma sulla sostanza (una band quasi più attenta ad apparire che ad essere), ‘St. Anger’ era un disco confuso e rumoroso senza una vera direzione con canzoni pessime, ‘Death Magnetic’ era invece un disco parassita che attingeva a tutto quanto fatto prima per ripresentarlo in bella copia, riveduta e corretta, ma con poca anima. ‘HWTSD’ invece si riaggancia al discorso interrotto dopo il 1991. I Metallica tornano ad essere autentici, originali e, come sempre si dovrebbe fare, riprendere spunto dalle influenze primordiali per generare qualcosa di nuovo e di diverso. Il segreto del disco è questo: brani ben costruiti (ma li hanno sempre fatti), ricchi di sfumature ed emozioni (qui ogni tanto sono an-

Metallica Hardwired...To Self-destruct (Universal)

92

74 METALHAMMER.IT


SPeciale

dati a vuoto) che pescano pesantemente nella NWOBHM, nel hard rock anni settanta e lo energizzano con la loro ricetta iper-vitaminica di thrash moderno (non quello delle origini sia chiaro, se proprio dobbiamo dare un’idicazione precisa, qui non troverete ‘Kill ‘Em All’, ma più ‘And Justice For All) e potenza distruttiva. I Metallica sono questo: non più i ragazzini tritatutto del 1983, nemmeno le appagate rockstar del 1996, ma dei musicisti ultracinquantenni che hanno deciso di rimettersi in sintonia con se stessi. Per questo ‘HWTSD’ è un disco unico (e speriamo non irripetibile) dove ritroviamo quel modo di suonare (e cantare) che è solo loro. Lo chiarisce molto bene l’opener ‘Hardwired’. E’ uno dei brani veloci, pochi fronzoli e tanta energia. Ha un mood di apertura che ricorda da vicino quello di ‘Blackened’ su ‘And Justice for All’, ma qui il tiro è superiore, il brano dura solo 3 minuti (contro gli 8 dell’opener del 1988) con un minimalismo che non appar-

tiene alla band dagli esordi: riff, strofa, ritornello e solo, sparati a mille e senza break o aperture. Il solo di Hammett è un tuffo nel passato per stile e sapore. Un ottimo brano, ma troppo specifico. E’ ‘Atlas Rise’ che apre l’orizzonte. L’inciso di chitarra iniziale con quel sapore tutto british nel silenzio della ritmica ci dice molto sulla matrice del disco. Ma i Metallica sono sempre loro e la voce di Hetfield arriva a chiarirlo in fretta. Il mid tempo del cantato è un marchio di fabbrica per la band ma l’esplosione del doppio ritornello, prima lineare, poi doppiato in armonico ci restituisce una band capace di emozionare e rapire. E ci si ritrova ad un break di puro metal classico stile Maiden, poi di nuovo i Metallica e un solo è il marchio di fabbrica di Hammett (sleazy and heavy) ma che sfocia di nuovo in un passaggio di heavy classico con chitarre doppiate all’unisono. E qui capiamo che nel 2016 non ce n’è per nessuno. Questi hanno fatto i pigri per

vent’anni, altro che storie: da prenderli a calci nelle palle. ‘Now That We’re Dead’ rallenta ancora, vuole quasi scendere al piano dei Sabbath, sfiorando un groove rallentato ad alto peso specifico dove la centralità della voce è il cardine principale. Il brano alterna una strofa volutamente ossessiva all’apertura liberatoria della melodia nel refrain in un gioco che è quasi un marchio di fabbrica. Abbiamo citato i Sabs, ma in mezzo Ulrich e Hammett mettono in piedi un succoso teatrino che arriva a sfiorare anche Led Zeppelin e Deep Purple e ci ritroviamo come automi a riascoltare in continuo il minuto esatto che va da 4.55 a 5.55 quando rientra la voce e il tempo rallentato del cantato. Questo minuto lo dovrebbero insegnare alle elementari come archetipo di vita. ‘Moth Into Flame’ è un brano più metallico (si, il doppio senso è voluto) del precedente. Con il ritorno dell’adrenalina anche l’ascolto diventa più immersivo e capiamo come la scaletta dei brani abbia

METALHAMMER.IT 75


SPeciale

un proprio senso in saliscendi emozionale continuo. Arriviamo quasi a sfiorare il punk-hardcore poca prima del ritornello che invece è di nuovo melodico. I Metallica di ‘St.Anger’ con le idee di un brano di ‘HWTSD’ ci facevano un triplo album e questo anche dal punto di vista quantitativo la dice lunga. ‘Dream No More’ è la penultima traccia del primo dei due CD in cui è diviso l’album. Il rallentamento è totale e se era nell’aria già prima, qui arriva il brano dal sapore doom-stooner. L’incedere è veramente pesante ed ossessivo e le aperture melodiche sono relegate alle parti strumentali, mentre la voce si erge a vera e propria mazza ferrata. Il primo CD si chiude con il momento più alto di tutto il disco. Su ‘HWTSD’ non ci sono ballad vere e proprio (niente ‘Unforgiven trentaduesimo’), c’è invece ‘Halo on Fire’. Un brano poliedrico e lungo oltre

76 METALHAMMER.IT

otto minuti, che racchiude un tributo di passione e amore per il metal primordiale dell’Inghilterra di fine anni 70 e prima metà anni 80 (NWOBHM, si ma c’è di più perché le aperture sono più maestose, i suoni più incisivi, i passaggi meno stereotipati e più ricchi). I primi 4 minuti del brano sono già profondamente appaganti, ma è nella seconda metà che la band porta a compimento un percorso che mette letteralmente i brividi. E’ il metal come lo abbiamo sempre desiderato ascoltare e c’è tutto: melodia, tecnica, pathos, potenza e picchi emotivi. Il coinvolgimento dell’ascoltatore è totale, la musica riempie ogni più piccolo recesso del cervello. Estasi. Il break fra il primo ed il secondo disco concede un attimo per riprendersi e qui nasce una riflessione: ma perché due CD, alla fine come sempre finirà che uno ascolterà di più il

primo o il secondo. Per una volta viene da pensare che l’era del digitale sia positiva, almeno nei lettori portatili, telefoni o autoradio il disco verrà consumato tutto insieme. ‘Confusion’ riprende il discorso da poco interrotto con una notevole carica di pathos. Il brano non eccessivamente spinto nella velocità si dipana tra un riffage di chitarra ricco e sostenuto mentre la batteria si limita ad lavoro essenziale e minimalista quasi a mettere la punteggiatura dove serve. La voce di Hetfield si conferma protagonista mentre le chitarre si doppiano le melodie l’un l’altra (anche qui la matrice NWOBHM è molto forte). ‘Manunkind’ continua il lavoro nei brani precedenti dove le chitarre giocano il ruolo di protagonista infilando diversi riff in sequenza senza soluzione di continuità. Anche qui siamo in orbita metal classico ma gli spunti sono vari ed etero-


