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Introduzione

Dacia Maraini Illustrazione

Gianluca FolĂŹ

Il Quaderno Ready Made

Michela Monferrini L’altra notte ha tremato Google Maps


Il Quaderno Ready Made


Colophon ISBN 978-88-941220-5-3 Il Quaderno quadrone Il Quaderno cartone Il Quaderno Ready Made Pubblicazioni edite da Rrose SĂŠlavy Via Carlo Santini, 6 62029 Tolentino (Mc) T 0733 971310 www.rroseselavy.org rroseselavyeditore@gmail.com Iscrizione n. 22165 del 23/03/2012 Registro Operatori della Comunicazione Progetto grafico Paolo Rinaldi Stampato dalla Tipografia San Giuseppe, Pollenza (MC) Prima edizione, novembre 2016

Premio Edito-Re 2015

Premio Andersen 2014 per il progetto editoriale


Michela Monferrini

L’altra notte ha tremato Google Maps Introduzione Dacia Maraini Illustrazione di copertina Gianluca FolÏ


INDICE

Le parole e le immagini vivono prima e dopo di noi

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Di quando le cose sono precipitate e Giordano è diventato nonno

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Di Elisa soprannominata Google Translate e di quello che sappiamo sui terremoti

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Dove l’acqua sparisce mentre svanisce l’estate

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Dove scopriamo che la nonna ci vede benissimo e che gli italiani si salvano sempre

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Del cielo in una stanza

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Delle cose da salvare in caso di crollo

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Dove si scoprono i viaggi nel tempo e si parte

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Di come il passato e il futuro siano stanze molto diverse

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Di come lo stretto di Gibilterra sia certamente più affollato del cielo

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Dove Giordano scrive a una vriendin e legge Gozzano

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Dove la cipolla non fa piangere

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Di quando Giordano sogna cose che si tramandano di figlio in padre e una fine che coincide con l’inizio

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Nota dell’autrice

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Nota dell’editore

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Le parole e le immagini vivono prima e dopo di noi Nella tragedia tutto è già accaduto. I personaggi narrano quello che è ormai successo, nulla può cambiare. Il tempo e lo spazio sembrano unirsi e annullarsi l’un l’altro, il presente è solo racconto. In questa tragedia, però, c’è un nuovo punto di vista, tutto può cambiare per effetto di una realtà virtuale, quella di Google Maps, che non segue gli eventi in tempo reale, ma ferma quegli stessi luoghi nel momento in cui sono stati fotografati e li restituisce ancora vivi, integri agli occhi di chi vuole rivederli anche quando un terremoto li ha cancellati inesorabilmente. È un ragazzino a raccontarci questa storia e, forse, a sfidare quel destino fatale. L’autrice gli dà il nome di uno dei bambini che hanno perso la vita con i propri nonni sotto le macerie di Amatrice, Giordano. “Il terremoto del 24 agosto, per il periodo e il 7


luogo in cui è avvenuto, è soprattutto una storia di nonni e di nipoti” scrive Michela Monferrini, e il suo protagonista, con l’affetto e la tenerezza di cui solo i bambini sono capaci, ci presenta questa nonna ormai inerme, quasi cieca, con la badante venuta dall’Est, poca voglia di nutrirsi, ma tanti ricordi. E sarà per restituirle un po’ di quella vita lontana che “Giordano prende il computer, apre Google Maps, scrive nella casella di ricerca quella parola che adesso sta per un grande vuoto: AMATRICE. Cerca un luogo che non esiste più, ed è esattamente come se in quella casella scrivesse: MIO NONNO IN MOTOCICLETTA...”. Seguendo quell’omino giallo che ubbidisce ai movimenti del suo mouse, gli sembra di rivederli, suo nonno e sua nonna su quella moto, girare per quelle strade, innamorati. Ora che i ruoli si sono scambiati e alla nonna-bambina serve qualcuno che se ne prenda cura, Giordano è lì pronto a ricambiare tutta la tenerezza ricevuta e continua il suo viaggio virtuale fino a scoprire delle scritte sui muri di quei tempi. “I cartelli sembrano beffe: cartelli di case in vendita, in ristrutturazione. Si leggono i nomi delle ditte, non si leggono i numeri di telefono. E però bisognerebbe poterli far squillare, quei telefoni, farli squillare indietro nel tempo, dire loro Controllate la stabilità dei palazzi, vigilate, 8


