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PELLEGRINI

BURLAND 19 settembre - 20 dicembre 2019 Torino / Parma

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PELLEGRINI

BURLAND

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Catalogo e mostra a cura di RIZOMI Stampa: settembre 2019 Progetto grafico: Nicola Mazzeo / Irene Guerrini Fotografie: F. Burland - Luciano Spiardi S. Pellegrinin - Domenico Attodemo; Dario Lasagni; Luciano Paselli I testi sono di proprietĂ degli autori 4


INDICE Theatrum mundi Maria Chiara Wang

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La caverna oltre il mondo Marco Petrocchi p. 7 La vita di Simone Pellegrini Cristina Principale p. 11 Il bazar atomico di Franรงois Burland Veronique Philippe-Gache

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OPERE

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Theatrum Mundi

Maria Chiara Wang

È proprio il poeta colui che produce illusioni sceniche, le forme apparenti, i segnali rituali e cerimoniali e che contrappone ai nudi fatti iper-reali gli ‘arte-fatti’ e gli ‘ante-fatti’ (Byung-Chul Han)* CARTE come teatro di narrazioni collocate in un tempo indefinito, cosparse di immagini drammaturgiche e scenografiche; palcoscenico per processioni coreografiche di FORME organiche e antropomorfe che rendono lo spazio semantico; VISIONI atemporali, in cui l’intuizione apre le porte ai significati celati sotto il mantello figurativo.

Burland e Pellegrini sono artisti differenti per formazione - autodidatta il primo e accademico il secondo – e per età, ma accumunati da modalità espressive simili e dall’impronta rituale e artigianale del processo creativo. Burland predilige l’impiego della carta da pacco come supporto di buona parte della sua produzione artistica, con uno stile che ammicca al mondo della magia, del sogno e della fantasia. Ha elaborato un alfabeto simbolico composto da forme ripetute. Il suo repertorio è vario e annovera, oltre alla serie di disegni Poya, anche sculture, collage, incisioni e progetti di arte sociale e partecipativa che coinvolgono i giovani migranti.

Chi si trova al cospetto delle opere di François Burland e di Simone Pellegrini viene sottratto al ‘qui e ora’ e proiettato in una dimensione spaziotemporale ‘altra’, complessa, misteriosa. Lo spettatore è invitato a percorrere strade meandriche e a scoprire, nell’opacità del segno, un senso proprio. Si crea così una tensione metafisica tra il soggetto e l’oggetto dell’osservazione che si scioglie nel momento in cui i vari tasselli si ricompongono in una ‘totalità comunicativa’ che parla all’inconscio collettivo e che riporta alla coscienza tracce mnestiche.

Pellegrini imprime i propri soggetti sulla carta da spolvero, prima strappata poi nuovamente assemblata, attraverso una tecnica mista che trasla le immagini attraverso l’utilizzo della monotipia. Il suo spirito è più alchemico, esoterico. La sua sintassi è fatta di frammenti che acquistano significato nella coralità della composizione. Realizza mappe che non sono solo geografiche, ma anche mentali e culturali, caratterizzate da simboli, archetipi e riferimenti iconografici che si muovono in uno spazio fluido. Il suo stile ricorda la pittura rupestre. La produzione di Pellegrini è caratterizzata da una coerenza e da una continuità, sia stilistica che tematica, che consente l’immediata identificazione dell’autore.

I due artisti prediligono la rappresentazione all’esposizione diretta e l’intensità semiotica dei loro lavori è tale da indurre il pubblico a una fruizione contemplativa dell’opera. Davanti alle carte di Burland e di Pellegrini ci si sofferma, si indugia per lasciare spazio all’interpretazione. Nel lento processo ermeneutico si genera il punctum, ovvero il coinvolgimento emotivo. Sono immagini seducenti che attraggano a sé per il loro aspetto arcano, segreto.

* Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Ed. Nottempo, Milano, 2016 7


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La caverna oltre il mondo Marco Petrocchi

Ogni supporto è anche il corpo sul quale l’arte si inscrive attraverso una mescolanza di materiali che non raggiungono mai la totale assimilazione reciproca. I fogli di carta sono pellicole fragili su cui si disegna, infiltrando il divenire muto di diverse sostanze che noi chiamiamo Opera. Essi sono lo spazio su cui l’artista sempre ricomincia la fatica di amare vivere morire, il vuoto iniziale che lo aspetta, l’altrove fuori da ogni luogo, l’esterno da sé dove l’immateriale lascia tracce. Il gesto san-cirà l’aderenza delle sostanze, dischiuderà, mettendole a nudo, la visione e l’essenza, farà emer-gere “ciò che é” al di là della semplice evidenza del possibile. La carta da spolvero usata da Simone Pellegrini conserva una patina opaca, autunnale, una con-sistenza ruvida esaltante quel tratto che, fine e asciutto, progressivamente si fa linea volume con-torno andatura statura figura. Ci troviamo contro a pitture rupestri, raffigurazioni allo stesso tempo selvatiche e rituali, stampinate sullo sfondo beige che diventa la loro pelle. Esse condividono uno spazio in cui si intrecciano senza mai incontrarsi, ognuna cristallina e remota nella propria com-piutezza disegnativa, messa a distanza dalle altre dalla chiarezza del proprio contorno, intrappola-te in un grembo, o in una contorsione che le moltiplica rivoltandole contro la loro propria quiete. Questo scarto è la precondizione dei loro rapporti: all’interno dell’universo rettangolare del foglio, l’artista distribuisce una serie di pieni e vuoti, impone alla composizione un’economia circolare, un movimento raccolto in cui le diverse parti si distanziano, cadono e deviano, ma in cui tutto, in-fine, si riunisce avviluppandosi in una pluralità di sfioramenti, tangenze e intersezioni. L’immagine, allora, diventa un tracciato, una danza libera che mette in moto il nostro sguardo e intensifica la sensazione di trovarci nel mezzo di un’apparizione, un

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sabba stregonesco. L’ambito di queste opere è l’enigma, l’intimità del segreto: in esse il pensiero fluisce attraverso un linguaggio visivo leggendario ed inconscio, in un soliloquio che non si rivolge a nessuno. La moltitudine germinante di segni, nella loro solidarietà, non imita né somiglia a nulla. Quelle che guardiamo, immersi in un’inquietante spaesamento, sono entità topologiche composte dalla circolazione di elementi, presentati in primo piano senza un vero senso di marcia, che scorrono in preda a un mutuo con-tagio e danno origine a un ritmo che si altera continuamente e consacra il loro essere per sé e conseguenti, il transito infinito da una presenza all’altra, il rapporto di simultaneità che crea l’immagine d’insieme. Il piano unico della composizione non ammette un rovescio o una profondi-tà prospettica perché è l’imminenza di un dentro inabissato e sospeso in se stesso, oltre cui non si può andare. Se Pellegrini usa la carta come pelle delle sue figure, Francois Burland la ricopre di materie pe-santi e granulose, una concrezione di tratti che si sovrappongono, legati da una reciproca forza di gravità, per creare uno spazio simile ad una galassia attraversata da scie di colori e geometrie co-smiche. Ne derivano figure più animali che umane, demoniache, sviluppate nel momento di una trasfigurazione, in bilico sull’informe che ne farebbe soltanto massa. La potenza che si scatena, deforma e dissemina, mette in discussione la visibilità delle immagini stesse, offrendole allo sguardo nel movimento che il corpo compie per diventare figura, in una metamorfosi energetica, nella loro motilità di organismi viventi, senza riposo, con una immediatezza che le rende sensibili anziché riconoscibili. Mostri, color buio, fatti di notte. L’artista non sembra rivolto al mondo, o all’uomo, ma ad un regno abitato da ombre, forse la sopravvivenza di un immaginario infantile, composte in preda ad un bruciore che si nutre di sé.


