Foto in prima di copertina: Cattedrale di Odessa distrutta dai missili russi. (Fonte foto: Il giornale dell’Arte)
2023: RIFLESSIONI SULLA GUERRA E SULLA PACE
Incipit
«Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi». Eraclito (I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari, Laterza, 1969).
Il primo gennaio è solo un giorno che segue un altro giorno.
Ogni anno, tra Natale e Capodanno, sin da quando gli smartphone si sono impossessati delle vite di miliardi di esseri umani, si assiste all’immancabile rito dello scambio di auguri, in una gara che non vede né vincitori né vinti ma nella quale ciascuno intende proporsi con fantasiosi messaggi, in parte scelti tra quelli offerti dalla rete e in parte realizzati in proprio. Taluni (tanti), no n amando perdere tempo e non volendo rinu nciare a un rito stancante e insulso , inviano gli Auguri di Buon Nat ale e di un Felice Anno Nuovo (con le immancabili maiuscole) all’intera lista dei contatti registrati su WhatsApp, senza alcun riguardo per il rapporto intessuto con le singole persone. L’importante è avere la certezza di aver coinvolto tutti grazie alla ferrea memoria della lista broadcast, anche se il messaggio non sarà mai emotivamente coinvolgente come il biglietto augurale scritto a mano e inviato per posta, pratica improponibile nella vorticosa società attuale. Il rito dello scambio augurale, poi, prevede l’aggiunta delle immancabili frasi fatte sulla salute, sul benessere economico e sulla “pace nel mondo” Quest’ultima è la più utilizzata perché t utti bramano un mondo che assomigli a una sorta di giardino incantato senza tensioni, condizione raggiungibile, nella mente di ciascuno, sol che “gli altri” facciano esattamente ciò si abbia in testa. Troppo bella, a tal proposito, la scena di un film nella quale l’attrice Sandra Bullock fungeva da agente infiltrata nel concorso di Miss America, per sventare un attentato. A tutte le candidate fu chiesto cosa desiderassero di più per il bene dell’umanità; dopo la sfilza di “pace nel mondo”, Sandra Bullock, con tono serioso chiese «punizioni più severe per chi violi la libertà condizionata», ammutolendo gli spettatori e lasciando a bocca aperta il povero conduttore, che iniziò a balbettare non sapendo come riprendere in mano la situazione, almeno fino al momento in cui la finta modella non aggiu nse, sorniona: «…e ovviamente la pace nel mondo».
Oggi è il primo gennaio 2023 e in Ucraina si combatte e si muore quanto e più di ieri, nonostante miliardi di persone, nelle ultime 24 ore, si siano augurate la pace nel mondo.
Perché la guerra. Perché la pace?
Il 30 luglio 1932 Albert Einstein scrisse a Sigmund Freud per comunicargli che l’Istituto di cooperazione internazionale, organo della Società delle Nazioni, gli aveva proposto di invitare una persona di suo gradimento a un franco scambio di opinioni su un problema qualsiasi. All’inventore della psicanalisi, pertanto, il più grande fisico mai nato ritenne di rivolgere una domanda che gli appariva la più urgente tra quelle che si ponevano alla civiltà: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?»
Il carteggio tra i due è disponibile nel volume “Sulla guerra e sulla pace”, edito da La Città del Sole, 2006. Di seguito se ne trascrivono i passi salienti, in forma di sinossi.
“Caro professore Freud, non le nascondo che sono terribilmente preoccupato perché, consapevole delle grandi conquiste che si stanno registrando in ambito scientifico, se dovesse scoppiare una guerra i traguardi raggiunti potrebbero essere utilizzati in modo distruttivo. Voglio rivolgere a Lei che conosce gli istinti dell’essere umano , pertanto, una domanda alla quale non riesco a dare una risposta: «Perché gli esseri umani, pur rendendosi conto di quanto sia catastrofica la guerra, ciclicamente
ricadono in questa aberrazione? Per quale ragione esiste la guerra, caro professor Freud? So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi t utti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione». Molto cordialmente Suo, Albert Einstein
La risposta di Freud.
«Caro professore Einstein, quando gli esseri umani hanno iniziato a popolare questo Pianeta l’unico mezzo per dirimere le controversie era la forza bruta, la violenza, la guerra. Poi le cose iniziarono a cambiare gradualmente: chi sviluppava maggiore intelligenza creava armi più efficaci e riusciva meglio a sopraffare i propri simili S i arrivò fino al punto di elevare al rango di divinità chi meglio incarnava la forza bruta e la capacità di distruzione e così nacque Ares, il Dio della Guerra. I guerrieri venivano onorati e glorificati e da allora il mondo è sempre stato in guerra, perennemente. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fat to che il diritto , originariamente, era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni, convincendoci che essa (la pulsione all’odio, N.d.R.) operi in ogni essere vivente e che la sua aspirazione sia di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente prot egge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e non nutriamo alcuna speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza e sia la coercizione sia l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su quest i popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra. (Corsivo e grassetto non compaiono nel testo originale e sono stati utilizzati come esplicito riferimento alle vicende attuali che coinvolgono gli eredi dei bolscevichi, N.d.R.). Io e lei ci indigniamo contro la guerra grazie a quel processo di civilizzazione che ci ha comunque consentito di percepirne la mostruosità. E con noi tanti altri. Ma se nonostante questo processo le guerre continuano a scatenarsi, la vera domanda da porsi è: perché la pace? Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la
guerra. La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa» Suo Sigm. Freud».
Storia: maestra senza allievi.
Sarebbe bello “ricreare” il mondo ancorandolo agli esclusivi principi acquisiti con la “civilizzazione”, ma ciò è impossibile proprio perché è la natura umana a non consentirlo. Una natura che affonda le radici nella notte dei tempi, confondendo in un miscuglio inestricabile leggende divenute storia e fatti concreti divenuti leggende.
Noi siamo “europei” e occupiamo un continente che si chiama “Europa”, come la figlia di Agenore, re di Tiro, che fece perdere la testa al capo di tutti gli Dei, Zeus, il quale si trasformò in toro e la sedusse, dando vita a quell’evento a tutti noto come “Ratto di Europa”. L’etimologia della nostra patria continent ale, di fatto, rimanderebbe a uno stupro perpetrato da un Dio! Che bella storia! Ma a dirla tutta, in verità, è anche peggio. Si dice che i veri lettori dell’animo umano siano i poeti, i filosofi e i pittori, esagerando un po’ se si considerano tutti i so ggetti riconducibili ai tre importanti filoni dell’essere, senza peraltro inficiare del tutto il concetto . Saranno almeno una ventina, o forse più, per esempio, i pittori che abbiano dedicato un’opera alla grande trombata tra un Dio e una principessa, tra i quali Tiepolo, Tiziano, Veronese, Guido Reni, solo per citarne alcuni tra i più famosi e limitandoci agli italiani, anche se tra le opere più belle figurano quelle del fiammingo Gillis Cognet e dell’olandese Rembrandt. Se si guardano attentamente tutt i i dipinti, in nessuno di essi si riuscirà a cogliere la raffigurazione di un “ratto”, ossia la violenza impetuosa di un Dio aduso a prendersi ciò che vuole senza tanti riguardi per nessuno. I pittori hanno raffigurato Europa che sale dolcemente sul groppone di un pacato toro, con tratti sicuramente gentili, per poi volare via con lui. Grandissima zoccola, quindi, la principessa Europa! Altro che donna stuprata! E vorrei vederla, del resto, una donna che rifiuti un Dio ! Chi scrive, poi, ha fatto spesso riferimento a un concetto, ahinoi, molto meno metaforico , che vede l’Europa come una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo Roma fu fondata nel 753 a.C. grazie a un fratricidio. Bruttissima cosa. Era proprio necessario che Romolo ammazzasse il fratello solo perché aveva scelto un altro colle? No , ovviamente, ma le trame della Storia non amano eccessive complicazioni: essendo un gemello avrebbe potuto condizionare l’attività del fratello “re” e la Storia si libera subito di chi intralci i suoi disegni. Se è brutta la storia di Romolo e Remo, ben peggiore è quella che ha creato i presupposti della loro esistenza. Negli scontri finali della Guerra di Troia, Enea non aveva alcuna possibilità di sconfiggere Achille, che già aveva ucciso il prode Ettore. Poseidone, però, divinità che assomiglia a certi nostri politici adusi a intrallazzi con gli avversari per fini meramente personali, pur essendo filo -greco (cosa già grave perché una divinità dovrebbe essere imparziale), sia per i vincoli di amicizia e parentela con la collega e cugina Afrodite (stupenda mamma di Enea che faceva girare la testa a uomini e dei, come ben ci ricordano tante testimonianze, tra le quali quella eloquente dello storico romano Anneo Cornuto) sia per non cambiare il “fut uro ” , (essendo un dio aveva già previsto la nascita di Roma, che però necessitava proprio dell’approdo di Enea sulle coste laziali come fase prodromica) fece calare all’improvviso una fitta nebbia sul luogo dello scontro, impedendo in tal modo ad Achille di infilzare Enea con la sua lancia e a quest’ultimo di intraprendere il famoso viaggio . Come a tutti noto, il figlio Ascanio diede inizio alla dinastia dei re albani che portò alla nascita di Romolo e Remo, figli di quella Rea Silvia che, manco a dirlo, stanca dell’astinenza imposta alle vestali, o si concesse una scappatella nel bosco per sedare i suoi appetiti sessuali con il vecchio spasimante Amulio, o fu da quest’ultimo stuprata, come sostiene Tito Livio, o fu stuprata da Marte, come sostiene Publio Annio Floro Sono passati quasi tremila anni dagli avvenimenti citati e ancora non si è stabilito chi fosse realmente il papà di Romolo e Remo . Intanto questi dei che stuprano chi vogliono, proprio come stanno facendo ora i soldati russi in Ucraina e
come tante volte accaduto anche in passato, hanno proprio stufato e, in ogni caso, i fatti si configurano come un gran casino non certo edificante. Da giovane arrotondavo le mie entrate dando lezioni private agli studenti delle scuole medie e superiori, offrendo loro metodi di studio che prescindevano dai programmi ufficiali sia per le lingue straniere (inglese e francese) sia per la storia e la letteratura. Parlando della storia romana, per esempio, smitizzavo quell’aura apologetica che trasudava (e ancora trasuda) dai libri di testo, partendo dalla bufala di Muzio Scevola, che già alle scuole elementari veniva osannato come alto esempio di dignità umana e di coraggio, facendo nascere in me una spiacevole sensazione di inadeguatezza dopo aver tentato inutilmente di mantenere oltre un decimo di secondo il dito indice della mano destra sotto il labile fuocherello di un cerino, per poi dissacrare via via tutte le mistificazioni susseguitesi nei secoli successivi. Metodiche che ho continuato a seguire anche successivamente, in qualsivoglia contesto, quando gli avvenimenti correnti offrivano eloquenti spunti comparativi.
Il famoso patto di spartizione del potere tra Craxi, Andreotti e Forlani (CAF), in cosa differiva, per esempio , da quello tra Cesare Pompeo e Crasso prima e Antonio, Lepido e Ottaviano dopo?
Cesare che parte alla conquista della Gallia per sanare i suo i debiti con Crasso , al netto della maggiore “statura” scaturita dalle sue doti di condottiero militare, non è che mentalmente sia molto diverso da Berlusconi che scende in politica per evitare il fallimento delle sue aziende E il ricco e spietato Crasso , cosa ha di diverso da quell’Enrico Cuccia, dominatore indiscusso del mo ndo finanziario italiano, soprattutto di quello più lercio, dal dopoguerra fino alla morte? Esempi trascritti con pennellate rapide che, se approfonditi, offrono pazzesche analogie che lasciano emergere tanta di quella zozzeria da doversi turare il naso, soprattutto per la loro “ciclicità”. Da Augusto al povero Romolo Agustolo, in mezzo millennio che ha visto succedersi una novantina di imperatori, quanti di loro hanno effettivamente meritato quegli attributi eccelsi di cui sono pieni i libri di storia? Dobbiamo ripetere per l’ennesima volta le schifezze comportamentali, le tresche, gli inganni, la spietatezza con la quale tanti di loro abbiano fatto fuori amici e parenti stretti, compreso mamme, mogli, figli, pur di mantenersi al potere, perpetrando crimini che fanno impallidire persino il moderno Putin che sta massacrando un intero popolo, ma mantiene ben al sicuro all’estero mogli, amanti, figli e nipoti? Fatti inconfutabili che, chissà se in modo consapevole o meno, traspaiono anche nella finzione cinematografica. Sulla piattaforma televisiva Sky, per esempio, è disponibile una miniserie tedesca intitolata “Otto giorni alla fine”. La trama non ha nulla di originale: il solito asteroide che sta per colpire la Terra, distruggendo gran parte di essa, in particolare gli USA. Questa volta, però, l’asteroide ha scelto di cadere nell’Europa Centrale, dalla quale tutti cercano di fuggire. Ricchi e potenti hanno l’opportunità di rifugiarsi in giganteschi bunker, vere e proprie citt à sotterranee, nelle quali, riferisce un fisico di sani principi che vi trova riparo insieme con la famiglia, esistono tutti gli elementi per iniziare una nuova vita, r ipartendo da zero, con nuove prospettive per l’esistenza umana. Si può immaginare la sua sorpresa, pertanto, quando scoprirà che tantissimo spazio, nel quale avrebbero potuto trovare posto altre centinaia di migliaia di persone, è stato occupato da potenti carri armati e da ingenti armamenti, perché evidentemente i governanti, anche in un momento come quello, hanno ritenuto che, “dopo”, comunque delle armi non si sarebbe potuto fare a meno. Molti di quei governanti, poi, tanto per non farci mai perdere di vista le distonie del potere, avevano rubato buona parte dei fondi destinati alla costruzione dei bu nker, condannando a morte milioni di persone.
Exsurge Europa: si vis pacem para bellum
Questo articolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in un corposo saggio, se si volessero illustrare le scelleratezze e le brutture che vanificano in modo brutale lo spiraglio di speranza auspicato da Freud per indurci ad abbandonare malsane abitudini. Per tutto ciò che sta accadendo, purtroppo,
dobbiamo amaramente considerare che il suo auspicio è poggiato sul nulla. Non per questo, tuttavia, dobbiamo rinunciare a promuovere l’evoluzione civile affinché lavori contro la guerra. Ci mancherebbe altro. Anzi, dobbiamo farlo con maggiore incisività e cura. Cerchiamo di prendere atto, una volta e per tutte, che serve un’Europa “veramente” unita per stabilire un equilibrio mondiale, o quanto meno continentale. Lo so che ora sconvolgo molte menti intorpidite dall’ipocrisia dilagante, dal decadimento continuo dei valori eticamente più nobili e dal progressivo affermarsi di tutte le negatività scaturite da quel liberalismo che costituisce il virus più grave che affligge l’umanità, ancora senza antidoti, ma non posso fare a meno di far notare che con gli Stati Uniti d’Europa e un “vero esercito europeo”, al novello Zar che vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio non sarebbe nemmeno passato per la testa di invadere l’Ucraina e perpetrare gli orrendi crimini che già si configurano come il secondo genocidio, dopo il terribile holodomor inferto da Stalin. Continuiamo a lavorare per “la pace nel mondo”, quindi, ma nel frattempo smettiamola con le comode e spensierate “marce della pace” e cerchiamo di aiutare “concretamente” chi combatte e muore anche per noi, perché altrimenti sarà l’evoluzione civile ad essere cancellata e non la guerra
Ondazzurra, 2 gennaio
SISTEMA SAMP/T A ZELENSKY: SUBITO!
Incipit 1
Quod principem deceat circa militiam: “Tra le altre cause, il fatto di essere disarmato ti reca danno perché ti fa disprezzare. Questa è una di quelle infamie dalle quali il principe si deve guardare, come più sotto si dirà (Riferimento ai capitoli XIX e XXV, N.d.R.) Non vi è proporzione tra chi disponga di armi e chi, invece, non ne disponga. Chi fosse ben armato, ragionevolmente, non obbedirà mai a un nemico senza armi; allo stesso modo si può dire che un Paese senza un esercito in grado di difendersi adeguatamente, costretto ad arruolare dei mercenari, non potrà mai sentirsi completamente al sicuro , dovendo sempre temere di essere tradito o abbandonato . Chi governa senza intendersi di faccende militari, pertanto, oltre alle infelicità già citate, non può essere stimato dai suoi soldati né può fidarsi di loro ”. (Niccolò Machiavelli, “Il Principe”, cap. XIV; adattamento della versione originale effettuata dallo scrivente).
Incipit 2
“Nihil rerum mortalium tam instabile ac fluxum es quam fama potentiae non sua vi nixa. (Nulla nelle cose umane è tanto instabile e precario quanto la fama di un potere che non si fondi sulla propria forza). (Tacito, “Annales”, XIII,19) La frase è citata nel cap itolo XIII de “Il Principe”, probabilmente a memoria e quindi con il testo leggermente variato : «E fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi che nulla è tanto debole o instabile come la reputazione di un potere che non si basi sulla propria forza» (quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa)
Non c’è più tempo
Lasciamo stare le paturnie del Segretario fiorentino – non è questa l’occasione per parlarne – e prendiamoci quel poco di buono che traspare dalla sua opera più famosa, che ovviamente non riguarda la frase su fini e mezzi, da tanti (troppi) pronunciata in modo grossolano e fuorviante, snaturandone la vera essenza. Le frasi dell’incipit, invece, non si prestano a equivoci interpretativi e lasciano
chiaramente intendere che un “principe” senza armi è destinato a fare una brutta fine, cosa che ci ricorda ogni giorno quell’eroe, non a caso eletto uomo dell’anno (2022) dal Time e dal Financial Times, che risponde al nome di Volodymyr Oleksandrovyč Zelens'kyj, stupor mundi per le straordinarie doti, misconosciute anche alla maggioranza del suo popolo, emerse sin dal primo giorno dell’ignominiosa invasione russa.
Ieri gli ha fatto da eco il suo ministro degli Esteri, Dmytro Ivanovyč Kuleba, durante una conferenza stampa presso la stazione ferroviaria della devastata Charkiv (non è un refuso: si scrive così, non Kharkiv, come fanno milioni di colleghi), rispondendo ai cronisti italiani che gli chiedevano un parere sui tempi di consegna dello scudo ant i aereo: «Non si può parlare di ritardi, forse, ma certamente la nuova fornitura di armi dovrebbe essere accelerata». Alla conferenza stampa era presente anche il ministro degli esteri tedesco , Annalena Baerbock, alla quale il paziente e pacato ministro ucraino, sempre rispondendo ai giornalisti, ha rivolto un indiretto appello, estendendolo a tutti i governi occidentali: «So che alla fine la Germania e gli altri Paesi europei ci invieranno altre armi, ma, mentre voi discutete e riflettete, qui la nostra gente continua a morire sotto le bombe russe». Dopo ventidue secoli, la locuzione latina Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, coniata da Tito Livio per esprimere il proprio sdegno sul chiacchiericcio romano mentre Annibale Barca metteva a ferro e fuoco la bella città spagnola, è tristemente attuale.
In Italia non sono pochi coloro che si oppongono alla consegna dello scudo di difesa Samp T all’Ucraina, adducendo varie ragioni: ne abbiamo pochi, non possiamo privarcene perché servono a proteggerci in caso di attacco, costano molto, non è facile rimpiazzarli perché realizzati in combinata nell’ambito del programma di difesa italo - francese FSAF: Famiglia di Sistemi Superficie Aria. (Lo so che si poteva scegliere una sigla meno criptica, ma nel mondo militare non si ragiona con la mente degli esperti di marketing).
Senza tanti giri di parole, pertanto, diciamo a chiare lettere che nessuna di queste argomentazioni sta in piedi. Il sistema serve precipuamente in una guerra convenzionale, cosa che – almeno per il momento – è da escludere sul suolo patrio: Putin non ha ancora conquistato tutti i Paesi che ci separano dai suoi territ ori. Nell’altra “opzione”, che non mi va nemmeno di citare, non servirebbero a nulla. Del tutto stucchevoli, irritanti e cinicamente stupide, inoltre, sono le argomentazioni di carattere economico: sono costosi, certo, ma quanto vale la vita dei cittadini ucraini che si stanno immolando anche per tutelare la libertà di coloro che sparano quotidiane minchiate in ogni dove e purtroppo anche lì dove si dovrebbero decidere solo cose sensate?
Si faccia presto, pertanto, perché in Ucraina si muore! E non ci si limiti solo a questo. Putin sta organizzando una terribile offensiva primaverile con ben cinquecentomila uomini! Il bagno di sangue che ne scaturirà, su entrambi i fronti, non è immaginabile da mente umana. Davvero siamo capaci di assistere al secondo genocidio del popolo ucraino e alla perdita di tanti giovani russi che tutto vorrebbero fare fuorché la guerra, restando inermi? La forza di Putin non scaturisce dalla debolezza degli ucraini, al cospetto dei quali dovremmo tutti scattare sull’attenti, ma dalla nostra! La debolezza di una sgangherata Europa che ricorda tanto il chiacchiericcio romano alla vigilia della seconda guerra punica. Non possiamo intervenire come Nato; non possiamo intervenire come singoli Paesi, inviando le nostre truppe a sostegno di quelle ucraine, ma vogliamo almeno dare un “segnale” forte affinché Putin capisca che non la può proprio vincere questa guerra? La vogliamo smettere di ciarlare in modo insulso nei media? Vogliamo tacitare “i putiniani de noantri” che parlano a vanvera di cose di cui con capiscono una beata mazza nei comodi salotti televisivi, per giunta lautamente retribuiti? Si costituisca un embrione di “vero esercito europeo”, anche di non ingente quantità numerica ma con reparti altamente specializzati, guidati da un’unica linea gerarchica, da comporre con piena armonia, accantonando le deprecabili gelosie e ambizioni personali. Si pensi solo ai poveri cittadini ucraini massacrati dai russi e ai valorosi soldati che combattono con risorse limit ate e nonostante tutto stanno
resistendo con un amor patrio che dovrebbe indurre tutti coloro che non fanno nulla per aiutarli a vergognarsi. Almeno a vergognarsi. E mi fermo qui.
Nella foto il sistema di difesa SAMP/T. Fonte foto: www.esercito.difesa.it
Ondazzurra, 10 gennaio.
SLAVA UKRAÏNI!
Dallo squallore sanremese, sul quale non val la pena spendere una sola parola, estrapoliamo questi momenti, consacrandoli alla Storia, mentre con il cuore siamo vicini a chi combatte e muore per difendere anche la nostra libertà. Un giorno saremo tutti giudicati per i tentennamenti e l’inadeguato sostegno al popolo ucraino, che da un anno eroicamente fronteggia, tra mille difficoltà, chi testardamente vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio. E la Storia non fa sconti. Per quanto mi riguarda sono troppo vecchio per impugnare la spada e faccio ciò che posso con la penna, urlando il mio disprezzo, come se uscisse da un quadro di Munch, nei confronti di chiunque sia capace di restare indifferente al cospetto di una immane tragedia che ci riguarda così da vicino. Rubando una frase a un giovane filosofo prematuramente scomparso negli anni Settanta del secolo scorso, pertanto, dico loro: «Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della loro vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli Eroi». Gloria all’Ucraina, al suo popolo che sta stupendo il mondo e al suo meraviglioso presidente, per ora eletto uomo dell’anno 2022, ma al quale, con ciò che sta dimostrando, spetta di diritto e con largo anticipo il titolo di “Uomo del secolo”.
La lettera di Zelensky letta dal conduttore del festival. (È giusto ricordare che il primo proposito era quello di un intervento diretto con collegamento video o la trasmissione di un video registrato, ma poi, chissà perché, la Rai ha optato per la lettura di un messaggio).
FORTEZZA BAKHMUT – Il brano cantato dal gruppo “Antytila” dopo la lettura del messaggio di Zelensky. Fortetsya Bakmuth è il brano più recente del gruppo e il video è stato girato nella piccola città nell’est del paese, Bakmuth, al centro di una dura battaglia contro l’armata russa. Taras Topolia, il cantante solista del gruppo ha dichiarato in un’intervista a “Il Messaggero”: «Gli ucraini stanno resistendo agli attacchi e Bakmuth è diventata uno dei simboli della guerra. È una piccola città che continua a resistere, è ancora ucraina. La canzone parla del coraggio dei no stri fratelli».
Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui! E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo. Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia. Mamma, sono in piedi! Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo! Distruggerò e tornerò! Ora ci sarà una base. Spegni il dolore, vecchi rancori.
Ecco la mia spalla, sono vicino, fratello! Eccola di fronte a Sune, un contagio.
Ecco che arriva dal fianco, una nuova fase. Lavoro con calma, come ci è stato insegnato.
C’è il nostro domani, alle nostre spalle! E i nostri figli, genitori, famiglie là.
E quelli che sono andati “sullo scudo” come fratelli, Anche alle nostre spalle! Lascia che il topo salti nell’angolo e il nostro percorso è ar dente, Quindi c’è lavoro per le nostre mani.
Qui! Qui! Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!
E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi e l’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.
Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia
Mamma, sono in piedi! Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo!
Distruggerò e tornerò! Si sta facendo buio adesso e il demone sanguinante cadrà in agonia.
Quindi, abbiamo combattuto per un motivo!
Quindi, abbiamo premuto così follemente!
Quindi, tutto è secondo i piani, la mattina dopo. E con lui Vittoria!
Infine, dirò solo una cosa: Non è peccato avere paura!
È un peccato tradire i propri!
Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!
E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.
Volontà, fuoco e furia!
I muri bruciano in battaglia.
Mamma, sono in piedi! Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!
E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.
Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia.
Mamma, sono in piedi!
Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo!
Distruggerò e tornerò!
Mamma, sono in formazione!
Nene, sto combattendo!
Distruggerò e tornerò!
SLAVA UKRAÏNI – EXSURGE EUROPA
(Fonte foto: La Repubblica 20 febbraio 2023)
«Il 24 febbraio, milioni di noi hanno fatto una scelta. Non una bandiera bianca, ma quella blu e gialla. Non fuggendo, ma fronteggiando il nemico, resistendo e combattendo. Ѐ stato un anno di dolore, fede e unità. E quest’anno siamo rimasti invincibili. Sappiamo che il 2023 sarà l’anno della nostra vittoria!»
(Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, presidente dell’Ucraina, Paese europeo sotto attacco da un anno. Alba del 24 aprile 2023)
Il simbolo come presagio
«Libertà è la parola più dolce del mondo». Questa frase, pronunciata dal presidente statunitense Joe Biden nella recente visita a Varsavia, davanti al Castello reale, al cospetto di una folla plaudente che sventolava le bandiere dei popoli occidentali impegnati a sostenere i confratelli dell’Ucraìna, è destinata a entrare nei libri di storia come simbolo di un tempo che ha sgretolato negli ult imi dodici mesi convincimenti pluridecennali: la pace eterna, sulla Terra, non esiste, non è mai esistita, mai esisterà. “Libertà”, urlò l’eroe scozzese William Wallace al tiranno che lo esortava a chiedere “pietà” per avere salva la vita, prima di essere impiccato 1 e squartato. “Libertà” è il grido di battaglia che in ogni tempo anima chi si oppone alla tirannia. Richiede tanto coraggio combattere per la libertà, essendo molto più facile e comodo implorare pietà e sottomettersi all’invasore, come tante volte accaduto e come ostinatamente i vigliacchi disseminati un po’ dappertutto suggeriscono quotidianamente allo straordinario presidente dell’Ucraìna, che sta stupendo il mondo insieme con il suo popolo. Zelensky, esattamente un anno fa, esprimeva a Biden le preoccupazioni per il futuro, ben sapendo che era nel mirino dei reparti speciali russi, ai quali era miracolosamente sfuggito nel giorno dell’invasione2: «Non so se avremo ancora occasione di parlarci». Quattro giorni fa i due si sono incontrati a Kyiv e si sono abbracciati in pieno centro, davanti al muro delle vittime della resistenza ucraìna. La foto ha fatto il giro del mondo, toccando i cuori degli uomini puri, capaci di sbrogliare i troppi nodi gordiani del presente senza alcun bisogno della spada che servì ad Alessandro, a differenza dei “daltonici volontari”, che con disarmante leggerezza dividono tutto in bianco e nero, rifiutando aprioristicamente di addentrarsi nelle tante sfumature di grigio e di cogliere la reale essenza degli altri colori. Quel bianco e nero utilizzato anche dai “pacifisti de noantri”, che questa notte
hanno sfidato il freddo delle colline umbre recandosi da Perugia ad Assisi preceduti da un cartello su cui era scritto, in bianco su fondo nero: “L’indifferenza è pericolosa! Fermiamo le guerre”, senza rendersi conto che non è con le marce della pace “neutrali” che si fermano i carri armati russi. Se proprio volevano concedersi una scampagnata notturna bene avrebbero fatto a utilizzare il giallo e il blu per scrivere i loro messaggi. Una foto, quindi, che si trasforma anch’essa in quell’elemento simbolico capace, come sosteneva Bachofen, di far vibrare le corde dello spirito, destando un presagio e surclassando le parole, che possono solo spiegare, perché solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. L’abbraccio di Biden, quindi, è l’abbraccio dell’Occidente al popolo ucraìno. Di quell’Occidente lacerato e diviso al suo interno a causa delle mille contraddizioni, delle quinte colonne al servizio dei tiranni per limiti culturali o lucrosi e cinici interessi, di una storia che ancora presenta ferite mai sanate e dei tanti altri motivi più volte sviscerati e qui omessi per amor di sintesi. Divisioni che, tuttavia, con buona pace di chi vorrebbe vederle ampliate a dismisura, proprio a causa della guerra in atto devono essere accantonate e superate, più di quanto non stia effettivamente accadendo, per evitare di essere travolti dall’orco russo. Il tempo della resa dei cont i “interna” non è oggi, proprio come traspare in quella grande opera che racchiude il bene e il male, il bene che si dissolve nel male e il male cui talvolta occorre far ricorso per preservare il bene, grazie a quel re senza corona simile ai leggendari cavalieri di Camelot e quindi come loro non sporcato dalla Storia, che di fronte al nero cancello dal quale escono intere armate di orchi, esorta alla battaglia un pugno di eroi pronti al sacrificio, mille e mille volte meno numerosi dei terribili nemici, con parole che superano le barriere del Tempo: «Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo. Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella Terra vi invito a resistere, Uomini dell’Ovest. Per Frodo!» Per Zelensky, direbbe oggi, ossia per colui che incarna il più pregnante simbolo della resistenza ucraìna, avendo realizzato uno stupendo miracolo geopolitico: ha compattato l’Occidente lacerato e diviso; ha reso il suo Paese un pilastro del mondo libero; ha smascherato l’imperialismo russo mostrandone il vero volto attraverso lo sguardo mefistofelico di Putin, novello Sauron che incarna il male assoluto. Da “presidente fittizio” nella fiction televisiva, realizzata per appagare almeno illusoriamente il sogno di cambiamento insito in milioni di connazionali stufi di essere governati dai corrotti servi di Mosca e desiderosi di sentirsi “pienamente europei”, ha trasformato il sogno in realtà, sublimando il ruolo con azioni che ci obbligano, volenti o dolenti, ad abbassare il capo al suo cospetto, sussurrando: «Chapeau». Forse la guerra sarà ancora lunga, ma lui l’ha già vinta essendo facile presagire che riempirà le pagine più belle dei libri di storia. Gli altri, i colpevoli e i collusi, occulti e palesi, sono destinati a perdersi nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di un celebre film.
Il ruolo dell’Europa
Non bisogna scomodare Machiavelli per accettare un dato di fatto inconfutabile: ipocrisia, mistificazione, cinismo spietato, inganno, accompagnano l’essere umano nel suo incedere sui sentieri terreni sin dai tempi antichi. Niente di nuovo sotto il sole, pertanto, anche al cospetto di un evento così chiaro nella sua drammaticità, da rendere oltremodo difficili le arrampicature sugli specchi ai tanti che, pervicacemente, si ostinano nell’impresa, come ampiamente dimostrato dalla cronaca quotidiana.
I simboli sono importanti, come abbiamo visto, ma se non accompagnati da atti concreti possono fungere solo da arredo iconografico nelle stanze di chi ad essi si ispira.
La si smetta, pertanto, di dare voce a coloro che parlano a vanvera e offendono l’intelligenza del prossimo facendo seguire “ma” o “però” alle ipocrite asserzioni di solidarietà al popolo ucraino. “L’Ucraina è stata aggredita e ha il diritto di difendersi, ma…”; “Io sto dalla parte del popolo ucraino, però bisogna perseguire la pace smettendola di mandare armi”. Sul prezzo da pagare per ottenere la pace si tace o si dicono sciocchezze. A questi diffusi concetti se ne associano altri ancora
più osceni, protesi a trasformare le vittime in carnefici e viceversa. Basta con queste pagliacciate. Non si dia proprio voce ai mistificatori e si rispetti chi combatte e muore anche per noi, unitamente ai milioni di connazionali scappati in tutta Europa per sfuggire alla ferocia di soldati educati all’odio.
Si parli solo “di cosa fare” e di “come farlo”, senza perdere tempo nello sciocco dietrologismo proteso ad accusare alleati con i quali si deve co operare in stretta armonia per aiutare l’Ucraìna a vincere sul campo, perché lo hanno capito anche al di fuori della Via Lattea che non esistono alternative. I contrasti interni, come scritto innanzi, che sono tanti e nessuno vuole obnubilare3, vanno rimandati. Ora vi è altro a cui pensare.
Si sta cincischiando troppo con le forniture di armi, di là dalle continue belle parole pronunciate nei palazzi del potere, cadendo in una contraddizione di termini che non può reggere a lungo: se si sostiene che non vi possono essere trattative con un forte sbilanciamento di forze; che la Russia va fermata “militarmente” perché se le si lasciasse campo libero crollerebbe tutto il sistema mondiale, bisogna consentire subito all’esercito ucraino di difendersi “adeguatamente” e contrattaccare, se necessario. Basta coi giochetti diplomatici sulle tipologie delle armi da inviare, che non incantano nessuno. Chiunque capisca di geopolitica e di strategia militare non teme l’escalation nucleare; l’unica paura è quella dei politici che tentennano per non inimicarsi gli elettori, in massima parte disorientati, confusi e spaventati, che però vanno compresi: l’ignoranza e la buona fede non sono reati. Compresi, quindi, ma non assecondati.
La NATO non può intervenire direttamente e questo è pacifico. Gli USA giocano la loro partita nel rispetto “soprattutto” delle esigenze interne e anche questo è pacifico. Vogliamo continuare a scannarci su questi argomenti dando fiato ai mestatori? Facciamolo, ma sia ben chiaro che ogni minuto di chiacchiere costa vite umane al popolo ucraìno. E sia detto con non minore afflato emotivo, vanno pianti anche i tanti militari russi “costretti” a combattere e a morire loro malgrado e con sommo rammarico, perché non tutti i russi sono fanatici.
Gli Stati Uniti d’Europa sono una chimera, per ora, ma vogliamo almeno organizzare un esercito europeo “parallelo” alla NATO, composto da sezioni delle forze d’élite di ogni Paese, includendo anche quelli non aderenti all’Unione Europea, guidato da un unico stato maggiore? Putin ha avuto una bella lezione nel momento in cui riteneva di trovarci divisi e pronti a lasciargli fare strame dell’Ucraina. La lezione, però, evidentemente, non è ancora sufficiente a farlo desistere dai suoi propositi: ci vede ancora troppo deboli e battibili. O gli facciamo cambiare idea in fretta o saremo costretti davvero a lasciargli campo libero in Ucraina e chissà dove altro ancora, dopo. Davvero si vuole correre questo rischio? Risorgi, Europa e datti una mossa, prima che sia troppo tardi. Slava Ukraïni.
NOTE
1. Nel famoso film interpretato e diretto da Mel Gibson l’esecuzione fu rappresentata con la mannaia e non tramite impiccagione. Sono almeno una dozzina le incongruenze storiche presenti nel film, ma nessuna di essa altera la sostanza del dramma patito dal popolo scozzese sia per gli effetti della dominazione sia per le debolezze umane di chi si vendette agli inglesi per personale tornaconto.
2. Nella notte dell’invasione una squadra dei reparti speciali russi fu paracadutata nei pressi del Palazzo del Governo per catturare e uccidere Zelensky e la sua famiglia. L’attentato fu sventato per un pelo. Il giorno dopo registrò il famoso video messaggio con il quale disse al mondo che sarebbe rimasto a Kyiv, avendo rifiutato l’invito dei governi inglese e statunitense a mettersi in salvo e istituire un governo in esilio. Successivamente dichiarò che in quel momento acquisì la consapevolezza del suo ruolo nella guerra: «Capisci che stanno guardando. Sei un “simbolo”.
Devi agire come deve agire il capo dello Stato». (Spunti tratti da “Il Messaggero – 29 aprile 2022)
3. Avrò consumato, nell’ultimo mezzo secolo, almeno un migliaio di pagine per descrivere il “male americano” in tutte le salse; lo stesso dicasi per l’Inghilterra, anche in epoca recente (“Storia d’Irlanda” pubblicata a puntate nel mensile Confini a partire da giugno 2022 e non ancora ultimata); per quanto concerne la Turchia, basti dire che amerei tanto rivisitarla, mancandovi da oltre trenta anni, ma i troppi articoli a favore di armeni e curdi… intelligenti pauca. Oggi bacerei le mani a Biden e ai tre Capi di governo che si sono succeduti in Inghilterra nell’ultimo anno, esortandoli a fare ancora di più, senza che ciò influenzi minimamente le considerazioni afferenti ad altri momenti, recenti e meno recenti. Questo esercizio di differenziazione, ancorché difficile, dovrebbe essere compiuto da tutti gli analisti. Chi non vi riesce, anche se in buona fede, disorienta l’opinione pubblica, facendo più danni dei complici del tiranno, facilmente smascherabili e tacitabili.
Galvanor.wordpress.com 24 febbraio
STORIA: CORSI E RICORSI
La storia è maestra ma non ha scolari, sosteneva Antonio Gramsci. Aveva ragione, a giudicare dagli eventi del passato, di quelli del suo presente e di quelli attuali.
I legionari georgiani, valorosi volontari che si sono organizzati in formazione militare per sostenere l’Ucraina nella lotta contro gli invasori russi, accogliendo nei loro ranghi anche volontari di altri Paesi (www.georgianlegion.com.ua), hanno diffuso in rete un eloquente video, associando delle frasi di Hitler a quelle di Putin . Un video che “dovrebbe” indurre tutti a profonde riflessioni, sempre che la storia, con quello che sta accadendo in vaste aree del Pianeta, incominci a smentire Gramsci.
Hitler: «Ho sempre cercato di arrivare al cambiamento pacificamente».
Putin: «Abbiamo tentato ripetutamente e con pazienza di negoziare con i Paesi NATO».
Hitler: «Ѐ una menzogna sostenere che vogliamo ottenere le cose con la forza». Putin: «Non intendiamo imporre niente a nessuno con l’uso della forza».
Hitler: «Queste regioni devono la loro evoluzione culturale esclusivamente alla nazione tedesca; vi sono noti gli infiniti tentativi che ho fatto per risolvere pacificamente il problema dell’Austria e poi le questioni del Protettorato della Boemia e della Moravia. Tutto è stato vano». (Corsivo apposto da chi scrive. Come noto l’Austria era un problema solo per lui; i cittadini della Cecoslovacchia, a loro volta, furono così felici di essere sottomessi che, nonostante il terrore della feroce repressione, manifestarono in massa contro l’annessione. Le fucilazioni e le deportazioni nei campi di concentramento fecero guadagnare al famigerato comandante del Protettorato, Reinhard Heydrich, il soprannome di “Boia di Praga”. Da vedere i film “L’uomo dal cuore di ferro”, diretto da Cédric Jimenez e “Missione Anthropoid”, diretto da Sean Ellis, N.d.R )
Putin: «Per otto lunghi anni abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere la situazione [dell’Ucraina, N.d.R.] pacificamente. Tutto è stato vano».
Hitler: «La Germania non ha interessi a Ovest. I confini ad Ovest definiscono i confini del Reich».
Putin: «I nostri piani non includono l’occupazione dei territori ucraini».
Hitler: «Le minoranze tedesche che vivono in Polonia sono soggette ad atroci persecuzioni».
Putin: «Lo scopo della “operazione militare speciale” è di proteggere le minoranze russe soggette al genocidio del regime di Kyiv». (Corsivo apposto da chi scrive: termine genocidio utilizzato in termini accusatori nei confronti degli ucraini si colloca ai vertici della pur massiccia mistificazione degli eventi storici, perché trasforma le vittime in carnefici. Di seguito i link a due miei precedenti articoli sul genocidio subito dagli ucraini da parte dei russi: “Holodomor, lo sterminio per fame del popolo ucraino”; “L’ombra di Stalin”).
Hitler: «Danzica era ed è una città tedesca. Il Corridoio polacco era ed è tedesco». Putin: «L’Ucraina è, per noi, non solo un Paese vicino. Ѐ parte integrante della nostra storia, della nostra cultura, del nostro spazio spirituale». (A queste dichiarazioni, per amor di verità, andrebbero aggiunte quelle ancora più dure pronunciate da Putin pochi giorni prima dell’invasione, quando sostenne sostanzialmente che l’Ucraina non è mai esistita come entità autonoma ma è sempre stata terra russa e che l’Ucraina moderna è stata una creazione della Russia bolscevica. Per il ministro degli Esteri Lavrov, invece, l’Ucraina «non ha il diritto di essere una nazione sovrana». Non servono commenti, infine, per le frasi pronunciate dal patriarca Cirillo: «Chi muore uccidendo gli ucraini andrà direttamente in paradiso; chi uccide gli ucraini fa bene e non commette peccato» e per quelle dei commentatori televisivi russi che quotidianamente “discorrono amorevolmente” su come bombardare gli ucraini e non solo, sugli effetti di una bomba nucleare tattica e di tante altre amenità finalizzate alla dissoluzione dell’Occidente. Il video realizzato dai legionari georgiani è disponibile nel loro account Twitter: cliccare qui.
Ondazzurra, 27 febbraio
FINIS EUROPAE
(Io mi fermo qui e parlo solo di quella bella).
