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Trimestrale di formazione e spiritualitĂ francescana

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Aprile n° Giugno 2012


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Aprile n° Giugno 2012

La storia della Chiesa nei Concili ecumenici

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Verità e protagonisti dei Concili ecumenici della Chiesa unita

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Domande a don Sandro Vitalini

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L’assistenza spirituale nell’Esercito svizzero

MESSAGGERO Rivista fondata nel 1911 ed edita dai Frati Cappuccini della Svizzera Italiana - Lugano ISSN 2235-3291

Comitato Editoriale fra Callisto Caldelari (dir. responsabile) fra Edy Rossi-Pedruzzi fra Michele Ravetta Maurizio Agustoni Gino Driussi Alberto Lepori E-Mail redazione@messaggero.ch

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fra Michele Ravetta

Francescanesimo secolare

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Cent’anni con voi

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Quando era proibito leggere la Bibbia

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Hanno collaborato a questo numero Franchino Casoni don Carlo Cattaneo Mario Corti fra Agostino Del-Pietro Fernando Lepori fra Andrea Schnöller don Sandro Vitalini

Redazione e Amministrazione

Fernando Lepori

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Alberto Lepori

Convento dei Cappuccini Salita dei Frati 4 CH - 6900 Lugano Tel +41 (91) 922.60.32 Fax +41 (91) 922.60.37

Messaggio ecumenico

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Internet www.messaggero.ch E-Mail segreteria@messaggero.ch

Cristiani nel mondo

Gino Driussi

Abbonamenti 2012

La pace sia con voi

ordinario CHF 30.sostenitore da CHF 50.CCP 65-901-8 IBAN CH4109000000650009018

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fra Andrea Schnöller

Chiara, ribelle e rivoluzionaria Mario Corti

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Editoriale Dalla crisi sorga un’opportunità di rinnovamento

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La crisi economica che tormenta da qualche tempo l’Europa sta facendo affiorare, almeno in alcuni Paesi, gravissime tensioni sociali. Come una belva feroce, la recessione ha scarnificato le economie di interi Stati, lasciando scoperte e indifese le corde più sensibili dei popoli che li abitano. Le conseguenze, benché non inattese (la Storia è ripetitiva), sono preoccupanti. in Grecia l’elettorato ha trainato verso successi inediti il partito neonazista “Alba dorata” e il partito comunista “Syriza” (acrostico di: Coalizione della Sinistra Radicale). In Francia, in occasione delle presidenziali di aprile, la candidata del Fronte Nazionale Marine Le Pen ha ottenuto il 17,9%, migliore risultato di sempre per un esponente dell’estrema destra francese. In Italia, nel tentativo di sfuggire alla morsa letale dei mercati, la politica ha dovuto lasciare la “scena” ad un Esecutivo di cosiddetti tecnici, sempre più in uggia al popolo a causa dei dolorosi provvedimenti adottati. In Germania il partito cristiano-democratico del Cancelliere Angela Merkel, propugnatrice dell’austerità come risposta alla crisi, sta subendo un interminabile calvario di sconfitte elettorali. Stesso destino in Gran Bretagna per il Partito conservatore del primo ministro David Cameron. In tutti questi Paesi si osserva inoltre un crescente astensionismo, sintomo incontrovertibile di sfiducia verso la capacità della politica di dare risposte efficaci alle aspettative della cittadinanza. Le sfide che attendono l’Europa, e in generale l’Occidente, vanno però ben oltre la (pur difficile) situazione economica contingente. Basta pensare alle cause stesse della crisi: speculazioni finanziarie folli, assistenzialismo indiscriminato, evasione fiscale patologica, inefficienza pubblica, pensionamenti insostenibili, e così via. Un micidiale, deleterio connubio tra avidità e irresponsabilità; un individualismo capriccioso di soli diritti e nessun dovere. L’impressione è quella di un circolo vizioso, dal quale i popoli non sembrano avere né la forza, né la voglia di staccarsi. Pochi sembrano sensibili al “fascino” (necessario) di parole come: sacrificio, responsabilità, etica, altruismo. Le riforme che cercano di portare un po’ di ordine nei conti pubblici sono accolte da manifestazioni di piazza che talvolta degenerano nella violenza più ottusa. Gli eccessi della finanza, che sembra

non saper (o voler) imparare dai propri errori, danno (apparente) legittimità a quanti invocano l’intervento salvifico dello Stato, cui affidare sempre maggiori compiti e responsabilità. Nella speranza che la mano pubblica, come un’ala di chioccia, possa proteggere dalle incognite del futuro. La risposta a questa situazione di smarrimento deve però essere un’altra. Lo Stato assoluto, per quanto retto da persone oneste e buone, è la negazione della libertà e della responsabilità individuali. Un’altra via, più rispettosa della dignità umana e della fiducia che dobbiamo poter riporre in noi stessi, deve essere possibile. Già nel 2009, agli albori della crisi economica, il Papa Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate (poderoso aggiornamento della Populorum Progressio di Paolo VI), si era chinato su questo decisivo interrogativo. “La complessità e gravità dell’attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente” (Caritas in veritate, n. 21). Ecco: non il cieco abbandono allo Stato, né il ricorso a partiti estremisti che negano l’uomo, potranno salvarci dalla crisi. Ma un progressivo, radicale ripensamento del nostro modo di vivere, così da creare, assieme, nuove e più solide basi sulle quali costruire il nostro futuro. Un futuro migliore. Maurizio Agustoni

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La storia della Chiesa nei Concili ecumenici I Concili ecumenici del Medioevo

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I Concili generali del Medioevo, come vennero allora denominati, furono convocati dal Papa romano per dare ordine e consistenza alla sua giurisdizione sul cristianesimo che, a partire dai primi secoli, si era sviluppato e affermato in Occidente. Già nel primo secolo i cristiani sono a Roma, allora capitale dell’Impero (e vi sono martirizzati Pietro e Paolo), poi dopo secoli di persecuzioni, l’imperatore Costantino dà la libertà ai cristiani (anno 313) e poi Teodosio impone il cristianesimo come religione dell’impero (380). Seguono i secoli delle invasioni barbariche provenienti dall’Oriente, la scomparsa dell’impero d’Occidente e poi la conver-

sione al cristianesimo dei nuovi popoli, culminati con l’incoronazione ad imperatore di Carlo Magno, re dei Franchi, da parte del papa Leone III a Roma nel Natale dell’anno 800. Quindi le lotte tra gli imperatori ed il papa romano, nel frattempo diventato sovrano di un suo territorio (il “Patrimonio di San Pietro”), specialmente attorno alla nomina dei vescovi, spesso anche investiti dell’amministrazione di città e territori. I dieci Concili medioevali (non riconosciuti come ecumenici dalle Chiese orientali) ebbero all’inizio una cerchia ristretta di partecipanti, non però limitati alla sola Italia, e si occuparono di questioni ecclesiastiche di carattere generale. La loro ampiezza ed autorità ecumenica è interamente dipendente dall’ascesa del papato riformatore e dal suo valore universale. I compiti dei Concili papali e la cerchia dei partecipanti sono gradatamente aumentati: vi partecipavano vescovi, abati membri del clero delle cattedrali di Italia, Germania, Francia, Spagna e Inghilterra, e anche rappresentati dei poteri laici, e si discuteva e deliberava sui grandi problemi della organizzazione e della disciplina della Chiesa, dall’elezione del Papa all’investiture dei vescovi, alle crociate, alla condanna delle nuove eresie, ecc. ecc. Papa Callisto II (1119-1124), dopo aver posto termine alle lotte per le investiture, con il concordato di Worms del 1122 col re tedesco (il re rinuncia all’investitura con l’anello e il pastorale, ma con la salvaguardia degli interessi dell’impero), nell’anno successivo volle far confermare questo trattato da un Concilio tenuto in Laterano, riconosciuto come il nono Concilio ecumenico dalla Chiesa occidentale, e svoltosi probabilmente dal 18 marzo al 6 aprile 1123, in Laterano a Roma, cioè nella chiesa cattedrale del Papa. Il palazzo del Laterano, sede per un millennio dei Papi, conteneva una aula conciliare, eretta da Papa Leone III e attigua alla basilica, con un accesso diretto; si può presumere che nell’aula si discuteva e gli atti solenni avevano luogo nella contigua basilica.

Palazzo dei Papi - Avignone


Verità e protagonisti dei Concili ecumenici della Chiesa unita LATERANENSE I (Roma) Anno 1123 Nono Concilio ecumenico. Venne convocato nel 1123 da Callisto II e aprì la serie dei Concili d’Occidente. La sua decisione più importante fu la ratifica del concordato di Worms (1122) con l’imperatore Enrico V, che pose fine alla lotta per le investiture tra autorità secolari ed ecclesiastiche. Il Concilio promulgò inoltre canoni che proibivano la simonia e il matrimonio del clero e annullò le ordinanze dell’antipapa Gregorio VIII (1118-1121). Il Concordato di Worms Stipulato tra Callisto II e l’imperatore Enrico V nel 1122, è il primo concordato della storia (contratto tra Papa e sovrani temporali) e regola con una soluzione di compromesso la nomina dei vescovi: il vescovo era eletto liberamente dal suo clero alla presenza dell’imperatore o di un suo rappresentante, poi prestava giuramento al sovrano in cambio del feudo che gli veniva riconosciuto; infine era consacrato vescovo dall’arcivescovo metropolitano, con la consegna dell’anello e del pastorale. L’elezione da parte del clero garantiva una certa indipendenza del vescovo dall’imperatore, e l’intervento del metropolita segnava una distinzione tra potere religioso e potere politico.

LATERANENSE II (Roma) Anno 1139 Decimo Concilio ecumenico. Fu chiamato a risolvere lo scisma provocato dall’antipapa Anacleto II (11301138) e decretò la scomunica per i suoi seguaci; decise la sospensione della predicazione ed esilio di Arnaldo da Brescia e di Pietro di Bruys. Il Concilio rinnovò i canoni contro il matrimonio del clero e proibì i tornei pericolosi. Condannò alcune eresie sui sacramenti del battesimo, cresima e matrimonio.

LATERANENSE III (Roma) Anno 1179 Undicesimo Concilio ecumenico in seguito alla pace di Venezia tra l’Imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda, pace sostenuta dallo stesso Papa. Dispose che il Papa venga eletto esclusivamente dai car-

dinali e la sua elezione sia valida solo se eletto da una maggioranza di almeno i due terzi dei voti dei cardinali elettori. Esortò alla crociata contro gli Albigesi (questa crociata verrà intrapresa solo più tardi, sotto papa Innocenzo III).

LATERANENSE IV (Roma) Anno 1215 Dodicesimo Concilio ecumenico. Viene ritenuto il più importante dei concili Lateranensi, e venne contraddistinto dalla presenza di due patriarchi d’Oriente, legati di molti principi secolari, e più di 1200 vescovi ed abati. Tra i suoi settanta decreti spicca la condanna delle eresie dei catari, di Gioacchino da Fiore e Pietro Lombardo; una professione di fede che introdusse per la prima volta la definizione di transustanziazione; una disposizione che proibiva la fondazione di nuovi ordini monastici; l’obbligo, rivolto a tutti i membri della Chiesa occidentale, di confessarsi e comunicarsi almeno una volta all’anno; la disposizione per bandire una nuova crociata. Le crociate La storia elenca otto grandi crociate, dal 1096 al 1270. La prima fu proclamata da Urbano II al concilio di Clermont e la predicò Pierre l’Eremita: ebbe successo con la conquista di Gerusalemme (1099). La presenza dei crociati latini in Medio Oriente (nei cosiddetti Luoghi Santi) durò circa due secoli, per scomparire a colpi successivi per opera degli arabi e poi dei turchi (1291). Di fatto le crociate furono una istituzione permanente, un flusso incessante, seppure di diversa importanza, che condusse in Palestina combattenti e pellegrini. Per la difesa dei Luoghi Santi si costituirono ordini religiosi di monaci-soldati (come i Templari) e ordini ospedalieri per l’accoglienza. La presenza latina durò meno di tre secoli mentre sul piano religioso (specialmente a causa della quarta crociata - 1202-1204 - che conquistò Costantinopoli) allargò il fossato tra la Chiesa di Roma e l’Oriente cristiano.

