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Trimestrale di formazione e spiritualitĂ francescana

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Aprile n° Giugno 2013


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Aprile n° Giugno 2013

Il Papa francescano

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Dossier Concilio Vaticano II

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Domande a don Sandro Vitalini

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Messaggio dal Santuario

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MESSAGGERO

fra Agostino Del-Pietro

Comitato Editoriale

Messaggio dall’O.F.S.

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Il Cantico delle Creature del Cardinal Martini

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fra Andrea Schnöller

Messaggio ecumenico

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Gino Driussi

Cristiani nel mondo

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Alberto Lepori

Spazio Aperto da vent’anni

fra Callisto Caldelari (dir. responsabile) fra Edy Rossi-Pedruzzi fra Michele Ravetta Maurizio Agustoni Gino Driussi Alberto Lepori

Hanno collaborato a questo numero

Mario Corti

La pace interiore

Rivista fondata nel 1911 ed edita dai Frati Cappuccini della Svizzera Italiana - Lugano ISSN 2235-3291

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Carla Bernaschina Mario Corti fra Agostino Del-Pietro fra Andrea Schnöller don Sandro Vitalini

Redazione e Amministrazione Convento dei Cappuccini Salita dei Frati 4 CH - 6900 Lugano Tel +41 (91) 922.60.32 Internet www.messaggero.ch E-Mail segreteria@messaggero.ch

Abbonamenti 2013 ordinario CHF 30.sostenitore da CHF 50.CCP 65-901-8 IBAN CH4109000000650009018

Fotolito, stampa e spedizione RPrint - Locarno

Foto di copertina: Fra Clemente da Milwaukee allora Ministro generale dei Cappuccini durante il Concilio Vaticano II © Archivio fotografico Osservatore Romano

I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista


Per un’autentica dignità della donna

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In questi ultimi tempi è riaffiorato nel dibattito pubblico un tema tanto importante quanto spesso lasciato ai margini della riflessione politica: la condizione femminile. La donna, negli ultimi decenni, ha acquisito nell’Occidente una posizione di sostanziale parità giuridica con l’uomo. La Costituzione federale, all’articolo 8, stabilisce che “uomo e donna hanno uguali diritti […] in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro”; dal 1 gennaio 1996 è in vigore in Svizzera la Legge federale sulla parità dei sessi che vieta qualsiasi discriminazione in ambito professionale. Nell’ambito dell’istruzione le donne hanno guadagnato molte posizioni: negli ultimi vent’anni le donne con una formazione universitaria sono passate dal 9% al 21,7% (contro il 20,1-27,6% degli uomini). Il miglioramento della condizione femminile in termini professionali e formativi ha portato con sé la necessità di conciliare lavoro e famiglia. In Svizzera circa due terzi delle madri lavorano “nonostante” i figli, ciò che richiede un’adeguata rete di sostegno, che in certi casi è la famiglia (nonni, ecc.) e, più di frequente, sono strutture statali o private (mense scolastiche, asili nido, dopo scuola, ecc.). Lo scorso 3 marzo è stata posta in votazione un’iniziativa popolare che proponeva di introdurre nella costituzione l’obbligo per lo Stato di provvedere a “un’offerta appropriata di strutture diurne complementari alla famiglia e parascolastiche”. L’iniziativa è fallita in quanto è mancato l’assenso della maggioranza dei Cantoni, ma nelle nelle aree urbane del nostro Paese, Cantone Ticino compreso, ha raccolto un vasto consenso. Segno che il desiderio di “emanciparsi” da una concezione tradizionale dei rapporti famigliari e di partecipare pienamente alla vita professionale è profondamente sentito. Questa tendenza è rafforzata da un elevato indice di divorzialità (tasso di “insuccesso” di un matrimonio) che dal 13% del 1970 è progressivamente aumentato al ca. 45-50% di quest’ultimo decennio. Si tratta di eventi che, purtroppo, sfociano spesso in situazioni di difficoltà economica: il 17,6% delle famiglie monoparentali (il più delle volte formate da mamma e figli) beneficiano dell’assistenza pubblica: un tasso di assistenza superiore di sette volte persino a quello delle famiglie numerose. L’impressione, schematizzando un po’, è che la cosiddetta emancipazione femminile abbia per certi versi addirittura indebolito la situazione di molte donne. Ma vi è un dato ancora più allarmante da considerare ed è quello del progressivo deterioramento dell’immagine della donna nella nostra società. Sempre più spesso il corpo femminile – nelle pubblicità,

nei film o nelle trasmissioni televisive – viene oscenamente mercificato per fini commerciali. Senza scivolare nel moralismo è evidente che la rivoluzione sessuale degli anni ’70 è degradata verso rappresentazioni insultanti della dignità della donna. V’è da chiedersi, provocatoriamente, se la disinibizione imposta a molte donne non sia addirittura peggiore di certi simboli di sottomissione esteriore (quali ad esempio il velo integrale) imposte alla donna in altre culture. In certi Paesi (tra cui l’Italia) questo sminuimento della figura femminile è stato accompagnato da una drammatica recrudescenza dei reati nei confronti delle donne, tanto che è stato creato il neologismo “femminicidio” e sono state proposte modifiche legislative per una più specifica tutela della donna. In questa situazione di oggettivo impoverimento culturale la visione cristiana della donna può portare un utile e significativo contributo. La lettera apostolica del beato Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem (1988), dimostra per esempio la necessità di considerare le specificità di uomo e donna – in particolare la vocazione di quest’ultima alla maternità – nel definire la parità dei loro diritti. Un approccio certamente poco in sintonia rispetto alla tendenza, così diffusa nella nostra società, di negare e rimuovere qualsiasi differenza, mescolando tutto e tutti in una poltiglia informe di conformismo e banalità. E tuttavia le miserie che siamo costretti ad osservare oggi ci spingono a credere che la dignità della donna sia da ricostruire su altre e più solide basi, conservando quanto di buono è stato conquistato negli ultimi decenni (uguaglianza giuridica, sostegno alla maternità, affrancamento dalle sottomissioni, ecc.), ma recuperando la femminilità sperperata. Una sfida difficile, certo, ma essenziale per uno sviluppo autenticamente armonioso della nostra comunità. Maurizio Augustoni

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Il Papa francescano

S

Sull’ultimo numero abbiamo appena potuto accennare all’elezione di Papa Francesco, pur impreziosendo la copertina con una sua bella foto. Per esigenze di stampa non ci è stato possibile commentare questa notizia. Lo facciamo ora con un articolo del confratello ed amico frate cappuccino padre Ortensio da Spinetoli, tratto dalla rivista Adista Segni Nuovi del 6 aprile 2013. Chi non ha esultato nel sentire il nome che il nuovo pontefice “si è imposto”? Non ci poteva essere nulla di più gradito, beneaugurante, profetico. Da solo è già un programma cristiano, cioè umanitario senza restrizioni né riserve. Francesco infatti è ovunque conosciuto, ammirato, amato; la sua memoria e testimonianza si sono trasmesse nel tempo come un canto di benedizione e di grazia. Papa Bergoglio proviene da un ordine religioso (Gesuiti), fondato da un ex ufficiale dell’esercito tra i più temuti del ’500. Per questo, forse, convertito a Cristo,

Ignazio da Loyola ha pensato di costituire una “compagnia” di militi dedita al servizio della fede e della Chiesa. Egli però è nato in un Paese lontano dal vecchio continente, dove la rigidità ignaziana era andata coniugandosi con lo spirito di libertà che aleggiava nel nuovo mondo. Anche i gesuiti lì presenti ne erano stati “contagiati”: ai tempi delle reductiones (convivenze cristiane autonome di indigeni e missionari) e ai giorni nostri, con il gruppo di professori gesuiti, sostenitori della Teologia della Liberazione, assassinati dai dittatori del Salvador. La nomina di Bergoglio è stata una sorpresa, ma ora tutti conoscono chi egli era, la sua povertà, semplicità, immediatezza di cui anche da papa continua a dar prova, prendendo del santo di Assisi nome e insegnamento. Francesco decise di “uscire dal secolo”, dal suo mondo (una città occupata da signori e mercanti arricchiti), non per fuggire in una caverna, bensì, come Cristo, per raggiungere l’altra parte della popolazione (contadini, nullatenenti, malati, vagabondi, briganti). E lo fa non per benedire o consegnare viveri e tornarsene poi da dove era venuto, ma per una scelta più impegnativa


e radicale: restare con i poveri, fare la loro stessa vita, essere come loro e dei loro. Un grande carisma che abbraccia anche la predilezione per il creato e le creature, e l’assidua ostinata premura per la pacifica convivenza tra i popoli e persino le religioni. Un riferimento vasto, ma certo non irraggiungibile per questo papa che tra le sue prime preoccupazioni ha collocato la tutela del creato accanto alla pace tra le nazioni, segno che non pensa solo a Dio e al culto. L’ardua strada imboccata dal poverello di Assisi è la stessa percorsa da Gesù. E anche Bergoglio sembra essersi incamminato sulla stessa via, proclamando sin da subito: «La Chiesa deve essere povera e per i poveri». Un’affermazione perentoria, ma se non viene spiegata rischia di rimanere imprecisa, ambigua, fuori dalla linea di San Francesco. Il “per i poveri” non è proprio quanto il Vaticano II ha raccomandato, con la designazione “Chiesa dei poveri”. Si tratta di fare non uno, ma alcuni passi indietro; di un cambiamento di categoria, di classe sociale, di una spoliazione, se non totale, la più ampia possibile. Il richiamo alla “Chiesa povera” riporta alla luce le urgenze del Vaticano II, che con la Gaudium et spes affermava che la comunità ecclesiale non esiste per se stessa, per la sua affermazione ed espansione (concezione trionfalistica), ma per la liberazione, elevazione, salvezza del mondo, cioè degli esseri umani. I primi segni del nuovo papa indicano, se non una svolta, una volontà di cambiamento. Ma i problemi più urgenti non sono, forse, di ordine morale, ma istituzionale: non può più tardare la riforma della Chiesa, invocata già dai cristiani innovatori del secolo XVI (a cui la gerarchia rispose con una “controriforma”, o Concilio di Trento, che ha dato adito agli orrori dell’Inquisizione). Il Vaticano II (Dei verbum, Lumen gentium) ha messo in discussione l’interpretazione corrente della Parola di Dio e soprattutto la legittimità del potere gerarchico, in periferia e ai vertici, ma poi è rimasto lettera morta, solo un consolidamento del potere supremo del romano pontefice e dei suoi organi sussidiari. La Chiesa purtroppo non è “indietro di 200 anni”, sembrerebbe più corretto dire di 2mila, cioè da quando certi discepoli di Gesù, invece di seguire le sue indicazioni («voi siete tutti fratelli», «tra voi non sia così») hanno pensato che fosse più giusto, o più semplice, rimanere negli schemi organizzativi correnti (giudaici, sommo sacerdote, sinedrio, popolo; o ellenistici, re o arconte, ekklesia, laos), gli stessi che Gesù combatteva e da cui era rimasto sconfitto. È così anche ai nostri giorni:

la volontà profetica di Gesù rimane ancora in attesa di realizzazione. Papa Francesco ha voluto anche qui far intravvedere una sua qualche intenzione di ripensare l’assolutismo papale. Se da cardinale ha lasciato il vescovado di Buenos Aires per trasferirsi in una comune abitazione, oggi potrebbe uscire dai palazzi vaticani per arrivare a quelli lateranensi, e poi – a tempo debito – “spostarsi” in aiuto di quei popoli che i colonizzatori cristiani da almeno un mezzo millennio si sono curati di depredare, provando a riparare le loro malefatte. Intanto papa Francesco ha cominciato a ridimensionare l’estensione del suo ufficio, definendosi semplicemente “vescovo di Roma”, un titolo che non implica alcun primato sulle altre Chiese, ma solo il ricorso al vescovo della capitale per questioni pratiche più importanti (causae maiores) dato che la suprema giurisdizione sulla Chiesa universale in origine spettava sempre all’assemblea plenaria dei pastori di tutto l’orbe, il Concilio ecumenico. Presumibilmente, da cardinale, Bergoglio non ha avuto il tempo necessario per tenersi al corrente di tutto il progresso biblico e teologico post-conciliare. È verosimile che anche egli possa conservare, nel suo bagaglio culturale, riferimenti della vecchia scuola pre-conciliare da perfezionare, e noi lo speriamo e l’aspettiamo. Per esempio nello spazio di pochi giorni ha menzionato due volte il diavolo. Non che il male sia assente nella società e nella Chiesa, ma potrebbe essere comodo e forse ambiguo porne la causa in un principio esterno ai protagonisti della storia. La predicazione cristiana ha troppo insistito su aspetti espiatori o sacrificali, redentivi delle sofferenze. Il Dio misericordioso di cui spesso parla il papa non è un puro antropomorfismo. La “compassione” è un sentimento, atteggiamento unicamente umano. Dio è bontà, amore, senza restrizioni e condizioni: più che misericordioso egli è misericordia. Francesco sembra aver fatto proprio l’anatema ratzingeriano contro il “relativismo”. C’è di sicuro il solito malinteso, quasi che un tale atteggiamento sia sinonimo di nichilismo o di ateismo, mentre non è che il lasciapassare provvidenziale che la modernità ha escogitato per facilitare le comunicazioni tra i protagonisti di un mondo pluriculturale. Non vogliamo ritornare alle guerre di religione o ai conflitti di civiltà! Se la pace si coniuga con la verità, non sarebbe più giusto sostituire quest’ultima con la carità? La verità genera solo divisioni e lotte. padre Ortensio da Spinetoli

