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JUST KIDS #02

QUINTORIGO . EDDA . CRIMINAL JOKERS. GNUT. PAOLO SAPORITI . RHO’. BLASTEMA . HONEYBIRD & BIRDIES . MATTEO TONI . MIAMI & THE GROOVERS.

SOLTANTO IN STRADA . |SCRAP . LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO . SOMMACCO . LO SPETTATORE PAGANTE . LIRICA IERI, OGGI, DOMANI . L’OCCHIO . VERDERAME . LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE . SEX ON .


JUST KIDS #02 SOMMARIO

[ Musica ] INTERVISTE QUINTORIGO di James Cook EDDA di James Cook CRIMINAL JOKERS di Alina Dambrosio GNUT di Anurb Botwin PAOLO SAPORITI di James Cook e Andrea Furlan RHO’ di Anurb Botwin RECENSIONI BLASTEMA – LO STATO IN CUI SONO STATO di Thomas Maspes HONEYBIRD & BIRDIES - YOU SHOULD REPRODUCE di Alina Dambrosio QUINTORIGO - EXPERIENCE di Thomas Maspes MATTEO TONI di Thomas Maspes SUGGESTIONI MIAMI & THE GROOVERS - GOOD THINGS di Andrea Furlan [ Poesia ] SOLTANTO IN STRADA di Matteo Terzi |SCRAP di Cristiano Caggiula [ Immaginario ] LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO di Maura Esposito SOMMACCO - di Francesca Gatti Rodorigo, Giorgio Calabresi e Luca Palladino [ Cinema ] LO SPETTATORE PAGANTE di Antonio Asquino [ Teatro e Libri ] LIRICA IERI, OGGI, DOMANI di Francesco Odescalchi L’OCCHIO di Sabrina Tolve [ Sterilità del ben pensare ] VERDERAME di Claudio Avella LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE di Claudio Avella SEX ON di Catherine JK | 2


REDAZIONE Andrea Furlan Antonio Asquino Anurb Botwin Alina Dambrosio Catherine Claudio Avella Claudio Delicato Cristiano Caggiula Francesca Gatti Rodorigo Francesco Odescalchi Giorgio Calabresi James Cook Luca PalladIno Massimo Miriani Matteo Terzi Maura Esposito Sabrina Tolve Thomas Maspes [DIREZIONE] Anurb Botwin justkids.redazione@gmail.com [GRAFICA] Giulia Pedrazzi Giuseppe Tedesco [MUSICA E SOCIAL NETWORK] James Cook justkids.james@gmail.com Andrea Furlan justkids.furlan@gmail.com [SOCIAL] www.facebook.com/justkidswebzine twitter.com/JustkidsWebzine justkidswebzine.tumblr.com [VERSIONE SFOGLIABILE] issuu.com/justkidswebzine [VERSIONE CARTACEA] justkids.redazione@gmail.com [Just Kids non è una testata periodica o un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001]

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just kids e di Anurb Botwin

S

crivo per masturbazione. Cioè per me è così. Forse, e dico forse, perche' si divulga informazione e quando capita cultura, o quel brandello di presunta tale di cui ci fregiamo. Certo, c'è chi si masturba pensando a Pertini, ma gli vogliamo bene uguale. Ma lasciamo perdere la parte riguardante la masturbazione. Forse si scrive per condividere delle idee, a volte per aprire delle discussioni (anche se poi è un casino perché non si chiudono più) e per promuovere l'arte. L'arte…quella cosa che oggi è confusa con l'intrattenimento. L'intrattenimento…quella cosa che oggi qualcuno dice sia privo di contenuti. L'arte, che piaccia o meno, si nutre di contenuti e nutre con i contenuti. Però c'è anche un po' di presunzione. E anche di masturbazione. Ciò sarà dovuto all'appiattimento culturale? Chissà. In ogni caso sono concorde con il degrado delle arti…è tutto commercio…baratto…come sostiene Cinaski. Per quel che mi riguarda siamo in piena decadenza.... quindi è lecito masturbarsi, almeno si ha l'illusione di provare reale godimento. L'arte è intrattenimento. Alla fine siamo ritornati a quello. Lo è in qualsiasi forma essa si manifesti: figurativa, musicale, letteraria, et cetera. La differenza sta, come si suggeriva prima, nel contenuto, nella riconducibilità di pensiero, nel messaggio comunicato. Forse dovremmo trovare un filo conduttore tra le rubriche di Just Kids? Non lo so. Non credo sia necessario. Probabilmente Just Kids esiste per divulgare conoscenze personali attraverso un canale in cui ognuno di noi mette la propria interpretazione del quid trattato. Migliore motivazione di questa? Sicuramente ce ne sarà una migliore. Ma rimane pur sempre il fatto che non sono d'accordo che l'arte sia intrattenimento...il fatto che si sappia guidare l’auto non significa essere dei piloti...E allora però cosa sarebbe l'arte senza la fruibilità? Non c'entra nulla saper fare una cosa a livello medio per poter assurgere subito ad un piano esemplare. E' ovvio, no? Ma pensate, se un quadro di Tamara de Lempicka non mi intrattenesse facendomi godere, cosa sarebbe? Sicuramente non Arte. Peró Lei sapeva dipingere. Certo, dipende da cosa si intende per fruibilità e rifacendomi a quanto detto prima.. tutto e' commercio e baratto…Però, bada bene che l'intrattenimento non viene creato allo scopo di mandare un messaggio, l'arte sì secondo me. E quindi, l'intrattenimento è commercio puro ed è fine a se stesso. Ok, quindi l'arte passa anche attraverso il commercio, JK | 4


editoriale ma non è il suo fine ultimo. Metti la lirica, ad esempio... una Lucia di Lammermoor, che intrattiene il pubblico, non ha messaggi da mandare? E' il mezzo attraverso il quale viene divulgata e mantenuta, è il contemplare un’opera d'arte che ci fa riflettere e ci arricchisce con ciò che ci trasmette, non possiamo definirla intrattenimento. L'unica vera forma di reale intrattenimento sono le case di tolleranza. Questi surrogati che tentano inutilmente di farci piacere, non mi intrattengono per nulla. Preferisco l’intrattenimento di un bel professionista che si dà da fare...piuttosto che stare davanti alla tv a vedere due coglioni che si danno da fare. Però fermiamoci un attimo, cio' che intendo con intrattenimento sono cose come x-factor, amici, il grande fratello o libri come le 50 sfumature di questa minchia. Sono cose fine a se stesse (e solo su questo saremo tutti d'accordo) dove l'unica cosa che porta a pensare è “perchè certi esseri avvertono la necessità di fare queste cose?”. PERCHE'? E allora forse non ci staremo confondendo con il divertimento? Ok, ma allora scusa come la mettiamo con un'opera lirica che intrattiene e allo stesso tempo comunica? Converrete con me che è arte. Però intrattiene. Quindi, non creiamo leggi inesistenti. Anche se non è una legge, ma una definizione. Una definizione si attiene a delle regole che ne avvalgono la veridicità. Ma sappiamo bene che oggi le definizoni le dà wikipedia e in teoria ci sarebbe da fidarsi, ma poi penso che su wikipedia ci puó scrivere anche Nicole Minetti e a quel punto mi autoprego da me). L'arte non ha mica bisogno di leggi. Oddio certo, anche i GemBoy intrattengono, ma buon dio non sono arte! Però ora che ci penso, magari sul prossimo numero di Just Kids si potrebbero proprio intervistare i GemBoy, magari esordendo con “scrivo per imparare a scrivere ma anche a leggere perchè sono due cose che non si finisce mai di imparare”. Non lo farò, giuro. Quantomeno parlando seriamente. Ma ritornando all’oggetto della domanda che mi logora, tutto sommato è una questione di significato di numeri e di significato di parole. Et donc, quibus rebus confectis (che neanche so esattamente cosa significhi), conveniamo tutti che l'arte sia anche intrattenimento? L'arte non e' matematica. Meno male! Forse. Alla fine io con l'arte mi diverto, mi sento male, godo e JK | 5


JUST KIDS piango anche. Una volta sono svenuta in un museo, ma forse era perché faceva caldo, non era per Stendhal. A un concerto che mi piaceva tanto una volta ho goduto... ehm no forse non era per la musica. Una volta leggendo un libro ho pianto un sacco…ehm no, era solo perché mi aspettavano 1000 pagine prima della fine. Però vabè, a parte eventi vari a me l'arte piace perché mi diverte e mi intrattiene nelle forme che sono più spontanee e quindi non mi ricordo più quello che volevo scrivere... però sono sicura che mi intrattengo e mi diverto quando vado ai concerti o quando mi ritrovo bloccata davanti a un kandinsky, magari al Guggenheim. Anche se in realtà dovrei considerare in questo discorso che non ho la tivù e quindi non ho altri metri di paragone e allora forse per risolvere l’annosa questione si potrebbero bruciare le tv. E’ una soluzione. In fondo quello non è intrattenimento, quella è munnezza. Però una cosa voglio dirla, io mi diverto tanto a vedere Mara Venier con nonnina mia la domenica alla televisione. E dai su, fateme giocà. Stavo scherzando. E lo so che non si gioca, al massimo si può intrattenere. I tempi sono duri e alla fine penso che dopo tutto questo sproloquio combinato i motivi per cui scrivo per Just Kids sono fondamentalmente questi: 1. Insegnare ai gruppi musicali come taggare la musica su iTunes 2. Combattere con tutte le mie forze la diffusione del formato .flac. [Per lo sproloquio combinato si ringraziano sentitamente Claudio Avella, Claudio Delicato, Massimo Miriani, Cristiano Caggiula, Francesco Odescalchi, Antonio Asquino]

BUONA LETTURA JK | 6


[ INTERVISTE ]

Q uintorigo Hendrix

plays

di James Cook

I Quintorigo sono una gloriosa

formazione con tre lustri di storia alle spalle, caratterizzata da un approccio sempre molto originale con la musica, sia per i generi che ha frequentato, sia per l’organico davvero atipico, si approccia ora ad uno dei maggiori innovatori della chitarra rock (senza peraltro utilizzare chitarre né su disco, né dal vivo). Li incontriamo in una calda serata milanese per una bella chiacchierata

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Quintorigo nascono nel 1996 ed hanno subito incuriosito per la particolarità degli strumenti utilizzati - violino, violoncello, contrabbasso, sassofoni e voce: com’è nata l’idea di una formazione così originale? Ci siamo trovati, siamo tutti amici e compagni di conservatorio. Non è stato deciso a tavolino l’organico della band. Abbiamo cominciato con questi strumenti atipici,

ed una formazione “handicappata” rispetto ad una rock band, ad arrangiare qualche brano rock storico dei Beatles e di David Bowie e ci siamo resi conto che questo gap poteva in realtà essere qualcosa di originale. Era una sfida che ci obbligava a lavorare molto sugli arrangiamenti dal punto di vista ritmico e armonico e alla fine questo è diventato il punto di forza della band che JK | 7


[ Musica ] non ha mai modificato il proprio organico. Pur avendo cambiato diversi vocalist, siamo sempre rimasti noi quattro a far funzionare i pezzi e poi a scriverne di nostri.

In quasi tutti i vostri dischi ci sono dei pezzi (soprattutto rock) rielaborati nello stile quintorigo. Ricordo highway star, heroes, clap hands, Redemption song, Invisible sun… Come decidete quali pezzi inserire e perché avete sempre avuto questo vezzo di cimentarvi con questi mostri sacri? Perché esistono i classici e perché è giusto “mettersi a dialogare con loro” come diceva Petrarca. Nel terzo millennio il musicista, secondo me, come minimo deve avere la consapevolezza del proprio passato. Non può prescindere da 50-100 anni di musica, deve conoscere Bach, Bob Marley, Stravinsky, Charlie Parker, Mingus ma anche Beethoven…. Dopodiché essere creativi con tutto questo illustre passato è molto difficile. Forse un approccio un pochino più facile è prendere i classici e reinterpretarli magari contaminando. La filosofia di lavoro dei Quintorigo è proprio nata così, all’insegna della contaminazione di un patrimonio immenso e bellissimo che c’è alle nostre spalle ed abbiamo studiato. Forse modernità ed originalità, veramente difficili da trovare oggi, consistono proprio nel rielaborare un passato meraviglioso. I Quintorigo nascono da un atteggiamento di grande umiltà: prendere ad esempio Mozart e fonderlo con Jimi Hendrix o suonare un brano di Hendrix ripescando un preludio di Bach, “ficcandocelo dentro” perché magari ci sta per giro armonico, senza dimenticare però le caratteristiche che devono essere insite in uno spettacolo: potenza del suono ed espressione di sincerità, dell’essere anche sanguigni e veri sul palco. Non facciamo il quartetto d’archi che reinterpreta Hendrix

Avete tutti una formazione classica e in questi 16 anni di attività avete seguito diverse direzioni: dalle partecipazioni a Sanremo (sempre con pezzi non sanremesi) ai festival jazz con il progetto dedicato alle musiche di Charles Mingus. Dove avete trovato maggiori soddisfazioni? Le soddisfazioni le abbiamo vissute quotidianamente, come le insoddisfazioni,le piccole frustrazioni e le amarezze. Se dovessi dire qual’è stato il momento più appagante di questi tre lustri di storia sicuramente direi il lavoro su Mingus. Entrare nel mondo del jazz importante e ricevere inaspettatamente un premio, poi fare un tour calcando il palco con dei mostri sacri come Maria Pia De Vito, Antonello Salis, Enrico Rava, etc. per noi è stata un po’ un’avventura. Però grandi emozioni le abbiamo vissute spesso, fin dalle origini, quando ci esibivamo nei piccoli pub della Romagna e, da un momento all’altro, siamo entrati nella ribalta luccicante e dorata di Sanremo. È stata un’esperienza, con i suoi aspetti negativi, altamente formativa e importante per noi. Momenti belli e brutti ci sono stati sempre, e ci sono tuttora, anche questa sera. Viviamo dei palchi emozionanti, soprattutto quando proponiamo qualcosa di nuovo, poi, piano piano, a volte ci si adagia. Per questo abbiamo bisogno di sfornare sempre cose nuove,di pensare a cosa faremo il prossimo anno. Siamo vulcanici e iperattivi e questo significa essere ancora giovani, nonostante l’età anagrafica.

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[ INTERVISTE ] zone senza batteria, senza chitarra elettrica, senza basso elettrico e senza un pianoforte. Vi ho visto dal vivo diverse volte e la formazione è sempre stata la stessa per 4/5. Alla voce invece ho avuto il piacere di apprezzare tanti splendidi vocalists. La sensazione è che lo strumento voce, che agli inizi era molto importante, pur utilizzando degli ottimi professionisti, si sia progressivamente ridimensionato… Noi viviamo nel paese del bel canto quindi, per ragioni storiche culturali e antropologiche, la voce è diventata lo strumento preponderante ma, in realtà, nasce come strumento musicale. I primi nostri esperimenti erano proprio volti a questa ricerca: integrare la voce in un ensemble di strumenti musicali, facendo in modo che contribuisse all’arrangiamento, che fornisse una pulsione ritmica, un arricchimento armonico e cantasse le melodie. Nel tempo ci siamo abituati ad essere identificati con un determinato tipo di cantante, tra l’altro molto dotato e talentuoso. Con lui abbiamo scritto l’inizio della nostra storia, quindi tutto il nostro rispetto a John (De Leo). Quando, per una serie di motivi, ci siamo trovati senza di lui, abbiamo rielaborato l’idea di band con voce. Una band può anche esistere senza voce. Spesso i cantanti sono affetti da complessi psicologici di megalomania, egocentrismo, sopraffazione del prossimo… primedonne anche quando sono uomini. A questo punto della nostra storia, senza voler dimostrare niente, abbiamo pensato di ricorrere a voci diverse a seconda del progetto che stiamo approcciando. Se suoniamo un progetto su Mingus ci può essere un ospite cantante di jazz. Abbiamo scelto ed avuto la fortuna di avere

in punta di arco. Noi vogliamo anche ripescare il messaggio ideologico dell’artista che,in questo caso, era appunto rivoluzionario, distruttivo, potente. Abbiamo cercato di farlo con Hendrix ma anche con Mingus. Ripensandoci, tutto l’approccio nostro alle cover è sempre stato storicizzato, studiando anche le implicazioni sociologiche,gli aspetti ideologici e psicologici dell’artista. Qual è la sfida più grossa nell’interpretare dei brani storici e metterci del proprio? La sfida più grossa è sempre in relazione alla particolare natura del nostro ensemble che manca di motore ritmico e di uno strumento armonico. La sfida è sempre molto tecnica: dobbiamo imprimere una pulsione ritmica senza qualcuno con le bacchette in mano e dare un senso di pienezza armonica senza un pianoforte e una chitarra. Senza nulla togliere a Hendrix, che suona bene anche con due accordi e una chitarra, il lavoro su Mingus ad esempio è stato un lavoro di riduzione e di sublimazione, perché le sue composizioni sono mastodontiche. Mentre per Hendrix abbiamo dovuto arricchire ed ampliare le sue armonie. La sfida in definitiva è sempre imprimere il tiro ritmico ad una canJK | 9


[ Musica ] prima Luisa Cottifogli, poi forse la migliore in assoluto, Maria Pia De Vito, con la quale ancora collaboriamo. Nel caso di un disco di inediti abbiamo cercato un ragazzo di Roma molto creativo: Luca (Sapio) spostandoci in una dimensione più contaminata tra il soul e il grounge. Per il progetto su Hendrix abbiamo cercato una voce che gli si avvicinasse anche come approccio culturale e,avendo trovato Moris, siamo contentissimi. In definitiva i Quintorigo sono quattro musicisti ed hanno come ospiti cantanti diversi, anche illustri, che sicuramente li arricchiscono. In Italia legando molto l’immagine della band a quella del cantante solista purtroppo, a livello mediatico, è difficile farlo capire. Ho la sensazione che non amate molto internet. Non avete più un sito ufficiale, la vostra pagina su wikipedìa è piuttosto povera e non siete molto attivi sui social network. pensate che il vostro pubblico sia più interessato alle cose concrete ed abbia poco tempo da dedicare a questi strumenti? Facciamo ammenda per questa nostra pigrizia nei confronti del canale più importante in assoluto di veicolazione ed autopromozione che è proprio internet. Ogni volta ci proponiamo di svecchiare, aggiornare, però, in questo senso, siamo più artisti che promotori di noi stessi. Essendo ragazzi del secolo scorso a volte non riusciamo a ragionare con le logiche attuali, anche se siamo convinti che si dovrebbe farlo. Il 27 novembre jimi Hendrix avrebbe compiuto 70 anni. È una ricorrenza significativa ma non credo sia l’unico motivo per questo vostro nuovo progetto. com’è nata l’idea e cosa rappresenta per voi?

