RACCOLTA ARTICOLI 2024

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Lino Lavorgna Raccolta articoli 2024

UOMO DELL’ANNO

Aleksej Anatol'evič Naval'nyj Butyn, 4 giugno 1976 - Charp 16 febbraio 2024

È stato fra i più noti oppositori di Putin. Fondatore del partito Russia del Futuro e presidente della Coalizione Democratica (che unisce Russia del Futuro, Partito della Libertà Popolare e Scelta Civica). Più volte vittima di attentati, muore in un carcere siberiano il 16 febbraio.

Foto di copertina:

21 novembre 2024: Avvicendamento al Comando della Brigata “Garibaldi” - Caserta Dedica agli eroici soldati ucraini.

GENNAIO

Il 1° Gennaio cessa di esistere la regione armena dell’Artsakh, meglio nota come Nagorno Karabakh. Nell’assordante silenzio dell’Occidente, l’Azerbaigian conclude l’operazione militare avviata nel settembre 2023, costringendo oltre centomila armeni all’esodo, dopo aver messo a ferro e fuoco il territorio, distruggendo con i bulldozer chiese, cimiteri, croci. A Stepankert, ribattezzata col nome azero Khankendi, alcune strade son state dedicate ai criminali turchi autori del genocidio del popolo armeno, nel 1915.

ANTONIO PALLADINIO: IL BERSAGLIERE DAL CUORE D’ORO

Non so se Antonio Palladino abbia mai letto il capolavoro filosofico di Martin Heidegger, ma di sicuro il suo “essere”, in rapporto al “tempo”, ne esalta i concetti peculiari, ancorché solo nella componente in cui è l’essere a dominare il tempo e non viceversa. Per Antonio, infatti, inquadrando la sua weltanschauung secondo il pensiero che un altro grande personaggio mise sulle labbra di Amleto, non vi è mai stato mai alcun dubbio nella scelta tra “essere o non essere”.

Antonio non ha mai rinunciato al suo stile di vita, ancorato al rispetto del prossimo che può configurarsi in misura esemplare solo se preceduto dal massimo rispetto di sé stesso. Uno stile che gli ha conferito quel naturale carisma da tutti riconosciuto, anche se non da tutti apprezzato perché, la storia umana lo insegna, chi con il proprio agire pone in chiara evidenza i limiti altrui spesso genera invidia e l’invidia è sempre associata alla cattiveria.

Parlavamo spesso di queste cose, durante i nostri incontri, perdendoci in pacate riflessioni sulla natura umana, ben decantata grazie alla profonda esperienza di vita e alla capacità di essersi liberato, sin dalla più giovane età, di quelle catene che fanno assomigliare una buona fetta di umanità ai prigionieri che vivevano nella famosa caverna di Platone.

Antonio aborriva il male e agiva al servizio del bene, spesso eccedendo, ma con piena consapevolezza perché si sentiva abbastanza forte da far percepire la sua essenza vitale, il suo approccio con le problematiche della vita, l’inutilità di intraprendere percorsi to rtuosi e complicati piuttosto che “stringersi l’un l’altro” per marciare uniti verso la stessa direzione. Sapeva che cozzava contro leggi naturali consolidate da millenni di storia, ma non per questo rinunciava a provarci: per lui non esistevano alternative al bene, anche nei confronti di chi dimostrava di non meritarlo.

Non potrò mai dimenticare i nostri primi incontri, durante i quali l’intesa nacque con una spontaneità sempre sorprendente, soprattutto quando consente di “comprendersi” senza alcun bisogno di parlare molto. Mi conferì subito fiducia, a pelle, come si suol dire, grazie alla straordinaria capacità di leggere l’anima delle persone prima ancora delle loro storie. Non potrò mai dimenticare il delicato sorriso che affiorò sulle labbra quando gli rivelai che avevo tre nomi, Pasquale Michele Pompeo, l’ultimo dei quali scelto da mia madre per indurmi a riflettere, in ogni momento della vita, che non solo è importante sforzarsi di “avere ragione” ma che bisogna lottare con tutte le forze per “prendersela”, perché nessuno te la concederà gratuitamente, essendo l’essere umano più propenso a genuflettersi al cospetto dei “Cesare” e dei “Costantino” che, in ogni epoca, s’impongono con l’inganno, affabulando le masse.

Sorrideva essendo ben consapevole di incarnare quella componente sana del genere umano che tanti problemi gli aveva creato e continuava a creargli, in ogni contesto, perché il continuo deterioramento etico sociale non solo contribuisce a far lievitare in modo spaventoso i “Cesare” e i “Costantino”, ma consente addirittura “anche” ai loro gregari di ritenersi tali e agire di conseguenza, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, quotidianamente.

Nondimeno proseguiva il suo cammino, Antonio, col sorriso sulle labbra, forte del suo pensiero e del suo carattere e di quella straordinaria capacità nell’affrontare le distonie del tempo, magistralmente descritta dall’adorata figlia Ilaria, nel toccante saluto tributatogli nel Duomo di Capua, in occasione della messa in suo suffragio.

Ora, se davvero esiste un Paradiso, Antonio non può che sorriderci da lassù, chiamandoci in ogni momento a fare i conti con i suoi insegnamenti, mentre ci guardiamo allo specchio per chiederci se davvero siamo degni di essi.

Ciao Antonio, riposa in pace. Grazie per tutto quello che ci hai donato. Non posso prometterti che tutti noi correremo sempre dietro alla Fanfara nel tuo nome. Io lo farò senz’altro.

Bers. Antonio Palladino - 1/8/1952-11/12/2023

Blog Galvanor da Camelot - 15

EXSURGE EUROPA, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Incipit

“Il presidente americano Joe Biden ha sollecitato il Congresso americano ad approvare rapidamente la sua richiesta di fondi supplementari per l'Ucraina e a mandare un forte segnale della determinazione statunitense, ammonendo che continuando a non agire si mette in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, l'alleanza Nato e il resto del mondo libero ”. (Fonte: Casa Bianca)

Non si può più perdere tempo

Zelensky - che è bene ribadirlo, sarà ricordato nei libri di storia come uno dei più grandi esseri umani mai nati in questo Pianeta - nel recente summit di Davos è stato molto chiaro, iniziando il suo discorso con una ferma crit ica a quel “don’t escalate” da tutto l’Occidente ignominiosamente pronunciato dopo la vile aggressione russa (non reagite con troppa insistenza, resistete solo per il minimo indispensabile, non attaccate i russi nel loro territorio, etc; N.d.R.): «Con sanzioni più efficaci forse Putin avrebbe ceduto (il forse è pleonastico, nel rispetto di uno stile sempre delicato e pacato, la qual cosa esalta ancor più la sua grandezza, N.d.R.). Con la non escalation si è perso tempo, si sono perse vite e opportunità. Il congelamento della guerra in Ucraina può essere la sua fine? Non voglio accontentarmi dell’ovvia verità - ogni conflitto congelato finirà per accendersi - e vi ricordo che dopo il 2014 vi sono stati t entativi di congelare la guerra nel Donbass. Ci sono stati garanti molto influenti come il presidente o il cancelliere della Germania e il presidente della Francia, ma Putin è un predatore che non si accontenta dei prodotti congelati. [...] Dobbiamo ottenere una superiorità aerea per l'Ucraina come abbiamo ottenuto quella nel Mar Nero. Possiamo farlo, i partner sanno ciò di cui abbiamo bisogno e in che quantità. Ciò permetterebbe progressi sul terreno. Due giorni fa abbiamo provato che possiamo colpire aerei russi che non erano stati abbattuti finora. […] Ogni riduzione della pressione sull'aggressore aggiunge anni alla guerra, ma ogni investimento nella fiducia dei difensori accorcia il conflitto. […] Putin con i suoi alleati ha rubato tredici anni di pace al mondo intero. Ѐ ora di sconfiggere il predatore».

Ѐ possibile restare insensibili al cospetto di appelli così accorati? Ѐ possibile restare insensibili guardando i soldati ucraini che affrontano la morte col sorriso sulle labbra, combattendo “anche” per difendere la nostra libertà? Guardateli, i filmati e le foto che quotidianamente ukrainiansquad pubblica sul social media “X” e provate a mettervi nei panni di quegli uomini e di quelle donne mentre “ci fissano” con un sorriso che stordisce (o dovrebbe stordire), quasi come se volessero dirci: «Non vi preoccupate, vi capiamo se non avete il coraggio di darci una mano… noi siamo pro nti a morire anche per voi».

I “limiti” etici e culturali della società americana sono stati sviscerati in tantissimi pregevoli saggi e non è il caso, quindi, di perdere troppo tempo su un argomento che non può rivelarci nulla di nuovo: in virtù di quei limiti, salvo un miracolo che diventa sempre più improbabile, a novembre avremo alla Casa Bianca un uomo capace solo di procurare disastri al mondo intero. Concentriamoci sull’Europa, pertanto, vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli contraendo le peggiori infezioni, quasi tutte culminanti in -ismo, ma che resta pur sempre “casa nostra”, la patria comune, ancorché vessata e avvilita da quelle stupide e ataviche divisioni che un dì indussero il grande poeta Paul Valery ad affermare: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli». Ora sorvoliamo pure sull’eccessiva enfasi per “l’espansionismo romano”, ma cogliamo l’essenza del messaggio, che è rappresentata dall’incapacità di superare la deleteria vocazione “egoistica” (nazionalismo) e costruire una vera unione politica che consenta di fungere da faro del mondo, mettendo in riga tanto quegli USA sempre meno importanti e influenti nello scenario globale (e intenti ad accentuare questo aspetto, come ben traspare dalle intenzioni della maggioranza degli statunitensi) quanto coloro che non vedono l’ora di sostituirli in quel ruolo egemonico che spetterebbe a noi europei, sol che fossimo capaci di esercitarlo. Ѐ evidente, tanto per restare con i piedi per terra, che attualmente non vi è “sufficiente tempo” per correre ai ripari, perché gli Stati Uniti d’Europa non si formano dall’oggi al domani. Ma vivaddio, vogliamo almeno darci una mossa per non vivere “questo tempo” nell’infamia più assoluta? Gran Bretagna e USA si stanno “ancora” facendo carico del più concreto sostegno all’Ucraina, ma proprio in virtù di quel sostegno, utile ma non sufficiente, paradossalmente si generano i presupposti per il continuo massacro di tanti giovani soldati, che devono centellinare le azioni belliche (e le reazioni), facendo quotidianamente i conti con le limitate risorse. Ha bisogno di aerei, Zelensky, e lo ha detto chiaramente a Davos. Ha bisogno di carri armati, di munizioni, di un “aiuto” più sostanzioso, “soprattutto” da noi europei. Questo è ciò che chiede, senza spingersi oltre, perché è un uomo intelligente e, ben sapendo con chi abbia a che fare, non tira la corda più di tanto.

Dovremmo essere noi, pertanto, “ad andare oltre le sue richieste”, sia perché ciò è giusto sul piano “umano” sia per tutelare i nostri interessi. Quelle crepe che si vedono nella foto aumentano di dimensione giorno dopo giorno. Se non vogliamo che la diga sul fronte continentale crolli davvero, sappiamo ciò che si deve fare. E trovandoci a far bene, cerchiamo anche di far comprendere ai nostri alleati statunitensi che l’Europa “allagata” costituirebbe un problema anche per loro.

Ondazzurra, 18

Non sono stati rari i momenti, negli ultimi cinquanta e anni e poco più, che hanno generato vergogna per essere nato in un Paese che, al netto dei pur numerosi “individui” capaci di figurare, in ogni campo, nell’Olimpo dei geni e delle eccellenze, a livello di popolo è passato alla storia con la triste espressione “Franza o Spagna purché se magna”. Oggi, però, la vergogna si dilata oltre i confini nazionali perché ciò che sta accadendo, dappertutto, induce a prendere le distanze da una buona fetta di umanità che popola questo Pianeta. Discutere del “possibile genocidio praticato da Israele” nel giorno dedicato al martirio degli ebrei è qualcosa che trascende la capacità criminale degli esseri umani e s’incunea in quei meandri della mente di difficile decantazione anche per i più bravi psicologi e psicanalisti, lasciando essi affiorare distonie dell’essere e psicopatologie forse ancora non ben definite. (La Corte internazionale di Giustizia dell’Aia, di fatto, ha cercato di mitigare gli effetti di una richiesta, che non si sarebbe mai dovuta produrre, adottando criteri pilateschi destinati ad

alimentare risentimenti e sofferenze, come se non fossero già abbastanza quelli patiti per le attività terroristiche di chi, nei propri programmi politici, sostiene “chiaramente” che Israele deve sparire dalle carte geografiche e i suoi abitanti dalla faccia della Terra).

Che il razzismo fosse “ancora” ben permeato in ampi strati sociali non è certo un mistero e ce lo ricordano ogni giorno le cronache dei media. Non è un mistero, altresì, che la lotta al razzismo non è “ancora” caratterizzata da quegli elementi formativi e repressiv i degni di conferire una patente di civiltà a chi abbia il compito di adottare i giusti provvedimenti. Ciò che accade negli stadi, per esempio, ne è una prova eclatante: non occorre essere bravi come gli agenti segreti del Mossad o del MI6 per individuare quei fanatici, sostanzialmente scemotti e incolti, che sfogano il loro vuoto esistenziale con gesti e frasi inconsulti, coltivando l’illusione di superiorità nei confronti di coetanei che hanno già vinto la partita con la vita grazie al proprio talento e guadagnano in un mese ciò che loro non vedranno in una vita intera. Il rigurgito di antisemitismo, poi, sta assumendo connotazioni che stanno sorprendendo anche i più bravi analisti, rendendo sempre più evidente un degrado sociale che sta accelerando vertig inosamente, ben oltre ogni possibile previsione. Continuiamo pure a ricordare “gli orrori del passato”, pertanto, ma cerchiamo di renderci conto che le parole si stanno dimostrando sempre più inefficaci e i “fatti del presente” sempre più preoccupanti. Fo rse è il caso di cambiare registro operativo, prima che sia troppo tardi

Blog Galvanor da Camelot – 27

FEBBRAIO

Foto di Valentina Barbiero - www.liberioltreleillusioni.it 24 febbraio: secondo anniversario dell’ignominiosa invasione dell’Ucraina. Le principali città europee si tingono di giallo e blu e milioni di giovani scendono in piazza. Di più non possono fare, purtroppo, e le pur nobili manifestazioni di solidarietà non fermano i carri armati russi.