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Presentare una nuova Chiesa

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Giovanni XXIII aveva indicato la finalità del Vaticano II in un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno e ne aveva delineato lo spirito, ma non ne aveva precisato i contenuti. Al momento di dare inizio al Concilio, i padri conciliari si trov­arono fra le mani gli schemi preparati dalle com­missioni che non rispondevano per niente allo spi­rito indicato dal papa. Questo contrasto segnò profondamente il primo periodo del Concilio, al punto da far temere per la stessa possibilità di proseguire. Frattanto però, nella Chiesa, e anche al suo esterno, cresceva la fiducia nella possibilità di un rinnovamento reale. Si trattava di precisare dac­ capo la finalità del Concilio, per superare le indecisioni e renderne possibile lo svolgimento. A questo punto giunge quanto mai provvidenziale la proposta del cardinale belga Suenens, immediatamente condivisa dal cardinale di Milano Montini e da altri eminenti padri vuto trattare della conciliari: il Concilio avrebbe do­ Ecclesia ad intra (La Chiesa vista dall’interno) e della Ecclesia ad extra (La Chiesa vista dall’esterno). Il

50° della scomparsa di Papa Giovanni XXIII Angelo Roncalli (1881-1963)

rinnovamento della Chiesa avrebbe do­vuto procedere di pari passo, se non addirittura precedere, con la missione nei riguardi del mondo moderno. La nuova impostazione rendeva più concreto e agevole il lavoro conciliare. L’elezione a papa del cardinale Montini rendeva realizzabile la nuova impostazione. A cominciare già dall’inter­vallo tra la prima e la seconda sessione, si prese a lavorare tenendo presente questo criterio. Esso

venne codificato nel discorso di Paolo VI per l’a­pertura del secondo periodo il 29 settembre 1963. Questo discorso finì per essere assunto come crite­rio definitivo per capire la finalità del Vaticano II. Bisogna riconoscere però che l’attenzione per la Ecclesia ad intra - ossia per il rinnovamento della Chiesa - finì per prendere il sopravvento rispetto alla Ecclesia ad extra. Il Vaticano II fu inteso più come Concilio ecclesiologico (sulla Chiesa) che come Concilio mis­siologico (per il mondo). Il rapporto col mondo moderno, però, ne restò sempre l’orizzonte, anche se esso divenne esplicito nell’ultimo documento - La Chiesa nel mondo contemporaneo - e negli altri documenti ad essa collegati: le dichiarazioni Nostra aetate e Dignitatis humanae. Il criterio fissato da Paolo VI finì per trasforma­re il Vaticano II in un Concilio veramente globale: una revisione del cristianesimo non soltanto per rispondere alle istanze del mondo moderno, ma anche per assimilarne alcune grandi acquisizioni. La metodologia del dialogo, codificata dallo stesso Paolo VI nella sua enciclica programmatica, la Ecclesiam suam approdava al pro­getto di un vero scambio di doni: la Chiesa metteva a disposizione del mondo moderno le ricchezze di cui è continuamente arricchita dallo Spirito del Signore e, nello stesso tempo, riconosceva le ricchezze di cui, per l’azione misteriosa del medesimo Spirito del Signore, anche il mondo moderno è cari­co, e le assumeva sia per leggere con criteri nuovi il messaggio della rivelazione, sia per far nascere e far crescere al suo interno una sensibilità che la met­tesse in maggiore sintonia con il mondo moderno. Si pensi anche soltanto a quelli che con termine glo­bale vengono denominati valori umani. In questo orientamento non veniva tradita la finalità iniziale di Giovanni XXIII, ma riceveva una interpretazio­ne più autentica. Il mondo moderno non veniva assunto soltanto come «destinatario passivo delle energie evangeliche», ma anche come «destinatario attivo”, capace cioè di far emergere dal Vangelo molte energie nascoste. Il nuovo umanesimo cristia­no, come diceva Paolo VI nel discorso conclusivo del 7 dicembre 1965 per la chiusura del Vaticano II, rappresentava in qualche modo il frutto maturo del dialogo col mondo contemporaneo. In questa pro­spettiva, il Vaticano II potrebbe essere qualificato come una vera rivoluzione culturale. Gerardo Cardaropoli, in “Il Concilio Vaticano II”


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Cristo, luce delle genti La Chiesa, sacramento in Cristo (n.1)

Cristo è la luce delle genti e questo sacro Concilio, adu­ nato nello Spirito santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo a ogni creatura (cf. Mc. 16,15). E siccome ­la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e stru­mento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando l’insegnamento dei precedenti Concili e con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la sua natura e la sua missione universale. Le condizioni del nostro tempo rendono più urgente questo dovere del­la Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente uniti da vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire una piena unità in Cristo. Il Popolo di Dio (n.9) Infatti i credenti in Cristo, (…) costituiscono infine “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo ... quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è il popolo di Dio” (1Pt 2, 9-10). Questo popolo messianico ha per capo Cristo «che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione » (Rom 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (Gv 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cri­sto, vita nostra (Col 3, 4) e « anche le stesse creature sa­ranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio» (Rom 8, 21). Il sacerdozio comune (n.10) Cristo signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (Ebr 5, 1-5), fece del nuovo popolo ”un regno e dei sacer­doti per Dio, suo Padre» (Ap 1, 6; 5, 9-10). Infatti,

per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati ven­gono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spi­rituali sacrifici e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (1Pt 2, 4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (At 2, 42-47) offrano se stessi co­me vittima viva, santa, gradevole a Dio (Rom 12, 1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna(1Pt 3,15).

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Lumen Gentium: un modo nuovo di intendere la chiesa Testo centrale del Concilio, modifica le definizioni di Chiesa allora in uso e, attingendo alle sorgenti bibliche e patristiche, propone una teologia della Chiesa che ne sottolinea la dimensione profondamente trinitaria. Per i cardinali della curia romana, il Concilio avrebbe dovuto riaffermare l’obbedienza all’autorità ecclesiastica e al papa. La Chiesa, puntando sulla sua autorità, al tempo del Concilio Vaticano I, si era definita in modo unicamente giuridico: la Chiesa è una società perfetta e gerarchica (infallibilità papale). Quando il Concilio Vaticano si riunì, questa concezione era già molto largamente messa in discussione. Tutto un movimento teologico, a cui aveva attivamente partecipato il domenicano Yves Congar, che si ispirava ai Padri della Chiesa e direttamente nutrito dal testo biblico, aveva lavorato sulla natura della Chiesa. Lavoro di cui si trovava un eco nell’enciclica “Mystici Corporis” (1934) di Pio XII, dove, superando la definizione giuridica, il papa conduce a comprendere il legame tra Gesù Cristo e la Chiesa, a partire dall’immagine della Chiesa considerata come Corpo di Cristo, presentata da San Paolo.

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Dire la Chiesa in modo nuovo Lo schema sulla Chiesa (De Ecclesia) proposto inizialmente dalla commissione preparatoria venne considerato dalla maggioranza dei vescovi negativamente, in quanto giudicato trionfalistico, giuridico, clericale. I Padri conciliari si dedicarono quindi alla redazione di un nuovo testo, al quale il Cardinal Suenens, ispirandosi alla formulazione di Giovanni XXIII (Chiesa di Cristo, Luce del mondo), pose questo interrogativo: cosa la Chiesa dice di se stessa? Il nuovo testo, la Lumen Gentium, prende numerosi espressioni dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa. La LG offre così in primo luogo una teologia della Chiesa e del Popolo di Dio. Poi si dedica a definire la ripartizione dell’autorità in questa Chiesa, fermandosi a lungo sul ruolo dei vescovi, dei laici e dei religiosi. Inserisce, significativamente, un capitolo sulla santità a cui ognuno è chiamato, per terminare con una lunga evocazione di Maria Vergine, “modello della Chiesa”. La Chiesa mistero trinitario La vera struttura della Chiesa non è più la sua organizzazione giuridica. È la relazione che essa intrattiene con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La LG parte dal “mistero” della Chiesa e non più dalla sua autorità. Dal mistero, cioè dal disegno di Dio per il mondo. È un modo di affermare la Chiesa in rapporto al mondo e alla storia. Ma è in Gesù Cristo “luce delle genti”, che si colloca questa Chiesa. In effetti, la Chiesa non è il regno di Dio sulla terra, come la si definiva prima, ma essa nella storia annuncia e prepara la venuta di questo regno, anticipando quella che sarà questa realtà ultima. Se la Chiesa non è il regno, questo permette d’affrontare un argomento delicato: che ne è dei cristiani non cattolici? La LG rinuncia all’identificazione pura e semplice tra la Chiesa cattolica e la Chiesa di Cristo, affermando che quest’ultima sussiste (“subsistit in”) nella Chiesa cattolica, ma non solo in essa. Così il testo riconosce che ci sono nelle altre Chiese non cattoliche “numerosi elementi di verità e di santificazione”, cioè di salvezza. Il Concilio ha proclamato la Chiesa stessa “come sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano.” La Chiesa popolo di Dio Altra novità è l’introduzione di un capitolo sul popolo di Dio. I Padri conciliari mettono l’accento sulla fonda-

mentale uguaglianza dei membri della Chiesa. Il nuovo testo esprime, con la parte sui laici, un riconoscimento proprio della loro vocazione e della loro piena partecipazione alla missione profetica, regale e sacerdotale, che deriva dal sacerdozio comune a tutti i fedeli attribuito loro dal sacramento del battesimo. Una Chiesa dove ognuno è chiamato alla santità, ricorda la penultima parte della LG, in un passaggio dal respiro spirituale molto innovatore. La collegiale responsabilità dei vescovi Pur considerando la Chiesa come comunione gerarchica, all’interno di una struttura che afferma il primato del papa, il capitolo III introduce però una grande novità a proposito dei vescovi, con la nozione di collegialità e responsabilità. Il testo afferma che il vescovo ha una sua propria autorità, non è un prefetto dello Stato Vaticano. Più ancora, i vescovi dispongono collegialmente, sotto la presidenza del papa, dell’autorità suprema nella Chiesa. Da “Le perle del Concilio” Marco Vergottini Dehoniane 2012

laici nella CCristiani Chiesa e nel mondo La Lumen Gentium è un documento estremamente significativo perché evidenzia uno dei principali desideri che hanno animato la convocazione e i lavori conciliari: quello di dire, in modo nuovo, che cosa la Chiesa pensava di se stessa. Un desiderio andato a buon fine, come testimonia il giudizio che un grande teologo e perito al Concilio, ­Karl Rahner, diede del Vaticano II: si tratta - disse lui - del Concilio della Chiesa dedicato al tema della Chiesa! Ma che cosa fu immediatamente percepito della Lumen Gentium? All’indomani del Concilio e per alcuni anni, l’accento di molti specialisti c­ ome dell’opinione pubblica cadde sul fatto che la Lumen Gentium aveva ripreso a parlare della Chiesa come del “popolo di Dio”. Ciò significava rompere con il modo in cui,