Purple Haze, insieme ad un paio di brani dei Beatles è la prima cover che ci siamo messi a suonare. Abbiamo iniziato con quella perche è un brano semplice ed efficace, che avevano già arrangiato i Kronos Quartet, uno dei nostri riferimenti musical. Sono passati tantissimi anni e noi abbiamo continuato a suonarla con ogni cantante, anche donna, e in versione strumentale. Insomma è un po’ il leitmotiv della nostra storia. Il progetto Hendrix in realtà era già stato ipotizzato anni fa, siamo sempre stati attratti tutti da questo personaggio ed ora finalmente possiamo rendergli questo tributo. Volevamo elaborare un disco ed uno spettacolo “teatrale” su un gigante musicale del secolo scorso che, in soli tre-quatttro anni di carriera, ha lasciato un segno indelebile, rivoluzionando il modo di suonare la chitarra. La sua musica è semplice rispetto a tanti altri compositori, ha una matrice forte di blues che noi cerchiamo di far sentire nei nostri spettacoli, creandoci sopra un suo linguaggio, semplice ma felice. Un ragazzino che ha cambiato la storia della musica e forse, inconsapevolmente, quando ha suonato l’inno americano a Woodstock, è diventato la colonna sonora di un’America, meravigliosa e putrida al tempo stesso,

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[ INTERVISTE ] contribuendo alla storia e alla cultura della propria nazione. Quando uno pensa alla guerra del Vietnam vede Hendrix che suona l’inno americano, prima ancora di pensare a Kubrick, a Platoon o ad Apocalipse Now. Sono messaggi fortissimi ed attualissimi che anche un pubblico di teenager può ripescare ed assimilare attraverso la musica. Nel disco ci sono diversi brani in cui canta Eric Mingus, non proprio l’ultimo arrivato. Immagino che il contatto si sia sviluppato a seguito del progetto sulle musiche di suo padre... Abbiamo cercato un link tra questi due lavori che sono complementari e sequenziali. Mingus e Hendrix sono due personaggi non più di tanto distanti. Hendrix era adorato da alcuni colossi del jazz, ad esempio Miles Davis. Ci siamo resi conto che il figlio di Mingus è un grande musicista ed un cantante bravissimo, soprattutto un bluesman che a volte canta anche Hendrix. L’abbiamo contattato via mail, da musicista a musicista, mandandogli il lavoro che abbiamo fatto sul padre. A lui è piaciuto tantissimo e si è dichiarato incondizionatamente disponibile a collaborare con noi a titolo gratuito, nella speranza di riuscire a fare qualcosa dal vivo. Da questo approccio sono nati 5 brani del disco, cioè quasi metà del cd l’ha cantato Eric sentendoci solo via skype e via mail. E’ stato molto bello ed appagante conoscere questa persona e trovarla così ben disposta, nel nome del padre, ma anche nel nome del blues e della vera musica. Non conoscevo Moris Pradella ma, da ciò che ho sentito ha una splendida voce. Dove lo avete scovato? Come spesso accade, tramite amicizie co-

muni. Il nostro fonico conosceva questo cantante di Mantova che aveva già fatto cose relativamente importanti. Ci è piaciuto, l’abbiamo invitato dalle nostre parti prima di tutto a mangiare e bere, come da tradizione romagnola, per fare amicizia. Poi abbiamo preso gli strumenti e provato a fare qualcosa. Da lì con massima serenità e tranquillità è nata una collaborazione che ci piace molto anche a livello umano. Si è studiato i brani, facendoci risparmiare tempo e tutto sta funzionando a gonfie vele. E’ un musicista colto, con alle spalle 8 anni di pianoforte, 5 anni di composizione e suona benissimo la chitarra. Ha preso questo incarico con grande umiltà e professionalità, ma in lui c’è anche l’aspetto ludico e gioviale del musicista unito ad una grande presenza scenica. L’ultima prova a cui l’abbiamo sottoposto questa estate è stata imparare il repertorio dei Quintorigo in pochissimi giorni per una serata in cui Luca Sapio aveva altri impegni. Moris è riuscito ad imparare una decina di brani, anche molto ostici, solo con una prova, come li conoscesse da una vita. E’ davvero un elemento che ci vogliamo tenere stretto… Cosa c’è nel futuro dei quintorigo? Il 27 novembre ci sarà finalmente la pubblicazione di questo disco dopo una lunga attesa in seguito ad una gestione molto restrittiva del nulla osta che doveva arrivare da parte della fondazione che fa capo alla sorella ed al cugino di Hendrix. Tra poco partiremo quindi con la promozione del disco, dopodiché inizieremo a scrivere qualche cosa di inedito e ci cimenteremo magari anche con Moris. Abbiamo comunque altre idee: ad esempio stiamo lavoran-

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[ Musica ]

UST KIDS

do alle musiche di “Pierino e il Lupo”, che abbiamo già eseguito con Ivano Marescotti l’anno scorso. Stiamo cercando l’approccio con altri attori per esplorare questa dimensione più teatrale e contemporanea. Ci è arrivata anche la proposta di una sorta di tributo a Paolo Conte con Kruger dei Nobraino. La stiamo valutando perché l’autore ci piace molto. Magari un giorno arriveremo a fare un disco solo strumentale ed uno spettacolo dal vivo dove commenteremo le immagini di film d’autore o documentari. Al momento son solo idee ma si potrebbero concretizzare..

|photograph by Francesco Telandro

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[ INTERVISTE ]

edda

odia i vivi?

di James Cook

Stefano “Edda” Rampoldi

è stata la voce di uno dei gruppi rock italiani più importanti degli anni ’90: i Ritmo Tribale. Poi, all’apice del successo, la sua scomparsa. Il ritorno sulle scene avverrà dopo circa 12 anni, nel 2008, quasi in punta di piedi, per non disturbare. Lo abbiamo incontrato prima di un suo concerto, per farci raccontare di lui e della sua musica, scoprendo una bellissima persona: vera, sensibile, senza filtri. Questo è quello che ci siamo detti in quella occasione…

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[ Musica ]

O

dio i vivi è un titolo molto provocatorio. Perché li odi? Hai i tuoi motivi e te li tieni per te o puoi spiegarceli? Il motivo è che l’esistenza a volte mi appare demoniaca. Sono sicuro che sulla terra ci sono tanti momenti paradisiaci ma si vivono anche tanti momenti da inferno. Io odio quelli che, a volte, mi creano un inferno in cui vivere, quindi, odio i vivi… Come ti sei sentito a cantare di nuovo davanti al tuo pubblico, che, nonostante uno stop di 13 anni ha dimostrato di non averti dimenticato ? A sapere che il pubblico non mi dimenticava non me ne sarei mai andato. Mi ha fatto piacere anche se all’inizio, quando ho ripreso, l’ho fatto solo per me senza aspettative, per una mia esigenza, per darmi un po’ di paradiso. Se poi anche gli altri mi seguono, mi fa piacere. La musica adesso non è il tuo unico mestiere. In che modo riesci a conciliare le due attività (ndr. costruisce ponteggi)? Il problema è che la musica mi crea sempre una situazione di benessere, anche se non sono il musicista che vorrei essere. Non so suonare, non so forse neanche cantare. Però adesso torno a casa la sera abbastanza abbattuto, demotivato…mi metto lì, prendo la chitarra, suono e vedo che piano piano mi perdo dentro. È come un gioco, una cosa bella. Il problema è che quando ho fatto il disco mi sono licenziato proprio per dedicarmi solo a quello. Credo che sia stata una cosa giusta, però, una settimana prima dell’inizio delle registrazioni non volevo più farlo, ero entrato in paranoia, non

mi sembrava assolutamente di aver fatto la scelta giusta. Ricordo che Fabrizio De Andrè, in un’intervista rilasciata tantissimi anni fa, disse: ”questo non può diventare un mestiere, se lo diventa è una cosa un po’ pesante”. La stessa cosa me l’ha detta Mauro Pagani quando sono andato a registrare il primo disco nel suo studio ed ho detto che non facevo questo di mestiere. Lui mi ha risposto: “Meglio!”. Il giorno, con situazioni troppo pesanti e squilibrate, mi uccide. Un po’ me lo sono scelto, sto cercando di venirne fuori, ma quando hai un lavoro te lo tieni. Cosa ti ha spinto o chi ti ha convinto a tornare a cantare e a scrivere canzoni? Mi è successo molto casualmente grazie al chitarrista Andrea Rabuffetti, con cui ho fatto il primo disco “Semper biot”. Eravamo amici, io suonavo con lui per il piacere di suonare, lui è molto bravo, ci trovavamo davvero bene. Lui mi ha detto che voleva mettere alcuni miei video su youtube. Io non sapevo nemmeno che esisteva perché sono rimasto fuori dal mondo per tanti, tanti anni. Nel giro di una settimana è arrivata

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[ INTERVISTE ] la proposta dell’etichetta Niegazowana di fare un disco ed io ho accettato. Alla fine nasce tutto dal fatto che suonare è una cosa che mi fa star bene. Bisognerebbe solo suonare, non andare a lavorare e suonare. Non per un fine, per un disco, ma solo per il piacere di farlo. Ti alzi una mattina, ti metti a fare una nuotata, giri un po’ per il mondo, cammini e poi ti metti a suonare. Se si potesse fare così sarebbe meglio… Com’è cambiato il tuo modo di fare e di concepirelamusicadai“Ritmotribale”adoggi? Io presentavo ai Ritmo tribale delle canzoni e loro poi me le ”imbastivano“ nel giro di una prova. Portavo i pezzi, li suonavamo e arrangiavamo in sala. Adesso la cosa è un po’ più astratta: il pezzo c’è però mi chiedo sempre che vestito mettergli. Il vestito è una cosa importante, me ne sto rendendo conto. Stavo ascoltando i Radiohead e notavo la loro linea canora. Se proviamo a tenere la melodia e togliamo tutto il resto, potrebbe diventare per assurdo una canzone alla Cristina d’Avena. Non è che le loro melodie siano così astruse, è l’arrangiamento che è di un raffinato

veramente grande. Le canzoni di Cristina d’Avena sono melodiche e sarebbe bello vedere come le arrangerebbero i Radiohead. Il tuo ultimo disco è sicuramente uno dei più interessanti del panorama italiano degli ultimi anni, tanto da portarti ad essere finalista del premio Tenco pochi giorni fa. Dev’essere una gran bella soddisfazione… E’ già una soddisfazione, ma io avrei voluto vincere. Ho vinto una sola volta, al circo: mi hanno regalato un arco e una freccia. Adesso sarebbe stato il momento di tornare a vincere. Agli Afterhours non cambia niente e probabilmente nemmeno a me avrebbe cambiato niente, però… Com’è nata la collaborazione con Manuela Falorni per il video di “Odio i vivi”? E cazzo, qui parliamo di porno! Parliamo di una vera dimensione… E’ nata da un’idea di Fabio Capalbo, uno dei ragazzi della Niegazowana. E’ stata una bellissima idea perché lei è una persona molto interessante e in più è un’attrice porno…Praticamente abbiamo fatto un documentario, ed è venuta fuori una bellissima cosa secondo me. I titoli delle tue canzoni, nell’ultimo album sono quasi tutti nomi di donne. Ce n’è una a cui sei particolarmente legato? A parte Marika, che praticamente conosco come amica, tutte le altre sono state più o meno mie fidanzate e donne importanti per me. I testi sono tutti assolutamente autobiografici. Ero al Teatro da Verme (di Milano) questa primavera e in quell’occasione hai riproposto una serie di brani di altri autori

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[ Musica ] riarrangiati e rivisitati. Mi è sembrato molto interessante il fatto di riscrivere alcuni testi. Com’è nata questa idea? Quella sera ho temuto la debacle perché io già non so suonare i miei pezzi, figurati mettermi a suonare quelli degli altri. Però c’era stata la richiesta di Enzo Gentile che conosco di fama da 35 anni, da quando ascoltavo radio popolare alle medie. Mi scocciava quindi dirgli di no anche se proprio giocavo fuori casa. E’ andata bene, non so come, anche grazie ad Alessandro Grazian che è un grande musicista. Sono contento, quella serata me la ricorderò per tutta la vita, più che altro per l’ansia. Se per te dal pubblico è bello dal palco, per me è bello la metà, perché da lì si è sempre più perfezionisti. Se mi avessero detto: ”la serata è stata una cagata” l’avrei accettato, perché dal palco non si riesce ad avere la percezione giusta delle cose. In una di queste rivisitazioni dici, stravolgendo il testo di Finardi di Sulla strada, “Cantando di gioia, la mia masturbazione” invece di “cantando di gioia e di rivoluzione”. La musica è masturbazione per te? Per me che non son capace si, perché ogni tanto mi perdo. Ho imparato a cantare perché la musica mi piaceva. Anche io volevo in qualche modo esprimermi con questo mezzo, poi quando comincio a suonare un pochino mi perdo. La storia della masturbazione è venuta fuori perché, non riuscendo a ricordare i pezzi a memoria, ho imparato ad improvvisare. Però l’effetto finale non è così male. Nei tuoi progetti futuri c’è la possibilità

di rivedere insieme i “Ritmo tribale”? Quando ci vediamo ci pensiamo sempre, però è difficile per il fatto che non sappiamo se sia giusto farlo. Noi eravamo anche una specie di tribù, vivevamo veramente in simbiosi, stavamo sempre insieme, eravamo amici, lavoravamo assieme. Per noi i Ritmo tribale potevano essere una famiglia. Il fatto è che ci siamo persi di vista da almeno 15 anni. Ora non potremmo tornare la famiglia che eravamo prima, ognuno ha la sua vita, ha preso la sua strada. Questo non ci permetterebbe di tornare alla vecchia dimensione, la scelta sembrerebbe un po’ posticcia, quasi una forzatura, che renderebbe il tutto poco magico. Non possiamo più vivere la musica nel modo in cui eravamo abituati a viverla, perché per noi i Ritmo tribale “erano quella cosa lì”, oggi mancano le condizioni oggettive e materiali. Sono sicuro però che,

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[ INTERVISTE ] se stessimo di nuovo assieme un mese, automaticamente ne verrebbe fuori qualcosa. E’ la prima volta che dico questa cosa, non l’avevo pensata prima. Il nostro era un po’ un modo di vivere, forse questo è arrivato negli anni alla gente. Io ad un certo punto ho smesso perché non mi sentivo più all’altezza. Mi sono impegnato per 12-13 anni a fare questa cosa e non ho ottenuto niente. E’ stata una scelta che ho fatto io, per me, invece bisognava continuare ancora per altri 20 anni… Hai una voce e un modo di cantare molto particolare, a tratti mi ricordi Demetrio Stratos. Ti ispiri effettivamente a qualcuno quando canti? Io tento di fare con la voce quello che faceva Demetrio Stratos ma, al contrario. Praticamente lo faccio in senso antiorario.

