ScriverEsistere Magazine n5-2022

Page 1

www.scriveresistere.it

Maggio 2022 ANNO 3 - N° 5

Scriveresitere mensile di informazione www.scriveresistere.it

Editore: La Meridiana SCS P.IVA 02322460961 Viale Cesare Battisti 86 20900, Monza (MB)

"il magazine di chi scrive con gli occhi"

Reg. Trib. Monza nu. 24/2021 Dir. Editoriale: Roberto Mauri Dir. Resp.: Fabrizio Annaro Coord. Edit.: Luisa Sorrentino Redaz.: L. Picheca, P. Musso, Cl. Messa, L. Tangorra Prog. Grafico: C. Balestrini

Il giorno ha il sole, la notte la luna, io ho la speranza. La fragilità insegna che niente può imprigionare la luce.

Sembra dire “Io conto, come il giorno e la notte. E come il giorno e la notte ho il mio dono, la sorgente che mi fa esistere con la sua luce”…

Il titolo riporta l’aforisma di Alejandro che, dalla Casa Circondariale di Monza dove sta riparando il suo errore, ha partecipato a Premio SLAncio, conquistando il premio speciale “Mezzopieno con SLAncio”. Una battuta, la sua, davvero illuminante che fa pensare e, prima ancora stupire, per la sua disarmante semplicità o, meglio, essenzialità. Per una frazione di secondo lascia interdetti e subito dopo fa sgranare gli occhi, come se apparisse una verità inconfutabile, qualcosa di fondamentale che avevamo tutti sotto gli occhi e ci era sfuggita! Che lezione per tutti questa forza che esce dallo stato di fragilità di un uomo a cui è interdetta la libertà!

Se il limite di una cella non impedisce di volare, elevarsi, sconfinare in uno spazio infinito, bisogna interrogarsi sul valore del limite stesso. Limite o condizione permanente in cui viviamo tutti? Limite o luogo di opportunità? Forse è l’umiltà della propria piccolezza a renderci grandi, dei privilegiati in cui il sole della speranza non si spegne mai… al massimo lascia spazio alla luce della luna per dirci di cercare la speranza anche quando viviamo il tempo del buio. Anche la SLA è come una cella che confina, blocca dentro la malattia il corpo ma non la mente. La mente non si lascia catturare che dalle nostre paure, la sfiducia, la disperazione, cioè, il contrario della speranza, della fede, della luce.

A cura della Redazione Tra i numerosi scritti inviati per partecipare al concorso Premio SLAncio si trova tanta bellezza che non si può non valorizzare. Continueremo a divulgarli sulle pagine del nostro giornale. Grazie!

Nella luce della speranza

Queste quattro pareti non mi lasciano respirare, hanno portato via ciò che non pensavo avesse tanta importanza: la libertà. Un profondo senso di solitudine mi assale nelle lunghe e fredde notti e il suono della chiusura della cella mi dice che tutto è finito. Duro, lungo e triste è questo percorso. Duro e triste è sbagliare! Ma non mollerò mai. La mia speranza rimane viva perché so che la cella un giorno si aprirà. La luce della mia speranza è sempre viva perché essa si spegne solo con la morte. Vedo nella mia prigionia un’opportunità per conoscermi meglio e per imparare a perdonarmi. Un’occasione per cambiare. So che, anche dopo, tutto sarà complicato: continuerò ad essere giudicato. Ma nulla è per sempre. Dio, la famiglia e mia figlia sono la mia luce.

Uno sbaglio non può fermare la bellezza della vita. Avanza anche quando incontri una difficoltà, come in un tunnel vedrai la luce solo se non ti fermi. Non sempre la strada più facile è quella giusta. Non farti soffocare, fino a scoppiare, dalla pesantezza della vita. Lascia volare i tuoi pensieri perché possano diventare sogni. Apprezza le brevi gioie della vita, il tuo animo le muterà in qualcosa di grande. Lascia che la tua anima impari a riconoscere i piccoli gesti quotidiani, il semplice profumo di un fiore, il calore delle persone vicino a te, la dolcezza del sole e l’armonia di un fiocco di neve. Impara tutto ciò con animo aperto. Lascia che la feconda pioggia lavi la tua anima con le sue innocenti lacrime. Il cuore volerà felice nella luce della speranza.