per secoli, si era normalmente considerata la Chiesa: come “società perfetta e ineguale”, di cui interessavano primariamente gli aspetti esteriori e giuridici e che, proprio per questo, era chiaramente suddivisa in due “categorie” di cristiani, i chierici da un lato e i laici dall’altro. Era fin troppo evidente che riprendere a parlare della Chiesa come popolo di Dio a cui appartengono tutti, prima di qualunque distinzione di compito e ministero, significava richiamare la pari dignità e la pari responsabilità di tutti i cristiani. Ciò era reso ancora più lampante dal posto che, nel testo definitivo, veniva ad occupare l’importante capitolo che trattava del popolo di Dio. Infatti nei precedenti schemi di lavoro, si era proposto di parlare del popolo di Dio dopo aver parlato della costituzione gerarchica della Chiesa, ovvero dopo aver parlato dei ministri ordinati e specialmente dei vescovi. Se le cose fossero andate così, con popolo di Dio si sarebbero intesi soltanto i laici. Alla luce della discussione conciliare il testo definitivo della Lumen Gentium presenta il capitolo popolo di Dio prima di quello sulla costituzione gerarchica della ­Chiesa, e prima di quelli dedicati ai laici e ai religiosi. Il risultato è chiaro e si commenta da sé: al popolo di Dio apparteniamo tutti e il fatto di essere cristiani è più determinante del modo in cui poi ci troviamo ad esserlo. Con il tempo, però, questa giusta accentuazione ha corso pericoli: non rammentando sempre bene quale sia la sorgente della nostra comune dignità di cristiani, si è potuto interpretare il popolo di Dio in senso esclusivamente sociologico, cominciando a discutere, come si è soliti fare in altri contesti sociali, soltanto di diritti, ruoli, poteri, ecc. Cinquant’anni possono essere in tal senso salutari a richiamare con più forza quanto, forse, non è stato subito colto e rimarcato: che cioè la Chiesa è anzitutto vista dalla Lumen Gentium come mistero, ovvero come luogo della presenza del Dio unitrino nella storia e che, in quanto tale, è il popolo di Dio. Ciò significa riconoscere che la nostra dignità di appartenenti al popolo di Dio è anzitutto fondata sulla presenza in noi dello Spirito Santo che ci conforma a Cristo e, in Lui e per Lui, ci conduce al Padre: una dignità, perciò, che richiede di essere custodita e fatta crescere; e che spinge ciascun cristiano ad ammettere che non è autenticamen­te ecclesiale quel fare che non sgorga da una reale “vita in Cristo”. Un analogo ragionamento lo si potrebbe imbastire a proposito del modo specifico di essere Chiesa dei laici. All’indomani del Concilio, e proprio per l’accento posto sull’essere tutti popolo di Dio, i laici hanno giustamente ripreso ad abitare, con più determinazio­ne

e familiarità, la “parte interna” delle nostre comunità cristiane. Molti hanno sentito così il fascino e la responsabilità di partecipa­re agli organismi consultivi e, soprattutto, di svolgere dei ministe­ri, nella catechesi, nella liturgia, nella dimensione caritativa delle comunità cristiane. Forse non si è ugualmente sottolineata l’impor­tanza di “essere Chiesa” nei luoghi feriali della vita: la famiglia, il lavoro, la politica, il sindacato, ... Cinquant’anni di distanza posso­no essere utili per interiorizzare quanto, con il linguaggio e gli stru­menti teologici dell’epoca, la Lumen Gentium ha comunque affer­mato: l’indole secolare dei laici, il loro essere Chiesa anzitutto sulle strade e nei luoghi del mondo, il loro essere, sin d’ora, germe della trasfigurazione di questo nostro mondo. Roberto Repole, pres. ATI, in “Il futuro del Concilio”, p.32-34, Torino 2012

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LUMEN GENTIUM Schema della costituzione sulla Chiesa Capitolo I - Il Mistero della Chiesa Capitolo II - Il popolo di Dio Capitolo III - La costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare l’episcopato Capitolo IV - I laici Capitolo V - Universale vocazione alla santità nella Chiesa Capitolo VI - I religiosi Capitolo VII - Indole escatologica della Chiesa e sua unione con la Chiesa celeste Capitolo VIII - La Beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa


Domande a don Sandro Vitalini

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Un’applicazione della “Chiesa, popolo di Dio” si è avuta dopo il Concilio e il Sinodo 72, con la costituzione dei consigli pastorali, diocesani e parrocchiali. Quale è stata l’esperienza? Si può essere soddisfatti dell’attuazione in Diocesi? Tutti i membri della Chiesa sono attivi: sacerdoti, re, profeti, animati dallo Spirito del Signore Risorto. Concilio e Sinodo 72 hanno promosso la costituzione di Consigli diocesani e parrocchiali aventi una finalità pastorale. L’esperienza fatta in genere e da noi in particolare è discreta, anche se non brillante. Con l’andar del tempo bisogna riconoscere una certa stanchezza sia negli elettori come negli eletti. Così a volte si stenta a raggiungere il numero legale in un’assemblea. In una prospettiva futura dobbiamo auspicare un maggiore coinvolgimento decisionale sia a livello diocesano sia a livello parrocchiale. C’è da auspicare che una legislazione più aggiornata preveda il coinvolgimento del Consiglio pastorale diocesano nella nomina del proprio Vescovo. La struttura piramidale attuale (la decisione viene presa solo dall’alto, da Roma) va aggiornata alla concezione familiare della Chiesa, nella linea della tradizione primitiva. Si potrebbe ad esempio immaginare che il Consiglio pastorale proponga tre nomi alla scelta di Roma. Sarebbe un primo passo che coscientizza i fedeli sulla loro responsabilità. “Chi deve servire tutti sia eletto da tutti”: è un principio indiscutibile, anche se di non facile applicazione. Anche il Consiglio pastorale parrocchiale (come pure quello zonale) devono assumere compiti specifici importanti. Rimangono intatte le prerogative del Consiglio e dell’Assemblea parrocchiali, da noi, per il settore amministrativo e per la nomina del Parroco, proposto dal Vescovo. Più la maturità dei laici crescerà e più si capirà che questi organi non sono ornamentali, ma decisionali. Vista la carenza crescente di presbiteri si pone ai vari livelli la riorganizzazione degli orari delle Messe e l’introduzione di celebrazioni domenicali presiedute da un laico. Il Parroco appare sempre più l’uomo legato alle decisioni pastorali dei suoi collaboratori. Idealmente certo ogni parrocchia anche piccola dovrebbe avere il suo Parroco, come capita in Oriente, ma questo sarà possibile solo quando si modificherà l’attuale disciplina del celibato e si permetterà ai presbiteri di vivere con la loro famiglia al servizio della comunità, vivendo magari del lavoro delle loro mani. Sono prospettive che sembrano lontane, ma che in una società postcristiana finiranno per imporsi.

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Giorgio Campanini, in un suo testo sul laicato dopo il Concilio, lamenta la poca partecipazione dei laici alla “missione della Chiesa”, e propone che si dovrebbe destinare lo stesso impegno (anche di soldi) per formare tanto i presbiteri (sempre in meno) e i laici. Cosa ne pensa di tale proposta? La Chiesa è tutta missionaria e pertanto è tutto il tessuto ecclesiale ad essere apostolico. Se osserviamo quanto è capitato nella Svizzera interna, vediamo come anche laiche e laici teologicamente preparati siano investiti da una “missio” del Vescovo al servizio delle parrocchie e dei gruppi ecclesiali. All’inizio ci furono frizioni anche forti tra laici con la “missio” e presbiteri. Oggi la tensione è scemata anche perché il numero dei preti si è di molto ridotto. I laici svolgono praticamente il ruolo dei Parroci senza esserlo: non consacrano e non assolvono. Questo porta ad una progressiva disistima della divina Eucarestia e del Sacramento della Riconciliazione. È auspicabile che si arrivi all’ordinazione di questi “viri probati” (se sono davvero tali), perché il servizio sacramentale sia assicurato nella sua pienezza in ogni comunità. Si ricordi che le Chiese greca e russa


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hanno retto alle persecuzioni dell’Islam prima e del comunismo poi grazie alle “cellule” familiari presbiterali che hanno tenuta viva la fiammella della fede in situazioni assolutamente proibitive. Se è giusto ricercare la fraternità che deve connotare tutto il tessuto ecclesiale, è altrettanto importante rimarcare la diversità dei carismi e riconoscere che l’Episcopato e il Presbiterato appartengono alla struttura di servizio della Chiesa.

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I laici, oltre a partecipare alla vita della Chiesa, popolo di Dio, dovrebbero svolgere la missione specifica di agire nel mondo, impegnandosi nelle “realtà terrene” (famiglia, cultura, lavoro, scienza, politica, socialità ecc.). È stata recepita questa particolare missione dei laici, oppure sembra addirittura essere diminuita a causa della secolarizzazione? Può limitarsi alle molte attività del volontariato sociale oppure è necessario preparare i laici anche all’impegno politico “cristianamente ispirato”? Non tutti fanno tutto! Si pensi a Romani 12 e a 1Corinti 12: la Chiesa è un corpo nel quale ogni membro ha il suo compito specifico. Sarebbe auspicabile che

ogni cresimando ricevesse dalla comunità un incarico specifico per meglio servirla. C’è chi anima il gioco dei bambini, c’è chi organizza l’oratorio, c’è chi prepara le feste e le gite della comunità, chi assicura il servizio dei poveri, dei malati, degli anziani, chi promuove l’attività missionaria, chi assicura la pulizia della chiesa, chi amministra i suoi beni. Ma dobbiamo riconoscere che una preparazione politica dei battezzati è di là da venire. Se noi ci ispiriamo al Nuovo Testamento dobbiamo avere il coraggio di “osare” al di là del pensabile. Noi siamo tutti sorelle e fratelli e pertanto miriamo a costituire una confederazione di stati fratelli che si impegnino al servizio di tutti, in particolare dei più poveri. In una confederazione si ammetterà una polizia, ma non un esercito, in quanto tutti sono fratelli che devono aiutarsi. Le zone più ricche di questa confederazione aiutano massicciamente le più povere perché ci sia eguaglianza. Dobbiamo ammettere che il Cristianesimo nei secoli è stato maledettamente annacquato. Se esso è vissuto con rigore anche da una minoranza, porterà a una conversione politica notevolissima. Da essa siamo ancora lontani sia perché tra noi divisi sia perché incapaci di attuare il messaggio d’amore di Cristo nella sua integralità.


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Da secoli, almeno nei nostri paesi di cristianità, i presbiteri sono occupati a tempo pieno nell’attività pastorale (culto, insegnamento, educazione, attività caritative, ecc.); non svolgono quindi una altra professione, e pertanto sono retribuiti, più o meno generosamente, dalla comunità ecclesiale. Con la diminuzione del clero, non si dovrebbe assicurare una retribuzione adeguata anche a laici che potrebbero sostituirli, sia a tempo parziale sia a tempo pieno? Come già capita in Svizzera interna, così anche da noi i laici impegnati a pieno tempo nel servizio ad esempio di una parrocchia dovrebbero contare su un salario adeguato. Dobbiamo modificare la nostra mentalità clericale e renderci conto che la retribuzione materiale è un segno di concreto riconoscimento – e di giustizia – per l’apostolato svolto a pieno tempo.