GIORNATA DELL’UNITÀ

NAZIONALE E DELLE FORZE ARMATE: Ѐ LEGGE

Roma, 2019 – Manifestazione del Comitato per il 4 novembre all'Altare della Patria

Con 206 voti favorevoli e 104 contrari l'Aula della Camera istituisce la Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate per il 4 novembre. Già approvato in Senato nel luglio scorso, il provvedimento diventa legge. Il primo vagito della festività si ebbe il 4 novembre 1919, primo anniversario dell’armistizio con l’Impero austro -ungar ico, in un clima di forte contrapposizione politica per l’ostilità manifestata dai socialisti, contrari all’entrata in guerra dell’Italia e quindi contrari anche a celebrarne la vittoria. Dopo alterne vicende nel Ventennio fascista, la data fu ripristinata come festività nazionale nel 1944, per poi assumere la definizione di “Giorno dell’unità nazionale” nel 1949. Da allora, sia pure senza un decreto normativo, la festività fu dedicata anche alle Forze Armate e sublimata dalle stupende parole del presidente Einaudi: «Esaltare la data del 4 novembre significa non soltanto rievocare una pagina di storia gloriosa, ma anche tener fede alle generazioni immolatesi nel presagio di Vittorio Veneto e penetrarne il perenne monito che la salute del Paese poggia sulla concordia di tutti i suoi figli nel culto degli ideali di Patria e libertà. In questo spirito, anche e soprattutto le Forze Armate, depositarie di una così illustre tradizione, si apprestano a celebrare quella che è stata a buon diritto prescelta a loro "giornata"». Nel 1977, approfittando della crisi energetica, le forze di sinistra, che non avevano mai digerito la festività, ebbero facile gioco nel sopprimerla adducendo come scusante la necessità di aumentare i giorni lavorativi. In un clima che registrava il crescente declino dei valori patriottici, soppiantato dal vento post -sessantottino, la festività perse progressivamente importanza. Del tutto assente il coinvolgimento dei giovani e delle scuole nelle annuali celebrazioni, spostate alla prima domenica di novembre e ridotte a un mesto rito con scarso risalto mediatico.

Nel 2018, un ufficiale dell’Esercito Italiano in quiescenza, il tenente Pasquale Trabucco, insieme con altri militari, fondò un comitato per il ripristino della festività nazionale del 4 novembre quale “Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate”. Con una determinazione al limite dell’impossibile, partendo da Predoi, in provincia di Bolzano, percorse 1400 chilometri a piedi, sventolando il tricolore in 43 comuni con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto

di quei sacri valori per i quali milioni di connazionali avevano immolato la vita. Il viaggio si concluse a Capo Passero, in provincia di Siracusa. Dalla Sicilia partì in aereo per Roma per rendere omaggio al Milite ignoto, in una toccante cerimonia, il 27 marzo 2019. (Cliccare qui per il video)

Le sue gesta sono state racchiuse in un testo di grande successo, presentato in oltre cento città d’Italia: “L’ombra della vittoria – Il fante tradito”, edito da Albatros. Nella presentazione tenutasi a Caserta, il 18 novembre 2021 (cliccare qui per il video), come monito per il superamento di ataviche divisioni, che dovrebbero appartenere alla storia e non all’attualità, imperiose e da scolpire sulla pietra risuonarono le parole del Generale Massimiliano Quarto, che all’epoca comandava la Brigata “Garibaldi”: « Noi (militari, N.d.R.) vestivamo l’uniforme il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre. Il quattro novembre è l’unica festa che unisce: se facciamo delle riflessioni, sul 25 aprile ci sono ancora delle divisioni; il 2 giugno è un momento di divisione nonostante rappresenti la nascita della Repubblica, perché oltre dieci milioni di persone scelsero la Monarchia. Tra queste tre feste, l’unica che abbia unito l’Italia, da nord a sud, è il 4 novembre. E ciò può essere motivo di riflessione per le autorità politiche, perché noi siamo dei soldati, continuiamo ad esserlo fino alla fine, ma crediamo nel primato della politica in quanto espressione della volontà del popolo. Il popolo, però, va motivato, va spinto a ragionare su queste cose e vanno coinvolti soprattutto i giovani, gli studenti, che rappresentano il futuro del nostro Paese. Abbiamo detto che se non conosciamo il nostro passato non abbiamo futuro. Sì alla festa, pertanto, ma si coinvolgano soprattutto i giovani e gli studenti».

Nel provvedimento divenuto legge, l’auspicio del generale Quarto, che di fatto ha reiterato quando più volte ribadito dal Comitato “Trabucco”, ha trovato ampio risalto. Si legge testualmente, infatti: «Le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, nel rispetto dell' autonomia scolastica, possono promuovere e organizzare cerimonie, eventi, incontri, conferenze storiche, mostre fotografiche e testimonianze sui temi dell'Unità nazionale, della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell'ordinamento della Repubblica, anche con riferimento alle specificità storiche e territoriali».

Un bel passo avanti, quindi, può ritenersi compiuto. Quanto ciò sia importante, anche alla luce delle drammatiche vicende attuali, non può sfuggire a nessuno. Le Forze Armate costituiscono un elemento di raccordo e di coesione perché tutti dobbiamo “riconoscerci” in esse, a prescindere dalle idee politiche. I venti di guerra che soffiano sul cielo d’Europa impongono una maggiore attenzione nei confronti di chi è pronto a sacrificare la propria vita per difendere quella altrui, stroncando quell’ostracismo ammantato di banalità praticato dai “pacifisti de noantri”, adusi alle allegre scampagnate denominate “marce della pace”, con le quali ritengono di fermare i carri armati di chi tenta (e purtroppo vi sta riuscendo anche per l’ignavia occidentale) di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. “Si vis pacem, para bellum” è un concetto che non ha mai cessato di essere attuale. (Il link rimanda a un articolo scritto DUE giorni prima dell’invasione dell’Ucraina)

Ben venga la legittimazione della festività, quindi, e possa questo provvedimento fungere da prodromo per quella “pacificazione” che è ancora un obiettivo lontano, da perseguire con la stessa determinazione che Pasquale Trabucco ha inferto alla sua attività a sostegno di una nobile causa. Una pacificazione che troverebbe linfa vitale se fosse proprio il 4 novembre a fungere da primaria festa nazionale.

28: Blog Galvanor da Camelot; 1° marzo: Ondazzurra.com

MARZO

Cara Mamma, come ha scritto l’amico editore Peppe Vozza, le distonie di un tempo perverso e non la caducità della vita ci hanno privato anzitempo del tuo sorriso. Ma tu sei sempre con noi, al nostro fianco, e ogni passo è compiuto nel Tuo nome. La biografia è già in stampa anche se occorre ancora un po’ di tempo prima che sia reperibile in libreria. È scritta in duplice lingua, affinché anche oltreoceano la nostra sterminata Famiglia possa rievocare il Tuo straordinario cammino terreno. Veglia su di noi, come hai fatto per una vita intera, fino all’ultimo secondo di quel tragico 21 febbraio 2014

Noi, come sempre, cercheremo di essere degni di Te, onorando i Tuoi insegnamenti.

Buon Compleanno, Mamma.

“I sogni muoiono all’alba”, scrisse Indro Montanelli, nel 1956, in una celebre pièce teatrale poi trasformata in un bellissimo film, dopo aver assistito alla feroce repressione del popolo ungherese che aveva osato ribellarsi alla dominazione sovietica. Chi sogna ad occhi aperti, tuttavia, può vedere i propri sogni svanire a qualsiasi ora e ieri sera, 22 marzo, chiunque avesse sognato che l’Isis si fosse dissolta nel tempo come le famose lacrime nella pioggia in Blade Runner, ha ricevuto la classica sberla in faccia che riporta alla realtà.

In primis, pertanto, giungano i sensi del più profondo cordoglio ai familiari delle vittime perite nell’attentato al Crocus City Hall di Mosca: occorre restare umani e il disgusto per la perversione dei governanti non deve coinvolgere un intero popolo. Cerchiamo di capire, poi, cosa significhi questo att entato e quali riflessioni imponga.

In queste ore, come sempre accade in simili circostanze, ciascuno spara le proprie sentenze, ancorandole non tanto a una (impossibile) serena analisi ma al condizionamento mentale che scaturisce dai convincimenti preconcetti. Sia le autorità russe sia i putiniani de noantri disseminati nel globo terraqueo, manco a dirlo, non hanno perso tempo nell’imputare a Zelensky l’attentato, salvo poi essere smentiti dalla quasi immediata rivendicazione dell’Isis. (Chi si loda s’imbroda, lo so, ma non riesco a fare a meno di affermare che vedendo le immagini dalle quali trasparivano chiaramente le modalità dell’attacco ho subito pensato a loro e a nessun altro. Per ragioni che è inutile sottolineare, infatti, il coinvolgimento ucraino può essere sostenuto solo dai complici a tutto tondo di Putin, che quindi mentono sapendo di mentire, o da chi sia affetto da cretinismo congenito). Non manca, per la verità, chi si esprime con termini diametralmente opposti. Andrei Nechacev, 71 anni, è uno che conosce bene il “sistema Russia”, essendo stato ministro dell’Economia negli anni Novanta e membro del Comitato di sicurezza nazionale quando governava Eltsin. “Se lo conosci lo eviti”, recita un vecchio proverbio e Nechacev, conoscendo bene Putin, ne è un fiero avversario. Sia pure pesando le parole col bilancino del farmacista, rispondendo alle domande di Fubini (Corriere della Sera) che gli faceva notare come Putin in passato abbia usato simili attentati per ridurre gli spazi di democrazia e co mpattare la popolazione dietro di sé, ha dichiarato testualmente: «Non sono in condizione di saperlo, ma probabilmente questa è un’ipotesi veritiera». Che Putin sia capace di questo e altro è un dato di fatto conclamato, ma in questa circostanza faccio fat ica a pensare a un suo coinvolgimento diretto: a pochi giorni dalle elezioni “farsa” e dopo due anni

di una guerra che secondo le sue intenzioni si sarebbe dovuta concludere in 48 ore, l’attentato è un duro colpo anche per lui.

Ritengo più plausibile, invece, che l’Isis abbia scelto il momento giusto per colpire al cuore il nemico che ieri era alleato dei governi occidentali nella lotta al Califfato e oggi continua ad ostacolarlo nel pur velleitario sogno di fondare uno Stato che comprenda, oltre a cospicue fette di territori iraniani, afgani e pachistani, anche il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan, ossia gli Stati dell’ex Unione Sovietica che popolano i sogni imperialisti di Putin. Non a caso, infatti, Putin ha effettuato il primo viaggio dopo l’invasione dell’Ucraina proprio in Tagikistan e Turkmenistan. Fa aggio a questa tesi la notizia diffusa dai media relativa all’alert comunicato dall’Intelligence statunitense a Putin su un possibile attacco dell’Isis in luoghi affo llati. Allarme sottovalutato, evidentemente, considerato anche il ritardo con cui sono intervenute le forze speciali sul luogo dell’attentato.

Anche questa, comunque, è una supposizione pronunciata con i corpi delle vittime ancora caldi, non suffragata da prove concrete: solo in futuro, forse, si potrà sapere come siano andate effettivamente le cose.

Che il male funga almeno da lezione.

Ora “dobbiamo” solo renderci conto - ancorché, sia detto con chiarezza, con terribile ritardo - che non è possibile tergiversare oltre.

Gli intrecci tra realtà belliche, folli velleitarismi, terrorismo, irrefrenabile odio tra Israele e Palestina, rapporti complessi tra Paesi alleati che covano nel proprio ambito serpi velenose in combutta con i nemici (ogni riferimento a Orban e ai putiniani di casa nostra è puramente voluto), la deriva statunitense verso un baratro che potrà coinvolgere anche una buona fetta dell’umanità, i rischi della crescente influenza cinese nella geopolitica planetaria, il caos in Africa e, soprattutto, la DEBOLEZZA di un’Unione Europea guidata da mediocri governanti e da burocrati incapaci di guardare oltre la mezzanotte di uno stesso giorno, anche perché intenti solo a preservare il loro potere per i giorni successivi, ci obbligano a svegliarci dal lungo sonno, perché, se così non fosse, non solo saremo divorati presto dai mostri già in azione, ma ci trasformeremo anche noi in mostriciattoli infami.

Lo sforzo maggiore, a fronte delle debolezze della politica, deve essere compiuto proprio da chi, avendone la capacità e la possibilità, possa fungere da stimolo per azioni che, “partendo dal basso”, riescano a determinare svolte importanti “in alto”.