di Alejandro

di Ion

Nulla è per sempre

La forza della fragilità


2

Maggio 2022

ESISTERE... cercando il valore anche nel poco

FELICITÀ E DINTORNI PERCHÉ NON HO RINUNCIATO A VIVERE

N

di Luigi Picheca

egli anni 60 una pubblicità decantava le proprietà di un certo amaro, capace di difenderci dallo stress della vita moderna. Forse è quello il punto. L'uomo forse non sa dare un significato vero a questo concetto astratto e se lo fa dire da chi ha le redini della comunicazione che in pratica gli impone di seguire i suoi dettami, illudendolo. Infatti, suggerisce di diventare ricco e potente, curare il suo aspetto ancora con interventi chirurgici, seguire le mode, concedersi dei lussi, ecc. Gli uomini si sono sempre dovuti assoggettare ai desideri dei potenti e ciò non ha permesso una totale emancipazione culturale. Basti vedere le pubblicità che ci circondano e che ci spingono a consumare con frenesia anche cose inutili o in numero sproporzionato perché è questo che ci fa apprezzare dalla gente e che ci fa salire di grado nella scala sociale. Al Bano e Romina cantano "la felicità è mangiare un panino con un bicchiere di vino...”. Ci si può anche accontentare di poco, se non c'è altro. Poi ci sono quelli che vanno una settimana in convento, isolati dal mondo, per trovare la spiritualità e il senso della vita. Un sistema molto efficace per capire noi stessi. Io il convento me lo sono ritrovato in casa quando la Sla mi ha scelto come compagno di viaggio. La mia vita è cambiata rapidamente e io certo pensavo che fosse uno sbaglio dei medici. Non ho mai fatto male a nessuno. Perché me?! Mi sono sentito un suddito del medioevo costretto a combattere una guerra non mia e di rimanere senza braccia e senza gambe per niente. Ovviamente non ci stavo e mi sono arrabbiato con Dio è così il mondo. Ma non serviva a niente. Un giorno ho guardato il crocefisso e mi sono detto: "Se Tu, Gesù, hai patito tutto questo per me, io porterò la mia croce con dignità nella parte di vita che mi sarà concessa”. Non penso di essere felice ma sono in pace col mondo, con me e con Dio. Non ho voluto rinunciare a vivere e ho vissuto momenti di grande soddisfazione con i miei tanti amici, persone davvero eccezionali che solo qui si possono incontrare perché spinte dal desiderio di aiutare gli altri. L'ho fatto anch'io per due anni nella Protezione civile di Monza e so cosa vuol dire aiutare chi è in difficoltà, poi mi sono ammalato e ho dovuto smettere. La felicità è un concetto troppo personale per avere un'etichetta con gli ingredienti, io me la sono cucita addosso impegnandomi in quello che potevo fare, cioè scrivere. E mi sono guadagnato il tesserino di giornalista pubblicista. Un'altra bella soddisfazione che mi ha reso felice. Tra poco arriverà anche il mio primo nipotino e sarà per me una bella occasione per essere felice ancora una volta, perché sarà il piccolo che porterà avanti la nostra dinastia.

GRANDI e piccole SPERANZE

La mia nuova avventura a 40 anni

di Laura Tangorra

di Carla Francine Merlo

Quando iniziava la primavera, i primi giorni caldi, le mie sorelle ed io aspettavamo con ansia il ritorno di papà dal lavoro. Abitavamo ancora a Milano, al sesto piano di un palazzo in zona Bicocca. Ci sedevamo sul balcone, con le gambe infilate tra le sbarre e i piedi penzoloni piene di speranza: vederlo comparire dall'angolo del palazzo di fronte, con un vassoietto in mano. Tornando a casa a piedi, infatti, passava davanti a una latteria, proprio dietro a quell'angolo, che aveva la macchina dei gelati, di quelle che riempiono il cono con una spirale di gelato. Lui di gelati ne comprava tre, li faceva sistemare in un piccolo vassoio da pasticcini e incartare, e poi velocemente ce li portava. Non ricordo se sul balcone esultavavamo vedendolo col vassoio, o se facevamo festa al papà prima di buttarci sui gelati. Ricordo solo l'attesa, quei pochi momenti di speranza. Ripensando a questo mi rendo conto di essere stata una bambina fortunata, e quella speranza pare adesso un po' ridicola, se confrontata a quella che hanno nel cuore tanti bambini a cui il destino ha concesso pochissimo. Penso ai bambini rifugiati, che sperano tanto di poter tornare presto nella loro camera, e ritrovare i giochi, il loro letto caldo, gli amici con cui giocavano in giardino. Non sanno che quella casa non esiste più, e che molti di quegli amici non sono scappati in tempo. Penso ai bambini che sono nati negli angoli più poveri del pianeta, che sperano di poter mangiare almeno una volta al giorno, per placare i dolori della fame. E penso alle bambine che vivono nell'Asia Meridionale, o nell'Africa Subsahariana e che nutrono la vana speranza di poter restare bambine più a lungo possibile, che i genitori non le costringano a sposare un vecchio ripugnante. Oggi anch'io vivo di una speranza che probabilmente non si avvererà, ma la speranza non è razionale. Lei c'è, e dà la forza di andare avanti con fiducia, con la voglia di sorridere.