controllate che siano seguite le regole.” Anche Elisa, la ragazzina di cui Giordano è innamorato, appare e scompare sul display del suo cellulare. In questo racconto tutto sembra in bilico tra realtà vera e realtà simulata e, a tratti, abbiamo il dubbio che persino Giordano e sua nonna siano il frutto della fertile immaginazione dell’autrice. Ma non è così, loro esistono o sono esistiti, non importa, sono tante le tracce che possiamo seguire, briciole di memoria che ci restituiscono la vita di entrambi.  Qui non c’è bisogno di avere certezza di verità, sono le storie stesse a dare dinamismo e plasticità alle cose. Persino una ricetta della pasta all’amatriciana, conservata in un vecchio quaderno, scritta a mano dalla bisnonna di Giordano, ci fa sentire l’odore pungente del guanciale che frigge in padella, nella cucina di una grande casa dove in tanti si avvicenderanno negli anni. La memoria non si cancella, ci dice saggiamente l’autrice. Sono quelle strade che vediamo disegnate diligentemente sulla carta, che ci raccontano, come i canti della terra di Bruce Chatwin, che le parole e le immagini vivono prima e dopo di noi, in un eterno presente dai significati misteriosi. E Google Maps ce lo rammenta poeticamente. Dacia Maraini

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Agosto 2016

Ma più tardi la tua visione si diresse su uomini e su donne nascosti in tane del fato in mezzo alle grandi città, in attesa che le loro anime uscissero, in modo che potessi vedere come vivevano, e per che cosa, e perché mai continuassero a strisciare indaffarati lungo la strada sabbiosa dove l’acqua sparisce mentre svanisce l’estate. (Theodore il poeta) Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

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Di quando le cose sono precipitate e Giordano è diventato nonno Quando è stato l’inizio? Fino a un paio di mesi fa, camminava da sola. Scendeva a fare la spesa e a giocare i suoi numeri al Superenalotto, le date di nascita sua e di sua madre morta nel 1985, seguiva un film dall’inizio alla fine – Iris il suo canale preferito, ma forse solo perché le ricordava un’amica, erano state bambine e ragazze insieme, apriva la porta e diceva C’è Iris, per dire che stava guardando un film, ma era come dire che la sua amica era di là, seduta in salotto. Fino a un paio di mesi fa preparava il caffè. Ci vedeva già poco e per essere sicura di aver acceso il fornello metteva la mano sul fuoco. Ci metti le mani sul fuoco, le diceva Giordano scherzando – non ha mai capito, non importa, si scottava, si rideva. Non c’è stato un giorno, o un orario; non è successo – per esempio – alle 3.36 del mattino; no, 15


un poco alla volta, ma velocemente: le cose sono precipitate. Giordano: c’è una foto che gli ha scattato sua nonna. Ha sei mesi, luglio 2003. Se si guarda con attenzione, c’è un’ombra nera a forma di donna in un angolo del suo occhio. Quell’ombra è sua nonna. Un paio di mesi fa ha scherzato: Fammi una foto per la mia tomba. Non voglio sentire queste cose, le ha risposto. Però le ha scattato una foto. Era seduta sulla sua poltrona, in un angolo dello schermo c’è Iris. Un giorno sua nonna gli ha dato le mani, gennaio 2004, e lui ha camminato per la prima volta. Oggi hanno provato a camminare. Ha fatto quasi sette passi tenendo forte le mani di lui, poi è voluta tornare alla sua poltrona. Quando era piccolo, Giordano non voleva mangiare. Respingeva la mano che gli allungava il cucchiaino, sputava, vomitava, metteva le mani nel piatto per rovesciarlo. Sua madre e suo padre mangiavano di nascosto tutto quel che lasciava, per non far preoccupare la nonna, mentre lei era girata di spalle e invocava l’intervento di un pediatra. Oggi non ha voluto mangiare. Non ho fame, gli ha detto, e ha girato la testa. Giordano è rimasto con il cucchiaio alzato verso di lei. Lo sai che succede se non mangi, lo sai…? Non ha finito la 16


