ScriverEsistere Magazine n12

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"il magazine di chi scrive con gli occhi"

Scriveresitere mensile di informazione www.scriveresistere.it

Reg. Trib. Monza nu. 24/2021

Dir. Editoriale: Roberto Mauri

Dir. Resp.: Fabrizio Annaro

Coord. Edit.: Luisa Sorrentino

Redaz.: L. Picheca, P. Musso, Cl. Messa, L. Tangorra Prog. Grafico: C. Balestrini

Tra buio e luce, un anno da (non) dimenticare QUANTE NE ABBIAMO PASSATE !

Se scorriamo le copertine di scriveresistere 2022 possiamo ripercorrere quest’anno ormai alla fi ne e ricostruirlo a grandi linee, anzi, a grandi macchie di buio e di luce. È importante mettere insieme i pezzi, rispettare la vita che ci dà sempre un po’ di tutto, se però noi ci diamo da fare per riconoscere e accogliere i suoi doni, nel bene e nel male. In modo sbrigativo si fa presto a dire che schifo quest’anno di guerra, di orrori, di crisi politiche, sociali, climatiche, planetarie e così via: siamo diventati talmente esperti a recepire il peggio, a preferire “il gusto dell’orrido”… che il meglio, il bello e il buono sembrano senza importanza, oppure appartengono a successi planetari o niente. Invece il succo del bene sta nelle cose minime, quando per esempio diciamo “oggi c’era una luna fantastica” oppure “Ho incontrato un amico ed è stato bello parlarci” oppure ancora “ho aiutato una persona bisognosa e mi è sembrato di ricevere un grande regalo” oppure “che bello ho capito dove sbaglio io…”. Piccole cose quotidiane che hanno il potere di riempire e illuminare la nostra esistenza se riusciamo a difenderle dagli attacchi continui dell’informazione (ormai di fatto ridotta a cronaca nera) con cui si viene nutriti e di cui si è diventati ingordi come a dire “dacci oggi il nostro orrore quotidiano”. Noi di Scriveresistere preferiamo mille volte trattenere le cose belle e buone attraverso cui acquistare forza e nutrimento per aff rontare e reggere le inevitabili difficoltà della vita. Quest’anno appena passato è iniziato sotto la luce di premio SLAncio e tra le braccia di Papa Francesco: potevamo immaginare qualcosa di più bello e straordinario? Un migliaio di persone ci hanno seguito su youtube per assistere alla premiazione e il Papa ha ricevuto il nostro giornale direttamente dalle mani del nostro presidente Roberto Mauri; in prima pagina a caratteri cubitali c’era il nostro titolo

preferito: SPERARE SEMPRE.

Poi, è vero, abbiamo vissuto un’estate tempestosa per via del pianeta in crisi climatica, il mondo in confl itto e l’Italia in crisi politica per cui la campagna elettorale è scesa sotto gli ombrelloni delle spiagge affollate. In compenso, il covid non ha bloccato le vacanze agognate da milioni di persone e si è potuto vivere una sorta di “doppia vita”, una specie di chebello-tutto-è-possibile, con annessa illusione di essere tornati a credere (per un momento) che si può fare davvero tutto quello che si vuole. Beh! Che dire della partita del cuore realizzata in nostro onore nel meraviglioso stadio di Monza? Certo dovremmo chiedere a Rita Liprino che fatica ha fatto per preparare un evento così complesso e importante, con una visibilità in prima serata su RAI nazionale! Noi lo sappiamo perché Rita è una di noi, anzi, cogliamo l’occasione qui per ringraziarla di cuore, perché per raccogliere fondi bisogna essere persone speciali. Ancora una cosa bella con cui chiudiamo l’anno 2022: il piacere di fare qualcosa nel nostro piccolo attraverso Scriveresistere per divulgare e favorire sostegno ai progetti di La Meridiana, come, ad esempio, quello che sta per partire con il 2023 che riguarda il modo nuovo di creare calore nelle nostre strutture RSA e RSD grazie alla realizzazione di un impianto geotermico e fotovoltaico, per far fronte agli aumenti dei costi dell’energia e contemporaneamente far bene al clima attraverso la riduzione degli inquinanti.

