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AYREON|WINTERSUN|KORN|ANTHRAX Anno 2 03/2017

Il Ritorno degli Dei Speciale: True Norwegian Black Metal Esclusivo!

Ritorno a Helvete


Hammer Highlights

LABYRINTH 24

RICONQUISTARE L'OLIMPO A oltre sette anni da ‘Return To Heaven Denied Part II’ si riaffacciano sul mercato discografico i nostrani Labyrinth, con un disco che sta raccogliendo consensi di pubblico e critica, e che è destinato a entrare negli annali del metallo internazionale. Abbiamo quindi dedicato la cover story ad ‘Architecture Of A God’ con un’intervista al grande Olaf Thorsen.

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TEMPERANCE

CIRCLE OF BURDEN

INFERNO FESTIVAL

Uno show tutto speciale quello che vi presentiamo con questo highlight di Metal Hammer. La band piemontese, dopo tre full-length, ha deciso di portare la propria musica in teatro, scegliendo come location il Teatro Sociale di Alba (Cuneo). Vi offriamo dunque un’intervista esclusiva al gruppo, carpita proprio la sera del concerto e un report dettagliato con delle foto inedite ed esclusive.

Siamo tornati a Helvete, il negozio di dischi del compianto Euronymous, per visitare l’attuale location sistemata da Neseblod Records, l’attività che ha permesso a migliaia di fans in tutto il mondo di accedere al luogo che ha cambiato per sempre la storia del metal e ha dato vita alla leggenda del black. Ci ha accolto Kenneth, proprietario di Neseblod, con un’intervista esclusiva.

Una capitale messa a ferro e fuoco per quattro giorni. È questo ciò che abbiamo trovato a Oslo, città che ha ospitato l’Inferno Festival, la manifestazione più black del pianeta. Per la prima volta nella nostra storia Metal Hammer è stato il media partner ufficiale per l’Italia di questo straordinario evento e abbiamo voluto raccontarvelo in dettaglio attraverso parole e immagini inedite.

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Hammer Editoriale

The KIss Of The Hammer Ogni volta che si prepara un editoriale ci sono poche o troppe cose da scrivere. In questo caso è probabilmente la seconda delle due cose. In primis, vogliamo ricordare alcuni dei musicisti che sono scomparsi in quest’ultimo periodo, pensiero che va oltre le frigide news che l’odierna modalità d’informazione ci costringe a inserire e a rincorrere ogni giorno su internet. Tra questi vogliamo citare (tenendo sempre nel cuore coloro che ci siamo dimenticati di annotare) Andrea Artioli, trentunenne chitarrista dei nostrani Injury, strappato alla vita da un malore improvviso. Nei giorni che precedono la pubblicazione di questo numero si aggiungono, inoltre, due artisti che hanno fatto la storia della nostra musica: Chris Cornell e Gregg Allman. La scomparsa del primo è stata un fulmine a ciel sereno, una di quelle cose che non ti aspetteresti mai di sentire appena svegliato al mattino, un’emozione che, vuoi per affinità stilistica, si può ricondurre all’improvviso decesso di Kurt Cobain nell’oramai lontano 1994 e al più vicino di Layne Staley nel 2002. Un grunge che sta perdendo i suoi pezzi principali, che se ne vanno in giovane età

e sempre in circostanze non del tutto chiare. Di Gregg Allman, invece, si potrebbe dire molto per quel che ha dato alla musica e anche la sua morte, nonostante da diverso tempo le condizioni non fossero delle migliori, arriva repentinamente, impietosa. Purtroppo o per fortuna “the show must go on”, come cantava qualcuno che ben conosciamo, e noi proviamo a portare avanti il nostro lavoro nel miglior modo possibile, sperando di allietare un po’ le vostre giornate con una sana dose di metallo. In questo numero abbiamo dato molto spazio alla scena italiana, dedicando la copertina al ritorno di una band che mancava da tanto, troppo tempo: i Labyrinth. Tornati con una line-up rinfrescata e con un Roberto Tiranti che si riprende il posto dietro al microfono, dopo averlo solo mostrato per un attimo a Mark Boals, gli italiani si riguadagnano il posto che meritano nell’olimpo del

metallo con ‘Architecture Of A God’. A fare compagnia ai Labyrinth troviamo i Temperance, con un live al Teatro Sociale di Alba, gli Wind Rose, i Vinterblot, questi ultimi reduci dall’esperienza dell’Inferno Festival di Oslo (Norvegia), di cui siamo stati per la prima volta fra i media partner ufficiali per l’Italia. E dopo un lungo resoconto che potete leggere solo su questo numero, ci siamo recati alla sede della Neseblod Records, lì dove una volta sorgeva Helvete, il negozio di dischi di Euronymous dei Mayhem, per un’intervista con l’attuale proprietario. Oltre a tutto questo, siamo riusciti a concretizzare una rubrica che avevamo in mente da diverso tempo, denominata “Music Biz”, attraverso la quale proveremo a farvi scoprire qualcosa in più su quel che accade dietro le quinte del business musicale, intervistando promoter, etichette e addetti ai lavori. Questo e molto altro è presente in questo terzo numero di Metal Hammer del 2017, speriamo che tutto sia di vostro gradimento e puntiamo a stuzzicare, come sempre, la vostra curiosità nei confronti della musica, evitando gossip e chiacchiericci che lasciamo ad altri. Buona lettura! Stefano Giorgianni

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news RECENSIONI LIVE REPORT

articoli Rubriche Podcast


TALES FROM BEYOND

Hammer Core

Metal Rubriche

Ayreon

DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Taricco

Bring Out The thrash

Korn 6

Intervista esclusiva a Brian Welch sulla sua rinascita e su quella dei KoRn

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Blood Youth 8

ProgSpective

Interessante proposta Made in UK con il loro, nuovo ‘Beyond Repair’

Anewrage 9

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Il gruppo italiano presenta l’ultima fatica intitolata ‘Life-Related Symptoms’

REDAZIONE

Stay Brutal

Wintersun

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Tra Tim Burton e il metal ci sono solo loro, gli svizzeri Silverdust

Andrea Schwarz andrea.schwarz@metalhammer.it

Andrea Lami andrea.lami@metalhammer.it

Music Biz

14 È Joey Belladonna a scambiare due chiacchiere su questo tour celebrativo

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Alessandra Mazzarella alessandra.mazzarella@metalhammer.it

Angela Volpe angela.volpe@metalhammer.it

Anthrax

Dalla Puglia a Oslo per tenere alta la bandiera del metal italico

Dario Cattaneo dario.cattaneo@metalhammer.it

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Vinterblot

VICEDIRETTORE EDITORIALE Fabio Magliano fabio.magliano@metalhammer.it CAPOREDATTORE Stefano Giorgianni steve.giorgianni@metalhammer.it

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Silverdust 12

DIRETTORE EDITORIALE Alex Ventriglia alex.ventriglia@metalhammer.it

Recensioni Wind Rose

FOTOGRAFI Alice Ferrero alice.ferrero@metalhammer.it Roberto Villani roberto.villani@metalhammer.it

Dragonforce

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20 Stavolta il gruppo britanni-

co ha raggiunto l’infinito col nuovo full-length

Emanuela Giurano NEWS EDITOR Blagoja Belchevski GRAFICA Stefano Giorgianni HANNO COLLABORATO Giuseppe Cassatella, Alex Manco, Trevor

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PUBBLICITÀ adv@metalhammer.it WEBMASTER Gianluca Limbi info@gianlucalimbi.com

Live Report

IN COPERTINA Labyrinth Photo Courtesy of Frontiers Rec.

KIss @Pala Alpitour (torino) 50


nella Viaggio nel mondo di Brian “Head” Welch, morto saputo droga e rinato in Dio, rockstar anomala che ha un’aura di convertire la musica dei Korn avvolgendola in spiritualita’.

A different World Brian Phillip Welch, “Head” per il mondo del metal, è un personaggio strano, intrigante, la classica mosca bianca in un universo che, per anni, ha fatto della trasgressione il suo vessillo. Figlio prediletto di quel mondo basato sugli eccessi, ideale vittima sacrificale sull’altare della crystal meth, “Head” ha saputo svoltare, ha “scelto la vita” come Renton in Trainspotting, ha saputo guardare dentro se stesso e qui ha trovato Dio che lo ha salvato, offrendogli una vita nuova che si palesa anche nella rinovata attività con i suoi Korn, che nella sua chitarra, nei suoi spunti, nella sua penna e, perché no? Nelle sue ideologie, hanno trovato linfa nuova utile per dare il là ad un nuovo corso che ha in ‘The Serenity Of Suffering’ uscito ormai sette mesi addietro una testimonianza più che soddisfacente. “Head” ci riceve nel suo camerino poche ore prima della data milanese rigorosamente sold out dei Korn. I suoi lunghissimi dread rimangono in costante, nervoso movimento in contrapposizione con l’espressione rilassata e i toni pacati assunti dal chitarrista nell’arco di tutta la chiacchierata. Una chiacchierata che parte proprio da quel ‘The Serenity Of Suffering’, album che vede nuovamente i Korn esprimersi su livelli eccellenti dopo alcuni preoccupanti passaggi a vuoto “’The Serenity of Suffering’ sono i

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Korn che ho sempre voluto sentire, rappresenta la visione che ho sempre avuto della band – inizia a spiegare schiettamente - Trovo che io e Munky siamo riusciti a tirare giù delle linee di chitarra davvero dure, che qui escono valorizzate a pieno. E la cosa mi rende estremamente felice perchè che senso avrebbe avere in gruppo due chitarre, se alla fine quello che arriva all’ascoltatore è solo un suono indefinibile?” Quindi una riflessione che tanto puzza di mea-culpa, quasi a voler dare un colpo di spugna a quanto fatto prima di

‘S.o.S” “Il disco precedente è privo di energia - ammette con onestà - Le canzoni suonate dal vivo non mi trasmettono niente, e penso non lo facciano neppure a chi ci ascolta. Sono scariche, prive di mordente. Per fortuna siamo riusciti a ritornare sui nostri passi e abbiamo messo nei pezzi di ‘The Serenity of Suffering’ tutta

di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero l’energia che mancava a ‘The Paradigm Shift’”. Con il nuovo lavoro la band, in effetti, pare ritrovare le proprie radici stilistiche pur non perdendo del tutto quella vena sperimentale che, in alcuni frangenti, aveva portato Jonathan Davis e soci a uscire rumorosamente dal seminato attirando a sé non poche critiche “Ho sempre considerato i Korn una band altamente emozionale, quindi quando inizio a comporre devo “sentire” la musica, deve arrivarmi dentro, deve smuovermi, deve portarmi su un livello superiore. Se no rimane semplice musica fine a se stessa -attacca Head introducendo una lunga riflessione sulla sua visione della musica - Io nella musica voglio sentire l’energia, voglio sentire il groove, voglio stare bene e divertirmi mentre la suono. Quando la suoni, e ti diverti, e vedi la gente davanti a te che si diverte, allora capisci che hai raggiunto il tuo scopo e che hai dato un senso alla tua arte. Nel corso degli anni abbiamo attravesato dei momenti non semplici, abbiamo cercato di seguire delle strade differenti ma non sempre è andata bene. Fa parte del gioco. Dopo tutti questi anni trovare idee nuove non è facile, quindi il rischio di commettere qualche passo falso c’è e noi non ne siamo stati immuni. Ma per fortuna con ‘The Serenity of Suffering’ tutto ha funzionato a dovere. Siamo stati nuovamente tanto


con le Mi stavo uccidendo . Ed e' la mia o v vi no so i g g o , he g ro d olo vita ad essere un mirac elch Brian 'Head' W

lungo percorso personale, non perchè è venuto un prete a convincermi della sua esistenza. Ho letto libri, mi sono documentato, ma soprattutto ho fatto un grande lavoro interiore su me stesso”. Il primo passo è stata la costruzione dell’Head Homes, un orfanotrofio in India che ha rappresentato la salvezza per numerosi bambini “Ho solo dato il là all’orfanotrofio in India facendo un investimento – spiega, quasi in imbarazzo - ora ci sono altre persone a mandare avanti questo progetto e, addirittura, ne sono sorti degli altri sulla spinta che ho dato. Quando si ha tanto, è giusto dare, soprattutto a chi dalla vita non è stato fortunato come noi. Siamo tutti fratelli e dobbiamo riuscire a dare speranza a chi l’ha persa, e pensa che la vita sia solo sofferenza”. Il suo primo album nonché biografia, ‘Save Me from Myself’ è invece spunto per chiedersi quanto fosse realmente pericoloso il “vecchio Head” e la risposta è di disarmante onestà “Ero molto pericoloso, completamente fuori controllo – confessa - Mi stavo uccidendo. Ero solo un corpo vuoto, senza emozioni, senza sentimenti, senza più valori. Prima pensavo solo a divertirmi, poi non mi divertivo neppure

tempo insieme, chiusi in una stanza. Suonando. Ripetere questa azione per ore, tutti i giorni, per mesi, ha tirato fuori una passione che in alcuni momenti era venuta meno. Ci sono state delle volte che ciò che facevamo usciva in modo quasi forzato, obbligato. A questo giro abbiamo ritrovato la spontaneità”. Il titolo del disco ‘The Serenity Of Suffering’, racchiude in sé qualcosa di mistico, tanto che è impossibile non leggerci lo zampino del “rinato” Head al suo interno. E da questo spunto viene ad aprirsi una nuova prospettiva alla chiacchierata che non lascia di certo indifferente l’ipertatuato chitarrista “La Bibbia ci insegna che la “serenità nella sofferenza” è ciò che i santi ci hanno trasmesso; è un concetto mistico nel quale io mi ritrovo, perchè solo chi ha provato la sofferenza, fisica e emotiva, chi ha attraversato momenti difficili ed è stato messo alla prova dalla vita, può ritrovarsi più maturo, più forte e sicuramente più sereno. Perchè la sofferenza ti porta a vedere la vita sotto un’altra angolazione. Chi vede in faccia la morte, chi sconfigge qualche malattia, chi muore e poi rinasce, può comprendere quanta

saggezza possa portare la sofferenza”. Lo stesso Head ha visto la morte in faccia, uscendo però rafforzato da questa esperienza. Un percorso lungo e doloroso che oggi descrive così: “Non è stato facile, non è stato affatto facile. Ero famoso, facevo soldi, eppure la vita mi era sfuggita di mano, non aveva più significato per me. Poi ho trovato Dio, mi ha toccato il cuore, e improvvisamente tutto attorno a me ha tornato ad avere un senso, ed oggi non mi abbiandona mai nel mio percorso. E, lo ammetto, la vita è tornata ad essere bella, a valere la pena di essere vissuta. E ho trovato la pace”. La scoperta di Dio, così fondamentale per la sua rinascita, viene da Head inserita in un percorso personale che non ha avuto altri attori se non lui ed il suo io: “Ci sono stati degli amici che mi hanno avvicinato a Dio, ma è stato un percorso che ho compiuto da solo, ho costruito da me la mia relazione con Dio -spiega - È qulcosa di differente dalla semplice religione, è un discorso molto più ampio e complesso. Anche profondo, direi. Non credo nei preti, nei riti, nelle cerimonie. Credo che il Cristo si sia sacrificato per noi e ci abbia salvato, perchè in lui ho trovato la pace dopo un

Dio ha acceso la luce e mi ha restituito la gioia di scrivere, di suonare, di andare in tour

più. Era tutto grigio, piatto, privo di significato. Ma adesso è cambiato tutto. Ho imparato l’autocontrollo, sono tornato a essere orgoglioso della mia vita, e questa è la cosa che più conta”. La sua seconda “opera letteraria” ‘With My Eyes Wide Open: Miracles and Mistakes on My Way Back to KoRn’ è invece spunto per chiedergli il signifiato che ha per lui la parola “miracolo” e anche in questo frangente la risposta non è scontata “Io credo nei miracoli. Tu, che hai lottato e sconfitto un cancro sei un miracolo. Questo per me è un miracolo. E anche io, nel mio piccolo, sono un miracolo. Mi stavo uccidendo con le droghe, oggi sono vivo. Ed è la mia vita ad essere un miracolo”. Conciso e diretto è invece Head al momento di puntare il dito su quelle che sono stati i momenti più importanti ed intensi della sua vita “Incontrare Dio e suonare la mia musica sono le cose più belle che mi abbia riservato la mia vita – afferma - Anzi,

Brian 'Head' Welch penso che siano una cosa unica perchè c’è stato un momento che odiavo suonare, non mi piaceva più la musica, mentre quando ho trovato Dio ho ritrovato il piacere di comporre e suonare. Dio ha acceso la luce e mi ha restituito la gioia di scrivere, di suonare, di andare in tour...e ho ricominciato anche ad amare me stesso”. Su quanto sia difficile portare avanti un discorso così profondo come il suo, in un mondo vacuo come quello del music biz, Head conclude lapidario. “Ognuno vive la religione come crede ed è libero di fare ciò che vuole. Io non impongo nulla perchè le forzature non portano a nulla. Io parlo, racconto la mia storia, metto la mia esperienza a disposizione di chi ne vuole godere. E sto vedendo che grazie a questo anche in un mondo “contro” come quello del metal un piccolo spazio lo può trovare anche Dio”.

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Alla scoperta del nuovo disco della giovane band britannica

Furia Cieca Giovani. Arrabbiati. Con il fuoco dentro e una grande urgenza di tirar fuori quello che hanno dentro loro stessi. Questo l’identikit dei britannici Blood Youth che abbastanza in fretta arrivano a pubblicare il loro album d’esordio intitolato ‘Beyond Repair’ su Rude Records, la stessa che qualche mese fa ha tenuto a battesimo egregiamente l’ultima recente scoperta made in UK, gli As Lions. Si muovono su coordinate stilistiche diverse anche se gli inizi sono un po comuni a tutte le band del mondo: “Tutto è cominciato nel 2015 quando ricevetti una chiamata da Chris Pritchard, mi trovavo in un altro Paese per altri progetti ma accettai il loro invito a fare alcune prove insieme. Come immagini le audizioni andarono bene, cominciammo subito a lavorare a quello che fu il nostro primo ep ‘Inside My Head’ del 2015. Caspita, pensando a quello che abbiamo passato stiamo solamente parlando di due anni fa!”. La loro determinazione è encomiabile pensando ai vari cambi di line up ai quali hanno fatto fronte che avrebbero potuto influenzare in qualche modo il loro sound: “È qualcosa di assolutamente naturale, fin dagli inizi tutto ruotava intorno a me, Chris Pritchard e Sam Hallett ma purtroppo Matt Powels e Sam Bowden

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hanno deciso di prendere strade diverse, siamo ancora buoni amici. Fortunatamente il nostro approccio e modo di intendere la musica non è mai cambiato.” La loro etichetta, Rude Records, ha scommesso sulle loro qualità fin dagli inizi, quando ancora erano una band sconosciuta: “Ai ragazzi dell’etichetta dobbiamo dire un grazie enorme, hanno creduto in noi sin dal principio accompagnandoci

nella realizzazione di questo album come dei precedenti ep. Artisticamente ci lasciano campo libero ed è una qualità rarissima in questo music business, per noi è basilare avere la loro fiducia e questa libertà compositiva.” Lavorare ad un full lenght album è cosa diversa rispetto ad un ep, non solo per una questione di minutaggio ma soprattutti a livello concettuale: “Le modalità di lavoro e l’approccio tra ep e full lenght sono totalmente

diverse, mi piaceva pensare al disco come ad un viaggio nel quale poter esplorare emozioni e sentimenti differenti accompagnando l’ascoltatore per mano. La gente si aspettava una produzione pulita ed iperlavorata ma noi abbiamo fatto totalmente l’opposto.” Uno degli aspetti salienti del loro sound è rappresentato dal sound tagliente ed heavy delle chitarre, basta prendere il

brano ‘What I’m Running From’ per rendersene conto: “Questi suoni grezzi ed heavy sono stati raggiunti grazie all’aiuto di Jonny Renshaw ai Bandit Studios, Chris (Pritchard, ndr) ha sudato le proverbiali sette camicie per trovare questo suono distintivo che ci caratterizza, lavorando a ‘Beyond Repair’ Chris è stato un po influenzato dai primi Slipknot e Korn contribuendo così al risultato finale.” I cori e le parti melodiche pulite ricordano a tratti bands modern

di Andrea Schwarz

rock come Three Days Grace, non è sempre facile riuscire ad incastonare queste parti in una struttura sempre tirata che non lascia spazio per respirare: “È bello ricevere complimenti ed assonanze nuove, vuol dire che la nostra musica suscita negli ascoltatori cose e sfumature diverse, ne sono felice. Solitamente creiamo prima i cori e le parti melodiche per poi costruire attorno la canzone vera e propria con l’obiettivo di trovare un buon compromesso tra parti pulite ed heavy.” Questo album di debutto si dimostra essere molto compatto e d’impatto il cui limite però è quello di avere una serie di brani un pò troppo simili ed omogenei tra di loro rendendo l’ascolto un pò indigesto volessimo farlo tutto d’un fiato: “Scriviamo e creiamo musica che i nostri fans così come noi stessi vogliamo sentire. Amiamo la melodia e partiture più aggressive, siamo orgogliosi di quanto siamo riusciti a produrre, personalmente credo invece che ci sia un sacco di varietà: non abbiamo mai scritto canzoni come ‘Pulling Teeth’, ‘What I’m Running From’ e ‘Man Made Disaster’, se avessimo realizzato un album diverso da quello che i nostri fans si sarebbero aspettati avremmo scontentato tanta gente e non era quello il nostro intento.”


Tornano a far parlare di se' i milanesi Anewrage e lo fanno con il suggestivo 'Life-Related Symptoms’ Dopo aver attirato su di sé l’interesse di pubblico e critica con il debut album ‘ANR’, i milanesi Anewrage sono ritornati dopo tre anni, due dei quali trascorsi suonando live, con un disco tanto ambizioso quanto affascinante come ‘Life-Related Symptoms’, un disco che se da un punto di vista sonoro conferma tutta la poliedricità dei quattro lombardi, arrivando a tratti a privare l’ascoltatore di qualsiasi punto di riferimento, sul piano lirico offre un suggestivo spaccato su quelli che i nostri definiscono “sintomi della vita”. A parlarcene è il gruppo al gran completo, ovvero il cantante Alex Capurro, il chitarrista Manuel Sanfilippo, il bassista Sime e il batterista Alessandro Ferrarese. “‘Life-Related Symptoms’ rappresenta l’evoluzione sonora della band e riassume in 13 tracce il lavoro di due anni – iniziano a spiegare Rispetto ad ‘ANR’ esprime una maggiore consapevolezza di ciò che vogliamo esprimere e di come vogliamo farlo. Con questo album volevamo tradire alcuni nostri cliché e metterci alla prova su territori inesplorati”. E questa libertà stilistica ma soprattutto l’ambizione della band, si riflette nell’affascinante concept alla base dell’intero lavoro “Il fondamento di ‘ANR’ erano le nostre esperienze autobiografiche - proseguono - Con questo disco abbiamo guardato ciò che ci circonda, filtrandolo e interpretandolo a modo

nostro. Non è esattamente un concept album poiché non c’è un disegno preciso che colleghi tutti i pezzi. Ci affascinava il fatto di gestire il disco come se fosse una diagnosi. Tredici pezzi, tredici sintomi. Così come i sintomi vanno a comporre una diagnosi, queste canzoni compongono l’intero album, delineandone le varie sfaccettature”. Incentrare un lavoro sui “sintomi legati alla vita” è una scelta tanto spinosa quanto ambiziosa, figlia del coraggio oppure dell’incoscienza di quattro musicisti alle prese con

l’irrefrenabile bisogno di battere nuove strade. “Siamo stati incoscienti, non ci nascondiamo – confessano candidamente - Nessuno di noi ha la presunzione di affermare che in questo disco sia contenuto il riassunto della vita umana sul pianeta terra! Abbiamo voluto indagare alcune sfumature di essa in cui ci troviamo più coinvolti dandone la nostra personalissima interpretazione. Nessuno ha voglia di subirsi un saggio di filosofia in un disco rock,

tanto meno noi! Diciamo che l’ambizione del concept di ‘Life-Related Symptoms’ è quella di trattare tematiche profonde e importanti, senza perdere di vista l’intrattenimento. Il titolo stesso suggerisce che si sta parlando di “Sintomi legati alla vita” e tra le infinite possibilità che ciò può significare, in questa forma significa solo: queste sono tredici canzoni e ognuna di essa racconta una storia che per noi significa qualcosa”. Ed infatti il lavoro, se da un lato presenta una componente

personale molto forte, dall’altro offre agli ascoltatori una visuale nella quale chiunque si può specchiare “La prima ragione per cui ci siamo ritrovati a suonare è stato scrivere canzoni che ci piacessero – proseguono - Siamo persone che si annoiano in fretta e anche trovare musica nuova da ascoltare non è facile per noi. Perché non scriverci da soli le canzoni che vorremmo sentire? Quindi nel momento in cui lavoriamo a dei pezzi nuovi il nostro obiettivo principale è realizzare qualcosa

che ci soddisfi appieno. In secondo luogo ci piace molto dare all’ascoltatore un po’ di libertà interpretativa sulle tematiche trattate. Le chiavi di lettura sono molteplici e tutte valide!”. Il disco, ora, è in fase di promozione live e anche in questo frangente, come confidano i ragazzi della band, non mancano le sorprese “Stiamo già girando l’Italia con una serie di date di supporto a ‘Life-Related Symptoms’ e riusciremo a suonare per la prima volta in tutto lo stivale, da Nord a Sud – ci illustrano - Inoltre, siamo estremamente felici di annunciare che che sbarcheremo in Inghilterra a fine giugno per le nostre primissime date nel regno di Sua Maestà.Stiamo già pianificando altre date in Italia per quest’inverno e altre date si stanno aggiungendo per quest’estate. Seguiteci sui social per rimanere aggiornati perché stiamo pianificando tantissime cose”. La chiusura, è dedicata ad uno sguardo sul futuro e sull’evoluzione che potrebbe adottare un sound in costante mutamento come quello degli Anewrage “Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro – confidano - L’unica cosa importante per noi è sempre stata la nostra libertà e fare ciò che più ci da soddisfazione al momento. Questa band è a tutti gli effetti come un essere vivente che cresce, cambia ed evolve insieme ai suoi componenti e, come tale, è imprevedibile”.

