IL TRAMONTO DELLOCCIDENTE

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IL

DELL’OCCIDENTE

Lino Lavorgna
Raccolta articoli dedicati all’invasione dell’Ucraina

Mentre “montavo” il volume, con gli articoli scritti negli ultimi tre anni, un insostenibile senso di nausea, frammisto a un lancinante dolore, mi ha obbligato a frequenti pause, incrementando in modo sensibile la già cospicua dose di caffeina quotidianamente assunta.

A mano a mano che le pagine mi riportavano indietro nel tempo, avvicinandomi da quel fatidico 24 febbraio 2022 ad oggi, era come se “scoprissi” per la prima volta ciò che avevo scritto e ribadito più volte e acquisissi consapevolezza che sarebbe bastato realizzare il 20% delle cose auspicate in quegli articoli per bloccare la guerra sul nascere, o meglio, impedire proprio che scoppiasse.

Quante vite umane si sarebbero risparmiate? Quante città non sarebbero ora in macerie? Quanta sofferenza si sarebbe evitata, non solo in Ucraina, ma anche nelle famiglie di quei soldati russi mandati a combattere una guerra di cui avrebbero fatto volentieri a meno?

Interrogativi devastanti, che lacerano la mente, rendendo il corpo fragile.

Possibile che sia stato possibile tutto ciò che è accaduto e che le cose stiano addirittura peggiorando?

Possibile che gli europei si siano ridotti in rincoglioniti divisi tra abominevoli cinici spietati e stupidi incapaci di distinguere una lucciola da una lanterna?

Ho rubato il titolo della raccolta a Spengler, perché mi è sembrato il più appropriato per caratterizzare questi tre anni infami.

Ogni tramonto, però, presuppone l’arrivo di un’alba. Non cessiamo di aspettare che sorga quella più radiosa per il futuro dell’Europa. Soprattutto cerchiamo di capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze, se davvero vogliamo vederla sorgere.

24 febbraio 2025

SI VIS PACEM PARA BELLUM

(20 febbraio 2022 – QUATTRO giorni prima dell’invasione)

INCIPIT

«Questo è il più grande rafforzamento e riposizionamento della difesa collettiva della NATO fin dai tempi della Guerra Fredda». Con questa frase, Jens Stoltenberg, segretario generale dell’Alleanza Atlantica, conquista il suo posto nella storia e induce il mondo a pensare a uno scenario apocalittico. Il dispiegamento delle truppe della NATO ai confini russi e il fallimento dell’incontro tra Merkel, Putin e Hollande, per trovare una soluzione ragionevole al conflitto in Ucraina, si riassumono in una sola parola, pronunciata con chiarezza da Hollande al termine dell’incontro: guerra. Una guerra su larga scala, nel continente europeo, dopo settanta anni. Non sono infondati, infatti, i timori della Merkel, che prevede una reazione aggressiva di Putin alla prova di forza (e alle sanzioni), magari attaccando una delle piccole repubbliche baltiche, membri dell’Unione Europea e della NATO. A quel punto la risposta potrebbe essere solo affidata alle armi. (Lino Lavorgna, articolo dell’8 febbraio 2015 pubblicato su CONFINI e altri organi di stampa).

LA GUERRA DELLE PAROLE

Nessuno vuole la guerra. Non la vogliono i potenti del mondo e soprattutto non la vogliono i milioni di persone che a causa di essa pagherebbero un prezzo altissimo, in perdite di vite umane e per le drammatiche conseguenze di ordine economico e sociale. Quella che si sta combattendo, pertanto, è soprattutto una “guerra di parole” con la quale ciascun contendente cerca di far percepire all’altro che non cederà di un millimetro dalla propria posizione “sullo scacchiere del contendere”. Prima o poi, si ritiene, si troverà una soluzione “diplomatica” che consenta a tutti di uscirne senza perdere la faccia. È già successo in passato, come ben traspare dall’incipit, anche se al momento, quale possa essere, non è ancora dato sapere. Nel frattempo si registrano le prime scaramucce, con morti, in quella regione a Nord-Est della Crimea che comprende due mini-repubbliche separatiste, filo russe, con superficie pari a un sesto di quella italiana e un numero di abitanti di poco superiore a quelli della Campania. Parlare di prime scaramucce, in realtà, è un eufemismo perché nel Donbass, le due enclave russofone (Repubblica popolare di Lugansk e Repubblica popolare di Donetsk), dichiaratesi indipendenti dall’Ucraina nel 2014, da otto anni si combatte una guerra, molto gradita da Putin, che ha provocato già 22mila morti. Il potente neo zar non vuole rinunciare a una regione importantissima: è ricca di grandi miniere di carbone; è sede delle acciaierie possedute dagli oligarchi a lui fedeli; la maggioranza dei residenti vuole ricongiungersi con “Mamma Russia”, si rifiuta di parlare ucraino e resta fedele a una Chiesa ortodossa filo-russa in contrasto con la Chiesa ortodossa ucraina.

LE GUERRE SCOPPIANO ANCHE QUANDO NESSUNO LE VUOLE

“Iskra” è un termine molto popolare in Russia, al di là del suo significato “intrinseco” (scintilla), perché ricorda il giornale clandestino fondato nel 1900 da Lenin per diffondere i dettami rivoluzionari del marxismo. “Basta una scintilla” è l’espressione spesso usata alla vigilia di ogni crisi bellica. Nessuno voleva la I Guerra Mondiale, per esempio. Non la voleva Guglielmo II, che con la pace vedeva prosperare la potenza economica della Germania, senza considerare il carattere pusillanime e il terrore per qualsivoglia pesante responsabilità impostagli dal ruolo; non la voleva Poincaré, ben consapevole che la Francia, ancora scossa per la batosta di Sedan e per la perdita dell’Alsazia-Lorena, non era pronta per un nuovo scontro con la Germania, nonostante le avesse tolto il primato di nazione più popolosa del continente; non la voleva Nicola II, pacifista, mediocre, tranquillo, amante della caccia, della bella vita di corte e anch’egli ben consapevole che un esercito in grado di combattere una guerra non sarebbe stato pronto prima del 1917. Non era proprio il caso di correre rischi! Eppure la guerra scoppiò! Il feroce “nazionalismo”, che tende a vedere gli altri come potenziali nemici, radicato nelle coscienze di tutti i popoli d’Europa, fu la “vera scintilla” da cui scaturì il grande incendio, più ancora del famoso attentato di Sarajevo che funse solo da necessario prodromo di un evento che aveva iniziato a delinearsi già da una decina di anni, con le cinque grandi crisi continentali. Sono trascorsi oltre cento anni e nulla è cambiato, contrariamente a quanto sostenuto da Eric Hobsbawm nel suo celebre saggio “Il secolo breve - 1914/1991: l’era dei grandi cataclismi”, nel quale sostiene la tesi che il periodo compreso tra la Prima Guerra Mondiale e il crollo dell’Unione Sovietica presenta un percorso storico compiuto, sostanzialmente diverso dal secolo lungo, che secondo lui va dalla Rivoluzione francese alla Belle Époque. Errore grossolano, a quanto pare, perché anche dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa non ha trovato pace e si può dire che siamo ancora in pieno Novecento, con difficili code da scorticare. L’Europa non ha saputo trarre insegnamento dai tanti errori compiuti in passato ed è rimasta quella vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, quasi tutte culminanti in -ismo, le più pericolose delle quali, il liberalismo e il nazionalismo esasperato, sembrano immuni da ogni antidoto e imperversano indomite, continuando a creare immani disastri.

Si sta scherzando col fuoco, quindi, considerando anche la qualità (pessima) degli attuali protagonisti, al momento incapaci di trovare valide soluzioni per spegnere i tanti fuocherelli che potrebbero

alimentare il grosso incendio. “Tanti fuocherelli” perché non può sfuggire a nessuno che il vero intento di Putin non è soltanto quello di impedire lo scivolamento dell’Ucraina nell’orbita della NATO ma di far ritornare nell’orbita russa tutti gli Stati che un tempo costituivano la grande Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gioco molto pericoloso, evidentemente, al quale però l’attuale zar non intende sottrarsi.

LE COLPE DELL’EUROPA

«Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», chiosa Manzoni, mettendo la frase sulle labbra di don Abbondio al termine del colloquio con il Cardinale Borromeo, nel suo romanzo più famoso, quasi giustificandolo per non aver celebrato il matrimonio di Renzo e Lucia ed essersi fatto intimidire dai bravi di don Rodrigo. Se don Rodrigo, poi, si chiama Vladimir Putin e mostra i muscoli, mettendo in bella mostra i missili ipersonici e il potenziale balistico in grado di seminare morte e distruzione con le testate nucleari, si può ben comprendere come tremino le gambe ai governanti del continente e anche al loro potente alleato d’oltre oceano, che non può certo tirarsi fuori da questa partita. La pur legittima comprensione della difficoltà oggettiva di muoversi con raziocinio in uno scenario dalle mille sfaccettature, che non può prescindere dai rapporti economici e dalla forte dipendenza energetica, non ci può esimere da ribadire quanto sia stato sbagliato rinunciare, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a creare i presupposti per una vera integrazione europea. Una integrazione politica, non solo economica (tra l’altro nefasta per alcuni Paesi, a cominciare dall’Italia) protesa alla realizzazione degli STATI UNITI d’EUROPA, con un governo federale, un Parlamento con pieni poteri e un unico grande esercito, il più potente del mondo, in grado da fungere da spauracchio per tutti.

Questi sono i fatti, tristi e inconfutabili. Che cosa fare ora? Ogni minuto si parla di sanzioni, invocate come deterrente anche dal povero presidente ucraino Volodymir Zelensky, che avverte sulle proprie spalle il peso di momenti terribili. Le invoca ora, perché dopo l’attacco servirebbero a poco. E ha ragione, ovviamente, dal suo punto vista. Ma a cosa servirebbero le sanzioni, di fatto, se Putin decidesse comunque di attaccare? Fungerebbero solo da pretesto per giustificare l’attacco e motivare il popolo contro la protervia di un Occidente che vuole espandersi militarmente fino ai sacri confini, immettendo l’Ucraina nella Nato, impedendo ai compatrioti del Donbass di riunirsi con la madre patria. Ovviamente non gli passa nemmeno per la testa che è l’Occidente a dover temere la Russia e non certo la Russia a dover temere la Nato, sistema di sicurezza collettiva che impegna gli Stati membri a “difendersi” a vicenda dagli attacchi di terzi. Tutto ciò al netto di possibili conseguenze ben peggiori sul piano dei rapporti commerciali.

La guerra delle parole non può durare a lungo e l’Europa, anche in assenza di una unione realmente politica, dovrebbe trovare la forza di lanciare un segnale ben diverso. Un segnale rappresentato da un concreto sostegno militare all’Ucraina, mostrando a sua volta i muscoli a Putin e, una volta tanto, come “Europa”, senza alcun bisogno del cappello “USA”. Anche Putin è un essere umano e la sua forza nasce precipuamente dalla debolezza altrui. Se abbiamo davvero il coraggio di dire: “Si vis pacem para bellum” e soprattutto facciamo ben capire il concetto al popolo russo, dimostrando di essere pronti a “levarci in armi in un mare di triboli per disperderli combattendo” sarà lui a tremare. E forse ritorneremo, finalmente, a essere un’Europa diversa e migliore da quella che fece dire a Paul Valery, oltre cento anni fa, con tono sdegnato: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumersi nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli».

UCRAINA: CONSIDERAZIONI A LATERE DI UN’IGNOMINIOSA INVASIONE

I nodi vengono sempre al pettine (28 febbraio 2022)

Siccome la mamma degli imbecilli è sempre incinta, non mancano, sin dalle prime ore dell’ignominiosa invasione dell’Ucraina, i filo putiniani vecchi e nuovi che, un po’ dappertutto, si arrampicano sugli specchi per trovare le più strampalate giustificazioni per il massacro di donne, vecchi e bambini e, ovviamente, dei tanti soldati che alla micidiale armata russa possono opporre solo il proprio eroismo volto al sacrificio estremo, considerato che nel resto del mondo si organizzano stupende marce della pace invece di correre in massa in Ucraina, armi in pugno, per difendere non solo un popolo ma i principi più sacri della civiltà.

Ai leoni da tastiera e ai mistificatori in servizio permanente effettivo che popolano i salotti televisivi e le redazioni dei giornali vi ha pensato Antonio Polito con un bellissimo articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera, qui riproposto integralmente.

“De Luca è uomo colto. Ha preferito dunque incartare la sua difesa delle ragioni di Mosca con motivazioni strategico-diplomatiche, le stesse usate da Putin. Secondo questa versione l’autocrate russo avrebbe sentito il bisogno impellente e immediato di invadere l’Ucraina e occuparne la capitale per impedire un’adesione alla Nato dell’Ucraina che non era all’ordine del giorno, come gli avevano assicurato sia Macron sia Scholz in visita a Mosca, e che non aveva del resto provocato una guerra quando ad aderire erano stati i paesi Baltici, non meno strategici per la Federazione Russa (due di questi anche confinanti). Poco credibile. Ma, in ogni caso, i motivi geopolitici sono tutti da considerare e da dibattere, perché almeno fanno i conti con la realtà del mondo di oggi. Però ci sono in giro molti filo-russi, decisamente meno colti di De Luca, che ricorrono spesso a un argomento da loro definito «storico», ma che è più che altro un luogo comune della propaganda di Putin, rilanciato anche nella sua concione televisiva (a proposito, avete notato che scenografia e postura non erano poi

molto dissimili da quelle dei venerdì del nostro Governatore?). Questa giustificazione dell’intervento russo sostiene che l’Ucraina è da sempre, fin dal medioevo, fin dalla notte dei tempi, parte della Russia. Dunque ci sarebbe un diritto quasi naturale di Mosca a riprendersi Kiev, che con l’aiuto degli occidentali ha invece osato dichiararsi indipendente 31 anni fa, dopo lo scioglimento dell’Urss.

In realtà questi argomenti «storici» sono sempre molto scivolosi, anacronistici, ingannevoli. Perché in due millenni di era cristiana le nazionalità, le etnie, i popoli, le dinastie, si sono così tante volte intrecciate, combattute, conquistate reciprocamente, fuse e divise, che è davvero impossibile separarne la storia con la nettezza e la superficialità che pretendono i nazionalisti dei nostri giorni. Prendiamo Kiev, per esempio. Si può dire, al contrario di quanto sostiene l’argomento filo-russo, che la Russia sia nata a Kiev, non a Mosca. La Rus’ è infatti «la prima organizzazione politica degli slavi orientali: sorse nel IX secolo dopo Cristo intorno a Kiev, sul fiume Dnepr, e divenne lo stato più grande dell’Europa medievale, soprattutto dopo la conversione al Cristianesimo orientale nel 988».

Questo embrione di Stato, nato alla periferia dell’Europa ma aperto verso le steppe euroasiatiche, assunse una configurazione stabile e una forma di amministrazione centrale sotto Vladimir, tra il 980 e il 1015. Fu proprio Vladimir a compiere il passo storico del battesimo e della conversione al cristianesimo. Così Kiev “vincolò la Rus’ al mondo cristiano e a quella che più tardi sarebbe diventata l’Europa”. Siamo sicuri che Putin sappia perfettamente che il suo primo nome, come quello di Lenin, gli deriva da un sovrano di Kiev. Ma forse non lo sanno molti dei suoi più ignoranti sostenitori sul web, «leoni da tastiera» che dosano la storia un tanto al chilo, e la manipolano a fini politici, cosa che con la storia non andrebbe mai fatto.

La Rus’ di Kiev fu infatti uno stato unitario fino al 1125, e poi si frantumò un po’ alla volta in una federazione di principati. In uno di questi, verso il Nord, nella regione di Vladimir-Suzdal, sorsero numerosi avamposti militari, tra cui Mosca, citata per la prima volta nell’antica Cronaca solo alla data del 1147. Poi nel 1169 ci fu il saccheggio di Kiev, e poi l’invasione dei mongoli, e poi il secolare «giogo tartaro», e poi e poi e poi, fino ai nostri giorni. Se si volesse abusare della storia, dunque, gli ucraini di Kiev avrebbero oggi diritto quanto e più dei russi di Mosca a rivendicare una primogenitura. «Dalla frammentazione dei territori della Rus’ di Kiev si è originata una frattura, e la continuità della storia russa è diventata materia di controversia. Dal punto di vista moscovita e russo c’è una evidente continuità, rappresentata dal potere della dinastia dei rjurikidi (di cui faceva parte Vladimir): la casa regnante sopravvisse sotto i mongoli, e al loro tramonto, i principi rjurikidi di Mosca riunirono le terre della Rus’ nello stato russo moscovita che considera Rjurik suo fondatore». E questa è l’interpretazione che ha dominato nell’epoca imperiale e sovietica, e oggi è di Putin. «Ma la storiografia della Grande Russia ha proposto anche versioni alternative. Dal punto di vista territoriale lo stato moscovita non ha mai coinciso esattamente con la Rus’, e l’annessione di Kiev, avvenuta solo nel XVII secolo, fu il risultato dell’incorporazione nell’impero moscovita dell’Ucraina degli Hetman, cosacchi semi indipendenti». Ecco perché anche l’anniversario dei mille anni dalla conversione di Vladimir, nel 1988, fu occasione di rivalità tra chi considera questa festa russa e chi ucraina. La nascita di un’Ucraina indipendente nel 1991 ha dunque basi storiche più che solide. Ma il punto non è questo, anche i russi hanno certamente le loro ragioni in materia. Il punto è che non si può sfruttare il passato per giustificare il presente. Meno che mai se il presente è una sanguinosa guerra di aggressione. Ps : le informazioni e le citazioni contenute in questo articolo provengono dal volume «Storia della Russia» di Roger Bartlett, edizione Mondadori. Per chi volesse approfondire” .

Ciò premesso, è bene ricordare quanto male abbiano prodotto coloro che, in passato, con una cecità che sgomenta, un po’ per interesse e un po’ per ignoranza, abbiano prestato il fianco al gioco perfido di tanti tiranni, facendoli passare per santi. La lista è lunga e qui ci limitiamo a riportare alcune dichiarazioni di un buffo soggetto che, in Italia, vendendo bufale, è riuscito a diventare uno degli

uomini più ricchi del mondo, incantare masse amorfe sempre pronte a credere alle favole e diventare finanche capo del Governo.

«Mi sono fatto spiegare da Putin come prendere il 71% alle elezioni” (16.3.2004); Putin è un fiero anticomunista che ha vissuto l’assedio di Stalingrado” (23.12.05) (Come abbia fatto, però, essendo nato dieci anni dopo, resta un mistero, N.d.R.); Putin mi dice ‘Caro Silvio’, io rispondo ‘Caro Volodia’ (3.4.02); ho detto alle figlie di chiamarmi zio (16.10.02); la Russia di Putin è matura per entrare nell’Unione europea: deve accadere (28.5.02); al Cremlino un’orchestra di 50 elementi suona le mie canzoni ; con Putin avremo una linea telefonica diretta e protetta per gestire le emergenze e i nostri rapporti una volta alla settimana (16.10.02); Putin è un dono del Signore (10.9.10); Putin è un uomo sensibile, aperto, ha senso dell’amicizia e rispetto per tutti, soprattutto per gli umili, e profonda comprensione della democrazia” (22.10.10); è il numero uno dei leader mondiali, quello con la visione più lucida. Lo assumerei in una mia impresa, ha un’idea molto chiara della pace del mondo (5.10.18)».

Parlando delle feroci repressioni in Cecenia: «Realtà distorte dalla stampa: in Cecenia c’è un’attività terroristica con molti attentati contro cittadini russi senza una risposta corrispondente dalla Russia, che anzi ha organizzato un referendum democratico (6.11.03) e, “dulcis in fundo”, quando si prese la Crimea nell’indifferenza generale dell’Occidente: Ha assolutamente ragione lui: porta le truppe al confine perché la Crimea ha paura che Kiev compia stragi (20.5.14); è il più colto e anche il più democratico. Tutto il contrario di com’è dipinto sui media. Dobbiamo andare in Europa per far sì che la Russia si unisca a noi: ormai è un Paese occidentale” (16.2.19)».

Servono altri commenti? Sì, uno solo: quando si tollera tutto questo, prima o poi se ne pagherà il prezzo. Il sonno della ragione genera mostri. E non mi riferisco a Putin, che è solo “un” tiranno, come ce ne sono stati tanti e come sempre ce ne saranno. “Un”, ossia “uno”… non so se mi spiego.

DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO...

ANDATE AFFAN*

INCIPIT

"Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all'orlo dell'infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d'avanguardia, sull'estremo limite del nulla: sull'orlo di quell'abisso combatto la mia battaglia". (Ernst Jünger) ****

Caro direttore, questo mio scritto non si configura come "articolo" precipuamente incentrato sul tema del mese1 , anche se da esso ispirato, ma come lettera a un amico intellettuale, alla stregua di quanto avveniva un tempo tra illustri personaggi che dissertavano con lunghi scambi epistolari su varie tematiche. Una lettera, quindi, scritta sicuramente senza alcun ricorso all'inutile retorica, ma anche senza falsa modestia per rispetto del politically correct, concetto che affettuosamente mando a quel paese, alla pari dei destinatari inclusi nel titolo, perché arriva il momento, per ciascuno, di scoprire le carte abbandonando ogni cautela diplomatica. Il rispetto del prossimo non può prescindere da quello verso sé stesso, che deve assolutamente precedere il primo affinché non diventi un fardello pesante da sopportare.

Se oggi ti inviassi un bel trattato socio-filosofico sui mali della democrazia, come meglio trasparirà leggendo il seguito di questa lettera, mancherei di rispetto a me stesso e ne soffrirei.

Mi esimo, quindi, facendo mio il suggestivo monito magistralmente recitato da quello straordinario attore che risponde al nome di Toni Servillo, nello stupendo film La grande bellezza: «La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». Aggiungo: «Soprattutto se quelle cose siano abbondantemente già state fatte».

Facciamo un po' di conti. Esattamente cinquanta anni fa, proprio in questo mese, un uomo di grande valore e profonda cultura, storico di scuola vichiana, severo fustigatore del malcostume e delle cattive coscienze, mi consegnò un tesserino, accompagnando il gesto con una esortazione che, in virtù della sua voce delicata e imperiosa allo stesso tempo, assumeva la connotazione di un ordine da rispettare senza riserve: «Questo tesserino non fa ancora di te un giornalista sotto il profilo legale, ma da oggi di un vero giornalista devi rispettare tutte le regole. Sicuramente sbaglierai tante cose; sicuramente ne scriverai altre che un giorno ti faranno sorridere e tutto ciò non è grave. Due sole cose, invece, sarebbero veramente imperdonabili: mistificare i fatti e scrivere una cosa pensandone un'altra. Tanti auguri e buona fortuna». Il suo nome è Nino Tripodi, aveva 61 anni e dirigeva il "Secolo d'Italia", di cui divenni corrispondente da Caserta.

Io di anni ne avevo diciassette e il cuore mi batteva forte, ritenendo, con l'ingenuità tipica di quell'età, che mi accingevo a cambiare il mondo.

Studiavo molto e, nonostante per ovvi motivi non potessi certo vantare la preparazione che avrei gradualmente acquisito negli anni e nei decenni successivi, sulla democrazia avevo già le idee

"abbastanza" chiare, anche se racchiuse in una nebulosa concettuale che si sarebbe diradata sempre più consistentemente, anno dopo anno, fino a sparire del tutto.

Considerando, quindi, una media di almeno due articoli al mese su argomenti che direttamente o indirettamente riguardavano la democrazia (incominciai quasi subito a scrivere anche su altre testate) in cinquanta anni fanno la bellezza di ben 1200 articoli, cifra che se è errata, lo è per difetto. Quanta fatica! Quanto impegno! Quanto studio per andare a fondo delle cose!

Nel 1975 scandalizzai tutti con la frase2 del manifesto elettorale che vedi nella foto. Anzi, a dirla tutta, scandalizzai più gli amici che gli avversari politici. Gli avversari che detenevano le leve del potere non davano alcun peso a ciò che diceva un ventenne di destra; quelli di sinistra attaccavano a prescindere, secondo le ben note regole che caratterizzarono gli anni di piombo. A molti amici, invece, il mio coraggio dava fastidio, perché fungeva da metro di valore comparativo, costringendoli ad accettare amare verità.

Le migliaia di articoli non hanno cambiato di una virgola il flusso degli eventi terreni, influendo molto, invece, sulla mia vita: se invece di scrivere di politica, storia e filosofia, infatti, avessi accettato le tante proposte di collaborazioni ben retribuite per curare le rubriche "marchetta" con le quali si pubblicizzavano in modo indiretto varie attività commerciali, avrei guadagnato una barca di soldi e ora sarei ricchissimo. Pazienza. Ho scelto di fare sempre ciò che più mi piaceva e va bene così. Ma ora, perdonami, non ne posso più. Sono stanco di ripetere sempre le stesse cose e ti sto scrivendo da un ameno paesino, sulla costa abruzzese, dove mi sono rifugiato da alcuni giorni per respirare aria di mare, che mi è mancata tanto negli ultimi due anni.

Ho voglia di passeggiare sulla sabbia e di farmi accarezzare dal vento, mentre lo scroscio delle onde si trasforma in musica e, per quanto possibile, almeno per qualche ora, distoglie la mente dai cupi pensieri di guerra e di pandemia.

Del resto cosa potrei dire di più di quanto già detto in passato? Senza andare troppo a ritroso nel tempo bastano e avanzano i tanti numeri di CONFINI nei quali è stato ampiamente dibattuto il fallimento della democrazia come sistema politico e lo sconcerto nel dover accettare che i voti di taluni abbiano lo stesso peso di quelli espressi dai babbei che non sanno distinguere il grano dal loglio e sono sempre pronti ad affidarsi al messia di turno, salvo poi buttarlo nella polvere non appena si rendano conto di aver preso un abbaglio, per poi ricadere nello stesso errore, perpetuando un ciclo vizioso che fa cascare le braccia.

Oggi sento e leggo cose oscene, molto più oscene di quelle, pur gravi, lette e ascoltate durante gli ultimi due anni segnati dalla crisi pandemica.

Non ho nessuna voglia, quindi, di mischiarmi col ciarpame ciarliero dei tanti pseudo-analisti pregni delle loro certezze spacciate come dogma nei media e, soprattutto, nei salotti televisivi divenuti arene nelle quali ciascuno cerca di sovrastare l'altro, parlandogli addosso anche in modo sconcio, senza alcun rispetto per un serio e civile dibattito. E soprattutto non ho nessuna voglia di dover continuamente replicare alle accuse di "essere a favore di…" sol perché "sono contro l'altro", dopo tutto quello che ho scritto sugli Usa, sulla Nato, sull'Unione Europea. È davvero fastidioso dissertare con chi parla a vanvera, non solo senza sapere nulla di cosa vi sia dietro ciò che dice, ma soprattutto senza conoscere il reale pensiero dell'interlocutore. E non è che si possa sempre partire dal principio. Che dovrei fare, inoltre? Tirare sberle metaforiche anche a Franco Cardini, i cui testi hanno costituito parte importante della mia formazione? A Marco Travaglio, dal quale ho imparato a esercitare con gusto la professione giornalistica, usando l'ironia e il sarcasmo per massacrare chi lo meritasse e soprattutto a ben archiviare le dichiarazioni dei potenti, in modo da sputtanarli al momento opportuno, proprio come fatto in altro articolo di questo numero? A Luciano Canfora, che sarà pure di sinistra, ma mi è stato sempre molto simpatico, non fosse altro per l'assoluto idem-sentire su molte tematiche, a cominciare da quelle che afferiscono alla storia romana?

Ne cito solo tre, tra i più importanti, che in queste settimane di guerra con le loro insulse argomentazioni mi fanno venire conati di vomito e mi fanno stare male, in virtù del fatto che li considero "amici".

E poi vi sono tutti gli altri, cantanti, cabarettisti, passanti, autentici signori nessuno, che in qualche modo riescono a guadagnare la ribalta mediatica, propinando la propria ricetta alle parti in causa per risolvere il problema, che per lo più si riassume con l'invito al popolo ucraino e al suo presidente di non farla tanto lunga, di inginocchiarsi al cospetto di Putin e mettersi al suo servizio, avendo già rotto abbastanza le scatole perché di restare al freddo per colpa loro (degli ucraini, non di Putin che li ha invasi) non è proprio cosa. Tutti esperti di geopolitica e strategie militari e pazienza se dicono corbellerie sulla Nato, scambiandola per una organizzazione "offensiva" anziché "difensiva" e sul diritto del popolo ucraino di scegliere autonomamente il proprio destino, insieme con tante altre cose che non val la pena citare, chiudendo qui il discorso, perché quando sono tanti i nani che parlano, i giganti fanno bene a tacere.

Con tanto affetto,

Pasquale Michele Pompeo Lavorgna detto Lino, alias Galvanor da Camelot il cavaliere errante, figlio di Lorenzo detto "il buono" e di Giuseppina Federico, la "Maestra", discendente della stirpe di Gambara, Ibor, Aio, Alboino e Adelchi, europeo fino al midollo con retaggio ancestrale che si perde nella notte dei tempi, nonché indomito fautore di quella Patria comune che un giorno si chiamerà STATI UNITI d'EUROPA, faro del mondo e tutrice di pace.

1. Il tema del mese (febbraio) proposto dal mensile “Confini” era: “Democrazia e democrazie”.

2. La frase scelta per il manifesto elettorale della mia prima candidatura (elezioni comunali di Caserta) era la seguente: «La democrazia è la peggiore delle dittature perché ti rende schiavo dandoti l’illusione di essere libero».

SEMPRE E COMUNQUE “SPES CONTRA SPEM”

Volontari da tutta Europa per difendere l’Ucraina da Putin: nasce la Brigata internazionale (1 marzo 2022)

Per la Brigata Internazionale ucraina sono stati organizzati centri di reclutamento presso le ambasciate ucraine nel mondo. Inglesi, svedesi, azeri e volontari di altri paesi hanno già combattuto a fianco delle forze ucraine nella guerra che infuria dal 2014 nel Donbass contro le forze filo-russe. Arriveranno anche i ceceni in esilio della Repubblica cecena di Ichkeria dopo la sanguinosa vittoria militare di Kadyrov. Si troveranno di fronte i miliziani schierati con i russi proprio dal dittatore di Grozny. Un toccante appello è stato lanciato dal ministro degli Esteri del Regno Unito, Elizabeth Mary Truss, meglio nota come Liz Truss: «Se dei cittadini britannici vogliono appoggiare la lotta per la libertà di Kiev, il governo è assolutamente disposto a sostenerli Il popolo ucraino sta combattendo per la libertà e la democrazia non solo dell’Ucraina ma di tutta l’Europa».

Anche la Danimarca si è mobilitata per sostenere il popolo ucraino in questo difficile momento. Il Premier Mette Frederiksen ha dichiarato che non vi è alcun ostacolo legale per andare a combattere in Ucraina: «È una scelta che può fare chiunque Vale per i molti ucraini che vivono fra noi, ma anche per gli altri che pensano di poter contribuire al conflitto».

Dalla Giorgia parla il veterano Mamuka Mamulashvili, comandante della “Legione giorgiana”: «Abbiamo aperto l’arruolamento una decina di giorni fa e stanno arrivando un centinaio di richieste al giorno da tutto il mondo. Cinque italiani, ex militari, vogliono unirsi a noi per addestrare i volontari e aiutare gli ucraini a difendere la libertà del loro Paese» .

IL VOLONTARIO ITALIANO

«Parto per difendere i bambini ucraini - Né soldi, né gloria: non sono Rambo, anche se ho esperienze militari e di antiterrorismo, parto per difendere gli ideali e soprattutto i bambini». Lo ha detto all’agenzia Ansa Francesco - il nome è di fantasia per garantire l’anonimato - 35 anni e originario della Campania, che ha deciso di arruolarsi tra i volontari della Brigata Internazionale. Francesco è in attesa dei documenti per partire da parte dell’ambasciata ucraina in Italia.

Onore a voi, alfieri di civiltà, rari nantes in gurgite vasto di un mondo in dissoluzione. Vorrei avere vent’anni per essere al vostro fianco e vi sarei comunque anche con una ventina di anni in più, ma oggi forse non riuscirei a buttare giù nemmeno i barattoli che alle giostre fanno vincere un sorridente peluche. Il tempo sancisce, impietoso, le sue regole, ma sono accanto a voi con tutto il mio e sono sicuro che i miei tanti commilitoni siano pervasi da analoghi sentimenti.

Eravamo una squadra fantastica, nel Corpo d’élite dell’Esercito Italiano e al vostro fianco avremmo fatto faville per difendere la civiltà occidentale. Onore a voi e, come sempre, “spes contra spem”.

POVERA EUROPA: ORRORI, ERRORI, SPINE NEL FIANCO.

(4 aprile 2022)

Sopra : alcune vittime del massacro di Bucha; sotto: Orbán neo eletto presidente dell’Ungheria «La storia è maestra ma non ha allievi», sosteneva sarcasticamente Antonio Gramsci, e aveva ragione da vendere a giudicare dall’ondata di sdegno planetario che ha fatto seguito alle immagini dei corpi martoriati di Bucha, lasciati dalle truppe russe in ritirata come “omaggio” all’Occidente, affinché ci rendessimo conto, caso mai non l’avessimo ancora capito, che con loro non si scherza. I mezzi militari ucraini in transito nelle strade della città riconquistata sono stati costretti ad autentiche gimcane, mentre a bordo qualcuno, esterrefatto, riprendeva quelle drammatiche scene destinate, si spera, a cambiare radicalmente il corso della guerra e il pensiero di tanti osservatori con la memoria corta.

Non vi è nulla di nuovo sotto il sole in effetti, perché a Bucha si è ripetuto ciò che ha inaugurato l’avvento di Putin alla guida della Russia, con i massacri perpetrati in Cecenia, poco noti alle masse solo perché mediaticamente non curati, sia perché quella sporca guerra interessava poco all’Occidente sia perché, in quegli anni, con il terrorismo che bussava alle porte dopo l’attentato alle Torri Gemelle,

si pensava ad altro. Soprattutto si è ripetuto ciò che rappresenta una costante della storia russa, per quanto concerne la propensione allo sterminio di chiunque si opponga alla volontà di dominio. Occorre riportare alla memoria le famose purghe di Stalin? Lo sterminio per fame del popolo ucraino, in questo blog trattato in un vecchio articolo del 2016, tra l’altro riproposto nell’ultimo numero di CONFINI (pag. 56), replicando la pubblicazione, sempre su CONFINI, del novembre 2016? Occorre riportare alla memoria ciò che i russi fecero in Polonia nel 1940? (Di seguito il link all’eloquente film di Andrzey Wajda: Katyn; per chi non avesse tempo di vedere il film basta e avanza la semplice lettura di una pagina di storia tratta da Wikipedia: Massacro di Katyn). La ferocia nazista e la complicità della maggioranza del popolo tedesco nel sostegno a Hitler sono imperdonabili, certo; ma erano tutte naziste le donne stuprate dai soldati dell’armata rossa dopo il loro ingresso in Germania?

Ciò che si sta registrando in queste ore in Ucraina, quindi, può sorprendere solo chi non conosca la storia. E non conoscere la storia è molto grave, perché impedisce di prevenire, la qual cosa, come tutti sanno, è sempre meglio che curare.

BASTA CON I FILORUSSI IN TV

In Ucraina stanno combattendo non solo per difendere la propria patria dalla tirannide, ma anche per tutti noi. Forse questo non è ancora chiaro a tutti. Il popolo ucraino merita “rispetto” per la forza che sta infondendo alla resistenza. Quella forza che ha indotto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, a pronunciare una frase molto significativa in occasione della recente visita a Kyiv: «La resistenza e il coraggio degli ucraini hanno ispirato il mondo». Non l’hanno ancora ispirato abbastanza, ovviamente, ma il segnale lanciato dalla giovane e coraggiosa politica maltese è forte e non può non aver scosso i governanti occidentali, a partire dagli europei. Se siamo in terribile ritardo con “azioni” realmente valide a sostegno del popolo ucraino, pertanto, quanto meno cerchiamo di non offenderlo dando spazio, in TV, come scandalosamente accaduto ieri sera nel programma di Giletti su La7, a rozzi signor nessuno, espressione di quell’ideologia da tempo rigettata nelle fogne della storia e che proprio non necessita di avere ribalta mediatica dal punto di vista “concettuale”, tanto più perché la ribalta l’ha già drammaticamente conquistata materialmente, con i massacri che si stanno perpetrando in Ucraina.

