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Blues Pills | LORDI | Epica 07/2016

o i z a p s o l l a d i l a Segn

Stregati

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Hammer Highlights

PAIN 28

NATO PER DARE FASTIDIO Settimo numero per Metal Hammer di questo reboante 2016, tanto fragoroso quanto l’eclettico artista cui abbiamo scelto di dedicare la copertina di questo mese: Peter Tägtgren. Il geniale musicista e produttore svedese torna sul mercato con ‘Coming Home’ e lo fa alla grande. Nell’intervista regina di questo nostro Seventh Son vi sveliamo un bel po’ di sviziose curiosità.

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BLUES PILLS

TRICK OR TREAT

BRINGING METAL TO THE HORSES

Poco più di due anni, tanto è bastato a questo fenomenale quartetto originario di Örebro per diventare una delle band da battere, nonché priorità assoluta della Nuclear Blast. Vintage rock di grande classe, schiamazzi soul e vibrazioni psichedeliche come non se ne sentivano dalla San Francisco degli anni d’oro. Tutto questo, ma non solo, dentro il loro scintillante secondo album, il nuovissimo ‘Lady In Gold’.

I modenesi sono arrivati alla fine del loro concept album sul capolavoro letterario di Richard Adams ‘La Collina Dei Conigli’, e l’hanno fatto in maniera egregia, con una seconda parte che completa la prima e chiude il cerchio arrivando alla perfezione. Abbiamo parlato con la band per tirare le somme di questo straordinario percorso musicale che l’ha portata nell’olimpo del power metal.

Debutta su Metal Hammer Francesco Ceccamea, che tutti voi conoscerete per le sue invettive e analisi istintive di Sdangher, con l’editoriale della rubrica ‘Bringing Metal To The Horses’. Un viaggio nel metallo che non c’è più, o che forse c’è, ma in forma diversa, contaminata. Urterà la vostra sensibilità? Magari è proprio ciò che il nostro Padrecavallo intende fare.

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Hammer Editoriale

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The House Of The hammer C’era un progetto alla base di tutto. Un progetto che mi ronzava per la testa da anni, ancora prima del ritorno in edicola due anni or sono, con esiti nefasti che tutti (ahimè) conosciamo. Era un progetto che prevedeva una rivista online, da sfogliare stando comodamente seduti davanti al monitor del PC o smanettando sullo smartphone la mattina andando al lavoro o di frodo, sotto il banco, rubando minuti alla lezione di matematica. Una rivista digitale che contrastasse il caro carta ma, soprattutto, un mercato dell’editoria sempre più anemico offrendo un’alternativa originale e, perché no? Insolita. Da “appoggiare”, ad un sito internet che ci consentisse di coniugare il piacere dello “sfoglio” e dell’esclusività tipica della rivista, con l’immediatezza e la puntualità “del pezzo” peculiarità della rete. La rivista digitale, da sette numeri, è una realtà sempre più solida che, come già detto nel precedente editoriale, sta crescendo numero

dopo numero, mentre il sito internet… Inizialmente abbiamo cercato di ovviare alla mancanza stringendo partnership che ci hanno portato a collaborare prima con metal.it, quindi con lo straordinario staff di rockandmetalinmyblood.com, trovando sempre, va detto, collaboratori preparatissimi e super professionali che ci hanno offerto un supporto puntuale e preziosissimo. Però casa nostra era ancora qualcos’altro. Con il passare del tempo ci siamo resi conto che la culla di Metal Hammer non sarebbe dovuto essere un sito esterno seppur professionale e decisamente ospitale, ma qualcosa di nostro, al 100%. Oggi, con la pubblicazione di questo numero, viene varato ufficialmente anche METALHAMMER.IT, la casa di Metal Hammer nella rete. Qualcosa di totalmente

nostro, dove poter trovare agevolmente la nuova rivista ed i suoi arretrati (e grandi sorprese sono alle porte, restate sintonizzati…), ma anche l’approfondimento di quei contenuti che per ragioni di spazio non possono trovare posto sulla rivista, e un archivio frutto di anni di lavoro sul cartaceo, che poco per volta sta venendo riversato per la prima volta sul web, rendendo fruibili interviste a modo loro storiche a band difficilmente abbordabili per una semplice webzine. Una rivista digitale, quindi, appoggiata ad un sito internet tutto nostro...Metal Hammer al 100%. L’obiettivo originario sta piano piano prendendo forma, e la cosa non può che farmi piacere. Ma questa era solo la base di un progetto ben più articolato, multiforme, che potrebbe un giorno avere (se le congiunture saranno favorevoli) anche uno sbocco cartaceo tanto invocato dai nostri lettori più fedeli. Un passo alla volta, però, come abbiamo fatto sino ad oggi. Perchè questo è l’unico modo per ottenere risultati, una regola che, stiamo vedendo, funziona perfettamente. Fabio Magliano

TUTTI I GIORNI NUOVI CONTENUTI vai al sito www.rockandmetalinmyblood.com 4 METALHAMMER.IT

RECENSIONI LIVE REPORT articoli Discografie Complete


TALES FROM BEYOND Nosund 8

Hammer Core

Metal Rubriche

Opeth

Progspective

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Paky Orrasi è andata a scoprire cosa si cela dietro alla black metal band dell’anno Tornano gli irruenti americani con un disco ancor più profondo e violento

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Anneke 12

La leggiadra cantante olandese si confessa ai nostri microfoni dopo uno show acustico

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REDAZIONE

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Andrea Vignati andrea.vignati@metalhammer.it

Sonata Arctica

Paky Orrasi paky@metalhammer.it

Hammer Relics

Mondoscuro Un’alleanza terribilmente sublime fra Cadaveria e Necrodeath

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Orphaned Land in un progetto assai particolare, ‘Kna’an’

RockTattoo

Angela Volpe angela.volpe@metalhammer.it

burn After me La ‘Divina Commedia’ Metal? Ci hanno pensato i giovani Burn After Me

Bad Bones 18

Alla scoperta direttamente in studio del prossimo disco dei rocker piemontesi

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FOTOGRAFI Alice Ferrero alice.ferrero@metalhammer.it

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Lordi

Roberto Villani roberto.villani@metalhammer.it

Metal Cinema

Emanuela Giurano

Epica 20 Nuovo album concettuale

per gli olandesi. Ecco ‘The Holographic Principle’

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Uncovered For Revenge ta made in Italy che Metal Hammer vi fa conoscere

Recensioni

Any Given Day

HANNO COLLABORATO Andrea Lami, Barbara Volpi, Roberto Gallico, Dario Cattaneo, Max Novelli, Giuseppe Felice Cassatella, Vincenzo Nicolello, Francesco Ceccamea, Alex Manco, Trevor

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25 Con ‘Everlasting’ i tedeschi si confermano re del metalcore teutonico Randellate nei denti con la 26 nuova fatica discografica della band italica

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Speciale

PUBBLICITÀ adv@metalhammer.it WEBMASTER Gianluca Limbi info@gianlucalimbi.com

Live Report The Who

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GRAFICA Stefano Giorgianni PROGETTO GRAFICO Doc Art - Iano Nicolò

24 Nuova interessante propos-

National Suicide

Alessandra Mazzarella alessandra.mazzarella@metalhammer.it Andrea Schwarz andrea.schwarz@metalhammer.it

14 Gli israeliani si avventurano

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VICEDIRETTORE EDITORIALE Fabio Magliano fabio.magliano@metalhammer.it CAPOREDATTORE Stefano Giorgianni steve.giorgianni@metalhammer.it

Stay Brutal

King810 10

DIRETTORE EDITORIALE Alex Ventriglia alex.ventriglia@metalhammer.it

Abbiamo parlato con Giancarlo Erra del nuovo disco ‘Scintilla’

Myrkur 9

DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Taricco

IN COPERTINA Pain Photo Courtesy of Nuclear Blast

Full Metal Fest

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Se ‘Blues Pills’, l’omonimo atto d’esordio del four-piece nordeuropeo, rappresentava quasi una scommessa, in primis per la stessa Nuclear Blast chiamata all’appello con una band che, all’epoca, forse strideva un pò con i canonici suoni al fulmicotone patrocinati dalla scuderia di Donzdorf, bisogna oggi riconoscere la lungimiranza di chi, allora, seppe veder lungo. I Blues Pills, guidati dalla bravura e dalla avvenenza della vocalist Elin Larsson e permeati da uno stile musicale che paga dazio alle sonorità vintage anni ‘60/’70, in soli due anni e poco più sono diventati una delle assolute priorità della label metal per eccellenza. Ora, a maggior ragione, con la pubblicazione del nuovissimo, secondo full-length album ‘Lady In Gold’, chiamato a raccogliere il testimone del suo predecessore, l’illustre debut-album che due anni orsono fu in grado di rivoluzionare il mondo dei Blues Pills, e non solo. Un album a mio avviso sensazionale (tra i top album dello scorso Metal Hammer, maggiori dettagli li trovate lì dentro…), sul quale oggi si stanno concentrando tutti gli sforzi promozionali

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della band, ovviamente in attesa dell’imminentissimo tour europeo, in compagnia dei labelmates Kadavar, un’accoppiata strabiliante che arriverà in Italia per un’unica data, il 19 ottobre all’Alcatraz di Milano. Ai nostri microfoni è intervenuto André Kvarnström, uno cresciuto ad abbondanti dosi di Allman Brothers, Black Sabbath e Doors (Sacra Triade che la dice tutta, su dove andiamo a

morte, è il ‘Grim Reaper’ – esordisce così André, drummer della band svedese nuovamente alla ribalta con il suo nuovissimo album, intitolato appunto ‘Lady In Gold’ – Ma, invece della classica visione stereotipata che abbiamo della morte, Elin (Elin Larsson, vocalist) e Zack (Anderson, bassista), che scrive tutti i

testi, hanno deciso di creare questa ‘Lady In Gold’ parare…), come un nuovo modo di batterista tanto scatenato sul interpretare la morte”. I Blues palco quanto compassato e Pills sono oramai nettamente diretto nell’analizzare, identificabili nella figura di Elin lucidamente, l’universo Blues Larsson, più che una (magnifiPills. E, a fare gli onori di casa, ca) vocalist, il simbolo stesso non può che essere lo della band proveniente da strabiliante ‘Lady In Gold’…“La Örebro. “Elin è un’artista ‘Lady In Gold’ è una carattesorprendente, una performer rizzazione, un personaggio di livello assoluto che sta inventato, simboleggia la rappresentando i Blues Pills in maniera incredibile. Per essere

in grado di dare il cento per cento e creare un grande show dal vivo, lei è una che dà veramente tutta se stessa in ogni spettacolo. Noi tutti ci sosteniamo l’un l’altro sia sul palco che off-stage, e credo sia molto importante quando si gira parecchio in tournée”. Già, è proprio la dimensione live, l’aspetto che ha influito in maniera prorompente, determinante sulle fortune della band, che non si fa certo pregare quando c’è da arroventare il palcoscenico. Tanto da esser forse questo il principale segreto dei Blues Pills, certo un’abilità live fuori dal comune la loro. “Tutti noi amiamo suonare insieme, andare in tour e suonare davanti a un pubblico. E dal momento che sentiamo delle belle vibrazioni sul palco, viviamo un’atmosfera che ci rende felici, siamo in grado di dare il massimo di noi stessi, e credo che lo puoi sentire, durante i nostri concerti…”. Un duro confronto, quello tra la loro spiccata predisposizione per il live e il lavoro in studio, una formula, un modus operandi che, sia per l’omonimo debut-album che per il nuovissimo ‘Lady In Gold’, funziona alla grande. “E’ una domanda difficile, dire se

c i s u i M Let The g n i k l a T e Do Th di Alex Ventriglia


preferisco stare in studio o essere in giro a suonare, trovo che siano contesti diversi, ma stiamo ancora lavorando in entrambe le direzioni, è sempre e comunque la musica a fare la scelta più importante. Quando sei in tour, devi cercare di ottenere il ritmo giusto, che ti porta ogni sera a suonare degli show. In studio si tratta invece di creare musica, cercando idee nuove, e sviluppandole nel modo migliore possibile, anche qui, trovando il ritmo ad hoc. Quindi, credo di dover dire che mi piacciono entrambi gli aspetti”. Concordando, inoltre, che i tempi sono cambiati, e che, per poter stare a galla, in un periodo in cui i dischi si vendono con il contagocce, i gruppi affrontano il palco quasi fosse l’autentica “prova del nove” rimasta. “Sì, sono d’accordo, molto del proprio tempo bisogna spenderlo on the road, in anni difficili come questi. Ma, personalmente, io sono un tipo a cui piace viaggiare e vedere posti diversi, e combinare questo con la musica, penso sia una grande cosa”. Però, dopo un album così speciale come quello d’esordio, puoi dire se vi siete sentiti sotto pressione, una volta in studio per la realizza-

zione di ‘Lady In Gold’… “Siamo stati travolti dalla risposta avuta dal primo album, bisogna riconoscerlo, ma più che pressione vera e propria, c’era una maggior consapevolezza, una convinzione forte nel voler fare un grande secondo album, naturalmente. Ma credo che la cosa più importante sia l’essere felici con la propria musica, in primo luogo, essere orgogliosi di quello che si è fatto, e non permettere a nessun altro di cambiare le cose. Quindi, non abbiamo avuto un’idea ben specifica di come l’album poteva o meno suonare, lo abbiamo affrontato alla nostra maniera, nel nostro stile classico, e siamo davvero orgogliosi del risultato finale. Se poi ti dovessi dire che differenza trovo tra i due album, penso che ‘Lady In Gold’ abbia più di un’anima, sono molte le atmosfere contenute in esso, non spicca soltanto la sua componente psichedelica, ecco. Abbiamo lavorato con molti strumenti di-

versi, l’organo, il pianoforte, il wurlitzer, il clavinet; in più Elin ha messo su un coro, lavorando molto sui suoi arrangiamenti, e questo ha fatto sì che il tutto avesse un grande impatto sulle canzoni, portandole a un livello superiore”. André ci tiene appunto molto a sottolineare l’importanza del secondo full-length album marchiato Blues Pills, più variegato e forse ancor più Sixties-oriented rispetto al suo predecessore (senza tralasciare l’importante vena soul e un “humus” sonoro tipicamente di scuola Motown), tanto che l’assolata California fa spesso il suo ingresso, lasciando scorrere i brani dell’album, tra atmosfere lisergiche e un “mood” decisamente esaltante: “Sì, credo anch’io infatti che ci siano brani più gioviali e positivi. Magari con dei ritmi

oltre che essere il mio passo d’esordio con un full-length a tutti gli effetti, quindi puoi capire il mio livello di eccitazione (André, subentrato più nel 2014 al drummer originario accentuati e Cory Berry, si era già comunque diretti, ‘Lady In distinto grazie a ‘Blues Pills Gold’ nell’insieme suona decisamente più “groove”, ma Live’, spettacolare live album non è stato voluto, ci è venuto registrato al Freak Valley Festival e pubblicato dalla naturale, spontaneo. Queste Nuclear Blast l’anno scorso). sono le canzoni che, mano a Naturalmente, non solo mano, saltavano fuori dal nostro lavoro in studio, molto l’album, ma tutto quello che abbiam trascorso in questi due libere e spontanee. D’altronde, è pur vero che siamo tutti anni, si è rivelata un’esperienza incredibile! Dobbiamo solo interessati e ascoltiamo la musica di quel periodo, uscita essere grati per tutto quello che stiamo facendo e vivendo negli anni Sessanta e Settanta”. Un album che per il in questo momento…”. Chiudiamo con una nota di batterista ha avuto un sapore del tutto particolare, nettamen- colore, ma neppure poi tanto… Qual è il segreto di Örebro? Si te piacevole… “Per me beve per caso un’acqua personalmente è stato il speciale? Ha una funzione quasi punto culminante della mia vitale, per l’economia rock carriera artistica, lo sentivo svedese tante sono le formaziogià forte mentre lo incidevani che provengono dalla piccola mo, ma una volta terminato, cittadina svedese. Oltre ai Blues si è trasformato in una Pills, mi vengono i mente i sensazione ancora più speciale. Probabilmente anche Graveyard (purtroppo, il loro improvviso scioglimento, è cosa perché è il mio primo studio-album con i Blues Pills, di questi giorni), i Witchcraft,

gli Spiders, i Burning Saviours… “Verissimo, ci sono un sacco di grandi band che arrivano da Örebro, anche se forse è un paradosso se consideriamo che trattasi di una piccola città; in realtà, non so perché ad Örebro avviene questo… Probabilmente è anche il grande sistema che abbiamo in Svezia, che permette alle persone di avere un facile accesso alla musica, facendo sì che ognuno possa liberamente imparare a suonare uno strumento. Ci sono sale-prova dotate di tutto e che si possono affittare per una piccola somma, a fare da maggiore incentivo per chiunque volesse dedicarsi alla musica. Quindi, questo potrebbe essere uno dei motivi più validi, che spiegano il perché di tanti ragazzi interessati a metter su una band in giovane età. Band in grado poi di trasformarsi in qualcosa di ben più grande…” L’ho sempre detto io, che in Svezia sono avanti. Troppo avanti. Anni luce, direi…

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Gli italiani Nosound ritornano con il loro nuovo album ‘Scintilla’, l’album della crescita, dove gli universi emozionali tipici delle loro composizioni maturano per assumere un nuovo livello di grazia. La band capitanata da Giancarlo Erra va alla riscoperta della pura composizione musicale e il risultato è un imperdibile lavoro. Ai nostri microfoni Erra ci racconta questo ennesimo viaggio, con la sua tipica e sconvolgente umiltà. I Nosound sono in continua evoluzione, e dopo dieci anni ‘Scintilla’ introduce l’inizio di un nuovo approccio musicale, una crescita che va al di là del naturale sviluppo di una band. Il loro ultimo album si focalizza verso il messaggio, piuttosto che una cura maniacale del dettaglio. La nuova avventura della band porta questi artisti a svestire le loro composizioni, usando meno strumenti e focalizzandosi sull’essere diretti, per raggiungere pure evocazioni ed emozioni, evitando di nasconderle dietro vari ornamenti. “La musica è un messaggero, il fine è l’emozione. Ho voluto eliminare qualsiasi cosa superflua per concentrare l’attenzione sul messaggio senza distrazioni. È un album sicuramente per

il cuore e non per la pancia”, spiega Erra. Questa ultima fatica esalta difatti maggiormente la passione dei Nosound, in ogni sua sfumatura. Il titolo descrive alla perfezione questo processo creativo, cosa è una scintilla? Un piccolo frammento incandescente che improvvisamente si distacca, e questo è proprio il mondo in cui Erra compone. Ci ha raccontato difatti che il suo processo creativo non parte con una jam

session ma bensì con voce e strumento, un’esperienza intima dalla quale esplode la sua arte. Questa improvvisa esplosione è racchiusa in tutto il lavoro: “L’album si apre con la Short Story, un breve pezzo, destrutturato e non conclusivo, bensì parte e poi s’interrompe. Questo rispecchia la maniera in cui ho lavorato,

magari in passato se un pezzo mi piaceva aggiungevo un assolo, una parte cantata, insomma l’allungavo, ma questa volta più mi piaceva un pezzo e più ho cercato di farlo corto. Volevo che fosse raro, voglio che una canzone finisca e avere la voglia di riscortarla. In questo modo il pezzo non finisce con l’ultima nota”, spiega Erra. Questo oggigiorno sembra esse-

re un trend nel rock e metal concettuale. Le band simili ai Nosound stanno andando verso l’accorciamento del pezzo. Si evitano i dieci minuti di viaggio musicale, la brevità sembra amplificare l’effetto, un lampo che colpisce e rimane sulla pelle. Ospite di eccezione in quest’album, il suo amico Vincent Cavanagh (Anathema), il quale dona il tuo talento vocale in due pezzi

‘In Celebration Of Life’ and ‘The Perfect Wife’. Il primo, un pezzo che mi tocca particolarmente, in quanto è dedicato a Alec Wildley, il più grande fan dei Nosound, Anathema e Steven Wilson che ci ha lasciato a ventisei anni (la sua storia è stata da noi raccontata durante l’intervista a Steven Wilson, numero 02/2016 del magazine digitale) “Non credo di aver fatto nulla di speciale, lui era un fan in una situazione terribile… ci siamo scritti e abbiamo parlato di fare qualcosa insieme, lui voleva qualcosa non triste, ma qualcosa per chi rimane. Quello che a me piace del pezzo è che è venuto da una persona nella sua situazione ma paradossalmente è divenuto un inno alla vita” spiega, e aggiunge “La sua condizione mi ha colpito sotto tanti punti di vista, mia mamma è oncologa e quindi ha dovuto curare tantissimi giovani nella stessa situazione di Alec. Ho parlato con lei e sapevo quindi che non avremmo avuto molto tempo, per questo il pezzo è stato fatto in fretta. Io non ho fatto nulla, Alec ha fatto qualcosa per me”.

Guarda nel player Il video di ‘Short Story’, opener del disco ‘scintilla’ (Kscope)

'Alla scoperta di 'scintilla', il nuovo disco dei progster romani

e f i L f o n o i t Celebra

di Paky Orrasi

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Cosa c'e' dietro il genio di myrkur? e' andata a scoprirlo la nostra paky orrasi

a g e r t s a l l A a i c c a C Gli elitisti del black metal hanno buttato fango su fango sulla band danese Myrkur, specialmente da quando finalmente il nome della frontwoman è stato rivelato: Amalie Bruun. Abbiamo deciso di capire cosa ci fosse dietro la donna, la cantante, colei che ha finalmente stimolato un mondo, che se da un lato è la più intima espressione di sé, a volte nasconde misoginismo, bigottismo e ipocrisia. E se da un lato la reazione di molti adoratori del corpse paint non mi ha scioccata, dall’altro ho trovato che queste critiche una profonda contraddizione: il metal, in ogni sua forma, è la musica del riscatto, un posto dove tutti dovrebbero avere la liberà di esplorare i propri demoni e ricrearsi …e se pur non sono una femminista ho dovuto chiedere a Bruun se un uomo avrebbe ricevuto lo stesso trattamento “probabilmente un uomo sarebbe stato accolto in maniera diversa, tuttavia sono abituata a reazioni forti, ma alla fine è sempre meglio suscitare qualcosa, da pubblico io preferirei essere incazzata e non annoiata”. I peccati che le sono contestati? Venire da una buona famiglia, essere un’ex modella,

che viveva a New York e aver un breve passato in delle alternative rock band. Thor ce ne scampi! Ignoriamo che sia supportata e ammirata da molti grandi nomi nella scena black, o tralasciamo che la sua musica contenga splendide composizioni, arricchite da una voce magnifica. Per molti la sua arte non conta, perché automaticamente la strega danese deve essere uccisa. E probabilmente si aspettava questa reazione,

difatti all’inizio Amalie ebbe i suoi dubbi. Come ci racconta “sentivo che quello che volevo fare avrebbe provocato molte persone, difatti all’inizio ho voluto separare la mia identità dalla mia voce. Ora invece la mia persona è davvero coinvolta”, ci confessa Bruun, e aggiunge “Da una parte non so come sentirmi, dall’altra ora ho

la possibilità di connettermi davvero con il pubblico.”. Quest’ artista, è cresciuta in una famiglia particolare. Ci ha raccontato che sua madre l’ha sempre spinta verso la libertà di espressione. Non parliamo di blande concessioni - quali esci, bevi, e ritorna quando vuoi -ma di una profonda e intimità libertà; le è stato permesso si essere selvaggia, sua madre l’ha invogliata a

urlare nel buio, a perdersi nelle foreste…insomma, una liberazione primordiale! Dalle sue parti vi è un approccio diverso riguardo a cosa un bambino dovrebbe imparare e difatti Bruun ha frequentato una scuola dove insegnavano mitologia norrena durante l’ora di storia. Ed è forse per questo motivo che finalmente ha deciso di lasciare il mondo in cui viveva e scarcerarsi, riscoprire la sua vera

Testo e Foto di Paky Orrasi

essenza, ricercare e riscattare quella primordialità che da bambina non nascondeva “ho sentito una differente connessione con me stessa con questa musica, io odio la parola terapia, tuttavia avendo vissuto delle cose molto negative nella mia vita, tramite la mia musica, attraverso la mia performance, so che posso accedere a quel buio in maniera indenne, mi sento più forte. Posso usare i miei incubi, suona stupido ma posso trasformarli in amici”. Mentre parlavo con quest’artista, che ho scoperto stimolante, continuavo a pensare che chiunque si sentirebbe tradito. Cambiare vita, sapere che sarebbe stata criticata, ma avere il coraggio di salire su quel palco ogni giorno… in un universo che dovrebbe celebrare questa temerarietà e tuttavia essere criticata! Invece Amalie Bruun mi ha sorpresa “No, queste persone sono dietro un computer, non sono ai festival, non sono parte della comunità metal! E se delle negatività arrivano dal mondo metal, beh alla fine questo genere non deve essere un posto sempre buono e sicuro… se fai metal non devi aver paura di percorrere una strada pericolosa”.

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rna con un album il possente gruppo di flint to e un po' lontano da sorprendente, stilisticament parlano i diretti 'memoirs of a murderer'. ce ne interessati!

io d n o c i n io z a s r e v n Co

di Stefano Giorgianni

Riflessione, rabbia, voglia di riscatto per la loro città. Questo è quello che si respira nelle composizioni dei King 810, gruppo statunitense proveniente da Flint (Michigan), che avete già conosciuto sulle nostre pagine per il debut album ‘Memoirs Of A Murderer’. In questo 2016 gli agguerriti, mai termine fu più adatto, americani tornano con ‘La Petite Mort Or A Conversation With God’, album che si colloca sulla linea del precedente, ma per certi versi si può considerare sia più aggressivo che più riflessivo. Metal Hammer ha dunque scelto di parlare con la band per chiarire alcuni punti della loro nuova fatica discografica. “Potrebbe andare meglio, ma sicuramente anche peggio” ci accolgono così i King 810. Scegliamo poi di domandare immediatamente della situazione in cui si trova Flint, la città per cui si spendono da anni attraverso la loro musica: “Non molto è

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cambiato. È ancora lo stesso posto con gli stessi pregi e gli stessi difetti e problemi. È così da sin troppo tempo e non è destinato a cambiare nel giro di un paio di anni, nemmeno in un paio di decadi. Questi sono mutamenti importanti, che necessitano di un sacco di tempo per av-

cose. In breve, le piccole morti possono essere differenti cose, figurative o letterali, si tratta della morte su molti livelli. Descrive un indebolito stato di coscienza e il poscritto in sostanza comunica che la conversazione suggerisce

una sorta di preghiera o dialogo con la venire, quindi deità, forse, o forse con se nulla è ancora successo e se stessi. Questa conversaziomi verrà chiesto nel vicino ne potrebbe anche essere futuro darà la stessa rispoin una forma di comunione sta.” Il focus si sposta poi su sessuale e il disco è così per ‘La Petite Mort Or A Conversa- natura, perché l’uomo è così tion With God’ e sul partiper natura. Un sacco di cose colare titolo: “Sono diverse insomma.” Il titolo, poi,

sembra quasi spezzato a metà ma “il disco è un tutt’uno, d’altronde non si possono decisioni prestabilite per una cosa come l’arte, che nasce notoriamente in maniera inconscia. L’unica cosa intenzionale che ci può essere sono le sfumature.” Ascoltando il disco l’umore dell’ascoltatore fluttua, seguendo l’andamento delle composizioni. Chiediamo dunque delle sensazioni che stanno a monte della realizzazione dell’album, e ci confermano che “non c’è un singolo stato d’animo che emerge dal disco, in quanto noi non passiamo la nostra esistenza vivendo una sola sensazione. Il nostro umore cambia e oscilla diverse volte in pochi minuti, quindi si può dire che l’album contiene un intero spettro di sentimenti. Tocca un’ampia gamma di idee ed emozioni. Questa, infatti, è la condizione umana.” Ogni artista che si rispetti ha poi un obiettivo quando si prefig-


ge di realizzare qualcosa di importante, e i King 810 dicono che: “L’obiettivo primario è quello di rendere felici e orgogliosi del risultato noi e i nostri amici. Superare noi stessi e il nostro ultimo disco o lavoro. Direi che questo è lo scopo basilare. Altre cose come portarvi all’interno il sesso o altre cose direi che sono obiettivi secondari.” Parlavamo in precedenza delle diverse sensazione che emergono da ‘La Petite Mort Or A Conversation With God’, una diversità di emozioni che forse spinge il gruppo a orientare il pezzo, quand’è ancora nel suo stato embrionico, verso il loro lato violento o quello più riflessivo. A tal proposito raccontano che “sicuramente non è una cosa scelta a priori. Quando una canzone si manifesta è come uno stra-

niero che compare alla tua porta in un momento inaspettato. Scrivere è come invitare quello straniero nella tua casa e iniziare a conoscerlo. Registrare, invece, è sfruttare quello sconosciuto. Pubblicare quel disco ti fa sentire come un pezzo di merda.” E proprio parlando di variazioni, ci concentriamo sulle influenze che i King 810 hanno avuto o sentito in questi due album, soprattutto se ci sono state differenze: “Non consciamente. Non credo sia possibile vivere e passare i giorni senza esser influenzati da qualcosa di differente, nuovo, almeno nel subconscio. Quindi in un certo senso sì, ma non potrei fare una lista di influenze che ci hanno aiutato in quest’album o nel precedente.” La band ha partecipato al progetto ‘Not To Safe To Drink’ per il problema dell’acqua a Flint e ci rispondono così sugli effetti: “È cambiato il problema dell’acqua, direi di no. Per nulla al momento. È cambiato nel senso che hanno qualcos’altro su cui discutere, parlano di politica, di soldi e altri casini, ma comunque

non è cambiato nulla, è già passata la faccenda. Quindi noi stiamo qui a bere merda quando gli Stati Uniti danno quaranta miliardi all’esercito israeliano.” Siamo vicini alle elezioni presidenziali negli USA e chiediamo cosa chiederebbero al nuovo Presidente per una svolta decisiva a Flint e nel Paese: “Solo un pazzo potrebbe pensare di parlare a un presidente per avere un tale risultato. È tutto un gioco manipolatorio. E succede da generazioni. Gli imbrogli esistono da generazioni. Se pensate che un burattino che abita nella sua bella casetta bianca per un po’ di anni detiene il potere, beh, vi sbagliate di grosso.” Ci soffermiamo come ultima cosa sullo show di qualche tempo fa a Milano, nel quale i King 810 accompagnavano gli Slipknot. Ne emerge questa curiosa storia: “Abbiamo passato l’intera mattinata a caccia di ragazze in città, poi siamo tornati al luogo del concerto e le cose andavano molto a rilento, almeno secondo i piani. Oltre a questo credo che gli italiani stessero complottando contro di noi perché continuavano a camminare dentro e fuori dal nostro camerino, quindi gli abbiamo

tirato un po’ di merda addosso e incasinato il camerino, così se avessero provato a entrare finché stavamo suonando sarebbe successo un bel casino. Dopo ci siamo avviati verso il palco, dove le cose andavano con un ritardo mostruoso, e abbiamo dovuto suonare con tutte le luce completamente accese perché lo staff degli Slipknot stava ancora testando i programmi per l’illuminazione. Quindi abbiamo suonato con la luce frontale ed è stato divertente per un’ora essere in grado di vedere tutte le facce all’interno dell’edificio. È stato strano e non avevamo mai visto un posto totalmente pieno durante tutto il nostro show. L’audience era una di quelle da ricordare e dopo lo show siamo tornati al camerino di cui vi ho raccontato. Abbiamo impacchettato la nostra roba e guardato il concerto degli Slipknot. Poi ci siamo fatti una passeggiata per vedere se trovavamo qualche altra ragazza e il sole pian piano illuminava Milano. È una storia vera.” Un tour di supporto a ‘La Petite Mort Or A Conversation With God’ in Italia? Ecco la risposta: “Non vogliamo rovinarvi la sorpresa.”