SPeciale

genei. Se vogliamo essere pignoli con la seguente ‘Here Comes Revenge’, i suoi fortissimi chiaroscuri e la sua ritmica a sostegno della voce al limite del tribale, si chiude un trittico di canzoni che risultano un pelo lunghe rispetto a quanto forse era necessario (siamo sui sette minuti ciascuna). Ma sono dettagli. ‘Am I Savage’ è lenta e pesante e sventola altissima la bandiera dei discendenti dei Sabbath (anche gli accenti di chitarra sembrano presi dal repertorio di Iommi). Qui la voce di Hetfield in alcuni passaggi sembra un po’ troppo la solita, forse si poteva osare qualcosa di più

nel darle varietà espressiva. ‘Murder One’ è oggettivamente i brano meno riuscito del disco, non che sia un brano brutto, ma rispetto a tutti gli altri non ha un solo picco degno di attenzione, anzi i quasi sei minuti di durata sembrano oggettivamente eccessivi. La canzone prosegue bene o male fino all’assolo furioso che è l’unico a far alzare mezzo sopracciglio all’ascoltatore. Un filler ci doveva essere prima o poi. Il disco si chiude con l’assalto furioso di ‘Spit Out The Bone’, questa si almeno nel riff di base ricorda il disco di esordio (si quello che doveva avere in copertina la

baionetta che usciva del cesso e chiamarsi ‘Metal Up Your Ass’, ma che invece hanno intitolato ‘Kill Em All’ con un bel martello insanguinato… bah). La canzone procede spedita ma rispetto ai Metallica del 1983, è più ordinata, precisa e quando cambia registro a metà deborda in un’inedita versione simil-power metal della band americana (la matematica non è un’opinione, quando metti tanta melodia su una base speed questo è quello che ottieni). Non dura tanto ma poi lascia una serie. Stefano Pera

Leggi sul nostro sito

MetalHammer.it altre analisi del nuovo disco dei MEtallica

METALHAMMER.IT 77


82

Darkthrone Arctic Thunder (Peaceville/ Kscope)

Il disco del ritorno alle origini, questo è in sintesi ‘Arctic Thunder’, nuovo (capo)lavoro dei norvegesi Darkthrone. Forti dell’ormai imprescindibile personalità di Fenriz, diventato una sorta di deejay-santone per gli appassionati di black metal, questi mostri sacri del metallo nero piombano in maniera prepotente con un album crepuscolare, come la luce del fuoco che illumina a malapena la copertina, anch’essa frutto dell’estro creativo del batterista. Un’immagine primitiva, ai limiti del giorno, che riconduce al momento in cui tutto è nato, a quell’attimo in cui i Darkthrone hanno visto l’oscuro bagliore della vita, un

78 METALHAMMER.IT

periodo che possiamo collocare a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 e mai sufficientemente espresso nella lunga carriera della band. È lo stesso Fenriz a considerare ‘Arctic Thunder’ una ripresa dello stile che voleva adottare agli inizi dell’avventura con la band, una sorta di pala da becchino per scavare a fondo nel terreno umido intorno al Bomb Shelter, sala prove nella quale sono geminate le prime composizioni dei norvegesi, per ritrovare quello spirito ancestrale e quelle idee sepolte a causa dell’inesperienza e di una svolta death avvenuta, forse, in modo troppo frettoloso. Ci si trova, dunque, davanti a un full-length assai ispirato,

dove i fantasmi del passato, del presente e del futuro (digressione dickensiana in odore di festa cristiana) bussano prepotentemente alla porta del geniale artista di Kolbotn, località in cui si può fregiare di un insolito titolo politico. E così, dall’opener ‘Tundra Leech’ alla motörheadiana ‘Inbred Vermin’ (perdonaci Fenriz se abbiamo accostato così, a freddo, la tua traccia a un gruppo, speriamo non ti dispiaccia), ‘Arctic Thunder’ ti travolge, ti rende succube di una spirale di ispirazioni e stili imprecisati, tuttavia ben mescolati tra loro in un intruglio degno di una malefica Corrigan dalla chioma canuta. Black, death,

thrash, heavy... Nessuno può certificare quale sia però il genere preciso di questo diciassettesimo disco dei Darkthrone, e forse è meglio così. Questo perché Fenriz è oramai un artista completo, cosciente dei propri limiti (pochi) e delle proprie capacità, voglioso di portare la band a un livello successivo e, forse, l’appellativo di “black metaller” gli sta, a oggi, un po’ stretto. ‘Arctic Thunder’ si rivela quindi un buon viatico per il futuro dei Darkthrone e, se queste sono le premesse, abbiamo di che sfregarci le mani. Buon soggiorno nella tundra norvegese! Stefano Giorgianni


Testament Brotherhood Of The Snake

85

(Nuclear Blast/Warner) Come si può cominciare in maniera decente ed originale un articolo incentrato sull’ultima uscita discografica di un gruppo che in campo thrash metal ha fatto Storia, quella con la S maiuscola in oltre trent’anni di onorata carriera? Bisognerebbe parlare direttamente dei brani, quasi limitarsi ad un track by track che però è un pò come vivisezionare (mi si scusi l’uso del termine, mi perdonino gli animalisti) in maniera asettica e superficiale una manciata di canzoni senza però andare a fondo, senza andare a toccare il nocciolo della questione: “Brotherhood Of The Snake” sarà in grado di provocare emozioni nell’impavido ascoltatore? Risposa sincera? Assolutamente...sì. Ed anche a tonnellate, dall’inizio alla fine. Emozioni, queste sconosciute, che andiamo a cercare dappertutto nella vita di tutto i giorni, figuriamoci nel mondo delle sette note che è il mondo che tutti noi amiamo alla (stra)follia. 10 brani che trasudano frustrazione, energia, un wall of sound che è il loro autentico marchio di fabbrica. Fa impressione pensare che questo sia il loro

terzo album in undici anni, partendo dalla reunion del 2005 con la formazione originaria in un mondo musicale che invece è diventato un cannibale in grado di triturare tutto e tutti infischiandosene del pedigree di qualsiasi bands. Ascoltandolo con attenzione il trademark di questi pezzi non è lontanissimo da quanto già ascoltato in albums quali “The Formation Of Damnation” prima, “Dark Roots Of Earth” poi ma a differenza del passato in “Brotherhood….” arriva dopo tantissimo tempo on the road, la vera palestra di ogni musicista che si rispetti. Il sound quindi oggigiorno è più coeso che mai, l’affiatamento della sezione ritmica formata da Gene Hoglan e Steve DiGiorgio lo potrete toccare con mano indipendentemente dalla precisione e bravura tecnica di entrambi. Le chitarre ritmiche di Eric Peterson sono taglienti come non mai, capaci di tirar fuori i migliori riff che il gruppo abbia mai prodotto negli ultimi vent’anni mentre Chuck Billy è in forma smagliante. E che dire di Skolnick? Le sue parti soliste non sono mai banali, sempre ricercate ed in gra-

do di impreziosire il mastodontico lavoro di Peterson. Menzione particolare, e non scontata riguardo al mixaggio che questa volta è stato maggiormente tenuto in considerazione e curato in maniera particolare donando un bilanciamento assolutamente sopra le righe e mettendo in risalto il grande lavoro del basso di Steve DiGiorgio. Provate ad ascoltare uno degli highlights del disco, “The Pale King”: non farete fatica a muovere il piede a tempo scuotendo la testa in un vorticoso headbanging mozzafiato. Poi ci sono le veloci e telluriche “Neptune’s Spears”, “Centuries Of Suffering” con quel suo riff iniziale che entrerà di diritto “nell’enciclopedia del thrasher medio”, la furiosa “The Number Game” e tante altre senza un solo minuto di cedimento o pausa. Avanti come un treno, “Brotherhood Of The Snake” è un disco godibile dall’inizio alla fine, una volta giunti alla fine non vedrete l’ora di risalire in carrozza per un’altro affascinante ed emozionante giro. Pronti a salire in carrozza? Andrea Schwarz

