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Ex Deo > SOen> Morta Skuld Anno 2 02/2017

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I M E H T R A

Esclusiva!

GHost


Hammer Highlights

STEEL PANTHER 26

IL NUOVO-VECCHIO METALLO SGARGIANTE Signore e signori, anche per questo numero siamo tornati, in forma più smagliante che mai, proprio come i protagonisti della nostra copertina, i variopinti Steel Panther. Accusati più volte di non essere originali, di rivangare la moda dei gloriosi anni ‘80, i losangelini alzano l’asticella della loro carriera con un nuovo, scintillante disco, ‘Lower The Bar’.

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HOLY MARTYR

MESHUGGAH

HAMMER CINEMA

A sei anni da ‘Invincible’ la band italica torna a imporsi sulla scena metal internazionale con un nuovo disco ispirato alle opere dello scrittore inglese J.R.R. Tolkien. ‘Darkness Shall Prevail’ sta raccogliendo critiche positive in tutto il globo e Metal Hammer non poteva fare a meno di discutere con il mastermind del gruppo, Ivano Spiga, sul concepimento di questa fatica discografica

Ospiti d’eccezione del nucleo di questo numero sono i monolitici svedesi, autori dell’osannato ‘The Violent Sleep Of Reason’. Se il disco ha raccolto consensi, a poche testate si sono concessi i suoi creatori, privilegio che abbiamo avuto grazie a una penna storica di Metal Hammer tornata, in grande spolvero, con una lunghissima e intima intervista a un dei gruppi che ha rivoluzionato il Metal.

Quest’ultimo spazio di highlight è dedicato a una delle nostre rubriche, Hammer Cinema. Vi portiamo alla scoperta dell’ultimo documentario made in Norway sul black metal, intervistando il co-regista e produttore Christian Falch. Un lungometraggio particolare, che pone il metallo nero sotto una luce inedita, alla scoperta della fede di tre band che lottano contro il pregiudizio.

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Hammer Editoriale

The Hammer Of The gods I motori rombano, la stagione dei festival e dei grandi eventi live si avvicina a passi svelti e decisi – ne abbiamo di chicche in serbo per voi lettori, già in Aprile la truppa di Metal Hammer Italia si muoverà in lungo e in largo per l’Europa, restate quindi sintonizzati… - gli impegni si accavallano quasi furiosamente, la tabella delle scadenze è piena zeppa, ma noi siamo sempre sul ponte di comando, indomiti e fieri, pur di restare fedeli alla nostra causa. Una causa, quella di Metal Hammer Italia, che festeggerà il suo trentennale proprio l’anno prossimo, ragion per cui c’è ancora tutto il tempo per organizzare i festeggiamenti, in grande stile ovviamente. Ma lasciamo tempo al tempo, come si è detto… Oggi spariamo fuori la nostra nuovissima puntata digitale, la quale ci è costata, bisogna dirlo per fedeltà di cronaca, numerosi sforzi in più, con in aggiunta una bella porzione di incazzature e qualche polemica sterile e (totalmente) fine a se stessa, ma, in fondo, è la vita stessa ad essere così. Gli inconvenienti esistono da sempre, e in tutti i frangenti. Si salda il conto presentato, e si riparte. Senza rimuginar troppo sui rimpianti, e figuriamoci poi che fine fanno i rimorsi… Un numero primaverile e “fresco” che dunque non poteva non pagar dazio a una delle band

più frizzanti e divertenti oggi in circolazione, i losangeleni Steel Panther prossimi all’uscita discografica con il nuovissimo ‘Lower The Bar’, scoppiettante album annunciato per fine marzo. Una copertina di prestigio, con un’intervista al frontman Michael Starr che la dice lunga, sulla filosofia di vita e sulle aspettative artistiche di un gruppo che ha dato impulsi nuovi a tutto il movimento glam metal. Non si nasce per caso sul Sunset Boulevard, c’era chi lo diceva distrattamente, facciamone tesoro, invece, di tale affermazione. Altro giro di boa, altro nome illustrissimo, quello dei caliginosi Ghost non più un fenomeno underground, bensì una formazione in continua ascesa, nessun traguardo pare precluso per Papa Emeritus III e i suoi Nameless Ghouls. Dopo aver appena vinto il Grammy Award svedese, ai Ghost tocca un’altra tappa di grande prestigio, vale a dire la tournée americana di fine primavera, di supporto ai leggendari Iron Maiden. Ho come l’impressione che si intenderanno a meraviglia, il

Papa e il buon Eddie, ma noi potremo intanto gustarci il ritorno degli svedesi mascherati già il prossimo mese, è previsto infatti per il 19 Aprile all’Alcatraz di Milano, l’unico concerto italiano estratto dal Popestar Tour, una data che è prossima al sold-out, tanto per ribadire la popolarità sempre più crescente che il Papa può vantare sul nostro territorio. Con buona pace di Santa Romana Chiesa… Ma, probabilmente, il “colpaccio” del mese è la torrenziale intervista rilasciataci da Dick Lovgren e Marten Hagstrom, basso e chitarra ritmica dei monumentali Meshuggah, monumentali in tutti i sensi, a partire dal loro parossistico, intricatissimo stile musicale che non ha eguali in circolazione. Dentro al quale si snodano, quasi fosse un mantra, storie complesse e teorie suggestive, che non tutte le menti sono in grado di decifrare. A meno che… A meno che decida di occuparsene un giornalista di nostra (antica) conoscenza, uno altrettanto alieno e a cui non fa paura sfidare le leggi del Caos, pur di riportare ordine e logica. Uno che, fra i fondatori di Metal Hammer Italia, vent’anni fa si dilettava con l’Estetica, elencando pregi e difetti dei metallari, ha deciso di scendere a patti con uno di quei pochi gruppi metal che, secondo lui, possono ambire al trono dell’eccellenza assoluta. Il divertimento è garantito, ve lo assicuriamo… Alex Ventriglia

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TALES FROM BEYOND

Hammer Core

EX Deo 6

Metal Rubriche

Arthemis

Bring Out The thrash

Torna la gloria delle legioni romane canadesi con il nuovo disco

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Witchwood 8

DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Taricco

Proposta di valore che arriva dall’Italia, vi presentiamo ‘Handful Of Stars’

ProgSpective

Circle Of Burden

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Starset 13

REDAZIONE

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Inchiodati all’oscurità arrivano dalla Germania le rivelazioni del death Tra scienza e metal moderno indaghiamo sulla proposta degli americani

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Ghost

Dario Cattaneo dario.cattaneo@metalhammer.it

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20 Dopo una lunghissima pau-

sa tornano i death metallers di Milwaukee

Rock Tattoo

Soen 55

dischi del 2017, ‘Lykaia’, si confessano i Soen

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FOTOGRAFI Alice Ferrero alice.ferrero@metalhammer.it Roberto Villani roberto.villani@metalhammer.it

22 Fautori di uno dei migliori

Danko Jones

Andrea Schwarz andrea.schwarz@metalhammer.it

Andrea Lami andrea.lami@metalhammer.it

Stay Brutal

Thrash e potenza in ‘Woe To The Vanquished’, ultima fatica dei californiani

Morta Skuld

Alessandra Mazzarella alessandra.mazzarella@metalhammer.it

Angela Volpe angela.volpe@metalhammer.it

Warbringer 17

VICEDIRETTORE EDITORIALE Fabio Magliano fabio.magliano@metalhammer.it CAPOREDATTORE Stefano Giorgianni steve.giorgianni@metalhammer.it

Nailed to obscurity 10

DIRETTORE EDITORIALE Alex Ventriglia alex.ventriglia@metalhammer.it

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Recensioni

Hard rock infuocato nel nuovo disco del gruppo canadese, ‘Wild Cat’

Emanuela Giurano NEWS EDITOR Blagoja Belchevski GRAFICA Stefano Giorgianni

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e

Live Report Onlin Anthrax @Live club

Korn @Alcatraz

HANNO COLLABORATO Giuseppe Felice Cassatella, Alex Manco, Trevor, Alessandro Bosio PUBBLICITÀ adv@metalhammer.it WEBMASTER Gianluca Limbi info@gianlucalimbi.com IN COPERTINA Steel Panther Photo Courtesy of Spin-go.

Gotthard @Berne Festhalle

Kreator @Live Club


Per celebrare il ritorno sulle scene degli Ex Deo, Metal Hammer Italia ha avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Maurizio Iacono, che ci parla del nuovo album della band e del suo grande amore per Roma.

Carthago

est

delenda

Nel 2014, dopo due album di grande spessore quali ‘Romulus’ e ‘Caligvla’, gli Ex Deo avevano deciso di deporre le armi e prendersi una pausa a tempo indeterminato. “Solo se gli Dei vorranno un altro album degli Ex Deo vedrà la luce”, recitava perentorio il comunicato Facebook con il quale Maurizio Iacono annunciava ai seguaci della band la sospensione di ogni attività. Ma gli Dei sono stati generosi e a tre anni dall’infausta decisione gli Ex Deo sono tornati e hanno riaperto i giochi con ‘The Immortal Wars’: “In questo album abbiamo deciso di esplorare le guerre puniche, una parte molto importante della storia romana perché credo sia un momento nel tempo che ha gettato le basi per le nostre condizioni di vita attuali” ci spiega Maurizio Iacono, frontman della band. “Per la scrittura dei testi ho dovuto fare molte ricerche e approfondire l’argomento in ogni suo aspetto. ‘The Immortal Wars’ è stato prodotto in Svezia da Jens Bogren”. In ‘The Immortal Wars’ l’attenzione si concentra su alcune figure determinanti per gli eventi descritti nell’album. Nella tracklist spicca la citazione di

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Catone, “Carthago delenda est”, e Maurizio ci spiega il ruolo che il Censore ha all’interno del suo concept: “Le parole di Catone sono immortali, hanno superato la prova del tempo. I suoi discorsi e la sua figura sono fondamentali per la storia di Roma, per questo ho voluto inserirlo nel concept, per dare un’ulteriore senso di realismo al tutto, arric-

chendo la parte narrativa. Quando ascolti questo nuovo album voglio “che ti senti che stai proprio nella Roma antica e che fai questo esperimento con la musica” (in alcuni momenti dell’intervista Maurizio ci darà qualche assaggio del suo italiano perfetto, ndr)’.

di Alessandra Mazzarella

Maurizio non fa assolutamente nulla per nascondere il suo grande amore per Roma: ogni qualvolta lo si sente parlare dell’argomento è impossibile non percepire il suo fervore, la sua passione. È affascinante sentirlo parlare dei Romani usando spesso il “noi”, come se lui fosse stato lì con loro, tanto è forte il suo attaccamento a quell’era. Ma da dove nasce questo fortissimo sentimento? Cosa ha fatto scattare la scintilla in Maurizio? “La storia di Roma mi ha accompagnato tutta la vita, sono nato in una famiglia che ama le sue radici. Come molti italiani, la mia famiglia è cattolica e i Romani non sono visti di buon occhio, sai, per quello che hanno fatto a Gesù… Ma io ero troppo affascinato dalla loro forza, dal loro potere. Come si dice? Il sangue tira! Per me era una cosa naturale, ho voluto studiare di più l’antica Roma” e la considero una parte importante del mio retaggio e della mia cultura. Non ci ho mai messo di mezzo la politica, mi attengo solo alla storia e agli avvenimenti. Roma ha fatto cose buone e cose catti-


ve, è normale, si tratta pur sempre di persone, e ogni superpotenza ha passato momenti più o meno brillanti. Credo però che abbiamo fatto cose grandiose ai fini dell’avanzamento e dell’evoluzione dell’uomo e della società. Quando l’Impero romano è caduto il mondo ha attraversato un periodo buio, e c’è un motivo. Sono orgoglioso e attaccato alle mie origini e ci tenevo a mettere in piedi una band che parlasse della nostra storia. Quale genere musicale può parlare di Roma meglio del metal?”. E cosa aveva Roma che agli altri popoli mancava? Qual era il quid che l’ha portata alla grandezza? Maurizio non esita a darci la sua spiegazione: “La forza di Roma stava tutta nella coesione. I Germani, gli Scandinavi, erano fisicamente più forti dei Romani, ma non avevano spirito di gruppo. I Romani combattevano uniti, perché sapevano che tutti insieme erano inarrestabili. Nessuno poteva resistere davanti alla testuggine! Il lavoro di squadra stava alla base della loro strategia, si combatteva con la testa, non con i pugni, la grandezza di Roma e della sua gente stava tutta lì”. A questo punto non possiamo più discutere la bontà delle intenzioni di Maurizio,

ma la prima reazione degli italiani agli Ex Deo non è stata pienamente positiva: “All’inizio gli italiani sono stati un po’ scettici nei nostri confronti. Mi ricordo il nostro primo concerto in Italia, a Milano, più o meno una decina di anni fa: avevamo già suonato tre canzoni e loro se ne stavano semplicemente lì, a fissarmi… Allora mi venne in mente che forse, secondo loro, la nostra musica poteva avere base politica. Ho fermato tutto e ho spiegato al pubblico che non era così, che io venivo nel loro Paese da estraneo con l’unico scopo di parlare della storia e della grandezza di Roma: a quel punto sono andati in delirio! Temo che la Seconda Guerra Mondiale e Mussolini abbiano creato questo senso di tensione intorno ai Romani ma – non lo sottolineerò mai abbastanza – noi non siamo una band politica, gli Ex Deo vogliono solo parlare di storia perché è importante sapere da dove si viene e cosa ha reso tale il mondo in cui viviamo. I Romani hanno inventato la democrazia, insieme ai Greci, in tutto c’è del bene e del male”. Considerando che recentemente il brand Gucci è stato invitato a tenere una sfilata alla Valle dei Templi in Sicilia, è logico

mbattevano o c i n a m o R I vano uniti, perché sapeerano eme che tutti insi Nessuno inarrestabili. re davanti e st si e r a v e t po gine! alla testug

curiosità: I FICHI DI CATONE Marco Porcio Catone, anche conosciuto come Catone il Censore, era convinto che non fosse possibile per i Romani venire a patti con i Cartaginesi. Si dice che la prima volta che pronunciò la frase “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta) il Censore tirò fuori da sotto la tunica un cesto di fichi provenienti da Cartagine, volendo così dimostrare che se il fico, frutto molto delicato, poteva resistere alla traversata con cui veniva esportato a Roma, la città africana era troppo

Mi piacerebbe da morire suonare con gli in qualche sito

Deo

Ex

archeologico romano in Italia

vicina, quindi andava distrutta. Catone aveva fatto di questo argomento la base di tutta la sua azione politica al punto che concludeva ogni suo discorso con queste parole: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam (Infine, credo che Cartagine debba essere distrutta). Questa frase, ormai proverbiale, ha assunto il significato di una profonda convinzione strategica che sta dietro una serie di azioni di natura tattica.

chiedere agli Ex Deo se suonare in una location consona alle loro tematiche fa parte dei loro piani: “Mi piacerebbe da morire suonare con gli Ex Deo in qualche sito archeologico romano in Italia! Abbiamo già fatto una cosa simile in Repubblica Ceca ed è stato bellissimo, ma in Italia sarebbe superlativo, magari si potrebbe anche filmare per un eventuale DVD”. Non si può evitare di chiedere a un appassionato di storia quali siano i suoi personaggi preferiti, e Maurizio ha la risposta pronta: “Giulio Cesare è il mio personaggio preferito della storia romana: ha guadagnato prestigio e potere facendo le cose a modo suo, è stato il più grande generale romano e soprattutto ha segnato l’inizio dell’ascesa di Roma, ho letto moltissimi libri sul suo conto”. La sua stima nei confronti di Cesare era più che prevedibile, considerando che è proprio con una sua citazione - “Amo

il nome dell’onore più di quanto tema la morte” - che tre anni fa annunciò la presunta fine degli Ex Deo; ma c’è anche un altro personaggio che si è guadagnato la sua stima: “Augusto è stato un grande imperatore, che ha fatto tantissimo per la sua gente, anche lui è un personaggio che mi piace molto”. L’intervista si conclude con il punto di vista di Maurizio sul nemico che Roma affronta in ‘The Immortal Wars’, una figura che spicca per intelligenza, inventiva e carisma, autore di un’impresa mirabolante e apparentemente impossibile: “Anche Annibale è stato un generale incredibile. Chiunque arrivi a pensare “metterò in ginocchio il più grande impero che ci sia e lo farò attraversando le Alpi a dorso d’elefante” non sta bene con la testa! C’era sicuramente del genio in lui e credo che con Scipio abbia trovato pane per i suoi denti”.

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Una rock band colossale, questa di Faenza che ama flirtare con suoni sognanti ma perentori, diretti, che trasudano passioni antiche miscelate con indomita attitudine mediterranea. Sempre su Jolly Roger Records, E' il nuovo EP ‘Handful Of Stars’ a riportare i Witchwood sotto i riflettori, dopo lo scintillante atto d’esordio. Ai nostri microfoni E' intervenuto Ricky Dal Pane! Lassù, le stelle, solenni muse ispiratrici, osservano orgogliose l’operato degli Witchwood, incredibile band di base a Faenza che sta collezionando un’infinita serie di successi, non ultima l’imminentissima tournée in Russia che il sestetto romagnolo intraprenderà alla metà di aprile, protagonista di una nuova uscita discografica carica di pathos e vibrante pura passione vintage, che risponde al nome di ‘Handful Of Stars’, la quale raccoglie il testimone di ‘Litanies From The Woods’, un album a dir poco magnifico con cui due anni fa i Nostri debuttarono. Fa specie comunque pensare che, a volte, anche un monicker non propriamente all’altezza può incidere sulle fortune di un gruppo. Parte dunque così la chiacchierata con Ricky Dal Pane, voce, chitarra ed elemento cardine di tutto il progetto, su cosa è cambiato

dai primordiali Buttered Bacon Biscuits agli attuali Witchwood, sul perché le cose a suo tempo non funzionarono… “I Buttered Bacon Biscuits, che a breve saranno ristampati dalla Jolly Roger, si sciolsero principalmente perché una parte dei componenti

originari non era più interessata a proseguire un discorso di un certo livello e per diversi punti di vista sulla direzione da seguire… In primis sul nome che io ho sempre trovato orribile e non adatto per

descrivere la musica che facevamo… è che quando ci formammo tutto nacque un po’ per scherzo, compreso il nome. Proseguendo e, dopo il primo album, le cose cominciarono a farsi più serie e, visto che

gran parte del materiale lo stavo scrivendo io, non mi sentivo nemmeno di farlo uscire sotto una sigla del genere, e da qui anche i primi contrasti. Credo che quello dei BBB sia comunque un buon album, che sia una buona fotografia di quegli anni e per capire da dove vengono e si

sono originati gli Witchwood. Lo vedo più come un reperto insomma, visto che ora sono concentrato esclusivamente sul presente. Se dovessi dirti cos’è cambiato, ti risponderei che, a parte l’approccio che è all’incirca lo stesso di allora, sicuramente ora siamo più consapevoli dei nostri mezzi e i brani suonano decisamente in maniera più matura.” Quindi, lasciamo subito spazio alla nuova uscita discografica che, se non erro, ha piuttosto a che spartire con lo splendido album d’esordio, se non altro ne conserva la magniloquente aura. Ho letto infatti che il repertorio contenuto in ‘Handful Of Stars’ è per buona parte risalente al periodo del debut-album: “Intanto grazie per il complimento, fa sempre molto piacere sapere che qualcuno considera splendido un tuo lavoro. Sì, i brani inediti di quest’album sono nati già da tempo, come periodo risalgono alle registrazioni del primo album ‘Litanies From The Woods’. Credo che, nonostante il nostro stile sia ben identificabile anche in questo lavoro, stavolta i brani suonino leggermente più aggressivi che su ‘Litanies…’, anche le strutture sono forse un po’ più

Astronomy Domine 8 METALHAMMER.IT

di Alex Ventriglia


pianifica a tavolino

non siamo il tipo di band che il proprio

sound

e i pezzi

è appena avvicinato alla nostra musica, è un buon biglietto da visita dell’album precedente.” Un altro fattore predominante nella band di Faenza è l’amore viscerale che essa nutre nei confronti degli Uriah Heep, non si può non riscontrarlo ancor più marcato ascoltando queste tracce, e non solo riferendomi alla cover di ‘Rainbow Demon’. Chi scrive trova negli Witchwood una grande familiarità nel ricreare le suggestive atmosfere care ai maestri britannici. “Beh, ti ringrazio, che dire… Amiamo profondamente gli Uriah Heep e non ne abbiamo mai fatto mistero, anche perché credo che oramai abbiamo coverizzato metà del loro repertorio! ‘Gypsy’ per esempio è diventata quasi il nostro biglietto da visita ai concerti, e credo che se non la suonassimo tutte le volte saremmo presi a bottigliate dal pubblico, ah ah ah! A parte tutto, comunque, sicuramente nel nostro sound c’è tanto dell’influenza che hanno esercitato su di noi gli Heep, anche se poi noi la incanaliamo nella nostra maniera e la fondiamo con generi inaspettati con questo tipo di sound, tipo il southern rock o la musica folk.E, comunque, uno dei nostri sogni sarebbe aprire un concerto per loro… Il giorno dopo potrei anche smettere di suonare, ah ah ah!” Cosìccome sorprendente è anche la cover di ‘Flaming Telepaths’, brano cardine dell’oscuro ‘Secret Treaties’ dei Blue Oyster Cult, fenomenale band che ha raccolto solo le briciole di un successo che doveva essere invece planetario… “Io adoro i Blue Oyster Cult da quando ero un ragazzino e credo che siano stati uno dei gruppi più geniali e sottovalutati di sempre. Mi spiace molto che quando si parla delle grandi band dei 70’ loro siano sempre bistrattati o dimenticati, dato che hanno scritto perle di canzoni e inciso bellissimi album, oltre al fatto che considero Buck Dharma un bravissimo chitarrista, molto sottovalutato. Specie nel nostro Paese, poi, direi che fino a poco tempo fa erano snobbati dai più. Se inserendo la cover di questo pezzo possiamo aver invogliato anche solo una persona ad avvicinarsi a questa grandiosa band, ne saremmo ben felici! E poi è un pezzo che adoriamo suonare dal vivo, personalmente è come se mi facesse tornare per cinque minuti un adolescente!” Rock robusto. Rock d’autore. Con quella fascinosa vena vintage che oggi va tanto per la maggiore. Ricky, sulla questione, dice la sua in maniera molto chiara: “Credo che gruppi o musicisti che come noi suonano questo tipo di musica fossero presenti anche prima di questa nuova ondata: come dicevo prima, il fatto che certe sonorità ora siano divenute molto popolari ha fatto sì che l’attenzione si spostasse su chiunque le proponga; nel marasma ovvio che ci siano anche dischi e gruppi che

complesse, ma comunque le atmosfere tipiche della nostra musica rimangono inalterate. Siamo anche molto soddisfatti della produzione visto che riteniamo di avere fatto un ulteriore passo avanti rispetto al nostro debutto. Non so il perché i brani suonino così, anche perché noi non siamo il tipo di band che pianifica il proprio sound e i pezzi a tavolino, sono semplicemente usciti così e ci soddisfavano in pieno. Non volevamo quindi far passare troppo tempo prima di pubblicarli, anche perché per noi questo è stato un modo per chiudere un ipotetico ciclo della band a cui comunque queste composizioni sono legate e poter passare così alla stesura del nuovo materiale.” Entrando più nel vivo di ‘Handful Of Stars’, è la stessa title-track che colpisce con intensità e veemenza, in forma riveduta e più estesa rispetto alla versione originariamente apparsa sull’album precedente: “Questo brano era nato in tale versione, comprensiva di tutta la sua lunga introduzione che, purtroppo, sul disco di debutto avevamo dovuto tagliare per motivi di durata, altrimenti saremmo usciti con un triplo! Visto che dal vivo la eseguiamo così e molti ci chiedevano appunto di avere su supporto fisico questa versione estesa, ci è sembrato quindi doveroso inserirla sull’EP. In fondo lo spazio sui supporti lo permette e a noi piace, ci sembra giusto offrire molto a chi acquista un nostro album. In più abbiamo aggiunto parti soliste differenti risalenti alle sessions di ‘Litanies…’ e il nuovo chitarrista Antonino Stella ha risuonato le sue parti. Abbiamo poi remixato e rimasterizzato il brano, quindi direi che è una nuova versione in tutto e per tutto e credo che possa far piacere il suo inserimento a chi ci segue. E, per chi si

retro meno, ma la maniera in cui lo fai

Il problema non è tanto se fai

rock

o

a mio parere che non sono un granché, ma è normale visto che ormai sono saliti sul carrozzone in tanti. Il problema non è tanto se fai retro rock o meno, ma la maniera in cui lo fai: se sei solo un clone di qualcosa d’altro e hai poca personalità e poco da dire anche se magari suoni bene, o hai il look giusto, sei poi comunque destinato a scomparire. Quindi, come tutte le correnti, credo che prima o poi l’attenzione si sposterà su qualcos’altro, anche se, come sempre quando si generano questi fenomeni, il tempo darà ragione a chi ha scritto materiale realmente valido e capace di resistere al tempo, appunto. I fans appassionati di rock classico ci sono sempre stati, almeno ora hanno anche nomi nuovi da poter seguire e che stanno resuscitando e rivitalizzando un certo modo diciamo più genuino e vero di concepire e suonare musica, e questo per me è decisamente un bene.”

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I Nailed To Oscurity stanno diventando una bella realta' nel panorama gothic-melodeath attuale. la band sassone piazza con ‘King Delusion’ un sonoro colpo sul mercato attuale, raccogliendo consensi un po’ da tutte le parti. Sentiamo cosa hanno da dirci al riguardo il cantante Raymund Ennenga e il chitarrista Ole Lamberti. Band interessante, questi Nailed To Obscurity. Simili nel sound a realtà che vedono i momenti più splendenti della propria carriera nella seconda metà degli Anni ’90, si erano presentati sul mercato ben nove anni fa, col debutto ‘Abyss’. Poi ben sei anni sono passati prima di poter ascoltare il successivo (e ben più maturo) ‘Opaque’, complice anche una certa instabilità a livello di line-up. Corretto quell’aspetto, la band tedesca è riuscita stavolta a dimezzare i tempi, pubblicando ‘King Delusion’ dopo soli tre anni di silenzio. A questo riguardo, è proprio il fondatore del gruppo, Ole Lamberti, a spiegarci che in effetti dietro questa più corte tempistiche si cela proprio una maggiore stabilità a livello di formazione. “Ripensando al passato, mi rendo conto che tra ‘Abyss’ e ‘Opaque’ abbiamo perso tanto, troppo tempo”. Ammette.