La sua voce usata in quella maniera è stupenda, la mia sembra una cosa un po’ strana. Io ho cercato ed è venuto fuori questo ibrido che ricorda un po’ Demetrio Stratos. Di sicuro i dischi degli Area li ho ascoltati tanto, li ho apprezzati tanto, anche se non si direbbe visto come suono. Secondo me in quel periodo c’erano i Weather Report e gli Area: per i primi la fama era mondiale ma il valore degli Area, secondo me, era a livello forse anche superiore. Hare Krishna cosa ha dato alla tua vita? Me l’ha cambiata. A 20 anni, assolutamente inconsapevole e mai attratto nemmeno dallo yoga, una notte in cui ero molto drogato, sono stato folgorato da quello che gli Hare-Krishna trasmettevano alla radio. Così, piano piano, li ho conosciuti e dopo 30 anni gli sono ancora attaccato, nel bene e nel male. Il fatto di essere diventato vegetariano lo devo a loro e sempre li ringrazierò per avermi aperto gli occhi su questa piccola cosa che per me è molto importante. Per adesso è stata una scelta positiva, si vedrà poi alla fine…

|photograph by Starfooker

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[ Musica ]

Criminal tra punk e ro all’ital di Alina Dambrosio

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[ INTERVISTE ]

l jokers: ock and roll liana Criminal Jokers

I , 100% made in toscana, presentano una nuova line-up, più allargata. A distanza di due anni dall’uscita del primo album “This Was Supposed To Be The Future”, disco punk allo stato puro, i cambiamenti ci sono e si vedono, oltre che nella sperimentazione strumentale , nella scelta della lingua madre. “Bestie” è frutto di una ricerca più intima e di un perfezionamento sia a livello testuale che ritmico, più cupo e riflessivo rispetto al primo, senza però rinunciare all’ondata adrenalinica. Li incontriamo in occasione della prima data del loro tour, il 4 ottobre, al Circolo degli Artisti di Roma. Estenuati dopo un lungo soundcheck, ci concedono qualche minuto per una chiacchierata.

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iò che colpisce ad un primo ascolto del nuovo album è la scelta di scrivere i testi in italiano. A cosa è dovuto questo cambio di rotta ? Avevamo, avevo bisogno di farmi capire, dapprima di capire me stesso. E’ una cosa che mi piace e mi appaga maggiormente . Avete parlato di storie di “bestie” in riferimento al titolo. Qual’ è in concreto la condizione di bestie ? Si tratta di una vostra condizione personale o più in generale di una generazione? Le bestie che ci sono nel disco sono le mie bestie, perché parlo a mio modo, sono mie

immagini. E’ chiaro che ci sono delle cose comuni ad altra gente. Se qualcuno si guarda dentro, è probabile ci trovi degli accostamenti con tutto quello che c’è intorno. Per l’appunto, c’è una canzone che si chiama “ Da solo non basti”. Non credo che sia un problema solo mio, ma il punto di partenza è che sono bestie che fanno parte di me. Sicuramente è da apprezzare la vostra decisione di pubblicare i brani in anteprima su youtube, regalando piccole storie a chi vi vuol ascoltare. E’ anche una spia per segnalare che forse qualcosa sta cambiando nel campo della discografia musicale? Ognuno è portato giornalmente a condi-

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[ Musica ] videre, a comprare o non. E’ un modo nostro di proporci avere pezzi giornalmente e non creare una gerarchia subito, facendo uscire un singolo. Le canzoni raccontano storie molto differenti l’una dall’altra, ma per noi hanno la stessa valenza, ognuno sceglie il singolo che preferisce. E invece cosa mi dici della formula “Up to you”? Ci credo. Innanzitutto penso che i concerti non debbano costare troppo. Ci sono posti in cui funziona, altri meno, però è una buona idea sia per i concerti che per i dischi. Non credo che si debba fissare un gruppo con un’etichetta, ma se foste voi a descrivervi con tre aggettivi... Sportivi, agili e scattanti In questi anni avete fatto un tour con Nada e Pan del diavolo, che sicuramente vi hanno fatto crescere. Sono state due esperienze molto diverse ma bellissime entrambe. Con Pan del diavolo

eravamo in cinque sul palco, facevamo rock and roll in italiano, mi sembrava un concerto dei Cramps. Con Nada è stato qualcosa di diverso e sicuramente ha influito molto sulla scelta di scrivere in lingua madre. Quali sono state le influenze nel panorama musicale italiano e internazionale, insomma cosa ascolti? In realtà, se devo essere sincero, nell’ultimo anno e mezzo ho ascoltato talmente tanto i Criminal Jokers, preso a dar la caccia ad ogni minimo errore su ogni singolo pezzo, che ricordo ben poco del resto. Comunque cantautori italiani: Dalla, De Gregori. Per quanto riguarda la musica americana e inglese, che ho sempre ascoltato, è tutta colpa della qui presente Alice Motta (Tastiera e cori): dai Pixies ai Violent Femmes, dunque quasi all’80% siamo qui per colpa sua.

I Criminal Jokers sul palco sono sconvolgenti, trasmettono energia scandita da ritmi a tratti tribali delle percussioni , ulteriore dimostrazione che nell’Italia odierna, disseminata di talent, c’è ancora chi crea buona musica da sé nel panorama underground.

|photograph by Claudia Pajewsky

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[ INTERVISTE] [ INTERVISTE ]

gnut di Anurb Botwin

Claudio Domestico, in arte Gnut,

è un artista intenso che mescola parole e sentire in un’evanescente malinconia. Vive viaggiano per la penisola italica alla ricerca di musica collaborando con artisti di diversa natura che nel corso di questi anni lo hanno visto al loro fianco, dagli Afterhours a Kaki King ai Marta sui tubi a Cristina Donà e Piers Faccini, quest’ultimo produttore del secondo album di Gnut “Il rumore della luce” uscito a Novembre dello scorso anno. Lo abbiamo incontrato durante un suo concerto unplugged in cui ha duettato anche con AwaLy in “Credevo Male”. Ci ha raccontato i percorsi che hanno portato al progetto Gnut e al suo ultimo imminente progetto… un disco per bambini.

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[ Musica ]

I

l progetto Gnut nasce circa nel 2002 fino ad arrivare all’ultimo disco “Il rumore della luce”. Quale evoluzione ha portato a questo album? Il rumore della luce è un lavoro nato dopo il primo disco in cui Gnut era una band di 6 elementi con violino, contrabbasso, sassofono dove c’era un certo tipo di ricerca sul sound abbinata alla canzone d’autore. Dopo quel disco io mi sono spostato a Milano, il violinista a Parigi, un altro membro del gruppo è andato sulle navi da crociera e così ci siamo un po’ dispersi nel mondo. E’ stato che è nato il mio progetto solista che è cresciuto negli anni in cui sono stato a Milano dove ho scritto tutti i pezzi de Il rumore della luce che ho registrato in Francia ed è stato prodotto da Piers Faccini, una persona che ammiro molto e di cui mi sono fidato. E credo proprio di aver fatto bene. Il rumore della luce è un disco molto intimista, a tratti malinconico e molto essenziale… c’è del romanticismo non amoroso che a tratti diventa quasi disillusione rispetto alla vita? Dal punto di vista dell’essenzialità è stato merito di Piers Faccini che ha scelto degli arrangiamenti molto scarni e che hanno in questo modo lasciato molto spazio alla canzone. Per quanto riguarda la scrittura c’è un’intimità diversa perché le canzoni raccontano il periodo in cui ho vissuto a Milano in un periodo in cui accusavo molto la distanza con Napoli. E’ stato un periodo della mia vita molto particolare anche abbastanza sofferto da certi punti di vista. Queste canzoni erano degli sfoghi nati spesso alle 6 del mattino quando tornavo distrutto a casa. L’intimità delle atmosfere, degli arran-

giamenti e dei testi sono dovuti alla necessità di raccontare quelle storie che vivevo. Poi credo che ci siano molte canzoni d’amore ma non nel senso canonico dell’amore. Non ci sono canzoni che parlano di una ragazza in particolare o di una storia d’amore tra un uomo e una donna. Queste canzoni parlano più dell’amore per la vita e per le cose che succedono. In fondo c’è sia l’amarezza che scopri crescendo, sia la meraviglia che si continua ad avere di fronte alla vita. Nel precedente disco “DiVento”, c’è un brano “Esistere” molto intenso che parla “semplicemente” di vita. Quanto un cantautore come te riesce ad esistere e a r-esistere per proseguire nella propria strada musicale? Come sappiamo, la situazione in questo momento storico è estremamente complicata soprattutto per la cultura e l’arte in generale. Io credo che si può anche vivere facendo musica ma dipende da

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[ INTERVISTE ] che sono miei fratelli e in particolare Mattia Boschi che è il musicista perfetto per me, lui suona in automatico cose meravigliose. Quindi c’è una scena ricca di cose musicalmente interessanti e che inoltre coincidono anche con persone umanamente molto belle. Per me che giro tanto, queste collaborazioni sono ossigeno che mi fanno pensare che anche se non ci sono tanti soldi in giro per la musica, almeno ci sono persone belle con cui mettere su progetti interessanti.

quanto sei disposto a rinunciare. Le possibilità ci sono però ci sono troppe persone che si lamentano. Quindi la verità forse sta nel mezzo e cioè nel faticare ma accettando anche le piccole possibilità. Certo, è molto faticoso perché è difficile permettersi le vacanze alla Hawaii o avere figli (in realtà personalmente non ne ho neanche voglia e l’esigenza!) però diciamo che per quanto mi riguarda va bene così. Poi la vita è una lotteria, fai delle scelte e se le fai in modo consapevole riesci ad essere, non dico felice, ma almeno contento. Nonostante le difficoltà, tu fai musica collaborando con moltissimi artisti…quali di queste collaborazioni ti ha più entusiasmato? In questi anni ho avuto modo di incontrare artisti e musicisti davvero molto bravi e persone ecceionali. Da Luca Carocci, a Mauro Pagani che ha suonato il violino nel mio disco, a Folco Orselli, ai musicisti degli Afterhours, ai Marta sui Tubi

Tu un po’ di tempo hai ideato un progetto che si chiamava Live inCam per dare spazio a nuovi artisti. Di recente è stato concepito un progetto di crowfounding Musicraiser tutto italiano, anche questo basato sul principio di fornire spazi e possibilità, cosa pensi in merito? Live inCam è stata a suo tempo un’idea venuta a me e Gino fastidio. C’era un sito in cui la gente si iscriveva ed eseguiva in webcam dei mini concerti in acustico che poi venivano trasmessi e si parlavamo dell’artista in chat… Ma dopo un po’ faticavamo sia io che lui…bisogna essere persone serie per fare questa cosa! Sembrava di vivere nelle radio degli anni ’70. Solo che le prospettive di far crescere la cosa erano limitate soprattutto dalle leggi che ci sono in Italia e quindi dopo un anno e mezzo abbiamo abbandonato. Riguardo Musicraiser io ci credo fortemente in questa cosa perché oggi è sempre più difficile trovate persone che investono grossi capitali sulla musica ma allo stesso tempo ci sono realtà vivissime nell’underground con un pubblico partecipe che può alimentare questo settore sostenendo gli artisti. Io sono completamente d’accordo con questa cosa e secondo me avrà ottimi risultati.

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|photograph |photographby bySilvia SilviaCeracchini Ceracchini

UST KIDS

[ Musica ]

Tu hai ideato un progetto per bambini, di cosa si tratta? Si, sto registrando un disco per bambini piccoli, di 8 pezzi. Mi è venuta in mente questa cosa perché a Natale scorso ho regalato un tamburo a mio nipote di 5 anni e mentre mangiavamo mi diceva che aveva scritto delle canzoni…i titoli erano “Il pupazzo strapazzato”, “Le zampe del cavallo”, “L’occhio che rimbalza”, “Babbo natale che cade”. Io mi sono annotato tutti i titoli che mio nipote mi diceva e dopo qualche mese ho iniziato a scrivere una canzone per ogni titolo. Spero per natale di quest’anno di riuscire a registrare tutto, in modo che a distanza di un anno, per il prossimo natale sarà pronto e regalerò a mio nipote il disco con i suoi titoli. Il progetto prevede delle illustrazioni per le storielle inventate. Sono storielle che vengono dai titoli, tipo per “Il pupazzo strapazzato” mi sono immaginato due fratellini che litigano e si contendono il pupazzo ma che poi alla fine decidono di fare pace e vanno dalla nonna per farlo ricucire…oppure in “Babbo natale che cade” c’è la storiella del bambino che aspetta Babbo Natale tuto l’anno e quando arriva c’era lo zio sul divano che dormiva e si spaventa e a sua volta fa spaventare Babbo Natale che scappa con il regalo e alla fine il bambino dice allo zio che il prossimo anno dovrà dormire a casa sua. Poi c’è un pezzo sull’alimentazione che è “Panza tanta” un po’ un invito a mangiare bene. Ma il titolo dell’album per ora ancora non l’ho deciso…

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[ INTERVISTE ]

paolo saporiti di James Cook e Andrea Furlan

Paolo Saporiti

è un cantautore milanese che ha da poco pubblicato il suo quarto disco “L’ultimo ricatto”. Un lavoro impreziosito dalle destrutturazioni di Xabier Iriondo, in un incrocio tra sperimentazione e bozzetti acustici. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione all’Elf Teatro di Milano e ne abbiamo approfittato per una lunga conversazione che ha abbracciato parecchi temi…

Q

uesta sera presenti il nuovo disco nella “tua” Milano. Come ti senti? E’ strano, in realtà difficile, perché giochi in casa. C’è tanta gente che ti ha già visto e tanta che non ha assolutamente idea che tu esista. E’ difficile in questo momento della mia vita vedere che tante persone stanno capendo quello che faccio. E’ veramente la prima volta che succede. In questi anni ho visto alcune persone avvicinarsi ed entrare in contatto con me, ma mi sembra che ora ci sia uno scatto un po’ diverso. Sarà che io mi sento un po’ diverso, che il disco suona in un modo nuovo. Milano è il bacino di utenza. Secondo me, solo in un posto così, incontri artisti come Xabier (Iriondo), Cristiano Calcagnile… Alla fine solo Roma riesce ad essere un polo di attrazione alternativo, anche se questo

è un po’ paradossale. Diciamo sempre che Milano è morta ed ha dei problemi enormi con la cultura, però alla fine è uno dei pochi luoghi in cui si riescono a fare certe cose. Io ho vissuto alcuni anni a Torino nel periodo dell’università e mi piaciuta tantissimo, probabilmente anche perché in quegli anni sei permeabilissimo, tutto “ti entra”. Torino è molto cosmopolita, così aperta dal punto di vista delle influenze, ricorda un po’ Parigi come città. Li ho creato le basi di come sono adesso, perché prima ero molto più chiuso. Ho vissuto anche ad Arona e penso che il mio disco senza Milano sarebbe un “disco bucolico”, un disco folk in cui esprimere il contatto con la natura. Personalmente faccio fatica a suonare in un posto con un impatto forte da un punto di vista naturale. Mi adeguo molto a quello che mi trasmette, sviluppando solo le note che si rapportano con

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[ Musica ] essa. La “violenza di un disco” così come la intendo io, secondo me, nasce soltanto in un posto come Milano. Lì ti viene in mente di creare un’opposizione a qualche cosa di naturale e spontaneo. Cercavo proprio quello: qualcosa che si opponesse e tagliasse di traverso la mia idea di musica fine a sé stessa. Xabier è stata la persona perfetta per realizzare il mio progetto. Gli ho chiesto di fare molto di più, di devastare molto di più, di creare l’apocalisse. In realtà lui l’ha fatto con molta discrezione, rispettando tantissimo le mie richieste. Ci sono momenti in cui lui lascia molto spazio ed altri in cui va vicino all’invasione, ma senza farlo completamente. Arriva dalla tradizione e coniuga doti di sensibilità, conoscenza ed intelligenza molto elevate: per me, il punto di incontro, è lì. Tu hai inciso soltanto un brano con testo in italiano nella tua carriera… Per ora ho inciso e stampato soltanto “gelo”. Ho anche un altro pezzo in italiano, si intitola “Erica”. Lo porto con me da quando avevo 18 anni e prima o poi verrà pubblicato. Parliamo del disco: il titolo è in italiano e i testi in inglese. Non temi che l’ascoltatore possa perdere il messaggio che vuoi trasmettere? Si, non per niente ho messo le traduzioni. Però per come io usufruisco della musica il testo arriva dopo. Il mio, con la musica, è un rapporto emotivo sonoro, le parole mi arrivano in un secondo tempo, anche quando ascolto i grandi. In realtà do molta fiducia alla mia pancia. Se ascolto un grande come Jeff Buckley non ho bisogno di capire cosa mi sta dicendo, lo so già, ci “sono dentro”. Lui, palesemente, sta cavalcando un certo

tipo di emozione e di sentire. Io credo in questo, nel mio modo di esprimere la musica cerco di rincorrere questo “metodo” e di abitarlo. Non avere il patema di fare arrivare il messaggio esattamente con quello che sto dicendo. In realtà però mi sto muovendo in quella direzione, i titoli in italiano vogliono dire che, pian pianino, mi piacerebbe iniziare a raccontarmi un po’ di più, quindi anche il linguaggio e la lingua diventano una forma espressiva interessante. Il disco due di irrintzi inizia con la cover di “reason to believe”, stravolta da Xabier Iriondo e interpretata dalla tua voce. Com’è andata? Se lo ascolto mi vergogno un pochino perché ho cantato come mi ha chiesto lui, con un arrangiamento alla “suicide”, in modo molto lineare e abbastanza asettico. Risentirmi mi fa abbastanza effetto perché, nelle mie cose, cerco di mettere tanto, mentre qui ci sono pochi personalismi con la voce.