INCIPIT
«Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi». (Francesco Petrarca)
«Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all'orlo dell'infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d'avanguardia, sull'estremo limite del nulla: sull'orlo di quell'abisso combatto la mia battaglia ». (Ernst Jünger)
«Quando mi veniva voglia di capire qualcuno o me stesso, prendevo in esame non le azioni, nelle quali tutto è convenzione, bensì i desideri. Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei». (Anton Pavlovic Cechov)
«Mamma, perché hai scelto Pompeo come secondo nome? Lo sto studiando ora e non è che mi piaccia molto».
«Sapevo che non ti sarebbe piaciuto, ma non ti dirò perché ti ho chiamato come lui. Dovrai scoprirlo da solo». «E come?» «Vi sono solo tre modi: studiare bene la storia; non fidarti di ciò che studi; impegnarti a scoprire dove si celi l’imb roglio. Se vi riuscirai, vorrà dire che avrai capito il senso della vita. E sarai un uomo migliore». «E se non vi riuscirò?» «Poco male, sarai come la maggioranza del genere umano». (Giuseppina Federico, la Maestra, mia Madre, 1966)
«Sei nato troppo tardi rispetto al passato e troppo presto rispetto al futuro, ma per quelli come te questa frase sarebbe valida sia nel passato sia nel futuro, quindi non crucciarti e cerca solo di imparare a convivere col presente, senza farti male ». (Pa pà Lorenzo, l’uomo che sapeva solo amare, 1974).
«Se un giorno dovessi renderti conto che ti occorrono più di cinque secondi per scegliere le prime parole di un articolo, non scriverlo quell’articolo ». (Piero Buscaroli, 1975)
«La più consistente scoperta che ho fatto dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». (Jep Gambardella, 2013; Lino lavorgna, 2020).
Ille est Pasquale, qui difficilius ab honestate quam sol a cursu suo averti potest. (Mic hele Fa lcone, amico del cuore, 2015). *****
Caro direttore, caro amico Angelo, son passati cinquantuno anni da quando, con il cuore che batteva forte, ricevetti da Nino Tripodi la nomina a corrispondente da Caserta del “Secolo d’Italia”. Da oltre mezzo secolo, quindi, su vari organi di stampa, non faccio altro che parlare dei mali del mondo e di ciò che servirebbe per curarli. Non ho mai pensato che i miei scritti potessero influire in qualche modo sul corso degli eventi, anche perché ho sempre relegato l’impegno giornalistico in una dimensione collaterale a preminenti impegni professionali. Nondimeno mi è sempre piaciuto esporre il mio pensiero, tirare sberle a fil di penna ai lestofanti, sbeffeggiare i mestatori, suggerire ciò che ritenevo potesse costituire un correttivo a qualsivoglia brutt ura, in buona o cattiva fede commessa. Da otto anni, non ho mai mancato, in questo magazine, di perpetuare le consolidate metodologie analitiche, facendo talvolta anche riferimento agli scritti di un passato che sembra remoto, e di fatto lo è, anche se reso attualissimo dal ciclico ripetersi delle distonie epocali e dalla mancata attenzione a chi, con largo anticipo rispetto ai tempi attuali, aveva previsto la deriva planetaria verso gigantesche forme di disfacimento e disperatamente cercava di farsi ascoltare. Io ero e sono ancora tra costoro, ma ciò che vedo ora è troppo nauseabondo e pesante da digerire. Soprattutto è pesante da descrivere, come meglio si percepirà più avanti, e pertanto ho deciso di cambiare registro narrativo.
Ho vissuto e continuo a vivere all’insegna di valori rigorosi, per i quali ho pagato, con piena consapevolezza, un prezzo altissimo. Pur volendo, del resto, non sarebbe stato possibile altrimenti, per manifesta incapacità a derogare da quelle regole insite nel D na ed esaltate dal continuo esempio di Genitori straordinari, più unici che rari. Va bene così, quindi, mentre vago tra i ricordi, indelebili, perché carta canta, assaporando il magnifico profumo di una libertà assoluta e totale, che mi ha consentito di camminare sempre a testa alta e di farla abbassare ai servi intrisi di squallore esistenziale, anche quando proprio grazie ad esso sono stati ritenuti utili al potere, traendone grande beneficio. Una libertà che senz’altro ha limitato i “doni materiali”, ma mi ha consentito di ricevere quello più bello che un uomo - un vero uomo - potesse desiderare, racchius o in quella stupenda frase presente nell’incipit, pronunciata da una delle poche persone che sono state capaci di amarmi senza riserve e con piena sincerità d’animo. Oggi Michele Falcone cavalca le verdi praterie, essendosi dovuto arrendere a quel terribile virus che ha flagellato l’umanità per circa tre anni, ma me lo trovo in ogni attimo al mio fianco, grazie proprio alla frase scritta con caratteri cubita li nel poster affisso alla parete, contenente un termine sublime il cui significato va ben oltre quello scontato che subito salta alla mente (per quella onestà non sarebbe stato necessario scomodare Eutropio, essendo sufficiente la storia personale e familiare) e sconfina in que i campi tortuosi che vanno arati con meticolosa cura, per discernere il grano dal loglio.
(Di seguito il link al mio ricordo: www.galvanor.wordpress.com/2021/02/17/michelefalcone-il-primato-della-cultura-come- bene-supremo/)
Ho conosciuto uomini straordinari e ho combattuto contro uomini potenti e spietati, alternando la gioia dei momenti esaltanti alle sfiancanti dure battaglie. Sono state belle le vittorie e dolorose le sconfitte, ma non mi hanno mai appagato le prime né fiaccato le seconde. Oggi, però, trovo indignitoso tenere la mia Excalibur sguainata contro le mezze cartucce che si sono impossessate di questa meravigliosa Terra che si chiama Europa. Assisto a un “gioco” tra bande nelle quali ciascuno recita la sua parte, facendo girare come trottole chiunque fosse estraneo al gioco. Non se ne parla nemmeno di diventare parte del gioco; tanto meno mi si addice il ruolo di trottola, che mi obbligherebbe oggi a parlare bene di Tizio e male di Caio e domani di fare l’esatto contrario perché nell’infame gioco delle recite a soggetto ciascuno si trasforma nel famoso orologio rotto che due volte al giorno segna l’ora esatta. Un gioco stancante e soprattutto inutile. Lo lascio ad altri, pertanto, dando vita a un nuovo ciclo narrativo. Invece di privilegiare, con le continue denunce, il concetto banale insito nel pur sempre valido proverbio “non è tutto oro quello che luccica”, voglio dare corpo a quello esattamente opposto, di ben più alto valore simbolico, coniato da Tolkien e messo sulle labbra di Gandalf, che lo dedicò ad Aragorn: “Non tutto quel che è oro brilla”. C’è tanto di buono, in questo Continente, che non brilla perché per troppo tempo si è lasciato che fossero le patacche a luccicare. Ed è proprio a i “buoni” che voglio dedicarmi, narrando le loro storie, affinché tutti possano capire la differenza tra oro vero e oro laccato. E magari regolarsi di conseguenza. Per me è questo il modo di tornare a scrivere con la gioia nel cuore , senza stressarmi. Maga ri riuscirò a far percepire anche la “vera” differenza tra Pompeo e Cesare (senza spiegazioni esplicite, che diventerebbero confutabili), che grazie all’incitamento di mia Madre sono riuscito a cogliere, e soprattutto la sostanziale differenza tra i Cesare e i Pompeo del nostro tempo, da tanti percepiti in modo distonico rispetto alla loro vera essenza, contribuendo in tal modo a far lievitare quel grande Caos nel quale sguazzano, divertendosi un mondo, i burattinai di turno.
Con l’affetto e la stima di sempre, Lino Lavorgna
SHOAH: LE VERITÀ NASCOSTE
27 gennaio 1945: le truppe dell’Armata rossa in marcia verso la Germania entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, il più noto tra i tanti che i tedeschi disseminarono in tutta Europa. Caso volle che i primi soldati a mettere piede in quel tetro teatro dell’orrore facessero parte di una divisione composta prevalentemente da soldati ucraini, guidati dal maggiore Anatoliy Pavlovych Shapiro, ebreo nato a Krasnohard, cittadina non lontana da Charkiv, tristemente resa famosa dagli orrori contemporanei praticati da chi pervicacemente vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio. Nel 2005 l’ONU ha scelto proprio la data del 27 gennaio per commemorare le vittime dell’olocausto, consacrandola alla storia come “Giorno della Memoria”, quale monito affinché mai più abbiano a ripetersi tali mostruose atrocità. Per quanti sforzi si possano compiere, tuttavia, non sarà mai fatto abbastanza per civilizzare una buona fetta di umanità che, a distanza di ottantadue anni da quella immane tragedia, seconda solo allo sterminio per fame del popolo ucraino perpetrato da Stalin negli anni Trenta, in un delirio che atterrisce continua a sventolare i vessilli del più becero razzismo contro chiunque non risponda ai canoni della propria psicotica visione del mondo. L’antisemitismo è più vivo che mai e non a caso la senatrice Liliana Segre, che le atrocità di Auschwitz porta nel corpo e nell’anima, nei giorni antecedenti alle tante manifestazioni organizzate a gennaio , ha dichiarato testualmente: «Una come me ritiene che tra qualche anno ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella. Le iniziative che possono venire da una vecchia come me a volte sono noiose per gli altri, questo lo capisco perfettamente, so cosa dice la gente del Giorno della memoria. La gente già da anni dice, ‘basta con questi ebrei, che cosa noiosa’. Il pericolo dell'oblio c'è sempre». Frasi che fanno riflettere, soprattutto se seguite da fatti concreti: negli stessi giorni, in un teatro di Milano , un “professore” ha interrotto l’attrice che parlava dell’olocausto definendo baggianate le sue asserzioni. Non è un caso isolato, essendo il negazionismo ancora molto diffuso nella società contemporanea. Una più efficace formazione, quindi, soprattutto in ambito scolastico, risulta fondament ale per combattere l’intolleranza figlia dell’ignoranza. N on bisogna mai smettere di sviscerare le brutture della storia, in qualsiasi epoca siano state co nsumate, per portare alla luce fatti obnubilati vuoi per leggerezza vuoi per manifesta complicità con i despoti o per biechi calcoli di opportunismo . Attorno alle mostruosità naziste, per esempio, gravitano ancora molte vicende oscure tenute ben nascoste in un vaso molto più grande di quello di Pandora. Scoperchiarlo consente di penetrare nei meandri della storia e scoprire cose che noi umani non potremmo mai immaginare perché compiute da esseri che degli umani avevano solo le fattezze morfologiche, essendo dei veri e propri demoni.
QUELLE BOMBE MAI CADUTE
Sul finire della guerra la Germania era ridotta a un ammasso di rovine: 635 mila i morti civili, 10 milioni i senzatetto, intere città rase al suolo, “quasi tutte” le linee ferroviarie distrutte. “Quasi tutte” perché, stranamente, quelle percorse dai vagoni diretti verso i campi di concentramento rimanevano intatte. Il solo lager di Buchenwald fu bombardato, ma per un mero errore che costò la vita a Mafalda di Savoia, rimasta gravemente ferita e lasciata morire dissanguata dai carnefici dopo una terribile amputazione del braccio che si trasformò in una vera tortura. Gli Alleati conoscevano la dislocazione di tutti i campi e quello di Auschwitz, dall’aprile 1944 al giorno della conquista, fu fotografato dai ricognitori aerei almeno trenta volte. La distruzione dei campi, possibile sol che si fosse voluta, avrebbe salvato la vita a milioni di persone. La salvezza degli Ebrei – oramai non è più un mistero –non costituiva una priorità per le nazioni alleate contro la Germania. Su raicultura.it, nella sezione “Eco della storia”, è possibile vedere un interessante documentario di Gianni Riotta dedicato proprio a questa vicenda: “Perché non bombardare Auschwitz?”. Il bravo giornalista intervista lo storico Umberto Gentiloni Silveri, autore del saggio “Bombardare Auschwitz. Perché si poteva fare, perché non è stato fatto”, Mondadori, Milano, 2015. Un saggio molto illuminante perché spiega bene come
fossero rimasti inascoltati gli appelli dei sopravvissuti, che nel periodo della detenzione sobbalzavano quando sentivano in lontananza il rombo degli aerei, sperando nel loro soccorso, per poi rattristarsi di nuovo quando il rumore svaniva lentamente e con esso la speranza della libertà. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, fino a quel fatidico 27 settembre, quando però il colpevole ritardo aveva contribuito a rendere spaventoso il numero delle vittime. Con un linguaggio crudo, che scuote e tormenta, l’autore ci ammonisce non solo sul ritardo dell’intervento in tempo di guerra ma anche sui troppi anni occorsi affinché il mondo si rendesse pienamente conto di cosa rappresenti la Shoah.
L’INFERNO STALINIANO – L’ANTISEMITISMO RUSSO
Per Marx gli Ebrei erano i demoni accecati dal denaro, ma li identificava comunque come minoranza religiosa facilmente integrabile.
In Russia, con Lenin e Stalin, il problema ebraico assunse caratteri diversi, in virtù del concetto di nazione che si andava affermando. Nel 1913 Stalin scrive testualmente: «Una nazione è una comunità storicamente evoluta e stabile, con un linguaggio, territorio, vita economica e formazione comuni, che si esprime in una comunanza di cultura1». Il popolo russo, in massima parte, aveva sentimenti ostili agli Ebrei e le sommosse popolari antisemite, che ebbero luogo dal 1871 al 1921, passate alla storia con il termine pogrom, ne costituiscono un’inconfutabile testimonianza. Negli anni Trenta il nazionalismo raggiunse livelli apicali e furono tempi duri non solo per gli Ebrei. Nel 1937, con la prima deportazione di massa, la minoranza coreana fu trasferita nel duro e inospitale territorio del Kazakistan. Nel 1940 furono deportati gli estoni e i finlandesi. Nel 1941 toccò ai Tedeschi del Volga. Dopo la guerra toccò ai ceceni, ai Tartari e ad altre etnie caucasiche2. Milioni di cittadini, considerati non integrabili nella società russa, furono deportati nei territori dove poi avrebbero sviluppato le rispettive etnie. Stalin, in quanto a crudeltà, non aveva nulla da invidiare a Hitler. Sui suoi crimini, però, si è preferito stendere per molto tempo una patina oscurantista, sgretolatasi progressivamente dopo la caduta del muro di Berlino. Massacrò oltre dieci milioni di kulaki, i contadini russi ostili al vento rivoluzionario e decimò la casta degli ufficiali con le famose “grandi purghe” (circa 40 mila validissimi soldati, la cui assenza si sentì pesantemente quando la Germania invase la Russia), per l’infondato timore che potessero sobillare l’esercito. La cifra degli Ebrei si aggira sui cinque milioni, ma il dat o va considerato inferiore al numero effettivo. Con il massacro di Katyn' fu decimata l’intellighenzia polacca (tutti gli ufficiali dell’esercito erano espressione della borghesia illuminata e dell’aristocrazia3), in modo da impedire ogni possibile ribellione alle mire egemoniche nell’area: quindicimila le vittime. Negli anni Settanta non ebbe fortuna l’importante saggio di Aleksandr Solženicyn, “Arcipelago Gulag4”, osteggiato sia dalla sinistra, asservita a Mosca, sia dalla destra, che cercò tiepidamente di valorizzarlo per lo più in chiave anti-comunista. Anche a destra, infatti, un becero antisemitismo “di riflesso”, caratterizzato quindi solo dall’ignoranza di chi si approcciava a un mondo molto complesso e composito senza solide basi culturali, costituiva una tragica realtà. Oggi il fenomeno è molto sfumato e riguarda precipuamente i gruppuscoli estremisti. Non mancano , tuttavia, soggetti che, pur avendo raggiunto un discreto livello culturale, non disdegnano di manifestare, magari in un ambito ristretto perché consapevoli del loro anacronismo intellettuale, quell’odio razziale d ifficilmente scardinabile perché incrostato nella nostalgia di un passato dal quale non riescono a decantare il bene dal male.
L’autore di quest’articolo, vox clamantis in deserto insieme con quelle di pochi altri, tentò invano di dare voce all’illustre esule, essendo il fronte dei denigratori vasto , variegato e di grosso peso. Giorgio Napolitano, con il pieno sostegno di tutto il PC, all’epoca diretto da Berlinguer, definì aberranti le analisi socio -politiche di Solženicyn e legittimo l’esilio. Ancora più terribili furono i giudizi espressi da altri due campioni del radicalismo sinistrorso : Umberto Eco e Alberto Moravia. Per il primo Solženicyn era “una sorta di Dostoevskij da strapazzo”; per il secondo un “nazionalista slavofilo della più bell’acqua”. Vittorio Foa, molto candidamente, a novanta anni dichiarò che il libro non lo aveva
proprio letto. La cosa più triste, comunque, fu l’ignominioso comportamento della “Mondadori”: invece di pubblicizzare il saggio secondo normali regole aziendali protese a produrre utili dai propri investimenti, lo trascurò artatamente e spostò l’attenzione mediatica su l saggio di Oriana Fallaci Intervista con la storia, uscito nello stesso periodo. Il libro dell’esule russo, intanto, spopolava in tutto il mondo e, ça va sans dire, in modo particolare in Francia.
PAPA PACELLI E LE COLPE DELLA CHIESA
L’argomento è delicato , soprattutto in un momento come questo, che vede la Chiesa in grossa difficoltà nel conciliare la propensione dogmatica alla mutevolezza dei tempi e alle pressioni di una società allo sbando, che sovverte tutti i valori. Le terribili responsabilità in tema di antisemitismo , però, che pur avendo radici antiche raggiunsero livelli d’imbarazzante complicità nella seconda guerra mondiale, non possono essere sottaciute. Dal sostegno alle leggi razziali del 1938 al silenzio di Papa Pacelli, vi è davvero tanto da farsi perdonare. Il pragmatismo del Papa (termine non utilizzato a caso perché trova riscontro in molte cronache dell’epoca e nelle analisi di eminenti studiosi) lo portò a considerare il nazismo come l’ultima spiaggia contro il bolscevismo. Va anche detto, comunque, che molti Ebrei ebbero salva la vita grazie agli esponenti ecclesiastici che non facevano perfidi calcoli politici e offrirono loro ospitalità all’interno del Vaticano. Questo scottante argomento è stato oggetto di una importante opera teatrale, Il Vicario, (il titolo originale, Der Stellvertreter, fa riferimento proprio al Papa, Vicario di Cristo), scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth nel 1963 e fonte di non poche polemiche per la manifesta accusa di complicità. In Italia fu addirittura censurat a dopo la prima rappresentazione e solo nel 2007 fu resa di nuovo disponibile. Da essa, intanto, nel 2002 il regista Costa Gravas trasse lo spunto per il film “Amen”, allargandone il contesto narrativo con l’inserimento di Kurt Gerstein, membro dell’Istituto d’igiene delle Waffen-SS che, dopo aver depurato l’acqua potabile con lo Zyklon B, scoprì che l’agente fumigante a base di acido cianidrico era stato utilizzato anche nelle camere a gas di Auschwitz. Scioccato, tentò di informare il Papa affinché levasse la sua voce contro i campi di sterminio, ottenendo, però, una chiusura totale a ogni tentativo di denuncia.
STERILIZZAZIONE DI MASSA NELLA CIVILISSIMA SVEZIA.
In premessa devo dire che amo molto il popolo svedese sia per retaggio ancestrale sia per solidi vincoli amicali5. Affetto e stupendi ricordi, tuttavia, non m’impediscono di segnalare l’eccellente saggio di Piero Colla intitolato “Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese”, edito da Carocci nel 2000. Nella civilissima Svezia, tra il 1934 e il 1997 (avete letto bene: 1997!) ben 63.000 persone, in prevalenza donne, furono sterilizzate in ossequio a quei principi razziali non certo dissimili da quelli che caratterizzavano l’aberrazione nazista. Anche in Svezia l’antisemitismo ha radici antiche e fino al 1870 gli Ebrei non potevano scegliere dove abitare, subendo pesanti vessazioni e discriminazioni, tra le quali assume particolare rilevanza il “passaporto speciale” adottato nel 1938 e subito emulato in Germania e Svizzera, che prevedeva una “J” maiuscola di colore rosso timbrata sulla prima pagina.
CONCLUSIONI
L’articolo potrebbe continuare ancora per molte pagine perché non vi è Paese al mondo immune da colpe nei confronti degli Ebrei, a cominciare dagli Stati Uniti e non solo per il mancato bombardamento dei campi di concentramento. Un antisemitismo “strisciante” si è sempre registrato nella società americana, salvo poi affievolirsi in virtù dell’affermazione, in tutti i campi, proprio degli Ebrei. Tra i tanti episodi va ricordato il drastico intervento di Roosevelt, che impedì con la forza
l’approdo di un piroscafo pieno di fuggiaschi, partito da Amburgo. Churchill, dal suo canto, minacciò di silurare a Sulina, nel Mar Nero, un altro carico di Ebrei in navigazione verso la Palestina. Nel febbraio del 1942, lo “Struma”, una nave di profughi proveniente dalla Romania, affondò nel Mar Nero, con 770 persone a bordo, dopo essere stata respinta dagli inglesi e dai t urchi. Perirono tutti. Le vessazioni praticate dagli inglesi agli Ebrei già residenti in Palestina, con fucilazioni sommarie, per scoraggiare nuovi sbarchi, costituiscono una pagina di storia che ancora deve essere decantata in tutta la sua tragicità. In tanti presumono di conoscere la storia di Anna Frank, o per aver letto il diario o per aver visto il film. Pochi sanno, però, che il papà tentò invano, sin dal 1941, di emigrare negli USA, ottenendo sempre un rifiuto. Con la nascita di “Israele” i vincitori della seconda guerra mondiale hanno presunto di mettersi a posto con la coscienza. Vana presunzione, con quel che è successo dopo e continua a succedere
Siamo nel XXI secolo, sono trascorsi 78 anni dalla fine delle più terribile guerra che la storia dell’umanità ricordi e il razzismo (di cui l’antisemitismo è solo una delle componenti principali, ma non certo l’unica), non solo non è stato debellato, ma prolifera in modo spaventoso. Parimenti sembra svanire il sogno degli Stati Uniti d’Europa, annichilito da quel cancro sociale che si chiama nazionalismo, primario alimento del razzismo.
Ciò che si fa per combattere i rigurgiti di nazionalismo e il razzismo, pertanto, è sempre poco. Forse dovremmo tutti emulare quei tipi un po’ scemotti adusi ad indossare magliette con scritte che inneggiano alla propria superiorità razziale. Indossiamole anche noi, stampandovi una sola semplice frase: “L’unica razza che conosco è quella umana e nessuno ha colpe o meriti per dove nasce ma solo per come vive”.
NOTE
1 Josef Stalin, Il marxismo e la questione nazionale e coloniale, Einaudi Editore, 1974
2 A scanso di equivoci (già verificatisi in passato), si precisa quanto segue. I nomi dei popoli delle varie nazioni vengono scritti con iniziale minuscola, nel rispetto delle corrette regole grammaticali (coreani, estoni, finlandesi, etc.). “Ebrei” viene scritto con carattere maiuscolo in quanto identifica un nome storico, che richiede appunto l’iniziale in maiuscolo (Ittitti; Fenici; Sanniti e Greci (antichi); sanniti e greci se si facesse riferimento a quelli contemporanei). Parlando degli “israeliani” si sarebbe utilizzato il carattere minuscolo. “Tedeschi del Volga” è scritto con la “T” maiuscola perché in questo caso indica le radici etniche di un popolo e quindi si applica la regola del nome storico. In qualche testo si trova la definizione con la “t” minuscola ma l’autore di questo articolo considera tale formula un errore, a meno che non si faccia loro riferimento utilizzando una diversa definizione (es.: Stalin sciolse la Repubblica socialista sovietica autonoma tedesca del Volga ed ordinò l'immediata deportazione delle persone di etnia tedesca sia dalla regione del Volga sia dalle loro altre tradizionali aree di insediamento”. Nella frase in cui si parla di ceceni e Tartari i primi hanno l’iniziale minuscola in quanto configurabili con gli occupanti della Cecenia, a prescindere dalle variazioni territoriali subite dal Paese nel corso dei secoli; i Tartari sono un “gruppo etnico” disseminato in vari stati, senza un proprio territorio e quindi anche per loro vale la regola del “nome storico”.
3 Uno dei pochi saggi che affronta con obiettività la terribile vicenda, che per molti anni registrò reciproche accuse tra tedeschi e russi, è quello scritto dallo storico canadese di origine russa e vissuto in Italia Victor Zazlavsky, Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Il Mulino, 2006 (Lo storico è stato anche consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi con il compito precipuo di indagare sull’apparato paramilitare del PCI). Assolutamente da vedere, inoltre, il film Katyn, diretto nel 2008 dal regista polacco Andrzej Wajda.
4 Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag 1918-1956, Arnoldo Mondadori Editore, 1974 (quasi irreperibile la prima edizione, ma disponibili quelle più recenti).
5 I miei avi raggiunsero la Pannonia partendo dalle sponde della Scania, per poi entrare in Italia al seguito di re Alboino. Tra le imprese più belle ed esaltanti portate a compimento nella mia frenetica vita vi è senz’altro la mostra internazionale sui “Ponti di Leonardo”, concepita quale supporto culturale alla faraonica opera ingegneristica che unisce, con un ponte
sul Baltico, le città di Malmö e Copenaghen e che tanto successo riscosse nelle tre esposizioni di Malmö, Göteborg e Stoccolma. (www.galvanor.wordpress.com/2012/11/01/i-ponti-di-leonardo-il-ventennale-della-grande-mostra)
Lino Lavorgna
Cronache di un cavaliere errante
MUSTAFA IL SENESE
Ѐ proprio bella Piazza del Campo e chissà quale po sizione occuperebbe in una classifica mondiale che tenesse conto degli stessi parametri valutativi. In rete se ne trovano tante: le venti piazze più belle del mondo, le quindici, le dieci. Nella prima non compare proprio ed è presente solo in alcune delle altre che ne prendo no in esame un numero inferiore, ma non nelle primissime posizioni, a riprova che ciascuno ha espresso valutazioni meramente soggettive. Io la frequentavo spesso, durante i miei tre anni senesi, concedendomi deliziose e ritempranti soste con colleghi o avvenenti fanciulle al bar ubicato alla base del Palazzo dei Pannocchiesi d’Elci. Dopo qualche mese, però, durante i quali ebbi modo di approfondire la storia della città, mi trovai in un labile imbarazzo che può anche apparire ridicolo, ma che cito contando precipuamente sulla sensibilità comprensiva dei dotti lettori di CONFINI. Il palazzo fu costruito dalla famiglia nobiliare Alessi, originaria di Roma ma appartenent e alla nobiltà siciliana, per poi essere ceduto ai Cerretani Bandinelli Paparoni, giunti in Italia al seguito di Carlo Magno , tra i cui discendenti figura Papa Alessandro III. I Bandinelli lo cedettero a loro volta ai conti Pannocchiesi d’Elci, che pure possono vantare una nutrita messe di vescovi, arcivescovi e cardinali. Sembra che potessero acclarare radici longobarde, ma la notizia non trova certificazioni attendibili e quindi su questo effimero pregio - nessuno ha meriti per le sue radici ma solo per come vive - si può tranquillamente sorvolare. In pratica prendevo il caffè in un palazzo con merlatura guelfa (sommità squadrata) che, durante la feroce lotta tra Guelfi e Ghibellini, era appartenuto a convinti sostenitori dei primi; i palazzi ghibellini, invece, hanno la merlatura a “coda di rondine”. Tutte cose che la mia ignoranza in storia dell’arte e strutture architettoniche non mi consentirono di cogliere alla vista, ma solo dopo gradevole e opportuno studio. Troppo per un cultore del simbolismo che, in ogni circostanza, deve sempre associare armonicamente il sostanziale al formale, pena un inutile fastidio. Per esempio non bevo i vini di alcune regioni, ancorché pregiati, solo perché potrebbero essere prodotti da soggetti collusi con organizzazioni criminali: quando stappo una bottiglia di vino, infatti, il piacere della degustazione – senza mai esagerare, sia ben chiaro – scaturisce da un insieme di fattori tra i quali la territorialità e lo stile del produttore hanno una rilevante importanza.
Apprese le succitate notizie, pertanto, mi spostai di pochi metri, nel bar sovrastato dal Palazzo Sansedoni, la cui merlatura gotica sicuramente meglio si confaceva al mio retaggio ancestrale e a ogni altra componente dell’essere e del divenire.
Fu proprio grazie a questo “trasferimento” che ebbi modo di conoscere Mustafa. Nelle prime frequentazioni del bar era un dipendente come un altro, che serviva le consumazioni ai tavoli. Non sempre toccava a lui occuparsi di me e dei miei amici, ma quello stile tutto particolare nel servire i clienti, l’ampio sorriso perennemente stampato sul volto, a differenza di chi chiaramente lasciava trasparire stanchezza fisica e morale (nel bar praticamente non esiste un solo attimo di pausa dall’apertura alla chiusura), lo rendevano un soggetto interessante. Era uno che si faceva notare, insomma. Baffetti neri, sembianze somatiche e qualche parola scambiata durante le ordinazioni mettevano bene in evidenza l’origine extraeuropea. In quel periodo mi divertivo molto, con amici e colleghi, a tentare di individuare il Paese di provenienza dei tanti stranieri che circolavano per Siena, osservando il loro aspetto. Si scommetteva il costo della comunicazione e dopo aver espresso il proprio parere uno di noi chiedeva alla persona presa di mira da dove venisse, in modo da sancire il vincitore. Ero abbastanza bravo in u na decriptazione pregna di empirismo, che sfruttava molto l’elemento di esclusione anziché puntare direttamente all’individuazione del Paese, come tentavano di fare i miei amici. Nondimeno gli errori erano comunque tanti e sbagliai anche con Mustafa, sia pure di poco, quando decidemmo che era giunto il suo turno: lo presi per un iraniano e invece era un
iracheno. Dopo avergli rivelato il perché della richiesta si instaurò un clima più confidenziale, condizionato non solo dalla curiosità verso un soggetto proveniente da un’area molto particolare del Pianeta, per di più in piena guerra (eravamo nel 1983 e l’Irak aveva invaso l’Iran già da tre anni), ma anche da motivi prettamente professionali, lavorando presso l’Ufficio stranieri della locale questura. Essendo praticamente impossibile scambiare più di qualche semplice battuta durante l’orario di lavoro, lo invitai a cena nel ristorantino che frequentavo solitamente, “Il Cane e Gatto”, con il cui proprietario avevo stretto un solido legame di amicizia.
Ebbi modo di apprendere, quindi, che Mustafa era scappato dall’Iraq allo scoppio della guerra, giungendo in Italia con canali regolari, passando per la Giordania. Si era iscritto alla facoltà di Farmacia, scegliendo il corso di studi che avrebbe voluto seguire in Iraq, senza considerare le difficoltà che avrebbe incontrato in funzione della scarsa conoscenza della lingua. Dopo il primo anno, infatti, non riuscì a sostenere il numero di esami sufficiente a garantirgli il permesso di soggiorno e pertanto viveva da “clandestino”, per giunta lavorando irregolarmente in un rinomat o locale cittadino. In più era stato considerato disertore in patria, non essendosi presentato all’atto della chiamata per sottoporsi al periodo di addestramento propedeutico all’invio al fro nte. La condanna prevedeva la pena di morte.
Si può ben immaginare la sua reazione, pertanto, quando gli rivelai il mio ruolo. Si era aperto con me senza chiedermi cosa facessi e presumendo che fossi uno dei tanti meridionali che lavoravano a Siena. Non indossavo una divisa da poliziotto, facendo parte dell’Amministrazione civile del Ministero dell’interno, e quindi lungi da lui il pensiero che potessi prestare servizio in questura e proprio nell’ufficio che rilasciava i permessi di soggiorno! Sbiancò in viso , ma fui tempestivo nel rassicurarlo. «Non devi preoccuparti – gli dissi – farò di tutto per aiutarti. E togliti dalla testa che sarai rimpatriato in Iraq. Non accadrà mai». Riprese colore e mi strinse forte le mani. Mi disse che guadagnava bene e che aiutava la famiglia in Iraq, alla stregua di tutti gli altri stranieri che erano riusciti ad inserirsi nel tessuto sociale locale.
Il giorno successivo, quando fui convocato dal questore per la routinaria riunione mattutina, gli raccontai tutto, senza tralasciare alcun dettaglio e facendo leva soprattutto sul fatto che in caso di rimpatrio sarebbe stato giustiziato. Il Questore mi guardò a lungo, sorridendo sornionamente, prima di replicare con tono perentorio: «Almeno questa volta mi sottoponi problemi seri!» (Dava il “lei” a tutti ed io ero il solo a godere il privilegio del “tu”). La frase aveva una sua logica: a Siena vi erano molte studentesse greche che, all’atto della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, non avevano i giusti requisiti (almeno tre esami sostenuti nel corso dell’ultimo anno accademico). Alla contestazione iniziavano a piangere asserendo che il loro unico scopo era trovare un buon marito e restare in Italia. Ovviamente non mi permettevo di assumere alcuna decisione e correvo subito dal questore, che sempre si metteva le mani nei capelli, essendo diventata la questione alquanto insostenibile per la frequenza con cui gliela sottoponevo.
Per Mustafa fu subito avviata la pratica per la concessione dell’asilo politico e così po té serenamente dedicarsi al lavoro, avendo abbandonato il sogno della laurea in farmacia. «Da oggi sono Mustafa il senese», esclamò quando gli fu comunicata la notizia, sprizzando gioia da ogni poro della pelle.
Chissà dove sarà ora. E quante cose sono cambiate da allora.
NON TOGLIETE LA DIVISA AGLI UFFICIALI
I militari in congedo, da oltre tre anni, per decisione dello Stato maggiore della difesa, non possono indossare la divisa al fine di evitare ogni possibile confusione con i militari in servizio. Gli iscritti alle associazioni d’arma formalmente riconosciute dal Ministero della difesa, quando dovessero partecipare a cerimonie o eventi (esempio: feste nazionali; commemorazioni dei caduti in guerra e di rilevanti eventi storici; convegni tematici; etc.) sono autorizzati ad indossare solo l’abbigliamento (utilizzo questo termine in alternativa a quello ufficiale, “elementi uniformologici, N.d R.) e gli accessori event ualmente stabiliti da ciascuna Forza Armata.
Il regolamento per la disciplina delle uniformi è molto articolato e indica chiaramente le ragioni connesse alla preclusione, in massima parte ampiamente condivisibili, soprattutto per quanto concerne le forze dell’ordine e gli ex militari di leva. Ogni associazione d’arma, del resto, ha una propria divisa sociale e ciascun iscritto può onorare lo spirito di appartenenza indossandola nelle numerose celebrazioni annuali, a cominciare dai rispettivi raduni nazionali.
Questo appello, pertanto, rivolto al ministro Crosetto e ai vertici militari, riguarda precipuamente gli iscritti all’U.N.U.C.I. (Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia), perché per loro il discorso è sostanzialmente diverso.
Parliamo di ufficiali di alto rango che hanno ultimato la carriera dopo aver ricoperto importanti ruoli in ambito nazionale e internazionale. Parliamo, altresì, di ufficiali che, a un certo punto della loro carriera, hanno scelto di transitare nella vita civile, lavorando nella Pubblica Amministrazione o in importanti aziende.
Per queste persone, rinunciare alla divisa, dopo aver abbandonato il servizio per limiti di età o per dedicarsi ad altre professioni, è particolarmente doloroso. Un ufficiale non cessa mai di essere tale e privarlo della divisa vuol dire privarlo del suo senso patriottico, di farlo sentire un corpo estraneo in un contesto del quale vuole essere ancora parte integrante, sia pure senza alcun potere effettivo. Non occorre avere una laurea in psicologia per comprendere la ferita lancinante che provoca un distacco troppo marcato in soggetti che, sin dall’inizio della carriera militare, siano stati al comando di truppe, cibandosi di quella stima e di quell’affetto che in talune occasioni, soprattutto drammatiche, sfiora la venerazione.
La speranza, pertanto, è che il ministro Crosetto, di concerto con lo Stato Maggiore della D ifesa e il pieno assenso del Presidente del Consiglio dei ministri, trovino una soluzione all’angoscioso problema. Nessuno chiede di indossare “quotidianamente” la divisa dopo il congedo, ma solo nelle cerimonie ufficiali. La “confusione” è facilmente evitabile aggiungendo sulla divisa il logo dell’U.N.U.C.I., in modo da rendere ben identificabile il portatore. Trascorrere gli anni post -servizio sentendosi “abbandonati e bistrattati” da quello Stato che si è servito per decenni, magari a prezzo di immani sacrifici, accorcia la vita. Sentirsi apprezzati e “pienamente attivi”, soprattutto quando l’incedere dell’età allontana sempre più dal glorioso passato, l’allunga. Chi abbia il potere di allungare la vita delle persone, pertanto, non rinunci a questo privilegio e sia fiero delle proprie buone azioni nei confronti di chi è sempre pronto a sacrificarla per tutelare quella altrui. Galvanor.wordpress.com –
SULL’ATTENTI, AL COSPETTO DEGLI EROI
Il commovente omaggio dei militari britannici e svedesi ai soldati ucraini in partenza per il fronte dopo il periodo di addestramento (Cliccare sul catenaccio per visionare il video)
Con gli occhi lucidi e la gola che brucia non smetto di guardarli, quei soldati sull’attenti, mentre salutano altri soldati, europei come loro, che vanno in guerra per difendere non solo la propria patria ma anche la sacralità di quei principi che costituiscono il patrimonio comune dei popoli d’Europa. Principi che dovrebbero indurci a fare qualcosa di più. Toccano il cuore quelle immagini, certo, e solo chi fosse cinicamente chiuso nel vuoto della propria misera esistenza riesce a guardarle senza commuoversi. Si vedono i soldati britannici e svedesi sull’attenti, mentre salutano in segno di rispetto e ammirazione i confratelli ucraini in partenza per il fronte, dopo aver imparato ad usare armi più moderne di quelle in dotazione, per meglio difendersi dalla vile aggressione russa. Questi ultimi non si vedono, all’interno dei pullman, ma possiamo immaginare i volti sorridenti, nonostante la consapevolezza che molti di loro non rivedranno mai più la casa, i genitori, le mogli, i figli. Sono soldati che stanno stupendo il mondo, giorno dopo giorno, facendoci prendere consapevolezza – più
di quanto non fosse possibile per altre vicende – che occorre spingere sull’acceleratore, e non di poco, affinché si giunga presto a una vera unione politica dell’Europa, in modo da renderla baluardo inespugnabile a difesa della pace.
Un giorno la sto ria ci giudicherà per tutto ciò che stiamo facendo per l’Ucraina, in questi mesi terribili, e forse le pur bellissime immagini dei soldati sull’attenti, dopo aver addestrato i confratelli ucraini, non basteranno ad assolverci. Dobbiamo fare qualcosa di più. Soprattutto i giovani dovrebbero capire che solo se tutta l’Europa dimostrerà all’orco russo che la condanna per il secondo genocidio perpetrato a danno del popolo ucraino è totale, inconfutabile e senza eccezioni, si potranno creare reali premesse per la pace. Pace, sia ben chiaro, possibile solo con il recupero di tutte le zone occupate, Crimea compresa. Io so cosa farei se avessi vent’anni, o anche il doppio. E sono sicuro che tanti della mia generazione farebbero lo stesso, se potessero. I giovani di oggi, però, avvelenati dagli sciagurati miti del postmodernismo, certe azioni non sono proprio in grado di concepirle. Ѐ una pia illusione, pertanto, sperare che da ogni angolo del continente partano a frotte per arruolarsi nella Brigata internazionale al servizio del glorioso esercito ucraino. Non è solo colpa loro, comunque. Noi adulti siamo stati poco accorti nel contrastare il dilagare del male che subdolamente s’incuneava nei meandri della società, lasciando campo aperto a chi prosperava grazie alla progressiva e sempre più massiccia dissoluzione etica e morale.
Non è mai troppo tardi per correre ai ripari, tuttavia, anche se il compito è arduo. Nondimeno non possiamo esimerci dal compierlo, raccogliendo tutte le nostre forze per “educare” le nuove generazioni al rispetto del vero senso della vita, inducendole ad abbandonare i contorti sentieri che conducono verso un baratro senza fondo e riportarli sulle strade maestre della civiltà. Ce lo impone la nostra coscienza e lo dobbiamo a un intero popolo che si sta sacrificando per tutelare anche la nostra libertà. E intanto non smettiamo per un solo istante di sostenere con ogni mezzo possibile il popolo ucraino e il suo straordinario presidente, sollecitando i governai dell’Occidente a fare meno chiacchiere e più fatti. Siamo vecchi per la spada, non per la penna.
LE GIORNATE MONDIALI DELL’IPOCRISIA ILLUMINISTA
La stragrande maggioranza del genere umano, più o meno dagli albori delle civiltà mesopotamiche, ha avvertito il bisogno di trovarsi un alibi per giustificare la propria esistenza terrena, resa maledettamente complicata dal doverne accettare la fine. Contestualmente all’evoluzione delle facoltà intellettive, pertanto, cresceva il bisogno di droghe esistenziali sempre più potenti per non impazzire e suicidarsi. Filosofia e religioni assolsero egregiamente (avverbio utilizzato con un eccesso di semplificazione, ma non è il caso di divagare) il vitale compito loro conferito, sopperendo alle esigenze di un vasto arco di umanità: la prima funse da medicina per lo spirito degli eletti; le seconde per buona parte di quella restante. Le droghe naturali e l’alcool contribuirono a chiudere il cerchio sopperendo alle difficoltà di chi, per vari motivi, era refrattario allo studio severo e al fideismo. Col passare dei secoli, però, i rimedi utilizzati per rendere accettabile la vita terrena diventavano progressivamente meno efficaci in quanto contrastati da un antidoto che si diffondeva in modo autonomo e nat urale: la crescente capacità di sviluppare un pensiero raziocinante, supportato da scoperte scientifiche che annichilivano le vecchie credenze. Paradossalmente, più l’uomo prendeva consapevolezza del proprio essere e del proprio divenire – elevandosi quind i dallo stato primordiale – più s’indeboliva, non essendo in grado di accettare (di sopportare) il peso di ciò che egli stesso partoriva in campo sociale e scientifico.