In Italia è presente una cospicua comunità russa. Sicuramente, come del resto si è visto anche in occasione delle recenti elezioni nella madre patria, non mancano i sostenitori di Putin; molto più numerosi, però, sono i russi che lo vedono come il diavolo. Occorrerebbe coinvolgerli mediaticamente, organizzare degli eventi associandoli agli esuli ucraini per spiegare “bene” cosa sia la Russia oggi. E poi fare in modo che in Russia arrivino queste notizie. Checché ne dicano tanti osservatori, la maggioranza del popolo russo non è “putiniana”, è solo “abbagliata” dalla propaganda di regime. Non è stato sempre così, forse, in ogni regime che obnubili l’informazione e la manovri a proprio vantaggio? Non ci hanno insegnato nulla le scene dei soldati che entrano in cabina elettorale? O per meglio dirlo: c’era bisogno di vedere questo per “capire” il clima di terrore e la confusione che pervadono un intero popolo, al netto delle poche decine di migliaia di convinti sostenitori del regime per interesse personale?

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.

A conclusione di questo articolo non posso mancare di manifestare il mio stupore, frammisto a tanto dolore, per ciò che ho scoperto, mio malgrado e con sommo rammarico, in questi ultimi due anni. Per decenni ho intessuto rapporti cordiali, quando non di intensa amicizia, con intellettuali, accademici e studiosi in funzione di un idem sentire mai scalfito dalle inevitabili diverse opinioni su aspetti sociali di non primaria importanza. Non è stato bello, pertanto, apprendere che queste persone siano schierate senza se e senza ma con Putin, sostenendo le proprie tesi con arrampicature sugli specchi che lasciano sgomenti. La pur legittima avversione per il “sistema americano” (da chi scrive - sia ben chiarodenunciato in decine di articoli), non giustifica certo la scelta di campo avverso, perché ciò denota una incapacità di leggere il tanto grigio che separa il bianco dal nero.

Uno di loro, docente in una prestigiosa università e direttore di due riviste culturali da oltre mezzo secolo, ha addirittura negato le responsabilità di Putin nella triste sorte di Navalny, senza peraltro affermare come e perché sia morto il dissidente russo. Tesi condivisa da molti personaggi che per anni hanno goduto del mio rispetto. Senza rancore, amici cari, le nostre strade si dividono. Siamo in guerra e io “continuo” a combattere dalla parte giusta, sognando - questo sì è un sogno legittimo - di tornare a passeggiare presto, serenamente, sulla Prospettiva Nevsky e in altri luoghi di una Russia affrancata dalla tirannide. Non prima, ovviamente, di aver brindato alla “Libertà” in Piazza Maidan. Viva l’Europa e Slava Ukraïni.

Ondazzurra, 23

BASTA CON GLI SCEMI IN TV

Programma televisivo Porta a Porta, puntata del 27 marzo. Si parla della recrudescenza di antisemitismo che recentemente ha coinvolto anche le università, con le ignominiose iniziative alla ribalta della cronaca, sulle quali non mi soffermo, limitandomi solo a manifestare il mio disgusto e la piena solidarietà alla comunità israeliana che vive in Italia e agli ebrei che nel nostro Paese dimorano da tante generazioni, costretti a vedere bruttissime scene che, inevitabilmente, ridestano ricordi dolorosi. Ciò che intento portare all’attenzione die miei quattro lettori, invece, è la distonica propensione a dare voce ad autentici signor nessuno e offrire loro importanti ribalte mediatiche dalle quali esternare scempiaggini insulse. Intendiamoci bene, la ragazza che spiega perché si siano occupate le università e si sia negato a famosi giornalisti di esporre il proprio pensiero lì dove il pensiero dovrebbe essere considerato sacro, non ha colpe rilevanti. Basta ascoltarla per rendersi conto dei suoi limiti: una cretinetta presuntuosa e ignorante (non è certo un reato); comunista (anche ciò, per quanto deprecabile possa apparire, non è un reato), convinta che Israele stia praticando un genocidio (se fosse imputabile penalmente chiunque dica cavolate, anche mostruose, avremmo risolto in un colpo solo il problema del traffico); giustifica il diritto dei palestinesi di ammazzare e stuprare donne e bambini “come reazione al genocidio e all’occupazione di Gaza da parte di Israele da 75 anni (?)”) e, anche se non l’ha dichiarato esplicitamente, ha fatto chiaramente intendere che se Israele fosse spazzata via dalla carata geografia, con tutti i suoi abitanti, la sua gioia sarebbe superiore a quella scaturita da un sei al superenalotto.

Essere abominevole, certo, ma fino al momento in cui non commetta reati penalmente perseguibili, è libera di pensare e dire ciò che vuole. La domanda, quindi, sorge spontanea: perché dare voce a siffatti personaggi spregevoli in TV, offrendo loro una cassa di risonanza che, anche quando metta in luce la loro dabbenaggine, in una società malata come la nostra, dove l’apparire ha soppiantato l’essere, comunque si trasforma in un vantaggio?

Cerchiamo di far capire le ragioni del dissenso, ha concluso Vespa, al termine dell’intervista, per giustificare la presenza della stupidotta, da egli stesso e da Polito pazientemente corretta ogni qualvolta sparava le sue cantilenanti stupidaggini, pronunciate con i balbettii tipici di chi non abbia le idee chiare e replichi con irritanti slogan alle precise domande, eludendole. Ma perché fare domande in TV agli scemi del villaggio? Ѐ questo il problema che va affrontato seriamente, per contrastare quello più grave scaturito dall’intolleranza figlia dell’ignoranza e di tante altre cose. Non serve dare voce agli intolleranti! Portiamo in TV chi sappia spiegare la storia, chi sappia formare ed educare questi giovani sbandati sotto qualsivoglia punto di vista. E facciamolo in modo massiccio e ben articolato. Polito ha dato alla stupidotta una eccellente lezione di storia, smontando pezzo per pezzo le sue farneticazioni. La stupidotta resterà tale perché non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire, ma quanto detto da Polito sicuramente è risultato utile a tanti spettatori. In buona sostanza: basta con gli scemi in TV e cerchiamo di dare voce solo a chi sappia ben spiegare le complesse dinamiche contemporanee e parlare di storia dopo averla realmente studiata. (Blog Galvanor, 28)

Oltre dieci milioni di italiani si sono mossi per le vacanze pasquali. Buon pro ne faccia. Alberghi e ristoranti hanno dipendenti da pagare e il turismo aiuta l’economia con un indotto di contorno molto rilevante. Mi sono mosso anche io, ma non me la sono sentita di recarmi in uno dei soliti luoghi ameni, magari approfittando del clima quasi est ivo per il primo bagno di stagione. Ho scelto San Giovanni Rotondo, dove è possibile ritemprare lo spirito e staccare un po’ la spina dagli impegni quotidiani senza sentirsi in colpa per andare a divertirsi mentre, nelle stesse ore, in quella terra europea che purtroppo si stenta a far percepire come patria comune, un intero popolo subisce le angherie della tirannide e centinaia di migliaia di eroici soldati si stanno immolando anche per difendere la nostra libertà.

Sono proprio belli i giovani ucraini, e sorridono come se stessero partendo anche loro per le vacanze pasquali, magari sulle spiagge assolate di quella Crimea che già da troppi anni, anche per nostra ignavia, è stata loro strappata via. Vanno al fronte, invece, a uccidere coetanei con i quali sicuramente vorrebbero vive in pace, divertendosi come solo i giovani sanno fare. A uccidere e farsi uccidere, naturalmente, perché in guerra si muore su tutti i fronti. Combattono in palese inferiorità numerica e di armamenti, perché l’Europa non ha il coraggio di assumere posizioni nette e chiare, assicurando quel sostegno che potrebbe imprimere una svolta significativa alla guerra, proiettandola verso l’agognata fine.

Tutto ciò rattrista non poco, ma ancor più rattristano le parole di Zelensky stupor mund i, che ci dà quotidianamente lezioni di civiltà, di stile, di superiorità morale, di grandezza d’animo. Ci esime persino dall’imbarazzo di doverci sentire in colpa per l’incapacità nel formare un vero esercito europeo e gridare con fermezza al tiranno: “Vade retro satana”. Non ci chiede nulla, non per alterigia, ma proprio per evitarci ogni forma di imbarazzo, confidando magari che le nostre coscienze possano prima o poi trovare un singulto di dignità, inducendoci a reagire. Si rivolge esclusivamente agli USA, asserendo chiaramente che senza il loro aiuto sarà costretto a ritirarsi. «Se non c’è il sostegno degli Stati Uniti, significa che non abbiamo difesa aerea, né missili Patriot, né disturbatori

per la guerra elettronica, né proiettili di artiglieria da 155 millimetri”, ha dichiarato al Washington Post. Negli USA non mancano problemi interni, come dappertutto, ma l’appello di Zelensky dovrebbe scuotere soprattutto noi europei.

Sento parlare ogni giorno di esercito europeo, di sostegno incondizionato all’Ucraina, di vile aggressione russa. Giustamente vengono rampognati, e anche in modo encomiabile, i putiniani de noantri, che non mancano perché la mamma degli imbecilli è sempre incinta, ma non si va oltre accorate declamazioni. Non bastano.

Quei giovani nella foto, che ci sorridono nonostante sappiano che non potrebbero vedere l’alba del giorno dopo, meritano molto di più.

Buona Pasqua, Eroi.

31, Blog Galvanor da Camelot

APRILE

1° aprile. Raid israeliano contro l’ambasciata iraniana a Damasco. Sedici le vittime, tra le quali diversi ufficiali del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Dal 2011 l’Iran ha iniziato a mandare consiglieri militari in Siria su richiesta del feroce alleato Bashar al- Assad, provvedendo anche ad addestrare e finanziare i terroristi di Hezbollah, di fatto una forza paramilitare più potente dello stesso esercito regolare libanese.

Il Ministro Crosetto, nel programma televisivo “Dritto e rovescio” (14 aprile 2024), sostiene che è giunto il momento di organizzare una difesa comune europea perché nessun Stato può difendersi da solo. Di fatto sostiene oggi ciò che vado dicendo da CINQUANTADUE anni, conclamato nel mio primo articolo europeista, pubblicato nel 1977, e che sto ribadendo un giorno sì e l’altro pure, con maggiore ins istenza, negli ultimi due anni.

La mia Patria mi sta facendo male

Oh Europa, vecchia baldracca, in tutti i bordelli adusa a puttaneggiare, infettata dai peggiori ismi, all’orco russo t’inchini calando le braghe. Invano sventola la tua bandiera, con le stelle offuscate da tristi macchie che feriscono il cuore di chi ti sogna imperiosa e unita. Ucraina, tua figlia, grida nel buio. Eroici soldati cadono a frotte, silenti, sotto il fuoco nemico, col proprio coraggio come unico amico. E tu? Mentre si consuma il crudele scempio dormi in un torpore macabro, abbandonandoti a riti insulsi, senza provare alcun rimorso.

Corri alle armi, bastarda Patria mia!

Ridestati dal sonno infame!

Nelle fredde trincee lungo il Dnepr si combatte e si muore anche per te!

Dove sono le armi promesse?

“Al tuo fianco fino alla vittoria”, urli a Zelensky ogni giorno, ma il vento disperde le tue parole bugiarde.

Smettila di ciarlare senza costrutto e dai vita a un baluardo forte, per difendere la libertà e l’onore, per fermare l’orco, per spezzare il terrore. Non prendere in giro chi muore!

Non lasciare che l’ignavia ti soffochi!

Mi stai facendo tanto male, Patria mia!

Quanto dovrò aspettare per lenire il dolore?

(Scritta il 7 aprile 2024, dopo aver ascoltato il disperato appello di Zelensky che invocava aiuti per i soldati massacrati dagli invasori, non avendo più munizioni con cui difendersi).

MAGGIO

Brutte notizie dall’Ucraina. La mancanza di buone armi e di munizioni complica maledettamente la vita ai pur valorosi soldati di Zelensky “stupor mundi”. I russi avanzano su tutto il fronte orientale e riconquistano Robotyne, luogo simbolico perché territorio occupato durante la controffensiva dell’estate 2023.

CON LE PIUME AL VENTO

Il più bel dono ricevuto resta sempre la famosa frase mutuata dal testo di Eutropio sulla storia romana, dedicatami dal carissimo Michele Falcone. Per chi si ciba di “simboli”, come faccio da quando indossavo i pantaloni corti, è impossibile desiderare di più. Al netto di quella frase, tuttavia, guidare la delegazione dei bersaglieri campani in occasione del raduno di Ascoli Piceno, correndo ora come allora sulle note del “Passo di corsa”, con la fronte a sinistra verso il palco delle autorità, per il saluto militare ai convenuti, generale Ottavio Renzi e generale Nunzio Paolucci in testa, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’ANB, è stato senz’altro uno dei momenti più esaltanti della mia vita. Si dice che un bersagliere abbia sempre venti anni e vi deve essere qualcosa di vero, in questa frase, perché, come d’incanto, la fastidiosa lombosciatalgia che mi tormenta da alcuni mesi si è assopita per il tempo necessario a concedermi un salto all’indietro nel tempo. Quanta emozione! Ero fermo all’incrocio tra Corso Trento e Trieste e Via XX settembre quando la voce di quella forza della natura che risponde al nome di Antonio Bozzo, presidente regionale del Veneto e speaker ufficiale dal 2005, ha annunciato «che sullo sfondo vedo subito la regione Campania, guidata da Lino Lavorgna; questa regione cha apre con un medagliere regionale con trecento decorazioni». Si parte, tra gli applausi scroscianti del pubblico assiepato dietro le transenne, incuranti del sole battente: oltre cinquantamila persone giunte da tutta Italia, sommate ai cittadini di Ascoli, per ammirare lo slancio empatico di dodicimila bersaglieri che, per quattro giorni, hanno colorato di cremisi la città delle cento torri. Alle mie spalle i dirigenti regionali Vincenzo Siviero e Gaetano Pepe; i presidenti delle province campane Damiano De Stefano (AV), in rappresentanza anche della provincia di Benevento diretta da Vincenzo De Lucia; Enrico Santillo (CE); Lino Iacolare (NA); Rocco Mazzei (SA). E poi ancora i presidenti

delle sezioni campane, seguiti da una corposa rappresentanza degli oltre seicento iscritti tra bersaglieri e simpatizzanti. Giunto davanti al palco delle autorità, ben sapevo che tra chi applaudiva vi erano il presidente interregionale Sud Eugenio Martone, il consigliere nazionale Salvatore Aversano, l’amministratore generale Antonio Coppola e gli altri dirigenti nazionali. Sapevo, inoltre, che gli applausi più forti venivano da mia sorella Annalisa, ben fiera di questo fratello che a soli tre giorni dal sessantanovesimo compleanno corre con lo spirito e l’entusiasmo di un ventenne. Non potevo distinguere i volti dei presenti nelle rispettive postazioni, ovviamente, anche perché nella mente si è formata, nitida come se fosse lì, ad applaudire anch’egli, l’immagine del caro Antonio Palladino, per molti anni a capo della regione Campania, col tenue sorriso che in ogni momento caratterizzava il suo essere e il suo divenire.