Evolution Circle di Fabio Magliano

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ce si sono da subito Attivi da appena tre anni, i piemontesi Temperan Doti che li hanno portati distinti per il loro coraggio e la loro classe. uno show dal quale ad esibirsi a teatro con una vera orchestra, in nte Metal Hammer era verra' tratto un DVD live ufficiale. E ovviame presente…

A Night with... di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero Ambiziosi, coraggiosi, a tratti sfrontati, i piemontesi Temperance dopo aver lasciato tutti a bocca aperta con un’escalation folgorante che li ha portati a incidere 3 dischi in 3 anni conquistandosi le simpatie e gli apprezzamenti di fan da tutta Europa, hanno compiuto il loro passo sin qui più affascinante ma allo stesso tempo rischioso, portando la loro musica nella cornice di un teatro, riarrangiandola e proponendola con un quartetto d’archi ed un coro, in un’ “impresa” più consona a band traniere che non tricolori, tanto che da essa verrà tratto un DVD e un album Live in uscita sul finire del 2017. A parlarcene, nel foyer del Teatro Sociale di Alba, è il cantante/chitarrista Marco Pastorino, che così spiega la decisione di portare i Temperance a teatro “Quando abbiamo iniziato questa band tutti venivamo da esperienze con altri gruppi, tanti concerti tenuti un po’ ovunque, dischi incisi – spiega - diciamo che la gavetta ce la siamo tutti fatta. Quando siamo partiti con questa avventura abbiamo cercato prima di tutto di mettere a posto quelle cose che nelle altre esperienze non sono andate bene, poi il passo successivo è stato pensare che se le cose fossero andate bene, non sarebbe stato male toglierci qualche sfizio. Il mio, ad esempio, era quello di comporre un brano da fare cantare ad un coro di voci bianche, e l’ho realizzato con ‘Oblivion’, con 50 bambini a impararsi e a cantare il mio brano...un’e-

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mozione indescrivibile. Il secondo step è partito da una considerazione: visto che abbiamo moltissime parti orchestrali nelle nostre composizioni, sarebbe bellissimo fare un disco o un concerto con una vera orchestra. E oggi questo sogno si avvera”. Il lavoro per portare la musica della band a teatro non è stato però semplice e privo di insidie, come conferma Marco ”È stata una cosa molto impegnativa, abbia-

mo dovuto riarrangiare tutto, non solo la parte strumentale ma anche quella vocale avendo inserito un quartetto vocale. È stato un lavoro che mi ha impegnato profondamente ma sono sicuro che il risultato ci ripagherà degli sforzi fatti in questi mesi. Poi chissà, se il concerto e il DVD andranno bene magari si potrà ripetere l’esperienza, ma solo il futuro ce lo dirà. Ciò che posso dire io è che sono molto positivo a riguardo, abbiamo avuto una risposta ottima da parte dei fan, è arrivata gente dall’Inghilterra e abbiamo ricevuto tante richieste dall’estero...

un affetto incredibile per una band che comunque ha inciso soli tre dischi in tre anni e quindi estremamente giovane”. Lo show che ha coinvolto ed emozionato oltre 200 appassionati attirati nella “capitale delle Langhe” da ogni parte d’Europa, viene così raccontato dal leader del gruppo: “Nel concerto abbiamo proposto tutto l’ultimo disco, quindi dopo il break come a teatro abbiamo proposto alcuni dei nostri pezzi più apprezzati dai fan, riarrangiati per l’occasione con i cori, le orchestrazioni che qui escono amplificate e altre piccole sorprese. A livello di lavorazione sulla scaletta le orchestrazioni sono state molto laboriose ma sono uscite in modo abbastanza naturale visto che già su disco le canzoni godono di una forte componente orchestrale, mentre sui cori ho dovuto fare un lavoro ancora differente e il risultato live è stato ottimo. Un pezzo come ‘Fragments Of Life’, ad esempio, con il coro acquista ancora più fascino ed è stata una vera scoperta”. Dal concerto verrà quindi estratto un DVD in uscita sul finire del 2017 “Il Live sarà il quarto disco in quattro anni, suonando però tantissimo. Quello di Alba è stato il concerto numero 115 in tre anni. Abbiamo suonato ovunque, a settembre andremo in Giappone, stiamo ricevendo molte proposte di tour, quindi la speranza è quella di poter bissare al più presto questa esperienza”.


LIVE REPORT @Teatro Sociale - Alba (CN), 29 aprile 2017 Metal e musica sinfonica, un binomio che negli anni è andato facendosi via via sempre più forte, prima con infiltrazioni in studio, quindi con live nei quali questi due universi hanno finalmente potuto sposarsi in tutta la loro straordinaria suggestione. Emozioni intense, come quelle provate recentemente con il concerto al Teatro Dal Verme di Milano in occasione della data italiana degli In Flames e del loro “In Our Room – An Evening With…”, ma se a livello internazionale questo tipo di produzioni non sorprendono quasi più, in Italia rappresentano chicche rare se non uniche. Ed è ancora più incredibile se, a portare uno show di questa portata a teatro non è una band affermata ma quattro coraggiosi

outsider come i piemontesi Temperance, che con tre album in tre anni e una vagonata di show in giro per l’Europa alle spalle, decidono di compiere il grande salto registrando il loro primo DVD ufficiale in un contesto suggestivo come quello di un teatro, accompagnati da un coro di quattro voci e un quartetto d’archi, a riscrivere in qualche modo la storia musicale di una band capace di crescere in maniera esponenziale album dopo album. La location scelta per questo evento andato in scena lo scorso 29 aprile è l’ottocentesca sala storica del Teatro Sociale di Alba (CN), un piccolo gioiello preso d’assalto da fan della band provenienti non solo dall’Italia, pronti ad occupare la platea e i tre ordini di palchi per non perdere l’emozione

eseguire nella prima parte dello show l’ultimo ‘The Earth Embraces Us All’ nella sua interezza, con alcuni brani usciti rafforzati e emotivamente più intensi dall’operazione di ri-arrangiamento. Se ‘Unspoken Words’ con il suo flavour folk invade la sala del teatro con la sua freschezza portata dal lavoro degli archi, ‘Revolution’ con i suoi synth che ben si sono sposati con la maestosità delle orchestrazioni classiche per la prima volta ha fatto risuonare sonorità dure tra queste pareti. Quello che colpisce è il coraggio nonchè la preparazione dei musicisti sul palco, tanto giovani quanto talentuosi, con Chiara Tricarico a suo agio sia nelle parti più liriche sia in quelle maggiormente hard grazie ad una versalità vocale davvero apprezzabile, Marco Pastorino autentico leader carismatico quantomai prezioso sia in chiave

dell’evento. Che i tre Temperance “storici” (la cantante Chiara Tricarico, il chitarrista/ cantante Marco Pastorino e il bassista Luca Negro che qui gioca in casa) accompagnati per l’occasione alla batteria dal talentuoso Alfonso Mocerino (già Balletto di Bronzo, Nebulae ed Heretic’s Dream) chiamato a sostituire Giulio Capone, curano nei minimi dettagli, chiamando a raccolta quattro validissimi archi (Gabriele Boschi dei Winterage, Diana Tizzani, Daniela Caschetto ed Eugenio Milanese), altrettante voci eccellenti (Alessia Scolletti degli Overtures, Michele Guialtoli dei Kaledon, Caterina Piccolo e Giovanni Venier già con gli Headquakes) e dando vita a oltre due ore di emozioni allo stato puro. Chicca nella chicca, la decisione del gruppo di

vocale che strumentale, e Negro a tratti spettacolare con un basso che nasce dal jazz spingendosi sin verso i lidi più duri del metal. Un discorso a parte per il nuovo drummer che non solo si concede un assolo mozzafiato, ma dimostra di essersi ormai calato a pieno in questa nuova dimensione. Di grande impatto in chiusura di set ‘Advice From A Caterpillar’ ispirata ad ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ qui proposta in una versione ancor più maestosa, e la suite ‘The Restless Ride’ che lascia emergere, qui più che mai, l’amore per il progressive di questa band. Calo di sipario, pausa e secondo atto che si apre addirittura con un coro di cinque voci bianche ad affiancare i dodici musicisti sul palco per l’esecuzione della sorprendente ‘Oblivion’, prima che l’anthemica ‘Hero’ porti sul palco un po’ di sano power sinfonico

dal facile appeal. L’assolo di Luca Negro è un doveroso tributo ad un musicista di talento chiamato ad esibirsi sul principale palcoscenico della sua città, quindi ancora grande divertimmento con la scanzonata ‘Mr. White’ prima di lasciare il proscenio ai primi classici del gruppo, da ‘Breathe’ a ‘Save Me’ sino a ‘Dèjavu’, cantate a squarciagola dai presenti a dimostrazione di come questi brani siano ormai entrati in circolo tra gli afecionados di questo gruppo. Che con un sorriso di compiacimento hanno abbandonato il teatro al termine dello show dopo la standing ovation di rito, per poi abbracciare i Temperance nel foyer, pronti a ricevere il calore del loro pubblico consapevoli di avere forse scritto questa sera una pagina indelebile della loro storia. Ma la sensazione che non sia finita qui, non so perchè, è quantomai forte…

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I Silver Dust presentano a Metal Hammer il nuovo ‘The Age Of Decadence’, lavoro in prointo di invadere l’Europa a giugno Gli svizzeri Silver Dust sono stati una sorpresa assoluta. Visti quasi per caso in apertura dei Lordi nel loro recente tour europeo, i quattro elvetici hanno saputo giocarsi al meglio le loro carte, tirando fuori nel poco tempo a loro disposizione tutto il loro repertorio fatto di una presenza scenica eccellente, uno show altamente teatrale curato in ogni dettaglio e, soprattutto, una proposta musicale affascinante fatta di robusto rock elettronico, influenze classiche, spirito dark e melodie accattivanti, ben fotografate nel secondo lavoro ‘The Age Of Decadence’, uscito nel marzo 2016 ma in arrivo in tutta Europa solamente dal prossimo giugno. Per meglio conoscerli abbiamo contattato il cantante/ chitarrista Lord Campbell che con grande disponibilità ci ha portato alla scoperta della sua creatura “I Silver Dust sono la band dei miei sogni – spiega - Ho sempre sognato creare una concept-band che racchiudesse in sé un universo musicale ed uno teatrale. Poi, avendo sempre ricoperto il ruolo di chitarrista solista, avevo bisogno di una creatura che mi permettesse di esprimermi anche come cantante, quindi con i Silver Dust ho realizzato esattamente quello che avevo in testa. La band è nata nel 2013 e posso dire che ha raggiunto oggi la maturità. Il mio sogno era

quello di creare una band composta da musicisti con una loro professionalità, che desse loro la possibilità di esprimere a pieno la loro identità artistica. Questo sono è diventato oggi realtà. Il nostro primo obiettivo era quello di incominciare a farci conoscere in giro per l’Europa e posso dire che abbiamo iniziato a farlo aprendo per i concerti dei Lordi. Il prossimo passo è continuare a crescere e iniziare a

diffondere la nostra musica anche al di fuori dai confini europei. Se mi guardo alle spalle posso affermare che la band è cresciuta molto in fretta, una sorpresa anche se onestamente ci credevo molto, perché il concept dei Silver Dust è a modo suo unico.” A giugno uscirà in tutta Europa il secondo lavoro ‘The Age Of Decadence’, disco nel quale il musicista elvetico crede molto “È il più bel disco che abbia mai scritto – azzarda - Sono molto orgoglioso di questo lavoro,

perché in esso ho racchiuso tutte le differenti influenze musicali che ho maturato nel corso degli anni. ‘The Age Of Decadence’ è decisamente più completo e più sorprendente di ‘Lost In Time’, il nostro disco di debutto. Nel secondo album mi sono preso più rischi soprattutto in termini di composizione, azzardando alcuni mix abbastanza arditi. Una scelta che penso si sia rivelata vincen-

te, dal momento che il disco ha raccolto recensioni molto buone un po’ ovunque”. Ciò che emerge soffermandosi sul discorso musicale, è il gusto per un certo immaginario gotico mai celato dai Silver Dust, ed infatti Lord Campbell confessa “L’aspetto gotico mi piace molto, anche se non limiterei l’universo dei Silver Dust a questo termine. La band attinge dal mondo del gothic ma è molto più vicina ad un certo concetto di steampunk e all’universo di Tim Burton, tanto che i media hanno iniziato a definire la

Tim Burton incontra il Metal

nostra musica come “Tim Burton Rock””. Dal punto di vista lirico, invece, la band fa riferimento alla quotidianità, declinandola perà in chiave gotica “Mi piace molto contemplare la vita e tutto quello che mi scorre accanto. Qualche volta è sublime, qualche volta è straziante e mi turba profondamente. La tendenza è quella di cercare di tenere tutto dentro me, ma a volte le emozioni sono talmente forti che sento la necessità di riversarle in musica. Comporre diventa una vera e propria terapia, che mi aiuta a dare sfogo alle mie emozioni. Poi c’è un lato più soft, nel quale mi apro alla mia passione per la storia, le leggende, il mistero e la magia…” Sul perché di un titolo estremamente negativo come ‘The Age Of Decadence’ Lord Campbell è lapidario “Viviamo tutti in un mondo nel quale le persone dovrebbero evolversi, crescere, svilupparsi, ma questo purtroppo non avviene sempre. Non come ci si aspetterebbe, almeno. È per questo che le canzoni dei Silver Dust parlano della crudeltà verso gli animali, della disfunzione umana, del degrado del nostro pianeta. Tutto questo questo testimonia una sorta di decadenza che possiamo toccare con mano nel nostro quotidiano, cose atroci che, purtroppo, a volte passano per normalità.”

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di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero


a ey Belladonn o J e il ib n o p is un d al rofoni di met ic m i a a s s e f o si con te e sul futur n e s e r p l u s r hamme x! degli anthra

TRA I MORTI

di Andrea Schwarz Foto live di Alberto Gandolfo Le scelte a volte vengono fatte per ragioni dettate dal cuore o dal marketing, ‘Among The Living’ viene celebrato grazie al trentennale della sua pubblicazione, in maniera provocatoria viene da chiedersi quale album avrebbero potuto scegliere se non fossero stati costretti da un fattore puramente temporale: “Certo il fatto che per questo disco ricada quest’anno un anniversario così importante ha influenzato la scelta ma rimango dell’idea che sia un gran bell’album da portare in giro, normalmente proponiamo qualche estratto da quel cd a dimostrazione di quanto ci piacciano quei brani a prescindere da tutto. Personalmente non fossi stato costretto a celebrare ‘Among The Living’...beh, forse avrei scelto ‘Spreading The Disease’ e ‘Persistance Of Time’ per motivi diversi. La cosa che ci stupisce maggiormente ad essere sincero è l’accoglienza straordinaria che stiamo riscontrando praticamente in ogni luogo dove suoniamo così come tengo a sottolineare che questi brani suonano ancora freschi

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ed attuali dopo tantissimi anni! E poi considera un’altra cosa: stiamo parlando di brani composti e suonati trent’anni fa, quindi un periodo di tempo molto ampio durante il quale abbiamo imparato a sentirci completamente a nostro agio on tour, senza stress o paranoie particolari. Prendiamo il viaggio come

se fosse qualcosa di normale, dosiamo le energie ed ottimizziamo i tempi per così dire morti guardando un po’ di tv, rilassandoci, tenendoci maggiormente in contatto con le nostre famiglie grazie alle nuove tecnologie. Forse stare in tour non è mai stato così confortevole”. La macchina del

VIVENTI

business è inarrestabile, nelle operazioni nostalgia è impossibile non puntare su operazioni di marketing che hanno portato nel loro caso a registrare un intero live shows qualche mese fa in quel di Glasgow: “Ci credi che di quell’evento non ne sapevo granché

fino alla sera in cui ci trovammo alla Barrowland? Avevo sentito che c’era in programma la registrazione di un concerto ma non sapevo esattamente quando, sono aspetti che non seguo direttamente, per me è importante fare sempre delle buone esibizioni ed è solo su quello che mi concentro. Comunque sì, quella sera c’era parecchia tensione e movimen-

to intorno a noi, gente che riprendeva e cose del genere ma è stato anche divertente. Non so dirti molto sulla data di pubblicazione e su come verrà studiato il package, credo che siano nella fase di post produzione, io non ho ancora avuto il piacere di vedere o ascoltare granché. Io cerco di fare solo il cantante, la prendo con molta calma e filosofia, il resto lo lascio volentieri ad altri”. Among The Living come ogni altra produzione nella loro carriera ha rivelato la voglia di essere fuori dagli schemi, di andare oltre gli stereotipi del genere collaborando con realtà al di fuori del thrash metal ed al tempo stesso denotando una grande capacità di essere autoironici, segno che anche nella vita reale una sana dose di ironia aiuta a vivere il quotidiano, a non prendersi troppo sul serio: “Non saprei se questo sia connaturato ad un reale senso di autoironia, è un nostro modo naturale di interpretare la musica ed il quotidiano, non è mai stato pianificato nulla a tavolino. Quello che abbiamo fatto è stato fatto perché sentivamo


fosse la cosa corretta nel momento giusto, il nostro sound è il frutto delle diverse influenze e background di ognuno di noi considerando tutti i cambiamenti di line up che abbiamo affrontato in carriera. Tutte le cose che ci sono capitate nella vita quotidiana e professionale ci hanno portato a creare quello che tutti conoscono, noi siamo cosi, non ci sono mediazioni o spiegazioni particolari: prendere o lasciare. Poi non saprei dirti se per caso il fatto di provenire da New York invece che da San Francisco o dal Connecticut abbia in qualche modo forgiato il nostro background a tal punto da essere come siamo, io parlo per me stesso. Per gli altri può darsi che sia stata in qualche maniera importante provenire dalla Grande Mela, io arrivo da una cittadina piccola in mezzo alle colline, ho un differente approccio

al microfono: “Sarò onesto, anche io quando ho ricevuto la prima chiamata con la proposta del progetto ho pensato la stessa cosa ma poi tutto ha preso una piega diversa. Forse non ci fosse stata quell’occasione i ragazzi non avrebbero mai più pensato al sottoscritto anche se ammetto che non ho passato gli anni a fianco al telefono attendendo la loro chiamata. È successo e ne sono contento ovviamente, siamo riusciti a far fruttare una ghiotta occasione, fu un buon tour nel quale ogni tanto ho pensato che a causa di scelte sbagliate avevamo perso tutti un sacco di tempo. Normalmente non rimpiango le situazioni ma potevamo sfruttare meglio le occasioni che ci siamo trovati ad affrontare, ora guardiamo al presente ed al futuro.” Per la band che ha continuato la

ma è un aspetto interessante. La prima volta come oggi mi interessa cantare, stop. Ricordo i primi tempi quando incisi ‘Spreading The Disease’, io cantavo in quel modo e non avrei cambiato nulla, non lo avrei neanche fatto a dire il vero!” Celebrare un album ti mette in condizione di essere sicuro nel sapere cosa suonare ma il compito più arduo è quello di mettere insieme una set list che sia omogenea, il rischio è quello di spezzare in maniera troppo netta la tracklist…: “Abbiamo una carriera abbastanza ampia che ci permette di poter scegliere tra tantissime canzoni che tra l’altro, in maniere diverse, sono state già suonate nei precedenti tour. Certo, bisogna comporre un set che sia sempre interessante, omogeneo e che sia significativo anche per la nostra carriera, la

propria carriera non deve essere stato difficile imbarcarsi in quel tour ma forse non si può dire la stessa cosa di Belladonna: “Per tanti anni sono stato fuori dalla band per svariati motivi, come ti ho detto prima non sono la classica persona che rimpiange il passato, non sono neanche colui che porta rancore insultando tutto e tutti a distanza di anni, mi ha fatto piacere ricevere la loro chiamata. Probabilmente era il momento giusto per rientrare, non ho avuto alcuna difficoltà nel ricominciare a cantare, devo ammettere che è avvenuto in maniera molto naturale. Certamente è stato necessario vedere una serie di cose in modo tale che una volta ripartiti tutto potesse andare per il verso giusto, ci si è in un certo senso chiariti mettendo sul tavolo le condizioni per ricominciare a lavorare insieme in un clima

et-

tato costr s i s s fo n o n te n e ‘Personalm ing’... iv L e h T g n o m A ‘ re ra e h to a celeb T g in d a e r p S ‘ o lt e c beh, forse avrei s sistance Of Time’ Disease’ e ‘Pei. r’ per motivi divers

cosa che abbiamo imparato è che ci sono canzoni che dal vivo funzionano ed altre no. È normale in trentacinque anni di carriera avere un cospicuo numero di canzoni alle quali attingere e sappiamo quali possano essere ben recepite dal pubblico, a volte può essere scontato ma non ha senso suonare brani che chi ti viene ad ascoltare non apprezza, non ha senso suonare un pezzo perché non lo abbiamo mai fatto. Ci sarà un motivo, giusto? È stato anche chiesto tramite il nostro sito ufficiale ai nostri fans quali fossero i brani che avrebbero preferito suonassimo in tour proprio per il discorso che ti facevo prima.” Una svolta nella carriera recente degli Anthrax è stata di sicuro il Big Four anni addietro con Metallica/Megadeth e Slayer, una grande operazione di marketing ma che nel loro caso ha ridato lustro alla carriera con il ritorno proprio di Belladonna

sereno e costruttivo.” Il music business è come uno schiacciasassi che va avanti inesorabilmente senza lasciar spazio ad alcun momento di pausa: “Siamo occupati tantissimo in questo tour, poi andremo in tour con i Megadeth e poi nuovamente negli USA con i Killswitch Engage, ci sono già alcune idee in cantiere per il prossimo album ma sono cose che non amiamo programmare, quando ci sono i brani giusti allora si può pensare di andare in studio ma non si è ancora arrivati a quel momento. Ci godiamo lo stare in tour, l’affetto della gente... godiamoci il presente, il resto verrà. E grazie a tutti coloro che ci seguono!”

Leggi il report metalhammer.it

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STORY di Andrea Schwarz Eccoci arrivati anche questo mese alla tanto amata / odiata rubrica thrash, lo scorso numero vi avevamo parlato degli Overkill in concomitanza con la pubblicazione della loro ultima fatica discografica ma oggi vorremmo distoglierci dal classico assioma ‘se ne parla perché X band ha pubblicato il loro nuovo album’, anzi proprio quella è la bellezza di poter curare una rubrica dedicata ad un genere che continua ad avere ‘adepti’ nonostante le mille mode e proposte che il music business sforna di continuo. Ed allora perchè non soffermarci un attimo su quelle realtà che, pur avendo prodotto album di buonissima fattura, non sono riuscite a ritagliarsi un meritevole quanto giustificato ‘posto al sole’? In questa puntata vorremmo parlarvi di una band che fa parte di quest’ultima categoria, i californiani Forbidden che di diritto possono essere inseriti nella cosiddetta seconda ondata del thrash metal originario della Bay Area e che, nonostante fossero considerati fin dagli inizi come una grande promessa del genere, non sono mai riusciti pienamente a confermare tali premesse. Originariamente formatisi nel 1985 come Forbidden Evil dal cantante

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Russ Anderson, i chitarristi Rob Flynn e Craig Locicero, Matt Camacho al basso e dal batterista Paul Bostaph (dicono niente un paio di nomi appena citati?), la band ha solcato in lungo ed in largo i palchi dei club della Bay Area come altre centinaia di gruppi ispirati da coloro che stavano all’epoca scrivendo le pagine d’oro del genere: Metallica, Slayer ed Exodus. Flynn non ha resistito a lungo nelle file dei Forbidden andando a formare prima i Vio-lence ed i Machine Head successivamente trovando il

successo che purtroppo non è mai arrivato ai suoi ex-compagni di avventure sostituito da Glen Alvelais, segno che il quintetto non si è mai dato per vinto arrivando a firmare il loro primo contratto da professionisti con la Combat

Records. Meritatamente i Forbidden arrivarono a registrare il loro debut album intitolato ‘Forbidden Evil’ nel 1988 prodotto da John Cuniberti (meglio conosciuto per il suo lavoro negli anni successivi con Joe Satriani) e Doug Caldwell, un disco che ascoltato oggi è ancora godibile, fresco, accattivante. E’ chiaramente il manifesto di una band ispirata e sbarazzina che non aveva nessuna paura di mostrarsi al pubblico, senza timore reverenziale verso i mostri sacri del genere come Metallica, Megadeth e Testament (ricordiamoci che stiamo parlando del 1988): basti ascoltare il primo brano in scaletta, ‘Chalice Of Blood’. Chitarre ipertecniche ed elaborate in pieno stile Bay Area e con l’aggiunta di un Russ Anderson in grande evidenza, colpisce come quest’ultimo riesca a districarsi tra vocalizzi acuti alternati ad altri maggiormente elettrici ed energici mantenendo un’inconfondibile tecnica che pochi altri gruppi potevano vantare tra le proprie fila. All’epoca la voce di Russ Anderson fu paragonata a quella


di Joey Belladonna anche un pò a sproposito, basti pensare a ‘Through The Eyes Of Glass’: la sua voce riporta alla mente un’impostazione maggiormente power piuttosto che thrash con la sua potenza ed il suo utilizzo di sonorità alte e pulite, il riffing continua ad essere tecnico e catchy, una delle migliori canzoni del lotto insieme a ‘Follow Me’ e ‘March Into Fire’, quest’ultimo un autentico must per tutti gli amanti del thrash bay area. All’uscita dell’album ha fatto seguito ad un buonissimo riscontro sia tra il pubblico che tra gli addetti ai lavori impegnando la band per tutto l’anno successivo in moltissime date divisi tra gli Usa e la Vecchia Europa, suonando in locations come il Marquee di Londra, Milton Keynes sempre in Uk ed al Dynamo Open Air il 15/05/1989 dal quale è stato tratto un live ep. Non c’era tempo per dormire sugli allori ed allora, terminato il tour, subito in studio sotto la guida di Michael Rosen (Testament, Flotsam & Jetsam, Sadus) per produrre quello che probabilmente è il loro lavoro meglio riuscito in carriera: qui le atmosfere si fanno più darkeggianti, l’irruenza messa in mostra nel debut album adesso è più calmierata, incastonata in un songwriting molto più maturo e consapevole dei propri mezzi. La voce di Russ Anderson raggiunge sempre livelli altissimi come tonalità ma il tutto viene dosato con maggiore sapienza, le chitarre di Locicero e del nuovo arrivato Tim Calvert (al posto del defezionario Glen Alvelais poi successivamente nei Testament) rimangono sempre estremamente tecniche, il drumming di Paul Bostaph è variegato e pieno di energia, le canzoni sono catchy e melodiche al tempo stesso pur rimanendo heavy e dannatamente thrash. Non ci sono filler in tutto il disco, non un momento di stanca, la produzione è cristallina ed in grado di dosare al meglio ogni strumento senza che uno in particolare prevalga sugli altri, in un certo senso troviamo alcuni momenti quasi progressive alternati ad altri acustici sapientemente miscelati. Sembra che il mondo sia ai loro piedi con