Quando ero piccola sentivo dire che la vita inizia a 40 anni e vista la velocità con cui passava il tempo, di una cosa ero sicura: la mia non inizierà mai! I 40 anni sono arrivati e anche passati e nel fare i conti con quel modo di dire mi rendo conto che la vita è fatta di cicli. Dobbiamo chiuderne uno per iniziarne un altro. Il mio ultimo ciclo si è chiuso poco tempo fa quando ho lasciato tutto quello che avevo studiato e in cui mi ero spesa prima per buttarmi in una nuova avventura: fare l’operatore socio sanitario. Sono una operatrice appena sfornata, come dico a tutti, e avere più di 40 anni non toglie il fatto di essere nuova in questo mestiere e portare con sé tutte le sfumature che “il nuovo”, per dinamica propria, sempre porta. Non è facile ma grazie ai miei 40 anni riesco ad affrontare le cose in maniera diversa da quando avevo 20. Mi sento più forte, più resiliente, più determinata a portare a casa il meglio da ogni turno anche se a volte mi costa qualche lacrima. Cerco di vedere ogni giorno di lavoro come una sfida, una opportunità di imparare, di guadagnare la fiducia degli altri ma anche di condividere qualcosa di me e del mio modo di essere. La parte più difficile è trovare la giusta misura in cui aprirsi con gli altri e per il momento ringrazio tutti per quanto hanno voluto condividere con me, per i consigli, per l’accoglienza e soprattutto per la pazienza. La pazienza di attendere che un esordiente diventi bravo e magari eccellente nel suo lavoro.


3

Maggio 2022

SCRIVERE... con il cuore

ECCOCI ARRIVATI AL MESE DI MAGGIO preghiamo tanto perchè nessuna preghiera va perduta

Sono oramai passati diversi anni da quando una brutta notte mentre dormivo profondamente mi sono sentito pizzicare e mi sono svegliato con la SLA, silenziosa e amara malattia che arriva senza bussare. Per aver scelto proprio me, forse gli sono stato simpatico. Da quel momento la nottata non è mai passata. Ad un certo punto non l’ho più considerata e pur sapendo che non mi avrebbe mollato, ho accettato il volere di Dio capendo che la mia vita è molto più preziosa della mia stessa malattia. Ho capito che sarei finito in una struttura di ricovero e questa è la cosa più difficile da accettare: l’idea di isolamento dalla mia casa, ma soprattutto dalla mia famiglia. Giorno dopo giorno, sono arrivato al punto di non poter più mangiare da solo. Questa grande paura mi ha fatto decidere di farmi ricoverare in una struttura, anche per la fatica che la mia famiglia stava affrontando. Questa decisione è stata come darsi una pugnalata al cuore, ma mi ha aiutato l’amore per i miei famigliari e così ho cominciato una vita nuova, soffrendo tanto di nostalgia di casa mia. Col tempo, poi, ho capito che questa struttura è come una comunità, come una grande famiglia. Sono entrato in un mondo nuovo di anime spirituali e ho messo da parte tutti i ricordi e i rimpianti. Ho imparato a riconoscere le emozioni di tanti fratelli in carrozzina, attraverso gli sguardi che ci trasmettiamo mentre ci passiamo accanto. Qui i giorni sembrano tutti uguali, non cambia se sono festivi o feriali. Pensare che prima della malattia volavo come una rondine sui campi ancora profumati di fieno e mi sentivo felice di vivere! Ma questo è il volere di Dio… Eccoci arrivati al mese di Maggio, il mese dedicato alla Madonna che, piangendo ancora lacrime di sangue, ci invita ora più che mai a continuare a pregare.

Preghiamo, preghiamo fratelli miei, che le pene sono brutte da scontare… Preghiamo per i bisognosi dimenticati da tutti, preghiamo per le anime del purgatorio che aspettano di essere liberate proprio dalle nostre preghiere. Preghiamo, preghiamo tanto ancora, perché nessuna preghiera va perduta. Abbiamo tanto bisogno di pregare e di essere pregati, perché così facendo ci nutriamo dell’amore di Cristo, che non ci lascia mai soli, né di giorno, né di notte. Preghiamo ancora la Beata Vergine Maria, invochiamola perché ci salvi dalle pandemie e dalle guerre. Preghiamo, preghiamo soprattutto per le anime in pena, in attesa che qualcuno le aiuti. Mi viene in mente il brutto periodo della mia vita quando una notte, mentre dormivo tranquillamente – non invitata - mi è venuta a trovare la SLA. Forse gli stavo simpatico, oppure, non sapeva dove andare. Mi sorprese e mi spaventò, perché non la conoscevo questa maleducata entrata in casa mia senza invito! Quante battaglie e quante paure mi ha fatto provare questa stronza! Poi col tempo, conoscendoci meglio ma sempre pronta a stuzzicarmi, non le diedi più il piacere di sentirmi lamentare. Allora ci siamo riappacificati, ed è diventata come un cagnolino… però lei era il cane e io il suo padrone; così, come una grande amica non si è più voluta staccare da me. Con il brutto tempo, il gelido inverno, stiamo immobili a letto e al massimo possiamo vedere il colore del cielo. Intanto con rimpianto e nostalgia penso alla mia casa, alla mia libreria, alla famiglia, risento con l’acquolina in bocca quel bel profumino d’arrosto al forno e delle patate mentre si rosolano dolcemente in padella. Ahhh! Cosa darei per riassaggiare quei dolci sapori, che solo lei, il mio grande amore sapeva fare… Intanto dormendo mangio silenziosamente la mia pappina…

di Pippo Musso

Le confidenze di Pippo di Pippo Musso

Ciao Gessica, come sempre ho la camera piene di Angeli... sento la loro presenza perché mi toccano la testa con le loro mani, sembra quasi che mi pettinino. Come se non bastasse, ti girano attorno con le loro piccole luci, come stelle cadenti... È molto affascinante vedere tutto questo... sentire la loro protezione... Naturalmente, come sempre, c’è chi crede e chi no! L’anno scorso ricordo di essere stato svegliato in piena notte dalle voci di due persone vestite di un bianco fluorescente che pregavano ai piedi del letto del mio giovane compagno di stanza. La cosa mi dava fastidio perché alle due e mezza di notte continuando a pregare ad alta voce, mi facevano pensare che il ragazzo se ne fosse andato e che questi due fossero i suoi parenti. Eppure, non ne ero convinto e mi chiedevo perché fossero vestiti di quel candito colore. Non ti so dire, Gessica, se fossero Angeli o spiriti...