«Ciao, Antonio, ovunque tu sia - ho sussurrato mentre tenevo la mano destra all’altezza della fronte nel rigido saluto militare - se oggi sono qui lo devo soprattutto a te e ciò non lo dimenticherò mai». Antonio è stato il primo che ha creduto in me, riconoscendomi quelle doti che, a suo giudizio, servono per dare nuovo slancio all’associazione.

Se riuscirò a onorare degnamente il suo convincimento solo il tempo potrà dirlo, ma di sicuro ce la metterò tutta affinché, anche dal Paradiso, possa alzare in pollice per dire, con un sorriso: «avevo visto giusto »

Di sicuro ne sono convinti coloro che prima mi hanno donato la vita e poi mi hanno insegnato a viverla nel modo più dignitoso possibile e che, già a sei anni, mi fecero dono della divisa di bersagliere, perché bersagliere si nasce. «Figlio mio - disse il mio Papà - ti auguro di non dover mai vivere l’esperienza di una guerra, ma se ciò dovesse accadere, possa tu servire la Patria in armi indossando questa divisa».

Nel loro nome, naturalmente, compio ogni passo nel mio incedere terreno e a loro dedico quest a “esperienza” col cappello piumato, in un contesto di pace, sia pure con il cuore lacerato dal dolore per non poter essere in quella terra martoriata, a combattere al fianco di chi si sta sacrificando anche per difendere la nostra libertà, come già fecero 2750 commilitoni in quel lontano 1855, insieme con altri sedicimila soldati di altri corpi militari, sotto il comando dell’allora ministro della Guerra Alfonso Ferrero della Marmora, meglio noto come Alfonso La Marmora, il cui Corpo d’armata fu affidato ai migliori generali dell’esercito piemontese, tra i quali spiccava il nostro “eroe”, il fratello Alessandro, al comando della 2^ Divisione. Al cospetto di quegli eroici soldati scatto sull’attenti, esortando la mia Patria Europa, che da sempre sogno di vedere realmente unita sotto un’unica bandiera, a trovare un singulto di dignità, smettendo di logorarsi in lotte intestine e assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli.

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11 - Blog Galvanor da Camelot

Una delegazione dell’Allied Joint Force Command Naples ha visitato i luoghi dell’Alto Casertano e Basso Lazio teatro dei drammatici eventi bellici dall’autunno 1943 alla primavera 1944. Il tour è stato egregiamente coordinato dal presidente della Associazione della Terza Divsione di Fanteria US Army (sezione italiana), Luigi Settimi, supportato dal presidente dell’Associazione LI Btg. Bersaglieri A.U.C. “Montelungo 1943, Paolo Farinosi

La delegazione militare statunitense era guidata dal Lieutenant Colonel Rosemary Reed, esperta di pianificazione strategica e operativa e addetta, tra altri importanti incarichi di natura strettamente militare, alle relazioni internazionali.

Il tour è iniziato di primo mattino a Mignano Monte Lungo, dove si consumò la prima battaglia del neonato esercito italiano che ebbe come protagonisti proprio i bersaglieri del LI Btg. A.U.C., affiancati alla 36^ D ivisione statunitense di fanteria. La seconda tappa ha riguardato la città di San Pietro Infine, che rimase completamente distrutt a nella battaglia del dicembre 1943 tra le truppe alleate e i tedeschi in ritirata. La drammaticità di quei giorni è ben narrata nel famoso filmdocumentario girato da John Huston (qui la versione restaurata con sottotitoli in italiano ).

Subito dopo i militari statunitensi si sono recati a Sant’Angelo in Theodice, teatro della battaglia impropriamente passata alla storia come “Battaglia del fiume Rapido” (in realtà avvenne sulle sponde del Gari), risultata nefasta per la divisione di fanteria texana, falcidiata dal fuoco di sbarramento tedesco mentre improvvidamente tentava di attraversare il fiume, obbedendo agli avventati ordini del generale Mark Clark. Al termine della guerra, per questa pesante sconfitta, il Comandante della V armata fu sottoposto a una sort a di processo fortemente richiesto dai veterani della 36^ Divisione, uscendone però indenne sia pure con giustificazioni smentite dalla storiografia ufficiale: sostenne che grazie all’attacco furono sottratte forze tedesche da Anzio, agevolando lo sbarco che avvenne proprio nello stesso periodo; in realtà nessun soldato tedesco si mosse da Anzio e quelli a difesa del Gari, di fatto, non ebbero alcuna difficoltà nel tiro a bersaglio contro i soldati che guadavano il fiume. Cinque chilometri a nord di Sant’Angelo, in quel di Cassino, si trova il Cimitero militare del Commonwealth, dove la delegazione statunitense è stata accolta dal presidente regionale campano dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, il giornalista Lino Lavorgna, esperto di geopolitica e storia militare, particolarmente dedito all’analisi delle due guerre mondiali.

Il presidente Lavorgna ha donato al Lieutenant Colonel Reed il Crest dell’ANB e un volumetto dedicato al papà Lorenzo, ferito in Libia nel 1941 e successivamente assegnato al 239° Btg Costiero, posto a difesa di Salerno, dove scampò miracolosamente al primo rastrellamento tedesco, dopo la firma dell’armistizio. Nel discorso di saluto ha avuto modo di ricordare come la casa dei nonni, nella Valle Telesina, fosse occupata dal generale Troy Houston Middelton durante la liberazione della zona dalle truppe tedesche. Middleton era al comando della 45^ Infantry Division, con la quale sbarcò in Sicilia per poi coordinare lo sbarco a Salerno e avanzare fino alla linea del Volturno, che abbandonò per assumere, su ordine di Eisennhower, il comando dell’VIII Corpo d’Armata, una delle grandi unità destinate a condurre lo sbarco in Normandia.

Il presidente Lavorgna, in un toccante discorso durante il quale non è riuscito a contenere un fremito di commozione, non ha mancato di ringraziare gli Stati Uniti sia per il debito di riconoscenza per il “supporto quando l’Europa si trovava sull’orlo del disastro” sia per ciò che stanno facendo attualmente a sostegno del martoriato popolo ucraino, auspicando che presto si “faccia d i più” per stroncare l’ignominioso massacro di soldati e civili, nipoti e pronipoti di coloro che la tirannia russa hanno subito per decenni, a cominciare dal terribile sterminio per fame praticato da Stalin con l’Holodomor.

Il tour si è concluso con la visita all’Abbazia di Montecassino, al Cimitero di Guerra Polacco e al limitrofo Museo dell’Esercito Polacco.

VIDEO 17 - Ondazzurra

Ѐ del tutto naturale indignarsi per la scioccante decisione del procuratore capo della Corte penale internazionale: richiesta di mandati di arresto per il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di “crimini di guerra e crimini contro l'umanità”. Quanto più si sia capaci di guardare alle tragedie umane con la saggezza dell’equilibrio e una buona conoscenza della storia tanto più forte è il dolore che si prova nel registrare i crescenti fremiti di antisemitismo, per giunta legittimati dai pensieri e dalle azioni di troppi uomini con grandi poteri. Si possono solo immaginare, quindi, lo sconcerto, la rabbia e la sofferenza dei diretti interessati, per retaggio di nascita. «Quando mi dicono che Israele fa genocidi, questo confronto diventa una bestemmia. Non usiamo questa parola davvero spaventosa», ha detto la senatrice a vita Liliana Segre durante un convegno sull'antisemitismo al Memoriale della Shoah di Milano . Sono pienamente comprensibili, pertanto, le reazioni, emotivamente forti, protese a far comprendere l’assurdità del provvedimento. Comprensibili, ma controproducenti. Niente di più sbagliato. Confutare seriamente una dabbenaggine serve solo a conferirle “dignità di esistenza”. Di fatto, paradossalmente, più se ne dimostra con dati di fatto oggettivi l’insussistenza più la si legittima. Come reagire, pertanto, alla violenza di chi sovverte i valori? Intanto imparando dalla storia: non è certo una cosa di oggi far passare le vittime per carnefici e viceversa. Poi occorre stroncare sul nascere ogni possibilità di amplificazione mediatica della dabbenaggine, che scaturisce proprio dalle confutazioni. Pensiamo al libro di Vannacci, per esempio, stampato a proprie spese per essere regalato a due-trecento amici, che magari lo avrebbero comodamente inserito in libreria senza nemmeno sfogliarlo. Qualcuno, invece, lo legge, ne rileva le incongruenze e la banalità concettuale, lo recensisce negativamente - un libro di trecento copie - e fa sì che se ne vendano trecentomila o forse più, assicurando all’autore fama planetaria e un incremento vertiginoso del conto in banca: se ha guadagnato solo due euro per ogni copia venduta siamo già a oltre seicentomila euro! In più vi è anche il rischio che diventi parlamentare europeo, con tutti i benefici, economici e non solo, che il ruolo assicura. Ritornando ai grandi temi, non prendere in considerazione i responsabili di azioni palesemente inco nsulte resta sempre la migliore soluzione. O quanto meno se ne parli con “saggezza critica”, senza stress emotivi, spiegando solo “come e perché” un essere umano detentore di forti poteri possa restare vittima di gravi fratture della mente. La discussione, pertanto, va spostata sul soggetto (o sui soggetti) e non sul provvedimento che desta scandalo, affidandola precipuamente a psicologi e psicanalisti. Sono le distonie mentali che devono assumere ruolo prioritario nella comunicazione, per far comprendere che la dabbenaggine nasce da una persona disturbata, che va aiutata, non criminalizzata! Nel momento stesso in cui si riuscisse ad effettuare questa inversione di rotta, la dabbenaggine non provocherebbe nessun effetto devastante. Dacher Keltner, docente di psicologia presso l’università dei Berkeley e grande esperto dei “paradossi del potere”, ha ben spiegato che i soggetti detentori di importanti ruoli sociali spesso agiscono come se avessero subito un trauma cerebrale, producendo atti la cui inconsistenza risulta palese anche alle persone comuni, culturalmente non evolute. La necessità di prendere decisioni su tematiche complesse, sia pure dopo averne esaminato tutte le sfaccettature, li porta ad agire in modo non difforme dalle masse, che selezionano vitt ime e carnefici sulla scorta di un pensiero inevitabilmente limitato, e quindi fallace anche quando le scelte dovessero risultare (casualmente) azzeccate.

Nell’antica Grecia questa distonia dell’essere era ben nota col termine “ὕ βρις” ( ìbris), ossia “insolenza” o “tracotanza”, rivolto alle persone che manifestavano un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze e osavano addirittura sfidare il potere degli dei. L’esempio più eclatante è l’ìbris di Prometeo, che ingloba nella sua accezione estesa anche la successiva punizione,

divina e terrena, e di conseguenza l’impossibilità che esso possa prevalere come valore assoluto e quindi eterno. La sua forza ha - deve necessariamente avere - un breve arco di vita: se così non fosse l’umanità perirebbe. Nella società contemporanea, ovviamente, non esiste un dio che possa ordinare di incatenare nudi i tracotanti e gli insolenti con grandi poteri, dopo averli infilzati con una colonna nel corpo; è possibile, tuttavia, inquadrarli in un contesto clinico che prenda in esame le “patologie della personalità scaturite dall’incapacità di gestire in modo adeguato il potere di cui sono detentori”. Solo gli psicologi, gli psichiatri e gli psicanalisti, pertanto, hanno il diritto-dovere di esprimersi sulle azio ni di siffatti soggetti, elaborando delle diagnosi da sottoporre al vaglio di chi, detenendo altri poteri, possa proficuamente intervenire per porre rimedio ai guasti partoriti da menti disturbate.

Gli altri farebbero bene a “glissare”, a non dare rilievo a parole senza senso. Ciò premesso, tuttavia, bisogna accettare il fatto che restare calmi al cospetto delle miserie umane non è facile. L’equilibrio è una virtù rara e l’uomo, per sua natura, agisce sotto l’influsso di spinte emotive irrazionali. Così è sempre stato e così sempre sarà, almeno fino a quando Zeus non si deciderà a scendere dall’Olimpo per punire tutti i tracotanti come fece con Prometeo.