LIONESE I (Lione) Anno 1245 Tredicesimo Concilio ecumenico. Pronunciò la deposizione dell’imperatore Federico Il, quale usurpatore dei

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I grandi santi del XIII secolo

Basilea•

Costanza •

•Lione •Vienne •Ferrara •Firenze

•Roma

beni ecclesiastici e dei diritti della Chiesa e deliberò l’invio di soccorsi a Costantinopoli e in Terra Santa. Esaminò le “piaghe della Chiesa”. Regolò la procedura dei giudizi ecclesiastici. Dettò norme sulla procedura dei giudizi ecclesiastici.

LIONESE II (Lione) Anno 1274 Quattordicesimo Concilio ecumenico. Esaminò i problemi dell’Impero latino d’Oriente, soprattutto in vista della minaccia turca. Fu deliberata la pacificazione con le Chiese orientali che, sotto la spinta dell’imperatore d’Oriente, Michele VIII Paleologo, riconobbero, oltre la legittimità della dottrina del Filioque, il primato dei papi e il principio dell’appello a Roma. Prese misure in favore della Terra Santa, ordinò, per l’elezione del papa, l’obbligatorietà del conclave. Riconobbe il diritto di Rodolfo I d’Asburgo alla corona imperiale. Furono regolamentati i conclavi e indetta una Crociata contro i musulmani.

La storia della Chiesa medioevale è ricca di grandi santi che fanno contrasto alle figure papali, spesso troppo coinvolte in dispute politiche. Vanno in particolare menzionati san Francesco d’Assisi (1182 – 1226), che col suo esempio di povertà e umiltà, diede inizio ai frati francescani; san Domenico (CaleruegaSpagna 1170 – Bologna 1221), fondatore dell’ordine dei domenicani, grande predicatore; san Tommaso d’Aquino (1225 – 1274), il più famoso teologo, autore di numerosi trattati, tra cui la Summa Teologica; morì all’abbazia di Fossanova, mentre si recava al Concilio di Lione, chiamatovi da papa Gregorio X.

VIENNESE (Vienne - Francia) Anni 1311-1312 Quindicesimo Concilio ecumenico (manovrato da Filippo V il Bello). Partecipano solo le persone “gradite” a Filippo, ma sono presenti i superiori degli ordini mendicanti. Venne ratificata la condanna dei Templari e l’ordine fu sciolto, ma la maggioranza dei padri non acconsentì; il Papa allora procedette con la bolla Vox in excelso: l’ordine fu sciolto per disposizioni di carattere amministrativo. Si occupò delle differenze fra spirituali e conventuali e condannò i principali errori delle beghine in Germania. Gli ordini mendicanti Crociate e Inquisizione riuscirono a limitare ed anche distruggere le eresie, ma non potevano rispondere alle attese delle popolazioni cristiane che domandavano un ritorno allo spirito di povertà e di fratellanza proclamato dal cristianesimo. Questa risposta venne dagli ordini mendicanti, francescani e domenicani, che operarono in consonanza con lo spirito di rinnovamento presente nella Chiesa, a partire dal XI secolo.


Messaggio tematico E’ sorprendente che le iniziative di San Francesco con i Frati Minori e di San Domenico con i Fratelli Predicatori siano contemporanee (1210 e 1215), seppure per niente coordinate, e mostrano quanto fosse forte la richiesta di cambiamenti evangelici. Questi due ordini influenzarono grandemente la Chiesa cattolica del XIII secolo, per la loro azione di apostolato in mezzo alla nuova società che si formava nelle città, mentre i monaci precedentemente erano specialmente presenti nelle campagne.

COSTANZA (Germania) Anni 1414-1418 Sedicesimo Concilio ecumenico. Convocato e presieduto in un primo momento dal pontefice Giovanni XXIII, che poi si ritirò. Pose termine allo scisma d’Occidente. Depose i papi Giovanni XXIII (obbedienza pisana) e Benedetto XIII (obbedienza avignonese), mentre Gregorio XII (obbedienza romana) abdicava volontariamente. Condannò Giovanni Huss, Wicliff e Girolamo da Praga. Proclamato papa Martino V, questi confermò la parte del Concilio riguardante la materia relativa alle questioni di fede. Non vennero invece approvate le decisioni che dovevano affermare la superiorità del Concilio sul Papa.

FIORENTINO (Basilea - Ferrara - Firenze) Anni 1431-1443 Diciassettesimo Concilio ecumenico. Aperto nel 1431 a Basilea, sciolto da Eugenio IV (1437), riunito poi a Ferrara (1438) e trasferito a Firenze (1439), fu chiuso a Roma nel 1443. Vi intervennero l’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe di Costantinopoli. Fu votata nuovamente l’unione dei Greci con i Latini; vennero risolte le controversie relative alla dottrina dello Spirito Santo, all’Eucaristia ed al Purgatorio, e proclamato da Greci e Latini il “primato” del pontefice romano. Pubblicò ancora decreti di unione relativi agli Armeni, Giacobiti, Siri, Caldei e Maroniti. La rottura tra Roma e Costantinopoli Il 16 luglio 1054 è considerata la data storica della rottura tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente ed il momento dell’inizio della Chiesa ortodossa separata da

Roma. Di fatto altre rotture si erano manifestate precedentemente, ma erano state temporanee, e molte unioni, altrettanto limitate, ci furono in seguito. Se il 1054 diventa una rottura definitiva, è che da secoli si erano accumulate le cause di malintesi. Gli storici indicano cause politiche e ancor più culturali. Così il greco e il latino usati nella liturgia durante secoli, diventati ovviamente prevalenti in Oriente e in Occidente; ma con la lingua si esprime anche una differenza di mentalità e fonte di continui malintesi nel vocabolario teologico. Oltre ai problemi teologici, dibattuti specialmente nei primi secoli nei Concili orientali (vedi MESSAGGERO n. 17), furono importanti anche contrasti disciplinari (come il celibato dei preti o il porto della barba o l’uso del pane azimo); ovviamente ebbero grande peso anche aspetti personali, con risvolti politici. Due però furono considerati motivi fondamentali della rottura: l’aggiunta da parte dell’Occidente della espressione FILIOQUE al Credo comune concordato assieme a Nicea, e il primato del papa di Roma, dopo che Costantinopoli divenne la sede dell’Imperatore (la “seconda Roma”). Nel 1274 fu celebrato l’ultimo concilio di unione, presente il patriarca di Costantinopoli e l’imperatore Michele VIII Paleologo, ma la riunificazione delle due Chiese fu respinta dal clero e dal popolo greco.

LATERANENSE V (Roma) Anni 1512-1517 Diciottesimo Concilio ecumenico. Convocato da Giulio II nel 1512 e continuato da Leone X fino al 1517. Prese provvedimenti per la riforma della disciplina ecclesiastica; annullò gli atti del conciliabolo di Pisa (1511) e confermò il concordato con Francesco I, che aboliva la Prammatica Sanzione di Bourges. Proibì la stampa di libri privi dell’approvazione ecclesiastica. Definì la personalità e immortalità dell’anima umana contro la posizione di Pietro Pomponazzi.

Testi adattati da don Carlo Cattaneo e da Alberto Lepori (Vedi: Hubert Jedin, Breve storia dei Concili. Morcelliana, Brescia 1996; Vincenzo Monachino, I Papi e le grandi controversie teologiche, in I Papi nella storia, Coletti, Roma 1961)

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Domande a don Sandro Vitalini

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1) Con lo scisma d’Oriente che cosa hanno perso le Chiese occidentale e orientale? Rispondo: tutto! E mi spiego. Nel primo millennio ci furono tensioni tra Oriente e Occidente (ad es. circa la data della Pasqua), ma, nonostante le tensioni, si arrivò sempre a spezzare insieme il pane eucaristico, segno di divina unità nello Spirito di Cristo. Mentre l’Occidente conosceva secoli bui (invasioni barbariche, lotte tra le famiglie romane per accaparrarsi il pontificato), l’Oriente fioriva come l’altra Roma, la capitale dell’impero. Quando anche l’Occidente rialzò la testa, soprattutto con Carlo Magno, le tensioni tra i due blocchi si accentuarono perché entrambi volevano primeggiare sull’altro. Le questioni teologiche (del “Filioque” o del pane azzimo o no) furono pretestuose. In realtà, la Chiesa d’Occidente voleva riaffermare quel primato che aveva perso e le reciproche scomuniche sancirono una situazione incancrenita: non si parlava più la stessa lingua, non ci si voleva più capire. La divisione toccò il suo apice con la cruenta presa di Costantinopoli da parte dei crociati (1202) e tutti i tentativi che poi si intrapresero per siglare l’unità (come al concilio di Ferrara-Firenze, 1431-1443) non portarono a niente per l’opposizione popolare. Con la caduta di Costantinopoli (1453) la divisione parve definitiva. Ancora oggi, nonostante gli sforzi di Paolo VI e Atenagora, del Vaticano II e dei molti incontri bilaterali, le due Chiese non si considerano frutto di una spaccatura (divise - ferite - separate), ma l’unica vera Chiesa fondata su Cristo, al punto che l’Oriente non ammette i cattolici romani, nemmeno in caso di grave necessità, ai sacramenti. Ecco perché hanno perso tutto e cioè la coscienza di essere mutilate, bisognose l’una dell’altra per ricostituire l’unica Chiesa con i suoi “due polmoni”, non separati, ma in comunione. Purtroppo la strada verso il riconoscimento dell’unità nella comunione con l’unico Signore pare ancora lunghissima. Solo l’umile riconoscimento dei peccati commessi nella storia preparerà quella riunificazione che permetterà di spezzare insieme il pane eucaristico, nel rispetto delle diverse tradizioni cristallizzate nei secoli. Bisognerà riaffermare il patrimonio di fede del primo millennio e riconoscersi Chiese sorelle che si ascoltano e si aiutano senza voler prevalere l’una sull’altra. L’unità ritrovata si fonderà sull’umiltà e l’ascolto reciproco.

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2) Quale contributo possono ancora dare alla Chiesa gli Ordini mendicanti? Un contributo enorme. Gli ordini mendicanti, che si ispirano a San Francesco e a San Domenico, anche se ridotti nei ranghi, possono aiutare tutti i cristiani a capire la loro vocazione. Ciò che vivono i discepoli di Francesco e di Domenico va realizzato anche da tutti i battezzati, su di un piano analogo ma realissimo. La povertà è richiesta a tutti i cristiani, che devono essere resi coscienti che hanno ricevuto tutto (1Corinti 4, 7). Noi siamo gli amministratori dei beni del Padre e li gestiamo al servizio dei fratelli. O la Chiesa è povera o non esiste, o condivide tutto o è morta. La diaconia, la dedizione per ogni prossimo, connota la Chiesa nel suo servizio per l’affamato ed il carcerato, per il malato e lo straniero. Ogni sfarzo è un flagello in più per il Crocifisso. L’obbedienza a Dio e non agli uomini (Atti 4, 19) è la caratteristica non solo dei frati, ma di tutti i battezzati. La voce di Dio è veicolata dalla coscienza dell’individuo (Gaudium et Spes, n. 16), che Joseph Ratzinger così commenta: “Al di sopra del papa, come espressione del diritto vincolante dell’autorità ecclesiastica, sta ancora la coscienza individuale, alla quale prima di tutto bisogna obbedire, in caso di necessità, anche contro l’ingiunzione dell’autorità ecclesiastica”. Il catechismo della Chiesa cattolica ribadisce: “L’essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza” (n. 1800). La verginità è pure richiesta, su di un piano analogo, a tutti (2Corinti 11, 2). L’amore verginale dona senza chiedere nulla in contraccambio. Questa oblatività divina non si limita ai frati, ma li rende modello per tutti i battezzati. Lo stesso amore coniugale più è oblativo e più è costruttivo e diviene eterno. Lo si vede nei genitori che si sacrificano per un figlio disabile, in un coniuge che sostiene l’altro malato, in chi perdona il


nemico e il persecutore, in chi dà la vita per salvarne altre. Se da una parte i membri di un ordine religioso devono tremare per la vocazione ad essere maestri e modelli del Popolo di Dio, dall’altra i fedeli devono capire che sono tutti chiamati alla perfezione del Padre (Mt 5, 48). Le nostre leggi prevedono una dispensa dal servizio militare per chi ha emesso voti solenni, ma si dovrebbe esigere analoga dispensa per tutti i battezzati, ai quali è vietato uccidere anche in caso di difesa (Mt 5, 38-47), e che potrebbero utilmente servire la comunità con impegni di tipo civile. Se noi abbiamo una venerazione ad esempio per i discepoli di San Francesco, che incarnano il Vangelo, la dovremmo avere anche per tutti i battezzati, chiamati a rendere visibile nel mondo l’amore trinitario. L’amore per ogni prossimo (familiare, amico, estraneo, nemico) sintetizza tutti i comandamenti (Rm 13, 9). E’ in questo amore oblativo che noi riconosciamo la presenza operativa della Trinità anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa: “Quello che non desideri per te non farlo neppure agli altri uomini” (Confucio, Dialoghi, 15, 23).