Si rendeva necessario, pertanto, reperire una nuova droga molto più potente di quelle utilizzate per millenni; una droga che fosse in grado di assicurare, per quanto possibile, un percorso terreno almeno apparentemente percorribile, essendo esso comunque minato da due ostacoli insormontabili e ineliminabili: la caducità della vita e la conclamata incapacità di relazionarsi armonicamente e pacificamente con i propri simili. Non si doveva scoprire nulla di nuovo, in realtà, ma solo rendere più efficace, codificandolo con metodiche scientifiche, uno strumento concettuale empiricamente usato sin dall’antichità: l’ipocrisia. Gli illuministi si fecero carico di conferire all’ipocrisia il compito
di sedare le coscienze, affinandola progressivamente fino alle forme che permeano la società contemporanea. La bugia, quindi, diventa l’elemento basilare al servizio del potere per “dominare” e, contestualmente, lo strumento utilizzato dai “dominati”, dai miserabili di hughiana memoria, per tirare a campare, per dare un senso a una vita vuota e, per l’appunto, misera. Del liberalismo come massima espressio ne dell’ipocrisia abbiamo parlato più volte e quindi è inutile ribadire concetti triti e ritriti Limitiamoci, pertanto, a onorare il tema del mese dando rilievo esclusivamente a quella componente che riguarda il “giorno dell’espiazione”, ossia la ricorrenza annuale, puramente formale e quindi fortemente intrisa di ipocrisia, nella quale gli esseri umani fingono di dolersi per i mali del mondo da essi stessi creati, promettendosi di eliminar li. Promessa così falsa che per taluni di essi è disattesa nel g iorno stesso in cui viene pronunciata.
Indicare con esattezza il numero delle “giornate mondiali” è impresa più che ardua, costituendo esse un vespaio gigantesco che non lascia vuoto nemmeno un giorno dell’anno e spesso vede accavallarsi più ricorrenze. Vi è davvero di tutto e di più. Il primo giorno dell’anno, manco a dirlo, è dedicato alla “pace”, in un mondo che non ha mai cessato di guerreggiare. Sempre nel mese di gennaio si celebra la giornata internazionale dell’educazione, che dovrebbe fungere da antidoto contro la scostumatezza dilagante, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Il 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, è dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sono ben ventitré anni che si ripropongono, con un effluvio infinito di risorse documentali e letterarie, arricchite da una filmografia di altissima qualità, i tragici eventi legati non solo alla follia nazista (la data ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz) ma al diffuso antisemitismo che da sempre permea la (cattiva) coscienza di coloro che trovano nel razzismo una delle tante droghe cui aggrapparsi per dare un senso alla propria (misera) esistenza. Anche in questo caso gli effetti dello sforzo profuso per combattere la peggiore degenerazione degli esseri umani (cui comunque è dedicata la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, che ricorre ogni 21 marzo in ricordo del massacro di Shaperville, in Sudafrica) sono pressoché nulli, come ampiamente dimostrato dalla cronaca quotidiana. Il 24 aprile è dedicato al genocidio armeno , ma nessuno se ne accorge perché non si può dare risalto alle sofferenze del piccolo Paese caucasico al fine di non indispettire il sultano turco, prezioso alleato militare, pronto a scaricarci addosso fiumi di migranti in caso di mancata accondiscendenza 1 . Eppure proprio da bravi registi italiani, i Fratelli Taviani, è stato girato il più importante film dedicato alla tragedia del popolo armeno, “La Masseria delle allodole”, tratto dall’omonimo eccelso romanzo di Antonia Arslan, che andrebbe proposto nelle scuole, alla pari di tanti altri romanzi che affrontano le grandi tematiche sociali planetarie Oggi il popolo armeno subisce la vile aggressione azera, ma nessuno ha il coraggio di denunciarla: gli azeri ci danno il petrolio; pazienza se si sono fregati l’Artsakh (meglio noto come Nagorno Karabakh), massacrato donne e bambini, distrutto chiese millenarie. Il 24 aprile si ricorda sommessamente il genocidio con qualche articoletto nei media, si manda qualche messaggio di circostanza alle autorità diplomatiche e va bene così. Ventiquattro ore passano in fretta e gli armeni continuino pure a soffrire in pace, anzi in guerra, considerato che le violazioni del “cessate il fuoco” da parte azera continuano con metodica frequenza nei territori occupati e anche oltre confine. Gli armeni sono abituati da sempre a soffrire, del resto
1 Scrivo questo articolo a pochi giorni dalle elezioni e quindi potrebbe darsi che, nel momento in cui leggete, Kemal Kilicdaroglu abbia preso il posto di Erdogan Non per questo, però, bisogna farsi illusioni circa la possibilità di un reale cambio di rotta: al netto delle pur marcate differenze tra i due contendenti, la politica imperialista turca non muterà di un a virgola, né saranno eliminate le profonde distonie sociali che fanno inorridire noi occidentali. La mentalità di un popolo, poi, non cambia da un giorno all’altro solo perché si registra un avvicendamento nei palazzi del potere.
Vi sono abituati alla pari degli ucraini, che celebrano l’Holodomor il 25 novembre: circa sette milioni di vittime della follia staliniana (numero più o meno ufficiale, nettamente inferiore a quello reale perché gli effetti dello sterminio per fame durarono decenni). Soprattutto di questi tempi se ne dovrebbe parlare ogni giorno per rendere più esplicita la follia di chi pervicacemente tenta di spostare all’indietro le lancette dell’orologio, perpetrando un secondo genocidio con eccessivi tentennamenti da parte di troppi Paesi occidentali, di là dai continui proclami solidaristici, che inducono a suggerire di ridurre le parole e aumentare i fatti. La ricorrenza, tra l’altro, è oscurata da quella concomitante e più pubblicizzata dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne. Anche quest ’ultima, anno dopo anno, sin dal 1960 è celebrata con grande e inutile sfarzo mediatico 2: gli uomini continuano a massacrare e a violentare le donne con crescente intensità e bisogna anche fare attenzione a come affrontare il problema. L’autore di questo articolo, per esempio, si è visto massacrare nei social per aver scritto che bisogna inculcare nelle donne gli stessi elementi “formativi” che si utilizzano per “insegnare a difendere i beni materiali”, riferendo un episodio che ha riguardato persone di sua conoscenza.
Una brava ragazza, studentessa modello, residente in un parco residenziale di una grande città protetto da vigilanti che potrebbero ben figurare in un reparto speciale di qualsiasi corpo militare, per una uscita pomeridiana si prende la briga di chiudere la porta blindata attivando la doppia serratura e il codice antifurto, dopo aver interloquito telefonicamente col papà e aver appreso che egli era sulla strada del ritorno e sarebbe giunto nel giro di una trentina di minuti. Bastava tirarla, la porta, essendo il rischio di furto in quel parco pari a zero, ma l’educazione impartita spinge istintivamente a tutelare i propri beni con la massima accuratezza. La ragazza, poi, con una leggerezza che fa cascare le braccia, accetta di salire sulla moto del pappagallo di turno che l’abborda per strada e l’invita “a farsi un giro”. Inutile dire come sia andata a finire. Apriti cielo! Non va bene insegnare alle donne di “non fidarsi”: devono essere libere di frequentare chi vogliono, di andare da sole in discoteca, di accettare la compagnia di sconosciuti, di concedere “l’ultima chiacchierata” al fidanzato o al marito lasciato, senza per questo correre rischi. Chiudere, con il massimo della protezione, la porta di casa vigilata come Fort Knox anche per brevi uscite o la portiera delle automobili durante la sosta caffè, va bene; proteggersi intelligentemente dall’aggressività maschile no. Ma tant’è.
Le giornate mondiali sul clima e sull’ambiente non si contano e sono trascorsi cinquantuno anni dal famoso rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma agli scienziati del celebre MIT di Boston, i quali indicarono la strada per non distruggere il Pianeta che ci ospita. Altre giornate nelle quali l’ipocrisia regna sovrana, nel disprezzo più totale della natura, che ci fa pagare quotidianamente un prezzo salatissimo per la nostra scempiaggine.
Le balene sono le affascinanti creature marine che hanno ispirato poeti e scrittori. Nel mese di febbraio si celebra la loro bellezza e si esorta il mondo intero a tutelarle dalla caccia indiscriminata, vietata a livello internazionale sin dal 1986. Non mi chiedete la data precisa: c’è chi dice il 16, chi il 19, chi il 21; l’unica cosa certa è che si tratta di un’altra ricorrenza farlocca: Islanda, Giappone e
2 Uno sfarzo mediatico che però si guarda bene dallo spiegare il perché la ricorrenza sia stata fissata proprio il 25 novembre, per non parlare del sanguinario dittatore dominicano, protetto dagli USA, che represse nel sangue la “rivoluzione delle farfalle” e fece massacrare le sorelle Mirabal il 25 novembre 1960. Anche in questo caso basterebbe fare ricorso alla letteratura e al cinema per spiegare le radici della ricorrenza. Nessuna emittente, però, trasmette il bellissimo film “La rivoluzione delle farfalle”, irreperibile anche per l’acquisto, tratto dal romanzo di Julia Alvarez, “Il tempo delle farfalle”, che seppure disponibile nelle librerie ha avuto scarsa eco pubblicitaria.
Norvegia se ne fregano del divieto e continuano a sterminarle ogni santo giorno, senza che nessuno prenda seri provvedimenti. In Giappone, soprattutto, la carne di balena costituisce una delle pietanze più apprezzate.
Quanto sopra esposto basta e avanza per una pacata riflessione sull’inutilità delle giornate mondiali, eccezion fatta per le poche davvero impo rtanti, per lo più inventate da una umanità in perenne ricerca di alibi per sopravvivere, quando non di pretesti per sfruttare la dabbenaggine imperante Orso polare, passero, legno, semina, migrazione dei pesci, pinguini, animali da laboratorio, tonno, api, tartarughe, Triangolo dei coralli, desertificazione, gastronomia sostenibile, preservazione dello strato di ozono, eliminazione delle armi nucleari, leopardo delle nevi, montagna, diritti umani, pianeta Terra, zero emissioni, giraffa, foresta fluviale, lotta alla tubercolosi, promozione della lettura, salute, sonno, udito, grappa, Pi greco, felicità, Nowruz (ma che cacchio è il nowruz? Aspettate che controllo. Ah, ecco: è la festa più antica del mondo); neve, blue monday (giorno più triste dell’anno, terzo lunedì di gennaio… scoprite da soli il perché, io faccio passo) e finanche Winnie the Pooh, sorvolando su tante altre, hanno la loro giornata mondiale, perché nulla sfugge ai fantasiosi creatori. Davvero tante. Troppe e, come abbiamo visto, del tutto inutili. Per esse, in effetti, può valere ciò che sarcasticamente sostenne Benigni in un celebre monologo, parlando dei dieci comandamenti, che forse si potevano racchiudere in uno solo: «ama il prossimo tuo come te st esso ». Ecco, se questo precetto diventasse legge universale, si potrebbero abolire tutte le giornate mondiali e d’imperio scomparirebbero le guerre e qualsiasi cosa nuoccia al genere umano , trasformando il viaggio terreno in qualcosa di stupendamente meraviglioso. Utopia, ovviamente, perché anche le persone più acculturate fanno fatica a comprendere che ethnos ed ethos hanno la stessa radice etimologica e dovrebbero costituire elementi di unione, non di divisioni.
Questo articolo finisce qui, senza alcun bisogno di aggiungere altro. All’illusione illuminista, del resto, nella sua accezione più ampia, abbiamo dedicato (invano) centinaia di pagine e proprio non è il caso di insistere.
Visto che oggi è il 9 maggio, tuttavia, consentite a un vecchio europeista una postilla simbolica di grande rilevanza in quanto, come sosteneva Bachofen, «...solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Le parole fanno finito l’infinito, i simboli conducono invece lo spirito di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale». Oggi si celebra la Giornata dell’Europa , in ossequio alla dichiarazione di Schuman del 9 maggio 1950, nella quale si legge testualmente: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto ». Sono trascorsi settantatré anni da quelle parole e l’Europa unita resta ancora uno stupendo “simbolo” di un grande sogno . Non siamo stati capaci di darci una Costituzione (Francia e Olanda votarono cont ro, nel referendum del 2005) e abbiamo anteposto, peraltro in modo maldestro e dannoso , l’unità economica a quella politica. Siamo una comunità di diritto fondata su Trattati che, lungi dal tutelare il bene comune, fungono da capestro alimentando conflitti e divisioni. Manchiamo di un esercito europeo e facciamo parte di una organizzazione militare che non solo non è in grado di tutelare la pace, ma deve sopportare la presenza di un esercito appartenente a uno Stato in cui i diritti civili sono carta straccia, massacra i curdi e non esita a sostenere il terrorismo lì dove esso faccia comodo ai propri interessi. Con un paio di milioni di soldati guidati da un unico Stato Maggiore, tanto per fare un esempio concreto, col cavolo Putin si sarebbe sognato di annettersi la Crimea e invadere il resto dell’Ucraina. Il 4 luglio, negli USA, un intero popolo supera ogni divisione interna e si raccoglie compatto sotto la propria bandiera. Il 9 maggio , in Europa, celebriamo stancamente un rito
obsoleto, senza essere stati capaci nemmeno di proclamare la data festa nazionale. Più che le parole di Schuman, acquisiscono pregnanza quelle, molto tristi, di Paul Valery: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli». Non è mai troppo tardi per costruire la casa comune europea; non è mai troppo tardi per dare piena attuazione al monito di Schuman, incominciando a praticare vera ed effettiva solidarietà nei confronti di chi soffre, a cominciare ovviamente dal popolo ucraino, accelerando le “pratiche burocratiche” per l’ingresso del Paese nella UE e, visto che nessuno ha il coraggio di correre in armi a Kyiv, donando almeno un piccolo obolo: siamo oltre seicento milioni di abitanti e con una misera somma a testa potremmo aiutarli a ricostruire il Paese e a lenire le sofferenze. Che dite, le pene che stanno patendo per difendere la loro terra e tenere lontane le orde russe dai nostri confini, meritano almeno il costo medio di una cena in qualche risto rante di seconda categoria? «Il simbolo desta un presagio», dice ancora Bachofen. Noi abbiamo solo il dovere di dare forma al simbolo e corpo al presagio , perché una cosa è certa: “Europa Nazione sarà”, con l’Ucraina dentro a pieno titolo, nell’integrità dei suoi territori. A Zelensky, stupor mundi, saranno dedicate piazze e strade in ogni grande città d’Europa. Nel centro di Kyiv, in quella bella piazza dove si avviò il processo di affrancamento da un regime corrotto, la statua eretta in suo onore, con il tenue e dolce sorriso che sostiene un intero popolo anche nei giorni bui, ci ricorderà in eterno, generazione dopo generazione, che la follia umana può fare molto male, ma non potrà mai vincere sul bene.
Nella foto in alto: Gli ipocriti (J. Massijs, XVI sec.)
Articolo redatto per il numero di maggio di “Confini” e non pubblicato a causa dell’incendio che distrusse la redazione del Magazine.
NON ABBIATE PAURA DI AVERE CORAGGIO: UCRAINA
NELLA NATO SUBITO
«Diamo un caloroso benvenuto al Presidente Zelensky alla riunione inaugurale del Consiglio N ATOUcraina. Attendiamo di confrontarci, altresì, con i capi di Stato e di governo di Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Repubblica di Corea, nonché con il presidente del Consiglio europeo e col presidente della Commissione europea. Accogliamo inoltre con favore gli impegni assunti con i ministri degli Esteri della Georgia e della Repubblica di Moldova e con il vice ministro degli Esteri della Bosnia-Erzegovina, mentre continuiamo a consultarci strettamente sull'attuazione delle misure di sostegno sostenute dalla NATO. Diamo il benvenuto alla Finlandia come nuovo membro della nostra Alleanza. Questo è un passo storico per la Finlandia e per la NATO. Per molti anni abbiamo lavorato a stretto contatto come partner; ora siamo uniti come alleati. L'appartenenza alla NATO rende la Finlandia più sicura e la NATO più forte. […]. Ogni nazione ha il diritto di scegliere le proprie misure di sicurezza. Non vediamo l'ora di dare il benvenuto alla Svezia come membro a pieno titolo dell'Alleanza e, a questo proposito, accogliamo con favore l'accordo raggiunto tra il Segretario Generale della NATO, il Presidente della Turchia e il Primo Ministro della Svezia. La pace nell'area euro-atlantica è andata in frantumi. La Federazione Russa ha violato le norme e i principi che hanno contribuito a un ordine di sicurezza europeo stabile e prevedibile. La Federazione Russa è la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati, alla pace e alla stabilità nell'area euro -atlantica. Il terrorismo, in tutte le sue forme e manifestazioni, è la minaccia asimmetrica più diretta alla sicurezza dei nostri cittadini e alla pace e alla prosperità internazionali. Le minacce che affrontiamo sono globali e interconnesse. La Russia ha la piena responsabilità della guerra di aggressione illegale contro l'Ucraina, ingiustificabile e non provocata, che ha gravemente minato la sicurezza euroatlantica e globale. […] Continuiamo a condannare con la massima fermezza le palesi violazioni del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e degli impegni e principi dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, N.d.R.) da parte della Russia. Non riconosciamo e non riconosceremo mai le annessioni illegali e illegittime della Russia, inclusa la Crimea. Non può esserci impunità per i crimini di guerra russi e le altre atrocità, come gli attacchi contro i civili e la distruzione delle infrastrutture civili che privano milioni di ucraini dei primari servizi umani. Gli invasori devono essere ritenuti responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, in particolare contro la popolazione civile ucraina,
compresa la deportazione forzata di bambini e la violenza sessuale legata al conflitto. La distruzione della diga di Kakhovka evidenzia le brutali conseguenze della guerra iniziata dalla Russia. La guerra della Russia ha impattato fortemente sull’ambiente, sicurezza nucleare, sicurezza energetica e alimentare, economia globale e benessere di miliardi di persone in tutto il mondo. Gli alleati stanno lavorando per consentire le esportazioni di grano ucraino e sostenere attivamente gli sforzi internazionali per alleviare la crisi alimentare globale. La Russia deve fermare immediatamente questa guerra illegale di aggressio ne, cessare l’uso della forza contro l'Ucraina, ritirare completamente e incondizionatamente tutte le forze e attrezzature dal territorio dell'Ucraina e riportarle all'interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. Esortiamo tutti i Paesi a non fornire alcun tipo di assistenza all'aggressione della Russia e condanniamo tutti coloro che stanno attivamente facilitando la guerra della Russia. Il sostegno della Bielorussia risulta determinante poiché continua a fornire il suo territorio e le sue infr astrutture per sostenere l’aggressione della Russia e consentire alle forze russe di attaccare l'Ucraina In particolare la Bielorussia, ma anche l'Iran, devono porre fine alla loro complicità con la Russia e tornare al rispetto del diritto internazionale […] Nonostante gli inviti a impegnarsi in modo costruttivo in negoziati credibili con l'Ucraina, la Russia non ha mostrato alcuna sincera apertura a una pace giusta e duratura. (Estratto del comunicato ufficiale della NATO – Summit di Vilnius, 11 luglio 2023. Testo integrale qui).
Belle le parole pronunciate dal segretario generale Stoltenberg e da tutti i rappresentanti dei Paesi aderenti alla NATO. Nonostante il tremore delle dita sulla tastiera, correttezza vuole che esprima anche l’apprezzamento – chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei scritto questa frase – per Erdogan, indipendentemente dalla evidente logica che accompagna la sua strategia, non dissimile da un formale ricatto (fatemi entrare nella UE e non vi rompo le scatole con Svezia e Turchia nella Nato). “Uno alla volta per carità”, non con riferimento a Figaro ma ai “problemi” che ci affliggono. Ora maiora premunt e della Turchia parleremo in altra occasione.
Non si tergiversi troppo con l’ingresso dell’Ucraina nella N ATO. La paura di una escalation è funzionale solo agli interessi di Putin; avere il coraggio di unirci realmente in un blocco solido , dando piena “attuazione” alle tante parole di “so lidarietà”, fungerebbe da deterrente e indurrebbe il governo russo (ossia Putin) a miti consigli, magari sotto spinte interne sempre più incisive e, chissà, foriere di un cambio di assetto che consenta alla Russia di non rappresentare più una minaccia per chicchessia. Ѐ questa l’unica strada seria da seguire, sia per onorare Zelensky “stupor mundi” e il suo meraviglioso popolo, aduso a soffrire per mano russa ma non per questo destinato a perpetuare in eterno l’infausta condizione, sia per difendere la nostra libertà e non fare la figura dei cinici vigliacchi buoni solo a fare chiacchiere senza costrutto. I Paesi europei, soprattutto, dovrebbero essere i primi a spingere con determinazione sull’acceleratore, per guidare con fermezza il nuovo ordine che scaturirà dai futuri eventi ed evitare che siano Turchia e USA a suonare la grancassa. L’Ucraina ha senz’altro bisogno di entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma forse è il caso di acquisire la consapevolezza che siamo più noi europei e la stessa NATO ad avere bisogno dell’Ucraina affinché funga da “cuscinetto” su una bella fetta di confine, dopo che avrà riconquistato la Crimea, almeno fino a quando sarà necessario . L’augurio che dobbiamo rivolgere ai cittadini russi, infatti, è di affrancarsi da ogni forma di autocrazia e vivere senza timore di finire in prigione o essere uccisi per le proprie idee: vogliamo tutti tornare serenamente a visitare l’Hermitage e a passeggiare sulla Prospettiva Nevskij, col sorriso sulle labbra.
Si parli con chiarezza e per quanto concerne il nostro Paese si tacitino i putiniani de noantri, che sono davvero tanti, per dabbenaggine o complicità e spesso per entrambe le cose. Si spieghi bene, a tutti, iniziando dai giovani, dagli studenti, disorientati e confusi anche per colpa di docenti più disorientati e confusi di loro, che la N ATO non è una minaccia per nessuno e che tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, con l’unica eccezione di Bielorussia e Azerbaigian (bei campioni di democrazia!) ambiscono solo a un migliore assetto politico -sociale grazie all’ingresso nella UE e assaporare pienamente il profumo meraviglioso della libertà garantito dal Patto Atlantico. Guardano all’Occidente per girare completamente pagina e cancellare il ricordo di un periodo nefast o, irrimediabilmente e definitivamente condannat o dalla Storia.
«Le parole sono importanti» gridava Nanni Moretti, mentre in un famoso film schiaffeggiava la giornalista stupidotta che le usava a vanvera. Ora, per carità, nessuno vuole schiaffeggiare chi sciorini quotidiane stupidaggini sulla “minaccia della N ATO”, ma si faccia di tutto affinché si affermi un linguaggio più consono alla reale dinamica dei fatti: non c’è una guerra tra Russia e Ucraina, ma un’invasione da parte della Russia, per ragioni che nulla hanno a che vedere con la N ATO, come chiaramente emerso nel discorso che Putin pronunciò due giorni prima dell’invasione, quando sostenne che la Russia non può essere una grande potenza se non controlla i Paesi confinanti; per l’Ucraina non era nemmeno il caso di parlare di controllo perché non ne riconosceva il diritto all’esistenza! Occorre davvero tanta fantasia (o essere realmente al servizio di Putin) per sostenere che il popolo russo e chi lo guida temano la N ATO. Tutti sanno benissimo che nessuna coalizione occidentale tenterà di emulare Napoleone e Hitler ; ma tutti sanno benissimo, anche, che la propensione europeista dei Paesi dell’ex blocco sovietico costituisce il principale ostacolo al sogno zarista di Putin. Un sogno che deve essere infranto ad ogni costo e al più presto. Un giorno saremo tutti giudicati per ciò che stiamo facendo in questo nuovo periodo buio della storia europea e in tanti si sono già guadagnati abbondantemente le pagine più vergognose dei libri che saranno scritti. Sono ancora molte, però, le pagine bianche che attendono di essere riempite. Si faccia in modo che diventino pagine belle grazie al coraggio di coloro che, avendone il potere, assumano le decisioni più giuste, fondendo il potere con la sapienza, proprio come auspicato da Platone venticinque secoli fa, sfatando in tal modo la triste riflessione di un grande europeo, Paul Valery, sapiente senza potere: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli». Exsurge Europa. Slava Ukraïni.
Ondazzurra – 14 luglio
DIPENDENTI
Ѐ davvero una brutta cosa la discriminazione, ancorché praticata sin dalla notte dei tempi. Tutti la condannano, ma sono troppi coloro che lo fanno solo con le parole. Storia vecchia, quindi, che purtroppo affiora quotidianamente dalla cronaca e spesso diventa pessima storia.
In questo articolo parliamo della discriminazione subita da o ltre duecentomila lavoratori, dipendenti di Poste Italiane, azienda che nell’ultimo trentennio ha mutato lo status di vecchio carrozzone statale prima in Ente pubblico economico e poi, dal 28 febbraio 1998, sia pure con la formula di impresa pubblica, nell’attuale S.p.a.
La buonuscita congelata
Come noto, al termine dell’attività lavorativa, ai dipendenti del settore privato viene corrisposto il TFR (Trattamento di fine rapporto) e ai dipendenti pubblici il TFS (Trattamento di fine servizio). A titolo di chiarezza si precisa che, per i dipendenti postali, sin da quando esisteva il ministero di riferimento, il trattamento di fine servizio (ora TFR) viene definito con il termine “buonuscita”. Una caratteristica peculiare dei due trattamenti è la rivalutazione monetaria annuale, calcolata secondo gli indici Istat, in modo da adeguare l’importo ricevuto all’inflazione, preservandone il potere di acquisto. Per i dipendenti pubblici si registra un sensibile ritardo tra la data di cessazione del servizio e l’erogazione del TFS, per giunta non rivalutato. Le lamentele e le rivendicazioni hanno sortito un risultato positivo grazie alla Corte Costituzionale, che ha sancito il divieto di corrispondere in ritardo la liquidazione al personale del Pubblico impiego (Sentenza 23 giugno 2023, nr. 130). La penalizzazione economica, tuttavia, come meglio vedremo in seguito, è di gran lunga inferiore a quella subita dai postali, cosa che comunque non giustifica né il ritardo né la mancata rivalutazione. Per i dipendenti di Poste Italiane, infatti, unici tra tutte le categorie di lavoratori provenienti dal servizio pubblico, la rivalutazione è stata “congelata” al 28 febbraio 1998, ossia alla data in cui è avvenuta la trasformazione dell’Ente pubblico economico in Società per azioni (legge finanziaria varata dal Governo Prodi, a firma di Ciampi e Visco in qualità di Ministri del Tesoro e delle Finanze) La ragione di questa pesante discriminazione resta uno dei misteri irrisolti della Repubblica Italiana, nonostante violi in modo palese la Costituzione: art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese); art. 36 (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa […]. I giudici della Consulta, tra l’altro, a differenza di quanto accaduto recentemente per i dipendenti pubblici, nel 2007 hanno addirittura sancito “la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 53, comma 6, lettera a, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica)”. I postali, dunque, rispetto ad altri lavoratori, come per esempio i ferrovieri, per i quali la buonuscita è stata regolarmente inserita nel loro nuovo TFR, sono figli di un Dio minore.
Il danno economico subito
Prendiamo a titolo di esempio un dipendente che abbia cessato l’attività lavorativa nel novembre 2020, che abbia regolarmente riscosso il TFR un paio di mesi dopo e la quota restante di ventimila euro (maturata dal momento dell’assunzione al 1998) dopo due anni, ossia nel novembre 2022, secondo quanto previsto dalle vigenti norme. La penalizzazione sarebbe pari a quasi il 46% di quanto gli sarebbe spettato : l’importo rivalutato, infatti - ammonta a 43.509,68 euro! Siccome al peggio non vi è mai fine, va anche detto che siffatta anomala situazione ha determinato degli errori da parte dell’Agenzia delle Entrate nella fase di ricalcolo dell’Irpef sulle liquidazioni già improvvidamente decurtate, con conseguente addebito di importi, in taluni casi davvero consistenti, non dovuti. (Vedere pagina Facebook dedicata al “furto” delle buonuscite).
Per completezza informativa va aggiunt a la maggiore penalizzazione subita dai fruitori della cosiddetta “Quota 100”, grazie alla quale hanno potuto anticipare il pensionamento coloro che, sommando gli anni dei contributi versati all’età anagrafica, avessero raggiunto un risultato pari a cento: la riscossione della buonuscita, per loro, è prevista quindici mesi dopo il raggiungimento dell’età pensionabile. In pratica, un dipendente che fosse andato in pensione nel gennaio 2019, a 62 anni compiuti, percepirà l’importo - non rivalutato dal 1998 - con un ritardo aggiuntivo di oltre sei anni, con buona pace di quanto sancit o dalla Carta Europea dei diritti degli anziani e, molto più semplicemente, da un minimo di buon senso , soprattutto in regime di inflazione galoppante.
Giuseppe Zani: l’eroe dei postali vessati
Giuseppe Zani, 65enne residente in provincia di Brescia, è un ex dipendente delle Poste, vittima della famigerata legge Fornero sugli “esodati”, ossia i lavoratori che avevano accettato il licenziamento in cambio di un’indennità provvisoria fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Si fidavano dello Stato e delle sue leggi, i poveretti, ma non avevano fatto i conti con i tecnocrati amici (o servi) dei poteri forti, per i quali contano solo i ricchi. Firmarono con il cuore che batteva forte, dopo aver fatto bene i calcoli e deciso che la soluzione non era penalizzante. Peccato che con l’entrata in vigore della legge si fossero trovati improvvisamente in un tetro limbo: senza pensione, senza stipendio e senza ammortizzatori sociali. Oltre 350 mila cittadini, dopo una vita di duro lavoro e immani sacrifici, si sono visti ripagare con azioni indegne di un Paese civile. Tanti di loro sono precipitati nel vorticoso tunnel della depressione; tanti altri, invece, sono periti per il troppo dolore accumulato o per quel terribile impulso che spinge a gesti estremi quando il peso della vita diventa insostenibile: eclatante il suicidio di due spo si marchigiani, che si impiccarono nel garage della loro abitazione. Migliaia le famiglie sconvolte da una legge iniqua, retaggio di un sistema marcio. Giuseppe, però, ha la tempra dura di chi, sin da bambino, ha imparato a districarsi tra i fascinosi ma duri sentieri della Val Camonica, corroborata da un alto livello culturale e da una rigorosa vis
artistica: è uno studioso di storia; ha scritto tre saggi sulla sua terra, prestando particolare attenzione alle famose fornaci del bresciano ; è a capo di un gruppo musicale e da oltre quaranta anni docente di canto e musica, senza disdegnare la poesia, come traspare dal toccante incipit Le parole “arrendersi e deprimersi” non esist ono nel suo dizionario e pertanto avviò subito una dura battaglia nel movimento degli esodati, che contribu ì a far nascere, fino al varo dei nove provvedimenti di salvaguardia succedutesi dal 2011al 2021 Contestualmente avviò una seconda battaglia per tutti gli altri “figli di un Dio minore”, fondando il “Comitato Buonuscita PT” e coinvolgendo mezzo mondo politico affinché si ponesse rimedio a quella che senz’altro si può definire, con termine eufemistico per evitare querele, una vera ingiustizia. All’inizio era solo , ma l’eco della meritoria attività svolta indusse ben presto molte altre vittime ad affiancarlo, consentendogli d i rendere ancora più efficace la rivendicazione di un diritto violato da leggi inique. Nel blog del Comitato è possibile visionare gli atti della poderosa campagna, avviata nel 2016, affinché anche ai dipendenti di Poste Italiane sia riconosciuto il trattamento di rivalutazione del salario differito previsto per gli altri lavoratori, pubblici e privati, al momento delle dimissioni.
Che cosa possono fare le vittime della mancata rivalutazione
Giuseppe Zani, dall’autore di questo articolo intervistato telefonicamente, è stato molto chiaro – e purtroppo anche tranchant – nel rispondere alla domanda: «La vicenda è maledettamente complicata e di fatto ai singoli soggetti non conviene fare nulla perché correrebbero solo il rischio di perdere tempo e soldi, aggiungendo acqua bollente sulla piaga». Una vertenza singola, di fatto, soprattutto dopo la pazzesca sentenza della Consulta del 2006-2007, non avrebbe alcuna possibilità di esito positivo . Oltre duecento ex dipendenti aderenti al “Comitato Buonuscita PT” hanno già avviato un’azione legale di gruppo, ma g li avvocati che curano gli interessi dei ricorrenti, dimostrando profonda deontologia professionale, rifiutano di accettare altri incarichi, ritenendo che sia preferibile attendere l’esito della vertenza in itinere, della quale non nascondono né le insidie né le difficoltà oggettive. Una strada perseguibile, a sentenza emessa (chissà quando) e a prescindere dalla sua natura, è il ricorso collettivo alla Corte di Giustizia Europea affinché sancisca l’incongruità della norma italiana rispetto a quanto previsto in materia dalle norme comunitarie. Il ricorso, però, può essere effettuato solo tramite un tribunale, previa congrua assistenza legale. Un ulteriore dato da prendere in considerazione riguarda la tempistica, non certo di aiuto per chi brami giustizia: ancorché eseguibile anche durante la fase processuale di primo e secondo grado, infatti, per prassi consolidata il ricorso viene inoltrato solo dopo la sentenza della Corte di Cassazione. In pratica è tutto maledettamente complicato ma, come giustamente osserva Zani, bisogna continuare a lottare, facendo anche attenzione al cappio della prescrizione: «Questa è una battaglia destinata a vedere vincitori esclusivamente le vittime di un sopruso , essendo inconcepibile e inaccettabile, sul piano umano, etico e giuridico, qualsiasi altra soluzione. Occorre tempo, ma il tempo è galantuomo. Per tutelarsi, intanto, al fine di interrompere i termini oltre i quali si prescrive la possibilità di far valere un diritto , è importantissimo inviare una lettera di contestazione, tramite posta raccomandata, entro cinque anni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro In caso contrario si spegnerebbe anche la speranza. La raccomandata va inviata alla sede legale di Poste Italiane e, per conoscenza, alla Gestione Commissariale Fondo Buonuscita, alla sede legale dell’INPS, all’ufficio di presidenza del Consiglio dei Ministri Il Comitato Buonuscita PT, che assiste gratuitamente i postali vittime della penalizzazione, è a disposizione di chiunque necessiti di aiuto per la stesura della lettera e per la contestazione dell’iniquo ricalcolo dell’Irpef generato dagli errori dell’Agenzia delle Entrate. Non bisogna demordere, quindi. Come sempre: “Vincit qui patitur”.
Ondazzurra, 18 luglio
DOLORE E RABBIA
Vite distrutte dal dissesto idrogeologico e chiacchiere insulse, senza costrutto, ripetute di volta in volta.
PROLOGO
Napoli, Hotel Terminus, 20 novembre 1977. Seminario di studi ecologici sul tema: “Ambiente e urbanistica a dimensione d’uomo”. Parte conclusiva del discorso pronunciato dall’autore di questo articolo, all’epoca presidente dell’Associazione nazionale salvaguardia ecologica e dirigente regionale dei Gruppi di ricerca ecologica.
“[…] Oggi, quindi, abbiamo non solo le idee chiare sui limiti dello sviluppo ma anche gli strumenti più idonei per una consona tutela dell’ambiente, ancorata a sani presupposti di sviluppo sostenibile. Paradossalmente, però, se l’Italia può vantarsi di aver promosso il fondamentale rapporto realizzato dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology, ha anche il triste primato di non aver fatto nulla, nell’ultimo quinquennio, per realizzare i programmi in esso suggeriti. Le associazioni ambientaliste tradizionali continuano a organizzare allegre scampagnate e a battersi per la difesa di leprotti, uccellini e agnellini. Nobilissimi propositi, ovviamente, ma evidentemente non bastevoli a fronteggiare i disastri provocati dallo sconsiderato attacco agli ecosistemi. Non possono fare nulla di più, del resto, essendo in massima parte o espressione diretta di quelle entità che dovrebbero contrastare o ad esse asservitesi, dopo aver ceduto a gradevoli, chiamiamole così, lusinghe. È stata proprio questa consapevolezza che mi ha spinto, due anni fa, a chiudere ogni ponte con loro e a fondare l’ANSE, con il sano proposito di "volare alto", cosa oggi facilitata grazie al connubio con i Gruppi di ricerca ecologica, che si muovono con analoghe finalità, ma con strumenti di diffusione mediatica senz’altro più potenti ed efficaci. Un dato è certo: non si può tergiversare. Il Pianeta sta morendo e i popoli del mondo non hanno ancora compreso, in massima parte, il baratro nel quale stanno precipitando. Se non dovessimo correre ai ripari in fretta, nel giro di venti-trenta anni potrebbe essere davvero troppo tardi per intervenire.
Tutti noi che ci troviamo in questo splendido salone, e tanti altri amici qui non presenti, ma idealmente al nostro fianco, rappresentiamo la parte sana di questo Paese e l’avanguardia cu lturale capace di discernere il grano dal loglio. Tocca noi, pertanto, produrre ogni sforzo affinché il validissimo messaggio di civiltà di cui siamo portatori si diffonda e permei le coscienze di chi, magari
inconsapevolmente, si rende artefice delle proprie sventure. Possiamo contare solo su noi stessi e non possiamo permetterci di fallire, essendo la posta in gioco troppo alta. È in pericolo la nostra stessa sopravvivenza e pertanto non posso che chiudere il mio intervento evocando il monito di José Ort ega y Gasset: “Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest'ultimo non preservo me stesso”.
PAROLE AL VENTO
Ancora una volta dobbiamo piangere la perdita di vite umane per eventi naturali che distruggono larghe fette del territorio. Fanno male le immagini che giungono dalla Toscana, dal Friuli, dal Veneto, dall’Emilia Romagna, così come hanno fatto male in passato analoghe immagini provenienti da qualsiasi altra regione. Ogni volta un esercito di analisti sviscera le proprie convinzioni su ciò che si dovrebbe fare per contenere “l’emergenza climatica”, proponendo soluzioni e progetti evidentemente ritenuti risolutivi. Le loro parole sembrano barzellette che non fanno ridere, soprattutto se precedute o seguite dagli sfoghi con le lacrime agli occhi di chi ha perso tutto: casa, beni, prodotti pronti per essere immessi sul mercato.
In disgustose passerelle televisive, politici con la coscienza sporca si affannano a giustificarsi enunciando, senza ritegno né vergogna, tutto quello che “di buono hanno fatto” per scongiurare i disastri, “ma che occorrono più soldi per intervenire preventivamente”. Sin dall’alluvione di Firenze del 1966 si sente sempre lo stesso mantra, negli ultimi tempi supportato nei salotti televisivi dai soggetti più strambi, adusi a parlare senza alcuna competenza specifica delle varie problematiche, per giunta lautamente retribuiti.
Ѐ trascorso quasi mezzo secolo dal convegno citato nel prologo, che segnò un punto di svolta nell’approccio con le tematiche ambientaliste. Vi parteciparono fior di studiosi e furono tracciate le linee guida per una vera rivoluzione verde, ancorata ai principi sanciti nel famoso "Rapporto sui limiti dello sviluppo", commissionato alla prestigiosa università statunitense dal "Club di Roma", associazione non governativa fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con l’intento di studiare i cambiamenti globali, individuare i problemi futuri dell’umanità e suggerire adeguati provvedimenti per scongiurarli. Le parole da me pronunciate sembrano scritte oggi, a riprova che nei decenni successivi non si è fatto nulla né per porre rimedio ai disastri già allora evinti né per prevenire quelli futuri, che invece sono via via aumentati a dismisura. Che il Paese sia stato “depredato” a man bassa a partire dal dopoguerra da chiunque sia stato graziato con un minimo di potere e lasciato in balia della natura, del resto, non è un segreto per nessuno E prima o po i tutti i nodi vengono al pettine. Oggi, di fatto, stiamo pagando il prezzo di oltre settanta anni di malapolitica e purtroppo non si fa nulla per correre ai ripari. Tra le parole al vento di chi, in scienza e coscienza propone soluzioni valide e le chiacchiere dilatorie di chi, cinicamente e con le tasche piene grazie alle ruberie perpetrate, se ne frega delle sofferenze altrui, si va avanti in modo vergognoso.
SFORZIAMOCI DI NON PERIRE
“Viviamo un momento storico caratterizzato da un’enorme potenza tecnologica e da un’estrema miseria umana. La potenza della tecnologia si auto evidenzia in modo penoso nel numero di megawatt delle centrali elettriche e nei megatoni delle bombe nucleari. La miseria dell’uomo si evidenzia nel
pauroso numero di persone che già esistono e che presto nasceranno, nel deterioramento del loro habitat, la terra, e nella tragica epidemia, su scala planetaria, della fame e della povertà. La frattura tra il potere brut ale e l’indigenza umana continua ad allargarsi, dal momento che il potere si ingrassa grazie a quella stessa tecnologia sbagliata che acuisce l’indigenza. Ovunque, nel mondo, è evidente il fallimento di partenza del tentativo di usare la competenza, la ricchezza, il potere a disposizione dell’uomo per raggiungere il massimo di beneficio per gli esseri umani. La crisi ambientale è un esempio macroscopico di questo fallimento: l’essere arrivati alla crisi è dovuto al fatto che i mezzi da noi usati per ricavare ricchezza dall’ecosfera sono distruttivi dell’ecosfera stessa. Il sistema attuale di produzione è autodistruttivo; l’andamento attuale della società umana sembra avere come fine il suicidio. La crisi ambientale è il segno sinistro di un inganno insidioso, nascosto nella tanto decantata produttività e nella ricchezza della moderna società, basata sulla tecnologia. Questa ricchezza è stata guadagnata con un rapido sfruttamento del sistema ambientale, ancorato sul medio termine, ma ha contratto ciecamente un crescente debito con la natura, caratterizzato dalla distruzione ambientale nei paesi sviluppati e dalla pressione demografica in quelli in via di sviluppo. Un debito vasto e diffuso che, se non pagato, entro la prossima generazione potrà cancellare la maggior parte della ricchezza che ci ha procurato. In effetti i registri contabili della società moderna sono in drastico passivo, tanto che, per lo più inavvertitamente, una grossa frode è stata perpetrata a danno della popolazione mondiale. La situazione di rapido peggioramento dell’inquinamento ambientale ci ammonisce che la bolla sta per scoppiare, che la richiesta di pagamento del debito globale può sorprendere il mondo in bancarotta”.