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“Questo perché dopo ‘Abyss’ avevamo problemi con il vecchio singer, tante altre cose non funzionavano a livello anche di studio e produttore. Lavorare a ‘Opaque’ ci ha richiesto davvero molto in termini di sforzo, e i tempi sono stati proprio lunghi. Stavolta, per fortuna, non è stato così”. Sentendolo sollevato di come sono andate le cose questa volta, ci chiediamo se dietro la maggior somiglianza tra il nuovo album e il precedente ‘Opaque’ rispetto a ‘The Abyss’ non ci sia proprio questa maggior vicinanza temporale. “No, su questo ti devo contraddire…”, ci risponde però il musicista. “’King Delusion’ e ‘Opaque’, sono lavori per certi versi simili, ma solo perché ora siamo più consci di quanto vogliamo ottenere. Entrambi gli album hanno poi Raimund alla voce, cosa che crea un punto di unione forte. Non credo che la vicinanza

temporale tra questo lavoro e il precedente rispetto al debutto possa aver influenzato sul tipo di musica che abbiamo realizzato… non credo proprio. I motivi sono altri”. Anche Raymund, il cantante, sembra della stessa opinione, anche se però nega di aver lavorato a ‘King Delusion’ pensando troppo al precedessore. “Non cercavamo di fare musica simile a ‘Opaque’, anzi”. Ci dice infatti. “In realtà l’unico obbiettivo che avevamo era compiere un altro passo nella nostra evoluzione, mantenendo al contempo un sound distintivo, caratteristico. Abbiamo lavorato in modo naturale per noi, e già dai primi snippet abbiamo visto che così ci era possibile espandere il range musicale in altre direzioni, senza snaturare la nostra identità. Così abbiamo fatto”. Somiglianze a parte, ‘King Delusion’ è effettivamente un album di valore, curato in ogni suo particolare, a partire dalla copertina, suggestiva come poche. È sempre Raimund a spiegarci come è nato e quanto esso sia coerente e collegato con l’aspetto anche musicale della band. “L’artwork che vedi è un lavoro di Santiago Caruso, un’artista argentino”. Ci spiega. “Ha lavorato a questa immagine solo dopo aver sentito la

Persi Nel Nero di Dario Cattaneo


“l’unico obbiettivo che avevamo era compiere un altro passo nella nostra evoluzione, mantenendo al contempo un sound distintivo” nostra musica. Gli abbiamo spedito alcune versioni strumentali di qualche brano, nonché tutti i testi che avevamo pronti per dargli un idea del tipo di mood che ci serviva, Già dai primi schizzi abbiamo capito che era l’uomo per noi”. L’artista si sofferma sull’arogmento, spiegandoci alcuni particolari della bella copertina. “L’intero artwork cattura davvero l’essenza e l’atmosfera della nostra musica. Sul retro de CD si trovano diversi elementi tratti direttamente dai testi: l’uomo che vola sopra i propri problemi è il tema centrale di ‘Deadening’, e la foresta è quella descritta nel testo di ‘Protean’. L’immagine centrale

della copertina riguarda invece il tema trattato nella title-track. ‘King Delusion’ parla della sensazione che si prova quando si pensa a posteriori a una situazione dove ci si è persi nella rabbia o nella depressione. Quando si è detto o fatto cose che non si sentivano come proprie, ma che ci rimangono attaccate addosso. Questo effetto è l’influenza del ‘King Delusion’, una forza maligna che ci spinge ad agire in maniere fuori dal nostro controllo. L’immagine di copertina rappresenta proprio questo: la schiena di una persona, la cui mente è oscurata da una moltitudine di corvi, che rappresentano i suoi cattivi

pensieri. L’influenza del Re è rappresentata invece dalla corona eterea che circonda la sua testa. Penso si tratti di un disegno molto evocativo”. Vista l’enfasi con cui Raimund parla delle proprie liriche, capiamo che i testi rappresentano una aspetto importante della poetica dei Nailed To Obscurity. Con il cantante, cerchiamo di approfondire ulteriormente la questione. “Lavoriamo ai testi in modo molto attento”. Ci conferma infatti il compositore. “In pratica io butto giù parecchie idee, spesso addirittura prima di terminare le prime canzoni. Questo modo di

“L’intero artwork cattura davvero l’essenza e l’atmosfera della nostra

musica”

fare mi permettere di raccogliere materiale prima di doverlo tradurre in lirica prima e melodia vocale poi. E’ un procedimento che mi ispira. In generale, nello scrivere un testo, mi baso molto sulle mie esperienze personali, e cerco di aprirne il significato all’ascoltatore, creando storie con le quali altri possano interfacciarsi. La canzone di cui ti parlavo prima, ‘Protean’, è ancora un buon esempio. Camminavo lungo un sentiero in un bosco, e nel farlo pensai che occuparsi di faccende non finite fosse appunto come attraversare il bosco, calpestando sempre terreni diversi. Alle volte occuparsi di queste faccende è un peso, è come camminare sul terreno fangoso, ma altre volte, quando cammini finalmente sul terreno solido i tuoi problemi ti sembrano lontani, e non pensi al fango che magari rincontrerai tra breve… ecco, anche una semplice esperienza così può aiutarmi a definire un bel testo”. L’accenno a boschi e

sentieri poco battuti ci fa pensare a una forte connessione tra l’artista e la propria patria di origine. Gli chiediamo infatti se, secondo lui, il fatto di vivere in un certo posto possa avere influenzato i suoi gusti e il suo modo di comporre. La risposta non si fa attendere. “Non penso che vivere in un luogo in particolare possa influenzare la musica che componi…”, riflette. “Penso più che altro che siano le memorie che ti crei quando vivi in quel certo posto a farlo. La musica è sempre un canale per rielaborare qualcosa che hai visto, esperienze che hai vissuto... Nelle ultime interviste fatte per ‘King Delusion’, in molti ci hanno detto che noi non suoniamo come una band tedesca. Sì, siamo d’accordo. Noi suoniamo musica che proviene da dentro di noi, e quello che esce non ha niente a che vedere con la Germania, col posto in cui viviamo, riguarda piuttosto le emozioni e i ricordi che associamo ai luoghi che frequentiamo”.

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Reduci dal successo del debut album ‘Transmissions’ pubblicato nel 2014, gli americani Starset presentano il loro secondo lavoro per Razor & Tie, ‘Vessels’. La loro proposta musicale è un evocativo cinematic rock, ispirato da un concept che richiama lo spazio profondo. Quindici tracce di effetti imperiosi e melodie, qualche parte vocale in screaming e outro strumentali. E fin qui, tutto nella norma, se non fosse per quel misterioso retroscena che racconta il cantante e fondatore Dustin Bates. Egli sostiene di essere stato contattato da tale Dr. Aston Wise, presidente dell’associazione Starset Society, che gli avrebbe proposto di fondare una band per divulgare il messaggio della società. Bates, ingegnere elettronico specializzato in robotica, sostiene e crede nel valore di quanto promosso dalla Starset Society: “Si tratta di pubblicizzare scoperte scientifiche che sono state messe a tacere e mettere in guardia la gente contro i pericoli che possono derivare dall’invadente presenza della tecnologia nella vita quotidiana.” L’intenzione è quella di trasmettere questo messaggio al maggior numero di persone possibili e visto il successo del primo album degli Starset, l’obiettivo è stato centrato. In considerazione di questo successo, ci si aspettava che il secondo album

arrivasse prima, ma Bates dice che quel periodo di tre anni è stato ben impiegato. “Siamo stati occupati in due tournee in Europa e negli States; nel frattempo proseguiva il songwriting, ho scritto più di una ventina di canzoni, tra queste abbiamo scelto quelle da includere nell’album. E poi siamo stati impegnati a sviluppare e promuovere i progetti della Starset Society.” Il sound e la proposta della band non hanno subito grandi mutamenti in questi anni, ma Bates

sottolinea che “‘Transmissions’ era un album più atmosferico, mentre ‘Vessels’ è più diretto e con maggiori effetti orchestrali, più esplicitamente cinematografici. Il primo narrava una partenza, il secondo è un viaggio.” Con un’affermazione quasi spiazzante: “I due album sono diversi perché il film al quale si riferiscono è cambiato,” Bates invita considerare i loro album non come fine a se stessi, ma come colonne sonore del messaggio che vogliono

promuovere. Dalle parole di Dustin sembra che Starset band e Starset Society siano quasi inscindibili, due parti che vivono di vita propria ma strettamente connesse. Infatti, la pubblicazione dell’album ‘Transmissions’ è stata abbinata a una graphic novel prodotta dalla Starset Society, intitolata ‘The Prox Transmission’. La graphic novel dedicata a ‘Vessels’ sarà prodotta nientemeno che dalla Marvel.

“Abbiamo visto i primi schizzi degli artisti della Marvel e ne siamo veramente entusiasti. Non posso anticipare molto, se non che la graphic novel si baserà su quanto promosso dalla Starset Society. L’uscita nei cinema è prevista indicativamente per l’autunno del 2017”. L’amore di Dustin per la scienza traspare senza esitazione, retaggio del precedente lavoro che ha svolto fino a quando gli è stato possibile. Sembra quasi che il successo nel campo musicale sia stato inaspettato. “Non ho alle spalle studi

Molto più di una band di Angela Volpe

musicali professionali, sono un autodidatta, suonavo in alcune rock band al college ma senza pretese.” Da ingegnere elettronico a rock star, con la volontà aggiuntiva di comunicare con il pubblico in modo trasversale. C’è una sorta di aspetto filantropico in tutto questo, in quanto l’intento della Starset Society è quello di sensibilizzare la popolazione su alcune tematiche e gli Starset ne sono il principale mezzo di divulgazione: “Ci auguriamo di riuscire ad espandere il più possibile il messaggio della Starset Society, attraverso la graphic novel e i nostri album.” La band sarà impegnata in un lungo tour negli States e anche se al momento non è ancora stato pianificato un tour che coinvolgerà l’Italia, Dustin spera di ripetere al più presto l’esperienza all’Alcatraz lo scorso giugno, quando aprirono il concerto dei Breaking Benjamin. Gli Starset hanno studiato per i loro live una scenografia letteralmente spaziale, con caschi da astronauti illuminati di luci blu e altri effetti visivi che accompagnano i loro brani. Non ci è dato sapere quali saranno le nuove scenografie per il tour di ‘Vessels’, ma senza dubbio l’impatto visivo sarà pari alle loro composizioni: da cinema. Nel caso degli Starset, dunque, oltre che “buon ascolto”, si può dire “buona visione”.

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Lo abbiamo atteso per molto tempo, ora e' arrivato! si tratta del nuovo disco degli holy martyr 'darkness shall prevail', superbo album basato sulle opere di j.r.r. tolkien. Ai nostri microfoni Ivano Spiga.

Ritorno del Signore Oscuro Il

di Stefano Giorgianni

Sono passati sei lunghi anni dal concept nipponico ‘Invincible’ e gli Holy Martyr ci hanno fatto aspettare a lungo, forse troppo, per regalarci un nuovo episodio della loro epica discografia. Un’attesa ripagata da quello che è probabilmente il loro miglior album, un full-length trionfale e raffinato basato sulle opere dello scrittore inglese J.R.R. Tolkien, con composizioni sulle orme dei giganti del genere, dai redivivi Cirith Ungol ai Manilla Road. Non potevamo farci scappare l’occasione di ripercorrere la genesi di ‘Darkness Shall Prevail’, disco che si può considerare il manifesto del metallo tolkieniano italico. A rispondere alle nostre domande c’è il chitarrista e mastermind del gruppo Ivano Spiga, che esordisce parlando del consistente lasso di tempo che ha separato le due ultime release: “Nel 2013 mi sono trasferito da Milano a

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l’Aquila per lavoro, metà band è rimasta su al nord”, chiarisce da subito, continuando “Questo ha comportato uno stop forzato e molte difficoltà, incluso un cambio di line-up. Siamo riusciti a entrare in studio con una formazione

stabile solo nel 2016. Diciamo che ci siamo fatti un po’ desiderare dai fan che non ci hanno mai abbandonato, tornando in pompa magna come eroi dati per dispersi.” Il disco però era già stato pensato da tempo,

infatti “molte idee erano presenti già nel 2012 e l’annuncio effettivo mi pare di averlo dato nel 2015, credo.” La discussione verte immediatamente sulla scelta di

basare l’album su Tolkien: “Ammetto di essere sempre stato un fan sfegatato di Tolkien, sin da ragazzino. Ho sempre desiderato fare canzoni ambientate nel suo mondo, ma sul finire dei ‘90 e dopo la trilogia di Peter Jackson, le tematiche di questo tipo erano un po’ abu-

sate. Questo è anche il motivo per cui la band ha indirizzato i suoi dischi sulla Storia antica, differenziandosi in modo netto da altri gruppi. Fare un album ora sul Legendarium di Tolkien, mi è sembrata la cosa giusta al momento giusto, e ho finalmente realizzato un piccolo sogno ma molto ambizioso.” L’autore inglese ha ispirato centinaia di band nel corso degli anni, Ivano sostiene che questo sia dovuto al fatto che “la descrizione del suo mondo sia così...reale. È tutto immaginario, eppure leggendo ti immergi e pensi sia vero, ti immedesimi. La musica, assieme ai libri, è la cosa che più di tutte lascia volare la fantasia e ti trasporta altrove. In campo Heavy Metal poi, oscurità ed epicità sono fondamentali nelle liriche e nell’atmosfera dei brani. La grandezza di Tolkien è stata proprio questa,


aver creato un universo immenso, con una storia oscura, Epica e mitologica, che richiama quella dell’umanità.” Scelta particolare degli Holy Martyr è stata quella di dare un titolo “oscuro” al loro album, ‘Darkness Shall Prevail’, cosa che porta alla mente i personaggi malvagi del mondo tolkieniano, questo perché “penso che l’oscurità descritta nei libri di Tolkien sia resa in maniera straordinaria” afferma Ivano “la percepisci, è morbosa, nonostante ci siano tanti personaggi ‘buoni’ ed il male viene sconfitto, è sempre presente. Lo stesso Frodo riesce a terminare il suo compito per un caso fortuito, in cuor suo era ormai già corrotto.” Poi il chitarrista spiega che “è stata una scelta più realistica e diversa dal solito, io solitamente preferisco la luce ed i personaggi eroici, però il

lato ‘oscuro’ di Tolkien è affascinante da descrivere. Sicuramente ha influito anche l’atmosfera cupa e l’incertezza dopo il mio trasferimento, in solitudine e lontano dagli altri. Ho somatizzato un periodo buio della mia esistenza trasferendolo nelle canzoni.” Un disco che comunque si conclude con un barlume di speranza con la traccia ‘Born Of Hope’, ripercorrendo l’eucatastrofe tolkieniana: “Il disco parte con l’orgoglio e la decadenza degli uomini di Numenor, attraversa un cuore di tenebra a metà album e risale nuovamente con enfasi, tornando sugli eredi Numenoreani. Numenor cita: “but your seed will remain”, inteso sia come metafora per il seme di Nimloth portato nella terra di mezzo che per il sangue della stirpe dei Re, passato per Arathorn di cui parla

‘Born Of Hope’, padre del nascituro Aragorn. Tutta l’opera di Tolkien, è basata su una piccola flebile speranza, un raggio di luce nell’oscurità dilagante. Un concept con un titolo del genere, e brani così cupi...non poteva che finire con un pizzico di speranza, nel modo più tolkieniano possibile.” Passiamo però al lato musicale, della quale Ivano racconta che “Per un annetto circa ho smesso di ascoltare musica e addirittura di suonare. Molte idee sono venute da sole, per caso, altre di getto una dietro l’altra o improvvisate. Riascoltando le bozze iniziali dei pezzi, mi sono stupito e non poco di una certa tendenza Doom Metal abbinata all’Epic, molto vicina quindi ai Manilla Road o Cirith Ungol più cupi. Evidentemente gli ascolti del passato rimangono nel DNA

Approfondimento: i Dischi tolkieniani di riferimento degli Holy martyr Negli anni i dischi basati o dedicati alle opere di J.R.R. Tolkien sono arrivati a essere una quantità impressionante. Ivano Spiga ci elenca quali sono i suoi preferiti: “Nei primissimi anni ‘90 non conoscevo nessuna band in grado di abbinare Heavy Metal e Tolkien, mi sembrava una cosa inconcepibile. La prima volta che ascoltai ‘Somewhere Far Beyond’, all’incirca nel 1995, rimasi a dir poco stupefatto. Fra l’altro in quel periodo erano completamente sconosciuti e completamente fuori dagli schemi. Per me una band Metal in grado di scrivere brani ispirati a Tolkien era una cosa straordinaria, è stato come se mi avessero detto che Babbo Natale esisteva e che poteva farmi qualsiasi regalo volessi. Sono ancora legato a questo disco ed i due successivi non sono riusciti ad eguagliare le stesse identiche sensazioni. Ho smesso definitivamente di seguirli da ‘A Night Of The Opera’. Ho dato qualche ascolto anche ai Summoning, anche se non sono di certo il mio genere. Mi piacciono abbastanza alcune atmosfere di ‘Dol Guldur’, ma senza impazzirci. Hanno comunque tutto il mio rispetto di Tolkieniano.

di un musicista.” In seguito aggiunge: “La cosa positiva è che si sente uno stile che ci contraddistingue sin dagli albori, merito del songwriting sicuramente, ma anche della voce unica e inconfondibile di Alessandro, che ha saputo destreggiarsi con maestria su registri differenti in ogni brano. Proprio vocalmente, ci siamo palesemente ispirati ai cori di Ennio Morricone nella parte centrale di Dol Guldur, un piccolo omaggio che ha fatto la differenza, così come altri innesti di musica classica sparsi a livello strumentale.” Discutendo di musica non si può evitare di chiedere un parere sul ritorno dei Cirith Ungol: “Beh...il ritorno di divinità ancestrali. Mi viene la pelle d’oca al pensiero di ascoltare dal vivo brani da ‘King Of The Dead’. Il 27 maggio suoneremo nello stesso palco all’Up The Hammers di Atene, incredibile ma vero.” Chiudiamo parlando dei valori dell’opera tolkieniana, tra eroismo, lealtà, sacrificio e se quest’ultimi si possono ritrovare nelle composizioni degli Holy Martyr: “Nel ‘Signore

Degli Anelli’ è molto forte il valore dell’amicizia. Riesci a percepire un legame fortissimo fra i membri della Compagnia. Sicuramente ciò deriva dalle esperienze di Tolkien durante la prima guerra mondiale, che aveva visto morire alcuni dei suoi amici più cari” e su ‘Darkness Shall Prevail’ “molti dei brani sono incentrati sul trionfo assoluto del male. È un Epic Metal al contrario, dove invece di decantare le gesta dei buoni si esaltano i cattivi. Su ‘Witch King Of Angmar’, una frase come ‘ride, Lord of The Nazgul ride, let’s spread your black wings and scream your triumph’ rende abbastanza bene l’idea. L’esaltazione del male. Ovviamente ci sono anche i brani ‘eroici’ come “penso che l’ ‘Born Of Hope’ e ‘Heroic Deeds’, a fare da contrappeso fra oscurità e luce.” L’ultimo full-length degli Holy nei libri di Martyr si pone dunque al livello di niera straordinaria. quel che è stato ‘Nightfall In Middle-Earth’ per i Blind Guardian, uno è dei dischi fondamentali per il metallo tolkieniano non solo per il nostro paese, ma per il mondo intero.

oscurità descritta Tolkien sia resa in mala percepisci,

morbosa”

-ivano spiga

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John Kivell ci introduce nel mondo del nuovo 'Woe To The Vanquished'!

Old School Thrash

di Andrea Schwarz

Spesso purtroppo la strada che conduce alla realizzazione di un nuovo album è tortuosa, certo quella percorsa dai Warbringer non è stata diversa. ‘IV: Empire Collapse’ è stato un album complesso dove insieme al loro tipico thrash sound troviamo influenze metal classico mentre oggi con ‘Woe To The Vanquished’ si denota un ritorno più marcato ad un suono più grezzo e minimale, Ed è un loquace John Kivell ad introdurci nel ‘fantastico mondo dei Warbringer’ “Arrivare a questo nuovo album è stato molto difficoltoso perché ho dovuto riformare la band dopo alcuni problemi in seno alla line up, è stato come ricominciare da zero fino a giungere al nuovo accordo con Napalm Records. L’idea di base era di incorporare nel nuovo album influenze più classiche e progressive di ‘IV: Empire Collapse’ con il tipico thrash sound degli anni ottanta. Con il precedente album volevamo dimostrare al pubblico che potevamo suonare in maniera originale mentre oggi con ‘Woe To the Vanquished’ volevamo tornare ad essere quelli degli inizi, senza fronzoli e diretti. Sono molto orgoglioso di essere riuscito ad arrivare a oggi nonostante le enormi vicissitudini degli ultimi anni.” Non è mai bello per nessuno passare

attraverso difficoltà personali, la musica però può essere una valvola di sfogo a frustrazioni e tribolazioni varie, forse anche per questo motivo il suono che scaturisce da ‘Woe To The Vanquished’ è maggiormente grezzo, irruento: “Sono d’accordo, (ri)trovare come compagno di avventure Carlos Cruz (batteria) è stata una bella sorpresa che ci ha ridato la spinta per gettare il cuore oltre l’ostacolo. Nel frattempo ho cominciato a studiare per diventare professore di

storia...penso di essere portato a scrivere storie ed è quello che abbiamo tentato di fare con questa nuova fatica: cercare di raccontare l’umanità com’è oggi avendo uno sguardo al passato constatando purtroppo che i problemi che hanno afflitto ed affliggono l’umanità sono sempre gli stessi.” È condivisibile, la storia purtroppo per tanti versi si ripete quasi come se l’umanità trovasse un

senso di sicurezza in questa ‘serialità’ nel commettere gli stessi sbagli, generazione dopo generazione: “Non sono ancora arrivato ad avere la risposta ad un quesito che mi affascina, noto che purtroppo il potere e la sua manifestazione sia uno dei mali insiti nell’animo umano. Oggi vedo gli Stati Uniti governati da un personaggio come Donald Trump che in questo senso è riuscito in pochissimo tempo a instillare

negli americani un senso di preoccupazione per il futuro incredibile, non è quello che rappresentano gli Usa, la sua potenza democratica. È una corsa a chi ha più armi, in qualche modo vedo similitudini con Gugliemo II di Germania nella prima guerra mondiale...entrambi convinti militaristi o comunque sostenitori del riarmo solo per citare un esempio eclatante. A volte penso che basti poco alla gente, avere un pasto tutti i giorni e quel poco per

rendere la vita dignitosa ma tutto ciò ‘fatalmente’ non ci basta. Oggi regna nuovamente un senso di insicurezza in Europa quanto negli Usa ricordando purtroppo tempi passati abbastanza tristi e grigi che speriamo non dover rivivere.” Ascoltando l’album si nota come esso sia diviso in due parti, la prima contenente canzoni aggressive e toste come ‘Remain Violent’ e ‘Silhouettes’ mentre l’altra è più cerebrale, vedi ll’epica ‘When The Guns Fell Silent’: “Fondamentalmente ‘Woe To The Vanquished’ è diviso in due parti volutamente, quando ascolti i Warbringer vorresti che la musica possa darti dei bei calci nel sedere con la sua energia, per quello abbiamo scelto di concentrare brani con quelle caratteristiche all’inizio. È un po’ come sui vinili che hai il lato A ed il lato B, abbiamo seguito quello standard. Nella seconda parte invece si è cercato di includere canzoni che rappresentassero il nostro lato più dark, progressive e allo stesso tempo ‘melodico’. Penso che questa scelta possa far risaltare la nostra intenzione nel rendere il disco più fruibile, quasi un viaggio nel quale l’ascoltatore possa rispecchiarsi e goderne ogni sfaccettatura.”

