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Pino Pace

LA NEVE NON È CEMENTO Illustrazioni Fabio Visintin Introduzione Fabio Stassi

Il Quaderno cartone


Il Quaderno cartone # 3 è di


Pino Pace

LA NEVE NON È CEMENTO Illustrazioni Fabio Visintin Introduzione Fabio Stassi

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Storie di muri Li chiamano muri della vergogna. Il primo fu quello di Berlino. Gli uomini li hanno costruiti un po’ ovunque. Tra gli Stati Uniti e il Messico. Tra le due Coree. Tra Israele e la Cisgiordania. Tra l’Ungheria e la Serbia. Tra la Grecia e la Turchia. Tra la Turchia e la Siria. Ce ne sono anche di invisibili, come quello che sta venendo su nel canale di Sicilia, tra Lampedusa e le coste libiche. L’elenco è lungo. E nessun libro basterebbe a contenerli tutti. Nascono per separare, per chiudere, per rendere più sicure le nazioni, le penisole, i continenti. Così dicono le «persone importanti» che li hanno voluti. Argini, dighe, trincee. Il muro che divide i due bambini protagonisti di questa storia sorge in un luogo imprecisato del pianeta. Zaki è un ragazzino vivace, e forse il suo nome è di provenienza araba e significa acuto, intelligente. Il padre di Zaki si chiama con una parola che in turco significa lontano, Uzak, e il nonno, Ramos, evoca la Spagna e l’Europa mentre la piccola Orissa, dall’altro lato, ha un’eco indiana. Ma dove sono non ha importanza. Se anche si chiamassero in un altro modo, non cambierebbe nulla. Un muro, per un bambino come Zaki, che è bravo a disegnare, è solo un foglio di cemento da riempire di «case e alberi, colline e persone, pecore e cani». Oppure un posto per appoggiare la bicicletta o per tirarci la palla, perché da lì torna sempre indietro. Quando le ruspe lo demoliscono, perché non ce n'è più bisogno, gli adulti restano quasi sgomenti. Non sono più abituati al paesaggio che c’era prima. Il muro è caduto, ma la paura è rimasta. È durata così tanto che

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li ha esiliati persino dalla loro memoria. Chiudono le porte con più attenzione del solito, la sera. E cacciano via la bambina che un giorno compare da quella parte. Perché è diversa, dicono. «Non parla la nostra lingua». A Zaki, invece, sembra di avere cambiato casa: ora il sole lo acceca, e i tramonti lo rendono felice. Non ha mai visto niente di simile. E quando con Orissa inizia a sillabare il nome di tutto – ognuno con il suo vocabolario: albero, sasso, luna – anche l’ambiente che li circonda si popola di altre piante, di animali, di pianeti. Perché le parole sono molto più potenti degli sbarramenti, dei confini e pure delle ruspe. Cancellano ogni distanza, riedificano l’ordine naturale delle cose. Così, quando i grandi alzeranno di nuovo un altro muro, sarà soltanto di neve e basterà uno slittino distratto per demolirlo. In poche pagine, asciutte e musicali, Pino Pace scrive una deliziosa fiaba prebabelica. Ci ricorda che un tempo tutta la terra aveva un medesimo linguaggio e usava le stesse parole. E che quando gli uomini persero quella lingua comune furono poi costretti a disperdersi e a migrare in eterno, a essere divisi da barriere di separazione e di ignoranza. I muri sono giganteschi monumenti al terrore. Trincee inutili e spaventose, intorno alle quali si moriva ieri, e si continuerà a morire in futuro. Due bambini sono sufficienti a rivelarne l’assurdità. Perché per loro la vita è ancora un alfabetiere tutto da imparare. Una sfida allegra, giocosa e irriverente alla babelica incomprensione del mondo. Fabio Stassi

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C

i sono delle case che s’affacciano sul mare e delle case che s’affacciano sulle montagne. Da certe case, quando si guarda dalla finestra, si vedono i boschi, da altre i tetti, oppure le finestre di altre case ancora, dove c’è gente che cucina, litiga, balla e guarda la televisione. In un posto non tanto lontano da qui c’è una casa dove, affacciandosi alla finestra, si vede solo un muro. È un muro alto, di mattoni e cemento, sembra liscio e invece raschia e ferisce le mani. Ogni notte qualcuno lo copre con scritte, disegni e onde di colore fatte con la vernice spray. «Una volta, di là, si vedeva nascere il sole» dice nonno Ramos, seduto sulla veranda. Muove la mano verso il muro, come per salutare. Il bambino, che si chiama Zaki, lo ascolta in silenzio. Anche papà Uzak, quando sente parlare del muro, scuote la testa: «Ci sono voluti mesi per costruirlo» dice sottovoce. «Brutti tempi quelli, i più brutti della mia vita». «Chi l’ha costruito?» domanda Zaki. Il papà fa un gesto con la mano, non verso il muro però, dall’altra parte: «Sono cose che decidono persone importanti, molto lontano da qui» dice.