Chi per missione si prende cura della Persona mira a fare il bene dell’altro, sia dentro che fuori le proprie mura! Grazie La Meridiana e buon 2023!!

PS IMPORTANTE

Non possiamo chiudere l’anno senza annunciare che stiamo preparando un’edizione straordinaria di Premio SLAncio 2023!

Forse gli altri promotori di premi letterari ci mettono molto meno tempo di noi per realizzare gli atti dei loro concorsi! Noi arriviamo adesso, un po’ affannati ma felici alla fi ne dell’anno, orgogliosi dell’amore e della cura che abbiamo messo dentro questo libro di emozioni da non dimenticare. Un libro pieno di gratitudine per tutti coloro che hanno aperto il loro cuore, ci hanno ascoltato e si sono lasciati sollecitare da chi vive nell’immobilità ma non rinuncia a muoversi profondamente. Grazie. La nostra Luce rimane dunque accesa senza paura di bollette perché la sua energia viene da dentro ciascuno di noi, viene dall’anima e non ha prezzo.

A cura della Redazione

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Editore: La Meridiana SCS P.IVA 02322460961 Viale Cesare Battisti 86 20900, Monza (MB) ANNO 3 - N° 12 Dicembre 2022
Sostieni anche tu La Meridiana e i suoi progetti di vita. Conto Corrente postale n. 2313160 C/C Bancario IBAN: IT24 H062 3001 6330 0001 5087 843 www.cooplameridiana.it donaconnoi LA LUCE CHE HA ACCOMPAGNATO IL NOSTRO 2022 RESTA ACCESA nelle pagine del primo volume nato da Premio SLAncio

RISCOPRIRE... ciò che conta

C’era una volta il calcio

Era un gioco artigianale, tipico della nostra genialità e capacità di improvvisazione

Ho sempre amato correre nei prati, vicino a casa mia a San Fruttuoso ce n'erano tanti negli anni '60. Poi c'era l'oratorio con il suo sterrato e il cortile della scuola, dove il maestro Zamagna ci portava spesso a giocare al pallone e ci mostrava il suo tiro preferito: il calcio all'ungherese. Era un tiro che imprimeva alla palla un effetto strano che rendeva la traiettoria imprevedibile e che nel tempo perfezionai.

Non era così facile acquistare le scarpe da calcio in quegli anni, ma si usavano le scarpe da tennis bianche e blu di tutti i giorni, fino a distruggerle. Gli scarpini da calcio erano roba da ricchi, specialmente per noi bambini delle elementari che crescevamo a vista d'occhio. Un'altra rarità era il pallone di cuoio, per noi andava bene quello arancione di gomma. E se si bucava, si giocava lo stesso. I campi intorno al paese cominciavano a essere preda di cantieri edili, una opportunità per noi bambini di prelevare qualche asse per fare le porte e dare una parvenza di campo di calcio. Era il nostro stadio.

Il calcio vero che si vedeva in TV rappresentava per noi bambini una specie di sfida epica, dai contorni mitici, dove i calciatori assumevano il ruolo dei Cavalieri più famosi. Era un vanto seguire le squadre per le quali si tifava e sfoggiare le figurine di campioni come Sivori, Rivera, Mazzola, Riva, Facchetti, per citarne alcuni, che erano le bandiere delle squadre di calcio più importanti e che davano vita a partite in cui l'adrenalina scorreva nelle vene di giocatori e spettatori. Figuriamoci poi nelle partite di Coppa, dove gli scontri con le squadre europee più forti come Real Madrid, Benfica, Manchester United, Ajax, Arsenal, Bayern, Liverpool e altre si contendevano il premio più ambito in sfide memorabili.

Ma l'apoteosi di tutto si raggiungeva nelle partite dei Mondiali di calcio, come nella indimenticabile semifinale del '70 tra Italia e Germania che tenne incollati davanti ai televisori milioni di italiani. Che squadre fenomenali, correvano tutti esprimendo un gioco corale dove i più bravi esaltavano il gioco di quelli che venivano definiti “operai del calcio italiano”, indispensabili polmoni di centrocampo che sviluppavano il gioco difensivo e alimentavano quello di attacco.