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STORY di Andrea Schwarz “Nel disquisire le differenze tra il thrash metal tipico della Bay Area e quello della cosiddetta east coast partirei indicando quelle che secondo me sono le differenze tra noi e quella scena così come dovrebbe essere considerato il Bay Area sound. Beh, ti posso dire che da quelle parti chi faceva quel tipo di genere era come se avesse una sorta di stampo. In qualche modo per essere una band di successo che provenisse da quelle zone e suonasse quel genere musicale doveva per forza avere determinate similitudini con altri gruppi provenienti dalla stessa zona geografica, un modus operandi che nascondeva lo stesso approccio alle cose, anche culturale se vogliamo. E questo era un modo di pensare comune in quelle latitudini, cosa che sulla east coast non potrai mai trovare. Mai. E quel modo di pensare divenne per così dire mondiale con il successo dei Metallica, così che tantissimi fan sparsi per il globo volevano quel tipico sound che purtroppo appiattisce un po’ la creatività perché sai già cosa aspettarti. Ma noi, dall’altra parte degli States, siamo differenti, noi siamo abituati a pensare giorno per giorno, combattere ogni momento cercando di sviluppare le nostre differenti personalità all’interno di un gruppo di persone che fanno

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musica. Ti faccio un esempio, quando andavo al college a Manhattan la cosa più bella era la scena punk che stava letteralmente esplodendo. Quindi poteva essere facile camminare per strada e incrociare Dee Dee Ramone o Debbie Harry, oppure ti poteva capitare di vedere le New Your Dolls che poi alla sera suonavano in qualche club locale. Io penso che noi

siamo un incrocio tra i Dead Boys e la NWOBH. Queste sono le più grandi differenze tra il modo di interpretare il thrash nelle due coste opposte degli Stati Uniti, loro hanno sempre avuto il loro modo di vedere la musica mentre dalle nostre parti abbiamo sempre avuto un sacco di cose differenti

che poi sono andate a formare un puzzle dalle mille sfaccettature con band quali Anthrax, Carnivore, Type O Negative, Biohazard e ovviamente Overkill, tutti noi abbiamo un approccio differente.” Parole di Bobby Blitz Ellsworth, certo non un musicista qualunque ma colui che insieme ai suoi compagni di avventure come D.D. Verni ha fondato e portato fino ai giorni nostri i leggendari Overkill, uno che le cose non le ha mai mandate a dire, anzi. Non è qui il caso di ripercorrere pedestremente le tappe fondamentali della band, a questo potrebbe benissimo bastare Wikipedia in qualsiasi momento della giornata o della notte, fate

voi. Quello che ci preme rimarcare con queste poche righe è il grande impatto che la band ha avuto lungo i suoi più di 30 anni di onorata carriera, certo intervallata da momenti più bui e discutibili ma sempre comunque pronti ad andare avanti, a porsi nuovi obiettivi senza guardarsi indietro dormendo sugli allori. E la dichiarazione di Bobby ‘Blitz’ Ellsworth è sintomatica ed esplicativa di un musicista che ha sempre pensato al proprio orto, alla propria musica senza preoccuparsi troppo di quello che il mondo chiedeva loro, senza mai piegarsi a questa o quella moda rimanendo fedele a se stesso. Coerenza, da vendere. E paradossalmente in tutti questi anni probabilmente il quintetto del New Jersey non ha mai raccolto per quanto realmente avrebbe meritato, forse pagando troppo dazio a questa loro attitudine per


alcuni oltranzista, per altri solo coerente con se stessi. È lo stesso Bobby Blitz a confutare questa tesi: “Non penso agli Overkill come ad una band di artisti, è un punto cruciale perché certamente alla fine della giornata quello che hai fatto può essere considerato arte ma credo che solamente le persone più umili possano fregiarsi di tanto. E non importa se sia il carpentiere oppure chi costruisce mobili o ancora l’imbianchino. Se il loro lavoro resiste alla forza del tempo, allora quello che hanno fatto può essere considerato come arte. Se la penso dall’interno, se noi consideriamo tutta la nostra carriera come un mestiere quello di riuscire a trarne il meglio in ogni momento…. allora la prima e fondamentale regola è quella di non avere crisi di identità. Noi sappiamo chi siamo, cosa siamo e, soprattutto, sappiamo cosa riusciamo a fare meglio. Questo è fondamentale, tutto il resto sono cazzate. Quando sei a tuo agio con gli strumenti che il tuo io ti dà in dotazione, allora esprimi te stesso meglio rispetto a quando ti dimentichi di fare ciò per cui sei nato, questo mantra ce lo ripetevamo agli inizi della carriera ed ai giorni nostri è ancora tremendamente attuale. È come essere un artigiano, portare la propria esperienza nel presente.” E quindi Overkill, a partire dal loro debut album ‘Feel The Fire’ del lontano 1985 fino ad oggi con il nuovissimo ‘The Grinding Wheel’ sono stati un esempio di come se si hanno le idee chiare si possa costruire la propria carriera senza dover per forza cedere alle mode imperanti di questo o quel periodo storico per vendere qualche copia in più, maggiormente nel passato rispetto a oggi dove i gruppi utilizzano il supporto audio più come oggetto da collezione per i propri die-hard fan piuttosto che come un qualcosa che gli possa permettere di campare. Ma questo è il music business odierno, avremo modo in

altro contesto di vedere anche queste sfaccettature. Prendiamo, ad esempio, un album come ‘I Hear Black’ del 1993: un buon album ma anni luce lontani dai fasti ai quali il quintetto statunitense ci ha abituato. In quel momento

Hear Black’ intitolato semplicemente ‘W.F.O. (Wide Fucking Open)’ gli Overkill tornano al loro tipico thrash sound fin dalle prime note di ‘Where It Hurts’: basso pompato, chitarre che sembrano delle vere e proprie

scudisciate sulla schiena accompagnate da un aggressivo Bobby ‘Blitz’ Ellsworth come non lo si sentiva dai tempi di ‘The Years Of Decay’, uno dei loro migliori album di sempre. In tutto questo i cambi

storico gli Overkill optarono per un sound più cadenzato, tralasciando quasi completamente il loro tipico thrash trademark che li aveva resi popolari tra i cultori del genere. Incidenti di percorso possono sempre capitare soprattutto quando la carriera è così lunga, infatti, con il successore del mediocre ‘I

di line up non possono non aver influito in maniera determinante all’evoluzione del loro sound, a volte gli Overkill erano un grande magazzino dalle porte girevoli sempre pronte a essere spinte

tra chi usciva e chi entrava tranne per D.D. Verni e Bobby ‘Blitz’ Ellsworth che da bravi depositari del verbo hanno resistito imperterriti fino ad arrivare nella seconda decina degli anni duemila con una nuova e stupefacente vitalità cominciata nel 2010 con la pubblicazione di ‘Ironbound’, un album dove gli Overkill si riprendono lo scettro di autentici ‘Dei del Thrash’ anche se in compagnia di altri ensemble che in quegli anni riscoprirono l’elisir di lunga vita (vedasi Exodus e Testament giusto per citare due nomi a caso). Da quel momento sono arrivati altri tre dischi, ‘The Electric Age’ (2012), ‘White Devil Armory’ (2014) e il recentissimo ‘The Grinding Wheel’ già recensito sulle nostre pagine, che forse rappresenta il meglio della loro recente produzione andando a mischiare il loro thrash sound con influenze classiche che rendono arioso, incredibilmente moderno (avete letto bene) e affascinante il sound complessivo. Ma i nostri per poter arrivare dove sono ora hanno investito in maniera umile tutto, credendo ciecamente in loro stessi e giocando le loro carte fino alla fine, mettendosi in gioco disco dopo disco, senza pensare troppo a eventuali riscontri commerciali derivati dalle loro scelte e tutti i die-hard fan che ancora oggi li vedono come una band da amare alla follia. Senza mezze misure. E ancora oggi gli Overkill, alla faccia della loro non più tenera età riescono a stupire per la voglia matta di esserci, di esistere, di dimostrare che ci sono ancora e che paradossalmente sono in grado di ammaliare il proprio pubblico senza essere ripetitivi. Talento e forza di volontà che confluiscono in un magma sonoro che ammalia e non importa se questo sia thrash Bay area o della East Coast, trattasi di musica terribilmente affascinante che non ha bisogno di etichette. A voi….Overkill.

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due decadi di attesa per il nuovo disco dei morta skuld sono state lunghe. dovevamo saperne qualcosa di piu' e ne abbiamo parlato con il frontman dave gregor.

LE Ferite Del Tempo

di Alex ‘Necrotorture’ Manco e Stefano Giorgianni

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dal 1997, anno in cui i mitologici Morta Skuld hanno rilasciato il loro penultimo full-length, ‘Surface’, poi un silenzio assordante, cosa di per sé sconosciuta per una band rumorosa e aggressiva come questa, è calato sulla carriera del gruppo. Vent’anni di quiete, durante i quali i death metallers americani si sono dedicati alle loro vite, mettendo in secondo piano l’attività di un combo che fino al momento dello stop aveva prodotto quasi un disco l’anno. Si arriva dunque in questo 2017, quando la creatura Morta Skuld viene riportata in vita con ‘Wounds Deeper Than Time’, nuovo album uscito sotto l’egida di Peaceville Records e che rimette al suo posto una band che, in effetti, mancava nel panorama musicale death mondiale. Era quindi per noi necessario scambiare quattro chiacchiere con David Gregor, frontman del gruppo, sia sull’ultima fatica discografica che sul lungo iato cui ci hanno sottoposti. Il cantate rompe il ghiaccio con un flashback su ciò che è successo in queste due decadi e sul motivo dello split: “La band si è sciolta dopo un tour disastroso nel 1998 e ognuno è andato per la sua

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strada”, specifica sin da subito, “Alcuni di noi hanno mollato, altri si sono dedicati alla famiglia e altri ancora hanno continuato a fare musica.” Gregor si concentra poi su se stesso, affermando che “sono stato in un’altra band, i 9mm Solution, che ha fatto abbastanza bene. Quando questa ha terminato la sua attività, ho deciso di ritornare a fare qual-

che show e poi tutto ha ripreso il via”. Il frontman ha dunque continuato la sua missione nel Metal, ma è interessante porgli una domanda su quel che è cambiato nei Morta Skuld in vent’anni. A questo proposito è conciso e tagliente come il sound della sua band: “Oltre alla line-up, direi solo età ed esperienza.” Rimaniamo sull’argomento

line-up, visto che Gregor è l’unico superstite della precedente formazione e specifica che: “È stato difficile trovare buoni musicisti devoti a quest’arte. Nella nostra zona (il gruppo è di Milwaukee nel Wisconsin, ndr.) è complicato trovare batteristi e bassisti capaci, sono contento di aver incontrato questi ragazzi talentuosi. Ora credo dobbiamo solo andare avanti e raggiungere il giusto feeling.” I Morta Skuld tornano con un album quadrato e coerente, quasi fosse uscito solo un paio d’anni dopo ‘Surface’, segno che i nostri non arretrano di un centimetro. ‘Wounds Deeper Than Time’ si pone dunque come un inno al vero death metal old school, un misto di aggressività e tecnica nel classico stile della band e dei dettami del genere, “aggiungerei, comunque, con un tocco moderno”, puntualizza Gregor. Dediti alla tradizione death, i Morta Skuld si riaffacciano al mercato discografico in un momento in cui questo tipo di metallo è abbastanza cambiato, dall’aggiunta di melodie alle più diverse contaminazioni. È quindi morto il death metal come lo si conosceva? A questa domanda la risposta del frontman sta nel mezzo: “Di sicuro non è ciò che era


"Scrivo di cio' che conosco, delle esperienza che vivo o che ho vissuto. Ho avuto un'infanzia difficile, segnata da un sacco di abusi e tendo a scrivere di questo" -Dave Gregor un tempo, alcuni di noi lo stanno portando ancora avanti, si può sentire qualcosa anche da parte di band giovani. Non direi che è morto, però non è completamente vivo”. C’è quindi il modern death metal che “non ascolto più di tanto”, afferma Gregor, “Sono un tipo da old school e mi piacciono le band con cui sono cresciuto. Con questo non voglio dire che i gruppi modern death siano scarsi, non saprei a chi far riferimento.” Torniamo però a ‘Wounds Deeper Than Time’ e discutiamo del songwriting: “Abbiamo iniziato a scriverlo partendo dal precedente EP”, precisa Gregor, difatti questo full-length è stato preceduto da ‘Serving The Two Masters’, un EP di cinque tracce del 2014, poi continua: “aveva-

mo la stessa line-up di quel disco, poi tre membri hanno lasciato il gruppo per diversi motivi. Quando la nuova formazione si è assestata, abbiamo terminato il resto dell’album facendo delle modifiche a delle canzoni scritte in precedenza.” Questi sconvolgimenti di line-up hanno senza dubbio influito anche in quest’ultima parte di carriera dei Morta Skuld, tuttavia ciò non ha impedito ai nuovi arrivati di dare il proprio contributo al disco: “Sì, abbiamo preso tutti parte al songwriting in qualche modo”, evidenzia, “Scott (Willecke, chitarra, ndr.) e io abbiamo scritto la maggior parte del materiale, ma Eric (House, batteria, ndr.) e AJ (basso, ndr.) hanno messo dentro alcuni riff o idee, quindi lo sforzo è stato sicuramente di gruppo.” Ci concentriamo poi sul titolo dell’album, parole d’impatto che hanno un significato dietro di esse: “Tutti abbiamo le nostre

ferite che provengono dalle esperienze della vita, da quelle buone e soprattutto da quelle cattive, e alcuni di noi non riescono a farle rimarginare oppure il tempo non è sufficiente per guarirle del tutto. A causa di ciò possiamo dire che tutti conosciamo una cosa, ovvero che il dolore fa parte di noi e che veniamo feriti in una maniera o nell’altra. Mi sembrava dunque un grande titolo per un disco.” C’è perciò qualcosa di autobiografico che riguarda l’essere umano, taglio che viene mantenuto anche nella scrittura dei testi da parte del frontman: “Scrivo di ciò che conosco, delle esperienza che vivo o che ho vissuto. Ho avuto un’infanzia difficile, segnata da un sacco di abusi e tendo a scrivere di questo. Mi baso, inoltre, su ciò che mi sta attorno nel

"abbiamo gia' quattro canzoni pronte per il prossimo album, quindi l'attesa non sarA' lunga" momento in cui sto buttando giù le idee per il testo. Mi piace scrivere su cose ed emozioni reali, ciò che si prova o si affronta quotidianamente.” Ora poniamo a David una delle domande più antipatiche da fare a un musicista, cioè se è soddisfatto appieno del’ultimo full-length e se cambierebbe qualcosa a posteriori: “Sono di certo contento del risultato, però sono sempre molto critico verso me stesso e sento sempre che potrebbe essere uscito in modo migliore. So che questa non è una buona presentazione per una nuova era dei Morta Skuld e di quel che deve ancora venire.” Visto che abbiamo dovuto aspettare vent’anni per un disco della sua band, chiediamo se ne dovranno passare altrettanti per il successore di ‘Wounds Deeper Than Time’: “Confermo che abbiamo già

quattro canzoni pronte per il prossimo album, quindi l’attesa non sarà lunga.” Sul tour ci confessa invece che: “Non abbiamo ancora pianificato molto e stiamo guardando cosa possiamo fare. Ci sono già alcune date negli Stati Uniti per quest’estate.” Così sembra che l’Italia debba ancora aspettare un po’ per vedere i Morta Skuld all’opera, ma domandiamo a Gregor cosa pensa della nostra scena death: “Non conosco molto purtroppo”, confessa, allora puntiamo sul piatto forte italico, la cucina “però amo la pizza e la pasta.” Termina così il nostro incontro con il frontman della band statunitense, vi suggeriamo quindi di ascoltare ‘Wounds Deeper Than Time’ per rituffarvi negli anni ‘90 del death metal e, in caso ve li foste lasciati sfuggire, recuperate anche le ristampe dei vecchi dischi dei Morta Skuld.

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I Soen raggiungono il traguardo del terzo album e Metal Hammer Italia si confron� ta con l’intera band per parlare di riti di passaggio e rivoluzioni interiori

Uomini e Lupi

di Alessandra Mazzarella

I Soen sono il supergruppo del momento, una formazione progressive a cinque stelle che ha spaccato il pubblico in due metà perfette: con loro non si può peccare di ignavia, impossibile provare un blando gradimento o un leggero disappunto, o peggio ancora rimanere impassibili. Chiunque sostenga di riuscire a galleggiare nella perfetta indifferenza quando si tratta dei Soen mente con la consapevolezza di mentire. L’uscita di ‘Lykaia’ non ha fatto altro che accentuare questa condizione: alcuni lo hanno innalzato e lodato come album dell’anno a scatola chiusa, altri, con lo stesso modus operandi, lo hanno declassato a sottobicchiere di lusso. Metal Hammer Italia si è premurato di contattare gli autori dell’album più discusso del primo trimestre del 2017 e svelare le meccaniche che lo hanno portato alla luce: “Martin (Lopez, ex batterista degli Opeth, ndr.) aveva tantissime idee per la testa e lo sentivamo provare di continuo

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questi riff nel backstage e sul tourbus. Tutte queste idee sono state messe a punto e arricchite con spunti degli altri membri della band, ed è così che è nato ‘Lykaia’” ci spiega il tastierista Lars Åhlund. ‘“Lykaia’ nasce dalle nostre esperienze personali, non si basa su tematiche più concettuali, come invece è stato per i due album precedenti. Ci siamo

permessi di scavare a fondo dentro noi stessi, di sporcarci le mani e forse di arrivare a qualche rivelazione” prosegue Joel Ekelöf, voce della band.

Approfondiamo la questione del concept, chiedendo come la band sia arrivata a scegliere il rito di passaggio come leitmotiv per questa nuova pubblicazione: “I riti di maturazione moderni in realtà non sono troppo diversi da quelli che venivano celebrati anticamente’ afferma Joel. ‘Il fascino che trasmettono il lupo e l’essere lupo è ancora più evidente ai giorni nostri. Seguire ciecamente gli ordini di qualcuno come un cane o fare solo ed esclusivamente di testa propria come invece fanno i lupi non sono giuste scuole di pensiero. La gente dovrebbe provare ad ascoltare la propria voce interiore e trovare una luce guida”. Con l’uscita di Joakim Platbarzdis dalla band, Marcus Jidell ha fatto il suo ingresso come chitarrista e produttore della band: “Marcus e Lars, i due nuovi membri dei Soen, hanno portato tanta energia, fresca e salutare, oltre a un notevole carico di conoscenza ed esperienza” dichiara Martin. “Marcus


Curiosita’: Chi sono i Lykaia? Con il termine Lykaia si indica un’antica festività greca che aveva luogo ogni anno all’inizio di maggio sul monte Lykaion, la cima più alta dell’Arcadia. Al centro di questa festività c’era un rituale di passaggio che includeva sacrifici umani e cannibalismo; secondo la leggenda, tale rituale avrebbe consentito ai giovani uomini che vi prendevano parte di trasformarsi in lupi. Platone riporta che, ogni nove anni, un clan si radunava sulla montagna per compiere sacrifici animali in onore di Zeus Lykaios, patrono della festività. Alle viscere di questi

e io ci siamo uniti alla band più o meno nello stesso periodo e penso che entrambi siamo più vicini alla vecchia scuola quando si tratta di suonare e registrare’ puntualizza Lars. ‘Credo che le migliori band siano formate da membri con retaggi musicali diversi, è così che lo sforzo collettivo risulta in qualcosa di più interessante”. Una peculiarità molto evidente di ‘Lykaia’ è l’estrema coesione del suo sound; Martin Lopez ci spiega in che modo i Soen sono riusciti ad ottenere questo risultato: “Volevamo che ogni canzone fosse equilibrata e atmosferica e anche se non ci siamo sforzati più di tanto per raggiungere questo scopo l’album è comunque venuto fuori così. ‘Lykaia’ doveva essere dinamico e capace di sfidare l’ascoltatore, e allo stesso tempo raggiungere lo status di summa di nove tracce musicalmente legate tra loro. Al giorno d’oggi molte persone comprano solo una o due canzoni di certi album invece di acquistarli per intero; così facendo però

vanno a distruggere la visione d’insieme che l’artista vorrebbe dare e non gli rendono giustizia”. ‘Lykaia’ vanta la partecipazione di Andreas Tengblad nel compartimento archi; Lars ci parla del suo contributo: “Andreas è un mio vecchio amico. Abbiamo suonato insieme un sacco di generi diversi nei contesti più disparati, ma specialmente musica dell’Est Europa. Lavora come musicista e composizione in questo gruppo neu circus che si chiama Circus Cirkör ed è il tipo di persona che suona qualunque strumento tu gli metta in mano. Andreas era la scelta più ovvia per ottenere il sound che cercavamo”. Considerando che il nuovo album si basa sulla tematica del rito di passaggio, chiediamo se c’è un momento specifico, nella vita di un musicista, che può essere visto in quest’ottica; è Martin a offrirci la sua visione personale: “Probabilmente il rito di passaggio per eccellenza per un musicista avviene in quel momento in cui ci si rende conto che non ci si sente completi senza mu-

animali veniva aggiunto un singolo boccone di carne umana, e chiunque lo avrebbe consumato si sarebbe trasformato in lupo. Il malcapitato poteva spezzare la maledizione solo evitando di consumare carne umana per nove anni, fino alla celebrazione successiva.

sica. C’è sempre un momento in cui, per un motivo o per un altro, smetti di fare musica e non scrivi o suoni per un po’ e ti accorgi che dentro di te si crea un vuoto che non riesci a colmare in nessun altro modo”. Un rito di passaggio però implica una prova che, una volta superata, conferma che l’iniziato è pronto a lasciare una fase della sua vita per cominciare quella successiva: “Penso che la prova più difficile che i Soen abbiano affrontato sia stata farmi entrare nella band” scherza Lars. “Sono una persona veramente fastidiosa quando mi ci metto. Battute a parte, Quando io e Marcus siamo entrati a far parte della band abbiamo dovuto imparare tanti pezzi in pochissimo tempo e farli nostri. Quella è stata la sfida più grande per me’. ‘Ogni album è un test al tornasole per noi” aggiunge Joel. “Quando i lavori per un disco sono finiti siamo letteralmente alla frutta, ma tempo un paio di mesi e ci rimettiamo subito all’opera”.

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Live Rock’n’Roll Long

di Dario Cattaneo

Grande energia si respira negli alb um di Danko Jones, e grande energia emanano an che i tre musicisti della band, sempre pronti a fare fuoco e fiamme. In questa intervist a sentiamo cosa ci dice John Calabrese riguardo a ‘Wild Cat’, nuovo album della band! “Anche questa volta abbiamo rispettato il nostro tempo: due anni!”. È decisamente allegro John Calabrese, bassista della hard rock band canadese Danko Jones. “Sembra quasi diventato uno standard. È praticamente dagli esordi che proviamo a fare un disco ogni due anni… ci impegniamo!”. Come specificato nell’occhiello, la sua energia è contagiosa. Emana dalle parole del simpatico musicista di origini italiane (“Calabrese! sono di origine calabrese, come dice il cognome…”) come un fiume, portando con se tutta la soddisfazione per una carriera che non conosce sobbalzi e che sta sfornando album solidi e piacevoli con grande facilità. “Oddio, facile…”, ci interrompe però John, quando appunto gli facciamo notare che, visto dall’esterno, il processo produttivo della band sembra avvenire quasi senza sforzo. “Non direi proprio facile. Su ‘Wild Cat’ abbiamo lavorato comunque molto, anche se direi che il tutto si è svolto in maniera piuttosto naturale.

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Penso si possa dire che sia andato tutto liscio soprattutto perché la lavorazione di quest’album ha giovato di una stabilità a livello di registrazione e produzione molto importante. Abbiamo lavorato ancora in California, nello stesso studio di ‘Fire Music’, sempre con lo stesso produttore e lavorando nello medesimo modo. Credo che questo ci abbia permesso di focalizzarci sul solo aspetto compositivo, eliminando un po’ di rumore. Ecco, questo è il motivo per cui possiamo dire che è stato ‘facile’ lavorare a ‘Wild Cat’, non certo perché non ci abbiamo messo impegno, quello proprio no”. Continuando il discorso, la soddisfazione per come è venuto l’album risulta ancora più tangibile. “Penso che ‘Wild Cat’ rappresenti molto bene il cammino della band compiuto finora. È un album completo e maturo. I binari sono forse cambiati un po’ rispetto all’album precedente e questo è un bene. ‘Wild Cat’ è forse più in stile Thin Lizzy rispetto a ‘Fire Music’, che

esplorava il nostro lato più Ramones… sono sempre d’accordo su questi cambi di sound. Non si tratta di passi indietro, è invece un cammino in avanti che la band porta avanti da sempre. In pratica abbiamo deciso di analizzare ciò che siamo, e abbiamo deciso di darci una definizione più completa, dato che quelle sonorità così rock retrò ci sono di fatto sempre appartenute…”. Siccome il bassista ha portato in campo un discorso di influenze, cerchiamo di capire dalle sue parole da quali band del passato si sente più ispirato. La risposta non ci sorprende. “Sono influenzato un po’ da tutte le band che mi piacciono! Quando inizi a suonare, è impossibile non guardare ai propri idoli di continuo, e poi in maniera inconscia tendi sempre a imitarli, finendo per assumere alcuni loro aspetti. Non credo di stupire nessuno dicendo che le mie influenze sono un po’ tutte quelle delle classiche punk e metal band che ascoltavo da ragazzino, discorso che


“Cambiare sound per abbracciare sonorità più vecchie non è mai un passo indietro… è un cammino in avanti che la band porta avanti da sempre”.

penso valga anche per molti altri musicisti!”. Parlando di altri aspetti del disco, e ricollegandoci alla definizione ‘retrò’ che Calabrese ha dato della musica contenuta in ‘Wild Cat’, gli chiediamo spiegazione sulla copertina, così ‘retrò’ anch’essa. “Ahah, ci hai preso!”. Ride alla nostra domanda. “Il tentativo era proprio quello di fare una copertina stile film dell’orrore di qualche anno fa! L’idea originale quindi già c’era, quella di una locandina da cinema dell’orrore, e poi, mentre ci lavoravamo, un nostro amico se ne è uscito con questo disegno. Ci è piaciuto immediatamente e l’abbiamo scelto subito. Visto che l’album non aveva ancora un titolo, e considerato che la copertina rappresentava appunto quel selvaggio gatto nero, abbiamo deciso di intitolare l’album proprio ‘Wild Cat’. È uno di quegli album il cui titolo è derivato dalla copertina!”. Esauriti temi legati al disco in se, spendiamo gli ultimi minuti che ci rimangono di questa piacevole

telefonata parlando di altri temi, dalla crisi mercato del disco al tour che tra breve i tre musicisti intraprenderanno. “Pubblicare dischi è ancora importante, anche se in pochi comprano”, riflette John relativamente al primo argomento. “Certo, suppongo che quasi nessuno campi più di quello, il grosso dell’introito per una band come la nostra lo fa sempre il tour, però è oggettivo che senza canzoni nuove tenere un tour è difficile. Certo, di ragioni per andare in giro a suonare potresti trovarne tante; potresti anche paradossalmente portare sempre in giro le stesse canzoni, ma alla lunga penso che ci stancheremmo noi. Non c’è sfida in un tour del genere, non c’è scoperta, noi vogliamo sempre avere qualcosa di nuovo con cui cimentarsi, e con cui magari stupire i presenti”. Riguardo al tour invece? Dopo praticamente quasi venti anni di routine disco-tour ininterrotta, non ci si sente un po’ stanchi, un po’ saturi? “Forse un po’, ma si impara a sopportare meglio

tutto ciò dopo tanti anni”, ci risponde. “Alla fine, per come la vedo io le ventidue ore e mezza prima dello show sono il vero lavoro, lo show è il momento libero. Sai, l’hai detto tu. Sono vent’anni che andiamo in giro, e alcune cose le abbiamo imparate. La prima di queste è di sicuro vivere al meglio i momenti di disagio, far fruttare il tempo che serve per prepararsi allo show e poi godersi lo show quando sali sul palco. Tutto qui, non c’è nessun segreto”. Considerando le radici italiane però, pensiamo di chiedergli se, vivendo oramai in giro per il mondo, non sente mai nostalgia del nostro Bel Paese. “Sai, sono talmente tanti anni che vivo in Canada, a Toronto…”. Confessa. “Penso che casa mia sia più che altro quella. Certo, torno spesso in Italia, e ogni volta cerco di passare al mio paese, il paese dei miei, anche durante le vacanze… le mie radici le sento comunque qui. Ma se parliamo di casa, forse quella mi sento di dire che è Toronto”.

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‘Lower The Bar’ e' il quarto album della ‘heavy metal rock band’ Steel Panther, e tra culi, alcool e feste ci parla anche di musica dozzinale e musica di qualita', che paghi cara. Da quale parte stara' il cantante Michael Starr?