Quello di Burland è un disegno fluttuante, colmo di eccesso, agonismo e irragionevolezza, desiderio e disastro, che ci conduce nella tor-menta del sentire stesso. Il foglio diventa l’amalgama dei diversi livelli dell’inconscio, un tessuto psichico che attiva direttamente quello di chi guarda senza l’intermediazione del preconscio. In altre opere, molto diverse, l’immagine è incastonata in un ordine compositivo rigido, che ricor-da quello dei fregi, come se si fosse inceppata nella sua fissità e l’autore volesse raccontare una storia per mezzo della semplice concatenazione di icone. La creazione sembra scaturire da un gesto di montaggio alfabetico di immagini e lettere. Cose e parole fianco a fianco. Parole come cose. Visibile e dicibile. La lotta dei linguaggi: le parole si incastrano prepotentemente fra le figure fratturando l’ambito della visione, scompaginandola, lacerandola, non per dare una presenza al senso, la maggior parte di esse ne sono orfane, ma per affermare che tutto è totalmente esposto, che la scrittura ha un corporeità, uno spessore, una irruenza così come noi la vediamo. Insomma che tutto è a portata dei sensi. L’arte come elaborazione del fantastico, dominio dello straordinario: anziché leggere il mondo e restituircene la presenza ordinaria, Pellegrini e Burland lo immaginano come qualcosa di scollato dalla realtà, più vasto e ricco dei crudi fatti che lo costituiscono. La loro arte nasce da un dinami-smo espressivo e visionario che rende inseparabili pensiero e fantasia, che fa della meraviglia il risveglio che mette in gioco tutti i sensi, un supplemento d’esperienza, una intensificazione della sensibilità che aiuta l’occhio a produrre il mondo attraverso uno sconfinamento che lo strappa dall’invisibilità. I due artisti, in maniera

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diversa ma ugualmente liberatoria, sono gli esploratori di una caverna su cui segnano quello che altrimenti rimarrebbe sotterraneo, interdetto, invisto, dando una possibilità di esistere all’impossibile, all’irreale, all’oltremondo.


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SIMONE PELLEGRINI. NOTE BIOGRAFICHE Cristina Principale

L’artista Simone Pellegrini in vent’anni di mostre ha scelto una singolare coerenza estetica. Una produzione unica e iconograficamente riconoscibile la sua, che musei e istituzioni acquisiscono, arricchendone il profilo internazionale.

Sono infatti ben oltre cento le partecipazioni a mostre collettive in musei e gallerie in Italia e all’estero. A partire dal 2002 ha esposto presso il Museo de Bellas Artes a Castellón de la Plana in Spagna e successivamente alla National Gallery of Arts di Tirana in Albania. Ben presto sarà in Germania rappresentato dalla Galerie Hachmeister di Münster, la sua prima nel Paese, dove ha inoltro esposto a Monaco di Baviera, Düsseldorf, Kiel, Donaueschingen, Iserlohn e Berlino anche in occasioni di mostre personali. Dal 2006 a tutt’oggi ha esposto in spazi tedeschi privati e pubblici, come nel 2019 al Kunstmuseum Pablo Picasso di Münster.

Marchigiano d’origine, vive e lavora a Bologna dove insegna Pittura all’Accademia di Belle Arti e ha sede la sua particolarissima casa-studio. Nato nel 1972, la carriera d’artista ha inizio durante gli anni della formazione a Urbino, diplomandosi nel 2000. All’attivo conta più di trenta mostre personali, a partire da “Rovi da far calce” del 2003, anno in cui con il “Premio Lissone”, primo di numerosi riconoscimenti, si inaugura una lunga stagione di successive occasioni espositive, pubblicazioni e fiere internazionali. Nel 2005 vincerà il Premio “SerrONE. Biennale Giovani Monza” e negli anni successivi sarà selezionato, tra gli altri, per il “9° Premio Cairo” del 2008 e il “V Premio Fondazione VAF” nel 2012.