METALHAMMER.IT 79


In Flames Battles (Nuclear Blast/Warner) Nuovo disco in studio e il ritorno su Nuclear Blast: ‘Battles’ è il dodicesimo capito della saga degli In Flames. La band dalla fondazione nel 1990 ha fatto veramente molta strada, sia in chilometri veri e propri che metaforicamente dal punto di vista musicale. Questo ‘Battles’ si presenta molto bene con una delle più belle copertine di sempre della band svedese. Le sorprese sono però tutte dentro il disco. L’album è infatti un passo ulteriore nell’evoluzione del sound che ormai ha visto diversi step susseguirsi negli anni. L’approccio è sicuramente meno aggressivo sia rispetto a ‘Sounds of

80 METALHAMMER.IT

a Playground Fading’ (il miglior disco del periodo più recente) che l’eterogeneo coacervo di stili intitolato ‘Siren Charms’. Come immaginato con l’album precedente (chiaramente un capitolo di passaggio e non di arrivo) ‘Battle’ si incanala su un binario particolare. Gli In Flames nel 2016 giocano molto con i chiaroscuri musicali, ma non solo in un variare dal bianco al nero in modo verticale, ma spaziando anche lateralmente, ecco quindi apparire i colori più disparati, dai tappeti elettronici, alla voce pulita, dai cori quasi new wave alle ritmiche doom, passando per riff metal classici (il riff di

apertura di ‘The End’ sembra estratto dai demo di ‘Whoracle’) subito spezzati da sincopi new metal e quasi industrial. C’è veramente tanto in questo disco. Forse è meglio andare con ordine, altrimenti diventa difficile essere coerenti. L’opener si intitola ‘Drained’, synth e chitarra elettrica quasi pulita si alternano in un mix di pura angoscia poi rotte dall’esplosione di batteria e distorsione. Il brano è fondamentalmente agosciante e mai uguale a se stesso passando per ogni tipo di sensazione e sonorità fino al liberatorio assolo metal classico brevissimo. Anche il refrain melodico non rompe

mai la tensione. Segue ‘The End’ con la band che si mette a giocare al tempo che fu (e ci scappa un brivido) ma è una attimo, poi si ritorna alle sonorità new metal e al ritornello melodico classico di matrice in Flames (in linea con gli ultimi album, anche se un po’ “leggero”). La chiatarra semidistorta arpeggiata di ‘Like Sand’ fa da base ad una sorta di ballad dall’incedere pesante e poliedrico, di nuovo il ritornello forse alleggerisce troppo con gli effetti elettronici poco azzeccati (ma è una scelta legittima, sta al gusto personale interpretarla). ‘The Truth’ è una sorta di mid tempo in cui si alternano


new wave inglese e metal anni 90. Un brano che acchiappa anche se al primo ascolto sembra quasi un’eresia sonora. Il metal classico riaffiora nella successiva ‘In My Room’, solo che di nuovo finisce con l’intro. Il resto è una sorta di dark rivisitato con frustate metalliche. Il sapore è ancora diverso dalle precedenti, uno dei capitoli più convincenti. Di nuovo chitarre ed elettronica aprono ‘Before I Fall’ ma senza riff, più un incedere lento con la voce portante, con uno strano passaggio che ricorda i loosy mood vagamente grunge. ‘Through My Eyes’ si presenta

come il capitolo più veloce, ma rallenta nel refrain. Poi riparte. Quasi sperimentale in certe scelte. La title-track del disco è un brano con aperture che arrivano quasi all’epico e che svela la chiave di volta dell’album: la band svedese si sta spostando verso un percorso decisamente più sperimentale rispetto a quanto fatto precedentemente in carriera. I loro passaggi tipici (riff) che negli anni ne hanno definito il sound ci sono ancora, ma ci sono anche altri spunti, altri colori. Il suonare s’è fatto più tecnico, meno incisivo forse, ma l’impatto è giocato proprio

su questa distonia di umori e percezioni. La metallica ‘Underneath My Skin’ e la seguente oscura ‘Wallflower’ sembrano speculari, una muove dal metal verso il dark, l’altra viaggia in senso opposto. Negli In Flames 2016 i ritornelli sono come architravi che reggono strutture complesse e multiformi dove i modelli NWHBM picchiano nel goth tedesco, si innalzano picchi di sperimentazione sonora (non progressive, si badi bene) e si sprofonda in affreschi melodici, ma mai rassicuranti. La conclusiva ‘Save Me’ suggella un disco che va interpretato, che

secondo noi porterà questa band lontano, ma ancora non sappiamo bene dove (il bridge del pezzo è la cosa più melodica che la band abbiamo mai composto eppure mette i brividi). ‘Battles’ è un disco da ascoltare un milione di volte. Ne vale la pena, ma siate pazienti e liberatevi di ogni aspettativa preconcetta, vivete quello che ci troverete dentro con semplicità e curiosità. Altrimenti vi farete del male e capirete poco o nulla. Una produzione strepitosa come per il precedente, il disco ha suoni pazzeschi. Stefano Pera

75

METALHAMMER.IT 81


Dark Tranquillity Atoma (CENTURY MEDIA/SONY) 81

Attualmente, i due più grandi nomi del melodeath di Goteborg non potrebbero davvero muoversi in due direzioni più diverse. Se infatti l’imminente ‘Battles’ degli In Flames ci racconta la storia di artisti alle prese con la sfida di lavorare all’interno di un genere per loro relativamente nuovo, il suo diretto concorrente ‘Atoma’, ultimo lavoro in studio dei concittadini Dark Tranquillity, dipinge invece il volto di una band concentrata a rielaborare le caratteristiche vincenti del proprio fulgido passato, riconcependole in una veste più attuale ma non completamente diversa. Non riscontriamo infatti nella band di Stanne, Sundin e Jivarp il totale abbandono delle strutture costituenti i lavori dei primi duemila anzi, nel caso di ‘Atoma’ sono proprio le sonorità di ‘Fiction’ o di ‘Character’ a tornare prepotentemente in auge. Non si tratta però – e l’abbiamo già detto – di un album retrospettivo o nostalgico, in nessuna maniera. È un lavoro davvero completo, questo ‘Atoma’. Fa sbattere la testa su ritmi elevati grazie all’opener ‘Encircled’ oppure alla ancora più ruvida ‘Neutrality’, ma carezza anche i padiglioni auricolari grazie ai timbri puliti e alle melodie definite di ‘Atoma’ oppure con le atmosfere dark e soffuse di brani splendidi come ‘Our Proof Of Life’ o ‘Force Of Hand’. Come un libro di cui possiamo voltare le pagine semplicemente pigiando il tasto forward del lettore cd, ‘Atoma’ si mostra davanti a noi dopo l’ascolto di ogni brano, ora ricordandoci delle sperimentazioni effettuate ai tempi di ‘Projector’, ora scuotendoci con soluzioni più moderne che male non starebbero su ‘Fiction’ e ora presentandoci un reimpasto di tutte queste caratteristiche, talmente rielaborato però da sembrare qualcosa di completamente nuovo. In definitiva, ‘Atoma’ ci sembra davvero in grado di accontentare tutti: da chi voleva qualcosa che suonasse inconfondibilmente Dark Tranquillity fino a chi invece voleva che una ventata di fresco spazzasse via ipotetiche ragnatele che potrebbero essersi posate sulla musica del gruppo di Goteborg. Per noi, un altro centro perfetto. Dario Cattaneo