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3) La descrizione della “presenza reale” di Gesù nell’Eucaristia con la formula della “transustanziazione” è ancora adeguata al linguaggio moderno? Mi è capitato più volte di insistere sul fatto che il primo millennio, dove la Chiesa era ancora una, ha molto da insegnare a quelli successivi, almeno fino a quando

si ricupererà l’unità. Noi, malconci per le nostre divisioni, guardiamo ai sani per farci aiutare. E’ un fatto che la presenza reale del Cristo nel pane consacrato fu sempre creduta e venerata. I primi cristiani quotidianamente spezzavano il pane (eucaristico e materiale) insieme (Atti 2, 46). Si conservava una parte del pane per portarlo ai malati in vasi ornati e preziosi, che sottolineano la venerazione di cui era circondato. Per marcare e dimostrare questa presenza ci si rifaceva all’assemblea, “cristoconformata” in una vita di fraternità. Agostino predicava a chi si era comunicato: “Voi avete ricevuto voi stessi”. Solo nel nono secolo iniziarono le dispute teologiche sulla natura di questa presenza nel pane. Mentre in precedenza la si vedeva nel Cristo che santificava la comunità, in seguito, quando la comunione si diradò e la liturgia divenne monopolio del clero, ci si concentrò sulla mutazione di natura del pane consacrato. I “miracoli eucaristici” (Orvieto, Bolsena, Lanciano) concentrarono l’attenzione dei teologi sulla “transustanziazione”, termine coniato da Innocenzo III. Sulla natura di essa i pareri dei teologi sono innumerevoli. La dottrina di Tommaso d’Aquino è profondissima al proposito, ma non facile da spiegare all’uomo moderno. Mons. Carlo Colombo, professore di dogmatica a Venegono, ebbe una lunga polemica con il gesuita padre Selvaggi, che interpretava in senso fisicistico la presenza reale. Questo per dire che ancora ai nostri giorni ci sono parecchie discordanze al proposito. Pur essendo convinto della posizione di San Tommaso (ripresa ad es. dal card. Journet), penso che sia sufficiente sottolineare la presenza reale del Cristo nel Sacramento, come fa il documento “BEM”

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del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che sottolinea la realtà salvifica del Battesimo, dell’Eucaristia e del ministero per tutti i cristiani. Un simile testo sarebbe bastato a creare l’unanimità tra le Chiese, se non ci fosse stata la paura che l’unità ritrovata avrebbe fatto perdere qualcosa a qualcuno. La presenza nel sacramento è reale, adorabile, segno di quella presenza eterna che ci rallegrerà in paradiso. Il Vaticano II evidenzia questa presenza in modo mirabile (Sacros. Conc., n. 7). Tale presenza si dice per antonomasia reale, non però per esclusione, quale le altre non lo fossero (Paolo VI, Mysterium Fidei). Non si tratta di una presenza simbolica, ma di una presenza tanto reale da trasformare nel Cristo colui che l’accoglie. Nel Medioevo l’adorazione oculare aveva sostituito la comunione sacramentale, tanto che il Laterano IV (1215) aveva “obbligato” i cristiani a comunicarsi almeno a Pasqua! Non bisogna però opporre adorazione e comunione. L’Oriente non conosce l’adorazione, ma dà amplissimo spazio alla celebrazione. Lo spazio che diamo all’adorazione, pubblica o privata, è una preparazione e un prolungamento della celebrazione eucaristia. Propriamente la comunione non si limita alla sola manducazione, ma si estende a tutta la celebrazione: è comunione con i fratelli, con il ministro, con la Parola di Dio che viene proclamata e spiegata, così che ci si prepara a spezzarsi col pane spezzato a servizio di tutti. Anche la processione del Corpus Domini non è uno spettacolo folcloristico, ma la presa di coscienza che il Cristo Signore che abbiamo ricevuto ci accompagna per strade e piazze per aiutarci a consacrare il mondo nel suo amore.

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4) Le crociate hanno dimostrato che con le armi non si può conquistare niente di duraturo. C’è ancora nella Chiesa un pericolo di usare la forza, invece che la testimonianza e il servizio? Dovremmo riflettere maggiormente sulle crociate (e anche sui roghi degli eretici e delle streghe). Ci rendiamo conto che la Chiesa nella sua globalità ha rinnegato il Vangelo dell’amore universale per adorare l’idea della spada, della violenza, dell’oppressione, con carneficine “indulgenziate”? Papi, vescovi, santi (come san Bernardo) hanno visto nelle crociate una realtà positiva. Ricordo che anche il mio professore di storia a Friborgo cercava di salvare almeno la prima crociata quasi fosse una specie di corso di esercizi spirituali. Egli cercava anche di mostrare la mitezza degli inquisi-

tori, che si preoccupavano che le loro vittime avessero buon nutrimento in prigione! La riflessione sul passato deve illuminarci sul presente e il futuro. Non si dica che queste ignominie erano frutto della mentalità del tempo. Il Vangelo non si piega a idee e pratiche distorte, ma cerca di proporre una conversione radicale del cuore. Si pensi a Francesco d’Assisi, che fu pure crociato, armato però solo del Vangelo. Il suo soggiorno di tre mesi presso il sultano gli permise di conquistare, disarmato, i luoghi santi dati in custodia fino a oggi proprio ai suoi fratelli. Eppure quanti hanno assimilato la lezione di Francesco? Lui ha conquistato ciò che è sfuggito ai crociati appoggiati da una forza bellica che oggi ancora impressiona. Sussistono infatti tuttora dei castelli fortificati dei crociati che nemmeno l’atomica potrebbe distruggere. Questa mentalità da crociato non è stata ancora eliminata. Grande è stata l’opera del Concilio Vaticano II, ma le sue conquiste sono oggi oggetto di contestazioni violente da parte di questi nuovi crociati. Così si dice che dopo Pio XII la sede romana è vacante, perché i papi sono stati inficiati dal “modernismo”, riconoscendo la libertà di ogni persona di optare per la religione che sceglie, senza essere costretti ad aderire a quella autentica. Così si guarda con orrore al movimento ecumenico che non parla più di “ritorno” dei fratelli separati all’unico ovile romano. C’è chi vuole riesumare il “Sillabo”, che certo è in contrasto con la “Gaudium et Spes”. Ci appare anche un inspiegabile indurimento dell’etica cattolica sui vari problemi che toccano il rispetto della vita umana. La morale classica ad esempio ci diceva che là dove sono in pericolo la vita della madre e del suo bambino, a parità di condizioni, si cerca di salvare la madre. Oggi ci si irrigidisce sul contrario. Così, in passato, si riconosceva il diritto di un individuo a rifiutare ogni accanimento terapeutico. Oggi, circa l’interruzione di queste cure, si afferma: “Non spetta alla persona decidere” (Giuseppe Betori, 1.10.2008). Mi permetto di rimandare al libro di Vito Mancuso, Obbedienza e libertà, Fazi Editore, 2012, mentre riconosco che solo la fedeltà al Concilio Vaticano II, che si radica nella più antica tradizione sgorgata dal Nuovo Testamento, ci permetterà di attuare l’ordine di San Giacomo: “Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà (2, 12). don Sandro Vitalini


L’assistenza spirituale nell’Esercito svizzero

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Da oltre 150 anni l’Esercito svizzero conta sulla presenza del cappellano militare, proveniente da una delle due Chiese riconosciute dalla Confederazione: la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Riformata. La Diocesi o il Sinodo propongono al brigadiere che occupa il posto di capo del personale ausiliario dell’Esercito quei candidati (sacerdoti, diaconi, assistenti pastorali, teologi e teologhe) idonei a svolgere la mansione di assistente spirituale “in divisa”, quindi con un ruolo qualificante ed organizzato in seno all’Esercito, così da poter essere accanto ad ogni milite che svolge il proprio servizio durante la scuola reclute od il corso di ripetizione. Il posto del cappellano nell’Esercito è là dove vi sono incontri umani. A tale riguardo, il cappellano militare assume o rende possibile, con uno spirito fondamentalmente ecumenico, l’assistenza spirituale anche di quei militari che non si riconoscono nella sua confessione o religione. Il cappellano militare vive a stretto contatto con la truppa. Così facendo, crea le premesse per poter meglio intuire, capire, vedere e accertare i desideri personali, i problemi legati al servizio, nonché quei conflitti caratteriali della vita civile che i militari manifestano durante il servizio. In casi critici egli assiste gli interessati in maniera particolare e consiglia i comandanti competenti. In questo senso l’attività del cappellano militare e il suo messaggio sono contraddistinti da un’apertura e da una profonda comprensione umana. Con la nomina ricevuta il 1o gennaio 2004 a questa mansione, continua la lunga serie di frati cappuccini svizzeri che hanno assunto questo compito a servizio dei militi. Con il grado di capitano di Stato Maggiore, il cappellano ha la facoltà di libero movimento sul campo perché l’incontro con il milite, a qualunque mansione o grado appartenga, possa sempre essere fattibile e non vi siano impedimenti di sorta. Un grado gerarchico così alto e l’appartenenza allo Stato Maggiore fa sì che il cappellano abbia una relazione strettissima con l’organo di comando e di conseguenza una facilità di contatto con tutti i sottoposti per grado e funzione. Tra i compiti assegnatomi dal comandante, vi è il discorso da tenere al battaglione a cui appartengo (aiuto alla condotta, facente parte della brigata fanteria di montagna 9), la visita agli ammalati ed incarcerati, la domanda di dispensa dal possesso dell’arma, il discorso di chiusura del corso. Inoltre è previsto che,

nella prima settimana di servizio, i militi abbiamo un incontro diretto con il cappellano, attraverso un’ora di presentazione e teoria alle varie compagnie che compongono il battaglione. In alcune occasioni è possibile organizzare una liturgia ecumenica, in particolare se durante il servizio si ricordano particolari festività religiose. Durante il periodo di formazione tenutosi nel mese di giugno 2004 a Zweisimmen, Canton Berna, i candidati cappellani, cattolici e protestanti, uomini e donne, hanno potuto confrontarsi su tematiche spirituali e tecniche (non si dimentichi che oltre alla funzione di assistente religioso, il cappellano è anche un ufficiale), attraverso una serie di nozioni teologiche e strategiche, tutto in un contesto di ecumenismo e reciproco rispetto per l’appartenenza alla rispettive confessioni. Lo Stato Maggiore Generale si sta chinando sulla problematica delle differenti confessioni religiose dei militi che prestano servizio, in rapporto al cappellano militare che si presenta cattolico o protestante. La richiesta proviene dai musulmani che vorrebbero un cappellano della loro religione. Considerato che sul bavero della giacca del cappellano, cattolico o protestante che sia, appare al lato opposto del grado militare la croce, questo può dare fastidio a chi non si riconosce cristiano. Ma i vertici dell’Esercito hanno finora stabilito che il cappellano militare ha sì una propria confessione religiosa ma questa non impedisce di incontrare ogni milite con il suo credo. Altrimenti ogni religiosità o filosofia di pensiero presente in Svizzera potrebbe chiedere all’Esercito il proprio cappellano; allora sui baveri vedremmo una sfilata di simboli religiosi a non finire: stelle di Davide, mezzelune, Yin e Yang, fiori, elementi cosmici, ecc. Tocca al cappellano fare il possibile perché un milite possa avere un rappresentante della propria religione. A differenza degli altri militi, il cappellano militare resta in servizio fino al cinquantesimo anno di età; questo lungo lasso di tempo ci permette di seguire per più anni gli stessi soldati, instaurando un rapporto duraturo che talvolta si prolunga all’esterno della vita in grigio-verde. Inoltre ogni quattro anni cambia il comandante del battaglione e talvolta tutto lo Stato Maggiore: resta il cappellano quale testimone del tempo che passa e delle persone che cambiano. fra Michele Ravetta cappellano militare