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Al Sinodo 72, discutendosi dei nuovi organismi di partecipazione auspicati dal Concilio, si è posto il problema (lasciato allora irrisolto) del coordinamento tra questi nuovi organismi e i “Consigli parrocchiali” previsti in Ticino dalla legge civile per l’amministrazione delle parrocchie. Mi sembra che il dualismo e la mancanza di coordinamento sia tuttora esistente e, a peggiorare la situazione, è di molto diminuita la partecipazione (pure estesa ora alle donne ed agli stranieri) dei

cattolici alla vita della parrocchia, sia civile sia parrocchiale (anche a causa dei movimenti e di altre strutture, preferite da certi preti, che sentono meno l’impegno parrocchiale). Non sarebbe il caso di aprire una discussione in merito, per rendere più partecipata la vita alla comunità ecclesiale locale, a partire dalla liturgia? È il colmo che là dove si inaugurano nuove strutture, sia queste come quelle più tradizionali, conoscano una certa flessione. Bisogna rispondere coi fatti. È capitale che laici diocesani vengano ad assumere responsabilità profilate. Invece di immaginare un apporto di preti che vengono dall’estero è giusto che tutto il tessuto diocesano sia mobilizzato ad assumersi le sue alte responsabilità. Il fatto di essere tutti attivi, come battezzati cresimati, ci impone di agire di conseguenza. Dalla Chiesa piramidale dobbiamo passare nelle opere alla Chiesa comunionale. Nella Chiesa del Nuovo Testamento e del Concilio Vaticano II non esiste una gerarchia, ma piuttosto una “ierodulia”, un servizio che fa sì che il primo sia il servo di tutti. L’essenziale appare quando ci è tolto tutto. In una persecuzione ci rendiamo conto che quel che ci resta è solamente la fraternità. Viviamo gli uni per gli altri e ci aiutiamo come meglio possiamo. Più la Chiesa riscopre la povertà di Francesco, di Gesù, e più ritrova quella fraternità che la rende di fatto cattolica e apostolica, in comunione con la Chiesa e il Vescovo di Roma, che presiedono la carità universale. don Sandro Vitalini


La Via Crucis alla Madonna del Sasso

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Anche quest’anno un nutrito gruppo di fedeli è salito al nostro Santuario nel tardo pomeriggio di ogni venerdì di Quaresima percorrendo la Via Crucis. Essa è infatti uno dei pii esercizi più popolari ed amati di questo tempo forte della Chiesa. In esso i fedeli ripercorrono l’ultimo tratto del cammino terreno di Gesù: dal pretorio di Pilato, luogo della condanna del Signore, alla collina del Golgota dove venne crocifisso, morì e fu sepolto. La nascita precisa di questa devozione è ignota, ma la sua pratica ricevette un forte impulso all’epoca delle crociate. I pellegrini e i crociati che tornavano alle loro terre facevano erigere monumenti in memoria dei luoghi della Passione del Signore Gesù per favorirne la meditazione e promuoverne la devozione. In principio la quantità delle stazioni della Via Crucis poteva variare. Fu solo nel diciottesimo secolo che le autorità della Chiesa fissarono a quattordici il loro numero e stabilirono l’episodio da ricordare in ogni singola stazione. I francescani, ai quali fin dal quattordicesimo secolo era stata affidata la custodia dei luoghi santi della Palestina, furono i principali promotori di questa devozione. Fra di loro va ricordato soprattutto san Leonardo da Porto Maurizio, che nel corso delle sue missioni in Italia tra il 1731 e il 1751 fece erigere ben 572 Via Crucis. Nel pio esercizio della Via Crucis confluiscono varie espressioni caratteristiche della spiritualità cristiana: la concezione della vita come cammino o pellegrinaggio; come passaggio, attraverso il mistero della croce, dall’esilio terreno alla patria celeste; il desiderio di conformarsi profondamente alla Passione di Cristo; le esigenze della sequela Christi, per cui il discepolo deve camminare dietro al Maestro, portando quotidianamente la propria croce (cf. Lc 9,23)1. Via Crucis possono essere erette nelle chiese, nei santuari, nei chiostri o anche all’aperto, in aperta campagna o lungo l’erta di un monte, in modo che le varie stazioni gli conferiscano una fisionomia particolare e suggestiva. Anche in Ticino troviamo innumerevoli esempi di questi percorsi. Quello del Sacro Monte della Madonna del Sasso di Orselina fu tracciato agli inizi del sedicesimo secolo. Le quindici edicole disposte lungo il ripido sentiero acciottolato contengono delle lastre in ghisa policroma a figure in rilievo rappresentanti le varie scene della Passione, fatte posare nel 1903. Edificate nel 1817, nel corso della recente campagna di restauro, le edicole sono state sottoposte ad un intervento di

consolidamento strutturale, gli intonaci sono stati rinnovati, le tinteggiature rifatte, e le formelle sono state trattate in modo particolare.

A Claudio Cometta di Arogno, che nell’estate del 2010 si è occupato principalmente del restauro delle formelle, abbiamo rivolto alcune domande. Signor Cometta, può descriverci lo stato delle formelle della Via Crucis del nostro Sacro Monte prima del suo intervento di restauro? Abbiamo trovato una situazione varia a dipendenza della collocazione geografica delle stesse e dalla loro esposizione agli agenti atmosferici. In generale, al momento dell’intervento, presentavano un grado di alterazione abbastanza evidente soprattutto nelle zone più esposte alle intemperie. In certe formelle il colore a olio era quasi completamente cancellato o imbevuto al suo interno dall’ossido proveniente dal supporto di ghisa. Altre erano meglio conservate anche nelle cromie. Il problema principale che ha cancellato in buona parte le cromie originarie è da ricercarsi nell’ossidazione della ghisa, la quale in molti punti ha creato dei sollevamenti della materia pittorica e ha cominciato ad alterare la superficie della ghisa priva di colore, creando la tipica superficie vaiolata. L’ossido (la ruggine) per dilavamento ha imbevuto anche buona parte delle cornici di marmo nero. In che cosa è consistito il suo lavoro di restauro? Il nostro intervento, dei collaboratori del mio laboratorio e mio, si è sviluppato in due direzioni differenti: da una parte il restauro e la conservazione delle cornici di marmo nero del Belgio e dall’altra il restauro e la conservazione dei rilievi di ghisa policroma rappresentanti i vari momenti della Passione. Per quanto riguarda l’intervento di conservazione e di restauro delle cornici di marmo, abbiamo proceduto dapprima a una spazzolatura a secco per eliminare i depositi più grossolani di varie materie (sabbia, polveri, depositi di origine animale o

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prodotti di insetti, muffe, ecc.), poi a dei lavaggi con acqua demineralizzata, in modo da rimuovere i depositi più fini, a pulitura con vapore per entrare più in profondità. Dopo la prima pulitura, siamo passati ad una levigatura mediante abrasione utilizzando delle spugnette diamantate apposite con sei granulometrie specifiche, in ambiente umido. La superficie delle cornici, spesso graffiata, incisa o graffita con punte metalliche e con scritte in matita, ricordi lasciati da visitatori grafomani nel corso del secolo, ha praticamente dovuto essere di nuovo finemente levigata al fine di ridarle la bella lucentezza nera di questo marmo così caratteristico. Le lacune, i fori che servivano a reggere una grata posta davanti alle formelle, sono stati colmati con uno stucco speciale. Su alcune cornici, abbiamo dovuto eseguire dei tasselli, perché le parti mancanti erano troppo grosse, per essere eseguite con lo stucco. Due cornici sono state rifatte a nuovo (quella della Stazione II e della Stazione X). Dopo la levigatura è stato steso un trattamento protet-

tivo a base di cera microcristallina specifica. Per quanto riguarda le formelle di ghisa policroma, abbiamo proceduto a dei lavaggi successivi con sostanze chimiche atte a rimuovere la ruggine senza però trasformarla. I lavaggi sono stati molteplici. Giunti ad una situazione accettabile, le formelle sono state isolate con una resina acrilica molto resistente. Su questa resina abbiamo proceduto ad una integrazione pittorica, volta a dare un’unità di lettura a questi preziosi bassorilievi di ottima fattura. Finita l’integrazione pittorica, abbiamo proceduto al fissaggio degli interventi con la stessa resina. Aveva già eseguito dei lavori del genere prima dell’estate 2010? In precedenza avevo già lavorato su pietre e su manufatti di metallo molto importanti, ma su dei rilievi di ghisa di questa fattura devo ammettere che è stata la prima volta e, con questo tipo di intervento, è molto probabilmente anche una prima ticinese.


Messaggio dal Santuario Non sarebbe stato possibile ridare il colore originale alle formelle di ghisa? Non avendo a disposizione nessuna documentazione pittorica dagli eredi di Giovanni Maria Fossati, né logicamente una documentazione fotografica che ci certificasse la qualità, le tonalità ed altre informazioni importanti per la ricostruzione dei colori originari, abbiamo proceduto ad un intervento di tipo conservativo, in accordo con le autorità competenti. Nel momento della loro stesura i colori dovevano essere particolarmente brillanti e vivaci, immagino forse anche troppo disneyani. La scelta di una integrazione rispettosa della situazione attuale ci è sembrata l’opzione migliore, anche per evitare di creare un falso. Secondo me, la ruggine come sangue rappreso dà un’aura ulteriore di drammaticità realistica alle scene rappresentate. Troppo colore forse avrebbe dato fastidio. Lavorare ad una Via Crucis disposta su di un percorso così suggestivo è stata un’esperienza particolare? Particolare, certamente per molti motivi. In primis, la Via Crucis e in modo particolare il Santuario erano luoghi molto cari a mio padre, il quale me li ha fatti apprezzare ed amare. Probabilmente sarebbe stato contento di sapermi fra gli artefici dei lavori di restauro. Alla Via Crucis lego anche il ricordo del mio carissimo amico Gino Gussoni, che ha collaborato con me ad alcuni lavori sulla stessa, nonostante fosse già molto ammalato e nel frattempo morto. È stato un lavoro molto duro, in quanto l’abbiamo percorsa in tutte le direzioni con materiali e macchinari e la pendenza è davvero notevole. In certe giornate c’era una quiete che invitava alla meditazione e in altre si scatenava il via vai rombante e ventoso degli elicotteri. Abbiamo scoperto che la Via gode di tutta una serie di microclimi particolari che solo una frequentazione attenta e partecipe può regalare. L’aver resistito sia alle giornate torride che a quelle gelide ed alle condizioni a volte caotiche del cantiere, è stato un bellissimo insegnamento sulla pazienza anche per i miei collaboratori.

Durante il suo lavoro nell’estate del 2010 è stato ospite del convento della Madonna del Sasso, può dirci qualcosa di questo soggiorno? Il fatto di poter essere vicinissimo alla Via Crucis, mi ha permesso di poter elaborare con grande concentrazione i modi migliori per risolvere i problemi legati al restauro. Il silenzio dopo il cantiere, i momenti di condivisione con i fratelli presenti in convento, mi hanno riempito di una serenità tranquilla e quieta, ben diversa dalla tensione e dalla stanchezza che mi prendeva quotidianamente, dopo il mio soggiorno estivo in convento, quando mi sono ritrovato a percorrere il piano in colonna per andare sul cantiere o per il ritorno a casa. Sono molto grato ai fratelli, di avermi riservato una cella che, per quanto piccola, mi ha aperto grandi orizzonti e per la loro gioiosa ospitalità. È un ricordo caro che mi porterò sempre nel cuore. intervista raccolta da frate Agostino

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Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia, Città del Vaticano, 2002


La scoperta della bella realtà francescana in Svizzera

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Venerdì 26 aprile Franchino, Aldo ed io ci siamo messi in cammino. Meta da raggiungere: St. Maurice, in Vallese. Siamo venuti qui per partecipare al “Capitolo delle stuoie” indetto dal Movimento Francescano Laico della Svizzera romanda. Sono presenti pure i rappresentanti delle Fraternità della Svizzera tedesca, delle Fraternità di Francia e del Belgio e la ministra generale dell’Ordine Francescano Secolare, Encarnación del Pozo. Ci accolgono con calore e gioia Edith Rohwedder, presidente del Movimento francescano laico (MFL) e Brigitte Gobbé, animatrice del MFL. Sono felici perché finalmente, dopo tanti anni, tutte le realtà francescane della Svizzera sono riunite insieme! Anche per noi è una gioia scoprire questa bella realtà francescana a livello svizzero. Oltre al Movimento Francescano Laico esistono fraternità dell’OFS sia nella Svizzera romanda, che nella Svizzera tedesca. Grazie all’accoglienza riservataci ci troviamo subito a nostro agio. Inizia così un lungo scambio di esperienze. Forti sono i momenti di preghiera: l’adorazione eucaristica della notte, la celebrazione delle lodi, dei vesperi e di compieta, la celebrazione eucaristica. Lo scopo del Capitolo delle Stuoie è: Lasciarci lavare i piedi gli uni gli altri; Lasciarci scoprire dagli altri; Capire quali sono i legami che ci accomunano; Tracciare degli obiettivi.