Anche il testo succitato sembra scritto oggi, ma esso, addirittura, precede di ben sei anni il convegno al Terminus ed è possibile reperirlo nel prezioso saggio “Il cerchio da chiudere”, dello scienziato statunitense Barry Commoner. La generazione futura cui faceva riferimento è quella nata più o meno negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, una cui buona fetta ha già nelle proprie mani le sorti del Pianeta. Eravamo nel 1971, quindi, e anche le sue sono rimaste parole al vento. Perché? Perché l’umanità, soprattutto a sud dell’Equatore, da illo tempore recita una farsa: a parole ambisce al cambiamento; nei fatti lo rifiuta, nascondendo la testa sotto la sabbia, non essendo disposta a modificare “autonomamente” quei deprecabili stili di vita inevitabilmente destinati ad essere comunque scombussolati dalle forze della natura, che si ribellano alla stupidità del genere umano, punendolo con crescente intensità.
Ondazzurra, 6 novembre
BASTA CON LA TORRE DI BABELE LINGUISTICA
INCIPIT
RaiNews24: «Il mondo del cinema è in lutto per la scomparsa del produttore… ehm della produttrice Marina Cicogna». Media vari: «La presidenta Meloni”; il presidente Meloni; la ministra Casellati; il ministro Casellati». Corriere della sera: «Jannik Sinner ha finito (sarebbe stato più corretto “terminato ” , N.d.R.) il suo match alle 2,37, ma alle 17 avrebbe dovuto scendere di nuovo in campo. Ma ha deciso di ritirarsi per non aver potuto riposare il giusto » La lista degli esempi sarebbe più lunga di “Guerra e Pace” e pertanto ci fermiamo qui.
METTIAMO ORDINE NEL CAOS LINGUISTICO
I somari capaci di conquistare posizioni sociali important i, nonostante le gravi lacune culturali, sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il problema è che aumentano a dismisura e, siccome i guai non vengono mai da soli, alla loro ignoranza si aggiunge il caos generato dalle mode insulse sulla scrittura inclusiva, in crescente espansione per assecondare pretestuose rivendicazioni femminili, tanto sciocche quanto inutili, perché non basta certo inventare brutt i neologismi e violentare la lingua per dara sostanza e qualità a una persona, maschio o femmina che fosse. La torre di Babele che ne scaturisce è semplicemente penosa: molti giornalisti, non sapendo che pesci prendere, balbettando e in evidente stato confusionale, pronunciano i sostantivi due volte, sia al maschile sia al femminile, in modo da non scontentare nessuno. Questo bailamme linguistico va stroncato prima che diventi inguaribile e intanto sarebbe il caso di organizzare corsi di “formazione grammaticale” per i soggetti mediaticamente espost i assenti nei giorni in cui, alle elementari e alle medie, si spiegava il corretto utilizzo dei verbi servili, del congiuntivo e della consecutio temporum.
A coloro che violentano la lingua con la scrittura inclusiva, invece, cerchiamo di far comprendere che il femminile di un sostantivo si forma partendo dalla forma più antica alla quale sia possibile risalire nello studio della sua storia (etimologia), stendendo un velo pietoso sull’utilizzo di quei strambi simboli che non sono presenti nell’alfabeto. Per la lingua italiana parliamo in primis del latino, ovviamente, poi del greco, degli influssi celtici e degli altri termini mutuati dalle lingue dei tanti popoli che, nel corso dei secoli, si sono divertiti a praticare il bunga-bunga nel nostro Paese lasciandoci in eredità la loro progenie.
Il dizionario Treccani ci ricorda che il suffisso nominale adoperato per formare il femminile dei nomi di professione, mestiere, occupazione, dignità nobiliari è "-essa": contessa, duchessa, principessa, dottoressa, ostessa, poetessa, professoressa, studentessa. Talvolta il suffisso esprime una connotazione ironica o spregiativa (giudicessa, medichessa) mentre è corretto il femminile di alcuni nomi di animali (elefantessa, leonessa) Da quando Giorgia Meloni è diventata “presidente” del Consiglio dei ministri, è partita una sfiancante gara tra chi, correttamente, declina il sostantivo al maschile e un esercito di stupratori linguistici seriali che la definiscono “presidenta”, in dispregio alla norma succitata, che imporrebbe, se proprio si volesse adeguare il sostantivo al sesso , l’orribile e cacofonico “presidentessa”.
Non si vede la ragione, pertanto, di violentare la lingua con innesti utili solo ad abbrut t irla (con due “t”, perché, contrariamente a un’altra diffusa propensione, abbrutire con una “t” non è sinonimo di abbruttire e ha un altro significato) Continuiamo a utilizzare i sostantivi, pertanto, come abbiamo sempre fatto, evitando i balbettii degli indecisi, le doppie citazioni, e altre ridicole modalità espressive: «Care telespettatrici e cari telespetattori, abbiamo oggi tra noi molte amiche e molti amici che si prendono cura dei cani e delle cagnoline abbandonate … ehm abbandonati… eh… abb… uhh… dei cani e delle cagnoline che non hanno più un padrone… una padrona … insomma… ascoltiamo le loro storie perché sono molto importanti. Restate con noi». Stacco pubblicitario e conduttore che chiede due aspirine, mettendosi la mano sulla fronte per il mal di testa.
Vi sono sostantivi declinabili al femminile e altri no. Punto.
Conte: comes-comitis; femminile: comitisa-comitisae e quindi “contessa”.
Principe: princeps- ipis; femminile: princips uxor-uxoris, moglie del principe, che evidenzia la forte caratterizzazione del sost antivo maschile, reiterata anche nei sinonimi regia virgo - fanciulla del re, fanciulla reale - e princeps femina-ae e quindi “principessa”;
Duca: dux ducis; femminile: ducissa-ducissae e quindi “duchessa”;
Professore: professor-oris; femminile: mulier professor-professoris e quindi “professoressa” (anche qui mulier evidenzia la forte caratura maschile, che trova il giusto equilibrio nel sinonimo docendi magistra-magistrae, da cui “maestra”);
Dottore: doctor-oris; femminile mulier doctor-doctoris e quindi “dottoressa”;
Avvocato: advocatus-i, termine che non contempla il femminile e quindi resta invariato. È improprio, pertanto, dire “avvocatessa” e ancor più “avvocata”, che fa scadere il termine nella ridicolaggine, dal momento che il sostantivo è stato coniato precipuamente per indicare la figura religiosa più importante del firmamento cristiano: «Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi»
Ministro: Rei pubblicae administrator-oris ; oppure gubernator-oris, procurator-oris, minister-tri. Di femminile non se ne parla proprio e già questo basta a rendere il termine invariabile. Sulla scorta di quanto sopra esposto, tuttavia, se proprio si vuole mettere la gonna al sostantivo, il termine corretto, sarebbe ministressa e non ministra
MACRON: BRAVO (da pronunciare con l’accento sulla “o”, alla francese) e CHAPEAU. Da europeista a denominazione di origine controllata protetta e garantita dalla storia personale, non posso definirmi un fan di Macron, esponente di rilievo di quell’Europa dei mercanti che ho sempre visto come il fumo negli occhi. Ciò non m’impedisce, tuttavia, di formulargli sinceri complimenti quando dovesse prodursi in iniziative largamente condivisibili. A livello culturale, del resto, diciamolo pure senza tant i giri di parole, capita spesso di doversi complimentare co i francesi. Merita alto encomio, pertanto, per la chiara condanna dei puntini in mezzo alle parole, degli asterischi, dei trattini incomprensibili e di tutte le altre scemenze genericamente definite “scrittura inclusiva”. «La lingua francese non deve cedere allo spirito del tempo », ha dichiarato durante l’inaugurazione della Cité internationale de la langue française a Villers-Cotterêts, piccola cittadina tra Parigi e Reims che diede i natali ad Alexandre Dumas. Ha poi aggiunto che «bisogna evitare di seguire le mode passeggere e concentrarsi sulla bellezza della nostra lingua, simbolo di unità nazionale, di
libertà e di universalismo Il maschile fa il neutro». Gli scroscianti e prolungati applausi del folto e qualificato pubblico hanno sancito la piena condivisione del suo pensiero che, manco a dirlo, può e deve travalicare i confini francesi in modo da costituire un fronte compatto contro gli stupri della lingua. In Francia non si scherza sotto questo profilo e in Senato si sta addirittura discutendo un progetto di legge che punta a vietare ogni forma espressiva che possa configurarsi come “attentato linguistico”, co n buona pace dei partiti di sinistra, che degli attentati sono i principali sostenitori e stanno erigendo barricate per difendere le tante fantasiose elucubrazioni lessicali, come, per esempio, il neologismo “iel”, per sostituire “il” (lui) ed “elle” (lei)
Chapeau per Macron, pertanto, e speriamo che l’esempio francese funga da linea guida per analoghi provvedimenti a livello continentale. Nel frattempo non stanchiamoci mai di esporre al pubblico ludibrio gli stupratori linguistici seriali, esortandoli a sottoporsi anche a una seria terapia psicanalitica per acquisire consapevolezza sia del malessere esistenziale che li devasta sia della loro pericolosità sociale.
Ondazzurra, 9 novembre
STORIA D’IRLANDA
La “Storia ’Irlanda è stata pubblicata nei numeri 106, 107, 109, di “Confini” (anno 2022) e nei numeri 111, 112 e 113 (gennaio, febbraio e marzo 2023). Per agevolare la lettura del saggio si ripubblicano in questa raccolta anche i capitoli precedenti.
PROLOGO
A NATION ONCE AGAIN (Prima parte)
Lo slogan scelto come titolo dell’articolo non è più di moda sia nell’Irlanda libera sia in quella sotto dominio inglese. Già da alcuni anni è stato sostituito da Time for real change ed è con esso che il Sinn Féin ha vinto le recenti elezioni nell’Irlanda del Nord, per la prima volta nella sua storia. Il vecchio slogan, ispirato alla canzone composta nel 1840 da Thomas Osborne Davis, ha accompagnato le battaglie combattute dagli irlandesi desiderosi di liberarsi delle catene inglesi e, dal 1921, quelle combattute dagli indipendentistidelNord, separatidalla madre patria in virtù deltrattato anglo-irlandese. Spesso sono state le ultime parole pronunciate dai martiri immolatisi inseguendo un sogno. La stupenda canzone, nella parte iniziale, inneggia ai trecento spartani delle Termopili e ai tre romani che fermarono gli Etruschi sul ponte Sublicio (Orazio Coclite, Spurio Larcio e Tito Erminio), quale esempio metaforico per un presupposto di libertà: «Quando il fuoco dell’infanzia era nel mio sangue, ho letto di antichi uomini liberi, che coraggiosamente restarono in piedi (resistettero combattendo N.d.R.) per laGreciaeper Roma: trecento uominietreuomini. E poiho pregato affinché potessi vedere le nostre catene spezzarsi in due e l’Irlanda, antica terra, diventare ancora una volta una nazione».
(Per i più curiosi che vorranno approfondire: non date retta alle interpretazioni alternative sui tre romani, da taluni fantasiosi storici associati a Bruto, Cassio e Decimo Bruto, che, con l’assassinio di Cesare, avrebbero inteso preservare Roma dalla tirannia. A prescindere dall’erronea e ingiusta “promozione etica” dei tre congiurati – e di riflesso dei loro complici che a tutto pensavano fuorché al bene di Roma - va precisato che Osborne trasse spunto dai “Canti di Roma antica”, scritti dallo storico e politico inglese Thomas Babington Macaulay. Il primo canto della corposa opera, infattimolto bella, tra l’altro, ancorché misconosciuta in Italia – è dedicato proprio ad Orazio Coclite). La canzone, oggigiorno, è cantata prevalentemente dalle persone anziane, dai vecchi e gloriosi ex combattenti dell’Irish Republican Army, in bar e pub poco o per nulla frequentati dai giovani e dai giovanissimi nati un po’ prima e dopo “l’accordo del venerdì santo” (10 aprile 1998), che mise fine ai terribili anni dei troubles. Nelle nuove generazioni l’afflato romantico dell’indipendentismo si sta lentamente spegnendo, soppiantato da altre problematiche, sapientemente sfruttate da Michelle O’Neillper vincere leelezioni. Per correttezzavadetto che labravaerededell’ultimo eroedelvecchio Sinn Féin, Gerry Adams, non ha mai mancato di ribadire l’importanza del ricongiungimento con i fratelli dell’Éire, puntando però in modo più incisivo sul malcontento generale per le difficoltà economiche e sui tanti problemi insorti dopo la Brexit. Onore al merito, quindi, per la partita abilmente giocata e vinta, ma questo articolo è dedicato soprattutto a “loro”, a quegli irlandesi con la pelle ruvida e il corpo segnato da mille cicatrici, che ancora saltano dal letto al primo rumore e affogano nei boccali di Guinnes i ricordi di un periodo terribile, durante il quale vivevano ogni giorno senza sapere se avrebbero visto l’alba di quello successivo. Unperiodo che ha vistotantidi loro cadere sotto il fuoco deglioccupanti e subire l’ancora più dolorosa repressione perpetrata dai connazionali della Royal Ulster Constabulary, irlandesi al servizio di Sua Maestà che nonavevano alcuna pietà nel trattare come bestie destinate al macello altri irlandesi.
UN PO’ DI STORIA
Il turista che visita l’Irlanda resta sempre incantato dalla sua bellezza. Spiagge sabbiose, scogliere a picco sul mare, antiche fortezze, splendiditramonti, una natura variegata che incornicia vastiterritori, sono elementi già sufficienti a suscitare meraviglia, facendo insorgere il desiderio di tornarvi presto. I più acculturati possono deliziarsi percorrendo i sentieri dove la storia ha impresso fortemente il proprio sigillo e visitando i luoghi cari ai tanti artisti e letterati che, con le loro opere, hanno
conquistato fama planetaria Solo chi riesca a entrare nello spirito celtico-gaelico, tuttavia, può sublimare al meglio l’incontro con una terra che, ancora oggi, preserva quel retaggio che si perde nella notte dei tempi, immune dalla contaminazione inferta dai romani ai popoli, anche limitrofi, assoggettati al loro dominio. Occorrono anni per penetrare nell’universo dei Muintir, dei Parthóloin, dei Clanna Nemid, dei Fir Bolg, dei Túatha Dé Danann, dei Maic Míled e dei Gaeli; studiare le divinità celtiche; le festività diBeltaine, Imbolc, Lughnasad, Samhain. Occorrono anniper assimilare l’essenza della vecchia Irlanda, ma senza questo percorso culturale si perde davvero molto. Chi dovesse iniziare il viaggio, invece, con calma e pazienza per non smarrirsi nel fantastico intreccio di storia e leggenda, mito e bellezza, suggestione e magia, non riuscirà più a staccarsi da quel mondo e correrà ogni volta che gli sarà possibile lì dove il passato si fonde nel presente e viceversa.
Lasciando ai più volenterosi il compito di viaggiare a ritroso nel Tempo, pertanto, per questo saggio partiamo dal 1167, anno in cui un gruppo di Normanni, provenienti dal Galles, iniziò ad invadere l’isola, scombussolando il sistema gaelico che regnava sin dalla preistoria. Quattro anni dopo Enrico II sbarcò con una grande flotta a Waterford, diventando il primo re d'Inghilterra a mettere piede sul suolo irlandese, con il pieno assenso del papa Alessandro III. Senza addentrarci nei complessi intrecci dinastici, va detto che i primi contatti tra Inglesi e Gaeli favorirono un processo di assimilazione ben gradito dalle popolazioni autoctone in virtù dei vantaggi da esso scaturiti, soprattutto sotto il profilo economico. I sovrani, invece, si opposero agli approcci amichevoli, ritenendo che il loro compito fosse solo quello di “civilizzare un popolo rozzo e barbaro”, secondo la definizione coniata qualche secolo dopo da Elisabetta I, che regnò dal 1558 al 1603. Nel 1367, per stroncare il forte legame tra i coloni inglesi e gli irlandesi, la Corona varò lo Statuto di Kilkenny, pesantemente discriminatorio1 . Guai più seri insorsero con l’avvento al potere di Enrico VIII. Stanco dei poco piacevoli bunga bunga con l’insipida Caterina d’Aragona e preoccupato per la mancata nascita di un erede, il capriccioso monarca si dedicò anima e corpo a quella grandissima zoccola di Anna Bolena, provocando addirittura uno scisma con la Chiesa di Roma pur di legittimare il matrimonio contrastato flebilmente dal papa Clemente VII e incisivamente dall’imperatore Carlo V, figlio della sorella di Caterina In Irlanda, i dettami della Chiesa Anglicana furono imposti a tutti i sudditi, generando sconcerto tanto negli irlandesi con retaggio gaelico quanto nei vecchi inglesi cattolici, che di convertirsi non avevano proprio voglia. I funzionari inglesi riuscivano a malapena a far rispettare le disposizioni della Corona e pertanto, tra il 1608 e il 1610, per creare migliori condizioni di controllo e di condizionamento, fu avviato quel processo passato alla storia col nome di “Plantation”: sistematico trasferimento di coloni inglesi e scozzesi fedeli alla Corona (e quindi protestanti), che si impossessarono delle terre più fertili nelle Contee del Nord (Tyrone, Donegal, Derry, Armagh, Cavan e Fermanagh), costringendo gran parte della popolazione a trasferirsi nell’entroterra. Nel 1641 scoppiò una rivolta, organizzata dagli irlandesi gaelici e dai vecchi inglesi di religione cattolica, al fine di recuperare le terre espropriate. È con questi scontri che ebbe inizio la secolare divisione tra le comunità cattoliche e protestanti. In quegli anni, in Inghilterra, acquisiva crescente popolarità un ricco possidente, Oliver Cromwell, convinto calvinista e seguace di quella corrente puritana che si opponeva tanto alla Chiesa Cattolica (che, a suo parere, negava il primato della Bibbia a favore di quello del papa e tiranneggiava i protestanti in tutta Europa) quanto a quella Anglicana (che per mano di Carlo I “inciuciava” con la Chiesa Cattolica, adottandone alcune regole quali l’investitura dei vescovi e l’introduzione dei libri di preghiere, invece di affidarsi esclusivamente alla Bibbia).Erafermamenteconvinto che lasalvezza eterna fosse alla portata di tutti coloro che seguivano fedelmente gli insegnamenti della Bibbia, secondo quanto sancito dal “Provvidenzialismo”, dottrina filosofica che prevedeva l’intervento diretto di Dio negli affari del mondo terreno, condizionandone gli eventi grazie alle “persone elette” da lui scelte. Manco a dirlo, Cromwell ritenne sin da giovinetto di essere uno dei prescelti e improntò tutta l’attività politica, militare e religiosa alla suggestione di tale convincimento. La monarchia
incarnata da un assolutista come Carlo I, fervente sostenitore del diritto divino reale, era per lui intollerabile e pertanto fu tra gli artefici della guerra civile, che culminò con la spettacolare decapitazione del re, nel 1649. Istituito il Commonwealth of England (Repubblica Inglese), si preoccupò subito disedare gli scontri inIrlanda, riprendendo il pieno controllo dell’isola con i metodi più classici che la storia ci tramanda da sempre, purtroppo tristemente resi attuali dalla terribile invasione dell’Ucraina: massacro indiscriminato di circa cinquecentomila irlandesi (un quarto della popolazione totale); esproprio delle terre ai legittimi proprietari per distribuirle ai soldati e ai nuovi coloni; promulgazione dell’Act of Settlement, che prevedeva la deportazione degli irlandesi a ovest del fiume Shannon, pena morte certa in caso di rifiuto. (Per intenderci: il fiume Shannon divide l’Irlanda da Nord a Sud e la zona occidentale, all’epoca, era alquanto desolata e povera di risorse).
Nell’eterna lotta tra bene e male l’umanità non è mai stata in grado di fermare preventivamente i tiranni di turno e impedire le terribili guerre, i massacri, i genocidi da loro praticati con una ferocia pienamente comprensibile solo dalle vittime, ma dopo immani sofferenze è sempre riuscita a far sì che essi non terminassero serenamente il cammino terreno nel proprio letto, tranne sporadiche eccezioni che non inficiano la consistenza dell’assunto.
Una di queste eccezioni riguarda proprio Cromwell, che morì nel 1658, a 59 anni, per cause naturali, anche se un diplomatico veneziano che lo conosceva bene, medico, asserì che la morte fu dovuta alle cure non adeguate praticate dai medici personali, chissà se volontariamente o per incapacità. Carlo II, comunque, dopo aver riconquistato il trono, non pago della semplice morte, il 30 gennaio 1661, esattamente dodici anni dopo la decapitazione del padre, fece riesumare la salma e organizzò uno spettacolo molto più macabro e truculento: impiccagione, sventramento e squartamento!
Con Carlo II e il fratello Giacomo II, che glisuccesse altrono, entrambi cattolici, in Irlanda siregistrò un periodo di relativa tranquillità e di pieno riconoscimento della monarchia.
La “Gloriosa rivoluzione” (o Seconda rivoluzione inglese), però, sancì l’avvento al potere di Guglielmo III d’Orange, che depose lo zio e suocero (Giacomo era il fratello della madre, Maria Enrichetta Stuart e padre di Maria, che a quindici anni andò sposa del cugino, dopo aver pianto per circa due giorni, essendo fermamente contraria alle nozze) e lo mandò in esilio. Divenuto re di un Paese sostanzialmente diverso dal suo, non riuscì mai a comprenderne le peculiarità che avrebbero dovuto consentirgli di governarlo con saggezza. Non gli piaceva nemmeno il clima e quindi durante l’estate se ne scappava di gran lena nell’amata terra natia, un po’ per sollazzarsi e un po’ per guidare le truppe in varie battaglie, lasciando alla sorella Maria il compito di gestire gli affari della Corona. Nel 1689, accettando la proposta congiunta di tutti i leader parlamentari, promulgò il documento considerato da molti storici, chissà perché, tra i più importanti della storia inglese o addirittura il cardine del “sistema Westminster”: la “Dichiarazione dei diritti”. Di esso si dice che indirizza il sistema costituzionale verso la tutela delle libertà dei cittadini, che possono vedere nel Parlamento un baluardo a difesa dei propri diritti. Che belle parole! Peccato che fossero inficiate dalla norma che, di fatto, ne incarna la vera essenza: a nessun cattolico era consentito ascendere al trono e sposare un monarca inglese!
L’Irlanda era rimasta fedele a re Giacomo, rifugiatosi in Francia, ospite del cugino Luigi XIV che, per alleviargli il dolore dell’esilio, gli mise a disposizione una struttura residenziale all inclusive in un’amena cittadina collinare dalla quale si gode la vista di Parigi e di un lungo tratto della Senna, più 50.000 lire annue per le spesucce personali (86.500 euro attuali, con un valore d’acquisto, però, almeno triplo). Va da sé che la struttura era a misura di “re”: ottomila metriquadrati; cinquantacinque appartamenti; un salone da ballo lungo quanto un campo di calcio; sette cappelle disseminate in vari posti, in modo da trovarne sempre una in caso di imbellente bisogno di quattro chiacchiere col Padreterno; una prigione; una dependance chiamata “castello nuovo”; una terrazza-giardino lunga 2400 metri bordata ditigli; giardino inglese e giardino francese; grotte congiochi d’acqua e scalinate che degradavano direttamente sulla Senna; una nutrita schiera di varia servitù, per ogni esigenza.
(Perdonate la “divagazione turistica”, inserita sia per spezzare un po’ la noiosa cronistoria di tristi eventi sia per indurre chi non l’avesse ancora fatto a visitare Saint-Germain-en Laye: dista solo una ventina di chilometri da Parigi e recarsi in vacanza nella capitale francese, magari perdendo molto tempo a “Euro Disney” , senza programmare una tappa nella cittadina con annesso castello che ospita il Museo delle Antichità celtiche e gallo-romane - oggi scioccamente definito Museo delle antichità nazionali - e il Museo di Archeologia Nazionale, è un vero delitto).
Splendore dei luoghi e agi, però, non fecero perdere a Giacomo la speranza di riconquistare il trono e così, con l’aiuto del cugino, che gli fornì un discreto esercito, nel marzo 1689 sbarcò in Irlanda, accolto da una folla festante. La controffensiva inglese non si fece attendere, ma si trasformò in una clamorosa disfatta: tutte le roccaforti sull’isola furono occupate senza eccessivi sforzi e il tentativo di sbarco effettuato dalle truppe inglesi fu bloccato sulla battigia. Guglielmo s’incazzò di brutto per le batoste e l’anno successivo guidò personalmente un nuovo attacco, giungendo a Belfast con trecento navi e oltre ventimila soldati di varie nazionalità, ai quali si aggiunsero quindicimila guglielmiti locali. Lo scontro avvenne sulle sponde del fiume Boyne, porta d’entrata di Dublino, dove era schierato l’esercito di Giacomo, inferiore per numero, armamenti, capacità e determinazione bellica: le truppe francesi non è che avessero tanta voglia di morire per “Dublino”; quelle locali, composte di volontari mal addestrati, non potevano reggere il confronto con veri soldati e se la svignarono non appena si resero conto che non c’era partita. A Giacomo non restò che ritirarsi con lo stato maggiore nel bel castello francese, perdendo però il rispetto dei sudditi irlandesi, che si sentirono abbandonati e continuarono una flebile resistenza a Limerik, presto soffocata da un abile condottiero, il I duca di Marlborough, John, figlio di un certo Winston Churchill, capostipite di una famiglia che avrebbe avuto un ruolo importante in tante successive vicende della storia inglese. La guerra fra giacobiti e guglielmitipotevaoramaiconsiderarsiatuttiglieffetticonclusae il3ottobre1691 fu siglato iltrattato di Limerick, in virtù del quale agli sconfitti furono offerte due opzioni: arruolarsi nell’esercito orangista (non furono pochi coloro che decisero in tal senso); raggiungere il loro ex sovrano in esilio e arruolarsi nella Brigata Irlandese al servizio del Re di Francia, opzione scelta dalla maggioranza del disciolto esercito giacobita, che si trasferì in Francia con mogli e figli al seguito. “Volo delle oche selvatiche” fu definito questo triste abbandono del suolo natio, utilizzato per tutti gli irlandesi che, fino al XVIII secolo, emigrarono per arruolarsi in vari eserciti continentali. ASaint German, intanto, Giacomo trascorreva le giornatetrafeste, balli e ricevimenti. Dopo la morte della prima moglie (mamma delle future regine Maria II Stuart e Anna e di altri sei figli prematuramente deceduti) aveva sposato la bella quindicenne Maria Beatrice d’Este, dalla quale ebbe Giacomo nel 1688 e Luisa Maria, nata proprio durante l’esilio, ne 1692
Re Sole, nel 1696, tentò diorganizzare un bel complotto per assassinare Guglielmo e ridargli il trono, ma il progetto naufragò sul nascere. Nello stesso anno si rese disponibile il trono della Polonia e subito il re francese, estremamente generoso con lo sfortunato cugino, glielo offrì su un piatto d’argento, ottenendo però un cortese rifiuto perché Giacomo ancora sperava di riprendersi la corona inglese.
In Irlanda, intanto, le cose si misero davvero male per i cattolici, vessati ed espropriati di tutti i beni Le famigerate “Penal Laws” contemplavano una serie infinita di divieti in campo sociale, civile, politico, amministrativo. Fu anche vietata, per esempio, l’iscrizione al prestigioso Trinity College di Dublino.
I PRIMI FERMENTI DEL NAZIONALISMO IRLANDESE
Paradossalmente furono i protestanti a formulare le prime richieste nazionaliste, preoccupati dell’eccessiva ingerenza inglese, soprattutto in campo economico e commerciale. Nel 1782 ottennero - per la verità senza eccessivi sforzi – una “Dichiarazione di Indipendenza” che impediva al Parlamento inglese di legiferare sulle questioni prettamente irlandesi. Un gruppo di intellettuali, per
lo più liberali protestanti ispirati dalle rivoluzioni americana e francese, fondò la “Society of United Irishmen”, con lo scopo di favorire una riforma parlamentare e la creazione di una nazione irlandese, capace di superare le divisioni tra cattolici e protestanti. L’associazione si diffuse rapidamente e approfittò dello scoppio della guerratra Francia e Inghilterra, nel1793, per ostacolare in modo ancora più incisivo il dominio britannico. Nel 1798 i membri dell’associazione organizzarono addirittura una rivolta, che però fu stroncatadalle forze governative, messe in allerta daalcuni informatori, anche cattolici, che mal digerivano di essere sottomessi al potere politico di una minoranza protestante, in caso di loro vittoria. Il Parlamento irlandese fu abolito e tutto ritornò come prima. I protestanti, pertanto, si andarono via via convincendo della necessità di uno stretto legame con la Gran Bretagna, beneficiando dei vantaggi offerti dalla comune fede religiosa.
I cattolici, che avevano ottenuto il diritto di voto senza però poter accedere alle cariche pubbliche, maturarono un forte risentimento che sfociò nell’aperta volontà di creare reali presupposti di indipendenza.
Nel1823 emerse lagigantesca figuradiDanielO’Connel, detto “il liberatoreel’emancipatore”, padre ufficiale della lotta per l’indipendentismo irlandese. Eletto nel 1828 alla Camera dei Comuni, rifiutò il seggio per non giurare fedeltà a re Giorgio IV, ma la sua determinazione indusse il Governo inglese ad abolire la legge che impediva l’elettorato passivo ai cattolici, per timore di sommosse sanguinose. La terribile carestia che colpì il Paese tra il 1845 e il 1849, però, determinò una forte battuta d’arresto alla sua attività politica. I cattolici non erano proprietari delle terre che coltivavano e vendevano la quasi totalità del raccolto per pagare gli esosi canoni di affitto. L’unico alimento era costituito dalle patate, che marcirono nei campi a causa della peronospora. La carestia provocò diverse epidemie (tifo, dissenteria, scorbuto) e decine di migliaia di persone morirono di stenti e di fame per la mancanza di cure. Le strade erano lastricate di cadaveri, alcuni dei quali furono trovati con l’erba in bocca, utilizzata nell’estremo tentativo di alimentarsi con qualcosa. Sul processo migratorio verso gli USA che scaturì da questo disastro e sulle inadeguate (quando non apertamente vessatorie) azioni della monarchia per venire incontro alle necessità dei sudditi irlandesi esiste una florida e valida letteratura, alla quale si fa riferimento per amor di sintesi. Qui basti dire che il diffuso senso di abbandono funsedaulterioresuggello per la spinta indipendentista, grazieancheall’aiuto deicattolici emigratinegliUSA, dovebenpresto conquistaronoposizioniagiateericchezzaeconomica. Nel1849, per sfuggire alla carestia, emigrò negli USA anche il figlio di un contadino, stabilendosi nella zona orientale di Boston, insieme con tanti connazionali: si chiamava Patrick Kennedy. Il famoso Primo ministro Gladstone (proprio quello che definì i Borbone di Napoli “La negazione di Dio”) si dimostrò favorevole a concedere una sorta di autodeterminazione politica (Home Rule), ma il progetto fu fortemente osteggiato dai protestanti, contrari a spezzare il solido legame con la Gran Bretagna. Il tentativo di portare pace nell’isola, pertanto, determinò l’effetto opposto, dando vita al “movimento unionista”, che si prefiggeva di contrastare con ogni mezzo possibile qualsivoglia rivendicazione avanzata dai cattolici.
IL XX SECOLO
Nei primi anni del XX secolo, quindi, si crearono le premesse per scontri sempre più accesi e sanguinosi e incominciarono a entrare nella storia quei personaggi leggendari che poi, più di tutti gli altri, avrebbero incarnato l’essenza della lotta indipendentista. James Connolly fondò L’Irish Republican Socialist Party; Arthur Griffith fondò il giornale “United Irishman”, che adottò lo slogan “Sinn Féin” (Solo Noi). Ecco nascere, quindi, il partito simbolo della causa indipendentista, che avrà un ruolo fondamentale in tutta la storia irlandese, fino ai giorni nostri. Allo scoppio della Prima guerra mondiale circa centomila nazionalisti si arruolarono nell’esercito britannico con la speranza di ottenere finalmente la ratifica del nuovo Home Rule, approvato dal Parlamento britannico nel maggio 1914. Un gruppo minoritario, però, composto prevalentemente di
cattolici, si rifiutò di scendere a patti col Governo inglese e diede vita all’Irish Republican Army, passata alla storia con l’acronimo “I.R.A”.
Il 24 aprile 1916, un gruppo di patrioti (iniziamo subito a utilizzare il termine “patrioti” per definire i combattenti repubblicani, in modo da smontare sul nascere il persistente equivoco insorto più per ignoranza che per malafede - che comunque non manca - in virtù del quale li si definisce “terroristi”. Con lo stesso metro di giudizio dovremmo chiamare terroristi anche i nostri nonni che hanno combattuto contro l’Austria, per liberare i territori irredenti), guidati da James Connolly e dal poeta Padraig Pearse, organizzò una rivolta passata alla storia come “Insurrezione di Pasqua” (Easter Rising), riuscendo in un primo tempo a proclamare la nascita della Repubblica d’Irlanda. Le forze di sicurezza, però, supportate dagli ingenti rinforzi giunti da Londra, sedarono la rivolta e arrestarono quasi tutti i principali protagonisti, giustiziandone quindici, tra i quali i due capi. James Connolly era rimasto gravemente ferito durante gli scontri e non poteva reggersi in piedi, ma senza alcuna pietà gli inglesi lo fucilarono su una sedia.
Nel corso della rivolta emerse imponente, gigantesca, nobile, austera, la figura del più grande condottiero irlandese, Michael Collins, coraggioso e puro, combattente nato e per nulla predisposto agli intrighi della politica; insieme con luiacquisìconsistente fama anche l’amico Eamon De Valera, che invece nel mare della politica navigava con grande abilità. Vedremo più avanti come il confronto tra questi due personaggi, che fino a un certo punto condivisero gioie e dolori, avrebbe condizionato la storia del Paese.
Nel 1918 il Sinn Féin, guidato da De Valera, vinse nettamente le elezioni ottenendo settantatré seggi contro i ventisei degli unionisti. I deputati si rifiutarono di occupare i seggi nel Parlamento inglese e proclamarono a Dublino la nascita della Repubblica Irlandese. L’anno successivo si tenne a Parigi la Conferenza di pace, organizzata dai vincitori della Prima guerra mondiale. De Valera sperava nel sostegno del presidente statunitense Wilson e restò fortemente deluso quando Seán Thomas O'Kelly, presidente del Parlamento, inviato a Parigi come delegato dell’Irlanda, gli riferì del disinteresse generale per la causa indipendentista. Nondimeno decise di recarsi personalmente a Washington, confidando sull’aiuto dei tanti emigrati affinché si creassero le premesse per essere ricevuto da Wilson come “presidente” dell’Irlanda libera. Speranza vana anche questa, perché gli stretti legami con la Corona inglese non consentirono a Wilson di riceverlo, non essendo l’Irlanda uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale.
Michael Collins, intanto, era fermamente convinto che l’indipendenza si sarebbe conquistata solo combattendo e riorganizzò gli “Irish Volunteers”, addestrandoli alla guerriglia. La Gran Bretagna rafforzò la presenza militare nell’isola inviando i famigerati “Black and Tans”, così chiamati per il colore della loro uniforme, che ricevettero l’ordine di reprimere le istanze repubblicane senza tanti riguardi. Gli scontritra le due fazioni sitrasformarono in una vera guerra e ancor più emerse la grande personalità di Michael Collins, che divenne l’idolo del popolo repubblicano desideroso di staccarsi dall’Inghilterra. Come la storia insegna, tuttavia, i grandi uomini alimentano gelosia e invidia non tanto tra i nemici quanto “tra gli amici”, nella fattispecie frustrati per la debordante capacità attrattiva delcondottiero,che lioffuscavarendendoliquasideinanialcospetto diungigante.EamonDeValera, la cui furbizia e subdola propensione all’autoreferenzialità è stata compiutamente sviscerata negli studi che riguardano la storia irlandese, restò a godersi la bella vita statunitense per oltre un anno, lasciando che Collins se la vedesse da solo con gli inglesi, rischiando la vita ogni giorno. Anche il mediocre ministro della Difesa, Cathal Brugha, mal sopportava Collins perché il suo ruolo, di fatto, lo portava ad essere il capo ufficiale dell’IRA senza che, però, nessuno lo prendesse in considerazione: in ogni circostanza tutti obbedivano solo alle direttive del condottiero. Gli scontri, sempre più sanguinosi, indussero ilParlamento delRegno Unito aemanare, nel1920, il “Government of Ireland Act”, ossia il quarto “Home rule”, che prevedeva la divisione dell’Irlanda e due sistemi di autogoverno: le sei contee nord-orientali avrebbero dovuto formare “l’Irlanda del Nord”, le restanti
contee “l’Irlanda del Sud”. Entrambi i territori, però, sarebbero rimasti parti integranti del Regno Unito, cosa per nulla gradita nella parte meridionale dell’isola, che determinò l’immediata ripresa dei combattimenti.
Nel 1921, pertanto, gli inglesi proposero una tregua e un vertice per discutere come risolvere la questione irlandese. Momento molto delicato, che avrebbe condizionato la storia futura fino ai giorni nostri e chissà per quanto altro tempo ancora. De Valera si era fatto cambiare il ruolo di “capo del Governo” in quello di “presidente della Repubblica”, per mettersi sullo stesso livello degli altri capi di Stato del Pianeta, nonostante il mancato riconoscimento. Politicamente era da tutti considerato –anche da Collins – l’uomo ideale per le trattative diplomatiche: intelligenza, abilità dialettica e cultura non gli mancavano certo. Nonsolo per Collins, quindi, che nel Governo ricopriva il ruolo di ministro delle Finanze, ma per tutti gli altri ministri e deputati era scontato che sarebbe andato lui a Londra per il vertice anglo-irlandese. Con una mossa a sorpresa, invece, De Valera rifiutò l’incarico, asserendo che, siccome al negoziato non avrebbe partecipato re Giorgio V, non poteva partecipare nemmeno lui, suo “omologo” in virtù del ruolo di presidente della Repubblica, ribadiamolo: auto conferitosi. Giustificazione subdola e barbina, come meglio trasparirà in seguito. In sua vece scelse proprio Michael Collins, affiancandolo ad Arthur Griffith, ministro degli esteri, e ad altri tre deputati che fungevano precipuamente da accompagnatori Collins cercò di opporsi con fermezza alla designazione: era un soldato, lui; sapeva come combattereunaguerra;sapevacome motivare ilpopolo, ma nonsi sentiva ingrado digestiretrattative così delicate con scaltri ed esperti politicanti De Valera, però, fu irremovibile e quindi dovette obbedire.
La delegazione inglese era guidata dal Primo Ministro David Lloyd George, uomo di grande esperienza e artefice, insieme con Wilson e Clemenceau, del nuovo assetto mondiale stabilito dal Trattato di Parigi. La sua squadra comprendeva, insieme con figure meno influenti ma di grande peso politico-sociale, Austen Chamberlain (ventennale esperienza politica, ex segretario di Stato in India, ministro del Tesoro, presidente della Camera dei Comuni, cugino del futuro primo Ministro Neville Chamberlain) e un certo Winston Churchill, del quale non serve scrivere nulla.
Non occorre molta fantasia per capire come si svolsero i negoziati e come i rappresentanti inglesi ebbero facile gioco con avversari sicuramente più nobili d’animo, ma non certo alla loro altezza sul piano meramente politico-strategico. Collins, che di fatto condusse da solo la trattativa nonostante il capo delegazione fosse il ministro degli Esteri, si rese conto – nonera certo stupido – che non sarebbe riuscito ad ottenere nulla più di quanto non fosse stato stabilito dagli inglesi e quindi poteva fare solo due cose: accettare o rifiutare gli accordi. Ritenendo che un primo passo comunque fosse stato compiuto e che esso poteva rappresentare un valido presupposto per la futura riunione dell’isola, accettò. Il 6 dicembre 1921, pertanto, fu siglato il Trattato anglo-inglese, che prevedeva la nascita dello Stato Libero d’Irlanda (l’attuale Eire), mentre le sei contee nord-orientali, nelle quali i protestanti erano in maggioranza, avrebbero costituito l’Irlanda del Nord. Quando Collins ritornò a Dublino fu apertamente osteggiato dalla parte più dura del Sinn Féin, sostenuta da De Valera, che lo accusò di aver svenduto l’Irlanda. Prescindendo dalle contee del Nord, a tutti gli effetti sotto il pieno dominio inglese, lo Stato Libero d’Irlanda, nonostante la forte autonomia politico-amministrativa, aveva lo status di “dominion dell’Impero britannico”, che implicava il giuramento di fedeltà al re, la
qual cosa per i repubblicani era inconcepibile. Collins tentò invano di spiegare che, al momento, proprio non era possibile ottenere di più e che il trattato doveva essere considerato come un sensibile passo in avanti verso la Repubblica.
Ciò che Collins ignorava era ilcontenuto delle conversazioni intercorsetraDe Valera e Lloyd George quando fu concordata la tregua propedeutica ai negoziati: il Primo Ministro inglese, infatti, disse al “Presidente” che se l’IRA non avesse cessato subito le azioni ostili, avrebbe inviato in Irlanda un soldato per ogni cittadino. Con quali conseguenze è facilmente immaginabile. De Valera, quindi, sapeva bene quali fossero le reali intenzioni degli inglesi e i limiti entro i quali si sarebbero mossi durante i negoziati. Da qui la decisione di mandare Collins allo sbaraglio e poi recitare la parte dell’offeso che tutelava i diritti di tutti gli irlandesi, proponendo di non ratificare il trattato.