< g n i h t No is Free

di Dario Cattaneo

Un intervista con gli Steel Panther è sempre una sorpresa. Musicisti dall’immagine esteriore chiassosa ed eccessiva, tendono infatti ad essere altrettanto chiassosi ed eccessivi anche nei modi, cosa che porta spesso a discussioni invero divertenti, ma un po’ troppo sbilanciate sul lato farsesco per avere uno scopo che sia più che una strampalata promozione per un live o un eventuale disco in uscita. Come in tutte le medaglie, esiste però anche un rovescio - un lato più serio e sincero - che trapela, più o meno celato, tra dichiarazioni spassose, parolacce e parallelismi dozzinali. È questo il volto che ci ha mostrato al telefono questa volta Michael Starr, spronato dalle nostre domande ad analizzare non solo il nuovo, divertente disco in uscita, ma anche argomenti più profondi come la nostalgia di casa, l’originalità nel

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rock’n’roll e quanto una vita come la sua possa cambiare le persone. Ma, prima di scoprire il suo punto di vista su questi importanti temi, il banco lo tiene naturalmente il nuovo ‘Lower The Bar’. “Quest’album è un po’ più leggero, un po’ più festaiolo!”. Ci spiega convinto Michael Starr. “Il precedente, ‘All You Can Eat’ era un album veramente heavy, lo volevamo così. Questo qui risente un po’ dell’impegno versato sul lavoro precedente, nello scriverlo siamo stati più tranquilli. Avevamo voglia di divertirci e quest’album è venuto pieno di… ‘attitudine da festa’, diciamo! Mi hai capito, no?”. Possiamo ben immaginarcelo intento a fare segni piuttosto espliciti con le mani. “La filosofia del disco è spiegata bene da ‘Now The Fun Starts’… quel testo puoi vederlo come una chiamata

alle armi. Ci siamo noi che arriviamo in città, e diciamo alla gente: ‘basta con le vostre cazzate e le vostre attività… siamo arrivati! Inizia il divertimento!’. Vedi, un attitudine del genere è quella che ci ha mosso durante la scrittura di questi nuovi brani…”. Reso chiaro il tiro più divertente dell’album, l’intervista prosegue poi con le dovute spiegazioni su copertina e titolo, come sempre collegati tra loro e nascondenti divertenti parallelismi con la scena musicale. “Ti spiego io il concetto di un titolo come ‘Lower The Bar’!”, esclama Starr. “Alle volte capita di andare in un negozio, per comprare del cibo, e magari cercare di abbassare il prezzo, di ridurre la spesa. Cazzo ne so, mica contratti, compri cibo più scadente o più semplice. Noi abbiamo tirato il parallelismo con la musica. ‘Lower


o “Poontang Guarda Il vide Boomerang“ da r” ”Lower the Ba

apresenta il p p a r ’ r Ba e h T i ‘Lower usica. Musica d m a l r e p o n e gare di m do di . il nostro mo à it l a u q a s bas lta lla musica di a e d i o u v e s dire che o? evi pagarla, n r qualità…beh, d -Michael Star The Bar’ rappresenta il pagare di meno per la musica. Musica di bassa qualità, per la quale paghi di meno. È il nostro modo di dire che se vuoi della musica di alta qualità…beh, devi pagarla, no? Mi sembra ovvio. Vale anche per altri ambiti se è per questo. Se vuoi una tizia veramente figa, devi pagarla cara. Se ‘abbassi il livello’, magari non sarà così figa, ma di sicuro ne avrai di più. È una scelta”. Tutto molto chiaro. “Anche la copertina segue questo concetto, col tipo nascosto che si frega il cocktail semplice invece di bere dalle coppe con le tipe”, continua poi. “È una mia idea. Tutte le copertina di questa band e i concetti dietro i titoli sono stati pensati da me anche in passato. Penso un po’ a tutto io in questa band, dai disegni, ai concetti, alla roba in tour, tutto. Faccio

tutto io, man, te lo dico: è vero. È la Michael Star Band”. Al comportamento spaccone di Starr ci siamo abituati, fa parte del personaggio. In linea con il concetto del disco stavolta però ci sono anche alcune delle canzoni, quali ad esempio il singolo ‘Poontang Boomerang’. “’Poontang Boomerang’ dipinge proprio questo concetto”. È la conferma. “’Pootang’ è una parola gergale che sta per ‘vagina’, il boomerang, beh, penso tu sappia cosa è. La canzone parla proprio della classica ragazza che si trovata applicando la filosofia ‘lower the bar’, di abbassare il livello. È la tipa da poco che ti scopi quasi a gratis ma poi… torna sempre indietro! Non è che l’hai pagata bene, va via e non la vedi più, è come il boomerang, torna indietro. E quindi c’hai da vedertela di

nuovo con lei… è una delle controindicazioni di abbassare il livello, perché ciò che hai ‘mangiato’ ti si può ripresentare alla porta, diciamo!”. Come se non bastasse, l’argomento coinvolge il simpatico cantante, che ci dona un’altra diciamo perla di saggezza stradaiola. “Ma sai cosa?. La figa non è mai gratis! Se la paghi bene sei a posto, altrimenti c’è sempre appunto quella che ti torna indietro come un boomerang, e poi ti tocca offrire un’altra cena, sentire quello che ha da dirti… no, no, la figa non è mai gratis, nemmeno per una rockstar. Anzi, sai che ti dico? Nulla è gratis in questo mondo. Ne parlavo ieri con gli altri. Proprio nulla. È tutto a pagamento!”. Il discorso poi si allontana dall’album, andando più in generale sulle influenze della band, e sul fatto che più che

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Faccio tutto io , man, te lo dic

Michael Star

o: e’ la

Band

-Michael Star

r

negli altri album sono avvertibili forti influenze legate ai Motley Crue. “Eh sì, se devo dirti la fonte d’ispirazione principale per quest’album, ti devo dire proprio i Motley… credo che l’attitudine di cui ti parlavo sia proprio la loro”. Ma gli Steel Panther si considerano una hard rock band? A giudicare dallo scorso album non l’avremmo detto. “Punto interessante…”, è la risposta. “Ci chiedono spesso se siamo una hard rock band o una heavy metal band. Ci consideriamo a cavallo delle due scene. Una heavy metal rock band, questo ci dipinge bene. Una band metal con un approccio e una filosofia assolutamente da rock band”. E quindi questa L’arma che hanno i Panther per essere originali e sfondare sull’affollata scena musicale di questo decennio? “Cazzo man, essere originali nel rock è una vera chimera”. Ci stupisce però il vulcanico cantante. “Come si può essere originali? In molti ci dicono che sul nostro genere grossomodo è stato scritto tutto negli Anni ’80, e che non c’è via di uscita da ciò…

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può essere vero, ma secondo me in una band c’è comunque modo di usare la propria personalità per rendere originale una proposta. Voglio dire, gli AC/DC non suonano niente di nuovo da anni, eppure se anche li senti fare un pezzo dei Van Halen, per qualche motivo capisci subito che sono loro. Vedi? Possono essere originali, riconoscibili tra tutti, anche con un brano composto da altri. Vale per tutte le band grandi. Gli Aerosmith? Non li confonderesti con nessun’altro, anche se non conosci il brano che stanno trasmettendo. I Metallica? Ci sono infinite band che copiano lo stile dei Metallica ma, alla fin delle fiera, quando senti un loro pezzo sai che sono loro. È così che si è originali ora come ora nel rock”. Il discorso non si esaurisce qui, e Starr entra maggiormente nel dettaglio del significato che vuole trasmettere. “Secondo me molto di questo discorso ha a che fare con la voce. Non lo dico perché sono il cantante, è così. La voce del cantante è il primo elemento distintivo che senti, quello

che balza all’occhio, e un cantante originale o unico trasmetterà sempre queste caratteristiche alla band. Subito dopo viene il suono delle chitarre, che può essere reso anch’esso unico e distinguibile in molti modi. Infine, c’è il songwriting, che tiene ovviamente da conto delle caratteristiche dei primi due punti. Io credo che gli Steel Panther siano così: un cantante ‘unico’, un suono di chitarra distintivo e un songwriting oramai definito sulla nostra immagine. Ecco come facciamo ad essere originali nel difficile mondo del rock’n’roll!”. La risposta, così precisa ed argomentata, tocca diversi punti interessanti. Considerando quanto appena detto una caratteristica comune a molte band della east coast statunitense, chiediamo a Starr se la sua provenienza dalla Città degli Angeli sia stata importante per la sua formazione musicale. “Los Angeles ha influenzato il mio modo di intendere e vivere la musica, di sicuro”. Ci spiega. “Ho abitato proprio in quella che considero la culla ti un certo


, nemmeno is t a r g i a m è n o n a la fiFig star r per una rock -Michael Star

tipo di metal, quell’intrico di vie poco distanti dal Sunset Boulevard, dallo strip. È lì che è nato tutto, e proprio negli anni in cui ci vivevo io. I Ratt, i Van Halen, i Motley stessi… lì erano di casa. Se non stavano in giro per il mondo con i loro tour, erano lì. E questo di sicuro ha influito sul tipo di rockstar che poi ho voluto e ho cercato di diventare”. Il discorso diventa più intimo. “Se amo ancora Los Angeles? Certo. È il posto dove ci sono le mie radici. Il posto dove è nascosta la mia infanzia, dove c’è stata la mia famiglia, dove ci sono i miei amici. Sono una rockstar, giro il mondo, vedo posti nuovi… e, cazzo, amo questa vita. Viaggiare e continuare a cambiare posto è qualcosa di importante per me, però amo anche tornare a casa. Ogni volta che ritorno a Los Angeles sono felice”. Questo discorso così personale ci spinge a chiedergli se il rock lo ha cambiato in qualche modo, rispetto a quando, da ragazzo, viveva con sogni e speranze gli albori di quella scena. “Sì, sono cresciuto,

sono cambiato e anche la scena è cambiata”. Ci dice. “È cambiata la musica, la gente, e sono cambiato io. Ma, hey, è un bene. Nella vita tutto cambia, è una di quelle frasi sempre vere, come la cosa che niente nel mondo è gratis. È strano perché tutto è diverso, però il motivo per cui suoniamo rock è sempre lo stesso. Internet, i PC sempre più potenti hanno cambiato il modo di comporre musica, il modo di registrarla, ma non il modo di farla: col cuore. La passione è la stessa, i motivi pure, e pazienza se fare un disco è così diverso da come lo facevano i VH trent’anni fa”. Anche qui Michael non si fa pregare a scendere a un livello più personale. “Tutta questa vita nel rock’n’roll mi ha svegliato secondo me. Sono più conscio di alcune cose. Che l’America non è l’unico posto al mondo, ad esempio, come invece pensavo. Ci sono talmente tante nazioni belle al mondo e genti splendide, che vederle solamente attraverso i propri pregiudizi ti fa di sicuro perdere qualcosa. Il rock mi ha

insegnato a non dare il mondo per scontato e a vedere con i miei occhi che cazzo ha da mostrarmi. Credo che sia questa la cosa più grossa che questa vita mi ha donato. Sono cambiato? Sì, e tanto! ”. La vita rock’n’roll gli ha quindi donato molto, ma Starr sa che anche questo non è gratis. Nel rock infatti bisogna anche stare attenti. “La vita rock è tra l’altro anche rischiosa”. Ci racconta infatti. “È una figata ma richiede attenzione. La coca e il whisky ne fanno parte, ma forse usarle ogni momento non è una grande idea. Anche correre con la macchina è figo, fare lo stronzo con qualche tipa o fottere qualcosa da un negozio ci può anche stare, ma che senso ha farlo diventare qualcosa che si piglia via tutto il tuo tempo? È una questione di equilibrio. È una questione di capire cosa ti piace, spingersi fin dove si può e poi fare altre cose che ti piacciono. Ma in genere, è importante considerare appunto di prendere delle pause, di spingersi fin dove si può e poi voltare lo sguardo altrove”.

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A cinque anni da 'We Fight' gli Arthemis tornano sul mercato col nuovo, devastante 'Blood-Fury-Domination', espressione della loro vita e passione, ne abbiamo parlato con il mastermind Andrea Martongelli. Arrivare al successo è uno degli scopi principali per una band, però per giungere a quest’obiettivo bisogna sputare sangue, avere una rabbia fuori dal comune e tenere ben presente dove si vuole arrivare. Gli Arthemis sono tutto questo e hanno scelto di rappresentarlo nel nuovo disco, ‘Blood-Fury-Domination’ con un ritorno alla Scarlet Records dai tempi di ‘Black Society’. Abbiamo discusso dell’album con il mastermind e unico membro fondatore

del gruppo rimasto, il guitar hero Andrea Martongelli, uno dei simboli della sei corde in Italia e nel mondo, vero animale del rock. Iniziamo la chiacchierata tornando un po’ indietro, quando avevamo ascoltato i primi riff di questo disco, ai tempi dell’uscita di ‘Spiral Motion’: “Sì, due anni fa. Avrete notato tutti il lungo lasso di tempo che ha separato ‘We Fight’ da ‘Blood-Fury-Domination’, io però non mi sono per nulla fermato. Sono una

Il

di

Tempo

Dominare

di Stefano Giorgianni

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persona che compone tutto il giorno e tutti i giorni dell’anno, quindi ne sono uscite montagne di riff, linee vocali, tempi di batteria, ovvero tutto quello che serve a fare un disco al massimo delle potenzialità della band. Quindi sì, alcuni dei riff che hai sentito due anni fa sono dentro all’album. Se ben ricordo uno è quello di ‘Blood Red Sky’, quello principale proprio.” Andrea scrive molto, e lo sappiamo bene, però abbiamo dovuto attendere a lungo ‘Blood-Fury-Domination’: “Il motivo principale di questo ritardo, se vogliamo chiamarlo così, e potrei dire che è il solo e unico motivo, è stato il lunghissimo tour di ‘We Fight’, il disco che ci ha fatto fare più date in assoluto”, precisa, “ovviamente, non si dice mai di no a una data, per nessun


motivo. È la regola numero uno per gli Arthemis, se c’è una data, la risposta è sì! Si parla dunque non solo dei concerti in Italia, ma anche dei tour europei con Gus G., due anni consecutivi al Download Festival, Wacken, Hellfest e Bloodstock sul palco principale. Poi c’è stato il live album, il nostro primo, vero live. Il ‘Live From Hell’ è stato molto importante per noi, soprattutto per JT, il suo battesimo del fuoco perché era anche la sua prima data.” Si nota anche che da ‘We Fight’ a ‘Blood-Fury-Domination’ gli Arthemis hanno mantenuto la stessa line-up, cosa che non accadeva da un po’ di tempo: “Sì, stessa line-up. Anche se, devo confessare di non aver mai litigato con nessuno, nonostante i cambiamenti che ci sono stati nel corso degli anni. Poi io non

sono una persona incline a litigare, non me ne importa nulla, la cosa fondamentale è la band”, questo possiamo confermarlo, conoscendo Martongelli da molti anni e la sua costante gentilezza. Poi continua: “Tutte le persone hanno esigenze e modi di vivere diversi, il mondo è bello perché è vario, come si dice. Non capita sempre che tutti siano portati per la vita da tour, che di per sé è estenuante, ti tiene lontano dagli affetti e condiziona i rapporti con le persone che ci stanno vicine. La dedizione che ci vuole va oltre i limiti di alcune persone, che magari si aspettavano qualcos’altro e si accorgono che questo non fa per loro. Molti non riescono addirittura a capire quanto sacrificio ci voglia prima di intraprendere una

carriera da musicista, e questo non va di certo di pari passo col suonar bene. È una prova di forza, quando non ti vuoi accontentare delle briciole, devi spingere oltre i limiti del possibile. Sono in pochi a tener duro e a riuscire a oltrepassare la soglia. Passione e professionalità sono le due parole chiave per svolgere al meglio questo mestiere. Deve esserci un’adorazione, un culto per la musica, altrimenti non si va da nessuna parte.” Arriviamo al titolo del nuovo album, dove compaiono tre parole di un certo peso: Blood, Fury e Domination. Una scelta curiosa, ma ben ponderata: “Tre termini di forte impatto. Il sangue è visto sin dai tempi antichi come sinonimo di vitalità, vigore, caratteristica questa molto presente negli Arthemis. Credo

rificio ci a capire quanto sac ra tu it dir ad no co es Molti non ri sicista, e quere una carriera da mu de en pr ra int di ima pr voglia prova col suonar bene. È una so as p i ar p di o rt ce sto non va di devi entare delle briciole, nt co ac i vuo ti n no do di for za, quan

ossibile. p l de i it lim i e r t ol e r e sping -andrea Martongelli

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traspaia dai nostri pezzi e dalle esibizioni dal vivo. La furia è sinonimo di rabbia, perché c’è sempre bisogno di quest’ultima per andare avanti, nonostante si sappia che nella band siamo tutte persone positive, alla mano, che amano divertirsi e stare in mezzo alla gente. Parliamo di rabbia positiva, non di essere incazzati col mondo per cose futili, credo ce ne voglia un po’ per far arrivare il messaggio nel modo giusto, è quel qualcosa che ti serve nei momenti peggiori. ‘Domination’ è invece l’obiettivo finale, cioè quello di portare la nostra musica ovunque, in più città possibili, a più gente possibile. Ci tengo a precisare che gli Arthemis sono una band vera, e lo sottolineo, non è un anonimo progetto creato a tavolino, costruito solo per piacere alla gente. Ciò che sentite è vero, reale, quello che siamo. Ci piace essere trasparenti, mostrare quello di cui viviamo, la musica.” L’obiettivo di quest’album è dunque eguagliare e sorpassare quel che hanno già fatto con ‘We Fight’. Ancora più date, ancor più kilometri sulla strada: “Di più, esattamente. Stiamo già lavorando con la nostra booking agency, la Truck Me Hard, per date in Spagna, in giro per l’Europa e nei vari festival, anche a livello mondiale. Tante altre cose anche sui social network, qualcosa che succederà a breve, che non si può ancora svelare, ma di insolito.” Passiamo a dire qualcosa anche del Giappone, terra che ama il gruppo ormai da decenni: “Sì, infatti il nuovo disco uscirà il 12 aprile nel Sol Levante per UFR Records, un’etichetta emergente ma con dei personag-

una band vera, gli A rthemis sono anonimo progete lo sottolineo, non è un costruito solo to creato a tavolino,

gente. per piacere alla -andrea Martongelli 32 METALHAMMER.IT

Guarda qui il video di ‘undead’, pezzo estratto da ‘blood-fury-domination’ gi ben noti nel mondo del music business. Nell’edizione giapponese ci saranno due bonus track e un booklet tutto particolare con il doppio delle pagine.” Altra caratteristica che si nota è il lavoro grafico di ‘Blood-Fury-Domination’: “È stato realizzato da Stefano Mattioni di Viron 2.0”, sottolinea Andrea, “avevo già visto sul web dei suoi lavori, poi ci è stato presentato dalla nostra fotografa ufficiale, Annalisa Russo. È stata quindi una serie di circostanze che ha portato alla realizzazione dell’artwork, che rappresenta le tre figure femminili, blood, fury e domination, in una veste tutta particolare. Non è forte, splatter, direi in linguaggio cinematografico, ma riesce comunque a comunicare un sacco di sensazioni. Poi è bianca, una cosa assolutamente diversa per noi.” Ci soffermiamo anche sulla tecnica di realizzazione: “La ragazza che si vede, sempre la stessa, è vera, in carne e ossa. È truccata in una maniera speciale e poi è stata ulteriormente modificata al computer. Dietro c’è comunque stato un lavoro enorme e per arrivare al risultato finale ci sono voluti dei mesi. Sai, è sempre complicato materializzare quello che hai in mente, e come band l’avevamo già pensata e Stefano è stato molto bravo a realizzarla come volevamo.” In seguito, discutiamo un po’ dei testi. Anche questa volta si hanno delle parole incisive e Andrea spiega cosa lo ispira nella scrittura: “Sono uno che si guardo molto intorno. Il mondo è una fonte inesauribile di idee. Viaggiando molto, mi accorgo di diverse cose che mi accadono attorno. Osservo tanto i comportamenti delle persone, senza farmi troppo i cazzi loro (ride, ndr.). Il mondo


le tre figure femminili, a nt se re pp ra rk wo l’art r, . Non è forte, splatte n io t a in m do e y r blood, fu afico, ma riesci comun gr to ma ne ci o gi ag gu direi in lin cco di sensazioni. sa un e ar ic un om c a e qu -andrea Martongelli circostante è quindi la mia principale fonte d’ispirazione, non la televisione, che non mi piace per nulla e non la guardo. L’unica cosa per cui sfrutto la televisione sono i film di supereroi, di cazzotti e sberle, e quelli comici.” Entriamo poi un po’ più a fondo sul nuovo singolo: “Parliamo, ad esempio, di ‘Undead’. Ha delle parole che hanno un significato molto importante, per quello mi piacerebbe che, oltre ad ascoltare la musica, la gente leggesse anche i testi. Il verso “We’re the undead”, siamo i “non-morti”, il che vuole dire che siamo ancora vivi, una lettura bidirezionale delle parole che reindirizza al messaggio contenuto nell’intera canzone: una società che ci sta schiacciando, che ci rende un po’ vittima delle convenzioni. Osservando altre parole, come “the bullet in your head from the underworld”, sono sinonimo di ciò che abbiamo già nella nostra mente, messe in testa dalla pubblicità, dalle notizie false che circolano nei media. Oppure “praying for heaven, starving for hell”, riferito a tutti i ben pensanti che parlano bene ma razzolano male. Ci sono delle parole chiave nel testo che veicolano il messaggio del pezzo, puntando il dito contro la falsità e la superficialità che dominano nel nostro tempo. Abitiamo in un mondo fatto di plastica, che noi abbiamo creato, anche la musica stessa pianificata a tavolino per vendere e non per dire qualcosa, e questo mi sta sul cazzo!” La decisione di Andrea è tangibile, però tentiamo di metterlo in difficoltà facendogli scegliere solo qualche testo da far leggere a un ragazzo che ha appena acquistato l’album: “Ne sceglierei due, ‘Undead’, di cui abbiamo appena parlato, perché si renda conto del mondo di bugie in cui viviamo, bisogna tornare anche ai rapporti umani, alle amicizie, cose

che sono pressoché scomparse oggi. Rapporti basilari, che dovrebbero essere scontati, ma che si sono persi. Il secondo sarebbe ‘Into The Arena’, una traccia decisa e determinata, furiosa, seguendo uno dei tre termini dal titolo del disco. Ne aggiungerei un terzo, ‘Rituals’, che parla delle false religioni, delle sette che distruggono famiglie, se ne parla troppo poco ma bisognerebbe informarsi su queste disastrose realtà. Ho assistito a delle cose scioccanti. Una ragazza ha conosciuto una persona in palestra che, a forza di continuare a ripetere la stessa litania, l’ha convinta ad andare a uno di questi incontri, con i buttafuori a fare la guardia e dove non si può dire una parola, ha pagato per farsi dire delle cose assurde.” Azzardiamo tirando in ballo anche le grandi religioni, qui Andrea riflette un po’ e afferma che: “Dipende da uno come la vive, sono credenze intime e personali. Per carità, se ci si ferma ai preti, con tutto quello che succede, è ovvio che sul piano superficiale sono da condannare per le cose immonde che saltano fuori ogni tanto. Bisogna scavare a fondo per trovare la vera fede. Logico che tutti vanno rispettati, però fino al punto in cui si tenta di andare a convincere la gente o di andare a rovinare qualcuno, magari in un momento di debolezza.” Chiudiamo facendo selezionare al chitarrista due brani da ‘Blood-Fury-Domination’ che rappresentano al meglio gli Arthemis di oggi: “Ancora di sicuro ‘Undead’, diretta e immediata. ‘Firetribe’ per la furia contenuta al suo interno, rammenta che discendiamo da indigeni, cosa enfatizzata anche da un elemento tribale nel pezzo. In quest’ultima si pone l’accento sul fatto che non bisogna mai dimenticare le proprie radici e la storia che ci ha portato a essere quelli che siamo.”