ECCO LE PAROLE CHIAVE, IMPORTANTI PER OGNI FRANCESCANO SECOLARE: PRESENZA: la presenza dei fratelli e delle sorelle (con la presenza di San Francesco) è necessaria. Senza la presenza della persona non si realizza nulla. Ogni presenza apporta qualcosa alla fraternità. E Dio è presenza in mezzo a noi e quando Dio è fra noi si parla di gloria di Dio. E quando noi siamo presenti in fraternità partecipiamo a questa gloria di Dio. Ogni presenza porta dunque qualcosa di importante a tutti noi. REGOLA: la riscoperta della Regola, sorgente di ispirazione per tutti i francescani, è molto importante, così pure l’appartenenza alla chiesa e la riscoperta dell’appartenenza alla famiglia francescana. La Regola ci invita a costruire un mondo più bello e più evangelico. Ci chiama al dialogo interreligioso, ci invita a fare della preghiera l’anima del proprio essere e del proprio agire. La Regola e le Costituzioni ci dicono come la nostra vita deve essere riordinata ogni giorno. Francesco ci invita a ricominciare sempre, perché ancora non abbiamo fatto nulla! LEGGERE IL VANGELO: personalmente e comunitariamente. PREGHIERA: prima di agire, mettersi in preghiera davanti a Dio, cercare il silenzio per lasciar parlare Lui. La vita interiore è fondamentale perché la nostra vita non diventi superficiale. VIVERE COME FRANCESCO cioè vivere come il Cristo. Seminare la Buona Novella nel nostro vissuto, nel lavoro, in casa, nella vita pubblica, nella politica, ecc. È importante essere fedeli alla nostra vocazione e dobbiamo avere il coraggio di vivere la nostra vocazione.

Il motto è: “FRATERNITÀ, OSA LA TUA BUONA NOTIZIA” Le due giornate sono intense di incontri. È bello condividere la vita vissuta nelle nostre fraternità locali e a livello regionale e di scambiarci e arricchirci delle reciproche esperienze. Tante le suggestioni scaturite dalle riflessioni proposte ed approfondite nei gruppi di lavoro.

SEGUIRE CRISTO POVERO: accogliere gli altri come un regalo. I fratelli non sono scelti, ma donati! Dunque è importante lasciarsi spogliare delle proprie idee e non metter davanti le proprie competenze. PATIRE CON CRISTO: rimanere nell’esperienza della croce. Accettare tutti come fratelli!


Messaggio dall’O.F.S. FRATERNITÀ-CORPO FRATERNO: siamo tutti figli di un unico Padre. Quindi fare fraternità significa formare un solo corpo nella vita ecclesiale. Occorre passare dall’ “io” o dal “tu” al “noi”: è un’esperienza unica e indicibile! La Fraternità è il luogo dove noi possiamo esercitare l’amore fraterno! Le Fraternità devono riscoprire l’importanza della fraternità locale, di quella regionale e di quella internazionale. Occorre intrecciare dei legami. Dunque: “Fraternità, osa la tua Buona Notizia, se osa l’umanità di Cristo!”. FORMAZIONE: molto importante è la formazione sia spirituale, sia su quanto avviene nel mondo. Ciò per essere coscienti di come deve essere il nostro atteggiamento davanti agli avvenimenti che capitano ogni giorno e che ci lasciano perplessi. Essere francescani si realizza sempre in “un nuovo divenire francescano”! Non è mai una storia finita, ma un cammino che esige sempre un nuovo esercizio, un nuovo ricominciare fatto da tutti i nostri piccoli o grandi impegni. MISSIONE: “essere fiamma vivente, perché sono stata accesa da un’esperienza di Luce”. Osiamo dunque comunicare la nostra appartenenza all’OFS con l’essere testimoni del Vangelo in ogni ambito e in ogni luogo in cui ci troviamo e in cui viviamo. Dobbiamo essere profeti del nostro tempo. Essere francescani è un modo di vivere il Vangelo, come Francesco d’Assisi ce l’ha insegnato: noi abbiamo questa grande responsabilità! È più importante essere che fare!! Papa Francesco ci chiama ad essere discepoli con la vita (scelta dei poveri, …); dobbiamo camminare, andare avanti, non rimanere sul “posto”.

Per terminare, Encarnación del Pozo, ci ha ricordato quali sono i punti cardini su cui deve essere fondata una Fraternità: 1) la preghiera; 2) la formazione religiosa, sociale, politica, ecc.; 3) l’azione apostolica (la missione, l’annuncio dell’amore e della misericordia); 4) la condivisione fraterna; 5) la purezza di cuore, che è la fonte della vera fraternità. Nessun giudizio per il fratello aiuta a superare le difficoltà, la fraternità vive in un clima di speranza e di serenità. Domenica 28 aprile ritorniamo a casa con il cuore pieno di gioia e con tante cose da condividere con le nostre sorelle e i nostri fratelli dell’OFS della Svizzera Italiana, con tante idee da attuare. Sentiamo forte dentro di noi l’unità e la fraternità. Non sentite anche dentro di voi questo desiderio di condivisione, di sentirci tutti parte di una grande famiglia? Non pensate che sarebbe bello poter sentirci tutti uniti fra di noi in una data ora della giornata, anche se fisicamente distanti? Che ne dite se a mezzogiorno, prima di pranzare, abbiamo un pensiero l’uno per l’altro? È davvero bello fare fraternità! Carla

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T I M ’ O R A U L T I M ’ O R A U L T I M ’ O R A U L

CONDIVIDERE: Francesco dona tutto ciò che possiede. Condividere è dividere in più parti, è donare a ciascuno la sua parte, condividere è semplicemente una questione d’umanità. Condividere è lavarsi i piedi gli uni gli altri, è “la moltiplicazione dei pani” (e tutti ne furono saziati). Cristo ha condiviso la sua vita sulla croce e la condivide in ogni Eucaristia: è pane spezzato per tutti noi.

4 giugno 2013: eletti i nuovi responsabili dei Cappuccini svizzeri


Titolo IlTitolo Cantico delle Creature del Cardinal Martini

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Tutti hanno riconosciuto al Cardinal Martini, l’Arcivescovo di Milano scomparso il 31 agosto del 2012 presso la residenza Aloisianum di Gallarate, una grande capacità di comunicatore. E nella sua lettera “Il lembo del mantello”, ispirata all’episodio evangelico dell’emorroissa risanata dalla sua malattia solo per aver sfiorato una frangia del mantello di Gesù, l’Arcivescovo si produsse in una preghiera finale sorprendente, ispirata dal Cantico delle Creature di San Francesco, da cui traspariva chiaramente la considerazione in cui venivano da Lui tenuti i mezzi di informazione. La riportiamo qui integralmente per poi commentarla in seguito. Laudato sii mio Signore con tutte le tue creature specialmente fratello televisore che riempie ore delle nostre giornate ed è bello, irradiante con grande splendore e di Te Altissimo porta significazione Laudato sii mio Signore per sorella radio per cui le notizie attraversano i cieli e il mondo diventa a me vicino Laudato sii mio Signore per fratello giornale che mi informa sulle nubi e sul sereno delle vicende umane e mediante cui Tu nutri conoscenza e riflessione di tante tue creature Laudato sii mio Signore per ogni tipo di informazione che è molto utile quando sa essere umile e veritiera e casta Laudato sii mio Signore per i comunicatori grazie ai quali illumini la mente e doni gioia e forza al nostro cuore, quando essi servono la verità con modestia Laudato sii mio Signore per sora nostra matre terra la quale ne sustenta et governa et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba: essa diviene sempre più per noi la casa comune che i media ci fanno conoscere e amare

Questa preghiera riflette chiaramente la fiducia che allora Martini riponeva nel ruolo di televisione, radio, giornali ritenendo che tali strumenti potessero concorrere efficacemente alla diffusione del Vangelo e soprattutto ad affermare valori quali pace, amicizia, fraternità, giustizia e rispetto del creato. Scrive il Cardinale: “Ogni uomo e ogni donna di questo mondo sono chiamati a fare parte di questo misterioso flusso comunicativo”. E Martini chiarisce bene quali debbano essere i fondamenti etici dell’informazione: quello di parlare in maniera penetrante e approfondita, quello di evitare la “notizia drogata” e lo scoop a tutti i costi, quello di “evitare ogni tentazione di violenza prima che sia troppo tardi”. E più avanti: “La comunicazione sociale veritiera e corretta è parte di un insieme di tale importanza da avere la priorità su tutte le pur legittime esigenze e i condizionamenti del mercato e dell’audience”. E con una condanna senza appello “i comunicatori che si fanno moltiplicatori di violenza meritano il


Messaggio Messaggio amico ???

grido drammatico di Gesù: fuori dal tempio!”. Ma qualche anno dopo il Cardinale dovette esperimentare sulla propria pelle “l’ambiguità dei media” e la loro tendenziosità in due occasioni. Dapprima per un duro attacco alla sua persona da parte di Furio Colombo sul quotidiano La Stampa di Torino: l’articolista strumentalizzò alcune prese di posizione del Cardinal Lehmann a Magonza circa il valore e l’importanza della sofferenza, in presenza anche del Cardinal Martini che allora era presidente dei Vescovi europei. L’articolo era intitolato “Vescovi, perché altro dolore?” e attribuiva ai Vescovi in modo parziale e capzioso la condanna del parto indolore e dell’uso degli analgesici e degli altri mezzi antidolorifici. Martini fu toccato e scosso dalle critiche e dovette rispondere con “Giornalisti, perché altra disinformazione?”. Egli scrisse che i Vescovi europei si erano preoccupati di “comprendere le sofferenze degli uomini e delle donne di oggi e di lenirle con tutti i mezzi della scienza, dell’amore servizievole e solidale e della fede”. Ma questo episodio con i rimproveri mossi proprio al “vescovo comunicatore” centrò una questione di fondo importantissima riguardante il tipo di comunicazione e di informazione che la Chiesa fornisce sugli avvenimenti che la riguardano e che coinvolgono non solo il suo operare ma anche e soprattutto la sua dottrina. Ma il caso più doloroso e complesso

nel dialogo e nella comunicazione fra Martini e la cultura italiana è rappresentato dalla polemica aspra e irridente nei suoi confronti da parte del celebre scrittore cattolico e critico d’arte Giovanni Testori. Questi sempre su La Stampa (ancora il giornale di Torino contro il Vescovo e gesuita piemontese!) scrisse del Vescovo di Milano: “Scrive cose di una non profondità sconcertante”. E in seguito sull’Espresso rincarò la dose: “È camomilla la sua, una valeriana che tacita, soffoca, strozza l’uomo”. Per Testori il Cardinale era “melassa”. Martini non rispose, ma quando Testori venne ricoverato al San Raffaele di Milano per un tumore che lo stava lentamente consumando, andò a trovarlo: dieci minuti faccia a faccia, uno di fronte all’altro. Nessuno sa quello che si dissero. Ma quando Testori morì Martini scrisse sul Corriere della Sera: “La sua testimonianza, che nasce da una profonda sofferenza interiore e da un’instancabile ricerca dell’Assoluto, congiunta ad una magia della parola, scuote una società che minaccia di spegnersi nell’indifferenza”. Nessun accenno a quella comunicazione così difficile e quasi impossibile che per tanto tempo aveva fatto soffrire il “Vescovo comunicatore” e che certo aveva perlomeno intaccata quella sua grande fiducia riposta nei mezzi di comunicazione di massa che lo aveva spinto a comporre una sua personale versione del Cantico delle Creature di San Francesco. Ma, nonostante tutto, questa fiducia rimase salda fino alla fine se, pur gravemente malato e ridotto quasi alla completa afonia dal morbo di Parkinson, egli accettò fino all’ultimo una collaborazione col Corriere della Sera, in cui rispondeva sulle più svariate questioni che gli venivano sottoposte dalle lettere dei lettori, spendendosi fino all’ultima goccia di energia per onorare e incarnare il suo personale Cantico delle Creature. Mario Corti

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La pace interiore Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Dove c’è odio, che io porti l’amore. Dov’è l’offesa, che io porti il perdono. Dov’è tristezza, che io porti la gioia. Dov’è l’errore, che io porti la verità. Dov’è disperazione, che io porti la speranza. Dov’è la tristezza, che io porti la gioia. Dove sono le tenebre, che io porti la luce. Fa che io non cerchi tanto di essere consolato, ma di consolare; di essere compreso, ma di comprendere di essere amato, ma di amare. Poiché è donando che si riceve, è perdonando che si ottiene perdono, è morendo che si risuscita alla vita eterna.