Nell’attesa, a prescindere dalle dabbenaggini destinate comunque a restare prive di conseguenze effettive, cerchiamo almeno di insegnare un po’ di storia a quei babbei con le idee confuse che, con le loro azioni, aggiungono sofferenza a chi proprio di ulteriori sofferenze non ha bisogno, spiegando con chiarezza che alimentare l’odio nei confronti di Israele non contribuisce a salvare le vite umane a Gaza. Anzi: produce solo l’effetto opposto.

22 - Ondazzurra

GIOVANNI FALCONE: NON SONO DEGNI TE

“Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della propria vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli eroi”. Questa massima, coniata da un giovane filosofo italiano, purtroppo prematuramente scomparso negli anni Settanta del secolo scorso, caratterizza, “abbastanza bene”, la cosmogonia di sentimenti e azioni che si sono mossi e si muovono intorno alla figura di Giovanni Falcone. “Abbastanza bene”, perché per un senso compiut o avrebbe bisogno di una breve postilla: “…denigrando gli Eroi, salvo poi celebrarli ipocritamente dopo aver contribuito alla loro morte”. Giovanni Falcone è stato ucciso dalla mafia, certo, ma la sua morte ha fatto comodo a molti che, con la mafia, convivono allegramente dalle dorate stanze del potere, salvo recarsi ogni anno in pellegrinaggio a Palermo e mettersi in prima fila, a favore delle telecamere, per rilasciare mortificanti e offensive dichiarazioni di circostanza, che fanno ribollire il sangue nelle vene a chi conosca i fatti. Giovanni Falcone, alla pari di Paolo Borsellino, era considerato dai pochi veri amici un fuoriclasse, come ben traspare dalle dichiarazioni di Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, che pubblicamente seppero ammettere la loro “marcia in più”: “Noi eravamo una squadra nella quale sapevamo che c’erano dei fuoriclasse, come Maradona, e dei po rtatori d’acqua”. (Leonardo Guarnotta). “Emergeva molto, ma molto prepotentemente, la personalità dei due giudici istruttori, Falcone e Borsellino. Avevano insieme delle qualità che noi non avevamo: grande intelligenza, grandissima memoria, grande capacità di lavoro. Sarebbe stato sciocco, da parte nostra, mettere in dubbio questa gerarchia di fatto, perché forse, poi, mettendola in dubbio, potevamo essere sfidati a sostituirli e avremmo fallito miseramente”. (Giuseppe Di Lello). (Programma televisivo “La storia siamo noi” – puntata dedicata a Paolo Borsellino). Va ricordata, altresì, anche la dichiarazione di Mario Almerighi, che in altra puntata del programma “La storia siamo noi”, dedicata a Giovanni Falcone, affermò testualmente: «Io credo che gran parte di questo sentimento di astio, che poi ha portato Giovanni Falcone in tanti momenti della sua vita

all’isolamento, sia dovuto a questo sentimento che è molto diffuso nell’uomo e quindi anche nei magistrati, cioè l’invidia»

Un fuoriclasse, quindi, che rendeva più evidente e palpabile la mediocrità altrui. Se un osservatore freddo e razionale, però, si limitasse a studiare la vita di Falcone solo attraverso il curriculum vitae, dovrebbe concludere che tanta enfasi celebrativa manifesta un evidente paradosso, caratterizzato dalla massiccia sequela di brucianti sconfitte: bocciato come consigliere istruttore; bocciato come procuratore di Palermo; bocciato come candidato al CSM. La sicura bocciatura anche come procuratore nazionale antimafia fu “scongiurata” solo dalla sua morte. Che bravi! Basta leggere gli atti del CSM che sancirono l’elezione del pavido Meli a Consigliere Istruttore del Tribunale di Palermo, le dichiarazioni dei vari membri del CSM, in particolare quella “dell’amico Geraci”, per comprendere che Giovanni Falcone iniziò a morire il 19 gennaio 1988. Nel giugno 1993, Paolo Borsellino, nel suo ultimo intervento pubblico, prima di pagare anch’egli con la vita la dedizione allo Stato, commemorando l’amico di una vita, affermò con la mestizia nel cuore: «Quando Giovanni Falcone solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli». Qualche giuda, appunto! Quanti ve ne sono stati intorno a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino! “Il sangue dei Giusti è seme”, gridò qualcuno nel giorno delle esequie, ma bisogna tristemente considerare che, eccezion fatta per pochissimi magistrati, per di più “isolati e vessati”, quel grido di dolore non ha partorito una florida pianta dalla quale sgorghino uomini di pari valore. La triste realtà, di là dalle ipocrite apparenze, è sotto gli o cchi di tutti. Ipocrisia, congiure di bassa lega, meschinità e menzogne regnano sovrane, mentre i mandanti delle stragi gongolano e prosperano nel loro malato delirio di onnipotenza. E oggi dobbiamo pure assistere al triste spettacolo di un Primo ministro che riceve un ergastolano come se fosse un Capo di Stato, di un partito che candia alle elezioni europee una facinorosa che va all’estero a picchiare persone, dopo aver collezionato in patria quattro condanne e ventinove denunce, mentre chiunque detenga anche un minimo potere politico si rimpingua le tasche con una famelicità e un senso di impunità che inorridiscono . O tempora o mores, si diceva un tempo. Mala tempora currunt, si può dire oggi, con costumi sociali degradati a livello di infamia. La tua morte, caro Giovanni - è amaro dirlo - alla pari di quella di tanti altri eroi, non ha redento nessuno. Sei morto invano, quindi, in un Paese dove in troppi non sono degni di te e quei pochi che lo sono hanno vita dura.

23 - Ondazzurra

GIUGNO

Dal prossimo mese di ottobre il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte, prenderà il posto dell'attuale Segretario della NATO, l’eccellente norvegese Jens Stoltenberg

A volte capita di essere smentito dai fatti ed è l’augurio più sincero che faccio a me stesso, per il bene del mondo, per la tutela della pace, per la salvezza dell’Europa.

Nella rosa dei cinque illustri personaggi tra i quali speravo fosse scelto chi dovrà guidare la NATO non figurava Rutte, ma ora il capo è lui e quindi, dal profondo del cuore, gli formulo i più sinceri auguri di buon lavoro. Possa essere realmente degno del delicato ruolo e sempre pronto ad assumere le decisioni più sagge se la Storia lo obblig herà a scelte difficili.

La più importante alleanza militare intergovernativa del mondo deve rappresentare realmente il baluardo contro ogni tentativo, da chiunque perpetrato, di spostare all’indietro le lancette dell’orologio : quanto più forte sarà il suo potere di deterrenza tanto più si ridurrà il velleitarismo dei tiranni.

Si allarghino sempre più i confini difensivi, pertanto, e si accelerino le pratiche per l’ingresso di quei popoli che ad essa guardano con fiducia e speranza per placare il terrore della solitudine (Bosnia e Georgia) e soprattutto della martoriata Ucraina, i cui eroici soldati da due anni stanno combattendo e morendo anche per difendere la nostra libertà.

“Animus in consulendo liber” pertanto, continui ad essere il monito che deve ispirare ogni passo di chi siede sulla poltrona più scomoda del mondo, tenendo bene a mente, però, l’intero costrutto della frase che Gaio Sallustio inserì nella monografia storica De Catilinae coniuratione, dedicata ai fetentoni dell’epoca, allora come ora, e come sempre, sostenuti “anche” da chi, per formazione e cultura, avrebbe dovuto prendere da essi distanze siderali (nella fattispecie Cicerone): «Sed alia fuere, quae illos magnos fecere, quae nobis nulla sunt: domi industria, foris iustum imperium, animus in

consulendo liber, neque delicto neque lubidini obnoxius». (Ma c'erano altre qualità che li rendevano grandi (i nostri antenati), che noi non abbiamo affatto: efficienza in casa, un governo giusto all'estero, una mente libera nel prendere decisioni, non soggetta a colpe o passioni).

Aiutare il neo Segretario Generale Rutte a dare senso compiuto al monito di Sallustio, scolpito sulla parete della Sala del Consiglio principale del quartier generale di Bruxelles, è compito dei Paesi aderenti, le cui risorse migliori, sostituendosi anche a chi detenga le leve del potere politico e quindi per atavica mentalità attento precipuamente a preservarlo, hanno il doveroso (e difficile) compito di educare e formare masse non adeguatamente pronte a recepire le istanze di una realtà che, giorno dopo giorno, rivela in modo progressivamente p iù evidente la sua drammaticità, richiamando alla mente il più cupo monito tramandatoci dall’antichità, già insito nelle Leggi di Platone e mutuato dal libro III dell’Epitoma rei militaris di Vegezio : “Si vis pacem, para bellum”.

LUGLIO

Da oltre due anni un Paese europeo, il cui ingresso nell’Unione Europea e nella NATO non è più oggetto del “se” ma solo del “quando”, sta subendo ancora una volta la feroce aggressione della Russia, il cui intento è di cancellarlo dalla carta geografica. Sull’essenza e sulla brutalità di ciò che si sta verificando in Ucraina ho scritto molti articoli e purtroppo altri ne scriverò, con l’auspicio che si creino presto le condizioni per parlare di ben altre “invasioni”: quelle di cittadini di tutto il mondo che ivi si recheranno per abbracciare altri cittadini tristemente vessati dalla storia e contribuire a far sì che sui loro volti torni a splendere il sorriso. Ci

21 - Ondazzurra
GUERRA E PSICHE
12 luglio: Summit NATO a Washington

vorrà del tempo, è inutile farsi illusioni, ma quando l’Ucraina avrà recuperato la sua dignità di esistenza e i territori ora in mano nemica ciò rappresenterà un dovere morale per ogni uomo degno di essere definito tale.

La tematica di questo articolo, invece, riguarda le implicazioni sociali registrate nei Paesi non direttamente coinvolti nelle azioni belliche ma che, per rispetto della dignità umana, a giusta causa sostengono il diritto dell’Ucraina di difendersi e in qualche modo cercano di aiutarla fornendo armi, assistenza militare e supporto economico, grazie anche al contributo solidaristico della “società civile”, che promuove raccolte di fondi e beni di prima necessità. Corsivo e virgolette servono a sancire il punctum dolens oggetto dell’articolo, rappresentato da quella parte di popolo che del sostegno all’Ucraina, sotto qualsiasi forma, proprio non vuol sentire parlare. Una parte di popolo contraria all’invio delle armi; adusa a parlare vacuamente di pace senza spiegare come ottenerla; a invocare Dio affinché intervenga per fermare il bagno di sangue durante gradevoli marce molto simili alle scampagnate domenicali, con un’ipocrisia che sconcerta dal momento che anche il più convinto dei credenti dovrebbe sapere che Dio non s’immischia nelle diatribe tra gli uomini (e se fosse vera la boutade costantiniana di Ponte Milvio avrebbe anche scelto la parte sbagliata, considerata la follia omicida che pervase Costantino pur di restare al potere); a invocare trattative e intese con non minore ipocrisia, dal momento che Putin non ha nessuna voglia di “intendersi” con chicchessia ma solo di imporre la sua volontà. La versione più becera di questa fetta di umanità esprime concetti più o meno simili a quelli che chi scrive si sente ripetere spesso a commento dei tanti articoli scritti negli ultimi due anni e mezzo: «Per quanto mi riguarda la Russia può fare dell’Ucraina quello che vuole; ho una famiglia da mantenere, uno stipendio da fame e faccio fatica ad arrivare a fine mese. I soldi spesi per l’Ucraina preferirei che alleviassero le mie condizioni economiche». Coloro che per titoli e ruolo sociale non possono permettersi di esprimersi a questi livelli producono ghirigori concettuali per far passare l’idea che “più armi si mandano all’Ucraina più dura la guerra”; che la “Russia non può essere né sconfitta né umiliata” (senza alcun riferimento ai massacri perpetrati); che “l’Ucraina deve accettare la realtà e arrendersi alla maggiore potenza bellica della Russia”, manifestando il fastidio per le richieste di aiuto da parte di Zelensky: la smetta di rompere le scatole perché non abbiamo alcuna voglia di sacrificare una briciola del nostro benessere per un popolo di cui, sostanzialmente, nessuno sa nulla e a nessuno importa nulla.

Si registra, di fatto, una spaccatura sociale che vede due fronti contrapposti: uno che solidarizza con il popolo ucraino; l’altro che ingloba sia coloro che solidarizzano con Putin sia i cinici indifferenti, insensibili alle sofferenze altrui.

Dai media traspare quotidianamente lo scontro tra quelle che, con errata espressione, vengono definite “opposte fazioni”. Perché “errata espressione”? Perché nel momento in cui si accetta un confronto paritetico con chi sostenga il dir itto della Russia a invadere un popolo e a farne strame, si conferisce dignità interlocutoria a soggetti le cui tesi scaturiscono precipuamente da fratture della mente e non da analisi che possono essere condivise o confutate.

Intendiamoci bene: non tutt e le persone che “parlano a vanvera” sono cattive e le argomentazioni spesso scaturiscono esclusivamente dalla paura; paura per i fatti tangibili e per una possibile escalation dello scontro. La paura è una emozione che, nella maggioranza dei casi, ha matrice irrazionale e accomuna tutti gli esseri viventi quale risposta a una minaccia reale o percepita. A volte è così forte che induce chi la prova a comportarsi vigliaccamente: si fugge in caso di terremoto o di attacco terroristico senza preoccuparsi dei propri cari; si gira la testa dall’altra parte se si vede uno stupro di gruppo in qualche parco o un branco di bulli che picchia un ragazzo , per paura di rimetterci le penne, come talvolta è accaduto a qualche “coraggioso”. Se nei casi succitati il comportamento “pauroso” può generare disprezzo, sul piano della classificazione prettamente psicologica non vi è nessuna differenza con altre situazioni che, invece, vengono trattate generosamente. Chi scrive, per esempio, non ha nessun timore se durante una crociera dovesse trovarsi nel bel mezzo di una tempesta fonte di panico per gli altri crocieristi, ma diventa una divertente macchietta comica a bordo di un

aereo, sudando le classiche sette camicie anche in assenza di perturbazioni, pur essendo consapevole che statisticamente un aereo è più sicuro di una nave. Ciò, però, fa solo sorridere gli amici, che non si sognano di definirmi un vigliacco, essendo ben consapevoli che non perderei tempo nel soccorrere una ragazza preda del branco e se solo avessi qualche anno in meno sarei al fianco dei valorosi soldati di Zelensky.