Era il gioco umile e produttivo che contraddistingueva il nostro sistema di gioco e si adattava alle nostre caratteristiche fisiche, ma che dava risultati discontinui, ma talvolta esaltanti. Era un gioco artigianale, tipico della nostra genialità e capacità di improvvisazione e di adattarsi alle situazioni.

Oggi il calcio si è trasformato in una industria, conta soprattutto il profitto, sono interessati tutti solo ai soldi. Certe squadre hanno un bilancio che assomiglia a una manovra finanziaria e a certi calciatori vengono attribuiti valori che lasciano allibiti e ricevono stipendi che sono uno schiaffo morale se si guarda alla povertà crescente generata da quella società globale che ci stanno imponendo.

Come si fa ad amare un calcio così povero di sentimenti e dove vince chi ha più soldi?

La mia passione per questo sport è svanita, è meglio andare a vedere i bambini che corrono negli oratori.

Bisognerebbe andare A SCUOLA DI FELICITÀ

Sarebbe bellissimo se ogni uomo venisse educato fin da piccolo alla felicità, perché ognuno di noi ha in sé la capacità di essere felice, solo che nessuno ci insegna che la felicità non càpita, ma va cercata. La felicità non è nascosta, e se non la troviamo è solo perché non la cerchiamo, oppure la cerchiamo nel posto sbagliato. La cerchiamo negli oggetti, convinti come siamo che la felicità si acquisti, la cerchiamo nel successo, nella fama. Tendiamo a pensare che per essere felici sia necessario avere una vita perfetta, senza intoppi, senza insuccessi. Invece dovremmo capire che dal fallimento si impara, si cresce, si diventa migliori. Dovremmo comprendere che il dolore ci permette di riscoprire le cose importanti, quelle che contano davvero. Accettare questo significa comprendere che la vita è bella nonostante

le sfide che ci pone. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista. Bisogna cercarla, la felicità, invece di piangere, schiacciati dai propri problemi. Dobbiamo cercarla in noi stessi, e ritrovare in noi la nostra anima bambina che è libera, ed è capace di gioire per le cose semplici. La felicità non è sempre ''altrove'', ma in ciò che abbiamo già. E in questa nostra ricerca non possiamo fare a meno degli altri, perché solo circondati dall'amore, anche nei momenti più difficili della vita, possiamo ritrovarci inaspettatamente felici.

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Dicembre 2022

AMMIRARE... le virtù

Migranti per vivere UNA MINIERA DI RICORDI

Ogni tanto, quando la buonanima di mio suocero Francesco (chiamato da mia suocera Ciccillo, o addirittura solo Ciccì con l'accento sulla i - forse solo nell’intimità - perché lei pur di far ridere e scherzare doveva trovare per tutti un soprannome…) aveva voglia di parlare, ci raccontava commuovendosi ancora qualche pezzo della sua vita nella miniera di carbone. Cominciava dagli anni ’50 -’60 quando c’era il boom di partenze di noi italiani per la Francia o per il Belgio e raccontava che si partiva armati di una sola valigia di cartone con dentro tutti i nostri beni: giusto qualcosa di ricambio come mutandoni, calzini di lana (magari pure rammendati), qualche pagnotta di pane e qualche forma di caciocavallo. E magari, facendo un po’ di posto, perché no… uno o due bottiglioni di vino e poi, legando fortemente la valigia con qualche metro di corda o con un cinturone, giusto per non farla aprire rischiando di perdere il prezioso contenuto, ce la si passava dal fi nestrino del treno, in compagnia del parente Michele, con cui migrava.

Ricordo bene le sue parole. Il treno era pieno di tutte queste persone che come noi, senza soldi e senza lavoro, con la responsabilità di moglie e figli, andavano a cercare fortuna nei paesi stranieri. Mi piangeva il cuore guardandoli e sapendo che anch'io, come mio cognato Michele che viaggiava con me, avevamo dovuto lasciare a casa moglie e figli che avevano ancora bisogno del loro papà. Con il cuore spezzato, ci consolava solo il pensiero che se ci fosse andata male, almeno i bambini non avrebbero dovuto aff rontare la sofferenza del viaggio...