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di Paky Orrasi La sweetheart della comunità Metal, Anneke, è amata globalmente grazie alla sua assurda voce e a un carattere radioso, che splende proprio come la come la sua discografia. Dopo aver lasciato la sua alternative rock band The Gathering, le sue corde vocali hanno affascinato geni quali Devin Townsend, Anathema, e non ultimo il grande fondatore degli Ayreon, Arjen Lucassen. In occasione del suo concerto acustico a Helsinki abbiamo deciso di incontrarla per fare il punto della situazione e scoprire la sua vita aldilà della musica. Lucassen e Van Giersbergen non sono alla loro prima hanno collaborazione. La voce della sirena olandese è racchiusa in ‘Into the Electric Castle’, e ‘01011001’. The Gentle Storm è il definitivo matrimonio artistico di questi due cicloni musicali. Il loro album uscito lo scorso anno ‘The Diary’ è un concept album, la storia segue il marinaio Joseph Warwijck

La dolce tempesta del metal

che lontano da sua moglie, durante il suo navigare scrive costantemente delle lettere a sua moglie. Un uomo che per il suo mare è costretto a vivere lontano dal suo amore. Una storia che forse è molto vicina al cuore di una donna che per default trascorre lunghi periodi lontana da casa “Non vi è sorprendentemente quel senso di colpa che potrebbe esserci, in quanto io dico sempre al mio bambino, che ora ha undici anni, che una mamma felice è una buona mamma. Inoltre, cerco di portarlo con me per almeno due o tre tour all’anno”. Spiega Anneke e aggiunge “viviamo in una piccola cittadina e la sua scuola non ha mai avuto problemi, anzi sono contenti che lui può imparare di differenti città e lingue. Facciamo i compiti on the road. Ogni mamma che lavora ha le stesse difficoltà, naturalmente le mie ore lavorative sono un po’ strane”. Mentre Anneke mi spiegava del rapporto col

suo bambino il suo sorriso come sempre ha illuminato il buio, piccolo backstage del club Semifinal. Da donna a donna e specialmente da fan è magnifico scoprire lati aldilà della musica, e Anneke non è timida. Ci ha spiegato tutto di questa vita on the road, persino che il suo bambino ama aiutare con lo stand delle magliette, che disegna un piccolo artista proprio come mamma van Giersbergen. Anneke di certo non si annoia, The Gentle Storm è solo l’ultimo dei suoi progetti. Inoltre ‘The Diary’, non pare essere destinato a una vita da figlio unico, Anneke ci confessa che se tutto va bene la band realizzerà altri album. La sua discografia ricorda il pirandelliano ‘Uno, nessuno e centomila’, i mille colori della sua voce hanno arricchito mondi diversi, quello folle di Townsend, l’universo evocativo degli Anathema o quello aggressivo dei Napalm Death “dopo i The Gathering ho

avuto la libertà di fare qualsiasi cosa, di sperimentare… tuttavia devo confessarti che a volte è troppo. Ho capito di essere un po’ stanca, quindi ora sto scrivendo il mio nuovo album che sarà heavy e proggy, per poi prendere una pausa nel 2017”, confessa e continua “il nuovo album dovrà essere davvero fenomenale, perché arriva dopo The Gentle Storm, quindi non posso abbassare la qualità”. Naturalmente questo non include il geniaccio Devin Townsend al quale non ha potuto dire di no, la sua voce è racchiusa in ‘Transcendence’, come ci ha raccontato, per lui lei è pronta a fare capriole. Anneke è un fiore raro di questo business, la sua propensione a raccontarsi da artista e da donna dimostra sicurezza, consapevolezza ma mai ostentazione, proprio come la sua voce.

Guarda nel player un video live registrato da anneke in off-stage lo scorso aprile a buenos aires (argentina) 12 METALHAMMER.IT


Quelli di Necrodeath e Cadaveria sono due percorsi stilistici che, negli anni sono andati più volte sfiorandosi, già solo per la militanza di Flegias e GL in entambe le realtà. Ecco quindi che il progetto Mondoscuro, che oggi unisce sotto un unico tetto le due band, appare quasi come una tappa obbligata, con la produzione di un mini-CD che non solo fa interagire le due band, ma ne rende reciproco tributo. “Le due band hanno sempre percorso strade parallele senza mai incontrarsi o influenzarsi a vicenda spiega Cadaveria - Tutte e due hanno una loro storia e una loro identità precise, quindi direi che stilisticamente e musicalmente siamo ben distanti l’una dall’altra e questo per noi è un plus che ha reso la creazione di Mondoscuro ancora più intrigante e singolare. Concettualmente posso dire che entrambe le band interpretano lo spirito heavy metal in maniera genuina e personale. Ci accomuna quindi la passione, che persiste vera e concreta anche dopo tanti anni”. Una fusione che ha portato alla realizzazione di uno split di 6 tracce anche se, originariamente, il progetto era decisamente differente “Siamo partiti con l’intento di realizzare un solo inedito a sei mani coinvolgendo tutti i musicisti che compongono le due band e di inserire una cover a testa dell’altro gruppo

- ci confida Flegias - Da lì il discorso si è poi ampliato visto che le idee erano come al solito tante. Abbiamo quindi aggiunto un altro inedito (così da avere le caratteristiche di entrambe le band) e due cover di gruppi estranei a noi scelti in autonomia. Una volta stabiliti i contenuti ci siamo chiusi nei due studi che di solito ci accolgono ovvero i Musicart e i Rrooaarr Sound studios dove abbiamo fatto la spola per poter dar vita a qualcosa di differente ma che risultasse amalgamato”. L’omaggio rivolto da Ca-

daveria ai compagni di percorso è rappresentato da una versione personalissima di ‘Mater Tenebrarum’ “Una delle canzoni storiche e più rappresentative dei Necrodeath - spiega la cantante - La scelta è venuta quasi da sé e si è concretizzata quando Flegias ha avuto l’efficace l’intuizione di aggiungervi come outro il tema di Inferno di Dario Argento, originariamente composto

da Keith Emerson. Con l’idea di aggiungere quell’outro la cover mi è parsa completa ed appropriata e la necessità di aggiungere delle voci liriche per ricalcare l’originale apriva la possibilità a nuove sfide e nuove collaborazioni, cosa per me molto stimolante. In effetti sono molto soddisfatta del risultato finale”. Un omaggio, quello della cantante, restituito dallo storico combo ligure con una tiratissima cover della celebre ‘Spell’, un compito non semplice perchè “la com-

plessità strutturale di quel pezzo ha messo a dura prova la stesura in chiave Necrodeath, soprattutto per il cantato così diverso dal mio stile. Anche in questo caso il risultato mi ha soddisfatto pienamente e oggi sono veramente orgoglioso di ascoltarlo” come rivela Flegias. Un altro punto di forza del lavoro è un artwork disturbante che sicuramente farà parlare di sé “Riuscire a sconvolgere nel mondo metal di oggi è già un pregio, o almeno io la penso

così – confida Cadaveria - A parte queste considerazioni, l’artwork ha una sua storia. Dopo varie congetture preliminari si era pensato che il nostro mondo oscuro dovesse essere rappresentato dal pancione di una suora incinta. La pelle semitrasparente avrebbe rivelato tutto l’orrore di questo mondo. Ma i bozzetti che abbiamo fatto realizzare da alcuni artisti non ci convincevano del tutto, finchè non ci siamo imbattuti in Paolo Perrotta Mazza, artista italo venezuelano sconosciuto ai più. Ci sono piaciuti subito il suo coraggio e la sua attitudine al concept esplicito. Così la suora è ora una madre martire mutilata e il pancione è già parto e aborto allo stesso tempo. Nascita e morte unite in Mondoscuro”. E dal progetto Mondoscuro viene ora facile aspettarsi una coda live, anche se la cosa non pare così semplice “Programmare un tour come Mondoscuro sarà difficile se non impossibile – conclude Flegias - Scambiandoci i ruoli non è facile. Anche lo sforzo di un promoter sarebbe troppo impegnativo per portare due band così per un unico concerto. Stiamo però pensando di proporre qualche estratto nei singoli live delle rispettive band, quindi non vi resta che venire ai nostri concerti e continuare a supportarci”.

l progetto Alla scoperta de nno: piu' estremo dell'a mondoscuro

r e g n A f O n o i t c u r t s e D e Th

di Fabio Magliano

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Mettere in musica la storia del patriarca Abramo? Gli Orphaned Land hanno accettato la sfida! Metal Hammer italia discute con la band la genesi del progetto “Kna’an”.

i r d a P i e d a r r e T a ll Storie da

di Alessandra Mazzarella

Combinare le sonorità mediorientali con quelle del metal, un prodotto esportato direttamente dalla parte opposta del mondo, è un esperimento che negli ultimi anni è stato tentato da diverse solide realtà musicali, con risultati davvero sorprendenti. Gli Orphaned Land hanno contribuito a lanciare questo stile e farlo apprezzare in Occidente; non paghi di questo successo, hanno esportato l’essenza della loro terra ad un livello superiore, contribuendo alla drammatizzazione teatrale di un importante capitolo della Bibbia: nasce così “Kna’an”, il progetto che vede gli Orphaned Land unire le forze con Amasaffer: “In sostanza lo scopo del progetto “Kna’an” era quello di riunirci e comporre una colonna sonora

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per la Rock Opera scritta da Walter Wayers, che racconta la storia di Abramo attraverso gli occhi del compositore, donandogli una caratterizzazione visiva e musicale molto personale”.

Quando Wyers ha deciso di mettere in piedi un dramma di questa caratura sapeva bene a chi rivolgersi per dare alla sua creatura la forma che desiderava: “È stato Wal-

ter stesso a contattarci” ci spiegano gli Orphaned Land: “aveva già in mente il tipo di musica più consono all’opera da lui scritta.

Sapeva di volere musicisti dal Medio Oriente, come sapeva di voler dare un’impronta metal al tutto, perciò eccoci qui”. Quello di Erez Yohanan non è un nome sconosciuto ai fan degli Orphaned Land: “Erez è

una nostra vecchia conoscenza, in passato abbiamo lavorato insieme in più occasioni: Kobi ha prestato la sua voce nei cori del disco di debutto degli Amaseffer, Erez è stato ospite nel nostro album “The Never Ending Way of OrwarriOR”. Lavorare di nuovo con lui è stata una grande gioia per noi!”. Non avendo mai avuto a che fare con il mondo del teatro prima d’ora, questa colonna sonora è stata una sfida interessante per gli Orphaned Land. “Scrivere le musiche di un’opera teatrale è sicuramente diverso dal comporre uno dei nostri album; è stato più semplice ma allo stesso tempo anche più difficile: ci siamo ritrovati in una situazione in cui non avevamo il peso del nostro brand a


n” ci ’a a n K “ u s e r a r o Lav nuove a ta r o p la to r e p ha a rno io g n u i r a g a M possibilita’. atrale te a r e p ’o n u o m e scriver tutta nostra vincolare la nostra creatività. Allo stesso tempo però bisognava trasporre le emozioni e le situazioni del copione in musica, riuscirci ha richiesto uno sforzo non indifferente da parte nostra”. Quanto appena detto dalla band è assolutamente vero: “Kna’an” non è un album degli Orphaned Land, anche se non si può fare a meno di riconoscere il loro tocco sulle melodie. “Non sappiamo che genere di responso avremo dal pubblico per questo album” ammette onestamente la band. “Qualcuno arriverà a pensare che ci siamo rammolliti o cose del genere, ma i veri fan capiranno che gli Orphaned Land sono molto più di una semplice band metal e che il nostro unico scopo è quello di fare dell’ottima musica, che contenga growl o riff pesanti non è importante”. La band deve essersi divertita

parecchio con questo progetto: esplorare un nuovo campo li ha aiutati a rigenerare le idee: “Lavorare su “Kna’an” ci ha aperto la porta a nuove possibilità. Chissà, magari un giorno scriveremo un’opera teatrale tutta nostra, oppure la colonna sonora per un film! Sono tutte opzioni che terremo sicuramente in considerazione”. La storia dietro “Kna’an” è ben nota a qualunque credente praticante delle grandi religioni monoteiste: Abramo è “il padre di molti”, colui che ha dato la vita ai progenitori di cristianesimo, ebraismo e islamismo. La sua storia però è raccontata solo ed esclusivamente nella Genesi, non esistono altri riferimenti a questa figura. Secondo gli Orphaned Land però non importa se il Patriarca sia storia o leggenda, realtà o invenzione: “Il valore della Bibbia non sta nella ve-

ridicità delle sue storie, ma nei valori che trasmette: i suoi protagonisti sono persone, persone che vivono, soffrono e credono in base alla vita che conducono e agli eventi che affrontano, per questo ci si può sempre rivedere in loro”. Logicamente, la band crede che il Buon Libro possa ancora dare qualcosa alle persone in questi tempi di scienza e miscredenza: “La Bibbia va letta con attenzione, con gli occhi e il cuore ben aperti: se si analizzano a dovere i suoi testi ci si rende subito conto che in realtà nulla è cambiato: la gente mente, fa scoppiare guerre, ruba, uccide… Non è storia moderna, è un qualcosa che si ripete ciclicamente da quando l’umanità ha messo piede sulla Terra. Quando ci

sveglieremo dal nostro torpore e ci renderemo conto che stiamo facendo le stesse cose da secoli e secoli, forse riusciremo a superare i nostri limiti e uscire da questo sanguinoso impasse”. Ma siamo proprio sicuri che l’umanità abbia davvero la possibilità e la voglia di compiere un passo così importante e definitivo? “Sapete come si dice: se qualcuno non inizia a crederci, nessuno lo farà. Bisogna trovare la forza di essere un buon esempio per gli altri e dispensare speranza ovunque andiamo; una volta che la speranza avrà messo le radici nel cuore degli uomini, potete stare certi che non morirà”.

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La 'Divina Commedia’ di Dante in salsa Metal presentata dai temerari burn after me! La ‘Divina Commedia’, quanti di noi si sono affannati a studiarla durante gli anni di scuola, quanto sudore abbiamo gettato su questo straordinario volume che, nonostante la difficoltà dell’aulico linguaggio, riesce ad affascinare milioni di lettori ancora oggi. Un azzardo sarebbe, o così si potrebbe pensare, trasporre questo gioiello della letteratura italica in musica, specialmente se si pensa al nostro amato Metallo; e invece un giovane gruppo aronese si è avventurato in questa difficile impresa, presentandoci un disco, intitolato ‘Aeon’, basato sul capolavoro dantesco. Abbiamo ovviamente deciso di fare quattro chiacchiere con i Burn After Me per capire il motivo di questa loro passione per la ‘Commedia’. “Piacere di avervi con noi per approfondire qualche punto sul nostro lavoro. Siamo in ottima forma e carichi per il lancio del nuovo album!”, così debutta la band ai nostri microfoni. Partiamo subito con la scelta dell’opera di Dante, che motivano in questa maniera: “Avevamo bisogno di un filo conduttore solido sul quale basare il comportamento e le scelte dell’essere umano nei confronti di se stesso, dei suoi simili e di tutto il pianeta, nell’arco di tutta la sua esistenza. Inizialmente avevamo un po’ di idee tra le quali decidere, ma alla fine ci siamo trovati d’accordo sul capolavoro dantesco, poiché tra le varie idee era l’unico con tutte le qualità richieste per sviluppare in modo completo questi

aspetti e al contempo donargli profondità temporale per sottolineare come nella sua globalità l’uomo sia rimasto immutato dentro di sé” e poi aggiungono “Oltre a questo avremmo avuto la possibilità di omaggiare la più grande opera di tutti i tempi e perdere un occasione del genere sarebbe stato un peccato.” Proseguiamo con la struttura del disco, che segue in parte la suddivisione dantesca, ma “abbiamo dovuto adattarlo alle nostre esigenze per poter sviluppare una progressione

lineare da Inferno a Paradiso. Per la composizione ritmica ci siamo imposti dei paletti, sulla falsa riga di scrittura di Dante, cercando di ottenere più varietà tra i tre regni, mentre lead, voci e testi, seppur senza paletti, sono stati modellati sia sulle ritmiche che sui vari gironi, cornici e cerchi, cercando di rimanere coerenti con la progressione. La differenza che spicca maggiormente tra ‘Aeon’ e la ‘Commedia’ è sicuramente nell’Inferno: Dante inizia il suo

viaggio scendendo di girone in girone fino al Cocito, dal quale noi invece incominciamo.” Quando si prende spunto da un capitolo monumentale della letteratura è comunque necessario apportarvi delle modifiche o farne una selezione, e infatti “è stata particolarmente dura dover prendere delle decisioni. Avendo a disposizione solo 12 canzoni, abbiamo dunque optato per raggruppare (dove possibile) diversi Canti in modo da

doverne accantonare il meno possibile. Per deciderne la priorità ci siamo basati in parte sulla “fama” di ogni canto e in parte su ciò che sarebbe servito a noi per rappresentare la nostra idea di base. Idealmente ci sarebbe piaciuto dedicare una canzone per ogni canto ma considerando che solo per l’inferno sarebbero state 34 canzoni, va bene così.” Chiediamo ora quale sia il rapporto tra i musicisti e l’opera di Dante, e ci confessano che “per noi la ‘Divina Commedia’ è più di un comune libro. È l’immagine dell’interezza umana riflessa nell’eternità

come nessun altro poema è stato mai in grado di descriverla. È un poema vivente che probabilmente si può apprezzare solo quando si decide volontariamente di approfondirlo. A scuola viene mostrata solo una infarinatura generale rispetto a ciò che è realmente, ma quella infarinatura può bastare per infondere la curiosità di leggerla successivamente.” Curiosa è stata invece la scelta del titolo, lontana dal volume dantesco. A questo proposito i Burn After Me precisano che “dovendo trattare una molteplicità di temi, abbiamo preferito un titolo che richiamasse l’eternità, in riferimento all’immutabilità dei comportamenti umani. Utilizzare un titolo preso in prestito da qualcosa all’interno della Commedia avrebbe sbilanciato la nostra idea complessiva dando rilevanza ad una parte piuttosto che un altra. “Aeon” invece è perfettamente bilanciato sia con la nostra idea che con l’eternità dei tre regni.” Poi sulle sfumature tra Inferno, Purgatorio e Paradiso che “sono state concepite musicalmente per accompagnare la transizione ed ammorbidire il cambio di sonorità man mano che l’ascoltatore avanza nel “viaggio”. Idealmente invece significano il nostro passaggio da un canto all’altro mentre le parti ambient indicano la nostra “riflessione” nel dato momento.” Non mancate di leggere la versione integrale dell’intervista disponibile sul nuovo sito di Metal Hammer!

Dall’inferno al paradiso di Stefano Giorgianni

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anteprima

di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero

Metal Hammer E' andato a Genova ospite di Roberto Tiranti e della rock band piemontese dove ha potuto ascoltare in anteprima l’ottimo ‘Demolition Derby’ in uscita il 7 novembre Non è un mistero che Metal Hammer abbia nutrito da sempre una certa simpatia per i Bad Bones, band che tra qualche mese spegnerà le 10 candeline sulla torta e capace, in un decennio, di mettere a ferro e fuoco l’America, girare l’Italia in lungo e in largo, vivere situazioni al limite degne di un road movie di Serie C e, soprattutto, incidere quattro dischi. L’ultimo dei quali, ‘Demolition Derby, in uscita il prossimo 7 novembre su Sliptrick Records. Un lavoro registrato ai Domination Studio e prodotto da Simone Mularoni, mentre le voci sono state “curate” da Roberto Tiranti nel suo studio genovese. Ecco quindi che, quando ci si prospetta la possibilità di fare una capatina a Genova proprio a casa del cantante dei Lab-

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yrinth per ascoltare in anteprima ‘Demolition Derby’ non possiamo dire di no. Eccoci quindi nella struttura dell’Over Joy Studio con la band al completo e Tiranti a fare gli onori di casa, dove la presentazione del disco può avere inizio. L’ascolto si apre con la già nota ‘Me Against Myself’, primo singolo estratto, brano dal chorus clamoroso dal quale è impossibile non venire catturati. Un hard rock di chiaro stampo americano giocato su una melodia ruffiana estremamente accattivante. Come quella che sgorga a fiumi dalla successiva ‘Endless Road’, pezzo che pare nato sul Sunset Strip e giunto a noi direttamente dagli anni Ottanta, marchiato a fuoco com’è da un ritornello ancora una volta vincente. ‘Some Kind Of Blues’, come

Demolition Derby

recita il titoo, è un bluesaccio sporco e rognoso destinato a sgrezzarsi giusto in prossimità del chorus, mentre con ‘Stronger’ si ritorna nei binari dell’hard rock più canonico. ‘Rambling Heart’ è il primo break del disco, una power ballad dal forte appeal radiofonico, che esalta le doti vocali di un Max Bone in gran spolvero, ma è subito tempo di tornare a correre con ‘Rusty Broken Song’, uno dei brani più vicini ai primi Bad Bones, un rock’n’roll tiratissimo destinato ancora

una vota ad aprirsi in un chorus davvero avvolgente. ‘Red Sun’ è il secondo lento del disco, un pezzo incredibilmente elegante, impreziosito dall’ospitata di Roberto Tiranti che, con la sua inconfondibile voce, dona ancora più intensità ad un pezzo forse avulto dal contesto ma non per questo meno coinvolgente. I vecchi ‘Bones fanno nuovamente capolino in ‘Perfect Alibi’, un’hard rock song diretta e senza troppi fronzoli, mentre in ‘Shoot You


Down (El Mariachi)’ emerge il lato più metal della band, con una struttura robusta spezzata da un chorus stupendo destinato a fare vittime soprattutto in chiave live.L’ascolto giunge in dirittura d’arrivo con ‘The Race’, pezzo grezzo ed ignorante, un rock tutto attitudine e sudore, mentre tocca alla title track chiudere con il botto il disco, un concentrato di emozioni nel quale hard rock, metal, blues si fondono alla perfezione. Nel complesso un disco eccellente, che vede i Bad Bones lasciare, almeno in parte, la strada del rock blues fangoso che ne aveva caratterizzato le prime produzioni, per intraprenderne una destinata a strizzare maggiormente l’occhio alla melodia e ad un certo hard rock a stelle e strisce. “E’ l’evoluzione del nostro sound - spiega il bassista Steve Bone - Eravamo ruffiani anche agli inizi ma era un vorrei ma non posso. Ora che c’è Max possiamo spingerci dove prima non potevamo. La melodia ci è sempre piaciuta, come idea di canzone melodica

che rimane in testa, poi certo che sotto i cavalli dei Bad Bones ci sono sempre, Lele alla batteria non è uno che ci va giù piano, Sergio è uno che la chitarra la tratta abbastanza male... diciamo che il motore è sempre quello ma questa volta ha una carrozzeria bella fiammante”. Una carrozzeria resa tale dalla performance di Max Bone che, se su ‘Snakes And Bones’ aveva lasciato intravedere cose interessanti, a questo giro si esprime su livelli davvero elevati “E’ tutto figlio di una mia crescita artistica e umana - spiega il cantante - il lavoro a livello di band è stato affrontato sin dall’inizio in maniera differente e se a livello tecnico il disco precedente era leggermente più “costruito”, questa volta si è trattato di un vero fiume in piena, il disco è sgorgato in modo assolutamente naturale. La percentuale di istinto, nel disco, è altissima. Io, dal mio punto di vista, ho dato il massimo e per quanto riguarda le melodie, ho lavorato molto “di pancia” pensando a quei cori che con naturalezza si sarebbero incastrati nel contesto della canzone”. E se il lavoro di Simone Mularoni è stato esemplare per l’aspetto strumentale, altrattando importante è

stato quanto fatto insieme a Roberto Tiranti in fase vocale “Quando nel 1998 uscì ‘Return To Heaven Denied’ avevo 16 anni e Roberto era per me un punto di riferimento – continua Max – quindi per me è stato fondamentale potermi confrontare con lui ed avere la sua guida nella realizzazione delle parti vocali del disco”. Il volto più duro dei Bad Bones è stato rappresentato ed è tutt’ora rappresentato dal drumming di Lele Bone anche se ...“Personalmente ho avuto un approccio molto differente rispetto ai vecchi lavori – confessa in batterista – negli altri lavori ho sempre ragionato brano per brano, mentre per ‘Demolition Derby’ ad un certo punto mi sono fermato e mi sono chiesto che taglio avrei voluto dare al disco nella sua interezza. Quando Steve ha iniziato a lavorare sui pezzi del disco, avevo in mente un approccio completamente differente, molto sperimentale, al punto che uno dei brani, ‘Red Sun’, era nato con un pezzo di batteria che richiamava certe cose della bossa nova, però questo ci snaturava troppo, quindi ho dato una frenata e ho iniziato a pensare al disco nella sua totalità. Questa è una novità importantissima per me, perché è la

prima volta che ho un approccio simile al lavoro”. Se Steve e Lele rappresentano la continuità con il passato, il volto nuovo nella band è quello del chitarrista Sergio Bone, inserito nella band nel 2014 in modo quasi rocambolesco: “La scaletta l’ho imparata sul furgone durante un viaggio da Torino a Brescia dove avremmo dovuto suonare la sera – rivela – però conoscevo già la band, c’era un rapporto di amicizia, il background è lo stesso e questo ha senza dubbio agevolato il mio inserimento nella band”. Tanto che stupisce la naturalezza con la quale il chitarrista si è calato nella nuova realtà rivelandosi subito determinante in alcune scelte stilistiche del nuovo disco “In questo disco tutto è nato in modo molto naturale - prosegue - ognuno di noi ha potuto dare il 100% di quello che uno sentiva, quindi non ci sono stati dei momenti in cui ci si trovava a suonare delle forzature, quindi possiamo dire che ‘Demolition Derby’ è un disco che rappresenta a pieno ognuno di noi ed è esattamente quello che avevmo in mente al momento di iniziare a lavorarlo”. E quindi via in una sfrenata jam nella quale il disco viene riproposto per intero in un live esclusivissimo, in perfetto stile Bad Bones.

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mpre di piU metal La band olandese mescola se o per dar vita ad sinfonico e misticismo quantic he Holographic un album eccellente come “T osofia, riff potenti e Principle”, dove scienza, fil cono una commistione vocalita' ecclesiali imbastis peculiare.