Alle tre meno un quarto finirono di pregare, si misero sottobraccio, mi passarono davanti continuando a parlare senza degnarmi di uno sguardo e se ne andarono. Chiamai subito l’infermiere di turno per raccontargli tutta la storia, ma lui mi disse che era sempre stato in corridoio e non aveva visto uscire nessuno dalla mia camera. Tutta questa storia mi sembrava impossibile e ho continuato a pensarci. Dopo un mese questo ragazzo, di cui preferisco non dire il nome, è volato in cielo. Cara Gessica, che stai pensando?


4

Maggio 2022

RACCONTARE...

per far rivivere

Racconto 3° classificato al concorso letterario Premio SLAncio

VIAGGIO A BODRUM

Tra cronaca e immaginazione la storia del piccolo siriano Aylan ritrovato sulla spiaggia di Bodrum

M

di Carlo Simonelli

io padre mi teneva stretto stretto, che quasi non riuscivo a respirare. Io in un braccio e mio fratello nell’altro. Di fronte, la mamma, vestiti colorati, fazzoletto in testa. Blu, come il mare di quel giorno di tempesta. Qualche tempo prima, di notte, mio padre ci aveva strappati dal letto, Ghalib e me. La mamma era già davanti alla porta e piangeva, abbracciava la zia, mentre il nonno ci guardava senza dire niente. Riusciva a trattenere a stento i sospiri che prorompevano dalle labbra, nascoste dalla lunga barba bianca. Gli occhi stanchi e arrossati, le mani l’una nell’altra, sembrava uno che di colpo aveva perso tutto. Ci salutavano come se non ci avrebbero più visti e gli abbracci, le lacrime, le parole non dette sarebbero stati il ricordo di quel momento che ci avrebbe accompagnato per sempre. Prima di andare, mia madre guardò il nonno un’ultima volta. Ez gelek şerm dikim – gli disse – Mi dispiace molto. – Lui non rispose e dopo qualche momento di silenzio – Xemgîn – aggiunse ancora – Scusa. Ma il nonno restò muto, dalle sue labbra, adesso, non usciva nemmeno il lamento. Tutti si mossero veloci alle grida dell’autista, che mi aveva messo paura, sebbene fossi al sicuro, ancora in braccio a mio padre. Ghalib era sceso e camminava tenuto per mano. Quando fummo sul camion, nonostante il motore e tutta quella gente, mi addormentai subito. La notte era stata agitata, rumori continui, e mio fratello che mi abbracciava nel sonno. Non dormii molto, mio padre non riusciva a tenermi in braccio, la mamma ci strinse al petto per un po’, ma presto non ebbe più forza e ci poggiò a terra. I suoi occhi, sempre vivi anche nel buio, quella notte erano spenti. Nel camion lo spazio era angusto, spalle contro spalle, gomiti a gomiti, occhi a fissare le sagome dei piedi e i pensieri di ognuno chissà dove. Io lo sapevo dove. Andavamo in un posto magnifico, dove le case non erano solo macerie, si poteva camminare per le strade e anche giocare. Mi avevano raccontato che di giorno non saremmo più dovuti rimanere nascosti in casa, al buio, come facevamo sempre, ma potevamo uscire, senza preoccuparci di sentire spari ed esplosioni. Era un posto lontano e bisognava viaggiare a lungo e in silenzio, in modo che chi ci inseguiva non potesse trovarci. Ogni tanto ci si fermava, si scendeva un momento, a urinare e vomitare, poi si risaliva e si restava nascosti nel camion. Zitti, per non farci sentire. Al buio, per non farci vedere. Ma a questo eravamo abituati, da sempre. Ghalib e io eravamo nati nelle tenebre, avevamo sempre vissuto così, ed eravamo assuefatti al buio, anche quando fuori la luce sembrava accecante, ci irretiva e ci chiamava con la sua voce di morte e di dolore. A casa dovevamo muoverci in punta di piedi, non farci notare e non farci sentire. Dovevamo diventare invisibili. E c’eravamo riusciti. Figli del buio. Appena giungemmo al mare, da un buco nel telone osservai quella pianura desolata. Sul camion uno raccontava che in una lingua lontana, maru significava deserto, cosa morta, e mar significava morire. In quel momento, guardando la distesa d’acqua là fuori, avevo capito cosa volesse dire deserto. Mio padre ripeteva di smetterla, che ci mettevano paura, e quelli ribattevano risentiti che eravamo troppo piccoli per capire. E forse avevano ragione. Eravamo piccoli, e capivamo solo quel poco che bastava, quel poco che serviva. Ma la paura che ognuno di loro si portava dentro la capivamo bene.