Kee Marcello Scaling Up (Frontiers)

85

Tutti sanno che sono fan di Kee Marcello, quindi metto da parte la passione e vi parlo dell’idea di questo album che girava in testa al chitarrista svedese da un po’ di tempo. Riprendere il discorso interrotto con ‘Out Of This World’/’Prisoners In Paradise’, andando a pescare nei cassetti qualche brano impolverato, rinfrescandolo per riproporcelo. Questo è lo spirito dell’album, dodici canzoni che riprendono il discorso interrotto dagli Europe nel 1992 con il loro scioglimento. ‘Fix Me’ e ‘On The Radio’ appaiono molto fresche e senza nessun rimando al passato. Melodie interessanti, semplici da imparare e canticchiare fin da subito. ‘Finger On The Trigger’ è una ballad strappalacrime o strappamutante, decidete voi. Canzoni del genere hanno fatto la fortuna di mille band hard rock melodico. ‘Scandinavia’ è un pezzo fantastico, allegro e vincente. Spero che abbiate tutti la possibilità di ascoltarlo, il chorus è letteralmente coinvolgente. ‘Don’t Know How To Love No More’ e ‘Wild Child’ sono due episodi a sé stanti visto che si tratta di demo delle session di ‘Prisoners In Paradise’ ma rimaste fuori dall’album. ‘Wild Child viene impreziosita dalla partecipazione del nostro Michele Luppi in versi-

one tastierista. Dopo le note piacevoli passiamo all’altra parte e cioè l’influenza Deep Purple/ Whitesnake. Parliamo di ‘Soldier Down’, per certi versi avvicinabile a ‘Burn’, con un assolo che ricorda ‘Superstitious’ e che manda tanti a casa e ‘Scaling Up’ che è un po’ troppo vicina a ‘Ready an’ Willing’ e come al solito contiene un assolo pazzesco. Kee Marcello, unitamente alla sua band, prende la rincorsa, usando il suo passato (più famoso) come trampolino di lancio per il suo futuro. Un album del genere inciso alla fine degli anni 80 inizio degli anni 90 avrebbe fatto la gioia di chiunque. A noi dimostrare che la bella musica non ha età. Andrea Lami

Disturberd Live At Red Rocks (Roadrunner/ 73 Warner) Suonare un brano di successo non è mai cosa semplice, anche se già di per sé il concetto di successo è interpretabile in diverse maniere. In ogni caso ci sono state nella storia della musica bands che hanno raggiunto tale obiettivo con brani originali ed altri con rifacimenti molto personali di canzoni scritte da altri. Per i Disturbed non possiamo certo parlare di successo planetario ma il riconoscimento che è loro arrivato grazie alla loro personale versione

di ‘The Sound Of Silence’ di Simon&Garfunkel ha aperto loro molte porte prima precluse così come ha dato loro la possibilità di suonare in maniera più estesa rispetto a quanto non avessero fatto in passato a supporto della loro ultima fatica `Immortalized` del 2015 uscito a distanza di ben cinque anni dal precedente `Asylum`. E questa nuova fase della band, se così ci è concesso di parlare, viene immortalata nel loro primo album dal vivo intitolato `Live at Red Rocks` registrato lo scorso giugno proprio nel suggestivo contorno del Red Rocks Amphitheater in Colorado. Quello che salta subito all’orecchio è il grande stato di grazia nel quale sembra che i Disturbed si trovino in questa fase della carriera, avevo visto alcuni live shows in rete ma la coesione e la padronanza dei propri strumenti, voce compresa del buon Draiman non mi sembravano all’altezza di una superba discografia. I suoni sono puliti, potenti, energici, anche quando Dan Donegan si prodiga nei suoi interessanti e mai scontati soli la base ritmica formata da Mike Wengren alla batteria e John Moyer al basso lo accompagnano riempiendo ogni `spazio` possibile lasciato vacante dalla mancanza di una seconda chitarra. La scaletta è un giusto tributo alla loro discografia accontentando sia nuovi che vecchi fans andando a ripescare fin dal loro primo full lenght album `The Sickness` con ben quattro brani (`Down With The Sickness`, `Voices`, `The Game` e `Stupify`). Draiman è un autentico trascinatore

Ogni Giorno nuove recensioni sul nostro 82 METALHAMMER.IT


che accompagna il proprio pubblico in questo viaggio anche se qualche `scream` appesantisce una prestazione vocale che nel complesso è di tutto rispetto. I fan dei Disturbed troveranno pane per i loro denti facendo gioire i propri padiglioni auricolari in ognuno dei sedici brani qui presenti, un bel biglietto da visita in vista del prossimo tour europeo di febbraio 2017. Andrea Schwarz

Secret Sphere One Night In Tokio (Frontiers)

85

Primo album live per i Secret Sphere registrato in Giappone durante l’ultimo tour di supporto all’album ‘A Time Never Come’. Tolto l’intro strumentale, l’album inizia con sei brani rubati a ‘Portrait’, menzione particolare per ‘Healing’ un pezzo dal chorus fantastico, ‘Lie To Me’ il primo singolo-video estratto a suo tempo e per ‘Union’ dove Marco Pastorino (chitarra-cori) aiuta e si alterna a Luppi. Il concerto continua e la band va a pescare qualche brano dal passato come ‘Legend’ o ‘Under The Flag Of Mary Read’ estratte da ‘A Time Never Come’ quindi già sentite reinterpretate da Luppi. ‘Eternity’ era già splendida incisa in studio, viene qui rieseguita in maniera superba. Il momento più intenso e profondo di tutto il concerto/cd. Pelle d’oca. Si prosegue come se

nulla fosse passando per ‘Leonardo Da Vinci’ (dove Luppi vola altissimo) fino ad arrivare a due grandi classici della band. Stiamo parlando di ‘Lady Of Silence’ nella quale Michele ci regala un acuto fuori dall’umano e ‘Dance With The Devil’ introdotta da Gabriele Ciaccia alle tastiere, che hanno fatto esplodere il pubblico presente. La band è rodata alla perfezione visto che ormai da quasi cinque anni suonano tutti insieme. L’album è praticamente perfetto, un concerto intenso con tutte le canzoni migliori della band eseguite in un’unica sera e finalmente racchiuse tutte nello stesso dischetto da sparare a volumi assurdi. Ma se questo non vi basta c’è un’altra sorpresa. ‘Lie To Me’ che viene reincisa con la partecipazione di Anette Olzon (Nightwish). Anette si divide qualche strofa delle parti cantante senza però avere l’incisività del padrone di casa. Nulla da togliere alle qualità della Olzon, tutt’altro, la sua voce è molto bella, ma in questo brano manca un po’ di espressività o di interpretazione, mentre nel coro la trovo particolarmente apprezzabile e gli regala qualcosina in più. Un album da avere assolutamente! Andrea Lami