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Francescanesimo secolare Ritiro quaresimale 2012

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Avevo scritto così sulla locandina che appesi all’entrata del Convento di Bigorio. Eucaristia, mistero della fede, gioia della vita: era il tema dei nostri tre giorni di ritiro. No!: dice fra Mario Bongio; attenzione alla grammatica della fede. Eucaristia due punti, mistero della fede, punto, Gioia della vita punto. L’eucaristia porta un’etichetta: maneggiare con cautela, non può essere trattata con la manovella delle messe in serie e delle altrettante comunioni ricevute distrattamente. Perciò iniziamo a riflettere dal capitolo 18 del Vangelo di Giovanni: “Chi cercate?” Siamo tutti cercatori di Dio sulla strada del Vangelo, per noi francescani meglio sarebbe dire mendicanti di Dio. Colui che cerca si scopre cercato, occorre lasciarci cercare e trovare da Lui che è la meta, l’Ultimo, poiché da soli riusciamo a trovare solo le cose penultime. La nostra esistenza non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere. “Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e

disse loro: “Chi cercate? Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Appena disse: «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra”. La rivelazione di Dio è insopportabile! «Io sono colui che sono!». Non si può fare altro che sbattere il muso a terra, come fecero i soldati, gli unici forse ad avere veramente capito “Chi” stava loro di fronte: “Con lanterne, torce e armi”. Con il lanternino alla ricerca del pelo nell’uovo, con la fiaccola della fede, con le buone o con le cattive. Non è così che funziona, alla ricerca di Gesù si va con un abbigliamento adeguato, vale a dire disarmati, francescanamente umili, poveri, dimessi. Giovanni al capitolo 13, a differenza di Marco, Matteo e Luca ci descrive l’Eucaristia tramite il rito della lavanda dei piedi e di fatto la pone sullo stesso livello: “Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino


Messaggio dall’O.F.S. e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi»”. Vi sono due passaggi su cui meditare in particolare; “Mentre cenavano” e l’interrogativo “Sapete ciò che vi ho fatto?”. Non prima, non dopo, ma durante la nostra esistenza Gesù ci insegna a tenere un comportamento di reciproco servizio; lodare, benedire, ringraziare Dio tramite il prossimo e “cum grande humilitate”. Nella comprensione siamo pure aiutati dalle riflessioni del nostro amatissimo don Tonino Bello e da Jaques Dupont, monaco certosino e Priore della Certosa di Serra San Bruno. Don Tonino: “A me piace moltissimo l’espressione Chiesa del grembiule, cioè Chiesa del servizio. Sembra un’immagine un tantino audace, discinta, provocante, ma è al centro del Vangelo: “Gesù, preso un asciugatoio, se lo cinse intorno alla vita. Poi, versata dell’acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi dei discepoli”. Per l’ordinazione, le suore del paese o gli amici ci hanno regalato una cotta, una stola ricamata in oro, ma nessuno ci ha regalato un grembiule, un asciugatoio. Eppure, è questo l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo. Le nostre Chiese, purtroppo, celebrano liturgie splendide, anche vere, ma quando si tratta di rimboccarsi le maniche c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota d’acqua, un catino che non si trova. Quando sono stato nominato vescovo, mi hanno messo l’anello al dito, mi hanno dato il pastorale tra le mani, la Bibbia: sono i simboli del vescovo. Sarebbe bello che nel cerimoniale nuovo si donassero al vescovo una brocca, un catino e un asciugatoio. Per lavare i piedi al mondo senza chiedere come contropartita che creda in Dio. Tu, Chiesa, lava i piedi al mondo e poi lascia fare: lo Spirito di Dio condurrà i viandanti dove vuole lui”. Jaques Dupont nell’intervista rilasciata a Luigi Accattoli, giornalista del Corriere della Sera, prima della visita di Benedetto XVI ai certosini di Serra San Bruno il 9 ottobre 2011 così si esprimeva sulla Comunione durante la Messa conventuale: “C’è per me un momento privilegiato ed è la Comunione durante la Messa conventuale. Da noi questo momento liturgico è vissuto in un raccoglimento molto intenso, di grande concentrazione. Siamo tutti intorno all’altare, prima ci scambiamo un abbraccio di pace, poi riceviamo il Corpo di Cristo e il Sangue di Cristo. Tornati al nostro posto e

seduti, rimaniamo in silenzio a lungo. In questo momento percepisco la comunione che mi lega a Dio e agli altri e avverto una presenza forte: mi sento avvolto da qualcosa di importante. Si tratta di un contatto, di un momento di grande comunione con Dio. In esso mi accorgo che il Signore, che mi conosce fragile e peccatore, mi fa percepire l’amore che ha per me e per tutti gli altri. Mi mancano le parole per dirlo; si tratta di qualcosa di molto personale che non ho mai avuto occasione di condividere. Sento allora che raggiungo, o piuttosto che mi raggiunge, la certezza della fede che Dio accoglie tutti quanti indipendentemente dai loro meriti. Questa certezza mi fa sciogliere il cuore e a volte mi vengono anche le lacrime. E a proposito della preghiera liturgica riferita alla Comunione così si pronunciava: La sfida è quella di entrare nella liturgia. Il mistero che si celebra è l’opera di Dio e io entro nella liturgia, non la creo. La celebrazione, perciò, è essenzialmente ascolto, accoglienza. La liturgia non ha uno scopo come sarebbe quello di “produrre” qualcosa. E’ un momento di totale gratuità. La liturgia non ha principalmente una funzione di insegnamento, non cerchiamo nella celebrazione liturgica qualche utilità. Oserei dire che la nostra liturgia non serve a niente. Un poco come la vita del monaco. E’ per questo che tendiamo a identificare la nostra vita con la liturgia. A essere liturgia per tutti, a nome di tutti.” Sempre a proposito di Eucaristia, una ulteriore testimonianza l’abbiamo avuta visionando il film “Uomini di Dio” relativo al martirio dei sette monaci trappisti a Tibhirine in Algeria e dal quale fra Mario ha tratto parecchi spunti di riflessione. Uno in particolare, la scena della cena, l’ultima, prima dell’irruzione dei loro rapitori: l’intensità e la commozione dei monaci davanti ai bicchieri colmi di vino, consapevoli della loro morte ma altrettanto certi di ritrovare la Vita in Dio. Fra M ario conclude con tre interrogativi che sintetizzano le meditazioni del ritiro. Che cos’è l’Eucaristia? E’ rendimento di grazie, è restituire i doni di Dio, è benedizione e lode. Chi la celebra l’Eucaristia? La Comunità, la Chiesa, l’Umanità, ciascuno secondo il proprio ministero o carisma. Quando possiamo dire di avere celebrato bene l’Eucaristia? Quando come Gesù diventiamo pane spezzato, vino versato per i fratelli, quando diventiamo perdono per i fratelli, quando diventiamo pace per i fratelli. Franchino Casoni

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Cent’anni con voi

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La copertina di questo numero privilegia i 100 anni del Messaggero. Questo centenario cadeva lo scorso anno ma abbiamo voluto concentrarci sul rilancio. Ecco due righe di storia. La nostra rivista è stata fondata da padre Leone da Lavertezzo, nell’anno 1911, con lo scopo di interessare e interpretare la voce della Madonna del Sasso e di diffondere la sua devozione, assieme a quella di S. Francesco. Così infatti si legge nel suo primo numero. Iniziò subito una propaganda capillare presso tutte le famiglie cattoliche del Cantone, ma specialmente presso i membri del Terz’Ordine Francescano, propaganda che non risultò infruttuosa se, dopo cinquant’anni di vita, riusciva ad avere una tiratura di 13’000 copie. Come mai padre Leone pensò di fondare una rivista Mariana francescana? Bisogna ricordare che detto frate era di Lavertezzo, paese – come tutta la Valle Verzasca – molto devoto alla Madonna del Sasso. Tutta la sua vita fu spesa a sollecitare la devozione a questa Effigie, un impegno a far conoscere il suo santuario, superando anche difficoltà create dal suo troppo zelo. Inoltre i cappuccini erano stati posti su quel Sacro Monte qualche anno prima (1848), ma pur non avendo mai riconosciuto l’incameramento statale, fecero molti lavori a loro spese, e si diedero molta pena a far conoscere il santuario ai ticinesi e alle provincie italiane vicine. Inoltre la Famiglia Cappuccina ticinese era in forte crescita, con dei superiori molto accorti e di grande zelo. La rivista non è rimasta esente da difficoltà, soprattutto durante l’episcopato di mons. Bacciarini, compagno d’infanzia di padre Leone: difficoltà che si possono comprendere perché, con il numero degli abbonati subito raccolti, poteva ostacolare la diffusione del Giornale del Popolo. Scopo del Messaggero è di formare ed informare. Per la formazione, già dal suo nascere, ospitava articoli di natura spirituale, pie leggende e considerazioni sull’anno liturgico. L’informazione era evidentemente ristretta alla vita del santuario ed alla cronaca francescana nel mondo. Oggi si tenta di dare alla rivista un nuovo volto, pur sforzandoci di non tradire gli scopi iniziali. Sono soprattutto i molteplici problemi che agitano gli uomini del nostro tempo ed il rinnovamento che si riscontra nella Chiesa e nell’attuale società che ci spingono a dare un nuovo senso alla rivista. Cosa non facile per la varietà degli abbonati; ma siamo sicuri che, a poco a poco, anche questa nuova impostazione riuscirà a stuzzicare nel pubblico il giusto interesse per ciò che matura entro le schiere del Popolo di Dio. Evidentemente le nostre pretese sono modeste, come modesta rimane la nostra rivista, ma il servizio che rendiamo al pubblico vuol essere sincero ed attento alle sue esigenze. La rivista acquistò un respiro ecclesiale più ampio al tempo del Concilio Vaticano II e del Sinodo ’72, e si propone ora di mantenere la stessa via, parlando di concili e di ecumenismo. Ma credo che non ci sia modo migliore di ricordare il centenario che riportare l’articolo di apertura del primo numero firmato dal fondatore. fra Callisto Caldelari


SACRO MONTE MADONNA DEL SASSO

IL SACRO MONTE IERI E OGGI

1. Madonna del Sasso in una stampa d’epoca Il Santuario con l’annesso convento posti sull’ “impervia roccia”, dal quale si gode un magnifico panorama sul Lago Maggiore. Si scorgono anche le cappelle della Via Crucis poste lungo il sentiero che da Locarno sale verso il Santuario.


2. Immagine storica

3. Interno del Santuario

Questa bella immagine d’epoca ci mostra come era il complesso del Sacro Monte alla fine dell’Ottocento. Il Santuario presenta ancora esternamente caratteristiche di sobrietà e semplicità, legate all’architettura francescana. In alto sulla sinistra la cappella del Calvario – che sarà demolita nel 1892 – e l’antica strada del Sacro Monte parzialmente costruita su arcate.

Veduta d’insieme prima del restauro. Secondo la tradizione il Santuario è fondato in seguito all’apparizione della Madonna al frate francescano del convento di Locarno (accanto alla chiesa di San Francesco) Bartolomeo d’Ivrea, nel 1480. Sorto come semplice oratorio per i frati eremiti, l’edificio si ingrandisce nel corso del XVII. Nel mese di maggio del 1616 la chiesa viene consacrata dal vescovo di Como. Essa si articola oggi in tre navate scandite da imponenti pilastri che reggono le arcate delle volte a crociera. L’altare maggiore è stato riposizionato come prima del 1980, quindi più avanti verso la navata. I secoli, i ripetuti tinteggi, i fumi delle candele avevano scurito e intristito l’intero edificio. Questo lungo lavoro di restauro ha ridato luce e splendore alla chiesa attraverso un minuzioso recupero dei tinteggi e delle dorature risalenti alla chiesa seicentesca.

6. Annunciata

7. Edicole

Esterno: La chiesa dell’Annunciata si trova ai piedi del Sasso, è consacrata nel 1502. Interno: La chiesa al suo interno conserva pregevoli affreschi raffiguranti Le nozze di Cana con il miracolo dell’acqua trasformata in vino; il matrimonio mistico di Santa Caterina; Cristo tra i dottori; il martirio di Sant’Erasmo; la Madonna con il Bambino, del Cinque e Seicento e riapparsi nel corso di questi restauri.