CO I M S O C a M M A R OLOG di Barbara Volpi Viviamo tutti in realtà parallele, all’interno di un matrix che è frutto dell’ologramma che ciascuno di noi proietta sullo schermo vuoto della propria esistenza, chiamandolo poi destino. Mark Jansen, che si è trasferito di recente a vivere in Sicilia poiché innamorato di una cantante d’opera siciliana, ci tiene subito a precisare che questo è l’album più profondamente mistico degli Epica, frutto di anni di studi concentrati sulla teoria dei quanti e dei suoi interessi sempre più volti alla spiritualità e alla meditazione. Incontriamo Mark in un hotel milanese e subito ci saluta in un ottimo italiano, con l’accento un po’ siciliano: “E’ una bella giornata, molto calda!”. Appare davvero entusiasta del nuovo lavoro degli Epica. La bella Simone Simons non è con lui ma egli ci tiene subito a precisare: “Gli Epica non sarebbero ciò che sono senza di lei. E’ vero che i contenuti

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dei brani li decido prevalentemente io, ma lei è il volto e l’anima del gruppo”. “The Holographyc Principle” non è un concept album, anche se le tematiche dei pezzi ruotano tutte intorno al concetto che il mondo sia semplicemente un ologramma, il che ci porta sempre più a dover

ridefinire la percezione di ciò che chiamiamo realtà. “E’ un pensiero mistico molto diffuso che la realtà che noi percepiamo come tale sia solamente frutto di una nostra visione, di un nostro sogno. Meditan-

do spesso e toccando con la consapevolezza altri stati di coscienza lo si comprende bene, sperimentandolo sulla propria pelle. Se non si vuole arrivare a tanto, basta osservare il potere che ha assunto la realtà virtuale per

rendersi conto che la vita può semplicemente esistere come proiezione del nostro pensiero. Sono dottrine affascinanti quanto spaventevoli, perché se è vero che a questo punto possiamo trasformare le nostre esistenze in meglio cambiando la matrice della

nostra proiezione, è altrettanto vero che esiste in noi la capacità di creare mondi di orrore e di incubo”. Eppure le canzoni degli Epica non indulgono troppo nell’area d’ombra delle cose, o meglio, lo fanno per subito rinascere dall’oscurità alla luce. Pezzi come “Once Upon A Nightmare”, “Ascension-Dream State Armageddon” e “Dancing In A Hurricane” partono dall’area buia per attuare una metamorfosi che traduce la notte in una nuova aurora. “L’esistenza è fatta di contrasti (luce ombra, maschile femminile, aggressività e pace, etc.) e la nostra musica ha sempre teso a riprodurre ciò. Per questo la dinamica ritmica dei brani si struttura sempre sul gioco tra linee melodiche e riff energiche, tra la voce celestiale di Simone e le mie urla strazianti e gutturali. In quest’ultimo lavoro abbiamo cercato di accentuare ancora di più


fatta di L'esistenza E ce ombra, contrasti (lu minile, agmaschile fem pace, etc.) gressivitA' e usica ha e la nostra m riprodursempre teso a re ciO'.

ci è mai interessato il botto commer- ciale fine a se stesso. Vogliamo seguire la nostra linea di pensiero e sentirci liberi di dare pieno spazio alla nostra vena creativa, al di là della convenienza”. Eppure gli Epica non possono negare di avere una modulo di grande appeal a livello di marketing, basato sul risalto estetico e vocale dato alla figura di Miss Simons. “Sappiamo che molte band hanno usato il volto e la voce femminile in contrasto con il maschile seguendo un cliché di facile successo commerciale, ma non è il nostro caso. Per noi il discorso è più concettuale e ci servivano veramente

un’immagine e una vocalità quasi angelicate per dare spessore ai contenuti lirici e musicali dei nostri brani. Quando suoniamo dal vivo si vede che Simone non è una mera ragazza immagine ma è parte integrante della sostanza del gruppo”. L’impatto live per il combo del Limburg non è secondario. Le loro esibizioni sono sempre intense e cariche di pathos e non si trascinano mai in facili automatismi. “Amia-

questo modulo”. Siccome nulla appare casuale nei dischi del gruppo, viene da chiedersi se non ci sia dietro un grosso lavoro concettuale a tavolino e di pre-produzione, ma Mark nega. “Lavoriamo in modo spontaneo. Ora fisicamente abitiamo tutti distanti, per cui iniziamo con lo scambio di file e di idee e poi ci troviamo fisicamente solo in fase di registrazione. Il nostro fedele produttore Joost Van Den Broek fa il resto, nel senso che una volta che siamo in studio ci aiuta a rendere omogeneo il lavoro, smussando gli angoli e definendo meglio i chiaro-scuri. Io mi occupo prevalentemente delle liriche, che delineo in base a degli scheletri musicali già da tutti noi definiti. Poi arrivano le parti orchestrali e sinfoniche che non sono secondarie. Io sono un ascoltatore di musica classica e ultimamente, grazie anche alla mia fidanzata, mi sto appassionando anche all’opera lirica”. Gli Epica che

mo suonare dal vivo e lo scambio emotivo che avviene per osmosi con il pubblico. E’ veramente un elemento di forza. E’ bello poter stare raccolti nella fase creativa che è più di introspezione, ma poi sono i concerti a dare veramente senso a tutto ciò che facciamo, anche ai sacrifici”. Nell’algoritmo cosmico degli Epica è incisa l’evoluzione sempre più differenziata della matrice metal. “Ogni radice del reale è modificabi-

sono un gruppo di persone evolute e musicalmente colte, aborrono il recinto di ‘metal sinfonico’ in cui sono stati relegati. “Comprendiamo bene che, soprattutto da parte dei giornalisti, le definizioni servano per dare al pubblico dei riferimenti, ma quando esse diventano della gabbie allora il gioco non è più divertente. E’ dai tardi anni ottanta che non esistono più le divisioni rigide di genere, da quando cioè gli stili cominciarono a mescolarsi dando vita al crossover (musica bianca e nera, punk e metal, etc.), per cui sentirsi nel 2016 ancora ghettizzati da un’etichetta risulta alquanto obsoleto, tanto più che noi siamo musicalmente veramente onnivori ed ascoltiamo di tutto, dai classici heavy metal fino al jazz”. Del punk invece Mr. Jansen ama abbracciare l’etica dell’integrità d’intenti e della coerenza. “Non abbiamo mai permesso che i discografici ci dicessero ciò che era meglio fare. Non

le e mutogena, anche il dna umano, figuriamoci se non lo è quello musicale. Il pubblico metallaro è sempre stato recepito come conservatore e tradizionalista, ma in base alla nostra esperienza sul campo possiamo dire che lo è sempre meno. Anche i metal kids sono cresciuti e sono diventati più esigenti. Alla semplice reiterazione di un modello prediligono l’evoluzione, e noi siamo qua per accontentarli”.

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il viaggio nella Il gruppo modenese conclude TO QUATTRO ANNI storia di richard adams iniZIA ESSANDRO CONTI PER FA. ABBIAMO INCONTRATO AL MAGNIFICO CONCEPT! TIRARE LE SOMME DI QUESTO

La favola continua.... di Stefano Giorgianni

È così terminato il lungo e incantato percorso che ha portato i Trick Or Treat a trasporre in musica uno dei libri più amati da generazioni di lettori, ovvero ‘La Collina Dei Conigli’ del brittannico Richard Adams. Il concept di ‘Rabbits’ Hill’ giunge a termine col botto, con una seconda parte che ben si accosta al primo eccezionale capitolo uscito nel 2012. Dodici anni dunque ci hanno fatto penare i modenesi per tracciare la fine della storia, un periodo ricompensato, comunque, dalla qualità dell’album, eccelsa, che innalza gli italiani nell’Olimpo del Power Metal. Non potevamo quindi esimerci di discutere con la band di questo lungo viaggio e li abbiamo raggiunti nel pieno della stagione estiva, intenti a dedicarsi ai concerti promozionali di ‘Rabbits’ Hill Pt.2’. “Va tutto benone grazie!” esordisce Alessando Conti, il vocalist, “Abbiamo appena terminato le date dei festival estivi e i primi responsi al nuovo album sono ottimi, insomma, non potremmo chiedere

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di meglio.” All’inizio della conversazione facciamo un balzo indietro nel tempo, sul motivo della scelta de ‘La Collina Dei Conigli’ come storia su cui basare il concept: “È un’idea che ci piaceva sin da prima che ultimassimo il nostro primo album, quindi era da molto tempo ormai. Io

vidi il cartone molti anni fa, che poi ho riscoperto, insieme al libro, più recentemente... Il cartone animato, di fine anni ‘70 è in stile Disney, con la poesia ma anche la violenza che contraddistingue il libro, quest’ultimo difatti non era prettamen-

te per bambini.” Quindi la decisione era maturata già da diverso tempo, senza alcun altro titolo in lizza: “No, in realtà non siamo fanatici dei concept, ma sentivamo che questa storia faceva a caso nostro...”, precisa Alessandro. Addentrandosi ne ‘La Collina Dei Conigli’ si scopre che non è un mero racconto fantastico, o un fantasy, ma qualcosa di più. Una storia profonda che nel suo scorrere ingloba diversi generi: “È proprio uno degli aspetti più affascinanti; è un viaggio epico, ma non è un racconto fantasy, potrebbe essere un punto di incontro tra Tolkien e l’Orwell della fattoria degli animali”, aggiunge il vocalist, che continua “scherzi a parte, in realtà i conigli stanno scappando dalla propria conigliera per la minaccia umana, incontrano varie conigliere che potrebbero rappresentare gli stereotipi delle varie società umane. È un racconto che ha più livelli di lettura insomma, lo consiglio a tutti.” Trasportare le vicende e le emozioni di un libro


come questo in musica non dev’essere stato facile, a questo punto Alessandro ci spiega: “Nessuno in particolare, o forse tutti! Musicalmente è filato via tutto piuttosto liscio, dovevamo scrivere con un approccio diverso, con la musica che fosse funzionale alla storia. Abbiamo quindi pensato come se dovessimo fare qualcosa tra un disco metal e una colonna sonora, forse la parte più impegnativa è stato scrivere le liriche, non è facile dare il giusto spessore e rendere la storia comprensibile anche a chi non ne ha mai sentito parlare, soprattutto se devi scrivere in una lingua che non è la tua madrelingua. Il tempo impiegato spero abbia dato i suoi frutti.” A questo punto spingiamo un po’ sull’acceleratore, osiamo e chiediamo al frontman se c’è qualche pezzo che sembra meglio riuscito: “Personalmente ritengo perfetta la prova di Tim Owens nel ruolo del generale Vulneraria in ‘They Must Die’ ha espresso esattamente la cattiveria e la furia che avevamo in mente. Ma tutti gli ospiti della ‘Pt. 2’ hanno dato un contributo al sound arricchendo la storia.” Tornando alla stesura di entrambi i capitoli discografici, chiediamo a Alessandro il metodo seguito nel

uniti come comunità per raggiungere un obbiettivo e un benessere comune, con un occhio rivolto a come la natura vede l’uomo, e quante assurde possono essere alcune cose nella nostra (in)civiltà.” Essendo avidi lettori, chiediamo cosa erano e sono le letture preferite del vocalist: “Beh, sono tanti” ammette “se ti devo dire un autore su tutti sceglierei Chuck Palahniuk. Mi sono perso i suoi lavori scritti negli ultimi 3-4 anni a causa dei ritmi frenetici, ma è uno dei pochi autori di cui leggevo ogni cosa facesse...” Ci avviamo verso la fine della conversazione con un quesito sull’evoluzione della band, che ha mantenuto quella sana dose di pazzia/originalità e ha acquisito saggezza e consapevolezza: “Beh sono passati 10 anni da ‘Evil Needs Candy Too’, ovviamente ora siamo un po’ meno spensierati rispetto a quando eravamo ventenni. Tuttavia il divertimento rimane la ragione che ci spinge a suonare. Musicalmente, registrare questo concept di 2 dischi ci ha imposto delle atmosfere più “seriose” anche nella musica, ma all’interno della band l’attitudine è sempre la stessa.” Come ultima curiosità chiediamo qualche anticipazione sul prossimo lavoro dei Trick Or Treat: “Non sarà un concept ma ci sarà un filo comune su più brani, un po’ come succedeva in ‘Tin Soldiers’. vogliamo essere liberi di scrivere quello che abbiamo da dire, abbiamo già il titolo e diverse canzoni pronte che crediamo abbiano un grande potenziale. Insomma, ci daremo dentro!”

songwriting: “La stesura principale è stata fatta ai tempi della ‘Pt. 1’, abbiamo diviso i capitoli e scelto un po’ a tavolino le atmosfere che avrebbero dovuto permeare i vari brani. In realtà però quasi tutta la ‘Pt. 2’ è stata scritta o perfezionata tra il 2014/15.” Raffinatezza che lega i due lavori è anche quella degli artwork, opera dello stesso vocalist, che racconta: “Le cover sono state disegnate assieme nel 2012, quindi questa copertina è rimasta chiusa in un cassetto per un po’! Poi, più di recente, ho realizzato gli artwork interni per le vari brani. Abbiamo sempre cercato di dare un prodotto ben confezionato, per questo concept mi piaceva dare quasi l’idea di libro illustrato.” Creare un concept è quasi come interpretare la parte in un film, quindi è necessario conoscerne il copione. In questo caso si trattava di leggere il libro che “abbiamo letto io, Leo e Guido. Abbiamo tutti visto più volte, anche insieme durante le prime fasi di produzione, il cartone animato, che è veramente una trasposizione eccellente.” E a chi conosce la storia saltano subito all’occhio i diversi valori contenuti al suo interno, virtù che i Trick Or Treat vogliono trasmettere agli ascoltatori: “ Il libro è ricco di messaggi e valori positivi...” conferma il cantante “su tutti il rimanere

e con r e v i r c s amo Dovev io diverso, con la occ nale o i z un appr n u f e he foss c a c i s u m ia. alla stor METALHAMMER.IT 23


Dedizione e sudore della fronte. È questo ciò che comporta la carriera musicale oggigiorno, una dura gavetta che, se fortunati, porta a vivere un sogno, il sogno per eccellenza di chi ama veramente la musica. Spesso ci capita di intervistare band emergenti e per questo numero lo spazio se lo sono conquistati gli Uncovered For Revenge, gruppo esordiente di Roma che ha a dir poco le idee chiare. A rispondere alle nostre domande sono Stefano Salvatori e Giorgia Albanesi, rispettivamente chitarrista e cantante della band romana. Come prima cosa ripercorriamo in breve la storia degli Uncovered For Revenge: “La band nasce da Matteo e Stefano Salvatori e Daniele Sforza con l’intento di dare voce alle proprie idee e sensazioni ispirandosi all’hard-rock moderno, con sonorità dure e melodicamente dirette, passando da ballad emozionanti a riff decisi e coinvolgenti. La formazione si chiude con l’arrivo di Giorgia Albanesi nel 2014. Da lì siamo partiti senza mai fermarci, arrivando a presentare un alternative rock più moderno.” Il

primo passo discografico del gruppo è ‘Life’, EP vario in cui si scorgono diverse influenze: “Ognuno di noi ascolta generi leggermente diversi tra loro, quindi il sound è un insieme di tutto questo” precisano “Ci sono tracce rock anni ‘80, del metal, l’alternative e una leggera presenza pop. Quindi noi ci classifichiamo alternative proprio perché il sound è un mix di tanti generi che ascoltiamo.” Difatti i ragazzi elencano fra gli ispiratori“ Evanescence, Foo Fighters, Nickelback,

Shinedown e Paramore”, mentre si sentono più vicini a “The Pretty Reckless, Halestorm, Evanescence, Guano Apes, Skunk Anansie e Paramore.” Sul songwriting i compiti

sono stati divisi equamente, come raccontano: “La parte inerente ai testi è stata affidata a Giorgia, mentre la parte strumentale al resto della band. Di solito si parte da un’idea e poi tutti lavorano su quella. Ovviamente noi musicisti non andiamo a metter bocca sui testi - quello è compito di Giorgia - e viceversa, ma si lavora assieme su tutti gli aspetti del brano, dando consigli e nuove idee al servizio

della band.” Poi la band ci spiega come nasce di solito un loro pezzo: “Mettiamo insieme le parti strumentali partendo da un riff, giro d’accordi o tempo di batteria e poi, ascoltando la base strumentale, decidiamo cosa ci ispira e su cosa scrivere il testo. Da lì Giorgia inizia il suo lavoro di

Uncovered For Revenge for

scrittura. Ovviamente, alla fine di tutto, ognuno di noi va a curare i dettagli del brano che pensa di migliorare.” ‘Life’ è di certo anteprima del primo full-length, e anticipano: “Già stiamo lavorando su nuovi progetti e nuove idee. Che in parte stanno prendendo forma. Non passerà molto tempo prima che venga annunciato qualcosa di nuovo… Più di cosi non possiamo sbilanciarci al momento!” Ultime considerazioni sulla scena undeground romana: “La situazione romana al momento è molto triste. Rispetto a qualche anno fa c’è stato un brusco calo nelle attività live e molti locali hanno chiuso o hanno molta difficoltà nel creare eventi. Allo stesso tempo ci sono molte band forti e unite tra loro, che sanno quello che fanno, con progetti di qualità che sicuramente tra qualche anno riusciranno ad affermarsi nel mondo della musica. Organizzazioni musicali che davanti alle difficoltà del momento non demordono e continuano a organizzare grandi eventi con ottimi risultati, con la loro professionalità e tenacia. Fortunatamente a Roma esiste ancora tutto questo e tutti dovremmo fare di tutto per aiutare questa causa!”

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Rock

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'Life' di Stefano Giorgianni


Fra le proposte più interessanti degli ultimi anni in ambito metalcore, gli Any Given Day stanno scalando le classifiche d’Europa con il loro nuovo ‘Everlasting’, un disco compatto e variegato che prosegue il percorso tracciato con ‘My Longest Way Home’, debut album preceduto dal successo della cover di ‘Diamonds’ di Rihanna che sta ancora spopolando in rete, arrivando a sette milioni di visualizzazioni. Abbiamo quindi deciso di parlare con la band tedesca dei buoni risultati che stanno ottenendo all’alba dell’uscita dell’ultimo album. “Non potrebbe andare meglio di così” esordisce Andy Posdziech , il chitarrista, che poi continua “Il feedback a ‘Everlasting’ è assolutamente incredibile.” Come detto in precedenza è stata la cover del pezzo di Rihanna ad aiutare gli Any Given Day nel grande salto, così ricorda: “Era il 2012, quella canzone si sentiva ovunque. Certo, è un brano pop, ma Andi, nostro chitarrista e songwriter, era sicuro che potesse essere la base di un brano metal coi fiocchi. È stato sbalorditivo ciò che è successo quando l’abbiamo caricato su YouTube.” Facciamo ora un passo indietro a ‘My Longest Way Home’: “È stato un album scritto col cuore in ben tre anni, poiché volevamo dimostrare di non essere una

band in grado solo di fare cover di canzoni pop. Non cambierei nemmeno una nota di quel disco.” I dischi degli Any Given Day contengono una grande e bilanciata mistura di diversi generi, tra il djent, il -core e il metal classico: “Metal! Sempre e solo metal” precisa “è vero che nella nostra musica c’è un po’ di tutto, molte influenze, ma è il metal il linguaggio che ci accomuna.”

E difatti le band preferite spaziano dai mostri sacri a gruppi contemporanei: “Kiss, Iron Maiden e Black Sabbath stanno alla base di tutto e li ascolteremo sino alla morte. Poi nominerei i Pantera, i Machine Head, i Killswitch Engage e band più recenti come Architects, Parkway Drive e The Ghost Inside. Questo è ciò che ascoltiamo e ciò che ci influenza. Questo riguarda tutti i membri degli Any Given Day, abbiamo più o meno gli stessi gusti musica-

li.” ‘My Longest Way Home’ e ‘Everlasting’ non escono a molta distanza l’uno dall’altro, però vi sono delle differenze come “un sound più maturo e riflessivo. Questo secondo disco contiene più melodia bilanciata ad aggressività.” Il processo di songwriting vede invece Andy Posdziech al centro di tutto: “Lui

sa sempre cosa fare e come farlo, siamo orgogliosi del suo enorme talento in sede di scrittura dei pezzi. Quando Andy termina la musica, io e Dennis, il vocalist, stendiamo i testi. Alle volte avviene contemporaneamente ed è la musica a dettare le parole.” Sul processo di registrazione raccontano: “C’è stato un sacco di lavoro dietro, soprattutto per la voce. Gli strumenti sono stati registrati nei nostri studi e in un breve periodo, abbiamo invece lavorato di più sulle parti vocali per ottenere il massimo.” E proprio riguardo

alla voce c’è un ospite d’eccezione in ‘Arise’, ovvero Matt Heafy dei Trivium, collaborazione nata “nel 2015, quando ci siamo conosciuti al Summer Breeze festival. Dopo lo show i Trivium avevamo già capito che Matt era l’ospite giusto per l’album. Ha registrato la sua parte in pochissimo tempo, facendocela avere solo un paio di giorni dopo la nostra richiesta. Con i Trivium abbiamo anche fatto un breve tour in Germania, cosa che ci ha dato la possibilità di averlo ospite nel video del pezzo. Gli siamo grati per tutto ciò che ha fatto.” Sulla clip di ‘Arise, Andy ricorda: “C’era un drone che volava sopra di noi in mezzo alle fiamme, è stato un po’ pericoloso.” Tornando ai due dischi ci focalizziamo anche sulla differenza fra gli artwork: “Quello di ‘Everlasting’ rappresenta il titolo, volevamo qualcosa che simboleggiasse un materiale duratura, non scalfibile e che allo stesso tempo trasmettesse semplicità.” Terminiamo con il DVD ‘My Longest Way Home - Rise To Success’: “È un documentario che ci rappresenta fuori dal palco, oltre la musica. Pensate che è la tesi triennale di un video-produttore e di un grande amico, Mirko Witzki. È riuscito a mostrare le nostre cinque diverse personalità al pubblico, quindi abbiamo deciso di pubblicarlo.”

'Everlasting', nuovo disco dei tedeschi, presentato dalla band stessa

INDISTRUTTIBili di Stefano Giorgianni

ideo di Guarda il v Heafy matt ‘Arise’ con

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Another Round Another party

di Giuseppe Cassatella

La convinzione comune che il thrash metal abbia raggiunto il proprio apice qualitativo nel 1986, può creare non poche difficoltà a chi si cimenta in questo genere nel 2016. Perché il rischio di rimanere schiacciati sotto il peso dei grandi capolavori del passato è sempre dietro l’angolo. Ma a quanto a pare Tiz Campagna - chitarrista dei National Suicide, freschi autori su Scarlet Records del buon ‘Anotheround’ - non lo ritiene un gran problema “Il thrash si propone come genere musicale e come tale ha dei canoni ben precisi. Secondo noi è possibile tentare di comporre delle buone canzoni attenendosi a queste regole e al contempo restare originali. Perlomeno, noi ci proviamo. L’importante, se ami uno stile musicale, è ascoltarlo, viverlo e suonarlo tanto, per farlo assolutamente tuo. Un po’ come si dovrebbe fare con una donna.” E quello delle donne deve essere un cavallo di battaglia per il chitarrista, perché prosegue: “dicono che la melodia favorisca il rimorchio… Al momento non ha ancora funzionato, però siamo determinati a insistere.” Tornado poi serio ci racconta che “ci fa piacere pensare che la melodia debba sempre caratterizzare i nostri pezzi.

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Noi ascoltiamo tanto thrash, speed, heavy, punk old school e persino il buon vecchio rock’n’roll sporco e cattivo. Quindi, se come noi ti fai conquistare dai ritornelli aperti, inevitabilmente sarai poi portato a trasferire la melodia nelle tue composizioni.” Fatalmente ci viene il dubbio che anche gli assoli aiutano a far colpo sulle ragazze, visto che l’album ne è pieno zeppo “gli assoli in effetti non mancano! Questo perché ‘Anotheround’ li esigeva. Sia per me sia per

Valle, suonare la chitarra è la cosa più divertente del mondo, non ci facciamo certo sfuggire l’occasione di cacciare un bell’assolo tra un riff e l’altro! Se ti piace la birra e gli amici ti portano all’Oktoberfest e ti dicono “Fai pure come ti pare”, tu che fai? Ti berrai tutte le caraffe che puoi!” E un po’ di Germania nella voce di Mini c’è, visto che ricorda quella tanto

caratteristica di un crucco d’eccezione, Udo Dirkschneider “sicuramente la voce di Mini è particolare: o la ami o la odi. E questo è un rischio che a noi va di correre. Per quanto riguarda poi l’accostamento con certi grandi cantanti per noi è una cosa lusinghiera! A quale ragazza non piacerebbe essere paragonata a Marilyn Monroe? Alla mia, sicuramente si!”. Evidentemente soddisfatto dalla cover, poi, si lascia

sfuggire una confessione “ho sempre sognato fin da ragazzino di realizzare un CD che presentasse il cugino di Eddie in copertina!” poi al riguardo continua “rievoca chiaramente alcuni grandi album del passato, come d’altro canto è avvenuto per quella del suo predecessore.” Ma le sorprese non finiscono qui: “ognuno dei membri della band ha un proprio brano di ‘Anotheround’ preferito. Il mio è proprio l’omonimo,

perché amo particolarmente l’interpretazione so sexy data al pezzo dal Mini.” Brani che dal vivo stanno riscuotendo i primi successi “dalla pubblicazione del disco abbiamo suonato dal vivo sola una volta, al Blue Rose di Bresso, e devo dire che hanno funzionato alla grande. In quell’occasione, il pubblico è stato davvero incredibile, ci ha regalato per tutto il tempo un’atmosfera magica.” La stagione dei concerti è solo agli inizi “abbiamo già in programma l’8 Ottobre a Verona, e il 26 Novembre a Malaga, mentre stiamo trattando per altre date al momento non ancora confermate.” Attività live che in passato è stata ricca di soddisfazioni (manifestazioni prestigiose del calibro di Play It Loud, Rock Hard Festival, Thrash Assault e palchi condivisi con Napalm Death, Exciter e Tankard) e che ha lasciato in eredità “qualche neurone in meno, ma dato che ne abbiamo da vendere non è un problema!” perché alla fine “per noi esibirci dal vivo rappresenta un momento di gioia e realizzazione, perché è il momento del contatto diretto con le persone che si nutrono della tua stessa passione. Stiamo parlando, ovviamente, del pubblico: No Audience No Party…”


milanese, Metal Hammer y da o om pr l de ne sio ca oc In à di scambiare due parole Italia ha avuto la possibilit mind dei Pain, sull’ultimo con Peter TAgtgren, master Home' lavoro della band, 'Coming

n a m u H t s Almo

di Alessandra Mazzarella

Peter Tägtgren non conosce il significato della parola riposo. Dall’uscita dell’ultimo album dei Pain, cinque anni fa, si è tenuto occupato continuando il percorso con gli Hypocrisy, producendo album di grande successo e dando vita a grottesche collaborazioni. Questo 2016 è stato benedetto da un nuovo, brillante capitolo targato Pain e Peter è correntemente impegnato nella promozione della sua neonata creatura. Lo incontriamo a Milano al suo ritorno da un pranzo con Mikael Stanne (frontman dei Dark Tranquillity, ndr) e la prima cosa che gli chiediamo è un riassunto delle sue più recenti attività: “Sono stato occupato con un sacco di cose. Nel corso degli anni ho imparato che se voglio tirare

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fuori un buon album devo essere preso solo da quello e non disperdere la mia concentrazione su qualunque altra cosa mi passi davanti agli occhi. Non puoi mettere cuore e anima nella creazione di un album se contemporaneamente vai in tour o fai altro. Ci sono stati di mezzo gli Hypocrisy, poi il progetto Lindemann è venuto fuori dal nulla, solo ora ho trovato cinque minuti di pace per mettermi sotto e portare avanti il lavoro con i Pain”. Ne approfittiamo per chiedere qualcosa sui Lindemann, che hanno sconvolto la critica spaccandola in due fazioni diametralmente opposte nel giudizio: “Io e Till (Lindemann, main man dei Rammstein, ndr) parlavamo di questa collaborazione

già dal 2000. Volevamo fare qualcosa insieme, anche se non sapevamo ancora cosa, a parte bere” ci spiega, abbandonando per un attimo la sua ben nota serietà per concedersi una risata: “Un giorno mi contatta e mi dice: “Sono libero, ce l’hai un po’ di tempo per me?” e io ce l’avevo, così abbiamo composto “Ladyboy”; le cose poi si sono evolute da sole, più scrivevamo e più eravamo galvanizzati, sembrava Natale!”. Peter ha sicuramente messo molto entusiasmo in questo progetto ma i responsi a “Skills In Pills” non sono stati propriamente unanimi o positivi. Commenta con una scrollata di spalle: “Che ci posso fare, la vita va così. Quello che fai non può piacere a tutti, è


impossibile, e in ogni caso non è uno dei miei obiettivi: la soddisfazione che cerco deve essere mia in primis, e Till la pensa come me; siamo entrambi convinti di aver dato il meglio e tanto ci basta, il resto è contorno. “Skills In Pills” è qualcosa che abbiamo fatto per noi stessi, non c’erano contratti o budget fissati, è stato tutto molto vero, molto onesto”. Nelle settimane antecedenti all’uscita dell’album, i Pain hanno pubblicato diversi video che illustrano il processo di lavorazione che ha permesso a “Coming Home” di venire alla luce; fare domande al riguardo sarebbe pleonastico ma chiedere il commento personale è un rituale a cui raramente ci si sottrae: “Premettendo che non ricordo assolutamente nulla di ciò che ho detto nei video, cercherò di non ripetermi” scherza Peter. “Dopo l’ultimo album dei Pain e il progetto Lindemann non sapevo che direzione prendere, avevo bisogno di cambiare o mi sarei ritrovato a produrre qualcosa di vuoto e insignificante. Dovevo cambiare il mio modo di scrivere musica e non sapevo se avrebbe comportato una svolta per il meglio o per il peggio; quindi mi sono mosso in tanti modi diversi, ho cambiato direzione infinite volte, cercando di essere più esposto - nudo direi - in certi frangenti e più possente in altri. Non so quale sarà il risultato finale ma penso di essere cambiato in meglio”. L’attenzione viene poi spostata sul videoclip realizzato per “Call Me”, in cui Joakim Brodén dei Sabaton presta la sua voce: “Con i Pain si cerca sempre di essere fuori dal coro, con i Lindemann ancora di più; nel caso dei Lindemann la spinta veniva perlopiù dal regista, con l’approvazione mia