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[ INTERVISTE ] metak) dove ho suonato due volte, da lì, poi, è nata la collaborazione per il mio ep “just let it happen”. Praticamente ci sono due brani dove lui è intervenuto. Questi pezzi mi hanno permesso di capire che lui era veramente la persona giusta, che mi avrebbe permesso di entrare e toccare elementi della sua musica. Per me è stato incredibile sia che lui volesse coinvolgermi in questo progetto, sia la modalità con cui abbiamo registrato il tutto.

Sono stato onoratissimo della proposta, il fatto che la scelta sia ricaduta su “reason to believe” è una cosa che mi tocca, partendo solo dal testo, senza addentrarmi nei risvolti musicali della canzone. Non c’è punto di incontro maggiore per chi, come noi, credendo in quello che fa, sta cercando di combattere una battaglia contro l’omologazione del mondo musicale italiano. Collaborare è il modo migliore di coltivare una “ragione in cui credere”. Il rapporto con Xabier mi emoziona molto, avere avuto l’opportunità di lavorare con lui è stato davvero bello. Come gli Afterhours, che fanno parte di un mondo musicale indipendente che io non conosco bene, che comunque stimo molto, perché in entrambi riconosco la capacità di mettersi “di traverso” rispetto al sentire comune. In che modo hai conosciuto Xabier Iriondo e com’è nata l’idea della produzione del tuo disco? Ci siamo conosciuti al suo negozio (Sound

Dopo alcuni dischi con un’etichetta indipendente (Canebagnato records), sei approdato ad una major (Universal) ed ora sei tornata ad una produzione “indie” (Orange Home Records). Con questo disco dici (perlomeno lo dice la cartella stampa) che intendi uscire dall’angolo in cui ti eri andato a mettere negli ultimi anni in ambito musicale… Ti riferisci per caso alla multinazionale? Si, mi riferisco anche alla major, ne sono uscito abbastanza scornato. Ci sono vari aspetti che non mi hanno convinto in tutta l’esperienza. Può sembrare una piccola cosa ma se il titolo del tuo disco è “I could die alone” e la casa discografica ti mette nelle condizioni di pensare che, per leggi di mercato, la parola “die” è controproducente, quindi ti spinge a mettere solo “alone”, certo, non ti stanno sparando in testa, però parte di quello che stavi facendo e di quello che avevi in mente viene snaturato. “I could die alone” per me era la scoperta dell’altro. “io potrei morire da solo” nel senso che “se rimango solo, potrei morire”. L’aspetto che volevo enfatizzare è stata la fortuna di passare da “the restless fall” – chitarra e voce - a “just let it happen” con collaborazioni. Prima “Don quibol” in un trio, poi Teho Teardo, com-

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[ Musica ] pletamente arrangiato. Ora sto attraversando un’altra fase. Il mio percorso, però, non è così consapevole, la mia idea è quella dell’ep “just let it happen”. Lascio che le cose accadano e che siano loro, in base alla libertà che mi sono concesso, a portare me da qualche parte. L’unica cosa che ho cercato nella mia vita fino ad ora è stata di mantenermi il più libero possibile, rimanendo in strettissimo contatto con le mie emozioni, in modo tale che queste guidino ogni scelta razionale. Per quanto riguarda l’esperienza con l’Universal, tutto è cominciato con un concerto in apertura a Badly Drawn Boy, chitarra e voce. Una ragazza ha comprato il disco, poi, dopo un po’ di tempo, mi ha contattato una persona della Universal ed abbiamo avviato il rapporto. A partire dal titolo che ti viene cambiato, finendo con l’ufficio stampa che lavora per te, o accettando che debbano essere loro a guidare la macchina per andare a Verona a suonare, comunque apprendi un linguaggio che significa delegare ad altri una parte determinante del tuo lavoro. Questo, per chi, come me, nasce chitarra e voce, non è semplice. Attraverso questa esperienza mi son dovuto rendere conto che, un mondo di un certo tipo, non ha capito quello che volevo proporre e non l’ha supportato. Il problema fondamentale è proprio quello. Io per un attimo ho pensato che Universal Classica fosse una forma indipendente nel mondo major. Lo è stato, però con i difetti che caratterizzano le sottoproduzioni. Forse quel disco era meno azzeccato di quello di oggi, ero indietro nel processo di scrittura. Ho iniziato proponendo degli embrioni di brani appena scritti, ma non ho trovato chi fosse disposto ad ascoltarli. Se il progetto prevede

che ci sia una produzione, nel mio mondo dei sogni dovrebbe equivalere, in fondo, ad un lavoro d’equipe. Oggi, invece,se non arrivi con un progetto fatto e finito, con il master pronto, a “loro” non interessi… In generale, mi sembra che spesso i tuoi testi affrontino temi tristi (solitudine, morte…) ed anche le atmosfere sono piuttosto malinconiche. E’ la vita ad essere triste o sei tu ad essere particolarmente affezionato a queste atmosfere? In realtà io sono convinto di essere positivo. Credo fermamente che io sono, nella scoperta di quello che provo. Se la vita ti presenta dei momenti tosti carichi di sofferenza, penso che solo tuffandotici dentro riesci a trovare la chiave per superarli e soprattutto per crescere, che è uno degli obiettivi della mia vita. Mi sono trovato nella condizione di poter scegliere e la mia scelta è stata crescere, cercare il modo più eclatante e interessante per farlo. La rabbia che ho provato rapportandomi con la major nasce tutta da questa mia esigenza: per una persona come me, che ha così tanta fame, così tanta predisposizione alla crescita, buttare nel cesso tutto come se fosse scontato lo trovo un vero insulto. La tua forma privilegiata d’espressione è il folk. Com’è nato questo amore e quali sono gli artisti a cui ti ispiri e che ascolti maggiormente? L’amore è nato da quello che mi hanno trasmesso mio padre e mio zio. Mio padre, da quando lo ricordo per la prima volta, aveva le cuffie in testa. Io sono cresciuto con il giradischi della fisher price con i 45 giri e le fiabe. Mio zio suonava la chitarra e cantava abbastanza bene. Lui mi ha mostrato cosa

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[ INTERVISTE ] significa interpretare Joni Mitchell, Tom Waits e Bruce Cockburn. Mi ha fatto capire che ci si può emozionare anche ascoltando una versione di questi grandi fatta da una persona a te vicina. E’ questa la magia della musica: quando una canzone funziona, se c’è una persona predisposta ad accogliere quella che è la sua essenza, non c’è santo…Oltre agli artisti che ho citato, ascolto molto volentieri anche Tim Buckley, Van Morrison e Leonard Cohen (che ho visto l’altra sera a Verona). Ascoltando lui ti rendi conto che c’è una sottile linea di confine tra l’essere sincero, aver scavato a fondo in te stesso, e lo svendere poi il tutto. Io sto cercando in tutti i modi di fermare, di tenere sotto controllo questo atteggiamento, che ha a che fare con il dare in pasto alle persone quello che si aspettano. Nel concerto di Verona ho ascoltato una prima parte meravigliosa, idilliaca, non sbagliava niente, dal vivo pigliava delle note che nemmeno nei dischi arrivano così bene; Nella seconda parte stavo per andarmene: il ritmo è salito, le cose sono diventate più facili, ha iniziato a ripetere gesti ridondanti. C’è una misura che un uomo di quella qualità io penso non dovrebbe superare. Bisogna anche dire, però, che quando senti che il tempo se ne sta andando e la morte si avvicina, la voglia di esserci, di lasciare un segno cresce. Soprattutto in un uomo che ha la possibilità di esibirsi di fronte ad un oceano di persone pronte a reagire alle emozioni che lui suscita. Ho letto che ogni volta che ti sposti porti sempre con te molti dischi e molti libri. Com’è il tuo rapporto con la lettura? Mia madre mi prende per il culo, è come

se ricostruissi il nido ogni volta. La musica è perennemente presente nella mia vita, i libri invece arrivano tanto nell’ultimo decennio. In questo momento la mia vita è praticamente fatta di lettura e di ascolto e probabilmente di quello che ho letto, ascoltato e fatto mio. La cosa bella è che ascoltando jeff buckley e thom yorke, miei coetanei, condivido radicalmente il loro punto di vista rispetto al mondo. Non avere invece dei referenti in Italia fa si che tu i rapporti ce li abbia principalmente con i libri e con i dischi. Anche l’amore per Van Morrison, James Taylor, Neil Young, Nick Drake: per parlare di loro devo parlare con gente che ha 50 anni, perché sanno di cosa parlo. Ci sono alcuni della mia generazione che hanno avuto la fortuna di incontrarli ma adesso il problema è di quello che verrà, per quello io sono molto legato al passato, alla tradizione. Io ho iniziato facendo cover e mi rendevo conto che i miei compagni non avevano idea di cosa volesse dire ascoltare musica di una certa qualità. Io andavo nei bar di moda a Torino, in orario aperitivo e provavo a propormi suonando Tom Waits chitarra e voce, a rischio di risultare fastidiosissimo… Stasera presenterai due video ed in passato hai già lavorato commentando delle immagini ancora con Mattia Costa. Cosa ne pensi dell’effetto che possano produrre musica ed immagini insieme? Il cinema ha il valore dei libri e dei dischi per me, come qualsiasi forma di arte che ti smuova qualche cosa che diventa tutto bagaglio. Le mie canzoni sono quasi sempre legate ad un immagine precisa. Non racconto grandi cose ma è quell’emozione che

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[ Musica ] deriva dall’immagine. Un esempio su tutti il brano “toys”, dove c’è l’immagine del bambino nella sua stanza che gioca con le sue paure ed un genitore che non è in grado di permetterglielo perché magari ha paura lui. Io ho sempre pensato che l’individuo fosse la base della società e quindi la grande evoluzione penso sia individuale. Adesso credo che la politica in questo momento manchi e probabilmente è per un errore forse anche di gente come me che si legata troppo all’individualismo e alla ricerca interiore quando invece c’è bisogno di gente che metta i coglioni sul tavolo e dica che le cose non vanno bene. Partendo sempre dall’individuale però serve non essere troppo concentrati come sono stato io. In questo disco ci sono dei brani che definirei più sociali, come “we are the fuel”, noi siamo la benzina, dove dico proprio “mi sono rotto le palle” e sono un po’ in anticipo. C’è “in the mud”, nel fango, nella massa, prima di Saviano. L’idea è che aver parificato tutto e far si che tutti possano parlare allo stesso modo senza differenze in televisione, tirare giù i migliori per livellare tutto quanto è stato devastante… Che rapporto hai con il pubblico? Penso ad una tua dichiarazione in cui affermi che richiedi un certo tipo di sforzo all’ascoltatore…lo stesso che chiedi a te stesso quando ascolti gli altri ? La richiesta che io ho per quanto riguarda me è crescere, e lo stesso pretendo dalla gente. Per me non esiste che la gente si accontenti di quello che le viene dato e che si accetti di colpevolizzare qualcuno come la ragione dell’impoverimento degli altri. Se uno è un coglione puoi non ascoltar-

lo, se abbiamo l’Italia che ha dato retta a un coglione la colpa è degli italiani che lo hanno ascoltato. Se ha senso fare queste cose oggi è proprio per dire che, anche se non siamo in tanti, proviamo a dire che ci sono cose diverse da quelle del passato… Avevi un sito internet graficamente bellissimo e molto curato. Oggi non è più aggiornato ed ho letto che in passato hai privilegiato un marketing fatto di “passaparola”. La pensi ancora così? Internet in fondo è una forma di passaparola. la speranza del lavoro che stiamo facendo con Raffaele (Abbate) credo che nasca proprio da questo, partire dal piccolo e su questo costruire. Rispetto all’immobilismo e ai sogni che ci hanno tolto, questa è un’ipotesi che proviamo a costruire. Il passaparola a volte è complicato e internet non è sempre la realtà. Facebook dice delle cose ma poi bisogna verificarle di persona. Qual è l’ultimo ricatto? L’ultimo ricatto può anche essere avere aderito a una parte di me stesso che non si esprimeva completamente. Accettare l’idea che la prospettiva e il percorso siano ancora molto lunghi. Essersi bloccato in qualche cosa, appoggiato ad una major che possa fare per te, essersi appoggiato ad un linguaggio che emotivamente conosci. Anche in questo caso uscire da qualche cosa che alla fine diventa quasi un ricatto a se stesso. Essersi messo chiuso in un angolo con qualche sensazione che in questo caso centra con me in prima persona, non per forza di cose dall’esterno… La traccia 12 del disco si intitola F.R.I.P.P. è

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[ INTERVISTE ] un acronimo o un omaggio? Fa parte dell’ultimo ricatto. Sono aspetti del passato che a volte ti tengono bloccato in qualche cosa d’altro. Nonostante si amìno delle cose che per me abbiano significato tanto e forse proprio per quello mi bloccano, mi “freezano”. Avere la forza di dire che una cosa è bellissima e che ha un valore, ma bisogna venirne fuori. A me piaceva molto poi l’idea che ci fosse Fripp, la citazione del musicista, ed io non a caso gli ho dato una voce che sembra un po’ da anziano, molto sussurrata. C’è un qualcosa che ha a che fare con il passato, la morte, la chiusura di un affetto…

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JUST KIDS

Zeno Gabaglio che impreziosisce i tuoi live. Come ti trovi con lui? Zeno per un po’ di tempo è stato la mia coscienza. Io stavo suonando con Francesca Ruffilli al violoncello, che era la mia fidanzata tra le altre cose. Finita la storia poi c’è stato un periodo di vita e musicale molto complicato con lei, che ha continuato a suonare con me per un po’. Il passaggio è stato arrivare a qualcosa di più professionale, qualcosa che esulasse un pochino da rapporti troppo personali. Questa era un po’ l’idea che mi suggeriva Teho (Teardo) in quel momento. Quindi ora Zeno sostituisce il quartetto e tutto quello che Theo ha messo in “Alone”.


[ Musica ]

rhO’ quando la musica DIVENTA ETEREA di Anurb Botwin

Rocco Centrella, al secolo Rhò, è un musicista di difficile definizione. Nasce nel 1982 e inizia a comporre musica a 16 anni. Rhò scrive canzoni, le compone, ne fa il mixaggio. Rhò le inventa nella sua testa, le assembla tra le pareti della sua camera e le reinventa live sotto una veste empatica in cui si mescola karma, materia e sonorità che assumono toni tra l’evocativo e il minimale. A settembre 2012 è uscito il suo primo album “Kyrie Eleison” e noi di Just Kids lo abbiamo intervistato in occasione del suo show case romano a Le Mura

|photograph by Martina Magno

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[ INTERVISTE ]

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artiamo dal titolo del tuo album, da dove proviene questa formula e cosa significa? Nel mio passato sono stato molto legato alla vita cattolica fino a che poi non ne ho preso le distanze, non tanto rifiutando tutto ma più che altro interiorizzando quell’esperienza; e il titolo del mio album “Kyrie Eleison” deriva proprio da una formula religiosa usata durante i riti cattolici. Ancora prima di essere inserita nelle funzioni religiose, “Kyrie Eleison” ha avuto il significato greco “padre perdona” che poi successivamente nel caso della religione cattolica, è stata riferita a Gesù in croce. Il significato che mi piaceva adottare e che ho fatto mio per l’album è stato quello di riferirsi a qualcosa di più grande e in particolare di riconoscere con questa formula che si sta per compiere un peccato. Nel mio caso, il mio peccato sarebbe stato non proseguire il percorso musicale che mi avrebbe portato all’album e fortunatamente non è stato compiuto. La dimostrazione è l’album stesso nel senso che ho desistito e non ho rinunciato al voler fare musica e al voler realizzare un progetto. Il mio “Kirye Eleison” personale è stato più che altro dedicato a quello che doveva necessariamente essere e che è un’opportunità per me, cioè fare musica. Dovevo farlo per rispettare questa mia attitudine producendo qualcosa. Ma questa consapevolezza è venuta in seguito alla mia prima esperienza discografica, dopo la quale ho avuto la dimostrazione che potevo farcela da solo lavorando nella mia camera da letto impegnandomi per un anno e mezzo e sfruttando tutti i miei contatti per portare in giro la mia musica. E ho sentito la necessità di riconoscere questo a qualcuno, un qualcuno che non è dio, non è la musica ma è qualcosa di

più grande che sicuramente capirò nel corso degli anni…magari avrò una visione… I l k a r ma c ’ent r a qu a lcos a i n t ut to que sto? Assolutamente si, il karma è una formula abbastanza innata nella mia attitudine musicale compositiva perché trasmette tranquillità, una sorta di estasi pacata e controllata che è per me un risultato grosso dopo tanto tempo. Sono sempre stato attratto dall’evanescenza, dalle esplosioni, da tutto ciò che è visibile, tangibile, forte ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di capire come programmare un percorso evolutivo che mi portasse all’entusiasmo, ad una crescita e devo dire che il karma è stato per me lo strumento che mi ha permesso