2 album di siffatta fattura ma alcuni problemi interni portano alla defezione del talentuoso Bostaph (destinato agli Slayer) sostituito con Steve Jacobs. E qui le cose cambiano anche in virtù del contesto

storico in cui ciò avviene, vedasi il successo di bands come Alice in Chains o Pearl Jam così come il cosiddetto new metal di Biohazard ed il cambio di direzione dei Sepultura con Chaos AD. Il Thrash Metal, quello che aveva spopolato negli anni ottanta, è messo in disparte dal pubblico e dagli stessi gruppi per poter sopravvivere a tale fenomeno. Complice anche il cambio di line up, i Forbidden si cimenteranno nel loro terzo album intitolato ‘Distortion’, un disco che si discosta enormemente dal sound della precedente produzione: mid-tempo, atmosfere celebrali e darkeggianti, un Russ Anderson più ‘posato’ e meno screamer, chitarre chirurgiche che utilizzano la ‘tecnica in dotazione’ solo per impreziosire i soli, chitarre acustiche ed un drumming più improntato sul groove che sull’impatto, quasi progressive. Una direzione quasi nu-metal che spiazza i loro fans e parte della critica. A riascoltarlo oggi fa un certo effetto, non possiede la stessa freschezza compositiva

dei primi albums mostrando una band che voleva stare al passo con i tempi a modo loro, si prenda ad esempio ‘Feed The Hand’ dove fin dall’intro si denota un flavour quasi alla King

Crimson anche se sono presenti heavy songs come ‘‘Rape’, ‘No Reason’ ed ‘Hypnotized By The Rythm’, tutte concentrate nella prima parte dell’album. È il primo passo dei Forbidden verso una nuova fase della propria carriera e che proseguirà con il controverso ‘Green’ dopo il quale il quintetto getta la spugna. Il connubio con la GUN Records non porta i frutti sperati, il mercato non

riesce a ‘digerire’ uno stile ed un sound fuori dagli schemi che rompe apparentemente i legami con il proprio passato continuando a corrergli dietro senza successo a causa di un songwriting non più cristallino ed ispirato come nei primi due albums. ‘Green’ è un disco dove forse unicamente ‘Path’ con il suo elettrico e furioso incedere può essere degna di nota. Per il resto poche e confuse idee per una band ripiegata su se stessa alla ricerca di una propria identità. Lo scioglimento, o il ‘congelamento’ della band fu un evento scontato fino alla loro riapparizione quasi inaspettata nel 2010 con un nuovo deal ed album con Nuclear Blast. Le premesse erano tante, il risultato invece rappresentato da ‘Omega Wave’ sono state centrate a metà, purtroppo. Metà dei brani qui presenti si ricollegano in un certo senso alle loro origini anche se riviste mentre l’altra metà invece è di tutt’altra fattura, molto più moderna e groovy. Ci sono pezzi come ‘Dragging My Casket’, ‘Behind The Mask’, ‘Hopenosis’, esempio di come i Forbidden cerchino di mischiare la loro parte più heavy con sfacettature maggiormente melodiche mentre altri brani come ‘Forsaken At The Gates’, ‘Adapt Or Die’ e la title track dove riescono a far emergere le loro radici tipicamente thrash metal. E’ un album agrodolce, superiore a ‘Green’ ma ancora con alcuni chiaroscuro che nuoceranno al proseguo della propria carriera tanto è vero che anche in questo caso la band si sciolse nuovamente, come neve al sole. E stavolta, forse per sempre. Ma quello che succederà domani lo scopriremo strada facendo, godiamoci all’infinito due autentici gioiellini come ‘Forbidden Evil’ e ‘Twisted Into Form’.... senza remore e senza rattristarci per altri album non alla loro altezza. Accontentiamoci di prendere il buono, il resto lo lasciamo decidere al tempo anche se magari a qualcuno verrà la voglia dopo parecchi anni di riascoltare dischi come ‘Distortion’ o ‘Omega Wave’...chissà che non scoprirete alcune perle nascoste?

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abbiamo discusso con la band pugliese della straordinaria trasferta in quel di norvegia

INFERNO E RITORNO Odino è stato in Puglia, ha piantato dei semi di metallo che sono germogliati nel tempo e hanno portato alla formazione di band dal valore notevole. Fra questi, oggi siamo lieti di ospitare sulle nostre pagine i Vinterblot, gruppo fondato nel 2008 e che in soli nove anni ha fatto passi da gigante, sino ad arrivare a suonare a uno dei festival più importanti al mondo per il metal estremo, l’Inferno Festival di Oslo. Abbiamo incontrato la band in Norvegia e subito dopo abbiamo discusso di questa esperienza. Iniziamo dunque subito a discutere col cantante Phanaeus del concerto al John Dee della capitale norvegese: “L’esperienza dell’Inferno Metal Festival si è rivelata un vero Paradiso in Terra! Non è solo una facile battuta ma sintetizza realmente quello che abbiamo provato durante il corso di tutta la manifestazione. Organizzazione impeccabile sotto ogni punto di vista, sia dal lato espressamente tecnico che da quello umano”, poi aggiunge, “siamo partiti da Bari con un carico di adrenalina notevole ma eravamo, comunque, ben consapevoli di non aver mai presenziato al festival e del nostro status di band underground. Non sapevamo cosa aspettarci ma siamo subito stati travolti dalla professionalità e totale disponibilità dello staff.” La discussione si sposta poi sul set degli stessi Vinterblot: “Eravamo ben consci del nostro

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status di band “minore”, underground; inoltre, sapevamo di essere il primo gruppo a doversi esibire il 14 Aprile, ad un orario potenzialmente proibitivo: le 17:30”, esordisce sull’argomento, “Una volta sul palco, pronti per l’esibizione ed aperto il sipario, invece, le nostre più rosee aspettative son state sin da subito surclassate dalla realtà! Vedere un John Dee popolato, progressivamente gremirsi nel corso della nostra esibizione e, soprattutto, ricevere un’accoglienza così diverti-

ta,

calorosa e coinvolta sono andati ben oltre la nostra immaginazione. Odio le idealizzazioni ma il ricordo concreto di quanto abbiamo vissuto ci lascia tuttora attoniti, senza parole...”. In seguito, Vandrer aggiunge che: “Abbiamo dato il nostro meglio e ci siamo divertiti con emozione ma anche grande serenità. Uno dei fattori chiave è stato sentirci in una botte di ferro: un backstage vero e proprio, grande rispetto da parte di tutto lo

di Stefano Giorgianni

staff, ottimo impianto – sound – backline, gestione ‘scandinava’ della timetable e pubblico folto alle 17:30 (in apertura festival!). Tutto questo non è affatto scontato, siamo stati messi nelle condizioni di fornire il miglior show da noi possibile!”. I Vinterblot sono arrivati all’Inferno grazie alla vittoria di un contest online. A questo proposito Vandrer precisa che: “La vittoria del contest è stata determinata da una serie di fattori, ma sicuramente si può dire che

il nostro network di amici e followers ha contribuito enormemente! Tuttavia, è stata una inaspettata, lieta, sorpresa. Siamo stati molto colpiti dal fatto che moltissimo supporto è giunto soprattutto dai nativi norvegesi e da europei in genere, sintomo del fatto che l’Inferno è una realtà stimatissima e seguitissima. Approfittiamo ancora una volta per ringraziare tutti coloro che hanno speso un click per votarci.”. Il concerto dei Vinterblot è stato uno spettaco-

lo cui siamo stati in grado di assistere e di cui siamo stati per primi soddisfatti. Il pubblico norvegese era in visibilio e, di conseguenza, i Nostri avranno raccolto anche qualche fan da questa esibizione; infatti Phanaeus dichiara che il supporto non è stato “soltanto in termini cinicamente quantitativi (lascerebbe il tempo che trova) o di apprezzamento generale, ma in termini di reale ed attivo interessamento al nostro progetto. Tutto ciò è molto gratificante e rinverdisce gli stimoli e la motivazione per continuare a muovere dei passi lungo questo, a volte insidioso, cammino.” Poi ci svela un retroscena: “l’organizzazione dell’Inferno Metal Festival aveva predisposto persino una signing session dei Vinterblot. Già l’idea ci imbarazzava a dir poco e, non ti nascondo, che cercavamo in tutti i modi di tergiversare, immaginando di sottoporci ad una sorta di Pubblico Ludibrio fatto di pennarelli sigillati, sibilìo del vento e palle di fieno rotolanti! Non è andata affatto così e quello che sarebbe potuto essere momenti più ‘deprimenti’ della nostra esperienza si è -a conti fatti- rivelato come uno dei più sorprendenti ed esilaranti. Senz’ombra di dubbio, l’Inferno Metal Festival ci ha consentito notevole visibilità cui si è aggiunto un progressivo incremento di supporter conseguente alla nostra esibizione, cosa chiedere di più!”.


Spesso quando si tratta di nuovi album è facile percepire dell’entusiasmo nelle parole di un musicista coinvolto, ma nel caso di Gee Anzalone, il batterista di origini italiane neo arrivato in formazione, questo entusiasmo risulta quasi palpabile. Merito, secondo lui, di un album davvero solido, del quale è visibilmente fiero di averci lavorato. Ovviamente però, trattandosi di un nuovo membro, iniziamo l’intervista proprio chiedendogli come si è trovato con la band, ora che ha potuto lavorare attivamente anche in fase compositiva e non solo in veste di tour member. Come dicevamo, nelle sue parole c’è solo entusiasmo. “Lavorare a questo nuovo album è stata per me un’esperienza fantastica”. Esclama. “Ho avuto carta bianca praticamente su tutto. Posso ben dire di aver potuto lavorare bene, in assoluta libertà, il che se vuoi non è così scontato. Di solito nelle realtà affermate si tende diciamo a ‘non fidarsi’ del nuovo membro… è sempre un po’ un “sorvegliato

speciale” quando si parla di dire la propria in fase di arrangiamento, ma questo non vale per i Dragonforce. Posso assicurarti che ho goduto davvero della massima libertà per quanto riguarda tutte le scelte relative al mio strumento. Ho davvero apprezzato questa fiducia”, aggiunge, “e

ovviamente ho cercato di ricambiarla, impegnandomi al massimo su ogni mia parte”. Ascoltando l’album, si ha in effetti facilmente conferma di ciò: le varie parti di batteria risultano infatti suonate con il vigore e il piglio classico dei batteristi più estremi, proprio il genere

musicale da cui Gee proviene. “Tra l’altro, non sono nemmeno un batterista prettamente power”. Ci dice infatti. “Arrivo in realtà dal thrash metal. Ho sempre amato il batterismo estremo, e qui nei Dragonforce sorprendentemente ho trovato la possibilità di suonare proprio questo stile. Se ascolti bene - al di là della velocità per cui la band è nota - nelle varie parti di batteria dei Dragonforce ritrovi praticamente tutte le caratteristiche del drumming thrash, solamente declinate in un contesto diverso. Non mi sono dovuto adattare molto allo stile della band, praticamente continuo a fare quello che facevo prima! La differenza grossa che ho visto però sta tutta nell’approccio che ho sul palco: prima, da bravo membro di una thrash band quando suonavo, ero sempre incazzato… ora invece rido, me la godo, e sento l’energia che emana dalla band tutta. È cambiato solo quello!”. L’entusiasmo del ragazzo, anche se sentito per telefono, è davvero contagioso. D’altronde, tutti nella band sembrano essere

A tu per tu con Gee Anzalone, batterista dei funambolici power metallers britannici

Raggiungere l’Infinito di Dario Cattaneo

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Quest’album è davvero un a bomba! Potremmo definirlo come la somma perfet ta di tutte le nostre varie influ enze il disco è un vero e proprio riassunto di quello che sono le influenze individuali di ciascuno”. Dalle parole di Gee si deduce che, nonostante la distanza anche geografica che spesso separa tra loro i ragazzi dei Dragonforce, tutti e sei riescano comunque a fare un buon lavoro di squadra, senza incappare nella situazione frequente in cui ci sono uno o due compositori principale e tre o quattro meri esecutori. “In effetti è come dici tu, all’album ci abbiamo lavorato tutti assieme…”, è la conferma che ci da’ il batterista. “Una volta pronte le idee di base è stato fatto un buon lavoro di squadra. C’è stato molto da impegnarsi per ciascu-

convinti più che mai della qualità di questo ‘Reaching Into Infinity’. “Quest’album è davvero una bomba! Potremmo definirlo come la somma perfetta di tutte le nostre varie influenze”. È infatti il parere di Gee, il quale si accinge subito dopo a spiegarci la seconda parte della propria frase. “Vedi, i Dragonforce sono già di per loro un melting pot di tante influenze, ma in quest’album sembra davvero che siamo riusciti a raccoglierle tutte! Sami (Totman, chitarra, ndr.) proviene dal metal più classico, Herman (Li, chitarra, ndr.) deve invece molto ai vari guitar hero alla Steve Vai. Io e Fred (LeClerq, tastiera, ndr.) prediligiamo come ti dicevo generi più estremi, mentre il cantante Marc Hudson per dire bazzica più sul progressive. Mi sento davvero di dire che nessuno di noi stavolta ha rinunciato a niente, quindi

no di noi, ma direi che il procedimento adottato si è rivelato molto produttivo. Abbiamo ottenuto un gran lavoro in un tempo tra l’altro piuttosto breve. Merito anche del nostro nuovo produttore, Jens Bogren, che ci ha seguiti durante tutto il lavoro”. Anche parlando del produttore, i toni sono entusiasti. “Come produttore Jens ha un suo stile, inconfondibile, che lo rende uno dei migliori nel campo del metal”. Ci spiega. “Ha una conoscenza all’interno della musica, non solo metal tra l’altro, davvero enorme, e noi ci siamo abbeverati da ciò. Sul questo album si sente bene… è riconoscibile nelle varie canzoni un ventaglio di influenze più ampio, una serie di influenze che appunto abbiamo mutuato anche da lui e

CURIOSItà: I Tour dei dragonforce 150 date del tour effettuato a supporto del penultimo album, ‘Maximum Overload’. Serate in cui non si può star male, e si deve sempre dare il massimo, stando pure attenti a come ci si comporta, aggiunge Gee. “Non è questione di far festa o meno, o di non riuscire a reggere musica troppo difficile o meno… È più che altro una faccenda di professionalità. Io sul palco ci lavoro, e non bevo sul lavoro. Una volta finito lo show, ok, si può anche far festa, e a volte lo facciamo. Ma per il resto nei Dragonforce vige la professionalità più assoluta. Pensa che io stesso bevevo e fumavo prima di far parte di questa band… ma con loro ho smesso.” dalla sua esperienza. Lavorare con Jens è stato veramente illuminante”. Il risultato è appunto un album piuttosto vario, che mostra diversi punti di distacco dai predecessori, pur non tradendo in alcun modo la personalità definita della band. Gee ci spiega subito questo fatto, che per lui è un vero e proprio punto di forza. “Trovo positivo che nei Dragonforce che non ci siano album migliori di altri, e neppure peggiori”. Ci dice. “Voglio dire, spesso nelle band famose identifichi un album che a detta di tutti è il migliore… parlo dei vari ‘Master Of Puppets’ o ‘The Number Of The Beast’, ad esempio. Per ogni fan dei Dragonforce però l’album preferito può essere uno diverso. Credo che questa sia la caratteristica di una band unica, di una band che non copia da nessun’altro. Ogni album dei Dragonforce è perfettamente rappresentante la band, ma ogni album è anche unico a modo suo, non derivativo di quelli precedenti. Mi sembra una bella qualità”. Il tempo della

telefonata volge al termine, ma vogliamo approfittare degli ultimi minuti a nostra disposizione per chiedere a Gee se gli risulta difficile suonare parti di batteria tirate e impegnative fisicamente come quelle dei Dragonforce su tour lunghi come quello da cui sono appena usciti. Come si fa a non avere nemmeno un giorno di cedimento? “Lato mio, la mia performance è la stessa tutte le sere”. Ci spiega lui, serafico. “Certo capita il raffreddore, capita la febbre, l’indisposizione… ma posso dirti che se salgo sul palco, la mia prova di batteria rimarrà quella della sera prima e della sera successiva, e conseguentemente anche quella che ascolti su disco. Certo, per i chitarristi forse la cosa vale un po’ di meno, all’interno di una singola canzone l’assolo può magari anche essere reinterpretato o suonato in un’altra maniera, ma sulle ritmiche e sulle parti portanti ti assicuro che ogni passaggio rimane quello che senti su disco. I Dragonforce sono una band assolutamente live, questa è una certezza”.

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di Andrea Schwarz

ProgSpective

In tutti i generi musicali come in qualsiasi forma d’arte ci sono artisti che nel loro percorso artistico raccolgono molto meno rispetto a quanto seminato. A volte questo status gli viene tributato a posteriori, dopo lo scioglimento della band o la morte di quel cantante/artista. Fortunatamente non ci troviamo nel nostro caso in una delle ultime due casistiche ma vorremmo comunque parlarvi di un gruppo che ha dato tanto alla scena musicale in termini qualitativi ma ha probabilmente pagato lo scotto di ‘uscire allo scoperto’ nel momento sbagliato vivendo gli inizi della carriera oscurati all’ombra dei Dream Theater. E non è cosa da poco, tutt’altro. Ma questa difficoltà ha in un certo senso obbligato il quintetto di Kaiserslautern (Germania) a trovare una strada propria, un percorso che potesse differenziarli in un affollatissimo panorama prog metal che ha visto proliferare tante belle proposte ma anche tantissime band clone del ‘Teatro del Sogno’. I membri che compongono la band non sono affatto musicisti sprovveduti poiché prima ancora di fondare la band hanno partecipato a musical come The Rocky Horror Show, Evita, Jesus Christ

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Superstar giusto per citare alcuni titoli anche se la loro prima esperienza insieme come band fu la composizione e la registrazione nel lontano 1991 dell’inno della locale squadra di calcio intitolato ‘Keep On Running’. Chi scommetterebbe che cinque musi-

cisti di siffatta fattura potessero incrociare le proprie strade per un semplice inno di una squadra di calcio? Curioso incontro che li ha portati parecchi anni dopo ad incidere il loro primo full lenght album, precisamente nel 1994 con ‘Colour Temple’. E fin dalle prime note di quell’album ricordo perfetta-

mente lo stupore nel trovarsi di fronte una manciata di canzoni incise con una produzione sopra le righe, pulita ed allo stesso tempo in grado di far emergere tutta l’energia e la maestosità del loro tipico sound con il quale li

abbiamo potuti apprezzare fino ad oggi, con quella vena ispirata e quasi adolescenziale che oggi non fa più parte del loro trademark. Semplicemente perchè come musicisti sono maturati ma questo è un altro discorso….torniamo quindi al loro debut album con quel sound leggermente Eighties e quel particolare stile vocale

P RO

G MUSIC

di Andy Kuntz, un cantante dalla voce leggermente nasale ma in grado di avere una potenza vocale davvero particolare. Al suo interno possiamo trovare autentici classici della loro discografia come l’iniziale ‘Father’ che dopo un inizio classicheggiante sfocia in un possente drumming ed un guitar riff veramente assassino seguita dall’altrettanto energica ed heavy ‘Push’ contornata da alcuni eccellenti guitars solos di Andreas Lill, poco più di quattro minuti lanciati a folle velocità che ammaliano fin dal primo ascolto. Altri brani degni di nota certamente l’altra rockeggiante ‘Judas’ e ‘Back To Me’ che in taluni casi riflette l’influenza di un’altra band tedesca che in campo hard rock ha scritto pagine indelebili: Scorpions. Il quintetto teutonico dimostra una grandissima padronanza esecutiva e di songwriting a tal punto che si fatica a pensare di trovarsi di fronte ad un debut album, la vena maggiormente power piuttosto che prog la fa ancora da padrone ma la loro stella brilla fin dalle prime note di un eccellente disco che a distanza di ventitré anni non dimostra affatto il passare del tempo. Ma ‘Colour Temple’ è stato


solo un antipasto del grande talento di cui i Vanden Plas sono ‘portatori sani’ per arrivare tre anni dopo a pubblicare un autentico masterpiece, un disco che li fece definitivamente brillare nel firmamento prog metal: quel ‘The God Thong’ che li consacrò come splendida realtà e non solo come una semplice promessa a dimostrazione

di quanto l’etichetta di allora, Inside Out, avesse visto lungo nel mettere sotto contratto un ensemble che di esotico non aveva nulla arrivando dalle fredde terre teutoniche ma che dalla propria disponeva di una capacità compositiva che aveva pochi eguali. L’amalgama tra i vari strumenti e musicisti ha qualcosa di incredibile, la produzione continua ad essere eccelsa mettendo in risalto ogni singolo particolare come in un perfetto puzzle. Tanti i brani degni di nota, nessuna ballad ma molte parti melliflue incastonate in brani dove non è stato lesinato alcuno sforzo compositivo / esecutivo, i Vanden Plas riescono a differenziarsi dal prog barocco dei Symphony X e dalle contaminazioni power-prog degli Angra che in quegli anni erano sulla cresta dell’onda (contestualizzare gli eventi è sempre fondamentale….) grazie all’estro di Gunter Werno il quale con le sue tastiere è in grado di donare profondità ai brani ‘colorandoli’ di mille diverse sfumature, il vero valore aggiunto tanto è vero che prestò il proprio talento ad altre bands come Elegy, Kamelot, DC Cooper dei Royal Hunt nel suo bellissimo (ed unico ad oggi) album solista...quante perle da (ri) scoprire. Fu un trampolino per il quintetto di Kaiserslautern non indifferente, maggiore rispetto al debut album poiché riuscirono tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 ad imbarcarsi in

un tour europeo di una quarantina di date, supporting band dei Dream Theater nel tour di supporto a

‘Falling Into Infinity’. Probabilmente i Vanden Plas hanno raggiunto un livello di popolarità che forse non hanno più conosciuto, la Francia è un Paese che tributa i maggiori onori fino alla pubblicazione nel settembre 1999 di ‘Far Off Grace’ sotto l’egida di Dennis Ward (Pink Cream 69), un disco che presenta un inspessimento del sound, ora molto più compatto ed aggressivo rispetto a quanto non fossero stati in grado di comporre pur mantenendo intatto il proprio trademark : ‘Ionic Rain’ è un brano esemplare, cambi di tempo, stop

and go, parti tirate dove le chitarre di Stephan Lill giocano con il possente

drumming del fratello, Andreas. Un’altro tassello essenziale nella discografia dei Vanden Plas è rappresentato da ‘Beyond Daylight’ pubblicato nel 2002, un altro disco che ogni amante del prog metal non farà fatica ad amare fin dalle prime note. Sugli stessi standard qualitativi ai quali il quin-

tetto ci ha abituati, le composizioni sono sempre solide, catchy ed arrangiate egregiamente in un sapiente mix fatto di puntate heavy dal fortissimo flavour proggy come avviene fin dall’iniziale ‘Nightwalker’, oltre sette minuti di delizia sonora. La voce di Andy Kuntz migliora disco dopo disco, riesce ad

essere soft e delicata così come potente ed oscura adattandosi perfettamente ai vari mood che di volta in volta la band propone. Non contenti di quanto siano riusciti a produrre in una carriera assolutamente di altissimo livello, è la volta di cimentarsi in un concept album basato

sulle vicende del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, un album maggiormente darkeggiante ma al tempo stesso affascinante dall’inizio alla fine. Le tastiere di Gunter Werno ‘disegnano’ alcuni soli dei quali non ci si stufa mai di ascoltare pur rimanendo secondari alla loro funzione primaria che è e rimane quella di creare atmosfere dark e misteriose come il personaggio della storia richiede, ‘Silently’ è una semi-ballad che solo i Vanden Plas sarebbero stati in grado di comporre nella sua brillantezza, originalissimo è il rimarcabile lavoro della chitarra di Stephan Lill così come assolutamente fantastica è l’epica ‘January Sun’ che rappresenta uno dei migliori episodi dell’album se non addirittura della propria carriera. Come non rimanere ammaliati dalla costante melodia e dal refrain catchy che accompagna il brano? Imperdibile. Ormai rodatissimi da questo momento in poi non hanno smesso di cimentarsi in concept albums, ‘The Seraphic Clockworks’ del 2010 (un continuo contrasto tra parti darkeggianti ed altre ‘luminose’ come avviene particolarmente in ‘Sound Of Blood’) fino ai due ‘Chronicles Of The Immortal: Netherworld’, una mostruosa opera in due parti in collaborazione con lo scrittore fantasy Wolfgang Hohlbein che portarono la band di Kaiserslautern a rappresentarle anche on stage sotto forma di rock opera per una piccola serie di selezionate esibizioni in alcuni teatri in Germania. Le caratteristiche qualitative nonché compositive sono ormai note, sarebbe superfluo esagerare nella descrizione di questo o quel disco/brano perché quello che caratterizza la loro discografia a partire da ‘Christ 0’ è un songwriting sempre più radicato nel teatro donando quella teatralità e profondità che difficilmente è possibile riscontrare in altre bands del panorama non solo prog, se non addirittura rock. È questo il loro reale valore aggiunto che li differenzia e li rende unici, ascoltando le loro produzioni si riscontrano sempre nuove sfumature, nuovi particolari in un caleidoscopio di emozioni che meriterebbero di tanto in tanto di essere rispolverate e, soprattutto, godute.