Guarda qui il video di ‘call me’, traccia estratta da ‘coming home’

e di Till, ovviamente. Anche in “Call Me” la visione del regista ha avuto un ruolo preponderante. Dietro la macchina da presa c’era Ville Lipiäinen, che collabora con i Pain dai tempi di “Follow Me”. È stato lui a proporre i pupazzi, perché un suo amico in Finlandia li costruisce. Poteva essere una buona idea oppure un fiasco totale ma noi ci abbiamo provato lo stesso. Ville ha voluto girare il video in stile anni Settanta: a quei tempi i manager erano le vere rockstar dietro il palco. Io mi sono trovato d’accordo con questa idea a patto che il risultato finale fosse grottesco, ma non come in “Praise Abort”; volevo qualcosa di viscido, stupido, sporco, scandaloso, ma non proprio così, non sono questi i termini giusti, qual è quell’aggettivo che...” Degradante? “Degradante, è quella la parola che cercavo! E penso proprio che siamo riusciti nell’intento”. “Black Knight Satellite” è stato il primo singolo estratto da “Coming Home”. L’oggetto della canzone è molto conosciuto tra gli amanti delle storie di UFO e non è la prima volta che Peter si lascia ispirare dagli extraterrestri per una canzone: “Bisogna tenere aperta la mente. Un giorno le cose di cui neghiamo l’esistenza potrebbero rivelarsi vere. Adoro cercare assurdità su internet, specialmente articoli sui programmi spaziali segreti; passo un sacco di tempo a leggere le opinioni della gente su questi argomenti e ho un mio filtro personale: ci sono cose in cui credo, che per me sono assolutamente possibili, e altre talmente assurde che mi rifiuto anche solo di pensarci. È tutto cibo per le nostre teste, ricordiamoci che là fuori c’è molto più di quello che pensiamo”. Una volta scoperta questa sua

ere “Bisogna ten ente. aperta la m le cose o n r o i g n U iamo di cui negh potrebl’esistenza si vere” r a l e v i r o r be METALHAMMER.IT 29


passione per il paranormale, l’unica cosa da fare è chiedergli di più sull’argomento e Peter non si tira indietro: “Credo che nel corso degli anni il DNA umano sia stato manipolato più e più volte e non da noi, ma da qualcun altro. Potrebbero usarci come cavie da laboratorio o qualcosa del genere. L’umanità, in questo preciso periodo storico, si trova a un nuovo stadio di vibrazione, o così ho sentito. Ti ricordi quando nel 2012 tutti parlavano della fine del mondo? In effetti qualcosa è successo, qualcosa che ha cambiato il nostro codice genetico, teoricamente dovremmo diventare un po’ più intelligenti o cose simili. Forse siamo noi, gli alieni; di sicuro non siamo spuntati dalla terra come l’erba e diverse entità hanno interferito con il nostro processo evolutivo, facendo di noi ciò che siamo oggi”. Dopo un simile discorso poniamo a Peter la fatidica domanda: se gli alieni ci osservano, cosa pensano dell’umanità? Prima di rispondere emana un profondo sospiro

di rassegnazione: “Possiamo solo tirare delle conclusioni personali. Se dai a un essere umano una tanica di benzina e un accendino probabilmente scatenerà un incendio, questa è la mia risposta”. In seguito a questo interessante excursus del terzo tipo, si torna a parlare di “Coming Home” e della traccia omonima, uno dei passaggi più forti e intimi dell’album, i cui fulcri centrali sono l’invecchiamento e la vita che scivola via: “Non abbiamo molto tempo e più si invecchia più questo scorre velocemente” asserisce Peter. Ha forse paura di diventare vecchio? “No, è solo che non voglio, come dice Robbie Williams” risponde, abbozzando un sorrisetto. Non è cosa da tutti i giorni sentire Peter Tägtgren citare una canzone pop di quattordici anni fa, lui ne è ben consapevole e per un attimo si compiace dello sgomento che ha generato prima di approfondire la questione: “In “Starseed” canto di cosa succede quando moriamo, dove andiamo a finire. Non credo che cali il sipario e scenda il buio, penso piuttosto che la nostra anima se ne vada da qualche altra parte, che si trovi un nuovo guscio: è un po’ come quando hai

una macchina troppo vecchia e allora ne prendi una nuova; oppure il nostro passato viene cancellato e si ricomincia da capo da qualche altra parte”. La coscienza, alla fin fine, non è altro che un insieme di impulsi elettrici e l’energia non cessa semplicemente di esistere: “Magari si continua a vivere sotto un’altra forma, con un’altra densità. Tutto gira intorno all’energia, è la chiave della vita”. I Pain sono famosi per la loro brutale onestà e per la cattiveria di alcuni dei loro testi, che hanno suscitato disgusto tra i benpensanti e rabbia tra le femministe più incallite. Peter però non sembra preoccuparsene, anzi ci ride su: “Di quello che pensa la gente non potrebbe fregarmene di meno, altrimenti avrei sbagliato business, no? Io scrivo musica per me, lo dico sempre, e se alla gente piace, tanto di guadagnato. Non devo compiacere nessuno, è una cosa fondamentale. Quando scrivi musica è essenziale essere onesti con se stessi, perché è l’unico modo per creare qualcosa che sia vero. Ovviamente ogni mio album è diverso perché io cambio continuamente come individuo. Se ti piace quello che faccio ti ritrovi con

Guarda qui il lyric video di ‘black knight satellite’ e leggi il box nella pagina accanto!

usica E’ m i v i r c s o Quand onesti e r e s s e e l essenzia perchE’ E’ , i s s e t s e s con r creare e p o d o m l’unico sia vero e h c a s o c l qua

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questa situazione: mille prodotti diversi, mille aspetti della mia personalità”. Oltre alla passione per tutto ciò che non è di questo mondo, Peter ne ha un’altra che lo ha accompagnato per gran parte della sua vita: “Sono fan dei Kiss da quando ero un ragazzino e non ho mai smesso di collezionare la loro oggettistica. Tutt’oggi, quando vedo una loro fotografia, mi vengono alla mente un sacco di ricordi. È un hobby come un altro, forse un po’ costoso, ma mi distrae parecchio dalla musica (anche se alla fine si tratta sempre di questo). Per me è come collezionare francobolli”. Chiedere a Peter Tägtgren chi sia il suo Kiss preferito lo mette in estrema difficoltà:

“Credo di essere schizofrenico, cambio umore da un secondo all’altro e per questo ero a mio agio con i loro primi album, perché erano tutti diversi. Per questo motivo non riesco a dire quale album dei loro sia il migliore o chi sia il mio Kiss preferito. Di sicuro i Kiss che preferisco sono quelli del periodo che va dal 1973 al 1978, poi hanno cominciato a fare quella musica strana, disco/commerciale… Se li ascolto oggi quegli album mi piacciono, ma all’epoca ne rimasi deluso e disgustato. In ogni caso non posso smettere di amarli, sono pur sempre i Kiss!”. L’ultima domanda per Peter ritorna a battere l’argomento alieni e la possibilità di dedicare loro un intero album dei Pain:

“Non saprei, mi servirebbe una storia grossa per scriverci su un intero album”. Gli raccontiamo allora delle leggende che aleggiano intorno alla figura del Guerriero di Capestrano, un’imponente statua del sesto secolo a.C. rinvenuta in una necropoli abruzzese; sono in molti a sostenere che il mitico guerriero non fosse di questo mondo e Peter sembra affascinato da certe dicerie: “Forse era un rettiliano, oppure un grigio! Sai cosa si dice dei grigi? Che non siano proprio degli esseri viventi ma dei robot fatti di carne controllati a distanza. Forse qualcuno stava osservando la vostra gente e ha voluto mettere le mani nelle vostre faccende. È strano ma decisamente interessante”.

Il satellite black knight Il Satellite Black Knight è un presunto oggetto di origine extraterrestre che si trova sull’orbita polare. L’ipotesi che il Black Knight sia un satellite nasce nel 1954, quando diverse testate americane pubblicarono le teorie dell’ufologo Donald Keyhoe: secondo lui la US Air Force aveva individuato due satelliti di origine ignota orbitare intorno alla Terra. Dato che all’epoca non erano ancora stati costruiti satelliti artificiali, la notizia suscitò grande scalpore. Nel 1960 la marina militare americana scoprì un oggetto nero orbitare a 79° rispetto all’equatore; all’inizio si credeva che fosse un satellite sovietico, poi venne confermato che si trattava di un residuato del lancio del satellite Discoverer VIII. Nel 1973 lo scozzese Duncan Lunan analizzò i dati raccolti dal radioamatore norvegese Jorgen Hals nel 1928 e ipotizzò che questi segnali fossero stati trasmessi da un oggetto vecchio 12600 anni situato in uno dei punti di Lagrange (punti dell’orbita di un pianeta in cui possono situarsi dei corpi minori per condividere l’orbita di un corpo più grande) della Terra. In seguito Duncan scoprì che i dati da lui esaminati erano imprecisi e ritirò la sua teoria. Nel 1998 il Black Knight venne fotografato durante la missione STS-88. Probabilmente le fotografie hanno immortalato una coperta termica persa durante un’attività extraveicolare. Alcuni ufologi sostengono che il veicolo possa essere in realtà la nave spaziale di Pakal, che si crede sia un’astronave Maya rinvenuta dallo pseudo-archeologo Erich von Däniken.

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Andiamo alla scoperta di 'Sorceress', nuovo capolavoro dei maestri del prog svedese secondo le parole del frontman Gli Opeth sono inarrestabili e la loro artisticità è incontenibile. ‘Sorceress’, testimonia ancora una volta la caparbietà di una band arrivata al successo planetario paradossalmente con le loro più intricate composizioni. Abbiamo intervistato Mikael Åkerfeldt per parlare di questo nuovo capitolo, e non solo, difatti ci ha parlato anche del suo amore per il progressive rock tricolore. Molte formazioni cadono nella trappola di dare al pubblico quello che ci si aspetta, questo spesso risulta in una

carriera salda e un successo commerciale stabile. Inoltre, da qualche anno le persone vogliono qualcosa di riconoscibile, che sia immediato e che non debba impegnare il nostro cervello più di tanto, se qualcosa suona diverso da quello che i nostri lobotomizzati sensori riconoscono si passa al prossimo titolo su Spotify. È chiaro che quindi per aver successo non bisogna andare al di là della propria formula, e come giustamente ricorda Åkerfeldt “è un chiaro problema oggi! Una

volta noi investivamo soldi in un album, magari non lo capivamo al primo ascolto, e davamo tempo alla musica, riascoltavamo per comprendere. Per me era un grande investimento pagare l’equivalente di dieci euro per un disco e amavo quella musica, di certo non scrivevo lettere di protesta al fan club. Oggi l’attenzione degli ascoltatori è così minima che devono amare tutto subito o non va bene!” Da quando l’arte deve essere riconoscibile? Da quando essa deve confermare le nostre idee invece di provocarle? Da quando una band che cresce, si evolve, esplora ogni linguaggio artistico diviene coraggio-

sa? Sicuramente da quando i nostri cervelli non riescono a concentrarsi, distratti da una vita che si vive nei social media. Se questo fosse stato lo stile di vita negli anni Sessanta, i Black Sabbath non sarebbero mai esistiti, ‘The White Album’ dei Beatles non sarebbe mai stato pubblicato, la psichedelica musica dei Pink Floyd non sarebbe stata creata, o ancora, potete immaginare un mondo senza Jim Morrison? Gli Opeth non hanno mai avvallato questa filosofia. Per questo e tanti altri motivi il mio rispetto per questi artisti è urlato. Ed è così che in un mondo dove i cambiamenti diventato destabilizzanti anche

l e d i r o t Divina stino e d o i r p o r p di Paky Orrasi

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l’annuncio che gli Opeth sono passati a Nuclear Blast diventa un motivo per urlare allo scandalo, e il fatto che la band ha aperto la propria imprint passa inosservato “Abbiamo una licenza con Nuclear Blast, tuttavia da tempo pensavamo di aprire la nostra imprint e abbiamo deciso che ora sarebbe stato un buon momento per aprire Moderbolaget Records”. Spiega Åkerfeldt, e aggiunge “Abbiamo gia da tanto aperto Omerch, il che ci da controllo sul nostro merchandise. Questa decisione è stata presa anche per evitare della confusione quando abbiamo cambiato appunto label e firmato per Nuclear Blast. Ora abbiamo un posto dove

pubblicare solo projects, segnare altre band o magare ristampare i nostri vecchi album”. ‘Sorceress’ quindi apre una serie di nuove avventure per la band, un album già celebratissimo ma che sorprendentemente è stato scritto da Åkerfeldt in soli sei mesi e registrato in dodici giorni. Il mastermind degli Opeth tuttavia non è stato spaventato dal poco tempo a disposizione, semmai questo è stato benefico in quanto come dichiara “scrivo musica quando devo, non sono uno di quei musicisti romantici che scrivono tutto il tempo. Consumo molta musica, ma non scrivo se non devo…

suona malissimo ma non fraintendetemi amo comporre, quando devo iniziare sono pieno di ispirazione e voglio scrivere velocemente. Da questo punto di vista avere una pressione e una data prestabilita mi fa bene”. La produttività è chiaramente regola per questa band, tanto che non perde tempo in sala di registrazione; dicono no all’editing eccessivo che molte band fanno in questo periodo, dove tutto suona uguale, e onestamente troppo plastico “noi cerchiamo di suonare benissimo, ma non c’è ragione di sedersi e analizzare ogni coro per togliere ogni piccola imperfezione, abbiamo tenuto queste cose

nell’album. Certo, anche noi in passato abbiamo creato album pulendo ogni dettaglio, tuttavia alla fine questo processo non era divertente, e questo non è il motivo per cui sono un musicista. Vogliamo divertirci e non stressarci su piccolezze che nessuno può sentire in ogni caso”. Questa è una delle bellezze di questo nuovo album, la musica è reale, ascolterete veri strumenti e non chitarre pulite alla perfezione dall’ingegnere. Quando l’album fu annunciato, la band da subito dichiarò che ‘Sorceress’ sarebbe stato molto più heavy rispetto a ‘Heritage’ e ‘Pale Communion’, difatti questi nuovi pezzi sono molto dark, e progressive

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Per Iniziai col growl perche' non sapevo cantare! dime, il growl col passare degli anni iniziò a ho ventare ridondante. A un certo punto non l' ltasentito più mio. Crescendo ho spesso di asco lo re quella musica e non aveva senso usarlo so fan perche' avevo una reputazione o per qualche hard rock, tuttavia credo che molte persone pensano che heavy faccia rima con growl! Il risultato dimostra che non solo non è sempre il caso, ma che questa sia una visione al quanto banale. Tanto si è detto e scritto sul motivo dell’abbandono del growl da parte degli Opeth, tanti i fan che hanno smesso di ascoltare la loro musica unicamente per questo motivo, Michael decide di spiegare una volta per tutte questa decisione “quando iniziai con il growl avevo quattordici anni, non sapevo cantare! Quello era l’unico modo per me d’iniziare una band anche se nessuno sapesse cantare! Sono diventato un cantante per coincidenza, e pian piano il growl diventò parte del no-

stro stile credo”, durante gli anni la voce pulita è diventata sempre più frequente nei loro album, dando possibilità al frontman di sperimentare e migliorarsi e raccontare diverse emozioni, come ci conferma: “Ho sempre amato cantare più che urlare. Il growl, nella maniera in cui io lo uso, può raccontare solo una storia, per questo ho lavorato molto sulla mia voce pulita. Quando abbiamo smesso di usarlo mi sono divertito e ho quasi sentito che dover compensare il tempo perduto. Ho lavorato molto quindi per raggiungere delle note, o una voce aggressiva pur cantando”, conclude Åkerfeldt. Questa sua ispirazione nel

divenire un eccellente vocalista è ben chiara negli ultimi tre abum, nei quali egli sperimenta tremendamente la sua vocalità, aggiungendo nuove atmosfere, è evidente che abbandonando il growl, Åkerfeldt ha avuto la libertà di esprimersi maggiormente. ‘Sorceress’ è anche l’album che personalmente mi ha fatto meglio capire ‘Pale Communion’. Se con ‘Heritage’ la spinta verso la più libera esplorazione e la scoperta dei toni bui del progressive è esplosa, ‘Pale Communion’ è ora un chiaro ponte verso questa ulteriore spinta contenuta nel nuovo lavoro “ha senso per me il fatto che all’inizio un cambiamento nel suono possa far

Guarda nel player Il lyric video di ‘Sorceress’, title-track del nuovo disco degli opeth

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stranire un fan, ma con un nuovo album inizi a capire la nuova direzione e ascoltare il precedente con una maggiore comprensione e sicuramente più aperto in quanto non vi è quello shock iniziale!”. Parlando di shock, di certo non sono stata sorpresa dal fatto che Mr. Åkerfeldt, per questo album ha preso ispirazione da Il Paese dei Balocchi, band progressive rock italiana, formatosi nel 1971. I fan accaniti sapranno che lui è uno dei più grandi collezionisti di album progressive piuttosto


Svensk Progg, il fenomeno unico del progressive in Svezia spiegato da Mikael Akerfeldt In Svezia, la scena progressive è quasi divisa in due varianti. Ad esempio se parli di Svensk Progg con gli svedesi, molti penserebbero a band politiche. In Svezia per molti il nostro progressive non aveva nulla a che fare con la progressione della musica ma era un movimento politico, iniziato dalla sinistra. Ma poi ci sono altre band come Trettioåriga Kriget o Made In Sweden, che erano band progressive a livello musicale. Anche in Finlandia vi era un bel movimento ad esempio la fantastica Tasavallan Presidentti, con Jukka Tolonen alla chitarra. E una cosa particolare del prog svedese è che esso ha uno stile davvero svedese, in quanto nella loro musica avevano una progressione di accordi e usavano delle scale che li rendeva squisitamente svedesi.

sconosciuti, e band piuttosto strane. Quindi ero curiosa se pur svedese conoscesse le mie progressive band italiane preferite, prima fra tutte Area. “La mia selezione italiana è figa, degli Area ho ‘Arbeit Macht Frei’, dall’italia ho anche album della band Panna fredda, ho l’album ‘Gleeman’ della band Garybaldi, naturalmente Il Paese dei Balocchi, ho anche

i Museo Rosenbach, poi ho i Circus 200, che assolutamente amo! Poi ho gli Osanna, anche questa una delle mie preferite, naturalmente non possono mancare Le Orme, naturalmente Goblin, Corte dei Miracoli, Il Baletto di Bronzo”. E dato che siamo ben dentro la questione progressive, bisogna fare una distinzione. Speso l’etichetta progressi-

ve metal può ingannare. Se ascoltate gli Opeth troverete un mondo ben diverso dal quello che io definisco “masturbazione musicale” di band progressive metal. Il progressive targato Opeth è elegante e ben racchiuso dentro la scrittura musicale. Come anche Åkerfeldt afferma “Gli Opeth non hanno a che fare con l’attuale progressive metal. I musicisti di

queste band sono bravissimi, tuttavia spesso il prog metal può essere troppo pomposo per i miei gusti, e una pura dimostrazione di talento e decisamente pretenzioso per quanto mi riguarda.” Vi consiglio quindi di fare come una volta, ascoltare ‘Sorceress’, investire del tempo e apprezzare questo meraviglioso mondo targato Opeth.

Tanti dei miei artisti preferiti hanno quel cambiamento nella discografia. Nel metal o heavy ro ck sembra non ci sia gioia ne lla sperimentazione. E' un paradoss o perche' questa era la music a della ribellione, oggi non c'e' molta rivoluzione nella musica

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Dopo un album ‘orientato al passato’ come ‘Pariah’s Child’, ie i Sonata Arctica decidono di tornare ad esplorare lidi piu' progressiv e. diversificati, cambiando nuovamente rotta con un secco colpo di timon si Un disponibile Heinrik Klingenberg ci spiega come in effetti l’evoluzione un concetto che da sempre associato alla band finnica. Ogni uscita dei Sonata Arctica è sempre da prendere come un capitolo a sé. I cinque finlandesi capitanati dal rosso crinito Tomy Kakko da sempre infatti faticano – o non intendono farlo – a dare ai fan un album più o meno simile al precedente: dopo ogni uscita infatti gli equilibri sembrano continuamente cambiare, spostando il tiro da lavori più classicamente power ad altri più progressivi, passando spesso anche per tutto quanto sta nel mezzo di questi due generi. Non fa eccezione il nuovo ‘The Ninth Hour’, nono capitolo nella discografia della band, che, dopo la breve sosta su territori power registrata con ‘Pariah’s Child’, riprende invece le fila di un progressive metal più di-

versificato e malinconico. Una scelta questa, ci assicura Heinrik, presa con coscienza dalla band tutta. “Un punto di forza dei Sonata Arctica è che ogni disco è prendibile a sé, non assomiglia per forza al precedente o al successivo”. Sostiene infatti ai nostri microfoni il simpatico tastierista. “Certo guardando al passato e ai precedenti dischi noto molte differenze tra come eravamo un tempo e come siamo ora, ma è anche vero che tanto tempo è passato. L’evoluzione è una cosa naturale per i Sonata Arctica, e lo è soprattutto anche per noi come persone. Facciamo esperienza, viviamo eventi, e le nostre personalità cambiano… evolvono, appunto. E questo si riflette nella musica,

che non è ma simile a se stessa”. L’evoluzione per i Sonata Arctica sembra dunque essere un processo del tutto naturale, che per loro diventa tra l’altro quasi necessario. “E’ secondo me questa caratteristica, l’evoluzione, a mantenere vivo il nostro interesse in ciò che facciamo, verso la musica stessa che componiamo. Tutti noi ci stancheremmo subito di fare sempre la stesso casa… non penso proprio che potremmo mai registrare una serie di ‘album fotocopia’, così come li chiamano adesso. Non è proprio quella la formula che cerchiamo!”. Una presa di posizione precisa e condivisibile ma che, lo sappiamo tutti, può portare più di qualche dissapore all’interno della fanbase.

A Cry For The Worl

di Dario Cattaneo

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dischi i t n e d e c re p i a e o t a s s a "guardando al p o un m va ra e e m o c ra t e z n re noto molte diffe che ro ve e h c n a ' e a m , ra o tempo e come siamo tanto tempo e' passato" “Io invece penso che i veri fan capiscano bene questo concetto,” ci contraddice al riguardo Heinrik. “Certo, c’è e ci sarà

sempre il singolo ascoltatore che ti contesterà aspramente un disco,come ci sarà sempre anche quello che invece magari se ne innamorerà perdutamente, ma penso che in generale, soprattutto nei nostri confronti, vinca un senso di curiosità. Sai, la voglia di scoprire cosa c’è dopo, di sapere come sarà il nostro prossimo album? Ecco, è questo secondo me a mantenere i fan vicini alla band”. ‘The Ninth Hour’ però, anche se segue un approccio decisamente più diversificato e malinconico, non è del tutto slegato a livello stilistico dal precedente lavoro . Infatti il nuovo disco condivide col precedente alcune importanti caratteristiche. E’ una cosa che Heinrik ci spiega bene: “Quest’album è certo ancorato al nostro passato come lo era ‘Pariah’s Child’, ma penso che in qualche modo gli sia comunque piuttosto vicino”. Sostiene infatti. “Anzi direi che ne rappresenta di fatto la logica continuazione. Su ‘The Ninth Hour’ ritornano più o meno tutti gli elementi che avevamo usato in passato e che in ‘Pariah’s Child’ avevamo deciso

di ridurre. Qui convivono brani progressive, brani più diretti, canzoni lunghe e canzoni dritte al punto… è un po’ come se questo album fosse un riassunto della nostra intera carriera fino ad adesso”. Il tastierista sembra essere molto contento del lavoro svolto, e quindi va avanti a descrivercelo. “Anche se ‘The Ninth Hour’ raccoglie elementi da tutti gli altri album come dicevo prima, è però anche un prodotto molto solido. Compatto. A parte un paio di pezzi che sono effettivamente un po’ fuori dal clima generale e che sono nati in maniera piuttosto inaspettata, il resto dei brani percorre linee guida sempre simili, che danno all’album quella solida visione di insieme che forse deficitava a ‘Pariah’s Child’e che invece cercavamo”. E, in effetti, il nuovo album solido e uniforme si dimostra, soprattutto sotto il profilo lirico e concettuale. L’intero lavoro è infatti appoggiato su un solido tema a sfondo ambientalistico, un tema che, come scopriamo dalle successive parole di Heinrik, è decisamente importante per loro ma anche per tutti gli esseri umani. “E’ forte in noi il pensiero che come esseri umani ci troviamo a un punto della Storia in cui faremmo meglio a stare attenti a ciò che facciamo. Mi spiego: c’è una seria possibilità che, continuando come stiamo facendo, il genere umano finisca per distruggere quello che rimane di questo nostro pianeta. E’ una possibilità concreta, cui dovremmo tutti dedicare un pensiero”. E’ sempre più convinto di ciò il musicista, ma non vuole attribuirsi un ruolo che non gli si addice. “Noi dei Sonata Arctica non siamo predicatori, però. Non diciamo,né nel disco nè da nessuna altra parte che si dovrebbe fare questo o che non si dovrebbe

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esseri e m o c e h c ro e i s n e p l i i E' forte in no oria in t S a ll e d o t n u p n u a o umani ci troviam io' che c a i t n e t t a re a t s a o li cui faremmo meg ilita' b i s s o p a ri e s a n u ' 'e c , o facciamo. Mi spieg il , o d n e c a f o m a i t s e m o che, continuando c llo e u q re e g g ru t s i d r e p a genere umano ffiinisc pianeta. ro t s o n o t s e u q i d e n a che rim

fare quello. Ci piace però pensare di poter usare la musica almeno portare l’attenzione su un tema importante. C’è infatti una speranza, una possibilità, di accorgersi noi tutti di dove stiamo finendo e di cercare di cambiare rotta o almeno tirare il freno… bisogna farlo adesso però, altrimenti sarà troppo tardi. Il tempo sta finendo, siamo noi a dover prendere queste decisioni, non i nostri figli e i nostri nipoti. Il nostro è un messaggio, capisci? Un allarme, tutto qui, non una predica o qualsiasi tipo di insegnamento. Un unico grido di avvertimento”. Oltre che nelle liriche dei vari brano, questo concetto è ben esplicitato nella bella copertina, che ci viene di lì a poco spiegata nelle sue particolarità. “Nel background del disegno di copertina viene rappresentato un futuro perfetto in cui la tecnologia e la natura convivono, una sorta di città utopistica immersa nel verde e a dimensione di persona. Al centro si vede invece un macchinario costituito da una clessidra orizzontale. In una delle sue due ampolle si vede un mondo distopico distrutto dagli umani,mentre in quell’altra è rappresentata una realtà di sola natura incontaminata, in cui però l’essere umano non esiste più. Le due parti ora sono in equilibrio, e solo agendo sul macchinario si può decidere se si andrà verso l’uno o l’altro destino. Ovviamente, l’equilibrio attuale sembra essere l’unica combinazione che rende possibile il mondo perfetto in background…”. Un album ambizioso dunque, con un messaggio importante, ma che a detta del musicista da noi intervistato non è stato così ostico da realizzare. Anzi, Kilngenberg stesso ci parla solo di un paio di brani che gli hanno dato qualche mal di testa, il resto sembra essere andato tutto liscio. “Alcune parti di piano acustico su alcuni brani mi hanno davvero un po’ fatto penare. Soprattutto a livello

Guarda qui il lyric video di ‘Closer to An Animal’, pezzo estratto da ‘The Ninth Hour’

Tony Kakko e’ stato anche ospite nel disco ‘rabbits’ hill pt.2’ dei Trick or treat 38 METALHAMMER.IT


Curiosita’: Tony Kakko pare sia credente. Il concetto di ‘la nona ora’ viene infatti dalla Bibbia. “Secondo la Bibbia dovremmo pentirci e sacrif icarci nella ‘Nona Ora’ per poter tornare ad una realta’ piu’ terrena”.

di composizione, anche perché suonarli poi non è così difficile, ma nello scriverli ho cercato molto di dargli il suono e il mood giusto, e non è stato facile. Soprattutto su ‘Faultline’, l’ultimo brano, che è quello più oscuro e malinconico di tutti. Anche l’assolo di “Rise A Night”, il pezzo più veloce, non è stato facile. Ci ha dato da pensare principalmente perché abbiamo discusso a lungo sul fatto se mettere o meno quell’assolo di tastiera, se lasciare tutto alla chitarra o sostituire in blocco la sezione solistica con degli arrangiamenti. Diciamo che il pezzo ha preso forma un po’ lungo la strada, ma fino alla fine non eravamo convinti di come veniva!”. Ha ben donde a raccontarci queste cose Heinrick, anche perché scopriamo poco dopo che il compositore principale Kakko stesso usa molto la tastiera per comporre. Motivo per cui la tastiera poi ricopre appunto un ruolo molto importante nell’economia del’intero disco. “In genere le canzoni dei Sonata Arctica nascono proprio da pezzi scritti al piano o alla tastiera”, ci conferma infatti. “Questo perché Tony, che è la mente che scrive più di tutti, è a sua volta un tastierista, e quindi predilige scrivere con quello strumento. So che alle

volte compone anche con la chitarra, non c’è un modo preciso, ma spesso è così”. Il tempo a nostra disposizione va verso la fine, e vogliamo sapere però come si inquadra questo lavoro nella discografia generale della band. “E’ difficile pensare a come inquadrare un disco all’inteor di una cosa personale come la propria discografia. Fa ammattire”. Brontola bonariamente l’interpellato alla nostra scomoda domanda. “Però posso ripeterti che questo album ha molti elementi in comun con tutti i nostri lavoro passati, quindi penso che rappresenti bene quello che sono i Sonata Arctica, in tutte le loro declinazioni e sfaccettature. ‘The Ninth Hour’ è decisamente un buon esempio di quello che è grossomodo possiamo definire come lo stile globale dei Sonata Arctica. E’ forse più facile dirti i dischi che ne sono più lontani: ‘Unia’ e ‘Stone Grows Her Name’ sono infatti lavori abbastanza a se stante, molto diversi da tutti gli altri nostri lavori. Soprattutto il secondo è un album molto inaspettato, il più lontano da tutti gli altri che abbiamo inciso, e come tale non è stato del tutto capito”. Decidiamo di salutarci facendo quattro chiacchiere sui concerti in generale, e sui festival

estivi che sono appena finiti. Anche qui Heinrik ci racconta qualcosa di interessante. “Rispetto ai festival preferisco davvero suonare nei club, sopratutto perché lì posso controllare tutto quello che riguarda il suono”, ci confessa al riguardo. “Ma devo ammettere che i festival hanno comunque dei grandi aspetti. Il fatto che suoni su grossi palchi certamente è un punto a favore. Certo, davanti a te hai spesso gente che non ascolta la tua band o non la conosce, ma è una buona cosa dal punto di vista promozionale. Ai tuoi concerti da headliner vengono solitamente fan di vecchia data, gente che conosce già la tua musica, mentre ai festival puoi veramente raggiungere qualche nuovo ascoltatore. E’ bello che sia così! E’ solo il suonare di primo pomeriggio, o peggio la mattina tardi tipo all’ora di pranzo, con poco tempo per prepararsi che spesso da a una band grossi problemi. Soprattutto ai cantanti! La voce la mattina è sempre un po’ brutta, impastata… per un cantante esibirsi alle undici del mattino è sempre un vero inferno!”