frase, è tornato a casa. Maria sorrideva dall’altra parte del tavolo, questo ragazzino le ricorda suo figlio qualche anno fa, è rimasto a Bucarest con il padre, tra una settimana li raggiunge per qualche giorno. Sua nonna gli cucinava le farfalle con gli spinaci e i gamberetti, L’unico modo per fargli mangiare qualcosa di verde, diceva. Oggi Giordano ha chiesto a Maria: Sai fare la pasta con spinaci e gamberetti? L’ha fatta. Sua nonna ha detto, Non ho fame, ha girato la testa dall’altra parte. Se non mangi muori. 2009: gli ha insegnato ad allacciarsi le scarpe. Devi fare così, come le orecchie di un coniglio, vedi?, gli ha detto. Oggi l’ha aiutata a mettere le pantofole. Non riusciva a sollevare il piede. Com’è stato che, a tredici anni, è diventato il nonno di sua nonna? Fino a un paio di mesi fa era suo nipote. Gli sembrano tutti troppo arresi, sua madre, suo padre, i suoi zii, Maria – per lei, del resto, sua nonna non è niente, lei sorride quando sua nonna si rifiuta di mangiare. Stanno tutti “accettando”. Eppure, fino a un paio di mesi fa... Com’è possibile, ha chiesto a sua madre. Quindi è così che si invecchia? Il medico ha detto che è normale. Che le cose, a un certo punto, precipitano. (Il pediatra, alla fine, era stato interpellato. 17


Aveva detto, A un certo punto, inizierà a mangiare.) Nella tasca dei jeans, contro la coscia, gli preme il cellulare. Nell’altra, dalla parte opposta, un pacchetto di sigarette comprato di nascosto qualche giorno fa. Non ha mai fumato, è il suo primo, è ancora chiuso. Sua nonna fumava venti sigarette al giorno, ha cominciato a dodici anni, ha smesso a sessanta. Solleva questo cazzo di piede, le ha detto poco fa. Non voleva alzare la voce contro di lei, non doveva. Esce sul balcone. È il 30 agosto. È impossibile stabilire dove cada la prima goccia di pioggia. Se è proprio quella che colpisce il braccio di Giordano. Un lampo, e comincia a venir giù un acquazzone. Non pioveva da più di un mese, e questo è un temporale. Meglio così, tanto gli viene da piangere, mette la mano nella tasca e tira fuori quello di cui adesso ha bisogno.

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Di Elisa soprannominata Google Translate e di quello che sappiamo sui terremoti È stato il regalo per gli esami di terza media, il cellulare. Lo hanno subito inserito nei gruppi WhatsApp della classe, la classe che a giugno s’è sciolta. Il gruppo di tutti, il gruppo dei maschi, il sottogruppo dei maschi, solo lui e i suoi migliori amici. C’è anche Elisa, nel gruppo classe, ma Elisa non scrive mai. Non commenta i messaggi degli altri, non manda faccine, non interviene. Per due anni non s’è quasi accorto di lei. In prima media, del resto, non parlava: troppe lingue nella sua testa. Il padre olandese, la madre italiana, le elementari alla scuola internazionale in inglese con spagnolo come lingua straniera. È arrivata alle medie, scuola pubblica, che non apriva bocca, in italiano un disastro e per il resto troppo timida, sembrava a volte aver bisogno di un insegnante di sostegno e quando a scuola le avevano dato quel soprannome si era chiusa ancora di più. 22