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‘Architecture Of A God’, il nuovissimo album patrocinato dai Labyrinth, per dirla in termini accademici, e' una vera e propria lectio magistralis, con all’interno riferimenti illustri e scatti stilistici che amano tradire antiche passioni, per quella che si rivela essere una delle uscite piu' blasonate dell’anno. Ai nostri microfoni e' intervenuto Olaf Thorsen, chitarrista e nume ispirativo della band.

k c a B g n i Never Look

di Alex Ventriglia

Parlare con Olaf Thorsen è come affrontare un fiume in piena. Diretto, essenziale, e per nulla incline al compromesso, il chitarrista toscano, nume ispirativo sia di Labyrinth che di Vision Divine, è uno di quei personaggi che, entrandoci in sintonia, danno decisamente una marcia in più al confronto, e poco importa se trattasi di un’intervista importante o di una semplice chiacchierata. Può nascere davvero il classico articolo “sui generis”, pur ruotando attorno al fulcro nevralgico della contesa, vale a dire ‘Architecture Of A God’, magniloquente, nuovissimo album del sestetto italiano, ambizioso sia nella struttura musicale che nel titolo, perentorio e potente. Al quale Metal Hammer Italia dedica la sua copertina, omaggiando così una delle release più scintillanti pubblicate quest’anno, firmata da uno di quei gruppi che, spesso e volentieri, hanno sovvertito abilmente pronostici e previsioni. Chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza, così diceva un tale che di nome faceva Leonardo Da Vinci, il quale, dentro ‘Architecture…’, è più che una sem-

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plice comparsa, come si vedrà più avanti… Olaf, la prima domanda è forse d’obbligo: cosa è avvenuto dall’annuncio di Mark Boals in avanti? Noi vi avevamo lasciati a quel momento direi importante, per lo sviluppo di tutto il successivo percorso dei Labyrinth. “(Olaf Thorsen) Con Mark Boals, è andata semplicemente così: quando lo abbiam preso, lui abitava a Los Angeles e abbiamo iniziato a mandargli del materiale, ci si stava lavorando, ecco… Poi, nello stesso momento, è stato assunto per il musical ‘Raiding The Rock Vault’ che si svolge a Las Vegas, senza comunque tralasciare il fatto che Mark era impegnato anche con le tournée dei Dokken, reclutato come bassista! Contemporaneamente, si è dovuto trasferire da Los Angeles a Las Vegas, in quanto ‘Rock Vault’ è uno musical permanente che si svolge tutto l’anno nei Casinò di Las Vegas, quindi Mark si è ritrovato ad essere un musicista a tempo pieno di ‘Rock Vault’, impegnato per cinque giorni a settimana…” Quindi mancanza di stimoli, a questo

punto… “Non solo mancanza di stimoli, ma proprio di tempo effettivo! Era davvero il tempo che gli mancava, tra l’altro quei pochi giorni liberi che poteva avere, Mark se li era già giocati suonando con i Dokken, gioco forza non avremmo più potuto fare niente… Con Mark Boals, semplicemente, è nata e morta per motivi non legati a noi, bensì a causa di tutti gli impegni improvvisi di Mark, il quale, in buona fede, accettò di lavorare con noi, ma senza sapere che nel giro di un paio di mesi sarebbe stato tirato dentro ‘Rock Vault’, che, detto per inciso e per chi non lo conoscesse, è un musical di alto livello, con dentro musicisti che hanno fatto la storia del rock e del metal, dove suonano tra l’altro anche i loro brani, è un’enorme jam session permanente con dei musicisti però residenti, che si mettono a disposizione dei vari ospiti; in quest’ottica, Mark è rimasto vincolato, abbiamo provato fino alla fine di conciliare le cose, ma non era fattibile, non riusciva fisicamente a dare un seguito a niente altro, tanto è vero


Con Mark Boals, semplicemente, e’ nata e morta per motivi non legati a noi, bensi’ a causa di tutti gli impegni improvvisi di Mark

che ha dovuto bloccare anche gli impegni con i Dokken, a un certo punto, perché non era più in grado di seguirli. ‘The Rock Vault’ è un’esperienza molto soddisfacente, sia retributivo ma anche artistico, suoni con musicisti di grande spessore, ed è ovvio che ci si debba concentrare in una certa maniera, dando tutto se stessi. È andata così, pazienza…” Non si è prodotto mai nulla? Date le circostanze, non credo… “No, non si è prodotto mai nulla, eccezion fatta per quattro brani solamente abbozzati, ma non completati. Non vedranno mai la luce, tutto lì…” Focalizziamoci dunque sul nuovissimo disco, magniloquente sin dal titolo, ‘Architecture Of A God’: la cosa che mi colpisce molto è che, strutturalmente, è come se fosse un concept album, anche se non lo è, ma le sue linee di base si intrecciano magistralmente, come a ricercare quella comunione… “È un concept musicale, non lirico. Abbiamo deciso di non scrivere un concept per una serie di motivi; intanto, se non hai

l’idea giusta è inutile inventarsi qualcosa tanto per farlo, e poi, come Labyrinth, devo dire che i concept non sono stati poi così frequenti nella nostra storia, eccezion fatta per ‘Return To Heaven Denied’, nato a sua volta come continuazione di un altro concept, quello iniziato con ‘No Limits’ e infine completato con ‘Return To Heaven Denied Part II’. Ma non siamo mai stati una band in stile concept disco dopo disco… Con questo album ci sembrava giusto mantenere i pezzi separati, da questo punto di vista; musicalmente, invece, li abbiamo collegati molto, molti brani al loro interno hanno dei richiami che poi tornano, nel loro complesso, su ‘We Belong To Yesterday’, una canzone che raccoglie dentro sé un po’ tutti questi richiami, emblematica anche in tal senso.” Osservando la copertina e sottolineando il titolo dell’album, mi viene da chiederti se alla base ci sono dei riferimenti alla teologia, o dei richiami massonici. O che altro ancora, che possa spiegare un titolo così potente, quasi volesse nascondere una storia

ermetica, senz’altro… “Intanto abbiamo cercato da subito un titolo univoco, come fu per ‘Return…’ e come in pratica ci è sempre piaciuto fare, lasciando stare titoli usati ed abusati, e puntando invece ad intrigare, a colpire l’immaginazione; pensa a un ‘Kill’em All’, a ‘Master Of Puppets’, ‘Parallels’, ‘Perfect Symmetry’, entrambi dei Fates Warning, sono titoli che ti intrigano, ti lasciano lì a pensare, ti viene da chiederti: ma cosa vorrà dire? E noi volevamo un titolo così, forte ed intrigante, e che si rifaceva bene a un’idea che avevamo in testa noi. Per esempio un titolo che mi piaceva molto era ‘Reconquering The Throne’, ma era già stato utilizzato dai Kreator… Ci piaceva quest’idea, voluta e con una giusta dose di presunzione, di reclamare una certa importanza per i Labyrinth, una band che c’è sempre stata, ma negli ultimi anni forse un po’ dimenticata. In realtà, noi ci siamo e abbiamo fatto tanto. L’architettura di un Dio, sottintende, con un velo di presunzione, questo Mito che torna e che costruisce

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Leonardo e’ il piu’ grande genio che ci sia

Per me

stato nel mondo

un qualcosa dopo sette anni, quindi diciamo che ci piaceva questo collegamento particolare, ma dal significato un po’ nascosto…” Sì, infatti è quasi nascosto, non è così lampante… “Non doveva essere lampante infatti, ci è piaciuto molto anche per questo; ‘Reconquering The Throne’, invece, nonostante fosse un titolo molto bello, era fin troppo diretto, non adatto anche per il tipo di persone che siamo; poi capisco che per molti fans, specie dei Vision Divine, ‘Architecture…’ possa essere un titolo un po’ fuorviante, che lasci intendere a un altro concept su Dio, o sulla religione, ma con tali tematiche non c’entra niente, meglio dirlo subito.” Beh, però anche la copertina può essere fuorviante allora, con questa cattedrale che si staglia verso l’alto e il rosone con dentro il labirinto in primo piano. “In realtà la copertina originale avrebbe dovuto essere quella sul retro, e le nostre foto all’interno del booklet avrebbero dovuto riprendere lo stesso soggetto, ma sempre con la stessa tecnica del fumetto che dentro comunque troverai; poi, in seconda battuta, l’abbiamo anche per avere un’immagine forse più immediata e diretta, se vogliamo, e dietro suggerimento della stessa Frontiers, dobbiamo riconoscere che la label ci ha dato un input molto interessante in merito; a volte magari è difficile per una band accettare che si modifichi in maniera così importante una cosa già impostata, però eravamo talmente concentrati sullo scrivere le canzoni che magari ci siamo fatti consigliare. Però questa avrebbe dovuto essere la vera copertina, con delle modifiche, certo, doveva essere più piccola e con più richiami “Leonardeschi”…” Vero, ha un qualcosa che può ricordare il celeberrimo “Uomo vitruviano” di Leonardo… “Per me Leonardo è il più grande genio che ci sia stato nel mondo, ed è italiano, il messaggio massonico, nascosto, forse c’è ed è questo, siamo italiani e non c’è bisogno di essere esterofili. Abbiamo sempre fatto il meglio, noi italiani… Per quanto riguarda il significato del titolo, anche questo ha una storia tutta sua, il testo è ispirato a ‘Mr. Nobody’, soprattutto il film, con Jared Leto, che ti consiglio vivamente di vedere, anche se non è uscito in Italia. Èun film molto filosofico, la storia è complessa ma avvincente, parla di un mondo popolato da immortali e nel quale vive l’ultimo essere mortale di 117 anni, e che si appresta a morire… Viene intervistato riguardo la propria vita e racconta la sua storia, di quando lui, da bambino, ha capito che il mondo è bello, ma si basa tutto su scelte, e il brutto di scegliere è che tu smetti di avere delle opzioni nel momento in cui scegli. La storia si snoda attraverso tre donne, tre bambine con cui lui cresce… Potrebbe innamorarsi e sposare ciascuna delle tre, e con ciascuna delle tre lui riesce a vedere il futuro, cioè si immagina come sarebbe la sua vita nel futuro, ma ben comprende che, una volta scelta una di loro, non può tornare indietro. Poi la cosa va avanti, ci sono dei colpi di scena, io però non voglio rovinarti il finale, perché è un film che torno a consigliarti,

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molto cervellotico e che non è stato capito da tanti. Se ti piacciono pellicole di un certo tipo, è un film molto poetico e complicato fino all’ultimo, sempre basato sulla scelta, la vera essenza di tutta la storia. Se tu guardi il film e poi leggi il testo di ‘Architecture Of A God’, capisci che questo testo non è altro che la storia, riassunta e stilizzata, di ‘Mr. Nobody’.” Anche leggendo le prime recensioni circolate di ‘Architecture…’, tra pareri illustri e altri meno, l’idea precisa che mi sono fatto è che, nonostante ci sia ancora qualcuno che voglia sempre forzare la mano, sui paragoni oramai noiosi con lo stile di ‘Return…’ e a quella vena “power metal” ad esso riconducibile, questo lo trovo un album estremamente maturo, ha un approccio di livello superiore, a mio avviso. “Abbiamo superato tutti quarant’anni, come puoi chiedermi di rifare un disco che ho fatto quando ne avevo venti? Se io lo facessi, vorrebbe dire che ho dei problemi, che in tutti questi anni non sono maturato, che nella mia vita non fatto nulla! Non puoi fare dopo vent’anni lo stesso, identico disco… C’è chi lo fa, d’accordo, e non la trovo neppure una cosa negativa, ma lì entri in un processo di business in cui, necessariamente, quella è la tua attività principale, e poco altro importa. Ci sono delle bands che, come noi, non ne fanno una questione di business, ma di espressione; per cui, per noi, ogni album viene dopo, ma proprio in senso di arco temporale e artistico, ragion per cui non posso essere cinque o sette anni dopo la stessa persona del 1998. Da questo punto di vista spero però ci possano sempre essere dei piccoli richiami a ‘Return…’, in questo caso anche più marcati perché così abbiamo voluto, abbiamo voluto non distaccarci troppo da quel disco, ma da qui a sentirsi quasi obbligati a rifare ‘Moonlight’, ‘Thunder’, o ‘New Horizons’ ce ne passa. Non era quello l’obiettivo, che invece abbiamo perseguito e

Volevamo che per noi questo disco fosse un po’ l’equivalente di ‘Empire’ per i Queensryche raggiunto con ‘Return… Part II’, ma è stata una linea che è andata in quella direzione volutamente, è un’altra cosa ed è legata anche al titolo dell’album. Tipo ‘Operation: Mindcrime’ dei Queensryche. Se si chiama così, e lo numeri due, tre o quattro, devi comunque mantenere una sonorità che ricordi il primo.” Mi fa specie che ritorni a coinvolgere gli stessi Queensryche, autori di un altro capolavoro che risponde al nome di ‘Empire’, album che forse è la quintessenza dell’imprinting diciamo “adulto” che si respira dentro ‘Architecture Of A God’. Per dire, la title-track può essere la vostra ‘Silent Lucidity’… “Sì, potrebbe essere, ma è il concetto stesso che può essere trasferito. ‘Empire’, e sottolineo il fatto che tu sei l’unico che l’ha beccato, è un disco a cui noi ci siamo ispirati non musicalmente, ma come valore intrinseco. ‘Empire’ è l’album con cui i Queensryche, dopo una serie di dischi già clamorosi, hanno messo i puntini sulle i, sono andati oltre. Non si sono fermati a ‘Operation: Mindcrime’, non hanno fatto la relativa seconda parte, ma hanno fatto ‘Empire’. Alzando la fatidica asticella, definitivamente… Volevamo che per noi questo disco fosse un po’ l’equivalente di ‘Empire’ per i Queensryche, crediamo che ‘Architecture…’ possa avere un valore destinato a rimanere più a lungo, questo è un disco che, per assurdo, può essere scoperto nel tempo, per quello che dà e che rimane, come band Labyrinth.”

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‘The Source’ E' il nuovo capitolo della ormai nota ‘Universal Migrator Saga’. Dopo la pausa presa con gli estemporanei ‘The Theory Of Everything’ e ‘The Gentle Storm’ era quindi tempo per Arjen Lucassen di rimettersi al lavoro su quella trama principale che, di fatto, unisce tra loro quasi tutti i suoi dischi.

e l b a t c i d e Unpr

S E I R O ST

di Dario Cattaneo

In un’intervista con Arjen Lucassen gli argomenti sui quali discutere non mancano mai. A parte le complesse trame per cui il progetto Ayreon è ben noto da tempo; l’artista olandese possiede anche una personalità profonda e multisfaccettata capace di fornire praticamente a getto continuo nuovi argomenti su cui dibattere. La prima domanda però che ci viene spontaneo fargli riguarda il lussuoso ‘parco cantanti’ raccolto per la registrazione del nuovo album, ‘The Source’. Il compositore olandese ha infatti richiamato in servizio diversi grossi nomi che già avevano collaborato con lui su album precedenti, contravvenendo così a una delle sue regole più antiche: ogni

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cantante può essere presente nel progetto Ayreon una sola volta. “È vero, è da sempre che ho questa idea che con ogni artista io debba lavorarci una volta sola per questo progetto...”, ci spiega lui. “Ma stavolta mi sono accorto che questa auto imposizione mi limitava. Ho seguito sempre piuttosto fedelmente questa linea guida, su ‘The Theory Of Everything’ ogni cantante era un collaboratore del tutto nuovo per me, ma stavolta penso che attenermi a questa mia regola non avrebbe funzionato. ‘The Source’ è un album che chiude un cerchio sulla trama di diversi album, e mi servivano voci che già conoscevo, e che già avevo convo-

cato in passato. Così ho semplicemente abbassato questa regola: stavolta se un ruolo richiedeva un nome che avevo già in mente, l’avrei semplicemente chiesto all’artista in questione, senza preoccuparmi di averci già lavorato assieme. Avevo in mano una storia forte, volevo i migliori cantanti per quei ruoli, senza costruirmi da solo limiti difficili”. La spiegazione, sorprendentemente, tocca poi però anche il più triviale argomento economico. “Sai, sarò onesto… l’album prima di questo - ‘The Theory Of Everything’ - ha venduto poco. Meno di tutti gli altri. La gente l’ha trovato complicato, e inoltre qualcuno si è lamentato della mancanza


di questo sarò onesto… l’album prima - ha venduto ‘The Theory Of Everything’ . La gente l’ha poco. Meno di tutti gli altri re qualcuno trovato complicato, e inolt di cantanti si è lamentato della mancanza etto. identificati con questo prog di cantanti identificati con questo progetto. Non voglio dire di essere uno che si fa influenzare dai pareri letti in rete, ma non farci nemmeno un pensiero – una sorta di autocritica - non mi è parso il modo giusto di agire”. Nonostante l’amara ammissione sugli scarsi risultati economici del predecessore di ‘The Source’, Arjen ci tiene però a sottolineare di non avere rimorsi relativamente a quel lavoro. “Non ti sto dicendo che rimpiango quanto fatto con quell’album”. Ci dice infatti lui, sicuro. “Le sonorità Anni ’70 che in tanti hanno trovato così ‘difficili’ a me invece piacciono da sempre. Fanno parte del mio DNA. Ho sempre fatto album classificabili come progressive metal, con ‘Theory of Everything’ volevo semplicemente fare un passo indietro, risalire verso le origini di quel genere. Yes, Genesis… tutte quelle band senza le quali non esisterebbe la mia musica. Ritornerò comunque su queste sonorità, te l’assicuro”. La conversazione si sposta però di nuovo sul protagonista della chiacchierata, il ben più pesante e metallico ‘The Source’. E ‘pesante e metallico’ non solamente a nostro giudizio. “Questo è in effetti un album molto heavy, davvero ‘guitar driven’, direi”. Ci spiega infatti lui stesso. “Possiamo dire sia stata una decisione precisa, in generale nella mia carriera è sempre così. Ogni mio album mostra sonorità che rispondono in maniera opposta a quelle dell’album precedente. ’The Theory of Everything’ ad esempio era una risposta a ‘01001101’, un album più pesante e diciamo moderno. ‘The Source’ lo possiamo considerare come una risposta all’album che ho registrato l’anno scorso con Anneke Van Giersbergen, ‘The Gentle Storm’. Si

ho pensato che il soggetto di quell’immagine poteva essere un es -

sere umano, che era stato costretto a vivere sott’acqua. Una sorta di

razza acquatica primeva, da lla quale poi era evoluta la razz a

dei Forever, quella di cu i si

narrava su ‘01011001’.

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trattava di un lavoro davvero… femminile, non credo di poterlo descrivere meglio. Due persone che si separano, che si scrivono lettere d’amore l’un l’altro… non sono argomenti che tratto di frequente. E così quest’album è l’opposto: ha molte voci maschili, e il concept parla dell’estinzione di un’intera razza. È un album decisamente più macho!”. Giacchè il discorso ha toccato ancora una volta la trama del nuovo lavoro, chiediamo a Arjen di parlarcene un po’. Una cosa che di sicuro ci ha stupito è però apprendere che, stavolta, l’eclettico compositore olandese nello stendere l’intreccio invece che dal concetto è partito… dalla copertina. “Sapevo che ti avrebbe sorpreso saperlo…”, sogghigna, vedendo la nostra faccia un po’ smarrita. “Ma questo aspetto è stato voluto. Mi sono proprio detto: ‘stavolta partiamo dall’artwork, non dalla musica, vediamo

cosa viene!’. È così ho cercato qualche idea su Google, per ben tre settimane. Dopo un po’ di ricerche infruttuose sono incappato in alcuni lavori di un’artista francese che non conoscevo. Incredibili, erano bellissimi. Così ho approfondito i suoi lavori, e ho scovato l’immagine della donna immersa nell’acqua, con i tubi. A quel punto mi si è aperta una porta nel cervello: ho pensato che il soggetto di quell’immagine poteva essere un essere umano, che era stato costretto a vivere sott’acqua. Una sorta di razza acquatica primeva, dalla quale poi era evoluta la razza dei Forever, quella di cui si narrava su ‘01011001’. Mi è sembrato un modo di chiudere un ciclo: gli umani discendono dei Forever del pianeta Y, ma i Forever stessi discendevano da una razza più antica, sempre umana, che era stata costretta a scappare su un altro pianeta,

e ad adattarsi a vivere sott’acqua. Ovviamente, mi è stato chiaro fin da subito che la trama di quest’album doveva essere un prequel della storia che avevo scritto finora”. Il non rispetto della continuità cronologica dei suoi vari lavori è in effetti una costante per il compositore olandese. A tal riguardo, gli chiediamo se ogni lavoro è stato scritto a se stante, senza alcuna idea di ciò che sarebbe arrivato dopo, o se aveva già in mente un quadro generale prima di mettersi a scrivere. La risposta, stavolta, non ci sorprende. “Nessun disco del progetto Ayreon è mai stato composto con l’idea di cosa sarebbe arrivato dopo”. Ci dice, in tutta onestà. “Ma credo che la cosa che preferisco di questo universo di cui sto narrando sia proprio questa sua imprevedibilità. Adoro le cose non predicibili. Quando composi il primo album del progetto Ayreon, non sapevo

ere Mi è sembrato un modo di chiud un ciclo: gli umani discendono dei ver Forever del pianeta Y, ma i Fore più stessi discendevano da una razza m antica... la trama di quest’albu lla doveva essere un prequel de a. storia che avevo scritto finor

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sono a tutti gli effetti un recluso. Non lascio mai la mia casa se non per il jogging o per la spesa. che ne avrei fatto un secondo. Era per questo che lo chiamai ‘The Final Experiment’: doveva essere l’esperimento finale di quanto mi ero immaginato in termini di storia da narrare. Ma poi sono arrivai nuovi impulsi, nuove idee, nuove conoscenze, e la storia è andata avanti molto più del previsto. Ma non sarò mai in grado di dirti quale sarà il prossimo passo di questa complessa trama, non ci ho ancora pensato”. Piena libertà artistica quindi, una vera manna dal cielo per una mente vulcanica come la sua. Ma, come ci dice subito dopo lui stesso, non tutte le rose sono senza spine. “Sai, tutto questo è bello, però… sta diventando progressivamente più difficile scrivere nuove storie per Ayreon”. Ci confessa, a sorpresa. “Sto diventando vecchio, questo universo sta crescendo sempre di più, e non ripetersi sembra a ogni disco un’impresa più grossa. Però c’è da dir che io amo la pressione. Mi serve, mi fa lavorare. È quello che si chiama stress positivo, uno stress che ti fa muovere, non che ti tiene bloccato. Probabilmente sono fatto così: senza una montagna da scalare, non mi arrampicherei. Per fortuna, per ora la montagna me la creo da solo con i miei stessi lavori, ma chissà cosa succederà in futuro”. La propensione dell’artista a parlare di se ci spinge a fargli qualche domanda più personale, a partire dall’immagine che lui stesso dipinge di se, ovvero quella di un vero e proprio recluso. Un’immagine che però cozza con la sua tendenza a cercare il confronto con i fan via web. Gli chiediamo perciò una spiegazione al riguardo. “Sai, sono in molti a chiedermi se sono veramente un recluso come spesso amo definirmi, dato che ho interazioni molto fitte con i fan sui social… sembrerebbe un controsenso, ma non lo è. Ho scritto una canzone sull’argomento nel mio album solista ‘Lost in The New Real’, intitolata ‘The Social Recluse’. Parla di me. Comunque, per risponderti,

sono a tutti gli effetti un recluso. Non lascio mai la mia casa se non per il jogging o per la spesa. Non invito quasi mai nessuno, non mi reco dagli amici, e le uniche persone che vedi in casa mia sono la mia ragazza e mia figlia. Però adoro stare al computer, e sentire la gente da lì. È un tipo di interazione che cerco, e che penso mi serva a relazionarmi comunque con il mondo”. Una risposta che ci dipinge l’immagine di una personalità complessa e multi-sfaccettata, un po’ come le sue abilità, vale infatti la pena ricordare che, oltre che valido compositore, Arjen è anche un abile chitarrista e un buon cantante. Interpellato su questo punto, però, lui ci sorprende un’altra volta, confidandoci che in verità non si sente né musicista né compositore, ma qualcos’altro. “Chitarrista, cantante, compositore…”, mugugna pensieroso. “In realtà la figura che mi sento più di essere è ‘produttore’. Sì, è questo che sono, un produttore. In verità non mi sento eccezionale in niente di quello che faccio: so cantare solo benino, so suonare la chitarra bene ma, per dire, ma su questo disco ho avuto Gilbert e Guthrie Govan come ospiti e quindi non stiamo nemmeno a parlarne… però quello che so fare bene è avere una visione di insieme. Mettere insieme i pezzi al fine di formare un immagine. È questo il mio punto di forza. Quando inizio un lavoro, io vedo già il punto dove si deve arrivare. Vedo l’immagine intera, e se fossi solo un’artista probabilmente non vedrei. Quello che faccio è guidare una serie di piccole e grandi scelte in modo da raggiungere quell’immagine, da renderla reale. Credo che questa sia la cosa che in assoluto mi trovo meglio a fare”.

Curiosità: Arjen vs Toby Nel 2008, all’indomani dell’uscita contemporanea di ‘The Scarecrow’ degli Avantasia e ‘01001101’ di Ayreon, corsero sul web delle voci che sostenevano che i due mastermind dei rispettivi progetti, Sammet e Lucassen, non corresse buon sangue. L’olandese ci smentisce questa annosa questione con tutta la simpatia di cui è capace: “La storia della presunta rivalità tra me è Tobias è qualcosa di proprio buffo… deriva tutto dal fatot che lui è una persona così sincera, così spontanea, che dice sempre quello che gli passa in mente senza starci a pensare troppo. Tutto risale a quando pubblicammo ‘01001101’ e ‘The Scarecrow’. Durante un intervista lui disse qualcosa di negativo sul mio lavoro, qualcosa che di sicuro gli passò per la testa solo quel momento… e la gente semplicemente ci montò un caso sopra. A me non interessò per nulla quella frase, neanche me la ricordo, ma poi lui mi scrisse dicendo: ‘senti, non ci conosciamo se non per i nostri lavori. Ho detto una cosa su di te che non volevo dire. Non se nemmeno se l’hai letta, ma volevo solo dirti che non lo pensavo veramente, che mi è scappata così’. Tobias è un tipo talmente sincero e spontaneo che dopo quell’episodio non abbiamo potuto che diventare grandi amici, checché ne avessero poi detto gli altri. Mi ricordo che dopo la nostra prima discussione parlammo del fatto che se proprio dovevamo odiarci l’un l’altro era semmai perché io avevo avuto Bruce Dickinson, uno dei suoi eroi, su uno dei miei album, mentre lui aveva invece ospitato Alice Cooper su una sua canzone, un artista che io invece non ero mai riuscito a convocare!”.