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Un album double face, con un piede ben piantato nel passato ed uno stabilmente nel futuro. Questo 'Monstereophonic: Theaterror Vs. Demonarchy’, nuova fatica discografica dei Lordi, che per la loro ottava tornata in studio danno alla luce un disco che, a una prima parte piu' classica, abbina una seconda piu' sperimentale. A presentarci questo atto di coraggio, E' Lui, il mostruoso Lordi!

e d y H d n a l l y k e J n e e w Bet

di Fabio Magliano

Quando ti trovi quasi inaspettatamente al top dopo aver trionfato, tu portavoce di un hard rock che più classico non si può imbastardito giusto da un’immagine da fumetto horror, ad uno dei più grandi eventi pop europei come l’Eurovision Song Contest, la strada finisce per farsi estremamente complicata. O segui il metodo “Ac/Dc” e ripeti la stessa formula all’infinito, o azzardi e ti reinventi. Ma dato che qui si parla dei Lordi, non degli Ac/Dc, e che i lavori post “Hard Rock Hallelujah” sono andati avanti a strattoni senza

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far più gridare al miracolo, la strada (forzata) verso la sopravvivenza per il combo di Rovaniemi è stata una sola: reinventarsi e cercare di azzardare. Con moderazione, però. Ecco quindi che il nuovo lavoro ”Monstereophonic: Theaterror Vs. Demonarchy” si presenta come un disco double face, con un “Side A” volendo utilizzare l’immagine del vinile a noi tanto caro, nel quale ritroviamo i Lordi così come li abbiamo sempre conosciuti, con il loro hard rock horrorifico carico di melodia e di approcci ruffiani,

ed un “Side B” “Demonarchy” nel quale emerge il lato più heavy e, volendo, sperimentale del gruppo, che in questo frangente presenta anche il primo mini concept album in quasi 25 anni di carriera. Un azzardo? Forse, ma per Mr. Tomi Putaansuu , alias Lordi, questa scelta ha rappresentato la vittoria di una sfida contro se stessi “Il concept è suddiviso in due parti, una più classica ed una orientata verso sonorità se vogliamo più sperimentali - spiega con la simpatia che lo ha da sempre contraddistinto - Le ragioni di

questa scelta sono molteplici, su tutte la mia passione per suoni più aggressivi, più moderni, che nei dischi precedenti non ho mai potuto sviluppare come avrei voluto. Con questo disco ho voluto fare il grande passo, senza però troncare drasticamente con quanto sin qui costruito dai Lordi. E’ per questo che le prime sette canzoni racchiudono il sound classico dei Lordi, quello che ci ha resi celebri e ci ha fatto apprezzare dai fan. Le ultime sette tracce, invece, sono decisamente più aggressive, più


sperimentali”. Un passo necessario che, visto la qualità calante degli ultimi lavori del gruppo, si sarebbe potuto fare anche prima, però vi era un blocco ad impedirlo, come confessa candidamente e con grande onestà il cantante ”Non abbiamo mai compiuto questo passo prima perchè non mi vergogno a dirlo, avevamo paura. Avevamo un freno psicologico, che ci portava a bloccarci ogni qualvolta si decideva di provare qualcosa di differente. In un certo senso avevamo trovato una formula vincente, che piaceva alla gente e che automaticamente veniva ripetuta ad ogni

disco. E’ un discorso delicato, perché non è facile cambiare senza snaturarsi, senza rinnegare le proprie origini. Forse non ci sentivamo pronti, forse avevamo paura di come il pubblico avrebbe accolto questi cambiamenti... Nei primi dischi con Kita alla batteria, anche grazie al suo background non ci siamo mai posti il problema di discostarci dall’hard rock classico, poi è entrato nel gruppo Otus e da lui ci è arrivata una spinta importante verso il cambiamento ma, purtroppo, nel 2012 Otus è venuto a mancare e noi siamo ritornati nel limbo. Oggi con Mana

abbiamo ritrovato quello spirito innovatore che era venuto meno nel 2012 e ci siamo sentiti finalmente pronti per lanciarci verso sonorità più orientate verso l’heavy metal”. E la prime recensioni sono tutte positive, a conferma che forse il nuovo corso non è poi così sbagliato, anche se questo non basta per tranquillizzare definitivamente una delle band più inquietanti in circolazione “Il timore c’è sempre, anche se devo dire che le prime recensioni sono state sostanzialmente positive e questo ci fa capire come il messaggio sia giunto nel modo corretto - prosegue

- Il fatto è che, in questi anni di concerti, abbiamo avuto modo di vedere come, tra il nostro pubblico, ci fosse sia l’amante del metal classico, sia quello che ci ha scoperti per il nostro lato più melodico, magari dopo averci visto all’Eurovision Contest, per questo il nuovo lavoro dovrebbe andare ad abbracciare entrambi i tipi di ascoltatori e questo disco dovrebbe accontentare un po’ tutti” Addentrandoci nel processo di realizzazione di “Monstereophonic: Theaterror Vs. Demonarchy” emerge come la lavorazione sia stata estremamente semplice,

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perchè Non abbiamo compiuto questo passo prima logico che avevamo paura. Avevamo un freno psico si ci portava a bloccarci ogni qualvolta decideva di provare qualcosa di differente Lordi è stato riversato sia a livello sonoro che testuale in questo mini-concept...è stata dura ma alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo.” Il coraggio palesato dai Lordi in fase compositiva, non si è però confermato al momento della scelta del primo singolo da estrarre, caduta sulla tradizionale “Hug You Hardcore” piuttosto che su un brano più moderno, sancendo così ufficialmente la rottura tra quello che è stato e quello che sarà. Anche in questo frangente, però le motivazioni alla base di tale scelta sono forti e motivate “La decisione di non utilizzare una canzone del “Lato B” come singolo non è legata ad una sorta di paura nell’andare avanti con il nuovo corso, ma è legata a fattori puramente pratici. Il primo dipende dal fatto che, per registrare “Demonarchy” ci siamo avvalsi del lavoro di due chitarristi, mentre attualmente ne abbiamo uno solo, Amen, quindi scegliere un singolo dalla seconda parte del disco avrebbe significato dover prendere un secondo chitarrista per il tour o non proporre dal vivo il singolo del disco, due eventualità difficili da immaginare. Il secondo è di natura puramente economica: le canzoni di “Demonarchy” seguono una storia che avrebbe dovuto avere una trasposizione cinematografica nel video, con effetti speciali, scenografie, make up costosissimi e il budget a nostra disposizione non avrebbe mai potuto coprire tali costi. Anche perché i tempi sono cambiati, con You Tube e Internet le televisioni non passano più i video e una

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almeno da un punto di vista creativo, nonostante un radicale cambiamento concettuale e sonoro rispetto al passato “Lavorare a questo album “double face” è stato incredibilmente semplice, proprio perché ci siamo scrollati finalmente di dosso tutte le remore e i pregiudizi che ci avevano accompagnato nell’ultima parte della nostra carriera. Spesso ci siamo trovati con dei pezzi scritti, tagliati o rielaborati in un secondo tempo perché suonavano troppo heavy, troppo estremi per i nostri standard, e questo ha finito inevitabilmente per condizionarci. Ora, senza più vincoli psicologici, è stato più facile: un brano suonava in modo classico? Lo reindirizzavamo verso la prima parte del disco; un altro pezzo nasceva più heavy? Se possibile lo inasprivamo ancora di più lo estremizzavamo e lo mettevamo nella seconda parte. E’ stata una cosa estremamente naturale”. Ben più difficile è stato creare la storia di ”Demonarchy” il primo concept album composto dai Lordi “Scrivere la storia del concept è stato dannatamente complicato, onestamente non lo avrei mai pensato - rivela il singer in vena di confidenze - Invece mi sono messo a lavorare alla storia per poi costruirci sopra le canzoni, e non è stato semplice come avrei pensato. Però erano anni che la nostra label ci spingeva a incidere un concept album dicendo che questo tipo di lavoro si sarebbe sposato perfettamente con la nostra immagine...quindi alla fine mi sono arreso e ho inciso un concept album, anzi, un semi-concept perché la storia riguarda solamente la seconda parte dell’album, il Side B, se vogliamo usare l’idea del vinile che tanto adoro. “Demonarchy” è una classica storia horror, dentro c’è di tutto: un bambino zombie, un vampiro, una donna licantropo, una strega... il lato più oscuro dei


simile spesa sarebbe stata inutile. Quindi abbiamo optato per una canzone che ci rappresentasse e che potesse avere comunque una efficace rappresentazione in video”. Ecco quindi estrarre dal cilindro “Hug You Hardcore” accompagnata da un video (coraggioso, va detto), nel quale scene di sesso anale, cannibalismo e carne maciullata si alternano con gran disinvoltura, attirando sul gruppo non poche critiche “Il video di “Hug You Hardc nore” è stato molto criticato e la cosa che mi ha sorpreso di più è stato ricevere critiche di fan indignati che si sono scandalizzati davanti a queste immagini. Cazzo, dite di amare i Lordi e poi vi stupite di questo video? Ma allora non avete mai letto una delle mie canzoni, non avete mai capito niente dei Lordi! E poi “Hug You Hardcore” parla di fisting anale, di sesso estremo... non potevamo girarci un video con demoni e case infestate... Ci andava qualcosa a tema, magari sull’idea di “Hostel” ed è uscito questo clip. Ma la cosa divertente è che il video che sta circolando nella sua versione non censurata, è molto meno brutale di come lo avevo in mente io. Io lo avrei fatto ancora più estremo, con più scene di nudo, con immagini più crude... solo che si è messo il nostro label manager dicendo che avremmo già avuto parecchi casini così senza calcare ulteriormente la mano. E io che continuavo a dirgli “Ma non vedi che è troppo soft? “e lui “Cazzo dici, è troppo estremo” ed io “Ma no, è soft” fino a che è sbottato “Sarà soft per te, ma per la gente normale come me è troppo eccessivo!” Era davvero schockato, quindi si è deciso di seguire la strada della label e del regista. Anche se, evidentemente, viste le reazioni per qualcuno era davvero un po’ troppo eccessivo” Ora un tour, che partirà il 1 ottobre dalla Germania per arrivare a novembre in Italia per tre date, a Borgo Priolo (PV), Padova e Roma. Un tour nel quale la band non proporrà come era stato ventilato l’ultimo lavoro per intero ma proporrà una sorta di greatest hits come da tradizione “Non possiamo suonare tutto il disco perché avremmo bisogno di due chitarristi, quindi al momento non è ipotizzabile la cosa - rivela - Poi non si sa mai, magari il disco avrà un successo tale che ci porterà anche a fare questo passo, ma al momento preferiamo concentrarci su cosa sappiamo fare meglio, proponendo uno spettacolo incentrato su brani estratti da tutta la nostra discografia. E ovviamente gli effetti speciali non mancheranno, ma chi conosce i Lordi sa che da questo punto di vista si può fidare”

ri,

curiositA’: Non solo most anche

dinosauri metal

Non regnano solo i Lordi in Finlandia, nell’universo delle band mascherate. Dal 2009, per “compiacere” ai bambini che avevano scoperto i Lordi grazie alla loro vittoria all’Eurovision Contest, sono infatti nati gli Hevisaurus, gruppo dedito ad un pop-metal cantato in finlandese da musicisti che si nascondono sotto buffi pseudonimi (il cantante Herra Hevisaurus, il tastierista Milli Pilli, il batterista Komppi Momppi, il chitarrista Riffi Raffi e il basista Muffi Puffi), soliti esibirsi con costumi da dinosauri. “Conosco molto bene il fondatore di questa band – ha affermato Lordi – quando registravamo “Deadache” loro erano nel nostro stesso studio. Mi ha confessato che, dopo il nostro successo all’Eurovision, hanno voluto creare una sorta di Lordi per bambini, visto che noi non siamo propriamente adatti ai più piccoli.”

e... non ‘Hug You Hardcore’ parla di fisting anal case inpotevamo girarci un video con demoni e sarebbe festate. E comunque fosse stato per me venuto ancora più crudo ed estremo

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@UNIPOL ARENA (BO) 17 settembre 2016 di Alex Ventriglia Foto di Roberto Villani

Una Bologna letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans degli Who, in giro per il capoluogo emiliano si gode di un colpo d’occhio diciamo sorprendente in un’epoca questa dove, purtroppo, sembra imperare una pessima educazione musicale, ragion per cui la nostra passione, inguaribile, si alimenta anche e soprattutto di queste cose, in una sorta di fratellanza che decisamente ci accomuna tutti. Specie quando si è al cospetto di autentici maestri, protagonisti di primo piano della celeberrima british invasion di metà anni Sessanta, eroi trasversali e pionieri di un modus operandi che sta ritornando in voga, se non si voglion perdere del tutto radici e tradizioni, nonché capaci di sferrare una carica live di quelle che più classiche davvero non si può! Sotto le due Torri si va a ritroso nel tempo, salta addirittura fuori qualcuno che si ricorda dei due concerti che gli Who suonarono al Palasport di Bologna nel 1967, erano i tempi d’oro di ‘My Generation’, ‘A Quick One’, ‘The Who Sell Out’, la prima storica “tripletta”, gli album con cui Pete Townshend & Co. si presentarono al mondo, rivoluzionandolo. Una carriera artistica con pochi eguali, tra i gruppi imprescindibili di quella cultura rock anglosassone che appunto cinquant’anni fa esplose su scala mondiale, innovativi e fondamentali (come forse solo Beatles e Rolling Stones furono capaci di essere), gli Who ribadiscono all’interno della super affollata Unipol Arena tutta la loro enorme portata e un blasone che definir glorioso è quasi riduttivo… Si presentano in perfetto orario, sono le 21 e qualche minuto, e la prima sorpresa è l’inaspettata ‘I Can’t Explain’, opener che li catapulta fuori con vigore e temperamento. L’Unipol ha un sussulto che non lascia scampo, stasera è tempo di celebrazioni, non pare quasi vero di essere al cospetto di chi, la Storia, l’ha scritta sul serio, vale a dire Roger Daltrey e Pete Townshend, rispettivamente voce e chitarra, alter-ego l’uno dell’altro, complementari ed inscindibili. Al fianco del leggendario duo, una squadra di grande nome nella quale spicca il motore ritmico, composto da Zak Starkey, batterista fenomenale e brillantissimo figlio d’arte (suo padre è l’illustre Ringo Starr), noto anche per i suoi trascorsi in qualità di turnista per gli Oasis, e Pino Palladino, bassista di grande spessore, già all’opera per David Gilmour, Elton John, Jeff Beck ed Eric Clapton tra gli altri; in più, una menzione speciale va a Simon Townshend, fratello minore di Pete e chitarrista con all’attivo una buona carriera come solista. E’ la volta di ‘The Seeker’, la band sta incorporando i giri giusti, ma è con ‘Who Are You?’ che sgancia il suo primo “carico da novanta”, con l’Unipol Arena che risponde all’unisono. ‘The Kids Are Alright’, ‘I

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Can See For Miles’, fino alla mitica ‘My Generation’, uno degli inni generazionali per antonomasia. Londra, seppur raggiunta in lambretta, poche volte ci è apparsa così vicina, talmente a portata di mano… Daltrey è in forma a dir poco splendida, si fa un baffo delle critiche piovutegli addosso per una voce non sempre al massimo, ma li vorrei vedere, questi critici da strapazzo, cosa sarebbero in grado di fare loro alla medesima età di Roger, il quale, detto per inciso, resta uno dei frontman inglesi più coinvolgenti tutt’ora in circolazione. La poesia di ‘Behind Blue Eyes’ e il dinamismo di ‘Bargain’, cavalli di battaglia dello storico ‘Who’s Next’, lo testimoniano abbondantemente. Mentre ‘Join Together’ viene introdotta da una significativa frase-tributo diffusa sui maxischermi, con la quale gli Who esprimono cordoglio e solidarietà all’Italia colpita dal terremoto, un omaggio questo che ce li fa ammirare ancora di più, Pete e il suo classico, iconico zompettare alla chitarra, e Roger a far mulinare per aria il microfono, una celebrazione nella celebrazione, poiché la ritualità ha sempre la sua importanza. Ben strutturate anche le immagini trasmesse sugli schermi, tra nostalgici scatti d’epoca, cortometraggi storici e le sagome del bassista John Entwistle e del riconoscibilissimo Keith Moon, uno dei più

geniali e devastanti batteristi che abbiano mai pestato le pelli, nonché personalità dalle sfaccettature più bizzarre e folli, senz’altro uno dei simboli distintivi del variegato universo The Who. Due figure familiari, che fanno ormai parte dell’immaginario collettivo, di tutti coloro che adorano questa band leggendaria. Gli applausi scattano, veloci, scroscianti, e con una punta di amaro pensando a chi non c’è più… ‘You Better You Bet’, ‘5:15’, ‘I’m One’, ‘The Rock’, l’eccezionale ‘Love Reign Over Me’, ciliegina sulla torta di ‘Quadrophenia’, prima di lasciar campo libero a ‘Tommy’, altro capolavoro assoluto nella discografia di Daltrey e soci: ‘Amazing Journey’, l’ipnotica ‘Acid Queen’ (e io ad immaginarmi il duetto con la voluttuosa Tina Turner, uno dei pezzi forti dell’omonima pellicola), l’anthem ‘Pinball Wizard’ e la suggestiva ‘See Me, Feel Me’. Un concerto sontuoso, come forse mai quest’anno, non me ne vogliano le nuove leve, ma i vecchi leoni

(britannici, of course!) ruggiscono ancora con regale fierezza, l’idea di abdicare non gli passa neppure per l’anticamera del cervello, beati noi che possiamo essere deliziati da una band del genere che, nel giro di un mese o poco più, ripartirà per un’attesissima tournée negli States, dopo questa prima tranche europea che ha praticamente sbancato il botteghino. Uno show che culmina con una ‘Baba O’Riley’ da infarto, per non dire di ‘Won’t Get Fooled Again’ che rischia di far crollare l’Unipol per tanto suona forsennata ed intensa, sono gli stessi Who a restarne colpiti, dall’amore travolgente di un’audience che, letteralmente in estasi, non vuole lasciarli andar via… The swingin’ London still lives on!

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di Angela Volpe Foto appartenenti alle rispettive band e fotografi Graziato da un cielo parzialmente coperto che ha reso le temperature più sopportabili, domenica 4 al Castello di Montorio (Verona) è andato in scena il Full Metal Fest Open Air 2016, promosso da Irukandji Booking Live Promotion e Midian Live Music Pub. Il festival ha visto alternarsi sul palco dieci band metal rigorosamente made in Italy in una kermesse che dal primo pomeriggio si è protratta fino a notte. Aprono con grande impatto i Detonation Boulevard di Cittadella (Padova), che testano l’impianto con il loro trash metal. I loro pezzi sono ruvidi e diretti, suonati con l’entusiasmo di una band formatasi nel 2011, fresca dell’incisione del singolo ‘Beyond The Void’, registrato nella primavera/estate del 2016 per la compilation “The Flying Lamb” del Phoenix Studio (Pd).

Segue l’unica band che gioca in casa. I Fear Between Crowd, promettente band modern metal formatasi nel 2008, propone i propri brani originali aggiungendo come chicca l’immortale ‘Walk’ dei Pantera. La formazione veronese sta lavorando al primo full lenght album “War inside” che vanta la collaborazione nella produzione artistica di Andrea Martongelli (Arthemis). Lo stile dei Fear Between Crowd è accattivante e grintoso, composto da due chitarre compatte, che si esprimono in assoli interessanti e mai sopra le righe, un’ottima base di batteria che dà la spinta giusta al cantato, un growl molto ben controllato, talvolta alternato da parti pulite. Un gruppo nato da poco ma già ben indirizzato, di cui prendere nota.

Da Reggio Emilia arrivano i Dominance, con il loro death metal. Hanno recentemente pubblicato il video di ‘Into the fog’, che fa parte del nuovo album “XX: the rising vengeance” per Sliptrick Records. La loro performance è stata purtroppo penalizzata da difficoltà tecniche e suoni che non gli rendevano giustizia.

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- LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT È il turno dei padovani Forklift Elevator, una band giovane, che emana un’energia martellante come le ritmiche delle loro composizioni. Propongono pezzi inediti dal 2012 e ora stanno promuovendo il loro fresco Ep “Killerself” per Logic(il)logic Records. Per la carica che trasmettono e lo stile particolare del loro groove metal, meritano di essere tenuti d’occhio.

Il festival continua con i Mad Agony di Padova, che aprono a quella che possiamo definire una sorta di atto secondo del festival, infatti, se finora abbiamo incontrato formazioni in attività da una manciata di anni, le prossime quattro band di esperienza ne hanno da vendere. I Mad Agony nascono nel 1991 e il loro heavy è d’ispirazione “vecchia scuola” con tutti gli elementi del genere, riff secchi e stoppati, voce spessa e potente.

Da Vicenza arriva il thrash/death metal dei Crisalide. Sono stati definiti “i Sepultura nazionali” e in effetti ascoltando la loro cover di ‘Roots Bloody Roots’ la somiglianza si nota, soprattutto nel timbro vocale del cantante. Altre caratteristiche in comune con i colleghi brasiliani sono sicuramente l’aggressività e i suoni pesanti.

Sale sul palco una band con alle spalle trent’anni di musica e passione, la cui prima formazione risale agli anni ottanta: i Danger Zone. Il loro hard rock melodico è di straordinaria qualità artistica, curato nei dettagli e di piacevole ascolto. Il loro sound senza tempo rimane fresco e i pezzi del loro ultimo lavoro “Closer to heaven”, uscito per Pride & Joy, sono davvero coinvolgenti. I cambi di tonalità e le scelte compositive ricordano con nostalgia il vecchio glam metal. Le ballate, arricchite dagli assoli di Roberto Priori, sono esempi di raffinatezza.

Negli anni ottanta nasce anche la prima formazione dei Rain, band hard n’ heavy sopravvissuta con ottimi risultati a numerosi cambi di line up. Il loro ultimo lavoro, da poco pubblicato per Aural Music si intitola “Spacepirates” e bisogna ammettere che la titletrack, con i suoi riff di immediata presa, ha un impatto notevole, ma forse colpisce maggiormente ‘Hellfire’, il terzo singolo tratto dall’album, con il suo piglio trascinante.

I bolzanini Skanners hanno decisamente un buon seguito, particolarmente in Veneto. Del resto parliamo di una band che ha pubblicato il primo LP nel 1986, al quale ne sono seguiti altri cinque. L’ultimo loro lavoro è “Factory of Steel” del 2011, un concentrato di heavy classico, con tratti epici, solidi, altri più massicci. Ciò che accomuna tutti i brani è sicuramente l’accuratezza compositiva, peculiarità degli Skanners da sempre.

Chiudono il festival i Crying Steel, storica band heavy bolognese; la loro discografia inizia nel 1982 e vantano una notevole attività live, con la partecipazione al Wacken nel 2014. Il loro ultimo album è “Time stands still” pubblicato nel 2013 per My Graveyard Productions. La loro musica ricorda le sonorità Judas Priest, con classiche aperture melodiche, assoli che ci riportano indietro agli anni ottanta e ritornelli corali d’effetto. I Crying Steel sono dei veterani del metal più classico, che ripropongono con enorme fierezza e intensità. I loro pezzi sono corposi e ricchi di tutti quegli elementi , a partire dal cantato che non ci fa mancare falsetti e vibrati, una batteria che non molla mai e colpisce in simbiosi alle solide linee di basso e chitarre tanto secche quanto teatrali.

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ProgSpective di Andrea Schwarz

Stati Uniti, famiglia Gardner. Quella dei fratelli Wayne e Trent, chitarra e tastiera dei Magellan. Grandi talenti legati insieme, oltre ad un legame di sangue, da un destino alquanto beffardo. Wayne morì nel 2014 suicida dopo una lunga e dura battaglia contro un male incurabile, Trent deceduto improvvisamente lo scorso giugno per cause mai rese note. Eppure, nonostante questo destino assolutamente imprevedibile, questi 2 musicisti non hanno lesinato sforzi nel rilasciare opere musicali che certamente gli amanti del prog rock hanno avuto modo di apprezzare durante la lunga (ma poco prolifica) militanza come Magellan ed in svariati progetti e collaborazioni che li ha visti protagonisti soprattutto nella seconda metà degli anni novanta. Trent parlava così del fratello Wayne morto suicida nel commovente messaggio di addio nel sito ufficiale dei Magellan: “Aveva una creatività veramente spiccata, ha sempre supportato il mio estro creativo e non si lamentava mai ogni volta che proponevo qualche parte nuova scritta e pensata per

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le tastiere e non le chitarre. Ma come sempre, saltava fuori con una soluzione.” Dopo anni di gavetta arriva il primo album su Magna Carta nel 1991, quel ‘Hour Of Restoration’ il cui ascolto ancora oggi si dimostra piacevole e che si apre con un brano mo-

numentale, una suite di 15 minuti intitolata ‘Magna Carta’ ispirata alla famosa carta dei diritti dove possiamo trovare tutti gli elementi tipici del loro sound: tastiere moderne, heavy riff di chitarra accompagnati da armonizzazioni vocali e lead vocals anthemici che dimostrano il talento

dei fratelli Gardner. Elementi prog metal uniti ad altri che potremmo definire tranquillamente neo-prog ma senza tuttavia risultare retro oppure eccessivamente derivativi, questi sono i Magellan. 1994, 3 anni dopo il duo si

ripresenta al grande pubblico con un album intitolato ‘Impending Ascension’, un disco che rappresenta la naturale prosecuzione del loro debut con canzoni maggiormente slegate tra loro rispetto a quanto non accadde con ‘Hour of Restoration’. Il brano che maggiormente fa da collante tra il “vecchio” ed

il “nuovo” è ‘Storms And Mutiny’, una canzone basata sulla famosa circumnavigazione del globo terrestre ad opera proprio di Ferdinando Magellano. Probabilmente il brano migliore dell’intero lotto è l’opener ‘Estadium Nacional’ dove possiamo trovare influenze che richiamano alla mente gli Yes degli anni ottanta (quelli di ‘90125’ e ‘Big Generator’) con la complessità tipica del sound Yes degli anni settanta al quale sono stati aggiunti alcuni heavy riff ed un coro che riporta alla mente i Boston. Tra il 1995 ed il 1996 i fratelli Gardner si cimentano nella creazione di alcuni tribute album a storiche rock bands, uno dei quali riguarda i Jethro Tull che risulteranno una delle loro maggiori influenze nel disco del 1997 pubblicato come Magellan, ‘Test Of Wills’, meno keyboard oriented e maggiormente guitar driven rispetto alla precedente produzione. Nel frattempo il duo stava lavorando alacremente a quello che è stato tra gli apici creativi della loro carriera, il favoloso progetto


‘Explorer’s Club’ con il primo album del 1998 intitolato ‘Age Of Impact’. Non è la creatività quella che manca al duo, anzi. In una delle ultime interviste dello scorso anno Trent Gardner diceva “La mia etichetta di allora, Magna Carta, riceveva continuamente dal sottoscritto

un sacco di materiale nuovo tanto che mi ribattevano divertiti che non si poteva pubblicare un nuovo album come Magellan poichè in alcuni casi questo era uscito solamente tre settimane prima, ehe ehe! E così questo materiale, non trovando spazio come Magellan mi fu proposto di utilizzarlo per alcuni sideproject come Explorer’s Club o la rock opera Leonardo The Absoute Man. Trovai in quella maniera il mio habitat naturale, potevo scrivere liberamente con e per altri musicisti. Ammetto che sono sempre stato uno spirito libero ed indipendente ma essere in quel momento accasato con un’etichetta come la Magna Carta mi ha permesso di far da cassa di risonanza per presentarmi ad altri artisti con i quali sarebbe stato impossibile approcciare da artista indipendente, sarò loro eternamente grato per questo”. ‘Age Of Impact’ del 1998 è un fantastico album di moderno prog rock con forti radici negli anni settanta stupendamente int e r p re t a t o da musicisti di primo piano come Terry Bozzio, Billy Sheehan, John Petrucci, Steve Howe solo per citare alcuni nomi, un autentico must per ogni

amante del genere bissato tre anni più tardi (2001) dal secondo ed ultimo episodio della saga: ‘Raising The

Mammoth’. Dalle atmosfere più cupe ed introspettive del precedente, stilisticamente “Raising…” ricordava da vicino sonorità dei grandi classici come Genesis, ELP e King Crimson, un disco dove la coesione tra i vari protagonisti risultava essere più marcata con maggiori spazi musicali ed una speciale attenzione verso assoli di tastiera. Sono gli anni in cui la “penna” del duo Trent&Wayne imperversa nel mondo prog rock / metal andando a collaborare nei vari progetti solisti di James LaBrie’s Mullmuzzler, James Murphy (nel brano “Through Your Eyes (Distant Mirrors)” del 1999), Steve Walsh nel suo album solista “Glosso-

lalia” del 2000…...In questo magma compositivo i fratelli Gard-

ner produssero ancora ben quattro albums come Magellan (“Hundred Year Flood” / 2002, “Impossible Figure” / 2003, “Symphony For A Misanthrope” / 2005, “Innocent God” / 2007) ma senza raggiungere i livelli compositivi che li aveva visti prota-

gonisti negli anni novanta ad eccezione per quel “Hundred Year Flood”. L’incontro che maggiormente ha segnato la carriera soprattutto di Trent fu quello con Robert Lamm dei Chicago per il suo album solista “Living Proof” del

2012. “Fin da quando ero un teenager i Chicago furono la mia scuola musicale, fonte di ispirazione inesauribile. Intorno al 2006 tramite MySpace cominciai a scambiare alcune idee musicali scoprendo che conosceva i Magellan, pensa al mio stupore! Da lì comincio il tutto fino a quando non ricevetti il suo invito a collaborare su due canzoni

del suo album “Living Proof”. Le cose andarono così bene che Robert mi presentò gli altri membri della band dandomi la grande opportunità di arrangiare gli archi per quattro brani del loro album più recente “XXXVI : Now”. La chiusura di un cerchio, di tutte le collaborazioni della mia carriera, questa è stata quella che ha rappresentato il coronamento di un sogno.” Ma Trent Gardner è stato un musicista che definire spirito libero è un puro eufemismo, colui che non amava essere etichettato in nessun modo, tanto meno come musicista esclusivamente prog: “I Magellan sono una band che potrebbe stuzzicare l’attenzione dei fans di bands come Kansas, ELP e Yes anche se nel comporre le nostre musiche non siamo mai stati interessati a scrivere per il gusto di rimanere nel genere prog ma piuttosto dall’esigenza compositiva che avevamo in quel momento. Sono grato e sempre lo sarò ai nostri fans in Europa e Giappone che hanno accolto magnificamente i nostri primi due album ma oggi è necessario promuovere questo “genere” musicale in maniera differente cercando di permettere ad un audience sempre maggiore di accedervi.” Trent’anni di onorata carriera, quella dei fratelli Gardner, musicista a tutto tondo ma in fondo uomo saggio e conoscitore della vita: “Chiunque tu sia o chiunque tu voglia essere, sii consapevole delle tue capacità e talenti ed ignora cosa ti dice il mondo che ti circonda anche quando questo procura dolore. Non paragonatevi a nessun altro, cercate di essere una versione migliore di voi stessi ogni giorno. Poi, tutto è possibile senza limiti di età.” Un incommensurabile testamento musicale ed umano di un artista sottovalutato ma al quale bisognerebbe tributargli i migliori onori partendo proprio dalla (ri)scoperta della sua fulgida discografia.