Mi ribellavo anche con Dio, chiedendogli perché per lavorare dovevamo lasciare moglie, figli e tanti altri ricordi! Forse una pugnalata al cuore avrebbe fatto sicuramente meno male. Ah! Com’è amara la vita per quelli che come me, non avendo niente da mangiare, si dovevano guadagnare un tozzo di pane in paesi stranieri!

Il viaggio era massacrante nel vero senso della parola. Persone e valigie in corridoio ostruivano il passaggio anche per andare in bagno; tutte le volte c’era sempre un litigare con persone gnucche come caproni che si sentivano padrone del treno e neanche in bagno ti lasciavano entrare. Così, tra una litigata e l'altra, fi nalmente arriviamo in Francia dove - come sotto la naia – ci aspettavano autobus, camion e pulmini della miniera. Come sotto un regime militare, dei capisquadra prendevano nota delle nostre identità e ci facevano salire su uno di quei mezzi, per poi arrivare a destinazione come prigionieri di guerra ed essere alloggiati in baracche di legno. Non piangevo per non farmi vedere, ma in cuor mio volevo morire perché non avrei mai immaginato di fi nire in un posto simile a un alloggio da campo militare e non un’abitazione decente. Ero deluso, sconcertato, umiliato nel sentirmi trattato come un animale che dalla sua cuccia aspettava i comandi del padrone.

E adesso cosa posso raccontare a mia moglie quando verrà a sapere tutto questo? Mi vergognavo di dire la verità e così ho detto qualche bugia… che vivevo in baracca solo momentaneamente, in attesa che mi assegnassero la casa della miniera, come ai minatori venuti prima di me. Arriva fi nalmente il primo giorno di lavoro in miniera. Armato di stivali, tuta e casco, con ancora la vecchia illuminazione a carburo e non elettrica, io e tanti altri principianti o novelli minatori siamo pronti in ascensore a scendere per la prima volta nelle viscere della terra.

Quel giorno, faceva piuttosto freddo in quel ascensore della miniera senza ripari e senza niente così, una volta riempito, ecco che scende in miniera a una velocità pazzesca, almeno per chi non era abituato! Le prime volte mi sentivo collassare dalla paura di quella velocità, perché mi sentivo proprio mancare la terra sotto i piedi e il mio cuore batteva a mille, non solo a me ma a tutti i miei colleghi minatori novellini.

Una volta raggiunta la quota di 8/900 metri di profondità non vi nascondo che io e qualcun altro novello ce la siamo fatta sotto dalla paura, perché era come cadere da un aereo senza paracadute! Che paura, paura, e paura! Una volta arrivati giù, c'era pochissima illuminazione e una specie di caposquadra ci faceva vedere quale era la vena di carbone da scavare e così, con pala e piccone, incominciò la mia vita da minatore.

Là sotto c'erano persone che come me venivano da Paesi diversi: chi dalla Turchia, chi dalla Grecia, chi dal Belgio, la Spagna, l’Italia e tante altre nazioni, ma alla ne eravamo tutti insieme come una sola famiglia con le facce scure di carbone.

Sono passati ventisette anni da allora, durante i quali ho visto morire di silicosi tanti cari amici e parenti… Con questa esperienza di vita ho imparato talmente tante cose che, se la miniera mi dovesse richiamare, sarei pronto a ripartire purché i miei figli non debbano -mai e poi mai- seguire le orme del padre.

IL NATALE SCALDA IL FREDDO INVERNO

cip cip Cinguetta da un ramo un tenero uccellino mentre dal cielo fiocchi di neve cullati dal vento imbiancano il mio colorato paesino. Sulla griglia del camino arde sullo spiedo il malcapitato porcellino mentre i nonni accarezzando gli aromi rilasciano nell’aria di casa profumi di festa.

È Natale le luci intermittenti lampeggiando di tanti i colori sembrano quasi giocare ricorrendosi sull'albero di natale, mentre i nonni prendendosi per mano in quel luogo magico di profumi qualche passo di valzer si mettono a danzare.

È Natale briciole di pane fanno da esca sul davanzale e attirano gli uccellini affamati e infreddoliti dal torbido inverno che riempiendosi il becco di briciole e neve volano in un altro casolare coperti di freddo e di gelo. Raggiungono i loro piccini e sfamandoli e rincuorandoli festeggiano il bianco Natale.