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[ Musica ] di impostare musicalmente delle idee, per quanto poi esse siano comunque minimali e semplici. Ma questa semplicità è il punto di inizio per creare poi con la ripetitività, con la dedizione e con la tranquillità qualcosa di più grande che è l’architettura sonora che contraddistingue il mio sound. Il tuo disco è stato prodotto in una camera da letto, come hai già detto. Tecnicamente quale percorso ha portato a “Kyrie Eleison”? Il mio disco è stato fatto in camera con i mezzi a mia disposizione, è stato un vero travaglio perché è stato difficile imparare a registrare da solo, a mixare da solo, a curare i suoni e quant’altro. All’inizio ho pensato che potevo fare un prodotto Lo-Fi un po’ perché era una sorta di escamotage facile per giustificare un suono registrato male, ma poi mi sono reso conto che la mia roba non è affatto Lo-Fi. Non so a cosa sia stato dovuto…forse all’incantesimo che a un certo punto si è avverato in camera da letto, sarà stato che a un certo punto ho imparato ad usare i piccoli strumenti del mestiere, sarà che a un certo punto mi sentivo in sintonia con quello che volevo raggiungere ma alla fine è venuto un prodotto ben elaborato, molto meglio di un semplice prodotto Lo-Fi. L’album è stato completamente ideato da me, scritto da me e composto da me. C’è stato il contributo di persone, a mio parere fantastiche, che mi hanno dato una mano soprattutto con i fiati…loro sono stati davvero importanti perché hanno dato quel polmone e diaframma veri a strumenti che io non potrei suonare. Inutile dire quindi che la tecnologia del suono ha avuto una buona influenza sul tuo disco…

Per me è stato un momento di passaggio importante. Ho dovuto sfruttare la tecnologia per trovare il mio mondo perché venendo da una band avevo bisogno di un supporto grosso che sostituisse quelle persone che non c’erano più e per me la tecnologia all’inizio è stata questo, anche se poi l’ho parzialmente abbandonata quando sono riuscito a crescere io come entità musicale. Quello della musica elettronica è un mondo un po’ ovattato perché sai che puoi gestire suoni diversi e se sei bravo li fai anche assomigliare a dei suoni reali. Ma rimane il fatto che per me è stata una buona palestra per poi arrivare al centro che sono io. Infatti i miei live ruotano molto intorno al suono della mia voce e della chitarra. Tutto questo poi viene loopato, armonizzato, va a sovrapporsi ma alla base c’è sempre un suono reale. Intervenire con la tecnologia è un ragionamento secondario che faccio per evocare qualcosa, però il mio obiettivo è quello di dare un suono materico, umano e reale. L’artwork del disco è molto intrigante, chi l’ha realizzato? L’artwork è stato ideato e realizzato da Stefano Gianfreda che oltre ad essere un grafico molto bravo è stato il mio ex coinquilino. Durante la produzione dell’album infatti ho cambiato casa e l’ho fatto perché dovevo vivere in un posto dove potermi dedicare alla registrazione. Quindi diciamo che lui ha vissuto un po’ la genesi del mio album. Mi ha fatto piacere sapere che nonostante la mia richiesta di non apparire sulla cover dell’album, mi ha fatto capire che invece ci dovevo essere e l’ha fatto realizzando un’illustrazione che sembra la mia fotografia ma è davvero qualcosa di più. Lui ha

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[ INTERVISTE ] colto il senso di quello che ho prodotto. Non è un’immagine scontata, è materica, è colorata con colori caldi ma allo stesso tempo freddi che mi contraddistinguono, è eterea. Quali influenze musicali senti di aver messo nel tuo disco? Da un primo ascolto si avverte qualcosa che somiglia ai Sigur Ros… Molti musicisti che fanno il mio tipo di musica si sono nutriti di uno dei fenomeni che è stato il post rock di cui i Sigur Ros sono un po’ i portabandiera, insieme ad altri progetti ovviamente, e loro venendo dal nord hanno ispirato molte altre menti più mediterranee come la mia. Io ho avuto forse un’attitudine a recepire un linguaggio, un tessuto sonoro che non è tipicamente italiano però per me è fondamentale dire che io non mi ispiro al nord. Sicuramente tutto quello che ho ascoltato mi è entrato molto dentro però al momento quando penso alla mia musica non visualizzo scenari nordici, ma immagino qualcosa di molto più astratto, più fluido, più chimico invece di qualcosa che richiami la natura, come invece ti porterebbe a fare il progetto dei Sigur Ros. E’ inutile dire che sono un grande fan dei Sigur Ros. Però sono contento di non pensare a loro quando faccio la mia musica. E’ una conferma data a me stesso, ho capito come usare al meglio la macchina che è il mio corpo e per farla funzionare al meglio devo produrre esattamente la tipologia di suoni che faccio. Altri mi verrebbero male.

con l’ideale di noi stessi. Io questa fase l’ho vissuta poco prima di lavorare all’album, se non durante, e il quel momento lì ho dovuto constatare chi ero veramente e come comunicarlo agli altri. Non che gli altri non sapessero chi fossi ma c’erano delle persone molto importanti che dovevano entrare a far parte della mia vita. Una di queste persone è mia madre, che è anche l’immagine che appare nella cover del mio cd fisico. Quell’immagine rappresenta per me un evento importante che è stato quello di accogliere questa figura importante nella mia vita privata. Questo evento è quasi paragonabile al riconoscere a me stesso che ce la potevo fare e che potevo produrre qualcosa da solo.

E invece a prescindere dai tecnicismi, quanto c’è del tuo vissuto in “Kyrie Eleison”? In quest’album c’è una presa di posizione che è diventata consapevolezza. Accade che a un certo punto della nostra vita ci si scontra

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[ Musica ]

BLAST

LO STATO IN C

H

//////////////////////// 1.Intro 2.Synthami 3.Dopo il due 4.Miss Allegria 5.Tira fuori le spine 6.Carmilla 7.Caos 11 8.Quale amore 9.Sole tu sei 10.La vita sognata 11.Tristi giorni ////////////////////////

di Thomas Maspes

o visto solo stelle buone, cantava Cristina Donà qualche anno fa. Queste stelle buone io le ho incontrate nel secondo disco di questa giovane band di Forlì, uscito per la Nuvole Production, etichetta creata da Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi. A più di due anni di distanza dal loro brillante esordio “Pensieri Illuminati”, disco completamente autoprodotto, tornano ancora più carichi ed ispirati con questo “Lo stato in cui sono stato”. Il loro è un rock melodico, grazie soprattutto alla voce molto duttile e carezzevole di Matteo Casadei, autore fra l’altro di tutte le liriche. I Blastema, anche quando sembrano spingere sull’acceleratore, non lo fanno mai per assestare il colpo definitivo, il pugno nello stomaco che ti stende a terra, ma piuttosto per il desiderio di destare un’attenzione, per grattar via dalla superficie un po’ di apatia, di noia. Il loro è un rock molto radiofonico, che ha anche qualche spunto progressive qua e là. Ma sono per lo più accenni, citazioni discrete, quasi sussurrate. Sulla copertina del disco, molto diversa da quella coloratissima e, quella sì, progressive dell’album d’esordio, campeggia una luna blu che si sta sgretolando. Un mondo che può essere quello reale che viviamo tutti i giorni, della nostra italietta che fatica così tanto a diventare uno Stato di serie A, ma anche di un mondo interiore che ricerca con forza e disperazione la via giusta per cambiare le cose, per rimettere ordine nel disordine e nelle ingiustizie che viviamo ogni giorno. Il disco parte benissimo con un’ intro che ricorda vagamente

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[ RECENSIONI ]

TEMA

CUI SONO STATO

(Nuvole Production, 2012) gli Afterhours di 1.9.9.6. per poi infilare tre brani di fila grintosi e riusciti: il primo singolo “Synthami” e soprattutto “Dopo il due”, brano che entra subito grazie all’intreccio perfetto fra chitarra elettrica e tastiera. “Tira fuori le spine” invece è il secondo singolo estratto, canzone molto intensa che esorta a reagire in modo concreto dopo una sconfitta, a rialzarsi in piedi per tornare ad essere “all’altezza dell’universo”. E’ poi il tempo di una ballata più classica, “Carmilla”, con pianoforte e la batteria del sempre bravo Daniele Gambi che accompagna con una grazia e una precisione davvero encomiabili. La prima nota stonata arriva con “Caos 11”, una canzone che potrebbe piacere molto a un certo Piero Pelù. Anzi se la cantasse lui sembrerebbe in tutto e per tutto un classico brano dei Litfiba. Non che la cosa sia un demerito a priori, ma appunto nel brano si respira ben poca originalità e alla fine scorre via senza lasciare un segno. “Quale amore” ricorda invece gli U2 di “Hold me, thrill me, kiss me, kill me”. A volte anche in maniera troppo imbarazzante. Con “Sole tu sei” si torna a fare sul serio. Percussioni in primissimo piano e la voce del Casadei che s’inventa una melodia trascinante, fin quando una tastiera in stile Nine Inch Nails non subentra a sigillare il brano. Altra ballata accompagnata dal pianoforte è “La vita sognata”. Molto dolce e malinconica, è l’ennesimo tentativo per Matteo di cercare di resistere e di inventarsi un altro futuro, al buio, con le proprie sole forze. Più del pezzo finale “Tristi giorni” colpisce la ghost-track, canzone scarna che sembra voler essere un piccolo omaggio alla musica del maestro De Andrè, ma che ricorda anche, per certi versi, alcune cose di Moltheni. In definitiva la band sembra cresciuta e più consapevole dei propri mezzi espressivi. Non tutto forse è ancora perfetto, ma la band ha ancora margini di miglioramento ed è sicuramente in possesso del talento necessario per riuscire a raggiungere vette considerevoli. Un ultimo consiglio che mi sento davvero di dare è quello di non perderli live se dovessero passare dalle vostre parti. Potreste passare una serata davvero elettrizzante.

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[ Musica ]

honeybird& di Alina Dambrosio

I

//////////////////////// 1.To the Earth’s Core 2.Elastic Stares 3.East Village 4.Where d’ya live yo? 5.Swimming Underwater 6.Canopy Dream 7.Eine Kalte Geschichte 8.Perejil0 9.Cajaffari 10.You Should Reproduce ////////////////////////

you should

l trio degli Honeybird & the birdies è un melting pot di lingue, generi e culture. Dopo gli apprezzamenti della critica rispetto al primo disco “Mixing Berries”, ecco che arriva il loro secondo album “You Should Reproduce” per l’etichetta Trovarobato. Non a tutte capita dopo una visita ginecologica di “partorire” l’idea di un album, riflettendo proprio sulle parole “You should reproduce”, come se il fine di ogni donna sia la procreazione, solo perché si è in grado. Questo è capitato a Monique Mizrahi, cantante del gruppo. Le sonorità degli Honeybird & the birdies sono varie, dai Tune-yards agli Akron/Family, piuttosto che il folk irlandese (Emiliana Torrini per fare un nome) o Devendra Banhart. Questo trio osa e non rimane imbrigliato in un unico genere. Esempio emblematico è l’energica “Where D’Ya Live Yo”, misto tra funky e rap. In un attimo sembra di essere catapultati nei sobborghi newyorkesi, invece rimaniamo nei quartieri nostrani romani ( tor de’ schiavi, pigneto, san lorenzo) o “Canopy dream” che ci conduce in un viaggio onirico tra il Mali e il Burkina Faso, accompagnati da voci fluttuanti, eteree e melodie orientali. In “perejil” l’uso del charango e dell’ukulele dominano. Nell’intro le corde dello strumento sono limpide e chiare, la voce fioca e dolce, giungendo poi a uno stacco netto in cui voce e melodia arabeggiante sembrano discordare, catturando ancora di più l’ascoltatore; Quasi un grido, una presa di coscienza. Nel prosieguo il tutto si fonde

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[ RECENSIONI ]

&the birdies reproduce

(Trovarobato 2012)

armonicamente. Una parte dei testi è certamente legata a una scrittura femminile, legata al corpo come soggetto che conosce, ma anche in questo caso nulla è omogeneo (e tutto in senso positivo), infatti le tematiche non sono per niente banali, ma impegnate: in “To the Earth’s Core” vengono esposte le teorie della terra cava, legate qui al tema della spazzatura, ed è menzionata la danza ancestrale malese “Mak Yong”, o ricordati i genocidi di buddisti in Cambogia e degli armeni da parte dell’impero ottomano (“perejil”). Colorati, “ecologici”, innovativi e con tre provenienze differenti: la sicula Paola Mirabella (batteria e cori), il torinese Federico Camici (basso) e l’italoamericana Monique Mizrahi, tutto ciò porta a un mistilinsguismo tra inglese, tedesco (“Eine Kalte Geshichte”) e dialetto catanese (“Cajaffari”) oltre che a rispolverare tradizioni tribali e all’uso di strumenti più vari: dal charango alla chitarra, dall’ukulele alla diamonica. La produzione dell’album è affidata a un nome quale Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa) e curata da Tommaso Colliva (Calibro 35, Afterhours, Muse, Mauro Pagani). Altra novità non meno importante è il progetto “You should coproduce” tramite il servizio Kickstarter, grazie al quale 150 persone hanno contribuito alla produzione del disco. E ora non vi resta che ascoltare, farvi catturare e magari “You Should ReproDance”.

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[ Musica ]

QUINT

QUINTORIGO di Thomas Maspes

P

//////////////////////// 1.Foxy Lady 2.Fire 3.Hey Joe 4.Angel 5.Spanish Castle Music 6.The Star Spangled Banner 7.Purple Haze 8.Third Stone From The Sun 9.Voodoo Intro 10.Voodoo Child 11.Manic Depression 12.Red House 13.Gipsy Eyes 14.Up From The Skies ////////////////////////

rendiamo un dipinto di Matisse, o di Renoir, e pensiamo a come lo potrebbe ridipingere un altro pittore. Unico punto fermo dell’operazione sarebbe il non copiare il quadro con identica modalità, ma reinterpretarlo cambiando i colori e la luce, la tecnica e magari anche il punto d’osservazione. Se il progetto fosse realizzato da un artista di media levatura, con un talento limitato o propenso solo alla cura dell’aspetto tecnico, ci troveremo di fronte ad un opera piatta, totalmente priva di anima. Ma se tale operazione fosse eseguita da un Van Gogh? Da un Kandinsky? O da un Salvador Dalì? Riuscite ad immaginare come potrebbe essere reinventato un quadro di Matisse da un genio come Van Gogh? Non bisogna solo avere un grande talento per scrivere, comporre o disegnare opere proprie. Anche quando si rilegge e si cerca di fare proprio il lavoro di qualcun altro, bisogna saperlo fare con ispirazione, devozione e assoluta passione. Nel campo della musica rock Jimi Hendrix ha portato innovazione, smisurato talento e una sapiente capacità di fondere fra loro stili e influenze diverse: il rock con il blues, il soul, il rhythm’n’blues, l’hard rock, la psichedelia. Il suo approccio alla musica ha influenzato nei decenni moltissimi chitarristi e non solo. Tributi alla sua arte si sprecano, basta pensare al recente “Blues for Jimi” di Gary Moore, o ad artisti anche molto diversi fra loro come Ben Harper,

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[ RECENSIONI ]

TORIGO

O EXPERIENCE (Métro/Self, 2012)

Prince, Sting, Robert Smith, Vernon Reid, Eric Clapton, Jeff Beck, Mike McCready, Stevie Ray Vaughan. L’elenco sarebbe sterminato. Il 27 Novembre, il giorno del settantesimo anniversario della nascita di Jimi Hendrix uscirà per la Metro/Self “Quintorigo Experience”, appassionato omaggio al genio di Seattle da parte dell’originalissima band romagnola. Attraverso la forza della loro proposta musicale “diversa” e non tradizionale, sono riusciti a far letteralmente rivivere le canzoni di Jimi, donandogli sfumature ed intensità del tutto nuove. Per ottenere questo risultato si son fatti aiutare da Moris Pradella, voce strepitosamente “black” che mi ha ricordato il cantante irlandese Andrew Strong (ricordate i The Commitments?), ma anche quella del Tom Waits meno cavernoso. Altri ospiti illustri del progetto, Vincenzo Vasi (voce e theremin in Voodoo Child) e Eric Mingus, figlio del grande jazzista Charles. Con violini, contrabbassi e sassofoni l’opera di Hendrix viene rimodellata e ridipinta, usando colori che solo all’apparenza potrebbero sembrare meno vividi e potenti, ma che poi nella realtà risultano essere lucenti e straordinariamente affascinanti, tanto da riuscire a coinvolgere l’attenzione della persona che si avvicina a questo lavoro fin dal primissimo ascolto. Una scommessa davvero vinta, questa dei Quintorigo