Quando scendemmo dal camion era buio, per questo mi sentii a mio agio. Corremmo insieme verso la barca, la mamma mi teneva in braccio – io ero più leggero e di due anni più piccolo di mio fratello – mio padre si portava appresso le poche cose che avevamo e Ghalib e la esortava a stargli dietro: dai Rehanna, dai! Vieni, non ti fermare. De em herin. – andiamo. Non avevamo mai visto il mare. Nemmeno la mamma e, credo, neanche uno di quelli che erano con noi l’aveva mai visto e nessuno sapeva nuotare. Ma non c’era tempo per lo stupore, per la paura, bisognava correre, salire sul gommone che dondolava nell’acqua e che forse, se ci fossimo attardati, non ci avrebbe aspettato, partendo senza di noi alla volta di quel mondo incantato che tutto d’un colpo aveva fretta di accoglierci. Quando riuscimmo a salire a bordo fummo finalmente certi di essere al sicuro. Il più era fatto, la città dalle belle case e le strade giocose ci aspettava e ci eravamo lasciati per sempre l’inferno alle spalle. Nonostante lo sentissi nominare ogni giorno, non ho mai saputo cosa fosse quest’inferno di cui si parlava. La mamma mi aveva vestito con pantaloni azzurri, una maglietta rossa e, ai piedi, un paio di scarpette nuove, regalo del nonno. Tenevo molto alla mia maglietta rossa, che alla luce si accendeva, trasmettendo tutta la voglia di vivere che ogni bambino si porta dentro. Non appena partimmo l’eccitazione e l’allegria che avevo svanirono di colpo. L’acqua schizzava in aria disperdendosi in mille goccioline che bagnavano me e tutti gli altri viaggiatori. Il mare è freddo – deryayê sar e – piagnucolai guardando mio padre che mi teneva in braccio. Lui mi fece una carezza sulla testa e cercò di coprirmi. Dopo qualche minuto, la prima onda ci assalì e il pilota del gommone si gettò in mare, abbandonandoci al nostro destino. Mio padre mi affidò alle braccia della mamma e prese il comando dell’imbarcazione. Ci tenevamo stretti, eravamo atterriti. Le onde si susseguivano e in poco tempo ci trovammo tutti in acqua, abbracciati l’uno all’altro. I miei occhi si riempirono di sangue, avevo freddo. La mamma gridava, poi la persi di vista, prima che anche Ghalib sparisse, mentre mio padre, stringendomi al petto, lo cercava annaspando. Alla fine, scivolai via anch’io, risucchiato da quel turbine gelido e non riuscii a vedere più nessuno. All’alba la spiaggia era deserta, una sensazione di pace ci pervadeva e la mamma ci teneva sulle ginocchia, mio fratello e me. Mio padre non c’era più, era scomparso tra i flutti con tutti gli occupanti del gommone. Ci alzammo a giocare, a pochi passi da noi sulla battigia giaceva una figura, carezzata dall’acqua, che osservai con curiosità: la mia stessa maglia rossa, gli stessi pantaloni, a pancia in giù, testa rivolta alle onde e palme delle mani al cielo. Preghiera agli uomini. Preghiera a Dio. Un piccolo sasso inanimato sulla spiaggia, mimetizzato tra gli altri. L’acqua smussa gli angoli e rende tutto uguale; leviga ogni cosa, ma non potrà mai levigare le coscienze di chi resta, muto, a guardare chi ha colpa. Ancora non ho visto le case, ma avevano ragione: questo posto è stupendo e non mi devo più preoccupare dell’odio degli uomini. Finalmente la luce non è più morte e dolore.

Carlo Simonelli vive a Berna dove lavora in qualità di insegnante di italiano ed educazione fisica. Ha collaborato con alcune riviste elvetiche e italiane. La sua ultima opera è PERMANI, lo straordinario viaggio di un adolescente e un vecchio.


5

Maggio 2022

TRASMETTERE... positività

Forse è il momento di cambiare un po' il modo di rivolgersi al pubblico. di Luigi Picheca

Scriveresistere tra le testate che appoggiano l’informazione costruttiva. Il 3 maggio scorso c’eravamo anche noi a La Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva, promossa dal movimento Mezzopieno di Luca Streri, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa. 100 enti, istituzioni, associazioni del mondo dei media e della comunicazione e giornalisti hanno aderito e patrocinato un’azione comune per promuovere un’informazione costruttiva, libera da spettacolarizzazione della negatività e delle polemiche, al servizio delle soluzioni e del bene comune. Ecco il nostro contributo