Thy Shade The Last Goodbye (Massacre 40 /Audiglobe) Questo si chiama accani-

mento, non terapeutico fortunatamente ma sempre di accanimento si tratta. Alle orecchie del povero ascoltatore. Ebbene sì, mai titolo fu così profetico: l’ultimo saluto….sì, per chi avrà l’ardore di avvicinarsi ad un album (se così dovessimo forzatamente chiamarlo) di siffatto genere. Non è possibile che con tutte le moderne tecnologie, accorgimenti tecnici e diavolerie da studio varie trovarsi di fronte ad un cd dove i suoni sono sì old fashion ma assolutamente fuori tonalità (oltre che imbarazzanti nell’esecuzione dei brani in sè). Le soluzioni sonore sono assolutamente scontate con quel retrogusto di “trito e ritrito” che rende l’ascolto molto faticoso, stile che ricorda coloro che invece hanno contribuito a sviluppare il cosiddetto prog metal di stampo barocco: i Symphony X. O in alcuni casi quel metal dal retrogusto barocco che ha fatto la fortuna di Yngwie J. Malmsteen. Detto ciò possiamo e dobbiamo segnalare un cantato (femminile) banale e senza quel guizzo melodico che è la scintilla che fa scattare il classico amore al primo ascolto. In un quadro di questo tipo parlare dei singoli brani è alquanto superfluo, in un periodo di crisi economica che sembra non finire mai risparmiare i propri soldi in altri dischi è il consiglio migliore che possiamo darvi. Andrea Schwarz

Leprous Live At Rockfeller (INSIDE OUT/SONY)

78

I Leprous sono una delle giovani promesse del progressive metal, quello che strizza l’occhio al nichilismo dei King Crimson piuttosto che a quello più immediato e ruffiano dei Dream Theater. Il loro percorso artistico, nonostante alcuni cambi di line up, è stato un crescendo continuo che è sfociato nell’ultimo interessantissimo ‘The Congregation’. Ed oggi a distanza di più di un anno dalla sua pubblicazione ecco arrivare la classica ciliegina sulla torta, il ‘Live At Rockefeller Music Hall’ registrato lo scorso giugno a Oslo. Il loro minimalismo viene messo in risalto gustandosi la versione dvd nell’essenziale scenografia fatta solo di un backdrop con il loro nome e quattro mini schermi dai quali sfociano video ed immagini a corollario delle singole prestazioni musicali, certo non un fattore originale di per sé ma giusto compendio alla musica suonata sul palco. Ed eccoci quindi alla musica, una scaletta che pesca a piene mani dalla più recente produzione che consiste negli album ‘Coal’ e ‘The Congregation’. Ascoltando il doppio cd e guardando la versione in dvd si potrà notare la precisione, l’intensità e l’entusiasta nonché la selvaggia energia che la band norvegese è in grado di sprigionare sopra un palco, ad oggi tra i migliori live act non solo in ambito progressive metal. La loro miscela sonora non è fatta da semplicistiche intricate trame strumentali che a volte lasciano con l’amaro in bocca anche chi gli strumenti li sa anche suonare ma è una proposta sonora che quasi obbliga l’ascoltatore a prestare la dovuta attenzione a quanto viene suonato ed all’atmosfera/emozione che da esso scaturisce. La prestazione rimane specchio fedele di quanto la band norvegese sia in grado di riprodurre on stage, eccitante quanto interessante è l’inserimento in alcuni brani (vedi ‘Slave’) di un secondo batterista che suona contemporaneamente le partiture di batteria insieme al batterista principale (Baard Kolstad), esperimento che dona maggiore intensità e rotondità al sound generale. Un package di tutto rispetto sia per la versione dvd che cd, una vera e propria chicca per tutti i loro fans e per chi vorrà avvicinarsi per la prima volta alla loro proposta sonora. Musicalmente ineccepibili, questa performance non potrà far altro che accrescere i propri estimatori. Andrea Schwarz

sito www.metalhammer.it METALHAMMER.IT 83


Dark Lunacy The Rain AFter The Snow (FUEL REC./SELF)

80

From The Vastland Chamrosh (Immortal Frost Productions)

82

È singolare, molto singolare, il percorso artistico dei Dark Lunacy: balzati agli onori della cronaca nel 2000 con lo strepitoso ‘Devoid’, lavoro che non sono ne aveva indicato le coordinate stilistiche con quell’affascinante mix di death metal e musica sinfonica, racchiuso forse in modo sin troppo riduttivo sotto l’etichetta di ‘Dramatic Death Metal’ e capaci di raccogliere sin da subito consensi non solo in Europa ma anche al di là dell’Oceano, i “nostri” si avvicinano via via a tematiche care al cantante Mike Lunacy, da sempre affascinato dalla cultura e alla storia russa, sfornando, dopo lo splendido ‘Forget Me Knot’, una serie di ottimi lavori fortemente contaminati, non solo a livello tematico, da quella affascinante cultura.Con l’abbandono del chitarrista Enomys, co-fondatore del gruppo nonchè anima della band insieme a Mike Lunacy, la sensazione di trovarsi alle prese con qualcosa di più vicino ad un progetto solista piuttosto che ad una band vera e propria (complice i ripetuti cambi di line up) era forte. Poi, d’incanto, un colpo di spugna, deciso, prepotente, a quanto fatto sino ad ora, ed un ritorno quasi inaspettato al passato complice un nuovo, forte sodalizio tra Mike e il bassista Jacopo Rossi e una formazione finalmente con una parvenza di solidità. Il risultato è ‘The Rain After The Snow’, un disco che vede i Dark Lunacy volgere sapientemente lo sguardo verso ‘Devoid’ senza però mai perdere di vista il calendario, con il risultato che i nuovi pezzi se da un lato vanno a toccare quelle corde che avevano reso grande il debut album, dall’altro non perdono quel gusto e quella freschezza tipica dei giorni nostri. Un disco nel quale tutti i tasselli si incastrano alla perfezione, nel quale nulla è lasciato al caso; nel quale death metal e musica sinfonica si bilanciano perfettamente senza che nessuno dei due aspetti prenda il sopravvento e, cosa più importante, senza che appaia mai fuori posto. Un ritorno in pompa magna per un gruppo che ha forse ritrovato il suo nuovo equilibrio e si riappresta a scrivere una pagina importante del metal made in Italy. Fabio Magliano

I From The Vastland non sono di certo un gruppo nato ieri, hanno dietro di loro ben sei anni di storia e release abbastanza conosciute nel panorama black metal undeground come ‘’Kamarikan’, uscito nel 2013 e giunto a noi tramite Indie Recordings. Per chi non conoscesse la band è bene specificare sin da subito che non si tratta di un gruppo vero e proprio, ma di un progetto nato dalla mente del polistrumentista Sina, uno di quei temerari che hanno iniziato a suonare metal in Paesi che difficilmente accettano il nostro genere come forma d’espressione, ovvero l’Iran. A oggi il mastermind si è trasferito in Norvegia (a Trondheim per la precisione), per continuare a esprimere in maniera libera la propria arte, nella nazione dove il Black ha affondato le radici più solide. Da questo nasce ‘Chamrosh’, album rilasciato per la belga Immortal Frost Productions, il quale vede la partecipazione di Andre “Tjalve” Kevebek al basso e Kevin “Spektre” Kvale alla batteria, membri che supportano l’eccellente vena creativa di Sina, in veste di chitarrista e cantante. Il genere proposto dai From The Vastland è un black ruvido che si ispira ai

mostri sacri del genere, riuscendoci molto bene anche grazie all’ottimo screaming del vocalist, alternato a momenti di stacco che ci fanno calare nell’atmosfera ispirata alla mitologia antico-persiana che permea l’intero ‘Chamrosh’. Fra i pezzi da evidenziare vi sono la title-track, ‘The Malkusan Witch’ e ‘I & My Serpents’, tre tracce che da sole valgono l’acquisto di un album di alto livello. Stefano Giorgianni