Dal 2008 sarà spesso presente in Francia, a Toulouse prima, a Parigi poi alla Christian Berst Gallery, chiamato in causa nel territorio confinante dell’Arte Outsider per via di quei luoghi di tangenza che, nel corso del tempo, sono andati evidenziandosi nella sua opera e che lo hanno portato alla collaborazione con la Galleria Rizomi Arte e ad essere rappresentato dalla Galerie Gugging di Vienna.

Sin dall’inizio del suo percorso, la ricerca pittorica si abbina a quella da connaisseur; parte dalla carta – delle pagine dei testi che consulta, selezionati oggetti di studio – per tornare sulla carta, quella da spolvero, materiale d’elezione e superficie delle opere definitive. Preliminari composizioni a matita nascono sui frontespizi dei libri e costituiscono i bozzetti che guidano la realizzazione di matrici, singole piccole carte contenenti le caratteristiche di ogni elemento che sarà poi trasferito nel grande formato, per procedimento analogico attraverso l’impressione manuale. Il suo segno è da sempre ricorsivo e si costituisce di forme e formule evolute nel tempo, che assembla e fa vivere insieme in un tratto di colore: il rosso che le connatura dai primi anni Duemila e il nero carbone che contorna i limiti irregolari delle grandi carte, identificative della sua singolare personalità artistica.

Tornerà a più riprese a frequentare Parigi. Per il “Salon International du Livre Rare & de l’Autographe” partecipando con Dans la chambre du silence, il suo libro d’artista edito dalla casa editrice francese Fata Morgana nel 2016 e, ancora, recentemente coinvolto dalla Galerie 24b. Dal 2011 espone più volte a Londra, fino alla mostre presso la James Freeman Gallery e al Messums Wiltshire di Salisbury. Il 2011 è anche l’anno del suo primo coinvolgimento alla “Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia” tra gli artisti del Padiglione Italia; vi parteciperà una seconda volta, all’evento collaterale presso l’Ateneo Veneto e Procuratie Vecchie, nel 2013

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– quando firma la sua Copertina d’autore per “La Lettura” del Corriere della Sera – e una terza, all’evento collaterale invece in Palazzo Barbarigo Minotto nel 2015. Da questo stesso 2015 è rappresentato dalla Galleria Montoro12 di Roma-Brussels. Nel 2016 e nel ‘17 raggiungerà inoltre la Svizzera, invitato in progetti al Museo Civico Villa dei Cedri e al MACT/CACT Museo e Centro d’Arte Contemporanea Ticino di Bellinzona. In questi anni, i suoi galleristi di riferimento propongono le grandi carte in fiere internazionali mentre la Galerie Bordas di Venezia si occupa di sue incisioni, stampe e libri vergati. Talune opere appartengono a musei e collezioni private, quali Palazzo Forti di Verona; Casa degli Umiliati, Musei Civici di Monza; Ca’ la Ghironda ModernArtMuseum di Bologna; la collezione permanente di Bologna Fiere e quella Unicredit esposta presso il MAMbo - Museo Arte Moderna di Bologna fino al 2018; Collezione Volker Feierabend e la collezione permanente della Provincia di Reggio Emilia. Oltre a queste acquisizioni, si citano almeno due donazioni rivolte a Do ut do dell’Associazione Amici della Fondazione Hospice di Bologna e all’Archivio Biennale Disegno di Rimini. L’attenzione rivolta alla sua evoluzione è testimoniata dalle pubblicazioni che ne accompagnano il corso, hanno scritto di lui tra gli altri: Andrea Bruciati, Veronica Caciolli, Martina Cavallarin, Alberto Dambruoso, Franco Fanelli, Pietro Gaglianò, Walter Guadagnini, Flaminio Gualdoni, Martin Holman, Joël Claude Meffre, Marco Meneguzzo, Felice Moramarco, Sandro Parmiggiani, Jean Paul Gavard Perret, Claudio Libero Pisano, Adriana Polveroni, Ivan Quaroni, Peter Weiermair, Alberto Zanchetta. Giuseppe Frangi e Bianca Cerrina Feroni