Fra Bartolomeo Collocata all’imbocco del sentiero che collega la chiesa dell’Annunciata con il Santuario della Madonna Assunta, questa edicola raffigura fra Bartolomeo d’Ivrea davanti alla visione della Madonna con il Bambino sullo sperone di roccia. Proseguendo sulla sinistra si imbocca la strada detta della Via Crucis. Sulla destra, lungo l’antica strada del sasso si incontrano le quattro grandi cappelle del Sacro Monte.


4. Santuario, dettagli d’interno

5. Portico e loggiato della chiesa dell’Assunta

Dettaglio pitture. Dettaglio della parte occidentale della seconda campata della navata centrale. Negli affreschi, racchiusi in raffinati medaglioni in stucco e dorature, sono raffigurati degli angeli musicanti mentre nei cartocci ovali sono rappresentati episodi della vita della Vergine. Presbiterio. Ai lati dell’altare i due coretti sono stati richiusi con le porte lignee originali del primo Novecento.

(Dettaglio della decorazione pittorica dell’entrata laterale) Ampliamenti e rifacimenti avvenuti fra il 1890 e il 1903 hanno tolto all’edificio quel carattere semplice dal sapore prettamente francescano che distingueva il Santuario fin dalla sua origine. Risalgono al Seicento il porticato e il loggiato ad uso di belvedere verso la città; la decorazione pittorica del porticato è realizzata tra il Sei e il Settecento. In particolare, sono del Seicento l’affresco dell’Incoronazione di Maria sulla facciata sopra la porta principale e le decorazioni in stile neomanieristico raffiguranti angeli con i simboli mariani e le quattro cariatidi affrescate sulla facciata sopra le porte laterali. Sono invece settecentesche le decorazioni che fanno da cornice alle due entrate laterali, caratterizzate da un’inquadratura architettonica prospettica, con colonne torse e balconate su mensole fiorite.

8. Frati Cappuccini

9. Cappella della Visitazione

La nascita dei Frati Cappuccini va inserita sia nel contesto di rinnovo monastico che ha preceduto il Concilio di Trento (1545-1563) sia di un rinnovo radicale all’interno dell’ordine francescano, ordine mendicante istituito da Francesco d’Assisi dopo il 1209, che oggi si suddivide in tre: Frati Minori, Frati Minori Conventuali e Frati Cappuccini. Volto a un ritorno all’osservanza della regola di San Francesco nel senso più radicale e puro, l’ordine dei Frati Cappuccini si espanderà in pochi decenni in tutta Europa. Presenti da sempre sul Sacro Monte di Orselina, i Frati Minori sono silenziosi custodi di una spiritualità, ma anche di un patrimonio storico e artistico che seppur inserito nella nostra società moderna, restano un importante punto di riferimento e sostegno.

Costruita tra il 1630 e il 1650, la cappella, in cui è raffigurata la visita di Maria alla cugina Elisabetta, è collocata sotto l’arco che accede all’antica strada del sasso e apre il percorso di ascensione verso il Santuario. Inserito in uno spazio tridimensionale, l’incontro tra le due donne circondate da altri personaggi vuole coinvolgere il fedele, tanto da renderlo parte integrante dell’evento.


10. Cappella della Natività e dei Magi

11. Cappella dell’Ultima Cena

In origine realizzata per contenere unicamente la scena della Nascita di Gesù, nel 1883 viene sopraelevata per accogliere anche le statue dell’Adorazione dei Magi. Ricche di dettagli plastici e scenografici le scene sono di un’intensità e di una spiritualità tali che coinvolgono il fedele nel suo percorso ascensionale sul Sacro Monte.

Oggi è inserita nell’ala nuova del Convento, realizzata tra il 1890 e il 1892. In origine il gruppo plastico era collocato in una delle cappelle lungo l’antica strada del sasso. Particolare attenzione va rivolta alla gestualità e all’espressività dei personaggi imponenti e ieratici che conferiscono alla scena un carattere particolarmente realistico.

11. Cappella della Resurrezione o Ascensione

13. Cappella dello Spirito Santo

La cappella viene interamente rinnovata e decorata con nuovi gruppi plastici nel corso della seconda metà dell’Ottocento. Il Cristo trionfante appare ai soldati, meravigliati e sconcertati: anche in questo gruppo espressività e sentimento vengono resi attraverso uno spiccato linguaggio plastico dei personaggi.

Oggi è inserita nell’ala nuova del Convento; in origine il gruppo plastico era collocato in una delle cappelle lungo l’antica strada del sasso. La presenza di questi imponenti gruppi scultorei, collocati in spazi architettonici specifici, vanno inseriti in un più ampio discorso liturgico, definito Teatro liturgico. Di grande impatto sui fedeli, aveva come scopo quello di aiutare e coinvolgere i pellegrini nel loro percorso ascensionale.

Fotografie: © Foto Garbani


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Quando era proibito leggere la Bibbia

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Nel periodo gennaio-marzo di quest’anno la Biblioteca Salita dei Frati, da sempre attenta alle grandi tematiche relative alla storia del libro, ha organizzato un corso di sette lezioni sotto l’etichetta di “Libro e censura”. E’ noto che la censura della produzione libraria, esercitata sia dall’autorità ecclesiastica sia da quella statale, è sempre stata uno strumento impiegato per controllare, reprimere o condannare l’espressione delle idee. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, alla metà del XV secolo, l’espressione delle idee attraverso la parola scritta conosce un’evoluzione radicale: con Gutenberg infatti la diffusione del libro ha un incremento prima impensabile. Anche la censura dell’autorità deve allora dotarsi di nuovi strumenti. Al 1487 risale la bolla Inter multiplices di papa Innocenzo VIII, con la quale viene istituita la disciplina dell’imprimatur, cioè del permesso di stampa da accordare dopo la lettura del testo manoscritto (tutti ricordiamo, credo, la formula nihil obstat quominus imprimatur, con la quale ancora oggi il censore diocesano concede libertà di stampa, formula sopravvissuta all’abolizione dell’Indice dei libri proibiti, avvenuta con Paolo VI nel 1966). Qualche decennio dopo la bolla di Innocenzo VIII, nel 1559, viene pubblicato il primo Indice romano dei libri proibiti, con il quale tra l’altro la censura viene applicata anche alle traduzioni della Bibbia in volgare: decisione che si spiega con la volontà di arginare l’eresia protestante, nella convinzione che la divulgazione della Scrittura favorisse la propagazione della Riforma. È su questo tema, oggetto specifico della lezione di Gigliola Fragnito, che vorrei soffermarmi in questa breve nota, non senza segnalare della Fragnito due fondamentali e documentatissimi saggi: La Bibbia al rogo: la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (Il Mulino 1997) e Proibito capire: la Chiesa e il volgare nella prima età moderna (Il Mulino 2005). All’inizio dell’età moderna l’Italia (come la Germania) si caratterizza

per una forte familiarità con i testi biblici letti in traduzione: basti ricordare che tra il 1471 (quindi poco dopo l’invenzione della stampa) e il 1520 vengono pubblicate 15 edizioni della Bibbia integrale tradotta in italiano. Nel tardo Quattrocento e nel primo Cinquecento la lettura della Bibbia in traduzione italiana era insomma una consuetudine molto diffusa; ed è anche noto che a volte i passi biblici venivano letti ad alta voce agli analfabeti. Ma dopo la Riforma, come si è detto, il timore della penetrazione del protestantesimo nella penisola suscitò la reazione della Chiesa;


e infatti il divieto dei volgarizzamenti biblici sancito dall’Indice del 1559 è tassativo. L’Indice tridentino del 1564 attenua la proibizione precedente, stabilendo che la lettura della Bibbia in volgare sia consentita a determinate condizioni (la licenza concessa dall’inquisitore o dal vescovo). Ma con l’Indice clementino del 1596 si ritorna, dopo dissensi e tensioni tra la Congregazione dell’Indice, la Congregazione del Sant’Uffizio e lo stesso pontefice Clemente VIII, al divieto tassativo: divieto che verrà revocato solo nel 1758 da Benedetto XIV. Questo significa che, per quasi due secoli, la lettura della Bibbia era proibita a chi non sapesse il latino: era consentito leggere la Scrittura solo nella Vulgata di S. Gerolamo. Come scrive Gigliola Fragnito si è trattato, per gli italiani, di un “trauma acuito dal dovere di assistere agli spettacolari roghi di libri che periodicamente illuminavano sinistramente le piazze d’Italia” dove “le bibbie, i lezionari e le storie sacre venivano dati alle fiamme insieme ai libri dei Riformatori d’oltralpe”. E ancora: “Proibita e rimossa perché considerata dal Sant’Ufficio fonte di eresia, la Sacra Scrittura finì, quindi, col confondersi nell’immaginario degli italiani con gli scritti degli ‘eretici’ e questa assimilazione si è protratta ben oltre la sospensione del divieto da parte di Benedetto XIV” (L’applicazione dell’Indice dei libri proibiti di Clemente VIII, «Archivio storico italiano», 159, 2001, p. 145). La decisione del 1758, insomma, non contribuì immediatamente a sradicare dall’animo degli italiani l’equiparazione della Bibbia in volgare ad un libro eretico. In questo soprattutto, e non a causa di un processo di laicizzazione che ha avuto inizio nel Settecento, stanno le ragioni della scarsa familiarità degli italiani con la Bibbia, superata felicemente soltanto in questi ultimi decenni, in particolare con il riconoscimento della legittimità del metodo storico-critico negli anni Trenta del secolo scorso. Fernando Lepori

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Cristiani nel mondo Dati sul cattolicesimo italiano L’Osservatorio socio-religioso triveneto ha condotto una approfondita ricerca sul comportamento dei cattolici del Nord-est dell’Italia, zona conosciuta per la tradizionale fedeltà alla Chiesa. I dati raccolti da oltre 2000 cattolici, di età tra i 18 e i 75 anni, selezionati con criteri scientifici (per cui il campione è fortemente rappresentativo dell’intera popolazione), con un formulario che presentava 92 domande “a risposta chiusa”, da una parte hanno rivelato che il comportamento religioso e morale dei cattolici del Triveneto non si distanzia significativamente da quello dell’intera cattolicità italiana. Ciò si spiega facilmente quale risultato del massiccio spostamento di popolazione avvenuto nel Novecento nella penisola e della diffusione di fenomeni culturali ormai europei, come la graduale secolarizzazione, l’individualismo sempre più marcato e il pluralismo religioso frutto delle recenti immigrazione. Quindi, per citare un solo dato, la frequenza alle cerimonie liturgiche, in particolare alla messa domenicale (indice classico in queste indagini sociologiche) conferma la diminuzione percentuale della frequenza con l’abbassamento dell’età, pur restando superiore sopra a quella riscontrata in altri paesi di tradizione cattolica: si va dalla frequenza del 48,1% negli anziani tra i 60 e i 74 anni, al 13,4% nei giovani tra i 18 e i 29 anni. Ma più significativo è il dato, verificato nell’inchiesta, che non ci sia una importante scarto (come si verificava in passato) nel comportamento tra i sessi. Dato invece, singolarmente rilevato dall’inchiesta veneta, è che le donne con superiore livello di istruzione (laureate o diplomate) manifestano un maggiore distacco dalla Chiesa rispetto agli equivalenti maschi, ciò che conferma constatazioni fatte altrove (come in Francia) per cui le donne postmoderne avvertono maggiormente e in modo negativo il “maschilismo” della Chiesa cattolica. Una constatazione con possibili gravi conseguenze sul futuro religioso, essendo fondamentale il ruolo della donna nella educazione comunque definita. Dall’inchiesta risulta anche l’importanza sempre maggiore che ha assunto, nei giudizi espressi dagli intervistati, il richiamo alla propria coscienza, indicata dall’84,3% come il criterio per decidere che cosa è male, mentre le indicazioni di Papa e vescovi sono relegate al quarto rango, con il 32,4%. Inoltre è stato evidenziato che questa rivalutazione della coscienza (un insegnamento fondamentale del cristianesimo, anche se poco apprezzato da certe gerarchie) è ormai presente anche in quasi il 50% dei “cattolici impegna-