Devilment II – The Mephisto Waltzes (Nuclear Blast/ Warner) 85 Quando un musicista promuove il suo lavoro tende solitamente a magnificarne i contenuti ben oltre i limiti dell’accettabile. Dani Filth ha descritto il secondo capitolo del progetto Devilment, “II – The Mephisto Waltzes”, come un album più ambizioso e coraggioso del suo predecessore, un’opera estremamente eclettica che puntava alla grandezza, più esaltata sotto ogni punto di vista, dalla composizione alla produzione. È raro, se non impossibile, che un autore descriva il suo prodotto per quello che è, anche e soprattutto nella mediocrità, come ancor più di rado le parole positive che spende risultano aderenti allo stato reale delle cose; in questo caso il signor Filth non ha parlato a vanvera, perché “II –

The Mephisto Waltzes” è esattamente come lo ha descritto: un album variegato, dai contenuti studiati con precisione infinitesimale. Ogni traccia è dedicata a una figura di culto dell’immaginario dell’orrore: dal non-morto di “Judas Stein”, alla vittima di “Hitchcock Blonde”, allo stalker di “Shine On Sophie Moone”, alla seducente vampira di “Dea Della Morte”; è bene soffermarsi per un momento su questa figura: la protagonista della canzone non è altri che la donna presente nella copertina dell’album, impegnata in quella che Dani Filth spiega essere una tarantella, fasciata in un voluttuoso abito di velluto nero, mentre dalle pareti spuntano fuori parti di mobilio; un’immagine al contempo sensuale e inquietante. A questa creatura misteriosa è stata dedicata una delle tracce più peculiari di “II – The Mephisto Waltzes”: un’innocente melodia da carillon esplode improvvisamente in un oceano di terrore, tra riff imponenti e una batteria che sembra pestare direttamente i polmoni dell’ascoltatore, per poi confluire in un ritornello ballabile e disturbante. L’atmosfera generale di “II – The Mephisto Waltzes” è impostata per seminare paranoia e inquietudine, con la complicità di sintetizzatori che gridano alle pellicole horror di fine anni Settanta/ inizio anni Ottanta, di tributi melodici non troppo celati (impossibile non accorgersi di quei cinque secondi di Bernard Herrmann, perciò non verrà menzionata la canzone che li contiene), e la voce cristallina e dolcissima

Ogni Giorno nuove recensioni sul nostro 84 METALHAMMER.IT


della tastierista Lauren Francis, quel flebile raggio di innocenza in un album che sprofonda nell’oscurità un brano dopo l’altro. “II – The Mephisto Waltzes” è la prova del grande potenziale dei Devilment, un disco che turba e cattura sempre di più ad ogni ascolto, grandioso nelle sue numerose piccole finezze. Alessandra Mazzarella

Lamb Of God The Duke (Nuclear Blast/ Warner)

68

A volte quando si pensa al successo si pensa sempre al solo lato positivo: soldi, fama. Ma difficilmente si pensa alle responsabilità che suonare o cantare in una cosiddetta band di successo possano comportare, all’influenza che le proprie azioni possano avere sul proprio ‘adorante’ pubblico. Nel caso di ‘The Duke’ i ruoli si sono invertiti, è un caso in cui il singer Randy Blythe si è fatto trasportare dagli eventi, da un fan che ha combattuto per anni contro la leucemia e che ha colpito a tal punto il buon Randy (e il gruppo stesso) da scrivere e dedicare un brano a questo sfortunato ascoltatore diventato anche loro amico. Certo, questa storia da ‘libro Cuore’ potrebbe intristire i più o infastidire ma è un dato di fatto che i Lamb Of God abbiano deciso di omaggiare un loro amico con l’intento, al tempo stesso, di sensibilizzare

il più possibile il proprio pubblico e l’opinione pubblica in merito ad un tema scottante qual’è la leucemia. Proprio il caso di dire, utilizzando nel migliore dei modi la propria (presunta) influenza sul proprio pubblico. E ‘The Duke’ è un brano che non ha trovato spazio nell’ultimo full-length intitolato ‘VII: Sturm Und Drang’ dello scorso anno ma che in questa versione trova la sua migliore dimensione, una canzone malinconica ed energica al tempo stesso dove la voce pulita di Blythe stupisce per l’intensità dell’interpretazione. Il suo classico graffiante stile vocale fatto di un personale growl è qualcosa di unico ed inimitabile che ha marchiato a fuoco il loro sound ma in questa versione la scelta di un cantato pulito fa apprezzare ancora di più le sue doti canore. A contorno di questo ep il cui ricavato andrà alla ricerca contro la leucemia, troviamo 85 la thrashy ed heavy ‘Culling’ risalente ai tempi di ‘Wrath’ che la band ha ultimato appositamente per l’occasione e quasi come fossero delle bonus tracks ‘512’ / ‘Still Echoes’ / ‘Engage The Fear Machine’ in versione live tratte da ‘VII:Sturm Und Drang’. Insomma, ‘The Duke’ è un interessante e utile contributo sonoro che può interessare sia i fan della band statunitense sia chi invece fino ad oggi non li ha minimamente considerati, contribuendo a modo loro alla lotta contro la leucemia. Solo questo sarebbe motivo di interesse, musicalmente si muove sulla falsariga di quanto già sentito nell’ultima fatica discografica ma risulta essere

comunque fresco ed accattivante. Un buon motivo per non ignorare ‘The Duke’. Andrea Schwarz

Bad Bones Demolition Derby (SLIPTRICK REC.)

69

Budderside Budderside (Motorhead/ Warner)

55

Esordio discografico per gli americani Budderside, provenienti da Los Angeles, prodotti dalla Motorhead Music e la cosa di per sé fa già un po’ effetto. Per logica viene spontaneo aspettarsi qualcosa che vada vicino al genere che Lemmy ci ha proposto per anni. Niente di più sbagliato. I Budderside fanno musica completamente diversa. Si parte con ‘Genocide’ che ricade dentro a calderone dei nu-metal, un mix tra System Of A Down e Limb Bizkit. Si prosegue con ‘Ska Bra’ cambiando drasticamente genere cadendo nello ska, come citato dal titolo del brano. ‘Pain’ si arricchisce di un po’ di elettronica in modo da spiazzare ancora di più l’ascoltatore. Tre brani tre generi. Avanti così. ‘Clear Blue Sky’ è una ballad molto carina, avvicinabile come stile ai Nickelback, ma con l’aggiunta dei violini. Siamo a metà disco e non abbiamo ancora capito la direzione che questo vuole prendere. Il dubbio che la band voglia lasciarci così, interdetti, prende sempre più piede con le canzoni successive tanto che alla fine dell’ascolto non siamo riusciti a