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Metal Hammer Italia incontra i finlandesi Wintersun per discutere della prossima release della band e sbirciare dietro le quinte della loro raccolta fondi.

A

Change of Seasons

Alla fine di ottobre del 2012 gli Wintersun pubblicarono ‘Time I’, secondo capitolo della loro discografia. Sicuramente la band non immaginava lo strepitoso successo che avrebbe avuto, né che sarebbe stato acclamato come uno degli album più belli – se non il più bello – dei primi diciassette anni del terzo millennio. Con un singolo album, la formazione finlandese si è garantita una fanbase immensa e fedelissima, che per cinque anni ha atteso spasmodicamente l’arrivo di un erede al trono dell’opera da loro tanto amata. Quest’anno gli adulatori degli Wintersun verranno accontentati, anche se il successore di ‘Time I’ non sarà il tanto chiacchierato ‘Time II’, ma un concept di tutt’altra natura, il cui titolo è ‘The Forest Seasons’. La band ci racconta brevemente la nascita dell’album:

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di Alessandra Mazzarella

“È iniziato tutto qualche anno fa, mentre Jari stava passeggiando senza meta per i boschi nei pressi di casa sua. La bellezza e l’alone di mistero che circondano la foresta lo hanno rapito, dandogli l’ispirazione che lo ha spinto a scrivere una canzone dedicata a questo maestoso elemento della natura. Nello stesso periodo i nostri fans ci suggerivano di dare il via a una raccolta di fondi per ovviare ai grossi problemi di natura economica cui si va incontro quando si producono album imponenti e cinematografici come quelli degli Wintersun. Dopo un’approfondita riflessione, abbiamo deciso di avviare un crowdfunding e includervi questa nuova “canzone della foresta”, anche se dopo un po’ ci sembrò un’idea (ovviamente) migliore quella di scrivere

un nuovo album con le risorse che avevamo in quel momento. Tirare fuori qualcosa di nuovo dopo tutto questo tempo è una splendida sensazione”. A questo punto è ovvio chiedere quale sia la connessione tra le stagioni citate nel titolo dell’album e il concetto centrale della foresta, e la spiegazione non tarda ad arrivare: “L’elemento della foresta è venuto fuori da una singola canzone, anche se poi si è espanso fino a influenzare la nostra decisione di comporre un brano per ogni stagione dell’anno. Dovete sapere che in realtà Vivaldi non ha avuto una grande influenza su questo album: a livello musicale non ci sono connessioni di alcun tipo, l’unico vero legame con la sua opera sta nell’omonimia del titolo. Queste sono rigorosamente le


Curiosità: Il Forest Package Com’è ben noto gli Wintersun hanno scelto il crowdfunding come mezzo per finanziare questo nuovo album, e se ne parla in maniera esaurente anche nella presente intervista. Chi sceglieva di contribuire, con la somma di cinquanta euro, riceveva il cosiddetto ‘Forest Package’, il quale includeva: il booklet in qualità 5K, il disco ‘Forest Seasons’ in digitale (anche in versione strumentale e con tracce isolate), ‘Time I’ e ‘Wintersun’ rimasterizzati, un live al Tuska del 2013, e il pezzo ‘Loneliness (Winter) in un esclusiva variante acustica.

quattro stagioni degli Wintersun!”. Gli Wintersun ci tengono a far sì che il concept da loro ideato sia capito e processato dal pubblico esattamente nel modo in cui è stato elaborato in principio, perciò ci offrono una spiegazione dettagliata e meticolosa delle quattro canzoni che compongono l’album e dei loro significati: “La canzone primaverile, ‘Awaken from the Dark Slumber’, parla di come ogni cosa torni a vivere dopo un lungo inverno; Allo stesso tempo, descrive il risveglio da un coma durato una vita. La canzone è suddivisa in due parti: la prima, oscura e spaventosa, rappresenta per l’appunto il coma appena citato; la seconda, gioiosa e piena di speranza, corrisponde al risveglio, e credo sia questo lo stato umorale preponderante del brano. La canzone estiva, ‘The Forest That Weeps’, è una composizione maestosa e imponente guidata da un coro maschile. Va a descrivere la dura estate del Nord, con le sue piogge e il suo grigiore. Probabilmente è un concetto difficile da processare per chi di norma vive questa stagione con giornate limpide e calde. La canzone autunnale, ‘Eternal Darkness’,

è di gran lunga la traccia più brutale mai scritta dagli Wintersun. È il nostro mostro, che ruota intorno alla morte, al buio tipico dell’autunno, un’immagine opprimente e indigesta - la nostra bestia in metallo nero. La canzone invernale, ‘Loneliness’, rallenta il passo dell’album. È arricchita da splendide melodie e parti vocali pulite. Questo brano ha una vena malinconica molto pronunciata e riesce a trattare un argomento duro come la solitudine trasmettendo comunque una piacevole sensazione di pace. È possibile accostare le quattro stagioni di ‘The Forest Seasons’ a tutto ciò che accade nella foresta in determinati periodi. Ovviamente un simile parallelismo può essere applicato alla vita stessa. La primavera, ‘Awaken from the Dark Slumber’ parla effettivamente di un risveglio che riporta alla vita, della recettività per l’illuminazione e di prestare attenzione a tutto ciò che ti circonda; purtroppo troppe persone vivono nella loro bolla senza curarsi del mondo esterno o capirlo per ciò che effettivamente è. L’estate, ‘The Forest That Weeps’, è probabilmente accostabile a ‘Summertime

Sadness’ di Lana Del Rey, una canzone bella e atmosferica che nasconde una chiara bramosia per qualcuno o qualcosa. Dovrebbe essere una canzone solare e allegra, ma in Finlandia le estati possono essere particolarmente grigie a causa delle potenti piogge che la tempestano e, di conseguenza, il brano è stato concepito in questo modo. L’autunno, ‘Eternal Darkness’, può essere meraviglioso, ma nelle dure terre del Nord, quando il gelo chiude la sua morsa, il buio avanza e tutto muore. Questa canzone ha come focus la morte del padre di Jari, pur presentando un’angolazione umoristica a tinte fosche. Vuole presentare la morte come un’entità risentita e invidiosa della felicità e della gioia delle persone, perché in fondo anche lei si sente sola. E l’inverno, ‘Loneliness’ ritrae la bellezza e la tranquillità della neve che ti circonda, anche se con il buio tipico di questa stagione è difficile percepire le altre persone intorno a te. I colpi della solitudine possono essere sorprendentemente difficili da incassare, visto che in inverno tutte le persone se ne stanno rintanate in casa.

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Nella canzone c’è anche l’interessante dicotomia che divide l’individuo tra la spasmodica ricerca di compagnia e la pace infusa dal godere della compagnia di se stessi. È strano da spiegare, ma è una sensazione molto familiare”. Un nuovo concept album, sicuramente diverso dal suo predecessore, avrà richiesto un modus operandi diverso da quello adottato nella situazione antecedente. La conferma non tarda ad arrivare: “Anche se il sound dell’album è puramente quello degli Wintersun, quando abbiamo lavorato sulle nuove canzoni la nostra attenzione si è riversata completamente sui sentimenti che queste trasmettono, cercando di rimanere più fedeli al nucleo compositivo piuttosto che tuffarci a pie’ pari in un mood progressive come in passato. Dal momento che il tema centrale è la foresta -e tutte le similitudini tra questa e il dipanarsi dell’esistenza- tutte le canzoni presenteranno degli Wintersun più profondi ed emotivi rispetto alle pubblicazioni precedenti pur mantenendo l’esperienza epica nel nostro stile”. Si ritorna per un attimo alla fonte d’ispirazione per ‘The Forest Seasons’, un connubio di intimità condivisa e amore per la propria terra d’origine: “A tutti noi piace praticare attività all’aperto, difatti l’ispirazione per questo album è proprio la foresta. Non è un mistero che la

In realtà Vivaldi non ha avuto una grande influenza su questo album: a livello musicale non ci sono connessioni di alcun tipo, l’unico vero legame con la sua opera sta nell’omonimia del titolo. Queste sono rigorosamente le

degli Wintersun. 34 METALHAMMER.IT

quattro stagioni

-Jari Mäenpää

Finlandia, il nostro Paese, sia praticamente ricoperta di boschi – c’è tanto da esplorare e tanto da cui farsi ispirare. L’ispirazione può arrivare da qualunque posto e in qualunque momento, colpisce quando vuole lei, anche se per gli Wintersun i temi principali sono sempre stati molto personali, derivanti da Jari e dalle sue più grandi emozioni e esperienze: quando la musica è potente e aggressiva, di solito racconta la storia che sta dietro ai peggiori momenti che ha vissuto. Ciò che rende il tutto così bello è questo contrasto quando si tratta di testi e musica”. A sentir parlare la band, pare che abbiano per le mani qualcosa di veramente fantastico e incredibile. Ci si domanda però se le aspettative dei fan non verranno deluse da un qualcosa che non si avvicina neanche minimamente a un sequel di ‘Time II’; i ragazzi però non sembrano minimamente preoccupati: “Questo album sarà molto meglio di Time II!” questa affermazione è accompagnata da una fragorosa risata. “È più introspettivo, emotivo e maturo dei suoi predecessori, quindi penso che farà una presa particolarmente profonda su chi lo ascolterà. L’unica cosa che manca sono gli assoli omicidi che tanto piacciono ai guitar heroes, spero solo che questo fattore non sia un gran deterrente. Gli assoli di chitarra sono forti, ma quando l’intero brano è particolarmente valido non c’è bisogno di farcirlo con degli abbellimenti inutili – parola di bassista!”. A quanto pare però, comporre musica valida non è un’impresa da

La tracklist di ‘The Forest Seasons

1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) 14:41 Part I The Dark Slumber Part II The Awakening 2. The Forest That Weeps (Summer) 12:18 3. Eternal Darkness (Autumn) 14:08 Part I Haunting Darkness Part II The Call of the Dark Dream Part III Beyond the Infinite Universe Part IV Death 4. Loneliness (Winter) 12:54


Per ‘Time I’ ci è toccato scendere a

promessi

com-

non indifferenti: nel complesso

suona bene, ma il risultato finale non

tocca neanche il 60% avevamo in mente all’inizio. poco e l’insidia del blocco creativo è sempre dietro l’angolo: “Assolutamente sì, questi blocchi sono davvero molto comuni” ci confermano. “Possono capitare a Jari come a chiunque altro di noi, purtroppo non è raro rimanere impantanati in certe situazioni che ti mandano al manicomio. In casi come questi è fondamentale concentrarsi su altre cose, anche su un’altra canzone, per rilassare un po’ il cervello, così poi si può ricominciare a lavorare a mente fresca, senza stress inutili”. Eppure qualcosa non torna: sembra quasi impossibile che sulla produzione di ‘The Forest Seasons’ non gravi lo spauracchio di ‘Time I’, e che il terrore di non riuscire a scrivere un’altra opera di quella caratura non abbia avuto la minima influenza sul risultato finale. La band ci tiene a confermare che il passato, in quanto tale, non può incatenare il presente: “Noi tutti, e Jari in particolar modo, sprigioniamo musica da tutti i pori, è la nostra natura, per questo motivo non ci sentiamo schiacciati dal successo del nostro album precedente. È tutto un processo estremamente semplice e spontaneo, e vogliamo comporre senza la zavorra di uno standard qualitativo e compositivo prestabilito. Quel che è fatto è fatto, se poi riesce anche a piacere a qualcuno possiamo solo esserne compia-

di ciò che

-Jari Mäenpää

ciuti”. Quindi si può dire che gli Wintersun non temono nulla, né le aspettative, né gli standard, né i loro stessi fan: “Non crediamo ci sia bisogno di spiegare che dentro a ogni testa c’è un’opinione diversa, perciò predire il successo o la disfatta del nostro lavoro è logicamente impossibile. Di una cosa però siamo sicuri: ‘The Forest Seasons’ offrirà qualcosa di nuovo che sarà fresco e interessante soprattutto per i nostri fan - ma anche per persone che non ci hanno mai ascoltato prima, visto e considerato che in questo album abbiamo fatto in modo di inserire il maggior contrasto possibile, inserendo fasi che passano da un sound pop e commerciale all’anticonvenzionalità del black metal”. L’ultima domanda è ovviamente incentrata sulla campagna di crowdfunding che gli Wintersun hanno messo in piedi per finanziare la costruzione di uno studio privato; campagna di un successo straordinario, che ha raggiunto e superato gli obiettivi prefissati in tempi da record, un’ulteriore prova dell’amore incondizionato dei fan per la band: “Realizzare un album della caratura dei nostri non è come produrre un progetto qualunque, per questo motivo abbiamo deciso che sarebbe stato necessario costruire uno studio tutto per noi, per produrre

i nostri lavori al meglio. Per ‘Time I’ ci è toccato scendere a compromessi non indifferenti: nel complesso suona bene, ma il risultato finale non tocca neanche il 60% di ciò che avevamo in mente all’inizio. L’unica cosa giusta da fare è produrre musica esattamente come si vuole, perché se ogni volta si rimane delusi non ha alcun senso continuare. Le etichette discografiche hanno spese ragguardevoli per i loro dipendenti e il duro lavoro che viene svolto per la promozione, il marketing… Perciò non guadagniamo niente neanche dalle vendite. Sicuramente non possiamo permetterci studi di terzi, perché la nostra “musica ibridata con la matematica” richiede la registrazione di centinaia di tracce per ogni singola canzone; ne conseguirebbe una spesa titanica, ben oltre la portata delle nostre tasche. Questi progetti richiedono tempo e un lavoro di controllo certosino per assicurarsi che tutti gli elementi suonino e si fondano insieme al meglio. Per questi motivi avere uno studio tutto sarebbe la soluzione migliore, così da risparmiare tempo e denaro e pubblicare album qualitativamente più elevati in maniera più veloce ed efficiente. Vogliamo che il futuro degli Wintersun sia molto più funzionale di quanto non sia stato fino ad oggi!”.

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Gli aggueriti nani pisani arrivano al terzo album piu' in forma che mai! li incontriamo prima che inizino il tour per riconquistare l'arkengemma

Verso Erebor

di Stefano Giorgianni

U

n gelido vento soffia alle pendici del reame dei Wind Rose e una pietra si erge solenne su promontorio arido e ricoperto di ghiaccio. Questa è la cornice dipinta sullo sfondo del nuovo album della band pisana, ‘Stonehymn’, un terzo full-length che dimostra l’indiscutibile maturazione di un gruppo sulla via di diventare una delle realtà più convincenti e solide del panorama symphonic-power internazionale. Non potevamo dunque evitare di parlare con gli Wind Rose a proposito di quest’ultima fatica discografica, a partire dalla forte influenza della letteratura fantasy sui loro brani e, ovviamente, arrivando ai dettagli tecnici che hanno portato alla release dell’album. Ne abbiamo discusso con Francesco Cavalieri (voce) e Claudio Falconcini (chitarre). È il vocalist a rompere il ghiaccio: “Non siamo mai stati meglio!”, debutta con entusiasmo. La chiacchierata verte subito sul cambio di etichetta, dato che la band è passata sotto la svedese Inner Wound Recordings: “Diciamo che avevamo già contattato in precendenza Emil (Ulterium Record/Inner Wound Recordings) senza

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però aver trovato un accordo concreto, in quanto la divisione “Inner Wound Recordings” era in fase di crescita, ed i tempi molto probabilmente non erano ancora maturi”, specifica Cavalieri, che continua “Con “Stonehymn” abbiamo contattato nuovamente Ulterium Records via mail e fin da subito abbiamo percepito una grossa affinità per quanto riguarda il lavoro di promozione, Emil si è palesato una grande mente dietro le band interessanti e di calibro della Label, come appunto i colleghi Pyramaze. In seguito aggiunge: “abbiamo trovato un’alchimia, un entusiasmo e soprattutto un rispetto nel lavorare insieme mai riscontrato con nessun altra etichetta”, sottolineando di scegliere “sempre chi crede in voi, e non chi pensa di farvi un favore”. Ci focalizziamo poi sull’album, facendo un breve salto all’indietro, al precedente ‘Wardens Of The West Wind’ rilasciato solo due anni fa: “Bene, partiamo col dire che solitamente per ogni album ci sono centinaia di idee e di spunti, e che vengono portate a termine solo quelle più significative e funzionali. In questo caso c’era già dell’ottimo

materiale in partenza, ma la maggior parte del lavoro è stata scritta in corso d’opera dopo la visione che abbiamo avuto sul “Dwarven Metal”. Sul lasso di tempo, poi, Francesco afferma che: “Questi due anni sono stati molto lunghi e pieni di sorprese, non è stato semplice sfruttare al meglio il tempo fra tour/festival e songwriting ma alla fine il risultato è stato oltre ogni aspettativa. Ci siamo dati da fare, a discapito di tutto il resto, nel 2016 che è stato un periodo abbastanza silenzioso per noi per poi tornare ancora più carichi di prima.” Si è parlato di Dwarven Metal, etichetta curiosa con cui gli Wind Rose qualificano la loro musica: “è nata su Facebook in modo ironico, in quanto ogni gruppo che parla di qualcosa crea il suo specifico sotto-genere. Questa scelta sicuramente è stata molto criticata da “puristi” e “tuttologi” del metallo di tutto il mondo, però a oggi è stata anche inaspettatamente amata e sposata da un sacco di persone in tutto il globo, che hanno visto il nostro video di presentazione del nuovo clip ‘To Erebor’”, dichiara Francesco, che sciorina poi i numeri del


Curiosità: L’artwork di ‘Stonehymn’ L’artwork del disco è stato realizzato da Jan Yrlund. A questo proposito Claudio racconta: “Avevamo creato una bozza in precedenza, ma alla fine il lavoro di Jan è risultato molto differente da quello che avevamo in mente e anche molto più indicato per il senso dell’album. La nostra idea iniziale era quella del totem con il lupo e l’aquila ma in un ambiente bidimensionale con sfondo bianco, un’idea molto moderna. Inizialmente non ci eravamo rivolti a Jan ma ad un altro disegnatore che ci ha abbandonato con poco preavviso, perciò il manager della label ci ha consigliato di rivolgerci a lui. Quando abbiamo visto il suo lavoro abbiamo capito che una rappresentazione più epica anche se meno moderna era quello di cui avevamo bisogno.”

video: “Oltre 1.500.000 di visualizzazioni, più 30.000 condivisioni in tutto il mondo, tonnellate di like, commenti, messaggi, email, pre-ordini... Non sappiamo davvero che dire a riguardo, chi ci conosce sa che siamo sempre con piedi per terra a riguardo, ma è successo un gran macello e ci siamo detti: perché no?” La discussione si sposta poi su J.R.R. Tolkien, il noto autore inglese per cui gli Wind Rose nutrono una grande passione. È quindi naturale chiedere cos’ha questo grande scrittore di speciale rispetto agli altri: “di motivazioni per cui un musicista debba prendere ispirazione da Tolkien ce ne sono a migliaia: una su tutti l’ambientazione, in sé per sé immortale, e la passione con cui sono stati curati i dettagli nella narrazione”, aggiungendo che “La lettura di un autore del genere può anche risultare “pesante” per i lettori non molto affiatati, ma fornisce una visione chiara ed esauriente di tutto ciò che accade nel libro: superlativo!” Qualsiasi artista che trae ispirazione da un altro, ne assorbisce qualche tratto. Chiediamo dunque agli Wind Rose cosa sentono di aver portato di Tolkien

nella loro musica: “In comune con l’autore non abbiamo di certo la genialità inarrivabile, ma sicuramente la cura del dettaglio è la base del nostro lavoro: fondamentale per noi in fase di songwriting l’utilizzo massivo di cori e orchestrazioni, è la nostra formula, dando la possibilità di scorgere sempre nuovi particolari e aspetti della canzone, ascolto dopo ascolto.” Poi Francesco specifica che: “In generale Tolkien su tutti è il maestro dell’epicità e del mondo fantasy che conosciamo, quindi prevalentemente non prendiamo ispirazione da altre ambientazioni o autori, per il momento!”. In seguito entriamo a pieno nel mondo di ‘Stonehymn’, partendo naturalmente dal titolo evocativo: “L’inno della pietra”, risponde Claudio, “abbiamo scelto questo titolo perché è come se le storie che raccontiamo nelle canzoni fossero cantate dalle rocce, elemento che accomuna tutti i paesaggi descritti nell’album. Ad esempio per quanto riguarda le tracce ispirate al mondo di Tolkien l’associazione tra montagne e pietra è immediata; nelle canzoni inspirate ai nativi americani le

pietre narranti sono i canyon e le catene rocciose che si innalzano in mezzo alle praterie.” Un disco con diversi argomenti legati dalla pietra, ma senza un vero e proprio filo conduttore, tanto che spiegano: “Non c’è un filo vero e proprio che le accomuna tutte; metà delle canzoni tratta di popoli che sono stati assaliti da un invasore e della loro ribellione, l’altra metà riflette sulla grandezza della natura e sulla irrilevanza dell’uomo nei suoi confronti.” Gli Wind Rose si sono, inoltre, affidati a Simone Mularoni, oramai una certezza, per la produzione. I ragazzi, infatti, affermano che “Lavorare con Simone è un piacere, sa fare il suo lavoro meglio di chiunque altro e con un’efficienza imparagonabile. Simone ha trovato la sua formula per creare delle produzioni di valore, la sua firma è inconfondibile; per ora abbiamo sempre lavorato a distanza, gli mandiamo tutte le tracce e lui le mixa nel suo studio. Un consiglio per chi volesse lavorare con lui: prenotatelo con larghissimo anticipo perché è sommerso di lavoro.” Prima si è parlato di ‘To Erebor’ e del video, che molto successo ha riscosso sul web.

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Claudio ci racconta qualcosa di più in proposito: “Inizialmente i piani erano differenti: volevamo girare una parte del video nella stanza bianca e l’altra in montagna sulla neve”, poi interviene Tommy Antonini (il video-maker) e “abbiamo optato per la stanza bianca e basta, con sovrapposizioni di paesaggi prese da alcuni suoi stock video; ad ora posso confermare che abbiamo fatto la giusta scelta, in quanto in questo modo il video mette in risalto il nostro look, fondamentale per catturare l’attenzione di nuovi ascoltatori. Il lavoro non è stato troppo lungo, un giorno di riprese soltanto e 4 giorni di montaggio; la cosa che ci ha portato via più tempo, come potete immaginare, è stata la creazione dell’abbigliamento.” Mettiamo un piede nel cuore di ‘Stonehymn’, constatando la crescita e la maturazione sia degli arrangiamenti sia della voce di Francesco. Qui Claudio risponde che “ci siamo accorti di essere in grado di gestire al meglio tutto quello che sappiamo fare: adesso eseguiamo ciò che ci viene più spontaneo, senza mai uscire dal nostro campo. Dopo l’esperienza di un disco di buon mercato come ‘Wardens Of The West Wind’ abbiamo anche capito come

ci si comporta in studio di registrazione; molti errori e imprecisioni di esecuzione sono stati rimossi in ‘Stonehymn’ e credo che questo aiuti molto a rendere il sound del nuovo album più maturo e deciso.” La band non ha mai nascosto, inoltre, la sua ammirazione per Ennio Morricone; difatti Claudio afferma: “Siamo tutti innamorati del Maestro! In alcune canzoni di Stonehymn ci sono dei richiami sia melodici che atmosferici alle sue creazioni. La più “Ennio-style” dell’album è sicuramente ‘Dance of Fire’, il quale pre-ritornello ha una melodia che si rifà molto ai giri armonici di soundtrack di film come ‘L’estasi dell’oro’; per far risaltare ancora di più la “menzione” abbiamo inserito due voci femminili, che potete chiaramente sentire al minuto 1:25. Anche dal punto di vista chitarristico ho cercato di rendere omaggio alle grandi colonne sonore dei film western: sempre in ‘Dance Of Fire’ al minuto 5:20 fa il suo ingresso una melodia clean di chitarra elettrica chiaramente ispirata alla sountrack di ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’.” In conclusione, chiediamo alcuni pareri su delle band cui gli Wind Rose sono spesso associati, Rhapsody, Blind Guardian,

Wintersun e Turisas: “Sono un fan dei vecchi Rhapsody, fino a ‘Triumph Or Agony’, ma in comune con loro, secondo me, abbiamo soltanto la provenienza! Dei Blind Guardian amiamo ‘Nightfall In Middle-Earth’, album che ci ha ispirato molto in passato, soprattutto per le parti corali, nelle linee vocali e per le tematiche. Ultimamente non vengono citati molto nelle nostre lunghe serate compositive, ma quello che ci hanno insegnato è sempre sicuramente indelebile nelle nostre canzoni. I Wintersun e i Turisas sono la nostra principale fonte di ispirazione nell’ambito metal per il momento. Ascoltiamo i Turisas dal 2010 circa, ci hanno quindi accompagnato durante tutta la fase embrionale della nostra composizione musicale; in molti ci dicono di essere i loro successori. Siamo follemente innamorati dei Wintersun e li nominiamo spesso: ‘Qui Jari ci avrebbe messo questo’, ‘Qui ci vorrebbe il violoncello che usa sempre Jari’. Abbiamo fatto tre concerti insieme a loro nel 2013, nei quali rimanemmo impressionati dal loro impatto live; è la band che più ci ha dato la giusta carica per portare avanti la nostra carriera.”