Al netto dei complici di Putin, che ovviamente non fanno testo e con i quali è inutile perdere tempo, bisogna fare molta attenzione quando si parla con soggetti che agiscono o esprimono concetti sotto l’impulso di una spinta irrazionale. Maltrattarli e definirli vigliacchi non serve a nulla. Con santa pazienza, invece, bisogna cercare di far comprendere loro che una società civile impone delle regole, a volte dure, dalle quali non si può prescind ere se si vuole dare un senso alla propria vita. Soprattutto occorre far leva sul processo comparativo: come si sentirebbero se i soldati russi invece di stuprare ragazzine ucraine stuprassero mogli e figlie? E se fosse la loro casa a essere bombardata direbbero lo stesso ai governanti dei Paesi amici di non mandare armi ai soldati italiani o implorerebbero in ginocchio il massimo degli aiuti? In pratica si deve cercare di “far ragionare” evitando ogni forma di accusa. Le fratture della mente vanno curate, come qualsiasi altra ferita. Chi si sognerebbe di offendere un atleta che non può correre la finale dei cento metri a causa della gamba ingessata per un incidente? Per quanto sostanzialmente diverse per genesi, entrambe le “fratture” abbisognano di essere curate e non di altro.

Chi sia nato dopo il 1945 la guerra l’ha vista nei film o studiata nei libri di storia. Il concetto di “combattere per difendere la propria Patria” è assente nel costrutto mentale di milioni di persone e tanto più incomprensibile quanto più lontani si sia, anagraficamente parlando, da quei terribili anni che hanno sconvolto il mondo. Cercare di farlo percepire con appelli intrisi di retorica, non scevri di rimprovero per l’insensibilità nei confronti di chi soffre perché la guerra l’ha in casa, non solo è tempo sprecato ma produce un effetto boomerang. Non bisogna arrabbiarsi per le reazioni palesemente sconcertanti, ma, restando calmi, far chiaramente percepire la superiore dimensione etica e culturale, utilizzano metafore che possano indurre a “riflettere”. Chi scrive utilizza spesso, sia negli scritti sia nei discorsi, lo scambio di corrispondenza tra Freud e Einstein, con ottimi risultati, avendo visto davvero tante persone riconsiderare il loro pensiero dopo pacate discussioni. (D i seguito i link a un articolo e a un video: Riflessioni sulla guerra e sulla pace; Rassegna multimediale – a partire dal minuto 9). Solo facendo comprendere che nonostante la guerra sia la cosa più stupida partorita dal genere umano, le guerre vi sono sempre state, si può tentare di far accettare anche il più ostico concetto contenuto nel monito “si vis pacem para bellum I governanti, non solo italiani, per i limiti scaturiti dalla bramosia di potere, sono molto attenti agli umori dell’opinione pubblica: percependo ritrosia nei confronti di drastici interventi a sostegno dell’Ucraina, si regolano di conseguenza. Ne sa qualcosa in merito Macron, per esempio. Bisogna lavorare molto, pertanto, affinché si annullino gli effetti negativi dei SINAP (soggetti con influenza negativa sulle altre persone) e cresca l’attività formativa ed educativa dei SIPAP (soggetti con influenza positiva sulle altre persone). Lavorare molto a livello di opinione pubblica e in fretta affinché i governanti recepiscano il cambio di umore e magari decidano anche di mettere mano a quell’Esercito europeo di cui finalmente qualcuno inizia a parlare. (Chi scrive ne parla da oltre mezzo secolo e nel lontano 1977, vox clamantis in deserto, ne ha citato per la prima volta l’importanza anche in un articolo, pubblicato da una prestigiosa rivista).

L’Ucraina non può permettersi le lungaggini burocratiche per l’ingresso nell’Unione Europea e nella NATO e ha bisogno con urgenza di maggiori aiuti. Ogni giorno che passa, nell’attesa di interventi realmente risolutivi, muoiono soldati al fronte e civili nelle città. Di quest i morti, purtroppo, anche noi siamo responsabili. Se ne facciano una ragioni i tentennanti governanti bravi con le parole ma non con in fati. Soprattutto se ne facciano una ragione i popoli d’Europa, perché continuare a nascondere la testa nella sabbia vuo l dire solo che, prima o poi, nella sabbia finiranno con l’intero corpo.

Kyiv – l’orchestra da camera si esibisce sulle rovine dell’ospedale peditrico

15- Blog Galvanor da Camelot; Ondazzurra

OTTOBRE

IL TEMPO È GALANTUOMO

Il Presidente Mattarella nel vertice del Gruppo Arraiolos tenutosi a Cracovia sostiene le tesi da chi scrive propugnate sin dal 1972. Meglio tardi che mai!

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE MATTARELLA

“Il nostro continente si trova ad affrontare grandi sfide di diversa natura: da quelle climatiche a quelle geopolitiche. Questo ci richiama all’urgenza di compiere passi avanti affinché l’Unione sia in grado di rispondere con efficacia e tempestività, assumendo il ruolo e le responsabilità che le competono. Tra queste sfide e riforme – indifferibili – vi è quella della difesa comune dell’Unione. L’alleanza con gli Stati Uniti è storicamente un caposaldo irrinunciabile, non soltanto per esigenze militari ma, ancor di più, perché si inquadra in un rapporto che si basa su valori comuni di libertà, democrazia, diritti della persona, su vincoli storici, culturali e di relazioni umane. Da lungo tempo si pone l’esigenza – sovente sottolineata da oltre oceano – del rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza. Questo non si esaurisce nell’aumento delle spese militari, ma richiede ben altro. Vorrei dire, soprattutto ben altro. Personalmente, avverto ancor più che rammarico, tristezza nel vedere immense quantità di risorse finanziarie destinate all’acquisto di armi, sottraendole a impieghi di carattere sociale: dalla salute al cambiamento climatico, dalla cultura alle infrastrutture. Ma vi siamo costretti dal mutamento del clima che è calato all’improvviso sul nostro continente, a causa dell’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina e dal manifestarsi di una sua sorprendente aggressività militare fuori dalla storia e dalla razionalità, considerata anche la vicendevole contabilità di vittime e devastazioni del territorio. Ci troviamo di fronte al tentativo di introdurre il principio secondo cui gli Stati confinanti, o anche soltanto prossimi a uno Stato più grande e forte, hanno due sole strade: l’allineamento politico, economico, culturale o l’invasione. La sfida non si traduce, banalmente, soltanto in quantitativi di spesa, ma riguarda il conseguimento di capacità militari. Gli Stati Uniti sono in grado di condurre operazioni complesse. I 27, tutti insieme, abbiamo forti limiti e possiamo svolgere operazioni di complessità notevolmente ridotta.

Conosciamo le cause:

• Frammentazione in 27 diverse forze armate.

• Conseguente duplicazione di funzioni e compiti.

• Differenti sistemi d’ar ma con difficile interoperabilità. Abbiamo 27 industrie militari, sovente in competizione fra loro.

Nel dicembre del 1999, a Helsinki, il Consiglio europeo della difesa – cui partecipavano anche i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione – era giunto alla definizione concreta di un corpo d’armata europeo di sessantamila unità. E ciascun Paese aveva indicato con precisione quali assetti vi conferiva. Sono passati 25 anni. Saremmo in ben altra condizione di sicurezza se avessimo proseguito su quella strada. Ma ci si fermò per le improvvise riserve negli USA e in alcuni dei Paesi dell’Unione, per il timore che si costruisse una – peraltro inverosimile – alternativa alla Nato. Si trattava, al contrario, di rendere più forte il pilastro europeo. Quelle resistenze si sono, per fortuna, attenuate. Guardiamo all’oggi. Penso che la Russia abbia aggredito l’Ucraina - dopo aver fatto le prove in Georgia e in Crimea - in base a una serie di errori di valutazione. Tra questi, due soprattutto Il primo: la convinzione che, ormai, lo sguardo degli Stati Uniti si fosse definitivamente distolto dall’Europa e rivolto al Pacifico, così come, in effetti, appariva.

Il secondo: l’idea che l’Unione Europea fosse disunita e che, anche a causa dei legami energetici con diversi Paesi, non le avrebbe creato difficoltà. La presidenza Biden ha rivolto nuovamente, e in pieno, la sua at tenzione all’Europa. E l’Unione è stata compatta - pressoché unanime - nel sostegno all’Ucraina. Adesso, al Cremlino si attende che gli Stati Uniti - quando avremo, come si spera, superato l’emergenza con la garanzia di sovranità dell’Ucraina - tornino a incentrare la loro attenzione sul Pacifico oppure a un disimpegno, come avvenne negli anni ’20 del secolo scorso. A loro avviso, verosimilmente, l’Unione Europea, in questo caso, non sarebbe, per la Russia, un ostacolo insuperabile. Cosa può dissuaderla? Il deterrente è un’Unione con adeguate capacità militari, che soltanto una vera difesa comune può assicurare, garantendo al contempo un forte mantenimento dell’Alleanza Atlantica, perché, in piena complementarietà, ne verrebbe rafforzata la NATO. Vediamo tutti, inoltre, che il mondo va velocemente verso una molteplicità di soggetti di ampie dimensioni e di grandi possibilità. Vediamo anche che, per la stabilità internazionale e per contrastare chi calpesta il diritto internazionale, non bastano più gli Stati Uniti da soli. Non dobbiamo lasciarli soli e l’unica possibilità per farlo è quella di acquisire vere, efficaci capacità militari, sempre pronti a una cooperazione che allenti le tensioni, nel rispetto di indipendenza e sovranità di ogni Stato. Quelle capacità comuni dell’Unione sono indispensabili. Nella speranza di non doverle mai usare”.

GRAZIE, PRESIDENTE MATTARELLA

Le sue parole al vertice di Cracovia sono state vera musica per le mie orecchie: un fantastico concerto che riempie il cuore di gioia e alimenta la speranza. Io le ho pronunciate per la prima volta ������������������������������������������������ ���������������� ��������, quando fondai il MOVIMENTO LIBERA EUROPA, poi tramutatosi nell’associazione culturale “EUROPA NAZIONE”. Da oltre mezzo secolo le vado ripetendo un giorno sì e l’altro pure, in centinaia di articoli e discorsi, aggiungendovi via via le analisi scaturite dalla realtà contingente, da lei magistralmente espresse. Le mie parole, però, si perdono nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di un celebre film. Speriamo che grazie a lei ora scuotano le coscienze dei governanti e li inducano a costruire un’Europa forte, che funga da faro del mondo e baluardo di Civiltà, con un’insegna nella quale, con caratteri cubitali, siano scritte quelle tre magiche parole che fanno sognare da sempre i “����������������” europeisti: ��������������������

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NOVEMBRE

USA OUT: EXSURGE EUROPA

Non perderò molto tempo a parlare delle elezioni presidenziali negli USA. Potrei solo ripetere cose trite e ritrite su un popolo complesso, pregno di contraddizioni, con il quale siamo comunque costretti ancora a fare i conti, nel bene e nel male, a causa delle nostre debolezze e anacronistiche divisioni. Che il sogno americano si fosse “dissolto” lo avevo già scritto otto anni fa (Bye Bye american dream; Il sonno della ragione genera mostri) e tutti i concetti espressi allora sono validi anche ora, a cominciare dalla difficoltà oggettiva che pervade un popolo co n alto tasso di razzismo e cinica propensione al più bieco calvinismo (o per meglio dire, al “calvinismo” sic et simpliciter, perché “più bieco” lascerebbe sottendere che esita qualche versione che non lo sia) nell’accettare una donna alla Casa Bianca, per giunta non bianca. Ne parlo nel primo articolo citato, con riferimento al bellissimo film di Rod Lurie, The contender, che invito senz’altro a vedere. Parimenti, che gli importanti analisti delle vicende statunitensi, con stipendi da favola, meriterebbero di far precedere il titolo dall’aggettivo “cosiddetti”, lo avevo scritto, con altro dissacrante articolo, nello stesso anno, divertendomi non poco nel prenderli in giro: La sorpresa dei babbei

Trump ha vinto ancora una volta, con minore sorpresa da parte di tutti rispetto al 2016, eccezion fatta per quella sinistra che cammina da tempo con la bussola rotta e che sembr a sempre cadere dalle nuvole e che, comunque, anche con un sistema di navigazione ultramoderno non potrebbe certo imboccare la retta via, proprio perché “sinistra”.