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[ Musica ]

matteo

santa

(Still Fizzy / La Fabbrica Etichet

M

//////////////////////// 1.Bruce Lee vs. Kareem Abdul 2.Jabbar 3.Isola nera 4.Santa pace 5.I provincilai di nuoto 6.Alle quattro del pomeriggio 7.Alle quattro del mattino 8.Fidati 9.Melodia 10.Acqua del fiume 11.Il canto di Valentina ////////////////////////

atteo Toni non è un ragazzino, ha 37 anni e partendo dalla sua Modena, una bella fetta di mondo l’ha vista e l’ha consumata. Partito da esperienze legate al metal e al crossover, negli anni ha poi sviluppato la propria sensibilità musicale nei Sungria (due dischi all’attivo con influenze principalmente reggae e funky). Arrivato ai trent’anni decide di ricominciare tutto da capo. Si fa costruire da un liutaio italiano, Ermanno Pasqualato, una bellissima Weissenborn acustica, e con quella e poco altro intraprende un lungo viaggio in Australia. Lì rimane affascinato da Xavier Rudd, un polistrumentista molto amico di Ben Harper, che probabilmente gli dà la giusta carica ed ispirazione per abbandonare la strada della musica sovraprodotta portandolo a ricercare la semplicità del suono, giungendo così all’essenza della musica vissuta come pura elevazione dello spirito. Tornato in Italia approfondisce l’ascolto del genere cantautorale e delle radici del reggae, senza però abbandonare mai il suo grande amore per il blues e il vintage rock. Dopo un EP di 5 pezzi uscito nel 2011 e prodotto dal collega e amico Umberto Maria Giardini (alias Moltheni), arriva ora a pubblicare il suo primo cd a nome Matteo Toni. In seguito a un primo periodo come assoluto oneman band, passa successivamente a formare un power trio con Giulio Martinelli alla batteria ed Enrico Stalio al basso, ma per registrare questo “Santa Pace” decide di avvalersi del solo contri-

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[ RECENSIONI ]

o toni

a pace

di Thomas Maspes

tta Indipendente / Venus, 2012)

buto del batterista. Nel disco Matteo sembra cercare principalmente la via della semplicità, che poi è una delle cose più complesse e difficili da raggiungere per un musicista. Ci mette tutto il suo amore per il reggae e per i ritmi caraibici, cercando però sempre di mischiarli al blues e al rock più puro. Dalla sua la capacità di dosare perfettamente i vari stili, puntando anche su liriche rigorosamente scritte in italiano, ma cantate con un piglio decisamente internazionale. Testi improntati principalmente all’ottimismo e ad una ricerca continua di ciò che di meglio la vita ci può e ci vuole offrire. Quello che più colpisce del suo disco sono i meravigliosi colori che la sua slide-guitar è in grado di produrre: a tratti sembra quasi di scorgere le gigantesche onde che s’infrangono sulle bianche spiagge australiane, gli odori speziati delle isole caraibiche, quella sensazione di assoluta libertà, di leggera spensieratezza. Non ci sono però nel disco solo dolcezza e suoni concilianti. Soprattutto nella prima parte Matteo spinge sull’acceleratore e ci colpisce con un rock vibrante e senza fronzoli. “Bruce Lee vs Kareem Abdul-Jabbar” apre le danze in modo trascinante, con una chitarra spinta al massimo, in pieno stile Ben Harper e con qualche reminiscenza White Stripes negli assoli. Un brano che non può assolutamente lasciare indifferenti. Anche “Isola Nera” prosegue con un rock granitico e con la voce di Matteo che si maschera dietro ad effetti che distorcono e rendono il tutto ancora più graffiante. Poi arriva il reggae di Santa Pace e lentamente il disco si veste di colori diversi, si stratifica e prende a volare con sicurezza, concludendosi nel modo migliore, con una ballata dolce e intensa, dedicata al canto di Valentina (che è “l’unico cibo rimasto sulla tavola vuota”). Un talento da seguire con attenzione, sicuramente in grado di portare un vento di novità nel panorama della musica indipendente italiana.

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[ Musica ]

Good THINGS MIAMI & THE GROOVERS

(Autoprodotto, 2012)

di Andrea Furlan

Uno dei gruppi di punta della scena indipendente italiana. Suonano rock americano e lo fanno molto bene. I loro show dal vivo non lasciano prigionieri. Goods Things è uscito all’inizio dell’anno, ma a suggestioni piace ricordarlo.

//////////////////////// 1.Good things 2.On a night train 3.Audrey Hepburn’s smile 4.Cold in my bones 5.Burning ground 6.Walking all alone 7.Before your eyes 8.Always the same 9.Under control 10.The last r’n’r band 11.Intro 12Postcards 13.We’re still alive ////////////////////////

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iunti al terzo album in studio, Lorenzo Semprini e i suoi fidati Miami & The Groovers centrano in pieno il bersaglio. Good Things è infatti un disco energico ed appassionato, un pugno di brani essenziali e sinceri che testimoniano, se ancora ce ne fosse bisogno, la possibilità di fare anche in Italia un ottimo rock, senza alcun timore reverenziale nei confronti dei modelli d’oltre oceano. Gli anni passati on the road facendo gavetta e suonando in ogni possibile locale dove ci fossero altri affamati di rock sano e genuino hanno dato ottimi frutti. Spesso hanno calcato il palco insieme ad artisti di calibro internazionale e questo ha permesso loro di affilare le armi acquisendo sicurezza e fiducia nei propri mezzi espressivi. La band riminese, che sogna-

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[ SUGGESTIONI va di trasformare la riviera nella Jersey shore, ha saputo far decantare le proprie influenze facendole confluire in un sound personale e maturo. Rock di chiara derivazione americana, sporco e stradaiolo come sapevano esserlo, ad esempio, i Replacements e i Del Fuegos, senza dimenticare la lezione del miglior songwriting cantautorale. Quest’album ci regala quindi una delle più belle sorprese d’inizio d’anno. Tredici brani in tutto per quarantasei minuti di musica (il tempo giusto di un Lp) che scorrono veloci e ti restano in mente già dal primo ascolto. Partenza alla grande con la title track Good things, ritmo veloce e chitarre in evidenza, dall’impatto immediato. Seguono l’energica On a night train, basata su un bel riff e Audrey Hepburn’s smile ballata dall’arrangiamento molto curato ed efficace. Cold in my bones, dal ritmo più lento e riflessivo, vede ospite la chitarra di Antonio Gramentieri cui si intrecciano quella di Beppe Ardito e il piano di Alessio Raffaelli conferendo al brano un incedere molto intenso ed affascinante. Burning ground è un ottimo garage rock con le chitarre a farla da padrone, che dal vivo non faticherà di certo a diventare uno dei pezzi più coinvolgenti. Walkin’ all alone è la gemma del disco, una ballata davvero ben riuscita in cui Riccardo Maffoni, ospite alla voce, duetta con Semprini e il violino di Heather Horton (la moglie di Michael McDermott) impreziosisce il brano, chiuso dal dialogo tra chitarra e organo e l’assolo finale. Sulla stessa lunghezza d’onda Before your eyes e Always the same, mentre con il rock a la Bo Didley di Under control la temperatura aumenta di nuovo per arrivare a quello che diventerà sicuramente un inno, The last r’n’r band, dall’inconfondibile marchio di fabbrica della band. Postcards, introdotta da Israel Nash Gripka che legge un brano di Thomas Wolfe, ci lascia riprendere fiato, con la pedal steel di Alex Valli e l’armonica di Semprini in evidenza. Chiude il disco We’re still alive un velocissimo folk rock con in mente i Pogues e i contemporanei Dropkicks Murphys. In conclusione questo Good things è un ottimo lavoro che conferma il positivo stato di forma della band e il talento compositivo di Lorenzo Semprini. Non si può far altro che plaudere ai risultati raggiunti da questi ragazzi che con passione e volontà hanno saputo credere al loro sogno e sono diventati una delle più belle realtà della scena musicale italiana. Rimane solo attenderli dal vivo per sentirli suonare come fossero rimasti l’ultima rock’n’roll band, gridando insieme a loro “wish me good luck we’re still alive”.

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[ Poesia ]

S OLTANTO IN STR A DA

di Matteo Terzi

#02

CARISSIMO LORD BYRON...

Q

uesta sera è davvero il caso di parlarne seriamente. Tu scrivi che “c’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato”. Scrivi: “io non amo l’uomo di meno, ma la natura di più”. E va bene. Ma se io ti dicessi che quando cercavo ospitalità a Girona ho incontrato nel giro di poche ore la disponibilità di ben tre persone pronte ad accogliermi in casa propria. Se ti dicessi che a Girona sono stato ospite di una famiglia stupenda, che mi ha dato fiducia dal primo minuto in cui ho messo piede in casa. Se ti dicessi che anche se avevo già trovato sistemazione presso Guillem, un altro ragazzo che mi aveva offerto ospiJK | 46


[ SOLTANTO IN STRADA] talità, Ignacio, mi ha invitato a una cena con amici a casa sua per conoscere meglio la mia storia. Se ti dicessi che ho mangiato le tortillas fatte in casa più buone della mia vita, insieme a del salame e del vino sinceri. Se ti dicessi che per tutta la sera i ragazzi si sono ricordati di non parlare mai, e dico mai, in catalano tra di loro, ma solo inglese, perchè io non mi sentissi escluso dal discorso. Se ti dicessi che per tutta la sera mi hanno fatto sentire a casa, attraverso parole, gesti, tatto. Se ti dicessi che tutti quanti loro mi hanno detto che posso contare sempre di avere un letto a Girona, se ne avrò bisogno. Se ti dicessi che, commosso da tutta questa dimostrazione d’affetto, ho preso in mano la chitarra di Ignacio e ho suonato “Please please please let me let me let me get what i want this time” e “Don’t look back in anger” con un’intensità che non provavo da molto tempo. Tanto che alla fine delle canzoni Jiani mi dice: “grazie. Mi hai messo in contatto con il mio mondo dall’inzio alla fine”. Ancora una volta. Io non amo la natura di meno, ma l’uomo di più. Ecco, caro George Byron, Lord, come vuoi… ecco, io i tuoi versi li riscriverei cosi’. C’è una gioia immensa nelle cene tra amici, c’è un’estasi infinita nell’accogliere alla tua tavola chi viaggia, c’è vita intensa, dove nessuno arriva, nel cantare di cuore. E c’è musica, soltanto musica che entra nelle vene, nel suo boato.

Just Kids sostiene la campagna di crowfounding su Musicraiser per la realizzazione del primo album di Matteo Terzi, in arte Soltanto, che si intitolerà “Le chiavi di casa mia”. Per affrontare le spese di registrazioni in studio, missaggio, stampa dei dischi Soltanto vi chiede se volete essere con lui in questo viaggio “Se c’è una cosa che mi ha insegnato la strada è che non c’è niente di più bello che realizzare i propri sogni grazie al sostegno e all’affetto delle persone. Ecco perché vorrei riuscire a realizzare questo disco grazie al supporto di tutti voi. E grazie a Musicairser potete contribuire oggi stesso alle spese di produzione del disco. Basta una semplice offerta, e con l’aiuto di tutti sarò presto in grado di realizzare il mio disco! Per esempio, con soli 6 euro riceverete l’intero album “Le chiavi di casa mia” in download digitale due settimane prima dell’uscita ufficiale. Ma se davvero amate questo progetto potete supportarlo con delle offerte maggiori, ricevendo tante altre ricompense speciali, come un mio concerto privato a casa vostra o una canzone scritta da me apposta per voi. Potete supportare questo progetto anche parlandone con i vostri amici o condividendo il video che state vedendo sulla vostra pagina di facebook o di twitter! Grazie, grazie a tutti coloro che faranno parte di questo grande sogno, significa davvero tanto. Cheeeeers brava gente! Soltanto”

www.musicraiser.com/it/projects/64-le-chiavi-di-casa-mia-lalbum-di-soltanto www.facebook.com/soltanto JK | 47


[ Poesia ]

SCRAP di Cristiano Caggiula

#02

|SCRAP sono parole fuse poesia vestita di stracci e colata in alto forno

OPERA DI FRANCESCO APRILE

I

l linguaggio è l’essenza di ciò che è stato”, è un “frammento” presente nell’opera di poesia visiva prodotta da Francesco Aprile per Unconvetional_ Press. Si imprime nella mente e ci si domanda il perchè. Segmenti, flash e destrutturazioni per un solo scopo: La regressione nel tempo del linguaggio e dell’istante creativo. Parole come macchine fotografiche, dagherrotipi che catturano l’istante, sviscerano il tempo e le cose appartenenti ad esso. La realtà febbrile ci costringe all’esagitazione.Il testo vi supplica, placatevi e sfuggite alla “narcosi” mclhuaniana impugnando un collage signico. La tecnologia dell’informazione è una sorta di fantasma poetico che si innesta travestendosi da periferica fruitiva.L’istante è l’atomo poietico. L’istante è il flash creativo, decom-

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La poesia di France faprile.w


[ |SCRAP]

posto e decostruito da un microscopio storico e mediatico.

esco Aprile la trovate qui wordpress.com

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JUST KIDS

A primo impatto, la non lineareità dell’immagine visiva può confondere e distorcere, ma liberando una propria visione primitiva, si può evitare un plagio imposto dal sistema comunicativo. Per voi, per noi, Il codice di Language Regression trapassa I poemi murali di Belloli, espandendosi a macchia d’olio tra le fibre della poesia verbo-visiva di Muccini. La sua diffusione si erige tra il volantinaggio poetico degli anni ‘70 e il movimento GHEN fondato da Francesco Saverio Dòdaro. Il contrasto visivo è inevitabile, l’assemblaggio è svelato. Vi lascio alla scoperta di quest’opera così “polisignica” e storicamente innovativa, archiviata tra l’altro nella Poetry Library di Londra.


[ Immaginario ]

IL FUTURO UN MILIONE DI ANNI FA

#02

di Maura Esposito

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Per le opere d www.teatrob stocavariu


di Maura Esposiito balocco.blogspot.it us@hotmail.it

[ LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO ]

S

i aggirano sotto le nuvole color giallo zafferano dopo l’ultimo tsunami atomico, tra le macerie dov’è sepolta la bellezza. Furie e spettri, anche loro sono andati via, quando l’ultima pioggia acida, tre secoli fa, ha spento in fumo nero il cuore in fiamme degli uomini. L’uomo venuto dal cielo su un enorme perla luccicante e l’uomo venuto dal mare, segreto di pesce, cercano noi che non ci siamo arresi. Volevamo vedere il futuro un milione di anni fa. Giocare ancora con i prismi e le foglie

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[ Immaginario ]

sOMMACCO di Giorgio Calabresi, Luca Palladino, Francesca Gatti Rodorigo

#02

Sommacco è immaginario adamantino. Sommacco è la necessità di buttare fuori le storie che popolano dentro noi. Sommacco è la necessità di mettere le mani in pasta per raffreddare i pensieri, perchè se no poi scoppiano. La nostra casa è il Mediterraneo.

S

tavo meglio prima.

Almeno credo. Questione di autostima. Non ho ancora capito bene come mi sono arenato su questa battigia, ero in fondo al branco che come sempre nuotava più veloce di me. Ho seguito la corrente, cavalcato le maree ma sono stato distratto come il mare non ti consente di essere. Non posso vantarmi neanche di avere un arpione conficcato nelle carni o esibire cicatrici virili causate dall’elica di una nave. Ho fatto tutto da solo, sono goffo, disarticolato, fuori forma e ora anche fuor d’acqua. .

sommacco.tumblr.com sumac.sommacco@gmail.com

Pensieri di un capodoglio spiaggiato di Giorgio Calabresi

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[ SOMMACCO ] I grani di sabbia grossa mi graffiano il ventre, il sole scotta sulla groppa bianca, le onde timide che arrivano a riva sanno di beffa e il vento che mi sferza il muso non soffia via la mia paura. Respiro piano, centellino l’autonomia. Tengo gli occhi chiusi a fessura per la troppa luce, forse mi converrebbe addomentarmi ma non ci riesco, sono ancora troppo teso. Intorno a me si agitano molti piccoli uomini concitati, sembrano tante formichine invasate. C’è chi si avvicina a punzecchiarmi con un bastone, chi si mette in posa davanti a me per una foto, chi si domanda che sapore avrà la mia carne e chi si chiede se iniettarsi un pò del mio midollo in vena lo aiuterà ad avere un’erezione. I più attivi sono quelli che vogliono salvarmi a tutti i costi, sembrano realmente in pena per me, qualcuno è perfino commosso. Hanno fretta di escogitare un modo per ributtarmi in mare, vorrebbero issarmi con delle corde ma sono troppo pesante, non ce la faranno e poi sono in disaccordo tra loro, ognuno è convinto di conoscere il nodo migliore. Sembra che la loro salvezza dipenda dalla mia ma sono più spaventati di me. Una donna, probabilmente in preda a crisi mistica, ha appoggiato il palmo delle mani e la testa sul mio addome e sussurra parole che non capisco. Qualche bambino piange, altri mi tirano dei sassi mentre i gabbiani non aspetteranno ancora molto prima di consumare il loro brunch. Qualcuno venderà biglietti per mostrarmi come fenomeno da baraccone, qualcun altro pagherà per aprirmi la pancia. Dal mio corpo si possono ricavare almeno 30 barili di olio per lampade, 20 di preparato per profumi, 70 di grasso per cosmetici, e un centinaio di corsetti per donne. Spero solo che non mi mettano in un acquario. Un prete mi ha chiamato “sperma di satana”, un pescatore “lacrima di dio”, tutti gli altri “mostro bianco”.