La sua foto profilo di WhatsApp è una specie di spirale psichedelica e multicolore. Alla cena di fine anno le ha chiesto cosa rappresenti. È un frattale, ha risposto lei. Tornato a casa ha fatto una ricerca: «Frattale. Oggetto geometrico dotato di omotetia interna: si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale. La natura produce esempi di forme simili ai frattali. Ad esempio in un albero ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo. Frattali sono presenti nel profilo geomorfologico delle montagne, nelle nubi, nei cristalli di ghiaccio, in alcune foglie e fiori. Secondo Mandelbrot, le relazioni fra frattali e natura sono più profonde di quanto si creda. “Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il mistero aumenta”». Elisa andrà al liceo scientifico, lui al classico. Abbandona gli alfabeti fatti di parole che si sono frapposti tra lei e gli altri, sceglie la lingua dei numeri. Tra poco il gruppo classe non esisterà più.

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Giordano ha passato l’estate a guardare lo schermo del cellulare, a spiare il profilo di Elisa – Se compare la parola online vuol dire che sta guardando il cellulare anche lei. Anche l’altra notte lo ha fatto, ha acceso il cellulare, ha cercato la spirale tra i contatti, avrebbe voluto chiederle: Sei sveglia anche tu? Hai sentito? Hai avuto paura? Dove sei, dove sei stata quest’estate? Adesso guarda il telefono, Ti ricordi quando ti ho chiesto cosa rappresentasse la tua foto profilo?, vorrebbe scriverle. E le direbbe che sembra assurdo, erano solo due mesi fa e sua nonna stava bene, era autonoma, presente. Le direbbe che poi era partito con i suoi, da Roma alla Francia del sud in macchina, così vicino eppure c’erano posti in cui il telefono non prendeva, non prendeva, era inutile guardarlo e per un paio di giorni non sono riusciti a parlare con sua nonna – con Maria, che risponde al telefono –, è assurdo pensare che sia peggiorata perché la comunicazione è stata interrotta, e però fino a un paio di mesi fa... Le chiederebbe, Come si dice in olandese “nonna”? Le chiederebbe, Tu hai ancora i nonni? Non le direbbe, invece – è pur sempre un maschio, deve fare il maschio – che: Tutti questi nomi alla televisione mi fanno venire da piangere. 24


Quindi è così che ci si innamora? Non sa come sia potuto accadere, non c’è stato un giorno, o un orario. Le cose, a un certo punto, precipitano. Solo un paio di mesi fa, all’esame orale, l’insegnante di scienze gli ha chiesto i terremoti. Lui ha parlato di faglie, epicentro e ipocentro; ha parlato della propagazione dell’energia e dell’intensità e della magnitudo, delle scale Mercalli e Richter; ha portato il caso della California e il caso dell’Aquila. Un terremoto avviene per il movimento delle placche tettoniche, quando le zolle che si toccano e si spingono provocano più energia della resistenza delle rocce e allora si arriva alla frattura. Aveva sei anni. All’improvviso si era svegliato pensando che qualcuno stesse scuotendo il letto, poi era entrata sua madre, gli aveva detto Vieni, è un terremoto, prendendolo per mano. Suo padre era via per lavoro e loro due erano stati per un paio di minuti accanto alla colonna che attraversava il soggiorno. Il palazzo non tremava più e sua madre diceva che durante un terremoto non bisogna assolutamente prendere l’ascensore, né le scale; bisogna mettersi accanto a un muro portante, o sotto a un arco, accanto a una colonna, e aspettare. Non aveva pianto. Avevano sentito aprirsi e chiudersi le altre porte del pianerottolo ed erano scesi anche loro. Gli sembrava strano 25


ritrovarsi in pigiama nella piazza. Le persone fumavano, facevano camminare i cani e parlavano del 1997. Poi qualcuno aveva detto, È stato in Abruzzo. Ricordava qualcosa, gli ha chiesto l’insegnante, della visita all’Istituto di Geofisica? Sì, ricordava: ricordava Elisa dire, C’è appena stato un terremoto 6.1 alle Isole Solomon. Alla professoressa non lo ha detto, ha detto invece della stanza degli schermi, tutti quei dati in continua evoluzione, in arrivo dal sottosuolo. Ed è possibile prevedere un terremoto? No. L’esame era finito e così pure le scuole medie. Iniziava l’estate.