Quando si verifica una tragedia, a causa dell’urbanizzazione selvaggia che non regge il cambiamento climatico o della follia umana che vede i ragazzi di oggi maneggiare le pistole con la stessa leggerezza con cui i ragazzi di ieri maneggiavano le figurine Panini o il bigliardino, risuonano come un mantra le solite frasi: “Che la morte di Tizio non sia vana e funga da insegnamento per il futuro”; “Che questa alluvione sia l’ultima” e via dicendo. Il semplice fatto, però, che le frasi si ripetano con metodica frequenza, vuol dire che servono a poco. Ma non per questo smettiamo di pronunciarle. Co n l’elezione di Trump, pertanto, che come tragedia non è certo subalterna a quelle succitate, possiamo comportarci alla stessa stregua, sia pure con la consapevolezza che le parole si perderanno nel tempo, come le

famose lacrime nella pioggia di un celebre film. Ma chi scrive è un cavaliere errante e alla domanda su che cosa fare, in talune circostanze, può solo rispondere in un modo: “Continuare a essere cavalieri”. Cerchiamo di trarre dall’immane tragedia, pertanto, l’unico dato positivo. Un presidente che penserà esclusivamente al suo Paese, o addirittura a una parte “di esso”, ossia quella che ha meno bisogno di essere pensata perché abbondantemente autosufficiente, ancorché ingorda, obbliga noi europei a riconsiderare in brevissimo tempo tutto il nostro assetto e correre ai ripari su ogni fronte: politico, economico, militare, commerciale. Solo un’Europa “veramente” unita può fronteggiare il “new deal” statunitense, che vedrà tanta gente soffrire. In Ucraina sono giustamente preoccupati perché alle immani sofferenze patite dal marzo 2022 si aggiunge l’angoscia per un futuro sempre più cupo. Che ne sarà di quel Paese senza gli aiuti statunitensi e con un’Europa traballante? Vengono i brividi solo a pensare ciò che potrebbe accadere. Biden sta facendo di tutto primo del suo addio alla Casa Bianca per mandare armi e soldi, ma le prospettive future sono nefaste e l’ex consigliere di Trump, Bryan Lanza, ha già dichiarato che il nuovo presidente è intenzionato a favorire la fine della guerra congelando l’attuale assetto, ossia lasciando ai russi i territori occupati, Crimea compresa. (Sì, è giunta una smentita dallo staff di Trump: ma chi vi crede?) Possiamo tollerare tutto ciò? Ciascuno si ponga una domanda e si dia una risposta, guardandosi allo specchio però.

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SEMPRE DI CORSA, CON LE PIUME AL VENTO

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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: le celebrazioni non bastano

È una buona idea l’istituzione delle giornate contro i mali del mondo ma, allo stesso tempo, cerchiamo di comprendere che non è con le celebrazioni che si risolvono i problemi. I dati, spaventosi, sono facilmente reperibili in centinaia di siti web: nel mondo si verificano mediamente 250 femminicidi al giorno, più di dieci ogni ora. Solo quest’anno, in Italia, a tutt’oggi, sono cento le vittime della follia omicida maschile. Migliaia i casi di violenza domestica, molti dei quali non denunciati. In questi giorni si possono leggere molti articoli, anche di pregevole fattura, incentrati sia sull’incapacità degli uomini a vivere un rapporto paritetico sia sul terribile gap culturale che li separa da un universo femminile non più disponibile ad accettare quell’anacronistica idea di possesso che, purtroppo, è ben radicata nel DNA maschile. Minore attenzione viene dedicata a un aspetto del problema che, invece, se opportunamente sviluppato, potrebbe contribuire sensibilmente al contenimento del triste fenomeno: l’approccio psicologico delle donne nei confronti dell’universo maschile, sia in senso lato (fiducia concessa con eccessiva facilità) sia quando si sviluppi la crisi (sindrome della crocerossina; riluttanza nel denunciare subito gli atti di violenza; propensione ad accettare “l’ultimo incontro” dopo la rottura di un rapporto, che spesso si conclude in modo tragico). Partiamo da un esempio molto eloquente, verificatosi qualche anno fa a Napoli. Una sedicenne riceve una telefonata da un’amica, alle 17 del pomeriggio, con invito a recarsi in un negozio del centro per degli acquisti. La ragazza, di buona famiglia, ben educata, brillante studentessa, sa che deve comunicare ogni cosa ai genitori e pertanto telefona al papà per dirgli che sta per uscire e sarebbe rincasata per cena. Il padre, bancario, le dice che sarà a casa entro le 18. La famiglia abita in un appartamento al quinto piano di un palazzo ubicato in un parco con guardiano che controlla gli ingressi e le uscite. Una sedicenne, vivaddio, impiegherà un po’ di minuti per prepararsi a una passeggiata pomeridiana e quindi l’ora che separa l’uscita dal rientro del papà si accorcia sicurament e di molto. Nondimeno rispetta le chiare istruzioni

VIOLENZA SULLE DONNE: CAMBIARE REGISTRO O VITTIME IN AUMENTO

ricevute per “difendere i propri beni” e, con gesto istintivo e abituale, attiva l’antifurto e chiude la porta d’ingresso a doppia mandata, nonostante il rischio di effrazione in quel parco sia prossimo allo zero. La giovinetta, però, non ha ricevuto pari formazione nel tutelare sé stessa, alla pari della sua amica. Passeggiando per Via Toledo, pertanto, le ragazze accettano senza indugio l’invito di due bellimbusti in moto a farsi un giro con loro. Il resto non serve scriverlo. Molti lettori sicuramente ricorderanno la ragazza di Roma che, all’Aquila, accettò l’invito di un soldato, in discoteca, e da costui fu brutalmente stuprata con oggetti contundenti e abbandonata nella neve. Lei aveva presupposto di fare amicizia e scambiare quattro chiacchiere. Purtroppo le cose non stanno in questo modo e pertanto si rende necessario cambiare registro, accettando il fatto che i processi mentali dei due sessi, eccezion fatta per i paesi del Nord Europa, sono molto diversi. Soprattutto in certi contesti è davvero sciocco e pericoloso confidare in un atteggiamento maschile confacente a sani presupposti di etica e maturità. La violenza degli uomini nei confronti delle donne non è qualcosa che si potrà sconfiggere in temp i brevi perché attiene a distonie esistenziali di stampo antropologico che sfuggono a ogni possibilità di cura. È un virus per il quale non è stato ancora scoperto l’antidoto e occorrerà molto tempo prima che sia debellato. Le cause che, in un dato momento , mandano in tilt il cervello di molti uomini, facendo perdere loro ogni possibilità di auto-controllo, sono molteplici e sinteticamente si possono rapportare alle tare ereditarie e ai condizionamenti ambientali. Tali fattori agiscono quasi sempre in combinata, elevando alla massima potenza la capacità distruttiva. Un radicale e velocissimo cambiamento dei costumi, che ha visto la donna conquistare diritti e libertà negati per millenni, ha esasperato ancor più il problema, in quanto l’evoluzione del maschio non ha marciato con analogo passo. Il gap è destinato ad aumentare sensibilmente perché è ancora lontano il picco massimo, oltre il quale non sarà possibile salire.

È opportuno, pertanto, lavorare precipuamente sulle donne, per inculcare sani principi di autotutela, processo senz’altro più facilmente realizzabile dell’educazione maschile. Occorre imparare da un lato a non lasciarsi ingabbiare da quel meraviglioso sentimento che si chiama “Amore” che, purtroppo, a volte si trasforma in una volontaria prigio ne, e dall’altro a non rapportarsi con l’universo maschile utilizzando gli stessi parametri che caratterizzano il proprio agire: se si va in discoteca da sole o in compagnia di un’amica, pensando “solo” di fare amicizia, per quanto amaro sia, occorre accettare l’idea che nel 99% dei casi si incontreranno uomini che pensano ad altro e, se non l’ottengono, magari con la mente annebbiata da droghe e alcool, possono esplodere e compiere dei misfatti. La follia omicida di uomini disperati non si può fermare. Insegnare alle donne a difendersi in modo più oculato, invece, è possibile.

I doveri della politica

Chi si prendesse la briga di leggere le motivazioni delle sentenze emesse nei processi per stupro, femminicidio, violenze domestiche, si metterebbe le mani nei capelli. I giudici applicano la legge, ovviamente. Se le leggi sono sbilanciate a favore di chi delinque, consentendo di individuare mille attenuanti alla follia, evidentemente vanno riviste alla luce della drammatica realtà. Condanne irrisorie, addirittura ridotte nel corso della detenzione, offendono le vittime e i loro parenti, come sistematicamente riportato dalla cronaca in tante circostanze. Bisogna smetterla col buonismo becero, impropriamente ancorato a presupposti di civiltà. La civiltà impone il rispetto delle regole e l’osservanza di precisi doveri. Chi trasgredisce deve essere punito adeguatamente, ma oggi così non è, e non fa testo la notizia diffusa dai media proprio in queste ore: richiesta dell’ergastolo per l’assassino della povera Giulia Cecchettin.

Potere malato e disinformazione.

Se si effettuasse un sondaggio per scoprire come mai la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si celebri proprio il 25 novembre, scopriremmo una drammatica realtà: solo una irrisoria percentuale sarebbe in grado di rispondere. La ragione è molto semplice: nessuno parla delle sorelle Mirabal, assassinate su ordine del feroce dittatore Trujillo il 25 novembre 1960. Non se ne parla perché le verità scomode si tenta di obnubilarle. Senza arrivare magari ai livelli di ferocia che si registrarono nella Repubblica Dominicana, gli esempi di uomini di potere che non rispettano le donne non si contano, a qualsiasi latitudine. Oramai molto traspare dai media e si sa anche che quel “molto ” rappresenta solo una piccola parte dei tanti misfatti. I tragici anni segnati dalla dittatura di Trujillo sono stati raccontati in un avvincente romanzo di Julia Alvarez: “Il tempo delle farfalle”, pubblicato nel 1994. Dal romanzo è stato tratto un avvincente film diretto da Mariano Barroso , con lo stesso titolo. In Italia il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Giunti, ma non ha avuto molto successo. Anche il film, interpretato da una splendida Salma Hayek, è di difficile reperibilità e non viene mai proposto dai principali canali t elevisivi. È disponibile nei principali web store nella versione inglese, con il titolo “In the time of butterfly” e a pagamento sulla piattaforma MGM+. Merita anch’esso di essere visto perché le radici che danno vita a un mostruoso albero con tanti rami sono solide e profonde: bisogna partire da esse se si vuole realmente abbattere l’albero.

Per ora, infatti, ci riduciamo solo all’inutile bla bla bla del 25 novembre, intriso di una ancora più inutile ritualità scenografica. Dal giorno dopo, poi, si ritorna a contare le vittime.

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RESTIAMO UMANI. SLAVA UKRAÏNI

Ciò che sta accadendo in Ucraina, non da poco tempo, ha superato ogni limite di umana tolleranza. Mai come in questo delicato momento storico risaltano, attualissime, sia le profezie spengleriane sul “Tramonto dell’Occidente” sia i paradigmi geopolitici magistralmente trattati da Ernst Jünger e Carl Schmitt nel saggio “Nodo di Gordio”, pubblicato per la prima volta nel 1953 e non a caso recentemente ristampato da Adelphi.

Per anni ho cercato di dimostrare, con centinaia di articoli, che era possibile superare la visione decadentista di Spengler e che l’Occidente, con l’Europa come fulcro, celava (l’imperfetto mi è venuto naturale… ed è la prima volta) nel proprio ventre le risorse necessarie per “ergersi” a faro del mondo e tutore di pace. Per anni ho riproposto la teoria dell’anaciclosi, ritenendo che dopo la fase finale del ciclo [1], contrariamente a quanto previsto da Polibio, si potesse ripartire non tanto con un “re autorevole e saggio” ma con un Governo composto esclusivamente da uomini “autorevoli e saggi”, in grado di ritardare il più possibile l’avvento della tirannia.

Da oltre due anni, però, questo equilibrio concettuale, ancorato a una prospettiva positiva, risulta fortemente compromesso dalle vergognose e ciniche reazioni al massacro del popolo ucraino. Massacro che sempre più si configura come il secondo genocidio, dopo Holodomor. In Russia siamo nel pieno della quarta fase concepita da Polibio, ma non si intravedono spiragli effettivi per l’avvento, in tempi brevi, della quinta. In Occident e siamo al culmine della fase “6”, ma è il populismo dei demagoghi che sta crescendo smisuratamente e non s’intravede alcun presupposto - tanto meno attraverso il potere assoluto dittatoriale previsto da Polibio - per un nuovo ordine mondiale teso all’armo nia e capace di “incidere” positivamente anche nei Paesi dove la parola “civiltà” è stata cancellata dal dizionario o non vi è mai apparsa. Paradossalmente, come ho già avuto modo di scrivere recentemente, la vittoria di Trump negli USA, indecente e disast rosa, potrebbe e “dovrebbe” fungere da schiaffo all’Europa affinché si ridesti dal lungo sonno e si renda conto che “è solo suo compito” prendere il toro per le corna. Trasformare una negatività in opportunità è una grande virtù, ma se vi si rinuncia, soprattutto quando è in gioco la libertà e milioni di persone perdono la vita, si commette un crimine contro l’umanità, come ben traspare dal bellissimo articolo pubblicato ieri da Goffredo Buccini sul Corriere della Sera: Nubi su Kiev e la lezione dimenticata

Missili su Kyiv. Fonte foto: Rainews.it

1. Secondo Polibio l’ordine dell’evoluzione dei sei tipi di governo è il seguente

2. Monarchia: Lo Stato inizia con una forma di monarchia primitiva che progressivamente progredisce sotto la guida di un re autorevole e saggio, che agisce nell’interesse e a difesa dei suoi sudditi, dando vita alla virtù politica della “regalità”.

3. Tirannia (anche detta Tirannide): Quando il potere politico passa per successione ereditaria ai figli del re, questi, abusando dell’autorità per loro tornaconto, fanno sì che la monarchia degeneri in tirannide.

4. Aristocrazia: Alcuni degli uomini più influenti e potenti dello Stato (i cosiddetti ἄριστοι, trasl. àristoi) si stancheranno alla fine degli abusi dei tiranni e li rovesceranno instaurando il regime della aristocrazia.