Approfondimento: ‘Stonehymn’ traccia per traccia’ ‘Distant Battlefields’ Il disco inizia in maniera solenne ed epica, con un intro che ricorda un po’ la colonna sonora de ‘L’Ultimo dei Mohicani’. Atmosfera questa che permeerà spesso il disco. ‘Dance Of Fire’ Collegata a stretto giro con la traccia introduttiva, la vera opener di ‘Stonehymn’ vede la subito instaurarsi un clima eroico, degno delle più grandi saghe letterarie e cinematografiche. Fra ‘Lo Hobbit’ e lo spaghetti western, Francesco Cavalieri sorregge con la sua voce un impianto strumentale di alto profilo con arrangiamenti altisonanti. ‘Under The Stone’ L’inizio battagliero di questa traccia apre a un ritmo che strizza l’occhio al folk,

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a quei Turisas cui gli Wind Rose hanno detto di ispirarsi portando un po’ alla mente i brani del bellissimo ‘The Varangian Way’, inserendo dei tocchi power ricordano i maestri del genere e dei brevi inserti evocativi a la Wintersun. Questa una delle canzoni che meglio incarna lo spirito di ‘Stonehymn’. ‘To Erebor’ Il quarto pezzo alza ancor di più l’asticella, mostrando la vera crescita artistica della band di origini pisane. Inequivocabilmente ispirata a J.R.R. Tolkien, ‘To Erebor’ è un susseguirsi di melodie folkeggianti e pomposi arrangiamenti che accompagnano la marcia nanica degli Wind Rose lungo la Cerca di Erebor. ‘The Returning Race’ Sonorità medievaleggianti

e il cantato di Francesco Cavalieri dominano questa quinta traccia di ‘Stonehymn’, quella che è, tra l’altro, la più lunga del disco. Il brano vede troneggiare le tastiere di Federico Meranda e la sezione ritmica imbastire un tappeto elaborato ma mai fuori luogo. Un pezzo che gli Wind Rose riproporranno di sicuro in sede live. ‘The Animist’ Breve intermezzo strumentale dalle melodie esotiche a spezzare il ritmo sostenuto di ‘Stonehymn’ e che si collega alla seguente canzone. ‘The Wolves’ Call’ Altro pezzo che ben rappresenta il sound di questa nuova fatica discografica. Sicuramente fra i pezzi più studiati, ‘The Wolves’ Call’ vede l’ombra dei Blind

Guardian di ‘Somewhere Far Beyond’ o ‘Imaginations From The Other Side’ stagliarsi all’orizzonte. ‘Fallen Timbers’ Torna il ritmo folk che spesso s’è incontrato lungo lo scorrere di ‘Stonehymn’, questa volta però intervallato da sferzate power impartite dalla batteria di Dan Visconti, sempre accompagnato dalle linee di basso d Cristiano Bertocchi e e dal cantato, talvolta ruvido, di Cavalieri. ‘The Eyes Of The Mountain’ Una partenza che si riallaccia ancora agli Wintersun di ‘Time I’ e sontuosi arrangiamenti fanno da cornice a questa traccia conclusiva di ‘Stonehymn’, chiudendo, in maniera appropriata, un disco che sarà difficile dimenticare.


NESEBLOD Riaprire l’Inferno di Stefano Giorgianni In questo numero di Metal Hammer avrete tutti notato quello che abbiamo denominato lo “Speciale True Norwegian Black Metal”, focalizzato soprattutto sullo speciale dedicato all’Inferno Festival di cui siamo stati media partner ufficiali per l’Italia per la prima volta nella nostra storia. Quando ogni metallaro che si rispetti si reca a Oslo c’è una tappa pressoché obbligatoria, che vale come il pellegrinaggio verso un luogo sacro di fedele, quel posto che si deve visitare almeno una volta nella vita per dirsi un vero professatore di culto. Stiamo ovviamente parlando di Helvete, quello che un tempo era il negozio di dischi di proprietà di Euronymous, chitarrista dei Mayhem, punto d’incontro per la scena black metal norvegese e spesso identificato come il “luogo

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dove tutto è iniziato”. Durante l’Inferno Festival si effettuano delle visite guidate per la “Oslo metallica” e Helvete è, come si può immaginare,

tappa fissa di questo sightseeing tour. Oggi il negozio è stato riaperto dalla Neseblod Records, che da qualche anno ha riavviato l’attività di Euronymous, riportando la bottega agli “antichi fasti” e riportando lo stesso spirito che si respirava negli anni Novanta. Arriviamo all’apertura del negozio, di buon’ora, dove ci sta aspettando Kenneth, il proprietario dell’attività. Gli rubiamo un po’ di tempo con qualche domanda, prima di visitare il mitologico seminterrato: “Benvenuti a Neseblod

Records”, ci accoglie Kenneth, noi ricambiamo la cortesia e poi ci buttiamo subito sugli affari, chiedendo come vadano in questo periodo: “Beh, ora è ancora un periodo un po’ moscio qui”, in effetti in Norvegia c’è ancora quello che noi definiremmo inverno e non è ancora il periodo propizio per il turismo. Difatti Kenneth conferma che “in estate accorrono turisti da tutto il mondo, amanti del metal, del black soprattutto. Alcuni mangiano spazzatura e dormono in bettole per spendere tutti i soldi

qui.” Domandiamo anche come vadano gli affari online, però ci dice che “abbiamo ancora un sito abbastanza vecchiotto, che stiamo rimodernando. Questo un po’ ci blocca, ma le richieste non mancano.” Torniamo allora indietro nel tempio, quando Neseblod è stata aperta: “Abbiamo iniziato nel 2003, in un’altra location, poi abbiamo avuto l’opportunità di spostarci qui, quindi ci siamo trasferiti.” Il trasloco è stato difficile, data la quantità di materiale e alcuni noti esponenti della musica hanno dato fisicamente una mano a spostare le cose da un luogo all’altro: “Fenriz (dei Darkthrone, ndr) e altri due, tre amici ci hanno aiutato, anche


se molti di più ce l’avevano promesso ma non l’hanno poi fatto.” Ci facciamo poi raccontare qualcosa in più del momento in cui sono riusciti a trasferirsi al vecchio Helvete: “È stato tra il 2010 e il 2011, in quel periodo abbiamo preso qualche informazione sul posto, perché, sapete, qui c’era una galleria d’arte. Gli avevamo detto che se avessero chiuso, probabilmente avremmo potuto spostarci. Vedete, qui non era facile che un’attività funzionasse, perché non siamo nel pieno centro di Oslo. Per noi qui è molto più adatto, tutti conoscono la storia”, poi continua, “era anche parte del piano, era giusto per noi che tutti potessero visitare questo luogo, non solo chi ne aveva la possibilità”. Facciamo poi una domanda inusuale, ovvero quanto sia difficile separare l’idea di Helvete da quella di Neseblod: “Beh, quando abbiamo iniziato, lo abbiamo fatto solo perché volevamo aprire un negozio di dischi, non un museo o roba del genere. Col tempo dei nostri amici, come Fenriz e Maniac, ci hanno regalato delle loro cose, e negli stessi periodi gente di tutto il mondo manifestava interesse e le due cose si sono avvicinate sempre di più. L’idea di una specie di museo si è fatta largo da sola e, come potete vedere, qui c’è un sacco di roba in esposizione e non in vendita.” La visione di un Black Metal Museum, come riferito a noi da Fenriz durante l’intervista per l’uscita di ‘Arctic Thunder’, è stata un po’ da diversi piani del governo, che non

ha ancora concesso un finanziamento, aprendo invece altri musei del rock in Norvegia: “Sì, è vero”, conferma Kenneth, “dovremmo anche restaurare il seminterrato, la famosa scritta ‘Black Metal’ sta pian piano scomparendo, il pavimento è crollato. Non è facile, speriamo di riuscirci.” A questo punto ci concentriamo sull’attualità e sulla gente che arriva a Oslo per l’Inferno Festival e che si dirige a Neseblod per fare compere: “Dipende un po’ ogni anno da che band suonano”, sottolinea, “certo è che ci sono un sacco di collezionisti fra il pubblico della manifestazione. Insomma, ogni anno è diverso.” La discussione verte poi sui tempi in cui Euronymous gestiva il negozio e sul suo timore che il black metal diventasse un trend con il passare degli anni. Rivolgiamo quindi la domanda a Kenneth che risponde: “Il black è di certo diventato un trend, una moda, soprattutto in certi periodi. Vedo che la gente si svenerebbe per avere un t-shirt dei primi Novanta, o

un feticcio di quel periodo. Ecco, questo è quello che si chiama ‘moda’, ed è differente dal collezionismo. Questo va bene, però ultimamente ci sono un sacco di hipster che

gravitano intorno a quest’ambiente”, poi aggiunge, “parlando di band che rispettano

ancora la vecchia linea, ti nomino i Darkthrone, e non perché sono amici. Se ne fottono, non seguono alcuna moda, questo è il vero black metal.” Kenneth racconta in seguito delle prime volte in cui visitava Helvete: “C’era un bar SHARP skinhead qui poco più avanti, e andavo lì perché uno dei miei amici faceva parte di quella scena. C’erano le death metal night e diversi concerti si svolgevano in quei periodi, visitavamo Helvete perché non c’erano negozi simili nel resto della città, della Norvegia. Quella sera ho visto Øystein, sul suo trono, col corpsepaint...”, poi specifica che “non eravamo amici, scambiavo dischi con lui, io ero un cliente, se così vogliamo definirmi. Era un fan dei Mercyful Fate, così come me, e ci siamo scambiati della roba.” Poco dopo si parla della morte di Euronymous: “È stato scioccante”, precisa Kenneth, “sapevamo ci fosse qualche attrito con Varg, per il contrasto delle due personalità, lo sentivamo”. Gli chiediamo anche qualcosa sul film che uscirà, tratto dal libro ‘Lords Of Chaos’: “Dovrei dire ‘no comment’, non c’è niente su cui fare un film, è una mossa commerciale, nient’altro.” In conclusione, gli chiediamo quali sono gli oggetti più preziosi del negozio: “Nastri di Gylve e la croce che usava Euronymous, queste cose di sicuro.”

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LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT -

@ Oslo [NORVEGIA], 12-15 aprile 2017 di Stefano Giorgianni e Sofi Hakobyan Foto di Stefano Giorgianni

Una città invasa da orde di metallari arrivati da tutto il mondo per assistere a uno spettacolo unico, un festival che da anni si conferma come meta obbligatoria per gli amanti del Metal estremo. Questo è il breve commento che inaugura il racconto di una delle manifestazioni musicali cui Metal Hammer è stato, per la prima volta nella sua storia, uno dei media partner ufficiali. L’Inferno Festival si svolge ogni anno nel pieno centro di Oslo, capitale della Norvegia, occupando quasi tutte le sale concerto della città e attirando persone da ogni angolo del pianeta, da semplici spettatori alle più importanti testate giornalistiche del pianeta. In questo 2017 abbiamo assistito a show di grandi nomi del metallo estremo (Borknagar, Carcass, Samael, Gorgoroth, Venom Inc., Primordial, Belphegor, Abbath) e di nuove proposte interessanti che, nel corso di questo resoconto, vi consiglieremo. Il primo giorno dell’Inferno inizia sotto un buon auspicio artico, con la temperatura che va di poco al di sotto dello zero e la brina polare che contorna le finestre dello Scandic St. Olav Plass, l’albergo ufficiale del festival dove sono riuniti fan, stampa, addetti ai lavori e artisti in un clima civile e conviviale. Capiterà spesso, difatti, di trovarsi a fare colazione seduti vicino a colleghi degli altri Metal Hammer o a Vorph dei Samael, agli Anaal Nathrakh oppure a scambiare qualche parola con i nostrani Vinterblot. L’hotel è allestito di tutto punto, con delle grandi torce accese che ardono fuori dall’ingresso, mentre sotto ai nostri piedi splende un tappeto rosso sangue. Molti i cosiddetti “volontari” del festival, pronti a dare indicazioni di ogni sorta per aiutare gli avventori, e nel frattempo nella grande hall dello Scandic si consumano i preparativi con la distribuzione dei pass alla stampa e degli ingressi agli acquirenti, che assieme ricevono in omaggio shopper della manifestazione con all’interno dischi promozionali e flyer di diverso genere, fra cui quello del prossimo Midgardsblot festival che si terrà a Borre in agosto. Nella stessa hall si può trovare la mostra espositiva di Necrolord, nome d’arte dell’artista Kristian Wåhlin (già autore delle copertine di Emperor, Dissection, Dark Funeral, Ensiferum e molti altri), illustratore sempre disponibile a scambiare qualche chiacchiera con chiunque si fermi ad ammirare le sue opere. Quest’anno il programma del festival è completato dalle consuete conferenze sul metal e da proiezioni cinematografiche a tema nel cinema-teatro annesso all’albergo. Per questa prima giornata è ‘31’ di Rob Zombie, ultima pellicola del musicista e regista statunitense.

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Quando arrivano le 17, è quasi ora che lo spettacolo inizi. Al terzo piano dell’hotel, all’interno di una piccola stanza insonorizzata, i Dreamarcher (7/10) danno il via ufficiale all’Inferno Festival. La giovane band norvegese, che ha debuttato lo scorso anno per Indie Recordings con un disco omonimo, dispensa energia con uno show non lunghissimo ma assai intenso, con una proposta che si annuncia fresca e ibrido fra passato, presente e futuro, tra metal tradizionale e alternativo, creando atmosfere algide su luci dalle tinte vulcaniche. Protagonista assoluto di questo spettacolo d’inaugurazione è il batterista e cantante Kim Christer Hylland, mentre il chitarrista Viljar Sellevold deve combattere con un’epistassi dall’inizio alla fine della performance, problema che non intacca assolutamente una prestazione brillante. Pochi minuti e i Dreamarcher lasciano spazio alla seconda band della Indie Recordings, i Fight The Fight (8/10). Si cambia registro musicale ma rimane invariata la forza con cui quest’altra band della recente ondata di nuovo metallo norvegese si esibisce di fronte a una nutrita folla. A farla da padrone è il vocalist Lars Vestli, uno spiritato folletto che a petto nudo, con addosso solo il chiodo, si presta agli obiettivi dei fotografi guidando i musicisti dietro di lui con una straripante performance fra il growl e lo scream. I Fight The Fight non sono di certo dei pivelli, avendo condiviso il palco con Disturbed, Avenged Sevenfold, Gorgoroth, Arcturus e Satyricon, e lo show che regalano al pubblico dimostra tutta la loro preparazione, nonostante la giovane età. Eterogeneità di sound è la parola d’ordine di questo gruppo, che passa da riferimenti alla tradizione black norvegese a un metallo più moderno, oltre a vaghe assonanze con l’hard rock di una certa provenienza, probabilmente ereditate dall’ascia di Tord “Amok” Larsen, una sorta di Slash nordico in erba.

Day 1

Al termine del set dei Fight The Fight è ora di correre al Vulkan, una location ben nota a Oslo per assistere agli show “ufficiali” dell’Inferno Festival per quello che è il Klubbdag. Arriviamo con i tempi di un centometrista per vedere la conclusione dello show dei death metallers norvegesi Befouled, band con un EP del 2015 all’attivo che sprizza old school death da tutte le parti. Ottimo presagio a ciò che si sta per assistere. Tempo di ricaricare le batterie ed è difatti l’ora di soccombere sotto i colpi dei Vesen (7,5/10), gruppo thrash-black attivo dal 1999, che propongono pezzi dalla loro discografia arrivando fino all’ultimo ‘Rorschach’ (Soulseller, 2016), fra cui la possente ‘Final Insult’. Fra gli altri pezzi da citare ci sono la devastante ‘See You In Hell’ (‘Ugly’, 2005) e ‘Funeral Stench’ (‘Desperate Mindless Aggression’, 2009). Una band assolutamente da recuperare per gli appassionati di thrash metal che rimarranno stupiti dall’aggressività della proposta e dall’ugola tagliente di Thomas Ljosåk.

Quando l’orologio sta dirigendo le proprie lancette verso le 22, ecco salire sul palco gli attesi Red Harvest (6,5/10). La band industrial, che gioca in casa essendo proveniente dalla capitale, suona sempre in penombra con le tipiche sonorità meccaniche e pesanti che ne contraddistinguono l’ultima parte della carriera. Il concerto procede con una precisione millimetrica, con le due asce che troneggiano, e la rassicurante presenza del vocalist Jimmy ”Ofu Khan” Bergsten ad adornare il tutto. Tuttavia, il concerto non prende mai il via, non entra mai nel vivo e la folla non si scatena a dovere, o almeno come pensavamo secondo previsione. Ci sono comunque degli episodi ben riusciti, fra cui ‘Cybernaut’, ‘Sick Transit’ e la conclusiva ‘Beyond The End’. Uno show buono, ma che non colpisce in pieno.

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LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT Scendiamo in fretta al Pokalen, venue che sta al piano inferiore del Vulkan, per il concerto degli israeliani Tangorodrim (6/10), mentre la maggior parte del pubblico si dirige verso il Blå per godersi i Sarkom. La band dal monicker ispirato dall’universo di J.R.R. Tolkien (i cui membri sono di origine russa) regala una prestazione forse un po’ troppo ingessata anche se musicalmente trascinante, con un misto fra black metal ruvido e punk intransigente che ne incuriosisce l’ascolto. Da segnalare la buona perfomance, anche come arringatore della folla, del chitarrista Incinerator.

Siamo oramai arrivati all’ultimo gruppo della giornata sul palco principale del Vulkan, i ben noti Borknagar (7,5/10), di recente autori del notevole ‘Winter Thrice’ (Century Media, 2016). Purtroppo, in questo caso, sono i suoni a non rendere giustizia a una band straordinaria, a oggi molto diversa dagli standard che l’Inferno propone e, forse, anche per questo, la folla ha fatto fatica a ingranare nell’accompagnare i musicisti durante lo show. La voce di Athera è stata sempre molto bilanciata verso il basso, cosa che non ha fatto godere appieno della prestazione del cantante, e spesso coperta da un amalgama di suono troppo impastata. Queste piccole pecche non hanno impedito al combo norvegese di donare uno spettacolo aulico, incantato e gelido al punto giusto. Dall’opener ‘The Rhymes Of The Mountain’, passando per ‘Ad Noctum’ (‘The Archaic Course’, 1998), ‘Frostrite’ (‘Urd’, 2012), ‘Ruins Of The Future’ (‘Quintessence’, 2000), fino alla conclusiva ‘Winter Thrice’ i Borknagar ci avvolgono nelle loro glaciali spire portandoci al termine di questa prima giornata.

Day 2

Il day two dell’Inferno comincia abbastanza presto con un altro dei gruppi storici del viking-black norvegese, gli Helheim (8/10). Quest’oggi per raggiungere la venue bisogna camminare un po’ meno rispetto al giorno precedente, essendo il Rockefeller poco distante dall’albergo che ci ospita. Sono le 18.15 quando gli Helheim rievocano le anime dall’oltretomba, forti dei loro ultimi, notevoli album ‘raunijaR’ (Dark Essence, 2015) e ‘landawarijaR’ (Dark Essence, 2017). Luci blu adornano il palcoscenico in un gioco di luce-ombra che fa risaltare le composizioni della band originaria di Bergen. Padrone del palcoscenico è il bassista e cantante V’gandr. Il gruppo riesce sin da subito a conquistare il pubblico, nonostante sia da poco passata l’ora di cena in Norvegia; merito questo della grande presenza scenica, dell’impatto dei pezzi scelti e dell’esperienza on stage degli Helheim. La maggior parte dei brani della setlist proviene da ‘landawarijaR’, mentre a conclusione ‘Dualitet Og Ulver’ da ‘Heiðindómr Ok Mótgangr’ (Dark Essence, 2011). Uno show quello degli Helheim che pone le basi per una grande serata di musica.

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Appena terminato il concerto degli Helheim scendiamo le scale, fra stand di merchandising e birra a fiumi, per entrare nella venue minore, il John Dee (nome preso in prestito dall’occultista inglese). Qui suonano i canadesi Panzerfaust (7,5/10), una devastante botta stroboscopica di black metal assolutamente folle. A dominare il palco è il vocalist Goliath, avvolto da una lunga tunica nera e nascosto per mezza figura dietro un altare con uno spargincenso tra le mani pronto a intossicare il pubblico accorso nel piccolo locale. Prestazione degna di nota che, complici le luci da tilt mentale, sarà difficile da dimenticare. Se ve lo siete perso, recuperate l’ultimo EP ‘The Lucifer Principle’ (Avantgarde, 2016) per rendervi conto di quanta violenza sono in grado di dispensare questi giovani canadesi.

Si avvicinano le otto di sera ed è oramai tempo di assistere allo show di alcuni personaggi storici del Metal. I Venom Inc. (7/10), capitanati dal bassista e cantante Tony “Demolition Man” Dolan affiancato dall’ascia di Jeffrey “Mantas” Dunn e dallo schiacciasassi Tony “Abaddon” Bray, si sono formati solo qualche anno fa per riportare in auge la line-up che ha dato vita al classico ‘Prime Evil’ (1988). Durante questo set si assapora la storia del genere, la professionalità e l’esperienza dei musicisti dei Venom Inc., sempre pronti a coinvolgere il pubblico durante la performance. Sono infatti alcune hit del passato a far esaltare la folla, come ad esempio ‘Welcome To Hell’, ‘Live Like An Angel (Die Live Like A Devil)’, ‘Angel Dust’ e ‘Countess Bathory’ e l’inno delle origini, ‘Black Metal’, che va a chiudere il concerto.

Tempo di scendere al John Dee e assistiamo a un’altra grande band del presente, i polacchi Azarath (8/10). Attivi dal 1998 e noti soprattutto per la militanza di Inferno, batterista dei celebri Behemoth, propongono un death metal, con sfumature black, coi fiocchi, fra i migliori che si possono trovare al giorno d’oggi. Il gruppo si presenta con una formazione da cinque elementi, con guest vocalist e chitarrista, che si sono comunque inseriti a dovere in un combo eccellente, da cui spicca l’ascia di Bartłomiej “Bart” Szudek. Odio e prepotenza sgorgano dalle gole degli Azarath. Da ‘Supreme Reign Of Tiamat’ (‘Blasphemers’ Maledictions’, 2011) a ‘The Gates Of Understanding’ e ‘Let My Blood Become His Flesh’ (‘In Extremis’, 2017) si rimane interdetti dalla capacità tecnica e dalla forza dei polacchi. Anche in questo caso vi consigliamo di recuperare l’ultimo ‘In Extremis’ (Agonia Rec., 2017).

Rimaniamo al John Dee poiché sta per arrivare uno dei gruppi più attesi di questa edizione, i Pillorian (8/10). Molti si sono sentiti orfani degli Agalloch e quando hanno sentito il primo disco di questa nuova band di John Haughm la tristezza è un po’ scemata (si fa per dire, dato il genere). ‘Obsidian Arc’ (Eisenwald Tonschmiede, 2017) è comunque poesia allo stato puro e il fatto di ascoltarne i pezzi in un ambiente abbastanza ridotto e intimo com’è il John Dee non fa altro che accrescerne il fascino. John Haughm regala una prestazione straordinaria al pubblico, accompagnato da un’alternanza di luci che seguono lo scorrere della musica. Sicuramente uno dei concerti da ricordare di quest’edizione dell’Inferno Festival.

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A chiudere questa seconda giornata sono gli inossidabili Carcass (9/10), autori di uno show fenomenale che ha quasi fatto crollare il Rockefeller. Trent’anni di bisturi e sangue a schizzi provocato dai tagli irregolari di Jeff Walker e Bill Steer fanno impazzire la folla, che soccombe sotto i colpi di ‘Buried Dreams’ (‘Heartwork’, 1993), ‘Incarnated Solvent Abuse’ (‘Necroticism’, 1991), ‘Carnal Forge’, ‘Hearwork’. Una novantina di minuti di concerto per una sala che straripa di gente e un pogo che si scatena al centro. Gli elementi sono tutti al loro posto per assistere a uno dei migliori set di quest’edizione dell’Inferno. Dopo la seconda giornata, dominata dal concerto dei Carcass, sappiamo già che quella davanti a noi sarà probabilmente la migliore del festival. Il programma si preannuncia un piatto succoso, con grandi nomi del metal e nuove proposte di tutto rispetto.

Day 3 Dirigendoci verso il Rockefeller/John Dee respiriamo già aria di trionfo, sapendo che a inaugurare la giornata saranno i pugliesi Vinterblot (8,5/10), vincitori del contest online indetto dal festival. Sono più o meno le 17,30 e i nostri connazionali si preparano a infuocare il piccolo ambiente del John Dee, veramente gremito. Quello che in Italia sarebbe stato un sold-out, con gente entusiasta ad assistere allo show degli italiani, ci inorgoglisce un po’ e lo show imbastito dalla band capitanata dal carismatico Phanaes non lascia spazio a dubbi. La bolgia scatenata dai Vinterblot, autori dell’eccellente ‘Realms Of The Untold’ (Nemeton, 2016), non accenna a placarsi per l’intera durata della performance. Siamo certi che il gruppo italiano avrà raccolto, meritatamente, diversi nuovi fan con questo concerto.

Saliamo alla venue principale dato che in pochi minuti saliranno sul palco gli Insidious Disease (8,5/10), band in cui milita Silenoz dei Dimmu Borgir. Non aspettatevi però il symphonic black del gruppo di Shagrath, qui si è nel campo di un blackened death davvero violento e con grande presa sul pubblico. A dominare letteralmente è Marc “Groo” Grewe, ex-vocalist dei Morgoth, con la sua ugola graffiante e la forte presenza scenica, da frontman navigato. Nonostante un solo album alle spalle, ‘Shadowcast’ (Century Media, 2010), gli Insidious Disease spadroneggiano con uno show di quarantacinque minuti ad altissima tensione.

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Il piano inferiore ci chiama per l’imminente performance dei sudafricani Diabolus Incarnate (7/10). Siamo alle frontiere esotiche del festival e per la band fronteggiata dal chitarrista/cantante Dieter Engels il compito non è sicuramente facile. Il gruppo riesce comunque nell’impresa di confezionare un set ad alto tasso tecnico e, nonostante il pubblico non sia preparato (d’altronde sarebbe sin troppo inverosimile), riescono a tenere l’attenzione con brani come ‘Aborted’ e ‘Transcendence’, ultimo singolo dei Diabolus Incarnate.

È poi il turno degli scalmanati inglesi Anaal Nathrakh (7,5/10) con il loro black grindcore che infrange tutti i limiti e i generi. L’indemoniato Dave “V.I.T.R.I.O.L.” Hunt non sta davvero fermo un decimo di secondo (tanto che è difficilissimo fotografarlo in una posa umana), sembra un pugile sul ring pronto a sferrare il colpo decisivo all’avversario. ‘Hold Your Children Close And Pray for Oblivion’ cantano gli Anaal Nathrakh e noi dobbiamo tenerci ben saldi per evitare di essere travolti dall’energia sprigionata dalla band, su tutti il giovane batterista Anil Carrier.

Scendiamo di corsa le scale per assistere al massiccio black metal dei polacchi Infernal War (7,5/10). Devastanti e intransigenti, mescolano black a thrash e l’impatto è assicurato. Autori di tre full-length , dei quali l’ultimo, ‘Axiom’, è uscito nel 2015 per Agonia Rec., dal vivo offrono una prova del tutto convincente, grazie al frontman Herr Warcrimer e soprattutto al batterista Stormblast, una vera e propria macchina da guerra. Il John Dee è più che affollato per il loro concerto e questo, purtroppo, non ci consente di goderci l’intera performance.