Quando il condottiero comprese di essere stato usato come un burattino mandato allo sbaraglio, la spaccatura si rese inevitabile. Il 7 gennaio 1922, dopo la ratifica del trattato da parte del Parlamento della Repubblica irlandese, De Valera si dimise dalla carica di presidente dando inizio, con indefessa attività propagandistica, alla fase prodromica della guerra civile che sarebbe scoppiata nel giugno successivo e che vide da unlato isostenitorideltrattato, guidatida MichaelCollins, e dall’altro l’Irish Republican Army (IRA), contraria al trattato, militarmente guidata da Liam Lynch ma eterodiretta da Eamon de Valera
Sulla guerra civile irlandese vanno ben illustrati alcuni aspetti che, soprattutto in Italia, non trovano adeguata trattazione nella storiografia di riferimento.
Come abbiamo visto, Michael Collins era un abile condottiero militare ed Eamon de Valera un politico a tutto tondo. I giovani dell’IRA che si schierarono con quest’ultimo erano i “ragazzi” di Collins, da lui formati e addestrati! Figli del popolo, infervorati di furore repubblicano, in massima parte con limitata formazione scolastica, per nulla in grado di districarsi nelle complesse pastoie politico-diplomatiche. Quando de Valera li arringò, accusando Collins di aver tradito le aspettative del popolo irlandese, ebbe facile gioco nel fagocitarli. Collins soffrì moltissimo per questa frattura all’interno dello schieramento repubblicano e cercò in tutti i modi di limitare i danni, di far ragionare i vecchi amici e commilitoni che avevano seguito de Valera, del quale, oramai, aveva ben compreso il gioco sporco. Soprattutto non voleva che gli scontri generassero troppe vittime, da una parte e dall’altra: l’IRA era cosa sua, non di de Valera! Vedere morire tanti ragazzi innocenti non lo faceva dormire di notte, ma anche per un grande uomo è difficile conciliare l’inconciliabile. La fazione di de Valera attaccava a tutto spiano; i soldati governativi non nutrivano nei confronti dei connazionali, in quel momento avversari, gli stessi sentimenti di tolleranza e reagivano con pari impeto e maggiore efficacia grazie ai consistenti aiuti ricevuti dagli inglesi: armi, munizioni, aerei, artiglieria. Un vero disastro, come tutte le guerre civili del resto, che vedono i fratelli contro i fratelli. Collins cercò fino all’ultimo, purtroppo invano, dievitare lo spargimentodisangue, che inevitabilmentecoinvolseanche i civili: 250 vittime nella sola Dublino. Ben presto la sua maggiore capacità nel guidare un esercito e la sproporzione di forze costrinse i guerriglieri di Lynch a ritirarsi nell’entroterra. De Valera manovrava nell’ombra, secondo le consolidate abitudini, ed è in questo contesto di trame oscure, che molti ritengono ancora irrisolte e che invece non presentano sfumature grigie per chi scrive, che accadde l’evento più tragico della guerra civile. Il 22 agosto 1922, Michael Collins, con un convoglio di fedelissimi, partì da Macroom per recarsi a Bandon, una trentina di chilometri a sud. Entrambe le cittadine erano nella contea di Cork, ossia “casa sua”, essendo egli nato a Woodfield, nella zona sud dellaContea, non lontano dalle due insenaturemarinechecostituiscono unagrandeattrattivaturistica. Il suo intento era quello di incontrarsi con i ribelli, che proprio non riusciva a considerare avversari, e trovare una soluzione per far tacere le armi. Sisentiva sicuro, a casa sua, ritenendo che sarebbe stato facile far ragionare la sua gente, soprattutto nel momento in cui le sorti della guerra sembravano segnate. La strada percorsa attraversava il piccolo villaggio di Béal na Bláth, dove ancora oggi è possibile frequentare lo stupendo pub “Diamond Bar” , tra i più antichi d’Irlanda ancora aperti al
pubblico. Nel deposito alle spalle del locale, proprio nel giorno in cui Michael Collins sarebbe transitato inzona, fu organizzata una importanteriunione dialcuni militantirepubblicani anti-trattato. Importante perché presieduta nientepopodimeno che da de Valera in persona! Argomento principale della discussione? L’uccisione di Michael Collins, sulla cui vittoria nella guerra civile nessuno più nutriva dubbi. Duecento metri ad est del locale vi era la stradina su cui sarebbe passato Collins, dominata da una collina, sulla quale trovarono facile riparo una decina di ribelli e Denis Sonny O’Neill, descritto daiservizi segreti inglesi, inun registro del1924, come “un tiratore diprima classe, severo e disciplinato e senza dubbio un uomo pericoloso”. Era nato nel 1888 a Timoleague, nella stessa Contea diCollins, che aveva conosciuto personalmente durante gliscontridel1920. Uncalesse (o forse un altro ostacolo più consistente) messo di traverso sulla strada, costrinse il convoglio a fermarsi per rimuoverlo, ma subito dalla collina partirono i colpi di fucile, cogliendo di sorpresa la scorta di Collins, che iniziò a rispondere al fuoco senza però poter individuare gli attentatori. Denis mirò con calma in direzione dello stupito Collins, che tutto si aspettava fuorché un agguato nella sua terra. Il tiro preciso lo centrò alla fronte, ponendo fine alla sua avventurosa vita e soprattutto al sogno di vedere presto un’Irlanda unita. Aveva 31 anni e la sua morte sconvolse gran parte del mondo e soprattutto nel Regno Unito in tanti si chiesero, senza sapersi dare una risposta, come si fosse potuto giungere a tanto. Alla cerimonia funebre parteciparono oltre cinquecentomila persone, attonite, appartenenti a entrambe le fazioni in lotta.
Il nome di chi armò la mano di Denis O’ Neill non vi è alcun bisogno di scriverlo.
Un giorno, Joe Mgrath, stretto amico di Collins, chiese al subdolo personaggio di partecipare alla sponsorizzazione di una fondazione dedicata all’eroe irlandese, ottenendo la seguente testuale risposta: «Non vedo come possa divenire sponsor di una fondazione Collins; è mia convinzione che la storia riconoscerà la sua grandezza, e ciò avverrà a mie spese».
Così è stato e così sempre sarà, perché si può vivere agiatamente quasi un secolo, guidare un Paese come presidente per dodici anni, ricoprire importanti ruoli politici nazionali e internazionali per altri quaranta, restando nell’oblio o addirittura nelle pagine più cupe della storia, mentre altri, in soli sei anni di vita pubblica, riescono a conquistare l’aura degli eroi, che li rende immortali. Lo spirito di Michael Collins non cesserà mai di illuminare quell’oceano di nuvole e luce, quel tappeto che corre veloce sull’isola verde, e a riscaldare il cuore di un popolo che, al di là degli slogan costruiti dagli abili comunicatori moderni, è legato indissolubilmente al sogno antico di “A Nation Once again” (Continua nel prossimo numero)
NOTE
1 Nello Statuto si legge testualmente: «Dall'epoca della conquista dell'Irlanda, e per molto tempo dopo, gli inglesi di suddetta terra usavano parlare in lingua inglese, usavano modi di cavalcare e di vestirsi inglesi, ed erano governati, sia loro che i loro sudditi chiamati Betaghes, secondo la legge inglese. Ora, tuttavia, molti inglesi di suddetta terra, dimenticando la lingua inglese, gli usi e costumi e le leggi inglesi, vivono e si governano secondo gli usi e i costumi dei nemici irlandesi eusanola lorolingua;hannostipulatomatrimoni edalleanzetra loroei suddettinemiciirlandesi;dacché la detta terra, il sovrano popolo d'Inghilterra, la lealtà dovuta al sovrano e le leggi inglesi sono tutte decadute e perdute». Lo Statuto, pertanto, era destinato precipuamente agli inglesi con l’intento di impedire la crescente “media natio”, risultando oltremodo penalizzanteper i nativi edando avvio, di fatto, alle successive discriminazioni. I punti salienti sono molto eloquenti: “Ogni Inglese faccia uso della lingua inglese, e riceva un nome inglese, abbandonando completamente l'uso dei nomi irlandesi; che ogni inglese faccia uso dei costumi, dell'abbigliamento e del modo di cavalcare e di comportarsi secondo la sua origine; chenessun inglese che da ora in poi abbia una qualche disputa con un altro inglese la sottoponga alla legge Marcia (di epoca romana) o alle leggi Brehon (le antiche leggi vigenti in Irlanda prima della colonizzazione); che nessun irlandese della nazione d'Irlanda sia ammesso in una cattedrale o chiesa collegiata per provvigione, collazione o per presentazione di altra persona, e che non sia ammesso a godere di alcun beneficio della Santa Chiesa tra gli inglesi di questa terra; è anche stabilito che nessuna alleanza tramite matrimonio, adozione di figli, concubinaggio o per amore, e in nessuna altra maniera, debba da ora in poi essere stipulata tra gli Inglesi e gli Irlandesi; e che nessun Inglese, in tempo di pace o di guerra, doni o venda a un Irlandese cavalli o armi, e se qualcuno oserà farlo, verrà giudicato e condannato a morte come traditore del nostro sovrano”.
A NATION ONCE AGAIN (Seconda parte)
I PROTESTANTI AL POTERE
La divisione dell’Irlanda provocò gravi tumulti nelle contee del Nord, generalmente ed erroneamente indicate coniltermine “Ulster”, ossia laprovincia nelNord-Est dell’isola che ingloba sia leseicontee sotto dominio britannico (Antrim, Armagh, Down, Fermanagh, Derry, Tyrone) sia le tre contee che ricadono sotto la sovranità dell’Irlanda libera, ossia la Repubblica d’Irlanda o ÉIRE, secondo la corretta denominazione sancita dalla Costituzione (Cavan, Donegal e Monaghan).
Nell’Irlanda libera, la guerra civile tra i sostenitori del trattato siglato da Michael Collins e coloro che reclamavano l’indipendenza totale dell’isola si concluse nel 1923, con la vittoria dei primi.
Nonostante gli scontri, tuttavia, molti cattolici del Nord vi si rifugiarono per sfuggire sia alla repressione praticata dalle forze di sicurezza (irlandesi come loro!) e dalle feroci milizie britanniche sia alla dolorosa e umiliante ostilità dei protestanti, che ovviamente si sentivano forti proprio perché protetti dal Governo inglese.
Anche i protestanti, comunque, nei due anni di guerra civile non si sentirono particolarmente tranquilli, temendo che le forti pressioni dei nazionalisti potessero indurre il Governo britannico ad abbandonarli e annettere le contee del Nord allo Stato Libero d’Irlanda. Preoccupazioni del tutto infondate che, tuttavia, nell’aprile 1922, indussero il Governo a conferire poteri speciali alle forze di sicurezza [Civil Authoritty (Special Powers) Act], grazieallequalisiresero possibiliunaserie infinita di soprusi: arrestare senza mandato e senza accusa; condannare gli arrestati a lunghe detenzioni carcerarie senza un regolare processo, rifiutando il ricorso di fronte all’Habeas Corpus o alla Corte di Giustizia; perquisire le abitazioni senza mandato; dichiarare il coprifuoco e vietare riunioni, cortei e processioni; consentire la fustigazione come punizione; arrestare le persone convocate come testimoni con incriminazioni costruite sul nulla; compiere qualsiasi atto “ritenuto lecito” (e quindi anche “illecito” o in violazione del diritto di proprietà privata); impedire le visite dei legali e dei familiari a una persona in stato di fermo; proibire l’apertura di un’inchiesta in seguito alla morte di un prigioniero; vietare la diffusione di particolari giornali, film o dischi; vietare l’erezione di monumenti e l’affissione di targhe in ricordo degli eroi repubblicani (per loro erano “terroristi”); entrare liberamente in qualsiasi banca per “controllare” i conti correnti e “ordinare” trasferimenti di fondi, titoli o documenti alla Civil Authority (per chi non avesse ben compreso: potevano rubare legalmente i risparmi delle persone invise); arrestare chiunque compiva qualsiasi atto, anche non previsto a livello legislativo, mirante a danneggiare il mantenimento della pace e del buon ordine in Irlanda del Nord (sempre per chi non avesse ben compreso l’effettivo significato della contorta disposizione: potevano arrestare chiunque, accusandolo di essere un sobillatore o un terrorista, anche se per ventura fosse stato sordomuto, cieco, zoppo e privo di un braccio)
Per la cronaca: questo caleidoscopio di alta democraticità, che ricalcava il perfetto english style reiterato in tutte le colonie, sia pure con leggere periodiche modifiche, durò fino al 1973. Procediamo con ordine, comunque, perché la faccenda è maledettamente ingarbugliata.
La vita per i cattolici del Nord, come facilmente intuibile, negli anni Venti del secolo scorso non fu certo facile a causa della feroce repressione praticata dai protestanti, i quali, come se non bastassero iprivilegidi cuigodevano, aduncerto punto decisero che isuccitatipoterispeciali erano insufficienti a garantire una serenità in linea con le aspettative. Nel 1932, pertanto, anno in cui il Parlamento fu spostato nel Palazzo di Stormont (zona orientale di Belfast, dove erano in maggioranza), furono avviate nuove e più incisive persecuzioni dei cattolici, miranti a meglio salvaguardare i privilegi, soprattutto quelli della classe dirigente. Vediamo come. Noi italiani siamo famosi per le leggi elettorali bislacche e truffaldine, varate dal 1953 ai giorni nostri per favorire dei partiti a discapito di altri. Anche altrove, però, non è che si scherzi perché il bello
della democrazia consiste proprio nella sua flessibilità - simile a quella della salamandra - che le consente di trasformarsi in dittatura dando ai poveri cristi che si recano a votare la sensazione di essere uomini liberi artefici del proprio destino. (In parte è ancora così, anche se un po’ dappertutto il bluff inizia a sgretolarsi, come dimostra l’alto astensionismo. Ma questa è un’altra storia). Negli Stati Uniti, un tizio molto furbo di nome Elbridge Gerry, governatore del Massachusetts dal 1810 al 1812 e poi addirittura vice presidente dal 1813 al 1814, si rese conto che, in alcune aree territoriali, anchedivasteproporzioni, vipossono essereconcentrazionidielettoriche, per lepiù svariateragioni, sono favorevoli a un determinato partito. (Un po’ come da noi nel Nord-Est, dove la Lega è predominante rispetto ad altre zone del Paese). Pur di garantirsi la rielezione disegnò un nuovo collegio elettoraleconconfiniparticolarmentetortuosi, inmodo daescludere lezonea luisfavorevoli. Le linee del collegio erano così irregolari da farlo somigliare a una “salamandra” , salamander in inglese. Da qui iltermine per definire il sistema inventato dalprecursoredei nostriScelba e Calderoli: “Gerrymandering”, nato dalla fusione del nome dell’inventore con “salamander”. Il Gerrymandering varcò l’Atlantico e fu adottato dai lealisti, che disegnarono i nuovi collegi avendo come unico punto di riferimento la dislocazione della popolazione. I cattolici erano disseminati in poche zone di grandi dimensioni, ciascuna delle quali costituiva un singolo collegio, mentre i protestantierano concentrati inaree più piccole, tuttetrasformate incollegi elettorali. Ildiritto divoto fu limitato ai proprietari delle abitazioni in cui vivevano e agli inquilini che pagavano un regolare contratto di locazione e fu anche concesso il voto plurimo ai detentori di una rendita annua superiore alle dieci sterline e ai titolaridi società commerciali. Questiultimi potevano beneficiare di un numero divotitanto più cospicuo quanto più elevato erail loro potere economico eilgiro d’affari. Nonostante la superiorità numerica dei cattolici, pertanto, con questo campionario di schifezze i protestanti riuscirono a ottenere una netta maggioranza nelle elezioni municipali. Che meraviglia! Ma non è ancora finita. Ai sindaci spettava l’assegnazione delle abitazioni, da cui scaturiva il diritto di voto! Risultato: le abitazioni belle e confortevoli finirono nelle mani dei protestanti mentre i cattolici furono confinati in misere pensioni familiari, quando non in ancora più misere camere ammobiliate, prive di ogni confort. Siffatta condizione, come scritto sopra, li privava del diritto di voto. Manco a dirlo, era più facile trovare un ago in un pagliaio che un cattolico impiegato, anche con modeste mansioni, in un ufficio pubblico.
Nel primo capitolo abbiamo parlato del Government Ireland Act, varato nel 1920, che contemplava il divieto di ogni discriminazione e conferiva particolare peso a quelle di carattere religioso. Le mostruose limitazioni delle libertà fondamentali inferte ai cattolici, pertanto, costituivano una palese violazione della legge Il Governo di Londra aveva piena sovranità sulle questioni nord-irlandesi e il diritto-dovere di intervenire per reprimere ogni abuso. Sperare in un intervento per punire i fedeli sudditi protestanti, tuttavia, è un po’ come sperare che, ai giorni nostri, Putin punisca Lukashenko e Kadyrov per i crimini commessi in Bielorussia e Cecenia, e dal secondo anche in Ucraina Gli anni, in Nord Irlanda, si susseguivano lenti e monotoni, registrando il continuo strapotere dei protestanti e le miserevoli condizioni dei cattolici, che non avevano neanche la forza di ribellarsi.
CONSEGUENZE DELLA GUERRA CIVILE NELL’IRLANDA LIBERA
Nell’Irlanda libera le cose andavano decisamente meglio, anche se la povertà non mancava e molti irlandesi continuarono ad alimentare il flusso migratorio verso gli USA. Al termine della guerra civile, il politico di razza di cui abbiamo parlato nel primo capitolo, Eamon de Valera, divenne la figurapiù rappresentativadel “Sinn Féin”, senzaperòpossedere ilcarisma e lacapacità condizionante del defunto Michael Collins. Sull’impossibilità di riprendere la lotta armata erano quasi tutti d’accordo, ma De Valera tentò di convincere gli amici che l’immobilismo solidificatosi con la fine delle ostilità non avrebbe portato a nulla di buono: bisognava conquistare politicamente un potere in grado di rompere definitivamente i ponti con la monarchia e trasformare lo “Stato Libero d’Irlanda”
in una repubblica. L’ambizioso progetto, tutto sommato, era ben valido, ma richiedeva, appunto, quel carisma che De Valera non possedeva, affinché potesse essere imposto a “galletti” che avevano iniziato a beccarsi l’un l’altro, essendo morta l’unica persona in grado di dettare una linea senza che altrifiatassero. (Unpo’comeaccadde nel MSI quando Almirante, cheriuscivaatenere sotto controllo le diverse e contraddittorie anime, lasciò la segreteria del partito e dei somarelli incominciarono a nitrire autopromuovendosi cavalli di razza). De Valera capì subito che con quei soggetti non avrebbe cavato un ragno dal buco e non ci pensò due volte a salutarli e a fondare, nel 1926, il Fianna Fáil (Soldatidel Destino), conferendogliun’impronta di centro-sinistra, benpresto abbandonata, però, per coprire quell’area di centro-destra che risultava particolarmente attrattiva per la maggioranza degli elettori moderati. Avviò subito una campagna di netto contrasto al Cumann na nGaedheal, partito al potere dal 1923 e favorevole al Trattato del 1921, con discreti successi sin dall’esordio nell’agone politico: nel 1927 si tennero due elezioni legislative che gli assicurarono rispettivamente 44 seggi (su 153) nella prima e 57 nella seconda. Nei cinque anni successivi, con una martellante campagna propagandistica, conquistò crescente consenso popolare e creò le premesse per vincere le elezioni del 1932, ottenendo ben 72 seggi. Insediatosi come presidente del Consiglio esecutivo, provvide subito a varare una profonda revisione costituzionale, approvata con un referendum popolare e divenuta esecutiva nel1937. Lo “Stato libero d’Irlanda” mutò ilproprio nome in “Irlanda”o “Éire”, nelrispetto dell’etimo gaelico. Fu introdotta anche la carica di presidente dell’Irlanda, che subentrava a quella di governatore generale. Il Consiglio esecutivo fu definito “Governo”, dotato di maggiori poteri e guidato da un “Taoiseach” (termine gaelico che si può tradurre con “capo”). Tra i dettami più importanti della Costituzione figuravano: il riferimento al territorio nazionale, che inglobava l’intera isola (aperta sfida alla sovranità della Gran Bretagna sui territori del Nord); il riconoscimento della posizione speciale del cattolicesimo romano in contrapposizione alla chiesa anglicana del Regno Unito; l’adozione della lingua irlandese come lingua nazionale e il declassamento dell’inglese a seconda linguaufficiale. Ilmonarcad’Inghilterra, comunque(all’epocaGiorgio V, nonno dell’attuale regina), manteneva il titolo di “Re d’Irlanda” e le funzioni di rappresentanza nelle relazioni diplomatiche e internazionali, precluse al presidente. Il primo presidente della Repubblica d’Irlanda fu Douglas Hyde, che restò in carica dal giugno 1938 al giugno 1945. Uomo di grande cultura, poeta e scrittore, condusse una strenua battaglia per la rivalutazione dell’antica lingua gaelica, fondando con altri poeti, scrittori e intellettuali la Gaelic League (Conradh na Gaeilge), che si prefiggeva di promuovere la rinascita dello spirito nazionale irlandese, comunque minato dalla forte influenza inglese: la lingua, come noto, è il primo elemento di ogni effettivo dominio. Il vero padrone dell’Irlanda , però, era il cinico e freddo De Valera, che di fatto condizionava ogni attività politica e giocava contemporaneamente, con grande abilità, su tutti i fronti. Dopo la vittoria del1932, che scioccò la Corona inglese, capìche doveva approfittaredelvento favorevole per diventare ancora più forte: sciolse il Parlamento, indisse nuove elezioni nel 1933 e portò il partito dal 44,5% al 49,7%, conquistando settantasette seggi. Per il Fianna Fáil fu l’inizio di una lunga gestione del potere che ha subìto solo brevissime interruzioni: dal 1932 al 2011 ha governato per diciannove legislature e un totale di sessantatré anni. Nel 2011 andò all’opposizione grazie alla vittoria del Fine Gael (Famiglia degli irlandesi), altro partito dicentro-destranato nel1933 dall’unioneditrepartitichea loro voltaavevano radici nel Sinn Féin; nel2016 hasostenutoilgoverno Varadkar, leader del Fine Gael, enel2020ètornato alpotereconl’attualeTaoiseach, MicheálMartin. In quanto a De Valera, la sua vita, seppure segnata da qualche anno di prigione e dalla sofferenza per non essere talvolta riuscito a imporsi come avrebbe voluto, è stata costellata da una serie infinita di successi sin dalla più tenera età. Nato negli USA, a New York, nel 1882, da madre irlandese e padre spagnolo (forse: vi sono voci discordanti in merito e molti sostengono che fosse il figlio di una ragazza madre), dopo un paio di anni fu portato dalla nonna materna, secondo alcune fonti a seguito della morte del padre. Di sicuro la madre restò negli USA e si risposò. Già nelle scuole primarie
emersero la dedizione allo studio e la nitida intelligenza: sempre primo della classe e plurivincitore di premi e borse di studio; docente di matematica a soli ventuno anni; presidente della Camera bassa del Parlamento dal 1919 al 1921; presidente della Repubblica d’Irlanda (non riconosciuta a livello internazionale) dal 1921 al 1922; Rettore dell’Università Nazionale d’Irlanda dal 1921 fino alla sua morte; presidente del Consiglio esecutivo dello Stato libero d’Irlanda dal 1932 al 1937; presidente dell’Assemblea generale della Società delle Nazioni dal 1938 al 1939; Primo Ministro dal 1937 al 1957, eccezion fatta per brevissimi periodi durante i quali si concesse gradevoli viaggi in USA, Australia, Nuova Zelanda e India; presidente dell’Irlanda dal 1959 al 1973, solo per citare gli incarichi istituzionali, ai quali vanno aggiunti gli importanti ruoli di capo partito, una bella collezione di lauree honoris causa, l’Ordine supremo del Cristo conferitogli da Papa Giovanni XXIII e tante altre cose che ora sicuramente mi sfuggono.
Abbandonò i sentieri terreni nel 1975, a novantatré anni, ebbro di potere. Michael Collins, di cui era l’ombra delle scarpe, morì a soli trentadue anni, sicuramente per sua mano, con il forte tormento di essere stato la causa involontaria di una guerra fratricida. Pensava solo a combattere per il bene degli altri, Collins, e non aveva tempo per studiare Machiavelli e iclassici latini, daiquali invece De Valera traeva utili insegnamenti. Sui testi di Seneca sottolineò le frasi che utilizzò come modello per le proprie azioni: «Molto potente è chi ha sé stesso in proprio potere»; «La prima arte che devono imparare quelli che aspirano al potere è di essere capaci di sopportare l'odio». La necessità di utilizzare qualsiasi mezzo per raggiungere il fine prefissosi era già insita nel Dna e quindi dal “Principe” trasse precipuamente lo spunto per organizzare un movimento diriscossa nazionale contro “l’invasore straniero”, proprio come suggerito da Machiavelli ai Medici nella parte conclusiva della sua opera, con i ben noti toni accesi e di palpabile disprezzo nei confronti del «barbaro dominio che a ognuno puzza» Come già scritto nel primo capitolo, si rifiutò cinicamente di finanziare una fondazione dedicata all’eroe ammettendo che, un giorno, la Storia avrebbe riconosciuto la grandezza di Collins a sue spese. Così è stato, ovviamente, perché sarebbe davvero triste se taluni soggetti, ancorché capacidi vivereuna vita interaaggrappatialpotere,traagie lusso, dovessero anchecolorare le pagine belle della Storia, che devono restare di esclusiva pertinenza degli Eroi, rendendoli immortali.
IL PERIODO BELLICO: THE EMERGENCY (1939-1945)
Prima di addentrarci negli aspetti decisionali, connessi alla neutralità dell’Irlanda, bisogna considerare questitreaspettifondamentali: 1) Nelle conteedelNord l’arruolamento prescindevadalla volontà dei singoli: erano costretti a combattere nell’esercito inglese alla pari dei sudditi di tutte le altre colonie; 2) l’Éire, di fatto, dipendeva intutto eper tutto dalla GranBretagna, che assorbiva molti lavoratori, forniva le principali materie prime per l’industria ed esportava le risorse alimentari, a cominciare dal grano, per supplire alle forti carenze produttive interne; 3) lo scoppio della guerra spaccò ancora una volta in due correnti di pensiero gli irlandesi, o per meglio dire, in “tre”: i protestanti erano favorevoli ad appoggiare la Gran Bretagna nella lotta contro il nazismo; molti cattolici (ma non tutti) volevano approfittare dell’occasione per darle una definitiva spallata e ricongiungere le contee del Nord alla madre patria. In entrambe le fazioni religiose, poi, vi era chi vedeva nella guerra solo un aggravamento delle non certo rosee condizioni generali e manifestava apertamente la volontà di non schierarsi con nessuno. Tutti questi aspetti, ancorché assomiglianti a una intricata matassa, erano ben chiari a De Valera, il quale – nonostante avesse a disposizione una opzione della quale parlerò al termine del paragrafo - decise di sospendere la Costituzione varata nel 1937 e di varare un piano di emergenza (The Emergency) che consentiva al Governo di osservare, con poteri speciali, una stretta neutralità. Egli, infatti, almeno fino all’inizio del 1941, prevedeva la vittoria della Germania e quindi mantenne aperte le ambasciate dei Paesi dell’Asse, giocando abilmente con entrambi gli schieramenti. La neutralità, tuttavia, non significava essere
completamente fuori dalla guerra. La Gran Bretagna, infatti, non poté più assicurare la massiccia fornitura di beni primari e cibo, avendone bisogno per soddisfare le esigenze interne. A ciò si aggiungeva ilrisentimento per il mancato sostegno. Churchill pensò addirittura di invadere l’isola per occupare i porti e rendere più agevoli gli aiuti dagli Stati Uniti, le cui navi avrebbero corso meno rischi per la minore distanza da coprire inunOceano nelquale i sottomarini tedeschirappresentavano unagrave minaccia. Lastrettaneutralità, tuttavia, incominciò ascemarea mano amano che le vicende belliche volgevano a favore degli Alleati e va anche detto che oltre sessantamila irlandesi, violando le direttive governative, corsero ad arruolarsi come volontari nell’esercito inglese, pagando un triste tributo non solo per le perdite sul campo di battaglia ma anche per le conseguenze post belliche, poi mitigate gradualmente: essendo considerati disertori, quando tornarono in Irlanda ebbero vita dura e mancati riconoscimenti pensionistici.
Per amor di sintesi non faccio cenno ai progetti tedeschi sulla possibile invasione dell’Irlanda, naufragati sul nascere dal momento che l’impresa era ancora più difficile della paventata invasione dell’Inghilterra; dei rapporti dell’IRA con i tedeschi, che vi furono ma non portarono a nessuna particolare azione effettiva perché questi ultimi si resero conto che non potevano contare né su un marcato sostegno armato nésuunefficacesupporto logistico;ad altriaspettinon marginali, matroppo complessi per essere esplicitati in questo mini-saggio e che vanno approfonditi leggendo i testi segnalati nella bibliografia essenziale.
L’unico dato importante che nonpuò essere sottaciuto riguarda ancora una volta De Valera. Nel1970 fu reso pubblico dal Governo inglese ciò che avvenne all’inizio della guerra: tutti i Paesi ostili alla Germania fecero forti pressioni affinché l’Irlanda si schierasse apertamente al fianco dell’Inghilterra. Il sostegno sarebbe stato molto importante, sia per la maggiore disponibilità di soldati sia (o forse soprattutto) per l’utilizzo dell’isola come strategica base logistica. In cambio fu promesso che, al termine della guerra, la questione irlandese sarebbe stata ridiscussa e, qualora i nord-irlandesi fossero stati d’accordo, le contee del nord si sarebbero riunite all’Éire, coronando in tal modo il sogno di tutti coloro che volevano “A nation once again”. De Valera, però, come già detto, era convinto che la guerra sarebbe stata vinta dai tedeschi e in più, per indole, non si fidava della parola dei governanti inglesi e pertanto rifiutò la proposta. Purtroppo non sapremo mai cosa sarebbe realmente accaduto alla fine della guerra in caso di accettazione, ma è lecito sostenere che se De Valera si fosse cautelato con un documento sottoscritto in presenza dei rappresentanti degli altri Paesi alleati, difficilmente Churchill avrebbe potuto non onorare l’impegno. L’avventata decisione, pertanto, ha fatto sì che uno dei più grandi problemi della storia umana, risolvibile nel 1945, perduri ancora oggi. De Valera, il 2 maggio 1945, firmò anche il libro di condoglianze per la morte di Hitler nella sede dell’ambasciata tedesca L’Unione Sovietica si vendicò per il mancato sostegno bellico bloccando l’ingresso dell’Irlanda nelle Nazioni Unite fino al dicembre 1955. Nel 1949, intanto, il Paese cessò definitivamente di essere un dominio della Corona inglese.
IL DOPOGUERRA NELL’ÉIRE
Conquistata la totale indipendenza, in Irlanda si avviò un lento processo di stabilizzazione che consentì rapporti più stretti ed armonici con l’eterna rivale dirimpettaia. I partiti di centro-destra che sisono succedutialpotere, Fianna Fáil e Fine Gael, nonhanno mairinunciato alsogno diriannettersi pacificamente le contee del Nord e siffatto proposito li ha indotti a collaborare col Governo inglese nella repressione dell’Irish Republican Army. Il Sinn Féin, infatti, partito di riferimento dei patrioti nord-irlandesi, si è rifiutato di partecipare alle elezioni politiche nell’Éire fino al 1980 proprio per questo motivo. Passato sotto la guida di Gerry Adams, l’ultimo eroe della “vecchia” IRA (nato nel 1948 echeconosceremo meglio nellaterzapartedell’articolo), hainiziato inquelperiodo apresentare la propria lista, guadagnando crescenti consensi e, nelle elezioni del 2020, addirittura la maggioranza relativa, obbligando il capo del Fianna Fail a formare un governo di coalizione con i Verdi e il Fine
Gael di Leo Varadkar, che glisuccederà alla guida delGoverno alla fine del 2022. Il bislacco sistema elettorale irlandese, infatti (“Voto singolo trasferibile”), sulle cui complesse caratteristiche non mi soffermo per evitare inutili emicranie, non ha consentito al Sinn Féin di formare un governo: con quasi due punti di percentuale in più (24,5 contro 22,2) ha ottenuto lo stesso numero di seggi del Fianna Fáil (37) e solo due seggi in più del Fine Gael, che si è fermato al 20,9%. In teoria avrebbe potuto formarlo alleandosi con tutti gli altri partiti (compreso i Verdi, però) raggiungendo complessivamente 87 seggi (maggioranza 81), ma ciò non si è reso possibile, ufficialmente per l’opposizione riservata al partito guidato da un uomo che, un tempo, era un leader dell’IRA. Il vero motivo, invece, è ben diverso: nonostante il Sinn Féin non sia più guidato da Gerry Adams sin dal 2018 (l’attuale leader è Mary Lou McDondald) e l’IRA, tra l’altro nel dopoguerra operativa solo nel Nord-Irlanda, avesse cessato ogni attività paramilitare sin dagli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, a nessuno faceva piacere allearsi con un partito che, anche simbolicamente, aleggiava intorno alla figura carismatica di un gigante come Gerry Adams. I nani non amano il confronto con i giganti e preferiscono allearsi tra loro.
Sotto il profilo socio-economico, nel dopoguerra vanno distinte tre fasi temporali: la prima va daglianni Cinquanta agli anniNovanta; la seconda daglianni Novanta alla Brexit; la terza dalla Brexit ai giorni nostri.
I due partiti di centro-destra egemoni “avevano fame” essendo composti di uomini che la fame l’avevano patita davvero e si erano barcamenati negli anni difficili per restare a galla in un mare paludoso, rinunciando a ogni attività che potesse nuocere loro più di tanto. (Non dimentichiamo che, seppur divisi tra loro, erano tutti “allievi” del torbido De Valera). Una volta conquistato il potere, non essendo attrezzati idealmente per gestirlo secondo quei principi etici che erano esclusiva prerogativa del Sinn Féin, si diedero alla pazza gioia predatoria delle risorse pubbliche, creando disastri di bilancio aggravati dalla recessione economica globale che si registrò negli anni Settanta. I tassi di interesse arrivarono al 60% e l’altissima disoccupazione generò un nuovo flusso migratorio verso gli USA e anche verso l’Inghilterra. Corruzione ed evasione fiscale raggiunsero livelli “italiani” e la stragrande maggioranza dei cittadini oltrepassò la soglia di povertà. Purtroppo quel periodo fu caratterizzato anche dall’assenza dell’Istituzione che, più di ogni altra, in un Paese cattolico, avrebbe dovuto fungere da freno inibitore di ogni devianza. La Chiesa, infatti, parte integrante della cultura del Paese e strettamente legata al potere politico, invece di mondarlo dalle malsane tentazioni, si è fatta essa stessa contaminare per oltre un ventennio dalle deprecabili derive culminate, nella loro essenza più grave, in oltre quindicimila casi di abusi sessuali, molti dei quali riguardanti minori o addirittura bambini. Le belle fanciulle irlandesi, nel fiore della loro adolescenza e gioventù, pregne di catechesi imposta sin dalla più tenera età, trovavano nel parroco il punto di riferimento naturale per chiedere consigli sui primi amori e su qualsiasi altro argomento a quei tempi ancora non facilmente gestibili in ambito familiare o scolastico Tanti parroci non seppero resistere al candore di quelle ragazzine, che si approcciavano in sacrestia con abitini che ne mettevano in bella mostra le graziose forme, corti come la moda imponeva e spesso realizzati dalle abili mani delle mamme e delle nonne con le sottili stoffe comprate a buon prezzo nei mercatini rionali, che rendevano quelli estivi troppo leggeri e trasparenti. La fresca bellezza intrisa di “innocente” sexy appeal e l’evidente ingenuità di chi nutriva fiducia estrema nei confronti di soggetti che indossavano l’abito talare, facevano girare la testa, stimolando i sensi. Le fanciulle desiderose di aiuto non facevano certo caso a quelle mani che accarezzavano le gambe, salendo sempre più su, mentre una voce tremula dispensava consigli sull’amore che move il sole e l’altre stelle, ritenendo il gesto semplicemente affettuoso, almeno fino al momento in cui era troppo tardi per considerarlo di tutt’altra natura. Non occorreva molta fatica per rubare la loro innocenza e in tanti ne approfittarono, piegando alle loro torbide pulsioni anche i maschietti, che sitrovavano nella stesa condizione disoggezione psicologica,
senza alcuna possibilità di difesa. Nell’agosto 2018, a Dublino, per la prima volta papa Francesco si scusò pubblicamente per le atrocità commesse dai sacerdoti della Chiesa cattolica irlandese. Negli anni Novanta, grazie al forte sviluppo del settore edilizio ed immobiliare, iniziò un periodo d’oro per l’Irlanda, non a caso definita “Tigre celtica”. La disoccupazione fu quasi azzerata e il Pil registrò vertiginose crescite anno dopo anno. Una politica di bassa tassazione sulle imprese funse da richiamo per le principali multinazionali del Pianeta, che ivi trasferirono le loro sedi legali, creando nuova occupazione e ulteriore sviluppo. Nel 2008 l’Irlanda aveva il Pil pro capite più alto della zona Euro. La crescita veloce e indiscriminata, però, come del resto accaduto anche in altri Paesi, non fu accompagnata da un adeguato sviluppo dei servizi sociali, delle infrastrutture e di tutto ciò che consente a un Paese di prosperare potendo contare su basi solide. Il credito facile concesso alle imprese, l’importazionedi manodoperael’altaredditivitàdelsettoreavevano reso ilPaesetotalmente dipendente dal mercato edile-immobiliare. Tale situazione determinò una sopravvalutazione dei prezzi delle case maggiore del 30%. Fu l’inizio di quella bolla immobiliare che portò al collasso delle banche, indebitatesi oltre ogni normale logica di mercato. Il Governo fu costretto a nazionalizzare quelle più importanti, con effettidevastanti nell’economia del Paese, che vide dicolpo salire vertiginosamente anche il tasso di disoccupazione. Dopo anni molto bui, grazie agli aiuti comunitari e ai drastici tagli alla spesa pubblica si incominciò a registrare una lenta ripresa che, insieme con i vantaggi fiscali concessi alle imprese estere, ha consentito all’Irlanda se non proprio di tornare a ruggire come negli anni d’oro, di trasformarsi almeno inuna Fenice Celtica, secondo da definizione coniata daglianalistidel prestigioso quotidiano “The Economist”. La definizione, che rimandava alla capacità di risorgere dalle proprie ceneri, faceva leva precipuamente sulla connessione tra capitali, incentivi statali, forza lavoro di qualità, una lingua che favorisce l’internazionalizzazione e il progressivo riassorbimento della disoccupazione. Maètuttooro quello che luccica?Secondo PaulKrugman, vincitoredelpremio Nobelper l’economia nel 2008, la realtà è ben diversa. Le multinazionali presenti sul territorio, producendo altrove, determinavano un impatto irrisorio sull’occupazione interna, come dimostrato dagli oltre 40.000 irlandesi costretti a lasciare l’isola anche negli anni della ripresa economica Nel 2016, intanto, una grossa nuvola si addensò sulla vicina Inghilterra, estendendosi nelle aree territoriali limitrofe sotto il suo dominio e, di riflesso, anche nell’Éire. Una nuvola nota in tutto il mondo con il termine “Brexit”.
(Continua nel prossimo numero)
I TERRIBILI ANNI DEI TROUBLES
Negli anni Cinquanta del secolo scorso gli unionisti del Nord Irlanda avviarono una feroce campagna repressiva nei confronti dei cattolici che, ovviamente, non smettevano mai di sognare la riunificazione con l’Eire La spirale di crescente violenza indusse le forze residue dell’Irish Republican Army, che nel Sud dell’isola oramai non avevano nemici da combattere, a correre in soccorso dei confratelli del Nord. Gli attentati contro numerose installazioni militari, però, non produssero alcun effetto positivo e servirono solo a far giungere in soccorso della Royal Ulster Constabulary (RUC, le forze dell’ordine locali) i reparti speciali dell’esercito inglese. Siamo alla fine degli anni Sessanta e ha inizio quel sanguinoso conflitto che è passato alla storia con il termine Troubles. I cattolici organizzavano continue manifestazioni pacifiche, sistematicamente represse con inaudita violenza Nell’IRA tutto ciò alimentò forti contrasti interni: alcuni militanti, infatti, accusarono apertamente il vertice dell’organizzazione di non essere in grado di contrastare le forze di occupazione e difendere adeguatamente le tante famiglie costrette a trasferirsi altrove, avendo avuto le case incendiate dai protestanti. I contrasti, divenuti insanabili, nel 1971 sfociarono nella scissione che diede vita al nuovo gruppo paramilitare Provisional Ira. Il nucleo storico, Official Ira, in breve tempo perse ogni consistenza operativa, essendo gli scissionisti superiori in ogni campo. Entrano in scena, pertanto, gli eroi che si dedicheranno anima e corpo a perseguire il sogno di A Nation Once Again, i più famosi dei quali sono Gerry Adams (nato nel 1948); Martin McGuinnes (1950-2017); Bobby Sands (1954-1981). Ancorché giovanissimi, i tre esprimevano una forte carica carismatica e fecero breccia nei cuori di migliaia di nordirlandesi, soprattutto coetanei, che corsero ad arruolarsi nelle brigate della nuova IRA, strutturatasi in un vero e proprio esercito. Gli scontri ripresero in ogni angolo del Nord Irlanda, concentrandosi precipuamente nelle due città “simbolo” della lotta di liberazione, Belfast e Derry, quest’ultima dagli inglesi rinominata sprezzantemente Londonderry.