ti”, appartenenti attivi della vita ecclesiale. I risultati dell’indagine veneta (che è stata riassunta nel fascicolo de IL REGNO, Bologna, 15 febbraio 2012) elencano tuttavia anche motivi di speranza per coloro, operatori o partecipanti, che ritengono il sentimento e la pratica religiosa elementi fondamentali almeno per le persone. Buoni punteggi hanno infatti raccolto la frequenza della preghiera individuale e l’apprezzamento per la Chiesa quale istituzione sociale; persino si è constatata una diffusa richiesta di spiritualità, anche se senza Chiesa, mentre il giudizio è negativo su certi comportamenti morali pur diffusi: non è vero che c’è solo relativismo! Cristiani in movimento I cristiani sono in maggioranza tra le persone che la­ sciano il proprio Paese natale per stabilirsi definitivamente in un al­tro Stato. Lo afferma uno studio del Forum sulla religione e la vita pubblica del centro di ricerca Pew di Washington. Col titolo: “Fede in movi­ mento: l’affiliazione religiosa dei migranti internazionali”, lo studio indica che il 49% dei migranti nel mondo sono cristiani, ossia 106 milioni di individui su un totale di 214 milioni. Con quasi 60 milioni di persone, i musulmani costitui­scono il secondo gruppo più im­ portante di persone che vivono in modo permanente fuori del proprio Paese d’origine, ossia il 27% dei migranti. In termini di percentuale di mi­granti per gruppo religioso, gli ebrei risultano essere tuttavia al primo posto: circa il 25% degli ebrei vive in un Paese diverso da quello natale, mentre soltanto il 5% dei cristiani e il 4% dei musul­mani sono espatriati. Il rapporto definisce “migrante internazionale” una persona che vive per oltre un anno in un Paese diverso da quello natale. Contrariamente a quanto molti pensano, nei 27 Paesi dell’Unione europea il nume­ro di immigrati cristiani, in tota­le quasi 26 milioni di individui, è superiore a quello degli immigrati musulmani che sono 13 milioni. (da Voce evangelica, aprile 2012). Casa delle religioni Grande passo avanti, a Berna, verso la realizzazione della “Casa delle religioni”, il par­lamento bernese avendo infatti ac­cordato un credito di 2,2 milioni di franchi per la costruzione. La decisione è stata presa con 108 voti a favore, 19 contrari e 5 astenuti. Contro il credito si era espressa l’Unione democratica fe­derale, mentre l’Unione democrati­ca di centro proponeva di sostene­re l’iniziativa con un investimento ridotto. La


Cosa chiedono i cattolici francesi Redistribuzione del­ le ricchezze, lotta all’evasione fiscale, nuovi stili di vita, attenzione ai più deboli, accoglienza dei migranti: queste erano le priorità indicate, in vista delle elezioni francesi della scorsa primavera, dal “Soccorso cattolico” e dal “Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo”. Le due organizza­zioni si sono concentrate completamen­te sui temi legati alla giustizia sociale. Il “Soccorso cattolico” ha lanciato una campagna di sensibilizzazio­ne che invita i candidati a impegnarsi intorno a due temi chiave: i poveri e i giovani. «Cre­diamo che il grado di sviluppo delle società, in Francia e nel mondo, si misuri sul livello di attenzione riservato ai più deboli, all’accesso di tutti ai diritti fondamentali, alla libertà di scelta». «Crediamo sia necessario conside­rare l’attività economica non più come una fi­nalità ma un mezzo al servizio della giustizia, del bene comune e del vivere insieme”». E conclude: «Vogliamo costruire il futuro della no­stra società con tutti non nella paura del diverso, del­lo straniero, del più povero, ma nell’acco­glienza, nell’incontro, nella fiducia e nell’al­leanza con tutti, come Dio ha fatto con noi... “. Sulla stessa lunghezza il “Comitato contro la fame e per lo sviluppo” che ha invitato i candidati a firmare un Patto che li impegni a mettere in atto misure concrete per “costrui­re un mondo più giusto”. Quattro le questio­ni su cui il Comitato voleva impegnare i candidati: lotta all’evasione fiscale del­le multinazionali e alla speculazione sulle ma­terie prime agricole, controlli sulle imprese che operano nei Paesi del Sud del mondo e politiche migratorie. Riflessioni che le due organizzazioni, in­sieme a “Giustizia e Pace” e al “Centro di ricerca e azione sociale” (Ceras), ave­vano già diffuso lo scorso set­tembre, con un docu­mento dal titolo “Al servizio del bene comune”, in cui condannavano i paradisi fiscali e la prevalenza della finanza sull’economia. costruzione della Casa delle religioni di Berna costerà in totale dieci milioni di franchi. La Chiesa cattolica e la Chiesa riformata di Berna sostengono il progetto cia­scuna con un milione di franchi. Scopo del progetto è quello di favorire il dialogo tra le culture e le religioni, tramite la costruzione di un edifi­cio che offra spazi di celebrazione, incontro e scambio alle diverse co­munità religiose. La costruzione sorgerà nella zona ovest di Berna, sulla Europaplatz; i lavori dovrebbero iniziare nel 2012 e i promotori ritengono di poter aprire la Casa delle religioni già nel 2014. Le bibbie dello tsunami La città di Ofunato, nella provincia di Iwate, è stata distrutta al 60% dallo tsunami, provocato dal terremoto dell’11 marzo 2010, e dalla con­seguente falla nella centrale nucleare di Fukushima. Lì vive da decenni il dottor Haratsugu Yamaura, un cattolico di 71 anni, che da quando è andato in pensione si è impegnato a tradurre la Bibbia in Kesen-go, il dialetto parlato nelle regioni della costa nord-orien­tale del Giappone. Dopo la distruzione di Ofunato, i cattolici del posto chiedeva-

no al medico: “Kami­samansuu, kamisamansuu, nashite ore­adogoo, misute yaryashitare?”. Si tratta, nella loro lingua, del passo tratto da Matteo 27,46: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Ora però un piccolo “miracolo” sta dando una risposta. Le Bibbie erano infatti stampate da una piccola casa editrice locale, e tre giorni dopo l’assalto dell’onda anomala, Masaya Kumagai, editore e presidente del gruppo, è tornato nella stamperia e tra i cal­cinacci ha trovato tremila copie ancora in buono stato, che ha portato via per farle asciugare al sole. In un primo momento l’editore voleva venderle a prezzo scontato, essendo danneggiate, ma i compratori insistono per comprarle a prezzo pieno: “Sono copie molto preziose. Dimo­ strano l’amore di Dio per i sopravvissuti”. Grazie al numero crescente di acquirenti, l’editore è stato in grado di pagare gli stipendi nonostante il dramma, e ora spera di ricostruire la sua azienda. (da AsiaNews). Alberto Lepori

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Il documento di Lima su Battesimo, Eucaristia e ministero Che ne è del BEM 30 anni dopo ? L’anno 2012 segna il trentesimo anniversario del documento di Lima su “Battesimo, Eucarestia, ministero” (BEM). Si tratta del testo più importante del movimento ecumenico. Approvato nel gennaio 1982 al termine di una riunione, nella capitale peruviana, di oltre 100 teologi di tutte le grandi tradizioni cristiane e tradotto in più di 40 lingue, è il frutto di decenni di consultazioni e di studi. Il BEM rappresenta il più alto grado di convergenza ecumenica e sotto certi aspetti di consenso sui tre temi fondamentali che hanno diviso - e continuano a dividere – i cristiani dal 16.o secolo. La commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), che ne è autrice, lo sottopose all’esame delle Chiese e ricevette entro il 31 dicembre 1984 circa 200 risposte ufficiali (compresa quella, molto articolata, della Chiesa di Roma), raccolte in sei volumi coordinati da Max Thurian, il “fratello di Taizé” poi diventato sacerdote cattolico che fu uno dei grandi “padri” del BEM. Il documento era accompagnato dalla cosiddetta “Liturgia eucaristica di Lima”, consegnata alle Chiese quale “traduzione liturgica” del BEM. Come detto, il testo su “Battesimo, Eucaristia, ministero” è opera di “Fede e Costituzione”, una delle più importanti commissioni del CEC. Si tratta di una commissione teologica il cui obiettivo è da sempre “quello di proclamare l’unità della Chiesa di Gesù Cristo e di chiamare le Chiese a tendere verso l’unità visibile”. E’ interessante notare come la Chiesa cattolica romana, pur non facendo parte del CEC, sia ufficialmente implicata nei lavori di “Fede e Costituzione”: dei 120 membri (donne e uomini) della sua commissione plenaria, 12 sono cattolici. Trent’anni dopo, che cosa è rimasto del BEM? E’ caduto nel dimenticatoio come tanti altri documenti ecumenici? Abbiamo girato la domanda, in esclusiva per il Messaggero, a tre eminenti teologi, un ortodosso, un cattolico e un protestante: due fanno parte dei 120 citati qui sopra (il primo ne è il moderatore), il terzo lo è stato nel passato.

Vasilios Karayiannis Ecco dapprima le impressioni sul BEM dell’ortodosso Vasilios Karayiannis, metropolita di Constantia (Chiesa di Cipro), moderatore di “Fede e Costituzione”. “Sostanzialmente, sono state due le reazioni delle Chiese ortodosse: o lo hanno criticato perché a loro avviso troppo influenzato dalla teologia protestante (non hanno minimamente tenuto conto della partecipazione della Chiesa cattolica), oppure lo hanno completamente ignorato. Le Chiese ortodosse, come peraltro molte altre Chiese, hanno dei problemi con la ricezione dei documenti non solo di “Fede e Costituzione” ma del movimento ecumenico in generale, cioè né le Chiese né le facoltà teologiche né i seminari per la formazione dei preti li utilizzano. Questo è dovuto al fatto che la Chiesa ortodossa afferma di essere la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”, quindi c’è un sentimento di autosufficienza, per cui ritiene di non aver bisogno di documenti ecumenici. A questo aggiungiamo la “fobia” che hanno le Chiese ortodosse che tali documenti siano eretici, quindi vengono respinti a priori. Peccato, perché così le Chiese ortodosse non traggono profitto dai risultati dei dialoghi teologici”. Angelo Maffeis La parola ora a don Angelo Maffeis, sacerdote cattolico, docente di teologia sistematica al seminario diocesano di Brescia e membro della commissione plenaria di “Fede e Costituzione”. “A distanza di 30 anni dall’apparizione del BEM, è possibile tracciare un bilancio del significato di questo documento per la Chiesa cattolica e la sua teologia. Una ricognizione, seppur sommaria e incompleta, di alcuni manuali sui sacramenti e sulla liturgia pubblicati recentemente presenta un risultato abbastanza sconfortante: il documento di Lima in molti casi è ignorato e, quando è menzionato, gli autori si limitano nella maggior parte dei casi a riferimenti piuttosto generici, che rimangono di conseguenza marginali rispetto all’impianto sistematico del discorso. Questo però non significa che il documento di Lima sia stato privo di significato. Il suo orientamento a sottolineare l’importanza delle celebrazioni sacramentali nella vita della Chiesa è in sintonia con il movimento liturgico che si è sviluppato nella Chiesa cattolica e, in molti casi, ne ha rafforzato le acquisizioni. Si pensi, ad esempio, al significato dei concetti di rendimento di grazie, di memoria e di epiclesi nella comprensione dell’Eucaristia. Nella dottrina eucaristica è particolarmente evidente lo scam-