Sta però arrivando uno dei momenti clou della serata, con lo show del trentennale di carriera degli svizzeri Samael (8,5/10). Sempre scenografica e coinvolgente, la band capitanata da Vorph si impone con una setlist che annovera pezzi dai primi album, come ‘Rain’ (‘Passage’, 1996) e ‘Baphomet’s Throne’ (‘Ceremony Of Opposites’, 1994), e presentando anche qualche brano inedito dal full-length di prossima uscita per Napalm Records. Il gruppo si dimostra sugli scudi, con un ottimo Vorph a guidare le danze, un pirotecnico Xy al programming e un lunare Makro all’altra chitarra, oltre all’ultimo innesto Drop al basso, i Samael si confermano una live band attenta in ogni particolare dello spettacolo.

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LIVE REPORT - LIVE REPORT - LIVE REPORT Ecco però giungere il momento degli headliner di questa terza giornata, i Gorgoroth (8/10). Giunti al venticinquesimo anno di carriera, propongono uno show da giubileo, con alcuni dei più noti pezzi della loro discografia. Il gruppo si fa attendere, da pubblico e fotografi, dietro un enorme tendone nero, facendo presagire che qualcosa là dietro stia succedendo. Un po’ tutti, vista la rilevanza del concerto, si aspettavano qualcosa di speciale dal punto di vista scenografico, invece, quando il sipario si apre, ci sono “solo” i beniamini ad aprire le porte degli inferi con una prestazione perfetta e frenetica. Fra i brani suonati ‘Katharinas Bortgang’ (‘Pentagram’, 1993), ‘Revelation Of Doom’ (‘Under The Sign Of Hell’, 1997), ‘Destroyer’ e l’immancabile ‘Incipit Satan’ dai rispettivi album. Hoest si conferma un grande frontman e il c’è anche un po’ di Italia grazie al bassista Guh.Lu.

Day 4

Dopo la scorpacciata di grandi show della terza giornata, siamo oramai giunti alla fine. Non disperiamo però, poiché sappiamo che quest’ultimo giorno ci riserva altri, speciali concerti. Anche quest’oggi si inizia di buonora, intorno alle 17,30, con una delle migliori nuove proposte di questi ultimi anni, ovvero gli islandesi Auðn (8/10). Con un solo, bellissimo full-length alle spalle, i giovani di Hveragerði plasmano un set di altissima caratura, colmo di emozioni e sfumature, con pezzi provenienti appunto dall’album di debutto e da qualche brano inedito che sarà presente nell’imminente fatica discografica per Season Of Mist. Cosa da annotare è il look sfoggiato dagli islandesi, tutti in black con giacca da completo elegante, scelta curiosa e coraggiosa.

Alle 18,15 è però il tempo del vero punto di rottura del festival, con uno degli spettacoli migliori dal punto di vista visuale. Si tratta dei norvegesi Slagmaur (9/10), che imbastiscono una performance molto vicino al teatrale. Quando il sipario si apre ci si trova di fronte a degli individui dall’aspetto non del tutto rassicurante: un medico della peste e dispensatore di morte (il vocalist Aatselgribb), un bellicoso e nerboruto zombie (il chitarrista General Gribbsphiiser), un maiale inquietante (l’altro chitarrista), un batterista che sembra uscito dal videogioco Payday e due tipi in attesa di essere impiccati in piedi su dei tavolini, più qualche incensatore e il celebratore della messa. La musica segue di pari passo l’aspetto visivo, contribuendo a creare atmosfera di shock, panico e suspense. Con un croce di San Pietro a troneggiare sulla testa degli artisti, lo spettacolo man mano prende vita: i due malcapitati vengono impiccati e lasciati penzolare per qualche tempo, mentre la greve figura di Aatselgribb continuare a vagare sul palco con un teschio stretta nella mano sinistra. Il culmine viene però raggiunto con il cosiddetto “rogo della strega”, durante il quale un uomo crocifisso a testa in giù viene arso vivo per qualche secondo. A questo punto le grandi tende nere del Rockefeller si chiudono e la folla esplode in tributo agli Slagmaur.

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Una prestazione eccellente dietro l’altra, affermazione che viene giustificata dagli irlandesi Primordial (7,5/10), i quali offrono il set dove probabilmente si respira più epicità dell’intera programmazione di quest’edizione dell’Inferno. Sono infatti grandi pezzi come la solenne ‘Where Greater Man Has Fallen’ a confermare la capacità dei Primordial nell’offrire show unici e con un tocco differente rispetto ai loro colleghi che si sono alternati sul palco durante queste giornate.

La spettacolare serata di chiusura dell’Inferno però continua, con una degli show a più alto tasso tecnico e adrenalinico dell’interno festival. È difatti giunto il momento dei Belphegor (9,5/10), il terzetto salisburghese, capitanato dal monumentale Hel “Helmuth” Lehner, offre al pubblico la miglior performance della manifestazione, grazie alla perfezione sonora e al tremendo impatto dei pezzi. Per chi conosce già gli austriaci sa che questa non è una novità, ma ogni volta cui si assiste a un loro concerto si rinnova la convinzione dell’assoluto valore di questa band. A partire dalla tenebrosa intro ‘Sanctus Diaboli Confidimus’, seguita da ‘Bleeding Salvation’ e ‘Gasmask Terror’, i Belphegor dimostrano la loro confidenza con il palcoscenico, adornato da carcasse (che emanano un buon odorino in direzione dei fotografi), scarti e ossa di animali, ‘Lucifer Incestus’, ‘Conjuring The Dead’ e ‘Bondage Goat Zombie’ completano il quadro di un’esibizione straordinaria, durante la quale tutti i membri della band si mettono in luce, tanto che il duo ritmico formato da Serpenth (basso) e Simon “BloodHammer” Schilling (batteria) pare composto da almeno quattro persone. Grandioso!

Già con la pancia piena e le orecchie martoriate dai notevoli concerti appena terminati, pazientiamo in attesa dell’headliner che va a chiudere l’Inferno Fest 2017, il mitologico Abbath (6,5/10). La sala pian piano si riempie in attesa dello storico musicista norvegese. I fotografi vengono fatti attendere lontani dal palcoscenico, poiché si prospettano dei fuochi d’apertura. È proprio lo stesso Abbath a eseguire lo spettacolo pirotecnico con un gioco di torce e fiamme. Il concerto prende poi il via e il pubblico si scalda sin da subito. Si parte con ‘To War!’, opener del debut album della band, e si prosegue con ‘Nebular Ravens Winter’ degli Immortal. Abbath sembra essere a suo agio e si presta ai fotografi con le usuali smorfie e l’energia che lo contraddistingue. A un certo punto però capita qualcosa, Abbath lancia la chitarra e abbandona il palco. Il batterista Kevin “Creature” Foley tenta di tamponare la situazione con un assolo, ma s’intuisce che c’è qualcosa che non va. Passano diversi minuti e la folla inizia a capire che la serata potrebbe essere finita lì. È Tore Bratseth, compagno di Abbath negli Old Funeral, a salire sul palco e a comunicare che il concerto è finito, di non sparare al messaggero e di aspettare qualche giorno per il comunicato ufficiale, il quale, al momento in cui si scrive, non è ancora arrivato.

L’Inferno Fest 2017 termina dunque così, ma l’ultimo disguido non ha certo intaccato un’organizzazione perfetta (10/10) che il prossimo anno porterà la manifestazione a spostarsi per ben quattro notti al Rockefeller/John Dee con cinque show sul palco principale. Non resta dunque che attendere con ansia l’edizione del 2018.

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@ Pala Alpitour Torino,15 maggio 2017 di Fabio Magliano Foto di Alice Ferrero

“Ma questa sera suonano i Kiss? I was made for loving youuuuu…” La domanda, avvicinandoci al Pala Alpitour, ci viene posta da un arzillo ottantenne incuriosito dalla schiera di figuri mascherati che, ordinatamente, seguono la lunghissima coda alle porte dell’avveneristica arena torinese. E poi via, accennando un passo di danza, e continuando a canticchiare quel motivetto che tutti, bene o male, conoscono benissimo… Questo aneddoto per far capire non solo la curiosità che i quattro cavalieri mascherati ancora oggi riescono a suscitare, ma soprattutto le barriere generazionali che continuano ad abbattere anno dopo anno. Un concetto, questo, che va via via facendosi più chiaro una volta entrati nel Pala Alpitour, dove viene facile imbattersi in padri con bambini al seguito e magari nonni a rimorchio, impazienti di partecipare alla festa. Perché, non giriamoci intorno, gli anni passano, i peli bianchi sul petto villoso di Paul si fanno sempre più numerosi, la sua voce stenta anche quando deve intrattenere il pubblico e qualche rotolino di grasso fa capolino tra le pieghe del costume di Gene, però quando puntualmente vengono calati sul palco dopo quell’intro sentita e risentita da una vita, tutto viene cancellato, resettato, e nell’arena trova spazio solamente il divertimento. Che esplode tra fiammate e lampi di luce con ‘Deuce’ dando il là a quel folgorante circo del rock conosciuto a menadito da tutti ma capace di affascinare ogni volta, come se fosse la prima.

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Perché quando Gene vola in cielo dopo aver sputato sangue per poi intonare ‘God Of Thunder’ lascia sempre tutti con il fiato sospeso, così come quando sputa fuoco tra le sirene di ‘Firehouse’. ‘Lick It Up’, ‘Shout It Out Loud’, ‘I Love It Loud’… beh, loro sono “semplici” inni rock cantati all’unisono da un’arena calda nonostante i tanti (troppi?) posti ancora vuoti, tra i quali si incastrano piacevoli chicche, come ‘Flaming Youth’ suonata dopo tempo immemore dal vivo accompagnata da una proiezione che ripercorre tutta la storia del “Bacio”, o la sensuale ‘Crazy, Crazy Night’.

Alla faccia di una voce segnata dal tempo, Paul Stanley si dimostra frontman dal carisma unico, prima tenendo in pugno il Pala Alpitour con la coinvolgente ‘Say Yeah’, quindi volando come da tradizione sulle teste della gente per raggiungere il “suo” palco e da qui lasciare partire una sempre emozionante ‘Psycho Circus’. Il gran finale è alle porte, e il conto alla rovescia parte con ‘Black Diamond’, prima che ‘Rock’n’Roll All Nite’ tra un’esplosione di coriandoli e fuochi d’artificio mostri l’essenza dello show dei Kiss, con due imponenti bracci meccanici che consentono a Gene e Tommy di andarsi a prendere gli applausi dall’intera arena.

Il bis è affidato come da copione alla disco-rock della leggendaria ‘I Was Made For Lovin’ You’, pezzo non solo capace di attraversare generazioni di rocker, ma soprattutto di abbattere ogni barriera e gusto stilistico accomunando tanto gli amanti dell’hard rock che il popolo delle discoteche, quindi ‘Detroit Rock City’ con la meritata standing ovation a certificare il godimento del momento. Perchè saranno anche passati gli anni, ma i Kiss sanno ancora come regalarci quel “meglio” che tutti noi bramiamo.

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l a t u r B Stay di Trevor Tra le tante interessanti realtà nostrane, ci sono due band, uscite di recente con il loro debut album, da subito entrambe si sono fatte notare, suscitando curiosità da parte degli addetti ai lavori, passando attraverso ottime recensioni. In questa puntata incontriamo gli Athlantis! A distanza di anni è uscito questo nuovo capitolo Athlantis, parlaci di questo disco... Inizio col dire che Athlantis è un mio progetto, quindi

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un side-project. Diciamo che in questi anni di esperienza musicale che con le varie band, dove ho suonato e suono tutt’ora, ho avuto la possibilità di creare pezzi miei, di tirare giù le mie idee. Così ecco è nato un altro disco, il “Capitolo IV”, di questa mia avventura personale. In questo progetto, ‘Chapter IV’, troviamo: Francessco La Rosa (batteria), Pier Gonella (chitarra) e Gianfranco Puggioni (chitarra), alla voce Alessio

Calandriello, mentre io mi occupo di basso e tastiere. Come ospiti abbiamo Roberto Tiranti, Davide Dell’Orto, Francesco Ciapica (Jack Spider)alle voci. Per finire c’è anche Barbara D’Alessio dietro le pelli. Registrato ai Musicart Rapallo di Pier Gonella. L’album in questione è un mini concept, nel senso che i pezzi cantati da Alessio Calandriello formano il concept che narra di un samurai votato all’onore e alla battaglia. Puoi approfondire un po’ il concept? Roul Bees, nel mezzo di una guerra senza fine, che viene travolto da un fenomeno inspiegabile che lo trasporta in un’altra realtà. Svegliatosi quasi in fin di vita, a causa delle ferite e dello shock dovuto al viaggio attraverso il buco nero, si sente disorientato. Dopo essersi ripreso, imbracciando la sua fedele spada, decide di esplorare il luogo e di affrontare ciò che lo aspetta. Non avendo idea di dove si trovi, crede di essere stato trasportato nel futuro,

ma non vede nulla di nuovo, solo deserto e gli unici umani che incontra sono selvaggi pronti ad uccidere un loro simile pur di sopravvivere. Tuttavia, Roul si sente vivo e di essere stato chiamato per compiere il suo destino ed è deciso ad andare avanti con le sue forze, incitato da una voce, la stessa che ha udito poco prima di risvegliarsi in quel mondo desolato. Nel mezzo di un deserto arido e senza fine, intravede una figura: colui che lo ha chiamato in questo mondo vuole che ora vi metta fine, quel mondo deve ricominciare da zero. Roul è stato creato solo per questo scopo, sacrificarsi per dare nuova vita alla Terra... Sei soddisfatto della risposta di pubblico e addetti ai lavori? Sì, molto sod-


disfatto di coloro che supportano la scena metal italiana in Italia e all’estero. Colgo l’occasione di ringraziare gente che come voi fa di tutto per supportare noi band. Un gran lavoro da entrambe per alimentare la passione che abbiamo dentro e cioè la musica. Devo dire che il pubblico risponde sempre con interesse a tutto quello che faccio sia con altre band dove suono che con gli Athlantis! Pienamente soddisfatto! La formazione attuale è ormai stabile oppure dobbiamo ancora aspettarci ad altri cambi di line-up? Come ti dicevo prima, questo è un side-project e come tale mi avvalgo di musicisti che prima di tutto reputo degli amici con i quali condivido la mia passione, che è la musica. Nella composizione dei pezzi in pre-produzione, io già immagino l’artista che deve suonare quel determinato pezzo o quel cantante che deve cantare quel determinato brano. Ho tanti amici musicisti, quindi, tirando le somme, penso che le line-up degli Athlantis cambieranno ripetutamente. Purtroppo non riesco ad avere una formazione stabile perche sono uno a cui piace sperimentare, infatti te lo dimostra la diversità del disco precedente nei confronti di

‘Chapter IV’. Un altro album Athlantis è pronto da diverso tempo, sarà lanciato sul mercato discografico, oppure dobbiamo considerarlo un capitolo chiuso? Questa è proprio una bella domanda! Inspiegabilmente il secondo lavoro degli Athlantis giace in un cassetto a marcire e, sinceramente, non so proprio cosa risponderti a riguardo. Tuttavia, ho la speranza che esca prima o poi, visto che sono solo 10 anni chiuso là dentro. Ormai suona un po’ obsoleto, una registrazione di 10 anni fa al giorno d’oggi potrebbe ormai non avere gli effetti voluti. Le idee erano ottime, a mio parere, e vi erano degli ottimi musicisti che ne facevano parte, ma potrebbero esserci delle novità in futuro. State ragionando per portare la musica degli Athlantis anche in sede live? Come detto prima, essendo un side-project dove i musicisti cambiano continuamente è un po’ difficile portare Athlantis live e con tutti gli impegni che ho con le altre band, mi risulterebbe essere complicato anche per gli impegni degli altri musicisti. Athlantis sono le mie idee, le mie sensazioni, i miei stati d’animo, la mia passione,

la mia crescita musicale sia come musicista che a livello compositivo e come tale mi accontento anche solo di vedere realizzato tutto il mio lavoro in un cd fisico. Il vostro genere è a tutti gli effetti power metal, quali sono le band che vi hanno influenzato maggiormente? Io sono un vecchietto e la band che mi ha influenzato nel genere sono stati gli Helloween dai tempi di ‘Walls Of Jericho’ e dischi precedenti.Poi gli Iron Maiden dal lontano ‘85 e tutte le band che gravitavano attorno a quel periodo. Successivamente i vari

Stratovarius, Hammerfall e tutte quelle band della scena power di fine anni 90/2000. Sulla famosa isola dispersa quali album vorresti avere con te? Dimmi cinque titoli. ‘The Final Cut’ dei Pink Floyd; ‘Wait’ degli Steel-

heart; ‘Live After Death’ degli Iron Maiden;-’Burning Japan’ di Glenn Hughes; ‘On Fire’ dei Mastercastle. Come nasce un brano degli Athlantis? In pratica, nasce molto semplicemente. Mi chiudo nel mio studio e inizio a tirare giù idee con chitarra, strumento che non so suonare tanto bene ma che continuo a studiare per i brani in pre-produzione. Poi programmo batteria e registro basso, creo le linee melodiche da dare ai cantanti che si occupano dei testi, il tutto viene arrangiato e poi portato in studio dove ogni musicista scelto suonerà la propria parte mettendoci del proprio per rendere la cosa ancora più interessante. Ti ho descritto il tutto e sembra molto semplice, ma ti garantisco che dietro c’è un grosso lavoro. Com’è nata la collaborazione con la Diamonds Prod? Per quanto riguarda la Diamonds, ho avuto la fortuna di incontrare una cara persona con una passione enorme del genere metal a 360 gradi. Essendo già io militante negli Odyssea, Ruxt, Musicart project, ho proposto Athlantis e lui senza nemmeno batter ciglio ha creduto nel mio operato. Serietà, dura da trovare in questi tempi, la contraddistinguono da molti ciarlatani. A te i saluti finali! Grazie di cuore a te per quest’intervista. Volevo salutare e ringraziare Musicart Rapallo e Diamonds Prod per aver reso possibile questo ‘Chapter IV’ e i lettori che, se stanno leggendo questo, vuol dire che sono riusciti sopportare tutto quello che ho detto! Stay Metal!

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INT

O THE MUS IC

Music Biz Segreti e curiosita' dal dietro le quinte del mondo della musica

Molti di voi spesso si sono domandati cosa accade dietro le quinte degli addetti ai lavori del music business. In questa nuova rubrica affronteremo questo tema, intervistando gente che vive di musica, da promoter a etichette. Per la prima puntata abbiamo chiamato Aleksandr Maksymov della Grand Sounds Promotion, agenzia attiva dal 2012 e che promuove molte band anche di casa nostra. “Ci sentiamo il ponte fra i musicisti, le etichette e i media, questo è ciò che facciamo”, debutta, “siamo in contatto con diverse realtà da tutto il mondo e il nostro obiettivo è quello di rendere i gruppi più visibili possibili, ottenendo il maggior numero di recensioni possibili, interviste e passaggi radio. Ci impegniamo, inoltre, ad aiutare a trovare soluzioni ideali per i tour, tentando di soddisfare sia le aspettative delle band che dei nostri partner.” Aleksandr racconta anche degli inizi della Grand Sounds: “Sono oramai cinque anni che siamo in attività, quando ero un redattore e il gestore di un’etichetta, dal 2003, quindi ho cominciato ha fare promozione in maniera abbastanza naturale, dapprima per pubblicizzare le band del mio roster, accettando poi

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richieste anche da altri. Le cose si sono poi intensificate. Il meccanismo è abbastanza comune, ovvero i gruppi esordienti ti chiedono ‘cosa si deve fare’, ‘chi contattare’, ‘da dove iniziare’. Noi gli diamo una mano in questo.” Essendo anche un giornalista gli chiediamo del cambiamento che c’è stato con internet, la soppressione forzata delle riviste cartacee e del ‘voglio tutto subito e gratis’: “A essere onesto, ci sono stati troppi cambiamenti che non si possono considerare positivi. Ricordo i tempi in cui ho aperto la mia rivista, era solo passione, la passione di scoprire nuove band e di diffondere la musica. Ricordo il tanto materiale, i soldi spesi nella stampa, nelle spedizioni. Ora qualche sito con solo qualche lettura, magari con numeri gonfiati, ha delle regole ridicole che bisogna seguire per farsi recensire. Voglio dire, ti chiedono 25, 50 euro per scrivere una recensione positiva, persino se gli fa schifo il disco... Questo mi fa male e mi diverte allo stesso tempo. Questo per me non è giornalismo, non è passione. Un ragazzino che si crea un blog qualsiasi su un hosting libero che lo fa per ‘spennare qualcuno’ o raccogliere qualche soldo. A cosa serve?” Poi continua: “Hai parlato di ‘voglio tutto subito e gratis’, ed è questo il punto. Molta gente non capisce come gestire i media nella giusta maniera, va bene essere aggiornati, mettere news fresche, recensioni interessanti, intervista, bla bla bla... però se quello che scrive non ci prende un soldo e non fa un altro lavoro, come volete che questo lavori nel

di Stefano Giorgianni

modo in cui si dovrebbe”. E aggiunge: “Internet ha ucciso le riviste cartacee, ancora qualcuno riesce a sopravvivere, ma credo sia solo questione di tempo. Chi lo sa, però. Magari un giorno ci ritroveremo a buttare inchiostro sulla carta.” Torniamo però alla Grand Sounds e sui nomi più altisonanti da loro promossi: “Vader, tour con Overkill e Incarnation, un tribute album dei Therion in collaborazione con i musicisti stessi, i Dorsal Atlantica e molti altri”. Parliamo ora dei ritmi lavorativi di un promoter, un lavoro 24/7: “Sì, ventiquattrore su ventiquattro! Ogni tanto tento di prendermi qualche pausa, se ce la faccio. Di solito inizio alle 7 del mattino e finisco verso le 11 della sera. Tutto il giorno fra email, messaggi, nuova gente, nuovi contatti, telefonate, visite alla posta... Tutti i tipi di comunicazione esistenti, con tutti i generi di persone. È parte del lavoro, mi piace, anche perché non c’è altra maniera di farlo.” Aleksandr lavora spesso con la Revalve Rec. e band italiane e ci dice che: “Abbiamo molti gruppi italiani nel nostro roster e sono bravi. L’Italia è il mio paese preferito e mi piacerebbe trasferirmi lì un giorno. La collaborazione con Revalve è iniziata nell’autunno 2016 e mi trovo bene a lavorare con loro, lo staff è preparato e i gruppi sono fantastici.” In conclusione ci facciamo anticipare qualche uscita futura: “Mongol ‘Warrior Spirit’ (folk metal canadese), Bleed Again ‘Momentum’, Bittered ‘Foreign Agenda’ (grindcore dagli USA), For My Demons (Italy) e molti altri!”


i n sio

n e c

re

Album Of The Month

Labyrinth God A f O e r u t c e it h c r A

90

(Frontiers) Scrivere poesia è ancora possibile. Queste sono le prime parole che mi sono balzate alla mente quando ho terminato il primo ascolto di quest’ultima, attesissima fatica dei Labyrinth. Un disco geniale, già dalla scelta del raffinato artwork di copertina, il quale ci restituisce un gruppo che mancava non solo alla scena italiana, ma a quella internazionale tutta. Certo, i Labyrinth di oggi non sono più quelli di ‘Return To Heaven Denied’, album che ha segnato la storia del power metal mondiale, nemmeno quelli della seconda parte di quel monumento discografico, eccellente anch’esso nelle sue variazioni, oppure di qualsiasi altro capitolo da studio della carriera del sestetto. C’è da dire che qualsiasi cosa i Labyrinth facciano, la fanno con stile (cit.) ed eleganza, avendo ben presente l’obiettivo e, per fortuna, trascendendo la moda dei tempi. I Labyrinth vanno presi e ascoltati, evitando di chiedersi cosa avranno escogitato questa volta per vendere quelle venti copie in più.