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l a t u r B Stay di Trevor Da molto tempo è sinonimo di terrore nell’immaginario dell’uomo. La sua ombra tra gli alberi, lo sguardo glaciale, s’incrocia nel pensiero di chi ha paura. Il suo canto, riconoscibile nelle notti di luna piena, è il richiamo della foresta, stregata dal suono di chi dovrà organizzarsi al meglio per vedere una nuova luce. Ulula alla luna, all’energia spirituale e alla forza dell’inconscio. Il lupo, temibile cacciatore, l’acerrimo nemico dell’uomo, protagonista di molte, troppe leggende che hanno infangato in tutti questi anni il suo conto. Tuttavia c’è chi in passato ha saputo vivere a stretto contat-

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to con questo straordinario animale, rispettando il suo spazio, le sue abitudini, la sua lotta alla sopravvivenza. Il popolo degli uomini. Così definiti, i Pellerossa, prima dell’avvento dell’uomo bianco hanno vissuto le pianure nel Nord dell’America, a fianco dei lupi, sinonimo che, proprio come loro, facevano parte dell’ecosistema. Per i nativi d’America, il lupo significa: saggezza, organizzazione, rispetto; dalle sue esperienze il pellerossa ha imparato molto, specie su come comportarsi al cospetto della natura selvaggia. Indiani d’America a parte, lupo e uomo da sempre sono in guerra. Questo splendido mammife-

ro, che riconosce una sola compagna per tutta la vita (cosa che di noi umani, in molti casi, non si può di certo dire) è ancor oggi perseguitato. L’uomo non cerca di vedere qualche metro più in là, forse è una ragione di comodo, forse, causa dell’ignoranza, forse uno spiccato istinto alla distruzione, porta la razza umana a dominare tutte le altre forme di vita. Il lupo, contrariamente allo stereotipo che ne fa un emblema del male, della ferocia,

d e l lato oscuro dell’umanità, è un animale elegante, organizzato, dove all’interno del branco vige un iter ben definito. Il modo di vivere del lupo è radicalmente diverso da quello degli uomini, ma forse anche più autentico e appagante, perché immune da doppi fini, da ogni atteggiamento di calcolo e manipolazione. Abbiamo molto da imparare da questo animale, il lupo che ci insegna la freddezza e l’istinto dei momenti estremi, a vivere il presente dell’istante e non la durata del tempo, a Essere più che ad Avere. Dobbiamo imparare queste regole, fatto questo, forse saremo in grado anche di vedere con altri occhi questo affascinante predatore.


Pensare al lupo, ci porta nelle foreste del Nord America, del Canada, nel gelo della Siberia o nelle steppe della Mongolia; tuttavia negli ultimi anni il miglioramento delle condizioni naturali ha fatto sì che il lupo sia tornato anche sui nostri monti, dopo che per anni era stato cacciato, arrivando fino all’estinzione. Qualcuno è spaventato, altri già pronti con il fucile in mano; si tratta di un successo e non del contrario. Come per ogni altra forma di vita, bisogna imparare a conoscerla, cercare di condividere il territorio, la soluzione non è il veleno, le armi da fuoco, né lo sterminio... usare il cervello dovrebbe essere la prima regola. Una cosa è certa, la Chiesa,

a t traverso false dicerie e la fiaba di Cappuccetto Rosso, ha contribuito in modo perentorio ad attribuire al lupo un’immagine negativa. Paura, timore e diffidenza, hanno reso l’animale da presunto e finto carnefice a vittima, fino ad arrivare alla quasi totale estinzione in diversi Stati. “Non è mai troppo tardi”, è proprio il caso di coniare questo termine, dal 1960 in avanti, attraverso documentari, film e libri, siamo riusciti a conoscere il “temibile predatore” anche sotto un’altra ottica, certamente meno fuorviante. Nel corso degli anni, ha ispirato molti artisti; sono molte le band che hanno tributato brani o anche solo qualche verso di canzone al lupo. Inizierei con il compianto e mai troppo citato Ronnie James Dio, con la sua “Lock up the Wolves”, title track dell’album datato 1990, un’altra band storica, ha reso

omaggio all’imponente canide, con “Night of the Wolf”, si tratta dei britannici Saxon, capitanati dall’ugola d’oro di Biff Byford. “Brother Wolf, Sister Moon” emerge il fascino esercitato dai lupi, in Ian Astbury, leader dei The Cult. L’elenco non è finito, altre band sono state plagiate dallo sguardo penetrante di quest’animale stupendo, gli Incubus rispondono con l’emozionante “In the company of Wolves”, mentre i power metaller Sonata Arctica, con “Wolf & Raven”... e che dire di Niklas Stavind che a questo splendido animale ha affidato addirittura la sua carriera tenendo accesa con i suoi Wolf la fiamma dell’heavy metal sin dal 1995... L’arte è certamente la culla della sensibilità, non è di certo casuale se molti artisti hanno scelto il lupo, il mito. Mi affido all’intelligenza dell’uomo, alla voglia di vivere in un pianeta vivo, alla pietà: impariamo dai nostri errori e lasciamo spazio a chi ulula alla luna. Il pianeta è anche suo! In alto il nostro saluto!!

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speciale e l l e D ia g o il r T a L Polpette Sanguinanti

di Francesco Ceccamea

In un certo senso è come vedere un romanzo sonoro che, da oltre vent’anni, milioni di fans realizzano già con la propria fantasia. Inevitabile la delusione, niente è più potente della fantasia di un fan! Se poi la sola cosa che gli Slayer riescono a trovare, come equivalente dei loro assalti anticristiani e le sardoniche demolizioni della morale corrente, sia un horror di serie Z (con tanto sangue e Danny Trejo) allora meglio lasciar perdere. A partire da “Repentless” (che assieme ai video di “Yoy Against You” e “Pride In Prejudice” forma una trilogia), le perplessità non fanno che morire in una palude di sconforto e depressione. Vediamo di capire i perché. Questo trittico arriva dopo undici video ufficiali della band. Rispetto agli altri non si tratta di una serie di sequenze suggestive usate come ornamento alla classica performance degli Slayer in simil-concerto, capite, qui si

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è voluto raccontare qualcosa! È un film, con attori, effetti speciali e lo sguardo autoriale di un regista vero, BJ McDonnell (cameraman del remake di Nightmare e firma del terzo Hatchet). Come parametro di partenza è proprio il gradasso slasher-freak del mostrone

c o n l’accetta a segnare lo standard di raffinatezza dell’intrattenimento a base di violenza estrema, viscere, “spremute de sangue” e sete di vendetta con cui in America gli sceneggiatori più cinici

giustificano da sempre le peggiori efferatezze e la pochezza narrativa delle proprie storie. Forse gli Slayer volevano fare appello al quindicenne che vive e regna nei vecchi fans maturi, oppure aggiudicarsi nuovi proseliti

tra la sfilza di “piantine nerd” cresciute nella serra dei social net. Di fatto, la saga del guercio che sbudella chiunque si metta tra lui e la cinepresa, sembra concepita da un ragazzino in overdose ormonale. Si capisce la voglia di buttarla in vacca,

di non prendersi sul serio e magari fare anche una parodia gore della lagnosa retorica-reality di “St. Anger” dei Metallica, ma qualcosa in tutto questo non funziona proprio. A poco valgono le frasi a effetto del sempre più gigione e pacioso Tom Araya (“è molto violento, molto stupido. Ma ok, la natura umana è così!”). Certo che è così, ma questi tre aborti di clip sono piuttosto scadenti e fin troppo innocui per tenere in piedi una metafora della razza di Adamo. E a proposito di quella, se c’è una chiave di lettura intrigante di questi tre video, sta proprio nel capovolgimento di pregiudizi razziali e politici che la band, non si sa quanto consapevolmente, decide una buona volta di ridimensionare, mandando all’aria una volta per tutte, le tradizionali accuse di simpatie hitleriane con cui ha sempre “speziato” la furia e l’icasticità del proprio affronto creativo alla morale comune.


A l lora, ecco cosa avviene. Tra sangue e interiora agitate davanti ai grugni, improvvisamente appare la stigmate dell’odio puro, l’altare più audace del pubblico incazzamento: la cara, vecchia bandiera nazista. La si trova in bella mostra nel covo dei cattivi, nel terzo video “Pride In Prejudice”, locus in cui il guercio e Trejo vengono portati di forza affinché il primo uccida il secondo, già etnicamente svantaggiato ma più che altro potenziale pericolo per il loro capo. Il Signore di questa organizzazione nazista infatti è immerso in un pranzo festivo con la propria famiglia ma vorrebbe far sparire il messicano che, nonostante sia in galera partecipa a una rivolta e cava personalmente gli occhi a un camerata. Costui rappresenta una definitiva minaccia all’apparato digerente ariano che il boss si ritrova e pertanto deve morire. Il Guercio ci prova ad ammazzare Trejo. Avanza, spiana l’arma bianca che gli è stata data all’uopo, ma poco dopo rifiuta mostrando una solidarietà verso una razza inferiore che in un video degli Slayer non è poi così scontata. Per punizione i nazi tirano fuori dal cilindro e poi gliela sgozzano davanti agli occhi, l’amata. Il bello però è che lui non sapeva che lei fosse lì. Qui si capisce, tra l’altro che l’intero plot ha crateri di logica infiniti: perché non mostrargliela subito, spingendolo all’omicidio sotto minaccia di fare loro a lei quello che lui non vuol fare a Trejo? Non si sa. La tirano fuori dopo che

s a ng u i na r io protagonista come un… progressista! Mentre gli estremisti di destra sono il nemico e non sembra che la band voglia flirtare con loro, relegandoli a una fine tremenda, come del resto tocca a tutti quelli che, pur di sbadataggine, mettono piede sul set della trilogia della polpetta insanguinata. Quello che sorprende di più nella figura del Guercio è che la ferocia con cui sradica la testa a un tizio di chiare indicazioni somatiche filo-ariane, e la brutale risolutezza con cui trebbia altre vite, non è frut-

dice no e la pugnalano senza pietà (lei e il bambino che c’è dentro di lei). Prima di applicare la punizione però avrebbero dovuto togliere il coltello dalle mani del guercio che, incazzato oltre ogni limite, fa l’ennesima strage. Tornando al discorso della razza, notate che la donna del Guercio è di chiare origini afro. Inutile dirlo quindi, questo e la riluttanza ad ammazzare un messicano, sono indizi che ci portano a definire il

to di un desiderio di vendetta (quello nasce e muore nel terzo capitolo, quando gli ammazzano l’amata). Il secondo clip infatti è un prequel rispetto a “Repentless” ma non spiega nulla di nulla. “You Against You” è sviluppato tutto in una tavola calda ma non si racconta altro che la solita morìa di tizi per mano del Guercio, il quale sembra arrivato sul set per caso. Si inginocchia su un corpo ripieno di coltelli e recupera la foto di una ragazza nera tra le lame. Si turba (nel terzo video scopriremo essere la fidanzata) e da lì inizia un combattimento infinito di lui solo ma inarrestabile contro tutte le formazioni dei Brujeria messe insieme che irrompono nel locale da chissà dove. Alla fine viene “incastrato” dai nazi cattivi, mandanti

unici di quella baraonda sanguinaria, e portato in carcere. Insomma, adesso che i tre video sono usciti e abbiamo avuto la possibilità di esaminare bene tutta quanta la saga, dobbiamo dire che l’impressione generale è un po’ la stessa del disco “Repentless”: ormai decide Kerry King cosa fare del brand e sorprendentemente non è in grado. Hanneman non c’è più e, come dice Kerry con affetto “è cibo per i vermi”, il giocattolo è suo. Quindi ecco il tupatupa senza idee e pedalare, i classici riff thrash avanzati dal 1985, l’ennesimo attacco alla Cristianità che non fa più sensazione neanche al teatro della parrocchia di Rapallo, l’estetica cheesburger e il grindhouse. Ma se l’essenza della band in fondo è sempre stata questa, fin dai tempi in cui mettevano paura sul serio con i loro rimandi a Satana e al Nazismo, allora però il pubblico era molto più ingenuo e le capacità artistiche degli Slayer godevano di un’ispirazione e una creatività potentissime, giocate molto su una cosa magica: la sottrazione. Gli Slayer erano infatti un gruppo che non puntava sul proprio fisico per ascendere al trono dei nemici numero uno del perbenismo. Oggi, vederli che si inventano una storiella horror e non rinunciano nemmeno a farsi da parte, presenziando le scene con la loro proverbiale mancanza di comunicativa, fa quasi imbarazzo. Kerry King ripreso dall’alto durante le svolazzanti panoramiche sembra l’ottavo nano, quello chiuso in cantina; Tom Araya, costretto a tener ferma la testa per problemi di vertebre, delega alla sua barba biblica tutta la virulenza che non può più sprigionare con i suoi veementi headbanging; due fidati amici, Gary e Paul, riproducono di mestiere la frenesia del demone metallico ma pensano chiaramente al pane quotidiano... Che siano nel mezzo di una rivolta carceraria, imbacuccati teneramente con sciarpe e cappellini sulla neve del black metal o tra i residui di un incidente aereo, cambia poco: ci si chiede quanto sia necessario mostrare tutto questo. Ma la pensione fa così paura alla band più terrificante del pianeta?

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di Fabio Magliano

Pietre miliari del metal ignobilmente stroncate al momento della loro pubblicazione, band accolte come i nuovi messia e scomparse nel giro di qualche anno... tra conferme e smentite, previsioni confermate ed altre disilluse, un viaggio negli archivi di Metal Hammer per vedere come la nostra rivista accolse lavori oggi considerati “storici” al momento della loro uscita. Oggi tocca a Ozzy Osbourne con “Ozzmosis” e a come lo accolse Luca Signorelli nel 1995.

Metal Hammer - Nr 10 - ottobre 1995 Ozzy Osbourne Ozzmosis (Epic) Aspettavo questo disco al varco. Ero curioso di sapere se anche il buon, caro, vecchio Ozzy era caduto pure lui vittima della malattia del momento: la “modernizzazione” delle vecchie glorie del Metal. O meglio, la “panterizzazione”, perchè ora, per vendere qualche copia di un disco Metal negli States, sembra obbligatorio essere figli illegittimi di Phil Anselmo (e Terry Date). Avrete già capito come continua questa recensione. Metto ‘Ozzmosis’ sullo stereo, nuovo ed insperato lavoro dell’ex macellaio (e becchino) di Birmingham, e scopro che Ozzy ha deciso di andare controcorrente. Oddio, non proprio contro TUTTE le correnti. Il trend contro cui Mr. Osbourne sembra essersi ribellato è proprio la “panterizzazione” di cui sopra. Questo è un disco melodico, iperprodotto, con una dinamica possente e un feeling che sta a metà fra l’AOR del tempo che fu e l’hard più canonico. Un disco di Ozzy Osbourne. ‘The Ultimate SIn’ aggiornato e corretto al 1995. Ne è valsa la pena? Ovvio! Perchè si comprano i dischi di Ozzy Osbourne? Per sentire le novità, l’avanguardia, lo shock sonoro? No. Si comprano per

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sentire Ozzy. Quell’ineffabile misto di durezza, mistero, inquietudine condito dalla SUA voce, che fino a prova contraria è l’unica a tretragona alle imitazioni. Ozzy Osbourne, avete capito di chi sto parlando. ‘Ozzmosis’ è il miglior disco che Oz abbia fatto uscire da 8 anni a questa parte, e non senza buoni motivi. Prima di tutto è vario, come ci si deve aspettare da un lavoro del genere. Giudiziosamente, Ozzy ha preferito non compiere esperimenti avventati per quello che riguarda il suono, tutto tondo e dinamicissimo. La chitarra in primo piano, rafforzata da un tappeto di tastiere discreto ed efficace. Basso e batteria pulsanti ma mai soverchianti. ‘Perry Mason’, la prima song, è tutto un programma, con riffs in grandioso crescendo e Ozzy che giocherella con un testo assurdo e pieno di allusioni. Più avanti, troviamo ‘hooks’ colossali (‘My Little Man’), mid tempo alla nitroglicerina (‘My Jekill Doesn’t Hide’), una ballata che sembra uscita fuori dal Rocky Horror Picture Show ‘Old LA Tonight’), un lento e corazzato rullo compressore (‘Thunder Underground’).

Il brano che sicuramente diventerà classico è però il singolo ‘I Just Want You’, probabilmente la melodia più accattivante che Ozzy abbia mai inciso. E trasalite nel sentire ‘Ghost Behind My Eyes’, dagli echi quasi beatlesiani... Un disco, quindi, commerciale, diretto con mano sicura da quel grande ed incompreso guitar hero che è Zakk Wylde, e ancora una volta indirizzato ad un grande pubblico (americano, sia detto una volta per tutte) che in passato non ha mai negato la propria fiducia ad Ozzy, se escludiamo lo sfortunato scivolone di ‘No Rest For The Wicked’. Certo, questo non è un lavoro durissimo (se volete la durezza sentitevi il nuovo progetto di Geezer Butler, di cui parleremo la prossima volta). Certo, non è un disco di dark Metal (qusto è il settore di Tony Iommi). Ozzy continua da quindici anni a fare, con sucesso, l’istrione nel Paese Delle Meraviglie, e sarebbe stupido, miope e in ultima analisi futile chiedergli qualcosa di diverso da Ozzy Osbourne. Non pensate anche voi? Luca Signorelli


Segreti, consigli, curiosita' dal mondo del tatuaggio

di Alex “Necrotorture”Manco Questo mese siamo in compagnia di Giancarlo Capra, classe 1968, tatuatore da ben 23 anni e titolare da oltre un ventennio del tattoo Studio il PELLErOSSA di Lodi. Con lui ci immergeremo in una chiacchierata tra metallari del tutto interessante per conoscere un grande artista che in Italia e all’estero fa parlar di se ormai da anni, un personaggio conosciutissimo negli ambienti del metal estremo sia per la sua arte che per la sua musica, uno di quelli che non ha bisogno di presentazioni perché grazie alla sua umiltà e professionalità raggiunge consensi in tutto il mondo ed io in primis sono fiero di essermi imbattuto in lui in questa divertente intervista, buona lettura!!! Come nasce questa passione per l’arte del tatuaggio? La passione per il tatuaggio è una conseguenza del mio grande amore per il disegno e l’arte in generale. Passione che mi accompagna fin dalla tenera età, non ho ricordi di me senza una matita in mano. Questo mia predisposizione verso le arti mi ha permesso

di frequentare il liceo artistico, l’Accademia di Belle Arti di Brera e di poter sperimentare diversi tipi di linguaggio artistico, dal disegno alla pittura passando per l’incisione e la fotografia. Nello stesso periodo ho iniziato anche a interessarmi di musica e a studiare chitarra. L’incontro con il tatuaggio è avvenuto nei primi anni 90 ed è stato amore a prima vista! Da quel momento dedico gran parte della mia giornata a questa fantastica e antica pratica. So che sei impegnato molto nella scena death metaI, parlami dei tuoi progetti musicali. Suono la chitarra e canto in una Death Metal band che si chiama WARMBLOOD. Siamo insieme da quasi 15 anni ormai e abbiamo realizzato tre album, gli ultimi due sotto Punishment 18 Records. Ora tra un live e l’altro stiamo preparando i brani per il prossimo album che vedrà la luce probabilmente entro la fine del 2017. Tattoo e metal, il tuo stile, la tua passione, i tuoi lavori. Cosa mi dici? Tattoo e metal vanno molto d’accordo, innanzitutto non riesco a lavorare e a trovare la giusta ispirazione senza il metal di sottofondo, è una costante dello studio che ormai tutti i nostri clienti conoscono bene! (e se ne sono fatti una ragione!!!) . Sono due mondi che interagiscono spesso, molti degli artwork utilizzati dalle band metal sono ispirati al mondo del tatuaggio e viceversa, non di raro sono stato influenzato per i disegni dei miei tatuaggi da artisti che realizzano grafiche per le band come Mark Riddick e Pushead o Dan Seagrave. Sono sempre stato attratto dal mondo della musica metal ma anche dal cinema horror e dall’arte rinascimentale e barocca e questo credo si possa notare nei miei lavori. Come nasce un tuo lavoro, come viene pensato e come

poi finisce su pelle? Beh, diciamo che in primis devo ascoltare e accontentare le richieste del cliente, quindi l’idea di base arriva dal cliente stesso, in seguito cerco di elaborare il progetto creando qualcosa che possa dare sfogo alla mia creatività. Faccio mia l’idea del cliente e la sviluppo secondo il mio stile tenendo sempre conto, ovviamente, che il tatuaggio andrà a “vestire” una parte anatomica ben precisa e dovrà quindi svilupparsi in armonia con essa. La tua fonte di ispirazione? Le mie ispirazioni arrivano dall’arte in generale, soprattutto dai grandi classici, dalla letteratura gotica e dal cinema, soprattutto quello horror e come ti dicevo dalla musica. Sono estremamente attratto e influenzato da tutto quello che è oscuro, misterioso e maledettamente inquietante!!! Concludo chiedendoti dove c’è più purezza oggi? Nel mondo del tattoo o in quello del metal? Non saprei, in entrambi i mondi esistono grandi artisti e persone eccezionali, situazioni positive che non possono far altro che farti continuare con entusiasmo e voglia di andare avanti. Però, come è normale che sia, esistono anche angoli bui e persone che pensano solo ai propri interessi. C’è ancora la purezza ma bisogna scavare un po’ per trovarla. Questo vale per entrambi i mondi!

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HAMMER CINEMA TICKET

VIP

‘Mine’

di Stefano Giorgianni

Da qualche tempo il cinema italiano sta vivendo una nuova fase, che, agli occhi di chi scrive, assomiglia sempre più a un riscatto, a una rivincita della nostra tradizione che tanto ha dato alla Settima arte. Il merito di questa ondata di pellicole avvincenti è tutto della generazione emergente di registi, fra cui il duo Fabio&Fabio (al secolo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro) in procinto di approdare nelle sale con ‘Mine’, la loro ultima fatica; Metal Hammer li ha incontrati per voi. Ciao ragazzi! Benvenuti su Metal Hammer, nella nostra

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rubrica cinematografica! Come va? Immagino siate assorti nei preparativi per l’uscita del film... G: Immagini bene. Anzi no, semplicemente impossibile immaginare quanto ci sia da fare ogni giorno… Partiamo dalle origini di ‘Mine’, da dove viene l’idea del film? G: Per ogni cento progetti cinematografici che muoiono, ce n’è uno che ce la fa. A noi non sono sfumati cento progetti, ma per la nostra breve carriera abbiamo già una lunga esperienza di film che non sono andati in porto per vari motivi. Cercando di comprendere le complessità di questa industria, abbiamo pensato ad un film che si basasse su un’idea potente ma che non richiedesse ingenti investimenti economici. Sarebbe stato ovvio pensare ad un altro di questi film in cui i protagonisti vengono intrappolati in un posto, per risparmiare su riprese e location…ma ormai hanno rinchiuso persone in ogni posto possibile…persino nel bancomat… e dopo ‘Buried - Sepolto’, un film tutto ambientato in una bara, sarebbe stato arduo trovare un’altra idea

altrettanto originale e potente. Siamo andati quindi nella direzione opposta, pensando ad uno spazio aperto. Come si può intrappolare una persona in un’enorme paesaggio? Facendogli mettere un piede su una mina. R: L’uomo sulla mina è come l’uomo sulla Luna. Quando mi è venuto in mente ho capito che era un simbolo talmente forte che portava con sé molto di più che la possibilità di fare un survival movie. Avremmo potuto costruire un ‘enorme metafora su ciò che ci blocca come esseri umani. G: All’inizio io ero scettico ma è questo che mi ha convinto quando Resinaro mi ha raccontato l’idea. Che ‘Mine’ potesse raccontare una storia emotivamente potente invece che un semplice thriller militare. Che la mina diventasse un punto di partenza per tracciare un arco narrativo universale. Per ora abbiamo potuto assaporare solamente il trailer e qualche teaser, ci potete anticipare qualcosa in più sulla trama? G: Mine si basa molto sulla tensione creata dalla domanda “cosa succederà adesso?” Non è un film fatto di esplosioni, per cui lo spettatore vive le emozioni anche sulla base della sorpresa di come i pochi elementi in scena saranno ricombinati e si evolveranno. Sarebbe un peccato rovinare i colpi di scena… R: Ci sono anche le esplosioni,

comunque (ride, ndr.). G: Sì, ci sono anche le esplosioni (ride, ndr.). Diciamo che abbiamo lavorato molto per non far avvertire mai il sentimento di noia, che sapevamo fosse un grosso rischio avendo a che fare con un personaggio solo per tutto il film… R: Quindi è solo per tutto il film? G: Basta, spoiler! (ride, ndr) Qual è stato il passo successivo? G: Abbiamo parlato dell’idea al nostro produttore, Peter Safran, e gli è piaciuta subito. Abbiamo seguito i passi del regolare iter: abbiamo scritto la sceneggiatura, cercato i soldi, l’attore interessato, assemblato la truppa… R: Anche se c’è stato ben poco di regolare durante tutte le lavorazioni. ‘Mine’ è stato un progetto unico e difficile in ogni sua fase. Una delle prime cose che salta all’occhio è la scelta del ruolo del protagonista, un soldato americano e non un italiano... R: Giriamo prodotti in lingua inglese per due motivi. Il primo è strategico. Un film in lingua inglese ha più possibilità di essere venduto e visto sul piano internazionale. Per riuscire a realizzare un film, dobbiamo creare un progetto che riesca a trovare interesse, finanziamenti, partner, eccetera.. E concependo film per il mercato internazionale, le possibilità si


moltiplicano. Il secondo motivo è creativo. Le storie si muovono in un immaginario… Riuscireste ad immaginarvi un film di fantascienza ambientato in un’astronave…il cui equipaggio parli in italiano? C’è qualcosa che stride. L’inglese e le ambientazioni americane in realtà non sono “americane”… sono diventante una sorta di non-luogo, un ambiente neutro fatto di linguaggi ed archetipi universalmente riconosciuti. Spesso e volentieri quindi il cinema di genere necessita della lingua inglese. G: Dipende dalla storia, comunque. Ad esempio se fosse un film di genere horror basato su un’antica leggenda di una strega del sud Italia… non avrebbe senso fosse girato in inglese. Anzi, è la storia stessa che richiederebbe di essere girata in italiano. Magari in dialetto. Di conseguenza avete prediletto un attore statunitense per impersonare Mike, credo. Cosa vi ha convinto a scegliere Armie Hammer? G: Una volta che ha ritenuto la nostra sceneggiatura soddisfacente, Peter Safran ha inoltrato lo script a decine di agenti a Hollywood. Uno di quelli che ha manifestato un responso immediato ed entusiasta, è

stato Armie. E pensare che all’inizio eravamo scettici… Avevamo visto Armie in “Social Network” e “Lone Ranger” ed era davvero brillante e bello in maniera perfetta, mentre per il personaggio di Mike Stevens avevamo in mente sicuramente qualcuno di più tormentato. Poi Peter ci ha detto “Sapete, gente come David Fincher, Clint Eastwood, Guy Ritchie, Tarsem e Gore Verbinski hanno scelto questo ragazzo per i loro film. Deve avere qualcosa di speciale”. Ci siamo sentiti un po’ stupidi e abbiamo accettato di incontrarlo. R: Armie non era ciò che avevamo in testa scrivendo la sceneggiatura, ma ci fu subito chiaro che era la persona giusta. Aveva capito perfettamente il film e se ne era innamorato. In più , dopo tanti blockbuster hollywoodiani aveva voglia di recitare in un film che gli permettesse di mostrare tutto ciò che sapeva fare come attore. Era pronto a tutto ed aveva capito anche la natura indipendente ed avventurosa delle lavorazioni. Riguardo alle location, dove avete girato il film? R: La maggior parte a Fuerte Ventura, alle Isole Canarie. Altre scene a Barcellona. Quanto sono durate le riprese? G: Cinque settimane. Molto, molto, molto intense. R: Per un film di questo tipo, è poco Per quanto concerne gli effetti speciali, a chi vi siete affidati? R: Abbiamo aperto la nostra casa di effetti. Era il modo migliore, più veloce ed efficace per raggiungere ciò che avevamo in testa senza intermediari. Già con i nostri precedenti lavori la Mercurio Domina (la casa di produzione di Fabio&Fabio, ndr.) si era occupata dei VFX. Per Mine, in collaborazione con altri soci, ho aperto FAR, una società di VFX e Design. Sul set infatti il VFX Supervisor sono stato io. Nel film, anche se non sembra, ci sono circa 500 shot

ritoccati con effetti speciali. Oltre a quelli intuibili, molti sono “Invisibili” tipo rimozione di cavi, ombre, orme, microfoni, troupe, mare, turisti… Cosa che ci interessa particolarmente, essendo una rivista di musica, è la colonna sonora. A chi vi siete affidati? G: Le colonne sonore di tutti i nostri lavori portano la firma di Andrea Bonini, nostro amico fin dai banchi del liceo. Spesso collaborare con Luca Balboni, per musiche addizionali e orchestrazioni. Con Andrea abbiamo lavorato veramente a lungo sulla colonna sonora di Mine, dall’approccio concettuale alla composizione, dall’incisione al mix finale. Fino a ri-mixare tutta la colonna in 5.1 intersecandolo con il sound design. Non è stato un film semplice da musicare, soprattutto per noi che consideriamo la colonna sonora una parte essenziale del racconto. Non posso evitare ora di chiedervi i vostri gusti musicali... R: Al momento nella playslit ho Carpark North, Soulwax, Bluvertigo, Muse, FooFighters, Bruno Mars, Sigur Ros, The Killers, Led Zeppelin… G: Ascolto un botto di musica, e tendo ad essere onnivoro. Troppa roba, non saprei racchiuderla in una risposta… The Editors, I Jet, Beatles, Pearl Jam, Black Keys, Audioslave, Nina Simone, U2, Nick Cave, SoundGarden, The Who, Placebo, Bluvertigo, Woodkid, The Killers, Explosions in the Sky, Daft Punk, Gorillaz, Coldplay, Jay Z, Subsonica, La Sintesi, Kavinsky, Marylin Manson, Sigur Ros, Mumford &