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Dove l’acqua sparisce mentre svanisce l’estate Il crollo è cominciato dal balcone. A un tratto aveva detto a suo nipote: Tutte le persone hanno un cane. Giordano credeva fosse un’affermazione generica, sì, insomma, alcuni hanno il cane, altri il gatto, a un suo amico che abitava fuori città avevano regalato un cavallo… Poi aveva indicato verso l’alto, aveva detto ancora, Non capisco però perché li tengano sempre chiusi fuori. E aveva parlato di quello – indicandolo – con le orecchie enormi, e di quell’altro magro cui forse non davano da mangiare, con lo sguardo rivolto sempre in alto; e c’era poi la signora che continuava a lavare il suo cane lì, sul balcone, ogni giorno. La nonna indicava i balconi degli altri, la distesa di terrazzi che vedeva dal suo sesto piano, gli attici, le terrazze condominiali. Indicava – e per lei erano cani – parabole della tv, vasi grandi 30


e piccoli, antenne, stenditoi, una donna che annaffiava le sue piante e che per lei stava lavando invece un cane. Il disfacimento di uno stabile comincia sempre dai balconi, la parte del palazzo più esterna, sospesa, vulnerabile, esposta. Il rischio di vittime è più alto sotto a un balcone che dentro alle abitazioni, e anche questo crollo era iniziato dal balcone, laddove la nonna aveva spiato le vite degli altri – la sera, quando si accendevano le luci –, si era informata sulla salute di questo o quel vicino – di voce in voce –, aveva aperto il palmo della mano per dar da mangiare agli uccelli, lo aveva sventolato per salutare verso la strada – quando Giordano andava via, sin da piccolo, e tutti e due si facevano ciao fino all’ultimo istante possibile, fino all’incrocio della via dove lui svoltava l’angolo a piedi o nel retro della macchina dei suoi, spalle al volante e viso contro il lunotto posteriore. Giordano aveva sempre un motivo per guardare verso l’alto; sua nonna, al balcone, era stata una regina e una spia, un vigile del traffico e una giardiniera, una massaia, un’animalista, una meteorologa. Sapeva sotto le macchine dov’erano i gatti, e il sole dietro alle nuvole, ma oggi – mentre Giordano arrivava da lei – una vicina lo aveva fermato dicendogli che era triste non vedere più nessuno sul balcone accanto, e lui aveva pensato alla vita di sua nonna negli ultimi due mesi come 31


una marea in risacca, ritirata verso la casa, ritirata; guardava verso l’alto e vedeva solo lastre di cemento sospese nel vuoto – quello che è un balcone quando più nessuno si affaccia a salutare. La nonna, a un tratto, non poteva più gestire i suoi soldi, e infine – ma era accaduto tutto velocemente, tutto nell’arco dell’inizio di una stagione, quell’estate – era arrivata Maria; non aveva più alcun senso possedere dei soprammobili, o dei quadri; il letto non andava bene, serviva quello con lo schienale regolabile, i Ritiri Rifiuti Ingombranti avevano portato via la rete matrimoniale di una vita e sua nonna tornava al letto singolo come solo prima dei trent’anni – un’esistenza fa, un tempo di cui Giordano non avrebbe mai saputo niente. Le piante sul balcone sono cani che muoiono di sete perché l’acqua sparisce, le piante rinsecchiscono. Maria non mette piede fuori. Maria dice che quando tornerà in Romania farà costruire una casa con i soldi guadagnati in Italia, una casa piccola con il giardino tutt’intorno, appena fuori Bucarest. Allora sarà una signora, dice. Chissà perché desidera un giardino e poi non esce sul balcone della nonna, sono esterni anche i balconi, sono piante anche nei vasi. Maria dice che l’altra notte non ha avuto paura, ma che se ci sarà un’altra scossa non tornerà più dalla Roma32