3 Dicembre 2022
Ho scritto questo pezzo suggeritomi dagli Angeli in ricordo di mio suocero Francesco… che forse in questo momento mi sta leggendo…
Pippo Musso

PROGETTARE... la libertà

IL PAESE RITROVATO

IL BORGO DELLA GIOIA, UNA CITTÀ PER LA CURA

Mondi diversi che si incontrano, si abbracciano, cercano di capirsi, di trovare un viatico, una strada. Mondi risucchiati da un terribile mostro (malattia) che appare e scompare come un nemico invisibile che consuma lentamente, senza sconti, inesorabilmente.

Al paese questi mondi entrano in contatto, si liberano: hanno la possibilità di esprimersi. Una città dove le “stranezze” sono accolte, accettate. Gli uomini e le donne, consapevoli di aver varcato la soglia della “stranezza”, camminano, si ritrovano, si ripensano. I parenti afferrano ogni attimo per partecipare al mondo che il mostro (la malattia) ha generato: cercano di comprenderlo, ne sono vittime, lo accettano, lo abbracciano. Al paese non sei più solo: ti senti partecipe della grande sfida che pionieri di una nuova cultura della cura hanno messo in campo. 15 mila metri quadri per dare la possibilità di liberarsi e di provare a ritrovare anche un lieve sorriso, di cambiare la qualità dell’esistenza di tutti anche di chi ci lavora. Mondi che si palesano nelle vie di questo borgo che ti affascina e ti fa respirare un’atmosfera calviniana, pirandelliana … Frammenti di vita che richiamano le parole di Lapierre quelle fotografate nella sua Città della gioia.

Chiacchiere, dialoghi che rimbalzano nei diversi luoghi della cittadina: dal bar al parrucchiere, dal teatro ai giardini, dalla Pro loco al laboratorio dei mestieri. Una città “rovesciata” dove la vita sociale si articola negli edifici centrali mentre gli appartamenti circondano i negozi.

In cinque anni di vita, il paese è andato al di là dei sogni di chi l’ha progettato: non è la guarigione, ma il ritrovare un po’ di sé stessi e di convivere con ciò che si pensava impossibile a domare.

La vita si è portata via qualche residente: l’età e la natura sono più forti della scienza e della medicina. Altri invece hanno stupito. Come G. che camminava, camminava, camminava con lo sguardo assente e la testa bassa senza badare a nulla e a nessuno. Ora parla, saluta, gli occhi sono tornati azzurri e brillano di nuova luce. Ma a G. non è stata tolta la terribile malattia, ci convive in modo diverso. Oppure come L. dalla cui labbra uscivano solo indecifrabili farfugli. Ora, invece, L. accanto ai farfugli riesce a pronunciare qualche parola di senso. Il Paese è anche poesia perché, come ha scritto una residente, “Mi sento un salice piangente che si è perso. Mi sento una fata che attrae l’amore. Mi sento come il sole nel cielo sereno …” oppure come ha pensato F. “… Tutti gli alberi sono altissimi, si perdono nel cielo e mi sento fortunata per la bellezza che mi circonda. Ghirigori regalati dal tempo fanno disegni sulle piante e io mi sento in pace …” E il tempo? E il futuro? Risponde C. che nella sua stupefacente semplicità suggerisce che “se possiamo osservare il tempo che inesorabilmente passa, significa che siamo fortunati … Cercate di essere sempre coscienti in ciò che fate, nelle decisioni che prendete ma seguite anche l’istinto! Altrimenti che vita è … Tutto passa e non torna più. Non preoccuparti se non ricordi, fa parte del processo. La vita rimane comunque una scelta: bisogna decidersi tra due o tre cose …” Fra le tante scelte anche quella di accettare di essere amati perché, lo dice S. “Essere amati è una cosa meravigliosa; mi rende completamente felice, vivo e gioisco! Essere amato mi fa venire voglia di amare. Essere amati ci fa sentire completi.” (*)

(*) Le citazioni sono tratte dalla raccolta di poesie “Il Massimo del Minimo” scritte da alcuni residenti del Paese Ritrovato. Una raccolta a cura di Paola Perfetti.