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La preghiera di san Francesco per la pace o, meglio, in cui chiede al Signore di fare di lui uno strumento della sua pace, si struttura, dall’inizio alla fine, sull’evocazione di una serie di antinomie o contrapposizioni, che vanno dall’odio all’amore, dall’offesa al perdono, dalla tristezza alla gioia, dalle tenebre alla luce, dall’essere compreso al comprendere, fino alla coraggiosa disponibilità a morire interamente a se stesso per risorgere alla pienezza della vita. È un modo di pregare che indica con estrema chiarezza che la pace non è un bene scontato e, inoltre, che è indispensabile costruire i fondamenti della pace dentro di sé, se si vuole creare pace attorno a sé. Di conseguenza, a chi vuol essere strumento della pace di Dio nel mondo, ciò che viene richiesto è anzitutto di vivere in prima persona una conversione radicale, una rotazione a 180 gradi, come sono appunto i passaggi dall’odio all’amore, dall’offesa al perdono, dalla tristezza alla gioia, e tutti gli altri cambiamenti evocati da Francesco. È del tutto evidente che non si può pretendere da nessuno di vivere questa trasformazione da un giorno all’altro. È una conversione che richiede, infatti, tempi lunghi, perché può essere soltanto la risultante di un costante lavoro su di sé, vissuto con regolarità e instancabile perseveranza. Già il superamento dalle strategie dell’evitamento e quella del successo, che abbiamo incontrate in un precedente appuntamento e a cui spesso affidiamo la nostra ricerca della pace, richiede tempi lunghi e perseveranza, tanto è vero che si tratta di un lavoro che non possiamo mai considerare finito. Altrettanto si può dire dell’educazione a vivere interamente nel momento presente, «con totale presenza e a cuore aperto», che è a sua volta un presupposto indispensabile alla pace. Questo stesso discorso si ripresenta ora, ossia con riferimento a quel processo di conversione che ci porta ad essere strumenti di unità e di pace, anziché di odio e di divisione. Anche qui, ognuno di noi procede a piccoli passi; ossia accoglie – per usare un’espressione che ritorna con insistenza in Carlo Molari – la verità tutta intera «a piccoli frammenti, in una lunga successione di esperienze». Non diversamente da Molari, anche Corrado Pensa, parlando della pace interiore e di quel lavoro o ricerca spirituale che è la meditazione, insiste sulla necessità di procedere con crescente perseveranza, a piccoli passi, salendo un gradino dopo l’altro. Altrimenti si corre il rischio di cadere. Ossia, la capacità di vivere nel presente e nella pace s’irrobustisce lungo il percorso e diventa reale soltanto grazie a un lavoro portato avanti con umiltà e perseveranza. Di conseguenza, «guardando alla pratica meditativa dal punto di vista dell’ingresso nel presente


Dieci minuti per te e nella pace – afferma – può essere utile distinguere un primo e un secondo livello, un livello iniziale e un livello successivo». Per livello iniziale intende «un primo stadio di pratica che sia però già oltre quello che potremmo chiamare lo stato crudo, nel quale l’individuo è soprattutto governato dalle proprie reazioni». Questo primo livello «si potrebbe definire il livello del seme delle presenzialità e, dunque, della pace». L’esempio che propone è illuminante, perché si riferisce a un’esperienza di vita quotidiana, che non è sconosciuta a nessuno di noi. «In una conversazione viene detto qualcosa che suona lievemente minaccioso per il nostro futuro. In genere, se la nostra pratica di consapevolezza è bene avviata, noi siamo in grado di mantenere una certa presenza mentale durante la conversazione e di avere consapevolezza della nostra reazione d’allarme nel momento stesso in cui essa emerge. Tutto ciò rappresenta già un salto netto rispetto allo stato crudo. Rispetto a stadi di sviluppo successivi c’è da notare che, in questo livello iniziale, il potere del futuro rimane comunque ancora forte, sicché dopo la conversazione ci ritroviamo molto preoccupati. Ma per quanto siamo molto preoccupati, già in questo primo stadio avremo la capacità di accompagnare la preoccupazione con la consapevolezza, ossia la capacità di non lasciare noi stessi alla mercé dell’ansia, bensì di accompagnare il turbamento con la presenza silenziosa e materna della consapevolezza, per quanto il potere del futuro, ossia il potere dell’immaginazione – che può essere anche il potere del passato, ossia del ricordo – sia ancora molto pronunciato. Dunque, in questo primo livello di pratica, la mia capacità di stare nel presente consiste, stando all’esempio menzionato, nella capacità di avvolgere la preoccupazione emergente qui e ora in noi: soffrendola, ma senza permetterle di inghiottirci. Però, già in questa prima fase, inoltre, ci è dato di comprendere che la preoccupazione, in sé, è una forza, un’energia che ci distanzia e ci separa dal presente. Si tratta di una presa di coscienza di fondamentale importanza, che si acuisce, comunque, proprio in virtù della pratica. Infatti, praticando ci rendiamo conto che, per essere disponibili, ad esempio, nei confronti di un’altra persona dobbiamo fare uno sforzo e che, anche sforzandoci diligentemente, non potremo darle il cento per cento dell’attenzione, a causa di quel cruccio che, malgrado le nostre migliori intenzioni, permane come un cuneo tra noi e tale persona. Perciò, in questo primo livello, da un lato siamo nel presente, giacché siamo in contatto con quella preoccupazione che è l’elemento predominante del nostro orizzonte presente.

Siamo anche consapevoli del lavoro che stiamo facendo per essere di più con la persona anziché col turbamento. E siamo, infine, consapevoli del sollievo che incontriamo ogni qualvolta riusciamo a osservare, con lo sguardo della consapevolezza, sia il turbamento che la persona che ci sta dinnanzi. Ciò nonostante, ci rendiamo anche conto che, in questa fase, siamo solo parzialmente presenti, perché la preoccupazione, attirando sempre di nuovo su di sé la nostra attenzione, restringe necessariamente la nostra percezione del presente, rendendoci meno disponibili e ricettivi a un’infinita molteplicità di altre cose che, qui e ora, ci circondano. Per riassumere quindi questo primo livello: la nostra attenzione investe la nostra preoccupazione presente, la quale tuttavia limita molto il campo del presente possibile e, in particolare, limita la nostra capacità di percepire e di gustare pienamente il sapore della pace che sorge in noi ogni volta che siamo interamente presenti, con consapevolezza sveglia e accogliente, sia al turbamento che alle altre molteplici realtà che costituiscono il nostro momento presente. È stato però gettato un seme che, prima o poi, consentirà un nuovo sviluppo, quello che abbiamo chiamato il secondo livello della pratica. In questo secondo livello, a causa di una generale maturazione interiore favorita dalla pratica, ci sarà semplicemente e come prima cosa meno preoccupazione. Il turbamento è ora meno vischioso, meno vincolante e ci è assai più facile ricadere nel presente, dimorando pienamente e serenamente in esso. Se qualcosa o qualcuno richiede la nostra attenzione, gliela possiamo dare intera, senza le riserve di prima, ed è possibile far riposare la nostra presenza nella presenza dell’altro. Poi, a intervalli, la preoccupazione ci riprende, ma è più debole di come era un tempo. Inoltre – e questo è di tangibile importanza – ora la nostra capacità di avvolgere e di accompagnare la preoccupazione con la consapevolezza ha un effetto decisamente più alleviante di quanto succedeva nel primo livello. Prima le preoccupazioni erano dense e spesso con un sapore amaro, mentre la consapevolezza, anche se accurata, era come evanescente e insipida. Adesso, invece, si comincia ad attuare un lento capovolgimento: le preoccupazioni tendono a indebolirsi e a divenire più insipide, mentre la consapevolezza si ispessisce e diventa più saporita, anche se è difficile dire alcunché di questo sapore, salvo che è buono e pacificante».1 fra Andrea Schnöller 1

Pensa C., Sulla pace interiore, in La tranquilla passione, Ubaldini, Roma 1994, p. 61-71

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Papa Francesco e l’ecumenismo: grandi speranze L’elezione a Papa della Chiesa cattolica, lo scorso 13 marzo, del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio ha suscitato un grandissimo interesse ed entusiasmo non solo all’interno della Chiesa romana, ma anche tra i cristiani delle altre confessioni. Il fatto che, sin dall’inizio del suo pontificato, egli abbia messo l’accento sul suo ruolo di vescovo di Roma (pronunciando rarissimamente la parola Papa) e su un primato di Pietro come servizio nella carità e non come potere, la sua modestia, la sua semplicità e il nome che si è scelto – Francesco – hanno colpito molto favorevolmente gli ambienti ecumenici e hanno subito dato adito a grandi speranze e aspettative, dopo anni di bloccaggio e di delusioni.

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Appena resa nota la sua elezione, messaggi di felicitazioni estremamente calorosi e positivi sono stati inviati al nuovo Papa dai leader di praticamente tutte le Chiese cristiane: ortodossi, precalcedonesi, anglicani, luterani, riformati, battisti, metodisti e tanti altri. Un saluto ecumenico e l’assicurazione di un dialogo e di una collaborazione con la Chiesa cattolica romana che continueranno con il nuovo Pontefice sono stati espressi dal segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, il pastore luterano norvegese Olav Fykse Tveit, e dal presidente dello stesso organismo, il brasiliano Walter Altmann, anch’egli luterano. Contenuti analoghi si sono potuti leggere anche nei messaggi della Conferenza delle Chiese europee e del Consiglio delle Chiese dell’America latina. Da parte sua, il vescovo della diocesi anglicana di Argentina, Greg Venables, ha rilevato l’ottima collaborazione da egli avuta con Bergoglio quando era arcivescovo di Buenos Aires e come questi gli abbia espresso i suoi dubbi sulla bontà della creazione, da parte di Benedetto XVI, di ordinariati per quei gruppi di anglicani desiderosi di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica. Congratulazioni a Papa Francesco sono giun-

te anche dalla Svizzera: in particolare il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche, pastore Gottfried Locher, ha auspicato che Francesco sia un vero “costruttore di ponti” tra nord e sud, tra ricchi e poveri e anche tra le Chiese, comprese quelle svizzere. E un altro teologo svizzero, il cattolico “dissidente” Hans Küng, ha detto di vedere nell’elezione di Papa Francesco i segni di una nuova primavera ecumenica. Trentatre delegazioni Alla messa di inizio pontificato tenutasi la mattina del 19 marzo in piazza San Pietro, tra i leader religiosi erano presenti ben 33 delegazioni di Chiese cristiane, nonché del movimento ecumenico: tra questi il già citato Tveit, il vescovo Munib Younan e il pastore Martin Junge, rispettivamente presidente e segretario generale della Federazione luterana mondiale, John Upton, presidente dell’Alleanza battista mondiale, il pastore riformato Guy Liagre, segretario generale della Conferenza delle Chiese europee, e il catholicos armeno Karekin II. Particolarmente folta la rappresentanza ortodossa: storica la presenza, per la prima volta dallo scisma del 1054 all’insediamento di un nuovo Papa, del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, in questo caso Bartolomeo I, mentre il Patriarcato di Mosca era presente con il numero due della gerarchia: il metropolita Hilarion, responsabile delle relazioni esterne. Semplicità e accoglienza hanno poi caratterizzato, il 20 marzo, l’udienza riservata dal nuovo Papa alle delegazioni delle confessioni religiose non cattoliche (nella foto con alcuni esponenti copti), preceduta da due incontri a tu per tu con Bartolomeo e con Hilarion. Particolarmente apprezzato il fatto che Francesco, nel suo discorso, abbia chiamato Bartolomeo “mio fratello Andrea”. Il Pontefice, che ha preso posto su una sedia e non sul trono che di consueto viene approntato nella Sala Clementina, ha assicurato, sulla scia dei suoi predecessori, la sua ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico. E con molta semplicità, ha aggiunto: “Sì, cari fratelli e sorelle in Cristo, sentiamoci tutti intimamente uniti alla preghiera del nostro Salvatore nell’ultima cena, alla sua invocazione: ‘ut unum sint’. Chiediamo al Padre misericordioso di vivere in pienezza quella fede che abbiamo ricevuto in dono nel giorno del nostro battesimo, e di poterne dare testimonianza libera, gioiosa e coraggiosa. Sarà questo il nostro migliore servizio alla causa dell’unità tra i cristiani, un servizio di speranza per un mondo ancora segnato da divisioni, da contrasti e da rivalità”.