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#Hammer Special: Meshuggah story Cosa sono veramente i Meshuggah? Un gruppo di pazzi furiosi, il massimo possibile della complicazione metal, un picco impossibile di durezza, un misto di queste cose o qualcos'al� tro ancora? Un Noto Ex Giornalista Metal torna (temporaneamente) in un backstage metal per parlare con Dick Lovgren e Marten Hagstrom dei Meshuggah e capirci finalmente qualcosa dopo tanti anni di un gruppo impossibilitato a non stupirmi Mentre spingo il pedale dell’acceleratore sull’autostrada per Milano, piano piano si fa largo in me, non senza un po’ di tensione, la coscienza del fatto per la prima volta da 15 anni sto andando ad intervistare un gruppo. E non esattamente “un gruppo”, ma, almeno per me, IL gruppo. Perché quasi nessuno come i Meshuggah (e forse i Nevermore) è riuscito a tenere viva dentro di me una fiamma che quindici anni fa, improvvisamente, si era ridotta ad un lumicino. La mia relazione con i Meshuggah comincia con una stroncatura mai rinnegata (quella del loro primo, acerbo “Contradiction Collapse”) e continua con un colpo di fulmine per il terzo disco “Chaosphere”. A cui seguì, già quando avevo smesso di scrivere, un amore cupo e per certi versi ossessivo, il tipo di

amore che si prova verso qualcosa che si crede di capire più di quanto lo capiscano gli altri. Ma in un senso adulto che non siamo abituati ad associare alla musica metal. Con “Nothing” e soprattutto con “Catch 33”, mi sono trovato di fronte un oggetto che mi affascinava e spaventava. “Spasm” e “”Perpetual Black Second” mi parlavano cose che conoscevo fin troppo bene, quasi come se fossero state fatte per me. “Catch 33” per mesi, fu una colonna sonora in loop. Con “Obzen” , la cui fredda perfezione mi prese di sorpresa – ero convinto che dopo “Catch 33” sarebbe arrivato il declino - il loop divenne quotidiano rumore di fondo. Per quasi un anno l’Ipod non trasmise altro. La sorpresa quattro anni dopo (nel 2012) non fu la qualità – a quel punto mi ero rassegnato all’idea

- bensì il suono, immensamente più granitico e caldo del precedente, e soprattutto le contorsioni di “Swarm”, Il CD rimase per quattro anni ospite dello stereo della mia macchina. Per essere sostituito questo ottobre da “Violent Sleep Of Reason”, che ovviamente suona ad un volume spaventoso mentre guido nella più classica delle nebbie lombarde. Ma in testa girano tante cose. Ricordi di altre interviste, flashback di eventi degli ultimi 15 anni, e chissà perchè (ma neanche tanto) immagini di lezioni di fisica, i video dei corsi di Teoria Della Relatività che ho divorato in modo disordinato qualche anno fa e che mi capita di vedere tutt’ora nelle pause del lavoro. L’associazione fra i Meshuggah e la matematica è diventata un luogo comune, quasi una barzelletta, e mi sono ripromesso di evitarla, se possibile, durante l’intervista. Ma chissà perché (stasera i chissà perché si sprecano) mi ritorna sempre in mente la stessa frase: “Valido in tutti i sistemi di riferimento” Nel frattempo “Violent Sleep of Reason” fa tremare i vetri dell’auto. E’ il disco più

Niente è sotto

controllo

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Foto Live di Roberto Villani


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bello che i Meshuggah abbiano fatto da “Catch 33”. Bello in un senso viscerale, quasi immediato. Si è detto molto sul fatto che è il primo disco da anni che la band registra tutti insieme in uno studio, ma la mia sensazione è che più che il metodo di registrazione, abbia potuto la presenza di Dick Lovgren, il bassissta della band, come co-autore di quasi tutti i pezzi, sostituendo Frederick Thordendal (che era impegnato con il suo side project Special Defectsa). I primi quattro pezzi, da “Clockworks” a “By The Ton” sono magnifici, sembrano disegnati solo per scaldare i motori. Ma dalla title track in poi, il disco decolla ad un livello che, al primo ascolto, mi ha lasciato quasi sbigottito. Soprattutto il sinistro valzer di “Ivory Tower” e il suo doppio, la preghiera radioattiva di “Our Rage Won’t” Die”, Ma anche gli altri – il groove (parola odiosa!) di “Stilted”, il mosaico di “Nostrum”, e la cattiveria di “Into Decay”. Avrei tante cose da chiedere su questi pezzi, ma mi chiedo se ho le parole per farlo. Quando arrivo al club Alcatraz dove si terrà il concerto, in orario perfetto, c’è già una coda che fa il giro dell’isolato. Segno che sono in molti a condividere il mio entusiasmo per il disco. Mi viene a prendere il tour manager che mi accompagna nel backstage. Qui mi attende una sorpresa. Forse le cose in 15 anni sono cambiate moltissimo. O forse i Meshuggah sono veramente un gruppo diverso dagli altri. Fatto sta che se buttando un’occhiata nel camerino dei supporter High On Fire riconosco il solito svacco da backstage, tutto birra, fidanzate del gruppo e musica a palla,

è successo che per la prima volta dopo anni io e Tomas abbiamo avuto la possibilità di trovarci assieme in studio per registrare un disco -Dick Lövgren la parte occupata dai Meshuggah sembra un altro pianeta. Tutto è ordinato, quasi pulito per quanto possa essere pulito un backstage! Il crew del gruppo, tutti ragazzi giovanissimi e simpatici che lavorano da tempo con la band, alternano movimenti da e per il palco o all’interno del backstage con una velocità e una precisione che mi fanno venir voglia di stare li a guardarli per ore. Una vocina mi dice che mi sto facendo prendere un po’ troppo dalla mistica dei Meshuggah “gruppo alieno”, e in effetti, mentre sono seduto in una stanzetta assieme a Dick e al resto del crew, aspettando che Marten Hagström, uno dei due chitarristi finisca un’altra intervista, l’impressione ritorna ad essere quella di normalissimi ragazzi con

i capelli lunghi e un vestiario colorito, alla fine di una lunga giornata di lavoro piuttosto duro. Edvard Hansson, il tecnico delle luci che farà spettacolare mostra della sua arte durante il concerto è impegnato dietro qualche complicato lavoro con il computer, mentre Dick e gli altri sentono musica e bevono (acqua – altra novità per uno della vecchia scuola come me). La conversazione diventa immediatamente molto varia. Dick è un fan di Gomorra, la serie televisiva, e vuole sapere tutto su quanto la serie rifletta o meno la realtà. Scopro parecchie cose: che la Svezia è diventata un paese più violento di quello che immaginavo. Che i Meshuggah e il loro crew sono tutti parenti oppure vecchi amici, oppure legati da contatti extra-mu-

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#Hammer Special: Meshuggah story

di o p p u r g un o m a i s n , o n o m s i s o u t n l vir i n o ick Lövgre c D i t a s fis sicali. Scopro anche che Dick sembra perfettamente a suo agio con il suo ruolo di “nuovo compositore” dei Meshuggah, anche se ha dovuto aspettare l’ottavo disco della band per riuscire ad esprimerlo pienamente. “Prima non c’è stata l’occasione, e questa volta avevo il materiale”. Però c’è stata una svolta in tanti altri sensi, per esempio il modo con cui avete registrato il materiale... “In realtà è successo che per la prima volta dopo anni io e Tomas abbiamo avuto la possibilità di trovarci assieme in studio per registrare un disco, cosa che, per via della distanza fisica fra di noi (Dick abita vicino a Goteborg, il resto della band si divide fra Umea nel nord della Svezia e Stoccolma) normalmente non avveniva. Una specie di ping pong fra me

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e Tomas (Haake, batterista della band e principale autore dei testi). Lui partiva con un’idea, io ci aggiungevo delle cose, gli altri pure, un processo circolare di scambio di idee. L’importante in un gruppo come i Meshuggah è che tutti abbiano la loro voce... altrimenti prima o poi qualcuno userà la sua voce per fare altro” (quest’ultima frase è seguita da un sorrisetto sornione). Gli chiedo anche della scena di Goteborg (che lui ritiene molto in crisi) e poi il resto della conversazione è sul suo ruolo di bassista nei Meshuggah. “Ho sempre suonato il basso, sempre stato bassista. Come tanti ho cominciato perchè sentivo i gruppi metal con bassisti che facevano cose fuori dal comune... non voglio dire grandi virtuosi, dico bassisti che esprimevano qualcosa che ti faceva pensare wow, che

figata. Cliff Burton era uno.... ma credo che la mia principale influenza da “piccolo” sia stato Joe Patitucci, un bassista jazz che ha suonato praticamente con tutti i grandi. Ma oltre a lui ci sono tutti i grandi bassisti jazz. Il jazz per me è stato formativo.” Ma tu avevi iniziato con il contrabbasso jazz? “No, no (ride) con il basso elettrico, sempre suonato il basso elettrico.” Quindi sei un appassionato di jazz? “Sì! E’ una musica dove “capitano” un sacco di cose, ci sono così tanti stili e suoni e idee differenti. E’ una grande fonte di ispirazione” Il fatto di avere questa formazione jazzistica ti ha aiutato con i Meshuggah? Voglio dire, il clichè è che siete un gruppo complicatissimo... Lui rotea gli occhi

divertito e scoppia in una risata, come se questa frase l’avesse sentita diecimila volte “Ma no! Voglio dire non ci sono TUTTI questi pezzi strampalati e impossibili da suonare, se chiedi a qualcuno che suona il basso te lo potrà confermare... non siamo un gruppo di fissati con il virtuosismo, davvero! La parte che porta via più tempo è quella compositiva. Soprattutto in questo ultimo disco, trovare l’idea giusta ha richiesto un bel po’ di comunicazione avanti e indietro soprattutto con Tomas. Funziona un po’ così, Tomas tira fuori una qualche parte di batteria che funziona e a questo punto incomincio a mettere insieme linee di basso che... (cerca la parola giusta)... che diano la possibilità agli altri di esprimersi...” Vuoi dire a Marten e Frederick? “Sì! E’ una procedura che po-


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mavaffanculo, ho fa tto questo sbattim ento per 25 anni, ed è s tato divertente s olo i primi

cinque!

trebbe sembrare complicata ma ti assicuro, dopo anni di tentativi e aggiustamenti in realtà è una specie di dialogo, capisci? Insomma, segui una specie di vibrazione, che magari parte da Tomas e allora io e poi gli altri la seguiamo.... (si gratta la barba come se in effetti seguisse un ricordo). E’ un dialogo, una specie di partita a tennis, ma il trucco è che in qualche modo dobbiamo tutti seguire quell’idea, quel...come dire, quella vibrazione. In pratica l’idea è che tutti devono avere la possibilità di esprimersi al meglio delle loro capacità e del loro vocabolario musicale, ma in qualche modo questo deve rientrare all’interno di una specie di.... di indicazione coerente che da un senso al pezzo.” Non credi che molta musica classica veniva composta così? “Non lo so, può essere, non

ho mai fatto musica classica! (Ride) Però c’è un po’ questa cosa dell’orchestra, del fatto che il pezzo funziona se tutti partecipano nel modo giusto e nessuno piglia il sopravvento” Secondo te tecnicamente questo è stato un album difficile da registrare? “Non so cosa intendi per “difficile” – la composizione è sempre la fase in cui in qualche modo c’è la tensione, la paura di non riuscire a fare il disco che volevi fare... dopo tutto lo scopo di un gruppo è produrre buona musica no? E noi comunque a produrre pezzi nuovi ci mettiamo molto, è un processo complicato... poi dal punto di vista della registrazione pura è stato molto diverso dagli altri, siamo stati molto di più assieme in studio, e poi il mio ruolo in qualche modo è stato diverso, se provi ad ascoltare il

-Mårten Hagström

disco, c’è molto più basso in un modo”separato” dal resto degli strumenti, il che è un bene (ride), e se devi fare in modo che il basso non sia solo un’altra chitarra ritmica... non è per niente facile, credimi...” Nel frattempo Marten si è liberato, e quindi lascio Dick al suo relax pre concerto, e entro nella stanzetta dove Marten mi aspetta. Ha l’aria tirata e stanca, e non ha particolari dubbi sul fatto che la vita on the road non è tutta rose e fiori “E’ facile ad un certo punto farsi delle domande sulle priorità, tutti parlano di priorità, ma poi... voglio dire, prendi la mia situazione, io sono divorziato, ho un figlio, non è facile... ma voglio dire, non è che puoi girarci in torno, ci sono delle priorità di cui devi tenere conto, ma non è per niente facile... ieri tieni presente, era

il compleanno di mio figlio, e io ero a Bologna... cioè non è la prima volta che manco al suo compleanno. Ha otto anni, e non è una bella cosa... quella è la parte di tutto questo che odio (fa un gesto dandosi un pugno sul palmo della mano). Insomma ci sono quelle volte in cui qualche mio amico mi presenta un suo amico che non sa niente di me o dei Meshuggah e allora saltano fuori i soliti discorsi sulla musica e loro sono tutti.... oooooooooh, sei un musicista, che bello ma allora TU VIAGGI UN SACCO, e a me viene solo in mente.... mavaffanculo, ho fatto questo sbattimento per 25 anni, ed è stato divertente solo i primi cinque!” Gli viene da ridere, ma è una risata a denti stretti. Capisco che è il caso di cambiare argomento. L’impressione che ho sempre avuto dei Meshuggah è che la loro

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#Hammer Special: Meshuggah story longevità deriva dal cercare di trascendere le limitazioni del genere, usare il metal per “dire altro...”. “Non c’è un segreto. Davvero. Questa è la risposta ovvia – la risposta ovvia è sempre la più semplice... cosa posso dirti? La prima volta che ho preso in mano la chitarra è stato per provare a suonare gli accordi di “Smoke On The Water” dei Deep Purple... lo abbiamo fatto tutti no? Però la differenza è che dopo un paio di mesi che sapevo suonare quel paio di riff... mi è venuta subito la voglia di farne di miei, fare la mia musica. E’ un riflesso condizionato, una cosa che ho da quando avevo 12 anni. E bada bene non è che la prima cosa che ti viene in mente è “voglio campare facendo il musicista”, quello c’è ma dopo. La prima cosa è il piacere di creare della musica nuova che risenti e almeno sul momento ti piace... dopo magari no! (ride). Capisci alla tua domanda non c’è una risposta assennata, potrei solo tirare ad indovinare per darti una risposta soddisfacente...” Quindi in pratica è un po’ andare a tentoni, cercando una nuova direzione?

“Siiiii.... ma senti, prima hai detto una cosa interessante, “dire altro” con il linguaggio del metal... allora, secondo noi – parlo di tutto il gruppo – questo è l’unico modo in cui il linguaggio del metal deve essere parlato...” Ho sempre pensato la stessa cosa almeno dai tempi in cui avete fatto uscire “Chaosphere”... la mia sensazione era che o si andava in quella direzione oppure il metal sarebbe andato a pezzi... “Alla fine degli anni ‘90 è arrivato un sacco di persone che in realtà non appartenevano al mondo del metal e che hanno cominciato a fare un sacco di soldi a spese dei gruppi, rovinandone tantissimi, magari mangiandosi tutti i loro soldi una volta che questi facevano un po’ di successo... e hanno tentato di impacchettare il metal in un contesto che non era mai stato “quello”, trasformarlo in un’altra cosa, secondo me una parodia...” Comunque c’è sempre stato un sacco di humor nella musica dei Meshuggah... per esempio non hai l’impressione che “Violent Sleep of Reason” sia un disco fatto da due parti, una iniziale più leggera e una seconda, dalla title track in poi il tono cambia parecchio? “Sì, sono d’accordo, non che sia sta una cosa conscia, decisa all’inizio, ma vedi, nel modo in cui abbiamo messo il disco assieme, volevamo che in qualche modo l’elemento dinamico del disco ad un certo punto

fosse diciamo, non sfumasse... invece che mettersi li e dire “oh, vogliamo che il disco cominci con un pezzo veloce” oppure “qui dobbiamo mettere un pezzo durissimo” e simili. Cioè non credere, lo abbiamo fatto anche noi, ma da un certo punto in poi c’è stata questa cosa, diciamo da “Catch 33” in poi in cui tutti i dischi sono una specie di viaggio alla ricerca... alla ricerca di quello che è il passaggio più duro, più “groovy”, oppure più lento e pesante... e qui quell’elemento, quello di “Catch 33”, l’idea che il pezzo duro o pesante o il groove funzionano se mandano il disco da qualche parte, se lo fanno progredire. E la progressione di questo disco era la vecchia idea nostra che il tempo inevitabilmente progredisca nella decadenza, nello sfacelo... che poi è il titolo dell’ultimo pezzo del disco, “Into Decay”. E quindi direi di si, come dici, inizia in qualche modo come un disco che deve acchiappare l’attenzione dell’ascoltatore, non necessariamente in un modo cupo, se senti il primo pezzo, “Clockwork”, decisamente serve per catturare l’orecchio di chi ascolta... magari non è un pezzo particolarmente orecchiabile, anzi! (ride) e uno si dice, ok, che sta capitando qui? E poi ci sono alcuni pezzi più accessibili, con più groove... e questo serve per mettere l’ascoltatore in una specie di finta zona di comfort così poi... bam! Arriva il muro contro cui sbatti da “Violent Sleep” in poi... ma non è uno sforzo conscio, è un sistema

Guarda qui il video di ‘Clockworks’, pezzo estratto da ‘The Violent Sleep Of Reason’ 38 METALHAMMER.IT


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per far progredire il disco in modo naturale... Il fatto che, sorprendentemente per un gruppo metal, siete una formazione praticamente stabile da 25 anni, secondo te che ruolo ha avuto in tutto ciò? “Sì in qualche modo la stabilità della formazione aiuta tutti ad avere una voce, e il fatto che tutti abbiano avuto una voce mantiene la formazione stabile e quindi mantiene continua la capacità del gruppo di esprimersi al massimo dei livelli possibili... ma... (sospira) vedi è dannatamente difficile esprimere “consciamente” queste cose... la realtà è che non c’è mai una vera strategia, le cose capitano, buone o brutte che siano... sai è facilissimo con il senno di poi analizzare perché cinque anni prima hai fatto o non hai fatto questo, e pensare “era la decisione giusta” o quella sbagliata ma la realtà è che le cose in un gruppo capitano, e spesso non ci puoi fare niente... c’è un abisso fra quello che analizzi cinque anni dopo (o dieci o venti) e ammettere con sincerità che al momento in cui si trattava di prendere delle decisioni, in pratica sei andato a naso, sei stato fortunato... se sei in un gruppo, vivi in una specie di bolla da cui è difficile venire fuori per guardare se stessi... “Senti, ho appena fatto un’intervista con un’altra rivista... le domande di per se stesso non erano rilevanti, ma girano sempre intorno al “come abbiamo fatto questo e quello”. E una domanda, in particolare una, mentre stavo rispondendo mi sono reso conto che poi tutto ruota attorno alla nostra capacità di fare un certo tipo di musica... e la realtà... la realtà è che eravamo un gruppetto di ragazzini, io e Tomas ci conosciamo da quando siamo bambini... e il trucco in qualche modo, che non è un trucco, è scoprire che hai questi gusti artistici e musicali in comune, e cercare

ti ritrovi con le persone giuste per fare il gruppo che vuoi , al momento giusto, e avere la possibilità di esprimersi, di tirare

fuori quello che hai dentro...

-Mårten Hagström

curiosità: il concetto del titolo dell’ultimo album ‘The Violent Sleep Of Reason’ fa riferimento a tutto ciò che accade nel mondo a noi contemporaneo, alla crisi che sta vivendo la coscienza dell’umanità, con gli estremismi, gli atti di terrorismo. La ragione delle persone è addormentata, non reagisce a questi terribili eventi che condizionano le nostre vite. qualcun altro che li condivida... poi non è che sia importante molto di altro, ti ritrovi con le persone giuste per fare il gruppo che vuoi, al momento giusto, e avere la possibilità di esprimersi, di tirare fuori quello che hai dentro... vale più quello di qualsiasi pensata fatta a tavolino, o colpo di genio temporaneo, contano le persone giuste... io e Tomas ci conosciamo da quando andavamo all’asilo...e poi abbiamo cominciato a cercare assieme persone che abitassero nelle vicinanze... è importante che siano persone che in qualche modo condividano lo stesso ambiente in cui sei vissuto tu... insomma cercare persone con gli stessi gusti che volessero esprimere qualcosa in questa direzione... e quando cominci così presto, quando sei un ragazzino, a scambiare impressioni sulla musica e magari a dire questo è bello, questo è una stronzata... è MOLTO difficile capire esattamente perché

fai questo o quello una volta che fai partire un gruppo. Quando incominci a mischiare le tue influenze e le tue passioni artistiche o altro fin da quando sei giovanissimo... poi diventa impossibile capire esattamente perché 30 anni dopo fai con il gruppo la musica che fai... le tracce originali si sono perse....” “Mi capita a volta di parlare con altri musicisti... per esempio con Matt, degli High On Fire (il gruppo di supporto al tour) e lui è veramente entusiasta delle cose che fa, addirittura più “energizzato” di quanto possiamo esserlo noi, è anche un fatto anagrafico, comunque non credo che si ponga mai la domanda di dove siano le origini della sua musica oppure su come possa mettere una nota qui o la per cambiarla o migliorarla... e neanche noi... non abbiamo un sistema di riferimento come quello, non abbiamo un sistema di riferimento preferi-

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#Hammer Special: Meshuggah story

to...” Gli faccio presente che “sistema di rifermento preferito” era la frase che mi sta girando in testa da quando so che devo intervistarli... “Sì... oddio a questo punto probabilmente i tuoi lettori troveranno tutto così pretenzioso... ma... dopo tutto lo scopo principale dei Meshuggah, al di la della musica è quella di permettere di guardare attraverso tutti gli strati che in qualche modo fanno la realtà... cioè, puoi pensare che esistano degli strati, dei livelli che compongono la realtà. E se non li metti assieme nel modo giusto oppure non li guardi nella prospettiva giusta... la realtà smette di

avere senso! A meno che tu riesca a guardare attraverso tutto questo e capire cosa tiene tutto insieme, cosa tiene assieme la realtà... in un qualche modo stiamo cercando di fare per la musica quello che fa per la realtà il calcolo infinitesimale... per usare un paragone matematico un po’ assurdo! Ma se ci pensi è vero, dopo tutto cerchiamo di spiegare a tutti tramite un linguaggio universale quelli che sono dei concetti di per se stessi incomprensibili, perfino a noi. Il solito paradosso.. “(ride) Ma quindi tu e Tomas avevate in comune passioni che andavano

oltre la musica... “Sì! Anzi, all’inizio la musica forse non era manco la cosa più importante... la prima passione era la letteratura horror... poi è venuta la musica, e ad un certo punto ci siamo resi conto che suonare era più importante che vedere film horror oppure essere interessati a tutte quelle cose tetre e oscure... sai come sono i ragazzini! Finisci ad un certo punto per mollare certi amici ed invece rimanere in contatto con altri, e quelli poi diventano importanti per tutto il resto della vita. Se ci pensi non è niente di che, sono cose che tutti quanti abbiamo vissuto, però credimi, è importante suonare o vivere la musica con persone che conosci da tutta la vita. Ci sono delle volte che certe cose non le devi manco dire a voce, le pensi quasi simultaneamente, una specie di telepatia.” Anche questo è però un elemento di longevità, devi ammetterlo... “Sì.. però, c’è questo elemento costante in quello che facciamo... voglio dire, se ci pensi è buffo, tutta la storia del math metal...“ Metto le mani avanti spiegando che non sto cercando di dire che i Meshuggah fanno math metal...

curiosità: La copertina di ‘The Violent Sleep Of reason’

Il complesso lavoro dell’artwork di ‘The Violent Sleep Of Reason’, eseguito da Keerych Luminokaya (già autore delle cover di ‘Koloss’ e ‘The Ophidian Trek’) è stato ispirato dal dipinto di Francisco Goya intitolato ‘Il sonno della ragione genera mostri’, acquaforte realizzata dal pittore spagnolo nel 1797 e facente parte della serie di 80 incisioni denominata ‘Los caprichos’.

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“No ok, l’ho capito, però stai cercando di capire da dove veniamo dal punto di vista... filosofico? E quegli elementi di cui abbiamo parlato, tengono veramente assieme il tutto. Mentre la maggior parte della gente, salta fuori la storia del math metal ed è ridotta a “oddio quanto siete complicati, come fate a memorizzare tutti quei cambi di tempo, avete delle tecniche speciali?” E la gente ti viene a chiedere se fai math metal. E vuoi sapere una cosa? Secondo me il math metal sono gli AC/DC! Cosa c’è di più matematico del 4/4! Mentre noi siamo qui che cerchiamo di distorcere la visuale, a distorcere gli oggetti... così se ci pensi la gente incomincia a preoccuparsi e a cercare dei sistemi di riferimento, quelli di cui abbiamo parlato prima. “Dove è il mio punto di riferimento?”. Beh, noi non siamo il gruppo per quel tipo di pubblico. Siamo per quelli che sono in grado di accettare che.... PUM! (mima un pugno contro il muro) ma che poi voglio in qualche modo scoprire quello che c’è oltre quel ‘pum’.” Il che mi fa venire in mente “Catch 33”. Che è un disco che


Commenta l’articolo sui social network utilizzando l’hashtag #hammerspecial stranamente mi sembra abbia parecchio in comune con “TVSOR”, anche se quest’ultimo è più accessibile. Sono due dischi composti con uno stato mentale simile? “No! Proprio il contrario! “Catch 33” eravamo tutti noi attorno ad un computer componendo la musica tutti insieme simultaneamente. “Simultaneamente” nel senso letterale della parola. Mai fatto niente del genere prima, e mai fatto niente del genere dopo. Il motivo per cui “TVSOR” ti ricorda “Catch 33” è per via di Dick (Lovgren, il bassista). Dick è arrivato all’epoca di “Catch 33”, e... il suo disco preferito era “Nothing” (“Chaosphere” non gli diceva molto) e lui ha cominciato a scrivere proprio per quel disco, anche se in fase di registrazione il basso era campionato. Lui e Tomas hanno scritto la musica assieme in studio a Stoccolma, io invece ho fatto le mie parti da casa. Strano perché per me era come essere un satellite che gira attorno ad un altro pianeta, e osservava il loro processo compositivo da lontano. Dick ha secondo me, magari inconsciamente, ha

funziona solo quando hai una certa interazione. Non esiste il musicista di un gruppo che si chiude nella sua stanza e confeziona tutto perfettamente, pronto per registrare. Se è così, gli altri membri del gruppo finiscono per essere solo dei turnisti, magari pure frustrati. Ci deve essere interazione.Ma non ci può essere SEMPRE interazione. Il disco con più interazione che abbiamo fatto è stato “C33”. Ma se avessimo continuato con quel livello di interazione totale fra di noi saremmo finiti in una inevitabile stagnazione. Il processo collasserebbe su se stesso. Divertente la prima volta che lo fai e ti da quel feeling energizzante “wow non abbiamo mai fatto nulla del genere”. Ma quando lo hai fatto, lo hai fatto. Devi muoverti in avanti.” Siete un gruppo di successo, anzi, uno dei grandi successi del metal di questi anni, ma allo stesso tempo non siete una “sensazione planetaria”. Non pensate che questa posizione “nel mezzo” sia la migliore per avere la massima libertà artistica possibile, almeno nel mercato attuale? “Sì! Decisamente! Ci sono due modi per vedere la cosa.. ok, no, ce ne sono di infinite (ride) ma comunque, da un lato sicuramente

inserito all’interno di quel processo compositivo tantissime cose che in qualche modo gli erano venute da “C33”.” “Questo disco è la prima volta in cui ho scritto i miei riff avendo bene in testa quello che stavano facendo gli altri (Dick e Tomas). In tutti i dischi precedenti scrivevo tipo “Hey, sentite qui che bello, e poi c’è questo e quello etc”. E poi Tomas oppure noi assieme sceglievamo cosa usare. Qui invece era tutto fatto un po’ di rimbalzo sulla traccia fatta da Dick e Tomas. In un certo senso è meglio perché ormai ci conosciamo così bene che sono stato in grado di “prevedere” dove Tomas voleva andare a parare con le sue parti di batteria, e quindi un po’ di rispondere di sponda invece che brancolare nel buio. Quando ho sentito dove andava a parare soprattutto con i pezzi della seconda parte del disco, ho capito che anch’io dovevo in qualche modo aumentare l’intensità.” Sembra un processo compositivo molto complicato! “Sì, non è facile, devi mettere tantissimi elementi assieme. Però ripeto, poi lo scopo non è diverso da quello di tutti i gruppi metal del mondo, cioè fare musica di impatto immediato, che ti prende per la gola. Il processo

essere una band di medio successo garantisce certamente un sacco di libertà artistica... dall’altro lato se siamo una band di medio successo commerciale è perché ci prendiamo un sacco di libertà nella musica che un “successo planetario”, come lo chiami tu, non potrebbe avere...se decidessimo deliberatamente di smettere di prenderci queste libertà... ok, siamo di nuovo al tirare ad indovinare, ma insomma, la musica che facciamo è “roba nostra”, la nostra musica, è una strada che abbiamo intrapreso da anni... per cui dopo un po’ ti rendi conto che non sarai mai un “successo planetario”... noi non siamo quella cosa. Non siamo come un’epidemia globale, un virus che esplode e poi uccide l’organismo ospite e anche il virus finisce. Siamo un virus lento, lento, e la nostra forza è in profondità. Siamo un parassita di successo! Ne parlavamo fra di noi l’altro giorno. Il motivo per cui siamo diventati bravi a riempire posti come questo, cosa che non succedeva prima, è che con l’esplosione del Djent come genere musicale (e non voglio discutere di Djent!) insomma, con l’esplosione

di questi talenti musicali in questa direzione, e non sto parlando di maniaci della poliritmia complicata, sto parlando di bravi musicisti... e quindi è molto più facile per il fan del metal “medio” sentire cose complicate e strane in giro, ci sono molti più gruppi, magari non piacciono tutti, ma la “stranezza” nel metal è diventata più comune. Invece quando abbiamo iniziato, anche gente che era appassionata di quello che allora passava per musica estrema... beh, sentivano “Chaosphere” e ti guardavano, storcevano il naso e ti dicevano “Nahhh, no, non è il mio genere”. C’è un musicista famoso, adesso è un nostro fan, ma dice sempre che la prima volta che ha sentito un nostro disco era a una festa, e si è dovuto sedere e chiedersi