APRIRE PORTE E ACCENDERE LUCI A cura della Redazione Dietro scriveresistere c’è un grande movimento, una libertà riconquistata, un volo fuori dalla prigione della malattia. Attraverso questo lavoro di scrittura e comunicazione impariamo tutti a stare dentro noi stessi e nello stesso momento a stare attenti a chi sta fuori di noi, sta con noi. Con semplicità mettiamo insieme i nostri pensieri, le storie, i racconti che diventano come note su uno spartito scritto per creare una musica d’insieme. Una musica che si fa da sé, nel rispetto uno dell’altro, nella gioia di fare qualcosa che ha senso e dà senso… Il giornale è come un vestito creato di volta in volta sull’umore dei pensieri, il colore delle emozioni, le attrazioni che avvicinano uno e l’altro. La vita diventa un’unica visione, un grande contenitore di un tutto che riempie e batte dentro come un cuore a cui è permesso amare ancora. Essere giornalisti vuol dire dunque APRIRE PORTE E ACCENDERE LUCI perché chi legge possa essere preso per mano e accompagnato a scoprire il bello e il brutto della realtà che lo circonda, in un’ottica di RIPARAZIONE DEGLI ERRORI e COSTRUZIONE DELLA SPERANZA.

Ci si alza la mattina, si accende la radio o la tv e si viene investiti da una marea di notizie tragiche: bollettini di guerra, cronaca nera, rapine, omicidi, speculazione, eccetera... Si esce di casa e si va in edicola a comprare il giornale e le pagine sono piene di articoli più dettagliati di particolari, ma dello stesso tenore. A pensarci bene, non abbiamo un attimo di tregua da quando ci svegliamo fino a sera perché, inevitabilmente, anche in ufficio si parla di questo. Anche i giornali sportivi parlano dei protagonisti dei vari sport accompagnando spesso i loro articoli con critiche aspre. È un mondo in cui sembra che sbaglino tutti, a meno che i personaggi presi di mira non compiano imprese eroiche… E questo modo di vedere le cose contagia tutto. Peggio del covid! Esiste un vaccino contro questo modo di pensare? Forse sì, darei spazio alle buone notizie che illuminano le menti umane. Non dico di eliminare le notizie di cronaca, che purtroppo fanno parte della nostra vita, ma dedicare qualche pagina agli avvenimenti che facciano dire ai lettori: "finalmente una bella cosa! ". Ci sono esempi coraggiosi di testate che sono nate proprio con l’intento di privilegiare e diffondere buon notizie relative a eventi, progetti, spettacoli che fanno vedere come l’uomo sia capace di proporre e realizzare cose buone e intelligenti. E questo ha indotto e convinto qualche coraggioso giornalista di testate nazionali a scrivere la pagina delle buone notizie, ottenendo un discreto successo. È il momento di cambiare un po' il modo di rivolgersi al pubblico, perché sarebbe una grande conquista riportare i lettori e i telespettatori ad avere fiducia verso il futuro e ad amare il prossimo.

UNA GIUNGLA DI NOTIZIE di Laura Tangorra

Pochi giorni fa ho avuto modo di leggere il discorso che Barack Obama ha tenuto ai ragazzi del Cyber Policy Center della Stanford University, nel quale ha sottolineato quanto sia pericoloso per la società e per la democrazia, la diffusione consapevole da parte dei social media, di fake news, cioè di false informazioni. "Siamo diventati suscettibili alle bugie e alle teorie complottiste” ha affermato. Questo sistema non fa che fomentare le divisioni sociali, e minare la fiducia nelle istituzioni democratiche. E c'è chi sfrutta queste fratture a fini di potere e controllo. Senza contare che il livello della disinformazione sale alle stelle, perché “la deriva dei social media ci sta facendo perdere la capacità di distinguere tra fatti e opinioni”. Così mi sono chiesta come si possa riconoscere un'informazione seria, credibile, tra quella giungla di notizie che hanno come principale obbiettivo quello di catturare i lettori con titoli a effetto, a volte vergognosi, e di tenerli incollati alla pagina raccontando poi un fatto nei dettagli più agghiaccianti lasciando il lettore smarrito, affranto, frustrato. E piano piano forse anche assuefatto all'orrore. Certamente il giornalismo non può fare a meno di raccontare, né deve falsare la realtà per renderla più accettabile, però non basta buttare in faccia le notizie: bisognerebbe analizzarle spiegando i diversi risvolti di una situazione, ed evidenziando le motivazioni che hanno portato a quel punto. E magari individuare una possibile via di uscita, in modo propositivo. Il giornalismo in questo modo riacquisterebbe credibilità, serietà, perché raccontare, informare, è una responsabilità enorme, è un servizio. In questa giungla siamo noi a dover distinguere tra piante velenose o frutti nutrienti. È questo il nostro potere: la scelta. E se siamo noi a scegliere che giornale leggere ogni mattina, e quale TG seguire ogni sera, possiamo anche evitare di abboccare all'amo di chi fa propaganda sui social media diffondendo fake news. Lo strumento al nostro servizio è il controllo delle fonti. Se non è una testata seria non vale la pena di perdere tempo a leggere.