I CATTIVI DENTRO E I BUONI FUORI

Nei miei articoli, quando parlo di Europa, l’associo spesso a una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni. La storia non mente ed è proprio difficile confutarla, questa espressione, rivelatrice del principale ostacolo al processo di integrazione che dovrebbe favorire la nascita degli Stati Uniti d’Europa, ossia una federazione affratellata da un idem sentire che faccia realmente sentire i popoli “uniti nella diversità”, secondo il pur valido motto dell’Unione Europea. Un’Unione però nata male e cresciuta anche peggio, avendo anteposto l’aspetto economico a quello politico per poi percorrere strade contorte e senza uscita, con le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti. Oggi è l’ennesimo giorno luttuoso per l’Unione Europea, lacerata dalla vittoria del filoputiniano Orbán in Ungheria. L’Ucraina è fuori dall’Unione Europea. L’Ungheria ne fa parte dal maggio 2004, dopo che era stata già guidata da Orbán (1998-2002), cui fecero seguito l’inconsistente Péter Medgyessy (eterodiretto da Bush) e il comunista Ferenc Gyurcsány che, nel 2006, in un incontro con gli esponenti del suo partito, pensando di non essere registrato, dichiarò candidamente di aver nascosto ai cittadini la grave situazione economica del Paese e di aver vinto le elezioni grazie alle menzogne. L’Ungheria non aveva alcun presupposto valido per l’ingresso nell’Unione e da ben dodici anni è una dolorosa spina nel fianco, più di quanto non lo fosse stato in precedenza, con un presidente filorusso ieri riconfermato a furor di popolo, mentre in Ucraina si combatte “anche” per entrare nell’Unione e assicurarsi quella protezione foriera di pace, che oggi le manca. Meditiamo su queste cose; ripassiamoci la storia, quella recente e quella più antica e cerchiamo di riparare ai troppi errori commessi e a quelli che si stanno

ancora commettendo. In Ucraina, anche per colpa nostra, muoiono ogni giorno migliaia di persone: soldati, vecchi, bambini e tante donne, dopo essere state stuprate.

LA GUERRA VERA E LA GUERRA

DELLE PAROLE

(7 aprile 2022)

«Le parole sono importanti», gridava a squarciagola Nanni Moretti in un celebre film, mentre schiaffeggiava una giornalista stupidina. Sono importanti perché a volte feriscono più di una spada e a volte disorientano, confondono le idee, spacciano per vero il falso e viceversa. La libertà di parola è senz’altro una grande conquista per noi occidentali, così scontata, però, che facciamo fatica a comprenderne l’importanza, anche in questi giorni durante i quali, molto più che in passato, prendiamo atto che in Russia è perfino vietato chiamare con il suo vero nome la guerra che si sta combattendo in Ucraina, pena una condanna a quindici anni di carcere. Accade lo stesso in Turchia, per esempio, dove non è lecito definire con il suo vero nome il “genocidio” praticato dai Giovani Turchi nel 1915, quando sterminarono oltre un milione e mezzo di armeni, e in tanti altri “paesi” (la “p” minuscola non è un refuso) con grande deficit di democrazia, nei quali sono vietate tantissime cose che per noi occidentali costituiscono quotidiana consuetudine.

Proprio in virtù di quanto sopra esposto dovremmo rispettarla meglio, questa libertà di espressione, che consente, per esempio, a poche decine di migliaia di persone (tra le quali chi scrive), di sostenere senza incorrere in alcun reato penale che il cinema europeo sia qualitativamente superiore a quello statunitense e di essere contestualmente “liberamente” sbeffeggiate da milioni di altre persone che, dopo dieci minuti di visione di un film diretto da uno qualsiasi dei grandi registi francesi, incominciano a grattarsi dappertutto in preda al prurito, o dopo soli cinque minuti di un film di Kieslowski, Wajda, Lean, Branagh, Nolan (non potrò mai dimenticare la faccia di alcuni amici dopo la visione di “Interstellar” e l’imbarazzo nel non riuscire a dichiarare che non avevano compreso nulla), Loach, Jordan, Sheridan, Herzog, Lang, Wenders e tanti altri che non cito per non farla troppo lunga, si ingozzano di “Aspirina” con la testa che scoppia, dedicandosi ad altro.

In Ucraina si sta combattendo una sporca guerra e in Europa si parla, spesso a vanvera, per conciliare l’inconciliabile e sostenere tesi utili solo a non “affaticarsi troppo”, preoccupati di non rinunciare nemmeno a una briciola della propria agiata condizione.

Facciamo chiarezza, in ordine alfabetico.

E – Embargo totale subito.

Lo chiede con insistenza il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba, ovviamente in piena sintonia con Zelensky, ribadendone anche la pressante richiesta di armi. In linea di principio, quando si parla di problematiche internazionali, evito di citare le dichiarazioni dei politici nostrani, adusi a dire il contrario di ciò che pensano, o peggio, a credere realmente a ciò che dicono. Per questo punto, tuttavia, voglio concedermi una eccezione, citando quanto asserito da una persona non certo a me vicina, ritenendo che la sua asserzione risponda a sinceri sentimenti di vicinanza al popolo ucraino e non a biechi calcoli politici, perché di sicuro con la sua frase corre il rischio di perdere più elettori di quanti non possa guadagnarne: «Quante altre Bucha dovremo vedere prima di deciderci a imporre un embargo totale su gas e petrolio russi? Il tempo è scaduto». (Trascrizione in italiano di un tweet pubblicato in inglese dal segretario del PD, Enrico Letta). L’embargo totale va fatto, indipendentemente dalle restrizioni che da esse scaturiranno, perché si può solo definire vigliacco chi lasci perire un intero popolo, per non rinunciare a una briciola del proprio benessere. È appena il caso, quindi, di aggiungere anche quanto asserito dal presidente Draghi, che pone un interrogativo non meno eloquente: «Volete la pace o l’aria condizionata?»

E gli altri? A coloro che scrivono e fanno scrivere a caratteri cubitali sui giornali che non si può rinunciare a nulla di ciò che ci siamo guadagnati, che non possiamo rinunciare al nostro stile di vita, alle case iper-riscaldate d’inverno e iper-raffreddate d’estate; a coloro che sbeffeggiano nei social Zelensky per l’interpretazione nella fiction recentemente trasmessa da “La7”, invitandolo a non rompere le scatole e ad arrendersi a Putin subito perché l’estate sta arrivando ed è tempo di pensare alle vacanze senza tanti grattacapi, che cosa si può dire? Nulla. Anche un semplice “vergognatevi”, infatti, significherebbe conferire dignità interlocutoria alle loro parole. Ma le parole sono importanti e vanno utilizzate “cum grano salis”. Per loro basta e avanza il silenzioso disprezzo.

G - Genocidio

Tanti autorevoli giuristi e pseudo tali si stanno affannando a spiegare che il termine “genocidio” non è “legalmente utilizzabile”, perché ciò è possibile solo quando sia dimostrabile “l’intenzione di distruggere un gruppo come insieme”. Per questi soggetti, quindi, dire che “l’Ucraina non esiste e non è mai esistita come Stato”, definire tutti gli ucraini dei nazisti e massacrarli sia negli scontri armati in una guerra “illegale” sia con le torture ai civili, lo stupro e la barbara uccisione eloquentemente testimoniata dai filmati che stiamo vedendo tutti, non è genocidio.

Già troppo lunga questa sezione dell’articolo. La chiudiamo mandandoli tutti a quel paese, con invito a restarci a lungo, perché non è proprio il caso di perdere tempo a confutare le loro scemenze. Maiora premunt.

M - Mandato di cattura internazionale per crimini di guerra. Zelensky ha chiesto espressamente un nuovo processo di Norimberga a carico di Putin e dei suoi complici, a livello politico e militare.

Tutti a dire che non è possibile perché la Russia non ha mai ratificato il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale, che punisce i crimini commessi dalle singole persone. Idem per l’altro Organo che si occupa dei crimini di guerra, la Corte internazionale di giustizia, i cui verdetti devono essere ratificati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “all’unanimità”: la Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza, voterebbe “no” vanificando la sentenza. La Corte penale internazionale, tuttavia, può incriminare Putin, i membri del governo che lo hanno sostenuto nell’attacco all’Ucraina e i militari che abbiano eseguito gli ordini, perpetrando un vero e proprio genocidio, emettendo un mandato di arresto internazionale. Ovviamente l’arresto non potrebbe essere materialmente eseguito “in Russia”, ma tutte le persone destinatarie del provvedimento non potrebbero “mai” recarsi all’infuori dei confini nazionali (eccezion fatta per pochi paesi) pena l’immediato arresto. Non è cosa da poco perché ciò potrebbe creare i presupposti per un “sommovimento” interno. In ogni caso il gesto avrebbe un alto valore simbolico oltre che piena legittimità giuridica in funzione di tutto ciò che sta accadendo.

P - Papa Francesco.

Corri in Ucraina, Papa Francesco. Corri in fretta, a Kharkiv e non a Kyiv, perché è lì che si stanno per perpetrare nuovi massacri. Ergiti al cospetto dei carri armati del tiranno, così come fece Leone I al cospetto di Attila, e fermali intimando quel «vade retro Satana» di antica e nobilissima memoria,

mostrando agli invasori quella bandiera donata dai bambini da te amorevolmente accolti, con i colori di uno Stato sovrano che non può, non deve e soprattutto non vuole diventare vassallo di chi ha spostato all’indietro le lancette della Storia.

Mi fermo qui, “saltando” molte altre “lettere dell’alfabeto” non meno importanti, ma molto più complicate da far digerire, perché sarebbe già grasso che cola riuscire a far accettare quelle succitate.

Gli auguri pasquali di Zelensky agli europei.

(Se avesse tempo

li scriverebbe più o meno così)

(11 aprile 2022)

Cari europei, innanzitutto voglio scusarmi per esserci fatti invadere dalla Russia. So che la cosa vi procura dei fastidi, come dice la combattiva europarlamentare italiana Donato, e comprendo le lamentele che leggo sui vostri social, tipo: «dopo la pandemia ci mancava solo la guerra». Vi assicuro che essere bombardati ogni giorno procura qualche fastidio anche a noi.

Vi confesso che imparo tantissime cose quando i vostri intellettuali criticano aspramente i miei messaggi per espressioni ritenute fuori luogo. Spero possa costituire un’attenuante il fatto che in questo momento sia l’uomo politico più sotto pressione del Pianeta. Oltre al piccolo disagio costituito dal sistematico e ignobile massacro del mio popolo, infatti, dormo tre ore per notte, e non sempre, dovendo fare attenzione alle bande di ceceni e di altri mercenari assortiti che muoiono dalla voglia di farmi la pelle. Ogni santo giorno, poi, devo pensare a come elemosinare aiuti per i miei cittadini senza irritarvi troppo.

Mi scuso se, data la mia inesperienza, ho osato chiedere una no-fly zone e faccio appello alla vostra umana comprensione: quando ogni giorno ti arrivano notizie di donne stuprate, civili uccisi con un colpo alla testa, bambini che muoiono per mancanza di cure o sotto le bombe e città assediate con gli abitanti che muoiono di fame (muoiono proprio; l’espressione non è idiomatica) uno può anche perdere la testa. Per fortuna, però, ci siete voi che mi ricordate ogni momento che vedere il proprio popolo massacrato non è una buona ragione per rompere le scatole al prossimo e che l’espressione “ama il prossimo tuo come te stesso” è solo una favoletta che si racconta ai bambini negli anni del catechismo e che già dalle medie va sostituita con un’altra espressione, resa famosa da un simpatico ex parlamentare italiano: «Fatti i cazzi tuoi».

Un po’ per i pressanti impegni e un po’ per la difficoltà oggettiva di percepire i vostri ragionamenti, non ho capito bene l’automatismo in virtù del quale scoppierebbe la guerra nucleare sol che mi mandaste qualche carro armato decente, un po’ di armi che non assomiglino a quelle dei musei sulle guerre del passato e se qualche vostro pilota volontario venisse a darci una mano. Ma siccome voi sapete tutto e io sono un povero guitto, sarò io che sbaglio. Dal vostro punto di vista, poi, sicuramente pecco di pessimismo quando sostengo che, se ritenete normale rinunciare a difendersi da una colossale e sanguinosa invasione per non innervosire un dittatore, vedo un futuro piuttosto cupo per tutti. Dopo tutto, penserete, uno lavora tanto per diventare dittatore e gli si vuole pure negare lo sfizio di invadere un Paese limitrofo? Capisco perfettamente il vostro punto di vista. E poi è così carino con quel suo cappotto italo-francese da 13mila euro, mentre io non incanto nessuno con le modeste magliette verdi di dieci euro comprate al mercato. Scusatemi, per questo mio pessimismo ingiustificato.

Mi scuso in particolar modo con un altro italiano, l’eccellente prof. Orsini, per l’eccessiva veemenza con cui noi ucraini ci stiamo difendendo invece di arrenderci. Mi dicono che sia tanto preoccupato per i nostri bambini. Giuro che lo siamo anche noi. Purtroppo siamo persone semplici e non riusciamo a comprendere la “complessità” di cui lui parla, in virtù della quale rispondendo con i sorrisi alle cannonate riusciremmo a salvare la vita dei nostri bambini. Noi, invece, molto più semplicemente, pensiamo di difenderli proprio combattendo: saremo dei bifolchi ma proviamo istintivo fastidio al solo pensiero di farli crescerli sotto una dittatura, dopo aver assaporato non certo da molto tempo il dolce sapore della Libertà.

Mi rendo conto, come sottolinea il bravissimo giornalista Antonio Padellaro, che resistendo ai simpaticissimi fratelli russi creo dei problemi a voi e agli americani, che sono prigioniero del mio eroismo e che senza di me la cosa si sarebbe potuta accomodare. Altri, però, sempre dalle vostre parti, sostengono il contrario, cioè che Biden ha tutto da guadagnare da questa guerra e che io sono un suo fantoccio. Cortesemente, potreste fare un summit, mettervi d’accordo sulle mie effettive colpe e comunicarmi l’esito? Non vi nascondo che sono curioso.

Un grazie di cuore per come state accogliendo i nostri profughi: mi vengono le lacrime agli occhi al solo pensiero. Certo, un altro coltissimo intellettuale italiano, Luciano Canfora, giustamente venerato essendo un’intelligenza superiore, non ritiene che siano milioni perché la sua esperienza è tale da non consentirgli di credere a ciò che viene mostrato con immagini eloquenti e con le testimonianze dirette rese proprio da chi sia fuggito a gambe levate dal Paese in fiamme. Può darsi che abbia ragione lui e che io stesso stia prendendo un abbaglio. Fossero anche poche decine, comunque, grazie lo stesso per il vostro buon cuore. Non vi nascondo che, quando i miei collaboratori mi danno il resoconto di ciò che viene discusso nei vostri talk-show, affollati di persone che si affannano a sostenere che in guerra la prima vittima sia la verità, non so se piangere o ridere. Dite pure ai dubbiosi sui crimini di guerra perpetrati dai russi, tipo Freccero, Capuozzo, Paragone (Italiani anche loro! Non so spiegarmi perché in quel Paese ricco di bravissime persone siano i più fuori di testa ad avere tanto spazio mediatico, nonostante di analisti ragionevoli ve ne siano non pochi) che, se vogliono, possono farsi una passeggiata in Ucraina e organizzerò per loro un bellissimo tour turistico tra le città in macerie, le fosse comuni, le strade lastricate di cadaveri. Magari grazie ai buoni rapporti con gli invasori riusciranno ad entrare a Mariuopol, cosa impedita anche alla Croce Rossa, e rendersi conto che da molti giorni 150.000 civili sono senza cibo, acqua, medicinali ed elettricità. Facciano in fretta, però, perché lì i miei connazionali stanno morendo come mosche tra le macerie e la cifra indicata si assottiglia vertiginosamente, giorno dopo giorno.

Siete davvero fantastici quando iniziate i vostri discorsi con la frase “premettendo che Putin sia l’invasore di uno Stato sovrano”, per poi continuare per ore e ore a parlare male di noi ucraini e della

“volontà aggressiva della Nato”. Noi sempliciotti abbiamo molto da imparare da voi analisti complessi e intelligenti, ma, perdonatemi, ricordo male o la Nato è un’organizzazione “difensiva” che non si sognerebbe nemmeno nella notte di Halloween di invadere uno Stato confinante e che siete voi a dover temere la Russia e non viceversa?

Non ho capito bene la vignetta di Vauro (un altro italiano reso famoso dai media!!!) che rivendica il diritto di dire che gli sto sui coglioni. Ma chi glielo nega questo diritto? Non è buffo, e anche da cretini, avendo la massima libertà di parola e di dire castronerie senza doverne dare conto a nessuno, lamentarvi continuamente di essere censurati? Avete minimamente l’idea di cosa significhi “censura?” No? Ci vuole poco a comprenderne l’essenza: vi basta andare qualche giorno in Russia e provare a dire che Putin ha scatenato una “guerra”, che è un dittatore e che l’Ucraina è uno Stato sovrano col pieno diritto di essere arbitro del proprio destino. Prima di partire, però, non dimenticate di mettere in valigia l’abbigliamento delle escursioni in alta montagna. Trascorrere quindici anni in una prigione siberiana non è uno scherzo, soprattutto per chi fosse abituato a vivere in case iper riscaldate d’inverno e trasformate in celle frigorifere d’estate e pur di non rinunciare a questi privilegi è pronto a vedere l’Ucraina cancellata dalla carta geografica. È proprio vero! Devo ancora prendere dimestichezza con i meccanismi dell’umorismo occidentale!

Un salutone alla famosa associazione italiana ANPI che, graziosamente, non ha mai accusato noi ucraini per la guerra ma ha sempre conservato una perfetta equidistanza, senza però sognarsi minimamente di “accusare” Putin di averla scatenata. Sarebbe bello sapere come pensino sia scoppiata. Per sbaglio? Per gioco? Chissà… ma forse tutto si riconduce a quella complessità che a noi sfugge.

Un bacione a quella preparatissima professoressa il cui cognome rimanda a un famoso condottiero dell’antica Roma, insieme con le nostre scuse. Non sapevamo che la parola “resistenza” fosse un marchio depositato: non la useremo più, lo prometto. I nostri avvocati, però, ci hanno detto che possiamo usare il verbo “resistere” e ciò ci riempie di gioia.

Un ultimo ringraziamento agli analisti che indicano, come valida soluzione per giungere al “cessate il fuoco”, una trattativa di pace! “Grazie ar cazzo, non ci avevamo pensato!” ha esclamato un mio collaboratore con radici romane. Perdonatelo: è un sempliciotto.

Vi lascio con una bella frase che qualcuno di cui ora non ricordo il nome ha scritto sul social Facebook, anche se intrisa di chiari sentori retorici: «Se i russi smettono di combattere finisce la guerra; se gli ucraini smettono di combattere finisce l’Ucraina».

Rinnovo le scuse, pertanto, se cerco di mantenere alto l’umore del mio popolo massacrato dalle bombe con qualche frase retorica di troppo, che sicuramente vi annoia e v’infastidisce. Magari potreste suggerirmene voi qualcuna più efficace e soprattutto gradita. Siete così bravi a parlare! Più di ogni altra cosa, però, vi chiedo di non abbandonare il mio popolo solo perché vi sto sulle palle, non vi è piaciuta la fiction che ho interpretato prima di diventare presidente e uso un linguaggio con continui riferimenti a quei valori che so bene vi fanno venire l’orticaria. Se non vi sono simpatico, non punite per questo il mio popolo. Io ce la metto tutta per difenderlo e per cercare di conquistare la vostra stima e il vostro affetto, anche se mi rendo conto che non è facile. Anche a buttarla sulla pura simpatia, tuttavia, davvero quello che sta al Cremlino vi sta così simpatico da farvi perdere la testa e indurvi a ragionare alla fringuello di cane? Mah!

Un caro saluto e tanti auguri di Buona Pasqua, senza invidia per voi che potete trascorrerla in armonia con le vostre famiglie, magari in qualche bel posticino ameno scelto tra i tanti di quella bella Europa della quale anche noi, un giorno, vorremmo far parte con piena dignità. Se non vi costa troppa fatica, mandatemi almeno una cartolina: non servirà a fermare i carri armati ma mi farà sentire meno solo. Ora scusatemi, ma devo correre a organizzare la resistenza… pardon… a organizzare la difesa dei

territori sotto attacco, dove i russi, per accontentare un altro simpaticissimo giornalista italiano, Vittorio Feltri, vorrebbero trasformarci “in polpette”. Davvero non abbiamo alcuna voglia di accontentare né loro né Feltri.

Sinceramente vostro

Volodymyr Zelensky

(Questa lettera è stata elaborata partendo da uno spunto reperito in rete. Autore ignoto).

INCIPIT NR. 1

COSTITUZIONALISTI DA SALOTTO

In ogni concorso di bellezza, da quelli più importanti come Miss Universo e Miss Mondo, fino a Miss Castagna di Roccadaspide, le ansiose aspiranti protagoniste dei fascinosi mondi della moda e dello spettacolo, hanno una sola risposta alla domanda su quale sia la cosa più importante di cui la nostra società abbia bisogno: "La pace nel mondo". Nel film "Miss detective", Sandra Bullock, agente sotto copertura inserita tra le partecipanti di Miss America per smascherare un complotto, alla domanda rispose ironicamente: «Punizioni più severe per chi viola la libertà condizionata». Al conduttore, che aveva ascoltato con un perenne e compiaciuto sorriso da ebete stampato sul volto una serie infinita di "pace nel mondo", per poco non venne un infarto.

INCIPIT NR. 2

Articolo 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni rivolte a tale scopo».

PROLOGO

«Le città ucraine vengono distrutte, alcune del tutto come Mariupol dove c'erano circa 500mila persone, come nella vostra Genova. Ora a Mariupol non c'è più niente, solo rovine. Immaginate la vostra Genova completamente bruciata dopo tre settimane di assedio, di bombardamenti, di spari. […] L'obiettivo dei russi è l'Europa, influenzare le vostre vite, avere il controllo della vostra politica e distruggere i vostri valori, democrazia, diritti dell'uomo, libertà. L'Ucraina è il cancello per l'esercito russo, vogliono entrare in Europa". (Discorso di Zelensky al popolo italiano, 22 marzo 2022).

«L'arroganza del governo russo si è scontrata con la dignità del popolo ucraino. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa - e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin - è eroica. […] Gli italiani hanno spalancato le porte delle proprie case ai profughi ucraini, con quel senso di accoglienza che è l'orgoglio del nostro Paese. Continueremo a farlo perché davanti all'inciviltà l'Italia non intende girarsi dall'altra parte. […] Nelle scorse settimane è stato sottolineato come il processo di ingresso nell'Unione sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un'integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l'Italia è al fianco dell'Ucraina in questo processo: l'Italia vuole l'Ucraina nell'Unione europea». (Risposta del presidente Draghi a Zelensky)

BASTA COI COSTITUZIONALISTI DA SALOTTO

Si dice che i padri costituenti avessero pesato con la bilancia del farmacista ogni parola della Costituzione varata dopo i terribili anni di guerra. È facile crederlo, perché ciascuno di loro portava sulle spalle il peso del ventennio precedente o addirittura, per buona parte, l'arco temporale ancora più sconvolgente che ingloba entrambe le guerre mondiali. È più che legittimo, quindi, quell'articolo undici scritto con la chiara volontà di preservare il Paese da qualsivoglia "tentazione" bellica, da qualsivoglia "volontà di offesa", trovandosi ancora tra città in macerie e con un popolo allo stremo a causa della sciagurata volontà di dominio perpetrata durante gli anni del fascismo. Affermare in modo perentorio, pertanto, "l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa agli altri popoli", aveva un alto senso etico in virtù delle "gravi offese" perpetrate a popoli sovrani, che vivevano in pace e desideravano solo continuare a vivere in pace. Oggi quel concetto viene ripetuto come un mantra dai costituzionalisti da salotto, tra l'altro decontestualizzandolo e privandolo della seconda parte, senza rendersi conto che, pronunciata in quel modo, la frase fa lo stesso effetto della "pace nel mondo" auspicata dalle miss dei concorsi di bellezza. La si riduce a un concetto banale, quindi, tanto più irritante quanto più anacronistico rispetto alla straordinaria trasformazione sociale registratasi negli

ultimi decenni. Irritante soprattutto quando appare chiara la volontà mistificatoria, come recentemente accaduto con il manifesto dell'Anpi diffuso per la celebrazione del 25 aprile: articolo della Costituzione privo della parte più importante e addirittura la bandiera italiana con le bande colorate orizzontali, in modo da farla assomigliare a quella ungherese. Poco male: massacrati da uno stupendo pistolotto di Massimo Gramellini, che ci fa piacere riportare integralmente in nota 1, si spera abbiano imparato la lezione, per quel che può valere, avendo stufato e non da ora con tesi farlocche e balle sesquipedali che non incantano più nessuno. Le costituzioni non sono "per sempre" ed è inevitabile che debbano essere adeguate alla mutevolezza dei tempi. L'articolo undici oggi non solo è anacronistico, ma addirittura ridicolo nella sua banalità. Dire che l'Italia ripudia la guerra è più scontato del dire che gli "italiani si fermano tutti quando gioca la nazionale di calcio", perché qualcuno di sicuro non si può fermare per motivi di lavoro e vi saranno senz'altro migliaia di italiani non attratti dal calcio. In quanto alla possibilità di offendere gli altri popoli - siamo seri - viene da ridere solo a esprimerlo, un concetto simile. Le guerre scoppiano nostro malgrado e difenderci dai folli che le scatenano è un "dovere", prima ancora che un "diritto". In Ucraina stanno combattendo e morendo anche per difendere la nostra libertà.A I costituzionalisti da salotto (televisivo e non), che con la saccenteria tipica dei babbei e il tono tronfio degli ignoranti che si sentono colti, un giorno sì e l'altro pure ci ammorbano con le loro teorie tese a impedire di prestare soccorso armato al povero popolo ucraino, pertanto, sarebbe il caso di lasciarli a casa senza conferire loro alcuna dignità interlocutoria. Ogni volta che aprono la bocca, infatti, oltre a suscitare contorcimenti intestinali alla parte "ragionevole" del Paese, offendono - cosa molto più grave - quei poveri ucraini che stanno combattendo in condizioni pietose contro un nemico potentissimo e i loro connazionali qui residenti, costretti a subire de visu le oltraggiose masturbazioni mentali, profferite o per subdole speculazioni politiche o per l'assoluta indisponibilità a rinunciare anche a una briciola della propria agiata condizione.

Vi sarà tempo per una sana revisione costituzionale, magari prodromica di una vera riforma dello Stato che investa anche gli altri aspetti zoppicanti, ma ora vi è la casa che brucia e occorre spegnere l'incendio. Si faccia il possibile per assicurare il massimo sostegno al popolo ucraino, pertanto, inviando anche armi che consentano un'adeguata "resistenza" all'offensiva dell'invasore. Ci si adoperi inoltre, con fatti concreti, al di là del pur nobile proposito espresso da Draghi, affinché l'Ucraina entri presto nella UE. E intanto diciamo grazie e mandiamo fasci di rose a Magdalena Andersson e Sanna Marin, premier di Svezia e Finlandia, che in una conferenza stampa congiunta hanno dichiarato che è cambiata la policy di sicurezza in Europa, chiedendo espressamente l'ingresso dei rispettivi Paese nella NATO. "NATO", ossia North Atlantic Treaty Organization, organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della DIFESA, perché siamo noi occidentali che dobbiamo temere "le offese militari" degli altri e non certo gli altri a temere le nostre.

NOTA

1. Nel sacro nome della Resistenza, all'Anpi si è finito per perdonare di tutto. Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l'associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani. I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all'invasore nazista. All'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino. Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell'Anpi sta diventando la sua P. Anzitutto nessun cenno all'invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell'articolo 11 della Costituzione, "l'Italia ripudia la guerra", dimenticandosi di aggiungere "come strumento di offesa" e arrivando così all'assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione. Ultimo tocco d'artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell'aggressore russo. Alla fine,

l'unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d'Italia.

(Massimo Gramellini, Corriere della Sera, 12 aprile 2022)

EUROPA NEL CAOS

(22 aprile 2022)

Incipit nr. 1

«Per quanto mi riguarda Putin se la può mangiare l’Ucraina; non sono affari miei… morissero tutti, non me ne frega niente, ma io sputerò in faccia a chiunque mi dica che devo rinunciare anche a un solo grado di riscaldamento o di aria condizionata».

(Frase pronunciata da un professionista in un ristorante, durante una cena con amici di pari livello, mogli e figli adolescenti. I commensali adulti commentavano esprimendo convinto assenso. Concetti del genere, espressi anche in modo più volgare, si trovano a iosa nei vari social media).

Incipit nr. 2

«Questo è il nostro appello al mondo. Questo potrebbe essere il nostro ultimo appello. Siamo, forse, di fronte ai nostri ultimi giorni, se non ore. Il nemico ci supera in numero di 10 a 1. Hanno un vantaggio in aria, nell’artiglieria, nelle loro forze a terra, nell’equipaggiamento e nei carri armati. Noi stiamo difendendo l’impianto Azovstal, dove, oltre al personale militare, ci sono anche i civili che sono caduti vittime di questa guerra. Facciamo appello e supplichiamo tutti i leader mondiali di aiutarci. Chiediamo loro di utilizzare la procedura di “estrazione” (i corridoi umanitari, N.d.R.) e di portarci sul territorio di un altro Stato. Tutti noi, il battaglione di soldati di Mariupol, più di 500 combattenti feriti e centinaia di civili, tra cui donne e bambini, chiediamo di portarci in salvo sul territorio di uno Stato terzo. Grazie”.

(20 aprile: appello di Sergey Volyn, comandante della 36^ Brigata asserragliata all’interno delle Acciaierie Azovstal di Mariupol).

Daspo mediatico ai putiniani.

“Daspo” è un termine che riguarda precipuamente il mondo dello sport e indica il divieto imposto ad alcune persone di assistere a determinati eventi per pregressi comportamenti malsani. In questo caso, quindi, viene utilizzato come figura retorica, per suggerire di bloccare la massiccia presenza, nei talk show televisivi, di soggetti di varia natura e talvolta di bassissimo profilo etico e culturale, che sciorinano fiumi di argomenti tesi a giustificare, per le più svariate ragioni, l’aggressione russa al popolo ucraino.

Mariupol

Vi sarà tempo per “mettere a posto” qualche docente universitario che assomiglia a uno Stanlio che non fa ridere; a fior di intellettuali e accademici che formano comitati di dubbio e precauzione e fanno insorgere conati di vomito ogni volta che aprono la bocca; al corposo esercito dei “sì, però”, i più insopportabili Sì, è vero che Putin ha attaccato uno Stato sovrano, ma anche Cesare fece lo stesso con la Gallia. Napoleone non invase la Russia? Hitler è stato forse da meno? Stalin ha fatto di peggio! Ti sei dimenticato di Pol Pot? Gli USA hanno attaccato l’Iraq con la scusa delle armi di distruzione di massa nonostante fosse chiaro che non ce n’erano! Sì, è vero che Putin sta ammazzando una marea di civili, però, che vuoi, noi europei dovremmo tenercelo buono in chiave anti Cina e anti Usa; dopo tutto ci vende il gas a buon prezzo. Putin criminale di guerra? E gli Usa in Vietnam? Ma guarda che c’è anche una guerra in Yemen - dice uno - e ce n’è anche un’altra in Kenya - risponde l’altro, ignorando, ovviamente, che di focolai bellici nel mondo ce ne sono centinaia e che la storia dell’uomo è costellata di guerre. Non se ne può più. Secondo certi soggetti per parlare di un argomento di pregnante attualità si dovrebbe prima anticipare una premessa che riassuma la storia dell’umanità. La cosa più triste, poi, è l’accusa rivolta a molti analisti, compreso chi scrive, “di non dare peso” ad eventi non meno importanti della guerra in Ucraina, nonostante la facile verifica del contrario, grazie ai potenti mezzi offerti dai moderni sistemi mediatici. Si parla a vanvera e non va bene. In Italia vi è una nutrita comunità ucraina, ingigantita dal costante arrivo dei profughi che cercano di sfuggire alle atrocità dei russi, ben documentate grazie al coraggio di valenti reporter, che va rispettata e sorretta. Si può solo immaginare quanto dolore possa suscitare il dover ascoltare le masturbazioni mentali degli amici di Putin, consapevoli o inconsapevoli. Nei media, pertanto, si dia spazio solo a coloro capaci di “dare il giusto peso alle parole”. Non sono pochi gli analisti che non hanno mai mancato di denunciare le manchevolezze, in tutti i campi, del “sistema America”, giusto per citare l’esempio più di moda tra i “parlatori a vanvera”, adusi a guardare il dito mentre si indica la luna. La realtà è complessa e non è facile spiegare ogni volta che sì, è vero che gli USA hanno interessi da difendere antitetici a quelli degli europei, dei quali se ne sbattono, ma vivaddio dobbiamo essere noi europei a trovare la forza di “unirci bene”, per diventare “la prima potenza mondiale”. Se così fossimo, Putin se ne sarebbe stato buono a casa sua. Ora, però, prendiamo atto che in Ucraina stanno morendo per difendere anche “noi”, soprattutto grazie all’aiuto degli USA. Quante volte bisogna ripetere queste cose, sottraendo tempo ad argomenti più stringenti? Basta! Si taccino i parlatori a vanvera e si discuta solo tra persone serie.

La banalità del male Rubiamo ancora concetti altrui, in questo caso della scrittrice Hannah Arendt, per ancorarli alle vicende attuali. La casa brucia e quindi occorre spegnere l’incendio: nella fattispecie, come sopra esposto, non perdiamo tempo a discutere con i putiniani perché l’unica cosa importante, ora, è trovare il mezzo per fermare il massacro del popolo ucraino: anche tra le persone sensate vi sono propositi contrapposti in merito, ma bisogna agire in fretta perché in Ucraina si muore. Con pennellate rapide, tuttavia, è bene capire anche cosa “sostenga” tanto il pensiero di chi, con infinita spietatezza, ha ordinato quello che, di fatto, si sta perpetrando come un vero e proprio “genocidio”, quanto il pensiero dei “putiniani de noantri”.

Un grande psicologo e psicanalista italiano, Franco Fornari, in un importante saggio del 1966, “Psicoanalisi della guerra”, purtroppo oggi di difficile reperibilità, scrisse un concetto molto importante che si addice in modo impressionante ai fatti attuali: «Lo scoppio di una guerra di aggressione ha sempre a che fare con la mancata elaborazione di un lutto». Per Putin è facile intuire che il dissolvimento della vecchia Unione Sovietica non sia mai stato digerito (elaborazione del lutto); non a caso si è dato ampio risalto mediatico alle bandiere con falce e martello che sono tornate a sventolare nei territori ucraini occupati dai russi. Piuttosto che “accettare la realtà” Putin sta “disperatamente” tentando di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. Il termine “disperatamente” non è utilizzato a caso: la disperazione può portare a gesti estremi e l’enfasi con la quale ha annunciato che è già pronto “per l’uso” il missile con gettata di 5 000 chilometri, capace di trasportare ben quindici testate nucleari, lo dimostra ampiamente.

Zelensky e il suo popolo, diciamolo con estrema chiarezza, stanno stupendo il mondo. Nessuno si aspettava, soprattutto nell’Occidente in continua marcescenza grazie al progressivo abbandono dei valori più sacri a vantaggio di sub-culture degradanti, che nel terzo millennio vi fosse ancora qualcuno pronto a morire per un “concetto ideale”, invece di vendersi e sottomettersi subito, per evitare sofferenze. Si può immaginare il peso che grava su Zelensky nel vedere le scene strazianti dei bimbi uccisi, delle donne stuprate, delle città distrutte e sono da scolpire sulla pietra le parole del grande attore Sean Penn: «Mi ha colpito il fatto che ora stavo guardando un ragazzo che sapeva di dover raggiungere il livello più alto di coraggio e leadership umana. Penso che abbia scoperto di essere nato per farlo». Non meno importanti anche le parole di autorevoli governanti occidentali, che non hanno mancato di esaltare il coraggio del popolo ucraino, la volontà di “resistere” e di combattere fino alla fine, assicurando il massimo sostegno. Un sostegno che, però, seppure consistente sul piano umanitario, risente dei veti incrociati per quanto concerne l’unico di cui abbia effettivamente bisogno l’Ucraina: armi. Questo coraggio, però, e questa capacità di “morire per un’idea di libertà”, perché si trova naturale combattere per difendere la propria patria da una invasione, infastidisce troppe persone, facendo emergere la loro vigliaccheria, cosa che disturba, come ben testimoniato dallo psicoanalista Massimo Recalcati nell’ultima puntata del programma televisivo “Atlantide”, trasmessa dall’emittente “La7”: «C’è chi non sopporta l’esistenza stessa di Zelensky. In una società individualista come la nostra è difficile pensare che si possa morire per difendere un’idea; che si possa morire per difendere la dignità di un popolo e il suo diritto ad essere libero. Zelensky dunque appare come un fattore di disturbo che turba i sogni tranquilli». Da qui a sollecitare di arrendersi per farla finita perché l’estate incombe, il passo è breve. In quanto a fare sacrifici per “aiutare” il popolo ucraino, attuando subito un embargo totale delle forniture di gas, manco a parlarne: le masse ben definite nei famosi saggi di Ortega Y Gasset, Gustave le Bon, Sigmund Freud, Elias Canetti, solo per citare alcuni tra gli autori più importanti che abbiano scritto in merito, sono pronte a “sputare in faccia” a chiunque si azzardi a chiedere una cosa del genere.