Messaggio ecumenico Il 500.mo della Riforma Aggiungiamo che alcuni giorni dopo, precisamente l’8 aprile, il presidente della Chiesa evangelica in Germania, pastore Nikolaus Schneider, ha incontrato in una visita privata in Vaticano Papa Francesco, ricavandone, secondo le sue parole, un’impressione molto positiva, di grande fraternità. In vista del 500.mo anniversario della Riforma, che cadrà nel 2017, Schneider ha rivolto un invito al Papa affinché questa ricorrenza coinvolga anche la Chiesa cattolica. Ma qual è il pensiero di Jorge Mario Bergoglio su possibili passi avanti nella riunificazione delle confessioni

cristiane? Così si era espresso, quand’era arcivescovo di Buenos Aires, in un’intervista pubblicata nel libro “Il nuovo Papa si racconta”: “Io comincio con l’essere contento dei passi che sono stati fatti e ancora si stanno facendo grazie al movimento ecumenico. Tra cattolici ed evangelici ci sentiamo più vicini, convivendo nella differenza (…) Non ritengo che, per ora, si possa pensare a un’uniformità, o all’unità piena, ma certo si può pensare ad una diversità riconciliata, il che implica un cammino da fare insieme, pregando, lavorando e cercando insieme l’incontro nella verità” Gino Driussi

Un documento di Fede e Costituzione sull’ecclesiologia “Un dono offerto al movimento ecumenico”. Con queste parole, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese Olaf Fykse Tveit ha ufficialmente presentato lo scorso marzo presso l’Istituto ecumenico di Bossey (vicino a Ginevra), il testo di convergenza “La Chiesa: verso una visione comune”. Frutto di un lavoro ventennale da parte della Commissione Fede e Costituzione, il documento è stato approvato durante la riunione plenaria della Commissione tenutasi a Penang, in Malesia, nel giugno 2012. Fede e Costituzione fa parte integrante del Consiglio ecumenico delle Chiese e il suo obiettivo è quello di proclamare l’unità della Chiesa di Gesù Cristo e di chiamare le Chiese a tendere verso l’unità visibile. Si tratta del più ampio tavolo teologico internazionale: dei 120 membri della sua Commissione plenaria fanno infatti ufficialmente parte anche rappresentanti (ecclesiastici e laici, uomini e donne) di Chiese che non aderiscono al Consiglio ecumenico. Vi sono infatti cattolici (12) ed esponenti del mondo evangelicale e pentecostale. Il testo, nelle sue 45 pagine, identifica ciò che i cristiani possono dire insieme sul concetto di Chiesa per poter crescere nella comunione reciproca, lottare insieme per la giustizia e la pace e per superare le divisioni passate e presenti. I capitoli principali sono quattro: “la missione di Dio e l’unità della Chiesa”, “la Chiesa e il Dio trinitario”, “la Chiesa: crescere nella comunione” e “la Chiesa nel e per il mondo”. “La convergenza raggiunta rappresenta un risultato ecumenico eccezionale”, scrivono nella prefazione al documento il canonico John Gibault e il metropolita Vasilios, rispettivamente direttore e moderatore di Fede e Costituzione, spiegando come “La Chiesa: verso una visione comune” prosegua le riflessioni scaturite dal documento “Battesimo, Eucaristia, Ministero”, il primo testo di convergenza prodotto dalla Commissione nel 1982. Due sono gli obiettivi principali di quello che si presenta come un testo ecumenico multilaterale. “Il primo scopo è suscitare rinnovamento - spiega Gibault - cioè incitare chi legge a un maggiore impegno nel vivere la propria vita ecclesiale, o mettere in evidenza aspetti negletti o dimenticati nella vita e nella comprensione di che cos’è la Chiesa. Il secondo consiste invece nel trovare un accordo teologico sul termine Chiesa. Le risposte che il documento susciterà rifletteranno il livello di convergenza sull’ecclesiologia delle diverse Chiese. Questo livello di convergenza giocherà un ruolo vitale nel mutuo riconoscimento delle Chiese nella loro reciproca chiamata all’unità e alla comunione eucaristica”. “La Chiesa: verso una visione comune” è stato inviato alle Chiese rappresentate nella Commissione Fede e Costituzione – quindi anche alla Chiesa cattolica romana – affinché facciano pervenire osservazioni e commenti entro il 31 dicembre 2015. L’auspicio è che il documento non finisca, come tanti altri, nel dimenticatoio, ma che contribuisca a far fare alle Chiese passi concreti nella via verso l’unità. Il testo è disponibile online in lingua inglese al seguente indirizzo: www.oikoumene.org/en/resources/documents/wcc-commissions/faith-and-order-commission/i-unity-thechurch-and-its-mission/the-church-towards-a-common-vision.html

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Cristiani nel mondo Chiese europee e politica familiare

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Molti cambiamenti nella società e nell’economia hanno delle significative ripercussioni sulla vita delle famiglie. È partendo da questa constatazione che la Commissione “Chiesa e società” della Conferen­za delle Chiese europee (Kek) dal 2008 ha av­viato una riflessione che ha prodotto l’articola­to documento «Europa e politiche familiari». Con questo testo approvato a fine novembre, le chiese membro della Kek, sottolineano l’importanza che riveste la famiglia nella vita delle persone e nella società, e propongono un «ricettario» indi­rizzato sia alle Chiese, sia ai politici, col quale vogliono attirare l’attenzione sul fatto che le politiche oggi non possono più prescindere dalla pluralità dei volti delle famiglie. Nell’introdu­zione al documento si legge: «I sostanziali cambiamenti in fat­to di attitudini e comportamenti nei con­fronti del matrimonio, della procreazione e della sessualità ci pongono oggi di fronte a una crescente varietà di modelli famiglia­ri in Europa. Sempre più persone vivono sole, e molte sono le famiglie monoparen­tali o - in caso di nuovi matrimoni dopo il divorzio - anche «allargate». Non è più possibile parlare della famiglia come un’entità uniforme». Pertanto, al centro dell’attenzione della Commissione Chiesa e società della Kek sono, non tanto i mutamenti a livello microsociologico, ma le sfide che le famiglie si trovano a dover af­frontare in tempo di crisi: sicurezza materia­le, inclusione attiva, politiche fiscali. L’accento è posto in particolare sulla promozione dell’interesse superiore del minore, ma anche delle politiche di genere, della giustizia intergene­razionale, della cura per le persone anziane, della protezione delle famiglie migranti e del­le donne vittime di violenza, senza dimenti­care il ruolo che hanno le Chiese nel sostene­re responsabilmente tali politiche. L’esortazione rivolta agli Stati, pur nella difficoltà della crisi economica, è quella di non dimenticare il loro sostegno alle famiglie che restano il miglior canale attraverso il quale ogni società può offrire cura, educazione e socializza­zione. In caso contrario il risultato potrebbe rivelarsi «estremamente costoso, sia in termini finanziari sia di coesione sociale». (da RIFORMA, Torino 15.2.2013) Accordo sul battesimo negli USA I rappresentanti della Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) e di quattro confessioni cri­stiane riformate hanno pubblicamente firmato

un accordo sul battesimo, il 29 gennaio, ad Austin, Texas. Si tratta della Chiesa presbiteriana degli USA, della Chiesa cristiana riformata in Nord America, della Chiesa riformata in Ame­rica e della Chiesa Unita di Cristo, e l’accordo afferma che tutte le Chiese coinvolte riconoscono la validità dei reciproci battesimi. Esso rappresenta un significativo pas­so in avanti nelle relazioni ecumeniche in quanto fino ad ora la Chiesa cattolica non sempre ha riconosciuto i battesimi amministrati dalle denominazioni rifor­mate, in parte a causa di problematiche legate al modo in cui, nella cerimonia battesimale, è fatto riferimento alla Tri­ nità. La firma è avvenuta in occasione della riu­nione annuale dell’associazione ecume­nica “Chiese cristiane Insieme” (CCT), che comprende oltre 40 comunioni cri­stiane e altri gruppi. Ad ogni membro di gruppo è stata data una copia dell’accor­do, con la quale i leader cattolici e rifor­mati sperano di incoraggiarli ad una futura adesione. I 450 anni del catechismo di Heidelberg Quest’anno 2013 viene ricordato il 450.mo del cosiddetto Catechismo di Heidelberg, nome che deriva dalla città in cui è stato compilato e stampato la prima volta. A volte è anche detto Catechismo Palatinato, dal territorio (il Palatinato) del principe Federico III sotto i cui auspici è stato preparato. Il titolo originale tedesco (editio prin­ceps del 1563) è “Catechismo o istruzione cristia­na, secondo gli usi delle Chiese e Scuole dell’Elettore del Palatinato”. Subito dopo l’introduzione del protestan­tesimo nel Palatinato nel 1546, sorse una controversia tra luterani e calvinisti che si protrasse per anni. Federico III, per porre fine alle dispute religiose nei suoi territori, decise di pubblicare un catechismo, o confessione di fede, e incaricò della preparazione Zaccaria Ursino, allievo di Melantone e Caspar Olevianus, professore all’Uni­versità di Heidelberg, poi predicatore alla corte di Federico III. Ovviamente fecero uso della letteratura catechetica esisten­te, soprattutto dei catechismi di Calvino e di Giovanni Lasco, con la costante collaborazione di Federico III. Quando il Catechismo fu completato, Federico lo sottopose a un sinodo dei sovrintendenti del Palatinato (dicembre 1562). Dopo un attento esame venne ap­provato e la prima edizione apparve nel 1563. La prefazione è datata 19 genna­io dello stesso anno, e porta come firma quella di Federico elettore. Una versione latina ap­parve nello stesso anno e in seguito è stato tradotto in molte lingue. Ovviamente venne subito usato in tutto il Palatinato per


Le pietre d’inciampo Le “pietre d’inciampo» sono un progetto dello scultore tedesco Gunter Demnig, iniziato in Germa­nia nel 1993 e ormai esteso in dodici paesi europei con quasi 40.000 «pietre d’inciampo» posate davanti alle case dove le vittime della persecuzione nazista avevano abitato fino al mo­mento della loro deportazione verso il campo di concentramento e la morte. L’artista ha spiegato che l’idea di questo pro­getto gli è venuta dal disagio che sentiva di fronte ai luoghi della memoria delle vittime del regime nazionalsocialista, luoghi in cui le vittime spesso erano soltanto cifre anonime dell’orrore, senza identità. Quando il rabbino di Colonia gli ha spiegato che secondo la tra­dizione ebraica una persona smette di esistere quando è dimenticato il suo nome, gli è venu­ta l’idea di riportare i nomi delle persone nei luoghi dove erano vissute, di restituire ai luo­ghi la memoria delle persone. La prima idea fu costituita da targhette sulle faccia­te delle case, ma molti proprietari si opponevano . Da qui l’idea di posare i nomi del­ le vittime nei marciapiedi davanti alle case. Le “pietre d’inciampo» sono nel livello del marciapiede; chi vi cammina sopra non corre alcun pericolo fisico, perché non si deve inciampare con i piedi, ma con la te­sta e con il cuore. Le prime “pietre d’inciampo» in Italia sono state posate nel 2011 nel ghetto di Roma; lo scorso 17 gennaio, nel contesto della Giornata dell’Amicizia ebraico-cristiana, sono state posate quattro “pietre d’inciampo» sui marciapiedi davanti a tre abitazioni nel cen­tro storico di Livorno, quattro pietre che por­tano il nome di quattro persone ebree depor­tate nei campi di sterminio naziste. Un corteo di alcune centinaia d persone è partito dalla piazza del municipio e si è fermato nei luoghi delle pietre posate e si concluso davanti alla Sinagoga con la lettura di salmi e preghiere in ebraico.

ordine del Princi­pe elettore, ma ben presto si diffuse all’e­stero, specialmente nella Germania settentrionale e in parte della Svizzera e nei Paesi Bassi. Ancora oggi è un testo per le Chiese riformate tedesca e olandese. Il Catechismo, nella sua forma attuale, è composto da 129 domande e altrettante risposte ed è diviso in tre parti: Della miseria dell’uomo; Della redenzione dell’uomo; Della gratitudine da parte dell’uomo (doveri ecc.). La disposizione della materia si preoccupa non solo dell’ordine logico, ma anche dell’edifi­cazione pratica, cioè il libro non è solamente dogmatico, ma devozionale. Presuppone che coloro che lo usano siano cri­stiani, e quindi non è adatto per un la­voro missionario; per quanto riguarda la teologia insegnata, è principalmente quella del puro pro­testantesimo evangelico. In occasione del 450.mo è stata ripubblicata una edizione critica, eseguita nel 1864 su una edizione del 1563, in quattro lingue (tedesco antico, latino, tedesco moderno e inglese), stampate su colonne parallele, con una introduzione dedicata alla storia e letteratura del catechismo di Heidelberg.