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Quello che c’è all’interno delle release di questa band non è altro che <i>poesia</i> trasposta in musica, con composizioni che oltrepassano i generi e arrivano direttamente al cuore. ‘Architecture Of A God’ è di per sé un titolo impegnativo e la scelta dal sapore leonardesco che aleggia sulla sezione grafica del disco, lo è forse ancor di più. Non ci vuole però molto a capire, quando la musica inizia a fluire nel corpo, che i Labyrinth stavolta avevano voglia di dimostrare qualcosa, di comunicare che la qualità da sola non basta a rendere immortale una band. Così, dalle prime note dell’opener ‘Bullets’, si assaporano le scaglie della fiamma imperitura che arde nella mente dei componenti della band. Bastano pochi secondi, con l’entrata dell’inconfondibile voce di Roberto Tiranti, per sentirsi a casa, per fare un tuffo indietro nel tempo e guardare, nello stesso tempo, al futuro grazie all’ottimo lavoro di una delle new entry, Oleg Smirnoff. Eppure c’è

una cosa che dona ai Labyrinth un tratto distintivo imprescindibile, ovvero le trame chitarristiche della coppia di asce Cantarelli/Thorsen, commistione di stili che s’incastrano alla perfezione. Con ‘Still Alive’ si presenta anche il nuovo bassista Nik Mazzucconi, che con John Macaluso forma la rinnovata sezione ritmica dei Labyrinth. ‘Architecture Of A God’ scivola via con facilità, fra orecchiabilità dei chorus, strutture melodiche ricamate, arrangiamenti nobili, assoli in botta e risposta fra le due asce o chiamando in causa la tastiera di Smirnoff e acuti vertiginosi di Tiranti. Insomma, il marchio di fabbrica Labyrinth è vivo più che mai, pur avendo il gruppo maturato una consapevolezza maggiore, frutto dell’esperienza e degli anni che passano; e se è vero che tutto invecchia, s’avvizzisce e muore, questo non vale per i dischi del sestetto italico e, ovviamente, per questo ‘Architecture Of A God’. Stefano Giorgianni


Tankard

71

recens

ioni

One Foot In The Grave

(Nuclear Blast/Warner)

83

è la title track, una canzone con un sapore NWOBHM grazie al suo epico intro che sfocia in un riff che ricorda molto da vicino i migliori Judas Priest. Ricco di melodia, stop and go ed un delizioso, ispirato e dosato assolo di chitarra. Il fragore del bridge ed il refrain che vi si stamperà all’istante nella memoria è qualcosa di inaspettato senza dover scomodare termini come ‘commerciale’... non è certo il caso dei Tankard! Come avrete forse avuto modo di leggere nel track by track di qualche settimana fa sul nostro sito ‘One Foot In The Grave’ è un album in tipico stile Tankard, niente di nuovo si scorge all’orizzonte, nessuna rivoluzione stilistica ma la solita voglia matta di suonare del buon vecchio thrash metal con l’ironia ed il piglio che da sempre ne hanno caratterizzato la carriera. A livello esecutivo il quartetto

Wind Rose

Stonehymn

Il disco della maturità. Spesso si sono usate queste parole per definire un album che funge da pietra angolare o punto di svolta nella carriera di una band. ‘Stonehymn’, uscito per la svedese Inner Wound Recordings, è proprio questo per gli Wind Rose. Pur non essendo lontano dai precedenti ‘Wardens Of The West Wind’ e ‘Shadows Over Lothadruin’, questo terzo full-length dimostra la maturazione di un gruppo che, forse, in precedenza doveva ancora troppo ai gruppi di riferimento e che non riusciva a spingere le proprie composizioni oltre un certo limite. ‘Stonehymn’ riesce dove i predecessori non erano riusciti, ovvero nel mostrare un gruppo conscio delle proprie capacità e possibilità, disposto a scardinare alcuni punti fermi e a

osare un po’ di più. Lo si vede in brani come ‘Under The Stone’, ‘The Returning Race’, ‘The Wolves’ Call’, che offrono, ciascuna alla propria maniera, degli esperimenti stilistici sempre aderenti ai dettami del symphonic power, pur non disdegnando riferimenti ad altri generi. Altra nota positiva di questo ‘Stonehymn’ sono gli arrangiamenti, sempre più protagonisti e strutturati nella proposta della band pisana, e il cantato di Francesco Cavalieri, a suo agio nel ruolo di condottiero della compagnia degli Wind Rose. Blind Guardian, Wintersun, Turisas, Rhapsody, molti sono i nomi cui il gruppo è spesso accostato. Finalmente si può però dire che i pisani abbiano trovato una loro quadratura, tanto nel sound quanto nella maniera di concepire il

gh Hi Vo

(Inner Wound Recordings)

teutonico ha raggiunto una propria dimensione riuscendo nel difficile compito di bilanciare ogni singolo strumento senza eccedere in noiosi quanto inutili virtuosismi, almeno in questo contesto. Ultima menzione per la conclusiva ‘Sole Grinder’, un pezzo che ricalca gli stilemi stilistici dell’opener ‘Pray To Pay’: una stilettata in pieno volto, un thrash metal a tutto tondo dove tutti gli ingredienti del genere sono sapientemente dosati. Riffing assassino e tagliente che riporta alla mente i migliori Metallica di ‘Master Of Puppets’, la giusta dose di ‘melodia vocale’ cantata da un ispirato Andreas ‘Gerre’ Geremia. Insomma, un ritorno che non farà gridare al miracolo ma che potrà accontentare coloro i quali hanno nel thrash metal una vera e propria filosofia di vita. Andrea Schwarz

l t a ge

Se dovessimo fare un’istantanea delle band europee che meglio hanno incarnato nel corso degli anni il buon vecchio thrash metal quali sarebbero le vostre scelte non dettate da ovvi e naturali gusti personali? Sodom. Destruction. Kreator. Subito sotto al podio potremmo indicare anche i Tankard, perché no. Tutte provenienti dalla Germania, vero cuore pulsante del genere nel Vecchio Continente. Questo ‘One Foot In The Grave’ arriva a tre anni di distanza dal precedente ‘R.I.B.’ e si fa notare fin dalle battute iniziali dell’introduttiva ‘Pray To Pay’ non solo grazie ad una produzione piena e sopra le righe ma anche grazie al riff di chitarra: tellurico, graffiante che ricalca le tipiche coordinate del genere, non certo originale ma ben interpretato, un invito a del sano headbanging. Altro pezzo degno di nota

songwriting, pagando ancora tributo alle band cui s’ispirano ma senza mostrarlo apertamente. Non vengono però dimenticati i punti saldi della carriera degli Wind Rose, come l’ispirazione ai testi di J.R.R. Tolkien. Molti avranno notato, su tutte, la presenza di ‘To Erebor’ nella tracklist e del rispettivo video lanciato come anticipazione dell’album, pezzo che raccoglie l’eredità di ‘The Breed Of Durin’ da ‘Wardens Of The West Wind’ e che simboleggia il Dwarven Metal dei pisani (ben visibile anche nel look sfoggiato nei videoclip e on stage). Potenza nanica, dunque, alla base di ‘Stonehymn’. Il disco che porterà gli Wind Rose a riconquistare il trono di Erebor. Stefano Giorgianni

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i n o nsi

e c e r

Blood Youth

Beyond Repair

71

(Peaceville/Warner) I Blood Youth provengono dall’Inghilterra, da quelle lande che l’immaginario collettivo un po stereotipato disegna nella propria mente con la campagna bucolica e sognante. Ma il quartetto britannico ribalta totalmente questo concetto ‘rurale’ andando a produrre con ‘Beyond Repair’ un album elettrico, intenso, violento, arrabbiato. Dediti ad un metalcore di maniera dove parti heavy e dirette si mischiano con ruvidi cantati alternati da chorus puliti ad alto contenuto melodico. E questo

è il loro tratto distintivo ed il loro maggior pregio anche se bisogna ammettere che l’ascolto tutto d’un fiato può risultare indigesto per la loro propensione nel proporre undici canzoni poco variegate ed abbastanza monolitiche da centellinare a piccole dosi. Le chitarre di Chris Pritchard suonano heavy all’inverosimile, è un piacere imbattersi nelle sue furiose scorribande nelle quali la voce di Kaya Tarsus trova un fedele alleato tra cantati ruvidi ed altrettanti chorus ad alto tasso melodico che ricordano a tratti il

Ayreon

80

The Source

modern rock di bands come Three Days Grace. Come detto nell’intervista che leggete su queste pagine ‘Beyond Repair’ ha il grosso limite di suonare troppo omogeneo e monocorde, il che tarpa le ali di un gruppo con ancora tanti ed ampi margini di miglioramento. Dovessimo indicare qualche brano in particolare, immergetevi in canzoni come ‘Savanna’, ‘Parasite’, ‘Making Waves’ e ‘What I’m Running From’... da ascoltare a piccole dosi ma il coinvolgimento è assicurato. Andrea Schwarz

gh Hi

l t a ge Ascoltare un disco targato Ayreon è un po’ come intraprendere un viaggio. Come ci suggeriva la voce artificiale in apertura al capolavoro ‘The Dream Sequencer’, è come infilare spinotti nelle tempie e collegare il cervello a quello di altre persone su altri universi, vivendo le loro avventure e angosce. Come sempre, il veicolo di tutto ciò è la musica, quel mix di metal e rock, un po’ progressive e un po’ heavy, per cui Mr. Lucassen è diventato noto in tutta la scena metal. ‘The Source’ è il nono album del progetto, e mai come stavolta ci è parso di notare un simile tentativo di ‘riassunto’ di quanto fatto nei lavori precedenti. Archiviato l’esperimento (forse un po’ troppo estremizzato) di rispolvero delle proprie radici musicali prog rock Anni ‘70 di ‘The Theory of Everything’, il prolifico artista olandese opta per un deciso ritorno a un sound più metal e chitarristico, forse meno moderno rispetto quanto espresso su ‘01011001’ ma sicuramente più incisivo

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e fruibile rispetto al disco precedente. Grazie a un cast stellare – praticamente i migliori nomi del metal attuale - Arjen raggiunge la quadratura del cerchio, creando un album proprio a fuoco. L’incipit di questa nuova opera non potrebbe essere più ricco: i dodici minuti di ‘The Day That The World Breaks Down’ ci introducono al plot apocalittico dell’album, presentando un passato remoto dove precursori del genere umano provenienti da un pianeta chiamato Alpha decidono di affidare il proprio destino all’intelligenza artificiale di un computer, il quale decide che ‘il meglio per l’umanità’ è l’estinzione dell’umanità stessa. Il primo quarto di album affronta dunque questa cupa tematica, dipingendo a tinte a tratti violente e a tratti sospese timori, dubbi e speranze dei vari protagonisti. Presa la decisione di non impedire l’estinzione del pianeta ma di mettere in salvo pochi eletti su una nave spaziale (i vari interpreti), si apre la seconda parte, nella quale con

Vo

(Mascot/Edel)

toni heavy e urgenti prima e drammatici dopo si descrive la fine del pianeta (‘Run! Apocalypse! Run!’) e il dolore e rammarico per le perdite subite (‘Condemned To Live’). Il viaggio dei pochi sopravvissuti viene narrato nella terza parte, conducendo a un pianeta fatto d’acqua, ove la sopravvivenza della razza umana dipende da ‘Liquid Eternity’, una droga nota anche col nome di ‘The Source’ (dal titolo all’album). Musicalmente ci troviamo di fronte al capitolo più vario dell’opera, e sentimenti di speranza e determinazione, ma anche di rammarico e scoramento, si intrecciano bene col prog metal del Nostro. Senza svelarvi il colpo di scena finale, diciamo che la quarta parte è invece quella più teatrale e rilassata, con molti brani che recuperano il mood pensoso di ‘The Theory Of Everything’. Ci togliamo infine gli spinotti, l’ascolto è finito. Ma, pensiamo, ‘The Source’ tornerà nel lettore presto… Dario Cattaneo


Dimmu Borgir Forces Of the Northern Night 7 8

recens

ioni

(Nuclear Blast/Warner)

L’assenza di una release di inediti sul mercato discografico da parte dei Dimmu Borgir comincia a pesare. La band di Shagrath non rilascia da ben sette anni, da ‘Abrahadabra’, un nuovo full-length, anche se sappiamo che qualcosa oramai bolle in pentola da diverso tempo e un disco è lì, alle porte dell’inferno, pronto a essere liberato sulla terra. Nel frattempo i fan e gli addetti ai lavori devono accontentarsi (si fa per dire) di un (doppio) live album coi fiocchi, intitolato ‘Forces Of The Northern Night’, uscita che farà un po’ ingannare l’attesa della prossima fatica da studio. Ebbene, per prima cosa possiamo dire che i Dimmu Borgir hanno “battuto un colpo” e ci hanno dato un segnale di vita dopo un preoccupante periodo di silenzio che aveva un po’ fatto presagire il peggio ai fan, anche per i numerosi problemi di line-up avuti

qualche tempo fa. Invece con questo live la band norvegese si dimostra viva più che mai, pronta a riversare tonnellate di violenza sui loro devoti ammiratori. In ‘Forces Of The Northern Night’ si possono assaporare in tutta la loro magniloquenza le gesta dal vivo dei Dimmu Borgir in ben due concerti: il primo a Oslo con la Norwegian Radio Orchestra a supporto, mentre il secondo è stato girato al Wacken Open Air nel 2012 con un centinaio di ospiti sul palco a sostenere Shagrath, Galder e Erkekjetter Silenoz. Osservando la tracklist dei live, si può notare l’ampio spazio lasciato alle recenti release, mentre sono stati un po’ sacrificati i primi dischi del gruppo (‘For All Tid’ e ‘Stormblåst’). Si possono difatti notare pezzi come ‘Gateways’, ‘Chess Wuth The Abyss’ e ‘A Jewel Traced Through Coal’, tutte provenienti da ‘Abrahadabra’, accanto

a brani consolidati come ‘Eradication Instincts Definded’, ‘Progenies Of The Great Apocalypse’, ‘Kings Of The Carnival Creation’, il classico ‘Mourning Palace’ e ‘Puritania’. Legittimamente ci si potrebbe chiedere qual è il risultato di queste performance. A questo proposito i due concerti si possono differenziare di sicuro per l’atmosfera, forse più particolare e suggestiva quella di Oslo, mentre quella di Wacken è impeccabile, ancor più pomposa, forse però meno coinvolgente rispetto alla controparte norvegese. Questo, alla fine, è l’unico giudizio che si può dare a una release di una band che fa della perfezione d’esecuzione uno dei propri punti di forza e che, di certo, non vediamo l’ora di poter ascoltare, e giudicare, all’uscita del prossimo, bramato studio album. Stefano Giorgianni

White Skull

Will Of The strong

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(Dragonheart/Audioglobe) Perseveranza e coerenza. Questo rappresentano gli White Skull, band italica sulla cresta dell’onda da quasi trent’anni e sempre fedele ai propri principi. A distanza di cinque anni da ‘Under This Flag’, che aveva visto il ritorno dietro al microfono di Federica “Sister” De Boni dietro al microfono dopo anni di assenza dalla scena musicale, ‘Will Of The Strong’ ci restituisce gli White Skull di ‘Asgard’, EP che ha fatto la storia dell’heavy nazionale, con qualche tocco di modernità nel sound che comunque non snatura la sempre coerente proposta della band vicentina. Importante precisare e ribadire questa peculiarità degli White Skull, perché rimanere saldi sulle proprie idee per circa tre decenni e, allo stesso tempo, non cadere nel

circolo vizioso del “defender a tutti i costi”, non è da tutti. Difatti, rispetto ad alcuni loro contemporanei, il gruppo capitanato da Tony “Mad” Fontò è riuscito a restare in carreggiata, al passo con i tempi, rispondendo ogni volta “presente” alla chiamata del metallo senza voler per forza eccedere nei manierismi o nelle banalità del genere da loro professato. ‘Will Of The Strong’non fa eccezione, puntando sempre a ripercorrere e a interpretare temi storici e/o mitologici, come ai tempi di ‘Tales From The North’ o ‘Dark Ages’, marchiando a fuoco col loro sound distintivo una nuovo capitolo discografico di tutto rispetto. Si trovano, difatti, la solenne e grintosa ‘Grace O’ Malley’, ispirata alla

rivoluzionaria irlandese, o la massiccia ‘Shieldmaiden’ dagli echi vichinghi, nelle quali la De Boni dà il meglio di sé, confermandosi una delle componenti fondamentali e uno dei tratti distintivi dei White Skull. Impossibile poi non citare pezzi come ‘Matilda’, dove gli arrangiamenti della new-entry Alexandros Muscio crea un tappeto melodico delizioso sullo sfondo del riffing prepotente di Fontò e del drumming preciso di Alex Mantiero, altro storico membro e asset dei vicentini. In conclusione, se cercate un disco che vi possa riportare ai fasti del metallo Made in Italy senza che vi faccia scadere nel retrò, ‘Will Of The Strong’ è quello che fa per voi. Bentornati, White Skull! Stefano Giorgianni

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i n o nsi

e c e r

The Ferryman

74

The Ferryman

(Frontiers Records) Il ‘traghettatore’ – con riferimento chiaramente al leggendario Caronte – è sicuramente una figura di grande rilevanza nella mitologia greca. Simile rilevanza ci aspettiamo debba avere questo progetto The Ferryman, ‘il traghettatore’ appunto, all’interno del roster Frontiers, vista la caratura dei nomi coinvolti. Al timone infatti della lugubre barca di Caronte troviamo infatti il terremotante drummer Mike Terrana, l’abile compositore e chitarrista Magnus Karlsson (Primal Fear, Free Fall) e il dotatissimo cantante Ronnie Romero dei Lords Of Black. Una formazione che è una vera e propria di dichiarazione di intenti: solo leggendo i nomi si potrebbe infatti

scommettere su come la musica proposta sarà qualcosa di saldamente ancorato al heavy melodico di progetti o band quali Allen/Lande, Last Tribe e Place Vendome, con magari qualche richiamo alle frange più melodiche del power o all’hard rock infuocato stile Eclipse. Scommessa vinta – lo diciamo subito – giacché le coordinate su cui si si muove ‘The Ferryman’ sono proprio queste: tanti richiami cioè al fortunato progetto Allen/Lande (‘End Of The Road’, ‘One Heart’), di cui The Ferryman si pone ad ideale successore, un sound estremamente melodico che a tratti ci ha ricordato i migliori dischi di Axel Rudi Pell (il riff introduttivo di ‘Fool You All’ potrebbe averlo scritto

è proprio il platinato chitarrista tedesco) e una vocalità calda e avvolgente, che ora accarezza la timbrica di Dio, ora mostra la potenza di un Russel Allen e talora la dolcezza di Gioeli. Se a tutto ciò si aggiunge l’aiuto importante in regia e alla tastiera di Alessandro Del Vecchio, e se si considera poi che la penna compositiva di Karlsson è ben lungi dall’aver perso l’affilatura, ne deduciamo facilmente come la scuderia partenopea abbia fatto centro un’altra volta. Niente di nuovo, niente di eclatante… ma per quanto riguarda l’heavy melodico, indubbiamente qui siamo allo stato dell’arte. Dario Cattaneo

Vinterblot

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Realms Of The Untold

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(Nemeton Rec.) l t a ge

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re, però voglio tenervi ancora un po’ con gli occhi incollati allo schermo per dirvi qualcosa in più di questa seconda fatica del quintetto italiano. In primis, è impossibile non notare l’ottimo artwork, opera di Marco Hasmann (già autore di copertine per Fleshgod Apocalypse, Collapse Within, Septycal Gorge e Vomit The Soul), che da sé si pone a succoso preambolo di ciò che è all’interno della release. In secondo luogo, basti dire che la produzione è stata curata da uno dei gotha del settore di mixing e mastering nel metal, ovvero quel Dan Swanö che eccelle in tutto (non vorremmo dire che trasforma in oro quel che tocca perché potrebbe sembrare esagerato, anche se quasi vero). Passando però al contenuto di ‘Realms Of The Undead’ non si può che rimanere sorpresi da quanto la qualità delle composizioni si equipari all’energia e alla potenza che vengono sprigionate di continuo durante lo scorrere del disco. Già dall’opener ‘Evoked By Light’ si può constatare quanto detto sinora, con blast-beat furiosi che fungono da tappeto a riff poderosi, impianto a sostegno

Vo

Ogni tanto capita di recuperare delle perle sepolte sul fondale del mare magnum delle uscite che arrivano in redazione ogni mese. Quest’oggi siamo lieti di presentarvi uno dei più bei capitoli che il metallo italico abbia da offrirvi di questi magri tempi: ‘Realms Of The Undead’ dei pugliesi Vinterblot. Complice di questa (ri)scoperta e imperdonabile manchevolezza è stata la presenza di Metal Hammer all’Inferno Festival di Oslo, dove la band si è recata, dopo aver vinto un contest online, per mantenere alta la bandiera del nostro paese e, sinceramente, dopo aver avuto la possibilità di vederli dal vivo, mi sono convinto che fosse il caso di resuscitare questo piccolo capolavoro del pagan metal italiano. I Vinterblot sono una band pressoché recente, fondati nell’inverno del 2008 in Puglia, sfornano il primo full-length nel 2012 e a quattro anni di distanza viene vomitato dalla bocca degli dei questo ‘Realms Of The Undead’. Potrei dirvi “compratelo” e finire qui la recensione, tanto il succo non si discosterebbe un granché dal punto in cui si vuole arriva-

dell’eccellente e prepotente cantato gutturale di Phanaeus. Ecco, vi ricordate i vecchi Amon Amarth? Quelli che mancano un po’ a tutti, dopo esser diventati gli Iron Maiden col growl, giusto per farvi un’idea di massima... I Vinterblot sono il caos di Loki sceso sulle coste della Puglia per creare scompiglio; ‘Realms Of The Undead’ è il vento del Nord spintosi in maniera avventata verso Sud, imprigionato con veemenza da cinque ragazzi di Bari che sono riusciti a trattenerlo per nove pezzi (bonus track inclusa) senza farne uscire un soffio dalle loro mani. Da ‘Frostbitten’, epica marcia verso il Valhalla del metal, passando per l’arrembante ‘Unveiling The Night’s Curtain’, la breve e tempestosa ‘The Summoning’, la maestosa (e highlight del disco) ‘Vagrant Spirits In A Misty Rainfall’, la riflessiva ed evocativa ‘...Of Woods And Omen’, fino alla conclusiva ‘Throne Of Snakes’, l’opera dei Vinterblot si inerpica su un Yggdrasil di magnificenza sonora cui è difficile arrivare oggigiorno. Siete nel reame di Níðhöggr, abbracciatelo senza timore. Stefano Giorgianni


recens

Dragonforce

Reaching The Infinity

(UDR/Warner)

Quando si parla di band che hanno fatto della propria musica una vera e propria immagine per se stesse, ci viene facile pensare ai Dragonforce. La band multinazionale risponde perfettamente a questa definizione: partiti agli inizi del millennio come estremizzazione del power metal sdoganato nel decennio precedente da Hammerfall, Stratovarius e prima ancora dagli Helloween; si sono dati da fare fin già dal secondo album per estremizzare di più ancora gli elementi già periferici della propria musica. E così ha il via con i successivi quattro album un escalation di brani sempre più veloci, sempre più pestati, sempre più melodici. Abili impastatori, Li, Totman e compagni pur seguendo questo trend sono sempre riusciti a ‘spalmare’ il proprio sound appunto nelle direzioni più estremizzate possibili, senza però mai

assottigliare troppo l’impasto se così vogliamo metterla. A nostro giudizio, però, prima o poi il freno andava tirato, e così ‘The Power Within’ e ‘Maximum Overload’ risultano un po’ meno trainanti in una sola direzione, con l’effetto voluto di lasciare un polmone un po’ più vasto per ‘tirare il fiato’ e provare magari qualche nuova soluzione. Tutto questo per dire che, nel pieno di questo oramai avviato 2017, per i Dragonforce era forse giunto il momento di tirare nuovamente un accelerata, e questo nuovo ‘Reaching Into Infinity’ è qui per dimostrarcelo. Ritmiche e basi sempre più tirate e forsennate (un regalo questo portato in seno alla band dal bravo drummer italiano Anzalone), un riffing quantomai serrato e articolato, sezioni strumentali ultra-acrobatiche e una tendenza alla melodia quantomai

marcata: certo, i Dragonforce hanno sempre fatto sfoggio queste caratteristiche, ma questa volta il giro di vite sull’aspetto più ginnico della loro musica si avverte. Prendono così forma canzoni nella più pura tradizione dei Dragonforce (‘Ashes Of The Dawn’, ’Silence’), brani in cui la componente estrema stavolta non si limita alle sole parti ritmiche ma anche al riffing e alle harsh vocals (‘War!’, ‘Midnight Madness’) e addirittura un brano (‘Edge Of The World’) dalla lunghezza superiore ai dieci minuti, in cui compaiono, oltre ai già citati iflussi estremi, anche echi progressive. Insomma, dopo un periodo di ricarica ai box , i Dragonforce fanno tesoro dell’esperieza accumulata e si rimettono sulla corsia di sorpasso. Vederli passare è sempre un piacere. Dario Cattaneo

gh Hi

Alestorm (Napalm/Audioglobe) Diciamocelo, la nave degli Alestorm è sempre un bel vedere mentre salpa verso l’orizzonte musicale. Per carità, è più o meno sempre la stessa, strutturalmente parlando, ma è anche vero che ha sempre viaggiato benissimo, quindi perché cambiarla? Come al solito, la stiva straborda di alcol (‘Pegleg Potion’ e ‘Bar und Imbiss’ ne sono la prova) e i nostri pirati sono pronti a nuove avventure che, come ogni avventura piratesca che si rispetti, termineranno nei fondali più profondi del mare. Certo, ci sono state un po’ di modifiche nella ciurma nel corso degli anni; l’ultima delle quale nel 2015 con la salita a bordo del chitarrista ungherese Máté Bodor in seguito all’abbandono di Dani Evans, ma ciò non sembra avere affatto danneggiato il morale dell’equipaggio – anzi. Questo viaggio pare ancora più serrato, e di contro ancora più fluido e melodico. Affermazione ossimorica?

Forse, ma non per questo meno veritiera. L’album parte difatti a vele spiegate con la titletrack, consegnandoci il primo ritornello orecchiabile sul quale sgolarci contornato da un lavoro di asce un poco più granitico del solito, dal sentore quasi thrash, se vogliamo. Ma è la successiva ‘Mexico’ il vero trascinatore di folle di questo viaggio – l’intro a 16 bit segnerà sicuramente l’inizio dei cori migliori ai futuri concerti dei nostri pirati preferiti di Perth. La traccia omonima della band, invece, ci ricorda delle eccezionali doti growl del tastierista Eliott Vernon. E quando credevamo che il capitano Chris Bowes non potessere essere più demenziale di così…beh, abbiamo dovuto ricrederci con la stupidissima (nel senso più positivo della parola) ‘Fucked With An Anchor’. La scusa però è più che buona: d’ora in poi daremo la colpa per il nostro vocabolario francese alla maledizione di uno

80

Vo

No grave But the Sea

l t a ge

74

ioni

stregone d’oltremare. Menzione d’onore al triste destino del marinaio che ha tentato di salvare la nave che stava affondando da solo (senza riuscirci), le cui coraggiose gesta sono epicamente narrate in ‘Man The Pumps’. Ancora una volta Bodor ha la possibilità di eccellere con le asce in ‘Rage of the Pentahook’, il temibile uomo di Paraguay con ben cinque uncini sulla sua mano destra, e il viaggio si conclude con il riferimento letterario in ‘Treasure Island’, articolata in ben otto minuti di lunghezza. E una volta terminato l’ascolto, perché no, ascoltatevi anche l’edizione per cani con l’abbaiare al posto della voce, e fatela pure conoscere ai vostri amici a quattro zampe metallari. Perché una cosa è certa: a qualsiasi specie apparteniate, ‘No Grave But The Sea’ è un album che saprà farvi divertire dalla prima all’ultima nota. Blagoja Belchevski

METALHAMMER.IT 61


SOLSTAFIR

GAHL'S WYRD

MOONSORROW UNLEASHED

AURA NOIR KARI RUESLÃ&#x2026;TTEN

WINTERFYLLETH

VIRELAI

SAHG

ORANSSI PAZUZU

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FORNDOM

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17-19. AUGUST 2017 BORRE. VESTFOLD. NORWAY O P E N - A I R

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M O U N D S

Metal Hammer Italia - 03/2017  
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