nia e che farà subito costruire una casetta fuori Bucarest accanto a quella di sua sorella che ha anche le patate e le nocciole. Come si dice in olandese “casa”? Maria sono otto anni che non ha una casa; ha un trolley che adesso sta tra l’armadio della nonna e il divanoletto nel soggiorno, una scatola per le scarpe e un cappotto sulla sedia. Se viene un’altra scossa prende le sue cose, fa sei rampe di scale e se ne va. A Bucarest avrebbe dei muri, lì ha lasciato suo marito e suo figlio e però quando dice casa dice quella che costruirà in campagna perché non vuole più girare le città. Tante persone una settimana fa avevano una casa, alle 3.35 di un mattino avevano una casa e alle 3.40 non l’avevano più, sono usciti senza prendere niente e anche se sono vivi, dicono ai giornalisti, gli pare di essere morti, ma sono come Maria tranne il cappotto, il trolley e la scatola per le scarpe, e forse un giorno avranno una casa in campagna anche se adesso quando dicono casa dicono quelle macerie che – fotografate – hanno fatto il giro del mondo e sono finite pure sui giornali olandesi. Mi sa che “casa” si dice “huis”.

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La nonna, all’inizio, non voleva che nel salotto dormisse Maria, una persona che lei non conosceva, e ha continuato a dire Non voglio che dorma in casa mia finché non ha smesso di dire casa e alla fine non è più uscita sul balcone, si è ritirata come la risacca e ha cominciato a dire, Riportatemi a casa mia, e lo dice anche quando sta seduta sulla poltrona dove ha passato qualche decennio e quando dice Riportatemi a casa mia sembra una regina e una spia, un vigile del traffico e una massaia. Quando in agosto dice, Chiudete tutte le finestre ché arriva il freddo e riportatemi a casa mia – sembra una regina e una meteorologa.

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Dove scopriamo che la nonna ci vede benissimo e che gli italiani si salvano sempre Hai fatto il cecchino? Giordano rientra in casa, si mette Elisa in tasca, Maria domanda: Hai fatto o no il cecchino? Sulle prime, gli viene alla mente un’immagine di lui appostato sul balcone come poco fa, un’arma tra le mani, un bersaglio da inquadrare, il momento esatto da attendere, il grilletto premuto… Ha fatto il cecchino? Nei videogiochi, a volte. Poi capisce. Maria non ha un computer, deve andare in Romania a far visita alla sua famiglia, gli aveva chiesto di farle il check in online, lo ha fatto? Non lo ha fatto, ma le dice che sì, è tutto a posto, domani le porta una stampata. La nonna è seduta sulla sua poltrona, Iris non c’è, dalla televisione continuano ad arrivare tutti quei nomi. Enzo. Eugenio. Ilaria. Giuditta. Vito. Ada. Sofia. Clementina. Lanfranco. Barbara. Vittoria. Ivana. Jacopo. Caterina. Cesare. Benito. 38


Quindi è così che si muore? E però Maria pensa al suo aereo. La nonna è seduta davanti alla tv, gli occhi aperti, la bocca dischiusa; ultimamente le labbra sono sparite verso l’interno come se non ci fossero più i denti, come se la nonna fosse pronta a implodere – non ne resterà che un minuscolo frammento nell’aria, poi svanirà in un attimo di luce intensa: troppi videogiochi. Ercole. Margherita. Pietro. Assunta. Nunzia. Olivia. Martina. Sergio. Algero. Antonio. David. Fernando. Giacomo. Non finiscono più. Si direbbe che la nonna osservi la televisione, che la fissi, invece è assente. Un velo di nebbia, di acqua, le passa davanti agli occhi come ai cani anziani, come se fosse finita dietro a una cascata – guarda, ma non vede. Sullo schermo una scritta in sovraimpressione: in diretta da Amatrice, da ore, da giorni. Ludovica. Manuel. Tommaso. Alessia. Monica. Bruna. Carlo. Giovanni Battista. Maria Luisa. Alberto. Giulio. Maria Vittoria. Sandra. Liliana. Maria Rosaria. Selvaggia. Loredana. Silvana. Silvia. Lisa. Adriano. Dai nomi, Giordano immagina quelle persone. Non lo fa volontariamente, è automatico, non guarda ma le vede. Vede gli anziani, agli incroci delle strade, sulle sedie fuori dalle case, tra i banchi delle chiese: Colombo, Savina, Edda, Natale, Iole, Zelio, Vincenza, Santa, Remo, Corrado, En39