6

Maggio 2022

LA PACE È DIFFICILE ANCHE NELLO SPAZIO Gli Scavanger e i Sgruls sono in guerra di Claudio A.F. Messa Vi voglio informare che nell’universo ci sono due Civiltà che da secoli sono nemiche fra loro. Una è la civiltà degli Scavanger, comandati da Capitano Nero, l’altra sono gli Sgruls, i loro nemici. Dopo secoli di guerre e migliaia di vittime da entrambi le parti, finalmente decidono di fare pace. Era successo che iI Capitano Nero aveva chiesto agli Sgruls di aiutare a salvare il pianeta degli Scavanger - dove viveva la sua famiglia, la madre dei suoi due bambini - dalla grave minaccia di terribili eruzioni solari.

Gli Sgruls accettarono di aiutarli perché avevano la giusta “tecnologia” per combattere le eruzioni, ma purtroppo era troppo tardi e così morino bruciate 14 milioni di persone. Purtroppo Nero diede la colpa agli Sgruls di non aver salvato gli Scavanger e la guerra continuò ancora per secoli. L’armistizio che mise fine alla guerra venne firmato per un solo motivo: la guerra non è una soluzione per vincere alcuna causa. Questa è la cosa più importante che vi volevo raccontare.

Claudio ama lo spazio…

… perché lassù si muove come a casa sua e vive tutte le emozioni possibili, fa esperienze inimmaginabili. Si allontana dal suo letto per creare realtà in cui non esistono limiti, ma grandi forze non ostacolate da confini. Claudio ama la fantascienza perché non lo costringe alle regole della terra degli uomini, e gli permette di sfidare pianeti lontani, accendere guerre e fare paci, urlare, ridere, provocare, fuggire, inseguire, sognare! Claudio ama il tutto-possibile, detesta le barriere e la monotonia. Claudio è desideroso di conoscere mondi nuovi, di meravigliarsi, di stupirsi e di stupire con storie fantastiche. Vive tra immagini e musiche, schermi e auricolari in un mondo tutto suo che somiglia tanto a una navicella spaziale. Ecco la sua ultima fantasia extraterrestre… con tanto di morale!

La luce delle emozioni Eppure La luce fioca di un lume a petrolio mi brillava negli occhi mentre scrivevo le mie prime poesie. Amavo ascoltare il graffiare del pennino a campanile sui fogli bianchi, da lettere: era il graffiare acerbo d’un cuore infantile che cercava di dare parola alle emozioni profonde che già la vita gli dava.

Proprio perché spogli brillano sui rami neri le ultime foglie mentre il sole lentamente le invade di luce brillante

Parlano

Ora che sono vecchio, la luce delle parole illumina i ricordi e trasmette il sapore vitale di un tramonto che riempie gli occhi e mi fa gustare ogni attimo del mio divenire.

Gli alberi spogli dall’alba al tramonto ed anche di notte di colori di sole di luna e di stelle potessi anch’io come loro spogliarmi di tutto e lasciarmi inondare dalla luce e dal buio sempre tendendo in alto le braccia stabile e lieta sulla mia piccola zolla

di Sergio Daniel

di Virginia Venturoli

Parole. Sono le parole la luce vera delle emozioni. Scriverle libera l’anima: a volte sono bianche colombe, altre sono falchi maestosi. Popolano il cielo immenso dei pensieri o precipitano nel profondo del cuore.

Partecipanti al concorso Premio SLAncio


7

Maggio 2022

NON NE POSSO PIÙ DI PENSARE A cose misteriore Ad ogni tempo il suo tempo

Prosegue il cammino di Paolo sulle tracce di Inik, la giovane incontrata nel bosco, che gli ha lasciato un messaggio misterioso, un messaggio luminoso, in una foglia arrotolata, da aprire però a suo tempo. Paolo ancora non l’ha fatto e lotta fra credulità e incredulità, normalità e miracolo. È sempre ospite dei suoi amici e in questo brano continua la descrizione di ciò che di semplice e naturale accade in lui e attorno a lui: brevi dialoghi, sorrisi e dubbi, mentre si lascia prendere dalla realtà che lo circonda, ma sempre con il desiderio di scoprire il mistero di Inik.

M

di Paolo Marchiori

a si! Non importa se fosse uno scherzo, ci sto! Non mi faccio problemi, l'importante è divertirsi. Piuttosto, mentre si ritornava, pensai che mi toccava preparare la cena, ma avrei proposto di fare una buona spaghettata olio, aglio e peperoncino, poi verdura salumi e formaggi. Comunque stasera apro il Barbera di 14 gradi, e quello lì manda a nanna presto, poi finalmente saprò la verità, una verità che avrei potuto scoprire subito, se fossi salito con lei sull'autobus. Le occasioni vanno prese al volo, ma io sono troppo corretto con la coscienza che mi controlla e mi blocca, oppure il solito bravo ragazzo che si comporta bene, per non dare dispiacere ai genitori, ma nell'amore non esistono regole, o si ama o non si ama, il voler bene è un sentimento d'affetto e basta. Ne ho di persone che mi vogliono bene, e ne sono felice, ma io cerco l'amore.