BULLYMURPHY MASSACRE
La reazione non si fece attendere e la RUC ebbe l’ordine “di arrestare e internare chiunque fosse sospettato di essere un membro dell’IRA”. (Per comodità espressiva continuiamo a utilizzare il termine IRA, essendo ben chiaro che si fa sempre riferimento alla Provisional Ira). Gli ordini “espliciti”, in quel contesto, avevano sempre una larga estensione “implicita” facilmente intuibile e fedelmente interpretata tanto dalle forze di polizia quanto dai reparti speciali. I primi effetti si ebbero tra il nove e l’undici agosto 1971, con l’operazione “Demetrius”, che sfociò nel massacro passato alla storia col nome del quartiere occidentale di Belfast dove si erano rifugiati molti cattolici costretti ad abbandonare la zona orientale, a maggioranza protestante: “Massacro di Bullymurphy”. I super addestrati paracadutisti inglesi uccisero a sangue freddo undici civili disarmati, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sono le prime vittime innocenti e ricordiamo i loro nomi, associandoli simbolicamente agli oltre duemila caduti, tra civili e combattenti dell’IRA, in trenta anni di guerriglia: Francis Quinn, 19 anni, ucciso a colpi di arma da fuoco da un cecchino mentre si recava a salvare un uomo ferito; Hugh Mullan (38), prete, anch’egli ucciso mentre si apprestava a soccorrere un
ferito; Joan Connolly (50), uccisa pur essendo relativamente lontana dal luogo degli scontri; Daniel Teggart (44), massacrato con ben quattordici fori di proiettile, la maggior parte dei quali sparati alla schiena, quando era già disteso a terra; Noel Phillips (20), anch’egli colpito alla schiena. Joseph Murphy (41), ferito mentre dava le spalle alla base militare inglese, fu imprigionato dall'esercito, torturato e fucilato in prigione; Edward Doherty (28), ucciso mentre passeggiava lungo Whiterock Road; Jean Laverty (20), colpito alla schiena; Joseph Corr (43), colpito più volte, morì per le ferite il 27 agosto; Jean McKerr (49), ferito mentre si trovava di fronte a una chiesa, morì il 20 agosto; Paddy McCarthy (44), morì d’infarto durante l'arresto: i soldati gli misero in bocca la canna di una pistola, dopo averla scaricata, premendo il grilletto per schernirlo e spaventarlo, ma lo sventurato non resse quei momenti di terrore Ci sono voluti ben cinquanta anni per imputare ufficialmente ai militari il massacro. La sentenza è stata emessa l’11 maggio 2021 dal tribunale di Belfast e ha spazzato via le tante inchieste farsa inscenate con l’intento di attribuire la responsabilità degli scontri ai civili. I paracadutisti sotto accusa, colpevoli anche di un altro massacro del quale parleremo tra poco, sono ora ultrasettantenni e sicuramente non faranno un solo giorno di prigione, ma la condanna che dovesse scaturire dal processo a loro carico avrebbe un alto valore simbolico, ben superiore alla pur più che meritata detenzione in carcere.
BLOODY SUNDAY
L’evento dei Troubles che più di ogni altro ha conquistato fama planetaria è quello verificatosi, solo cinque mesi dopo, nel quartiere Bogside di Derry, passato alla storia come Bloody Sunday e noto anche come Strage del Bogside In una tipica grigia domenica invernale, il 30 gennaio 1972, i cattolici iscritti alla Northern Ireland Civil Rights Association avevano organizzato una marcia pacifica di protesta contro l’esecutivo nord irlandese (Parlamento di Stormont) che, oltre ad essersi reso responsabile del succitato eccidio, aveva introdotto l’internamento senza processo dei cittadini solo sospettati di essere membri o fiancheggiatori dell’IRA e il divieto di ogni manifestazione di piazza. Il promotore della marcia fu il protestante Ivan Cooper, co-fondatore dell’associazione e, nel 1970, con tre amici, del SDLP (Partito social democratico e laburista, di cui divenne deputato), convinto assertore della pacifica convivenza tra le due fazioni religiose. Oltre quindicimila persone partirono dal Bishop Field con l’intento di raggiungere la sede del municipio, ubicato a poco più di due chilometri di distanza, sulla sponda occidentale del fiume Foyle. Non vi riuscirono perché la zona era protetta dai reparti speciali dell’esercito, che avevano eretto insormontabili barricate per fermare i “teppisti; terroristi; schifosi viscidi; pezzi di merda da mettere tutti al fresco entro stasera”, tanto per citare solo gli epiteti meno volgari utilizzati dagli ufficiali che diramavano gli ordini e dai soldati stessi.
I manifestanti, pertanto, decisero di cambiare rotta e dirigersi verso il “Free Derry Corner”, seguendo le direttive di un concitato Ivan Cooper, che correva come un forsennato tra i manifestanti del suo gruppo, i soldati e i sopraggiunti militanti dell’IRA, per cercare di indurre tutti a mantenere la calma. Nel tragitto verso la nuova meta si registrarono piccole scaramucce, senza gravi conseguenze; poco dopo le sedici, però, ai paracadutisti inglesi fu dato l’ordine di oltrepassare le barriere e arrestare i manifestanti. Alla vista dei militari in posizione di attacco tutti si riversarono verso il Glenfada Park, in cerca di qualche via di fuga. Alcuni ebbero l’infelice idea di rifugiarsi nel parcheggio di una grande area residenziale denominata “Rossvile flats”, presumendo di potersi disperdere nelle stradine che separavano i palazzi; parimenti fecero coloro che si rifugiarono nel grande parcheggio del Glenfada Park. È in questa area che si consuma il dramma, artatamente fomentato dagli ufficiali inglesi, insensibili anche ai richiami delle forze
dell’ordine, che avevano intuito ciò che si stava orchestrando e tentarono invano di fermarli. Parliamo comunque di agenti della RUC che, in questa fase, dimostrarono maggiore umanità rispetto ai militari, chiedendo espressamente che i manifestanti ultimassero la pacifica marcia senza essere disturbati. I paracadutisti, però, avevano altri ordini e soprattutto erano animati da ben altri propositi, retaggio di quell’odio profondo nei confronti degli irlandesi, tanto irrazionale quanto ingiustificato, essendo loro gli invasori. Erano in trappola, i poveri manifestanti, e non avevano alcuna possibilità di sfuggire all’accerchiamento praticato da coloro che sono considerati tra i migliori soldati del mondo. La scena è surreale. In lontananza già si sentono i primi colpi mentre Ivan Cooper arringa la folla da un palco improvvisato, cercando di non far trasparire tensione e preoccupazione Esordisce plaudendo all’iniziativa, alla massiccia adesione di popolo a una marcia che si propone di far comprendere la necessità di un cambiamento radicale che porti alla fine dell’egemonia unionista. Concetto – non sembri superfluo ribadirlo –di pregnante importanza proprio perché espresso da un protestante. «La scelta - dice - è come ottenerla; è tra la violenza e la non violenza. Se abbiamo intenzione di dare un futuro ai giovani di questa città, ai ragazzi là in fondo, a quelli che in questo momento partecipano ai disordini, laggiù, come tutti i giorni, se vogliamo dare a quei ragazzi un futuro, dobbiamo dimostrare loro che la non violenza funziona, o domani non tireranno solo pietre. (Si riferisce in particolare ai militanti dell’IRA, N.d.A.) Quella dei diritti civili non è una soluzione comoda, non quando volano i mattoni e la polizia e l’esercito con i manganelli caricano i cortei. Non è facile rimanere non violenti quando intorno tuti gli altri urlano “così non si ottiene niente, tiriamo fuori le armi e vendichiamoci”, ma se invece credete nel movimento per i diritti civili con tutto il cuore e l’anima come ci credo io, se credete a quello in cui credevano Gandhi e Martin Luther King, con passione, come ci credo io, allora alla fine, con una sola marcia, tutti insieme, tutti insieme, vinceremo. Grazie».
Era un uomo buono Ivan Cooper, un sognatore visionario convinto che la bontà dell’animo umano dovesse vincere su ogni altra cosa e che dopo tanto sangue era giunto il momento di vivere in pace, indipendentemente dal credo professato. I suoi riferimenti culturali, senz’altro nobili, li ha citati nel discorso, senza considerare che le loro battaglie, alla luce del “poi”, non è che abbiano dato i frutti sperati. Mentre parlava, laggiù, quei giovani cattolici cui faceva riferimento, avevano già notato i paracadutisti appollaiati su un muretto, pronti ad aprire il fuoco. Erano cresciuti in fretta e avevano imparato a difendersi sin da quando frequentavano le scuole elementari; avevano visto le loro case in fiamme; la disperazione nei volti dei genitori e dei nonni dopo aver perso tutto, anche la dignità; avevano subito insopportabili umiliazioni a scuola, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici; non avevano bisogno di riferimenti culturali - anche perché di tempo per studiare non è che ve ne fosse molto - per sapere da che parte stare e soprattutto come starci, senza sognare l’impossibile. Coloro che riuscivano a conciliare l’impegno militante con lo studio, poi, non avevano come riferimento Gandhi, Martin Luter King o il connazionale George Bernard Show, altro importante cesellatore del socialismo e fervente sostenitore della Russia stalinista, ma gli eroi del passato e il brillante ventenne Martin McGuinnes, già vicecomandante della Brigata Derry, seconda per importanza solo a quella di Belfast, colto, arcigno trascinatore, che spiegava con chiarezza la storia della splendida isola e le gesta eroiche di chi per essa aveva combattuto fino all’estremo sacrificio. Era un uomo d’azione, il giovane patriota irlandese, che riporta alla mente le infuocate parole scritte da un altro grande europeo, Ernst Jünger, ferito nell’animo nel vedere le orde fameliche di ogni tipo avventarsi sulle spoglie della sua patria, uscita a pezzi dalla Grande Guerra: «La guerra, madre della dolorosa Europa di oggi, è anche nostra madre: è lei che ci ha forgiato, scolpito, indurito e fatto ciò che
siamo. E sempre, per tutto il tempo che girerà in noi la ruota della vita trepidante, la guerra sarà l’asse attorno a cui la ruota girerà». (La guerre, notre mère, 1934, Ed. AlbinMichel, disponibile in italiano col titolo "La battaglia come esperienza interiore”, Edizioni Piano B, 2014). Per combattere occorrono le armi, però, e quella maledetta domenica anche i militanti dell’IRA, convinti di dover solo marciare pacificamente o al massimo, come di fatto avvenne nel primo pomeriggio, non andare oltre le solite scaramucce, furono colti di sorpresa e poterono solo lanciare un po’ di sassi raccolti lungo le strade, appena sufficienti a spaventare qualche gatto ma subdolamente fatti passare per bombe dai parà inglesi, che reagirono di conseguenza.
Il primo a cadere fu il diciassettenne John "Jackie" Duddy, colpito mentre col cuore in gola cercava riparo nel parcheggio dei Rossvile Flats; 17 anni avevano anche Hug Gilmour, Michael Kelly, Kevin McElhinney, Gerard "Gerry" Donaghy e John Young, quest’ultimo ucciso con il ventenne Michael McDaid mentre entrambi si accingevano a prestare soccorso al diciannovenne William Nash, a sua volta trucidato con una raffica al petto sotto gli occhi del padre, ferito non in modo mortale. William McKinney, 26 anni, fu colpito alle spalle mentre tentava di scappare attraverso il parcheggio del Glenfada Park. Gerard "Gerry" McKinne, 35 anni, durante la fuga incrociò un soldato che gli sparò a bruciapelo mentre con le mani alzate lo implorava di non fare fuoco. Il proiettile gli attraversò il corpo e uccise anche il diciassettenne Gerard Gerry Donaghy, che era proprio dietro di lui. Il giornalista francese Gilles Peress fu testimone oculare di quei tragici momenti e scattò una foto al trentunenne Patrick Doherty un attimo prima che cadesse sotto il fuoco del famigerato “Soldato F.”, identificato come uno dei principali carnefici di quel triste giorno, così infame da dichiarare spudoratamente di aver sparato avendo visto impugnare una pistola contro di lui. Fu smascherato proprio dalla foto di Peress e poi anche dalle perizie sulla mano della vittima, effettuate per verificare se vi fossero residui di polvere da sparo. Bernard "Barney" McGuigan aveva 41 anni, una bella moglie di nome Bridie e ben sei figli. Non gli interessava la politica e riteneva che cattolici e protestanti dovessero vivere in pace e buona armonia. Non a caso era benvoluto da tutti, in città, e poteva contare su sincere amicizie in entrambe le fazioni. (Questo aspetto sociale, di fondamentale importanza per meglio “entrare” nel mood che caratterizzava - e forse ancor più caratterizza oggi - i rapporti tra protestanti e cattolici, nel bene e nel male, è stato ben sviluppato nel bellissimo film di Kenneth Branagh, “Belfast”, uscito lo scorso anno). Gli amici cattolici dovettero faticare non poco per convincerlo a partecipare alla marcia, che egli riteneva foriera di possibili scontri, a suo giudizio assolutamente da evitare. Quando i paracadutisti iniziarono la strage si riparò dietro un muretto, ma non esitò ad uscire allo scoperto per soccorrere Patrick Doherty. La marcata propensione pacifica lo indusse a pensare che, sventolando un fazzoletto bianco, avrebbe avuto campo libero, essendo ben chiaro che stava solo prestando soccorso a un ferito. Il “soldato F.”, però, era assetato di sangue irlandese e lo centrò dietro la nuca, spezzando per sempre i suoi propositi di pacifica convivenza. John Johnston, 59 anni, non era un manifestante ma si stava recando a casa di un amico: ferito gravemente alla gamba e alla spalla sinistra, morì il 16 giugno. Non poteva credere ai propri occhi, Ivan Cooper, mentre vedeva cadere a uno a uno giovani vite per le quali sarebbe stato pronto a dare la sua, e lo sconforto aumentò a dismisura all’interno dell’ospedale, dove il caos regnava sovrano, a mano a mano che gli giungevano le notizie sull’entità della strage: ben ventotto persone tra morti e feriti. Con il cuore in gola abbracciò i parenti, i genitori, gli amici dei caduti, che disperati si accalcavano all’esterno Diceva solo “mi dispiace”, mentre li stringeva forte, ma tanto basta-
va per spezzare i cuori e trasformare le urla che seguivano la ferale notizia in un macabro concerto di dolore.
Mentre parlava di non violenza, dal palco improvvisato nei pressi del famoso murale del Bogside dove troneggia la scritta “You are now entering Free Derry”, la violenza esplodeva nell’intero quartiere, spegnendo, insieme con i sogni, la speranza di un futuro migliore in decine di migliaia di persone. La strage lo segnò profondamente e si allontanò gradualmente dalla vita politica, avendo compreso che la pacifica convivenza tra cattolici e protestanti era destinata a rimanere un’utopia. Si è spento nel 2019 e riposa nel cimitero di Altnagelvin, a oriente del fiume, nella zona protestante. Dopo aver reso omaggio ai luoghi sacri del Bogside, ai murales, ai cippi disseminati in ogni angolo della zona occidentale e al Derry City Cemetery, dove in tombe interrate dalle toccanti epigrafi riposano i martiri della repressione, portate un fiore anche sulla sua tomba e se qualcuno dovesse chiedervi chi siate, rispondetegli pure tranquillamente, sorridendo con dolcezza: «Just a dreamer like he was, still hoping to see a nation once again». La strage ebbe una sconvolgente eco in tutto il mondo e furono molti gli artisti, soprattutto in campo musicale, che espressero il proprio sdegno con toccanti brani. Di particolare pregnanza simbolica furono quelli composti dai cantanti inglesi. Il primo fu Paul McCartney che compose, a poche settimane dal massacro, Give Ireland Back to the Irish, subito censurato dalle autorità. Il famoso bassista, front man dei The Wings, fondati dopo lo scioglimento dei Beatles, ancorché nato a Liverpool, aveva radici irlandesi Nel giugno dello stesso anno John Lennon inserì ben due brani dedicati al massacro nell’album Some Time in New York City: Sunday Bloody Sunday e The Luck of the Irish. (Anche John Lennon aveva radici irlandesi). Nel 1973 un altro cantante inglese con radici irlandesi, Geezer Butler, noto soprattutto agli amanti dell’heavy metal in quanto bassista e compositore dei Black Sabbath, scrisse il testo della canzone Sabbath Bloody Sabbath, che diede il titolo all’omonimo album. La lista è lunga e sarà esaustivamente citata nella bibliografia del saggio. Qui si devono solo ricordare il film diretto nel 2002 da Paul Greengrass, “Bloody Sunday”, che ricostruisce fedelmente tutte le fasi di quella drammatica domenica, e il brano musicale più famoso, “Sunday Bloody Sunday” , composto nel 1983 da una delle più grandi bande musicali della storia, gli U2, presente nell’album “War”, considerato una delle principali opere musicali di tutti i tempi e insignito di ben cinque dischi d’oro e sette dischi di platino. Eseguito centinaia di volte nei concerti dal vivo, il brano tocca punte di lirismo che non lasciano indifferenti gli spettatori, soprattutto quando nel finale vengono citati i nomi dei quattordici irlandesi periti sotto il micidiale fuoco inglese. Così come avvenne con il massacro di Bullymurphy, anche per quello di Derry si sono registrate inchieste farlocche, tendenti a giustificare l’operato dei paracadutisti. Nel 1998, però, l’allora premier Tony Blair istituì una commissione d’inchiesta, presieduta dal giudice della Suprema Corte Lord Mak Saville of Newdigate, chiedendo espressamente che fosse accertata la verità su quanto accaduto, senza mistificazioni. I lavori sono durati dodici anni e il rapporto finale, di ben cinquemila pagine, ha sancito quanto già noto a tutti: i paracadutisti avevano sparato su una folla inerme, disarmata, terrorizzata e in concitata fuga. Il 15 giugno 2010, David Cameron, da poco nominato Primo Ministro, chiese ufficialmente scusa al popolo irlandese nell’atteso discorso alla Camera dei Comuni: «Sono patriottico, e non voglio pensare male del mio Paese. Ma le conclusioni del rapporto sono chiarissime L’attacco dei soldati ai manifestanti è stato ingiustificato e ingiustificabile. Nessuno dei morti e dei feriti poteva essere considerato una minaccia. Chiedo profondamente scusa per quanto è successo quel giorno. Il primo colpo è stato sparato dall’esercito britannico. Sono arrivati colpi anche dalla folla (attenzione: per colpi della folla s’intendono solo le scaramucce che avvennero durante la
marcia, con l’inoffensivo lancio di pietre contro i militari britannici. Nessun civile reagì al fuoco dei paracadutisti perché pensarono tutti a scappare come meglio potevano e le vittime furono quasi tutte colpite alle spalle, N.d.A.) che però non giustificano in nessun modo l’attacco. All’epoca, diversi soldati mentirono sugli avvenimenti. Non si può sostenere l’esercito difendendo l’indifendibile. Non ci sono prove di una premeditazione dell’attacco. Non ci sono prove di un insabbiamento dei fatti. Bisogna ricordare il lavoro e il sacrificio dell’esercito britannico in Irlanda del Nord. Più di 1000 soldati hanno perso la vita per portare la pace. (Inevitabile frase di “circostanza” pronunciata a beneficio dell’ala più oltranzista della Camera e di quella fetta di popolo che viveva (e ancora vive) in un ripugnante passato, ancorché fuorviante: se gli inglesi non avessero mai occupato l’Irlanda, gli irlandesi non sarebbero stati costretti a difendersi. Vicenda che ricalca per certi versi quella attuale, in Ucraina, dove anche gli invasori russi muoiono, N.d.A.) Quest’inchiesta dimostra come si dovrebbe comportare il Governo: guardare in maniera aperta al passato non lo rende più debole, ma più forte. Quello che è successo non sarebbe mai e poi mai dovuto succedere. Non possiamo dimenticare il passato, ma bisogna andare avanti. Capisco il dolore dei familiari, ma spero, come ha detto uno dei genitori, che la verità possa renderli liberi».
EFFETTI
DELLA STRAGE
Le adesioni all’IRA, dopo il massacro del gennaio 1972, crebbero a dismisura e gli scontri tra le due fazioni, tanto a Derry quanto a Belfast, assunsero una cadenza quasi quotidiana. Gli obiettivi dei cattolici, fortemente perseguiti anche da Ivan Cooper, consistevano nella riforma del governo locale, incarnato dal Parlamento di Stormont, (che operava ad esclusivo servizio dei protestanti, come abbiamo visto nel capitolo precedente) e alla cessazione di ogni forma di discriminazione nella distribuzione delle case, del lavoro e di fronte alla giustizia. Il Governo inglese, seguendo logiche interne e non certo per accontentare i cattolici, decise comunque di sopprimere il Parlamento, assumendosi il compito di mantenere l’ordine in Irlanda con le proprie forze militari. I cattolici accolsero con piacere il provvedimento, nonostante non fosse stato approvato a loro beneficio (lo ribadisco perché certe dinamiche della storia irlandese sono di difficile assimilazione a meno che non si penetri profondamente nel loro particolare e controverso “mood”), perché da un lato vedevano come il fumo negli occhi un organo esecutivo sicuramente ostile e dall’altro speravano che un marcato controllo del territorio, senza ingerenze locali, potesse portare all’agognata pacificazione e alla fine degli scontri. Non tutti erano concordi nel dover combattere una sanguinosa guerra civile, sacrificarsi in prima persona e vedere morire i propri cari.
I giovani dell’IRA erano pronti a dare la propria vita per la causa e lo stesso valeva per i gruppi paramilitari protestanti Ulster Volunteer Force e Ulster Defence Association (che nel 1973 mutò il nome in Ulster Freedom Fighters – Combattenti per la libertà dell’Ulster), ma le mamme di quei ragazzi abbagliati dal reciproco odio, spesso si trovavano a pregare insieme per la loro salvezza. Il già citato partito co-fondato dal “protestante” Ivan Cooper nel 1970, SDLP (Social Democratic and Labour Party) fu il principale interprete del desiderio di pacificazione che accomunava molti irlandesi, sia cattolici sia protestanti, anche se nei libri di storia, pur figurando legittimamente come “movimento di ispirazione cattolica che rifiutava l’uso delle armi”, non si fa alcun riferimento al suo co-fondatore, trascurato a vantaggio dei suoi amici che ne assunsero in successione la guida: Gerry Fitt (dalla fondazione al 1979) e John Hume (dal 1979 al 2001), uno dei principali artefici del processo di pace e vincitore del premio Nobel nel 1998, in condivisione con l’allora leader del Partito Unionista, David Trimble. Fatta salva qualche svista della quale mi scuso a priori, pur ritenendola improbabile, in Italia
questo è il primo testo nel quale viene dato risalto a Ivan Cooper. Ma procediamo con ordine.
LA FEROCIA DEI PROTESTANTI
Non si può comprendere appieno l’essenza del conflitto nord-irlandese se non si comprende bene il distorcimento mentale che pervade la stragrande maggioranza dei protestanti, convinti di essere superiori ai cattolici in ogni campo. Il “complesso di superiorità” coinvolge tutti gli strati sociali a causa dell’indottrinamento che avviene fin dalla più tenera età nelle scuole e nelle chiese e solo pochi ne restano immuni (citiamo ancora una volta Ivan Cooper), anche se precipuamente nel campo femminile. Nulla di diverso, del resto, da tutti gli indottrinamenti manichei di cui è piena la storia dell’umanità, gli ultimi dei quali attualissimi perché riguardano i bambini russi “educati” ad odiare gli ucraini con cartoni animati o addirittura direttamente da Putin quando si reca a visitare qualche scuola, come traspare da tanti reportage trasmessi dalle emittenti televisive, facilmente reperibili in rete. Molto altro vi sarebbe da aggiungere sulla “formazione” protestante, a prescindere dall’argomento trattato, e ciò sicuramente sarebbe di aiuto, ma dobbiamo glissare per non andare fuori tema, limitandoci a suggerire la lettura del prezioso saggio di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, molto illuminante perché da esso traspare ampiamente come nel mondo protestante il povero sia colpevole intrinsecamente perché privo della grazia di Dio, a differenza dei benestanti e dei ricchi, che di essa sono i privilegiati beneficiari, indipendentemente da come abbiano accumulato la propria ricchezza materiale. I cattolici irlandesi, ancorché poveri soprattutto per le angherie subite dai protestanti, andavano perseguitati quasi per “volontà divina” e ciò determinava la sostanziale differenza tra l’attività dell’IRA, rivolta precipuamente contro obiettivi militari ed economici (il che non escludeva che talvolta si verificassero i cosiddetti spiacevoli “effetti collaterali”) e quella dei succitati gruppi paramilitari protestanti, rivolta indiscriminatamente contro la popolazione civile per punirla non tanto per la fede professata quanto per la condizione esistenziale, non degna di essere rappresentata in un consorzio umano. Non bastava ucciderli, quindi, ma si rendeva necessario ridurli prima in uno stato di estremo degrado, compito egregiamente assolto dai principali carnefici dei due gruppi, tra i quali spiccava il famigerato Hugh Leonard Thompson Murphy detto “Lenny”, nato a Belfast nel 1952. A soli dodici anni già subì la prima condanna per furto e a sedici aderì all’UVF, distinguendosi subito per la forte carica di violenza, anche verbale, e per le continue manifestazioni di odio nei confronti dei cattolici, sempre definiti “feccia e merda”. A venti anni iniziò a formare una “banda” personale all’interno del gruppo, non a caso denominata Shankill Butchers (I macellai di Shankill; Shankill Road è la principale strada del quartiere protestante di Belfast e il suo nome deriva dal gaelico sean cill - vecchia chiesa), con la quale seminò il terrore in tutta la città, non solo tra i cattolici: uccise anche dei membri del suo gruppo per futili motivi o perché li riteneva spie. Era temutissimo anche dai compagni, quindi, che di certo non erano angioletti, e nessuno osava contrastarlo anche se in pieno disaccordo con metodi che denotavano un vero disturbo mentale. Si divertiva a torturare e mutilare lentamente le vittime, per poi finirle tagliando loro la gola, sempre con estrema lentezza affinché si rendessero conto di cosa stesse accadendo e morissero col terrore negli occhi. In dieci anni uccise oltre venti persone e, fortunatamente, nel 1982 due militanti dell’IRA riuscirono a farlo fuori In alcuni testi si legge che le forze dell’ordine irlandesi, svolgendo le indagini, vennero a conoscenza di un “aiuto” offerto all’IRA proprio dai “nemici” dell’UVF, che avrebbero segnalato dove beccare Lenny, il 16 novembre 1982. Che il rapporto della polizia con la notizia dell’aiuto esista, non vi è alcun dubbio. Se la soffiata vi sia effettivamente stata, non sono in grado né di confermarlo né di smentirlo: negli
ultimi quaranta anni mi sono trovato a mutare più volte pensiero in un senso o nell’altro, in funzione di sopraggiunti elementi. Caso vuole che fossi a Belfast proprio in quel periodo e nessuno dei miei “contatti” locali – inutile precisare di quale componente - fece cenno a un possibile supporto per motivi umanitari, cosa che invece è avvenuta molti anni dopo, lasciando comunque insoluti i tanti pensieri che affollano la mente: gli agenti della RUC avrebbero “inventato” l’aiuto affinché fungesse da deterrente contro possibili reazioni a catena (eliminato un soggetto comunque scomodo per entrambe le fazioni, il problema poteva ritenersi risolto); nell’UVF la sua crescente fama incominciava a dare fastidio a qualcuno e comunque vi erano i parenti dei “compagni di fede” uccisi senza valide ragioni, ai quali non era certo simpatico; il tutto avvenne realmente come riportato nel rapporto della polizia, per lo sdegno provocato dai suoi eccessi; altre ragioni più complesse qui omesse per amor di sintesi, essendo comunque abbastanza chiaro il contesto nel quale maturò e si concluse la vicenda.
Continua I capitoli precedenti sono stati pubblicati nei numeri di giugno e luglio (106 e 107).
A NATION ONCE AGAIN (Quarta parte)
LA LOTTA FRATRICIDA CONTINUA
Le continue stragi e i feroci scontri tra le due fazioni in lotta spinsero il Governo britannico a individuare una soluzione ritenuta accettabile per tutti. Con l’abolizione del Parlamento di Stormont si stabilì che i cittadini nord-irlandesi avrebbero avuto una loro Assemblea (Northern Ireland Constitution Act, 1973). Aicittadini coinvoltinella guerriglia, nonostante l’opposizione di moltiparlamentari, fu riconosciuto lo status di prigionieri politici, come da loro fortemente richiesto. Fu anche stabilito che, per qualsivoglia cambiamento dello status costituzionale, si rendeva necessario il consenso della maggioranza deicittadini nord-irlandesi, tenendo conto, per quanto possibile, anche delpunto divista dell’Éire. In un articolo dell’atto parlamentare si legge testualmente: «Con la presente [legge, N.d.A.] si dichiara che l'Irlanda del Nord resta parte dei domini di Sua Maestà e del Regno Unito, e si afferma che in nessun caso l'Irlanda del Nord o parte di essa cesserà di far parte dei domini di Sua Maestà e del Regno Unito senza il consenso della maggioranza del popolo dell'Irlanda del Nord, che vota in un sondaggio tenuto ai fini della presente sezione in conformità con l'Allegato 1 alla presente legge» L’intento era quello di placare gli animi dei militanti dell’Ira e dei fiancheggiatori e non a caso fu anchestabilito che irappresentantidella minoranza cattolicapartecipassero alpotereesecutivo Come già anticipato nel capitolo precedente, anche tra i cattolici nacquero dei dissensi e i moderati ostili all’Ira diedero vita al Partito Socialdemocratico e Laburista (SDLP), che rifiutava la lotta armata come strumento per ottenere l’indipendenza. Il 9 marzo 1973 i nord irlandesi furono chiamati a scegliere, con un voto referendario (nella nota succitata definito “sondaggio”), se restare provincia del Regno Unito o riunificarsi con l’Éire e formare un’Irlanda unita. Il referendum fu giudicato dai cattolici una presa per i fondelli in quanto era chiaro che avrebbero vinto gli unionisti, più numerosi: più o meno il 60% contro il 40%. Fu deciso di boicottarlo, pertanto, lasciando ai soli protestanti il compito di recarsi alle urne. Va detto, tuttavia, che anche alcuni cattolici, per lo più elettori del SDLP, votarono per il remain, nonostante il chiaro appello al boicottaggio lanciato anchedaidirigentidel loro partito. Suuntotaledi1.029.544votanti, quindi, siebbeun’astensione di circa il 42%, che consentì agli unionisti di vincere con il 98,2%. I militanti dell’Ira manifestarono il loro disappunto con numerosi attentati, sia nel Nord Irlanda sia a Londra, dove due autobombe provocarono un morto eduecento feriti. Lo scontato risultato referendario portò alla creazione di un esecutivo formato da sei membri degli Unionisti Ufficiali e cinque membri del Partito Socialdemocratico e Laburista Questo atto politico, alla pari di tanti altri descritti in precedenza, consente una considerazione molto importante, che la dice lunga sul perché il processo di riunificazione non è mai andato in porto: il Partito dei cattolici moderati, che aveva boicottato legittimamente il referendum, non ci pensò due volte a governare con gli unionisti. Ѐ si vero che era nato proprio con quello scopo, concettualmente definibile, come in effetti da tanti definito, “un nobile proposito1” , ma a quel punto era anche chiaro che gli unionisti non avrebbero mai lasciato vero spazio operativo ai cattolici e che l’unica opposizione seria era quella effettuata dal Sinn Féin. Si andò avanti a tentoni, pertanto, e fu concordata con il Governo dell’Éire una conferenza che si tenne nel piccolo villaggio di Sunningdale, una cinquantina di chilometri a ovest di Londra. (Sunningdale Agreement, 9 dicembre 19732). Fu stabilita l’istituzione di un Consiglio d’Irlanda che avrebbe dovuto consentire una cooperazione tra l’entità giuridica nord-irlandese e l’Éire, riunendo collegialmente rappresentanti della nuova Assemblea nordirlandese e rappresentanti del Parlamento irlandese. Il Consiglio era composto da trenta membri della nuova Assemblea nord-irlandese e da trenta membri del Dail diDublino, ossia la Camera bassa dell’Oireachtas (Parlamento) della Repubblica d’Irlanda. I socialdemocratici irlandesi in buona fede (perché non tutti erano come quelli descritti nella nota nr. 1) confidavano, ingenuamente, che il Consiglio potesse rappresentare il primo passo verso l’unità dell’isola. I protestanti, infatti, temendo che con ilTrattato sisarebbe potuto realmente coronare il sogno unitario deicattolici, formarono l’Ulster Unionist Council, organismo di contrasto composto dagli eletti nell’Assemblea, che subito firmarono una mozione disfiducia nei confrontidell’Esecutivo, guidato da Brian Faulkner, anch’egli unionista ma convinto sostenitore dell’accordo sottoscritto a Sunningdale e per questa
ragione inviso alla maggioranza dei colleghi di partito. La mozione fu respinta e l’Ulster Workers Council indisse uno sciopero generale, cui aderì anche l’Ulster Defence Association, che mise in ginocchio le Contee e sancì il completo fallimento del Trattato nel maggio 1974. Il successo galvanizzò i protestanti, che ripresero una feroce campagna di attentati contro inermi cittadini cattolici e i militanti dell’IRA. La risposta non si fece attendere e ancora una volta fu la violenza ad avere il sopravvento. Nell’ottobre 1974, a Guildford, cittadina a sud-est di Londra, due bombe, collocate in due pub frequentati prevalentemente da militari inglesi, provocarono cinque vittime (quattro militari e un civile) e sessantacinque feriti. Il 21 novembre 1974 si replicò in due pub di Birmingham, con un bilancio più grave: ventuno vittime e 182 feriti. Gli attentati alimentarono il già abbondante odio nei confronti dei nord-irlandesi cattolici, grazie anche alla stampa che non perse tempo nel gettare benzina sul fuoco: l’essere umano èportato avedere il male solo neglialtri, senza rendersiconto di quello proprio e senza mai chiedersi il perché di certe azioni.
Le masse inferocite avevano bisogno di colpevoli da crocifiggere, ma i guerriglieri dell’IRA non erano certo degli sprovveduti e non avevano lasciato alcun elemento che consentisse la loro identificazione. Il Parlamento di Westminster, però, varò in fretta e furia il Prevention of Terrorism Acts (Leggediprevenzionecontro ilterrorismo), cheprevedeva il fermo deicattoliciper settegiorni, senza assistenza legale, sol che fossero sospettati di simpatizzare per l’IRA - accusa che praticamente era possibile imputare al90% dei cattolici- ed essere processatisenza una giuria. Le pressioni sulle forze dell’ordineaffinchétrovassero subito “dei”colpevolis’intensificavano giorno dopo giorno e alla fine, in mancanza di meglio, furono presi undici poveracci che con l’IRA non avevano nulla a che vedere e sbattuti in prigione. Bisognava indurli a confessare, però, per rendere credibile l’arresto, cosa che fu ottenuta facilmente con i pressanti interrogatori, la tortura psicologica, la privazione del sonno e la minaccia di uccidere i familiari. A uno di loro, Paul Hill, dissero che avrebbero ucciso la moglie incinta se non avesse “confessato” Alle confessioni estorte con la tortura furono allegati falsi verbali dai quali risultava la positività alla nitroglicerina, che i poveretti manco sapevano cosa fosse. In un processo farsa furono comminati quattro ergastoli; due condanne a 14 anni; tre condanne a dodici anni; due condanne a 5 e 4 anni per due fratelli minorenni Un vero incubo per due famiglie imparentate, che in prigione subirono pesanti vessazioni. Nei testi e nei media che si sono occupati della vicenda si parla dei “quattro di Guildford” (Gerry Conlon, Paul Hill, Carole Richardson e Paddy Armstrong) e dei “sette Maguire”, creando un po’ di confusione. Tra i sette Maguire, infatti, vengono inseriti anche Giuseppe Conlon (padre di Gerry3 e cognato di Anne Smith, che aveva sposato suo fratello Patrick), e Patrick O’Neill, amico di famiglia. In pratica i membri della famiglia Maguire arrestati furono cinque: Anne e il marito Patrick; il primo figlio diciassettenne Vincent; il secondo figlio quattordicenne Patrick; Sean Smith, fratello di Anne, 37enne. I membri dell’IRArivendicarono ufficialmente l’attentato e, neldicembre 1975, quattro militanticatturati a Londra per altri fatti, dichiararono che degli undici se ne ignorava addirittura l’esistenza e pertanto andavano scarcerati subito. I giudici, però, fecero orecchie da mercanti: con la riapertura del processo avrebbero perso credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Dopo tutto si trattava solo di undici poveracci irlandesi: marcissero pure in carcere, anche se innocenti. Per l’attentato di Birmingham accadde esattamente la stessa cosa: altri sei irlandesi innocenti (Hugh Callaghan, Patrick Hill, Gerard Hunter, Richard McIlkenny, William Power e John Walke) furono condannati all’ergastolo nel 1975.
Giuseppe Conlon inviò numerosi appelli ai media, ai politici, ai giudici, chiedendo che si riaprisse il processo, facendone chiaramente percepire la natura farsesca e strumentale, ma fu tutto inutile: si ammalò, non fu curato e morìtra le sbarre il 23 gennaio 1980, senza aver potuto mai rivedere il figlio. La sua tragica morte, però, diede linfa ai tantiappelli rimasti inascoltati, e qualcosa iniziò a muoversi.
Vi è un dato importante su questo punto che, come per tante altre fenomenologie sociali più o meno analoghe, non viene preso sufficientemente in considerazione, pur essendo fondamentale per inquadrare il problema. Gli inglesi che bramavano sangue irlandese sapevano benissimo che il processo era una farsa e che gli attentati erano imputabili a veri militanti dell’IRA: bastava guardarli anche
senza che aprissero bocca, gli imputati, per capire che manco alle giostre sarebbero stati capaci di imbracciare un fucile e men che mai di destreggiarsi con gli esplosivi e organizzare attentati impeccabili. La farsa giudiziaria, tuttavia, risultava appagante in virtù di particolari processi mentali e quindi scambiata per un legittimo processo. Attenzione: non si faccia confusione tra gli esponenti del potere(magistrati, politici, giornalisti) e le masse: iprimi mentivano sapendo dimentireeconspietato cinismo mandavano innocenti in galera, esponendoli al pubblico ludibrio; il popolo “si convinceva realmente” della colpevolezza degli imputati, anche di fronte a un’evidenza che avrebbe dovuto e potuto consentire di aprire gli occhi. La psicologia spiega questa distonia dell’essere con il termine scotoma, mutuato dalla scienza oculistica: l’occhio vede solo ciò che la mente vuole vedere. Allo scotoma spesso si associa una seconda distonia mentale che affligge una consistente fetta del genere umano: ridurre il proprio livello di frustrazione, per qualsivoglia motivo insorto, praticando atti di violenza contro chi non si possa difendere Anche la manifestazione di odio verso soggetti con in quali non si entrerà mai in contatto, infatti, è una forma di violenza. Si rendono necessari eventi davvero straordinari o sconvolgenti affinché l’effetto di offuscamento mentale cessi e sentimenti diversi affiorino – parliamo sempre “esclusivamente” delle masse aduse a ragionare di pancia e a conferire valore assoluto alproprio pensiero - facendo cambiare completamente le prospettive analitiche, tra l’altro a volte sostituite da altre non meno fallaci delle precedenti Nella fattispecie, la stampa iniziò ad attenuare la linea aggressiva nei confronti degli irlandesi ingiustamente imprigionati; a livello di opinione pubblica si iniziò a parlare sempre più insistentemente della loro innocenza e dell’atroce morteprovocata alpovero Giuseppe Conlon; AmnestyInternational (che quando non esagera nella difesa di chi si renda colpevole di crimini efferati, fa cose buone) intervennedrasticamente, denunciando le decisioni strumentali dei giudici e diffondendo gli articoli della stampa irlandese, che evidenziavano punto per punto le discrasie processuali e la chiara volontà persecutoria. A poco a poco, persone che fino al giorno precedente sputavano fuoco e fiamme contro gli irlandesi, si trovarono a marciare a favore dei detenuti, chiedendone la scarcerazione. Ѐ a questo punto che entra in gioco l’avvocatoingleseGarethPeirce, notaper lasuastraordinariaabilità nellatuteladeidiritticivili. (Vi invito a guardare il film “Nel nome del Padre”, diretto da Jim Sheridan, con lo straordinario Daniel Day-Lewis che interpreta Gerry Conlon ed Emma Thompson nei panni della Peirce, la cui struggente colonna sonora è stata composta da Bono degli U2- già citati per il brano sul Bloody Sunday – e dal cantante irlandese Gavin Friday). La Peirce si mise al lavoro sommando furore civile a razionale metodo professionale e ben presto riuscì a dimostrare che le prove erano state manipolate e la pubblica accusa aveva nascosto ogni elemento in grado di scagionare gli imputati. Negli archivi della polizia trovò documenti che riportavano la scritta: “da non mostrare alla difesa”. Vinse la sua battaglia e il 19 ottobre 1989, dopo ben quindici anni dietro le sbarre, “i quattro di Guildford” furono finalmente scarcerati. Per i cinque Maguire e l’amico di famiglia, invece, l’innocenza fu riconosciuta solo nel 1991, quando ormai avevano finito di scontare le proprie condanne. Il riconoscimento valse simbolicamente anche per Giuseppe Conlon, che come abbiamo visto morì in carcere Gerry Conlon, dopo la terribile esperienza, non riuscì più a reinserirsi nella vita civile: depresso, sfiduciato, ferito nel profondo dell’animo per essere stato, sia pure senza colpa diretta, causa delle sofferenze e della morte del padre, si diede all’alcool e morì di cancro il 21 giugno 2014, a sessanta anni. Paul Hill, invece, s’impegnò subito nella causa dei diritti umani e scrisse il libro “Anni rubati” (Dalai Editore, 1995), che funse da soggetto per il film “In nome del padre”. Nel 1993 si sposò con Courtney Kennedy, figlia del senatore Bob (assassinato nel 1968) e nipote dell’ex presidente John (assassinato nel 1963). La coppia si separò nel 2006 e la loro unica figlia, Saoirse Rosin, morì a soli 22 anni, nel 2019, per overdose. Paddy Armstrong si trasferì a Dublino con la moglie, che gli ha dato due figli. Nel 2017 ha scritto un bellissimo saggio (purtroppo non disponibile in italiano): “Life after Life” (Edito da Gill Books), nel quale esprime una toccante testimonianza sulla capacità di resistenza dello spirito umano, sul potere del perdono e sulla ritrovata libertà che funge da balsamo in grado di guarire le profonde ferite causate dall’ingiustizia più selvaggia. «Questo libro mette in luce la dolce anima diPddy», esclamò commosso ilregista JimSheridan, dopo averlo letto. Nel2014, quando morì Gerry Conlon, Paddy volle mettersi al posto di uno dei portatori di bara a spalla, per accompagnare
l’amico fino alla tomba, nel Miltown Cemetery di Belfast, dove riposano tanti eroi della resistenza irlandese. Carole Richardson si ritirò a vita privata dopo essersi sposata e aver messo al mondo una figlia. Ѐ morta di cancro, a 55 anni, nel 2013. I figli di Anne e Patrick, ai quali fu negata la loro adolescenza, continuano a raccontare la tragica storia in conferenze e convegni celebrativi. Il 14 marzo 1991 furono scarcerati anche i sei di Birminghan, con il pieno riconoscimento della loro innocenza.