Essenziali. Genuini. Profondi. Questi sono i Bad Bones di oggi. Forse meno radicali e ruvidi che non in passato, i quattro di Cuneo appaiono disinvolti e “leggeri”, e non più “prigionieri” di un ruolo che, alla lunga, non gli apparteneva più e che rischiava di stritolarli. L’American Dream è bello accattivante, stuzzica gli animi e accende le fantasie, ma fino a un certo punto. Con grande intuito e una presa di posizione figlia del loro innato coraggio, i Nostri han rivoluzionato piani e prospettive, rimpolpato l’intensità melodica e raffinato il songwriting, per un disco di fondamentale importanza qual è il nuovissimo ‘Demolition Derby’. Un quarto album che, per la sua bellezza spigliata e un appeal più ponderato e maturo, può filare a braccetto con il dirompente ‘Smalltown Brawlers’, l’incredibile debut-album del 2008 grazie al quale la band irruppe su una scena italiana che rimase quasi incredula, di fronte a un disco che non si può non amare se il cuore batte forte per il rock’n’roll più puro e diretto e con zero seghe mentali. Persino alla Sliptrick Records, label lettone tra le più intraprendenti nello sponsorizzare le nuove realtà hard’n’heavy, se ne sono accorti subito, di aver per le mani una band tosta, da non sottovalutare per nessuna ragione. La posta sul banco è determinante, ai Bad Bones, di abdicare, non passa neppure per l’anticamera del cervello, questa è gente abituata a rilanciare, a mettersi sempre e comunque in discussione, pur di non lasciarsi bruciare dai rimpianti. Nasce in questo modo ‘Demolition Derby’, album intriso di feeling e passione strabordanti, con canzoni ad hoc per conquistare vita natural durante – canzoni smaltate a puntino dal sapiente lavoro di Simone Mularoni dei Domination Studios, e dalla collaborazione con Roberto Tiranti, frontman dei Labyrinth e produttore delle parti vocali presso il Gianlupo’s Lair Studio. Questo, è uno dei dischi dell’anno, di preziosissima caratura internazionale, e in più rinvigorito dall’eccellente artwork di copertina firmato da Enzo Rizzi (papà di Heavy Bone e disegnatore di grande qualità), tanto per ribadirne portata ed ambizioni. I ‘Bones non li scopriamo certo oggi, ma stavolta le cose le han fatte tutte in grande… Alex Ventriglia

sito www.metalhammer.it METALHAMMER.IT 85


Sixx A.M. Prayers For The Blessed Vol.2 (ELEVEN SEVEN MUSIC)

84

I Sixx A.M non sbagliano un colpo, ed è questo che fa pensare. Passi il blasone dei musicisti coinvolti, la loro esperienza, la loro sensibilità artistica... ma cosa strabilia è la loro capacità di cambiare pelle, fare, disfare, giocare con il loro sound senza variare di una virgola il risultato finale. ‘The Heroin Diaries’ rimane un capolavoro assoluto, per intensità, forza delle tematiche trattate e soluzioni sonore, ma anche i dischi successivi, per ultimo questo ‘Prayers For The Blessed’ si esprimono su standard altissimi. Fratello siamese dell’eccellente ‘Prayers For The Damned Vol.1’ uscito qualche mese prima, ricalca quanto sentito nel disco precedente, quindi un hard rock moderno giocato su melodie pazzesche in grado di stamparsi in testa sin dal primo ascolto, tratteggiate dalla versatile voce di James Michael, un cantante che (in studio) può realmente fare tutto quello che vuole. Eccolo quindi iniziare a martellare con la meravigliosa opener ‘Barbarians (Prayers For The Blessed)’, pezzo tirato costruito su un’ispiratissimo Dj Ashba ma soprattutto sull’ennesimo chorus clamoroso. Una ricetta che si ripete con ‘We Will Not Go Quietly’, pezzo che richiama certe sonorità tipiche dell’alternative metal di Papa Roach e P.O.D ma che, in questo contesto non appare affatto fuori luogo, così come è perfettamente a suo agio la rocciosa ‘Wolf At Your Door’, uno dei pezzi più pesanti dell’intero disco grazie al muro di suono eretto dalla coppia Sixx/Ashba, un crescendo adrenalinico che viene spezzato dalla prima ballad ‘Maybe It’s Time’, ennesimo gioiello che conferma la maestria, con gli strumenti ma soprattutto con la penna, di questo straordinario trio. Tempo di rifiatare e la corsa ricomincia con la schizoide ‘The Devil’s Coming’, un altro hard rock robusto destinato ad aprirsi in un refrain arioso e di facile presa che si incastona alla perfezione su un tappeto sonoro che poco spazio concede alla morbidezza. La chiusura è affidata a ‘Helicopters’, una ballata elettrica che qui rompe gli schemi innalzando ancora una volta tutta la versatilità vocale di James Michael. E noi ci ritroviamo a schiacciare nuovamente il tasto play, per ricominciare l’ascolto, e con in testa il pensiero: a quando il prossimo disco? Con la certezza che sarà ancora una volta un capolavoro. Fabio Magliano

catalogarli. Ma a cosa servono le categorie? Solo per far capire a voi che leggete cosa c’è dentro questo album. Quindi passiamo oltre e concludiamo dicendovi che l’esordio di questi Angelenos è carino ma le tante direzioni prese lasciano troppe porte e troppi quesiti senza risposta, il primo è: che musica faranno nel prossimo album? Sceglieranno un genere e lo cavalcheranno o continueranno a stare nel mezzo? Se staranno nel mezzo hanno vinto loro, personalità e ecletticismo, se prenderanno una direzione confermeranno l’idea che mi hanno trasmesso di non completa maturazione. Andrea Lami

As Lions Aftermath (Better Noise/ Warner)

69

Il voto che vedete in alto non tragga in inganno, sarebbe troppo facile e banale bollare questo ep di debutto dei londinesi As Lions semplicemente come il gruppo del figlio di Bruce Dickinson, Austin. E le cose facili, ma soprattutto banali qui a Metal Hammer non ci piacciono proprio. Ed allora, questo disco lo abbiamo ascoltato a fondo senza lasciarci abbagliare da tali credenziali fuorvianti. E sì, perché se ci si avvicina con orecchio attento e senza preconcetti di sorta ci si trova di fronte ad un quintetto dalle grandi capacità dedite

ad un moderno rock dalle forti tinte melodiche con quella spruzzatina di elettronica che non guasta in questa miscela sonora che richiama alla mente ensemble come Bring Me The Horizon e Of Mice And Men. Magistralmente prodotto dal duo David Bendeth (Of Mice And Men, Paramore, Bring Me The Horizon) e Kane Churko (Disturbed, In This Moment, Five Finger Death Punch), l’ep consiste di soli quattro brani che stuzzicano la curiosità e l’appetito in attesa che venga edito il full lenght album. Come detto poc’anzi, gli spunti di interesse sono tanti a partire dalla elettrica title track dove il flavour a là Linkin Park dell’inizio sparisce brevemente a favore di un cantato in cui la componente melodica è stata curata in maniera particolare, un coro che ci si troverà a canticchiare dopo pochissimi ascolti. ‘White Flag’ è un brano incentrato sul drumbeat di un convincente Dave Fee mentre ‘Deathless’ è ruvida ma senza annoiare troppo chi casualmente si avvicina al disco, forse il brano che maggiormente richiama alla memoria la band di Oli Sykes & Co. ‘World on Fire’ è epica nel suo intro di piano che cresce fino a sfociare in un gustoso assolo di chitarra. ‘Aftermath’ ha tutte le carte in regola per essere un graditissimo biglietto da visita di una band assolutamente talentuosa a prescindere dall’illustre familiarità del singer Austin Dickinson, pregustando quello che sarà un atteso ritorno con (finalmente) il loro definitivo debutto a forma di ‘full-length’. Andrea Schwarz

Hammerfall Built To Last

(Napalm/ Audioglobe)