nio, Ezio, Milvina, Artemia. Vede i turisti e i lavoratori stranieri, impiegati dell’albergo Roma, operai sui ponteggi, badanti accanto ai Colombo, alle Savina, agli Zelio, camerieri nelle trattorie: Ana, Edelvais, William, Erion, Felicia, Veralu, Steluta, Maricica, Violeta. Vede una bambina, forse: Jessica. Lo sai quante vittime abbiamo avuto? La voce è di Maria, adesso che è tranquilla perché il cecchino è fatto. Non sa, Giordano ha perso il conto, dice Quasi trecento. Ma Maria non tiene quel conto, Maria tiene solo i conti suoi. In Romania, lo sai quante vittime abbiamo avuto per questo terremoto? Più di dieci. Non lo sapeva, lo immaginava: dai nomi. Alcune vittime badavano anziani, come me. Gli anziani si sono salvati, continua Maria, i badanti no. Hanno tirato fuori certi italiani di novanta anni e più, vivi. I loro badanti, morti. Gli italiani, dice Maria, si salvano sempre. Stefano. Teodora. Adele. Bruna. Carlo. Luca. Giuseppina. Grazia. Aldo. Bianca Maria. Carmela. Rosella. Sabrina. Natalia. Alessandra. Lucrezia. Manuela. Rocco. Paolo. Nadia. Fernanda. Giampiero. Giuseppe. Leonardo. Mauro. Piera. Amelia. Gli italiani si salvano sempre. Dino. Elena. Fulvio. Gianluca. Luciano. Marcello. Ivan. Laura. Pompeo. Stefania. Teresa. Anna. Graziella. Irma. Giorgetta. Giulia. Elsa. Emanuela. Amatrice. 40


Amatrice? Lo ha detto la nonna, a un tratto. Ha detto, In. Diretta. Da. Amatrice. Quindi vede, e legge. Riesci a leggere?, chiede Giordano sorpreso. Non risponde, dice Sono giorni che parlano di Amatrice, non ho capito perché. Ogni tanto, dice, potrebbero anche parlare di qualcos’altro. Ha capito, quindi, e non ha capito. È un posto carino, dice, ma esagerano. Io me lo ricordo perché ci andavo sempre con tuo nonno. Mi piacerebbe tornarci. Anna Rosa. Danilo. Clara. Arianna. Benedetta. Claudio. Letizia. Luciana. Marco. Maria. Flavio. Francesco. Gabriella. Simone. Rosaura. Maria Teresa. Antonia. Antonietta. Eleonora. Diego. Gianpaolo. Maria Elisa. Leonardo. Giuseppe. Annamaria. Ci sono anche loro, i loro due nomi, Giordano ed Elisa. Anche dalla televisione si riescono a sentire le grida di dolore che nella tenda riconvertita a chiesa si alzano altissime al nome che è identico al suo. Giordano aveva quattro anni, dice l’inviato della Rai, e la sua voce si spezza, precipita.

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Del cielo in una stanza Stava sognando di volare sul proprio letto, poi ha aperto gli occhi e acceso la luce. Sulla porta tiene, da anni, un piccolo aereo di cartone guidato da un pilota giapponese. L’altra notte l’aereo ha oscillato come se la guerra fosse iniziata davvero e l’aereo giapponese si fosse alzato in volo per combatterla. Mentre sognava, mentre si svegliava, mentre sentiva sua madre e suo padre parlare nell’altra stanza, mentre si metteva con le spalle contro il muro, le cose hanno continuato a tremare. La casa ha continuato a tremare. Centoventi secondi, hanno detto poi. Due minuti. Ci sono canzoni che iniziano e finiscono, in due minuti. La canzone preferita di sua madre dura poco più di due minuti. Da quando Gino Paoli dice Quando sei qui con me, a quando dice Per te e per me nel cielo, passa il tempo di questo terremoto.