Se Budapest piange Parigi non ride Parafrasiamo ancora vecchi “motti” per ancorarli all’attualità. La Francia è un grande Paese e questo nessuno lo discute, essendo a tutti noto cosa abbia rappresentato (e rappresenti) per la storia d’Europa e del mondo. Domenica prossima, però, si trova a dover eleggere il presidente della Repubblica scegliendolo tra due personaggi emblematici di quel decadimento che, se non va corretto per tempo, porterà alla sicura disgregazione del continente europeo. Non si può mandare all’Eliseo un’antieuropeista convinta come la Le Pen, che ammicca a Putin e per giunta è debitrice nei confronti di una società russa controllata da putiniani convinti (forse ex agenti del KGB) di ben nove milioni di euro, a suo tempo prestati da una banca poi fallita. Già Orban in Ungheria crea non pochi problemi; con la Le Pen all’Eliseo vi sarebbe da tremare. Contestualmente non dovrebbe essere riconfermato un presidente che ha dato prova di essere una significativa espressione “del peggiore europeismo”, ossia quello legato alle classi che dominano in modo malsano. I media usano il termine “Élite”, a mio avviso impropriamente, a meno che il termine non sia accompagnato da una chiara esplicazione che ne sancisca l’accezione dispregiativa (élite corrotte o qualcosa del genere).

Tertium non datur, tuttavia, e pertanto occorre scegliere tra la padella o la brace. Scegliere il male minore non è mai una scelta felice, perché si tende a perpetuarla, senza sforzarsi di portare al potere “i migliori”. In più occasioni - va detto per amor di verità e a scanso di equivoci, essendo il tutto facilmente reperibile - ho scritto che quando si dovessero verificare situazioni del genere tanto vale auspicare il successo del “peggiore”, affinché si possa dare vita a quello scossone che serve per le prese di coscienza che portano (o per meglio dire “dovrebbero portare”) a una catartica palingenesi.

Cose scritte, tuttavia, quando non vi era una guerra che ha stravolto ogni cosa e costituisce una minaccia globale. Con tanta mestizia nel cuore, pertanto, bisogna auspicare la vittoria di Macron, ossia del male minore. Salti nel buio ora non sono ammessi.

Il comandante dei marines ucraini, maggiore Sergei Volyn. Catturato dai russi nell'aprile 2022, fu liberato a settembre grazie a uno scambio di prigionieri.

DA RAMSTEIN SEGNALI DI

RISCOSSA PER L’OCCIDENTE.

SI SPERA.

(26 aprile 2022)

A Ramstein, nella base aerea statunitense, i rappresentanti di ben quarantatré Paesi si sono riuniti per coordinare il sostegno militare all’Ucraina. Ai Paesi aderenti alla NATO si affiancano alleati importanti del Pacifico: Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda; rappresentanti del Medio Oriente: Israele, Qatar e Giordania; quattro Stati africani: Kenya, Liberia, Marocco e Tunisia. Per l’Europa partecipano Svezia e Finlandia, che stanno lavorando alacremente per formalizzare il loro ingresso nella NATO, e ovviamente l’Ucraina.

Gli argomenti all’ordine del giorno mettono al primo posto la sicurezza e la sovranità dell’Ucraina, concetti sui quali non sono ammesse deroghe, nonché la linea da tenere con Mosca dopo la fine delle ostilità. L’incontro arriva dopo la visita a Kyiv di Lloyd Austin (segretario della Difesa USA e coordinare generale del meeting) e Antony Blinken (segretario di Stato - funzione che negli USA equivale a quella del nostro ministro degli Esteri).

Mark Milley, capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense, ha dichiarato che l’Alleanza deve assicurare «un supporto continuato all’Ucraina affinché vinca sul campo di battaglia».

Ramstein

Lloyd Austin, dal suo campo, subito dopo l’incontro con Zelensky aveva dichiarato testualmente: «Vogliamo vedere la Russia indebolita a tal punto che non possa più essere in grado di condurre attività come l’invasione dell’Ucraina». I delegati statunitensi si vanno sempre più convincendo che, grazie ai sostanziali aiuti, l’Ucraina potrà fermare le armate di Putin e l’incontro dovrà servire soprattutto a rompere ogni tipo di ambiguità che ancora si registra in Europa nell’affrontare la vicenda russo-ucraina. Servono armi, non solo dagli USA ma da tutto il fronte occidentale. E servono sanzioni più severe perché finora si è solo fatto il solletico all’economia russa. La minaccia della Russia non riguarda solo l’Ucraina ma, come sto scrivendo da settimane, l’intera Europa.

Solo due giorni fa “ipotizzavo” che tutto lasciava presagire una imminente estensione del conflitto oltre gli attuali confini, con esplicito riferimento alla Transnistria, conferendo all’aggettivo “imminente” una valenza temporale superiore alla settimana. Sono stato smentito dai fatti, ma purtroppo non come sarebbe stato auspicabile, stando a quel che si sente dai media.

Speriamo che nella piccola cittadina del Palatinato Renato si lavori davvero “cum grano salis” e si percepisca che, ci piaccia o no, il mondo è cambiato all’improvviso.

Non stavamo messi bene prima; stiamo molto peggio ora. E questa volta proprio non è possibile trascinarsi in eterno con chiacchiere senza costrutto, come per i summit sull’ambiente, nei quali da mezzo secolo si dicono sempre le stesse cose. Putin, il suo cerchio magico e purtroppo una fetta consistente del popolo russo, danno continui segnali allarmanti: che siano folli o lucidamente intenti a colpire l’Occidente, fa poca differenza. Vanno fermati prima che sia troppo tardi.

BYE BYE ONU

(27 aprile 2022)

Zelensky, che ovviamente ha ben chiare le dinamiche che muovono le mosse di Mosca, era stato molto esplicito: «Caro Guterres, che cacchio vai a fare da Putin?»

Le parole non sono state proprio queste, ma rendono bene lo spirito con il quale il presidente ucraino ha cercato di far comprendere al segretario generale dell’ONU che non vi è trippa per gatti in quel salone in cui fa bella mostra un tavolo che, simbolicamente, incarna la distanza tra due mondi con valori inconciliabili.

Ha fatto la figura del babbeo, Guterres, mentre Putin si prendeva gioco di lui, sfottendolo più o meno come dalle nostre parti fa con un intero popolo quel tizio capace di far giurare a un manipolo di lacchè che Ruby Rubacuori fosse la nipote di Mubarak. Mentire e far mentire per coprire una scopata con una minorenne, tuttavia, ancorché gravissimo, è ben poca cosa rispetto al dire in diretta planetaria, al cospetto del massimo rappresentante dei Paesi del mondo, che il massacro di Bucha non può essere imputato alle truppe russe: «Sappiamo chi ha messo in scena la provocazione», ha dichiarato letteralmente, con l’espressione sardonica di chi sa di potersi permettere di dire tutto quello che vuole, definendosi anche “messaggero di pace” e tirando in ballo, a giustificazione delle proprie azioni, la dissoluzione della Jugoslavia e l’intervento armato della Nato, paragonandolo alla situazione nel Donbass. In pratica, con un ragionamento arzigogolato, ha ricordato che le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk hanno il diritto di dichiarare la loro sovranità senza ricorrere alle autorità centrali dell’Ucraina, perché è stato creato un precedente in Kosovo, autoproclamatosi indipendente dalla Serbia nel 2008 e riconosciuto solo da un centinaio di Stati. Si è “dimenticato” di aggiungere, tanto per rendere più beffarde le sue argomentazioni, che tra gli Stati che non riconoscono il Kosovo figura proprio la Russia, come noto legata a doppio filo con la Serbia. Gli errori degli altri, di fatto, “autorizzano” chiunque a commetterne di analoghi; le guerre sbagliate degli altri giustificano le proprie, permettendo di rendere legittimo ciò che in passato si era addirittura condannato. Non ragionano diversamente i politici che rubano asserendo: «tanto lo fanno tutti, una volta eletti». L’incontro tra Putin e Guterres, in buona sostanza, se è risultato del tutto inutile per individuare una soluzione pacifica alla guerra in atto, sotto il profilo socio-politico, ha reso ben evidente - caso mai

Putin e Guterres

ve ne fosse stato ancora bisogno - che l’ONU, con le sue regole, non può in alcun modo ottemperare ai principi fondanti: “Mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, perseguimento di una cooperazione internazionale, favorire l’armonizzazione delle varie azioni compiute a questi scopi dai suoi membri”. Il mondo è una polveriera perché i confini geografici non corrispondono né con la volontà di dominio di molti tiranni né con il desiderio di appartenenza di milioni di persone. Le religioni fanno il resto e il forte dislivello economico aggiunge un bel carico da dieci. Prendiamo atto di questa realtà e rendiamoci finalmente conto che il mondo idilliaco, modello Shangri-la, esiste solo nello stupendo romanzo “Orizzonte perduto”, scritto da James Hilton nel 1933.

Che cosa fare, quindi? Quello che suggerisco da almeno mezzo secolo: l’Europa trovi la forza di unirsi in una federazione capace di costituire “un baluardo” contro ogni tentazione espansionistica da parte di chicchessia. Un esercito europeo, che di fatto rappresenterebbe l’esercito più potente del mondo, indurrebbe chiunque a miti consigli. Con un’Europa veramente unita sotto un’unica bandiera e un esercito “potente”, anche il ruolo della NATO assumerebbe una diversa connotazione geo-politica perché non sarebbe più a guida statunitense, ma europea. L’Europa, di fatto, assumendo il ruolo di “faro del mondo”, rappresenterebbe il più valido presupposto per quella pace oggi a parole da tutti invocata, ma difficile da raggiungere. Nel frattempo non dimentichiamoci che l’Ucraina ha bisogno di maggiori e più consistenti aiuti perché proprio non possiamo permettere che finisca nelle mani di Putin. Una volta stabiliti i “nuovi punti di forza”, potremo di nuovo permetterci di passeggiare sulla Prospettiva Nevskij e tornare ad abbracciare gli amici russi, col sorriso sulle labbra. E chissà, magari con un’Europa più potente, in Russia si potranno creare le premesse per un reale sommovimento interno capace di portare al potere le forze che si oggi si oppongono a Putin, in modo da non doverla più temere.

Non saremo a Shangri-La ma avremmo fatto davvero un bel passo avanti.

RUSSIA E UCRAINA: L’INTERVISTA DELLA CNN A REPASS

(6 maggio 2022)

Bergen e Repass

Ieri è stata resa pubblica l’intervista rilasciata dal generale Repass a Peter Bergen. Gli argomenti trattati risultano di fondamentale importanza per comprendere il complesso scenario che si muove intorno alla terribile invasione dell’Ucraina.

Il generale Mike Repass è l’ex comandante delle operazioni speciali statunitensi in Europa e ha svolto il ruolo di consigliere dell’esercito ucraino negli ultimi sei anni. È anche un autorevole membro delle Global Special Operations Forces, (Organizzazione senza scopo di lucro fondata per offrire soluzioni alle minacce globali di qualsiasi natura; N.d.R.). Nel mese di aprile ha visitato la Polonia e l’Ucraina occidentale per farsi un’idea sull’andamento della guerra.

L’autore dell’intervista, Peter Bergen, collabora come analista della sicurezza nazionale con l’emittente televisiva CNN; è vicepresidente della “New America” (think tank statunitense fondato nel 1999, specializzato nelle analisi socio- politiche, economiche, militari ed energetiche; N.d.R.); è docente di “Pratica” presso l’Università statale dell’Arizona (Ruolo specialistico che tende a supportare gli studenti più dotati, al fine di svilupparne le doti di leadership e proiettarli efficacemente nel mondo del lavoro con ruoli prestigiosi; N.d.R.)

B. Cosa ha compreso nel corso del suo recente viaggio?

R. Che l’Ucraina ha ancora bisogno di molto aiuto; che la Nato si sta muovendo troppo lentamente; che non abbiamo visibilità su cosa succede all’equipaggiamento militare quando entra in Ucraina. La fornitura di attrezzature militari è personalizzata anziché professionalizzata. Si stabiliscono le priorità di distribuzione e, da quanto ho potuto osservare, tali priorità non si basano sulla comprensione dei

tassi di consumo, delle operazioni future o dei dati oggettivi. Si basano sulle decisioni del comandante della brigata X o del settore Y che chiama e dice: «Ehi, ho bisogno di 27 missili Javelin». Non è così che si gestisce la logistica in tempo di guerra. Si dovrebbe stabilire con precisione il livello di consumo delle singole risorse materiali: carburante, munizioni, batterie, etc.

B. Si può ipotizzare uno scenario bellico che vada avanti all’infinito?

R. I tre scenari futuri più ovvi sono i seguenti: la Russia vince la guerra; l’Ucraina vince la guerra; indefinita situazione di stallo. Il primo e il terzo scenario, di fatto, costituiscono una vittoria per la Russia. In caso di stallo, infatti, la Russia rivendicherebbe la vittoria e continuerebbe ad occupare buona parte del territorio ucraino per un tempo non facilmente quantificabile. Non proprio una vittoria totale, ma comunque una vittoria. Cosa stiamo facendo noi occidentali, quindi, affinché non si verifichino le due opzioni favorevoli alla Russia? Al momento stiamo inviando molte armi all’esercito ucraino affinché possa difendersi dall’aggressione, ma il vero problema è che il Paese ha bisogno di risorse aggiuntive (militari, N.d.R.) per cacciare la Russia dall’Ucraina.

B. Perché?

R. Perché l’esercito ucraino non è in grado di respingere l’offensiva: servono più equipaggiamento, una maggiore potenza di fuoco e soldati addestrati. La Russia avrà sempre forze numericamente superiori, ma non necessariamente “migliori”. Ricordiamo cosa disse Stalin: “La quantità ha una qualità tutta sua”. Oramai è chiaro a molti che questa battaglia di logoramento prima o poi evolverà a vantaggio della Russia. Per impedirlo occorre potenziare l’esercito ucraino. Penso che vi sia una crescente consapevolezza tra i Paesi della Nato e la comunità internazionale sulla necessità di meglio sostenere la lotta dell’Ucraina indebolendo la Russia con un più efficace rafforzamento dell’esercito ucraino, scoraggiarla ulteriormente aumentando le nostre capacità (interne agli USA, N.d.R.) e quelle della Nato, ridurne la capacità offensiva e fare in modo che venga sconfitta sul campo. Ciò può avvenire solo costruendo una forza di riserva strategica e operativa che consenta all’Ucraina di svolgere operazioni offensive per cacciare i russi e proteggere i propri confini.

B. In che modo si dovrebbe realizzare questo progetto?

R. Stati Uniti, Francia, Polonia, Regno Unito e Germania devono fornire all’Ucraina, ciascuno per proprio conto, ciò che serve ad armare in modo efficace una intera Brigata. Questi Paesi hanno una significativa capacità militare e potrebbero meglio equipaggiare (in tutti i sensi, N.d.R.) l’esercito ucraino, contribuendo anche a un migliore addestramento militare (per un più efficace utilizzo delle armi fornite, N.d.R.)

Si tratterebbe, quindi, di costituire efficacemente cinque brigate in cinque settori operativi, che combatterebbero con equipaggiamento occidentale, secondo le tattiche di guerra occidentali, disponendo di tutto ciò che serve per lo scontro aria-terra, a cominciare dai carri armati NATO- interoperabili (capaci di essere utilizzati da tutti i militari dei Paesi aderenti alla Nato, N.d.R.), supporto aereo ravvicinato e difesa aerea. Un processo che si può attuare in sei-otto mesi.

B. Cinque brigate non sono troppe?

R. No. Una brigata è composta da circa ottomila soldati. Parliamo, quindi, di quarantamila soldati. Credo che gli ucraini siano in grado di reperirli, vista l’attuale emergenza nazionale. Storicamente, quando un esercito occidentale si è scontrato con un esercito rifornito dai russi, quest’ultimo è stato completamente annientato da un numero inferiore di forze. Ciò avvenne, per esempio, durante la prima guerra del Golfo, quando l’esercito americano distrusse gran parte dell’esercito di Saddam Hussein, in Kuwait. Gli armamenti occidentali hanno un significativo vantaggio qualitativo rispetto all’equipaggiamento russo. I rapporti di forza, pertanto, variano sensibilmente quando si tratta di confrontare le rispettive risorse. (Si parla di armi ed equipaggiamenti tradizionali. Non vi è alcun riferimento alle armi atomiche. Per meglio inquadrare il pensiero, tuttavia, va considerato che Repass fa

riferimento a “eserciti sostenuti dai russi”. In questo caso, però, è l’esercito russo in campo e ciò mina non poco le sue conclusioni; N.d.R.)

B. Perché i russi si attengono a un modello che non funziona efficacemente?

R. Utilizzano modalità retrograde. All’inizio della guerra ritenevano di favorire un colpo di Stato in Ucraina in pochi giorni. Non ha funzionato. Le truppe russe sono state fronteggiate con determinazione. (Traduzione letterale dell’espressione utilizzata da Repass: “Le truppe russe se lo sono fatto mettere nel c…; N.d.R.) Hanno trasferito tutta la loro potenza di fuoco, quindi, a Est e a Sud, utilizzando massivamente l’artiglieria contro gli obiettivi ucraini, distruggendo tutto ciò che incontravano durante l’avanzata. (Con quali tragiche conseguenze per i civili lo vediamo ogni giorno in TV; N.d.R.) Non si tratta di una guerra di manovra, pertanto, ma di una guerra di logoramento con il fuoco. Esattamente il contrario di ciò che abbiamo in Occidente: eserciti addestrati alla “manovra” (che quindi non prevede il massacro indiscriminato dei civili, N.d.R.)

B. Cosa ne pensa del nuovo comandante russo in Ucraina, il generale Aleksandr Dvornikov?

R. È un esperto della guerra di logoramento. Non è un tipo da guerra di manovra. Farà tutto ciò che ha fatto per tutta la vita: far saltare in aria e distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino e poi inviare le truppe con l’intento di deportare con la forza i cittadini ucraini, stroncando ogni possibile resistenza dal Donbas alla Crimea.

B. Come definirebbe lo stato della guerra a Est ea Sud in questo momento? I russi stanno vincendo?

R. La Russia sta facendo progressi metodici sia nel Nord sia nel Sud. Vogliono anche accerchiare Mykolayiv, distruggere i difensori e puntare su Odessa, dove possono giungere solo dopo aver distrutto tutte le forze ucraine intorno a Mykolayiv.

B. Perché l’obiettivo è Odessa?

R. Perché senza Odessa l’Ucraina non avrebbe più alcun sbocco sul Mar Nero. La città, inoltre, è anche la porta di accesso alla Transnistria e alla Moldavia.

B. Ritiene possibile un attacco alla Moldavia da parte della Russia? (Ipotesi più volte emersa negli ultimi giorni; N.d.R.)

R. La ritengo una seria minaccia e penso che i russi abbiano gli occhi puntati sulla Moldavia. Se possono prenderla, lo faranno. Per essere precisi, parlano di andare in Transnistria. Se riescono a costruire un ponte terrestre meridionale verso la Transnistria, lo faranno. Ciò li porterebbe alle porte della Moldavia, che ovviamente non sarebbe in grado di opporsi efficacemente all’invasione.

B. La guerra in Ucraina si sta allargando?

R. È un dato di fatto che la Bielorussia, Stato fantoccio al servizio di Mosca, sia stato il trampolino di lancio per l’offensiva in Ucraina. Pur non avendo contribuito con unità militari all’invasione, ha ospitato e supportato le forze russe. Dal suo territorio sono stati lanciati i missili di precisione. I funzionari di Putin hanno anche affermato che il Baltico non ha basi storiche e gli Stati di riferimento sono illegittimi. Hanno detto lo stesso dell’Ucraina, prima della guerra. (A onor del vero anche lo stesso Putin ha detto queste cose, non solo i suoi collaboratori civili e militari, N.d.R.) I tre Stati baltici e la Polonia credono fermamente che saranno i prossimi obiettivi della Russia, ritenuta una reale minaccia esistenziale. Non esistono prove concrete, del resto, sul fatto che Putin sia disposto a fermarsi all’Ucraina.

B. Cosa pensa dei continui riferimenti alle armi nucleari? Ne parlano solo per fare paura?

R. Sì, penso che sia questo lo scopo. Sarebbe diverso se fosse Putin a parlarne. Fin quando ne parla il ministro degli Esteri Lavrov, è tutta un’altra storia. Ritengo che sia solo per “darsi un tono”. I russi,

secondo la loro dottrina nucleare e come chiaramente affermato da Putin, userebbero le cosiddette armi nucleari tattiche solo in caso di effettiva minaccia al loro territorio.

B. A seguito dell’affondamento del Moskva, l’incrociatore missilistico che fungeva da nave ammiraglia della flotta russa nel Mar Nero, pensa che i cinesi stiano valutando l’opportunità di attaccare Taiwan?

R. Non penso. La Russia sta subendo forti perdite da un esercito numericamente inferiore, in un Paese invaso via terra. I cinesi dovrebbero attraversare cento miglia d’acqua per arrivare a Taiwan. Devono considerare, quindi, che l’eventuale attacco sarebbe molto più difficile del previsto.

B. Se fosse al posto di Putin oggi, come si sentirebbe?

R. Probabilmente meglio del giorno dopo l’affondamento della Moskva. Penso che si senta in conflitto con sé stesso e confuso, ma si rende conto che deve andare avanti per ottenere una vittoria. È prigioniero, inoltre, del suo “isolamento mediatico”. Usa raramente Internet da solo e, almeno fino alla fine del 2020, non disponeva nemmeno di uno smartphone. Non ha alcun legame con il mondo esterno e tutte le informazioni gli vengono fornite dalla sua cerchia ristretta o da ciò che legge nei media russi, controllati dallo Stato e adusi a pubblicare solo “veline”. Si trova nella stessa situazione in cui si trovano i cittadini della Corea del Nord e non riceve informazioni accurate. (Tipica esagerazione statunitense, che però rende abbastanza bene l’idea: che sia stato ingannato dai suoi collaboratori, anche per timore di riferire esattamente i rischi connessi a un’invasione strutturata in quel modo, è un dato di fatto sul quale nessuno nutre dubbi; N.d.R.)

B. Iniziare una guerra è facile. Le guerre hanno una loro logica. (Altro tipico concetto statunitense, sostanzialmente diverso da ciò che si pensa della guerra in Europa; N.d.R.) Questa guerra, sfortunatamente, potrebbe durare un anno o anche due.

R. Temo che abbia ragione. Questa sarà una guerra struggente e agonizzante se durerà più di un anno e penso che durerà almeno due anni. Ma non possiamo lasciare che entri in una situazione di stallo perché in questo caso Putin rivendicherà il successo seguito da una brutale occupazione del territorio ucraino che controlla.

(Link al testo originale: What it will take for the Ukrainians to win)

Cosa si può aggiungere a quanto asserito da Repass? Poco o punto. Allo stato delle cose le sue asserzioni risultano inconfutabili. L’Europa, però, ne esce con le ossa rotte perché gli USA guiderebbero l’intero processo di assistenza all’Ucraina, più di quanto non stiano già facendo. Il tono del generale, inoltre, quando cita i Paesi europei che dovrebbero contribuire all’operazione, è quello saccente di chi si pone in una posizione di “superiorità”, di comando. Addirittura non cita l’Italia, il cui esercito è sicuramente più numeroso e meglio addestrato di quello tedesco, con reparti che non sfigurano al cospetto di quelli di qualsiasi altro esercito del mondo. La mancata citazione, quindi, si può ascrivere a un retaggio pregiudizievole tanto ingiustificato quanto fastidioso, che meriterebbe di essere denunciato con fermezza.

In questi ultimi giorni, con riferimento a un buffo personaggio che popola i talk show, il cui nome non val la pena citare, si è parlato in modo ironico del “pensiero laterale”, aggiungendo quindi, stupidità alla stupidità. Il pensiero laterale è una cosa maledettamente seria, invece, e andrebbe “insegnato” a chiunque fosse designato ad assumere importanti decisioni.

In Europa stiamo assistendo l’Ucraina con concreti aiuti e questo è innegabile. Come ben traspare dall’intervista, però, non basta e Repass pensa di “addestrare” quarantamila soldati ucraini, la qual cosa, ancorché valida sul piano concettuale, richiederebbe tempo e quindi un alto costo di vite umane perché, nel frattempo, i russi non se ne starebbero con le mani in mano.

Chi scrive, che il “pensiero laterale” utilizza un giorno sì e l’altro pure, afferma senza tanti giri di parole che si potrebbe fare molto più di quanto suggerito da Repass, utilizzando proprio “soluzioni” scaturite dal pensiero laterale per aggirare l’impossibilità materiale di inviare soldati a combattere. Ogni Paese “occidentale” aderente alla Nato (Turchia esclusa, quindi), ivi compresi quelli che abbiano fatto domanda di adesione, selezioni dei volontari nell’ambito dei rispettivi eserciti. I volontari si dovranno dimettere, diventando quindi dei cittadini comuni. In tal modo potranno arruolarsi nella Brigata internazionale al servizio di Zelensky e, una volta inquadrati nelle Forze armate gestite dallo Stato maggiore ucraino, si troverebbero a combattere con le armi che ben conoscono. Se si riuscisse a mettere insieme almeno centomila uomini comprensivi di tutte le linee gerarchiche, sarebbe tutta un’altra musica. (E sarebbe molto triste se così non fosse, perché in Ucraina stanno combattendo e morendo anche per noi. Sarebbe lecito sperare, pertanto, che il numero possa essere anche superiore). Al termine della guerra ritornerebbero nei quadri precedentemente ricoperti, magari con qualche promozione e decorosi riconoscimenti economici. Questo vuol dire utilizzare in modo sensato “il pensiero laterale”, con buona pace di quel buffo docente che assomiglia a un comico che non fa ridere. E con buona pace anche degli USA, che dovrebbero cedere all’Europa il timone per la tutela della pace nel mondo.

INVADIAMO SVEZIA E FINLANDIA. DA TURISTI.

(17

maggio 2022)

Incipit

«Il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Il simbolo fa vibrare le corde dello spirito tutte insieme, mentre la mente è costretta a darsi a un singolo pensiero per volta. Il simbolo spinge le sue radici fino alle più segrete profondità dell’anima, mentre la lingua giunge a sfiorare, come un lieve alito di vento, la superficie dell’intelletto: quello è orientato verso l’interno, questa verso l’esterno. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Le parole fanno finito l’infinito, i simboli conducono invece lo spirito di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale». (J.J. Bachofen)

La vittoria dell’Ucraina all’Eurofestival

Sabato, 14 maggio, quando il conduttore dell’Eurofestival ha annunciato i voti provenienti da tutta Europa, che hanno ribaltato quelli della giuria, proiettando al primo posto la toccante canzone della Kulash Orchestra, “Stefania”, è stato come se i popoli europei si fossero stretti la mano e avessero pensato all’unisono la stessa cosa: «Oltre la musica, deve vincere l’Ucraina». La canzone è bella, senza dubbio, ma a nessuno può sfuggire come la vittoria sia stata fortemente condizionata dai fatti contingenti che vedono un popolo allo stremo ed eroici soldati capaci di combattere con uno spirito che non appartiene al “nostro tempo”, inducendo tutti noi a fare quotidianamente i conti con la nostra coscienza, con quell’effimero che assume una spropositata importanza e con problemi di poco conto ingigantiti dalla incapacità di conferire il giusto peso alle cose. La vittoria dell’Ucraina, quindi, assume quell’alto valore simbolico che trascende i limiti della natura umana e fa vibrare le corde dello spirito più di quanto possa accadere con qualsiasi altra cosa, proprio come preconizzato da Bachofen. La musica è riuscita a infrangere tutte le barriere e a trasformare l’Europa in un’unica grande nazione, unita senza riserve nel sostegno a “una parte di essa” vessata dalla tirannide. “Europa unita”, altra espressione che fa vibrare le corde dello spirito e infonde coraggio, soprattutto alla luce della ferocia che si registra lì dove si tenta di attentare alla sua “sovranità” «Serve un missile su Torino», ha

commentato stizzita la conduttrice russa Yulia Vityazeva, auspicando che la città della Mole fosse bombardata con un “missile Satana”, il terribile strumento di morte capace di trasportare ben otto testate nucleari! Come se la vittoria del gruppo ucraino fosse stata sancita dalla volontà di una città e non da quella di un intero continente. Metafora simbolica, quindi, utilizzata in chiave negativa. Del resto così si ragiona da quelle parti, quando le cose vanno in modo difforme da come si desideri: si parla di bombe atomiche con la stessa facilità con la quale il sabato sera noi discutiamo su che tipo di pizza scegliere in pizzeria, come ben traspare anche da quanto accaduto dopo la richiesta di adesione alla Nato da parte della Finlandia: il deputato Aleksey Zhuravlyov, vicepresidente della Commissione Difesa del Cremlino, ha candidamente dichiarato che, in caso di necessità, con il missile Kinzhal la Finlandia sarebbe ridotta in cenere in soli dieci secondi! Minacce analoghe - basta sfogliare i giornali degli ultimi due mesi per rendersene conto - si sono succedute con ritmo quotidiano nei talk show russi, di volta in volta rivolte a tutti i Paesi occidentali.

Tutti in vacanza in Svezia e Finlandia

Che risposta si può dare alla “follia” che trasuda ai vertici di una potenza il cui popolo, ne siamo sicuri, di là dalle apparenze, in massima parte è atterrito quanto noi da ciò che è costretto a subire? Istintivamente viene voglia di rispondere a tono, ma poi la maggiore capacità raziocinante ben ci suggerisce che con certi soggetti è inutile discutere. Resta il fatto che fanno paura. Fanno così paura che Svezia e Finlandia hanno deciso di abbandonare il loro secolare status di neutralità e “rifugiarsi” nella Nato, per sentirsi più protette. Si può ben immaginare cosa possano pensare poco più di cinque milioni di cittadini, che condividono un lungo confine con uno Stato iper militarizzato, quanto sentono che potrebbero essere polverizzati in dieci secondi!

Se le parole servono a poco, quindi, scegliamo ancora la via del “simbolismo” per dimostrare che l’Europa è unita, che non ha paura delle minacce, che è solidale con chi soffre e con chi subisce angherie e che non permetterà a nessuno di violare il suo sacro suolo.

Sono Paesi stupendi, Svezia e Finlandia, e non a caso le loro città annualmente troneggiano la classifica che indica i luoghi con la migliore qualità della vita.

Questa estate, quindi, sarebbe bello se milioni di turisti “invadessero” i due Paesi. Soprattutto i giovani facciano in modo che i media recepiscano il loro messaggio d’amore e di pace e ne parlino costantemente. In Finlandia creino una ideale catena umana lungo il confine con la Russia, visitando le città e i siti lacustri più belli: Nellim, Naruska, Onkamo, Lappeenranta, Kotka, per poi raggiungere Helsinki e godersi la città che, per antonomasia, risulta la più vivibile del mondo.

Si faccia sentire con forza la presenza dell’Europa. Una forza che deve scaturire soprattutto dai sorrisi e dalla fresca giovialità che solo i giovani sanno far trasparire. Sarà questa forza che, più delle armi, potrà far ragionare chi delle armi intenda servirsi per terrorizzare coloro che non hanno nulla contro il popolo russo, del grande Paese amano l’arte e la cultura e desiderano solo poter ritornare a passeggiare, con serena armonia, tanto sulla Prospettiva Nevskij quanto sulla Piazza Rossa. Serena armonia che può essere assicurata solo da un governo che si dimostri “amico” dell’Occidente e non minacci di bombardarlo con testate nucleari un giorno sì e l’altro pure.

Kalush Orchestra - Stefania (Official Video Eurovision 2022)

DMYTRO KOZATSKY

COMBATTENTE UCRAINO

(22 maggio 2022)

(Ultimo messaggio su Twitter di Dmytro Kozatskiy, combattente del Battaglione Azov, che i media hanno consacrato con l’espressione “Gli occhi di Azovstal”).

Mentre da Zelensky arriva l’ordine di deporre le armi e mettere fine alla resistenza di Mariupol, il soldato-fotografo, Dmytro Kozatskiy, alias “Orest”, che fuori dai bui sotterranei delle acciaierie viene già soprannominato «gli occhi di Azovstal» perché con i suoi scatti è riuscito a documentare la resistenza del battaglione Azov nei tunnel più bombardati d’Ucraina, usa Twitter per congedarsi dal mondo. Il giovane eroe ucraino si congeda dalle acciaierie di Mariupol dopo quasi tre mesi di resistenza scrivendo: «È fatta. Grazie di tutto dal rifugio di Azovstal. Luogo della mia vita e della mia morte». Parole strazianti, condivise da migliaia di utenti.

Nell’ultima foto lo si vede in uno scatto ante-guerra, pubblicato dalla Mamma, che così lo descrive:

PROLOGO

L’OMBRA DI STALIN: UN FILM SUL PRIMO

GENOCIDIO UCRAINO

(27 maggio 2022)

Titolo originale: Mr. Jones – Qui la versione integrale in inglese

Esterno giorno. Campo di grano accarezzato dal vento, ripreso in campo lungo. Sullo sfondo, un vecchio casolare di legno. La scena si restringe verso l’interno di una stanza e il rumore del vento si onde col ticchettio di una macchina da scrivere. Un uomo inquadrato prima alle spalle e poi di lato sta scrivendo qualcosa. La voce fuori campo ci rivela cosa : «Sull’opera non voglio fare commenti. Se non parla da sola è un fallimento. Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque; una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo. Non sono nato per un’epoca come questa. E voi? Il mondo è invaso da mostri,

ma suppongo che non vogliate sentire parlare di questo. Avrei potuto scrivere romanzi d’amore, romanzi che la gente ama davvero leggere; forse in un’epoca diversa lo avrei fatto. Ma se racconto la storia dei mostri per mezzo degli animali parlanti di una fattoria, forse l’ascolterete, forse capirete. È in gioco il futuro di tutti, quindi vi prego di leggere attentamente tra le righe».

L’uomo incomincia a scrivere il romanzo e la voce fuori campo, declamando le parole iniziali, ci fa comprendere che si tratta di George Orwell mentre dà corpo a uno dei suoi capolavori: La fattoria degli animali

La scena si sposta altrove. Un giovane, in un grande salone con attempati signori raccolti attorno al tavolo, parla del viaggio in aereo in compagnia di Hitler e Goebbels. Da ciò che dice capiamo che siamo a Londra, nel 1933, e il giovane è Gareth Jones, il giornalista gallese del Western Mail che aveva trascorso qualche mese in Germania per raccontare l’ascesa al potere di Hitler. Con palpabile enfasi riferisce ai membri del governo capeggiato da Lloyd George, di cui è consulente per gli affari esteri, le impressioni maturate durante il soggiorno, suscitando condivisa ilarità perché nessuno dà credito alla sua previsione circa “l’imminenza di una guerra”.

(Dal film Mr. Jones, disponibile in italiano con il titolo “L’ombra di Stalin”, diretto dalla regista polacca Agnieszka Holland).

IL GRANO DELLA CRIMEA È L’ORO DI STALIN

“Ben seduto sopra al trono, Stalin suona il suo violino. Guarda in basso con cipiglio, il Paese che dà il pane. Il violino è in legno scuro e l’archetto è molto teso. Quando suona i suoi comandi, li ascoltiamo tutti quanti. Ora Stalin ha finito di suonare il suo strumento. L’ha suonato così forte che le corde si son rotte. Sono morti quasi tutti, pochi sono sopravvissuti. (La poesiola, fino a questo punto nel film declamata da una bambina, continua sotto forma di canto, in russo, con sottotitoli in inglese, N.d.R.) Affamati e infreddoliti, siamo nelle nostre case. Niente da mangiare, nessun posto per dormire e il nostro vicino ha perso la testa (has lost his mind; ha perso la mente, è impazzito, N.d.R.) e ha mangiato suo figlio”. (Triste canto dei bambini ucraini vittime dell’holodomor). Non amo parlare delle piattaforme on line che trasmettono film, spesso producendoli e quindi impedendo la loro diffusione nei circuiti tradizionali, e mi genera grande sofferenza vedere la massiccia e crescente propensione all’utilizzo del tablet o addirittura del telefonino per la visione, la qual cosa equivale ad entrare nel ristorante La Tour d’Argent all’ora di pranzo e ordinare un hamburger con patatine fritte. Ma di questa triste fenomenologia sociale parlerò in altra occasione. Ora, invece, mi concedo una eccezione perché su una nota piattaforma, non a caso appartenente al terzo uomo più ricco del mondo, è disponibile un film del 2019 letteralmente snobbato dalle principali emittenti televisive e, manco a dirlo, mai uscito nelle sale italiane: “Mr. Jones”, tradotto con il titolo “L’ombra di Stalin”. Un film da vedere assolutamente sia per il valore intrinseco di natura storica sia per il solido rapporto con i fatti attuali.