Messaggio ecumenico bio avvenuto tra la riflessione condotta dal movimento liturgico all’interno della tradizione cattolica e lo sforzo di formulare un consenso ecumenico. Da una parte, le categorie elaborate dalla teologia liturgica hanno favorito la convergenza delle differenti confessioni, dall’altra il consenso raggiunto rappresenta per la teologia cattolica lo stimolo a compiere una revisione critica delle categorie teologiche – transustanziazione, sacrificio – utilizzate in funzione polemica e consacrate dall’uso magisteriale. Quest’ultimo aspetto rappresenta propriamente la sfida rivolta dal BEM alla teologia cattolica dell’Eucaristia”. Paolo Ricca Il punto di vista evangelico lo abbiamo affidato a Paolo Ricca, già membro di “Fede e Costituzione” e professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma. “Il BEM è fra tutti i documenti ecumenici quello che è stato più discusso dalle Chiese di tutte le confessioni e tradizioni. In questo senso è stato la maggiore occasione di dialogo nelle Chiese e tra le Chiese che mai sia

avvenuta. Purtroppo però il BEM è poi stato, si può dire, archiviato (come tanti altri documenti) e non sembra aver lasciato tracce sensibili nella coscienza delle Chiese. Non si sono fatti progressi né nel riconoscimento del Battesimo dei bambini da parte delle Chiese che praticano solo il Battesimo dei credenti (per cui il Battesimo, oggi, non è - a differenza di quello che molti affermano la base dell›unità cristiana), né nell›ospitalità eucaristica (che, sulla base di ciò che le Chiese, nel BEM, dicono insieme sulla Cena, dovrebbe essere possibile anche nel permanere di diverse comprensioni e spiegazioni della presenza nel Signore nella Cena), né nel riconoscimento reciproco dei ministeri, che pure dovrebbe essere fattibile se solo si ammettesse che nel cristianesimo sono possibili e ugualmente legittime diverse concezioni della successione apostolica. Il BEM occasione mancata? Non direi. E› un grande traguardo raggiunto. Ma le Chiese non hanno avuto il coraggio di portarsi all›altezza di quel traguardo. Il BEM le sta ancora aspettando”. Gino Driussi

Il cardinal Koch propone una nuova dichiarazione “La divisione tra le Chiese è uno scandalo”. Lo ha detto, in occasione di un Forum ecumenico internazionale svoltosi a Treviri (Germania) dal 30 gennaio al 3 febbraio di quest’anno, il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, e lo ha ribadito anche il cardinale svizzero Kurt Koch (nella foto), presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Tutti e due d’accordo nell’affermare che il compito dei cristiani è quello di ricongiungere ciò che è diviso. Nel corso dell’incontro - promosso dalla diocesi di Treviri in collaborazione con la Chiesa evangelica della Renania, la conferenza dei vescovi ortodossi della Germania e altre organizzazioni ecclesiastiche - il cardinale Koch, in presenza di duecento teologi ed esponenti delle Chiese, ha proposto di mettere allo studio una dichiarazione congiunta luterano-cattolica su Chiesa, eucaristia e ministero. Uno sforzo che potrebbe rappresentare “una pietra miliare sul cammino ecumenico del futuro”, analoga a quella sulla dottrina della giustificazione del 1999. La proposta è stata salutata favorevolmente dal pastore Nikolaus Schneider, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), che lo scorso settembre, in occasione della visita di Papa Benedetto XVI a Erfurt, aveva auspicato ulteriori passi concreti verso una maggiore comunione. Per Schneider, le differenze tra le diverse tradizioni confessionali vanno intese non come “deficitarie”, bensì come “doni comuni” attraverso i quali arricchirsi vicendevolmente. Di qui la proposta di un’”ecumene dei doni”, e non più “dei profili”. Successivamente, sulla proposta di Koch, si è così espresso, intervistato dall’agenzia NEV, il teologo luterano Günther Wenz, direttore dell’Istituto di teologia fondamentale ed ecumenica della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera: “Questa proposta va nella direzione di un testo intermedio che fotografi l’attuale stato del dialogo tra cattolici e luterani su questi tre temi collegati. Non quindi la stesura in tempi brevi di una dichiarazione congiunta come quella del 1999 che definiva un consenso differenziato su quella dottrina, ma un documento che fotografi lo ‘stato dell’arte’ e dia delle indicazioni su come proseguire nel dialogo. Si tratta certamente di un passo in avanti e quindi giudico positivamente l’apertura del cardinale Koch. In passato simili proposte erano state rigettate da parte cattolico-romana che insisteva, per quel che riguarda l’Eucaristia, sull’ostacolo, imprescindibile e ancora oggi insuperato, della diversa comprensione del ministero. Si tratta, quindi, di un nuovo e ulteriore passo in un percorso il cui approdo finale, tuttavia, non è ancora in vista”.

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La pace sia con voi

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La pace è il grande dono che Gesù risorto fa ai suoi discepoli. Per Giovanni è il saluto pasquale per eccellenza, che affiora per ben tre volte sulle labbra di Gesù: «La pace sia con voi» (Gv 20,19.21.26). Luca lo riferisce una sola volta (Lc 24,36), mentre Matteo e Marco lo sostituiscono con l’espressione: «Non abbiate paura», che essi attribuiscono sia di Gesù (Mt 28,10), sia agli angeli che le donne incontrano presso la tomba vuota, dove era stato deposto Gesù (Mt 28,5; Mc 16,6). Cito Giovanni: «La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, i discepoli se ne stavano con le porte chiuse per paura dei capi ebrei. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono nel vedere il Signore. Gesù disse di nuovo: “La pace sia con voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Poi soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 19,19-23). La parola pace può essere intesa in modi diversi. E’ – direbbero i linguisti – un termine polisemico; un termine, cioè, che può significare tante cose, addirittura in contrasto tra di loro. «Lo shalom dei semiti e la pax romana – afferma Yvan Illich in un conferenza che tenne in Giappone nel 1980 – non hanno nulla in comune, pur convivendo nello stesso tempo e sullo stesso suolo. Una scende come dono dal cielo, l’latra s’impone in base alla legge del più forte». Dice anche che «la pace è tanto vernacolare – cioè localmente concepita e definita – quanto il linguaggio». In effetti, «la pace ha un significato diverso in ogni epoca e in ogni area culturale». Oggi, poi – soprattutto se ci rifacciamo alle aree del mondo tecnicamente ed economicamente più sviluppato – ci rendiamo conto che «la violenza si nasconde in molte parole chiave» delle loro lingue, anche quando, in sé e per sé, indicano il contrario. «John Kennedy ha dichiarato guerra alla povertà, mentre i pacifisti elaborano strategie – ossia piani di guerra – per la pace. Ne consegue che «tradurre la parola pace in un’altra lingua è oggi un’impresa tanto difficile quanto tradurre la poesia». A quale pace si riferisce Gesù quando, apparendo ai suoi, li saluta con l’auguro: «La pace sia con voi»? Per rimanere anzitutto nel contesto dei vangeli: è la pace voluta da Pietro quando, a Cesarea di Filippo, confessa: «Tu sei il Cristo, il Messia inviato da Dio»? – oppure è la pace che Pietro aveva presente quando, per difendere Gesù, «tirò fuori la spada e colpì il servo

del sommo sacerdote staccandogli un orecchio»? – o, ancora: è la pace attesa da «tutti quelli che erano suoi discepoli», i quali, – mentre Gesù scende dal monte degli Ulivi e si avvicina a Gerusalemme – «si misero a lodare Dio, gridando, pieni di gioia e a gran voce: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Egli è il Re! Sia pace in cielo. Sia gloria nel più alto dei cieli!»1 Riagganciandoci alle riflessioni di Yvan Illich sulla pace, possiamo anche chiederci: è la pax utilizzata da Costantino per trasformare la croce in ideologia? – o è la pace invocata da Carlo Magno per giustificare il genocidio dei Sassoni? – o, ancora, è la pax alla quale si rifaceva Innocenzo III quando, facendo leva sulla sua autorità, assoggettare la spada alla croce? – o, per concludere, è la pax economica, ossia quella pace che, monopolizzando il significato del termine, l’ha posto a servizio del progresso, per assicurare l’indispensabile equilibrio fra le potenze che, in concorrenza tra di loro, lo perseguivano come valore divenuto ormai unico, assoluto e indiscutibile? A quale pace si riferisce, dunque, Gesù, quando, apparendo il mattino di Pasqua, augura ai suoi discepoli: «La pace sia con voi»? Per rispondere a questa domanda, credo che si debba anzitutto tener conto del contesto in cui avviene l’incontro e sono pronunciate le parole di saluto-augurio. Questo contesto è quello che Giovanni descrive come «la sera di quello stesso giorno», ossia «primo della settimana». E’ un giorno in cui sono successe tante cose, insieme sconvolgenti ma anche estremamente consolanti e promettenti. Ciò nonostante, la nota dominante, quella che determina il clima di quella sera del primo giorno della settimana, rimane ancora quella dello scoramento, dello smarrimento, dell’incertezza e della paura. Il sepolcro è vuoto, ma Gesù nessuno, ad eccezione di Maria di Magdala, l’ha ancora incontrato. E’ comunque il primo giorno della settimana e, in quanto tale, un giorno carico di valenze simboliche. Infatti, come ogni principio o inizio, è di per se stesso un giorno foriero di novità, un giorno che lascia intravvedere, sia pure come attraverso spiragli, barlumi di luce e di inedite possibilità. E in effetti, proprio la sera di quel primo giorno della settimana, l’inatteso irrompe, dando avvio a un nuovo, esaltante e insospettato inizio: Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro ed essi si rallegrarono nel vedere il Signore». Forse, quel primo giorno e quella sera rimandano a un periodo di tempo che, oggi, non è solo difficile, ma impossibile determinare con precisione. Infatti, leggendo quel resoconto, appare del tutto naturale, legittimo e


Dieci minuti per te corretto l’insorgere di una domanda: siamo di fronte a una pagina di cronistoria o a un simbolo da interpretare? Il motivo determinante e più immediato del sorgere quasi spontaneo di questa domanda, risiede nel fatto più volte meticolosamente documentato che Gesù, lungo tutta la vicenda della Passione e sulla croce, è rimasto totalmente solo, abbandonato dai suoi che, delusi, si sono dispersi. Ai soldati che lo arrestavano, Gesù aveva ingiunto: «Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano» (Gv 18,9). E in realtà, come lascia intravvedere con chiarezza il racconto dei discepoli di Emmaus, quelli se ne erano andati per tornare, scorati, alle loro case e al loro lavoro: «Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo d’Israele! Ma siamo già al terzo giorno da quando sono accaduti questi fatti» (Lc 24,21). Durante la Cena, poi, Gesù aveva esplicitamente dichiarato: «Ora dico anche a voi quello che ho già detto ai capi ebrei: dove vado io, voi non potete venire» (Gv 13,33). A Pietro, che davanti a quella dichiarazione si era messo a protestare, aveva aggiunto: «Prima dell’alba, prima che il gallo canti, tu per tre volte dirai che non mi conosci» (Gv 13,14). E così fu (Gv 18,25-27). Ed è sempre durante quella Cena che Gesù – sia in Marco che in Matteo – aveva precisato: «Questa notte voi perderete ogni fiducia in me. Perché nella Bibbia c’è scritto: ucciderò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse» (Mc 14,27-31; Mt 26,31). Ma ciò che maggiormente colpisce nel resoconto che Giovanni dà dell’incontro con Gesù «la sera» di quel «primo giorno della settimana», è il fatto che al saluto di pace sono immediatamente accostati i segni della passione: «Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”. Poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono nel vedere il Signore». Alla presenza di Gesù, che sta in piedi in mezzo ai suoi, all’augurio di pace con cui li saluta e alla gioia che suscita nei loro cuori, fanno da contrasto le mani forate e il costato aperto dalla lancia, ossia le mani e il costato che portano ancora vivi in loro i segni della Passione. Nel racconto dei discepoli di Emmaus il segno che Gesù pone davanti ai loro occhi, è quello del pane spezzato, come avvenne nella Cena d’addio: «Questo è il mio corpo, che viene offerto per voi. Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 24,30.35). Anche qui viene spontaneo chiedersi: siamo di fronte a una pagina di cronistoria o piuttosto a un racconto di natura simbolica? Il pellegrino che i discepoli di Emmaus avevano incontrato lungo la via e il Risorto che appare ai discepoli che «se ne stavano con le porte

chiuse per paura dei capi ebrei», dov’è che, sia gli uni che gli altri lo hanno incontrato? Dentro di loro o fuori di loro? Lo hanno visto con gli occhi della carne, o con quelli dello spirito? Si è trattato di un personaggio in carne e ossa, o non era piuttosto l’incontro con una presenza profondamente impresso nel cuore e che, nonostante tutto lo smarrimento e lo sgomento di quell’ora, non poteva essere cancellata e dimenticata? A me sembra che le parole con cui Pietro si rivolge, il mattino di Pentecoste, agli uomini d’Israele che erano convenuti da ogni parte e lo stanno ascoltando, siano particolarmente rivelatrici al riguardo. Dice Pietro: «Fratelli, era impossibile che Gesù rimanesse schiavo della morte», lui che è passato in mezzo a noi facendo le opere di Dio! (At 2,22-28). Anche qui c’è una Presenza. Non è fisica, e tuttavia è viva, profondamente incisa nel cuore, tanto che non la si può dimenticare: «Era impossibile…». Queste dichiarazione di Pietro spinge a pensare che la pace che Gesù risorto dona ai suoi non è pace deriva dall’adesione a un evento esterno, ma dalla contemplazione e conversione. E’ in virtù di un ritorno con meditazione sulla testimonianza di Gesù, che è passato in mezzo a noi facendo le opere di Dio, che si incontro il Risorto e si accoglie il suo dono di pace: «Si fermò in piedi in mezzo a loro, poi mostrò ai discepoli le mani e il fianco, ed essi si rallegrarono nel vedere il Signor» (Gv 20,19-20). Identica è l’esperienza vissuta dei discepoli di Emmaus: «Si mise a tavola con loro, prese il pane e pronunziò la preghiera di benedizione; lo spezzò e cominciò a distribuirlo. In quel momento gli occhi dei due discepoli si aprirono e riconobbero Gesù» (Lc 24,29-30). Nel racconto di Luca è estremamente significativo il fatto che i due discepoli, nel resoconto che fanno, appena giunti a Gerusalemme, dell’evento vissuto, pongano di nuovo l’accento proprio su quest’ultimo particolare: «dice­vano che lo avevano riconosciuto mentre spezzava il pane» (Lc 24,35). fra Andrea Schnöller 1. Cf. Cesarea di Filippo: Mc 8,27-30; Getsemani: Mc 14,47; Ingresso a Gerusalemme: Lc 19,37-38 e par