Sons, Temper Trap, Bach… Ascolto poi molte colonne sonore, soprattutto mentre scrivo. Hans Zimmer, James Newton Howard, Trent Reznor & Atticus Ross, Akira Yamaoka, Morricone, Michael Giacchino, Clint Mansell… Ad esempio mentre lavoravamo alla colonna sonora di Mine, ascoltavo in rotazione lo score di Interstellar di Hans Zimmer e di Sicario di Jòhann

Jòhannsonn…e lavorando con Andrea alcune idee sonore sono confluite nella colonna sonora del nostro film. Riguardo alla data d’uscita, la release sarà in contemporanea mondiale o avete già un programma prestabilito? R: L’italia è il primo paese nel mondo in cui uscirà il film, distribuito da Eagle Pictures. Ed è figo. Per noi questo è un film italiano. G: Non c’è ancora un programma prestabilito, i vari distributori stanno decidendo. Pare che dopo l’uscita italiana, bisognerà aspettare il primo trimestre del 2017 per vedere Mine sbarcare all’estero. Penultima curiosità, com’è per voi lavorare in coppia? Avete qualche duo di registi di riferimento? G: Sì certo, i Wachowski. (ride, ndr.) Scherzi a parte, nessun riferimento. Abbiamo con gli anni sviluppato un mostro metodo, un nostro equilibrio. Fare il regista è forse uno dei lavori più individualisti del mondo. Co-dirigere quindi è particolarmente complesso se non si condivide una visione di fondo comune ed un metodo di lavoro che porta a dei risultati. Noi siamo sempre arrivati a dei risultati, ma non senza discussioni. Discutiamo molto. R: Ma và. G: Come ‘ma và?’ R: Se quello è discutere… G: Ecco, appunto. (ride, ndr.) Fidati di me, discutiamo molto. Ma alla fine è salutare, soprattutto per il film. Ultimo commento a margine riguarda il titolo: ‘Mine’ può essere letto sia in italiano che in inglese con lo stesso significato. È una cosa voluta e pensata? G: Se qualcuno crede alle coincidenze, questa è una coincidenza. Ma ‘Mine’ in inglese significa sia “Mina” che “Mio”. E questo, sì, è stato voluto e pensato. Quando vedrete il film, capirete.

versione integrale su

metalhammer.it dal 3 ottobre

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89 Pain CominG Home (Nuclear Blast/ Warner) Peter Tägtgren è un uomo molto impegnato: si districa tra la sua attività di produttore pluripremiato, importanti collaborazioni con artisti di alto calibro e i suoi doveri da signorotto alla maniera di Don Rodrigo (d’altro canto i villaggi svedesi non si amministrano mica da soli). Ogni tanto si concede una pausa, si fa un goccetto e si rilassa sedendosi al pc e cercando le ultime novità in materia di ipotesi di complotto. Con una vita così frenetica non bisogna meravigliarsi se ogni tanto qualcuno dei suoi progetti rimane accantonato ad accumulare polvere, gettando i suoi seguaci nello sconforto più totale. D’altronde lo sanno tutti che Peter Tägtgren è un lunatico e un perfezionista: se deve mettere il suo nome su qualcosa, deve corrispondere esatta-

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mente all’idea che ha in testa, e questo richiede il momento giusto, l’ispirazione giusta e l’umore adatto, tre variabili che nel suo universo difficilmente si trovano contemporaneamente nello stesso contesto. I PAIN hanno aspettato cinque anni in un angolo prima di rivedere la luce, e l’ottavo capitolo della loro storia è valso l’attesa, senza alcun dubbio. Peter Tägtgren non ha mai nascosto che i PAIN sono una finestra sulla sua psiche, il riflesso dei suoi modi di essere e di fare, il minuzioso resoconto degli effetti che la vita e gli eventi hanno su di lui. “Coming Home” mantiene questa linea di pensiero. Molti snobberanno questo album, trovandolo caotico, confusionario e senza capo né coda: questo a conferma della sciatteria e dell’incuria in cui

stanno inesorabilmente versando il pubblico e la critica della scena alternativa. È inutile cercare un filo conduttore in “Coming Home”, non lo troverete: le dieci tracce che compongono l’album hanno in comune solo l’autore; sono il ritratto di una mente in costante fermento, mobile qual piuma al vento, una cascata di pensieri sconnessi e stati umorali misti. Ci troverete addirittura pezzi che sguazzano nel country blues, come “Designed To Piss You Off”, forse la definizione più azzeccata del modus operandi di Peter Tägtgren. Il popolo chiederà il growl e lui gli risponderà cantando a squarciagola, perché accontentare la gente non è proprio nel suo stile. Vi racconterà le sue risse da bar, sarà sboccato, volgare e senza filtri, ma subito dopo riuscirà a com-

muovervi condividendo con voi lo sconforto che lo assale quando si guarda allo specchio e si rende conto che la vita scorre veloce e il grigio è tutto ciò che ci rimane. E ve lo dirà alla sua maniera, con i suoi ferocissimi synth e quelle atmosfere artificiali cariche di bombastico cinismo, sorretto e amplificato dalle magnifiche orchestrazioni partorite dal genio di Clemens Wijers (Carach Angren). “Coming Home” è il ritorno trionfale che i PAIN si meritano: un album sfacciato, cattivo, brutalmente sincero, pericolosamente umano. La quintessenza di Peter Tägtgren, forse uno dei suoi lavori migliori e più significativi. Non adatto ai deboli di cuore, se cercate bellezza e poesia vi conviene guardare altrove. Alessandra Mazzarella


91 Opeth Sorceress (Nuclear Blast/Warner) Gli Opeth continuano la loro strada nell’universo dell’eccellenza con un nuovo album sicuramente più heavy dei due precedenti. Attenzione: heavy non vuol dire urla e growl, ormai Mr. Åkerfeldt ha spiegato e rispiegato perché ha lasciato quello stile. Vi sembrerà strano ma le persone evolvono, maturano. Personalmente, oggi non ascolterei mai band che ascoltavo dieci anni fa, non riflettono più chi sono, e cosa cerco dalla musica. Ugualmente Åkerfeldt è maturato e ha scoperto la bellezza di cantare. Difatti ora può sperimentare nuove vocalità e avere ancora qualcosa da costruire e scoprire. ‘Sorceress’ sarà di certo un album che ricorderemo, si presenta heavy e dark con momenti di eccellenza. L´album si apre con ‘Persephone’, un prologo acustico dalla melodia semplicissima, Fredrik Åkesson (chitarra) ha dichiarato che questo pezzo ha qualcosa che ricorda Ennio Morricone, e personalmente sono d’accordo.

‘Sorceress’ Inizia con un magnifico riff d’organo, la canzone ben presto introduce potenti chitarre che ben sorreggono la vece di Åkerfeldt ora decisa, ora graffiante. Il pezzo è un chiaro esempio della matrice progressive della band, e specialmente di dove essa è situata: nella scrittura. È questo che contraddistingue gli Opeth da una qualsiasi pomposa band progressive Metal. E dato che tanto abbiamo parlato delle vocalità bisogna evidenziare il pezzo ‘Chrysalis’, in quanto è probabilmente quello che più valorizza la voce di Åkerfeldt. Credo che personalmente sia uno dei miei preferiti, in quanto l’energia è spaventosa, il pezzo il suo mid-tempo è solido e costante e di certo dal vivo sarà quello che risplenderà sugli altri. A contrastare questo pezzo vi è la calma e bellezza di ‘Sorceress 2’, un pezzo onestamente sublime, le chitarre acustiche perfettamente seguono il costante falsetto di Michael. Il pezzo è davvero diverso dal

resto dell’album, Michael ha dichiarato che si è ispirato a Black Mountain Side dei Led Zeppelin per questo pezzo, le vibrazioni sono certamente tutte li. Oltro pezzo che entra tra i miei preferiti è ‘Era’, un pezzo sorprendente, che inizia con un bellissimo piano ma dopo qualche secondo esplode in un pezzo di grande progressive rock con un’atmosfera anni Ottanta, inoltre sono davvero ‘preoccupata per l’esecuzione live…. è un pezzo che a mio avviso farà esplodere o le dita o le chitarre. Personalmente io adoro le vocalità in questo pezzo. Insomma ‘Sorceress’, è già un classico, sicuramente uno dei miei preferiti della storia della magica O. Vi consiglio di aprirvi un buon vino e dar tempo a questo album di crescere in voi, dimenticare il computer, lo smartphone e ascoltate e riascoltatelo. Ancora una volta dovrei inventare nuove parole per non ripetere il termine eccellenza. Paky Orrasi

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In Flames Sounds From The Heart Of Gotheborg (Nuclear Blast/Warner) Per festeggiare il deal con Nuclear Blast e a poca distanza dal nuovo album imminente , gli svedesi In Flames ne approfittano per un doppio live + DVD. Che dire? I live sono sempre una cosa strana. Sono istantanee sfocate di un momento, dovrebbero catturare a pieno l’energia delle esibizioni di una band, ma alla fine ci riescono sempre solo in parte.

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Vedere una band dal vivo è sempre e comunque un’altra cosa. Tutta la carica emozionale del concerto va persa e ci si ritrova invece fra le mani un prodotto che possiamo analizzare a freddo, soppesare in ogni più piccolo dettaglio e sezionare come un cadavere nelle mani di un patologo. La band svedese live è sempre una garanzia e non fa eccezi-

one nemmeno questa volta. Come testimoniano le immagini video gli In Flames sono una band convicente e solida, con anni e anni di esperienza alle spalle e un vasto repertorio cui attingere. Però qualcosa non torna. La verità è che dei venti brani messi insieme per questo live alcuni sono proprio dei filler della loro carriera e non dei capisaldi (e

ne avrebbero di brani da usare). La scelta di inserire ben 7 brani dell’ultimo album non ha quasi eguali. Anzi sono proprio i dati statistici che ci sembrano discutibili: oltre ai 7 di ‘Siren Charms’ (‘In Plain View’, Everything’s Gone’, ‘With Eyes Wide Open’, ‘Paralyzed’, ‘Through Oblivion’, ‘When the World Explodes’, con singer fermale ospite, e


‘Rusted Nail’) ne troviamo 4 di ‘Sound Of A Playground Fading’ (ottime scelte in questo caso, la stessa ‘Deliver Us’ ritenuta commerciale dai più che qui suona da paura), 3 di ‘Sense of Purpose’ (il loro disco peggiore, anche se i tre brani scelti hanno delle qualità), ‘In Quiet Place’ da ‘Soundtrack to Your Escape’, 2 da ‘Reroute to Remain (‘Trigger’ e ‘Clound Connected’) e le storiche ‘Resin’ da ‘Colony’, ‘Only for The Weak’ da ‘Clayman’ e ‘Take This Life’ da ‘Come Clarity’. Per una band che non rilascia un live da the ‘The Tokio Showdown’

all’indomani di Clayman nel 2000 è troppo poco. Dove sono finite… ehm… un sacco di canzoni? Solo ‘Come Clarity’ meriterebbe altri 3 o 4 brani in scaletta, i classici di Colony e Clayman qui sono appena citati con un brano per disco. Troppo poco. Non ci sono brani dei primi 3 album. E’ chiaro che ‘Whoracle’ è ormai anni luce lontano, tuttavia una citazione la meriterebbe. Oggi la band che fu di Jesper Stromblad è passata nelle mani di Bjorn Gelotte al 100%, ma il concetto stesso di band di Gothenburg non

può prescidere da un percorso che si, è lungo, ma va salvaguardato nella sua totalità. Gli In Flames, qualunque cosa vogliano essere oggi, non possono dimenticare o omettere cosa sono stati ieri e (soprattutto) l’altro ieri. Anche guardando in positivo la loro evoluzione, e non volendo essere fra quelli che gridano al tradimento, sentire/vedere in un live una canzone priva di carattere come ‘Delight And Angers’ (carina in sé, ma niente di più, il refrain, poi, è stucchevole) e non vedere un classico come ‘Colony’ o perle

come ‘Crawl Through Knives’: no, non va. Englin alla chitarra continua ad avere il sapore del session man (anche live). Contando poi che la band è ora orfana anche del batterista Daniel Svensson mai abbastanza apprezzato per il lavoro monumentale che ha svolto negli anni fa tremare le gambe La cosa migliore di questo live è sorprendentemente la voce di Friden che ha incertezze minime e tiene botta per tutta la scaletta. Un buon disco, ma non basta. Stefano Pera

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Orphaned land Kna'an (CENTURY MEDIA/SONY) 75 GhoST Popestar (Spinefarm/ Universal)

‘Kna’an’ è il nome del sodalizio artistico stabilito tra Orphaned Land e Amaseffer con lo scopo di creare la colonna sonora perfetta per la rock opera a tema biblico scritta da Walter Wayers, direttore del teatro di Memmingen’s Landes. Prima di analizzare questo lavoro, è necessario fare una premessa: ‘Kna’an’ non ha nulla a che vedere con la musica degli Orphaned Land, pertanto è inutile aspettarsi un certo grado di pesantezza o una stesura compositiva straordinariamente ricca e articolata, perché non si troverà niente di tutto ciò in questo album. Il suo fine ultimo è la rappresentazione dello spettro emotivo dei protagonisti della pièce teatrale. ‘Kna’an’ È una storia di uomini e padri, di mogli e di schiave, di legittimi eredi e figli bastardi, un racconto antico come le radici dell’umanità che punta tutto sull’atmosfera solenne e mistica che ha infusa in sé. Non mancano riff di ragguardevole spessore e vibranti linee vocali, esaltati a dovere dall’esecuzione impeccabile dei performer. Alcuni momenti dell’album risultano essere sottotono rispetto a certi picchi patetici che vengono raggiunti, ma sono piazzati strategicamente in quelle fasi della narrazione in cui le azioni e le situazioni necessitano di tutta l’attenzione degli spettatori. Dovendo dare un giudizio complessivo, ‘Kna’an’ è un esperimento ben riuscito che vale più di un ascolto; svolge perfettamente la sua funzione di colonna sonora, incorniciando la sceneggiatura senza sovrastarla ma anzi, impreziosendola con quei sistemi melodici cuciti addosso ad ogni singolo personaggio; il suo unico difetto è una produzione antiquata che non è affatto all’altezza di un ensemble di questa caratura. Forse alcuni incontreranno non poche difficoltà nel farsi un’idea in merito a quest’album senza abbinarci la visione dello spettacolo per cui è stato concepito, ma l’elevatissima qualità delle composizioni e l’assoluta competenza degli interpreti sapranno di certo compensare questa mancanza. Alessandra Mazzarella

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Dall’underground polveroso e dal fascino arcano (il loro primo sponsor, Lee Dorrian ex vocalist di Cathedral e nume tutelare della gloriosa, sepolcrale Rise Above Records) all’esplosione su scala mondiale culminata quest’anno con la vittoria del Grammy Award nella categoria ‘Best Metal Performance’, il passo sembra esser stato breve, brevissimo. Quasi volatilizzato… La verità è che i Ghost sono una congrega di predestinati al successo, con dalla loro una formula sonora tanto semplice quanto efficace, alla quale sposano una componente visuale che, il bersaglio, lo centra sempre. Non da meno è la scelta di tenere sempre “al caldo” il loro nome, con la pubblicazione ormai canonica di EP che fanno sì mercato, ma che conservano quel gusto un po’ “naif” dei tempi andati, quando queste release avevano la loro importanza, non erano soltanto un semplice antipasto dell’album vero e proprio. Canzone portante di ‘Popestar’, la nuova ‘Square Hammer’ che conferma tutte le aristocratiche peculiarità della band scandinava, letteralmente presa per mano da Papa Emeritus III – uno di quei personaggi che hanno riportato del brio e un che di “tradizionalmente

nuovo”, all’interno di una scena metal che a dire il vero si è fatta asfittica – da brividi la sua prova vocale! E a ribadire una capacità straordinaria nel ricontestualizzare dei brani altrimenti ingestibili, qui dentro brillano delle sontuose versioni di ‘Nocturnal Me’ (Echo And The Bunnymen), ‘I Believe’ (Simian Mobile Disco), la sibilante ‘Missionary Man’ degli Eurythmics e ‘Bible’ degli Imperiet, spettrale litania che completa il cerchio magico tracciato dai Ghost. Lectio magistralis. Alex Ventriglia

Sodom Decision Day (SPV /Audioglobe)

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I Sodom di Tom Angelripper, unitamente a Destruction, Tankard e Kreator sono stati fin dagli esordi esponenti di spicco del cosiddetto thrash metal di stampo europeo, il cui sound grezzo e diretto traeva ispirazione da Venom e Motorhead. È un dato di fatto l’interesse di Angelripper verso tematiche che riguardano la storia e gli scontri bellici, un filo rosso che collega questo nuovo ‘Decision Day’ alla precedente produzione a distanza di pochi mesi dall’altro gradito ritorno discografico dei conterranei Destruction. Lungi da noi il voler paragonare le ultime produzioni, bisogna aggiungere

che i Sodom hanno sfornato un album decisamente in linea con le precedenti produzioni. Niente di nuovo sotto il sole, il terzetto teutonico dosa sapientemente gli ingredienti tipici del loro trademark proponendo un disco un pò scontato ma tutto sommato godibile. Ed è quello che i fans dei Sodom si aspettano ad ogni nuovo capitolo della saga. Ad aprire le danze ci pensa uno dei migliori album del lotto, quel ‘In Retribution’ che è una up-tempo thrash song con tutti quegli elementi che hanno ispirato bands come Skeletonwitch e Behemoth soprattutto per quanto concerne le parti vocali senza contare la velocità e l’impatto musicale che riportano alla mente i primi 2 album dei Kreator. I Sodom non hanno bisogno di suonare in maniera diversa dal loro tipico trademark, continuano a scrivere brani heavy ed intensi, memorabili e catchy al tempo stesso come accade in ‘Blood Lions’, un brano che trasuda del titanico thrash così come ‘Rolling Thunder’ e ‘Refused To Die’ sono altri autentici highlights che non mancheranno di emozionare i fans del genere. Dopo diversi ascolti non si può che convenire di trovarci di fronte ad un classico album targato Sodom, qualcosa al quale ogni fan del thrash di stampo teutonico non potrà non amare: extreme metal vocals, shredding guitar e quell’inconfondibile doppia cassa che hanno reso i Sodom unici nel loro genere. Bentornato Tom, bentornati Sodom. Andrea Schwarz

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Operation: Mindcrime Resurrection (Frontiers) 70 Secondo parte della trilogia Operation: Mindcrime il cui primo atto vide la luce esattamente un anno fa, ben impressionando la critica senza far gridare al miracolo. Oggi, Geoff Tate, uno dei migliori cantanti in circolazione, che è stato capace di vendere oltre 25 milioni di copie insieme ai Queensryche in una carriera lunga 30 anni, torna appunto con il secondo atto che prosegue il discorso intrapreso tanti anni fa (1988) con la pubblicazione del primo capitolo. Un capolavoro di rara bellezza, va sempre ricordato, seguito dal secondo capitolo sei anni dopo fino ad arrivare all’idea di questa trilogia. L’album si compone beh quattordici canzoni ed essendo un concept non bisogna perdere l’ordine neanche nel descrivervelo. Si parte con un intro, breve ‘Resurrection’, più una raccolta di rumori ed urla che altro, seguito a ruota da un brano strumentale ‘When All Falls Away’ per lo più incentrato su una melodia suonata dalla tastiera. Finalmente arriva la voce espressiva ed interpretativa di Geoff con due brani parlati, ‘A Moment In Time’ e ‘Through The Noize’. Così iniziamo a familiarizzare con la voce che ci ha accompagnato per tanti pomeriggi in gioventù. Finalmente Tate inizia a

cantare e lo fa al quinto brano ‘Left For Dead’ un pezzo che scivola via fino all’arrivo di ‘Miles Away’ e finalmente le cose iniziano a migliorare. Va bene creare l’atmosfera del concept, ma sei brani per arrivare a qualcosa di cantabile sono un po’ troppo. ‘Healing My Words’ è un altro brano un po’ troppo anonimo dove il basso la fa da padrone e reso un po’ più personale dal sax. Le cose iniziano a migliorare con la prosecuzione dell’ascolto visto che i brani che si susseguono hanno un che di melodico tipo il chorus di ‘The Fight’ oppure il giro di chitarra di ‘Invincible’ o l’intro ed il finale progressivo di ‘A Smear Campaign’. Giudicare un concept senza conoscere la storia è sempre un’opera ardua, qui resa più difficile dal fatto che siamo a metà dell’opera. Valutando le canzoni per quel che sono, non mi sento di bocciare l’album in questione visto che contiene spunti interessanti e brani coinvolgenti. Andrea Lami

Brujeria Pocho Azatlan (Nuclear Blast/ 60 Warner) Pocho Atzlan non è questo granché, diciamolo subito. Sa un po’ di grind evoluto, con strizzate ai Korn di Untouchables (Vedi i brani, Bruja e Còdigos) aperture melodiche pompose e fuori contesto, come usano fare i Napalm Death degli ultimi due

pregevoli album e poi c’è posto per qualche momento alla Carcass, ma del periodo più melodico e frustrato (leggi Swansong). Il resto è la solita pantomima mexico uguale machete che non fa più molto ridere, a dire la verità. Oggi se volessimo, grazie a internet, potremmo sollazzarci con gli originali gruppastri brutal grind defecati dalle chiappastre di Quezalcoatl. Se ci andasse una bella scorpacciata etno-metal estremo e macchiettistico, non avremmo che da scegliere tra le opzioni copiose; Colombia o Indonesia, Perù o San Marino. Di conseguenza, vedere questi santoni vip europei dell’ex underground di vent’anni fa (Shane Embury, Jeff Walker, Adrian Erlandsson), che giocano agli spacciatori/stregoni sud-americani, risulta oggi un po’ stucchevole e soprattutto ormai il loro è un repulisti creativo decisamente sgonfio. Le idee divertenti hanno un solo problema di base: invecchiano e scadono. I Brujeria, pur a lunga conservazione, mostrano i primi segni di muffa. L’Underground vero mostra ormai livelli di idiozia e pantomismo culturale talmente esasperati che i Brujeria di vent’anni fa suonano oggi come i Rush. Mentre i Brujeria di oggi sono equiparabili all’oscenità delle bambole gonfiabili rispetto alle ragazzine cinesi vere che mangiano gelati di merda su YouTube. Francesco Ceccamea

Kansas The Prelude Implicit (INSIDE OUT/SONY)

75

Quando nella tua carriera hai prodotto dischi come ‘Leftoverture’ e ‘Point Of Know Return’, devi essere consapevole del peso di un nome che rappresenta nel mondo del rock un’icona, un gigante che ha scritto pagine importanti nella storia della musica, non solo del rock. E quindi ogni uscita discografica è un pò un esame da superare, con tante orecchie pronte ad ascoltare ed a giudicare. In questo caso dall’ultimo album in studio sono passati ben 16 anni, anni nei quali un’infinità di cose possono capitare, cambiare; i Kansas hanno continuato a fare i Kansas suonando in lungo ed in largo (soprattutto negli USA) perdendo pezzi importanti della loro storica line up. Ad oggi, rispetto al debutto semplicemente chiamato ‘Kansas’ del 1974, di quella line up sono rimasti solamente Richard Williams alla chitarra e Phil Ehart alla batteria. ‘The Prelude Implicit’ è un disco che farà felici tutti i fans dei Kansas anche se è difficile pensare che tra 40 anni lo vedremo accostato ai loro classici ma certamente è un disco fresco dal tipico sound che li ha fatti conoscere al mondo intero. E’ il primo album dopo la dipartita per motivi di salute di Steve Walsh, uno dei loro maggiori songwriters dall’inconfondibile timbro vocale, al suo posto un Ronnie Platt che si trova a fronteggiare il difficile compito di non far rimpiangere Walsh ma riuscendo in questa eccitante quanto complicata impresa ben supportata da una band in piena forma. ‘Rythm In The Spirit’ è uno dei brani dove maggiormente viene fuori il loro trademark, ‘Refugee’ è una ballata dal sapore antico, quasi mistico. Godibile dalla prima all’ultima nota ‘The Prelude Implicit’, oltre alle gemme di cui sopra, ha dalla sua anche composizioni con atmosfere quasi ancestrali (vedi la strumentale ‘Section 60’) e brani che richiamano da vicino il roccioso rock anni settanta come ‘Camouflage’. Non era facile tornare sulle scene con un disco che fosse anche solo minimamente degno di un nome ‘pesante’ ed allo stesso carismatico come Kansas ma la band statunitense ha superato l’ostacolo con maestria. ‘The Prelude Implicit’, da amare piano piano. Andrea Schwarz

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Vicious Rumors Concussion protocol (SPV/AUDIOGLOBE)

70

One Less Reason The Memories Uninvited (Tattoed Millionire Rec.)