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Il bambino non capisce cosa possano entrarci delle persone importanti e lontane con il muro davanti a casa sua. Però sa che il mondo è grande e che succedono tutte le cose che si possono pensare, e anche quelle che è difficile pensare. Gliel’ha spiegato un giorno papà. Zaki è bravo a disegnare, glielo dicono tutti. Disegna sui fogli di carta, con le matite. Ma carta e matite costano care, per fortuna ha un muro immenso per disegnare con un pezzo di mattone, un gessetto o del carbone. Sul muro, nelle parti libere dalle scritte, Zaki disegna case e alberi, colline e persone, pecore e cani. La sera, al muro, ci appoggia la bicicletta. Quando ci tira contro il pallone, torna sempre indietro. Una volta però ha tirato così in alto che il pallone ha superato il muro. Zaki è rimasto a guardare in alto per un po’ ma il pallone non è tornato indietro. “Forse dietro al muro non abita nessuno” ha pensato. Quella sera, prima di mettersi a letto, Zaki apre la finestra. Papà Uzak, per non fare entrare la luce, ha inchiodato dei rettangoli di stoffa spessa e nera dietro alle persiane. Il muro è illuminato dalla luce bianchissima dei riflettori. Ci sono la bicicletta, le onde di colore spray e i suoi disegni sottili, bianchi, rossi e neri. All’improvviso qualcosa vola sopra il muro, brilla per un

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momento alla luce dei riflettori, rimbalza due volte davanti casa e si ferma sulla veranda. Il suo pallone. Il papà e il nonno non se ne sono accorti. Zaki esce dalla finestra senza fare rumore, prende il pallone, alza la testa. Non si sente una voce né un rumore. Lo porta in camera e non dice niente a nessuno, ora sa che dietro al muro c’è qualcuno, ma non riesce a immaginarlo. Un’altra cosa che non riesce a immaginare è la sua casa senza quel muro di fronte. Passa del tempo, e nel posto lontano, dove le persone importanti decidono le cose, qualcosa cambia. Si vede che a volte i muri servono, altre volte i muri non servono più. Il muro di fronte a casa di Zaki scompare in una sola notte confusa, piena di grida, di luci, di scoppi e brontolii. Il nonno e il papà rimangono svegli tutto il tempo. Dalla veranda guardano le ruspe e gli operai al lavoro sotto i fanali che accecano. Zaki ascolta dal suo letto. Pensa che non riuscirà a prendere sonno, e invece dopo un po’ s’addormenta. Al mattino ci sono solo calcinacci. Operai lucidi di sudore spalano piccoli pezzi di mattone e cemento che le ruspe raccolgono e lasciano cadere sui camion. C’è rumore di motori, voci e risate. La polvere bianca fa tossire e bruciare gli occhi, poi camion e ruspe se ne vanno, la polvere scende e tutto si ferma.

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Papà Uzak toglie le coperte di panno scuro dalle persiane. «Ora non ne abbiamo più bisogno» dice. Zaki non riesce a capire se il papà è contento o no. La mattina dopo Zaki apre le finestre. Al posto del muro c’è un paesaggio dolce e marrone, di colline secche e piante di ulivo contorte, alcune case bianche e lontane. Esce di casa. Il muro ha lasciato nel terreno una striscia chiara e polverosa che si perde lontano. Per un momento Zaki pensa che non ha più un muro per tirarci il pallone, né per fare i disegni, né per appoggiarci la bicicletta. Senza muro gli sembra di avere cambiato casa, adesso c’è il paesaggio più bello che abbia mai visto. Anzi, il primo. Zaki non si stanca mai di guardare il sole che sorge dietro a quelle colline, la luce accecante del mezzogiorno, il tramonto rosso che tinge le case. Invece il papà e il nonno non sono contenti. Erano abituati a quel muro e adesso guardano preoccupati le colline e le case lontane. La sera sembra ci mettano più tempo e più cura a chiudere porte e finestre. Un giorno davanti a casa di Zaki arriva una bambina. Forse abita in una di quelle case bianche lontane. Supera la linea chiara, quella dove c’era il muro, dice qualche parola ma lui non capisce: parla un’altra lingua. Il nonno esce di casa: «Chi è quella?» domanda. «Non lo so» risponde Zaki. «Non parla la nostra lingua».

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La neve non è cemento  

Zaki gioca con il pallone, ma un tiro troppo alto lo manda dall’altra parte del muro, che divide il territorio. Nessuno lo restituisce, perc...

La neve non è cemento  

Zaki gioca con il pallone, ma un tiro troppo alto lo manda dall’altra parte del muro, che divide il territorio. Nessuno lo restituisce, perc...

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