Vorrei fare l’amore.

Penso al mio branco: ora mi indicheranno come esempio da non seguire, come monito contro la distrazione dagli intenti, contro la lentezza e il disorientamento. Strategia della tensione cetacea. Il mio cuore ha cento anni, sono un mostro (spiaggiato) e non voglio morire…

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[ Immaginario ]

E

ra una serata finalmente ventilata dopo tanta umidità e bonaccia. Un venticello creolo animava i nostri pensieri paripatetici. Passeggiavamo lungo calle Mercaderes quando all’improvviso andammo a sbattere contro la bellezza: Plaza Vieja ci accolse come pellegrini in cerca di ristoro. La guardammo voraci con tutti i nostri occhi disponibili e sospirammo. E’ ben interessante fermarsi e interrogarsi su che profumo abbia la bellezza. Pare che rimandi a qualcosa di appena sfornato, tipo il pane, ma è sfuggente, dura poco e non riesci a catturarlo mai. E se non ci fosse di mezzo la timidezza che c’impedisce di avvicinarci ne sapremmo molto di più a quest’ora. Oltre ad essere bella, Plaza Vieja è meramente irresistibile, c’impone di guardarla, non ci si può nascondere nell’indifferenza. Sculetta di fisionomia come una bellona cubana, si direbbe. Ci si volta al suo passaggio anche se non si hanno a disposizione gameti. .

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No muchacho - ep. 1 * 1di Luca diPalladino 3 episodi di amori non consumati.

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[ SOMMACCO ] Plaza vieja è circondata da palazzi uno diverso dall’altro, un patchwork architettonico, che a guardarli si ha la netta sensazione che stiano aspettando qualcuno che da un momento all’altro urli “tana libera tutti”. Se quei palazzi diversi in tutto non avessero il compito di proteggere la piazza, si guarderebbero in cagnesco tutto il tempo e non si sa di preciso come andrebbe a finire. Plaza vieja riesce a far convivere stili architettonici e colori differenti senza che nessuno si offenda. Ella, multietnica e poliglotta, li mette tutti in fila i razzismi. C’è veramente tanto da imparare dalla piazza. Com’è come non è, noi assecondammo lo scenografo della nostra vita. Ce ne stavamo lì, domiciliati in Plaza Vieja, incorniciati in Plaza vieja, all’imbrunire, levigati dal venticello che arriva dal mare appena trova un pertugio tra i palazzi. Plaza vieja quella sera aggiunse qualcosa allo scenario della nostra esistenza che rendeva persino superfluo ogni dialogo. Potevi startene anche zitto che nessuno, su per giù, se ne sarebbe accorto. Tuttavia qualcuno parlò e così prendemmo la decisione di sederci attorno ad un tavolino all’aperto, in un bar di proprietà del governo e ordinammo una birra artigianale e una bistecca di maiale. Per inciso la bistecca di maiale divideva il piatto con riso e fagioli e qualche verdura come ad indicare un eccesso di qualcosa che ha il suono di una pernacchia alla macrobiotica. E’ pressoché difficile ricordare quale fosse l’argomento di discussione quando una voce femminile alle nostre spalle iniziò a cantare, saggiamente accompagnata da due chitarre acustiche. Cantava vecchie canzoni della tradizione cubana, con una voce che arrivava alle orecchie attraverso una corsia preferenziale. Una voce latina avvolta da note musicali ci avvertiva che la stanza di Tula stava prendendo fuoco per via di una passione ante litteram. Io non riuscii a non staccarmi dal “noi”, fu una specie di richiamo: mi voltai. Così è Cuba: per un motivo o per l’altro ti chiama. Mi voltai e così i miei occhi videro una ragazza assai bella dai capelli nero corvino, gli occhi scuri, la pelle morbida senza bisogno di toccarla per capirlo, i denti bianchi ospitati da una bocca contornata da labbra carnose, laddove i denti e le labbra dialogano di un sorriso contagioso. Il suo corpo era digià dentro il ritmo per essere vero. I fianchi, non ancora definitivamente larghi, sottolineati da un vestito fin troppo attillato, oscillavano in grazia di dio. Le gambe rispondevano al ritmo e terminavano in caviglie irrimediabilmente strette che le conferivano una posizione invidiabile nella società dell’equilibrio. Intanto la conversazione che si teneva al tavolo attorno al quale ero seduto strattonava la mia attenzione la quale non poteva assecondare tale richiesta, ché c’era una ragazza che cantava. Dopo una serie di hit, la ragazza senza nome terminò la sua performance. Dato che non avevo nessuna intenzione di perderla di vista, la vidi raccogliere un cestello con il quale iniziò a passare tra i tavoli per chiede-

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[ Immaginario ]

re un’offerta come l’aiutante dei preti in un preciso punto della messa; con una differenza sostanziale: lì l’offerta è un’elemosina che ti dà diritto ad un santino se va bene e in caso una promessa ultraterrena che nessuno si sente di mettere per iscritto; nella fattispecie, invece, l’offerta si può considerare donazione, c’è una sorta di parità tra chi dà e chi riceve, uno scambio terreno e terragno e privo di ambiguità. E questo è un intermezzo marxista. Arrivò il turno del nostro tavolo così in fretta che “mi colse impreparato” arrivò puntuale. La ragazza senza nome ci salutò sottolineando che era la cantante: «un’offerta per la nostra musica?» disse. «Sempre se vi sia piaciuta» aggiunse. I soldi finirono dentro il cestello in un batter d’occhio. La ragazza sorrise e ringraziò e fece per andarsene allorquando uno di noi la fermò con una domanda fugace: « vuoi bere qualcosa con noi?». Ella sorrise e poi, senza perdere il suo sorriso, rispose proprio così: «no muchacho!» e se ne andò senza lasciare adito al dubbio. E’ possibile mai che un rifiuto sia così dolce? E’ possibile mai che esista un rifiuto incapace di attirare verso di sé rancore? Ci va di chiamarla umanità? U-MA-NI-TA’. Un insieme di doti e sentimenti che noi abbiamo perduto per sempre e che ci accorgiamo di averli perduti per sempre proprio in quel rifiuto femminile privo di acredine. C’è apparsa per un attimo l’umanità e già ci manca. Ed è veramente escatologico incontrare una coscienza pulita. C i s e i a n c o r a ?...

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[ SOMMACCO ]

Melodia della fagocitazione di Francesca Gatti Rodorigo

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A

nnarella mangia il mondo con le mani. Lo assaggia, lo sorbisce, lo sgranocchia, lo azzanna, lo spilucca ma piÚ spesso lo divora. Prende il cibo con le dita, e le loro cellule ne fagocitano il succo. Annarella diventa saporita. Annusa il cibo con un melodico inspirare espirare inspirare espirare e decora i polmoni con le particelle volatili di un frutto già maturo. Annarella diventa profumata. Mangia il mondo al ritmo dei suoi denti e scandisce il tempo dell’universo. Accarezza il cibo con la lingua in una danza armonica che dalle guance muove al palato. Annarella diventa gustosa.

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JUST KIDS c o m p i l a t i o n

SIKITIKIS “LE BELLE COSE” (Infecta Dischi) Il quartetto cagliaritano torna con il suo mix di rock'n'roll, elettronica e melodia italiana. www.sikitikis.com ADRIANO MODICA “LA SEDIA” www.adrianomodica.it Ultimo capitolo della Trilogia dei Materiali, dopo Annanna -album di stoffa- e Il fantasma ha paura -album di pietra-, questo "album di legno" racconta con una raffinatezza cantautorale tutta vintage, l'impostanza di ricordare per affrontare il presente con consapevolezza nuova... LE PISTOLE ALLA TEMPIA “LA GUERRA DEGLI ELEFANTI” www.facebook.com/lepistoleallatempia Hard-rock pesante, ballate acustiche e world music per schierarsi contro i potenti che calpestano ogni giorno la dignità dei più deboli. Prodotto da Max Carinelli (I Cosi, Pan del Diavolo), mix e mastering di Manuel Fusaroli (Zen Circus, Tre allegri ragazzi morti). LEBOWSKI & NICO “PROPAGANDA” www.bloodysoundfucktory.com/lebowskienico L'incontro tra i 4 Lebowski e Nico (Butcher Mind Collapse, Jesus Franco & The Drogas), nel segno di un post-punk /noise abrasivo e pungente con incursioni psichedelico/elettroniche, è stato registrato e mixato a “La Sauna” (VA) da Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori). GIOVANNI MARTON “OGNI SGUARDO E’ PERSO” www.giovannimarton.com Un concept-album che suona new-wave, acustico e glam come solo i cantautori d’oltreoceano. 14 brani che declinano il tema degli sguardi: collegamenti ipersensoriali fra le persone, talvolta complessi come buchi neri... Con la partecipazione di Lele Battista e Fabio Cinti. IL CARICO DEI SUONI SOSPESI “NON PRATICO VANDALISMO” www.ilcaricodeisuonisospesi.it Un disco vario e provocatorio nel suo sound e nei suoi contenuti: rock, funk ed elettronica riflettono sulla vita, sul lavoro, sulle ansie e gli stili di vita che ci vengono imposti. Provocazione e denuncia: per aprire gli occhi sul sistema in cui viviamo.

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TRACKLISYT Sikitikis - Col cuore in gola Adriano Modica - Almeno il cielo è sempre uguale Le Pistole Alla Tempia - Non ti cercano più Lebowski & Nico - Kansas City Marton - Contro l’ordine Max Petrolio - Humor 1 LU-PO - Giostra Borderline Simphony - Terrorismo! Alex Cambise - Io rimango qua Il carico dei suoni sospesi - Mondo reale justkidswebzine.tumblr.com/compilation

SCARICA LA COMPILATION SU JUSTKIDSWEBZINE.TUMBLR.COM MAX PETROLIO “HUMOR POMATA” www.maxpetrolio.it Cantautorato con derive rumorose che sanno di jazz, che sanno di urla alla Munch. Poetico e malinconico, altruista e seducente, un album a cui l'ascoltatore deve abbandonarsi in maniera soggettiva, con molteplici chiavi di lettura. LU-PO “STENDERE LA NOTTE” www.gianlucaporcu.it Gianluca Porcu scrive musica per la televisione, il teatro, la danza, il cinema. Il suo terzo album è minimalista ed elegante: elettronica che parte da strumenti tradizionali (violino, violoncello, clarinetto) con chitarra e tromboni a guidare le ritmiche. BORDERLINE SYMPHONY “RAGAZZE CON PISTOLE” www.facebook.com/borderlinesymphony Il duo svizzero esordisce con una produzione dal sound vintage: 4 chitarre, 2 tastiere, flauti, shaker, tamburi. Il risultato suona garage-noise e melodico allo stesso tempo: pop music anche per quelli che non amano la pop music. ALEX CAMBISE “L’UMANA RESISTENZA” www.alexcambise.com A due anni di distanza dal debutto solista, il folk- bluesman Cambise (chitarrista di Priviero ma non solo) torna a raccontare storie di oggi. Un LP fatto con l’America nelle orecchie, l’Italia nell’anima e un futuro migliore nel cuore.

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[ Cinema ]

LO SPETTATO di Antonio Asquino

A

OUTRAGE di Takeshi Kitano

espresso al meglio secondo i più (fermo restando che ,per il sottoscritto, il capolavoro assoluto di Kitano resta “L’Estate Di Kikujiro” ,tutt’altro genere di film). Niente di più bagliato invece,perché stavolta la storia di mafia e i suoi protagonisti sia quelli “onorevoli” che quelli “meno onorevoli” vengono raccontati con estremo distacco e sia la struttura, sia le immagini del film, fanno zero concessioni alla poesia e all’ironia. Scritto da Kitano stesso, la narrazione si dipana come un meccanismo ad orologeria,attraverso scene autoconclusive montate senza lasciare tregua, l’una dietro l’altra, in cui accade esattamente quello che ti aspetti che accada

quando te lo aspetti,escalation finale di violenza compresa (che comunque rappresenta uno dei momenti più riusciti del film). Vecchi capi mafiosi provocano una guerra per il dominio sul territorio attraverso lotte intestine tra i propri uomini ma sono tutti vittime,a loro volta, di un piano preciso ordito dal presidente supremo che a sua volta alleva serpi in seno senza saperlo,tutta qua la storia. Kitano riesce,come sempre,a gestire al meglio i tempi del racconto e firmare una valida regia, pur rinunciando ad alcune caratteristiche che nel tempo abbiamo riconosciuto come fondanti del suo cinema. Infatti oltre alla carenza di poesia ed ironia ,come precedentemente detto, si avverte una volontà precisa di evitare la capacità di provare e far provare empatia per i suoi personaggi che qui appaiono tutti JK | 60

voler ass e c ond are quel pessimo vizio di immaginarsi i film prima di vederli,si potrebbe pensare che il regista nipponico dopo le ultime prove non sattamente convincenti sia voluto tornare,con questo film, sulle tracce dei lavori che lo hanno reso famoso e tramite i quali si è pupazzi nelle mani di altri pupazzi. Sicuramente non uno dei suoi film più memorabili ma comunque un piacevole intrattenimento da non vedere però con l’aspettativa di trovarsi di fronte ad un nuovo “Sonatine”. In realtà, a quanto pare, il film ha incassato bene e questo successo ha fatto si’ che il regista firmasse per un sequel che è già in preproduzione. Probabilmente alla luce di questa seconda parte potremo rivedere il film e analizzare la carriera futura di Kitano in una nuova ottica e con maggiori elementi.


[ LO SPETTATORE PAGANTE]

ORE PAGANTE

#02

L

’acclamato regista coreano ritorna al cinema di fiction, dopo aver attraversato una crisi personale ed artistica durata tre anni ( per saperne di più recuperare il documentario “Arirang”, uscito l’anno scorso insieme all’inedito “Amen” ) e lo fa con un film decisamente riuscito in cui il solito sguardo attento agli opposti che animano gli esseri umani,regolati spesso dai desideri e dai comportamenti più radicali, si posa sulla realtà più cruda ed essenziale,in un contesto da giungla urbana in cui la legge del più forte(e quindi del denaro)la fa da padrone. Il contesto della metropoli squallida in cui si muovono i protagonisti è lo sfondo ideale per raccontare una storia di avidità,vendetta e pietà appunto. E’ la storia di un esattore pagato da uno strozzino per riscuotere i suoi debiti,che

storpia i debitori. Un giorno una donna che dice di essere la madre che l’ha abbandonato, si presenta a lui e dopo essere riuscita a farsi accettare ,superando numerose e crudeli prove a cui si fa sottoporre dal presunto figlio, riesce a sovvertire la vita del giovane e ad assumere una posizione di primo piano per lui, al punto da costringerlo a diventare vittima del suo bisogno di contatto umano. I protagonisti del film sono entrambi prodotti di una società in cui tutto è causato dai soldi, regolatori dell’agenda della vita e di tutti i i sentimenti. Kim Ki-duk rappresenta tutto questo sintetizzando gli elementi cardine del suo cinema, la violenza che sfocia anche nel grottesco,grazie ad un mix di realismo ed inso-

PIETA’ di Kim Ki-duk

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lita ironia ma anche dei momenti di improvvisa dolcezza. In questo film è un po’ come se avesse trovato un equilibrio tra il suo cinema crudo degli esordi e quello più raffinato degli ultimi lavori. La regia è convincente,regala scene memorabili(soprattutto nella seconda parte del film) ed è supportata da una sceneggiatura misurata e funzionale che non lascia troppo spazio agli eccessi, né di sproporzionata crudezza e né di ricercata autorialita’, dei film precedenti (per quanto la scena della stupro risulti abbastanza ridondante e morbosa). Sicuramente non è un capolavoro come molti hanno sbandierato dopo la vittoria del Leone d’oro a Venezia ma neanche un film da sottovalutare per scarsa familiarità con il cinema ,problema che affligge molti spettatori italiani che dopo le polemiche successive alla vittoria di Kim Ki-duk si sono schierati apertamente contro solo per ragioni di ignoranza e campanilismo (e comunque se c’era un film italiano che meritava più di “Pietà”,sicuramente non è il film di Bellocchio che infatti verrà qui solo menzionato, bensi’ “E’ stato il figlio” di Daniele Cipri’, di cui potete leggere più avanti).