UN PAESE NATO PER DONO

Il Paese Ritrovato è un villaggio che accoglie 64 persone con Alzheimer. E’ una vera e propria cittadina con piazze, vie, cinema, teatro, il bar, il parrucchiere, i negozi, i laboratori, l’orto, i giardini. La vita delle persone con Alzheimer che vivono al Paese e dei loro familiari è cambiata, è migliorata. Il villaggio è un progetto di La Meridiana inaugurato nel 2018. La cittadina nasce grazie alle donazioni di alcune famiglie illuminate di Monza e Brianza e con l’aiuto di cittadini, imprese, enti, associazioni, istituzioni. La bellezza del Paese Ritrovato è accompagnata dalla bellezza di una comunità che ha condiviso gli obiettivi di questo rivoluzionario progetto.

E SE DOMANI…

In questi numerosi anni di malattia mi sono impegnato in qualche modo a darmi da fare per dare dei suggerimenti utili ai nuovi malati di Sla che si ritrovano ad affrontare le drammatiche situazioni in cui mi sono trovato io circa 16 anni fa. Ho pregato per loro e insieme a loro affinché riuscissero a scegliere di provare a vivere e qualcuno ce l'ha fatta. Non è tutto merito mio, ma c'è ancora molto da imparare sulle dinamiche mentali che ciascun malato si trova a dover innescare e domare prima di capire cosa fare e spesso è solo e nel buio della tristezza ad affrontare i suoi mostri perché nemmeno i familiari, gli amici più intimi o il personale delle strutture sono preparati a comprendere lo stato in cui si trova. Parole, interpretazioni, rabbia e pacche sulle spalle non servono a molto a chi si sente perso e realmente ha perso tutto. È compito del malato trovare la forza di rialzare la testa e ritrovare la fiducia nella vita. Capire che non è finita e che si può andare avanti, certamente in modo semplice e diverso da prima, aprirà le porte a nuove esperienze, a nuove emozioni e a nuove imprese.

C'è anche molto spazio alla fantasia, oggi ho pensato che...

Mi addormento come ogni sera e al mio risveglio l'indomani qualcosa è cambiato. La mia mano destra si muove un po', anche i miei piedi. Non so cosa sia successo, le mie preghiere e le preghiere di qualche amico hanno contribuito a generare il miracolo!

Mi accorgo di poter respirare e di essere capace di parlare, che strano sentire di nuovo la mia voce. Chiamo gli operatori, restiamo lì sorpresi, allibiti, sconcertati.

Come per tutte le novità del mattino, quelle belle, non ci si capacita. Chiamami un infermiere, il medico, bisogna togliere la cannula, non mi fa respirare bene.

Non c'è il medico e nessuno si vuole prendere la responsabilità di agire. Nell'attesa di un medico, me la tolgo io, finalmente respiro!

Passa un mese, ne passano due, tre, e io ho ripreso le forze, la normalità, mangio, bevo e mi muovo agevolmente, ma non ho più il diritto di restare in struttura. Giulia, la mia nuova compagna di vita, mi porta a casa. Lei è una persona fantastica, generosa e sensibile. Mi aiuta. Devo fare qualcosa per aiutare i malati di Sla, Giulia è d'accordo. Mi iscrivo a un corso per OSS e vengo a lavorare alla San Pietro, chi meglio di me può sapere cosa fare?

Sono felice, il mio entusiasmo è alle stelle. La mia vita è cambiata!

Il mio lavoro, il mio amore, tutto splende!!

La vita è tornata a sorridermi. È solo un sogno? La speranza non deve mai morire, è così che i sogni diventano realtà.

4 Dicembre 2022

DIVULGARE... la bellezza dell'amare

A NATALE UN FILM DI GUERRA MA NON UN FILM QUALSIASI Una verità dimenticata dalla storia

A natale un film di guerra ma non un film qualsiasi.

Un film su una storia vera che ci ricorda come anche nei momenti più bui, quando è facile perdersi, è possibile ritrovare sé stessi e la speranza.