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firmano l’ultima monografia dedicata, diffusa a gennaio 2019. Parallelamente al silenzioso lavoro grafico-pittorico, si affiancano la docenza e altre attività che lo vedono relatore in conferenze e lezioni anche in ambito internazionale. Così come nella sua opera lo spazio è irregolare segnando la fine di un episodio e al contempo l’inizio di un prossimo, la molteplicità dei suoi interessi ne mostra, come è stata definita, l’‘anomalia’.


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Il bazar atomico di François Burland Véronique Philippe-Gache (trad. Caterina Nizzoli)

La sua pratica inizia da un grande divertimento. Testimone ne è la scelta dei materiali: usa sacchetti Kraft di farina animale e tradizionali sacchetti di carta, raccoglie centinaia di lattine e altri residui dal nostro mondo di consumatori. Lavorando costantemente con questi materiali poveri, già usati e senza valore (che oggi acquisiscono una connotazione ancora più forte poiché sono quelli degli esclusi), Burland, sta già sviluppando un immaginario di resistenza. Come i nouveaux réalistes sfida la tradizione del supporto dell’opera e opta per i materiali del suo ambiente immediato.

Il mondo di François Burland assomiglia a un grande bazar. Vi si ritrovano tutti i tipi di opere: carte riciclate, incollate, dipinte o incise, ricami che si mostrano come disegni colorati, sculture e giocattoli realizzati con gli oggetti più diversi. Ogni vincolo estetico è superato per consentire il libero gioco delle forme e la magia del disordine. Queste creazioni autentiche hanno qualcosa che sorprende. Combinano rappresentazioni vernacolari con immagini più universali che si associano al testo secondo una propria logica. Queste opere hanno quindi una parola d’ordine: uno slogan o meglio ancora una parola che cattura. Originariamente, nella Scozia antica, lo slogan era il grido di guerra di un clan. Oggi è diventato una forma privilegiata della comunicazione di massa, sia essa pubblicitaria, politica o culturale, e parte integrante del nostro ambiente quotidiano. Nel lavoro di François Burland lo slogan è tutto questo in una volta: la sovrapposizione di un proverbio, di un motto, di una frase, e del grido della folla. Aleggia, raduna, detta. E’ certamente un atto verbale ma la sua lettura rimane inseparabile dalla sua realizzazione plastica. Per comprendere lo spirito libertario di questo artista e la sua attitudine indipendente e mai sottomessa bisogna procedere ad una lettura delle sue opere sotto il segno della resistenza. «Creare è resistere» scriveva Gilles Deleuze che stabilisce un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza. E precisa «resiste alla morte sotto forma di un’opera d’arte o sotto forma di lotta tra uomini».

Il tono di rivolta inizia nel 1993-1995 nella serie Les Baleines du Ténéré che ripercorre la lotta fratricida dei popoli del Sahara. I testi, lanciati in segno di protesta e contestatari anche nella forma, sono presi in prestito dai codici occidentali della società dei consumi ed evocano senza differenziazioni la Toyota, i dispositivi Kodak e il Kalashnikov. Burland denuncia qui l’assurdità del mondo, lo spostamento di un immaginario sognato attraverso stereotipi esotici. Il suo impegno nei confronti dei popoli dell’Africa rimarrà indefesso poiché, vent’anni dopo, svilupperà un progetto partecipativo con le donne algerine le quali a loro volta, rileveranno gli slogan e le immagini di François Burland che ricameranno su lunghi tessuti bianchi. François Burland non si ferma qui ... Il suo irrefrenabile bisogno di slogan e di comunicazione invade con veemenza le sue poya, rappresentazioni tradizionali dell’arte popolare svizzera. Il disordine, l’inversione dei valori e la messa in scena sarcastica delle situazioni quotidiane e specificamente elvetiche portano gli armaillis, questi eroi degli alpeggi, alla rivoluzione permanente. I carri armati, gli zeppelin e i dischi volanti e Google maps partecipano al corteo per deridere il capitalismo selvaggio e la débâcle delle banche.