74

Decimo punto nella discografia degli Hammerfall, una realtà confortevole e sicura in un settore in costante mutamento, un solido punto di riferimento quando si ha bisogno di dare una pompatina al proprio ego e rinfrancare il proprio spirito dalle continue mortificazioni proposte dai vertici più estremi del metal. ‘Built To Last’ è prevedibile nel modo migliore possibile; è un album degli Hammerfall in tutto e per tutto: somiglia ai suoi predecessori, seguendo un pattern strutturale e tematico ormai collaudato e rodato al limite delle possibilità. Non sperimenta, non esce dal seminato, batte strade già battute con grazia e dignità, senza scadere in quella ripetitività deprimente che è stata la sfortuna di molte altre band che marciano sotto la stessa bandiera. Una bella opener veloce e aggressiva come è ‘Bring It!’ aiuta a far schizzare l’adrenalina nel cervello dell’ascoltatore, seguita dall’antemica canzone sul martello, ormai un must nella produzione di questo quartetto svedese, che mantiene alto il morale; il coro ad alto contenuto di Manowar, guarnito dall’adorabile falsetto di Joacim Cans di ‘The Sacred Vow’ è il genere di cose che serba in vita i defender di tutto il

Ogni Giorno nuove recensioni sul nostro 86 METALHAMMER.IT


mondo. ‘Built To Last’ è un lavoro onesto, che non pretende di essere ciò che non è, pertanto non bisogna approcciarvisi pretendendo di trovare sperimentazioni di qualunque sorta, deviazioni su nuovi generi o argomenti diversi da quelli che gli Hammerfall ci hanno proposto negli ultimi vent’anni. È un album di ottima fattura e di buona qualità, intrattiene e soddisfa per diversi ascolti, rimanendo sempre fresco e godibile; un prodotto all’altezza dei suoi autori e di tutti coloro che li hanno stimati e seguiti finora. Alessandra Mazzarella

Gaerea Gaerea (Everlasting Spew)

80

Formidabili questi oscuri Gaerea, una band con una ottima produzione ed un songwriting di alto spessore. Il loro album, intitolato proprio ‘Gaerea’ è composto da cinque tracce una più coinvolgente dell’altra, atmosferiche, intense, oscure e decisamente insane. La loro matrice è un concentrato di death black, in ‘Void Of Numbless’ ritrovo qualcosa in stile Carpathian Forest, Behemoth e Mgla, le ritmiche sono state create con grande mentalità, la loro musica ti entra immediatamente in testa per un totale di ventisette minuti. Per nulla scontati, ho iniziato sin da subito

ad adorare il loro sound sin dalla prima nota. I Gaerea sono capaci di abbracciare diverse sonorità, alternano parti cadenzate e struggenti ad incalzanti riprese fatte di ritmiche veloci, precise e dirette. Prodotti dalla italiana Everlasting Spew Records questo prodotto mi ha davvero lasciato a bocca aperta, erano anni che non ascoltavo un produzione di tale livello. Ottime le voci! ‘Pray To Your False God’ per me è il fiore all’occhiello di questa produzione, riassume in toto quello che i Gaerea vogliono trasmettere. Furiosi ma nello stesso tempo cadenzati, mistici e misteriosi, i Gaerea sono una band che farà parlare ancora tanto di se. Grafica e booklet in perfetto stile total black, semplice e ben fatto. Attendiamo con ansia il loro prossimo lavoro. Alex ‘Necrotorture’ Manco

Tyketto Reach (Frontiers)

80

Siamo alla fine degli anni 80, MTV trasmette in heavy rotation un sacco di band di hair metal. Tra queste band compaiono loro, i Tyketto, con ‘Forever Young’ un brano talmente bello da catturare subito l’attenzione dello spettatore. Primo indizio. La conferma arriva dai due singoli successivi ‘Wings’ e ‘Standing Alone’, brani

tutti contenuti nel loro esordio discografico, che rappresenta ancora oggi il loro picco qualitativo. Senza perdermi nella loro biografia, Vaughn abbandona progetto per problemi familiari, arriva il grunge, il microfono viene raccolto da Steve Augeri e la direzione musicale cambia. La band si scioglie e Vaughn continua a far musica da solo, collaborando con gli ex membri fino al 2012 quando finalmente la band si riforma e da alle stampe ‘Dig In Deep’ Oggi i Tyketto ritornano con un album decisamente migliore del precedente. Molto probabilmente hanno avuto bisogno di togliersi un po’ di ruggine e l’operazione reunion-ritorno in grande stile si è attuata. I dodici brani che compongono questo album sono di grande impatto e riportano l’ascoltatore indietro nel tempo godendo di quella melodia quel tiro e quelle qualità che tanto avevamo apprezzato sull’esordio ‘Don’t Come Easy’. Se ‘Reach’ ci prende per mano, ‘Big Money’ e ‘Kick Like a Mule’ ci fanno ballare con il loro ritmo incalzante. La dolcezza di ‘Circle The Wagons’ è impressionante. ‘Scream’ va ascoltata con attenzione per apprezzarle le sfaccettature. Nota di merito per i suoni, se si chiudono gli occhi, sembra di essere tornati davvero alla fine degli anni ottanta e quindi fatemi riprendere in mano l’album d’esordio per riascoltarlo ancora una volta. Andrea Lami

PRimordial Gods To The Godless (METAL BLADE)

81

Dopo più di vent’anni di carriera, anche i Primordial raggiungono il traguardo del primo album live con una pubblicazione importante nel peso e nel valore: ‘Gods To The Godless’, disco registrato in Germania in occasione dell’edizione 2015 del Bang Your Head. La registrazione del concerto non è stata alterata in alcun modo, garantendo la massima autenticità possibile. Prestando la minima attenzione è possibile percepire errori esecutivi, sbilanciamenti di suono e difetti di vario genere, ma sono proprio queste imperfezioni a conferire all’album il magico realismo su cui fa leva tutta la sua carica emotiva. ‘Gods To The Godless’ non è un prodotto confezionato in ambiente sterile, tutt’altro: è una frazione di tempo immortalata con la massima e più perfetta fedeltà, capace di catapultare l’ascoltatore a quella notte a cavallo tra il 17 e il 18 luglio, in mezzo a quella folla ruggente incitata un brano dopo l’altro dall’istrionico Alan “Naihmass Nemtheanga” Averill. Gli ascoltatori di lungo corso non potranno fare a meno di sentire i brividi salire lungo la schiena grazie alla magnifica e accuratissima selezione di alcuni dei pezzi migliori dell’intera discografia dei Primordial; chi si avvicina per la prima volta alla band non potrà non rimanere affascinato da tanta inarrestabile potenza, sentendosi trascinato dalle grida del pubblico in preda ad un furente delirio e sopraffatto dall’imponenza del sound della band. ‘Gods To The Godless’ è sporco, grezzo e cattivo ma allo stesso tempo capace di colpire dritto al cuore grazie all’incommensurabile bellezza della sua onestà; è un messaggio d’amore per tutti coloro che hanno supportato i Primordial in questo percorso durato un quarto di secolo (con la speranza che la band continui la sua attività ancora per molto, molto tempo) e allo stesso tempo un grido di protesta contro l’epoca delle immagini e dei video, colpevole dell’imperdonabile crimine di aver ucciso la magia degli album dal vivo. Alessandra Mazzarella

sito www.metalhammer.it METALHAMMER.IT 87