La trama riguarda lo sterminio per fame del popolo ucraino perpetrato da Stalin, denunciato al mondo dal giornalista gallese Gareth Jones, che si recò in Russia nel 1933, dopo l’esperienza berlinese, e poi in Ucraina, per seguire le orme di un collega assassinato perché aveva scoperto il genocidio che si stava perpetrando. Jones aveva solo ventotto anni, ma il solido background culturale, la prima laurea conseguita a soli ventuno anni, la seconda presso l’Università di Strasburgo nel 1929, la perfetta conoscenza del francese, del tedesco e del russo gli avevano consentito una grande autorevolezza presso la redazione del giornale con cui collaborava, il Western Mail di Cardiff, e di essere nominato consulente per gli affari esteri dal Primo Ministro inglese. L’apprendimento del russo gli era stato facilitato dalla madre, che aveva lavorato nel territorio ora “ancora ufficialmente appartenente” all’Ucraina, al servizio di John Hughes, fondatore della città di Hughesovka, l’attuale Donetsk, caduta nelle mani dei russi dopo la recente invasione. Jones vi abitò per un breve periodo, insegnando l’inglese agli abitanti.

Il film ricostruisce dettagliatamente le vicende connesse alla drammatica scoperta dell’Holodomor, mettendo bene in evidenza la difficoltà riscontrata nel far conoscere la verità a causa della “simpatia” tributata dagli intellettuali di tutto il mondo al regime sovietico, grazie anche ai reportage di corrispondenti infami, per convenienza personale asserviti al regime staliniano pur conoscendone la vera essenza. Sotto questo profilo spicca il confronto tra James e il collega Walter Duranty, inglese di nascita ma emigrato negli USA, dove fu assunto dal New York Times per poi essere inviato a Mosca come corrispondente. Duranty divenne ben presto un “vero” propagandista di Stalin, vinse anche un premio Pulitzer e con la sua influenza riuscì a convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica, nascondendogli le atrocità di cui era responsabile Stalin. Nel film, mentre in un lussuoso ristorante Duranty festeggia con i facoltosi amici e colleghi l’evento solennemente annunciato dalla radio, drammaticamente impietosa, la voce fuori campo cita un passo del romanzo orwelliano: «Le creature fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era possibile dire quale fosse l’uno e quale fosse l’altro». Il film, è facile intuirlo, è pregno di scene che evidenziano magnificamente il tormento di un uomo che in Ucraina vede scene raccapriccianti e non riesce a comprendere come, occidentali come lui, riescano a fare la bella vita a Mosca, incuranti delle atroci sofferenze di un popolo costretto a cibarsi con i cadaveri dei propri cari, morti prima di loro. Indescrivibile, per crudezza, la scena nella quale Jones, rifugiatosi nella casa dove aveva abitato con la mamma, dopo essere sfuggito alle autorità sovietiche che lo avevano smascherato ed avevano timore che potesse rivelare la “verità” dei fatti, si vide offrire del cibo da alcuni ragazzi e alla domanda su dove lo avessero reperito gli fu indicato il corpo senza vita del loro fratello maggiore. Emblematico anche l’incontro con Orwell, al quale rivelò che le autorità russe, dopo averlo catturato, gli intimarono di ritornare in Inghilterra e raccontare che in Ucraina tutto funzionava a perfezione e che nessuno moriva di fame, altrimenti sei ingegneri inglesi, anch’essi imprigionati senza che avessero commesso alcun reato, sarebbero stati uccisi. «Se racconto questa storia – disse Jones – moriranno sei uomini innocenti; se però la scrivo, milioni di vite umane potrebbero essere salvate». Lapidaria la replica di George Orwell: «Io penso che dire la verità senza curarsi delle conseguenze sia un suo dovere, e un nostro diritto ascoltarla».

Jones raccontò la storia e disse anche che se Stalin non fosse stato fermato in tempo, ne sarebbero arrivati altri come lui. Ancora una volta, però, nessuno gli diede retta: l’unica preoccupazione era fare di tutto per non irretire Stalin. Orwell scrive nel suo romanzo: «Ma proprio in quel momento, come a un segnale convenuto, tutte le pecore scoppiarono in un belato tremendo. Quattro zampe buono, due gambe meglio. Continuarono per cinque minuti senza fermarsi. Quando le pecore si furono fermate l’occasione di protestare ormai era persa perché i maiali erano rientrati nella fattoria». Anche Lloyd George rampognò severamente Jones, invitandolo a ritrattare le dichiarazioni perché aveva ricevuto le rimostranze da parte del governo sovietico e non poteva permettersi di rompere i rapporti con Stalin, mettendo a rischio gli scambi commerciali e l’attività delle industrie che operavano in Unione Sovietica, sostenendo le finanze del Regno. Tutta la stampa anglo-americana si scagliò contro Jones, sobillata dal potente Walter Duranty, che sul New York Times pubblicò un articolo diffamatorio nei confronti del collega e altamente elogiativo per Stalin: «Voglio rassicurare i miei lettori affermando che la storia della carestia è completamente inventata», scrisse l’infame.

Jones ritornò a Cardiff e riprese a lavorare presso il Western Mail, ma con ruolo ridimensionato rispetto al suo valore. Caso volle, però, che ebbe l’opportunità di parlare con William Randolph Hearst, a capo del più imponente gruppo editoriale e multimediale dell’epoca, che contava decine di giornali, riviste, stazioni radiofoniche, agenzie che fornivano notizie ai quotidiani di tutto il mondo. I giornali di Hearst pubblicarono l’articolo di Jones e così la cortina di fumo che aveva avvolto i crimini di Stalin si dissolse come neve al sole. Solo apparentemente però, perché, nonostante l’evidenza, i fatti futuri avrebbero dimostrato che l’umanità non ha tratto alcuna lezione da quei drammatici eventi. «Per giorni e giorni gli animali non mangiarono che paglia e barbabietole. La fame sembrava

guardarli dritti in faccia. Era di vitale importanza nascondere questo fatto al mondo esterno. Incoraggiati dal crollo del mulino, gli umani stavano già inventando nuove menzogne sulla fattoria degli animali» fa dire la regista alla voce fuori campo, lasciando a Orwell le ultime drammatiche e profetiche parole.

Il RUOLO DEL GIORNALISTA

«Il giornalismo è la professione più nobile; devi seguire i fatti, dovunque portino, senza prendere posizione». Così si esprimeva Jones parlando con una collega tedesca, giustamente irretita per la piega che stava prendendo la politica del suo Paese, ma ritenendo che il comunismo staliniano potesse essere “la soluzione” per i problemi del mondo.

Seguire i fatti senza prendere posizione è qualcosa di straordinariamente sublime, perché consente di dire oggi che Tizio è stato bravo nella tal cosa e domani che ha commesso una sciocchezza immane. Chi eserciti la professione “prendendo posizione”, invece, ponendosi al servizio di qualcuno, prima o poi riceverà “l’ordine” di scrivere che Ruby Rubacuori è la nipote di Mubarack, che Putin è buono e misericordioso e la Russia dovrebbe entrare nell’Unione Europea, che la colpa della Seconda Guerra Mondiale va attribuita a Francia e Inghilterra e altre amenità simili. I giornalisti veri, gli uomini come Gareth Jones dovrebbero essere portati in palmo di mano, ma la storia insegna, invece, che sono i Walter Duranty a vincere i premi Pulitzer e a vivere alla grande. Per la cronaca: nell’agosto del 1935, Gareth Jones, mentre effettuava un reportage nella Mongolia Interna, fu rapito da alcuni banditi grazie alla complicità della guida, di cui ignorava il legame con i servizi segreti sovietici. Fu ucciso il 12 agosto, alla vigilia del trentesimo compleanno. La sua attività giornalistica in Unione Sovietica, come ampiamente trasparso, ispirò Eric Arthur Blair, alias George Orwell, per la stesura del romanzo “La fattoria degli animali”.

NOTE A MARGINE

Mentre scrivo questo articolo, dalla TV, impietose, giungono le immagini dell’offensiva russa in Ucraina. Il corrispondente di SkyNews24, Jacopo Arbarello, parla da Kharkiv con il freddo tono professionale imposto dal ruolo, ben celando ciò che prova: «Le cose vanno sempre peggio in Donbass per l’esercito ucraino. Questa mattina è arrivata la notizia che l’esercito russo controlla tutta la città di Liman, strategica perché e un hub ferroviario». Seguono le informazioni sull’inarrestabile avanzata e l’accerchiamento di importanti città, senza gas e senza elettricità da settimane. Sono oltre diecimila i soldati ucraini assediati. L’artiglieria, secondo consolidate tattiche militari, sta spianando la strada alla fanteria per l’attacco finale. Gli ucraini invocano nuove armi e il corrispondente dice che «forse si sbloccherà qualcosa da parte degli USA», tra qualche settimana. Zelensky, conclude l’inviato, accusa espressamente la Russia di praticare il genocidio del popolo ucraino e chiede con insistenza le armi di cui ha bisogno per difendere la sua gente. Questo è il secondo genocidio ucraino, cui assistiamo in diretta mondiale grazie ai reportage di valorosi giornalisti.

Che dire, a questo punto? Poco o punto. Le cose, come sempre, andranno come si deciderà lì dove si puote ciò che si vuole e noi poco possiamo fare, ora. Facciamolo, comunque, almeno quel “poco”. Nelle edicole, nei web store, nelle librerie, è disponibile il saggio “Volodymyr Zelensky per l’Ucraina”, edito da “La nave di Teseo”. Il libro raccoglie i discorsi del presidente ucraino sin da quando invitò solennemente il popolo all’unità di fronte all’imminente invasione russa. Dalle parole drammatiche del primo giorno di conflitto a quelle pronunciate davanti al Parlamento italiano, al Congresso americano e nelle più alte sedi europee, fino ai discorsi rivolti alla popolazione pubblicati sui social network, Zelensky è in prima linea. Difensore del suo Paese e della libertà messi in pericolo dalla guerra, ci avverte: «se cade l’Ucraina, cade l’Europa».

L’opera è stata pubblicata con il concorso delle autorità governative ucraine, rappresentate da Sua Eccellenza Vadym Omelchenko, ambasciatore in Francia. Il ricavato delle vendite sarà versato all’organizzazione di sostegno al popolo ucraino gestita dall’ambasciata ucraina in Francia. Non sarà molto, non fermerà i carri armati, ma servirà a dare un minimo di conforto a chi ha perso tutto e ora sta perdendo anche la speranza.

Scena del film: Jones in Ucraina tocca con mano gli effetti del genocidio
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CHE VERGOGNA!

(16 giugno 2022)

Popolo ucraino: perdona tutti noi che non riusciamo a impedire questo scempio.

LA COSTITUZIONE VA

INSEGNATA, NON MISTIFICATA

(3 giugno 2022)

2 giugno - Caserta - Il Prefetto e alti ufficiali della Brigata “Garibaldi” passano in rassegna i reparti militari

Ieri ho preso parte alla celebrazione commemorativa per il 76° anniversario della fondazione della Repubblica, nell’ambito dei ruoli ricoperti nell’ANB e UNUCI. Vi era tanta gente, davanti al Palazzo Reale, e ho scattato numerose foto, pubblicate nella pagina Facebook dell’Associazione nazionale bersaglieri – provincia di Caserta1 .

Ho evitato di fotografare un gruppo di scolari che esponevano un cartello con la frase iniziale dell’articolo undici della Costituzione (L’Italia ripudia la guerra) e una signora, avendo notato che ero passato oltre, mi ha chiesto il perché. Forse era una docente della scolaresca o la mamma di uno dei bimbi presenti nel gruppo. Le ho spiegato che quel cartello, scritto in quel modo, è “diseducativo” per i ragazzi in formazione, perché offre una visione distorta della realtà e assomiglia alla famosa frase pronunciata da tutte le “miss” che partecipano ai concorsi di bellezza, allorquando si chieda loro cosa sentano di augurare all’umanità, per un futuro migliore: “la pace nel mondo” rispondono tutte, senza eccezione alcuna.

Non conosco nessuno che non ripudi la guerra e da vecchio soldato addestrato a combattere posso affermare, senza tema di smentita, che sono proprio i militari coloro che la ripudiano più di tutti, ben conoscendone le drammatiche conseguenze. Le guerre, però, purtroppo, scoppiano da sempre e seimila anni di civiltà non sono riusciti a rendere tangibile quella pace nel mondo auspicata non solo

dalle miss dei concorsi di bellezza ma anche da tanti studiosi, filosofi, scienziati, che sulla stupidità della guerra hanno scritto opere stupende.

Insegnare ai bambini, pertanto, che la Costituzione italiana prevede il ripudio della guerra, senza aggiungere il resto, è una cosa tremendamente sciocca e, quando non retaggio di leggerezza, volutamente e “gravemente” fuorviante.

L’articolo undici, infatti, è molto eloquente: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Non si muoverà mai guerra a chicchessia, quindi, come purtroppo avvenuto in passato, ma non sta scritto da nessuna parte che se un tiranno qualsiasi ci dovesse attaccare porgeremmo l’altra guancia e gli diremmo: «Prego si accomodi; si prenda tutto il territorio che vuole, dica ai suoi soldati che possono stuprare a piacimento le donne e rubare tutto quello che vogliono nelle nostre case». Anche se in modo contorto, secondo un italico vizio che non si riuscirà mai a debellare, nella seconda parte, la più importante, si precisa che occorre aiutare chi venga offeso, minacciato o aggredito.

Aiutare “anche militarmente”, quindi, perché le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni non si ottengono con le marce, i raduni festosi nelle piazze e i pellegrinaggi nei luoghi sacri ma, purtroppo, solo combattendo, soprattutto dopo aver registrato il fallimento di ogni azione “diplomatica”. Questo va insegnato ai ragazzi, chiaramente e senza fronzoli “ideologici”, altrimenti quelli di loro che non dovessero riuscire a sopperire a una cattiva formazione, da adulti diventeranno come quei soggetti un po’ strambi che ogni sera dicono cavolate insulse in TV, magari forti addirittura di titoli accademici, incuranti che in Ucraina è in atto il secondo genocidio, dopo quello perpetrato da Stalin con lo sterminio per fame di oltre dieci milioni di persone.

Si vis pacem para bellum, dicevano i latini. Non dobbiamo mai dimenticare questo assunto, senza peraltro rinunciare a quello pronunciato da Paolo di Tarso, Spes contra Spem, perché comunque bisogna sempre lottare con tutte le forze affinché in futuro le cose possano realmente cambiare, nonostante le continue circostanze avverse attentino quotidianamente a ogni presupposto di speranza.

1. La pagina Facebook è stata modificata in pagina regionale nell’ottobre 2023 a seguito della mia elezione a presidente regionale ANB.

UCRAINA: “VERBA VOLANT SCRIPTA MANENT” (A FUTURA MEMORIA)

(18 giugno 2022)

Ursula von der Leyen indossa un abito con i colori dell’Ucraina

“Oggi abbiamo adottato la raccomandazione al consiglio di dare all’Ucraina una prospettiva europea e lo status di candidato all’ingresso nell’Unione“. Lo ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen dopo la riunione del collegio. “L’Ucraina ha chiaramente dimostrato l’aspirazione e l’impegno del Paese di essere all’altezza degli standard europei. L’Ucraina è una democrazia parlamentare molto solida, che vanta un’amministrazione eccellente. L’Ucraina ha mostrato di avere un livello di deficit solido prima della guerra, ha già compiuti passi importanti per essere un’economia di mercato funzionale. Molto è stato fatto ma molto lavoro resta ancora da fare per l’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ad esempio sullo stato di diritto, la giustizia, la lotta alla corruzione e la rimozione del potere degli oligarchi sull’economia”.

Macron: «Siamo venuti per inviare un messaggio di unità europea verso tutti i cittadini ucraini. Un messaggio di sostegno perché le prossime settimane saranno molto difficili».

Draghi: «Il messaggio più importante è che l’Italia vuole l’Ucraina nell’Ue e vuole che abbia lo status di candidato, e sosterrà questa posizione nel prossimo Consiglio europeo. Zelensky comprende

che è una strada fatta di riforme profonde. Siamo a un momento di svolta nella nostra storia: il popolo ucraino difende i valori di democrazia e libertà del progetto europeo, non possiamo indugiare e ritardare il processo, dobbiamo creare una comunità di pace e di diritti».

Chiariamo alcuni concetti fondamentali, perché, soprattutto in Italia, la confusione è ancora tanta, come ben traspare in un precedente articolo. Un giorno saremo tutti chiamati a rispondere di ciò che diciamo, facciamo e scriviamo in questi tristi mesi che vedono un popolo invaso, vilipeso, massacrato e NON sufficientemente tutelato dalla comunità internazionale.

Le parole pronunciate dai massimi esponenti della politica europea sono chiare, anche se contengono dei “distinguo” che lasciano trasparire quei giochetti dialettici che sarebbe opportuno evitare in momenti come questi.

La strada per l’ingresso dell’Ucraina nell’UE è segnata e su questo nessuno nutre dubbi. Il problema principale è rappresentato dal tempo necessario per espletare le procedure previste dai Trattati e non turbare chi sia in lista d’attesa da molti anni. Diciamo subito a chiare lettere, quindi, che il presupposto di solidarietà nei confronti del popolo ucraino deve trascendere ogni altra esigenza di natura “egoistica” (non solo politica, ma anche economica) e sarebbe un segnale stupendo se fossero i Paesi che aspirino ad entrare nell’Unione i primi a invocare un percorso più agevole e accelerato per l’Ucraina. Sarebbe un bel passo in avanti verso quella unione politica che, necessariamente, dovrà rappresentare il futuro del Continente.

La von der Leyen poteva risparmiarsi la frase sulla corruzione, considerata quella che si registra in ogni Paese dell’Unione e nell’ambito del “suo” stesso Palazzo, non certo immune dai giochi sporchi. Draghi si è preoccupato di dire che Zelensky non ha chiesto armi. Non sapremo mai con che tono sia stato affrontato l’argomento. È ben chiaro, invece, che senza armi adeguate l’Ucraina sarà occupata dalla Russia e tutte le “chiacchiere” (troppe) fatte nei giorni e nei mesi scorsi, si tramuteranno in parole al vento.

In Italia sono ancora tante le persone - giornalisti, politici, accademici - che scrivono cavolate insulse per giustificare l’invasione e i massacri di Putin.

Ben vengano le liste di proscrizione, quindi, perché queste persone, che per il ruolo ricoperto non possono beneficare del dubbio della buona fede, sono a tutti gli effetti dei complici di un tiranno. Se fossimo in guerra dovrebbero essere processati come traditori e fucilati nella schiena. Questo non è possibile, ovviamente, ma siano almeno esposti al pubblico ludibrio e appellati con il nome che meritano: canaglie.

Mi chiamo Pasquale Michele Pompeo Lavorgna, detto Lino, alias Galvanor da Camelot l’ultimo cavaliere errante e prendo nettamente le distanze da chiunque non manifesti piena, totale e indiscussa vicinanza al popolo ucraino e al suo fantastico leader, tirando in ballo le secolari distonie dell’Occidente. Chi abbia onorato onestamente il proprio ruolo sociale, in qualsiasi campo, soprattutto in quello mediatico, politico, accademico, potrà sempre facilmente dimostrare di aver oculatamente distinto in ogni circostanza il grano dal loglio relativamente alle “gravi colpe” che hanno segnato la storia occidentale…. dalla fondazione di Roma in poi. Ho l’onore e il privilegio di far parte di questa categoria e “carta canta”. Parlare ora solo del “loglio”, invece di “stringerci a coorte” per difendere i nostri valori più sacri e nobili, è da infami. È anche da cretini, ma i cretini non contano e loro non sono nemmeno degni del pubblico ludibrio.

A futura memoria, nel rispetto degli insegnamenti di vita ricevuti innanzitutto dai miei Genitori.

ONORE AI VALOROSI SOLDATI UCRAINI, ONORE AI VALOROSI COMBATTENTI DELLA BRIGATA INTERNAZIONALE, DA QUALSIASI PARTE PROVENGANO. ONORE AI MIEI CONNAZIONALI, CHE CON LA LORO PRESENZA RISCATTANO, IN QUALCHE MODO, LA VERGOGNA CHE TRASPARE DALLE STATITISCHE UFFICIALI, CHE CI VEDONO COME I MENO SOLIDALI CON CHI STA TRASCORRENDO I GIORNI PIÙ TRISTI DELLA PROPRIA VITA. (SOLDATI UCRAINI PARLANO DEI VOLONTARI ITALIANI)

EUROPA SOTTO ATTACCO E LA

GENTE PENSA ALLE VACANZE.

(19 giugno 2022)

«La guerra in Ucraina potrebbe durare per anni», ha avvertito il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano tedesco Bild am Sonntag”, esortando i Paesi occidentali a non smettere di assicurare il sostegno a Kiev. «Dobbiamo essere preparati al fatto che duri anni e non dobbiamo indebolire il sostegno all’Ucraina, anche se i costi sono elevati, non solo in termini di supporto militare, ma anche a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari. I costi di cibo e carburante, del resto, non sono nulla rispetto a quelli pagati quotidianamente dagli ucraini in prima linea. Inoltre, se il presidente russo Vladimir Putin dovesse raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina, come quando ha annesso la Crimea nel 2014, dovremmo pagare un prezzo ancora maggiore».

«Non daremo via il sud a nessuno. Restituiremo tutto ciò che è nostro e il mare sarà ucraino e sicuro» ha dichiarato testualmente Volodymyr Zelensky, in un video messaggio su Telegram, al rientro dalla visita a sorpresa ieri nel sud del Paese, a Mykolaiv e Odessa, i due centri strategici sul mar Nero, dove ha incontrato le truppe. Il presidente ha aggiunto di aver parlato con le truppe e la polizia durante la visita, riferendo che «Il loro umore è fiducioso e non c’è dubbio nei loro occhi che l’Ucraina vincerà la guerra contro gli invasori russi». (Fonti note succitate: swissinfo.ch e ansa.it)

In Gran Bretagna, intanto, si esprime senza tentennamenti il generale Patrick Sanders, capo dell’esercito: «Siamo la generazione che deve preparare l’esercito a combattere ancora una volta in Europa poiché l’invasione russa dell’Ucraina mina la stabilità globale. Siamo entrati in una nuova era di insicurezza. Sono il primo Capo di stato maggiore dal 1941 a prendere il comando dell’esercito all’ombra di una guerra di terra in Europa che coinvolge una potenza continentale. La persistente minaccia dalla Russia mostra che siamo entrati in una nuova era di insicurezza. È mio unico dovere

rendere il nostro esercito il più letale ed efficace possibile. Il momento è adesso e l’opportunità è da cogliere». La dichiarazione è una esplicita risposta a quanto asserito da Putin, secondo il quale gli ex Stati Sovietici “fanno parte della Russia storica”, parole pronunciate a loro volta in replica a quanto asserito dal presidente kazaco Qasim Tokaev: «Il nostro Paese rispetta le leggi internazionali. Per questa ragione, noi non riconosciamo Taiwan, Kosovo, Ossezia del Sud e Abkhazia. E applicheremo lo stesso principio a “quasi stati” di nuova formazione come a nostro avviso vanno considerate le Repubbliche di Donetsk e Lugansk». (Fonte: vari quotidiani on line).

In Italia in tanti non hanno ancora capito che NON aiutare militarmente l’Ucraina VUOL DIRE AIUTARE Putin a espandersi in Europa. Questi soggetti, se insigniti di poteri decisionali, sono un pericolo per la sicurezza nazionale e andrebbero messi in condizione di non nuocere. È appena il caso di ricordare, tanto per essere espliciti, che pur non contemplando l’attuale codice penale militare la pena di morte, se fossimo coinvolti direttamente nelle operazioni belliche sarebbero comunque condannati all’ergastolo in quanto sodali col nemico, la qual cosa, oltre a marchiarli a vita, non è proprio una vacanza in un hotel a cinque stelle.

Si sta scherzando col fuoco, un po’ per leggerezza, un po’ per ignoranza e soprattutto per egoismo e viltà. Sarebbe il caso, quindi, che la si smettesse con le chiacchiere a vuoto, con il conferimento di dignità interlocutoria su fatti di così pregnante gravità ad autentici signor nessuno e si incominciasse a prendere atto della drammatica realtà. Un cielo cupo si addensa sul cielo d’Europa. Prepariamoci subito perché se incomincia a piovere sarà troppo tardi.

Intanto suggerisco la lettura di un bellissimo articolo di Bernardo Valli, pubblicato nell’edizione cartacea de “L’Espresso” (nr. 23 - 12 giugno 20229) con il titolo: “Il lupo di Mosca non perde il vizio”

Mentre mi accingo a pubblicare questo articolo sento papa Francesco che lancia un monito dalla TV: «Non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino, in questo momento. Popolo che sta soffrendo. Io vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: ‘Cosa faccio io, oggi, per il popolo ucraino? Prego, mi do da fare, cerco di capire?’ Ognuno si risponda nel proprio cuore».

Caro papa Francesco, so che è tuo dovere parlare esattamente come parli, ma proprio per rispondere “pienamente” su cosa faccio io oggi per il popolo ucraino, con il massimo rispetto per il tuo altissimo ufficio, ti dico pacatamente che le preghiere non fermano i carri armati, purtroppo, perché Dio non s’impiccia delle faccende di noi umani, come la storia insegna, e c’è poco da capire perché in tanti abbiamo già capito tutto ben prima del 24 febbraio scorso.

Per quanto mi riguarda, quindi, cercando di onorare al meglio il mio ruolo di giornalista e di analista delle fenomenologie sociali, mi do da fare scrivendo continuamente articoli per spiegare come stiano le cose… sapessi con quanta fatica, perché spesso ho la sensazione di parlare al vento. Ma non demordo.

Avessi vent’anni “mi darei da fare in modo diverso”, facendo ciò che dovrebbero fare i giovani di tutt’Europa, purtroppo persi nel nulla di una vana esistenza che prelude al vero tramonto dell’Occidente.

Exsurge Europa, quindi, grido ancora una volta, esortando te, come già fatto in passato, a correre in Ucraina per fermare Putin, cercando di emulare il tuo predecessore Leone I che fermò Attila. Non è detto che vi riesca, ma tentar non nuoce.

Io posso solo scrivere ogni giorno ciò che scrivo, chiedendo perdono al popolo ucraino per non essere in grado di fare di più e meglio.

NATO: BENVENUTE SVEZIA

E FINLANDIA

(29

giugno 2022)

MagdalenaAnderssoneSannaMarin

Oggi festeggiamo con la gioia nel cuore l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia. I problemi interni da risolvere sono tanti, ma oggi niente polemiche, anche perché la priorità va data a quelli esterni. Un passo alla volta. In tanti, per fortuna, stanno capendo che occorre pensare a un mondo migliore prima che sia troppo tardi: la NATO più forte e l’EUROPA più unita sono le premesse basilari per un futuro di pace. (Mi si perdoni l’autocelebrazione, ma dico queste cose da decenni).

I media dedicano molta attenzione al vertice della NATO, che inizia ufficialmente oggi a Madrid, dopo il “prologo” di ieri, non a caso definendolo storico. Qui da me vi sono quarantadue gradi e, nel rispetto di quell’austerity che nessuno ci impone ma che tutti dovremmo auto infliggerci, sto refrigerando il mio studio con “giochi di corrente” tra porte e finestre, senza far ricorso all’aria condizionata. Non è male, ma non ce la faccio a produrmi in un’analisi articolata su cosa rappresenti l’evento e pertanto vi rimando al bellissimo articolo di Claudio

Tito su “la Repubblica”, il quale o è molto più resistente di me alla calura di questi giorni o ha scritto le sue riflessioni senza farsi tanti scrupoli, trasformando il posto di lavoro, in redazione o a casa, nella classica cella frigorifera che porterà alle stelle la prossima bolletta energetica. Se così fosse lo perdoniamo, dovendo egli onorare un impegno per il quale prende bei soldini, a differenza dell’umile collega che scrive questa nota.

(Se per una ragione qualsiasi il link non dovesse aprirsi o l’articolo non dovesse leggersi integralmente, lo trascrivo integralmente in calce).

Per quanto mi riguarda, pertanto, posso solo “onorare” questo giorno con un aneddoto personale, risalente a ben quarantasei anni fa, quando servivo la Patria in armi nel Corpo d’élite dell’Esercito Italiano, presso il 18° Battaglione “Poggio Scanno”, in quel di Milano. Alternavo il ruolo di “mortaista da 120” a quello di collaboratore del Comandante, per il quale traducevo gli articoli pubblicati nelle riviste militari francesi, inglesi e statunitensi. Incarico particolarmente gradito sia per lo status privilegiato che da esso scaturiva sia per l’arricchimento culturale dovuto alla lettura di testi che, oltre alle strategie militari, trattavano argomenti di storia e geo-politica, mettendo in luce come i nostri alleati vedessero le vicende legate alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, ai rapporti con la Russia, che allora costituiva il fulcro dell’URSS e faceva più paura di quella dissoltasi dopo il crollo del muro di Berlino e, purtroppo, meno di quella che ha ripreso a ruggire con la terribile recente invasione dell’Ucraina. Qualche problema, invece, si registrava sul fronte dell’addestramento tattico, a causa delle scarse risorse economiche dal Governo destinate alle Forze Armate, che obbligavano a scelte forzate per rispettare il budget assegnato. All’esercitazione pratica, per esempio, fu destinato un solo giorno di addestramento nel poligono di Cuzzago Nibbio e ciascun mortaista ebbe a disposizione solo un proiettile per calibrare il tiro. I mortai attualmente in dotazione nei vari eserciti, dal punto di vista progettuale, sono identici a quelli di cento anni fa e si differenziano solo per l’utilizzo di bombe con sistemi di guida laser e GPS, che consentono la massima precisione nel centrare il bersaglio. All’epoca, invece, il puntamento veniva effettuato con complessi calcoli

trigonometrici e a ogni batteria venivano assegnate quattro risorse (attualmente ne bastano due): il comandante di squadra, solitamente un graduato, che aveva il compito di controllare l’arma prima del tiro e comunicare i dati da impostare; il capo arma puntatore, che impostava i dati di tiro; il porgitore, o servente all’alzo, che porgeva le munizioni al caricatore, detto anche servente allo sbando, che doveva intervenire sulla bussola dell’affusto e poi, finalmente, infilare il proiettile nella bocca di fuoco. Il mortaio in dotazione era difettoso e pertanto, nonostante il corretto puntamento, il proiettile cadde almeno duecento metri sulla destra del bersaglio, senza che ciò costituisse alcun problema: il tiro risultava perfetto, a giudizio del capitano, in virtù dello sbandamento previsto.

L’attività in caserma procedeva con il metodico programma quotidiano, che sfociava nelle gradite scappatelle del fine settimana, sfruttate per un breve rientro domiciliare o per l’inevitabile avventuretta sentimentale con qualche fanciulla disponibile, magari conosciuta durante le frequenti passeggiate al Parco Lambro nelle ore di libera uscita. Di nuove esercitazioni pratiche non se ne parlava proprio. Come un fulmine a ciel sereno, invece, arrivò una notizia che fece trasalire tutti: trasferta a Capo Teulada per partecipare alle esercitazioni congiunte dei Paesi aderenti alla NATO. La notizia, ovviamente già nota ai superiori, ci fu comunicata solo sette giorni prima della partenza. Forte del ruolo privilegiato in funzione del rapporto diretto col Comandante, trovai il coraggio di chiedere un ritorno al poligono per effettuare i tiri necessari a stabilire una corretta taratura del mortaio, al fine di correggere lo sbandamento, ottenendo, però, un deciso rifiuto: le deficitarie risorse economiche non consentivano esercitazioni fuori programma. Il poligono di Capo Teulada, raggiunto dopo un estenuante viaggio in treno, elicottero e camion militare, si estende su una superficie di ben 7.200 ettari e funge da struttura per le esercitazioni sin dal 1951. Le esercitazioni del battaglione erano programmate per il giorno successivo a quelle dei soldati statunitensi, che si fecero ammirare per efficienza e l’impressionante volume di fuoco rovesciato sui vari bersagli, sia con i carri armati sia con le armi in dotazione alla fanteria.

Verso le dieci del mattino furono i fanti a iniziare le esercitazioni, che consistevano nella simulazione di un attacco a una postazione nemica. Erano muniti del vecchio fucile Beretta BM 59, che consentiva di sparare a colpo singolo o a raffica. Il caricatore poteva contenere venti colpi, ma a ogni soldato ne furono dati solo otto, con l’ordine perentorio di sparare a colpo singolo, distanziando gli spari di qualche secondo per dare alla manovra un minimo di credibilità, senza peraltro riuscirvi: il volume di fuoco era davvero poca cosa rispetto a quello messo in campo dai soldati statunitensi, il giorno precedente.

Nel pomeriggio era prevista l’esercitazione con il mortaio e proprio non mi andava di espormi a una brutta figura, ancorché ampiamente prevista e quindi senza conseguenze. Il bersaglio da colpire era al centro di un isolotto distante poco più di tre chilometri dalla postazione e trecento metri dalla battigia, a ridosso della quale era stato collocato un immenso palco che ospitava autorità civili, militari e religiose; giornalisti e ospiti vari. L’ordine era chiaro: calcolare la traiettoria senza preoccuparsi dello sbandamento e pazienza per il sicuro mancato centro. Anche a venti anni non potevo certo definirmi una “testa calda” ma, come già detto, l’idea di far ridere i soldati di mezzo mondo proprio non la reggevo. Un pensiero mi frullava nella mente già da alcuni giorni: calibrare il tiro in modo da “tentare” di recuperare lo sbandamento. Tutto sarebbe stato più semplice se si fossero effettuate delle esercitazioni preventive, ma si poteva tentare lo stesso il colpaccio: dopo tutto si trattava di recuperare un paio di centinaia di metri sulla destra dell’isolotto con una piccola correzione manuale dell’angolo di incidenza. Magari il proiettile non sarebbe caduto proprio al centro del cerchio dipinto sul terreno, che fungeva da bersaglio, ma comunque non sarebbe finito in mare! La correzione empirica della parabola, invece, leggermente superiore a quella che sarebbe servita per centrare l’isolotto, purtroppo “conquistò” oltre duecento metri anche alla sua sinistra! Il proiettile, quindi, cadde non lontano dalla battigia, sollevando un’enorme massa d’acqua che generò il panico tra le autorità ammassate sul vicino palco. Errore umano o atto terroristico? Nessuno perse tempo a chiedersi cosa stesse accadendo e iniziò il più classico dei fuggi fuggi. Un generale turco, che assisteva alle operazioni con moglie e figli, era il più inferocito e urlava frasi che non lasciavano presagire nulla di buono. In men che non

si dica la batteria fu circondata da soldati con le armi in pugno, mentre un ufficiale ci ordinava con quanto fiato avesse in corpo di sdraiarci per terra, con le mani dietro la schiena. Replicando con pari intensità vocale cercavo di spiegare che l’unico responsabile ero io, ma in quella concitazione nessuno mi dava retta e così fummo messi tutti in guardiola. Il provvidenziale arrivo del Comandante consentì di risolvere il problema dei commilitoni ingiustamente arrestati, mentre io restai in cella per tutta la durata delle esercitazioni, che si conclusero dopo tre giorni

In Italia non esiste la “Corte marziale” e la competenza per i reati commessi dai militari è riservata ad appositi tribunali, ubicati a Verona, Roma, Napoli, ciascuno con giurisdizione negli ambiti territoriali di pertinenza. Non ho mai saputo esattamente come si svolsero le vicende connesse al mio atto di insubordinazione, ma non subii alcun processo e mi furono solo comminati tre giorni di prigione, da scontare al termine del servizio. Fui anche esonerato dalla collaborazione con il Comandante, cosa che mi dispiacque molto sul piano umano, mentre non sortì particolari effetti su quello pratico, dal momento che mancavano meno di due mesi al termine del servizio di leva.

Che cosa dire a conclusione di questo aneddoto? Che un esercito ha bisogno di risorse adeguate per essere “efficiente” e pertanto le recenti polemiche che hanno investito il Governo per il potenziamento del nostro apparato militare sono stupide, pretestuose e pericolose. «Il mondo è cambiato» ha ripetuto più volte, nei mesi scorsi, l’attuale segretario generale della Nato, ribadendolo in modo ancora più chiaro solo poche ore fa, a Madrid: «ll mondo è totalmente diverso ora, rispetto al 2010, quando avevamo concordato l’attuale Concetto strategico a Lisbona. Nel 2010 ero lì come primo ministro norvegese e a quell’incontro partecipava anche Dimitri Medvedev, che allora era il presidente della Russia. Ci mettemmo d’accordo sul fatto che la Russia era un partner strategico per la Nato. Naturalmente, ora non sarà così. Mi aspetto che, quando i leader daranno il loro accordo oggi sul nuovo Concetto strategico, dichiarino chiaramente che la Russia rappresenta una minaccia diretta alla nostra sicurezza. E, naturalmente, questo si rifletterà su tutto il Concetto strategico, e anche sulle altre decisioni che prendiamo; ad esempio, per investire di più e anche per migliorare e rafforzare la nostra difesa collettiva e la nostra posizione di deterrenza e difesa».

Il mondo è cambiato, dice Jens Stoltenberg, e che ci piaccia o no dobbiamo prenderne atto. Un Paese europeo, prossimo ad entrare nell’Unione, sta subendo una vile aggressione e tutto lascia presagire che le mire espansionistiche della Russia, come più volte scritto in precedenti articoli, vadano ben oltre l’Ucraina. Bisogna agire subito, quindi, per bloccare “l’orso russo”, o sarà troppo tardi per preservare l’Europa, e forse il mondo intero, da quella catastrofe che nessuno vuole. Ora più che mai vale il vecchio detto: “Si vis pacem para bellum”.