Perché mi è piaciuto questo film? Perché ci ricorda che la pace è possibile se la vogliamo. Questo non si riferisce solo ai conflitti che nascono fra le nazioni ma anche quelli che possono accadere nelle nostre vite di tutti i giorni, sia nelle relazioni con gli altri sia fra diversi aspetti di noi stessi. Per promuovere la pace è necessario però - e il film lo dimostra molto bene - non solo la volontà ma anche concedersi la possibilità di conoscersi: quando ci permettiamo di aprirci agli altri ci rendiamo conto di non essere poi così diversi e i conflitti diventano maggiormente superabili.

Ciò che di questo film non mi è piaciuta è la reazione dei “capi”, uguale da entrambi i lati della trincea, i quali non tollerano il periodo di solidarietà e puniscono i loro sottoposti vedendo il loro gesto di solidarietà come una contravvenzione dei loro ordini. Se come espediente narrativo posso comprenderlo, dal punto di vista umano fatico a giustificare questo atteggiamento così chiuso.

IL BELLO DI ESSERE OSS

Il messaggio di Silvia

Ciao a tutti, mi chiamo Silvia ho 28 anni e lavoro in meridiana da 5 anni. Ho scelto di fare questo lavoro 6 anni fa per passione e voglia di aiutare il prossimo. Dopo due anni in RSA sono stata inserita in Antares con pazienti affetti da SLA. Inizialmente non è stato per nulla facile l’impatto con questo nuovo mondo questa nuova realtà per me totalmente sconosciuta. All’inizio fa paura, paura di fare male, paura di non farcela, paura di non essere all’altezza per aiutare delle persone così fragili. Quando però ci si mette in gioco, ci si rende conto che sono proprio i pazienti ad aiutarti ad affrontare tutto. Loro che hanno bisogno di noi sono le persone più forti che esistano! Sono loro che aiutano a superare le paure a mettersi in gioco, ad affrontare giorno per giorno questo duro lavoro. Sono loro che ti

TRAMA: La storia è incentrata prevalentemente su sei personaggi: Gordon (un tenente dei Royal Scots Fusiliers), Audebert (un tenente francese del 26º fanteria e riluttante figlio di un generale), Horstmayer (un ebreo tedesco ufficiale del 92º Fanteria); Palmer (un religioso scozzese, che lavora come barelliere) e il tenore tedesco Nikolaus Sprink e la sua compagna danese, il soprano Anna Sørensen (due famose stelle dell'opera). Alla vigilia di Natale si fronteggiano due trincee con soldati francesi e scozzesi da un lato, e tedeschi dall'altro. Quando un tedesco in scozzese comincia a suonare la cornamusa, quasi obbedendo ad un richiamo i tedeschi cominciano a cantare, guidati dalla voce del tenore Sprink. È il tacito inizio di una tregua. Da quel momento, sia i soldati che gli ufficiali escono dalla trincea, si salutano, si scambiano auguri, oggetti, cibi caratteristici. A mezzanotte il sacerdote scozzese celebra la messa, alla quale tutti prendono parte. Ma l'avvenimento suscita ben scarso entusiasmo presso i comandi generali. Diventiamo un coro di voci che raccontano la vita

insegnano a vivere e a vedere la vita in un modo totalmente nuovo. Essere Oss significa lavorare con professionalità, dedizione ma soprattutto umanità, alzarsi ogni mattina con la stessa convinzione e motivazione del primo giorno di lavoro. Svolgere il lavoro di Oss, specialmente con dei pazienti malati di SLA, ti insegna che quello che ti rimane sono gli sguardi, i ringraziamenti di parenti e pazienti, le rassicurazioni che si donano ogni giorno tenendo loro la mano e la tranquillità che si riesce ad infondere. Questa è la più grande soddisfazione personale e professionale ed è per questo che devo dire grazie.

5 Dicembre 2022
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di Silvia Affanati

TRA LE RIGHE DEL '22…

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8 Dicembre 2022 09 10 11 "È Natale ogni volta che permetti a Dio di amare gli altri attraverso di te" Madre Teresa di Calcutta l Auguri di cuore! Auguri di cuore!
Roberto Mauri
...continua nel 2023 rso 12 2022
Fulvio Sanvito