5. Oligarchia: Proprio come è avvenuto per i successori dei re, quando il potere passerà ai discendenti degli aristocratici, questi inizieranno ad abusare della loro influenza, come i tiranni prima di loro, causando il declino dell’aristocrazia e l’inizio della “oligarchia”. Ci sarà non più la “legge di uno” ma l’inizio della “legge da parte di pochi” che approfitteranno a loro vantaggio del potere.

6. Democrazia: Gli oligarchi saranno quindi abbattuti dal popolo che instaurerà la democrazia, destinata anch’essa a degenerare quando curerà con “leggi alla rinfusa” solo gli interessi delle masse, trasformandosi in oclocrazia.

7. Oclocrazia: Durante l’oclocrazia il popolo, danneggiato dal disordine politico e dalla corruzione, svilupperà il sentimento della giustizia e sarà spinto a credere nel populismo dei demagoghi che porteranno lo Stato al caos da cui si uscirà quando emergerà un unico, e a volte virtuoso, demagogo che instaurerà il potere assoluto dittatoriale riportando lo Stato alla monarchia.

30 - Blog Galvanor da Camelot

DICEMBRE

SVEGLIATI EUROPA

“L’Europa è alla deriva”. Quante volte abbiamo ascoltato o pronunciato questa frase? Tante, per non dire troppe. La reiterazione di un concetto negativo pone sempre degli interrogativi: evidentemente non si è fatto nulla per correggere la deriva e ritornare sul sentiero giusto. Ma qual è il sentiero giusto? Andando a ritroso nel tempo, infatti, una seconda domanda sorge spontanea: “Quando l’Europa non è stata alla deriva?” Impero Romano, Impero Carolingio, successivi e variegati conati imperialistici, guerre mondiali, progetti federativi post -bellici che antepongono gli interessi economici all’unione politica, evidenziano una continua disgregazione continentale, labilmente fronteggiata solo da pochi spiriti eletti che, sempre con la disperazione nel cuore, dovendo fare i conti con la tragicità del proprio tempo, hanno tentato di trasformare in realtà un sogno. L’Europa, mentre da un lato illuminava il mondo grazie a uomini straordinari, dall’altro si è degradata, secolo dopo secolo, fino a trasformarsi in una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni ideologiche, per lo più culminanti in “ismo”, volendo sorvolare sugli altri nefasti aspetti: rivolte medievali dei Comuni; decadenti e oscene monarchie nazionali; massoneria; esaltazioni irrazionali delle masse, sempre pronte a farsi abbagliare da lucciole scambiate per lanterne. Possibile che sia accaduto tutto questo e stia ancora accadendo? Possibile, con prospettive così nefaste da indurre i padri nobili del pensiero europeo a riunirsi per lanciare un nuovo monito, questa volta t utti insieme e non singolarmente, affinché la si smetta con la politica dello struzzo e si dia vita, finalmente, a quel progetto che può culminare in un solo modo, ossia la costituzione degli STATI UNITI D’EUROPA. Il convegno, manco a dirlo moderato dalla figlia di Agenore e Telefassa, si sarebbe dovuto tenere presso l’Hotel Asamina di Tiro, costruito proprio lì dove Zeus si mostrò alla Principessa Europa con le sembianze di un toro. Pur non avendo nulla da temere dagli scontri tra l’esercito israeliano e i terroristi di Hamas (non si può morire due volte), gli illustri europeisti, non fosse altro per non essere disturbati dal fragore delle bombe e godersi anche sotto il profilo turistico la rimpatriata terrena, hanno deciso di trasferirsi sulla costa orient ale della Grecia, presso l’Akrotiri Olympus Luxury Suites

di Limenas. Ivi la bellezza di un mare cristallino è impreziosita dal vicino Monte Olimpo, il cui re ha subito disposto una guardia d’onore composta da trecento hippeis e trecento opliti, coordinati rispettivamente da Leonida e da Callimaco, i quali hanno letteralmente isolato l’albergo, bloccando a debita distanza l’inevitabile afflusso di curiosi sia via mare sia via terra. Gli unici viventi ammessi, oltre al personale alberghiero, sono stati i ballerini dell’Alar Theatre di Hersonissos, che hanno deliziato i convegnisti con i loro due fantastici show “Spectacular” e “Troy”.

La Principessa Europa ha dato l’avvio ai lavori, porgendo un caloroso messaggio di benvenuto ai convenuti, per poi chiedere lo ro di inserire nel documento da affidare agli uomini di questo tempo una nota di carattere strettamente personale: la si smetta di utilizzare l’espressione “ratto d’Europa” quando si parla della sua unione con Zeus. Non vi fu nessun “ratto” perché ella era ben consapevole che le sembianze taurine celavano il Padre di tutti gli dei e non è certo bello affidare a uno stupro, per giunta inesistente, la matrice genetica del Continente1 Dopo tre giorni di intensi dibattiti, scevri di qualsivoglia acrimonia anche durante i rari momenti in cui sono emerse delle divergenze di pensiero, è stato redatto il seguente manifesto.

«Figli d’Europa, avete avuto il privilegio di nascere in luoghi ammantati di grazia divina. Non vi è un solo angolo del Continente che non sia consacrato alla storia da mito e bellezza, suggestione e magia. Non sono pochi i luoghi, altresì, che possono vantare la nascita di quei geni che conferiscono all’Europa ineguagliabile grandezza. Nessuno, però, ha meriti o colpe per il luogo in cui nasce ma solo meriti o colpe per come vive. E voi, europei del XX e XXI secolo, sia detto con estrema chiarezza, state disonorando con crescente intensità un privilegio senz’altro scaturito dal caso, ma non per questo non meritevole di essere onorato. Oltre duemila anni di storia non vi sono stati sufficienti per creare quei presupposti di armonia che vi avrebbero risparmiato tante sofferenze, ma negli ultimi ottanta anni vi siete davvero superati in nefandezze, pur avendo a disposizione quelle risorse che mancavano ai vostri antenati per segnare il cammino sulla Strada Maestra. Due tragiche guerre mondiali avrebbero dovuto aprirvi gli occhi, ma non sono servite a nulla. Tra noi vi è qualcuno che era in vita sia quando l’Europa era ancora un cumulo di macerie sia nel trentennio successivo, durante il quale non ha perso un solo giorno per dare forma e corpo a quel famoso manifesto redatto con cari amici nelle fredde celle di Ventotene, purtroppo predicando al vento. Invece di imparare ad amarvi, pur nel rispetto delle “diversità”, avete anteposto l’unione economica a quella politica, foriera solo di più marcate divisioni e della degenerazione di un sistema già per sua natura malato, il capitalismo, verso le derive della finanza sporca, ammesso e non concesso che si possa utilizzare il sostantivo senza accompagnarlo all’eloquente aggettivo. Con estrema leggerezza avete chiuso gli occhi davanti a immani sconcezze, tollerandole con un cinismo che vi rende colpevoli al cospetto della Storia come mai accaduto sin dagli albori delle prime civiltà. Avete permesso agli Azeri di massacrare gli armeni; avete considerato Putin “una persona affidabile”; avete fatto patti col diavolo Assad perché vi faceva comodo contro l’Isis e pazienza se in Siria commetteva le atrocità che o ra le TV di tutto il mondo vi mostrano quotidianamente, magari inducendovi a cambiare canale; negli anni Ottanta anche Osama Bin Laden era per voi un santo perché con i jihadisti talebani combatteva gli invasori sovietici dell’Afghanistan (jihadisti che nel film propagandistico “Rambo III” venivano mostrati come novelli cavalieri della Tavola Rotonda); lo stesso Saddam, prima di diventare un mostro, era l’eroe, sostenuto e finanziato, che combatteva l’Iran di Ruhollah Khomeyni. Dopo la sua caduta avete permesso che gli USA sgominassero l’esercito iracheno, pur essendo facile presagire che centinaia di migliaia di soldati, avviliti e umiliati, non se ne sarebbero stati con le mani in mano. Dando vita all’ISIS, infatti, hanno fatto pagare a voi, più che a chiu nque altro, il duro prezzo scaturito dalla scellerata politica di Bush. Oggi state tollerando con imperdonabile leggerezza il secondo genocidio del popolo ucraino; in Siria, legittimamene euforici per la caduta del tiranno, state trasformando in eroe Abu Mohammed al-Jolani, cancellando con un colpo di spugna il suo ingombrante passato. Tutto ciò al netto di quanto avete tollerato (e state

tollerando) da alleati “scomodi” come Erdogan e del mostruoso antisemitismo che riemerge dal cupo passato con sconcertante ferocia, rivelando soprattutto la pochezza di giovani che associano alla profonda ignoranza, a un avvilente vuoto culturale, una pericolosa saccenteria: i terroristi, infatti, si possono sconfiggere combattendoli armi in pugno; per i somari saccenti, invece, non esistono armi adeguate. Trascorrete i vostri giorni, tormentati dall’incertezza del futuro, senza trovare il coraggio di scuotervi e indurre chi vi governa a prendere il toro per le corna. Aspettate che le cose accadano, invece di prevederle e prevenirle, per poi perdervi in vacue e insulse analisi. Senza vergogna invitate Zelensky ad arrendersi (il che vuol dire lasciare che la Russia faccia strame dell’Ucraina) e domani, quando vi sarà “finalmente chiaro” ciò che sta accadendo in Africa, a chi d irete di arrendersi? Ai 13 milioni di cittadini del Corno d’Africa che stanno patendo immani vessazioni? Ai cinque milioni di somali che soffrono la fame e stanno già pensando a una rivoluzione interna con conseguente esodo dalle vostre parti? Ai sette milioni del Tigrè vittime di pulizia etnica? Ai Kenioti, a chi tenterà di sfuggire ai gruppi jihadisti, alle pandemie, agli shock climatici, a dittatorelli che fanno ciò che vogliono un po’ dappertutto grazie a un Occidente sempre pronto a guardare dall’altra parte e all’ONU che serve come il due di bastoni a briscola quando la briscola è di un altro palo? Venti di guerra spirano sempre più cupi sulle vostre teste e il nuovo presidente USA sembra seriamente intenzionato ad abbandonarvi al vostro destino, sicuramente infausto considerato che stupidamente parlate di pace durante marce che assomigliano a scampagnate domenicali. Intanto vi accingete a scambiarvi miliardi di messaggi inneggianti a un “sereno Natale” e a un “felice anno nuovo”. Vi sembra normale tutto ciò?

Figli d’Europa, siamo tornati sulla Terra “solo per il vostro bene”, per schiaffeggiarvi almeno moralmente, sperando di suscitare in voi un singulto di dignità che vi faccia comprendere il vuoto esistenziale nel quale siete precipitati e corriate ai ripari.

Costruite una vera Europa Unita e fatelo in fretta. Realizzate un esercito europeo guidato da un solo Sato Maggiore, il più grande e potente esercito del mondo, che funga da spauracchio per chiunque tenti di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. Portate l’Ucraina nella UE e nella NATO e “invadetela”, dopo averla degnamente ricostruita. “Invadetela” turisticamente per far comprendere soprattutto ai giovani il prezzo pagato da quel popolo per difendere anche la vostra libertà. Vi sono uomini straordinari in Europa. Andateli a cercare uno per uno e chiedete loro di fungere da guida per un futuro di pace. Non vi è bisogno che vi mettiate in ginocchio e li imploriate di salvarvi. Vi stanno aspettando a braccia aperte e sono pronti, da anni, a spazzare via l’Europa dei mercanti e costruire, finalmente, l’Europa dei popoli, faro del mondo, come è giusto che sia. Buona fortuna, figli d’Europa.

Firme (in ordine alfabetico per nome). *

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante; Altiero Spinelli; Conte Camillo Benso di Cavour; Carlo Cattaneo; Conte Claude-Henri de Saint-Simon; Carlo Sforza; Cesare Balbo; Enea Silvio Piccolomini; Geert Geertz, detto Erasmo da Rotterdam; Gian Domenico Romagnosi, Giulio Alberoni (Cardinale); Giuseppe Ferrari; Giuseppe Mazzini; Ireneo Castel di Saint-Pierre; JeanJacques Rousseau; Juan Luis Vives; Luigi Einaudi, Massimiliano di Béthune, duca di Sully; Scipione Piattoli; Stanislao Mancini; Giovanni Domenico Campanella, detto Tommaso, alias Settimontano Squilla; Victor Hugo; William Penn.

*I succitati europeisti, all’atto della decisione di riunirsi per tornare a discutere di Europa, hanno deciso all’unanimità di escludere dal convegno Auguste Comte, Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti e Terenzio Mamiani, fermi restando i vincoli di amicizia e di fraterna frequentazione in altri ambiti dell’iperuranio, per evitare la proposizione di concetti troppo ristretti dell’europeismo, penalizzanti del quadro d’insieme che pone al primo posto valori condivisi in temi di unità. Gli atti ufficiali del convegno sono stati affidati, tramite Hermes, al giornalista ed analista di geo -politica Lino Lavorgna, leader dell’unico vero movimento europeista del tempo contemporaneo, “Europa Nazione”, con il

compito di diffondere subito il manifesto e di redigere un volume nel quale riportare in modo esaustivo il pensiero dei convegnisti e i progetti federativi da loro concepiti e illustrati in occasione del convegno.

1. Molto importante l’asserzione della Principessa Europa che, di fatto, conferma delle intuizioni espresse da Lino Lavorgna in diversi articoli già a partire dal secolo scorso. Di seguito i più recenti: 2015 (pag. 4); 2017

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