François Burland l’artista, è un sopravvissuto? La sua storia, i suoi anni ai margini della società, l’incontro con il Sahara e il suo itinerario artistico lo fanno semplicemente nascere. «Ho cominciato a dipingere per sfuggire alla vita; alla fine dei conti è stata la pittura che mi ha riportato alla vita». E’ un debito con l’arte.

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La lotta si sta diffondendo e sta diventando più radicale. Nella serie Du Pain pour les usines, la formula si riduce ad una sola parola d’ordine per una singola immagine. Si presenta come un’opera ricamata o disegnata a penna, libera dalle convenzioni dell’arte e dal cliché pubblicitario. Il metodo dell’artista è qui tra i più efficaci e inaugura la nuova impostazione dello slogan-titolo. François Burland continua il suo gesto e la sua formulazione. Nelle sue opere recenti, gioca con forme familiari e urbane che evocano il poster, l’opuscolo e il dazibao della Cinam Popolare. La citazione è più politica e si apre immediatamente al dialogo. In questo modo è possibile attivare collegamenti con il pubblico. In questa iconografia, dove il “fondo dell’aria è rosso”, i protagonisti della guerra fredda sembrano determinati a rilanciare una rivoluzione sul principio del gioco e della derisione. Burland prepara la rivolta sullo sfondo di immagini eroiche interpellando Mao, Lenin e gli altri… Va ricordato che l’artista, nato nel 1958, è cresciuto in mezzo alle avventure di Tintin nella terra dei sovietici, in un’epoca dove gli eroi della Rivoluzione Russa e quelli del Nuovo Mondo litigavano per la conquista del cielo e della terra. Dal motto pensato al pensiero, gli slogan non solo esorcizzano la grande storia, ma mettono anche in discussione la posta in gioco della nostra società contemporanea. Quando l’artista arringa, “Guarda bene il tuo Rolex, è l’ora della rivolta” o “Spendo dunque sono” inventa modi di agire e di creare. Sotto forma di gioco e interrogazione, spera di restituire ad ogni giorno l’incantesimo e la magia del quotidiano e ritrovare così le condizioni della nostra libertà.

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François Burland

è nato in Svizzera, a Losanna nel 1958. Comincia a disegnare come autodidatta dalla fine di una adolescenza problematica: non finisce la scuola e rifiuterà sempre ogni tipo di formazione. Anche in seguito. Trascorre le estati in Francia nella casa dei nonni materni dove ha modo di incontrare arabi, algerini ed ebrei rimpatriati in seguito alla guerra d’Algeria. A vent’anni compì il suo primo viaggio in Egitto, nel Sinai e dopo alcuni anni incontra i Tuareg nel deserto del Sahara. Affascinato dalla loro vita nomade, vi ritorna regolarmente per quasi trent’anni; durante i lunghi soggiorni, condivide la loro vita quotidiana - tra carovane di cammelli, maghi, ma anche 4x4, telefoni cellulari e kalachnikov. Il lavoro di François Burland è abbondante ed eterogeneo: secondo la serie e la sua ispirazione, sfrutta molte tecniche e materiali diversi. Per i suoi disegni, il suo mezzo preferito è la carta da imballaggio, che lavora con pastello, matita colorata e gesso bianco su superfici molto grandi. Le sue creazioni evocano un’arte sciamanica e mescolano contemporaneamente fonti storiche, letteratura ed etnologia. Nella sua vasta produzione ci sono molti riferimenti all’Iliade e all’Odissea, al mito di Perseo e alla mitologia celtica, così come alle culture indiane e aborigene fino ad arrivare negli anni più recenti alla mitologie di barthesiana memoria. Robot, dischi volanti, interi sottomarini entrano nella sua opera ma così anche i motivi e gli stilemi della propaganda e della pubblicità. François Burland produce anche oggetti: barche, aerei, razzi, automobili, da materiali recuperati dalle discariche e recentemente ha realizzato installazioni monumentali. Dal 2011 conduce progetti artistici con giovani rifugiati migranti in Svizzera e ora è principalmente impegnato in queste opere collettive. Il lavoro di Burland è presente in numerose collezioni private e pubbliche, come la Collection de l’art brut, il Du Mont Kunsthalle a Colonia e il Los Angeles County Museum.