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Chiara, ribelle e rivoluzionaria

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La personalità eccezionale, il coraggio e la grande determinazione di Chiara d’Assisi appaiono evidenti nella rottura e nella ribellione della futura Santa al suo ambiente familiare avvenuta, come le fonti tramandano, nella domenica delle Palme dell’anno 1211, dapprima con la consegna a Chiara della palma durante la celebrazione della Santa Messa da parte del vescovo Guido (era il segnale convenuto per indicare che egli approvava la sua scelta e indicava la stima in cui egli teneva la giovinetta) e poi con la fuga notturna da casa, uscendo di nascosto dalla “porta del morto” (vuole un’usanza medievale di sbarrare o murare la porta di casa dalla quale era uscita la salma di un membro defunto della famiglia, e di aprire un nuovo varco d’accesso, ndr), percorrendo a piedi i circa 7 km che la separavano da Santa Maria degli Angeli, dove i nuovi fratelli e Francesco l’attendevano con le torce accese alla Porziuncola (evidente il parallelismo con la parabola evangelica delle vergini con le lampade). Una fuga che era stata preparata da ripetuti incontri fra Chiara e Francesco, in cui i due giovani avevano scoperto una profonda comunanza spirituale e che avevano aperto ad entrambi un diverso e più vasto orizzonte. Per Francesco riuscire ad attrarre nella propria fraternità una fanciulla di una così nobile famiglia era un modo clamoroso per dimostrare la validità della sua proposta, mostrando nello stesso tempo ai suoi concittadini un esempio di pacificazione sociale fra maiores (una ventina di nobili e ricche famiglie fra cui quella degli Offreducci di Chiara) e minores (artigiani e commercianti a cui apparteneva la famiglia di Francesco). Si è soliti parlare di Chiara come di “Francisci plantula”, nient’altro che la “pianticella di Francesco”. Ma si tratta di una pianta assai fiera e forte e di una subalternità tutt’altro che passiva: anzi la figura di Chiara appare, per certi aspetti, persino più anticipatrice di quella di Francesco. Di fronte alla fuga di Chiara, che è contestazione e ribellione ai costumi del tempo che affidava la ‘fragilità’ della donna alla ‘custodia’ dell’uomo, l’addio di Francesco alla famiglia quando egli si denuda in piazza e consegna le proprie vesti e il denaro al padre, benché più pubblico e spettacolare, ha un linguaggio eversivo assai minore. La fuga di Chiara d’Assisi alla sequela di Cristo rimane un fatto scandaloso e tutti infatti se ne scandalizzano (tale scandalo cesserà solo quando la Chiesa le farà dono del suo riconoscimento, con tanto di regola e clausura, facendosi tuttavia pagare con una grossa riduzione di libertà). E una donna capace di gesti tanto dirompenti e rivoluzionari non poteva fermarsi ad una pura discepolanza, senza apporti spe-

cifici e personali. E gli apporti di Chiara sono gli apporti della femminilità, filtrati in un mirabile equilibrio, nella sua singola persona. E il cammino di Chiara ci appare deciso e completo, senza tentennamenti. Benché assai meno raccontato di quello di Francesco (il fatto che gli agiografi fossero tutti uomini spiega come le fonti e la letteratura su Francesco siano molto più copiose di quelle su Chiara), il suo cammino appare più raggiunto, in una piena compenetrazione fra visibile e trascendente quale soltanto l’ultimo Francesco sembra conoscere. E la scelta e la vocazione di Francesco da nessuno fu meglio interpretata che da Chiara e dalle sue discepole. Rivoluzionaria Chiara fu anche quando, negli ultimi anni di vita, scrisse la ‘Regola’ che venne approvata dal Papa in punto di morte della Santa, la prima Regola composta da una donna in tutta la storia! Precedentemente tutte le monache avevano sempre dovuto adattare al femminile una Regola soltanto maschile, concepita per i monaci, di solito quella benedettina. Nella Regola, Chiara riassunse l’esperienza pluriennale di vita della comunità, senza fissare norme precise ma diffondendosi in consigli affettuosi, in uno spirito di amorevole concordia e comprensione. Ad esempio non sono previste punizioni per la sorella che sbaglia, ma essa dovrà essere ascoltata, compresa e non lasciata sola nella tribolazione. Chiara chiede a chi le succederà come badessa di guidare le sorelle in modo misericordioso e caritatevole; permette addirittura che esse possano ricevere un piccolo dono


Ottavo centenario clariano dai parenti, e poi decidere autonomamente quale uso farne. Chiara chiede solo alle sorelle che esse verifichino ogni giorno la tenuta della loro promessa di seguire fino in fondo il Vangelo con una partecipazione attiva alla preghiera e alla vita della comunità e con un diligente esame di coscienza. Alla base di tutto in Chiara c’è la convinzione che anche alle donne spetti un’importante missione ecclesiale nel rinnovare la fede, nel vivificare il messaggio di Cristo, esempio e specchio per tutti, siano essi religiosi o laici. Povertà, umiltà, carità sono le virtù che Chiara più tiene in pregio. Per la nobile Chiara, memore di un parentado superbo e tracotante, la rinuncia all’esercizio del potere, all’affermazione sociale, all’avere e al possesso delle cose, in una parola il ‘privilegio della povertà’, è sinonimo di libertà mentale, garantisce il godimento e il dominio della propria coscienza interiore. Rivoluzionaria fu Chiara quando stabilì che non tutte le monache dovessero stare in monastero, ma che alcune di esse uscissero regolarmente, le ‘sorores extra monasterium servientes’, un’idea assolutamente innovativa e che precorre di secoli lo sguardo che infine la Chiesa riuscì a dedicare alle donne. Chiara per la prima volta progetta non l’esclusivo ritiro nella quiete del monastero, ma ritiene che, anche alle monache come ai frati, Dio richiede un ruolo attivo in mezzo agli uomini e alle donne che aveva creato: permise perciò che una parte delle sue consorelle fosse cristianamente di aiuto esercitando un apostolato attivo in ospizi e lebbrosari, così da alleviare le sofferenze delle persone malate non solo con un aiuto materiale ma anche con una parola consolatoria. Essa assegnò alle sorores extra monasterium servientes anche il difficile compito di edificare con l’esempio e la parola tutti coloro che incontrassero per strada con appropriate lodi a Dio; queste consorelle dovevano essere un esempio, un modello di radicale applicazione del Vangelo, va-

lido per tutti gli uomini e le donne rimaste nella vita secolare. Chiara esortava le ‘sore servitrici’, raccontò Angeluccia di Angeleio da Spoleto, mandandole “de fora del monastero perché quando vedessero li arbori belli, fioriti e fronduti laudassero Idio. Et similmente, quando vedessero li homini e le altre creature, sempre de tucte e in tucte cose laudassero Idio”. Quale visione rivoluzionaria e quale cambiamento anticipatore! Chiara precorre un cambiamento che verrà accettato dalla Chiesa solo secoli dopo, in pieno Ottocento, quando gruppi di religiose riunite in congregazioni (quelle che noi oggi chiamiamo suore) cominciarono a dedicarsi a forme di apostolato prettamente sociale come l’educazione dei bambini nelle scuole e la cura dei malati negli ospedali. La straordinaria modernità innovativa di Chiara e delle sue compagne consistette in questa grandiosa capacità di alternare vita contemplativa e vita attiva, preghiera e meditazione e il caritatevole servizio al prossimo al di fuori del monastero, secondo le opere di misericordia corporale. E non a caso per Chiara ciò che doveva caratterizzare queste ‘sorores extra monasterium servientes’ era che esse dovevano essere ‘misericorditer’. Tutto questo non doveva andare a scapito della preghiera, della meditazione e della partecipazione agli uffici liturgici che Chiara voleva uguale a quelli dei frati. Così l’appartato San Damiano aveva le caratteristiche dell’eremo, non del monastero di clausura come vari Papi vorranno poi trasformarlo, dove con grande equilibrio la ricerca di Dio in solitudine e in silenzio si alternava alla condivisione delle proprie esperienze di vita con i concittadini al di fuori del muro di cinta, vivendo e mettendo in pratica ogni giorno il Vangelo di Cristo. Mario Corti

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Abbiamo letto... abbiamo visto...

GAB 6900 Lugano

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, l’editrice Claudiana propone “Karl Barth e il Concilio Vaticano II. Ad limina apostolorum e altri scritti” (pagg. 156, euro 15), una raccolta di scritti che uno dei massimi teologi cristiani del XX secolo ha dedicato a quell’importante punto di svolta del cattolicesimo romano. Non avendo potuto partecipare come osservatore al Concilio per motivi di salute, nel settembre 1966 Barth si recò a Roma per discutere con teologi cattolici ed esponenti della Curia gli esiti del Vaticano II. Per l’ormai anziano teologo protestante si trattò di un incontro sorprendente e fresco con un cattolicesimo romano che egli vedeva impegnato in un profondo processo di evoluzione. Il volume dell’editrice Claudiana propone un insieme di testi pubblicati dallo stesso Barth sotto il titolo “Ad limina apostolorum”, un importante articolo scritto dal teologo svizzero durante il Concilio, un suo scambio epistolare con Paolo VI e diverse altre lettere relative al soggiorno romano.

Lercaro e la chiesa dei poveri C’è anche Giuseppe Dossettì all’origine dell’intervento sulla “Chiesa dei poveri” che il card. Giacomo Lercaro tenne al Concilio il 6 dicembre 1962. E’ lo stesso arcivescovo di Bologna a rivelarlo e a sottolineare come il discorso - definito da Paul Gauthier prete operaio, teologo e fondatore con Ettore Masina della Rete Radié Resch un “testo capitale” - «ebbe un consenso generale e suscitò molto entusiasmo soprattutto in alcuni settori dell’episcopato”. L’episodio - un passaggio fondamentale nella storia della Chiesa del Concilio e del post Concilio - viene ricordato da Corrado Lorefice nel testo Dossetti e Lercaro, La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano (Paoline, Milano 2011, pp. 374, euro 22) che, attraverso una ricostruzione basata anche su fonti inedite, racconta e ricostruisce l’influsso di Dossetti sul discorso di Lercaro e, più in generale, sulla visione teologica di una «Chiesa povera e dei poveri». Una visione - scrive Giuseppe Ruggieri nell’introduzione al volume -, quella della «povertà della Chiesa come via del suo cammino», che è stata «rigettata non nei suoi principi, ma nella vita concreta, «perché dire che la Chiesa deve rinunciare ai privilegi storicamente acquisiti quando essi si mostrassero di ostacolo all’annuncio del Vangelo è un discorso che, nel migliore dei casi, suscita un sorriso ironico».

Messaggero 2012-18 Apr-Giu  

Trimestrale di formazione e spiritualità francescana

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