Tony Blair, così come fece il suo predecessore Cameron nel 2010 per il Bloody Sunday (vedi il capitolo precedente), si scusò per i quattro di Guildford, riconoscendo “l’errore giudiziario” in una lettera inviata a Courtney Kennedy e resa pubblica durante un programma della BBC: «Credo che sia un atto d'accusa contro il nostro sistema di giustizia e motivo di grande rammarico quando qualcuno subisce una punizione a causa di un errore giudiziario. Ci sono stati errori giudiziari nel caso di suo marito, e nei casi di coloro che sono stati condannati insieme con lui. Sono davvero molto dispiaciuto che ciò sia accaduto». In questo caso, però, la toppa fu peggiore del buco, come si suol dire: parlando di “errore giudiziario” svilì “artatamente” la vera essenza di undramma umano, civile e politico Non dimentichiamo che Blair fa parte del primo gruppo succitato (i potenti spietati), non delle masse ballerine, e il suo cinismo avrebbe raggiunto vette apicali nel 2003, quando passò a Bush Junior le informazioni sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam, pur sapendo che erano false. Ben altro avrebbe dovuto fare, invece, per dare un effettivo segnale di vero rincrescimento: riconoscere l’azione strumentale dell’autorità giudiziaria e mettere sotto accusa il giudice che emise la sentenza, il feroce e squallido John Donaldson, che si permise anche di lamentarsi per non aver potuto comminare la pena di morte, come avrebbe desiderato, impedendogli di proseguire la brillante carriera, culminata col prestigioso incarico di Master of the Rolls, il secondo giudice più importante d’Inghilterra dopo il Lord Chief. Per tutti pagarono i tre poliziotti che avevano occultato le prove, come se fossero stati loro i registi della messa in scena e non dei timorosi e forse non consenzienti esecutori di ordini.
ANNI OTTANTA: BOBBY SANDS E I MARTIRI DI LONG KESH
Roibeard Gearóid Ó Seachnasaigh, alias Robert Gerard Sands, detto “Bobby”, nacque a Belfast il 9 marzo 1954, inunquartierepopolato prevalentementedaprotestanti, confessione abbracciatadaisuoi avi. I genitori, John (deceduto nel 2014) e Rosaleen (deceduta nel 2018), invece, erano cattolici e ben presto furono costretti a trasferirsi in una nuova dimora nella zona sud di Belfast, amorevolmente messa a disposizione daigenitori di Rosaleen, per sfuggire alle continue intimidazioni dei lealisti Bobby era il maggiore di quattro figli: Marcella, nata nel 1955; Bernadette, nata nel 1958, importante membro della causa indipendentista, fondatrice del County Sovereignty Movement e moglie di Michael McKevitt, a sua volta importante membro dell’IRA (deceduto nel gennaio 2021); Sean, nato nel 1962. L’infanzia di Bobby è stata segnata dalla continua visione delle angherie subite dai cattolici Una vicina offendeva sistematicamente la madre, mentre il papà era al lavoro. Rosaleen subiva in silenzio, per evitare guai
Bobby Sands Mural - 49 Falls Rd, Belfast
peggiorialla famiglia. Anche dopo iltrasferimento, però, iproblemi nonsirisolsero deltutto e la casa fu quasidistruttadai lealisti. La famiglia, pertanto, preferìtrasferirsi in unaltro quartiere, più protetto, nella zona ovest della città.
Bobby, nel 1970, iniziò un apprendistato come carrozziere, ma le continue vessazioni subite lo costrinsero ad abbandonare ilpercorso formativo. Lagoccia che fecetraboccare il vaso siebbe nel1971, quando i colleghi lo affrontarono armi in pugno, dicendogli che la zona dove sorgeva l’istituto era interdetta ai “sporchi feniani” e che se si fosse fatto rivedere lo avrebbero ucciso. Nel 1972, a diciotto anni, entrò nel 1° Battaglione della Brigata “Belfast” dell’Ira, citata in un precedente articolo per motivi strettamente personali4 . Nello stesso anno sposò Geraldine Noade e nel 1973 nacque il loro unico figlio, Gerard.
Arrestato più volte e condotto nel terribile carcere di Long Kesh, si batté ripetutamente affinché ai combattenti dell’IRA fosse riconosciuto lo status di prigionieri politici. Con i compagni di prigionia, nel 1978, diede vita alla dirty protest: spalmavano gli escrementi sui muri delle celle e buttavano l'urina sotto le porte per evitare di essere picchiati duramente dai secondini quando andavano a svuotare ibuglioli. Dopo quattro annidi trattamentidisumani, i detenutidecisero didare seguito a proteste più incisive e il27ottobre1980iniziarono ilprimo sciopero della fame. BobbySands, chegià fungeva da portavoce del gruppo, fu scelto come ufficiale comandante della rivolta. Lo sciopero della fame durò 53 giorni e fu interrotto a seguito delle promesse della Thatcher sull’accoglimento delle loro istanze. Promesse mai mantenute. Il 1° marzo 1981, pertanto, Bobby Sands decise che si sarebbe dovuto iniziare un secondo sciopero della fame, coinvolgendo più detenuti, in modo che subentrassero a coloro costretti a fermarsi avendo raggiunto condizioni critiche. Poco dopo l'inizio dello sciopero morì Frank Maguire, un repubblicano indipendente non affiliato all’IRA, membro del Parlamento del Regno Unito per il collegio di Fermanagh and South Tyrone. Per le elezioni suppletive Bobby Sands fu scelto come candidato delSinnFéin, ma conuna lista denominata AntiH-Blocks/ArmaghPolitical Prisoner (H-Blocks erano gli otto edifici tristemente famosi del carcere di Long Kesh; nel carcere femminile di Armagh erano rinchiuse le detenute dell'IRA e dell'INLA- Irish National Liberation Army). Nonostante fosse impossibilitato a dialogare con gli elettori, sia per lo stato detentivo sia per le condizioni pietose in cui si era ridotto, Bobby Sands strapazzò il rivale dell’Ulster Unionist Party, diventando, a 27 anni, il più giovane membro del Parlamento del Regno Unito. Come rabbiosa vendetta, il Governo varò subito una legge che vietava ai detenuti di partecipare alle elezioni politiche. Il cinque maggio 1981, dopo sessantasei giorni di digiuno, il grande cuore dell’Eroe cessò di battere. La sua morte generò sdegno in tutto il mondo e su Londra piovvero miglia di richieste da parte di governanti, politici, associazioni, semplici cittadini, affinché si creassero le condizioni per far interrompere lo sciopero della fame agli altri detenuti. Quella perfida donnaccia alla guida del Regno Unito, però, non diede ascolto a nessuno e lasciò morire, uno dopo l’altro, i compagni di sventura dell’Eroe, ivi compresi alcuni militanti dell’Inla (Irish National Liberation Army, organizzazione parallela dell’Ira, ma politicamente più orientata a sinistra) di seguito citati mentre la gola prende a bruciare e gliocchi luccicano, come sempre accade quando devo rievocare le tragedie scaturite dall’umana crudeltà: Francis Hughes, di Bellaghy, contea di Derry, 12 maggio; Raymond McCreesh, diCamlough, contea diArmagh, 21 maggio; PatsyO'Hara (membro dell’Inla) diDerry,21 maggio 1981; Joe McDonnell, di Belfast, 8 luglio 1981; Martin Hurson, di Cappagh, contea di Tyrone, 13 luglio 1981; Kevin Lynch (Inla), di Dungiven, contea di Derry, 1º agosto 1981; Kieran Doherty, di Belfast, 2 agosto 1981; Thomas McElwee, di Bellaghy, contea di Derry, 8 agosto 1981;
Hunger Strike Memorial: Rossville Street, Derry
Mickey Devine (Inla) di Derry, 20 agosto 1981 Riposano tutti nel cimitero di Miltown, a Belfast. A Derry, nel quartiere del Bogside, a pochi metri dal Free Derry Corner, è stato eretto un memoriale a forma di H. Sotto i nomi delle vittime – è proprio il caso di dirlo una volta tanto non in senso figurato: scolpita sulla pietra - viè una delle tante stupende frasi lasciate in eredità al mondo da Bobby Sands: «La nostra vendetta sarà la risata dei nostri figli». I memorial e i murales di Belfast e Derry meritano di essere visti almeno una volta, nella vita.
Durante lo sciopero della fame gli scontri tra le due fazioni crebbero notevolmente. L’Ira colpiva prevalentemente le guardie carcerarie che maltrattavano i detenuti; i lealisti colpivano indiscriminatamente tutti i cattolici. Il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, presumendo di allentare la tensione, nel 1982 propose un progetto di legge per la creazione di un’Assemblea elettiva cui delegare gli affari interni dell’Ulster, sulla base di una devoluzione progressiva. Le elezioni si tennero il 20 ottobre e cinque dei 78 seggi furono conquistati dal Sinn Féin che, nelle successive elezioni generali del 9 giugno 1983, incrementò sensibilmente il consenso elettorale (da 64.191 a 102.701 voti) eleggendo al parlamento di Westminster quel gigante della causa indipendentista che risponde al nome di Gerry Adams
L’Assemblea varata nel 1982 ebbe vita breve e fu sciolta nel 1986, senza esercitare alcun peso sulla politica nordirlandese: i protestanti, infatti, non avevano nessuna intenzione di condividere il potere con i cattolici.
Allarmato dal crescente successo del Sinn Féin, ma soprattutto dal soverchiante carisma di Gerry Adams, John Hume (rimando ancora alla nota nr. 1), sirecò a Dublino per chiedere l’aiuto delPrimo Ministro dell’Éire, GerryFitzgerald. I due leader organizzarono unconvegno passato alla storia come “New Ireland Forum”, al quale parteciparono i delegati dei principali partiti nord-irlandesi (Fianna Fáil, Fine Gael, Labour e SDLP) che, seppure avversari tra loro, trovavano sempre una salda unione quando sitrattava diandare contro ilSinn Féin. IlForumsi svolse dal21 settembre 1983 al9 febbraio 1984, suscitando l’ilarità degli esponenti del Sinn Féin, che lo bollarono come una “lunga chiacchierata senza costrutto”, come di fatto si rivelò realmente. Quasi cinque mesi di discussioni infinite, cui parteciparono anche importanti esponenti della società civile, docenti, accademici, scrittori, religiosi di varie confessioni, per redigere due stringate proposte e una misera opzione da sottoporre alla Thatcher, per le quali non serviva alcuna discussione, rappresentando esse un obiettivo secolare: un’Irlanda unita con il consenso dei cittadini delle trentadue Contee, la creazione di uno Stato federale oppure la creazione di un’autorità congiunta.
Cinque mesi di inutile lavoro bruciati in cinque secondi, ossia il tempo necessario alla Thatcher per affermare, con il volto corrucciato, durante una conferenza stampa: «questo è fuori; questo è fuori; questo è fuori».
Dopo la fase tragica, diceva qualcuno che non mi va di citare, la storia si ripete come farsa e così, ancora una volta, fu stipulato l’ennesimo inutile trattato tra i rappresentanti del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda che prevedeva il consenso della maggioranza della popolazione nord-irlandese per la modifica dello status costituzionale. IlTrattato prese il nome dalcastello diunpiccolo villaggio non lontano da Belfast, dove fu sottoscritto il 15 novembre 1985: “Trattato di Hillsborough” . Esso prevedeva anche una Conferenza intergovernativa, presieduta dal ministro degliEsteri irlandese e dal segretario di Stato dell’Irlanda del Nord, il cui compito consisteva nella gestione dei problemi giuridici, politici e di sicurezza comuni alle due entità irlandesi. Si auspicava, infine, la creazione di un Governo nord-irlandese che fosse compatibile con gli interessi della minoranza cattolica.
Come sempre accaduto per qualsivoglia concessione ai cattolici, anche di infima importanza, i protestanti si opposero con determinazione al Trattato, dichiarando addirittura di “sentirsi traditi” dal Governo inglese. Manco adirlo, gliattentaticontro icattoliciripresero,impetuosi, in tutte le contee. Furono anche organizzati scioperi e manifestazioni di vario tipo per far giungere a Londra un chiaro messaggio di disaccordo. Per rendere il messaggio ancora più eloquente si effettuarono sistematici attacchi agli agenti della RUC (già citata nei capitoli precedenti: il Corpo di polizia al servizio del Governo inglese), molti dei quali ebbero le case incendiate e finirono all’ospedaleper le bottericevutedurantegliscontri, che li vedevano in forte difficoltà, non potendo certo usare contro i protestanti le maniere forti solitamente usate contro i cattolici. Il messaggio fu ben recepito da Londrae, nel1988, ilGoverno emanò unprovvedimento in pure stile talebano, il Broadcasting Ban, in base al quale fu vietato agli esponenti di dieci organizzazioni politiche nord-irlandesi di parlare in trasmissioni televisive e radiofoniche. Per salvare la faccia nell’elenco furono inseriti anche un paio di gruppi unionisti, ma era chiaro a tutti che s’intendeva colpire precipuamente il Sinn Féin. Il ministro dell’Interno Douglas Hurd, rivolgendosi ai membri della Camera dei Comuni, affermò testualmente: «I terroristi traggono sostegno e sostentamento dall'accesso alla radio e alla televisione; è giunto il momento di negare questa facile piattaforma a coloro che la utilizzano per propagare il terrorismo». Gli fece da eco la donnaccia a capo del Governo, che a sua volta dichiarò: «Negherò ai terroristi l’ossigeno della pubblicità». Per la cronaca: il Broadcasting Ban è stato revocato solo nel1994, grazie anche alle continue proteste dei giornalisti, in particolare della BBC, che contestarono sin dall’inizio l’assurdo provvedimento, che tra l’altro contemplava anche l’abominio della “retroattività”: le emittenti televisive non potevano trasmettere nemmeno i documentari, i film, i reportage realizzati in precedenza, se in essi figuravano esponenti dei gruppi sanzionati con l’oblio mediatico.
NOTE
1. John Hume ha vinto il premio Nobel per la pace, è stato nominato Cavaliere Comandante dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno e addirittura “Il più grande d’Irlanda” in un sondaggio pubblico. Leviamoci il cappello e facciamogli un bell’inchino, pertanto, per ildoverosorispettochesidevenon soloa luimaancheaglialti dignitari della Fondazione Nobel, a Sua Santità Benedetto XXI e al popolo irlandese. Detto questo, per quel poco che può valere il mio pensiero, mi corre comunque l’obbligo di precisare che non ho mai creduto alla sua “purezza d’intenti” e ancor meno a quella dei suoi successori. Mi è capitato di parlare con alcuni sostenitori del partito e mi hanno sempre dato l’impressione, tanto per rendere l’idea, che in Italia danno i tanti politici sempre pronti a spararle grosse pur di tutelareesclusivamente ilorointeressi, magari dicendo oggiil contrariodi ciò che dicevano ieri. Posso sbagliarmi io, ovviamente, ma ricordo che anchedi Costantinosi dice ancora chesia statoun “grande” imperatore (per mantenersi al potere fece uccidere il suocero, la moglie Fausta, il figlio Crispo, il marito della sorella Costanza, il cognato e s’inventò la favoletta della croce in cielo per galvanizzare i suoi soldati nella battaglia di PonteMilvio). In quanto alla nomina papale, ricordo chelaChiesa cattolica (tacendo su altro)hanominato santo Carlo I d’Asburgo, che autorizzò learmi chimiche durante la battaglia di Caporetto, adducendo come prova dellasuasantità“laguarigionedellevenevaricosedi una suorain Sudamerica chepregava per lui”. Alfred Worm, considerato uno dei giornalisti austriaci più importanti del XX secolo, dichiarò testualmente: «La beatificazione di Carlo I èuna presa per i fondelli dei fedeli. Centinaia dimigliaia di personesono morte come martirinei campi di concentramento. Loronon vengonofatti santi. Lalobbydei monarchicicelafa con levenevaricose. El'Austria ufficiale applaude. Penoso» (Frase tratta da un articolo de “Il Piccolo” di Trieste del 3 ottobre 2004, a firma di Flavia Foradini, citata nel saggio sulla Grande Guerra “Il Piave mormorava”, pubblicato a puntate su Confini da gennaioadicembre2018). Ciòpremesso, a pensarmalesi fapeccato, ma spessoci siazzecca. Sulcomportamento
delle masse presumo di aver scritto già abbastanza e quindi faccio solo riferimento a tanti pregressi articoli pubblicati in questo magazine e altrove, aggiungendo solo, per dovere di cronaca, che anche in Irlanda del Nord si stanno rendendo conto, sia pure con molto ritardo, che forse hanno preso un grande abbaglio con la “beatificazione” dei furbastri socialdemocratici, ridimensionandoli progressivamente politicamente, a vantaggio di chi veramente il consenso se lo merita per il suo passato, per il presente e sicuramente per ciò che farà anche in futuro, nel commosso ricordo di chi alla causa indipendentista ha donato la propria vita.
2. A pag. 176 un mio articolo sul “Secolo d’Italia” del 12 dicembre 2017:
3. Giuseppe, operaio in una fabbrica di vernici a Belfast, si era recato a Londra per chiedere informazioni sul figlio, ben sapendo che era innocente. Fu subito arrestato anche lui, invece, perché il semplice tentativo di voler scagionare il figlio lo rese complice.
4. Quella Terra magica chiamata Irlanda
(Continua nel prossimo numero. I capitoli precedenti sono stati pubblicati nei numeri 106, 107, 109).
ANNI NOVANTA
A NATION ONCE AGAIN – (Quinta parte)
Nel 1989 il governo inglese incominciò a cambiare strategia nei confronti del movimento indipendentista Peter Brooke, Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, succeduto a Tom King (quello del fallimentare “Trattato di Hillsborough”, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente),1 dichiarò esplicitamente che l’esercito inglese non era in grado di eliminare l’IRA e pertanto, per realizzare concrete prospettive di pace, bisognava coinvolgere nelle trattative tutte le forze politiche e stroncare qualsiasi forma di discriminazione sul lavoro , primaria causa della forte disoccupazione tra i cattolici ed evidente ostacolo per un proficuo dialogo tra le parti La conditio sine qua non per il new deal dell’annosa questione nord-irlandese, però, era la cessazione di ogni attività militare da parte dell’IRA
Qualcosa, in effetti, incominciò a muoversi, anche se non speditamente. Nella primavera del 1993, Gerry Adams e John Hume, leader rispettivament e del Sinn Féin e del Partito Socialdemocratico e Laburista, dopo numerosi e “faticosi” colloqui, sottoscrissero un documento che sanciva il diritto di autodeterminazione del popolo irlandese e la necessità di giungere a una riconciliazione nazionale. Questo atto fu il primo passo compiuto dal Sinn Féin per essere ammesso alle trattative angloirlandesi, ma, come sempre accade quando nei movimenti politici si operano scelte radicali e come più volte abbiamo visto anche per pregresse vicende, la svolta pacifista non fu accettata da tutti i militanti dell’IRA e il disappunto “esplose”, non proprio in senso figurato, il 23 ottobre: un attentato a Belfast costò la vita a dieci persone. La replica dei protestanti non si fece attendere e, dopo una settimana, sette cattolici furono massacrati nel piccolo centro di Greysteel, non lontano dalla mitica Derry
Gerry Adams lo aveva messo in conto sin dal 1989, quando ascoltò le parole di Peter Brooke, che pur essendo giunto il mo mento di una significativa svolta non sarebbe stato semplice controllare le frange estreme, desiderose solo di combattere gli inglesi armi in pugno. La statura di vero leader, capace di guardare più lontano di quanto non fosse consentito ad altri, lo portò in una situazione simile a quella in cui si trovò Michael Collins nel 1921, quando sottoscrisse, suo malgrado e con sommo rammarico, il trattato che sancì la divisione dell’isola, non avendo altra scelta. Nella stretta cerchia degli amici di cui si fidava ciecamente, del resto, già prima del 1989 era nota la ferma volontà di porre fine a un conflitto che non poteva portare al risultato sperato , dal momento che il suo “esercito ” perdeva consistenza qualitativa anno dopo anno, per ragioni non solo meramente anagrafiche. I giovani nati negli anni Sessanta e Settanta erano più abili con le chiacchiere che con i fatti e a tanti di loro non interessavano nemmeno le prime. Il furore ideologico dei coetanei di Gerry Adams, non dissimile da quello che pervadeva genitori, nonni e bisnonni, era merce rara, quando non del tutto assente nelle nuove generazioni, attratte dai veloci mutamenti sociali, tesi a conferire crescente importanza a mo de effimere del tutto ignote ai vecchi combattenti.
Nonostante il rigurgito della violenza, il primo ministro britannico John Major e il capo del governo dell’Eire, Albert Reynolds, il 15 dicembre 1993 sottoscrissero la Dichiarazione di Downing Street, che prevedeva (per l’ennesima volta…) il diritto del popolo irlandese all'autodeterminazione e l’unione delle contee del Nord con l’Eire qualora la maggioranza della popolazione fosse stata d’accordo. Il governo inglese, quindi, s’impegnava a rispettare la volontà dei cittadini nord-irlandesi e si mostrava favorevole alla creazione di strutture comuni per tutta l’Irlanda, inclusa la possibilità di giungere pacificamente all’unità del Paese. Da parte sua, il taoiseach (come già sappiamo dai precedenti capitoli così si definisce il capo del governo irlandese) sottolineava la necessità di rispettare la volontà della maggioranza della popolazione dell’Irlanda del Nord e chiedeva di considerare i confratelli dell’Eire come amici con i quali condividere le sofferenze dell’ultimo quarto di secolo. Era disposto, inoltre, a modificare parzialmente la costituzione della Repubblica d’Irlanda al fine di garantire agli u nionisti la massima libertà d’azione, in un regime di pacifica convivenza. I due governanti, infine, ribadirono che il raggiungimento della pace si poteva ottenere solo grazie alla completa rinuncia a ogni forma di violenza e di sostegno ai gruppi paramilitari. Realizzati questi
presupposti, tutti i partiti democraticamente eletti avrebbero potuto partecipare all’attività politica. Al di là dei buoni propositi – ça va san dire - la dichiarazione di Downing Street incontrò l’opposizione degli estremisti unionisti e d i una buona fetta del Sinn Féin: i primi , come già accaduto in tante circostanze più o meno simili del passato, temevano che il governo inglese avesse formalmente riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo irlandese e diedero un peso pari a zero alle pur chiare promesse del t aoiseach sulla tutela dei loro diritti: di possibile riunificazione non volevano proprio sentire parlare; i secondi, ancora una volta, considerarono una presa per i fondelli le modalità di esercizio del diritto di autodeterminazione: il referendum si sarebbe dovuto svolgere separatament e, in due momenti diversi, ed era quindi evidente che il risultato del Nord, a maggioranza protestante, avrebbe vanificato il principio di autodeterminazione, che prevedeva “l’unità d’intenti” sia nel Nord sia nel Sud. La formula corretta, pertanto, avrebbe dovuto prevedere un unico referendum da tenersi in tutte le contee dell’isola. Anche in questo caso il risultato sarebbe stato scontato, a vantaggio dei cattolici, però, più numerosi dei protestanti sommando quelli del Sud con quelli del Nord! Un risult ato, quindi, che si sarebbe configurato come reale espressione del popolo irlandese e non come l’ennesimo imbroglio partorito a danno di una parte di esso, addirittura la più consistente. (Noi italiani, del resto, non facciamo nulla di diverso quando variamo leggi elettorali non a caso definite “porcate”, concepite ad arte per favorire una parte politica e danneggiare quella che, presumibilmente, potrebbe ottenere la maggioranza del consenso).
Ciò premesso, il dissenso sui due fronti non fu in grado di ostacolare il processo di cambiamento che, oramai, tutti consideravano irreversibile. Gerry Adams, molto abilmente, giocò la carta statunitense, Paese in cui la consistente comunità irlandese andava acquisendo crescente peso politico -sociale. Su invito di Clinton, nonostante l’ostracismo dei governanti inglesi, sempre timorosi che la partita potesse sfuggire loro di mano, riuscì a ottenere il visto per recarsi negli USA Ivi incontrò molti connazio nali e il membro del Congresso americano Bruce Morrison, che ebbe un ruolo fondamentale nell’assicurargli sia il vist o per l’ingresso sia i “giusti” contatti con gli irlandesi d’America in grado di esercitare pressioni sul governo inglese. (Nei viaggi successivi avrebbe incontrato anche Ted Kennedy). Dopo molti anni da quella visita, Gerry Adams dichiarò che senza il supporto statunitense, intendendo per tale sia quello assicurato dalla Casa Bianca sia quello della comunità irlandese, non si sarebbe mai realizzata la smilitarizzazione dell’IRA. Il 31 agosto 1994, pertanto, l’IRA annunciò la completa cessazione delle operazioni militari, imitata dopo quarantacinque giorni dai paramilitari protestanti del Combined Loyalist Military Command .
I COLPI DI CODA PRIMA DELLA SVOLTA
Nel 1921 le diverse posizioni all’interno dell’IRA fomentarono la guerra civile, perché in quegli anni erano molte le persone disposte a morire per difendere la causa in cui credevano e abbastanza numerose anche quelle facilmente soggiogabili, arte che vide in De Valera un vero maestro. Nel 1994, come già detto innanzi, la realtà era ben diversa e si faceva molta attenzione affinché la rivendicazione delle proprie convinzioni non risultasse pericolosa: un po’ di galera era messa in conto, ma immolarsi per un’idea, verso la fine del XX secolo, non era più un concetto di moda nel mondo occidentale. Il malcontento dei militanti, tuttavia, riusciva in qualche modo a rallentare lo svolgimento dei negoziati di pace. Adams, a differenza di altri, comprese bene l’essenza della protesta, conferendole il giusto peso: scaramucce di chi non aveva alcuna possibilità di determinare una inversione di rotta. “Scaramucce” non è termine utilizzato a caso, perché serve a dare l’esatta dimensione del rapporto tra chi “era avanti” e chi ancora non aveva compreso che era finita un’epoca, anche se non mancarono azioni per le quali il termine può apparire inadeguato: gli attentati del 9 febbraio 1996 a Londra, con due vittime e del 7 ottobre nella caserma Thiepval di Lisburn, quartier generale dell’esercito inglese, dove due autobombe provocarono 32 feriti. Si andava avanti tra alti e bassi ma Gerr y Adams aveva il controllo della situazione e riusciva a gestire il dissenso con grande abilità: troppo marcato il divario tra la sua statura politica e intellettuale e quella degli oppositori, che tra l’altro perdevano via via consensi, mezzi e finanziamenti. I continui arresti da parte dell’esercito inglese, poi, diedero il colpo finale a ogni velleitarismo. Il sostegno al Sinn Féin, invece, crebbe esponenzialmente e il carisma di
Gerry Adams indusse molti membri dell’IRA a cambiare radicalmente campo d’azione. Altri due fattori, inoltre, giocarono a favore del leader: l’ascesa al potere negli USA e in Inghilterra di Bill Clinton e Tony Blair. Il primo, già durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca, nel 1993, si rese conto di quanto fosse importante il sostegno della corposa comunità irlandese, sia in termini di voti sia per i cospicui finanziamenti, e ogni giorno ripeteva che in caso di elezione si sarebbe impegnato in prima persona per una soluzione pacifica del secolare conflitto. Il secondo, sia pure con tutti i limiti che sarebbero emersi durante la permanenza al governo 2 , nell’approccio con i repubblicani del Nord Irlanda si differenziava dal predecessore, l’insipido e squallido John Maior (riempiva di corna la moglie, per tacere sulla libertà d’azione che concesse ai suoi ministri in varie losche attività) che, replicando nel 1993 a un deputato favorevole al dialogo con l’IRA per giungere a un accordo , dichiarò testualmente: «Come sempre il “Gentleman” è molto lucido e, come quasi sempre, ha torto su tutto. Se le sue osservazioni implicano la necessità di doverci sedere e parlare con Mr. Adams e la Provisional IRA, posso solo dire che ciò mi farebbe rivoltare lo stomaco»)
Nel dicembre del 1997, alla vigilia della visita di Bill Clinton in Irlanda del Nord, Gerry Adams e Tony Blair ebbero il loro primo incontro. Era dal 1921 che un rappresentante del movimento repubblicano non incontrava un membro del governo britannico !
Circa un mese prima, gli irriducibili dell’IRA si staccarono dal nucleo centrale e fondarono la Real Irish Republican Army, in completo disaccordo con Gerry Adams, che oramai aveva sostituito la lotta politica alla lotta armata. Onestà intellettuale e professionale mi obbligano a scrivere queste cose, sia pure con una sofferenza che il tempo non ha scemato: il minuscolo gruppo fu fondato da Michael McKevitt, alto esponente della “vecchia” IRA, per la quale era responsabile dell’approvvigionamento e distribuzione delle armi, nonché marito di Bernadette Sands (la sorella dell’eroe Bobby) e caro amico di una “certa” Caitlin, militante della sua brigata a partire dalla metà degli anni Settanta. Caitlin, mamma di tre figli, sin dai primi anni post matrimonio e dall’inizio di un’impegnativa attività professionale, sost eneva la causa indipendentista senza esporsi militarmente. All’atto della scissione, però, volle seguire il co gnato di Bobby Sands, voltando le spalle a Gerry Adams. A nulla valsero i miei tentativi di indurla a desistere dai suoi propositi: troppo forte il legame con l’eroe morto in carcere durante il secondo Hungher Strike, con eccessiva generosità accostato a McKevit – brava persona ma non certo un leader capace di infiammare le masse - perché a volte ci sforziamo di trovare un senso alla nostra volontà di azione lì dove un senso proprio è difficile trovarlo, magari perché non c’è. Un legame, quindi, più forte di quell’amore che ci accomunò , per una breve ma intensa e appassionata stagione, una ventina di anni prima. Lapidaria la sua risposta: «Oggi tu vedi le cose da una prospettiva che ti appartiene solo di riflesso, per quanto grande possa essere il tuo amore per la mia Terra. Hai deciso che non vi è alternativa all’accordo perché non vi è speranza di vittoria e condanni l’Irlanda a restare ancora divisa. Chiediti solo se venti anni fa avresti ragionato così; e chiediti se anche ora, avresti ragionato in questo modo, se fossi nato a Belfast o a Derry». Ci abbracciammo a lungo, restando in silenzio, fino al momento in cui Pádraig, il marito, che era rimasto in disparte durante la nostra animata discussione, sempre senza profferir parola, ci porse due bicchieri nei quali aveva versato un paio di dita di Jameson.
L’ACCORDO DEL VENERDI’ SANTO
«Ci troviamo alle soglie di un nuovo millennio, come pure di un nuovo secolo. Questo ci obbliga a trovare un modo nuovo di fare politica, nuovi metodi per affrontare vecchi problemi, nuovi modi per comprenderci l’un l’altro» (Gerry Adams, 8 maggio 1999)
I colloqui multi-partitici iniziarono il 10 giugno 1996, tra le mille difficoltà cui abbiamo fatto cenno sopra, aggravate dall’insipienza di Major, che tendeva a rendere più difficili cose già per loro natura complesse. Con l’avvento al potere di Tony Blair, i successi elettorali del Sinn Féin e il supporto della Casa Bianca, che “spingeva” affinché si concludessero i lavori nel più breve tempo possibile, comunque entro e non oltre la mezzanotte del 9 aprile 1998, si incominciò a lavorare seriamente.
Il 10 aprile 1998, dopo una notte di estenuanti trattative, con la sola opposizione del Partito Unionista Protestante, fu sottoscritto l’accordo anglo -irlandese che sostituiva l’Anglo Irish Agreement del 1985 Era il venerdì che precedeva la santa Pasqua, giorno particolarmente “mistico” per cattolici e protestanti, simbolicamente legato a un misticismo non meno sacro , rappresentato da Parsifal, il cavaliere puro per eccellenza, che ritornò a Monsalvat dopo aver recuperato la sacra lancia con cui Longino aveva colpito il costato di Cristo, mentre intorno a lui i campi rinsecchiti per colpa delle miserie umane rifiorirono in pochi attimi, dando vita all’incantesimo del venerdì santo Quell’accordo, retaggio di un lungo e faticoso lavoro, pose le basi per chiudere i terribili anni dei “troubles”, durante i quali persero la vita circa 3600 persone tra militari e civili, e passò alla storia come “Accordo del Venerd ì Santo (Good Friday Agreement)” I firmatari s’impegnarono a risolvere ogni controversia nel rispetto delle regole democratiche, rinunciando a ogni forma di violenza e, in undici punti, fissarono le regole per quella pacifica convivenza che, però, allontanava il sogno di tanti irlandesi, desiderosi di vedere “A Nation Once Again”.
Il 22 maggio dello stesso anno si tennero il referendum per la ratifica del Trattato, preceduto da una massiccia campagna protesa a esaltarne la portata storica. Nell’Irlanda del Nord fu approvato con il 71,1% dei consensi; nella Repubblica d’Irlanda il SÌ raggiunse addirittura il 94,4%.
Nonostante il forte consenso, però, le ataviche divisioni tra le varie fazioni e all’interno delle stesse, del resto già emerse durante i lavori, determinarono subito contrasti così fort i da far traballare il Trattato. Gli u nionisti, che dovevano essere i più soddisfatti perché avevano vinto su tutta la linea (doppio referendum, punti concepiti ad hoc per tutelare i loro interessi e Irlanda del Nord saldamente ancorata alla Corona) iniziarono subito a mettere i bastoni tra le ruote, ostacolando il completamento della legislazione attuativa necessaria per l’entrata in vigore dell’Accordo, che prevedeva un esecutivo comprensivo di tutti i partiti che avevano partecipato ai lavori. Con una protervia davvero ingiustificata e insopportabile, si rifiutarono di formare un governo insieme con il Sinn Féin, ritenuto ancora il braccio politico dell’IRA.
A questo punto dobbiamo fare un passo indietro, alla nota del capitolo precedente nella quale si tratteggiava la figura di John Hume, capo del Partito Social Democratico e Laburista, con toni non certo esaltanti, ribadendo anche una frase che ritorna spesso negli articoli che trattano di vicend e storiche e immancabilmente già citata anche in questo saggio: “La storia si ripete sempre due volte; la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.
Nei capitoli precedenti abbiamo visto che Michael Collins pagò con la vita la scelta di “accettare” l’unico compromesso possibile al momento del trattato con gli inglesi. Beffato dal suo “amico” De Valera che prima lo mandò allo sbaraglio tra gli “scafati” governanti inglesi, ben sapendo come si sarebbe conclusa la trattativa, e poi se lo levò di torno definitivamente. Gerry Adams, costretto a cambiare completamente strategia operativa nel momento in cui si rese conto che la lotta armata non avrebbe portato a nulla di buono, artefice del disarmo dell’IRA e capace di indurre alla ragione i suoi militanti, eccezion fatta per pochi ininfluenti gruppi, è ancora vivo, per fortuna, ma la beffa che subì nel 1998 fa più male di una pallottola. Il 10 dicembre, infatti, a Hume e al suo collega David Trimble, presidente del Partito Unionista dell’Ulster, fu conferito il premio Nobel per la pace! Entrambi issavano continui paletti per il perfezionamento degli atti utili alla piena applicazione del Trattato, entrambi trattavano a pesci in faccia gli esponenti del Sinn Féin, ma furono gratificati con il prestigioso riconoscimento, che, manco a dirlo, spettava di diritto al vero artefice del processo di pace, ossia colui che era stato capace, con la forza della sua straordinaria personalità, d i far capire alla stragrande maggioranza dei suoi seguaci che era giunto il momento di far tacere le armi: l’ultimo eroe della vecchia IRA, Gerry Adams
Resta da capire perché gli alti dignitari della Fondazione Nobel giunsero a una decisione così stravagante e palesemente ingiusta.
Purtroppo devo deludervi: i numerosi tentativi di appurare la verità dei fatti su questa incresciosa vicenda hanno sortito solo porte chiuse, rifiuti cortesi (ma anche scortesi), spiegazioni “diplomatiche” e quindi illogiche e fuorvianti, bugie colossali. Restano agli atti le “dichiarazioni ufficiali”, che ancora
oggi fanno inorridire: «Hume e Trimble hanno lavorato per mettere fine a un conflitto nazionale, religioso e sociale costato in Irlanda del Nord la vita di oltre 3.500 persone. Hume è stato sempre il più chiaro e coerente tra i leader nordirlandesi nel suo impegno per una soluzione pacifica, mentre Trimble, come capo del partito tradizionalmente dominante in Irlanda del Nord, ha mostrato grande coraggio quando, in una fase critica del processo, ha sostenuto le soluzioni che hanno portato all’accordo di pace». Come abbiamo visto, nella fase critica avevano fatto l’esatto contrario!
Nondimeno si portarono a casa 750 milioni delle vecchie lire a testa. Hume ha finito di spenderli nell’agosto del 2020; Trimble nel luglio dello scorso anno. Pace all’anima loro.
In mancanza di “dati certi”, pertanto, posso solo riferire gli altrui pareri, non so fino a che punto retaggio di deduzioni o di maggiore capacità, rispetto alla mia, nel raggiungere le persone giuste che conoscono i fatti. Per correttezza e rispetto dei miei quattro lettori devo dire che non credo a una sola parola di quanto mi accingo a riferire.
Secondo alcuni analisti, di fatto, il premio, sarebbe stato conferito strumentalmente, per spingere la comunità internazionale a esercitare una più incisiva pressione sugli unionisti affinché la smettessero di “rompere le scatole” (ok, la sintesi espressiva è mia, ma il senso è quello anche nelle elucubrazioni concettuali eleganti) e concludessero la fase propedeutica alla piena attuazione del Trattato.
Di quale “comunità internazionale” parlano? Oltre ai Paesi direttamente coinvolti, gli unici ad interessarsi della vicenda erano gli USA, che come abbiamo visto non avevano certo bisogno di sollecitazioni. Non solo: è sì vero che dopo aver ritirato il premio (e i lauti assegni) gli unionisti diedero un segnale di maggiore disponibilità, che però durò… come le rose dei celebri versi di François de Malherbe: l'espace d'un matin.
Si continuava a chiedere a Gerry Adams la decommissioning completa dell’IRA (disarmo totale e definitivo), ben sapendo che il terribile attentato del 15 agosto a Omagh, che costò la vita a ventinove persone, fu opera degli irriducibili passati alla Real Ira, sui quali Adams non aveva alcuna influenza. Sapevano tutti che, per quanto dolorose potessero essere le loro azioni, non sarebbero durate a lungo e che senz’altro una più marcata integrazione avrebbe funto da deterrente. So bene che è complicato da comprendere, ma parliamo di gente che doveva scrollarsi di do sso secoli di dominazione, accettando il fatto che “comunque” l’Irlanda restava divisa. Era una cosa difficile da digerire per tutti e per alcuni lo era di più, indipendentemente dal livello culturale, perché riguardava sia chi non aveva nemmeno ultimato il ciclo scolastico primar io sia chi, come qualcuno di cui ho già parlato, aveva conseguito due lauree ed operava in contesti di alta professionalità. Le logiche che muovevano pensieri e azioni scaturivano da fattori che possono essere ben compresi solo da chi quella gente ha potuto guardare in viso, perché sono logiche che differiscono da qualsiasi altra rivendicazione territoriale fonte di atti violenti.
Con grande sforzo “diplomatico ”, comunque, e dopo numerosi incontri tra Tony Blair, il Primo Ministro irlandese Ahern e i dirigenti dei partiti nord-irlandesi, il 1° aprile 1999 fu pubblicata ufficialmente la Dichiarazione di Hillsborough (sempre dal nome del castello nel quale si tennero i colloqui), della quale è opportuno leggere il testo integrale3, che non lascia adito a equivoci interpretativi, essendo sbilanciato a favore degli unionisti. Cosa pretendevano di più ? Nonostante ciò la loro posizione oltranzista rimase immutata: l’intento era sempre quello di evitare “in assoluto” ogni intesa e ogni rapporto col Sinn Féin, ufficialmente perché considerato ancora una minaccia in virtù del sostegno di militanti in grado di usare le armi; nella realtà, come i fatti avrebbero dimostrato in seguito, perché sapevano bene che il migliore di loro valeva quanto i lacci delle scarpe di Gerry Adams, di cui temevano e invidiavano il carisma.
Anche Tony Blair perse la pazienza di fronte alle pretestuo se argomentazioni degli unionisti e, dopo gli ennesimi estenuanti colloqui multi- laterali, dichiarò che l’attuazione dell’Accordo sarebbe dovuta avvenire perentoriamente entro il 30 giugno 1999. “Perentoriamente”, però, è un avverbio poco o per nulla compatibile con la complessa realtà irlandese e, di rimando in rimando, si arrivò al 18 novembre, data in cui fu pubblicato “Il Rapporto Mitchell sulla revisione degli Accordi”. George Mitchell era un ex senatore statunitense incaricato di revisionare il testo dell’accordo, bilanciandolo in modo da renderlo accettabile per le due parti. Con
il nuovo testo varato da Mitchell fu possibile avviare le procedure per la formazione dell’Esecutivo , che si riunì per la prima volta il 1° dicembre 1999. Il giorno successivo l’IRA nominò il suo intermediario per gestire il disarmo con la succitata Commissione internazionale e l’8 dicembre anche l’Ulster Freedom Fighters, gruppo paramilitare lealista, fece altrettanto.
Tutto finito? Macché!
Già nel febbraio 2000 l’Esecutivo andò in crisi a causa del veto unionista, che annunciò il ritiro dei suoi ministri con la solita scusa del mancato completo disarmo da parte dell’IRA. Gerry Adams, con santa pazienza, rassicurò tutti precisando che l’IRA non doveva essere considerata una minaccia. Nondimeno l’Esecutivo fu sciolto e iniziò un nuovo ciclo di snervanti meeting e colloqui, per esplicito volere dei primi ministri considerati “informali” e presieduti dal Segretario per l’Irlanda del Nord Peter Mandelson e dal ministro degli Esteri irlandese Brian Cowen: era convincimento di tutti, infatti, che il processo di pace avrebbe richiesto tempi lunghi per inquadrare nel modo giusto e condiviso molti punti ritenuti irrisolti.