Di seguito l’eloquente articolo di Claudio Tito.

Una Nato globale che guarda all’Est Europa e alla Cina: a Madrid l’Alleanza ridisegna il suo futuro

La Nato deve cambiare, trasformarsi. Compiere ora la sua più grande riforma “dalla fine della Guerra fredda”. L’obiettivo è diventare “globale”. E per questo non può che assumere un assetto “bicefalo”. Che guarda a Est ma con due lenti diverse. Con una rafforza i legami con suoi “membri”, imposta un rapporto innovativo con l’Unione Europea e torna a chiamare esplicitamente la Russia un ”nemico”. Con la seconda lente definisce un quadro di “partnership” dall’Africa all’estremo Oriente. Perché il mondo della Difesa non si muove più solo lungo l’asse Washington-Mosca. Entra nel grande quadro della geopolitica la Cina. Che non è un avversario militare ma rappresenta una “sfida”. E in questo quadro generale, l’Ucraina è quasi un test. Da cui dipende il futuro dell’Organizzazione. Da superare. Per questo Kiev verrà sostenuta e difesa “fino alla fine”.

Che cosa è lo Strategic Concept

Dopo dieci anni l’Alleanza Atlantica aggiorna dunque il suo “Strategic Concept”. Un vero e proprio programma di azione per il prossimo decennio che si fonda su un concetto preliminare: “Resilienza”. La capacità di resistere e di sagomarsi sulle nuove esigenze. Rispetto all’impostazione del precedente summit di Lisbona, il cambiamento è totale. Sembra passato un secolo. E così ogni valutazione si basa sulla traiettoria Mosca-Pechino. Nell’ultima bozza del documento finale, allora, la Russia è il primo pericolo da affrontare. Si tratta di una totale inversione del rapporto. Nel precedente Concetto Strategico il Cremlino era definito un “Partner” e Pechino non era sostanzialmente menzionata.

La difesa dell’Est Europa: i “B-Nine”

Ma quest’ultimo – il ruolo cinese – è uno dei punti ancora da definire. Gli Stati Uniti, in extremis, stanno cercando di rafforzare il giudizio sulla Cina. La Casa Bianca vorrebbe un salto ulteriore. Per gli States è troppo poco definire Pechino una “sfida”. Sebbene – si legge nel documento – si faccia riferimento a “sicurezza, valori e interessi” dell’Organizzazione. Ovviamente il rischio che un’alleanza tra Cina e Russia si saldi definitivamente accompagna nella sostanza l’intero documento. Quindi? Quali sono le risposte della Nato? La prima riguarda la “postura” ai confini dell’Europa orientale. Perché la Russia rappresenta comunque “l’attacco più diretto alla nostra sicurezza”. Più truppe (fino a 40mila uomini in più) e più mezzi, allora, in tutti i Paesi-membri vicini della Russia. A cominciare dai Baltici. I cosiddetti “B-Nine”, cioè il gruppo dei nove alleati dell’ex gruppo un tempo appartenente al Patto di Varsavia, chiedono anche “comandi permanenti” nei loro territori. Soluzione, però, che al momento non dovrebbe essere praticata anche perché significherebbe distogliere risorse e strutture da Paesi come Germania e Italia. Ma viene amplificata la strategia della “deterrenza”: quindi più truppe, più depositi, più armi, più aerei e più ”air policy” in difesa del fronte Est. In questa prospettiva l’Ucraina si presenta come una battaglia che non si può perdere. E continuerà ad essere aiutata con un “pacchetto complessivo” cercando di evitare una escalation del conflitto. Resterà e anzi sarà sempre più un “partner” e si lancerà da subito uno sguardo alla ricostruzione.

La sfida alla Cina

Nello stesso tempo, la “seconda testa” deve rivolgersi ancora più a oriente. Con la Cina il rapporto non potrà essere che competitivo. Anche sul piano delle “nuove tecnologie”. Ma al momento preoccupa soprattutto l’espansione degli interessi di Pechino in Asia, in Africa e anche nel continente Artico. Per questo serve un ampliamento delle prospettive. Con un sistema ampio di “partnership”. Una rete di relazioni che si realizzi come un vero e proprio contropotere anticinese. Non è un caso che a Madrid sono stati invitati due “gruppi” diversi di “amici” in qualità di ospiti. Il primo appartiene alla sfera dell’Indopacifico: Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda. È anche il modo per porre fine alla diatriba della scorsa estate sulla cosiddetta alleanza Aukus ma soprattutto per arginare l’espansionismo di Pechino. Nello stesso tempo saranno presenti Bosnia, Giordania e Mauritania. Stesso obiettivo ma su un’area del mondo diversa, quella del Sud.

Finlandia e Svezia

Da qui alla fine del vertice, però, manca un ultimo tassello. L’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato. Fino ad oggi la Turchia ha continuato a porre il veto. Vuole rassicurazioni sul giudizio che i due potenziali membri esprimono sul Pkk, il partito dei lavoratori curdo. I contatti gestiti fino ad ora dal Segretario Generale Jens Stoltenberg non hanno condotto ad una soluzione. Anzi, il vertice dell’Alleanza ha sostanzialmente chiesto al presidente americano di provare a svolgere la mediazione finale per evitare che il vertice si trasformi in un fallimento e in una vittoria, almeno di immagine, per Putin. Biden dovrebbe allora avere nelle prossime ore – dopo la recente telefonata – un incontro bilaterale con Erdogan. La chance estrema di arrivare ad un accordo. Il Summit di Madrid si caratterizza sempre più come straordinario. Proprio come i tempi che stiamo vivendo in Europa.

Tito ha scritto il suo articolo ieri e, come noto, Erdogan ha tolto il veto sui due Paesi scandinavi (di questo aspetto parlerò in un prossimo articolo: come anticipato oggi niente polemiche interne) e poco fa è stato varato il nuovo Strategic Concept 2022 che prevede un incremento di truppe e strutture Nato in Polonia (che avrà una nuova base strategica), Romania, Italia, Germania e Spagna.

L’Occidente è sotto attacco e frustrato da mille contrasti interni. Le sfide future impongono unità d’intenti e forte coesione, o saranno dolori.

UCRAINA: RIFLESSIONI SU TIMORE, SPERANZA,INVIDIA E ODIO

(20 luglio 2022)

Le persone con sano equilibrio, buon livello culturale e adeguata preparazione per valutare le problematiche sociali con l’occhio distaccato di chi non sia prigioniero dei pregiudizi ideologici o degli interessi di parte, con l’invasione dell’Ucraina hanno sviluppato una dicotomia di sentimenti equamente divisi tra timori e speranze.

È perfettamente normale restare intimoriti dalle velleità espansive di una potenza nucleare che attacca un Paese libero e dalle continue esternazioni di chi la governa, i cui toni ci precipitano negli anni grigi della guerra fredda, ma con maggiori apprensioni. Parimenti, però, il buon senso porta a ritenere che l’Occidente, pur con tutti i suoi limiti, le divisioni interne, le mille contraddizioni, non può permettersi di lasciare campo libero al tiranno di Mosca e in qualche modo riuscirà a creare i presupposti per fargli abbassare la cresta. Timori e speranza ci accompagnano quotidianamente in questi mesi di guerra, con leggere oscillazioni a vantaggio dei primi, che però non hanno mai annichilito la seconda. Grazie soprattutto al forte aiuto offerto da USA e Gran Bretagna per quanto concerne gli armamenti e a quello della UE precipuamente sotto il profilo umanitario, l’Ucraina, che Putin pensava di conquistare in tre giorni, sta ancora resistendo. Zelensky si è dimostrato sin dal primo momento un uomo fuori del comune, come nessuno avrebbe mai potuto immaginare in tempo di pace. La straordinaria capacità di leadership in uno dei momenti più difficili di una storia comunque già di per sé abbastanza tormentata, ha lasciato stupefatto il mondo intero e, detrattori interessati a parte, gli analisti di geopolitica, i giornalisti che da tutto il mondo si sono recati in Ucraina per farci vedere la guerra in diretta, i politici, i burocrati di Bruxelles e le alte sfere della Nato, non hanno avuto alcuna difficoltà nell’esaltarne pubblicamente il coraggio,

la determinazione, la capacità di trasmettere fiducia e speranza, la forza interiore che gli consente di non cedere mai a quello stress psico-fisico che non avrebbe sorpreso nessuno, considerata la sproporzione delle forze in campo. La vera sorpresa, invece, è stata dover ammettere che, giorno dopo giorno, Zelensky sta conquistando quell’importante ruolo nelle pagine belle dei libri di storia solitamente riservate agli Eroi.

Nei giorni scorsi, senza tentennamenti, ha rimosso da importanti ruoli molti funzionari, tra i quali il capo dei servizi segreti, la procuratrice generale che indaga sui crimini di guerra russi (ossia il magistrato più importante del Paese) e il responsabile dei servizi segreti per la Crimea, da cui sono partiti i carri armati russi che hanno conquistato Kherson in poche ore, senza sparare un solo colpo. In pratica, molti alti dirigenti degli apparati statali, si sono trasformati nella classica “quinta colonna” al servizio del nemico.

La “quinta colonna”, se come espressione concettuale risale ad epoca recente (il generale Emilio Mola, durante la guerra civile spagnola, rispondendo alle domande dei cronisti, spiegò che, ai fini della vittoria, oltre alle “quattro colonne” della sua armata, contava sulla “quinta colonna” costituita dai gruppi filomonarchici e franchisti che agivano clandestinamente a Madrid), nella realtà dei fatti trova riscontri storici sin dai tempi antichi. Non stupisce, quindi, quanto verificatosi in Ucraina, essendo ancora in servizio nei gangli vitali del Paese soggetti assunti quando al potere vi era un governo filo-russo. Nessuno in Europa, del resto, pensava che Putin si sarebbe spinto a tanto, ritenendolo addirittura un partner così affidabile da mettersi nelle sue mani per gli approvvigionamenti vitali. I pochi capaci di interpretare gli scricchiolii della storia, per i quali erano ben chiari i suoi propositi e la vera natura, eloquentemente affiorati e riaffermati nell’ultimo ventennio con le invasioni della Cecenia, della Georgia, della Crimea e la massiccia repressione interna degli oppositori, sono stati trattati alla stregua di Cassandra, quando non peggio. Peccato che Cassandra avesse ragione.

Ora, però, Zelensky corre un rischio che non va sottaciuto, proprio perché prevenire è meglio che curare. La sua figura gigantesca obbliga tutti noi a confrontarci con la paura e la capacità di fronteggiare gli eventi più drammatici e terribili. Per quanto la mente di ciascuno sia attrezzata a giustificare sempre le proprie azioni, anche quelle più bieche, non sempre è possibile obnubilarle e la realtà s’impone con prepotenza. Nella fattispecie è chiaro a tutti che le sue peculiarità sono merce rara nella stragrande maggioranza degli individui. Per dinamiche che afferiscono alla natura umana, sulle quali oramai non vi è più nulla da scoprire, quanto più alto è il potere esercitato tanto più forte è il sentimento di invidia nei confronti di coloro che palesano in modo inequivocabile la propria superiore statura in qualsivoglia ambito dell’essere. L’invidia è il primo stadio dell’odio, quel nefasto sentimento che strugge l’anima quando le capacità e le eccellenze altrui, fungendo da parametro comparativo, vengono percepite come una minaccia alla propria autostima e alla considerazione altrui.

Per meglio comprendere le dinamiche di questo “pericoloso” processo mentale è opportuno leggere il bellissimo romanzo di Yukio Mishima Il padiglione d’oro, ispirato a una storia vera: un monaco storpio, afflitto per la bellezza di una pagoda, la distrusse dandole fuoco. Il romanzo cesella in modo impeccabile il rapporto tra invidia (il desiderio di infierire nei confronti di qualcuno che ci fa sentire inferiori o inadeguati, come nel caso del mobbing, per esempio) e l’odio (che tende alla distruzione totale di chi faccia troppa ombra).

All’inizio del conflitto Zelensky e il suo popolo sono stati considerati bisognosi di aiuto con uno spirito di umana solidarietà che nobilita senz’altro i soccorritori. Il pensiero che accompagnava le nobili azioni, tuttavia, era ancorato al pregiudizio di intrinseca debolezza che si è sgretolato nel giro di poche settimane, a mano a mano che affiorava la straordinaria capacità di resistenza, il coraggio dei soldati pronti a sacrificarsi per difendere la propria patria, la forza d’animo di donne capaci di imbracciare il fucile con impressionante determinazione e di alzare il dito mignolo al cospetto di nemici pronti a far fuoco da una potente corazzata, mandandoli a quel paese. Sarebbe potuto

facilmente scappare, Zelensky, ma non lo ha fatto. Sarebbero potuti facilmente scappare civili e soldati, ma non lo hanno fatto! Combattono! E con quale determinazione! Poniamoci una domanda: se l’Italia dovesse subire una invasione analoga, i nostri giovani che vediamo quotidianamente smarrirsi inseguendo i falsi miti di una società decadente, saprebbero opporsi allo stesso modo? Non serve rispondere.

Il rischio grande che corre Zelensky, quindi, è che si registri quell’effetto distorsivo che, per fortuna, non tocca ancora le stanze del potere e abbonda solo negli strati bassi e incolti della popolazione: «Ma che vuole ΄sto Zelensky - si legge nei social - ci sta rovinando la vita. Si arrendesse e la facesse finita. Ci voleva pure l’Ucraina a romperci le palle, adesso».

Bisogna fare di tutto affinché nei confronti del popolo ucraino si preservino, senza tentennamenti, spirito solidaristico, simpatia e rispetto, parlando di loro ogni giorno, riportando i terribili colpi inferti dalla ferocia russa, smontando le menzogne assurde e trattando con sarcasmo quelle ridicole, una delle quali appena resa nota, che imputa i mancati successi dell’invasione alla presenza di “soldati mutanti” rinforzati dagli USA, ossia quegli imbattibili super eroi che popolano i film basati sui fumetti, capaci di attraversare le mura e colossali incendi senza patire alcun danno, nonché di respingere i colpi di cannone col palmo della mano e abbattere gli aerei con dardi infuocati o addirittura volando sopra di loro, come Superman.

Se si dovesse allentare la tensione emotiva; se si dovesse permettere che la scoperta della forza interiore di un intero popolo generi invidia non solo tra le persone di basso profilo, per l’Ucraina sarebbe la fine. E con la sua fine inizierebbero guai seri per tutto il Continente. Non stanchiamoci mai di parlare di loro, quindi, assicurando il massimo sostegno nei limiti delle possibilità di ciascuno. Oggi in Italia si discutono le sorti del Governo ed è giusto che i media dedichino la massima attenzione alla crisi politica. Io preferisco parlare di Ucraina e del suo fantastico leader, per non far scendere troppo il livello di attenzione su di loro.

FINANCIAL TIMES: ZELENSKY UOMO DELL’ANNO! (Ma sono arrivati secondi)

( 5 dicembre 2022)

Il prestigioso quotidiano britannico ha eletto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “Uomo dell’anno”, dedicandogli un lungo articolo in data odierna, a firma di Roula Khalaf, Christopher Miller e Ben Hall.

Di seguito ne trascrivo i passi salienti.

«Nove mesi dopo una brutale lotta per la sopravvivenza nazionale contro gli invasori russi, Volodymyr Zelensky sembra stanco, con le occhiaie sotto gli occhi. Quello che vorrebbe fare, invece di affrontare uno spietato invasore, è pescare con suo figlio. “Voglio solo catturare una carpa nel fiume Dnipro”, dice. […] È l’immagine speculare dell’immaginario ragazzo ordinario, diventato presidente nella serie televisiva satirica di successo, che lo ha portato alla fama. È anche l’antitesi del presidente russo Vladimir Putin, nascosto al Cremlino, la cui ossessione per la ricostruzione di un impero è costata decine, forse centinaia, di migliaia di vite. Descritto da molti ucraini, prima dell’invasione di febbraio, come un dilettante che lotta per affrontare la sfida delle alte cariche, il quarantaquattrenne Zelensky si è guadagnato un posto nella storia per la straordinaria dimostrazione di leadership e forza d’animo.

L’Ucraina ha sorpreso il mondo respingendo l’assalto russo a Kiyv e con le controffensive nelle province di Kharkiv e Kherson. Ha riconquistato metà del territorio occupato dalle truppe di Mosca. Le forze di Zelensky stanno ora avanzando nel sud e nell’est, nonostante l’approssimarsi dell’inverno, con l’obiettivo di liberare tutto il territorio ucraino, compreso il Donbass e la Crimea.

Emulando Winston Churchill, che chiamò a raccolta il Paese parlando alla radio durante il Blitz (1), Zelensky ha utilizzato i social media per una incessante campagna a favore del sostegno militare e finanziario da parte dell’Occidente, trasformando la difficile situazione del popolo in una leva morale sui leader europei e statunitensi. Ha convinto gli europei a sostenere gli enormi costi per opporsi a Putin e ad offrire a Kyiv un percorso verso l’adesione all’UE. Giorno dopo giorno è diventato un alfiere della democrazia *******(2) nella più ampia competizione globale con l’autoritarismo che potrebbe definire il corso del 21° secolo. Zelensky è arrivato anche a incarnare il coraggio e la resistenza (3) del popolo ucraino nella lotta contro l’aggressione russa.

È per questi motivi che il Financial Times ha scelto Zelensky come persona dell‘anno.

In un’intervista al FT, Zelensky ricorda i primi giorni dell’invasione e dice di non essere molto coraggioso: «Sono più responsabile che coraggioso; odio solo deludere le persone».

Il potente capo dello staff di Zelensky, Andriy Yermak, ricorda ciò che disse tre anni fa a un gruppo di giornalisti occidentali: «Il nostro presidente sarà il leader più famoso e più forte del suo tempo». Aggiunge: «Non voglio dire “l’avevo detto”, ma avevo ragione».

La decisione di rimanere a Kyiv all’inizio dell’invasione, piuttosto che accettare l’invito degli Stati Uniti a lasciare il Paese, è stato uno dei momenti più importanti della guerra perché la decisione ha galvanizzato l’esercito, inducendo il popolo a resistere. È stata una sorpresa per gli ucraini (4) e per gli alleati occidentali, che avevano basse aspettative nei confronti dei leader politici del Paese. […]

All’atto dell’invasione, non era chiaro se Zelensky avrebbe visto l’alba del giorno dopo. Stava dormendo accanto alla moglie, Olena Zelenska, nel palazzo presidenziale di Kyiv, quando sono caduti i primi missili e i carri armati russi si accingevano ad oltrepassare il confine. La Russia, dirà poi il presidente, aveva contrassegnato lui come “obiettivo numero uno” e la famiglia come “obiettivo numero due”

Mentre Olena e i figli furono trasferiti in un luogo segreto, il presidente si rifugiò con il personale e le guardie del corpo in un bunker sotterraneo del palazzo. Poco dopo calarono su Kyiv i paracadutisti delle forze speciali, supportati da filorussi locali, che erano riusciti a infiltratisi nei ranghi del servizio di sicurezza ucraino, dopo aver occupato, con la massima discrezione, delle case sicure nei pressi del quartiere governativo. Il tentativo di sferrare un attacco contro il palazzo presidenziale fallì per un soffio. I leader dell’UE rimasero inorriditi quando Zelenskyy disse loro, tramite collegamento video, che forse quella era l’ultima volta che lo vedevano vivo. Quella notte stessa, però, Zelensky, con un video messaggio trasmesso all’esterno del palazzo presidenziale, circondato dai più stretti consiglieri, pronunciò le parole che milioni di ucraini attendevano di ascoltare: «Il presidente è qui. Siamo tutti qui. I nostri soldati sono qui».

Le forze russe sono andate via da Kyiv da molto tempo, anche se continuano a bombardare la capitale con attacchi missilistici, colpendo soprattutto la rete elettrica e facendo precipitare nell’oscurità milioni di persone. [Seguono alcune note biografiche di Zelensky, l’incontro con Olena, le notizie sulla carriera da attore, gli esordi della carriera politica] Zelensky ereditò un Paese in guerra con la Russia sin dalla prima invasione, nel 2014 (annessione della Crimea, N.d.R.), e promise di portare la pace. Gli ucraini, stanchi delle promesse non mantenute del “bellicoso” Poroshenko, ritenevano che Zelensky, madrelingua russo, sarebbe stato visto da

Mosca come qualcuno realmente in grado di siglare un accordo che ponesse fine allo spargimento di sangue. Putin, però, come è chiaramente emerso, non è stato mai disponibile ad alcun compromesso. […] I dubbi sull’idoneità di Zelensky a guidare la nazione in guerra si sono dissipati con l’attacco della Russia. […] Ruslan Stefanchuk, presidente del parlamento ucraino e stretto alleato politico, ha notato il cambiamento alla prima riunione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale del 24 febbraio. «Era di umore molto, molto, direi, combattivo. E ha detto: guarda, la storia ci ha scelto. Il destino ci ha scelto. E ora dobbiamo essere all’altezza di questo». Non era solo l’esercito che doveva mobilitarsi, ma l’intero Stato. Zelensky ha semplificato il processo decisionale tra il suo ufficio, il governo e il parlamento. Ha anche imparato a prendere decisioni rapidamente, identificandole come la chiave del successo, e a delegare compiti, confidando che gli altri li svolgessero. Le decisioni operative sono state lasciate ai comandanti militari, consentendo alle forze armate la flessibilità di reagire rapidamente alle situazioni createsi sul campo di battaglia.

Ma sono state le infinite comunicazioni di Zelenskyj le cose più straordinarie. I videomessaggi notturni e i post su Telegram sono stati un toccasana per una popolazione stanca. Un messaggio diretto a Mosca a settembre: «Senza luce o senza di te? Senza di te!» trasformato in un grido di battaglia sui social media per molti ucraini.

Zelensky ha parlato a innumerevoli parlamenti, conferenze ed eventi, dai Grammy Awards al Glastonbury Festival. Ogni volta ha adattato il messaggio al pubblico, spesso facendo appello ai cuori e alle menti delle persone al di sopra dei loro governi. Ha usato il suo pulpito per spingere – e talvolta svergognare – i governi affinché fornissero grandi quantità di armi.

In un discorso al Bundestag a marzo, ha rampognato i leader tedeschi per aver anteposto i loro interessi economici alla sicurezza, dicendo che stavano aggiungendo pietre al nuovo muro di Berlino che la Russia stava costruendo in tutta Europa. I funzionari occidentali hanno scoperto che gli accordi discussi in privato venivano immediatamente trasmessi sui social media dal presidente o dallo staff, non dando ai partner spazio per tirarsi indietro. […]

Il tormento dell’Ucraina è tutt’altro che finito. Cacciare le truppe russe dalle regioni di Kherson e Zaporizhzhia nel sud sarà abbastanza difficile, per non parlare delle posizioni ben difese di Donetsk, Luhansk e Crimea. [Seguono considerazioni sul dopo guerra, premature e prive di concreti substrati fattuali].

Zelensky ha ripetutamente tentato di chiamare Putin prima dell’invasione. Voleva dirgli che [l’invasione] sarebbe stata un “grande errore, una grande tragedia”, ma il leader russo non ha risposto alle chiamate. «Stiamo combattendo contro i pazzi», afferma Zelensky, riferendosi alla leadership russa. È fermamente convinto che l’Ucraina debba liberare tutti i territori occupati dai russi, altrimenti la guerra riprenderà semplicemente in un secondo momento. Ma il successo delle controffensive dell’Ucraina dipenderà dalla quantità di armi avanzate che i suoi sostenitori, soprattutto gli Stati Uniti, sono disposti a fornire.

Gli interessi di Kiev e dell’occidente potrebbero divergere. La morte, la distruzione e la rabbia per i crimini di guerra russi hanno indurito l’opinione pubblica ucraina, rendendola indisponibile ad accettare compromessi con Mosca. Alcuni alleati temono che un tentativo ucraino di riconquistare la Crimea possa portare a una pericolosa escalation da parte di Putin, anche con l’utilizzo di armi nucleari. Già ci sono deboli inviti a negoziare con la Russia, appelli che Zelensky respinge. «Il mondo non è un medico con una vasta esperienza, non è il medico di Putin e Putin non è un paziente di questo mondo».

Nonostante il “male assoluto” della guerra, l’ex attore comico trova ancora momenti di umorismo (proprio come milioni di ucraini si sostengono vicendevolmente condividendo sui social media meme e battute sui loro aggressori russi): «Se a volte non sorridi a causa di queste persone entri in depressione; e quando sei in depressione non puoi prendere decisioni», dice.

La scorsa settimana, gli attacchi missilistici russi hanno lasciato milioni di ucraini e intere aree del Paese, compresi la capitale e il palazzo presidenziale, senza acqua corrente e senza elettricità per più di 24 ore». © https://www.ft.com/ – Traduzione: Lino Lavorgna

Articolo bellissimo, al di là di qualche sfasatura che non ne inficia l’efficacia, segnalata nelle note, che mi rende particolarmente fiero dal momento che ho battuto sul tempo, e non di poco, il più prestigioso quotidiano finanziario al mondo. Lo scorso 29 marzo, infatti, ho inviato a Sua Eccellenza l’ambasciatore Chernyavskyi un messaggio via posta elettronica, nel quale, insieme con altre notizie qui omesse, gli ho comunicato quanto di seguito trascritto:

«Illustrissimo Ambasciatore Chernyavskyi, sono il presidente dell’associazione culturale “Europa Nazione”, fondata nel 2013 con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica verso quel processo di integrazione europea che costituisce un sogno perseguito sin dagli anni giovanili, nonché giornalista ed analista politico. In questo momento particolarmente drammatico per il suo Paese, nell’esprimere quell’umana solidarietà che non ho mancato di esternare in tanti articoli, ho ritenuto, di concerto con tutti gli amici che condividono analoghi sentimenti di vicinanza all’Ucraina, di istituire un premio denominato “Eccellenza Europea”, da assegnare annualmente a una personalità che si sia particolarmente distinta nel tutelare i sacri valori che costituiscono il patrimonio più prezioso della nostra Patria “Europa”. Per questo anno, manco a dirlo, abbiamo deciso di conferire il premio al presidente Zelensky, il cui coraggio, unitamente a quello dell’intero popolo ucraino, sta stupendo il mondo chiamando ciascuno di noi a fare i conti con la propria coscienza».

Basta scorrere le pagine di questo blog, inoltre, per vedere il post pubblicato lo scorso 10 novembre, dedicato alla seconda edizione della rassegna multimediale città di Caserta, la cui sezione “N” è interamente dedicata alla drammatica invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con esplicito riferimento alla grandezza del presidente Zelensky, nonché quelli precedenti, di analogo sentore, pubblicati sin dallo scorso mese di febbraio.

Note

1. The Blitz è il nome di una campagna di bombardamenti avvenuta nel Regno Unito ad opera dei tedeschi e perdurata per otto mesi fra il 1940 e il 1941. Il termine Blitz venne usato per la prima volta dalla stampa britannica, mutuandolo dal termine tedesco blitzkrieg (“guerra lampo”).

2. Nella versione originale è scritto letteralmente “Along the way, he has become a standard bearer for liberal democracy… “. Si è affiancato, pertanto, l’aggettivo “liberale” al sostantivo “democrazia”, creando quell’ossimoro che oramai è diventato un luogo comune non solo in Italia, la cui incongruenza ho trattato in decine di articoli e sulla quale non è il caso che ritorni, anche perché mi sono stancato. Ho evitato di inserire il termine nella traduzione dell’articolo per non inficiarne la bellezza.

3. Nella versione originale è scritto “resilience” (resilienza), termine che afferisce precipuamente alla psicologia, da qualche tempo “abusato” anche in altri ambiti. Chi scrive lo aborrisce al di fuori del suo contesto ben definito e pertanto l’ho tradotto con il più appropriato sostantivo “resistenza”.

4. Per tanti occidentali si può senz’altro parlare di sorpresa; sicuramente qualcuno si sarà stupito anche in Ucraina, ma talune qualità di Zelensky, stando a quanto mi riferiscono molti amici ucraini, erano ben emerse durante i tre anni di presidenza. La guerra, poi, le ha esaltate fino al punto di farlo diventare “l’uomo dell’anno”, con buone probabilità che lo diventi anche del “secolo”, cosa che auguriamo soprattutto all’umanità, perché proprio non vorremmo vedere un’altra guerra e di tutto cuore speriamo che quella in atto termini al più presto.

ANCHE PER “TIME” Ѐ ZELENSKY L’UOMO DELL’ANNO!

(9 dicembre 2022)

E siamo in tre: 29 marzo chi scrive, in qualità di presidente di Europa Nazione; 5 dicembre “The Financial Time”; 7 dicembre il più prestigioso settimanale del mondo. Non è poco, ma non è ancora abbastanza per dare forza a quello slogan che abbiamo imparato tutti a pronunciare correttamente: SLAVA UKRAÏNI!

Di seguito l’articolo reperibile nel settimanale “Time” in inglese.

Il processo di scelta della persona dell’anno, chi o cosa abbia maggiormente influenzato gli eventi degli ultimi 12 mesi, nel bene e nel male, può essere angosciante. Come può una persona rappresentare un intero anno? Ci spostiamo verso la luce, raggiungiamo l’oscurità o atterriamo da qualche parte tra i due elementi? La scelta di quest’anno è stata la più netta che ricordi. Che la battaglia per l’Ucraina riempia di speranza o di paura, Volodymyr Zelensky ha galvanizzato il mondo in un modo che non si vedeva da decenni. Nelle settimane successive all’inizio delle bombe russe, il 24 febbraio, la decisione di non fuggire da Kiev ma di restare e raccogliere sostegno ha acquisito una dimensione fatidica. Dal primo post di 40 secondi su Instagram il 25 febbraio, con il quale dimostrava che egli, i collaboratori, i cittadini di Kyiv stavano bene e ai loro posti abituali, ai discorsi quotidiani pronunciati a distanza, in sedi come il Parlamento, la Banca mondiale e i Grammy Awards, il presidente dell’Ucraina era dappertutto. L’offensiva informativa ha spostato il sistema meteorologico geopolitico, innescando un’ondata di azione che ha travolto il globo.

In un mondo sempre più segnato dalle tante divisioni, vi è stato un subitaneo affratellamento per la causa di un Paese che qualcuno, al di fuori di esso, forse non riuscirebbe a individuare su una mappa geografica. (La gratitudine verso gli USA per il forte sostegno all’Ucraina non può mancare, ma non dimentichiamoci che sempre americani sono, e qualche nota stonata, soprattutto nell’ambito dei soliti pregiudizi su tutto ciò che vada al di fuori del concetto “America first”, è inevitabile, N.d.T.)

Centoquarantuno Paesi dell’ONU hanno condannato l’invasione; solo la Corea del Nord, la Siria, l’Eritrea e la Bielorussia – tutte dittature – hanno votato con Mosca. Le grandi aziende si sono ritirate in massa dalla Russia, cancellando miliardi di ricavi. Il sostegno finanziario, materiale, umanitario e militare è giunto come un fiume in piena. Dappertutto sono stati accolti i profughi. I ristoratori hanno dato da mangiare agli affamati; i medici hanno prestato soccorso ai feriti, accorrendo in massa lì dove più vi era bisogno di loro. La bandiera dell’Ucraina ha sventolato sui social media: il blu e giallo hanno illuminato i principali punti riferimento delle città, da Tokyo a Sandusky, Ohio. Lo spirito dell’Ucraina è stato incarnato da innumerevoli individui all’interno e all’esterno del Paese. Molti hanno combattuto dietro le quinte, come Ievgen Klopotenko, uno degli chef più famosi dell’Ucraina, noto per il suo borsch, che ha fornito oltre mille pasti gratuiti al giorno a connazionali rifugiatisi a Leopoli nelle prime settimane dopo l’invasione. «Se hai l’opportunità di mangiare il borsch, significa che sei vivo», dice. Lo chef José Andrés ha servito oltre 180 milioni di pasti gratuiti con la sua World Central Kitchen. Il dottor David Nott, chirurgo gallese, si è recato più volte in Ucraina per formare i medici locali su come curare le ferite di guerra. Julia Payevska, medico, ha curato civili feriti, giorno e notte, nella Mariupol assediata, così come un soldato nemico ferito: quest’ultimo intervento, filmato, le ha consentito di essere rilasciata dai russi che l’avevano catturata e sbattuta in prigione per tre mesi.

Molti i giornalisti che hanno rischiato la vita per raccontare queste storie. «La sfida è trovare un modo per parlarne in modo che il mondo continui a interessarsene», afferma Olga Rudenko, direttrice del Kyiv Independent. Zelensky si è impegnato al massimo per mantenere gli occhi del mondo sull’Ucraina. L’ex attore ha ben chiaro nella mente quanto l’attenzione sia la valuta più preziosa del Pianeta e ha quasi messo all’angolo il mercato globale. Lo ha fatto attraverso una meticolosa costruzione di immagini, reiterando i suoi accorati messaggi. Schietto, a volte sarcastico, sempre concentrato sul punto focale: «dobbiamo salvare l’Ucraina per salvare la democrazia». In un diverso contesto, con altri alla guida del Paese, dal Parlamento di Kyiv avrebbe potuto sventolare o meno una bandiera russa, ma di sicuro ci sarebbe ancora un McDonald’s vicino alla Piazza Rossa di Mosca, quale simbolo della globalizzazione post Guerra Fredda. (Il giornalista esprime un concetto ben percepibile dal lettore statunitense, un po’ meno dagli europei: senza Zelensky l’unico a rimetterci in tema di libertà e diritti civili sarebbe stato proprio il popolo ucraino, N.d.T.) Zelensky comandante supremo delle Forze armate, nell’era digitale, ha imposto tanto ai grandi magnati delle multinazionali quanto ai leader politici di tutto il mondo di prendere atto del suo ruolo e di schierarsi, che piacesse loro o meno.

Zelensky si è guadagnato la sua parte di critiche. La decisione di minimizzare la minaccia di invasione, inclusa la mancata condivisione con l’intelligence statunitense che era imminente, ha fatto infuriare molti nel suo Paese. (Non è andata proprio così: come ho scritto in precedenti articoli e come ben precisato anche dal Financial Times, Zelensky ha fatto di tutto per far capire a Putin l’errore che stava compiendo, trovando un muro. Non ci è dato sapere, ovviamente, come siano stati gestiti i colloqui con l’intelligence statunitense, ma non è complicato comprendere che per tutto ciò che era possibile condividere, la condivisione non è mai mancata. Per gli americani, poi, è noto, non è mai abbastanza, ma questo è un altro discorso, N.d.T.) La sfilata di celebrità in visita e gli scatti delle riviste di moda sono serviti per mantenere l’attenzione sulla crisi, ma a volte sono apparsi inopportuni. (Ok, un po’ a tutti piace vedere il pelo negli occhi altrui… con quel che segue. Provi chiunque a mettersi per un solo attimo nei panni di Zelensky, prima di scrivere certe cose, non fosse altro per non inficiare quanto di più bello scritto nello stesso articolo, N.d.T.) Altri si chiedono se sia abbastanza impegnato per liberare il suo paese dal terrore di Vladimir Putin senza innescare anche la terza guerra mondiale. (Lasciamoli perdere: non sono analisti, ma fan di Putin, N.d.T.) Lo stesso Zelensky riconosce che è troppo presto per dire se i suoi sforzi porteranno al successo. «Più tardi saremo giudicati», dice a Simon Shuster di TIME, in una conversazione di due ore sul vagone presidenziale in viaggio verso Kyiv dopo la visita a Kherson appena liberata. (Forse quest’anno nessun giornalista ha trascorso più tempo con Zelensky e i suoi più stretti collaboratori).

L’impatto di questa storia sul 2022 è l’essenza di ciò che incarna la scelta “dell’Uomo dell’anno”: l’idea che gli eventi fatidici sulla scena globale sono plasmati, nel bene e nel male, dai talenti, dalle priorità, dalle paure e dalle debolezze dei singoli esseri umani. «Non ho votato per lui, ma gli dobbiamo riconoscere che siamo sopravvissuti», dice di Zelensky Alona Shkrum, membro del Parlamento di un partito di opposizione.

Per aver dimostrato che il coraggio può essere contagioso quanto la paura, per aver spinto persone e nazioni a unirsi in difesa della libertà, per aver ricordato al mondo la fragilità della democrazia – e della pace – Volodymyr Zelensky e lo spirito dell’Ucraina sono la Persona di riferimento del TIME per il 2022.

© http://www.time.com – Traduzione e note di Lino Lavorgna

2023: RIFLESSIONI SULLA GUERRA E SULLA PACE

(1° gennaio 2023)

Incipit

«Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi». Eraclito (I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari, Laterza, 1969).