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Simone Pellegrini

nato ad Ancona nel 1972, vive e lavora a Bologna, dove insegna Pittura all’Accademia di Belle Arti e ha sede il suo studio. La carriera d’artista ha inizio durante degli anni della formazione e nel 2003, con la prima personale “Rovi da far calce” e il riconoscimento del “Premio Lissone”, si inaugura una lunga stagione di successive mostre e fiere internazionali. In Italia ha esposto in istituzioni come Museo di Palazzo Pretorio a Prato, Parco Archeologico di Pompei, Villa d’Este a Tivoli, MAMbo di Bologna, CIAC di Genazzano, Museo della Permanente di Milano, FAR - Fabbrica Arte di Rimini e nel Museo della città, Palazzo Magnani a Reggio Emilia, Villa Reale a Monza e presso la Civica Galleria d’Arte Contemporanea di Lissone, partecipando a tre edizioni dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, tra gli artisti del Padiglione Italia e negli eventi collaterali presso l’Ateneo Veneto e Procuratie Vecchie e Palazzo Barbarigo Minotto. All’estero, le sue opere sono state esposte in gallerie quali Christian Berst Art Brut di Parigi e in musei, Pablo Picasso di Münster, Kunstpalast di Düsseldorf, Stadtgalerie di Kiel, Biedermann di Donaueschingen e quello di Villa Wessel a Iserlohn, in Germania; diverse le occasioni espositive inoltre tra la National Gallery of Arts di Tirana in Albania, il Mact/Cact di Bellinzona in Svizzera e il Messums Wiltshire - Gallery and Arts Centre di Salisbury in Inghilterra. Dal 2006 la Galerie Hachmeister di Münster è la sua prima galleria in Germania. È inoltre rappresentato da Montoro12 Roma-Brussels, James Freeman Gallery di Londra e Galerie Gugging di Vienna. Sue opere appartengono a Palazzo Forti di Verona; Casa degli Umiliati, Musei Civici di Monza; Ca’ la Ghironda ModernArtMuseum di Bologna; la collezione permanente di Bologna Fiere e quella Unicredit; Collezione Volker Feierabend e la collezione permanente della Provincia di Reggio Emilia. Ha realizzato per la casa editrice francese Fata Morgana il libro d’artista Dans la chambre du silence.


OPERE

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Simone Pellegrini, Punto di Voltata, 74x150 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2011 [dettaglio, pp.: 14-15]

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Francois Burland, Tyranosaurus Rex (serie), 60x100 cm., colori ad olio su carta da pacco, senza data

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Francois Burland, Tyranosaurus Rex (serie), 60x100 cm., colori ad olio su carta da pacco, 2000

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Francois Burland, l’âme des guerriers (serie), 51x68 cm., colori ad olio su carta da pacco, 2002

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Simone Pellegrini, Alti contagi, 97x163 cm.,tecnica mista su carta da spolvero, 2019 [dettaglio, pp.: 20-21]

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Francois Burlard, Au nom du pere (serie), grafite su carta da pacco, 45x60 cm., 1990

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Francois Burland, Poya (serie), 56x197 cm., grafite e acrilico su carta, 2009-2010

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Francois Burlard, senza titolo, 91,5x100 cm., incisione 2013-2016