Nel giorno di San Patrizio, come noto santo protettore dell’Irlanda e celebrato negli USA con grandi festeggiamenti dalla comunità irlandese, si riunirono a Washington i partecipanti al processo di pace e Mendelson dichiarò che l’Esecutivo sarebbe stato ripristinato dopo la definitiva cessazione di ogni attività paramilitare da parte di “tutte” le organizzazioni: fece riferimento, quindi, anche a quelle lealiste. Prima di Mendelson i riottosi congressisti ricevettero una sonora rampogna da Clinton: «È necessario che i politici non si lascino scappare quest’occasione per creare una pace effettiva. Sono angosciato da questa situazione controversa. Davanti a noi c’è l’occasione di una vita, qualsiasi impedimento o differenza ideologica non vale un’altra vita, neanche una, e non vale neanche un altro giorno, figuriamoci un anno »
Nel maggio 2000 furono ripristinati l’Assemblea e l’Esecutivo nord-irlandese. L’IRA, ribadendo la sua ferma volontà di rinunciare a ogni lotta armata, invitò i membri della Commissione internazionale nei propri arsenali.
Sarebbe potuta finire così, avviando realmente un serio processo di riappacificazione, tanto più che nell’IRA non vi era ricambio generazionale, come già detto, e il piccolo gruppo che si staccò nel 1997 perdeva consistenza anno dopo anno. Anche se ancora oggi i media si ostinano a considerarlo attivo , “presumo” di poter dire con grande serenità che si è dissolt o nel 2006 e proprio non fanno testo i due o trecento giovani che, di tanto in tanto, ne mantengono vivo il nome più con volantini che con fatti concreti. L’unico attentato a loro imputabile, infatti, fu quello che costò la vita a due soldati inglesi nella base di Masserenee, sulla sponda orientale del lago Lough Neagh, il 7 marzo 2009. Il classico colpo di coda di chi non ha più nulla da dire e da perdere. L’affievolimento della lotta armata da parte dei repubblicani, invece, conferì maggiore coraggio ai lealisti, che dal 2000 al 2009, in dodici attentati, mandarono al creatore dodici civili. Nel gennaio del 2001 si registrò un nuovo arresto delle trattative. L’oggetto del contendere fu la riforma della polizia: gli unionisti non volevano proprio che si realizzasse; i repubblicani ritennero del tutto insufficienti le modifiche apportate alla vecchia normativa. Alt ro motivo di dissenso fu il rifiuto da parte del governo inglese di ridurre il numero dei soldati messi a presidio delle contee del Nord, la qual cosa spinse l’IRA a rallentare il processo di disarmo. Il 28 luglio 2005, comunque, Gerry Adams, con un toccante discorso, annunciò la definitiva fine della lotta armata da parte del nucleo “consistente” dell’IRA, senza ulteriori distinguo e tergiversazioni. definendo la rinuncia «un momento storico e cruciale per la ricerca di pace e giustizia». Ero ad Amalfi per gli ultimi due giorni di vacanza, essendo un giovedì, quando fui raggiunto da una telefonata e “qualcuno” mi informò cosa stesse accadendo . Tentai di balbettare qualche parola protesa a chiedere maggiori dettagli, ma fui subito interrotto. Chi mi aveva chiamato, con voce ferma, dura, piccata, che lasciava trasparire eloquentemente risentimento e tristezza, mi pose una domanda, sforzandosi solo di par lare in un inglese senza eccessive inflessioni irlandesi, in modo da rendermela ben chiara: «Tu che sai tutto, mi dici per favore cosa significhi l’Ira è pienamente impegnata a raggiungere l’obiettivo dell’unificazione e l’indipendenza dell’Irlanda rinunciando alle azioni militari e perseguendo solo la strada della politica? Li convincerà Adams, i lealisti del Nord, a votare per l’unificazione?»
Preso alla sprovvista, non sapendo ancora bene cosa fosse realmente successo, cercai solo di guadaganre tempo: «Cait – così ero solito chiamare la mia vecchia fiamma Caitlin – ci sentiamo nei prossimi giorni; voglio prima capire bene come stiano le cose». Sono trascorsi diciassette anni, ma quella telefonata non l’ho mai fatta.
Lino Lavorgna
(Continua nel prossimo numero. Capitoli precedenti: Confini nn. 106, 107, 109, 111)
NOTE
1 Il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, che risiede proprio nel castello di Hillsborough, è a tutti gli effetti un ministro con delega speciale sulla gestione del territorio nord-irlandese. Il controllo quasi assoluto sugli affari interni si è drasticamente ridimensionato dopo l’accordo del Venerdì Santo, con il trasferimento di molti poteri al parlamento nordirlandese (assemblea dell’Irlanda del Nord) e al suo ramo esecutivo (governo dell’Irlanda del Nord) Attualmente svolge solo funzioni di rappresentanza, supervisionando il funzionamento dell'amministrazione decentrata e tutto ciò che rimane di esclusiva competenza del governo del Regno Unito: sicurezza, diritti umani, alcune inchieste pubbliche e amministrazione delle elezioni.
2 Il compito di un analista di geopolitica e scenari globali non è mai semplice perché, ogni giorno, deve sbrogliare nodi più intricati di quello che Alessandro recise con un colpo di spada a Gordio. Oggigiorno, metaforicamente, si comportano in tal guisa coloro (tanti, troppi) che scelgono con estrema facilità o il bianco o il nero, non riuscendo a comprendere che il bene e il male sono due facce della stessa medaglia e spesso si confondono in modo intellegibile tra le tante sfumature di grigio. I terribili risultati di siffatta propensione alla superficialità sono sotto gli occhi di tutti. Da quanto scritto traspare una sorta di apprezzamento per Tony Blair, che potrebbe generare degli equivoci, proprio in virtù della citata propensione a generalizzare ogni concetto. Tony Blair fu un pessimo primo ministro, ma “relativamente” alla questione nord-irlandese si distinse positivamente dai predecessori e quindi ciò va detto con serenità e serietà. Il giudizio complessivo, ovviamente, resta negativo, e nel numero 40 di questo magazine (gennaio 2016) vi è un articolo intitolato “Venti di guerra” dal quale traspare la terribile responsabilità di aver avallato la bufala delle armi nucleari possedute da Saddam, che diede origine prima all’inutile guerra del 2003 e poi alla nascita dell’ISIS. Affinché fosse ben chiaro il concetto sulla fluidità degli eventi socio-politici, a seconda delle varie contingenze storiche, si può far riferimento alle vicende attuali in rapporto all’attuale politica internazionale osservata dal governo inglese. Le critiche per le vicende irlandesi, per tante azioni nefaste nelle colonie, sono e resteranno irreversibili. Nondimeno oggi dobbiamo dire grazie ai tre primi ministri che si sono succeduti nell’ultimo anno per il sostegno che stanno dando all’Ucraina, estendendo il ringraziamento a tutti gli inglesi che non si sono opposti alle decisioni del potere politico.
3“È passato ormai un anno dalla conclusione dell'Accordo del Venerdì Santo, che ora rappresenta la volontà dei cittadini del Nord e del Sud, avendolo ratificato con grande maggioranza. L'Accordo, nelle sue stesse parole, offre un'opportunità davvero storica per un nuovo inizio. Ci dà la possibilità, in questa generazione, di trascendere l'amara eredità del passato e di trasformare le relazioni all'interno dell'Irlanda del Nord, tra Nord e Sud e tra queste isole (Irlanda e Inghilterra, N.d.R.) Tutte le parti credono fermamente che la violenza che abbiamo vissuto debba essere lasciata alle spalle. Mai più noi o i nostri figli dovremmo subire le conseguenze del conflitto. Deve essere portato a una fine definitiva. Collaborando reciprocamente vogliamo garantire un futuro libero dai conflitti. La realizzazione di quel futuro pone un obbligo pesante su tutti noi, individualmente e collettivamente. L'attuazione integrale dell'Accordo è inevitabilmente un processo lungo e complesso, che richiede uno sforzo e un impegno continui da parte di tutte le nostre componenti sociali. È incoraggiante e importante che, anche se resta ancora molto da fare, siano già stati compiuti progressi sostanziali per trasformare in realtà la promessa dell'accordo. Non dobbiamo dimenticare o sottovalutare fino a che punto siamo arrivati. Modifiche equilibrate sia alla Costituzione irlandese sia alla legislazione costituzionale britannica, basate sul principio del consenso, sono state approvate e sono ora pronte per entrare in vigore. L'Assemblea dell'Irlanda del Nord è stata eletta lo scorso giugno e da allora si sta preparando alla devoluzione. L'accordo internazionale firmato a Dublino l'8 marzo (1999, N.d.R.) prevede l'istituzione del Consiglio ministeriale nord-sud e degli organismi di attuazione: il Consiglio angloirlandese e la Conferenza intergovernativa anglo-irlandese. La Commissione per i diritti umani dell'Irlanda del Nord è stata istituita ei suoi membri sono stati nominati, ed è stata approvata la nuova Commissione per l'uguaglianza. Misure analoghe da parte del governo irlandese sono a buon punto. I bisogni delle vittime di violenza e delle loro famiglie, comprese quelle degli scomparsi, vengono affrontati in entrambe le giurisdizioni, anche se riconosciamo che per molti il loro dolore e la loro sofferenza non finiranno mai. (Il grassetto è stato utilizzato dallo scrivente e non figura nel testo tradotto dall’inglese: questo punto resta ancora oggi quasi totalmente irrisolto. Nel 2014 l’argomento fu impeccabilmente trattato da Michele Barbero nel numero 10 della rivista di geopolitica Limes: “In Irlanda del Nord
ognuno piange solo i suoi morti”) Gli impegni dell'accordo in relazione alle questioni economiche, sociali e culturali, anche per quanto riguarda la lingua irlandese, vengono portati avanti, sebbene gran parte di questo lavoro sia inevitabilmente a lungo termine. Sono stati compiuti passi verso la normalizzazione delle disposizioni e delle pratiche di sicurezza, mentre la Commissione per la polizia dell'Irlanda del Nord e la revisione della giustizia penale sono entrambe a buon punto nel loro lavoro fondamentale. Numerosi detenuti, in entrambe le giurisdizioni, hanno beneficiato di meccanismi che ne prevedono il rilascio accelerato. In questo contesto, tutte le parti concordano sul fatto che la decommissioning (ho lasciato il termine in inglese, già utilizzato in precedenza, perché in questo contesto traducibile precipuamente come concetto: disarmo totale; smantellamento della armi, N.d.R.) non è una precondizione, ma un obbligo derivante dal loro impegno nell'Accordo (“loro” si riferisce ai repubblicani, N d.R.), che dovrebbe avvenire nei tempi previsti nell'Accordo, grazie agli sforzi della Independent International Commission on Decommissioning (Commissione internazionale indipendente per lo smantellamento, istituita nel 1997 proprio per supervisionare il disarmo dei gruppi paramilitari e composta dal generale canadese John de Chastelain, che fungeva da presidente, dal generale finlandese Tauno Nieminen, dall’ambasciatore statunitense Donald C. Johnson, sostituito nel 1999 dal collega Andrew D. Sens, N.d.R.)
Il partito Sinn Féin ha riconosciuto questi obblighi ma non è in grado di indicare la tempistica in cui inizierà lo smantellamento. Non ritengono che l'accordo imponga alcun obbligo di iniziare prima della costituzione delle nuove istituzioni (Non viene fatta alcuna distinzione tra l’IRA e i gruppi da essa dissociatisi; non viene dato peso alle manchevolezze che generavano malcontento; N.d.R.; ) L'UUP (gli unionisti, N.d.R.) non desidera passare alla costituzione delle nuove istituzioni senza alcuni evidenti progressi con lo smantellamento. Sarebbe una tragedia se questa divergenza di opinioni sui tempi e sulla sequenza degli eventi impedisse l'avanzamento dell'attuazione dell'accordo. Riteniamo che lo smantellamento avverr à solo in un contesto in cui l'attuazione proceda attivamente. I continui progressi nella creazione delle nuove istituzioni creeranno di per sé fiducia. D'altro canto, è comprensibile che coloro che intraprendono le prossime fasi di attuazione debbano cercare di essere certi che tali misure non siano irrevocabili se, nel caso, non si compiono progressi con lo smantellamento. Proponiamo quindi la seguente via da seguire. Il [data da stabilire] le nomine saranno effettuate secondo la procedura d'Hondt (metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali proporzionali, N.d.R.) di coloro che entreranno in carica come ministri quando i poteri saranno devoluti. In una data che sarà proposta dalla Commissione internazionale indipendente per lo smantellamento, ma non oltre [un mese dopo la data di nomina], avrà luogo un atto collettivo di riconciliazione. Ciò vedrà alcune armi messe fuori uso su base volontaria, in un modo che sarà verificato dalla Commissione internazionale indipendente per lo smantellamento, e ulteriori passi verso la normalizzazione e la smilitarizzazione in riconoscimento della mutata situazione in materia di sicurezza. Oltre alle disposizioni relative al materiale militare, ci saranno in ogni momento cerimonie di ricordo di tutte le vittime di violenza, alle quali saranno invitati i rappresentanti di tutti i partiti, dei due governi e delle varie confessioni religiose. Quando si giungerà effettivamente all'atto di riconciliazione, i poteri saranno delegati e l'accordo anglo-ir landese entrerà in vigore. Saranno quindi istituite le seguenti istituzioni: il Consiglio ministeriale nord-sud, gli organismi di attuazione nord-sud, il Consiglio britannico-irlandese e la Conferenza intergovernativa britannico-irlandese. Entro [un mese dopo la data di nomina], la Commissione internazionale indipendente per lo smantellamento presenterà una relazione sui progressi compiuti. Resta inteso da tutti che il successo dell'attuazione dell'Accordo sarà raggiunto se tali misure saranno intraprese en tro i tempi proposti; in caso di loro mancata assunzione, le nomine di cui sopra ricadranno in attesa di conferma da parte dell'Assemblea”.
DAL VENERDÌ SANTO A SAINT ANDREWS
Il XXI secolo trova un’Irlanda del Nord assopita dagli Accordi del Venerdì Santo, ma non certo rassegnata. La cenere è sempre calda e sotto la cenere cova il fuoco di A Nation Once Again, pur senza raggiunge l’intensità del trentennio precedente. Un mondo in continua evoluzione non lascia indifferenti i giovani irlandesi, molti dei quali, agli albori del nuovo secolo , s’incamminano verso l’età adulta avendo vissuto solo di riflesso e senza assimilarli, per ovvi motivi anagrafici, i tormenti e i disagi causati dai Troubles. A Belfast i muri della pace, intatti nella loro cupa tristezza, ricordano in ogni momento che quella parte dell’isola è ancora sotto occupazione straniera, alla pari dei cippi e dei monumenti eretti in onore degli eroi caduti inseguendo un sogno, disseminati in ogni angolo della città. La vita continua, tuttavia, imponendo ritmi e regole che spesso annichiliscono la pur forte volontà di chi vorrebbe condizionare gli eventi secondo la propria visione del mondo. Non vi è ricorrenza che non sia celebrata da chi porta nel cuore l’indelebile sofferenza per la perdita di una persona cara, ma non sono pochi coloro che passano distrattamente davanti ai simboli di una storia plurisecolare, per indolenza temporale o perché semplicemente afflitt i dalle nuove problematiche, che prendono il sopravvento su tutto il resto. Nel Sinn Féin persone di alto spessore studiano con attenzione le veloci mutazioni sociali e soprattutto i turbamenti giovanili, e si attivano affinché non si smett a di sognare, adeguando le strategie comunicative a una realtà sostanzialmente diversa rispetto a quella segnata da un clima di guerra civile. Sono gli occhi attenti di Gerry Adams, ovviament e, l’ultimo eroe della vecchia IRA, nato a Belfast, affiancato dall’amico di una vita, di soli due anni più giovane, Martin McGuinnes, nato nel 1950 nell’altra città simbolo della resistenza irlandese, Derry, che nell’IRA entrò a soli venti anni, assurgendo subito a ruoli di comando. Nel 1977 conquista senza particolari sforzi un seggio al Parlamento di Westminster, rifiut andosi di occupar lo, alla pari di Adams e degli altri parlamentari repubblicani che non riconoscevano il trattato anglo - irlandese del 1921. Nel 1998 capeggiò la delegazione del Sinn Féin per gli Accordi del Venerdì Santo e fu designato vice-premier (definizione impropria perché il ruolo è paritetico a quello del premier) del nuovo governo di coalizione, guidato dal reverendo Ian Paisley, leader del DUP (Democratic Unionist Party), calvinista ortodosso e famoso per la sua ferma opposizione a ogni rapporto con i cattolici: nel 1988 arrivò addirittura a definire papa Giovanni Paolo II l’Anticristo sceso sulla Terra per corrompere l’umanità! Come sappiamo dal precedente capitolo, però, l’Assemblea dell’Irlanda del Nord fu minata dalle continue accuse che i lealisti rivolgevano al Sinn Féin per il mancato completo disarmo dell’IRA. Bisognerà attendere l’Accordo di Saint Andrews, sottoscritto nel novembre del 2006, e le conseguenti elezioni del 7 marzo 2007, per risolvere la perniciosa questione e ripristinare l’autogoverno, che consentì finalmente a McGuinnes di esercitare pienamente il suo ruolo fino al gennaio 2017, quando si dimise per protesta contro lo scandalo sulla promozione delle energie rinnovabili1. Sempre nel 2007 assunse anche la carica di leader del Sinn Féin nell’Irlanda del Nord, prendendo il posto dell’amico Gerry Adams, che mantenne il ruolo di leader nazionale del partito (quindi anche della componente nell’Eire), esercitato sin dal 1983. Nel 2012 si verificò l’evento più importante della sua vita, almeno dal punto di vista della rilevanza storica2: l’incontro e la stretta di mano con la Regina Elisabetta presso il teatro Lyric di Belfast Era la prima volta che un sovrano inglese metteva piede in Irlanda del Nord e McGuinness salutò in gaelico sia la Regina sia Michael Higgins, presidente dell’Eire, per ricordare, caso mai fosse stato dimenticato, che era quella la lingua che si parlava in tutta l’isola fino a quando Enrico II, otto secoli pr ima, non andò a scompaginare la tranquilla vita di un popolo che viveva all’insegna di una tradizione millenaria, rimasta incontaminata tanto dall’inarrestabile espansione romana quanto dalle successive turbolenze continentali.
L’OMBRA LUNGA DELLA BREXIT
Il rapporto della Gran Bretagna con il resto d’Europa non è mai stato idilliaco e ha radici antiche. Si ritiene superfluo rievocare in questo contesto secoli di storia, essendo sufficiente ricordare che il forte
attaccamento alla sovranità nazionale è sempre stato il carattere dominant e della politica inglese, favorendo il necessario spirito di sopravvivenza che consentì di bloccare l’ingerenza delle potenze continentali (Spagna e Francia) e di costruire il grande impero che si dissolse solo con la decolonizzazione. Il forzato isolamento, suffragato dalle conquiste territoriali, contribuì anche a sviluppare quel diffuso complesso di superiorità ancora oggi ben percepibile, ancorché smitizzato proprio dai tanti inglesi capaci di volare alto e leggere la realt à di là dalle apparenze. «Gli inglesi: trenta milioni, in maggioranza cretini», chiosava causticamente Thomas Carlyle verso la metà del XIX secolo, criticando il materialismo esasperato dei connazionali; Benjamin Disraeli, più o meno nello stesso periodo , ripeteva spesso la famosa frase di Napoleone Bonaparte: «L’Inghilterra è una nazione di bottegai», conferendole quindi un peso ancora più pregnante, in linea con quello esercitato nella società sia come saggista sia come politico. Davvero infinita la list a delle perle di saggezza su i limiti caratteriali e comportamentali degli inglesi affidate ai posteri dai connazionali e dagli stranieri che hanno avuto la ventura (o la sventura) di conoscerli bene; per chiudere il discorso, pertanto, basta la pungente sagacia di due grandi irlandesi dell’epoca vittoriana: George Beranard Shaw e Oscar Wilde. Per il primo «Gli inglesi non saranno mai schiavi. Avranno sempre la libertà di fare ciò che il governo e l’opinione pubblica pretendono da loro »; per il secondo , che pur essendo nato a Dublino parla da inglese essendosi trasferito a Londra dopo gli studi presso il rinomato Trinity College, «Pensare è la cosa meno salutare al mondo e le persone muoiono di ciò come muoiono di altre malattie. Fortunatamente in Inghilterra, in ogni caso, il pensiero non si afferma. Il fisico splendido del nostro popolo è interamente dovuto alla stupidità nazionale».
G li aforismi consentono di tratteggiare, sia pure per grandi linee, la dimensione intima di una persona o anche di un intero popolo, ma è solo legando con cura i fili tracciati dalla storia che possiamo comprendere il perché di certi accadimenti.
Al termine della seconda guerra mondiale – e questa è storia – l’unico Paese europeo a potersi considerare vincitore fu proprio il Regno Unito . Nondimeno gli inglesi compresero quasi subito che l’agognato iniziale proposito di recuperare i possedimenti coloniali, font i di tanta ricchezza interna, non avrebbe mai trovato l’avallo della comunità internazionale e insistere avrebbe potuto generare un pericoloso effetto “boomerang”. Da qui la trasformazione dei possedimenti nel Commonwealth di Stati indipendenti comunque legati alla Corona. Scelta sensata, ancorché imposta dalle circostanze. Le stesse circostanze, però, avrebbero dovuto suggerire anche di accettare l’invito ad entrare nella Comunità del carbone e dell’acciaio, come noto embrione della futura Cee. Ancora troppo forte e diffuso il sentimento di mondialismo per “ridursi” a mera espressio ne di una realtà continentale e lo spocchioso atteggiamento, nonostante i preziosi consigli provenienti da “quasi” tutti gli angoli d’Europa, fu reiterato anche nel 1955 dal mediocre Primo Ministro Eden con il rifiuto di partecipare alla Conferenza di Messina, prodromica del Trattato di Roma che istituì la Cee e l’Euratom. Il suo successore, Harold Macmillan, cercò di correre ai ripari avendo ben chiaro l’errore commesso e il quadro internazionale che andava delineandosi con il continuo declino della Gran Bretagna e l’ascesa della Cina. Non gli sfuggiva, inoltre, la necessità di sviluppare un più vantaggioso interscambio commerciale con i Paesi europei ed “equilibrare i rapporti” con gli Stati Uniti, che vedevano comunque il suo Paese in una posizione di subalternità. Obiettivi perseguibili solo con l’adesione alla Cee, richiesta nell’estate del 1961 e supportata dal pieno sostegno di Germania Ovest, Italia, Paesi del Benelux e, oltre oceano, anche dal neo presidente Kennedy, che sapeva guardare lontano e non disdegnava una Gran Bretagna “forte” all’interno della Cee, favorendo proprio “l’equilibrio dei rapporti” agognato da Macmillan. Più lungimirante di tutti, però, fu De Gaulle, che cinicamente stoppò le ambizioni inglesi per ben due volte, nel 1963 e 1967.
De Gaulle doveva tutto agli inglesi, nondimeno rinunciò a ogni forma di gratitudine, asserendo - cosa comunque vera - che la Gran Bretagna aveva chiesto di aderire alla Comunità europea non perché ne condividesse i principi ma solo perché con l’acqua alla gola, considerandola “un’ancora di salvataggio” La sua idea di Europa, in realtà, mal si conciliava con l’ingresso della Gran Bretagna, tanto più se gradito agli USA, perché prevedeva il primato della Francia sugli altri Paesi e un solido asse tra Parigi e Bonn
(all’epoca la Germania era ancora divisa). Bisognerà attendere il 1973 per l’agognato via libera e, nel frattempo, a causa dell’ostracismo francese supinamente assecondato dagli altri Paesi della Cee, il già marcato euroscetticismo degli inglesi si acuì non poco, soprattutto nelle fasce meno acculturate e più convintamente nazionaliste.
Gli euroscettici non hanno mai cessato di sobillare le forze politiche per recuperare la “dignità perduta” e nel 2010, con il ritorno al potere dei conservatori, trovarono terreno fertile per dare linfa alle proprie rivendicazioni.
Il 23 giugno 2016, il 52% degli elettori britannici votò per l’uscita del Paese dall’Unione europea, avviando quel processo di “allontanamento” ancora in corso, con effetti devastanti per la gli affari interni e soprattutto per l’Irlanda del Nord
Gerry Adams capì subito la gravità del problema e dichiarò che «Il governo britannico ha perso ogni mandato per rappresentare gli interessi economici e politici della gente in Irlanda del Nord». Il timore di Adams e di quasi tutti i nord-irlandesi, ivi compresi quelli fedeli alla Corona, non era campato in aria. Il confine “formale” con il resto dell’isola (e quindi con l’Europa) si sarebbe trasformato d’imperio in un confine reale che avrebbe previsto posti di blocco alla frontiera, controlli doganali, passaporti, difficoltà d i accesso per le merci, aumenti smisurati e incontrollati del costo della vita in virtù delle inevitabili restrizioni. Tutto ciò cont raddiceva pienamente quanto sancito dagli Accordi del Venerdì Santo e di Saint Andrew, grazie ai quali era cessata la lott a armata. Non a caso la maggioranza deg li elettori nordirlandesi si era schierat a contro la Brexit e il segnale fu subito recepito dai tecnocrati di Bruxelles che, grazie anche alle pressioni del governo dell’Eire, decisero di preservare l’Irlanda del Nord dal confine rigido col resto d’Europa.
Nell’aprile del 2017, il Primo Ministro Theresa May sottoscrisse un accordo con l’Unione Europea per mantenere il Regno Unito all’interno di un’unione doganale finché non fosse stato trovato un accordo per evitare la costituzione di un confine rigido tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, ma l’accordo non fu mai ratificato dal Parlamento inglese. I continui insuccessi di Theresa May nel tentare di favorire una Brexit “morbida”, soprattutto non penalizzante per i nord-irlandesi, la indussero a dimettersi nel giugno del 2019.
Le subentrò l’ipernazionalista Boris Johnson, tra i principali sostenitori della Brexit, che entrò a “carrarmato” sui protocolli che riguardavano la tutela dell’Irlanda del Nord, trasformandoli in carta straccia e minacciando l’uscita senza accordo il 31 ottobre 2019 se non se ne fosse trovato uno soddisfacente (per lui, ovviamente). Seguirono mesi di difficili trattative, caratterizzate anche da un colpo di mano senza precedenti: nell’agosto del 2019 Boris Johnson sospese il Parlamento fino al 14 ottobre per impedire ai deputati di trovare una intesa, vanificando i suoi propositi di uscire dall’Unione senza un accordo di tutela per il Nord Irlanda. Essendo stato fissato al 31 ottobre il termine ultimo per la definizione dell’eventuale accordo, infatti, co n solo due settimane a disposizione i parlamentari non avrebbero avuto nemmeno il tempo di avviare un discorso. Il 31 gennaio 2020, pertanto, il Regno Unito lasciava l’Ue, con un periodo di transizione di 11 mesi, durante il quale tutto sarebbe rimasto come prima. Iniziano altre snervanti e complesse trattative per salvaguardare soprattutto i diritti dei nord-irlandesi, almeno sotto il profilo commerciale, mentre in tutta l’Inghilterra incomincia una fase recessiva che s’ingigantisce anche a causa dei devastanti effetti provocati dalla pandemia. Molte aziende chiudono; molte multinazionali si trasferiscono altrove; la disoccupazione cresce incontrollata e co n essa il costo della vita. Gli inglesi incominciano a rendersi conto di aver fatto una sciocchezza, anche perché acquisiscono crescente consapevolezza, cosa trasparsa subito nelle analisi effettuate dagli osservatori stranieri, che sono state le fasce meno acculturate e gli anziani a favorire la Brexit: i giovani e le persone culturalmente evolute, in massa, avevano sostenuto il remain
SI TORNA A COMBATTERE
Nel Nord Irlanda le tensioni sociali si acuiscono all’improvviso in virtù degli accordi di tutela che consentono il libero commercio con l’Eire, superando le barriere imposte dalla Brexit. I lealisti temono che si creino i presupposti per la riunificazione dell’isola, notando che in campo cattolico
siffatta “speranza” aleggia con crescente convincimento, favorit a dalla pressante e rinnovata azione politica del Sinn Féin, che vede sensibilmente aumentare i suoi consensi. Nel mese di aprile 2021, per fare pressioni sul Governo affinché fosse preservato il confine rigido, avviarono una feroce campagna di violenze contro i reparti della polizia. Poi, però, inevitabilmente, ripresero gli scontri anche tra le opposte fazioni, condannate da tutti i partiti politici. Le trattative, intanto , proseguivano con ritmo serrato, in un caos di difficile decantazione perché caratterizzato dalle continue rivendicazioni, non scevre di lobbismo, avanzate da chiunque si sent iva minacciato dai provvedimenti adottati, inevitabilmente destinati ad accontentare pochi e scontent are molti, co n continui ribaltament i degli umori dopo ogni rivisitazione, essendo impossibile trovare una soluzione al problema in un contesto che non prendeva in considerazione l’unica opzione in grado di sanare ogni controversia: la riunificazione dell’Irlanda.
ACCORDI DI WINDSOR E PROSPETTIVE FUTURE
Il 27 febbraio 2023 i giornali di tutto il mondo titolano a caratteri cubitali che è stato trovato un accordo sull’Irlanda del Nord “tra Regno Unito e Unione europea”. Già l’impostazione trionfalistica dell’annuncio, pressoché unanime, lascia l’amaro in bocca. Due soggetti si mettono d’accordo sulle sorti di un intero popolo, in barba ai tanti trattati nei quali è scritto che nulla sarebbe stato deciso senza l’assenso dei diretti interessati. L’amaro si trasforma in fiele leggendo i punti dell’accordo, che fanno assomigliare i trionfalistici titoli dei quotidiani a quegli ingannevoli slogan pubblicitari che inducono i consumatori fessacchiotti a prendere lucciole per lanterne. Il premier Rishi Sunak e il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen s’incontrano nei pressi del castello reale inglese e suggellano quello che viene definito , con abile e allo stesso tempo sconcertante fantasia descrittiva, “Windsor Framework”, ossia un quadro strutturale provvisorio, necessitante di futuri aggiust amenti: “corridoio verde” per la libera circolazione delle merci dal Regno Unito verso Belfast , senza ostacoli burocratici, accordi doganali e altri impedimenti; “corridoio rosso ” per le merci esportate dall’Irlanda del Nord verso i Paesi dell’Unione, in modo da preservare l’integrità del mercato unico europeo . Bontà loro, ai nord irlandesi è assicurato l’accesso ai beni essenziali del Regno Unito , tra i quali le medicine. L’ultimo punto è un vero pateracchio: le leggi europee continueranno ad applicarsi in Irlanda del Nord, ma il Parlamento nordirlandese potrà usare “un freno di emergenza” (testuale) in caso di provvedimenti che ne possano minare l’autonomia. E cosa succederebbe dopo aver tirato il freno? Ursula von der Leyen non poteva essere più chiara: «La Corte di Giustizia europea avrà l’ultima parola sulle dispute». Tanto vale non tirarlo proprio il freno, quindi, per evitare di andare a sbattere contro qualche ostacolo. Sic est Quando si conclude la stesura di questo ultimo capitolo dedicato alla storia d’Irlanda non ci è dato sapere quali saranno gli sviluppi del “Framework”. Si sa solo che da un lato Boris Johnson sta affilando le armi per tornare alla guida del Paese, sabotare gli accordi di Windsor e riportare l’Irlanda del Nord nell’alveo della Corona senza divagazioni europeiste. In Irlanda, invece, le due regine del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, dal 2018 presidente del partito, e Michelle O’Neil, dal 2017 leader nel Nord dell’isola, s’impegnano senza risparmio , con determinazione e grande forza di volontà, ben sapendo che ogni giorno devono dimostrare di essere all’altezza dei giganti di cui hanno preso il posto, Gerry Adams e Martin McGuinnes Con il cuore che batte forte sent ono sempre più vicino il giorno che consentirà anche a loro di entrare alla grande nei libri di storia, grazie a quel referendum che sancirà la riunione coi confratelli dell’Eire
Non sanno ancora e nemmeno ci pensano, anche perché non hanno certo avuto il tempo di leggere i saggi di Jacques Monod, che a volte caso e necessità si sposano, contribuendo a risolvere delicati problemi. In questo caso l’aiuto giungerebbe da chi meno potessero aspettarselo: il po polo inglese. Milioni di persone, avvilite tanto dalla contingenza socio -politica e dai nefasti effetti della Brexit quanto da quello che sempre più spesso viene definito come un “fardello”, si convincono con crescente intensità che sarebbe proprio il caso di rientrare nell’Unione europea e che vi sia tutto da guadagnare, anche per loro, con la riunificazione dell’Irlanda. I lealisti nordirlandesi se ne facessero pure una ragione, senza perdere tempo con inutili proteste o controproducenti azioni delittuose: non
ci sarebbe partita, infatti, in una lotta armata contro forze regolari irlandesi senza l’aiuto dei super addestrati soldati inglesi.
Indipendentemente da ciò che sarà deciso a Londra, comunque, il sogno di un’Irlanda unita è destinato a trasformarsi in realtà, perché il cammino intrapreso dal rinnovato Sinn Féin guidato da due fantastiche donne e opportunamente supervisionato, con estremo tatto e delicatezza, dall’ultimo Eroe di un mondo che sa d’antico, è inarrestabile. It’s time to change, affermano con veemenza a Belfast e a Derry le nuove leve del repubblicanesimo indipendentista. A Nation Once Again si canta ancora nei pub frequentati dai vecchi che portano nel corpo e nell’anima le ferite di mille battaglie. Tá sé in am don Athrú, gridano giovani e anziani, replicando nella lingua degli avi il nuovo slogan, opportunamente trascritto dappertutto, affinché fosse ben chiaro che la strada da percorrere è già asfaltata. All’insegna di quel motto, auspicio di un futuro rafforzato dal meraviglioso passato che si perde nella notte dei tempi, un intero popolo spezzerà le catene e marcerà, compatto, verso quella meravigliosa radura che si chiama “Libertà”.
Lino Lavorgna
1 Il pazzesco provvedimento ricalca quanto recentemente accaduto in Italia con il Superbonus 110%, sano nella forma e malato nella sostanza, avendo favorito solo gli speculatori e i truffatori. Nel Nord Irlanda la protagonista dello scandalo fu il primo min istro Arlene Foster, leader del Partito Unionista Democratico, che nel 2012 svolgeva il ruolo di ministro responsabile del progetto. I proprietari delle case, di fatto, furono incoraggiati a efficientare i sistemi di riscaldamento passando dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, ricevendo dei sussidi in base ai consumi, senza limiti di contenimento. Va considerato che In Irlanda del Nord, anche all’inizio del nuovo secolo, erano ancora tante le case prive di riscaldamento e il governo stabilì l’efficientamento energetico gratuito per tutti, ivi compresi immobili commerciali e aziende agricole. I sussidi e le installazioni gratuite generarono forti abusi e particolarmente gravi furono quelli che riguardarono gli inutili consumi di strutture riscaldate nonostante non fossero abitate per lunghi periodi dell’anno. Non avendo fissato un tetto massimo agli incentivi, il gioco divenne maledettamente semplice: bastava installare una caldaia a biomassa e tenerla sempre accesa per poi passare all’incasso. Cash for ash (contanti per cenere) fu lo slogan coniato dalla Foster, preso alla lettera dai proprietari di capannoni, uffici e negozi, riscaldati anche quando erano vuoti. Nel 2016, divenuta Primo Ministro, la Foster continuò con ancora più insolenza a ig norare sistematicamente il grido di allarme che proveniva da più parti, inducendo anche i membri del suo partito (UUP) nonché quello alleato (SDLP) a chiederne le dimissioni. Il 9 gennaio 2017, in segno di protesta, fu proprio Martin Mc Guinness a dimettersi, schifato e sconvolto per un decadimento che non si aspettava nella Terra per la quale era pronto sin da ragazzo a dare la vita. Il 21 marzo dello stesso anno, purtroppo, una rara malattia genetica, l’amiloidosi, lo portò alla morte.
2Sotto il profilo politico, invece, assume particolare rilevanza “il viaggio” percorso fino a S.Andrew, in Scozia, con Ian Paisley, per sottoscrivere il nuovo accordo. Non sapremo mai cosa si siano detti i due durante il viaggio o se effettivamente si siano parlati. Ma dopo aver visto il film di Nick Hamm del 2016, intitolato appunto “Il Viaggio”, vogliamo credere che effettivamente quel dialogo “immaginifico” sia reale. In ogni caso hanno viaggiato insieme e gli accordi da loro siglati, più ancora di quelli del Venerdì Santo, hanno consentito di far tacere le armi. Non è ancora tutto , ma è già tanto.
Bibliografia essenziale. (In ordine alfabetico per il nome di battesimo dell’autore; l’anno di edizione può essere diverso da quello reperibile in commercio in funzione di nuove edizioni; i titoli scritti in inglese non hanno avuto edizioni in italiano , ma sono facilmente reperibili in lingua originale nei principali web store).
Penetrare nello spirito di un popolo unico al mondo è impossibile senza conoscerne g li aspetti
reconditi legati tanto al mito e alle leggende quanto alla storia. A prescindere dall’impossibilità materiale di citare tutti i testi che andrebbero letti per viaggiare tra spazio e tempo, ritengo tale fatica inutile perché la materia è così co mplessa da risultare fruibile solo da chi fosse in grado di sviluppare autonomamente la passione necessaria per dedicarsi al faticoso (ma stupendamente fascinoso) approfondimento. Leggendo i testi segnalati, se dovesse insorgere realmente “la passione”, ciascuno troverà facilmente la strada per entrare in contatto con i Túatha Dé Danann, con i Re Supremi, con il celtismo, con lo spirito di Beltane, Imbolc, Lughnasadh e Samhain, rendendosi conto di diventare un uomo migliore a mano a mano che colmi le lacune con tutto ciò che si era perso fino all’inizio del viaggio.
Bobby Sands, Un giorno della mia vita, Universale Economica Feltrinelli, 1996
Bobby Sands, Scritti dal carcere. Poesie e prose, Pagina 1, 2020
Gerry Adams, Free Ireland: Towards a Lasting Peace, Brandon/Mount Eagle Publication, 1995
Gerry Adams, Before the Dawn: An Autobiography, O’Brien Press, 1996
Gerry Adams, The new Ireland – A vision for the future, Brandon Books, 2005
Gerry Adams, A Farther Shore: Irelands Long Road to Peace, Random House Usa Inc, 2005
Paddy Armstrong, Life after life: a Guildford Four Memoir, Gill Books, 2017
Paul H ill, Anni Rubati, Dalai Editore, 1995
Riccardo Michelucci, Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese, Odoya 2009
Riccardo Michelucci, Guerra, Pace e Brexit – Il lungo viaggio dell’Irlanda, Odoya, 2022
Silvia Calamati, Qui Belfast. Storia contemporanea della guerra in Irlanda del Nord, Red Star Press, 2013
Filmografia essenziale (In ordine alfabetico per titolo, seguito dal nome del regista e dall’anno di uscita). Nell’elenco sono compresi film in grado di far comprendere il sostrato di fattori sociali, spirituali e culturali di un popolo, senza censure partigiane, pur essendo l’autore di questo saggio uomo di parte. Sono stati esclusi solo alcuni film palesemente fuorvianti, per lo più di produzione statunitense, realizzati ad arte per sostenere la Gran Bretagna nel dominio dell’Irlanda del Nord, e quindi realizzati con il chiaro intento “partigiano” di distorcere la realtà dei fatti. Si tenga presente che, nella cospicua produzione cinematografica statunitense, ancorché pregna di prodotti eccelsi, questa deleteria propensione ingannatoria è comunque diffusa. Basti pensare ai tanti film che, abilmente diretti e magnificamente interpretati da bravissimi attori, inducono all’uso delle armi e all’abuso di psicofarmaci e di bevande alcoliche. Tutti film lautamente finanziati dalle multinazionali settoriali.
71, Yann Demange, 2014
Amiche, Pat O’Connor, 1995
Ballando a Lughnasa, Pat O’Connor, 1998
Barry Lyndon, Stanley Kubrick, 1975
Belfast, Kenneth Branagh, 2021
Bloo dy Sunday, Paul Grengrass, 2002
Breakfast on Pluto, Neil Jordan, 2005
Calvario, John Michael McDonagh, 2015
Doppio gioco, James Marsh, 2012
Evelyn, Bruce Beresford, 2002
Fifty dead men walking, Kary Skogland, 2008
Gli spiriti dell’isola, Martin McDonagh, 2022
Hunger, Steven Rodney McQueen, 2008
Jimmy’s Hall, Ken Loach, 2014
Il campo, Jim Sheridan, 1990
Il mio piede sinistro, Jim Sheridan, 1989
Il segreto, Jim Sheridan, 2016
Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach, 2006
Il viaggio (The journey), Nick Hamm, 2017
La figlia di Ryan, David Lean, 1970
La moglie del soldato, Neil Jordan,1992
Le ceneri di Angela, Alan Parker, 1999
L’ombra della vendetta, Oliver Hirshbiegel, 2009
Michael Collins, Neil Jordan, 1996
Nel nome del padre, Jim Sheridan, 1993
Omagh, Pete Travis, 2004
Philomena, Stephen Frears, 2013
The boxer, Jim Sheridan, 1997
The Commitments, Alan Parker,1991
The General, John Boorman, 1998
The snapper, Sthepen Frears, 1993
Una scelta d’amore, Terry George, 1996
Veronica Guerin – Il prezzo del coraggio, Joel Shumacher, 2003
(Capitoli precedenti: Confini nn. 106, 107, 109, 111, 112)
Nella foto in alto: Rassegna Multimediale Città di Caserta – 29 settembre 2023 – Convegno dedicato all’ottantesimo anniversario dei tragici eventi bellici dell’autunno 1943 e all’invasione dell’Ucraina.