Il primo gennaio è solo un giorno che segue un altro giorno. Ogni anno, tra Natale e Capodanno, sin da quando gli smartphone si sono impossessati delle vite di miliardi di esseri umani, si assiste all’immancabile rito dello scambio di auguri, in una gara che non vede né vincitori né vinti ma nella quale ciascuno intende proporsi con fantasiosi messaggi, in parte scelti tra quelli offerti dalla rete e in parte realizzati in proprio. Vi sono persone che non amano perdere tempo, ma non per questo intendono rinunciare al rito, sempre più stancante e talvolta quanto mai inopportuno, di augurare “Fervidi Auguri di Buon Natale e di un Felice Anno Nuovo” (con le immancabili maiuscole) all’intera lista dei contatti registrati su WhatsApp, senza alcun riguardo per il rapporto intessuto con le singole persone. L’importante è restare con la coscienza a posto ed essere sicuri di non aver dimenticato nessuno grazie alla ferrea memoria della lista broadcast, anche se il messaggio non sarà mai emotivamente coinvolgente come il biglietto augurale scritto a mano e inviato per posta, pratica improponibile nella vorticosa società attuale. Il rito dello scambio augurale, poi, prevede l’aggiunta delle immancabili “frasi fatte” sulla salute, sul benessere economico e sulla “pace nel mondo”. Quest’ultima è la più utilizzata perché tutti bramano un mondo che assomigli a una sorta di giardino incantato senza tensioni, condizione che ciascuno ritiene raggiungibile solo se si facciano esattamente le cose che ha in testa.

Oggi è il primo gennaio 2023 e in Ucraina si combatte e si muore quanto e più di ieri, nonostante miliardi di persone, nelle ultime 24 ore, si siano augurate la pace nel mondo.

Perché la guerra. Perché la pace?

Il 30 luglio 1932 Albert Einstein scrisse a Sigmund Freud per comunicargli che l’Istituto di cooperazione internazionale, organo della Società delle Nazioni, gli aveva proposto di invitare una persona di suo gradimento a un franco scambio di opinioni su un problema qualsiasi. All’inventore della psicanalisi, pertanto, il più grande fisico mai nato ritenne di rivolgere una domanda che gli appariva la più urgente tra quelle che si ponevano alla civiltà: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?»

Il carteggio tra i due è disponibile nel volume “Sulla guerra e sulla pace”, edito da La Città del Sole, 2006. Di seguito se ne trascrivono i passi salienti, in forma di sinossi. «Caro professore Freud, non le nascondo che sono terribilmente preoccupato perché, consapevole delle grandi conquiste che si stanno registrando in ambito scientifico, se dovesse scoppiare una guerra i traguardi raggiunti potrebbero essere utilizzati in modo distruttivo. Voglio rivolgere a Lei che conosce gli istinti dell’essere umano, pertanto, una domanda alla quale non riesco a dare una risposta: «Perché gli esseri umani, pur rendendosi conto di quanto sia catastrofica la guerra, ciclicamente ricadono in questa aberrazione? Per quale ragione esiste la guerra, caro professor Freud? So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione». Molto cordialmente Suo, Albert Einstein.

La risposta di Freud.

«Caro professore Einstein, quando gli esseri umani hanno iniziato a popolare questo Pianeta l’unico mezzo per dirimere le controversie era la forza bruta, la violenza, la guerra. Poi le cose iniziarono a cambiare gradualmente: chi sviluppava maggiore intelligenza creava armi più efficaci e riusciva meglio a sopraffare i propri simili. Si arrivò fino al punto di elevare al rango di divinità chi meglio incarnava la forza bruta e la capacità di distruzione e così nacque Ares, il Dio della Guerra. I guerrieri venivano onorati e glorificati e da allora il mondo è sempre stato in guerra, perennemente. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto, originariamente, era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni, convincendoci che essa (la pulsione all’odio, N.d.R.) operi in ogni essere vivente e che la sua aspirazione sia di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e non nutriamo alcuna speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza e sia la coercizione sia l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra. (Corsivo e grassetto non compaiono nel testo originale

e sono stati utilizzati come esplicito riferimento alle vicende attuali che coinvolgono gli eredi dei bolscevichi, N.d.R.). Io e Lei ci indigniamo contro la guerra grazie a quel processo di civilizzazione che ci ha comunque consentito di percepirne la mostruosità. E con noi tanti altri. Ma se nonostante questo processo le guerre continuano a scatenarsi, la vera domanda da porsi è: perché la pace? Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra. La saluto cordialmente e le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa».

Suo Sigm. Freud.

Storia: maestra senza allievi.

Sarebbe bello ricreare il mondo ancorandolo agli esclusivi principi acquisiti con la civilizzazione, ma ciò è impossibile proprio perché è la natura umana a non consentirlo. Noi siamo europei e occupiamo un continente che si chiama “Europa”, come la figlia di Agenore, re di Tiro, che fece perdere la testa al capo di tutti gli Dei, Zeus, il quale si trasformò in toro e la sedusse, dando vita a quell’evento a tutti noto come “Ratto di Europa”. L’etimologia della nostra patria continentale, di fatto, rimanderebbe a uno stupro perpetrato da un Dio! Che bella storia!

Ma a dirla tutta, in verità, è anche peggio. Si dice che i veri lettori dell’animo umano siano i poeti, i filosofi e i pittori, esagerando un po’ se si considerano tutti i soggetti riconducibili ai tre importanti filoni dell’essere, senza peraltro inficiare del tutto il concetto. Saranno almeno una ventina, o forse più, per esempio, i pittori che abbiano dedicato un’opera alla grande trombata tra un Dio e una principessa, tra i quali Tiepolo, Tiziano, Veronese, Guido Reni, solo per citarne alcuni tra i più famosi e limitandoci agli italiani, anche se tra le opere più belle figurano quelle del fiammingo Gillis Cognet e dell’olandese Rembrandt. Se si guardano attentamente tutti i dipinti, anche quelli dei pittori non citati, in nessuno di essi si riuscirà a cogliere la raffigurazione di un “ratto”, ossia la violenza impetuosa di un Dio aduso a prendersi ciò che vuole senza tanti riguardi per nessuno. I lettori dell’animo umano hanno raffigurato Europa che sale dolcemente sul groppone di un pacato toro, con tratti sicuramente gentili, per poi volare via con lui. Grandissima zoccola, Europa, altro che donna stuprata, concetto metaforico da chi scrive reiterato più volte in quello, ahinoi, molto meno metaforico, che vede l’Europa come una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo. Roma fu fondata nel 753 a.C. grazie a un fratricidio. Bruttissima cosa. Era proprio necessario che Romolo ammazzasse il fratello solo perché aveva scelto un altro colle? No, ovviamente, ma le trame della Storia non amano eccessive complicazioni: essendo un gemello avrebbe potuto condizionare l’attività del fratello “re” e la Storia si libera subito di chi intralci i suoi disegni. Se è brutta la storia di Romolo e Remo, ben peggiore è quella che ha creato i presupposti della loro esistenza. Negli scontri finali della Guerra di Troia, Enea non aveva alcuna possibilità di sconfiggere Achille, che già aveva ucciso il prode Ettore. Poseidone, però, divinità che assomiglia a certi nostri politici adusi a intrallazzi con gli avversari per fini meramente personali, pur essendo filo-greco (cosa già grave perché una divinità dovrebbe essere imparziale), un po’ per i vincoli di amicizia e parentela con la collega e cugina Afrodite (stupenda mamma di Enea che faceva girare la testa a uomini e dei, come ben ci ricordano tante testimonianze, tra le quali quella eloquente dello storico romano Anneo Cornuto) un po’ per interessi “postumi” (essendo un dio aveva già previsto la nascita di Roma, che però necessitava proprio dell’approdo di Enea sulle coste laziali come fase prodromica) fece calare all’improvviso una fitta nebbia sul luogo dello scontro, impedendo in tal modo ad Achille di infilzare Enea con la sua lancia e a quest’ultimo di intraprendere il famoso viaggio. Come a tutti noto, il figlio Ascanio diede inizio alla dinastia dei re albani che portò alla nascita di Romolo e Remo, figli di quella Rea Silvia che, manco a dirlo, stanca dell’astinenza imposta alle vestali, o si concesse una scappatella nel bosco per sedare i suoi appetiti sessuali con il vecchio

spasimante Amulio, o fu da quest’ultimo stuprata, come sostiene Tito Livio, o fu stuprata da Marte, come sostiene Publio Annio Floro. Sono passati quasi tremila anni dagli avvenimenti citati e ancora non si è stabilito chi fosse realmente il papà di Romolo e Remo. Intanto questi dei che stuprano chi vogliono, proprio come stanno facendo ora i soldati russi in Ucraina e come tante volte accaduto anche in passato, hanno proprio stufato e, in ogni caso, i fatti si configurano come un gran casino non certo edificante. Da giovane arrotondavo le mie entrate dando lezioni private agli studenti delle scuole medie e superiori, offrendo loro metodi di studio che prescindevano dai programmi ufficiali, sia per le lingue straniere (inglese e francese) a quel tempo insegnate con metodi che non ne facilitavano l’apprendimento, sia per la storia e la letteratura. Parlando della storia romana, per esempio, smitizzavo quell’aura apologetica che trasudava (e ancora trasuda) dai libri di testo, soffermandomi precipuamente sul periodo repubblicano (iniziato con la bufala di Muzio Scevola che si punisce per il mancato omicidio di Porsenna, lasciando bruciare completamente la mano destra sul braciere dove ardeva il Fuoco dei sacrifici, episodio che alle scuole elementari fu spiegato dalla mia brava maestra come alto esempio di dignità umana e di coraggio, facendo nascere in me, bimbetto ingenuo ma già intriso di quel misticismo interiore che si sarebbe affinato solo col tempo, creando le necessarie barriere protettive, una duratura e spiacevole sensazione di inadeguatezza dopo aver tentato inutilmente di mantenere oltre un decimo di secondo il dito indice della mano destra sotto il labile fuocherello di un cerino) e sul periodo imperiale. Pratiche che ho continuato a seguire anche successivamente, in qualsivoglia contesto, quando gli avvenimenti correnti offrivano eloquenti spunti comparativi.

Il famoso patto (CAF) tra Craxi, Andreotti e Forlani, cosa aveva di diverso, nella forma, da quello tra Cesare Pompeo e Crasso prima e Antonio, Lepido e Ottaviano dopo?

Al metto di impossibili comparazioni e quindi sempre e solo con riferimento alla forma, Cesare che parte alla conquista della Gallia per sanare i suoi debiti con Crasso cosa ha di diverso da Berlusconi che scende in politica per evitare il fallimento delle sue aziende? E il ricco e spietato Crasso cosa ha di diverso da quell’Enrico Cuccia, dominatore indiscusso della finanza italiana dal dopoguerra fino alla sua morte? Esempi trascritti con pennellate rapide che, se approfonditi, offrono pazzesche analogie che lasciano emergere tanta di quella zozzeria da doversi turare il naso, soprattutto per la loro ciclicità. Da Augusto al povero Romolo Agustolo, in mezzo millennio che ha visto succedersi una novantina di imperatori, quanti di loro hanno effettivamente meritato quegli attributi eccelsi di cui sono pieni i libri di storia? Dobbiamo ripetere per l’ennesima volta le schifezze comportamentali, le tresche, gli inganni, la spietatezza con la quale tanti di loro abbiano fatto fuori amici e parenti stretti, compreso mamme, mogli, figli, pur di mantenersi al potere, perpetrando crimini che fanno impallidire persino il moderno Putin che sta massacrando un intero popolo, ma mantiene ben al sicuro all’estero mogli, amanti, figli e nipoti? Fatti inconfutabili che, chissà se in modo consapevole o meno, traspaiono anche nella finzione cinematografica. Sulla piattaforma televisiva Sky, per esempio, è disponibile una miniserie tedesca intitolata “Otto giorni alla fine”. La trama non ha nulla di originale: il solito asteroide che sta per colpire la Terra, distruggendo gran parte di essa, in particolare gli USA. Questa volta, però, l’asteroide ha scelto di cadere nell’Europa Centrale, dalla quale tutti cercano di fuggire in qualche modo. I più ricchi e i potenti hanno l’opportunità di rifugiarsi in giganteschi bunker, vere e proprie città sotterranee, nelle quali, riferisce un fisico di sani principi che vi trova riparo insieme con la famiglia, esistono tutti gli elementi per iniziare una nuova vita, ripartendo da zero, con nuove prospettive per l’esistenza umana. Si può immaginare la sua sorpresa quando scopre che tantissimo spazio, nel quale avrebbero potuto trovare posto altre centinaia di migliaia di persone, sia stato occupato da potenti carri armati e da ingenti armamenti. Anche in quel triste momento i governanti hanno ritenuto che, “dopo”, comunque delle armi non si sarebbe potuto fare a meno. Molti di quei governanti, poi, tanto per non farci mai perdere di vista le distonie del potere, avevano rubato buona parte dei fondi destinati alla costruzione dei bunker, condannando a morte milioni di persone.

Exsurge Europa: si vis pacem para bellum Questo articolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in un corposo saggio, se si volessero illustrare le scelleratezze e le brutture che vanificano in modo brutale lo spiraglio di speranza auspicato da Freud per indurci ad abbandonare malsane abitudini. Per tutto ciò che sta accadendo, purtroppo, dobbiamo amaramente considerare che il suo auspicio è poggiato sul nulla. Non per questo, tuttavia, dobbiamo rinunciare a promuovere l’evoluzione civile affinché lavori contro la guerra. Cerchiamo di prendere atto, una volta e per tutte, che serve un’Europa realmente unita per stabilire un equilibrio mondiale, o quanto meno continentale. Lo so che ora sconvolgo molte menti intorpidite dall’ipocrisia dilagante, dal decadimento continuo dei valori eticamente più nobili e dal progressivo affermarsi di tutte le negatività scaturite da quel liberalismo che costituisce il virus più grave che affligge l’umanità, ancora senza antidoti, ma non posso fare a meno di far notare che con gli Stati Uniti d’Europa e un vero esercito europeo, al novello Zar che vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio non sarebbe nemmeno passato per la testa di invadere l’Ucraina e perpetrare gli orrendi crimini che già si configurano come il secondo genocidio, dopo il terribile holodomor inferto da Stalin. Continuiamo a lavorare per la pace nel mondo, quindi, ma nel frattempo smettiamola con le comode e spensierate marce della pace e cerchiamo di aiutare concretamente chi combatte e muore anche per noi, perché altrimenti sarà l’evoluzione civile ad essere cancellata e non la guerra.

SLAVA UKRAÏNI!

(12 febbraio 2023)

Dallo squallore sanremese, sul quale non val la pena spendere una sola parola, estrapoliamo questi momenti, consacrandoli alla Storia, mentre con il cuore siamo vicini a chi combatte e muore per difendere anche la nostra libertà. Un giorno saremo tutti giudicati per i tentennamenti e l’inadeguato sostegno al popolo ucraino, che da un anno eroicamente fronteggia, tra mille difficoltà, chi testardamente vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio. E la Storia non fa sconti. Per quanto mi riguarda sono troppo vecchio per impugnare la spada e faccio ciò che posso con la penna, urlando il mio disprezzo, come se uscisse da un quadro di Munch, nei confronti di chiunque sia capace di restare indifferente al cospetto di una immane tragedia che ci riguarda così da vicino. Rubando una frase a un giovane filosofo prematuramente scomparso negli anni Settanta del secolo scorso, pertanto, dico loro: «Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della loro vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli Eroi». Gloria all’Ucraina, al suo popolo che sta stupendo il mondo e al suo meraviglioso presidente, per ora eletto uomo dell’anno 2022, ma al quale, con ciò che sta dimostrando, spetta di diritto e con largo anticipo il titolo di “Uomo del secolo”.

La lettera di Zelensky letta dal conduttore del festival (È giusto ricordare che il primo proposito era quello di un intervento diretto con collegamento video o la trasmissione di un video registrato, ma poi, chissà perché, la Rai ha optato per la lettura di un messaggio).

FORTEZZA BAKHMUT – Il brano cantato dal gruppo “Antytila” dopo la lettura del messaggio di Zelensky. Fortetsya Bakmuth è il brano più recente del gruppo e il video è stato girato nella piccola città nell’est del paese, Bakmuth, al centro di una dura battaglia contro l’armata russa. Taras Topolia, il cantante solista del gruppo ha dichiarato in un’intervista a “Il Messaggero”: «Gli ucraini stanno resistendo agli attacchi e Bakmuth è diventata uno dei simboli della guerra. È una piccola città che continua a resistere, è ancora ucraina. La canzone parla del coraggio dei nostri fratelli».

IL TESTO DEL BRANO IN ITALIANO

Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!

E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo. Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia. Mamma, sono in piedi! Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo! Distruggerò e tornerò! Ora ci sarà una base. Spegni il dolore, vecchi rancori.

Ecco la mia spalla, sono vicino, fratello! Eccola di fronte a Sune, un contagio.

Ecco che arriva dal fianco, una nuova fase. Lavoro con calma, come ci è stato insegnato.

C’è il nostro domani, alle nostre spalle! E i nostri figli, genitori, famiglie là.

E quelli che sono andati “sullo scudo” come fratelli, Anche alle nostre spalle! Lascia che il topo salti nell’angolo e il nostro percorso è ardente, Quindi c’è lavoro per le nostre mani.

Qui! Qui! Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!

E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi e l’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.

Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia Mamma, sono in piedi! Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo!

Distruggerò e tornerò! Si sta facendo buio adesso e il demone sanguinante cadrà in agonia.

Quindi, abbiamo combattuto per un motivo!

Quindi, abbiamo premuto così follemente!

Quindi, tutto è secondo i piani, la mattina dopo. E con lui Vittoria!

Infine, dirò solo una cosa: Non è peccato avere paura! È un peccato tradire i propri!

Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!

E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.

Volontà, fuoco e furia!

I muri bruciano in battaglia.

Mamma, sono in piedi! Fortezza Bakhmut, tutte le nostre preghiere sono qui!

E un cuore di Spirito d’acciaio, e gli eroi dell’indomabile Krut ci danno forza dal cielo.

Volontà, fuoco e furia! I muri bruciano in battaglia.

Mamma, sono in piedi!

Mamma, sono in formazione! Nene, sto combattendo!

Distruggerò e tornerò!

SISTEMA SAMP/T A ZELENSKY: SUBITO!

(11 GENNAIO 2023)

Incipit 1

Sistema Samp/T – Fonte foto: http://www.esercito.difesa.it

Quod principem deceat circa militiam. (Traduzione non letterale, adattata alle circostanze attuali: Ciò che si addice, in campo militare, a chi governa).

«Tra le altre cause, il fatto di essere disarmato ti reca danno perché ti fa disprezzare. Questa è una di quelle infamie dalle quali il principe si deve guardare, come più sotto si dirà (Riferimento ai capitoli XIX e XXV, N.d.R.) Non vi è proporzione tra chi disponga di armi e chi, invece, non ne disponga. Chi fosse ben armato, ragionevolmente, non obbedirà mai a un nemico senza armi; allo stesso modo si può dire che un Paese senza un esercito in grado di difendersi adeguatamente, costretto ad arruolare dei mercenari, non potrà mai sentirsi completamente al sicuro, dovendo sempre temere di essere tradito o abbandonato. Chi governa senza intendersi di faccende militari, pertanto, oltre alle infelicità già citate, non può essere stimato dai suoi soldati né può fidarsi di loro».

(Niccolò Machiavelli,“Il Principe”, cap. XIV; adattamento della versione originale effettuata da chi scrive)

Incipit 2

“Nihil rerum mortalium tam instabile ac fluxum es quam fama potentiae non sua vi nixa. (Nulla nelle cose umane è tanto instabile e precario quanto la fama di un potere che non si fondi sulla propria forza). (Tacito, “Annales”, XIII,19). La frase è citata nel capitolo XIII de “Il Principe”, probabilmente a memoria e quindi con il testo leggermente variato: «E fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi, quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa (che nulla è tanto debole o instabile come la reputazione di un potere che non si basi sulla propria forza)».

Non c’è più tempo

Lasciamo stare le paturnie del Segretario fiorentino e prendiamoci quel poco di buono che traspare dalla sua opera più famosa, che ovviamente non riguarda la frase su fini e mezzi, da tanti (troppi) pronunciata in modo grossolano e fuorviante, snaturandone la vera essenza. Le frasi dell’incipit,

invece, non si prestano a equivoci interpretativi e lasciano chiaramente intendere che un “principe” senza armi è destinato a fare una brutta fine, cosa che ci ricorda ogni giorno quell’eroe, non a caso eletto uomo dell’anno (2022) dal Time e dal Financial Times, che risponde al nome di Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, stupor mundi per le straordinarie doti, misconosciute anche alla maggioranza del suo popolo, emerse sin dal primo giorno dell’ignominiosa invasione russa. Ieri gli ha fatto da eco il suo ministro degli Esteri, Dmytro Ivanovyč Kuleba, durante una conferenza stampa presso la stazione ferroviaria della devastata Charkiv (non è un refuso: si scrive così, non Kharkiv, come fanno milioni di colleghi), rispondendo ai cronisti italiani che gli chiedevano un parere sui tempi di consegna dello scudo anti aereo: «Non si può parlare di ritardi, forse, ma certamente la nuova fornitura di armi dovrebbe essere accelerata». Alla conferenza stampa era presente anche il ministro degli esteri tedesco, Annalena Baerbock, alla quale il paziente e pacato ministro ucraino, sempre rispondendo ai giornalisti, ha rivolto un indiretto appello, estendendolo a tutti i governi occidentali: «So che alla fine la Germania e gli altri Paesi europei ci invieranno altre armi, ma, mentre voi discutete e riflettete, qui la nostra gente continua a morire sotto le bombe russe». Dopo ventidue secoli, la locuzione latina Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur,coniata da Tito Livio per esprimere il proprio sdegno sul chiacchiericcio romano mentre Annibale Barca metteva a ferro e fuoco la bella città spagnola, è tristemente attuale.

In Italia non sono pochi coloro che si oppongono alla consegna dello scudo di difesa Samp T all’Ucraina, adducendo varie ragioni: ne abbiamo pochi, non possiamo privarcene perché servono a proteggerci in caso di attacco, costano molto, non è facile rimpiazzarli perché realizzati in combinata nell’ambito del programma di difesa italo-francese FSAF: Famiglia di Sistemi Superficie Aria. (Lo so che si poteva scegliere una sigla meno criptica, ma nel mondo militare non si ragiona con la mente degli esperti di marketing).

Senza tanti giri di parole, pertanto, diciamo a chiare lettere che nessuna di queste argomentazioni sta in piedi. Il sistema serve precipuamente in una guerra convenzionale, cosa che - almeno per il momento - è da escludere sul suolo patrio: Putin non ha ancora conquistato tutti i Paesi che ci separano dai suoi territori. Nell’altra “opzione”, che non mi va nemmeno di citare, non servirebbero a nulla. Del tutto stucchevoli, irritanti e cinicamente stupide, inoltre, sono le argomentazioni di carattere economico: sono costosi, certo, ma quanto vale la vita dei cittadini ucraini che si stanno immolando anche per tutelare la libertà di coloro che sparano quotidiane minchiate in ogni dove e purtroppo anche lì dove si dovrebbero decidere solo cose sensate?

Si faccia presto, pertanto, perché in Ucraina si muore! E non ci si limiti solo a questo. Putin sta organizzando una terribile offensiva primaverile con ben cinquecentomila uomini! Il bagno di sangue che ne scaturirà, su entrambi i fronti, non è immaginabile da mente umana. Davvero siamo capaci di assistere al secondo genocidio del popolo ucraino e alla perdita di tanti giovani russi che tutto vorrebbero fare fuorché la guerra, restando inermi? La forza di Putin non scaturisce dalla debolezza degli ucraini, al cospetto dei quali dovremmo tutti scattare sull’attenti, ma dalla nostra! La debolezza di una sgangherata Europa che ricorda tanto il chiacchiericcio romano alla vigilia della seconda guerra punica.

Non possiamo intervenire come Nato; non possiamo intervenire come singoli Paesi, inviando le nostre truppe a sostegno di quelle ucraine, ma vogliamo almeno dare un “segnale” forte affinché Putin capisca che non la può proprio vincere questa guerra? La vogliamo smettere di ciarlare in modo insulso nei media? Vogliamo tacitare una volta e per tutte “i putiniani de noantri” che parlano a vanvera di cose di cui con capiscono una beata mazza nei comodi salotti televisivi, per giunta lautamente retribuiti? Si costituisca un embrione di “vero esercito europeo”, anche di non ingente quantità numerica ma con reparti altamente specializzati, guidati da un’unica linea gerarchica, da comporre con

piena armonia, accantonando le deprecabili gelosie e ambizioni personali. Si pensi solo ai poveri cittadini ucraini massacrati dai russi e ai valorosi soldati che combattono con risorse limitate e nonostante tutto stanno resistendo con un amor patrio che dovrebbe indurre tutti coloro che non fanno nulla per aiutarli a vergognarsi. Almeno a vergognarsi. E mi fermo qui.

Incipit

SLAVA UKRAÏNI

EXSURGE EUROPA

(24 febbraio 2023)

(Fontefoto:LaRepubblica20febbraio2023)

«Il 24 febbraio, milioni di noi hanno fatto una scelta. Non una bandiera bianca, ma quella blu e gialla. Non fuggendo, ma fronteggiando il nemico, resistendo e combattendo. Ѐ stato un anno di dolore, fede e unità. E quest’anno siamo rimasti invincibili. Sappiamo che il 2023 sarà l’anno della nostra vittoria!» (Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, presidente dell’Ucraìna, Paese europeo sotto attacco da un anno. Alba del 24 aprile 2023)

Il simbolo come presagio

«Libertà è la parola più dolce del mondo». Questa frase, pronunciata dal presidente statunitense Joe Biden nella recente visita a Varsavia, davanti al Castello reale, al cospetto di una folla plaudente che sventolava le bandiere dei popoli occidentali impegnati a sostenere i confratelli dell’Ucraìna, è destinata a entrare nei libri di storia come simbolo di un tempo che ha sgretolato negli ultimi dodici mesi convincimenti pluridecennali: la pace eterna, sulla Terra, non esiste, non è mai esistita, mai esisterà. “Libertà”, urlò l’eroe scozzese William Wallace al tiranno che lo esortava a chiedere pietà per avere salva la vita, prima di essere impiccato1 e squartato. “Libertà” è il grido di battaglia che in ogni tempo anima chi si oppone alla tirannia. Richiede tanto coraggio combattere per la libertà, essendo molto più facile e comodo implorarla e sottomettersi all’invasore, come tante volte accaduto e come ostinatamente i vigliacchi disseminati un po’ dappertutto suggeriscono quotidianamente allo straordinario presidente dell’Ucraìna, che sta stupendo il mondo insieme con il suo popolo. Zelensky, esattamente un anno fa, esprimeva a Biden le preoccupazioni per il futuro, ben sapendo che era nel mirino dei reparti speciali russi, ai quali era miracolosamente sfuggito nel giorno dell’invasione2: «Non so se avremo ancora occasione di parlarci». Quattro giorni fa i due si sono incontrati a Kyiv e si sono abbracciati in pieno centro, davanti al muro delle vittime della resistenza ucraìna. La foto ha fatto il giro del mondo, toccando i cuori degli uomini puri, capaci di sbrogliare i troppi nodi gordiani del presente senza alcun bisogno della spada che servì ad Alessandro, a differenza dei “daltonici volontari” che, con disarmante leggerezza, dividono tutto in bianco e nero, rifiutando aprioristicamente di addentrarsi nelle tante sfumature di grigio che rendono complessa l’esistenza umana Quel bianco e nero utilizzato anche dai “pacifisti de noantri”, che questa notte hanno sfidato il freddo delle colline umbre recandosi da Perugia ad Assisi preceduti da un cartello su cui era scritto, in bianco su fondo nero: “L’indifferenza è pericolosa! Fermiamo le guerre”, senza rendersi conto che le marce della pace non fermano i carri armati russi. Se proprio volevano concedersi una scampagnata notturna bene avrebbero fatto a utilizzare il giallo e il blu per scrivere i loro messaggi. Una foto, quindi, che si trasforma anch’essa in quell’elemento simbolico capace, come sosteneva Bachofen, di far

vibrare le corde dello spirito, destando un presagio e surclassando le parole, che possono solo spiegare, perché solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. L’abbraccio di Biden, quindi, è l’abbraccio dell’Occidente al popolo ucraìno. Di quell’Occidente lacerato e diviso al suo interno a causa delle mille contraddizioni, delle quinte colonne al servizio dei tiranni per limiti culturali o lucrosi e cinici interessi, di una storia che ancora presenta ferite mai sanate e dei tanti altri motivi più volte sviscerati e qui omessi per amor di sintesi. Divisioni che, tuttavia, con buona pace di chi vorrebbe vederle ampliate a dismisura, proprio a causa della guerra in atto devono essere accantonate e superate, più di quanto non stia effettivamente accadendo, per evitare di essere travolti dall’orco russo. Il tempo della resa dei conti interna non è oggi, proprio come traspare in quella grande opera che racchiude il bene e il male, il bene che si dissolve nel male e il male cui talvolta occorre far ricorso per preservare il bene, grazie a quel re senza corona simile ai leggendari cavalieri di Camelot e quindi come loro non sporcato dalla Storia, che di fronte al nero cancello dal quale escono intere armate di orchi, esorta alla battaglia un pugno di eroi pronti al sacrificio, mille e mille volte meno numerosi dei terribili nemici, con parole che superano le barriere del Tempo: «Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo. Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella Terra vi invito a resistere, Uomini dell’Ovest. Per Frodo!» Per Zelensky, direbbe oggi, ossia per colui che incarna il più pregnante simbolo della resistenza ucraìna, avendo realizzato uno stupendo miracolo geopolitico: ha compattato l’Occidente lacerato e diviso; ha reso il suo Paese un pilastro del mondo libero; ha smascherato l’imperialismo russo mostrandone il vero volto attraverso lo sguardo mefistofelico di Putin, novello Sauron che incarna il male assoluto. Da “presidente fittizio” nella fiction televisiva, realizzata per appagare almeno illusoriamente il sogno di cambiamento insito in milioni di connazionali stufi di essere governati dai corrotti servi di Mosca e desiderosi di sentirsi “pienamente europei”, ha trasformato il sogno in realtà, sublimando il ruolo con azioni che ci obbligano, volenti o dolenti, ad abbassare il capo al suo cospetto, sussurrando: «Chapeau». Forse la guerra sarà ancora lunga, ma lui l’ha già vinta essendo facile presagire che riempirà le pagine più belle dei libri di storia. Gli altri, i colpevoli e i collusi, occulti e palesi, sono destinati a perdersi nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di un celebre film.

Il ruolo dell’Europa

Non bisogna scomodare Machiavelli per accettare un dato di fatto inconfutabile: ipocrisia, mistificazione, cinismo spietato, inganno, accompagnano l’essere umano nel suo incedere sui sentieri terreni sin dai tempi antichi. Niente di nuovo sotto il sole, pertanto, anche al cospetto di un evento così chiaro nella sua drammaticità, da rendere oltremodo difficili le arrampicature sugli specchi ai tanti che, pervicacemente, si ostinano nell’impresa, come ampiamente dimostrato dalla cronaca quotidiana. I simboli sono importanti, come abbiamo visto, ma se non accompagnati da atti concreti possono fungere solo da arredo iconografico nelle stanze di chi ad essi si ispira.

La si smetta, pertanto, di dare voce a coloro che parlano a vanvera e offendono l’intelligenza del prossimo facendo seguire “ma” o “però” alle ipocrite asserzioni di solidarietà al popolo ucraino. “L’Ucraìna è stata aggredita e ha il diritto di difendersi, ma…”; “Io sto dalla parte del popolo ucraìno, però bisogna perseguire la pace smettendola di mandare armi”. Sul prezzo da pagare per ottenere la pace si tace o si dicono sciocchezze. A questi diffusi concetti se ne associano altri ancora più osceni, protesi a trasformare le vittime in carnefici e viceversa. Basta con queste pagliacciate. Non si dia proprio voce ai mistificatori e si rispetti chi combatte e muore anche per noi, unitamente ai milioni di connazionali scappati in tutta Europa per sfuggire alla ferocia di soldati educati all’odio.

Si parli solo di cosa fare e di come farlo, senza perdere tempo nello sciocco dietrologismo proteso ad accusare alleati con i quali si deve cooperare in stretta armonia per aiutare l’Ucraìna a vincere sul campo, perché lo hanno capito anche al di fuori della Via Lattea che non esistono alternative. I contrasti interni, come scritto innanzi, che sono tanti e nessuno vuole obnubilare3 , vanno rimandati. Ora vi è altro a cui pensare. Si sta cincischiando troppo con le forniture di armi, di là dalle continue belle parole pronunciate nei palazzi del potere, cadendo in una contraddizione di termini che non può reggere a lungo: se si sostiene che non vi possono essere trattative con un forte sbilanciamento di forze; che la Russia va fermata militarmente perché se le si lasciasse campo libero crollerebbe tutto il sistema mondiale, bisogna consentire subito all’esercito ucraìno di difendersi adeguatamente e contrattaccare, se necessario. Basta coi giochetti diplomatici sulle tipologie delle armi da inviare, che non incantano nessuno. Chiunque capisca di geopolitica e di strategia militare non teme l’escalation nucleare; l’unica paura è quella dei politici che tentennano per non inimicarsi gli

elettori, in massima parte disorientati, confusi e spaventati, che però vanno compresi: l’ignoranza e la buona fede non sono reati. Compresi, quindi, ma non assecondati.

La NATO non può intervenire direttamente e questo è pacifico. Gli USA giocano la loro partita nel rispetto soprattutto delle esigenze interne e anche questo è pacifico. Vogliamo continuare a scannarci su questi argomenti dando fiato ai mestatori? Facciamolo, ma sia ben chiaro che ogni minuto di chiacchiere costa vite umane al popolo ucraìno. E sia detto con non minore afflato emotivo, vanno pianti anche i tanti militari russi “costretti” a combattere e a morire loro malgrado e con sommo rammarico, perché non tutti i russi sono fanatici.

Gli Stati Uniti d’Europa sono una chimera, per ora, ma vogliamo almeno organizzare un esercito europeo parallelo alla NATO, composto da sezioni delle forze d’élite di ogni Paese, includendo anche quelli non aderenti all’Unione Europea, guidato da un unico stato maggiore? Putin ha avuto una bella lezione nel momento in cui riteneva di trovarci divisi e pronti a lasciargli fare strame dell’Ucraìna. La lezione, però, evidentemente, non è ancora sufficiente a farlo desistere dai suoi propositi: ci vede ancora troppo deboli e battibili. O gli facciamo cambiare idea in fretta o saremo costretti a lasciargli campo libero in Ucraìna e chissà dove altro ancora, dopo.

Davvero si vuole correre questo rischio? Risorgi, Europa e datti una mossa, prima che sia troppo tardi. Slava Ukraïni.

NOTE

1. Nel famoso film interpretato e diretto da Mel Gibson l’esecuzione fu rappresentata con la mannaia e non tramite impiccagione. Sono almeno una dozzina le incongruenze storiche presenti nel film, ma nessuna di essa altera la sostanza del dramma patito dal popolo scozzese sia per gli effetti della dominazione sia per le debolezze umane di chi si vendette agli inglesi per personale tornaconto.

2. Nella notte dell’invasione una squadra dei reparti speciali russi fu paracadutata nei pressi del Palazzo del Governo per catturare e uccidere Zelensky e la sua famiglia. L’attentato fu sventato per un pelo. Il giorno dopo registrò il famoso video messaggio con il quale disse al mondo che sarebbe rimasto a Kyiv, avendo rifiutato l’invito dei governi inglese e statunitense a mettersi in salvo e istituire un governo in esilio. Successivamente dichiarò che in quel momento acquisì la consapevolezza del suo ruolo nella guerra: «Capisci che stanno guardando. Sei un “simbolo”. Devi agire come deve agire il capo dello Stato». (Spunti tratti da “Il Messaggero – 29 aprile 2022)

3. Avrò consumato, nell’ultimo mezzo secolo, almeno un migliaio di pagine per descrivere il “male americano” in tutte le salse; lo stesso dicasi per l’Inghilterra, anche in epoca recente (“Storia d’Irlanda” pubblicata a puntate nel mensile Confini a partire da giugno 2022 e non ancora ultimata); per quanto concerne la Turchia, basti dire che amerei tanto rivisitarla, mancandovi da oltre trenta anni, ma i troppi articoli a favore di armeni e curdi… intelligenti pauca. Oggi bacerei le mani a Biden e ai tre Capi di governo che si sono succeduti in Inghilterra nell’ultimo anno, esortandoli a fare ancora di più, senza che ciò influenzi minimamente le considerazioni afferenti ad altri momenti, recenti e meno recenti. Questo esercizio di differenziazione, ancorché difficile, dovrebbe essere compiuto da tutti gli analisti. Chi non vi riesce, anche se in buona fede, disorienta l’opinione pubblica, facendo più danni dei complici del tiranno, facilmente smascherabili e tacitabili.

STORIA: CORSI E RICORSI

(27 febbraio 2023)

La storia è maestra ma non ha scolari, sosteneva Antonio Gramsci. Aveva ragione, a giudicare dagli eventi del passato, del suo presente e di quelli attuali.