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#Hammer Special: Meshuggah story “Ok, devo capire che cazzo c’è che non va in questa musica... questa è roba veramente da malati.” Parliamo ancora per più mezz’ora di tante altre cose – ma le tengo per me, per una futura occasione che potrebbe non esserci. Poi viene il momento che la band deve andare in scena, e un po’ a malincuore mi avvio verso la zona bar dell’Alcatrazz, in attesa che cominci il concerto. La sala è piena all’inverosimile, per cui mi scelgo un posticino in fondo, per godermi lo show e soprattutto le luci, che promettono di essere stellari. E poi il concerto comincia. E come sempre, quando i concerti sono veramente belli, il ricordo è sempre molto più bello delle parole con cui lo esprimi. L’ordinanza “ammazza volumi” del comune di Milano impedisce di godersi appieno i suoni (che sono comunque immacolati), ma tutto il resto bilancia completamente la mancanza del volume. Negli anni i Meshuggah hanno creato, pezzo per pezzo, una non-presenza scenica (Marten la definisce “estremismo minimale”) che vale più di qualsiasi contorsionismo. E’ come se il gruppo fosse talmente sicuro dei propri mezzi musicali, del proprio light show (che è una macchina perfetta, ipnotica – non ho mai visto nulla del genere) e soprattutto dei propri pezzi, che si può permettere di sparire dal palco. Sono tutti praticamente invisibili, tranne Jens Kidman, il cantante. Ed è uno show trascinante, con una presenza femminile fra il pubblico che non ricordavo “ai miei tempi”. Trascinante al punto che perfino il barista di colore dell’Alcatraz, che non sembra proprio un tipo da metal, si sorprende a battere il ritmo durante

“Dancers of a Discordant System”. E poi finisce, le luci si accendono ed è ora di tornare a casa. L’Alcatraz deve essere usato per una serata disco, il crew dei Meshuggah sta smontando tutto con una rapidità incredibile, mentre la band si prepara per andare a firmare autografi ad una folla insolitamente variegata che nel frattempo si sta accalcando sul retro del locale. Mi viene la tentazione di confondermi fra i fan e farmi firmare l’autografo. Ma è come se per un attimo mi fossi dimenticato che stasera, dopo quindici anni, sono tornato per un po’ a fare il giornalista metal. Così mi avvio verso la macchina e verso un’ora e mezza di noiosa guida nella nebbia, sull’autostrada. E mentre sto guidando, e per tenermi sveglio metto “Ivory Tower” a ripetizione a tutto volume, mi viene in mente una frase detta da Marten prima di lasciarci: “Sono arrivato ad un punto della mia carriera in cui parlare della mia musica è diventato impossibile... c’è sempre una distanza enorme, se sei onesto con te stesso, fra le dichiarazioni di intenti che fai sulla tua musica, e i risultati che ottieni. E’ un po’ come quegli esperimenti

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che fanno a Ginevra, nell’LHC, dove lanciano particelle a velocità enormi l’una contro l’altra e non sanno veramente cosa otterranno... ma qualche assunzione devi farla. Ci sono delle volte che fai sentire la tua musica al resto della band, e non puoi prevedere la reazione. Se non hai punti di riferimento, è come se buttassi tutto nel vuoto. Non so se hai presente Robert Anton Wilson (l’autore della trilogia fantascientifica “Gli Illuminati”).

Quando l’ho letto da ragazzino ero rimasto molto impressionato da quello che scriveva. Voglio dire, è chiaro che era irrazionale, che non ci stava dentro con la sua logica, ma la cosa interessante è che non tentava neanche di essere “razionale”, ma nello scrivere quelle cose raggiungeva lo stesso una specie di logica interna consistente. Pazzoide ma consistente. Forse anche noi siamo così. Pazzoidi ma consistenti.”


po Successo dopo successo, il grup emi. svedese continua a macinare pr tus Abbiamo parlato con papa Emeri my III della recente vittoria ai gram aprile awards, prima della data del 19 All'alcatraz di Milano.

Grammy theDying

for

di Blagoja Belchevski

A poco meno di un decennio dalla loro nascita, i Ghost non hanno bisogno di presentazioni. La sapiente unione di un sound avantgarde descritto da loro stessi ai microfoni di Noisey come ‘un mix tra musica pop e death metal’ con l’accattivante immagine horror e satanica di Papa Emeritus (al momento il terzo) e i cinque Nameless Ghouls, nonché il ferreo anonimato mantenuto dietro le maschere, si sono rivelati vincenti per i rocker svedesi sin dal loro primo album in studio, ‘Opus Eponymous’. Sei anni più tardi, noi di Metal Hammer Italia siamo al telefono con la band per congratularci per il Best Metal Performance Grammy ottenuto nel 2016 con il brano ‘Cirice’ tratto dall’acclamato terzo full-length della band, ‘Meliora’, nominato a Best Hard Rock/Metal Album dalla commissione dei Grammis: un avvenimento che non lascia indifferente la percezione che una band ha di sé e della propria carriera. “Penso ci siano diverse angolazioni dalle

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quali affrontare questa questione. Da un punto di vista molto personale, da una prospettiva familiare e più direttamente sociale, devo dire che ottenere il Grammy sia quella cosa che, in un certo modo, manifesta il fatto che, dal tuo punto di vista e da quello delle persone che ti circondano, ora sei un musicista di professione. Considera anche che, come molte persone che dedicano le loro vite al diventare musicisti, a meno che tu non abbia un background accademico come il suonare il violino in un’orchestra o l’andare a scuola a studiare musica, ma sia semplicemente un musicista rock, passerai tanto tempo a crederti un musicista rock mentre tutti gli altri sanno che sei semplicemente un vanaglorioso disoccupato (ride, ndr). Insomma, passi tanto tempo a credere di essere ciò che sei, o ciò che pensi di essere, ma alla fine, specialmente dopo, ti rendi conto che, cavolo, non stavamo andando da nessuna parte! Per tutto questo

tempo, ho creduto che fossi in qualche modo ‘di successo’ o che stessi andando da qualche parte, ma ora...sai, impari queste cose quando sei in una band di professione, e io ho imparato questo con i Ghost, e capisco finalmente quanto lontano ero io, quanto lontano erano i miei altri amici della band, quanto lontano eravamo tutti noi dal realizzare tutto ciò, ed è una cosa che ti porti dietro, o che almeno io mi porto dietro. Nel senso, il capitolo Ghost per me è venuto abbastanza tardi nella vita. Ho fondato la band quanto avevo ventisette anni, e sai, e avevo già trent’anni quando le cose hanno cominciato a succedere, quindi ho passato tanto tempo a stare in band infruttuose. E persino ora, nel mezzo della trentina, anche se so che le cose si stanno muovendo, ricordo chiaramente come ci si sente a non ottenere riconoscimenti, come ci si sente ad avere intorno a te delle persone che , sai, ‘Quand’è che ti trovi un vero


lavoro? Quand’è che farai qualcosa di utile? Perché continui a bighellonare sognando la tua carriera da rocker che non va da nessuna parte?” In altre parole, la classica serie di domande che anche noi giornalisti siamo abituati a sentirci rivolgere dai nostri familiari la domenica pomeriggio a tavola quando non abbiamo più scuse per evitarli. “Ecco, infatti! Penso che sia piuttosto comune, quando fai un lavoro a contatto con la cultura. E anche se il Grammy non mi paga le bollette, è comunque una statuetta che significa che per un po’ di tempo non dovrò preoccuparmi della gente che mi dice di trovarmi un vero lavoro, e questo è fantastico! Posso essere un vanaglorioso disoccupato ora (ride, ndr)!” Ma come gestiscono i Ghost questo improvviso successo che si è manifestato nel corso degli ultimi anni, culminando appunto con il Grammy e la posizione #1 sia della Billboard’s Mainstream Rock Song Chart sia dell’Active Rock Radio Chart? “Beh, sai, anche se tecnicamente siamo anonimi, i successi che abbiamo sperimentato in quest’ultimo anno hanno lanciato la nostra carriera in un’arena più grande, ma persino tre, quattro anni fa, i proiettori ci sono stati puntati addosso in una maniera molto veloce, sensazionale, da un giorno all’altro, quindi mi sono abituato a essere strombazzato, a essere elevato...in qualche modo, questa è una risposta anche alla tua domanda precedente: in un certo modo si crea questa sensazione di urgenza, in senso buono ovviamente, ma pur sempre d’urgenza, e cerco di rimanere

focalizzato perché c’è un lato positivo e c’è sempre un lato negativo. Potrei scrivere un libro un giorno, e molto probabilmente lo farò, riguardo ai bassi e agli alti dell’essere in una band come i Ghost. Ma un lato sia positivo sia negativo è il fatto che, per ogni cosa che succede, io divento sempre più conscio di quanto più duramente mi devo impegnare per fare meglio, o persino per mantenermi allo stesso livello. Non ci sono mai garanzie, e non fai mai di meglio del tuo ultimo successo, della tua ultima performance...L’unico lato positivo del rock, o della musica in generale, è che puoi fare tante cose nel corso della vita, e ottenere riconoscimenti abbastanza tardi per queste cose, e se sei resiliente puoi superare tutti questi alti e bassi e chiudere il tutto con un bel botto. Voglio dire, guarda Lemmy: sono sicuro che il successo non ci sia sempre stato, ma ora lo ricordano tutti, e scelgono di ricordarlo come il dio e l’idolo del rock che tutti noi conosciamo. Ma prima di arrivare a quel punto, il ritiro finale, il fine supremo che è morire lasciando dietro qualcosa che la gente ricorderà in maniera positiva, c’è tantissima strada da percorrere, e io sento di avere ancora così tanto lavoro da fare. Un grande problema con il vincere un Grammy o avere una canzone nella Billboard Chart è che nessuno ci applaudirà se il nostro prossimo disco non è

CuriositàA': i Ghostbusters Nel 2015 si è tenuta a Burbank, in California, la mostra ‘No Ghost Logos’, atta a omaggiare il noto logo dello storico blockbuster di successo ‘Ghostbusters’ del 1984 e Michael C. Gross, l’artista che l’ha realizzato. Tra le varie rivisitazioni che ne hanno fatto parte, troviamo quella dell’illustratore e artista Mike Wohlberg il quale ha sostituito al noto fantasma del logo proprio il frontman dei Ghost, Papa Emeritus. Si tratta dell’unica entry a tema metal presente alla mostra. Attualmente residente a Philadelphia, in Pennsylvania, Wohlberg si è ben presto affermato come artista per la comunità metal internazionale, collaborando con diverse band, etichette e testate. Degni di nota i suoi artwork realizzati per Cannibal Corpse, The Dilinger Escape Plan, Asking Alexandria, August Burns Red, Relapse Records, Season of Mist Records, Decibel Magazine e Metalinjection.

"ricordo chiaramente come ci si sente a non ottenere riconoscimenti, come ci si sente ad avere intorno a te delle persone che , sai, ‘Quand'e' che ti trovi un vero lavoro? METALHAMMER.IT 45


all’altezza, andrà soltanto in discesa se non replichiamo quel successo. Questo ovviamente aggiunge un elemento in più nella nostra mentalità che non c’era cinque anni fa, non ci passava neanche per la testa il vincere un Grammy, onestamente.” Naturalmente, calarsi in un’arena più grande comporta, oltre al pubblico più vasto, una maggiore pressione da svariati lati. Non si tratta soltanto di replicare il successo ottenuto bensì anche di fare i conti con chi disapprova di quel successo, con le critiche e le accuse di essersi ‘venduti’. “E generalmente non è così, ovviamente. Molti artisti che mi piacciono sono diventati famosi perché hanno fatto ciò che volevano. Ciò che le persone, specialmente nel metal, nel indie, nel rock, nel punk, in particolar modo i fan, tendono a ignorare che forse questi artisti volevano ottenere tutto quel successo. Tutti hanno quest’idea che certi artisti che hanno scelto di non ‘svendersi’ non volessero diventare ‘grossi’, ma non è vero! Conosco milioni di band che non sono diventate famose e che sono così amareggiate, così fuorviate al punto che sono fottuta-

mente insopportabili. Alcune di queste persone ottengono tanti riconoscimenti perché sono fedeli alle loro radici, ma alla fine i più sono quelli che lanciano il sasso con più forza o perché non hanno mai avuto la possibilità di diventare più ‘grossi’ o perché non hanno mai rischiato. Molte band che stimo non sono necessariamente band “grosse”, amo tante band che non hanno mai sfondato, è una cosa che riesco ad apprezzare, per me non è importante che un artista sia universalmente acclamato, ma quelle che ci sono riuscite, la maggior parte di loro hanno fatto quello che volevano. Ad esempio, molte persone ritengono che i Metallica siano diventati famosi quando hanno smesso di fare ciò che volevano, ma davvero la gente pensa che loro non volessero fare il ‘Black Album’? Certo che volevano farlo! Tutti vorrebbero realizzarlo! Chiunque dice che non volevano sperimentare sta dicendo una cazzata! Quindi, questo è ciò che penso che le persone che non sono in un gruppo, o in una band di successo, non comprendono: quando stai cercando di

diventare una gruppo più grosso, impari cose e il tuo modo di vedere le cose cambia in una maniera che potrebbe sembrare che tu ti stia ‘svendendo’, anche se non lo stai facendo. Ti stai semplicemente evolvendo. È un po’ come un gruppo di tredicenni che passa dal farsi le seghe insieme nei boschi e lanciare le pietre e scoccare frecce e uno di loro si trova la fidanzata: tutti si mettono a dire che si è svenduto e che è cambiato in peggio (ride, ndr)!” Senz’ombra di dubbio la metafora migliore che abbiamo mai sentito in vita nostra. “E penso che sia assolutamente appropriata! Sono persone che sono fuori e stanno guardando dentro qualcosa che non riescono proprio a comprendere. Ed è questo che penso accade con una gran parte dei fan di una band - stanno vedendo un processo accadere da fuori che cercano di interpretare ma che non capiscono veramente. Tuttavia, devo dire che, allo stesso tempo, vedi un sacco di gruppi che erano famosi un tempo, e ancora oggi lo sono, la cui musica si è mossa in cerchio, e persino tante band thrash metal, che non nominerò, che magari

molte persone ritengono che i Metallica siano diventati famosi quando hanno smesso di fare ciò che volevano, ma davvero la gente pensa che loro non volessero fare il ‘Black Album’? Certo che volevano farlo! Tutti vorrebbero realizzarlo! Chiunque dice che non volevano sperimentare sta dicendo una cazzata! 46 METALHAMMER.IT


CuriositàA': Breve storia dell'Antipapato La formazione dei Ghost consiste in 6 membri: il vocalist, Papa Emeritus, e i 5 strumentisti che portano semplicemente il nome di Nameless Ghouls, e rappresentano i cinque elementi: Fuoco per il chitarrista solista, Acqua per il bassista, Aria/Vento per il tastierista, Terra per il batterista ed Etere per il chitarrista ritmico. Tutti e cinque portano il corrispettivo simbolo alchemico sul proprio strumento. Il cambio di costumi di scena avvenuto in occasione del terzo album ‘Meliora’, ha inoltre visto l’aggiunta dei simboli sulla divisa dei Ghouls, a destra sul petto, con il rispettivo simbolo indicato dalla croce rovesciata al centro. Durante un’intervista, uno dei Nameless Ghouls ha rivelato che ci sono stati diversi cambi di formazione nel corso degli anni, ma il ferreo anonimato della band non ci permette di sapere quali e quanti siano stati in verità. Voci vogliono che tutti e cinque i Nameless Ghouls siano stati sostituiti in seguito al completamento del tour statunitense alla fine del 2016. La biografia

erano importanti, brutali ed estreme negli anni Ottanta, ma poi Papa sono venuti i Novanta con tutta la strana situazione del grunge e li ha fatti uscire fuori corso. Così anche tutte queste ottime band hanno magari fatto questi dischi di merda dal ‘90 al ‘92, dal ‘90 al ‘95 e poi sono tornati in pista e si sono ritrovati, e mio dio, tantissime band degli anni Cinquanta e Sessanta negli Ottanta hanno fatto i dischi più di merda di quanto si possa immaginare! Orribili, assolutamente orribili! E questo penso che sia la progressione naturale delle cose, che tu faccia qualcosa di merda ogni tanto nella tua carriera, è così che vanno le cose.” Parlando di band degli anni Cinquanta/Sessanta/ Ottanta, in un’intervista i Ghoul hanno dichiarato di fare musica

dalla prospettiva di fan di tutte quelle band rock di quel periodo la cui musica aveva una forte componente teatrale quali i Kiss e i Twisted Sister e tuttavia, al giorno d’oggi, la teatralità si tende a criticare come una minaccia alla credibilità di una band, seppur essendo stata accettata e persino idolatrata nel passato. “Questo penso che accada perché, quando le prime grosse band teatrali si affermarono sulla scena, Alice Cooper, ad esempio, i Kiss, devi capire che c’è stato un enorme gap generazionale. I musicisti dei Sessanta erano nati nei Quaranta, e i miei genitori sono nati nei Quaranta, e i loro genitori erano i classici cittadini anziani che odoravano di persone anziane (ride, ndr)... sai, quelle cose old school, con la casa silenziosa, l’orologio

ufficiale della band vuole che il Papa (o l’Antipapa, se vogliamo) sia stato sostituito tre volte nel corso della carriera della band. Il 15 dicembre 2012 la band ha introdotto il successore di Papa Emeritus durante il concerto tenutosi nella loro città natale, Linköping, in Svezia. Papa Emeritus II ha quindi debuttato in studio con il secondo full-length della band, ‘Infestissumam’. Si crede tuttavia che i due papi altro non siano che la stessa persona sotto uno pseudonimo diverso. Il 28 maggio del 2015, VH1 ha mandato in onda la pubblicità del terzo album in studio degli svedesi, intitolato ‘Meliora’, che al contempo annunciava il licenziamento di Papa Emeritus II per inadempienza dei suoi doveri nel ‘rovesciare governi e chiese’. A succedergli una settimana dopo è stato Papa Emeritus III, annunciato come il fratello minore di soli tre mesi di Emeritus II. Si crede che il volto che si cela dietro la maschera dell’Antipapa, nonché del misterioso ‘Ghost Writer’ a nome del quale sono firmati i brani della band, sia quello del musicista svedese Tobias Forge, e che apparentemente faccia le interviste in persona travestito da uno dei Ghouls.

che faceva tick tock tick tock e l’odore di cibo che era fantastico, però molto vecchia scuola! Allo stesso tempo, i miei genitori andavano ai concerti ed erano molto ‘cool’, per dire. E penso che ciò che sia successo nei tardi anni Sessanta con gruppi come Alice Cooper, il motivo per cui non venivano guardati male dal punto di vista artistico, è perché le band erano più serie, gli artisti erano più seri, ma credo sia stata la mancanza di prospettiva che ha permesso l’avvenimento di tante cose che sono successe allora, tra i Sessanta e i Settanta. Non sapevano fare diversamente, allora, mentre ora, che oramai tutto è stato già detto e fatto, ci sono così tante scelte che puoi fare. Dal punto di vista artistico, tendiamo a sovra-analizzare

tutto. Se una band è teatrale, tendi a sminuirla per via della teatralità, scartando così tutto fra Alice Cooper e i Lordi, mentre se porti il dolcevita nero e il taglio a scodella e magari gli occhiali da sole sei più artistico, più fragile, e quindi probabilmente più serio. È tutto così conformato al giorno d’oggi, perché siamo tutti così nostalgici e bloccati in tutte queste categorie musicali. E questo è il motivo per cui credo che adesso le persone abbiano questo piccolo rilevatore di cose che li allerta di tutto ciò che non rientra nei loro gusti, mentre tra gli anni Sessanta e gli Ottanta non sapevi veramente cosa ti piaceva, c’erano così tante cose nuove che stavano accadendo, e allo stesso tempo non si riusciva a elaborarli tutti.”

Dischi: le cover del papa, 'popestar'

Lo scorso anno i Ghost si sono cimentati in qualcosa di inedito: in cover di gruppi anche distanti dal loro genere. Erano presenti, difatti, ‘Nocturnal Me’ degli Echo & the Bunnymen, ’I Believe’ dei Simian Mobile Disco, ‘Missionary Man’ degli Eurythmics e ‘Bible’ degli svedesi Imperiet. L’EP si snodava quindi tra post-punk ed elettronica. In precedenza era uscito un altro cover EP, ‘If You Have Ghost’.

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di Andrea Schwarz

ProgSpective

La storia dell’arte sia essa pittorica, fotografica o musicale ha sempre avuto le sue icone. In qualsiasi epoca c’è stato quell’artista che più di ogni altro/a ha saputo rappresentare quel movimento incarnandone le caratteristiche fondamentali. Senza divagare troppo rimanendo in tema con lo spirito della testata vengono in mente musicisti come Hendrix, Lemmy, Bowie e tantissimi altri se ne potrebbero aggiungere quasi a comporre una lista infinita. Fortunatamente di icone musicali se ne può parlare anche al presente poiché artisti di tale spessore e caratura sono tutt’ora vivi e vegeti. Ogni genere ha le sue, andando a focalizzarci su un genere particolare come il prog rock non possiamo esimerci dal considerare tale Neal Morse, artista californiano che in varie forme nella sua carriera ha prodotto qualcosa come una trentina di album. E con ognuno dei quali ha saputo comporre musica per il cuore e per la mente, un connubio così forte con il quale ha legato insieme con un invisibile filo rosso una carriera encomiabile. Neal Morse, fin da ragazzino, sognava per se stesso una carriera da musicista avendo avuto al proprio fianco un modello come il padre essendo

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direttore del coro nel suo paese natio. Ma chiaramente la strada che lo avrebbe portato a tale risultato non era semplice, per lui come per tutti coloro che intraprendono quella strada il percorso si è sempre stato irto e pieno di difficoltà imbarcandosi addi-

rittura come session-man per varie bands dall’altra parte del mondo, nella cara vecchia Europa. Ma questo suo girovagare lo ha rafforzato, ha fatto crescere in lui la voglia di fare il musicista di professione. Appena tornato in Patria forma insieme a suo fratello Alan il gruppo che più di ogni

altra formazione lo farà conoscere al grande pubblico: gli Spock’s Beard nei quali fin da subito si distingue per il sopraffino songwriting occupandosi anche di tutte le parti vocali soliste nonché di piano e tastiere. Fin dal primo album il

sound della band si contraddistingue grazie a un progressive rock impregnato di quel carisma ed ispirazione che aveva accompagnato il movimento prog nei suoi gloriosi anni settanta fondato su breaks e complesse composizioni incastonate su tortuose quanto audaci ed elaborate partiture strumentali che

P RO

G MUSIC

dilatavano musicalmente i brani in surreali climax sonori. Per Neal Morse e gli Spock’s Beard riuscire a comporre canzoni con una forte melodia accompagnata da arrangiamenti intricati e una superba padronanza strumentale era cosa semplice. Fin dai primi due album ‘The Light’ e ‘Beware Of Darkness’, grazie alla loro intrinseca qualità musicale, hanno portato una scossa d’energia tra i fans del progressive rock. Ad esempio, ‘The Light’ è un album di debutto che mostra un gruppo maturo, conscio del proprio talento prodigandosi in brani molto lunghi (tre delle quattro canzoni qui presenti hanno un minutaggio oltre i dodici minuti) senza intaccare la qualità, senza un momento di flessione come potrebbe essere normale vista la lunghezza dei pezzi alternando particolari prog ad altri maggiormente symphonic rock con reminiscenze di grandi ensemble come Gentle Giant, Kansas, Pink Floyd, Genesis e Yes, buonissime partiture vocali dotate di un grande senso della melodia. Insomma, un album che ogni amante del prog rock faticherebbe a non amare così come la restante parte della discografia


marchiata Spock’s Beard. In tutto questo grande fermento Neal Morse nel 2000 pubblica il primo album della superband Transatlantic insieme a musicisti del calibro di Mike Portnoy (all’epoca stabilmente nei Dream Theater), Roine Stolt (Flower King) e Pete Trewavas (Marillion). Anche qui lo stile e l’influenza del musicista

statunitense saltano subito all’orecchio fin dalle prime note del primo album intitolato ‘SMTP’ che non è nient’altro che l’aver messo insieme le iniziali dei loro cognomi, un album di quasi ottanta minuti dove inizialmente Jim Matheos avrebbe dovuto partecipare rimpiazzato appunto da Roine Stolt. È una superband ma a differenza di altre realtà simili, qui il talento e la maestria nell’usare i propri strumenti è a livelli stratosferici, è un disco prog rock che vede influenze di bands quali King Crimson, Steely Dan, Jethro Tull, Electric Light Orchestra...la penna di Neal Morse (tanto quanto quella di Roine Stolt) è evidente sin dalle prime note così come la sua voce caratteristica. Fino al 2014, come Transatlantic, Neal Morse ha pubblicato altri tre LP con caratteristiche sonore che non si differenziano rispetto a questo debut, continuando a portare avanti anche la propria carriera solista. Quello che Neal Morse stava cercando fin da ragazzino, quel suo sogno di poter fare il musicista professionista, si era finalmente avverato ma forse nel proprio intimo c’era ancora qualcosa che mancava per completare il puzzle, un’irrequietezza interiore che è sfociata nella conversione al cristianesimo che nella sua vita artistica è stata una scossa tellurica. Il suo cammino è stato graduale, anche se del tutto inatteso, sempre più chiaramente in lui si

faceva strada la convinzione che avrebbe dovuto seguire il suo cuore abbracciando la Fede cristiana anche se

questo poteva essere in contrasto con la sua carriera. Questa crescente tensione spirituale è sfociata nella realizzazione con Spock’s Beard dell’album ‘Snow’ nel 2002, un’opera rock di ben due CD e quasi interamente composto dallo stesso Morse. Ma era anche la fine di un’era: dopo questa release il talentuoso artista americano decise di lasciare gli Spock’s Beard, un abito che non sentiva più suo nonostante avesse prodotto un LP dove con un semplice battito d’occhi si è trasportati nel pieno prog rock dei 70’s, Genesis ed ELP sono due riferimenti stilistici chiari ma senza

esserne una mera copia, anzi. Qui si è riusciti a produrre un misto di

stratificate tastiere e robuste chitarre unite ad un gentile tocco in ogni composizione, è la storia di un ragazzo che si trasforma in un dio del rock. Forse migliore rappresentazione autobiografica non poteva esserci. E non finisce qui, poiché a farne le spese sono anche i Transatlantic che Morse lascia (mo-

mentaneamente) completando quindi la trasformazione. A discapito di un successo ormai consolidato e sognato, Morse ricomincia da capo: musicalmente, emozionalmente e spiritualmente imbarcandosi verso il più ambizioso progetto musicale della sua carriera: intitolato ‘Testimony’ nel