82

Geoff Thorpe è il vero mastermind che si cela dietro il monicker Vicious Rumors, una band che nel corso della propria carriera ha saputo produrre autentici must per ogni amante del power di stampo statunitense. E ripetersi a certi livelli, dopo dischi seminali come “Soldiers of the Night” e “Digital Dictator” non è stato sempre facile, complice anche l’improvvisa morte di un’ugola d’oro come fu quella del mai troppo compianto Carl Albert che ha inevitabilmente segnato il loro cammino. Va dato atto a Thorpe di non essersi mai dato per vinto e di aver continuato a produrre dischi, con alterne fortune e con diverse formazioni che non sempre hanno saputo ricalcare il blasone di un tempo. “Concussion Protocol” segna il dodicesimo capitolo della saga e rappresenta un buon ritorno al loro classico trademark dopo il mezzo passo falso del precedente “Electric Punishment” del 2013. Grazie ai nuovi innesti del vocalist Nick Holleman (che ha sostituito un Brian Allen che mai ha convinto del tutto) e del bassista Tilen Hudrap, “Concussion Protocol” ha al suo interno brani come “Chasing The Priest”, “Last Of Our Kind” e “Victims Of A Digital World”, pezzi nei quali i Vicious Rumors rinunciano a suonare in maniera iper aggressiva ma sciorinando però quella incisività e compattezza che hanno contraddistinto le vecchie produzioni come “Welcome To The Ball” e “Word of Mouth”. E’ quando invece si prodigano in brani eccessivamente compressi spingendo sull’acceleratore come “Chemical Slaves” e la stessa title track posta in apertura che il loro sound si snatura rendendoli troppo scontati. Il quintetto spezza il ritmo forsennato di questo “Concussion Protocol” solamente con la semi-ballad “Circle of Secrets”, mid-tempo che riporta dritti negli anni ‘80 con Nick Holleman sugli scudi, vocalist dotato di indubbio carisma ed estensione vocale. Un gradito ritorno per una band che ha fatto la storia del power a stelle e strisce. Andrea Schwarz

Memphis, Patria mondiale del rock in tutte le sue forme, riserva sempre delle grandi sorprese. E’ oggi il caso degli One Less Reason, quintetto pressoché sconosciuto dalle nostre parti, ma che negli States ha stuzzicato molto interesse, deliziando l’esigente palato dei fruitori dell’hard rock più patinato, verniciato il giusto di quel che di “moderno” che, si sa, oltreoceano fa sempre la sua figura. I cinque, con in testa il bravissimo singer Cris Brown (uno che spazia indifferentemente da un registro vocale all’altro), ci danno dentro a più non posso per portare a casa il risultato, tra ritmi solenni e nevrotici e cali di tensione volutamente studiati per stemperare l’aria di sfida, senza mai perder di vista il giusto bilanciamento tra melodia e impatto. Personalmente, mi ricordano i primissimi Nickelback (non pensate a quelli spompati degli ultimi anni, orfani da tempo della bussola che li riconduca verso la direzione giusta), con la scarica di adrenalina tipica dei migliori Alter Bridge, mescolati con un gran tiro e una sagacia tattica da non sottovalutare, doti che potrebbero portare molto lontano gli One Less Reason. Ispirato nel songwriting e spigli-

ato come esecutore, il gruppo del Tennessee inanella una serie di brani uno più bello dell’altro, specie quando abbandona la vena modernista (che forse non gli appartiene troppo) e chiama a sé dell’hard rock tutto cuore e sostanza. A condizionare il destino di ‘The Memories Uninvited’, sono soprattutto cinque canzoni: ‘The Trade’, le toccanti ‘One Day’ e ‘The Lie’, la dinamica ‘On The Way Down’, ‘You Didn’t Know’ e l’acustica ‘Rainmaker’, il meglio degli One Less Reason si agita qui dentro. Un album che, concettualmente, è improntato sui rimpianti e sul dolore che lasciano i ricordi, quando nulla possiamo fare per contrastarli. Anche per questa ragione, ‘The Memories Uninvited’ suona emozionalmente così potente. Tra le rivelazioni dell’anno. Alex Ventriglia

Seventh Wonder Welcome To atlanta 2014 80 (Frontiers) Doppio cd/dvd live per i Seventh Wonder band svedese attiva ormai da sedici anni e dedita al prog metal della quale ho personalmente iniziato a sentir parlare in occasione dell’uscita del quarto album, intitolato ‘The Great Escape’. Il motivo di quell’interesse era dato dal fatto che la band era attesa al varco dalla stampa specializzata per merito del precedente album ‘Mercy

Falls’ ad oggi l’album di maggior successo della band. La band sta attualmente lavorando al quinto album e, nello stesso tempo, è riuscita a lavorare all’uscita del primo album live, registrato due anni durante la partecipazione al ProgPower Festival. L’album in questione è composto da 2DVD/ CD la cui trasklist è praticamente identica se si escludono le due bonus track contenute nel secondo cd. Il primo cd (o dvd) contiene tutto ‘Mercy Falls’, eseguito dall’inizio alla fine in un susseguirsi di emozioni praticamente uniche soprattutto per chi ha amato quell’album. L’osticità del virtuosismo, da sempre una delle peculiarità del genere, si scontra con la ricerca della melodia dando vita a canzoni non sempre immediate, ma sicuramente piacevoli. Lo spettro dei Dream Theater ogni tanto bussa alla porta dei Seventh Wonder , soprattutto in brani come ‘Destiny Calls’. Il secondo cd (o dvd) comprende i migliori brani incisi ed estratti per lo più da ‘Waiting In The Wings’ (4) e da ‘The Great Escape’ (2) che proseguono del discorso/concerto oltre ad un medley acustico e due brani inediti. ‘Inner Enemy’ parte con un intro di tastiera orecchiabile, classici cambi di tempo della sezione ritmica, coro riuscitissimo, Se questo è un aperitivo di ciò che ci aspetta per il 2017, direi che possiamo star tranquilli ed aspettare il ritorno della settima meraviglia. Andrea Lami

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Helstar Vampiro (EMP/ Rock’n’Growl)

75

La musica è, a volte, come una navicella che fa viaggiare nel tempo e nello spazio facendo riaffiorare sensazioni sopite da tempo e perdute nel profondo di noi stessi. È una delle magie della Musica per la quale bisognerebbe rngraziare in eterno il destino di aver messo sulle nostre strade. “Vampiro” è questo ed altro, è un disco che catapulta prepotentemente negli anni ottanta quando non c’era paura ad affermare di ascoltare heavy metal, anzi se ne andava (giustamente) fieri, metal senza contaminazione alcuna, scarno, diretto, potente. Ed emozionante. Gli Helstar di James Rivera sono tornati a fare gli Helstar, Rivera mette in mostra tutto il suo carisma ed estensione vocale in un disco le cui sonorità oscure ricordano molto da vicino quelle già espresse dalla band in “Inferno”, quasi ci si trovi di fronte ad un disco unico. Come un sottile filo rosso questi due dischi sono legati tra loro dal sound oscuro e da tematiche simili senza risultare mai banale. Defenders of The Faith, preparatevi alle colate laviche di brani come “To Dust You Will Become”, la strumentale neoclassica e quasi mistica “Malediction” (tra gli highlights del disco), “From The Pulpit To The Sun” o le dark-

eggianti “Abolish The Sun” e “Black Cathedral” giusto per citare qualche titolo. Gli Helstar sono tornati grandi tornando al passato mettendo da parte quel power/thrash che aveva contraddistinto le ultime produzioni, James Rivera si riappropria di un cantato variegato e non votato solamente al falsetto grazie a trame chitarristiche del duo Barragan/ Atwoo, quest’ultimo arrivato a sostituire Rob Trevino. Un disco che rappresenta una bela sorpresa in questo incandescente 2016, da avere nei vostri scaffali se amate il metal nella sua accezione classica. Andrea Schwarz

Nosound Scintilla (Kscope)

85

Gli italian Nosound ritornano con un album basato tutto sul messaggio diretto! Come Giancarlo Erra lo descrive, ‘Scintilla’ è un album per il cuore e non per la pancia. Naturalmente questo non vuol dire che l’album manchi dei paesaggi sonori e atmosfere tipiche del loro suono. Questo nuovo lavoro semplicemente enfatizza emozioni complesse piuttosto che tecniche complicate. Ad aprire l’album la brevissima ‘Short Story’ che si sviluppa lentamente, creando proprio l’effetto di una scintilla. La voce di Erra è inizialmente accompagnata da lentissime note per poi implodere

con percussioni e cori avvolgenti. In questa apertura, come nel resto dell’album, ogni nota è usata minuziosamente. Sicuramente una delle perle di questo lavoro è In ‘Celebration of Life’, canzone critta per Alec Wildey, un grande fan dei Nosound, Steven Wilson, Anathema. Ci ha lasciato a soli ventisei anni, dopo tanto aver combattuto con un tumore. Questa canzone è come l’Alec che chi ha conosciuto ricorda: una celebrazione della vita, non un addio, non una canzone per chi va via, ma bensì una speranza per chi rimane. Ad accompagnare Erra in questa canzone, un ospite d’eccezione, Vincent Cavanagh. ‘Celebration of Life’ è accompagnata anche da un bellissimo video, che suggerisco a tutti di guardare. Questo album è intimo, elegante e un viaggio nella introspezione non solo di Erra ma di ogni ascoltatore Paky Orrasi

Spirit Adrift Chained To Oblivion (Scarlet/ 60 Audioglobe) Segnatevi il nome degli Spirit Adrift, se cercate delle buone novità nel settore dello sludge’n’doom (striato di morbosa psichedelia) statunitense, che ovviamente paga pesante dazio a Saint Vitus, Pentagram ed Iron Man, ma che non può risparmiarsi il doveroso inchino ai Black Sabbath meno claustrofobici e

Almah Evo (PRIDE&JOY MUSIC)

70

Ci sono fardelli ed eredità da cui è difficile divincolarsi. Figuriamoci quando parte della carriera la si passa a ricoprire un ruolo importante come cantante di una delle bands più amate degli ultimi 20 anni, i conterranei Angra. È il peso che deve sorreggere Edu Falaschi ed i suoi Almah dopo aver abbandonato la più famosa band nel lontano 2011. Tutto questo nonostante con gli Almah abbia prodotto dei buoni dischi che però cercavano di ricalcare il sentiero sicuro già battuto da altre bands dedite al power prog in alcuni casi o quando hanno tentato di ‘contaminare’ il proprio sound con influenze più groovy. La tecnica non ha mai fatto difetto al quintetto carioca, l’estro ed il carisma di un chitarrista come Marcelo Barbosa è un lusso per poche altre bands. Certo, giunti al loro quinto album, anche questa volta sono presenti brani che richiamano Angra ed affini come avviene in ‘Sea of Acquarius’ posta in apertura così come su ‘Higher’ ma a differenza del passato il sound si fa più composito e maturo grazie ad arrangiamenti più curati e particolareggiati. È nelle più composite ‘Indigo’ e ‘Final Warning’ che la band dà il meglio di sé dove troviamo una solida base ritmica, un Falaschi libero di esprimersi senza dover forzatamente arrivare a tonalità stratosferiche ma rimanendo su tonalità più consone alla sua timbrica ed un Barbosa elettico e mai banale. Assolutamente da evitare un brano come ‘Corporate War’ che ricalca troppo sonorità a là Alice in Chains, decisamente fuori contesto. Episodio che però non fa crollare la sensazione di trovarsi di fronte una band più matura e consapevole dei propri mezzi trovando la formula giusta per ritagliarsi un proprio posticino in questo affollato mondo musicale odierno. Andrea Schwarz

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Hartmann Shadows & Silhouettes (PRIDE&JOY MUSIC)

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Avevamo lasciato Oliver Hartmann ben quattro anni fa quando pubblicò il suo quarto album solista, quel ‘Balance’ che probabilmente nell’arco della sua carriera solista può essere considerato insieme all’album di debutto intitolato ‘Out In The Cold’, come uno dei momenti più alti ed ispirati, quei dischi che parlano da sè che si continuano ad ascoltare anche dopo molti anni dalla loro uscita. Dischi dove il singer teutonico si è reso protagonista di un moderno melodic rock nel quale ben si coniugavano una robusta struttura rock con melodie ariose e catchy che colpivano fin dal primo ascolto. ‘Shadows & Silhouettes’ è un album che chi adora il melodic rock non poteva non attendere con trepidazione ma tali attese sono state in parte disattese. Confermando per due terzi la stessa formazione del precedente ‘Balance’ (Mario Reck alla chitarra, Armin Donderer al basso mentre alla batteria troviamo Markus Kullmann) questo nuovo ‘Shadows & Silhouettes’ è probabilmente lo specchio più veritiero delle ultime esperienze del buon Hartmann alle prese con progetti quali Avantasia, Rock Meets the Classics (dove troviamo tra gli altri Ian Gillan, Alice Cooper e Steve Lukather giusto per nominare qualche ‘Illustre’ nome), esperienze che hanno certamente allargato le proprie vedute musicali ma ‘annacquando’ quel melodic rock al quale ci eravamo abituati. Ora il buon Hartmann ci propone tracce più posate e meno energiche come ‘Jaded Heart’ o le bluesy ‘Still The same’ / ‘Too Good To Be True’ stilisticamente più ricercate e con arrangiamenti più completi ma perdendo quella verve melodic rock e ruvidità che i melodic rock lovers avevano avuto modo di apprezzare. Ci sono ancora una manciata di canzoni come ‘High On You’, ‘I Would Murder For You’, ‘Irrestible’ e ‘Glow’ che ci consegnano un melodic rock di ottima fattura ma tanti sono anche i pezzi acustici come ‘The Letting Go’, ‘Shadow in my Eyes’ che smorzano e spezzettano il pathos e la ‘tensione’ musicale che quei brani sono in grado di suscitare. Un ritorno in chiaro scuro per Oliver Hartmann che si conferma tra i migliori cantanti rock in circolazione dotato di quel calore ed estensione vocale che farebbero la fortuna di migliaia di bands.

più articolati. Alla testa del gruppo di Phoenix, Arizona, Nate Garrett, polistrumentista, assoluto nume ispiratore del progetto e fedele discepolo sia del Nero Sabba che di pionieri che, al di là dell’oceano, molto fecero per l’underground, per esempio gli storici Bang che saltan spesso fuori nel possente background sonoro eruttato da ‘Chained To Oblivion’. Il quale, grazie appunto ai buoni inserti melodici che snelliscono eccome il ruvido impatto, altrimenti troppo cupo e radicale, riesce a sprigionare lampi di totale epicità – ‘Marzanna’, la stessa title-track – e concedendosi liberamente ad excursus tipo il lunghissimo pezzo finale, il tribale e caliginoso ‘Hum Of Our Existence’, tra gli indiscussi punti di forza dell’album. Sangue nuovo al comando. Alex Ventriglia

High Spirits Motivator (High Roller)

80

Di base a Chicago, gli High Spirits son tra quei gruppi che, non appena li ascolti, te ne innamori all’istante! Immediati, solari, dirompenti ritmicamente parlando e con un appeal che definire catchy è dire davvero poco, un chitarrista che sa il fatto suo e un frontman linguacciuto e dalla timbrica squillante, gli ingredienti vincenti di una band che non ama affatto complicarsi la vita, conta di più

pensare al sodo che andar per la tangente. ‘Motivator’, importante terzo album che arriva a raccogliere il testimone da ‘You Are Here’, il precedente, strabiliante full-length che nel 2014 ha portato agli onori di cronaca i cinque dell’Illinois, per il loro metal sound ipervitaminizzato che tanto deve ai maestri europei del genere, con in più un approccio disinvolto e scanzonato che conquista al primo impatto. Doveva “semplicemente” essere l’album della definitiva conferma, ‘Motivator’ rischia di esser molto di più, con il suo muscolare assalto all’arma bianca, i suoi ritmi frementi e spesso imprevedibili, coesione al massimo livello e quello spirito, irresistibile, che pare farsi beffe di tutto e tutti. Nove brani nove, uno più scoppiettante dell’altro, per un album tra i più coinvolgenti dell’anno. Pump up the volume! Alex Ventriglia

RoTor Musta Kasi (Svart Rec.)

Wave Of British Heavy Metal era il nostro indiscusso vangelo. Questi Rotor, progetto forse solitario dell’insano chitarrista JVH, affondano a piene mani nella storica tradizione anglosassone dell’epoca, Maiden a palla nella chitarra e nelle ritmiche e un cantato che, seppur in finlandese stretto, cerca di far coniugare Jaguar ed Angel Witch con un approccio “punky”. Siete andati in confusione? Possibile. Quel che è certo è che ‘Musta Käsi’ è un album tanto curioso quanto divertente, che non appena sprinta via selvaggio fa scapocciare con grande dinamismo, fanculo se suona retrò o poco “trendy”. Due brani su tutti: ‘Valittu’ e ‘Portti Helvettin’, ottimi per scardinare resistenze e dubbi. E se Albione fosse stata imparentata con la Scandinavia? Vien da pensarlo, vista la pletora di gruppi che a quelle latitudini suona come fossero ancora gli Eighties… Alex Ventriglia

75 Meshiaak

La Svart Records, label finlandese tra le più attive ed intraprendenti sotto il profilo della qualità e della freschezza, ci regala un altro dei suoi oscuri gioiellini, ma ancorato saldamente alle nostre radici adolescenziali, al nostro essere stati teenager al tempo in cui spopolavano Iron Maiden, Saxon e Tygers Of Pan Tang e la New

Alliance Of Thieves

(Mascot Rec.)

65 I Meshiaak nascono dall’unione di intenti di Danny Camilleri (4ARM’s) e Dean Wells (Teramaze) coadiuvati da Nick Walker al basso e da John Dette alla batteria, già in passato apprezzato drummer

Andrea Schwarz

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con Testament, Slayer ed oggi in tour con gli Anthrax al posto dell’infortunato Charlie Benante. Meshiaak non propongono nulla di nuovo, questo va detto subito ed a chiare lettere. La loro proposta sonora è un coacervo sonoro thrash metal old style senza le derive metalcore degli ultimi anni, una miscela sonora che prende spunto dai Metallica del periodo ‘Ride the Lightning’ / ‘Master of Puppets’, Slayer di ‘South Of Heaven’ e Machine Head di ‘Burning My Eyes’. Un sound compatto, incisivo fin dalle prime note dell’opener ‘Chronicles of The Dead’, un vero e proprio fulmine a ciel sereno che ci presenta una band mai doma: ritmiche serrate, buon senso melodico della chitarra solista ed un cantato aggressivo ed ispirato. ‘I Am Among You’ ricorda da vicino i Machine Head con quel suo trash ‘sporcato’ da un groove maligno di stampo moderno ed impreziosito da un break centrale dominato da un pregevole solo chitarristico di Dean Wells. ‘Alliance Of Thieves’ si fa apprezzare anche per la produzione old style utilizzando le moderne tecnologie che rendono il suono fresco ed attuale, sapientemente mixato da Jacob Hansen. Altri brani che si fanno apprezzare sono ‘Drowning, Fading, Falling’ e ‘At The Edge of the World’ il cui senso melodico nei refrain ricorda in alcuni tratti addirittura il gusto melodico degli Shinedown, soprattutto per quanto concerne il secondo mentre ‘Maniacal’ è una thrash song dove lo spettro dei ‘Tallica di ‘The Thing That Should Not Be’ fa capolino nel

riff finale. Come non dare una chance ai Meshiaak? In un mercato dove miriadi di bands propongono musica copia / incolla, qui si nota onestà compositiva, musica suonata con il cuore senza risultare ripetitiva ma fresca ed attuale dall’inizio alla fine. Andrea Schwarz

Cry Of Dawn Cry Of Dawn (Frontiers)

80

Un’altra band fa il suo debutto questo mese per la nostrana Frontiers, si tratta dei Cry Of Dawn, un gruppo dedito all’AOR di qualità. Le band di riferimento potrebbero essere i Night Ranger, i Journey, i Bad English, ma anche cose più semplici-moderne tipo Eclispe o i Niva (per chi li conosce). Le attenzioni della nostrana etichetta sono giustificate dal fatto che dietro al microfono di questa nuova creatura c’è nientepopodimeno che Goran Egman, un cantante ormai attivo da trent’anni che ha prestato la sua voce per i generi più disparati come il metal neoclassico, il rock progressive, l’AOR, l’hard rock cantando per gente come John Norum, Yngwie Malmsteen, Brazen Abbot/Nikolo Kotzev, Glory, Street Talk e tanti altri riuscendo a realizzare oltre cinquanta album. Un signor cantante. Partiamo dalla cosa

meno importante ma d’impatto, la copertina?? Un cavallo che esce da un onda con degli iceberg. Colpisce ma non si capisce. ‘Change’ apre l’album domandogli allegria e spensieratezza. ‘Listen To Me’ non solo prosegue nel discorso, ma migliora ancora sia per coinvolgimento dell’ascoltatore che per la melodia in esso contenuta. Senza analizzare ogni brano, non è difficile capire la qualità di questo album, forse anche per merito di chi ha scritto le canzoni. Gente come Steve Newman, Alessandro Del Vecchio, Michael Palace, Soren Kronqvist quest’ultimi, insieme a Daniel Flores alla batteria, suonano rispettivamente chitarra/basso Palace e tastiera Kronqvist. Siamo al cospetto di gente che fa della musica il proprio pane quotidiano, cosa questa che permette alle canzoni di avere un facile appeal e di essere orecchiabili e canticchiabili già dal primo ascolto. Strana la scelta di mettere i tre brani lenti a metà dell’album che quindi ha una partenza decisa, un rallentamento e una chiusura di carattere. La voce di Edman regala una marcia in più a questo buon lavoro. Complimenti a tutti, un altro colpo messo a segno. Andrea Lami

Vanexa Too Heavy To Fly (FRONTIERS)

85

La storia dei savonesi Vanexa inizia a fine anni settanta, quando il quartetto Merlone/Spinelli/ Pagnacco/Bottari ha iniziato a muovere i primi passi suonando in giro per l’Italia. A livello discografico la band sembra praticamente tutta nuova, anche se è vero che questa formazione ha già un anno di vita. Intorno a Pagnacco/Bottari sono arrivati Artan Selishta e Pier Gonella alle chitarre e Andrea ‘ranfa’ Ranfagni alla voce. Un mega riff figlio della NWOBHM ci introduce l’omonima ‘Too Heavy To Fly’ dove Ranfa si presenta nella maniera migliore con un’ottima interpretazione. Da applausi l’assolo/duello delle due chitarre. Chi buon inizia…. ‘Life Is A War” ha un ché dei primissimi Iron Maiden, basso pulsante, ritmica sostenuta se non fosse per quella parte di chitarra (Gonella??) che la rende ancor più fresca e piacevole. Sempre rimanendo vicino alle sonorità della vergine di ferro ma con un pizzico di prog, ascoltiamo ‘It’s Illusion’. ‘Kiss In The Park’ inizia con una chitarra acustica per poi indurirsi un pochino per merito della batteria in stile Metallica. ‘The Traveler’ chiude l’album e contiene in sé una piccola gemma e cioè l’apparizione di Ken Hensley (ex Uriah Heep) alle tastiere che dona al brano un tocco retrò proprio delle sonorità della band in cui ha fatto parte regalandoci un assolo a dir poco splendido. La qualità dei Vanexa è quella di rinascere dalle proprie ceneri più forte che mai, coinvolgendo tra le loro fila musicisti di ottimo livello ed ancora oggi riescono nell’intento di regalarci un lavoro che convince, con una identità ben precisa. Un album per chi ama quell’heavy metal per quanto riguarda la parte ritmica ed i riff che si fa apprezzare sin dal primo ascolto. Andrea Lami

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BRINGING TO THE

METAL HORSES

di Francesco Ceccamea L’heavy metal è un western e il metallaro è l’eroe solitario che giunge nella puzzolente, polverosa e pericolosissima città di frontiera e capisce da subito che non sarà amato, compreso e accettato e che prima o poi uno sceriffo proverà a rimetterlo sulla via del deserto. Lo disse

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Mustaine e lo ripeté Signorelli non necessariamente con queste parole. Se la cavarono più che altro così: Il metal è Il cavaliere senza nome, il Texano dagli occhi di ghiaccio o Il buono, il brutto e il cattivo messi insieme. Io aggiungo che tutta questa gente aveva i cavalli. Gli eroi decantati dei Manowar non sarebbero andati molto lontano senza i cavalli e persino le nuove band doom/stoner necessitano ogni tanto di qualche vecchia carcassa equina da cui sviluppare la propria visione oppiacea di tombe salnitriche e deserti rossi. I deathster e i blackster vanno a piedi e i glamster e i defender usano la motocicletta ma in fondo cosa è quell’ammasso

di cilindri e ruote se non un surrogato dell’arcaico ronzino da cui cavalieri e fuggitivi, paladini e prigionieri hanno tentato di varcare i limiti imposti da questo mondo disumano fatto di regole, regole e regole su cosa dobbiamo ascoltare, a quale volume e a che prezzo. “Heavy Horses” cantavano i Tull e lo stesso George Romero, nella sua isolata vacanza dall’horror zombesco, ridipinse l’epica di Re Artù usando un gruppo di motociclisti nomadi che sapevano tanto di Judas Priest. Si intitolava “The Knightriders” quel film e se non l’avete mai visto correte a recuperarlo, è un capolavoro. E ditemi voi quando il metal muore se non il giorno in cui rinuncia ad avere un’epicità, un dissidio da affrontare o una fuga da consumare? E per far questo ci vuole l’onore di un eroe indomito ma anche la muscolatura di un purosangue che scatti verso l’orizzonte d’acciaio. Il metal ha tre concetti in tutto, tenetemi dietro e ditemi se non ci prendo: 1 - fanculo tutti 2 - ogni cosa muore 3 – e tanto siamo soli. Le verità cogenti che il

metallaro professa tuttavia non escludono la battaglia. È questo che i cosiddetti normali non riescono a capire. Gli ottimisti, i lottatori siamo noi metallari. Non loro. Loro piangono dietro alle malìe sentimentali di Eros Ramazzotti o commentano le scenografie e gli inediti di X Factor. Noi combattiamo in un mondo che crepa. Non contempliamo la resa. Anzi, stocazzo we neeeed to fight and fight with the sword of steel of eccetera eccetera. Però è facile da qui partire per una retorica sbrodoloria da farmi guadagnare il vostro primo applauso. Io non sono qui per questo. Io sono metal e vi devo ricordare il male, la sofferenza, la delusione, la scarsità di faica. Sempre. E ribadirvi che, coraggio, il peggio non è morire, ma morire senza un motivo. Il metallo è un genere profondamente individualista, per questo i discorsi di fratellanza, pur andando un po’ di moda ai tempi di Disco Ring non hanno mai attaccato veramente tra noi uomini con la pelle e le borchie e gli zoccoli. Ma quale fratellanza? Se amavi i Motley Crüe non potevi entrare a un concerto degli Slayer. Vero o no? Il


lo sguardo fottuto di chi non caga da 8 giorni filati e le ha provate tutte. Metallari dove siete? Già agli inizi degli anni 90 non ce n’era uno a pagarlo. Quando mi iscrissi su

primo dogma della chiesa della fiamma nera scandinava fu che il death metal era una merda e quanto a volersi bene all’interno di un sottogenere, Varg ed Euronymous seppero esemplificarlo meglio di chiunque altro giù per una rampa di scale condominiali, di mattina presto. Ma di che stavo parlando? Ah sì. Di cavalli. E di metal. E di NON volersi bene. Oggi più che mai andare a un concerto è rischioso quanto passeggiare a Baghdad. E questo a cosa conduce? I kids stanno a casa e da lì combattono come un esercito di indomiti felini digitali che ingurgitano chipsters e guardano i Vagisil Bastards sul tubo e poi pausa ginnica su XNXX.COM. Infine preda della melanconia post-orgasm si tuffano in una critica al nuovo

disco dei Nile su un gruppo facebook dal titolo Metallari fighi: ossimoro inespugnabile. Il mondo è stato risucchiato nell’imbuto neroschermatico di uno smartphone o di un Ipad. Non è che voglia biasimare la totale mollezza dell’esistere multitasking di oggi. Di sicuro però mi spiace vedere che i metallari in questo tipo di NON vita ci si sono tuffati a pesce. Erano nati per diventare virtuali. Già negli anni 90 preferivano stare chiusi nella loro cameretta a prendere a pugni il cuscino, inveire sotto il poster di Lars Ulrich e scrivere compulsive romanticherie olocaustiche alla posta del cuore di HM. Odiavano le feste. Cercavano altri metallari con cui condividere un amore, un’amicizia, un disco, uno spinello ma andava a finire che non se ne vedeva in giro uno a pagarlo, se si escludevano i tipici metallari del villaggio. Quelli c’erano. Ogni paese ne possedeva uno. Dalle mie parti c’era Agonia. La gente lo chiamava così per via dei capelli e la barba alla Charles Manson, la maglietta dei Saxon, i calzoni di pelle e

facebook li trovai tutti lì. E oggi è il solo posto dove esistono. Cliccano Mi piace sotto ogni band storica, meno storica o per niente storica. Gridano di voler comprare il disco di ogni band storica, meno storica o per niente storica e poi non lo fanno perché ce ne fosse una di band storica, meno storica o per nulla storica che abbia un soldo bucato per pagarsi il tour. Come disse il cantante dei Raven: se il dieci per cento dei tizi che hanno deciso di seguire la pagina della band avesse comprato il nostro ultimo album ora io avrei aperto un negozio di hamburger e patatine e mandato al diavolo tutti voi! Voi mi direte di andare ai festival estivi e contare le centinaia e centinaia di teste indiavolate che dicono sì e sì e sì con le cornine in alto ai piedi di qualche folk-powertrue-death metal band finnica ma quelle sembrano più sagre pittoresche su come dovrebbe essere un evento metal e almeno da noi, non è. Un luogo di comunione,

di amicizia, gioia, latrine intasate, amplificazione di merda e tanto tanto tanto caldo da squagliare i cervelli come fossero metalli. C’è chi dice che una volta siano esistiti sul serio i metalhead, gli headbangers, i chop boys con le catene al collo e la toppa degli Accept ma poi si estinsero, come i dinosauri, dopo l’uscita di Rock The Nations dei Saxon. Estinti o congelati? Fu l’era glaciale of steel. E quel ghiaccio ora funge da scatola tipo con il gatto di Schom-

berg, i pochi metallari ancora qui restano oggi cristallizzati in ciò che non erano e non saranno mai, senza far nulla per provocare un disgelo e ritrovare per le strade migliaia di cadaveri borchiati. C’è un buon numero di utenti che apre gruppi sull’orgoglio metal e li intitola Orgogliosi di essere metallari, Facciamoci valere noi metallari, Dateci il nostro metal quotidiano. E se vai a vedere gli iscritti sono sempre gli stessi. E non sono metallari ma una gran massa di Nerd strafichi e hipster in fissa con la prima serie del Dottor Who! I fondatori di questi gruppi metal fatti di nerd e hipster che amano dichiararsi metallari sono sempre gli stessi. I commentatori sono gli stessi. Le cose dette sono le stesse. E dopo che li hai chiamati in privato scopri che erano proprio loro che già NON esistevano nel 1990, quando NON compravano le riviste, NON andavano ai concerti e NON ascoltavano i dischi.

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Metal Hammer Italia - 07/2016  
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