Francois Burlard, senza titolo, 91,5x64 cm., incisione, 2013-2016

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Francois Burlard, senza titolo, 76x50 cm., incisione, 2013-2016


Simone Pellegrini, Sigizia, 130x248 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2007 [dettaglio, pp.: 24-25]

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Simone Pellegrini, Vario diafano, 95x165 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2017

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Francois Burlard, Poya - Wonderful world, 87x179 cm., broderie, 2010

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Francois Burlard, Poya - Soutenez les ouvriers paysans, 66x85 cm., broderie, 2010 40


Simone Pellegrini, Golfo dei flutti, 80x160 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2016 [dettaglio, pp.: 32-33] 41


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Francois Burland, au Cœur des ténèbres, 50x62 cm., oli su carta, 2007

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Francois Burland, au Cœur des ténèbres, 49,5x59,5 cm., oli su carta, 2007

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Francois Burland, Cavalier, 51,5x50 cm., olio su carta, 1998-2000 46


Francois Burland, Cavalier, 48,5x49 cm., olio su carta, 1998-2000 47


Simone Pellegrini, Pullulare, 54x92 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2008, COLLEZIONE PRIVATA

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Francois Burlard, au Cœur des ténèbres, 62,5x99 cm., tecnia mista su carta, 2007

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Francois Burlard, l’âme des guerriers (serie) , 77x100 cm, colori ad olio su carta, 2002

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Simone Pellegrini, Illuminatrice, 45x78 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2009

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Francois Burland, peintures sur cartes postales (serie), 14x17,5 cm., tecnica mista su carta, 2008

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Simone Pellegrini, Vuoto dell’esponente, 75x140 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2007, Collezione della Provincia di Reggio Emilia

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Simone Pellegrini, Arriaca, 100x200 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2017 55


Francois Burland, au Cœur des ténèbres (serie) , 75x99 cm., tecni a mista su carta, 2007

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Francois Burland, Cavalioer, 92x89 cm., colore ad olio su carta, 1998-2000 58


Francois Burland, Cavalier, 104x105 cm., colore ad olio su carta, 1998-2000 59


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Simone Pellegrini, Compluvio, 83x135 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2019 [dettaglio, pp.: 51-50]

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Francois Burland, senza titolo, 20x60x18 cm, 2010 circa

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Francois Burland, senza titolo, 42x25x10 cm, 2010 circa

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Francois Burland, senza titolo, 25x50x11 cm, 2010 circa

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Francois Burlard, Poya - Baby bel aues, 88x163 cm., broderie, 2010

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Francois Burlard, Poya - I feel good, 100x98 cm., broderie, 2010

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Francois Burland, Au nome du pere (serie), 47x60 cm., grafite pastello su carta, 1990 68


Francois Burland, Au nome du pere (serie), 47x60 cm., grafite pastello su carta, 1990 69


Francois Burland, au Cœur des ténèbres (serie) 49,5x62,5 cm., tecnica mista su carta, 2007

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Francois Burland, au Cœur des ténèbres (serie) , 50x62 cm., tecnica mista su carta, 2007

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Francois Burland, au Cœur des ténèbres (serie) 49,5x59,5 cm., tecnica mista su carta, 2007

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Francois Burland, Poya (serie), 96x155 cm., grafite e acrilico su carta, 2010 75


Francois Burland, Poya (serie), 128x134 cm., grafite e acrilico su carta, 2010

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Simone Pellegrini, Bordo della cortina estrema, 100x185 cm., tecnica mista su carta da spolvero, 2019 [dettaglio, pp.: 62-63]

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PELLEGRINI

BURLAND

shape vision paper Simone Pellegrini desidera ringraziare

Johann Feilacher, James Freeman, Heiner Hachmeister, Ursula Hawlitschka, Nina Katschnig, Nicola Mazzeo, Massimo Micucci, Cristina Principale, Marco Petrocchi

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Profile for Maria Chiara Wang

SHAPE VISION PAPER. Pellegrini, Burland  

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