2003, ci si imbatte in un cd che è la trasposizione in musica e parole della propria carriera, troviamo momenti caratterizzati da cori gospel fino all’hard rock passando per intermezzi pop contemporaneo e partiture di un’orchestra sinfonica. Un viaggio musicale sapientemente intessuto, affascinante ed unico come il

musicista che lo ha creato, artisticamente ‘Testimony’ fu un notevole risultato solista con il nostro Neal non solo impegnato nella scrittura dei brani ma anche nel suo arrangiamento e produzione suonando per di più la maggior parte degli strumenti. Rimarcabile nella sua carriera solista troviamo altri dischi sublimi come ‘One’ (2004) e ‘Testimony Part II’ (2011), segno della sua inesauribile vena creativa. Mai con le mani in mano, oltre ai riformati Transatlantic con i quali torna nel 2009 con ‘The Whirlwind’, Neal Morse è riuscito a prodigarsi in un altro progetto/band quali i Flying Colors con il fido Mike Portnoy alla batteria, un ‘certo’ Steve Morse alla chitarra, Dave LaRue al basso e Casey McPherson realizzando due magnifici albums (l’omonimo del 2012 e ‘Second Nature’ nel 2014) caratterizzati da un sound dalle ariose melodie pop grazie a musicisti che sono riusciti a rendere semplici anche le partiture più complesse. Gli anni 2015 e 2016 sono stati caratterizzati da un’altra versione dell’estro di questo eclettico musicista: la Neal Morse Band insieme a Randy George al basso, Mike Portnoy alla batteria, Eric Gillette alla chitarra e Bill Hubauer alle tastiere. ‘The Grand Experiment’ del 2015 e ‘The Similitude Of A Dream’ dello scorso anno sono due grandi dischi che vedono il nostro funambolico musicista produrre del prog rock di grande classe, partiture strumentali degne del miglior prog rock, parti vocali ispirate e mai banali, probabilmente il miglior Neal Morse che si sia potuto ascoltare negli ultimi anni. Difficile dire quale di tutte queste produzioni sia la migliore o la più rappresentativa della carriera del polistrumentista statunitense ma un manifesto fecondo ed esaustivo di una personalità che, conversione religiosa a parte, ha sempre fatto della ricerca musicale il proprio credo deliziando i palati di tutti coloro che hanno nel prog rock il proprio territorio musicale preferito. Un autentico genio, un’icona come poche al giorno d’oggi che ha bisogno solo di un po’ di curiosità per essere scoperto e non amato perché quello verrà da solo fin dai primi ascolti della sua immensa discografia.

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SCUORN

Metallo Partenopeo di Stefano Giorgianni Le declinazioni del black metal sono a oggi innumerevoli. La diffusione del metallo nero nelle parti più disparate del pianeta ha dato vita a sfumature inattese, a progetti inimmaginabili che, talvolta, sorprendono oltre le aspettative. Ed è proprio questo che simboleggiano gli Scuorn, one man band napoletana di Giuliano Latte (in arte Giulian, membro anche dei Nahemia) che scava nelle proprie origini, arrivando a plasmare un parthenopean epic black metal di prestigio, evocando fantasmi ancestrali della propria terra per proporli al mondo. Dopo l’EP ‘Fra ciel’ e terr’’, il musicista campano giunge al primo fulllength intitolato, guarda caso, ‘Parthenope’, uno dei migliori debut album arrivati sul mercato negli ultimi anni. Certo, a molti dei lettori non sembrerà strano l’esperimento degli Scuorn, avendo già assistito ad altre realtà di valore come

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Inchiuvatu e Stormlord, ma fare centro in questo modo alla release di debutto non è da tutti. ‘Parthenope’ non è solo un

disco di black metal epico e sinfonico, è il racconto del mito partenopeo, il risveglio degli antichi, la narrazione delle leggende dei grandi poemi, con richiami folkeggianti ispirati alla medesima tradizione. Solo ascoltando le note iniziali del disco si viene rapiti e trasportati nel tempo in cui gli Scuorn dialogano con l’ancestrale, assumendone la forma indefinita e modellandola a

loro piacimento. La sola ‘Fra ciel’ e terr’’ vale un centinaio di uscite del genere degli ultimi anni, arrangiata con delizioso senso artistico e ben bilanciata fra aggressività e grazia. Consci del loro valore, i partenopei osano e si superano

con ‘Virgilio Mago’, lavorando in maniera accurata sulle atmosfere, portando l’ascoltatore ai piedi del Vesuvio, trascinandolo sulle pendici e tenendolo sospeso sul baratro del cratere. Senso di

smarrimento anacronistico che permane e raggiunge il sublime nella terza ‘Tarantella Nera’, titolo che ricalca la popolare danza del Sud Italia. Il cantato di Giulian rimane, per l’intera durata dell’album, perfetto e comprensibile, dimostrandosi una spanna sopra anche a molti, celebrati vocalist del metal estremo. La stringata descrizione di queste tre tracce di ‘Parthenope’ può far intuire a che genere di opera ci si trova di fronte. Un disco fuori dal comune, una nuova dimostrazione di forza del metal italiano, spesso bistrattato e sottovalutato in favore dei più decantati cugini germanici o americani. Gli Scuorn dimostrano che non è necessario andare a rubare mitologie altrui per creare qualcosa di suggestivo e altisonante. La band partenopea riesce dove altri hanno fallito, sperimenta dove altri non hanno osato, disegnano con una lama affilata il percorso che i gruppi italiani dovrebbero seguire.


HAMMER CINEMA TICKET

VIP

‘Blackhearts’

di Stefano Giorgianni

Nel corso degli anni il black metal è stato oggetto (e soggetto) di diversi documentari, come ‘Until The Light Takes Us’ o ‘True Norwegian Black Metal’, che spesso si concentravano sui (mis)fatti dell’Inner Circle e di ciò che ne è conseguito. Ora arriva un lungometraggio totalmente diverso che, pur affondando le radici negli eventi degli anni ‘90, esplora l’eredità del metallo nero in giro per il pianeta, concentrandosi su tre personaggi principali dal differente background culturale. Stiamo parlando di ‘Blackhearts’, pellicola

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norvegese scritta, diretta e prodotta da Fredrik Horn Akselsen e Christian Falch, che narra le peripezie di Sina, mastermind degli iraniani From The Vastland, Kaidas, frontman dei greci Naer Mataron, e di Héctor Carmona, leader dei colombiani Luciferian, nel loro viaggio verso quella che è per loro la madrepatria musicale, la Norvegia del black. A rispondere alle nostre domande è Christian Falch, che troviamo in fermento a causa del buon riscontro che sta avendo il film, nonostante: “mi dispiace sia saltato il Blastfest a Bergen”, notizia arrivata fin qui in Italia, festival dove ‘Blackhearts’ doveva essere presentato, “quindi sono qui chiuso in ufficio a prepararmi per le prossime proiezioni”. La discussione verte subito sul motivo che ha spinto i registi a realizzare un altro documentario sul black: “Da regista ci sono

tre cose essenziali per pensare di fare un buon film. La prima è scegliere un argomento cui si tiene, la seconda è avere dei personaggi forti come protagonisti, la terza è un ambiente in cui questi personaggi si possano esprimere al meglio. Direi che la scena black possiede tutte queste caratteristiche. Ho inoltre pensato che mancasse un documentario che trattasse il tema che avevamo in mente.” Dare il via a un progetto del genere è di certo complicato, “anche se è più difficile portarlo a termine”, precisa Christian, “all’inizio devi solo mettere assieme le idee, contattare la gente, fare ricerche e partire con un piccolo team, senza budget né scadenze. Dopo scopri che

devi affrontare problemi con i visti, con i soldi, con la programmazione, con i contratti. Il mio primo passo è stato quello di passare un anno a fare ricerche, cercando di trovare la gente giusta per il film e, soprattutto, di pensare alla maniera giusta di raccontare la storia per il cinema. Il Norwegian Film Institute mi ha dato ciò che dovevo sapere. Questo riguarda ovviamente la procedura di un lungometraggio qualsiasi, non di uno sul metal ed è quello che si fa sempre.” Il documentario si occupa di diverse


sui telegiornali e sui giornali a ogni ora del giorno. Sono parte della questioni e fa un po’ il giro del mondo, prima di arrivare in Norvegia, quindi il lavoro è durato un bel po’ di tempo. Christian infatti confessa che: “da quel che ricordo, ho iniziato a girare le prime scene in Colombia nel 2011 e le ultime a ottobre 2015. Abbiamo viaggiato molto, in tre continenti, e alla fine avevamo 200 ore di materiale, se non erro.” Ci spostiamo un attimo da ‘Blackhearts’ per parlare degli altri documentari sul black, che Falch ha guardato attentamente per far quadrare la sua idea: “Dopo aver visto tutti quei film, ho avuto chiaro quello che volevo fare. Non volevo un altro lungometraggio sulla scena norvegese dei Novanta o un film sui fan del genere. Allo stesso tempo volevo mantenere alcuni elementi chiave tradizionali e un background storico pertinente. Non sentivo però il bisogno di includere personaggi leggendari della scena o di ripetere la stessa storia dei roghi delle chiese, ecc. Volevo creare qualcosa di più intimo, che raccontasse quel che succede nella vita di chi vive di black metal e cosa può comportare questo credo.” Sul contenuto degli altri documentari accentua il fatto che: “Non avevo bisogno di vederli per sapere cosa era successo. Quelle cose passavano

mia infanzia ed educazione. Quindi, guardare film del genere non era di particolare utilità per me e credo che alcuni di questi raschiassero solo la superficie della questione, non addentrandosi a fondo. Il black metal è più di un paio di omicidi e chiese bruciate.” Il proposito di ‘Blackhearts’ è dunque quello di scavare a fondo nel genere e di far capire cosa unisce coloro che lo ascoltano: “Prima di tutto questa musica è

fottutamente straordinaria, ma ciò che avvicina i fan del black è il pacchetto completo che offre. Sto parlando di un’ideologia, di un’immagine

visuale forte, della mitologia, del lato mistico e del messaggio anti-religioso e autoritario. Dal black puoi anche far crescere qualcosa di tuo, esprimendo quel che hai dentro. I fan del genere condividono poi un curioso senso dell’umorismo, un fascino per ciò che è macabro, la passione per ettolitri di alcol, ecc. Non importa da dove vieni, dove sei nato, c’è un senso di fratellanza come se si custodisse un segreto. Il mondo ha bisogno di più cose come questa!”. Uno dei protagonisti di ‘Blackhearts’ è Sina dei From The Vastland, personaggio che vive la storia più travagliata all’interno del documentario, suonando black metal in Iran, dove questo genere è proibito e si rischia veramente grosso. Christian l’ha conosciuto “attraverso l’Helvete di Oslo. Ho chiesto se conoscessero personaggi della scena black internazionale con storie interessanti. Ho contattato un amico norvegese di Sina, che mi ha girato il suo indirizzo email.” Nel film si segue tutta la vicenda del musicista iraniano, che affronterà diversi guai a causa della sua musica, primo fra tutti quello di non poter tornare a casa dopo aver suonato all’Inferno Festival. Christian ha aiutato Sina a rimanere in Norvegia e racconta che “non avevo altra scelta, dovevo aiutarlo, ne sentivo la responsabilità morale. Ritengo che questo è ciò che differenzia questo film dalla finzione, voglio

dire, abbiamo vissuto realmente questa vicenda. Abbiamo avuto a che

fare con persone vere, non con attori. Sina è caduto in una brutta situazione a causa del mio film e dovevo dargli una mano. Meno male che alla fine siamo riusciti a uscirne, evitando un fottuto dramma.” Altro protagonista del documentario è Kaidas dei Naer Mataron, politico di Alba Dorata, formazione di estrema destra greca che ha passato dei problemi legali per la sua militanza, cosa che ha influito anche sulla band recentemente estromessa dal Turku Saatanalle Festival: “Tutta l’esposizione negativa che stanno avendo sui media rafforzerà solo la band e fan”, dichiara Falch, “poi il black metal è pieno di controversie, da Burzum, Emperor e Mayhem, in Naer Mataron non sono diversi.” Come terzo protagonista c’è Héctor dei Luciferian, che vende l’anima al diavolo per diffondere la musica della band. Difatti, alla fine del film, il gruppo riesce a suonare a uno dei più grandi festival della Colombia e a raccogliere, fino adesso, centocinquantamila follower su facebook: “Non credo sia da dare il merito a Satana”, precisa Christian, “io credo nel potere della mente, tutto è possibile se si ha il giusto comportamento e si aspetta il momento giusto. Tutto combinato con il duro lavoro. Héctor possiede tutte queste caratteristiche.” Chiudiamo con la ricezione di ‘Blackhearts’: “Sono più che contento di come sta andando il documentario. È stato incluso in festival del cinema prestigiosi e stiamo provando a mostrarlo anche a un’audience diversa da quella metal. Il lato negativo viene dai soliti troll di internet che criticano il film senza neppure averlo visto. Il risultato prova però che siamo nel giusto.”

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l a t u r B Stay di Trevor Tra le tante interessanti realtà nostrane, ci sono due band, uscite di recente con il loro debut album, da subito entrambe si sono fatte notare, suscitando curiosità da parte degli addetti ai lavori, passando attraverso ottime recensioni. In questa puntata incontriamo i Blue Hour Ghots! Di recente siete usciti con il nuovo album, siete soddisfatti? Siamo molto soddisfatti. Il nostro album di debutto omonimo ha avuto una gestazione molto lunga, segnata da numerose difficoltà dovute alla ricerca, quasi certosina, di arrangiamenti originali e funzionali all’impatto sonoro che volevamo creare. L’incontro con i ragazzi della Dysfunction Productions (Giuseppe Bassi ed Eddy Cavazza) è stato decisivo, avendo loro plasmato il nostro sound con sonorità ed arrangiamenti efficaci e moderni. Dopo l’uscita del disco i riscontri sono stati molto positivi, sia da parte della stampa specializzata che del pubblico che ci segue nella nostra attività live. Cosa chiedere di più? Anni fa, realizzare un disco rappresentava arrivare in vetta, siete convinti sia la stessa cosa oggi? Assolutamente no. Un tempo non c’era una saturazione del mercato come quella presente oggi, e quelle “poche” band che uscivano potevano sperare in una maggiore attenzione. Inoltre, oggigiorno, con una quantità non spropositata di denaro si possono realizzare prodotti assolutamente professionali. La vetta è molto affollata, ed è un piacere ormai così comune da non essere vissuto

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fino in fondo. Quanto è stata dura lavorare sul disco, quanto tempo impiegato in sala prove? Diciamo che il periodo più duro è stato quello che ha preceduto le registrazioni finali. Prima di questa fase eravamo molto concentrati sulla ricerca di un sound e arrangiamenti convincenti, e questa voglia di realizzare il disco “perfetto” ci ha portato al nostro produttore, il quale è riuscito a dar forma a tutto quello che avevamo cercato, invano, in precedenza. Dopo circa due anni di tentativi autonomi, in brevi sessioni, durante l’estate del 2015, abbiamo completato le registrazioni dell’album. Cosa pensate del Death Metal? Il death metal è una nostra passione comune, soprattutto quello melodico di stampo scandinavo. Siamo tutti cresciuti musicalmente negli anni Novanta, periodo nel quale hanno visto la luce i capolavori di At the Gates, Dark Tranquillity e In Flames, tanto per citarne alcuni. Parte dei Blue Hour Ghosts, un tempo, faceva parte di un gruppo death metal: gli Oblivion 999. Credete che l’underground italiano sia sempre molto vivo? Certo. La situazione è molto florida. Sono tanti i gruppi validi, alcuni dei quali meriterebbero attenzioni ben più ampie di quelle che hanno avuto fino ad ora. Siamo in attesa di una grande esplosione, come quella che in passato, ad esempio, ha investito gruppi come Lacuna Coil e Rhapsody of Fire. Noi ci siamo. Quali sono stati i vostri punti di riferimento, le band che vi

hanno influenzato maggiormente? Ognuno di noi ha i suoi punti di riferimento. La situazione è molto eterogenea. Principalmente potrei citare Porcupine Tree, Anathema e Fates Warning per quanto concerne la nostra anima più prog. Del death metal scandinavo ne abbiamo già parlato. Katatonia e Metallica chiudono il cerchio. Siete convinti anche voi del fatto che, per un musicista la cosa più ambita è salire sul palco? Assolutamente sì. Il palco è la vita. È un elemento imprescindibile. Il palco è il “locus amoenus” dove si scambia energia col pubblico, dove si vedono i risultati del tuo lavoro ed il luogo dove tutto diventa reale e tangibile. La musica non può considerarsi completa senza la dimensione live. Un musicista ha bisogno di tutto questo per sentirsi realizzato. Non importa il numero di persone che ti troverai davanti, ma il loro livello di partecipazione. Un palco importante vale mille recensioni positive, mille interviste e migliaia di copie vendute. Perché suonare oggi, in un periodo dove le opportunità sono sempre meno e soprattutto, non sembra essere cambiato nulla per la musica Rock e Metal. Difficile rispondere. È una tautologia infinita. Molte volte il rock e il metal sono stati dichiarati clinicamente morti, ma sono

sempre risorti, in un modo o nell’altro. Oggi suonare significa portare gente e soldi ai locali, cosa che, sovente, è realizzabile in modo pieno e sicuro soltanto dalle tribute band. La piaga del pay to play è sempre dietro l’angolo, e, a volte, risulta molto difficile rifiutare. La brama di successo porta a decisioni opinabili, ma, a volte, si ragiona più col cuore che con la testa. Bisognerebbe salire sul palco come se fosse l’ultima volta, e mostrare con tutta l’energia che si ha quello di cui si è capaci. Bisognerebbe avere la fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto. Il metal, in Italia, non ha lo stesso seguito presente in altri paesi. È sempre difficile trovare situazioni idonee in cui suonare. Sono convinto che se una band vale veramente, prima o poi, troverà il suo spazio all’interno della scena. Non esistono proposte di valore rimaste completamente nell’ombra. È deleterio lamentarsi in continuazione. Se vali e perseveri avrai modo di toglierti molte soddisfazioni.


Segreti, consigli, curiosita' dal mondo del tatuaggio

di Alex “Necrotorture”Manco

Questo mese siamo in compagnia dell’artista lombardo Stizzo del Best Of Times Tattoo Studio, tatuatore professionista ed amante della musica metal ed hard core. I suoi tatuaggi rispecchiano la vecchia scuola, i suoi lavori sono delle vere e proprie opere d’arte, il suo stile è riconoscibilissimo, capisci subito che si tratta di un lavoro di Stizzo e così abbiamo deciso di sentire cosa ha da raccontarci. Bene Stizzo, parlaci un pò di come nasce la tua passione per l’arte del tatuaggio? Da metà anni 90, vidi il fratello maggiore di un amico con i primi tatuaggi sul corpo e mi si aprì un mondo nuovo! Il tuo stile è un traditional di matrice old school, correggimi se sbaglio, cosa ti ha spinto verso questo stile e come hai capito che sarebbe diventato parte della tua vita. Sicuramente l’impatto

visivo e la semplice lettura del disegno traditional sono due elementi che tengo ben presenti da sempre. Linee nette colori solidi, è questo quello che mi piace. Soggetti definiti! Seguo da molto tempo il tuo operato, le tue partecipazioni alle varie convention, contest e seminari. Cosa puoi dirci del mondo del tatuaggio attuale? Ora è tutto molto più grande di quando ho iniziato io, certo era un periodo in cui gli aghi non si compravano ma si auto costruivano e anche le macchinette erano difficili da reperire. Ovviamente era tutto più genuino ma anche oggi dove tutto è veloce e immediato grazie a internet, vedo molti lati positivi, come lo scambio di idee e il confronto che avvengono in maniera velocissima. Grossi cambiamenti da quando hai iniziato tu a oggi? È vero che ormai tutto sembra più incentrato sulla moda e sul commerciale? Cosa ti manca dei cosi detti vecchi tempi? È incentrato sulla moda e sul commerciale sicuramente per i nuovi tatuatori che di base

non hanno seguito un percorso artistico vero e proprio e che di conseguenza non capiscono cosa sia la gratificazione che fa raccogliere i frutti di un duro lavoro. Quello che mi manca dei vecchi tempi è soprattutto il rispetto che avevano le nuove leve per i maestri. So che la tua band preferita sono gli Iron Maiden, ti definisci un rocker o metallaro nel sangue? I Maiden sono sicuramente la band che amo di più, li avrò visti almeno dieci volte. Amo tutto di loro ed essendo anch’io un batterista amo anche e tanto i loro ultimi dischi dove a prevalere non è più una canzone orecchiabile ma la tecnica assoluta degli strumentisti della band. Unici! I tuoi ascolti principali? Hardcore straight edge: Bold, Youth of Today, Project X, Side by Side, Chain of Strength. Stizzo è anche un batterista, di quali progetti? Nella mia vita ho avuto moltissime band che mi han dato molte soddisfazioni, dischi, concerti, tour, è stato tutto magnifico. Ora suono ancora la batteria nei Ste Me Free, un progetto hardcore che

esiste dal 2010 ma che non mi impegna come i gruppi che ho avuto in passato! Di traguardi nel mondo del tattoo ne hai raggiunti tanti.. e nella musica? Progetti futuri, uscite discografiche, news. Con i Set Me Free abbiamo all’attivo tre dischi è proprio il 15 marzo entreremo nuovamente in studio per registrare sei pezzi nuovi che usciranno, non si sa ancora per quale label, ma si spera in vinile! La musica e i tatuaggi, cosa hanno in comune? Un sacco di cose, soprattutto la musica alternative punk e metal dove l’attitudine è il look occupano una posizione importante. Ma in genere chi si tatua da me e quindi sceglie un tipo di tatuaggio tutt’altro che commerciale, ha quasi sempre una grossa cultura artistica che è sempre direttamente proporzionale alla cultura musicale. Grazie mille per questa interessante chiacchierata, i lettori di Metal Hammer saranno felicissimi di conoscere un’altro grande nome del tatuaggio italiano. Horns up and stay ink! Grazie a voi per questa intervista, potete trovare i miei lavori e le mie attività sulla mia pagina Facebook Ufficiale www.facebook.com/stizzotattooartist

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Album Of The Month

Steel Panther

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80

(Kobalt

Otto anni sono passati dal debutto sul mercato di Michael Star e soci con il nome di Steel Panther e, mantenendo un’invidiabile media di un disco ogni circa due anni, eccoli di nuovo affacciarsi sugli scaffali dei negozi di dischi con un nuovo lavoro, intitolato ‘Lower The Bar’. Ripensando ai tre dischi precedenti ci accorgiamo subito di come il cammino delle pantere losangeline sia stato abbastanza da manuale fino a questo momento: dopo un album pieno di idee ma un po’ derivativo come il debutto ‘Feel The Steel’, i Nostri hanno infatti fatto seguire l’ancora più spinto ed eclatante ‘Ball’s Out’, preparandosi così la strada ai fuochi d’artificio di ‘All You Can Eat’, album nel quale la cromatura metal risultava quanto mai limpida e visibile. Dopo l’esplosione d’energia prodotta da quell’ottimo lavoro (ancora il preferito di chi scrive), a Satchel, Michael, Styx e Lexxi non restava però che scegliere se calcare ancora più il pedale sull’aspetto metal della propria musica, o lasciarlo andare un attimo, per godersi quanto raccolto finora riabbracciando magari vecchie sonorità o tentando qualcosa di nuovo. È così che gli Steel Panther non

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fanno mistero di aver scelto la seconda strada, confezionando il disco probabilmente più eterogeneo e variegato della propria carriera, anche se non per questo privo dell’irresistibile carica che da sempre rappresenta la summa del loro successo. E infatti è un brano decisamente rock come l’esplicita (nel vero senso della parola!) ‘Goin’ In The Back Door’ a introdurre nel modo più classico le danze, all’insegna di un ritornello assassino e di riff di chitarra decisamente ficcanti. La successiva, rockeggiate, ‘Anything Goes’ e l’ancora più irriverente singolo ‘Poontang Woman’ compiono subito dopo il proprio sporco lavoro nel mantenere alti i ritmi e festaiolo il clima, confermando la bravura dei Nostri nel campo. Il mood cambia però improvvisamente con ‘That’s When You Came In’, passaggio radiofonico e smaccatamente catchy che mostra una prima apertura dell’album a sonorità non solamente veloci e frizzanti, ma anche ragionate e diversificate. La quinta traccia ‘Wrong Side Of The Track (Out In Beverly Hills)’ rialza in fretta i ritmi mostrando un’urgenza e un vigore sleaze prima assenti e va a fare il paio dei brani ‘inattesi’ con

la successiva ‘Now The Fun Starts’. Brano decisamente atipico per i Panther, questo cupo passaggio di metà disco gioca più con umbratili soluzioni chitarristiche e chiuse melodie piuttosto che con la sferzante energia mostrata finora. La divertente ‘Pussy Ain’t Free’ recupera l’apertura vocale necessaria a dipingere di nuovo melodie definite e catchy, ma ‘Wasted Too Much Time’ ci stupisce ancora, riportando i binari dell’album su sonorità meno arrembanti di quanto ci aspettassimo. ‘I Got What You Want’ prosegue l’ascolto con melodie vocali atipiche ma vincenti che ricordano i The Poodles, e la bluesy ‘Walk Of Shame’ fa invece il suo nel ricordare che anche gli Aerosmith sono presenti nell’elenco delle influenze dei Nostri. Sorvolando sui divertenti tre minuti finali della cover dei Cheap Trick ‘She’s Tight’, concludiamo quindi l’ascolto, mantenendo l’impressione di un album meno potente e diretto, ma illuminato da passaggi inaspettati che mostrano una certa possibilità di evoluzione anche in un sound predeterminato come quello degli Steel Panther. Dario Cattaneo