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Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti. Lì per lì ha pensato, scioccamente: L’Aquila. Ha pensato: nonna. Si può telefonare a nonna?, ha chiesto a sua madre. Ma no, lei è stata contraria, Magari – ha detto – non hanno sentito nulla. Impossibile. Ha avuto paura che sua nonna abbia avuto paura. Quando sei qui vicino a me, questo soffitto viola no, non esiste più. Ha pensato all’esame, è stato poco più di due mesi fa. “I terremoti hanno un epicentro e un ipocentro”. Quale sarà stato l’epicentro, stavolta?, si è chiesto. Hanno acceso la televisione, il computer, l’ipad di suo padre. Uno sguardo all’orologio, le 3.45: la terra trema sempre alla stessa ora? Lo ha chiesto: La terra trema sempre alla stessa ora? Sono coincidenze, hanno risposto. E se non lo fossero? Non è più spaventato, ma le gambe continuano a tremare contro la sua volontà. “Quando le zolle che si toccano e si spingono provocano più energia della resistenza delle rocce, allora si arriva alla frattura”. Io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui, abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al mondo. Ha pensato: la stanza degli schermi nell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, 45


in questo momento. Quelli che avevano il turno di notte, la stampa, i telefoni che squillano. Il telefono: Elisa. Ha preso il telefono, lo ha acceso, l’ha cercata: non era online. Era sveglia? Era tornata dalle vacanze? Da dove? Ha avuto paura? Suona un’armonica, mi sembra un organo che vibra per te e per me su nell’immensità del cielo. Sono arrivate le prime notizie: Perugia. “E quindi è possibile prevedere un terremoto? No”. La piazza, di sotto, si è andata popolando con le persone in pigiama, le sigarette accese, i cani che si sono svegliati un attimo prima – così dicono –, le ipotesi. Poi era successo: Elisa, quella scritta sullo schermo. online. Allora era a Roma anche lei, allora si era svegliata. Suona un’armonica, mi sembra un organo che vibra per te e per me su nell’immensità del cielo. Avrebbe voluto scriverle, dirle Sono sveglio anche io. Sei mai stata sveglia alle quattro del mattino senza che fosse Capodanno? Hai paura? Era stato con le dita sulla tastiera, indeciso, per minuti, per la durata di molte canzoni. Elisa, nel frattempo, era stata online e non più online diverse volte: una conversazione, quindi, ma con chi? Un ragazzino, un altro ragazzino. Quindi è questa cosa qui la gelosia, questo crampo alla pancia? 46


Era ancora sveglio, di nuovo a casa, in salotto con i suoi genitori, quando erano arrivate altre notizie: Perugia no. Amatrice, la zona di Amatrice, forse Norcia, Arquata del Tronto, Accumoli, Pescara del Tronto. Era ancora sveglio quando c’era stata una seconda scossa, l’aveva vissuta con Elisa, online tutti e due, insieme. Una giornalista aveva raggiunto telefonicamente il sindaco di uno dei comuni colpiti, aveva sentito una frase netta e disperata: «Il paese non c’è più». Com’era possibile? Ne aveva parlato solo un paio di mesi fa, all’esame, e nonostante il ricordo di quella notte del 2009, i terremoti sembravano una cosa lontana, una cosa rientrata nei libri scolastici. Per te e per me, nel cielo. L’aereo da guerra di cartone aveva oscillato ancora diverse volte fino all’alba; lui non era tornato a letto, era rimasto sveglio. L’aereo ormai volava: il cielo in una stanza.

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MICHELA MONFERRINI L'altra notte ha tremato Google Maps  

“In diretta da Amatrice”. La nonna di Giordano non capisce cosa stia andando in onda, ma legge il nome del paese e comincia a ricordare le g...

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