Negata la libertà religiosa Nel 2012 sono migliaia i credenti di tutte le comunità di fede (prote­stanti, cattolici, musulmani, Testi­moni di Geova, bahai, buddisti, ha­re krishna, zorastriani e tanti altri) ­che nel mondo sono stati arrestati, trattenuti, messi in custodia caute­lare o condannati a pene carcerarie, tutte persone private della propria libertà a causa della apparte­nenza religiosa. È quanto rivela il Rapporto 2012 sulla libertà religiosa pubblicato il 28 marzo scorso dalla Ong “Diritti umani senza frontiere” con sede a Bruxelles. Il Rapporto prende in esame la violazione di cinque modalità di esprimere il diritto alla libertà religiosa: la libertà di cambiare religione o cre­ do; la libertà di espressione; la liber­tà di associazione; la libertà di culto e di assemblea; speci­fiche obbligazioni imposte dallo Stato che creano ai credenti un conflitto di coscienza. Il Rapporto è stato presentato al Parlamento europeo e sono 18 i paesi meno rispettosi. Tra essi il Pakistan, per il quale il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumeni-

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co delle Chiese (Cec) ha inviato una lettera alle Chiese membro, per esprimere il dolore di centinaia di famiglie innocenti, vittime di atti di gravissima atrocità, denunciando come i cristiani sono divenuti facili obbiettivi della legge sulla blasfemia, legge usata sempre più frequente­mente per perseguitare minoranze religiose o regolare conti personali. Lo scorso marzo, a Lahore, per una accusa di blasfemia, centinaia di case abitate da cristiani sono state incendiate. Assicurando la solidarietà nella pre­ghiera da parte di tutte le Chiese membro del Cec, Tveit ha auspicato da parte delle autorità pachistane la creazione di meccanismi per la difesa di tutte le minoranze religiose. Un manuale protestante sui diritti umani È online il “Manuale di formazione sui diritti umani ad uso delle Chiese europee» (www.ceceurope.org), frutto di cinque an­ni di impegno da parte del gruppo di lavoro sui Diritti umani della com­missione Chiesa e società della Con­ferenza delle Chiese europee. Il Manuale è stato pensato per formare i dirigenti e gli operatori delle Chiese, dai pastori ai catechisti agli animatori giovanili, su un tema che non deve essere solo degli esperti o degli attivisti. I diritti umani infatti sono una questione che riguarda direttamente le Chiese e la loro testimonianza, e il Manuale propone una serie di articoli su temi quali i fondamenti biblici e teologici della posizione delle Chiese sui diritti umani; l’universalità dei diritti umani e il loro rapporto con tradi­zioni e culture diverse; i diritti individuali e il bene comune: i diritti umani nelle Chiese. La base biblico teologica del ma­nuale è costituita dall’idea che l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio (Ge­nesi l, 27) e dall’idea dell’Alleanza tra Dio e gli uomini, cioè il Patto di fedeltà di Dio con il suo popolo, e l’amore di Dio per il mondo. L’ampia raccolta di articoli, brevi ed essenziali, non vuole esprimere una precisa linea di pensiero, piuttosto riflettere attorno a fon­damentali punti comuni alla varietà delle Chiese membro della Kek: in effetti, tra le Chiese protestanti e quelle ortodosse, c’è un diverso ap­proccio alle diverse tematiche. Il Ma­ nuale non nasconde come la di­fesa dei diritti umani non possa essere “rivendica­tiva” da parte delle Chiese che, soprattutto nel pas­sato, hanno spesso ri­vendicato per sé una libertà religiosa che poi non hanno saputo conce­dere ad altri. Difendere i diritti uma­ni significa anche difendere la loro universalità, e imparare a di­ fenderli per di tutti. Inoltre le Chiese cristiane che non possono difendere i diritti umani nella società, senza

garantirli al proprio interno. Il Manuale rappresenta la pri­ma parte di un lavoro che deve continuare nelle Chiese, e oltre alla parte teorica, presenta materiale utile per l’organizzazione di seminari su temi quali la libertà religiosa, l’eguaglian­za, i migranti, i diritti sociali e i diritti dei bambini. Religioni in Italia La religione occupa un posto importante nella vita degli italiani. Secondo il 46° Rapporto Censis (2012), il 63,8% degli italiani è cattolico, 1’1,8% è di un’altra religione e il 15,6% è comunque convinto che ci sia qualcosa o qualcuno nell’aldilà. Il 21,5% considera la tradizione religiosa un fatto­re di comunanza; il 35,5%, di fronte alla richiesta se c’è qual­cosa in cui crede, risponde «in Dio» Inoltre, il 51,3% degli italiani dichiara che la domenica partecipa a attività religio­se, 1’8% di aver militato o di militare tuttora in associazioni di ispirazione religiosa. In base al Rapporto Eurispes del 2010 il numero dei credenti, rispetto a precedenti rilevazio­ni, è diminuito sensibilmente, sebbene in maggioranza gli italiani si dichiarino religiosi. Tra questi, tuttavia, occorre di­stinguere tra praticanti (24,4%) e non praticanti (52,1%). Più bassa la percentuale di quanti si definiscono agnostici (10,7%) e di chi si ritiene ateo (7,8%). Pur non essendoci censimenti precisi, studi recenti stimano in 700.000 le persone che in Italia possono essere definiti «protestanti». I più numerosi, 550.000, sono i pentecostali, mentre le persone che fanno riferimento esplicito alla Chiese della Riforma del XVI secolo sono stimate in 70.000. In ambi­to cristiano gli Ortodossi sono 1.300.000. Inoltre vi sono mol­te altre confessioni religiose. Gli islamici sono 1.200.000; i Te­stimoni di Geova sono 300.000; i Buddisti sono 180.000, gli Induisti 115.000, gli Ebrei 30.000. Grazie all’immigrazione, l’Italia sta diventando sempre più un paese plurale in fatto di religione. Anche se la religione dominante che determina in generale i modi e le forme dei rapporti tra lo Stato e le religioni è quella cattolica (favorita dal Concordato), diverse religioni minoritarie hanno ricevuto un riconoscimento statale tramite le cosiddette Intese, previste dalla Costituzione italiana: attualmente ben 12, tra cui quelle con i buddisti e gli indù. Manca invece una legge generale sulla libertà religiosa, necessaria per garantire libertà effettiva per tutti in un paesaggio religioso sempre più plurale. Alberto Lepori


Spazio Aperto da vent’anni

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Voluto e realizzato dai frati Cappuccini della Svizzera italiana con l’appoggio della Fraternità francescana secolare locale e l’impegno di molti membri della comunità parrocchiale del Sacro Cuore, Spazio Aperto che era stato pensato come luogo di aggregazione per il quartiere nord di Bellinzona, si è rivelato durante i suoi primi vent’anni di vita molto utile, prima all’intera città, poi alla regione ed al cantone. Nella sua relazione presidenziale, durante la recente assemblea dell’Associazione Spazio Aperto, padre Callisto ha ripercorso lo sviluppo delle varie attività sottolineando innanzitutto la collaborazione col Municipio che sussidia alcune prestazioni organizzate soprattutto in favore della gioventù: le serate di educazione sociale per giovani e loro genitori e le colonie diurne estive. Attualmente nel centro vengono tenuti i corsi della Scuola Migros, dato che la sua sede è in fase di ristrutturazione. Vi è pure la mensa per gli allievi e docenti della vicina scuola per apprendisti.

E molte sono le iniziative che l’associazione promuove in proprio: Spazio Musica con dei concerti nel periodo invernale; conferenze su temi educativi e pedagogici promosse da un gruppo di mamme; dibattiti culturali e politici; mentre molte associazioni si servono della struttura per i loro seminari, assemblee, gruppi di studio, ecc. Alcune serate formative ed informative vengono anche realizzate dalla Fraternità Francescana secolare locale e da quella cantonale. La situazione finanziaria, che in passato aveva suscitato qualche preoccupazione, sta dando ora delle soddisfazioni, sia attraverso l’attività e la ristorazione, sia attraverso l’autotassazione dei soci, sia per lasciti ed offerte: particolarmente apprezzati quelle di alcuni comuni del Bellinzonese. Per segnare con un’opera importante il ventennio, il comitato ha deciso di migliorare l’acustica. I partecipanti all’assemblea, che ha riconfermato anche il comitato, hanno constatato che oggi il centro è attivo, frequentato e stimato, anche se non ancora molto conosciuto: per reclamizzarlo si dovrà fare di più. Il fatto che Spazio Aperto funzioni lo dimostra anche l’impegno finanziario di molti soci che hanno sempre risposto “Ci siamo”. da LaRegioneTicino del 27 aprile 2013

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Convento dei Cappuccini Salita dei Frati 4 CH - 6900 Lugano

Abbiamo letto... abbiamo visto... Gerardo Cardaropoli

Il Concilio Vaticano II. L’evento, i documenti, le interpretazioni

GAB 6900 Lugano

EDB, Bologna 2012 La finalità e lo spirito che si è proposto questo testo possono essere espressi in analogia al celebre pensiero di San Gerolamo: “ L’ignoranza delle scritture è l’ignoranza di Cristo”. Così possiamo dire: l’ignoranza del Vaticano II è l’ignoranza della Chiesa, forse è l’ignoranza del nostro essere cristiani.

Filippo Rizzi

Quelli che fecero il Concilio. Interviste e testimonianze EDB, Bologna 2012 A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II questo libro propone un viaggio dietro le quinte dell’assise ecumenica attraverso l’intervista a sedici protagonisti, dalle aspettative di giovani preti alle testimonianze di alcuni padri conciliari ed alle esperienze e ai ricordi di alcuni giornalisti.

Marinella Perroni, Alberto Melloni, Serena Noceti (a cura di) Tantum aurora est.

Donne e Concilio Vaticano II Lit-Verlag, Münster 2012 Tantum aurora est, perché così come il Concilio è stato un ini­zio, un’aurora, anche questo volume è solo un accenno: molto c’è ancora da chiarire sulla trama che ha portato le donne al Concilio e, dopo la sua conclu­sione, le ha viste inserirsi con sempre maggiore competenza teologica nella vita delle Chiese e prendere parte attiva alla ricerca teologica. Il volume costituisce un buon punto di partenza per valutare il significato della partecipazione delle ventitre uditrici al Vaticano II.

Messaggero 2013-22 Apr-Giu  

Trimestrale di formazione e spiritualità francescana

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