I legionari georgiani, valorosi volontari che si sono organizzati in formazione militare per sostenere l’Ucraina nella lotta contro gli invasori russi, accogliendo nei loro ranghi anche volontari di altri Paesi (www.georgianlegion.com.ua), hanno diffuso in rete un eloquente video, associando delle frasi di Hitler a quelle di Putin Un video che dovrebbe indurre tutti a profonde riflessioni, sempre che la storia incominci finalmente ad avere attenti scolari.

Hitler: «Ho sempre cercato di arrivare al cambiamento pacificamente».

Putin: «Abbiamo tentato ripetutamente e con pazienza di negoziare con i Paesi NATO»

Hitler: «Ѐ una menzogna sostenere che vogliamo ottenere le cose con la forza».

Putin: «Non intendiamo imporre niente a nessuno con l’uso della forza».

Hitler: «Queste regioni devono la loro evoluzione culturale esclusivamente alla nazione tedesca; vi sono noti gli infiniti tentativi che ho fatto per risolvere pacificamente il problema dell’Austria e poi le questioni del Protettorato della Boemia e della Moravia. Tutto è stato vano». (Corsivo apposto da chi scrive. L’Austria era un problema solo per lui; i cittadini della Cecoslovacchia, a loro volta, furono così felici di essere sottomessi che, nonostante il terrore della feroce repressione, manifestarono in massa contro l’annessione. Le fucilazioni e le deportazioni nei campi di concentramento fecero guadagnare al famigerato comandante del Protettorato, Reinhard Heydrich, il soprannome di “Boia di Praga”. Da vedere i film “L’uomo dal cuore di ferro”, diretto da Cédric Jimenez e “Missione Anthropoid”, diretto da Sean Ellis, N.d.R )

Putin: «Per otto lunghi anni abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere la situazione [dell’Ucraina, N.d.R.] pacificamente. Tutto è stato vano»

Hitler: «La Germania non ha interessi a Ovest. I confini ad Ovest definiscono i confini del Reich».

Putin: «I nostri piani non includono l’occupazione dei territori ucraini».

Hitler: «Le minoranze tedesche che vivono in Polonia sono soggette ad atroci persecuzioni».

Putin: «Lo scopo della “operazione militare speciale” è di proteggere le minoranze russe soggette al genocidio del regime di Kyiv». (Corsivo apposto da chi scrive: termine genocidio utilizzato in termini accusatori nei confronti degli ucraini si colloca ai vertici della pur massiccia mistificazione degli eventi storici, perché trasforma le vittime in carnefici. Di seguito i link a due miei precedenti articoli sul genocidio subito dagli ucraini da parte dei russi: “Holodomor, lo sterminio per fame del popolo ucraino”; “L’ombra di Stalin”).

Hitler: «Danzica era ed è una città tedesca. Il Corridoio polacco era ed è tedesco».

Putin: «L’Ucraina è, per noi, non solo un Paese vicino. Ѐ parte integrante della nostra storia, della nostra cultura, del nostro spazio spirituale». (A queste dichiarazioni, per amor di verità, andrebbero aggiunte quelle ancora più dure pronunciate da Putin pochi giorni prima dell’invasione, quando sostenne sostanzialmente che l’Ucraina non è mai esistita come entità autonoma ma è sempre stata terra russa e che l’Ucraina moderna è stata una creazione della Russia bolscevica. Per il ministro degli Esteri Lavrov, invece, l’Ucraina «non ha il diritto di essere una nazione sovrana» Non servono commenti, infine, per le frasi pronunciate dal patriarca Cirillo: «Chi muore uccidendo gli ucraini andrà direttamente in paradiso; chi uccide gli ucraini fa bene e non commette peccato» e per quelle dei commentatori televisivi russi che quotidianamente “discorrono amorevolmente” su come bombardare gli ucraini e non solo, sugli effetti di una bomba nucleare tattica e di tante altre amenità finalizzate alla dissoluzione dell’Occidente. Il video realizzato dai legionari georgiani è disponibile nel loro account Twitter: cliccare qui

SULL’ATTENTI, AL COSPETTO DEGLI EROI

(22 APRILE 2023)

Il commovente omaggio dei militari britannici e svedesi ai soldati ucraini in partenza per il fronte dopo il periodo di addestramento (Cliccare sul catenaccio per visionare il video)

Con gli occhi lucidi e la gola che brucia non smetto di guardarli, quei soldati sull’attenti, mentre salutano altri soldati, europei come loro, che vanno in guerra per difendere non solo la propria patria ma anche la sacralità di quei principi che costituiscono il patrimonio comune dei popoli d’Europa. Principi che dovrebbero indurci a fare qualcosa di più. Toccano il cuore quelle immagini, certo, e solo chi fosse cinicamente chiuso nel vuoto della propria misera esistenza riesce a guardarle senza commuoversi. Si vedono i soldati britannici e svedesi sull’attenti, mentre salutano in segno di rispetto e ammirazione i confratelli ucraini in partenza per il fronte, dopo aver imparato ad usare armi più moderne di quelle in dotazione, per meglio difendersi dalla vile aggressione russa. Questi ultimi non si vedono, all’interno dei pullman, ma possiamo immaginare i volti sorridenti, nonostante la consapevolezza che molti di loro non rivedranno mai più la casa, i genitori, le mogli, i figli. Sono soldati che stanno stupendo il mondo, giorno dopo giorno, facendoci prendere consapevolezza - più di quanto non fosse possibile per altre vicende - che occorre spingere sull’acceleratore, e non di poco, affinché si giunga presto a una vera unione politica dell’Europa, in modo da renderla baluardo inespugnabile a difesa della pace.

Un giorno la storia ci giudicherà per tutto ciò che stiamo facendo per l’Ucraina, in questi mesi terribili, e forse le pur bellissime immagini dei soldati sull’attenti, dopo aver addestrato i confratelli ucraini, non basteranno ad assolverci. Dobbiamo fare qualcosa di più. Soprattutto i giovani dovrebbero capire che solo se tutta l’Europa dimostrerà all’orco russo che la condanna per il secondo genocidio perpetrato a danno del popolo ucraino è totale, inconfutabile e senza eccezioni, si potranno creare reali premesse per la pace. Pace, sia ben chiaro, possibile solo con il recupero di tutte le zone occupate, Crimea compresa. Io so cosa farei se avessi vent’anni, o anche il doppio. E sono sicuro che tanti della mia generazione farebbero lo stesso, se potessero. I giovani di oggi, però, avvelenati dagli sciagurati miti del postmodernismo, certe azioni non sono proprio in grado di concepirle. Ѐ una pia illusione, pertanto, sperare che da ogni angolo del continente partano a frotte per arruolarsi nella Brigata internazionale al servizio del glorioso esercito ucraino. Non è solo colpa loro, comunque. Noi adulti siamo stati poco accorti nel contrastare il dilagare del male che subdolamente s’incuneava nei meandri della società, lasciando campo aperto a chi prosperava grazie alla progressiva e sempre più massiccia dissoluzione etica e morale.

Non è mai troppo tardi per correre ai ripari, tuttavia, anche se il compito è arduo. Nondimeno non possiamo esimerci dal compierlo, raccogliendo tutte le nostre forze per “educare” le nuove generazioni al rispetto del vero senso della vita, inducendole ad abbandonare i contorti sentieri che conducono verso un baratro senza fondo e riportarli sulle strade maestre della civiltà. Ce lo impone la nostra coscienza e lo dobbiamo a un intero popolo che si sta sacrificando per tutelare anche la nostra libertà. E intanto non smettiamo per un solo istante di sostenere con ogni mezzo possibile il popolo ucraino e il suo straordinario presidente, sollecitando i governai dell’Occidente a fare meno chiacchiere e più fatti. Siamo vecchi per la spada, non per la penna.

GliEroicaduti

NON ABBIATE PAURA DI AVERE

CORAGGIO:

UCRAINA NELLA NATO SUBITO

(13 luglio 2023)

«Diamo un caloroso benvenuto al Presidente Zelensky alla riunione inaugurale del Consiglio NATOUcraina. Attendiamo di confrontarci, altresì, con i capi di Stato e di governo di Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Repubblica di Corea, nonché con il presidente del Consiglio europeo e col presidente della Commissione europea. Accogliamo inoltre con favore gli impegni assunti con i ministri degli Esteri della Georgia e della Repubblica di Moldova e con il vice ministro degli Esteri della Bosnia-Erzegovina, mentre continuiamo a consultarci strettamente sull’attuazione delle misure di sostegno sostenute dalla NATO. Diamo il benvenuto alla Finlandia come nuovo membro della nostra Alleanza. Questo è un passo storico per la Finlandia e per la NATO. Per molti anni abbiamo lavorato a stretto contatto come partner; ora siamo uniti come alleati. L’appartenenza alla NATO rende la Finlandia più sicura e la NATO più forte. […]. Ogni nazione ha il diritto di scegliere le proprie misure di sicurezza. Non vediamo l’ora di dare il benvenuto alla Svezia come membro a pieno titolo dell’Alleanza e, a questo proposito, accogliamo con favore l’accordo raggiunto tra il Segretario Generale della NATO, il Presidente della Turchia e il Primo Ministro della Svezia. La pace nell’area euroatlantica è andata in frantumi. La Federazione Russa ha violato le norme e i principi che hanno contribuito a un ordine di sicurezza europeo stabile e prevedibile. La Federazione Russa è la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati, alla pace e alla stabilità nell’area euro-atlantica. Il terrorismo, in tutte le sue forme e manifestazioni, è la minaccia asimmetrica più diretta alla sicurezza dei nostri cittadini e alla pace e alla prosperità internazionali. Le minacce che affrontiamo sono globali e interconnesse. La Russia ha la piena responsabilità della guerra di aggressione illegale contro l’Ucraina, ingiustificabile e non provocata, che ha gravemente minato la sicurezza euro-atlantica e globale. […] Continuiamo a condannare con la massima fermezza le palesi violazioni del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e degli impegni e principi dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, N.d.R.) da parte della Russia. Non riconosciamo e non riconosceremo mai le annessioni illegali e illegittime della Russia, inclusa la Crimea. Non può esserci impunità per i crimini di guerra russi e le altre atrocità, come gli attacchi contro i civili e la

distruzione delle infrastrutture civili che privano milioni di ucraini dei primari servizi umani. Gli invasori devono essere ritenuti responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, in particolare contro la popolazione civile ucraina, compresa la deportazione forzata di bambini e la violenza sessuale legata al conflitto. La distruzione della diga di Kakhovka evidenzia le brutali conseguenze della guerra iniziata dalla Russia. La guerra della Russia ha impattato fortemente sull’ambiente, sicurezza nucleare, sicurezza energetica e alimentare, economia globale e benessere di miliardi di persone in tutto il mondo. Gli alleati stanno lavorando per consentire le esportazioni di grano ucraino e sostenere attivamente gli sforzi internazionali per alleviare la crisi alimentare globale. La Russia deve fermare immediatamente questa guerra illegale di aggressione, cessare l’uso della forza contro l’Ucraina, ritirare completamente e incondizionatamente tutte le forze e attrezzature dal territorio dell’Ucraina e riportarle all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. Esortiamo tutti i Paesi a non fornire alcun tipo di assistenza all’aggressione della Russia e condanniamo tutti coloro che stanno attivamente facilitando la guerra della Russia. Il sostegno della Bielorussia risulta determinante poiché continua a fornire il suo territorio e le sue infrastrutture per sostenere l’aggressione della Russia e consentire alle forze russe di attaccare l’Ucraina. In particolare la Bielorussia, ma anche l’Iran, devono porre fine alla loro complicità con la Russia e tornare al rispetto del diritto internazionale. […] Nonostante gli inviti a impegnarsi in modo costruttivo in negoziati credibili con l’Ucraina, la Russia non ha mostrato alcuna sincera apertura a una pace giusta e duratura. (Estratto del comunicato ufficiale della NATO – Summit di Vilnius, 11 luglio 2023. Testo integrale qui).

Belle le parole pronunciate dal segretario generale Stoltenberg e da tutti i rappresentanti dei Paesi aderenti alla NATO. Nonostante il tremore delle dita sulla tastiera, correttezza vuole che esprima anche l’apprezzamento - chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei scritto questa frase - per Erdogan, indipendentemente dalla evidente logica che accompagna la sua strategia, non dissimile da un formale ricatto (fatemi entrare nella UE e non vi rompo le scatole con Svezia e Turchia nella Nato). “Uno alla volta per carità”, non con riferimento a Figaro ma ai “problemi” che ci affliggono. Ora maiora premunt e della Turchia parleremo in altra occasione.

Non si tergiversi troppo con l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. La paura di una escalation è funzionale solo agli interessi di Putin; avere il coraggio di unirci realmente in un blocco solido, dando piena attuazione alle tante parole di solidarietà, fungerebbe da deterrente e indurrebbe il governo russo (ossia Putin) a miti consigli, magari sotto spinte interne sempre più incisive e, chissà, foriere di un cambio di assetto che consenta alla Russia di non rappresentare più una minaccia per chicchessia. Ѐ questa l’unica strada seria da seguire, sia per onorare Zelensky “stupor mundi” e il suo meraviglioso popolo, aduso a soffrire per mano russa ma non per questo destinato a perpetuare in eterno l’infausta condizione, sia per difendere la nostra libertà e non fare la figura dei cinici vigliacchi buoni solo a fare chiacchiere senza costrutto. I Paesi europei, soprattutto, dovrebbero essere i primi a spingere con determinazione sull’acceleratore, per guidare con fermezza il nuovo ordine che scaturirà dai futuri eventi ed evitare che siano Turchia e USA a suonare la grancassa. L’Ucraina ha senz’altro bisogno di entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma forse è il caso di acquisire la consapevolezza che siamo più noi europei e la stessa NATO ad avere bisogno dell’Ucraina affinché funga da “cuscinetto” su una bella fetta di confine, dopo che avrà riconquistato la Crimea, almeno fino a quando sarà necessario. L’augurio che dobbiamo rivolgere ai cittadini russi, infatti, è di affrancarsi da ogni forma di autocrazia e vivere senza timore di finire in prigione o essere uccisi per le proprie idee: vogliamo tutti tornare serenamente a visitare l’Hermitage e a passeggiare sulla Prospettiva Nevskij, col sorriso sulle labbra.

Si parli con chiarezza e per quanto concerne il nostro Paese si tacitino i putiniani de noantri, che sono davvero tanti, per dabbenaggine o complicità e spesso per entrambe le cose. Si spieghi bene, a tutti, iniziando dai giovani, dagli studenti, disorientati e confusi anche per colpa di docenti più disorientati e confusi di loro, che la NATO non è una minaccia per nessuno e che tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, con l’unica eccezione di Bielorussia e Azerbaigian (bei campioni di democrazia!) ambiscono solo a un migliore assetto politico-sociale grazie all’ingresso nella UE e assaporare pienamente il profumo meraviglioso della libertà garantito dal Patto Atlantico. Guardano all’Occidente per girare completamente pagina e cancellare il ricordo di un periodo nefasto, irrimediabilmente e definitivamente condannato dalla Storia.

«Le parole sono importanti» gridava Nanni Moretti, mentre in un famoso film schiaffeggiava la giornalista un po’ tonta che le usava a vanvera. Ora, per carità, nessuno vuole schiaffeggiare chi sciorini quotidiane stupidaggini sulla minaccia della NATO, ma si faccia di tutto affinché si affermi un linguaggio più consono alla reale dinamica dei fatti: non c’è una guerra tra Russia e Ucraina, ma un’invasione da parte della Russia, per ragioni che nulla hanno a che vedere con la NATO, come chiaramente emerso nel discorso che Putin pronunciò due giorni prima dell’invasione, quando sostenne che la Russia non può essere una grande potenza se non controlla i Paesi confinanti; per l’Ucraina non era nemmeno il caso di parlare di controllo perché non ne riconosceva il diritto all’esistenza! Occorre davvero tanta fantasia (o essere realmente al servizio di Putin) per sostenere che il popolo russo e chi lo guida temano la NATO. Tutti sanno benissimo che nessuna coalizione occidentale tenterà di emulare Napoleone e Hitler; ma tutti sanno benissimo, anche, che la propensione europeista dei Paesi dell’ex blocco sovietico costituisce il principale ostacolo al sogno zarista di Putin. Un sogno che deve essere infranto ad ogni costo e al più presto.

Un giorno saremo tutti giudicati per ciò che stiamo facendo in questo nuovo periodo buio della storia europea e in tanti si sono già guadagnati abbondantemente le pagine più vergognose dei libri che saranno scritti. Sono ancora molte, però, le pagine bianche che attendono di essere riempite. Si faccia in modo che diventino pagine belle grazie al coraggio di coloro che, avendone il potere, assumano le decisioni più giuste, fondendo il potere con la sapienza, proprio come auspicato da Platone venticinque secoli fa, sfatando in tal modo la triste riflessione di un grande europeo, Paul Valery, sapiente senza potere: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli».

Exsurge Europa. Slava Ukraïni.

EXSURGE EUROPA, PRIMA CHE

SIA TROPPO TARDI

(18 gennaio 2024)

Incipit

“Il presidente americano Joe Biden ha sollecitato il Congresso americano ad approvare rapidamente la sua richiesta di fondi supplementari per l’Ucraina e a mandare un forte segnale della determinazione statunitense, ammonendo che continuando a non agire si mette in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, l’alleanza Nato e il resto del mondo libero”. (Fonte: Casa Bianca)

Non si può più perdere tempo

Zelensky - che è bene ribadirlo, sarà ricordato nei libri di storia come uno dei più grandi esseri umani mai nati in questo Pianeta - nel recente summit di Davos è stato molto chiaro, iniziando il suo discorso con una ferma critica a quel “don’t escalate” da tutto l’Occidente ignominiosamente pronunciato dopo la vile aggressione russa (non reagite con troppa insistenza, resistete solo per il minimo indispensabile, non attaccate i russi nel loro territorio, etc; N.d.R.): «Con sanzioni più efficaci forse Putin avrebbe ceduto (il forse è pleonastico, nel rispetto di uno stile sempre delicato e pacato, la qual cosa esalta ancor più la sua grandezza, N.d.R.). Con la non escalation si è perso tempo, si sono perse vite e opportunità. Il congelamento della guerra in Ucraina può essere la sua fine? Non voglio accontentarmi dell’ovvia verità - ogni conflitto congelato finirà per accendersi - e vi ricordo che dopo il 2014 vi sono stati tentativi di congelare la guerra nel Donbass. Ci sono stati garanti molto influenti come il presidente o il cancelliere della Germania e il presidente della Francia, ma Putin è un predatore che non si accontenta dei prodotti congelati. […] Dobbiamo ottenere una superiorità aerea per

Fonte:Social“X”

l’Ucraina come abbiamo ottenuto quella nel Mar Nero. Possiamo farlo, i partner sanno ciò di cui abbiamo bisogno e in che quantità. Ciò permetterebbe progressi sul terreno. Due giorni fa abbiamo provato che possiamo colpire aerei russi che non erano stati abbattuti finora. […] Ogni riduzione della pressione sull’aggressore aggiunge anni alla guerra, ma ogni investimento nella fiducia dei difensori accorcia il conflitto. […] Putin con i suoi alleati ha rubato tredici anni di pace al mondo intero. Ѐ ora di sconfiggere il predatore».

Ѐ possibile restare insensibili al cospetto di appelli così accorati? Ѐ possibile restare insensibili guardando i soldati ucraini che affrontano la morte col sorriso sulle labbra, combattendo “anche” per difendere la nostra libertà? Guardateli, i filmati e le foto che quotidianamente ukrainiansquad pubblica sul social media “X” e provate a mettervi nei panni di quegli uomini e di quelle donne mentre “ci fissano” con un sorriso che stordisce (o dovrebbe stordire), quasi come se volessero dirci: «Non vi preoccupate, vi capiamo se non avete il coraggio di darci una mano… noi siamo pronti a morire anche per voi».

I limiti etici e culturali della società americana sono stati sviscerati in tantissimi pregevoli saggi e non è il caso, quindi, di perdere troppo tempo su un argomento che non può rivelarci nulla di nuovo: in virtù di quei limiti, salvo un miracolo che diventa sempre più improbabile, a novembre avremo alla Casa Bianca un uomo capace solo di procurare disastri al mondo intero. Concentriamoci sull’Europa, pertanto, vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli contraendo le peggiori infezioni, quasi tutte culminanti in -ismo, ma che resta pur sempre “casa nostra”, la patria comune, ancorché vessata e avvilita da quelle stupide e ataviche divisioni che un dì indussero il grande poeta Paul Valery ad affermare: «Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli». Ora sorvoliamo pure sull’eccessiva enfasi per “l’espansionismo romano”, ma cogliamo l’essenza del messaggio, che è rappresentata dall’incapacità di superare la deleteria vocazione “egoistica” (nazionalismo) e costruire una vera unione politica che consenta di fungere da faro del mondo, mettendo in riga tanto quegli USA sempre meno importanti e influenti nello scenario globale (e intenti ad accentuare questo aspetto, come ben traspare dalle intenzioni della maggioranza degli statunitensi) quanto coloro che non vedono l’ora di sostituirli in quel ruolo egemonico che spetterebbe a noi europei, sol che fossimo capaci di esercitarlo.

Ѐ evidente, tanto per restare con i piedi per terra, che attualmente non vi è sufficiente tempo per correre ai ripari, perché gli Stati Uniti d’Europa non si formano dall’oggi al domani. Ma vivaddio, vogliamo almeno darci una mossa per non vivere “questo tempo” nell’infamia più assoluta? Gran Bretagna e USA si stanno ancora facendo carico del più concreto sostegno all’Ucraina, ma proprio in virtù di quel sostegno, utile ma non sufficiente, paradossalmente si generano i presupposti per il continuo massacro di tanti giovani soldati, che devono centellinare le azioni belliche (e le reazioni), facendo quotidianamente i conti con le limitate risorse. Ha bisogno di aerei, Zelensky, e lo ha detto chiaramente a Davos. Ha bisogno di carri armati, di munizioni, di un aiuto più sostanzioso, soprattutto da noi europei.

Questo è ciò che chiede, senza spingersi oltre, perché è un uomo intelligente e, ben sapendo con chi abbia a che fare, non tira la corda più di tanto.

Dovremmo essere noi, pertanto, ad andare oltre le sue richieste, sia perché ciò è giusto sul piano umano sia per tutelare i nostri interessi. Quelle crepe che si vedono nella foto aumentano di dimensione giorno dopo giorno. Se non vogliamo che la diga sul fronte continentale crolli davvero, sappiamo ciò che si deve fare. E trovandoci a far bene, cerchiamo anche di far comprendere ai nostri alleati statunitensi che se crolla anche la diga dalla loro parte, saranno i primi a perire.

BUONA PASQUA, EROI.

Oltre dieci milioni di italiani si sono mossi per le vacanze pasquali. Buon pro ne faccia. Alberghi e ristoranti hanno dipendenti da pagare e il turismo aiuta l’economia con un indotto di contorno molto rilevante. Mi sono mosso anche io, ma non me la sono sentita di recarmi in uno dei soliti luoghi ameni, magari approfittando del clima quasi estivo per il primo bagno di stagione. Ho scelto San Giovanni Rotondo, dove è possibile ritemprare lo spirito e staccare un po’ la spina dagli impegni quotidiani senza sentirsi in colpa per andare a divertirsi mentre, nelle stesse ore, in quella terra europea che purtroppo si stenta a far percepire come patria comune, un intero popolo subisce le angherie della tirannide e centinaia di migliaia di eroici soldati si stanno immolando anche per difendere la nostra libertà.

Sono proprio belli i giovani ucraini, e sorridono come se stessero partendo anche loro per le vacanze pasquali, magari sulle spiagge assolate di quella Crimea che già da troppi anni, anche per nostra ignavia, è stata loro strappata via. Vanno al fronte, invece, a uccidere coetanei con i quali sicuramente vorrebbero vive in pace, divertendosi come solo i giovani sanno fare. A uccidere e farsi uccidere, naturalmente, perché in guerra si muore su tutti i fronti. Combattono in palese inferiorità numerica e di armamenti, perché l’Europa non ha il coraggio di assumere posizioni nette e chiare, assicurando quel sostegno che potrebbe imprimere una svolta significativa alla guerra, proiettandola verso l’agognata fine. Tutto ciò rattrista non poco, ma ancor più rattristano le parole di Zelensky stupor mundi, che ci dà quotidianamente lezioni di civiltà, di stile, di superiorità morale, di grandezza d’animo. Ci esime persino dall’imbarazzo di doverci sentire in colpa per l’incapacità nel formare un vero esercito europeo e gridare con fermezza al tiranno: “Vade retro satana”. Non ci chiede nulla, non per alterigia, ma proprio per evitarci ogni forma di imbarazzo, confidando magari che le nostre coscienze possano prima o poi trovare un singulto di dignità, inducendoci a reagire. Si rivolge esclusivamente

agli USA, asserendo chiaramente che senza il loro aiuto sarà costretto a ritirarsi. «Se non c’è il sostegno degli Stati Uniti, significa che non abbiamo difesa aerea, né missili Patriot, né disturbatori per la guerra elettronica, né proiettili di artiglieria da 155 millimetri», ha dichiarato al Washington Post . Negli USA non mancano problemi interni, come dappertutto, ma l’appello di Zelensky dovrebbe scuotere soprattutto noi europei. Sento parlare ogni giorno di esercito europeo, di sostegno incondizionato all’Ucraina, di vile aggressione russa. Giustamente vengono rampognati, e anche in modo encomiabile, i putiniani de noantri, che non mancano perché la mamma degli imbecilli è sempre incinta, ma non si va oltre accorate declamazioni. Non bastano.

Quei giovani nella foto, che ci sorridono nonostante sappiano che non potrebbero vedere l’alba del giorno dopo, meritano molto di più.

Buona Pasqua, Eroi.

BENVENUTO PRESIDENTE ZELENSKY

(14 giugno 2024)

Accordo di sicurezza Usa-Ucraina: “Passo verso adesione Kiyv alla Nato”

I presidenti di Stati Uniti e Ucraina, Joe Biden e Volodymyr Zelenskiy hanno siglato a margine del G7 un accordo bilaterale di sicurezza tra i due Paesi della durata di dieci anni. L’intesa, secondo il documento, dovrebbe rappresentare un passo avanti verso l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato. «Le parti riconoscono che questo accordo costituisce un ponte verso l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato», si legge nel testo anticipato da diversi media Usa.

L’accordo prevede che «in caso di attacco armato o minaccia simile contro l’Ucraina, i massimi funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno entro 24 ore per consultarsi su una risposta e determinare quali ulteriori esigenze di difesa sono necessarie per l’Ucraina». In base all’accordo, gli Stati Uniti ribadiscono il proprio sostegno alla difesa della sovranità e integrità territoriale da parte di Kiyv, nel contesto di una rinnovata spinta della Russia sul fronte orientale dell’Ucraina. Per garantire la sicurezza dell’Ucraina, entrambe le parti riconoscono che l’Ucraina ha bisogno di una forza militare significativa, di solide capacità e di investimenti sostenuti nella sua base industriale di difesa che siano coerenti con gli standard dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. Gli Stati Uniti intendono fornire materiale a lungo termine, formazione e consulenza, sostegno, intelligence, sicurezza, difesa industriale, istituzionale e altro sostegno per sviluppare le forze di sicurezza e di difesa ucraine che siano in grado di difendere un’Ucraina sovrana, indipendente e democratica e per dissuadere una futura aggressione.

Zelensky: «Accordo con Usa rende questa giornata storica» «La giornata di oggi è davvero storica». Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa congiunta con il presidente americano Joe Biden a margine del G7 a Borgo Egnazia, dove i due leader hanno firmato un accordo di sicurezza. «Questo accordo dichiara con chiarezza che gli sforzi degli Usa per il sostegno dell’Ucraina sono indirizzati alla vittoria», ha detto Zelensky,

sottolineando alcuni aspetti dell’accordo, che in generale “riguarda la vita quotidiana dei nostri cittadini”. (Fonte: Rai News 24)

EXSURGE EUROPA (La guerra sovverte i valori)

Sono felice, ovviamente, per l’importante accordo sottoscritto da Biden e Zelensky: quando si ha fame anche un tozzo di pane raffermo diventa prezioso. Leggere che si stanno creando i presupposti per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, sapendo già che si stanno creando i presupposti per l’ingresso nell’Unione Europea, consente di tenere accesa quella fiammella chiamata speranza, pur nella consapevolezza che è sostenuta precipuamente dalla generosa illusione di ciò che si desidera e non certo da dati di fatto concreti. L’Esercito europeo resta ancora un sogno irrealizzabile in tempi brevi e ciò che sta accadendo in questa vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, quasi tutte culminanti in -ismo, ma che mi ostino a considerare la mia Patria e a immaginarla unita, non lascia presagire nulla di buono. La guerra sovverte tutti i valori e toglie le maschere dal volto delle persone, rivelando la loro vera essenza. Da fiero oppositore dell’Europa dei mercanti non ho mai risparmiato critiche, fino a qualche anno fa, a chiunque di essa fosse complice. Se qualcuno, prima di quel tragico 24 febbraio 2022, mi avesse detto che un giorno avrei sudato freddo al solo pensiero di vedere sparire dai rispettivi ruoli di potere Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen, si sarebbe beccato una pernacchia da Guinness dei primati. Mai avrei potuto immaginare, poi, di dover prendere le distanze da tanti amici, molti dei quali a giusta causa per anni considerati maestri, non avendo mai perso la vocazione di eterno studente, nonostante il ruolo di analista di geopolitica dignitosamente esercitato da oltre mezzo secolo. Cardini, De Benoist, Risé (per tacere di altri solo di poco meno importanti e che non voglio nemmeno citare) chi lo avrebbe mai immaginato? Sono cresciuto a pane e loro libri e oggi mi ritrovo a scoprirli incapaci di incunearsi nel tanto grigio che separa il bianco dal nero.

Passi per le masse magistralmente descritte, nella loro fluidità comportamentale, da saggisti, storici, psicologi e pensatori del calibro di Gustave Le Bon, George Mosse, Elias Cianetti, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, ma che fior di intellettuali si rivelino così ciechi da utilizzare la proprietà transitiva in contesti così delicati da impattare sulle sorti dell’umanità atterrisce e sgomenta. (Non mi piacciono gli USA; gli USA sono contro la Russia che sta massacrando il popolo ucraino; di conseguenza sostengo la Russia nemica degli USA e vada pure al diavolo Zelensky con tutto il suo popolo: tanto in Ucraina sono abituati a a morire per mano russa)

Mentre scrivo questa nota mi raggiungono frammenti di commenti giornalistici dalla TV, perennemente sintonizzata su tutti i canali di informazione: Putin sta sfottendo i potenti del G7 con proposte palesemente inaccettabili e sembra quasi di poterlo vedere, col suo sorriso sornione, mentre diffonde il comunicato che dovrebbe fare più male di un calcio nel sedere, o anche di una raffica di mitra, a tutti quei signori che si stanno godendo quel pezzo di Puglia non dissimile da un vero paradiso terrestre.

Potenti del mondo e, in particolare, potenti d’Europa, fino a quando siete ancora disposti a farvi prendere a calci in culo da Putin prima di levarvi in armi in un mare di triboli e, combattendo, disperderli? Un abbraccio forte a Te, caro presidente Zelensky Perdonami se non posso fare di più per esserti vicino come vorrei. Slava Ukraïni

MARK RUTTE

NUOVO SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO

(21 giugno 2024)

Dal prossimo mese di ottobre il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte, prenderà il posto dell’attuale Segretario della NATO, l’eccellente norvegese Jens Stoltenberg.

A volte capita di essere smentito dai fatti ed è l’augurio più sincero che faccio a me stesso, per il bene del mondo, per la tutela della pace, per la salvezza dell’Europa. Nella rosa dei cinque illustri personaggi tra i quali speravo fosse scelto chi dovrà guidare la NATO non figurava Rutte, ma ora il capo è lui e quindi, dal profondo del cuore, gli formulo i più sinceri auguri di buon lavoro. Possa essere realmente degno del delicato ruolo e sempre pronto ad assumere le decisioni più sagge se la Storia lo obbligherà a scelte difficili.

La più importante alleanza militare intergovernativa del mondo deve rappresentare realmente il baluardo contro ogni tentativo, da chiunque perpetrato, di spostare all’indietro le lancette dell’orologio: quanto più forte sarà il suo potere di deterrenza tanto più si ridurrà il velleitarismo dei tiranni.

Si allarghino sempre più i confini difensivi, pertanto, e si accelerino le pratiche per l’ingresso di quei popoli che ad essa guardano con fiducia e speranza per placare il terrore della solitudine (Bosnia e Georgia) e soprattutto della martoriata Ucraina, i cui eroici soldati da due anni stanno combattendo e morendo anche per difendere la nostra libertà.

“Animus in consulendo liber” pertanto, continui ad essere il monito che deve ispirare ogni passo di chi siede sulla poltrona più scomoda del mondo, tenendo bene a mente, però, l’intero costrutto della frase che Gaio Sallustio inserì nella monografia storica De Catilinae coniuratione, dedicata ai fetentoni dell’epoca, allora come ora, e come sempre, sostenuti “anche” da chi, per formazione e cultura, avrebbe dovuto prendere da essi distanze siderali (nella fattispecie Cicerone): «Sed alia fuere, quae illos magnos fecere, quae nobis nulla sunt: domi industria, foris iustum imperium, animus in consulendo liber, neque delicto neque lubidini obnoxius». (Ma c’erano altre qualità che li rendevano grandi (i nostri antenati), che noi non abbiamo affatto: efficienza in casa, un governo giusto all’estero, una mente libera nel prendere decisioni, non soggetta a colpe o passioni).

Aiutare il neo Segretario Generale Rutte a dare senso compiuto al monito di Sallustio, scolpito sulla parete della Sala del Consiglio principale del quartier generale di Bruxelles, è compito dei Paesi aderenti, le cui risorse migliori, sostituendosi anche a chi detenga le leve del potere politico e quindi per atavica mentalità attento precipuamente a preservarlo, hanno il doveroso (e difficile) compito di educare e formare masse non adeguatamente pronte a recepire le istanze di una realtà che, giorno dopo giorno, rivela in modo progressivamente più evidente la sua drammaticità, richiamando alla mente il più cupo monito tramandatoci dall’antichità, già insito nelle Leggi di Platone e mutuato dal libro III dell’Epitoma rei militaris di Vegezio: “Si vis pacem, para bellum”.

GUERRA E PSICHE

(15 luglio 2024)

Da oltre due anni un Paese europeo, il cui ingresso nell’Unione Europea e nella NATO non è più oggetto del “se” ma solo del “quando”, sta subendo ancora una volta la feroce aggressione della Russia, il cui intento è di cancellarlo dalla carta geografica.

Sull’essenza e sulla brutalità di ciò che si sta verificando in Ucraina ho scritto molti articoli e purtroppo altri ne scriverò, con l’auspicio che si creino presto le condizioni per parlare di ben altre invasioni: quelle di cittadini di tutto il mondo che ivi si recheranno per abbracciare altri cittadini tristemente vessati dalla storia e contribuire a far sì che sui loro volti torni a splendere il sorriso. Ci vorrà del tempo, è inutile farsi illusioni, ma quando l’Ucraina avrà recuperato la sua dignità di esistenza e i territori ora in mano nemica ciò rappresenterà un dovere morale per ogni uomo degno di essere definito tale.

La tematica di questo articolo, invece, riguarda le implicazioni sociali registrate nei Paesi non direttamente coinvolti nelle azioni belliche ma che, per rispetto della dignità umana, a giusta causa sostengono il diritto dell’Ucraina di difendersi e in qualche modo cercano di aiutarla fornendo armi, assistenza militare e supporto economico, grazie anche al contributo solidaristico della società civile, che promuove raccolte di fondi e beni di prima necessità. Il corsivo serve a sancire il punctum dolens oggetto dell’articolo, rappresentato da quella parte di popolo che del sostegno all’Ucraina, sotto qualsiasi forma, proprio non vuol sentire parlare. Una parte di popolo contraria all’invio delle armi; adusa a parlare vacuamente di pace senza spiegare come ottenerla; a invocare Dio affinché intervenga per fermare il bagno di sangue durante gradevoli marce molto simili alle scampagnate domenicali, con un’ipocrisia che sconcerta dal momento che anche il più convinto dei credenti dovrebbe sapere che

Dio non s’immischia nelle diatribe tra gli uomini (e se fosse vera la boutade costantiniana di Ponte Milvio avrebbe anche scelto la parte sbagliata, considerata la follia omicida che pervase Costantino pur di restare al potere); a invocare trattative e intese con non minore ipocrisia, dal momento che Putin non ha nessuna voglia di intendersi con chicchessia ma solo di imporre la sua volontà. La versione più becera di questa fetta di umanità esprime concetti più o meno simili a quelli che chi scrive si sente ripetere spesso a commento dei tanti articoli scritti negli ultimi due anni e mezzo: «Per quanto mi riguarda la Russia può fare dell’Ucraina quello che vuole; ho una famiglia da mantenere, uno stipendio da fame e faccio fatica ad arrivare a fine mese. I soldi spesi per l’Ucraina preferirei che alleviassero le mie condizioni economiche». Coloro che per titoli e ruolo sociale non possono permettersi di esprimersi a questi livelli producono ghirigori concettuali per far passare l’idea che “più armi si mandano all’Ucraina più dura la guerra; che la Russia non può essere né sconfitta né umiliata (senza alcun riferimento ai massacri perpetrati); che l’Ucraina deve accettare la realtà e arrendersi alla maggiore potenza bellica della Russia”, manifestando il fastidio per le richieste di aiuto da parte di Zelensky: la smetta di rompere le scatole perché non abbiamo alcuna voglia di sacrificare una briciola del nostro benessere per un popolo di cui, sostanzialmente, nessuno sa nulla e a nessuno importa nulla.