Gianni mi venne vicino e mi disse, "ti vedo pensieroso, a cosa stai pensando?" Giro lo sguardo, lo fisso negli occhi e gli dico sorridendo "sto pensando all'amore", e lui mi rispose "pensavo fossi triste, perché tocca a noi spadellare", gli risposi "non preoccuparti facciamo una spaghettata aglio, olio e peperoncino, e poi ogni cosa va bene". Nel frattempo arriviamo a casa, lascio entrare tutti, prendo le chiavi dell'auto e subito controllo: nell'aprire il bauletto tirai un respiro di sollievo nel vedere la foglia… ancora lucente. Mi tolsi gli scarponi, lasciai i vestiti nella rimessa, mi infilai le ciabatte ed entrai in casa. Subito Carlotta mi disse "abbiamo ospiti stasera" e si accorse che non mostrai felicità e mi precedette nel dire "non preoccuparti cuciniamo noi, abbiamo pensato ad un risotto con i finferli, poi una tagliata, con una torta salata con verdure uova e formaggi, per quelli a cui non piace la carne". "Ok grazie - le risposi - perché sono abbastanza stanco stasera". Mi sedetti sul divano per aspettare il mio turno per fare la doccia e intravidi una rivista con il titolo Ci Sono Alieni sulla Terra? Carlotta mi parlava, ma io stavo pensando “basta, basta, non ne posso più di cose misteriose, stasera mi scolo una bottiglia di vino e dormo come un ghiro!". Intanto Carlotta mi stava dicendo “allora non sei contento?”, "per cosa? – risposi - Scusa non ti ho seguito, stavo pensando ad una cosa che mi è successa, ma non è importante…”. Allora con voce alta mi ripeté "Stasera ho invitato due ragazze carine e molto semplici" e le risposi “grazie ma io e Gianni siamo gay". Oddio cosa ho fatto! Mi accorsi che il suo viso diventò rosso pomodoro, allora subito le dissi, "sto scherzando!!" , ma la prima cosa che aveva sottomano, un uovo , me lo tirò in viso… io mi spostai e finì sul pavimento! "A te piace sempre scherzare – mi disse - mi raccomando ora pulisci!" Con un sorriso gli risposi "Agli ordini comandante!".... Poi andai a fare la doccia e cantavo, avevo un senso di felicità, senza nessun motivo valido per cui dovessi stare bene, non pensavo né alle ragazze né alla foglia, ma al

risotto con i finferli che mi piacciono un sacco, …ero sicuro che tra queste due ragazze ci sarebbe stata Inik, e scoprivo che tutto era uno scherzo e, aggiungerei, ben riuscito. Quando scesi erano già tutti seduti a tavola, guardai le ragazze poste proprio davanti a me e Gianni, e mentre mi stavo presentando tutti iniziarono a prendermi in giro perché ero sempre l'ultimo, ma anche perché pulivo un po' il bagno… e qui Carlotta mi venne in aiuto. Le ragazze si chiamavano Denise e Brunella, entrambi carine e semplici, e la serata si stava facendo interessante, il mangiare tutto buono, forse avevo bevuto troppo, Gianni si alzo per fare il caffè e chiese a Denise se le dava una mano per servirlo, questa mossa fu per scegliere o essere scelti… Brunella aveva due occhi verdi stupendi, confesso che mi piaceva e tutte le persone presenti, forse per lasciarci da soli, bevvero il caffè e poi a nanna! Mi avvicinai a Brunella ma mi allontanò subito e ci rimasi male. Mi disse "scusami ma non sto bene, mi sdraio un attimo", quindi aspettai che si addormentasse e poi presi le chiavi dell'auto dove finalmente avrei aperto la foglia. Andai fuori e intravidi la luce uscire dal bauletto, ma mentre stavo inserendo le chiavi, sentii una voce “Giovanni, Giovanni!”. Era Brunella, corsi dentro e mi disse "sto per vomitare" le risposi "Ti accompagno in bagno" e vomitò tutto. Le feci qualcosa di caldo da bere, e ne bevvi anch'io, poi preparai il divano letto, si sdraiò e le misi un lenzuolo e una coperta e le dissi, "esco un attimo", ma subito mi rispose "No ti prego stammi vicino!" così, da bravo ragazzo, mi stesi vicino e mi addormentai. Al mattino ci svegliò il buongiorno di Carlotta con un sorriso, io mi trovai in mutande e maglietta e anche Brunella, entrambi eravamo un po' stupiti, e insieme dicemmo, "Ci fai un doppio caffè?" Carlotta ci disse sorridendo "Certamente…". Allora io replicai dicendo “non è quello che pensi” e anche Brunella le disse "è vero, non abbiamo fatto niente, sono stata malissimo" e Carlotta aggiunse "Allora perché siete in mutande?" "Purtroppo faceva caldo", risposi. Ci vestimmo e andammo a fare colazione e pian piano arrivarono tutti. Sinceramente, da una parte, ero contento che non fosse successo niente perché le avventure non sono per me, mi piace conoscere la ragazza, altrimenti non ti rimane niente. E poi io cerco l'amore. Però, per non fare l’indifferente, perché non lo ero, le chiesi cosa avrebbe fatto in quei giorni e mi disse "lavoro fino a ferragosto, sono impiegata in una ditta che fornisce alimentari a campeggi e ristoranti… ma ci vediamo a ferragosto, mi ha invitato Carlotta!".

(Continua sul prossimo numero)


8

Maggio 2022