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Danko Jones

Wild Cat

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(AFM/Audioglobe) Dopo l’incendiario (a partire dal nome) ‘Fire Music’, Danko Jones e la sua ciurma tornano a distanza di due anni dal predecessore con questo nuovo ‘Wild Cat’, un album che, a dispetto del titolo, risulta invece più ragionato e volendo retrò rispetto al predecessore. Più ragionato dicevamo, ma anche più vario; e infatti ‘Wild Cat’ ha l’innegabile pregio di riuscire a raccogliere pezzetti di eredità rock’n’roll che i nostri avevano lasciato per strada, riproponendoceli in una salsa moderna che ricorda invece l’ultima produzione. Una sorta di ponte tra vecchio e nuovo quindi, un disco che si propone come più declinato sul lato classicamente rock che su lidi più robusti, ma che risulta ar-

divertenti: ‘My Little RnR’ non può non acchiappare immediatamente l’attenzione con il suo ripetuto cowbell iniziale, e la divertente title-track scorre pure molto veloce, ricordando tra l’altro prepotentemente nella melodia vocale un famoso pezzo degli Aerosmith, cosa che non ha potuto che strapparci un sincero sorriso. Anche questa volta, cedimenti o scivoloni Danko Jones non ne commette: la sua bravura è proprio quella di attenersi alle cose che conosce e sa fare meglio, risultando però sempre credibile e coerente con se stesso. I fan della musica del grosso canadese farà meglio ad augurarsi che continuino così! Dario Cattaneo

Ex Deo (Napalm/Audioglobe)

Gli Ex Deo ci avevano deliziato con due album di grandissimo valore, ‘Romulus’ e ‘Caligvla’, per poi spezzarci il cuore decretando una pausa che, con tutta probabilità, non sarebbe mai finita. Ma, sull’esempio dei grandi condottieri romani, suddetta pausa non era altro che una ritirata strategica, che ha concesso loro di tornare alla carica in pompa magna con ‘The Immortal Wars’, forse il capitolo più brillante della loro intera discografia. Le guerre puniche sono il tema su cui poggia ‘The Immortal Wars’: una storia di grandi politici e ancor più grandi generali, di coraggio e strategia, di estro e intelligenza. La figura di Annibale troneggia sulla prima tranche dell’album, dipinta da quattro tracce di minaccioso, magniloquente, ricchissimo death metal sinfonico, marziale e

inesorabile come gli elefanti cartaginesi durante la traversata delle Alpi; un nemico tanto audace merita un ritratto che sia alla sua altezza e gli Ex Deo riescono a rendere con estrema precisione l’entità della minaccia che incombeva su Roma. La seconda metà dell’album sposta il focus dal Nordafrica alla nostra Penisola, aprendosi con il celeberrimo discorso di Catone e concludendosi con la disfatta nemica. Cerchiamo di capire cosa abbiamo tra le mani: a livello di progresso artistico, gli Ex Deo non hanno spostato il limes tanto più in là rispetto a dove l’avevano lasciato; tuttavia è innegabile che ‘The Immortal Wars’ abbia compiuto un passo avanti in confronto alle produzioni che l’hanno preceduto. Se cercate virtuosismi deliranti e costrutti

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The Immortal Wars

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ricchito da tanti piccoli particolari, che donano gusto e soprattutto interesse alle varie canzoni. Come specificato da John Calabrese in un’intervista che trovate su questo stesso numero, a livello di sound l’album predilige il ‘lato Thin Lizzy’ della musica del trio canadese, riducendo parzialmente l’irruente e festaiolo influsso delle influenze più chiassose quali Ramones o Misftifs, che rimangono limitate a qualche brano, quali ad esempio l’opener ‘Gotta Rock’ o la rockeggiante ‘Going Out Tonight’, brani sui quali il trio pesta duro anche sul pedale dell’acceleratore. Per il resto l’album si muove quindi su coordinate più controllate ma per questo non meno coinvolgenti o

impossibili non è questo l’album che fa per voi: nonostante la grandiosità complessiva e l’inconfutabile efficacia dei brani proposti, il riffing è relativamente semplice e incisivo, come la sezione ritmica è ben presente ma non oppressiva. ‘The Immortal Wars’ non vuole essere un semplice album, punta a diventare un’esperienza sensoriale, gettando l’ascoltatore nel pieno della mischia anche tramite l’inclusione di strumenti antichi negli arrangiamenti d’orchestra, curati dall’uomo del momento Clemens Wijers (Carach Angren). In definitiva, gli Ex Deo sono tornati per trionfare con un album che soddisfa ogni aspettativa. ‘The Immortal Wars’ vi investirà con quel senso di grandezza di cui tutti, di tanto in tanto, abbiamo bisogno. Alessandra Mazzarella

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Morta Skuld

Wounds Deeper Than Time

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(Peaceville/Warner)

Seguo questa band da oltre quindici anni, fanno parte della cerchia underground death metal che noi cultori abbiamo assolutamente presente nelle nostre collezioni e di album in album non mi hanno mai deluso. Band nata nei favolosi anni novanta, la loro matrice è indiscutibile e riconoscibilissima, old school death metal senza compromessi e senza troppe influenze, loro suonano death metal e stop. Il loro ultimo full lenght album è di ben dieci anni fa, stiamo parlando dell’ottimo lavoro chiamato ‘Surface’, oggi a distanza di una decade con questo nuovo ‘Wounds Deeper Than Time’ hanno davvero reso felici i miei timpani, li aspettavo, a volte mi chiedevo che fine avessero fatto ed eccoli qui con un album diretto,

cattivo e soprattutto fedele al vecchio stampo, quello caratterizzato da blast precisi ma non esagerati, voce corposa e dettagliata nelle metriche e chitarre serrare e fottutamente death! Sono queste le band per cui a credo ancora che il death metal non morirà mai, passano gli anni, ma la loro matrice resta sempre la stessa, nostalgici, affezionati alle vecchie radici e fedeli alla fede nera. Questo album è favoloso, ti riporta indietro nel tempo in compagnia di nove tracce una più eccellente dell’altra. E’ puro metal estremo ragazzi, senza troppi giri di parole, diretto, ben suonato e cadenzato in perfetto stile 90’s come vuole la tradizione, brani come “In Judgment” sono un vero e proprio inno alla cultura deathster made in Usa, questo brano

Arch Enemy

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As The Stages Burn

è a mio avviso il riassunto finale di quanto questo album mi sia piaciuto. Dave Gregor, voce e chitarra ed unico membro fondatore presente oggi nella band, ha saputo mantenere le radici dei suoi Morta Skuld con grande dedizione, di solito le band con i vari cambi di line up subiscono cambiamenti di stile ed assorbono influenze, i Morta Skuld di Dave no, quello che ci hanno proposto quasi trenta anni fa lo suonano ancora oggi caparbiamente e fedelmente. Tupa tupa e ta ta ta ta ta a motore con un rullante ed una doppia cassa da orgasmo assoluto, distorsioni e suoni perfetti, in cuffia godrete come non mai, questo album vi ricorderà i vecchi classici, da non perdere! Death till death! Alex ‘Necrotorture’ Manco

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l t a ge Prova di forza per gli Arch Enemy e del fuoco per Alissa White-Gluz con questa nuova release live targata Century Media e intitolata ‘As The Stages Burn’, ricalcando e modificando il titolo di uno dei successi dall’ultimo, osannato album ‘War Eternal’, uscito oramai ben tre anni fa. La band, che sta lavorando sulla prossima fatica discografica, sceglie attraverso questo disco dal vivo di immortalare una delle loro migliori performance del lungo tour che li ha visti protagonisti, ovvero lo show al Wacken Open Air del 2016 sul black stage. La formazione, a questo punto rodata da decine e decine di concerti alle spalle, ha, di fatto, assorbito il colpo dell’abbandono della storica vocalist Angela Gossow, e si è stabilizzata con l’innesto di uno dei più grandi guitar hero del nostro tempo, lo straordinario Jeff Loomis, valore aggiunto di peso che gli amanti della sei corde apprezzeranno vedere all’o-

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pera nei settantadue minuti di durata del live album. D’eccezione sono la regia e la produzione, a opera di Patric Ullaeus (regista di video per Europe, In Flames, Within Temptation, ecc.) che ha sistemato ben tredici videocamere per catturare da diverse angolazioni lo spettacolo offerto dal gruppo svedese. ‘As The Stages Burn’ vede al suo interno una selezione di brani eterogenea e, a farla da padrone, sono un po’ le due ultime fatiche da studio, ‘Khaos Legion’ e il già citato ‘War Eternal’, che occupano gran parte della tracklist del DVD. Entrando nel merito delle singole performance è ovvio iniziare da Alissa White-Gluz, che si dimostra una frontman navigata, riuscendo a eguagliare e forse a superare la Gossow, dando il suo taglio personale ai vecchi pezzi e entrando col botto nelle tracce estratte da ‘War Eternal’. Amott forma con Loomis una coppia di axeman in assoluta sintonia, nonostante la ancor breve

militanza del chitarrista statunitense. Grandissima prestazione è anche quella del drummer Daniel Erlandsson che, con il bassista Sharlee D’Angelo, crea una sezione ritmica devastante. Come per tutte le release live che si rispettino ‘As The Stages Burn’ gode di un comparto audio e video di alta qualità, grazie anche mix e al mastering di Andy Sneap (Machine Head, Kreator, Megadeth), con una doppia traccia, Dolby 5.1 e stereo, e, per la versione in blu-ray, dell’alta definizione. Per chi acquisterà l’edizione video sono presenti ulteriori contenuti speciali, con un “behind the scenes” dello show al Wacken Open Air, le clip tratte da ‘War Eternal’ e alcune tracce Live In Tokyo del 2015. ‘As The Stages Burn’ è quindi una tappa fondamentale per la band e una gemma che non deve mancare nella collezione dei fan degli Arch Enemy. Stefano Giorgianni

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(Century Media/Sony)


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Nailed To Obscurity

King Delusion

(UDR/Warner) Ragionando un po’ sui nomi che venivano citati assieme nel cosiddetto calderone del death/doom melodico nel pieno degli Anni ‘90 ci rendiamo conto di quanto questo genere si sia espanso, andano a toccare lidi anche lontanissimi tra loro, un tempo impensabili... ai tempi dei var ‘The Silent Enigma’, ‘Icon’ e ‘The Angel and the Dark River’ (che capolavoro!) i nomi di Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride venivano infatti citati spesso assieme a Dark Tranquillity oppure Opeth, band che ora come ora non potrebbero essere più diverse tra loro. Eppure, c’è chi ancora si ricorda ed omaggia quel periodo di gran fermento, e che ancora adesso, nel 2017, ha il coraggio di pubblicare un album che affonda le radici proprio in quel fertile humus. Stiamo parlando dei tedeschi Nailed

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To Obscurity, una bella realtà proveniente dalla Sassonia che, giunta al terzo album, si presenta sul mercato con un prodotto di assoluto valore; un disco ben fatto e perfettamente in equilibrio tra le sonorità iniziali delle band citate in precedenza, arricchito però del coraggio che gli autori hanno mostrato nel voler aggiungere all’equazione una buona dose di personalità. E’ infatti un lavoro per nulla scontato ed assai coinvolgente questo ‘King Delusion’, un disco in grado di giocare con i tempi dilatati di ‘Orchid’, con la sofferta emozionalità dei migliori My Dying Bride e con la decadente melodia dei Paradise Lost in grande scioltezza, forgiando così un sound che guarda sì al passato ma che al contempo non puzza di vecchio. Esclusa qualche lungaggine di troppo, ‘King Delusion’ colpisce

praticamente sempre nel segno: lo fa con le sonorità accessibili del singolo ‘Protean’, con le accelerazioni inattese della intensa ‘Devoid’ e con la ricchezza strutturale delle lunghe suite, come la suggestiva ‘Uncage My Sanity’, davvero trai momenti migliori del disco. Ne corso di quest’ora di musica scura e suggestiva, i sei tedeschi mostrano sempre di saper sempre dove andare a parare, trovando sempre la soluzione intelligente ed evitando le scomode visite del fattore noia, trappola in cui cadono in molti. ‘King Delusion’ è in definitiva un album validissimo, sicuramente in grado di donare molto a tutti fan del death più cupo e malinconico, ma anche a coloro che cercano quel pizzico di vigore, o di melodia,in più. Dario Cattaneo

Warbringer

Woe To the Vanquished

(Napalm/Audioglobe) Facenti parte della scuola delle nuove leve del thrash metal al pari di Suicidal Angels, Angelus Apatrida, Havok & Co. i Warbringer tornano sulle scene con un album atteso dai metal maniac fans del thrash old school, quelli che hanno in bands come Exodus, Forbidden, Death Angel giusto per citare qualche nome a caso le proprie Muse ispiratrici. A tre anni di distanza dal precedente ‘IV Empire: Collapse’ e forti di un nuovo contratto con Napalm Records nonché di una nuova line up, i Warbringer non hanno lesinato sforzi per produrre un album che si fa apprezzare nella sua interezza: songwriting, produzione, esecuzione. Niente di nuovo sotto il sole,

sia chiaro ma stupisce vedere come ragazzi che per ragioni anagrafiche non hanno vissuto l’epoca d’oro del thrash siano riusciti a far propri quegli standard donando al movimento nuova vita. Il trittico iniziale è il Bignami ‘del buon thrasher’: potenza, aggressività, senso melodico, perizia esecutiva. Lasciamo da parte le sterili considerazioni sul fatto che la loro miscela sonora sia qualcosa di vecchio, di già ascoltato innumerevoli volte perché è innegabile ma quando hai un songwriting di tale portata ogni rispettabile e contraria considerazione andrebbe messa da parte altrimenti non ci si potrebbe godere canzoni come le telluriche ‘Descending Blade’ o

73

‘Silhouettes’ scelta come singolo oppure il magnetico midtempo di ‘Remain Violent’. I Warbringer hanno trovato piena maturità compositiva/esecutiva suddividendo l’album in due tronconi, la prima parte maggiormente diretta e potente alternata ad una seconda, verso la fine dell’album, maggiormente darkeggiante, riflessiva e progressiva il cui culmine è l’epicheggiante ‘When The Guns Feel Silent’ con i suoi undici minuti di durata. Un gradito ritorno, un album che non stanca nonostante ripetitivi e lunghi ascolti che farà la gioia di ogni thrasher che si consideri tale. Andrea Schwarz

METALHAMMER.IT 59


i n o nsi

e c e r

87

Witchwood

Handful Of Stars

(Jolly Roger Records) Un passo forse quasi obbligato, questo ‘Handful Of Stars’ che approfondisce, e di molto, il discorso sia musicale che concettuale che anima i Witchwood, band rivelazione originaria di Faenza che nel 2015 dette alle stampe un album a dir poco sensazionale, il quale si piazzò ai vertici di numerose playlist di fine anno. ‘Litanies From The Woods’ era il suo nome, dentro il quale il sestetto romagnolo piazzava una serie importante di brani dal vigore antico, ma figli legittimi della nostra epoca, suonati con grande passionalità e gusto sopraffino. Oggi, è tempo dell’EP ‘Handful Of Stars’, ma non possiamo appunto separarlo dall’illustre predecessore, sia perché strutturalmente risalente al periodo compositivo dell’album,

ma, soprattutto, è la title-track stessa che ne determina il fil rouge, legando indissolubilmente tra loro le due pubblicazioni, e non soltanto idealmente. Quello che stupisce profondamente della band guidata da Ricky Dal Pane (vocalist, chitarrista e nume tutelare dei Witchwood) è la sua innata sapienza musicale, che senz’altro scomoda i grandi nomi classici (per esempio, un nome su tutti, gli storici Uriah Heep d’annata, quelli con Ken Hensley alle tastiere e il mai troppo compianto David Byron alla voce), ma li filtra attraverso uno stile del tutto proprio, che amplifica, e pure di molto, la sua origine mediterranea, spesso chiamando in causa sonorità più popolari, quasi rurali, sprigionando sapori country ed

emozioni blueseggianti. Sempre con un occhio di (grande) riguardo verso l’hard rock più sontuoso e solenne – come non applaudire a scena aperta la loro scelta di rifare ‘Flaming Telepaths’ dei Blue Oyster Cult (tra i gruppi più sottovalutati dell’hard’n’heavy statunitense, ma di importanza epocale), oppure ‘A Grave Is The River’, brano che rappresenta forse la sintesi di tutto ciò che sono i Witchwood. Anche se l’autentico gioiello, quello che fa la reale differenza, risponde al nome di ‘Mother’: sette minuti e passa di poesia tradotta in musica, un affresco sonoro, quasi da tramandare ai posteri. Una band di caratura eccelsa, spiacenti per chi non ha orecchie per capire… Alex Ventriglia

Holy Martyr

90

Darkness Shall Prevail

gh Hi

l t a ge L’Epic metal, specialmente quello di qualità, è oggigiorno raro e prezioso quanto il mithril di J.R.R. Tolkien. Non a caso vengono affiancate tutte queste parole nella prima riga di questa recensione, che proverà a illustrarvi la magniloquenza del nuovo disco degli Holy Martyr, ‘Darkness Shall Prevail’. Disco giunto a noi dopo una lunga pausa, ben sei anni sono infatti trascorsi dal concept a tema nipponico ‘Invincible’, questo quarto full-length della band di origine sarda dialoga con uno dei temi maggiormente sfruttati nel metal, ovvero le opere del noto autore britannico. Non sono tuttavia facili da trasporre in musica la solennità, l’eroismo, la profondità contenuti nella letteratura tolkieniana. Molti ci hanno provato, in pochi ci sono riusciti, almeno con risultato eccellente. Ed è con un po’ di orgoglio nazionale che ci sentiamo di dire che gli Holy Martyr abbiano avuto successo in quest’ardua impresa, avvicinabile a quella difficoltosa compiuta da Frodo per distruggere l’Unico Anello. Con questo nuovo disco, la band ab-

60 METALHAMMER.IT

bandona le sonorità un po’ più tirate di ‘Invincible’ e si cimenta in un epic-doom tenebroso, a tratti incedente come nella migliore tradizione sabbathiana. I tamburi imperanti sulle onde che lambiscono placide nell’opener ‘Shores Of Elenna’ fanno già presagire che si è di fronte a qualcosa di speciale, una release fuori dal comune, così come i maestosi cori che vanno ad aprire la strada al primo, vero pezzo di ‘Darkness Shall Prevail’, ‘Numenor’. La seconda traccia è difatti il manifesto di questo disco; un pezzo che discende dai fasti dell’epic. Granitico, anthemico, accattivante, con un Alex Mereu in grande spolvero, autore di una delle migliori prestazioni della sua carriera. Il disco potrebbe addirittura terminare qui, avendoci regalato sensazioni travolgenti, ma ci sono altri quaranta minuti di epicità ad attendere sulla soglia di Arda. L’affascinante melodia di chitarra acustica che apre ‘Heroic Deeds’ ci trattiene a forza, l’arrembante ed eroico prosieguo con il riferimento a Gil-galad non potrà che far innamorare gli amanti del metallo a sfondo

Vo

(Dragonheart/Audioglobe)

tolkieniano. La seguente ‘Dol Guldur’ non abbassa l’asticella di un millimetro, tenendo la qualità altissima, così come l’epicità, la tempra e l’accuratezza con cui gli Holy Martyr ricamano i loro pezzi, facendo immergere appieno l’ascoltatore nell’universo di J.R.R. Tolkien. Anche le composizioni più brevi e strumentali, ‘Darkness Descends’ e ‘Minas Morgul’, sono incastonate nella trame per creare un fluire continuo di note e uno dei punti di forza di ‘Darkness Shall Prevail’ è proprio questo: la capacità di plasmare un tutt’uno melodico e stilistico impossibile da interrompere. Il disco si conclude con ‘Born Of Hope’, un barlume di luce al termine di un viaggio nell’oscurità, una sferzata di vigore con una band che dimostra una sintonia perfetta, uno Stefano Lepidi sugli scudi e delle inebrianti melodie di basso a opera di Nicola Pirroni. ‘Darkness Shall Prevail’, senza giri di parole, è uno dei dischi dell’anno, forse del decennio, il ‘Nightfall In Middle-Earth’ italico. Anar kaluva tielyanna! Stefano Giorgianni


recens

Soen

Lykaia

ioni

85

(UDR/Warner) di parlare male di tutto ciò che raccoglie numerosi consensi. Ai fini della bontà di un album quanto serve essere perentoriamente originali? Rispondo io: a niente. Ce l’abbiamo tutti, nella nostra collezione, almeno un album della vergogna, quello che è stato platealmente demolito dalla critica e, di riflesso, dai defenders che pendono dalle labbra di certi recensori come se questi salivassero birra trappista. Quell’album che amate da morire, che non vi stancherete mai di ascoltare ma guai a farlo sapere ad anima viva, pena la vostra credibilità di cultori di musica. Vi dico un segreto: se un album vi piace funziona, a dispetto di quello che chiunque altro verrà a dirvi, e se funziona è bello. Cosa c’entra questo discorso con ‘Lykaia’? C’entra eccome: qui non stiamo parlando di un album composto scopiazzando idee altrui; è un lavoro magistrale, il

lavoro di chi ha scelto dei punti fermi e ne ha imparato le lezioni: musicisti di altissimo livello mettono insieme nove tracce così fluide da scorrere l’una dentro l’altra, distruggendo i concetti di inizio e conclusione. Un samsara di progressive atmosferico e intimista che si rigenera all’infinito, vicinissimo al concetto di transitività circolare racchiuso nei riti di passaggio che stanno alla base del tema dell’album. Un lavoro di questa finezza non è e non sarà mai brutto. ‘Lykaia’ è un album bellissimo senza essere originale a tutti i costi. Se non vi sta bene non importa a nessuno; provate a chiedere al signor Keenan se vi fa la cortesia di partorire un altro vangelo da farvi sventolare, così i Soen potranno scrivere altre cose belle per noi poveri gonzi che ci accontentiamo di semplice buona musica. Alessandra Mazzarella

gh Hi

Arthemis (Scarlet/Audioglobe) Cinque anni sono lunghissimi, un’attesa infinita quando si aspetta un disco di una band che si segue da una vita. Ecco, questo è quello che è successo con gli Arthemis e il loro, nuovo ‘Blood-Fury-Domination’, disco che segue a un lustro di distanza il buonissimo ‘We Fight’. Il gruppo, di fondazione scaligera, ha passato questo consistente periodo di tempo fra le due release a diffondere il verbo in giro per l’Europa, con partecipazioni di prestigio all’Hellfest, al Wacken Open Air, al Bloodstock e al Download Festival, oltre a un tour col chitarrista di Ozzy Gus G., arrivando infine a pubblicare il primo live album, che avevamo recensito nelle nostre pagine alla sua uscita nel 2014. Tre anni di gestazione possono sembrare tanti, ma l’attesa è sicuramente ripagata dalla qualità di questo furente capitolo discografico, che, già dal titolo, comunica

l’energia, la passione e la dedizione che da sempre contraddistinguono la band capitanata da Andy Martongelli, oramai un simbolo della sei corde in Italia e nel mondo. ‘Blood-Fury-Domination’ è un disco sublimemente arrogante, colmo di tecnica, rabbia, sudore, sangue, di testi incisivi, di messaggi mai scontati e parole scelte con acume. Sul fronte musicale non si può che lodare l’evoluzione incessante del sound degli Arthemis che, dal power fastoso di ‘The Damned Ship’ all’heavy-thrash di ‘Heroes’, continuano a sperimentare, non preoccupandosi troppo di ciò che potrebbero pensare pubblico e critica. Si inizia con la botta del singolo ‘Undead’, pezzo che ci butta la testa fra le fiamme dell’inferno, bel compromesso tra aggressività e melodia in cui spiccano la possente ugola di Fabio Dessi, l’enorme lavoro chitarristico di

Vo

Blood-Fury-Domination 86

l t a ge

Terzo album per i Soen, terzo centro perfetto, terza occasione per tanti chiacchieroni di dare fiato alla bocca gridando al plagio, alla scarsa originalità, al ‘quand’è che i Tool si danno una mossa e per quanto ancora dovremo sorbirci gli album di certi copycat senza pudore e senza vergogna?’. Confrontiamoci onestamente su questo ‘Lykaia’ e diciamo le cose come stanno: sentite i bassi e dicono Tool, vi voltate verso testi e riff e ci trovate gli Opeth, vi girate da un’altra parte e come per magia ci trovate Pink Floyd e Katatonia. Vero, sacrosanto, incontestabile, ‘Lykaia’ pesca a piene mani da stili consolidati di altri artisti. Ma dovete porvi una domanda, la domanda più importante di tutte quando si parla di musica: l’album è bello? Provate a dire di no. Provateci, a negare l’evidenza. Ci serve un coraggio che solo i metallari più trucidi e beceri hanno: è il coraggio

Martongelli e le trame del basso di JT a supporto dello scatenato drumming di Kekko Tresca. Con la seguente ‘Black Sun’ ci si addentra in un metallo ancor più moderno con un assolo al fulmicotone di Andy, copione che si ripete con ‘Blood Red Sky’, brano con un sezione ritmica infiammata, e con ‘Blistering Eyes’. Sorprende ‘If I Fall’, una delle poche ballate della discografia degli Arthemis, magica e coinvolgente, guidata dalla suadente voce di Dessi. Si apre così la seconda parte dell’album, dove spiccano la canzone da mixed martial arts ‘Into The Arena’, l’anthemica ‘Dark Fire’, la tribale ‘Firetribe’. ‘Blood-Fury-Domination’ è un album diretto, come un jab di Conor McGregor nei denti, avrete coraggio di salire sul ring ad affrontare la furia degli Arthemis? Ve lo consigliamo! Stefano Giorgianni

METALHAMMER.IT 61


Metal Hammer Italia - 02/2017  
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