Si registra, di fatto, una spaccatura sociale che vede due fronti contrapposti: uno che solidarizza con il popolo ucraino; l’altro che ingloba sia coloro che solidarizzano con Putin sia i cinici indifferenti, insensibili alle sofferenze altrui. Dai media traspare quotidianamente lo scontro tra quelle che, con errata espressione, vengono definite opposte fazioni. Perché “errata espressione”? Perché nel momento in cui si accetta un confronto paritetico con chi sostenga il diritto della Russia a invadere un popolo e a farne strame, si conferisce dignità interlocutoria a soggetti le cui tesi scaturiscono precipuamente da fratture della mente e non da analisi che possono essere condivise o confutate. Intendiamoci bene: non tutte le persone che parlano a vanvera sono cattive e le loro argomentazioni scaturiscono esclusivamente dalla paura per i fatti tangibili e per una possibile escalation dello scontro. La paura è una emozione che, nella maggioranza dei casi, ha matrice irrazionale e accomuna tutti gli esseri viventi quale risposta a una minaccia reale o percepita. A volte è così forte che induce chi la prova a comportarsi vigliaccamente: si fugge in caso di terremoto o di attacco terroristico senza preoccuparsi dei propri cari; si gira la testa dall’altra parte se si vede uno stupro di gruppo in qualche parco o un branco di bulli che picchia un ragazzo, per paura di rimetterci le penne, come talvolta è accaduto a qualche coraggioso. Se nei casi succitati il comportamento pauroso può generare disprezzo, sul piano della classificazione prettamente psicologica non vi è nessuna differenza con altre situazioni che, invece, vengono trattate generosamente. Chi scrive, per esempio, non ha nessun timore se durante una crociera dovesse trovarsi nel bel mezzo di una tempesta fonte di panico per gli altri crocieristi, ma diventa una divertente macchietta comica a bordo di un aereo, sudando le classiche sette camicie anche in assenza di perturbazioni, pur essendo consapevole che statisticamente un aereo è più sicuro di una nave. Ciò, però, fa solo sorridere gli amici, che non si sognano di definirmi un vigliacco, essendo ben consapevoli che non perderei tempo nel soccorrere una ragazza preda del branco e se solo avessi qualche anno in meno sarei al fianco dei valorosi soldati di Zelensky. Al netto dei complici di Putin, che ovviamente non fanno testo e con i quali è inutile perdere tempo, bisogna fare molta attenzione quando si parla con soggetti che agiscono o esprimono concetti sotto l’impulso di una spinta irrazionale. Maltrattarli e definirli vigliacchi non serve a nulla. Con santa pazienza, invece, bisogna cercare di far comprendere loro che una società civile impone delle regole, a volte dure, dalle quali non si può prescindere se si vuole dare un senso alla propria vita. Soprattutto occorre far leva sul processo comparativo: come si sentirebbero se i soldati russi invece di stuprare ragazzine ucraine stuprassero mogli e figlie? E se fosse la loro casa a essere bombardata direbbero lo stesso ai governanti dei Paesi amici di non mandare armi ai soldati italiani o implorerebbero in ginocchio il massimo degli aiuti? In pratica si deve cercare di indurre le persone a ragionare evitando ogni forma di accusa. Le fratture della mente vanno curate, come qualsiasi altra ferita. Chi si sognerebbe di offendere un atleta che non può correre la finale dei cento metri a causa della gamba ingessata

per un incidente? Per quanto sostanzialmente diverse per genesi, entrambe le fratture abbisognano di essere curate e non di altro.

Chi fosse nato dopo il 1945 la guerra l’ha vista nei film o studiata nei libri di storia. Il concetto di combattere per difendere la propria Patria è assente nel costrutto mentale di milioni di persone e tanto più incomprensibile quanto più lontani si sia, anagraficamente parlando, da quei terribili anni che hanno sconvolto il mondo. Cercare di farlo percepire con appelli intrisi di retorica, non scevri di rimprovero per l’insensibilità nei confronti di chi soffre perché la guerra l’ha in casa, non solo è tempo sprecato ma produce un effetto boomerang. Non bisogna arrabbiarsi per le reazioni palesemente sconcertanti, ma, restando calmi, far chiaramente percepire la superiore dimensione etica e culturale, utilizzano metafore che possano indurre a riflettere. Chi scrive utilizza spesso, sia negli scritti sia nei discorsi, lo scambio di corrispondenza tra Freud e Einstein, con ottimi risultati, avendo visto davvero tante persone riconsiderare il loro pensiero dopo pacate discussioni. (Di seguito i link a un articolo e a un video: Riflessioni sulla guerra e sulla pace; Rassegna multimediale – a partire dal minuto 9). Solo facendo comprendere che nonostante la guerra sia la cosa più stupida partorita dal genere umano, le guerre vi sono sempre state, si può tentare di far accettare anche il più ostico concetto contenuto nel monito “si vis pacem para bellum”. I governanti, non solo italiani, per i limiti scaturiti dalla bramosia di potere, sono molto attenti agli umori dell’opinione pubblica: percependo ritrosia nei confronti dei drastici interventi a sostegno dell’Ucraina, si regolano di conseguenza. Ne sa qualcosa in merito Macron, per esempio. Bisogna lavorare molto, pertanto, affinché si annullino gli effetti negativi dei SINAP (soggetti con influenza negativa sulle altre persone) e cresca l’attività formativa ed educativa dei SIPAP (soggetti con influenza positiva sulle altre persone). Lavorare molto a livello di opinione pubblica e in fretta affinché i governanti recepiscano il cambio di umore e magari decidano anche di mettere mano a quell’Esercito europeo di cui finalmente qualcuno inizia a parlare. (Chi scrive ne parla da oltre mezzo secolo e nel lontano 1977, vox clamantis in deserto, ne ha citato per la prima volta l’importanza anche in un articolo, pubblicato da una prestigiosa rivista). L’Ucraina non può permettersi le lungaggini burocratiche per l’ingresso nell’Unione Europea e nella NATO e ha bisogno con urgenza di maggiori aiuti. Ogni giorno che passa, nell’attesa di interventi realmente risolutivi, muoiono soldati al fronte e civili nelle città. Di questi morti, purtroppo, anche noi siamo responsabili. Se ne facciano una ragione i tentennanti governanti bravi con le parole ma non con in fati. Soprattutto se ne facciano una ragione i popoli d’Europa, perché continuare a nascondere la testa nella sabbia vuol dire solo che, prima o poi, nella sabbia finiranno con l’intero corpo.

Kyiv: l’orchestra da camera si esibisce sulle rovine dell’ospedale pediatrico

I L TEMPO È GALANTUOMO

(13 ottobre 2024)

Fontefoto:“ANSA”

IL PRESIDENTE MATTARELLA NEL VERTICE DEL GRUPPO ARRAIOLOS TENUTOSI A CRACOVIA SOSTIENE LE TESI DA CHI SCRIVE PROPUGNATE SIN DAL 1972! (MEGLIO TARDI CHE MAI).

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE MATTARELLA

“Il nostro continente si trova ad affrontare grandi sfide di diversa natura: da quelle climatiche a quelle geopolitiche. Questo ci richiama all’urgenza di compiere passi avanti affinché l’Unione sia in grado di rispondere con efficacia e tempestività, assumendo il ruolo e le responsabilità che le competono. Tra queste sfide e riforme – indifferibili – vi è quella della difesa comune dell’Unione. L’alleanza con gli Stati Uniti è storicamente un caposaldo irrinunciabile, non soltanto per esigenze militari ma, ancor di più, perché si inquadra in un rapporto che si basa su valori comuni di libertà, democrazia, diritti della persona, su vincoli storici, culturali e di relazioni umane. Da lungo tempo si pone l’esigenza – sovente sottolineata da oltre oceano – del rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza. Questo non si esaurisce nell’aumento delle spese militari, ma richiede ben altro. Vorrei dire, soprattutto ben altro. Personalmente, avverto ancor più che rammarico, tristezza nel vedere immense

quantità di risorse finanziarie destinate all’acquisto di armi, sottraendole a impieghi di carattere sociale: dalla salute al cambiamento climatico, dalla cultura alle infrastrutture. Ma vi siamo costretti dal mutamento del clima che è calato all’improvviso sul nostro continente, a causa dell’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina e dal manifestarsi di una sua sorprendente aggressività militare fuori dalla storia e dalla razionalità, considerata anche la vicendevole contabilità di vittime e devastazioni del territorio. Ci troviamo di fronte al tentativo di introdurre il principio secondo cui gli Stati confinanti, o anche soltanto prossimi a uno Stato più grande e forte, hanno due sole strade: l’allineamento politico, economico, culturale o l’invasione. La sfida non si traduce, banalmente, soltanto in quantitativi di spesa, ma riguarda il conseguimento di capacità militari. Gli Stati Uniti sono in grado di condurre operazioni complesse. I 27, tutti insieme, abbiamo forti limiti e possiamo svolgere operazioni di complessità notevolmente ridotta.

Conosciamo le cause:

• Frammentazione in 27 diverse forze armate.

• Conseguente duplicazione di funzioni e compiti.

• Differenti sistemi d’arma con difficili interoperabilità.

Abbiamo 27 industrie militari, sovente in competizione fra loro.

Nel dicembre del 1999, a Helsinki, il Consiglio europeo della difesa – cui partecipavano anche i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione – era giunto alla definizione concreta di un corpo d’armata europeo di sessantamila unità. E ciascun Paese aveva indicato con precisione quali assetti vi conferiva. Sono passati 25 anni. Saremmo in ben altra condizione di sicurezza se avessimo proseguito su quella strada. Ma ci si fermò per le improvvise riserve negli USA e in alcuni dei Paesi dell’Unione, per il timore che si costruisse una – peraltro inverosimile – alternativa alla Nato. Si trattava, al contrario, di rendere più forte il pilastro europeo. Quelle resistenze si sono, per fortuna, attenuate. Guardiamo all’oggi. Penso che la Russia abbia aggredito l’Ucraina - dopo aver fatto le prove in Georgia e in Crimea - in base a una serie di errori di valutazione.

Tra questi, due soprattutto. Il primo: la convinzione che, ormai, lo sguardo degli Stati Uniti si fosse definitivamente distolto dall’Europa e rivolto al Pacifico, così come, in effetti, appariva. Il secondo: l’idea che l’Unione Europea fosse disunita e che, anche a causa dei legami energetici con diversi Paesi, non le avrebbe creato difficoltà. La presidenza Biden ha rivolto nuovamente, e in pieno, la sua attenzione all’Europa. E l’Unione è stata compatta - pressoché unanime - nel sostegno all’Ucraina. Adesso, al Cremlino si attende che gli Stati Uniti - quando avremo, come si spera, superato l’emergenza con la garanzia di sovranità dell’Ucraina - tornino a incentrare la loro attenzione sul Pacifico oppure a un disimpegno, come avvenne negli anni Venti del secolo scorso. A loro avviso, verosimilmente, l’Unione Europea, in questo caso, non sarebbe, per la Russia, un ostacolo insuperabile. Cosa può dissuaderla? Il deterrente è un’Unione con adeguate capacità militari, che soltanto una vera difesa comune può assicurare, garantendo al contempo un forte mantenimento dell’Alleanza Atlantica, perché, in piena complementarietà, ne verrebbe rafforzata la NATO. Vediamo tutti, inoltre, che il mondo va velocemente verso una molteplicità di soggetti di ampie dimensioni e di grandi possibilità. Vediamo anche che, per la stabilità internazionale e per contrastare chi calpesta il diritto internazionale, non bastano più gli Stati Uniti da soli. Non dobbiamo lasciarli soli e l’unica possibilità per farlo è quella di acquisire vere, efficaci capacità militari, sempre pronti a una cooperazione che allenti le tensioni, nel rispetto di indipendenza e sovranità di ogni Stato. Quelle capacità comuni dell’Unione sono indispensabili. Nella speranza di non doverle mai usare”.

GRAZIE, PRESIDENTE MATTARELLA

Le sue parole al vertice ���������������������������������������� sono state vera musica per le mie orecchie: un fantastico concerto che riempie il cuore di gioia e alimenta la speranza. Io le ho pronunciate per la prima volta ������������������������������������������������������������������������, quando fondai il MOVIMENTO LIBERA EUROPA, poi tramutatosi

nell’associazione culturale “EUROPA NAZIONE”. Da oltre mezzo secolo le vado ripetendo un giorno sì e l’altro pure, in centinaia di articoli e discorsi, aggiungendovi via via le analisi scaturite dalla realtà contingente, da lei magistralmente espresse. Le mie parole, però, si perdono nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di un celebre film. Speriamo che grazie a lei ora scuotano le coscienze dei governanti e li inducano a costruire un’Europa forte, che funga da faro del mondo e baluardo di Civiltà, con un’insegna nella quale, con caratteri cubitali, siano scritte quelle tre magiche parole che fanno sognare da sempre i veri europeisti: ��������������������������������������������

USA OUT: EXSURGE EUROPA!

(10 novembre 2024)

Non perderò molto tempo a parlare delle elezioni presidenziali negli USA. Potrei solo ripetere cose trite e ritrite su un popolo complesso, pregno di contraddizioni, con il quale siamo comunque costretti ancora a fare i conti, nel bene e nel male, a causa delle nostre debolezze e anacronistiche divisioni. Che il sogno americano si fosse dissolto lo avevo già scritto otto anni fa (Bye Bye american dream; Il sonno della ragione genera mostri) e tutti i concetti espressi allora sono validi anche ora, a cominciare dalla difficoltà oggettiva che pervade un popolo con alto tasso di razzismo e cinica propensione al più bieco calvinismo (o per meglio dire, al “calvinismo” sic et simpliciter, perché “più bieco” lascerebbe sottendere che esita qualche versione che non lo sia) nell’accettare una donna alla Casa Bianca, per giunta non bianca. Ne parlo nel primo articolo citato, con riferimento al bellissimo film di Rod Lurie, The contender, che invito senz’altro a vedere. Parimenti, che gli importanti analisti delle vicende statunitensi, con stipendi da favola, meriterebbero di far precedere il titolo dall’aggettivo cosiddetti, lo avevo scritto, con altro dissacrante articolo, nello stesso anno, divertendomi non poco nel prenderli in giro: La sorpresa dei babbei.

Trump ha vinto ancora una volta, con minore sorpresa da parte di tutti rispetto al 2016, eccezion fatta per quella sinistra che cammina da tempo con la bussola rotta e che sembra sempre cadere dalle nuvole al cospetto di qualsivoglia evento e che, comunque, anche con un sistema di navigazione ultramoderno non potrebbe certo condurre le navi in porto, proprio perché “sinistra”.

Quando si verifica una tragedia, a causa dell’urbanizzazione selvaggia che non regge il cambiamento climatico o della follia umana che vede i ragazzi di oggi maneggiare le pistole con la stessa leggerezza con cui i ragazzi di ieri maneggiavano le figurine Panini o il bigliardino, risuonano come un

mantra le solite frasi: “Che la morte di Tizio non sia vana e funga da insegnamento per il futuro”; “Che questa alluvione sia l’ultima” e via dicendo. Il semplice fatto, però, che le frasi si ripetano con metodica frequenza, vuol dire che servono a poco. Ma non per questo smettiamo di pronunciarle. Con l’elezione di Trump, pertanto, che come tragedia non è certo subalterna a quelle succitate, possiamo comportarci alla stessa stregua, sia pure con la consapevolezza che le parole si perderanno nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di un celebre film. Ma chi scrive è un cavaliere errante e alla domanda su che cosa fare, in talune circostanze, può solo rispondere in un modo: «Continuare a essere cavalieri». Cerchiamo di trarre dall’immane tragedia, pertanto, l’unico dato positivo. Un presidente che penserà esclusivamente al suo Paese, o addirittura a una parte di esso, ossia quella che ha meno bisogno di essere pensata perché abbondantemente autosufficiente, ancorché ingorda, obbliga noi europei a riconsiderare in brevissimo tempo tutto il nostro assetto e correre ai ripari su ogni fronte: politico, economico, militare, commerciale. Solo un’Europa realmente unita può fronteggiare il new deal statunitense, che vedrà tanta gente soffrire. In Ucraina sono giustamente preoccupati perché alle immani sofferenze patite dal marzo 2022 si aggiunge l’angoscia per un futuro sempre più cupo. Che ne sarà di quel Paese senza gli aiuti statunitensi e con un’Europa traballante? Vengono i brividi solo a pensare ciò che potrebbe accadere. Biden sta facendo di tutto, prima del suo addio alla Casa Bianca, per mandare armi e soldi, ma le prospettive future sono nefaste e l’ex consigliere di Trump, Bryan Lanza, ha già dichiarato che il nuovo presidente è intenzionato a favorire la fine della guerra congelando l’attuale assetto, ossia lasciando ai russi i territori occupati, Crimea compresa. (Sì, è giunta una smentita dallo staff di Trump: ma chi vi crede?) Possiamo tollerare tutto ciò? Ciascuno si ponga una domanda e si dia una risposta, guardandosi allo specchio, però.

RESTIAMO UMANI.

SLAVA UKRAÏNI

(30 novembre 2024)

Ciò che sta accadendo in Ucraina, non da poco tempo, ha superato ogni limite di umana tolleranza. Mai come in questo delicato momento storico risaltano, attualissime, sia le profezie spengleriane sul “Tramonto dell’Occidente” sia i paradigmi geopolitici magistralmente trattati da Ernst Jünger e Carl Schmitt nel saggio “Nodo di Gordio”, pubblicato per la prima volta nel 1953 e non a caso recentemente ristampato da Adelphi.

Per anni ho cercato di dimostrare, con centinaia di articoli, che era possibile superare la visione decadentista di Spengler e che l’Occidente, con l’Europa come fulcro, celava (l’imperfetto mi è venuto naturale ed è la prima volta…) nel proprio ventre le risorse necessarie per ergersi a faro del mondo e tutore di pace. Per anni ho riproposto la teoria dell’anaciclosi, ritenendo che dopo la fase finale del ciclo[1], contrariamente a quanto previsto da Polibio, si potesse ripartire non tanto con un “re autorevole e saggio” ma con un Governo composto esclusivamente da uomini “autorevoli e saggi”, in grado di ritardare il più possibile l’avvento della tirannia.

Da oltre due anni, però, questo equilibrio concettuale, ancorato a una prospettiva positiva, risulta fortemente compromesso dalle vergognose e ciniche reazioni al massacro del popolo ucraino. Massacro che sempre più si configura come il secondo genocidio, dopo Holodomor. In Russia siamo nel pieno della quarta fase concepita da Polibio, ma non si intravedono spiragli effettivi per l’avvento, in tempi brevi, della quinta. In Occidente siamo al culmine della fase “sei”, ma è il populismo dei demagoghi che sta crescendo smisuratamente e non s’intravede alcun presupposto - tanto meno attraverso il potere assoluto dittatoriale previsto da Polibio - per un nuovo ordine mondiale teso all’armonia e capace di incidere positivamente anche nei Paesi dove la parola civiltà è stata cancellata dal dizionario o non vi è mai apparsa. Paradossalmente, come ho già avuto modo di scrivere recentemente, la vittoria di Trump negli USA, indecente e disastrosa, potrebbe e “dovrebbe” fungere da schiaffo all’Europa affinché si ridesti dal lungo sonno e si renda conto che è solo suo compito

MissilisuKyiv– Fontefoto“Rainews.it”

prendere il toro per le corna. Trasformare una negatività in opportunità è una grande virtù, ma se vi si rinuncia, soprattutto quando è in gioco la libertà e milioni di persone perdono la vita, si commette un crimine contro l’umanità, come ben traspare dal bellissimo articolo pubblicato ieri da Goffredo Buccini sul Corriere della Sera: Nubi su Kiev e la lezione dimenticata

NOTE

1. Secondo Polibio l’ordine dell’evoluzione dei sei tipi di governo è il seguente

1. Monarchia: Lo Stato inizia con una forma di monarchia primitiva che progressivamente progredisce sotto la guida di un re autorevole e saggio, che agisce nell’interesse e a difesa dei suoi sudditi, dando vita alla virtù politica della “regalità”.

2. Tirannia (anche detta Tirannide): Quando il potere politico passa per successione ereditaria ai figli del re, questi, abusando dell’autorità per loro tornaconto, fanno sì che la monarchia degeneri in tirannide.

3. Aristocrazia: Alcuni degli uomini più influenti e potenti dello Stato (i cosiddetti ἄριστοι, trasl. àristoi) si stancheranno alla fine degli abusi dei tiranni e li rovesceranno instaurando il regime della aristocrazia.

4. Oligarchia: Proprio come è avvenuto per i successori dei re, quando il potere passerà ai discendenti degli aristocratici, questi inizieranno ad abusare della loro influenza, come i tiranni prima di loro, causando il declino dell’aristocrazia e l’inizio della “oligarchia”. Ci sarà non più la “legge di uno” ma l’inizio della “legge da parte di pochi” che approfitteranno a loro vantaggio del potere.

5. Democrazia: Gli oligarchi saranno quindi abbattuti dal popolo che instaurerà la democrazia, destinata anch’essa a degenerare quando curerà con “leggi alla rinfusa” solo gli interessi delle masse, trasformandosi in oclocrazia.

6. Oclocrazia: Durante l’oclocrazia il popolo, danneggiato dal disordine politico e dalla corruzione, svilupperà il sentimento della giustizia e sarà spinto a credere nel populismo dei demagoghi che porteranno lo Stato al caos da cui si uscirà quando emergerà un unico, e a volte virtuoso, demagogo che instaurerà il potere assoluto dittatoriale riportando lo Stato alla monarchia.

24 FEBBRAIO: COLORIAMO L’EU-

ROPA DI GIALLO E BLU

(23 febbraio 2025)

Incipit

«Restate fermi, restate fermi, figli di Europa, fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa paura che potrebbe afferrare il mio cuore. Ci sarà un giorno in cui il coraggio degli uomini cederà, in cui abbandoneremo gli amici e spezzeremo ogni legame di fratellanza, ma non è questo il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo! Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella Terra vi invito a resistere, Uomini dell’OVEST! Per Zelensky!»

(Testo mutuato dall’appello di Aragorn prima della battaglia all’esterno del nero cancello, contro i mostri di Sauron)

Svegliati Europa!

Solo qualche giorno fa, da queste colonne, è partito l’appello a non perdere tempo nel commentare lo stupidario che traspare dalla follia al potere, contrastandola con l’ironia e facendo chiaramente trasparire la superiorità intellettuale, culturale, etica e morale di chi ad essa si contrappone. Ascoltiamo anche l’esortazione di Bachofen, che vede nel simbolo un elemento più importante delle parole. Nell’incipit l’elemento simbolico rappresentato dall’eterna lotta del bene contro il male serve da prodromo per l’appello a colorare di giallo e blu l’Europa in occasione del terzo anniversario dell’ignominiosa invasione dell’Ucraìna (con l’accento sulla i, mi raccomando). Facciamo capire a Zelensky che i veri “europei”, al di là dei tentennamenti di chi si barcamena tra chiacchiere senza costrutto e mille timori nelle stanze del potere, sono con lui senza “se” e senza “ma”. Non perdiamo tempo, pertanto, a commentare l’indecente spettacolo che tre pseudo comici, ancorché con grandi poteri, hanno messo in scena a Washington durante la convention dei conservatori, con

motoseghe, saluti nazisti, frasi ingiuriose nei confronti di noi europei e di quel gigante che si è dimostrato il presidente dell’Ucraina, per divertire un uditorio di cerebrolesi. Non ne vale proprio la pena. De minimis non curat praetor! Oggi, pertanto, parliamo della nostra bella Europa, per riconoscerci in essa e da essa trarre la forza per emulare quel pugno di uomini idealmente raffigurato da Tolkien per combattere i mostri che ci tormentano nei sogni e, purtroppo, talvolta anche nella vita reale. L’Europa sarà pure una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo, ma resta pur sempre la cosa più bella che esiste su questo Pianeta. Noi siamo europei. E quindi siamo quanto di meglio esista su questo Pianeta. Non dimentichiamolo mai e rendiamo omaggio alle nostre radici, esaltando chi da sempre ha sognato e lottato per un’Europa veramente unita. Per gli Stati Uniti d’Europa.

Alle radici del mito. Gli archetipi della civiltà europea. Il primo documento scritto in cui compare il termine Europa è il terzo dei trentatré inni omerici, dedicato ad Apollo, risalente all’800 a.C. Parlando di un tempio da edificare a Delo, il Dio del sole e di tutte le arti annuncia: «Qui ho deciso di costruire un tempio glorioso, un oracolo per gli uomini, e qui porteranno offerte pubbliche coloro i quali vivono nel ricco Peloponneso, coloro che vivono in Europa». Europa è anche il nome della figlia di Agenore, re di Tiro, sedotta da Zeus, che la raggiunse sulla spiaggia della città fenicia dopo aver assunto le sembianze di un toro. L’episodio è narrato da secoli come “ratto di Europa”, definizione da smantellare senza indugi, traendo spunto dalla più realistica “visione” che traspare dalle opere di tantissimi grandi pittori. In nessuna di esse si notano segni di violenza; i volti di Europa e delle ancelle appaiono sereni e sorridenti. Nessun ratto, quindi, ma solo un cortese invito a montare in groppa, entusiasticamente accettato dalla principessa. Quale donna, del resto, farebbe storie sentendosi corteggiata da un Dio! È proprio insopportabile, inoltre, il solo associare, anche leggendariamente, il nome “Europa” a uno stupro. Furono proprio coloro che veneravano Zeus, del resto, a generare quella cultura senza della quale non si sarebbe mai formata la “nazione europea” così come oggi si presenta, anche nelle sue contraddizioni. Civismo, individualismo, cosmopolitismo, culto della conoscenza, democrazia, da elementi fondamentali della civiltà elladica ed ellenica sono stati assunti gradualmente quali archetipi della civiltà europea. Già Aristotele iniziò a differenziare gli europei dagli asiatici, sia pure con una chiave di lettura pretenziosa e superficiale. (I più curiosi possono sfogliare il libro settimo di “Politica”). Con l’impero romano, tra i popoli europei assoggettati, prende forma il diritto scritto come limite all’arbitrio dell’uomo, da molti storici visto come elemento di coesione: «Legum servi sumus ut liberi esse possimus», pontificava Cicerone, non prevedendo, però, la nascita di coloro che delle leggi avrebbero fatto strame proprio per negare la libertà agli altri1. Dante, nel “De Monarchia”, pur nella palese forzatura relativa alla presunta “volontà divina”, con la quale aveva giustificato anche l’espansione romana, riserva all’Europa il compito di formare un impero universale destinato “ad una missione comune di ordine, di civiltà e di armonia”. Peccato che questo nobile proposito sia stato costantemente smentito negli otto secoli successivi con le sanguinose lotte intestine e la netta contrapposizione ideologica e religiosa. Con l’avvento di Carlo Magno si forma una nuova idea di Europa, anche se ancora oggi persiste il dilemma tra chi ritiene che l’impero carolingio fosse un’evoluzione dell’antico impero romano e chi invece lo codifica come prodromo dell’Europa moderna. Di sicuro, proprio con la successione carolingia, inizia quella spartizione dell’Europa alla base di tante sciagure continentali.

Nascita e crisi dell’idea europea. Agli albori del quindicesimo secolo, Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa Pio II, conia il termine “Europeo”. Nel sedicesimo secolo, però, “l’idea Europa” registra un sensibile rallentamento. Profonde lotte intestine generano gli stati nazionali; il decadimento della morale “romana” scandalizza i popoli del Centro-Nord e anche i cristiani si dividono in cattolici e protestanti. La crisi è profonda, nonostante il consolidarsi dell’Umanesimo, del Rinascimento e delle correnti di pensiero letterario, filosofico e artistico sorte nel secolo precedente. Tra i più illustri esponenti di questo periodo vi

è Erasmo da Rotterdam, che crede fortemente nell’Europa unita, ma solo sotto l’egida del cristianesimo: «Il mondo intero è una patria comune (dove per il mondo s’intende l’Europa cristiana), non gli inglesi, né tedeschi, né francesi; perché ci dividono questi stolti nomi, quando il nome di Cristo ci ricongiunge?» Il suo pensiero non era di facile assimilazione e pertanto nessuno gli diede ascolto, lasciandolo nella triste condizione di “incompreso”. Pur restando cattolico, infatti, condivideva molti punti della riforma protestante, della quale però non accettava il punto cruciale, relativo alla negazione dell’esistenza del libero arbitrio. Ciò lo rendeva inviso sia ai cattolici, che lo consideravano luterano, sia ai luterani, che non tolleravano la sua volontà di mantenersi neutrale per conferire un impulso più autorevole alla riforma della religione, scegliendo il meglio delle due parti. Quando le posizioni di qualcuno sono di difficile comprensione si fa più presto a cancellarle del tutto e così avvenne con Erasmo, i cui libri furono dati alle fiamme a Milano, nel 1543, insieme con quelli di Lutero. Un altro eminente umanista e convinto europeista, lo spagnolo Juan Luis Vives, nel 1529 scrive il “De concordia” ed esorta i popoli europei a trovare una più efficace coesione per respingere la minaccia ottomana. In Italia si leva forte il grido di Niccolò Machiavelli e Tommaso Campanella a favore della piena restaurazione dell’autorità papale.

Tra il XVI e il XVII secolo l’Europa precipitò in un periodo ancora più buio dei precedenti, caratterizzato da una lunga guerra che, dopo l’iniziale contrasto tra stati protestanti e cattolici, vide coinvolte quasi tutte le grandi potenze e fece riemergere la rivalità franco-asburgica per l’egemonia continentale. Nel 1568 iniziò la guerra tra le sette province unite, che oggi costituiscono il territorio dei Paesi Bassi, e la Spagna; nel 1618, poi, il conflitto si estese al resto d’Europa (guerra dei trenta anni). La pace di Vestfalia, nel 1648, pose fine a ottanta anni di macelleria continentale, segnati da non meno di dodici milioni di vittime, tra militari e civili. Fu proprio in quel periodo, tuttavia, che il duca di Sully, ex primo ministro di Enrico IV di Francia, redige il “Gran Disegno” e prospetta una “Confederazione di Stati” composta da cinque monarchie elettive (Sacro Impero Romano Germanico, Stati Pontifici, Polonia, Ungheria, Boemia) e quattro repubbliche sovrane (Venezia, Italia, Svizzera, Belgio). La confederazione sarebbe stata retta da un “Consiglio d’Europa” e da un “Consiglio Generale”2 . L’inglese William Penn inventa un lasciapassare in grado di far viaggiare le persone attraverso gli stati d’Europa senza problemi, anticipando di molti secoli il futuro passaporto europeo. Gli eventi dal diciottesimo secolo in avanti hanno fortemente condizionato la società contemporanea e di fatto costituiscono la “nostra storia”, per la quale val la pena di citare la dichiarazione di un membro dell’Assemblea Costituente francese nella seduta del 21 aprile 1849: «Giorno verrà in cui Francia, Italia, Inghilterra, Germania o non importa quale altra Nazione del continente, senza perdere le loro qualità peculiari e la loro gloriosa individualità, si fonderanno strettamente in una unità superiore e costituiranno la fraternità europea. Giorno verrà in cui le pallottole e le bombe saranno rimpiazzate dai voti, dovuti al suffragio universale dei popoli. Un Senato sovrano sarà per l’Europa quello che il Parlamento è per l’Inghilterra, la Dieta per la Germania, quello che l’Assemblea Legislativa è per la Francia. L’edificio del futuro si chiamerà un giorno Stati Uniti d’Europa. Giorno verrà in cui si vedranno questi due gruppi immensi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa, uno di fronte all’altro tendersi la mano attraverso i mari». Il suo nome era Victor Hugo. Poco meno di un secolo dopo, nelle fredde celle di Ventotene, toccherà ad Altiero Spinelli riprendere quei concetti ed esaltarli nel famoso “Manifesto per un’Europa libera e unita”.

La necessità di superare i contrasti. Questo excursus, necessariamente parziale, che sintetizza il “sogno europeo” sin dai suoi albori, serve soprattutto a evidenziare gli elementi fondamentali per la costituzione di una federazione di stati sovrani configurabile come “nazione”. La definizione corrente, infatti, che vede nella nazione una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo, non solo non è sufficiente a caratterizzare in modo compiuto il concetto di “Europa Nazione”, ma addirittura risulta ostativa: la lingua comune sarà un problema di non facile soluzione; la storia non ha ancora sanato vecchie ferite; all’interno di molti stati sono ancora forti le contrapposizioni tra entità regionali che

aspirano all’indipendenza e governi centrali. La strada, inutile nasconderlo, è in salita. Una salita resa ancora più impervia da ciò che più chiaramente emerge in quanto innanzi scritto: il forte impulso religioso inferto ai passati progetti federativi. Già nell’attuale costituzione europea, entrata in vigore il 1° dicembre 2009, è stato escluso il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, privilegiando un laicismo ritenuto più in linea con il fluire dei tempi. Bisogna prestare molta attenzione a questo aspetto, che a suo tempo generò un vero conflitto tra la Chiesa e i Governi europei, con dichiarazioni infuocate e bellicose da parte del Vaticano. Il laicismo insito nella carta costituzionale, invece, lungi dal voler limitare i diritti della Chiesa, tende a salvaguardare quelli di tutti, ossia anche dei non credenti e solo in tal guisa va concepito. Ogni altro riferimento, in particolare alla luce della realtà attuale, si configurerebbe come una nuova “guerra di religione” e ciò va evitato assolutamente. Bisogna promuovere il desiderio di stare insieme per essere “più forti” in tutto, preservando le peculiarità culturali di ciascuno. “Uniti nella diversità”, l’attuale motto dell’Unione Europea, è quanto mai azzeccato. Dimostriamo da subito, quindi, che finalmente abbiamo capito la lezione prendendoci idealmente per mano da Roma a Berlino, da Praga a Dublino, da Parigi a Londra (sì, a Londra, perché siamo più forti della realtà contingente), da Bruxelles a Kyiv e gridiamo con forza, facendo risuonare l’urlo in ogni angolo del Pianeta: “Europa nazione sarà”. Il 24 febbraio 2025 scriviamola noi una bella pagina di storia, sventolando dappertutto, insieme con la bandiera europea, quella bandiera gialla e blu all’insegna della quale, da tre anni, tanti giovani si sono immolati, per difendere anche la nostra libertà. Facciamo capire ai folli al potere che prima o poi sorgerà il sole su un continente che riscalderà i cuori e sarà tutore di pace per il mondo intero: gli STATI UNITI d’EUROPA. Sarebbe davvero bellissimo se ciò accadesse prima e non poi e il primo presidente si chiamasse Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’ky. Viva l’Europa e slava Ukraïni.

Note.

1. Per amor di verità va precisato che non si dovette aspettare a lungo prima che il suo monito iniziasse a essere vilipeso. Il termine “assoggettato”, inoltre, stride fortemente se associato a “coesione”, che invece indica il legame profondo da cui deriva univocità di sentimenti e di atti. Non ho mai mancato di far emergere, in passato, le profonde contraddizioni insite nella storiografia ufficiale, fortemente apologetica nei confronti dell’epopea romana. Ma questa è un’altra storia.

2. Massimiliano di Béthune, duca di Sully, già potente ministro delle finanze, alla morte di Re Enrico IV di Borbone, nel 1610, fu nominato membro del Consiglio di reggenza. Ben presto, però, entrò in contrasto con la vedova del sovrano, Maria de’ Medici, la cui politica estera, del tutto opposta a quella del defunto marito (la cui morte molti autorevoli storici – e anche il modesto autore di questo articolo – imputano proprio a lei), fu improntata al riavvicinamento con la Spagna, che favorì addirittura con due matrimoni: il figlio Luigi con l’infanta Anna e la figlia Elisabetta con l’infante Filippo, che divenne re di Spagna nel 1621. Costretto alle dimissioni, il duca si ritirò nel suo stupendo Hôtel de Sully, non distante dalla Piazza della Bastiglia, ed ivi redasse il progetto federativo, conferendone però la paternità a Enrico IV, non si sa se dicendo la verità o mentendo per rendere più esaltante la figura di un sovrano che, evidentemente, amava molto. Per conferire maggiore peso all’attribuzione aggiunse che Enrico IV aveva elaborato il progetto grazie a un’idea della regina Elisabetta d’Inghilterra, da lui incontrata nel 1601.

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