[ Cinema ]

I

registi più stimolanti sono quelli che riescono nei loro film e descrivere e definire tutto un personalissimo universo,sia a livello visivo che a livello contenutistico, in questo Garrone si conferma come un maestro assoluto e stavolta a livelli mai raggiunti prima neanche in tutti i suoi precedenti pur bellissimi film. Reality è un gigantesco specchio/lente d’ingrandimento dove personaggi e spettatori si ritrovano di fronte gli uni agli altri imitandosi a vicenda e ridefinendo di volta in volta i confini di questo universo chiuso senza linea di demarcazione tra ciò che è falso e ciò che è reale. L’apertura è affidata ad un magistrale piano sequenza dall’alto(che ritroveremo anche in coda seppur inondato di luce artificiale) ma la tecnica in Garrone non è mai furba e ammiccante e non si riduce mai a esercizio di stile,qui piuttosto maschera il tragicomico da favola ed è sempre controllata da uno stile leggero, mai forzato. La storia di Reality è tanto semplice e tanto rappresentativa di quanto ci circonda che ci sembra quasi di conoscerla prima di vederla rappresentata,essendo centrata su quella che è una vera e reiterata tragedia del ventunesimo secolo:l’ossessione per i media, la propria vita che può cambiare se si riesce ad apparire in tv o in un reality appunto,la società che si fa spettacolo(il riferimento a Deebord è puramente voluto) e declassa la vita umana a carne da esposizione mediatica,non sempre consapevolmente. I toni del film mescolano con sapienza commedia,dramma,grottesco e persino thriller quando la follia del protagonista diventa ossessione pura ,semplice e pericolosa. Sarebbe un grossolano errore di superficialità però ,limitarsi a derubricare il film come un “film di denuncia”,qui c’è molto ,molto di più e il miracolo che compie Garrone è che la visione risulta talmente scorrevole anche nel tragico, che ricorda da vicino il miglior teatro del grandissimo Eduardo. La sceneggiatura a quattro mani (oltre allo stesso regista hanno collaborato Chiti, Gaudioso e Braucci) è assente da imperfezioni,della regia ma-

REALITY di Matteo Garrone

gistrale abbiamo già scritto, eccelsa la fotografia di Marco Onorato (altra caratteristica dei film di Garrone: la fotografia è sempre stupenda) e infine una menzione per il cast interamente all’altezza. Per chiudere ,l’unica cosa che si può aggiungere è che a quanto pare la storia da cui è tratto il film sia realmente accaduta, non avevamo dubbi in merito. Film enorme: da vedere, rivedere e ricordare per ragioni cinematografiche, storiche e antropologiche. E’ STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì

D

aniele Ciprì meriterebbe di essere conosciuto da tutte le persone portatrici sane di un cervello, innanzitutto per il suo lavoro con Franco Maresco in una delle collaborazioni di livello più alto della storia del cinema e della televisione,per gli splendidi risultati ottenuti

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[ LO SPETTATORE PAGANTE] come direttore della fotografia e infine per questo capolavoro di film che gli apre nuove prospettive autoriali. E’ un’opera dal fascino assoluto,riuscita sotto ogni punto di vista e non credo di sbilanciarmi dicendo che è uno dei punti più alti del cinema italiano degli ultimi trent’anni, perfettamente in linea col percorso autoriale portato avanti dal regista siciliano. La storia (tratta da un romanzo di Roberto Alajmo) viene raccontata da un uomo seduto quasi catatonico in un ufficio postale e parla di una famiglia siciliana il cui padre, recupera e rivende il ferro vecchio delle navi n disarmo; un giorno una pallottola vagante sparata in un regolamento di conti, colpisce a morte la figlioletta, gettando tutta la famiglia nello sconforto, ma un vicino di casa suggerisce di chiedere il risarcimento che lo stato riconosce alle vittime di mafia e da qui in poi è un’ escalation di avidità, stupidità umana,situazioni grottesche, racconto di una realtà talmente vicina a noi da sembrare surreale che invece è perfetta rappresentazione dello squallore dell’animo umano, fino al finale strepitoso che non rivelerò per non guastare la sorpresa a quanti non hanno ancora visto questo gioiello,dirò solo che la onnina a un certo punto vi sembrerà venire diritta da un incubo del miglior Lynch. Si respira aria di grande cinema in ogni fotogramma,se si possono trovare dei rimandi sicuramente al miglior cinema italiano degli anni ‘70, quello dei Monicelli, degli Scola per intenderci ma anche e soprattutto ai numerosi capolavori di Sergio Citti (regista mai ricordato abbastanza), quel cinema dove si riuscivano a fare film d’autore eppure popolari nel senso più completo ed alto del termine, in senso gramsciano per intenderci ma “E’ stato il figlio”è anche un film di respiro internazionale che nel suo affrontare i grandi temi universali e mettere a nudo le debolezze e la natura “criminale” dell’animo umano, ci ricorda anche dei Coen e dello stile del miglior Jeunet. La differenza con buona parte della marmaglia cinematografica italica è che qui non si parla dei soliti trentenni in crisi col lavoro, con la famiglia, con i sentimenti, con i figli o con qualsiasi altra cosa vi venga

in mente(il cinema italiano:”dove c’è crisi c’è casa”), nè delle solite commediole innocue e banalotte (al di là delle volgarità più o meno presenti) su vizi e vezzi nazional-popolari, né degli stramaledetti ggiovani (la doppia g è voluta ovviamente, non è un errore) e neanche dei soliti film denuncia praticamente nulli sotto il profilo registico, qui si fa cinema sul serio,si dipinge un affresco variegato e spietato,tragico e comico con uno stile registico personalissimo di suprema perizia e bellezza, ottimamente sviluppato sulla base di una sceneggiatura di ferro, cose più uniche che rare in Italia, ma non solo, a giudicare dalle proposte che arrivano dall’estero. Questo è un capolavoro, meritava di vincere a Venezia e meriterebbe qualsiasi altro premio cinematografico vi possa venire in mente ma soprattutto merita la vostra attenzione e le vostre ripetute visioni, film del genere non capitano spesso davanti ai nostri occhi così come tutta l’opera di Ciprì, con e senza Maresco. L’augurio che faccio a me stesso e a noi tutti é di poter godere ancora di tantissime opere d’arte firmate da Daniele Ciprì.

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[ Teatro & libri ]

LIRICA IERI,OGGI,DO Invito al melodramma di Francesco Odescalchi

L

ontano dalle masse, il melodramma rappresenta la sublime fusione di μέλος e δρᾶμα, musica e teatro, di musica a teatro. Il panorama musicale offertoci oggi, vittima del business delle etichette, verte sempre più lontano da questa forma d’arte ritenuta da taluni agée, probabilmente a causa di una mancata conoscenza. Infatti, meno lucrativo di un Lady Gaga system, il mondo dell’Opera vive un momento di forte crisi (oh, che parola al passo coi tempi!), a cui si accompagna una circoscrizione settoriale tra i superstiti melomani appassionati. Ma andiamo per gradi risolutori, almeno per quanto ci compete. La nascita del melodramma come

genere artistico-letterario, tendenzialmente tragico, viene collocata dalla didattica tra la fine del cinquecento e l’alba del seicento, ma solo con l’avvento dell’ottocento romantico troverà una connotazione imprescindibile e strutturata. Sarà dunque il XIX secolo la punta di diamante, basti solo pensare che fino ad allora questo genere veniva denominato nella maniera più disparata, prestando attenzione solo all’aspetto letterario; esempi sono ”favola pastorale” e “dramma da musica”. I primi significativi esperimenti melodrammatici vennero svolti dalla cosidetta Camerata fiorentina, entourage di artisti e intellettuali favoriti dall’appoggio di mecenanJK | 64

ti nobili, che si prefigurava l’obiettivo di portare in auge il teatro greco dei rapsodi e degli aedi. Nacque così una forma in grado di unire musica e poesia, con accezione tragica, desumendo trame e spunti dalla tradizione mitologica e pastorale proveniente soprattutto dalla grecità. Si ricordano in questo senso due opere di Iacopo Peri con libretto di Ottavio Rinuccini, la Dafne (1597) e l’Euridice (1600), ma in particolare l’Orfeo di Claudio Monteverdi (1607) con libretto di Alessandro Striggio, che meglio rappresenta questo fenomeno. L’Italia è in questo momento il campo di battaglia. A Venezia nel 1637 venne inaugurato Il San Cassiano, il primo


[ LIRICA, IERI, OGGI E DOMANI ]

OMANI #02

teatro d’opera a pagamento, che fece sorgere un nuovo sistema di spettacolo al di fuori delle corti. A cavallo tra seicento e settecento il melodramma fu oltremodo influenzato dalla tragedia classica francese, rispettosa dell’attinenza alla realtà, configurando un genere storico-eroico con norme ben precise. E’ il caso del lavoro di Pietro Metastasio, da cui poi durante l’intero arco del XVIII secolo verranno estrapolati importanti elementi dai più grandi operisti del settecento: George Friedric Handel, Domenico Cimarosa, Cristoph Willibald Gluck, Wolfgang Amadeus Mozart. Arriva l’aureo ottocento,che partorirà i più grandi geni dell’opera lirica: Gioacchino

Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini et cetera. In questa rubrica ci occuperemo di ognuno di loro e delle loro opere più belle, dell’interesse che possono suscitare anche nelle più giovani generazioni, delle riscoperte di questo genere intrattenitivo, inteso, perché no, anche come prozìo dell’attuale cinema d’autore. Ci soffermeremo molto sugli straordinari interpreti che hanno indossato i panni dei protagonisti dei più celebri melodrammi: la divina Maria Callas, Beniamino Gigli, Luciano Pavarotti, Giuseppe Di Stefano, la stupenda Joan Sutherland e molti altri. Ci addentreremo dunque in un mondo che sa di antico, che JK | 65

tuttavia si nutre di emozioni moderne.


[ Teatro & Libri ]

l’OCCHIO

#02

di Sabrina Tolve

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iciamo pure le cose come stanno: se l’estate romana si svolge all’insegna del teatro elisabettiano nella cornice del Silvano Toti Globe Theater, l’autunno è costellato da teatro, danza, musica, cinema, installazioni tecnologiche, tutto in un festival che ha le sfumature tese all’avanguardia artistica. Il festival è il Romaeuropa, arrivato quest’anno alla 27ª edizione, e tutto ciò che è possibile sia fatto, sarà

fatto. Almeno quello è il proposito, insito nel nome: All that we can do. Articolato e diramato in nove spazi diversi (Opificio Telecom Italia – l’azienda collabora come partnership - Palladium Università Roma Tre, Teatro Eliseo, Auditorium Conciliazione, Teatro Vascello, Auditorium Parco della Musica, Brancaleone, Circolo degli Artisti e Teatro Argentina, dove il festival è stato augurato, il 26 settembre, da Akram Khan con lo spettacolo Desh), il Romaeuropa si avvale del sostegno del Ministero per i Beni e Attività Culturali, del Comune di Roma - Assessorato alle politiche culturali e centro storico - , della Regione Lazio - Assessorato alle politiche culturali - , della Provincia di Roma - Assessorato alle politiche culturali - , e di Goethe Institut, Ambasciata del Portogallo, Ambasciata di Israele, Istituto Cervantes, Istituto Svizzero. Se Digitalife e Metamondi sono i caposaldi del sodalizio tra arte e tecnologia, la letteratura prende posto con

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[ L’OCCHIO ]

Imitationofdeath di Ricci/Forte, ispirato a Chuck Palahniuk, a Kornél Mondruczó Disgrace, con echi che rimandano a The Dubliners di Joyce. Per quel che riguarda la ricerca musicale, quest’anno il Romaeuropa s’ispira a due grandi della musica contemporanea: John Cage e Philip Glass. Infine, citando da conferenza stampa, abbiamo “Il corpo, come luogo molteplice, punto di contatto con l’altro, spazio di indagine sui legami perduti, oggetto di maniacali attenzioni, persecuzioni e fobie, è al centro della ricerca di Marina Abramovic’,Vito Acconci, Ciriaca+Erre,Paola Gandolfi, Mike Kelley, Katarzyna Kozyra, Masbedo, Lech Majewski, Bruce Nauman; come soggetto coreografico e musicale, nelle installazioni di Merce Cunningham-OpenEndedGroup, Jan Fabre,William Forsythe, Bill T. Jones–OpenEndedGroup, Christian Marclay, Piero Tauro, Paul

Thorel, La natura, nei suoi aspetti onirici o cataclismatici, nelle opere di Thierry De Mey, e Ryuichi Sakamoto/Giuseppe La Spada, la tecnologia Shilpa Gupta, Nam June Paik, Zbig Rybczynski”. L’invito è ai sensibili e ai curiosi e agli amanti dell’arte in ogni forma. Questo è un appuntamento che non si può perdere.

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[Sterilità del benpensare ]

VERDERAME

#02

di Claudio Avella pic by Le Rane a Colle Fiorito

Il pallore sui vostri visi

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i presento, sono Pallore, l’interlocutore immaginario invocato nel precedente articolo di questa “merdosa” rubrica. Se vi chiedete l’origine del mio nome, lo scoprirete man mano che seguirete questo dibattito a puntate tra me e Claudio. Vorrei inanzitutto rispondere all’incipit della polemica iniziata dal mio “creatore” (sono pur sempre un interlocutore immaginario): ma che schifo! Ma che è tutto ‘sto accanimento con la merda. Ancora che schifo! Ma pensa se qualcuno si fosse messo a leggere l’articolo mentre mangiava! Gli avresti fatto vomitare tutto come Hendrix al momento della sua morte (che come è noto è affogato nei suoi rigurgitini mentre si lasciava cullare nel sonno da un cocktail di pillole e vino rosso, RIP). Ma lasciamo perdere le tue disgustose perversioni di Morandiana memoria (che com’è noto è solito confondere la cioccolata con qualcos’altro), vorJK | 68


[ VERDERAME ]

rei rispondere a tutta quella filippica su quanto fosse bello e sano il mondo quando facevamo tutti i contadini e quanto faccia schifo il mondo civilizzato. Tutte queste polemiche “anti-sistema” mi fanno venire sempre il nervoso, mi fanno incazzare! Ma tu cosa ne sai? I miei nonni erano contadini, e so bene quanto fosse dura la vita della campagna. Quando mio nonno è morto a ottantaquattro anni era piegato in due dal mal di schiena e dall’artrite e non riusciva quasi nemmeno a camminare per essersi completamente distrutto le articolazioni delle ginocchia! Per non parlare dei sacrifici. La vita di campagna è una vita dura: sveglia presto al mattino, lavoro sfiancante e pesante per ore ed ore (molte più delle otto che noi impiegati comuni facciamo in ufficio), con qualunque condizione atmosferica. Niente vacanze: c’è semrpe qualcosa che bisogna fare, dal curare gli animali, ad assicurarsi che le piante dell’orto non cadano in disgrazia sotto le intemperie, le invasioni di locuste e la siccità. Appunto, la siccità! Ricordiamoci della dipendenza dalle condizioni climatiche variabili. Se un anno non piove, sei fottuto! Se quello dopo gela, allora possiamo dire addio a tutte le colture che siamo riusciti a fare crescere con fatica. Per fortuna che sono arrivati i fertilizzanti, i trattori, i pesticidi, ecc…per fortuna che è arrivata l’industria… Il lavoro nei campi è stato facilitato e la necessità di manodopera è diminuita. È così che siamo riusciti a svilupparci, a crescere economicamente, a inventare continuamente nuovi prodotti industriali che ci hanno facilitato la vita. Se non fosse stato così, chissà se a quest’ora saremmo davanti ai computer con internet, con la possibiJK | 69


[Sterilità del benpensare ]

lità di comunicare con tutto il mondo. Chissà se le città sarebbero così popolate e ricche di grandi eventi culturali (perchè lo sviluppo ha portato anche la diffusione della cultura, non dimentichiamocelo). Quando i miei genitori sono andati via dalla campagna per andare in città a lavorare, la loro vita ha avuto una svolta fantastica: avevano la comodità del riscladamento con la caldaia, la televisione, l’automobile, un lavoro fisso ed uno stipendio assicurato…certo, tanti diritti se li sono dovuti guadagnare con le lotte sindacali e poi qualunque lavoro è faticoso, ma sicuramente tutta un’altra cosa rispetto alle giornate passate a zappare, mungere vacche e tosare le pecore. Quando i miei nonni facevano i contadini, non potevano mica comprare quello che gli pareva e piaceva, mica potevano decidere che il sabato potevano andare a fare shopping. Non avevano i soldi, non avevano la possibilità. Ora se ho voglia di comprare una Playstation per passare le serate con i miei amici a bere dei gran bei birrozzi a sganasciarci dalle risate con PES, piglio e lo faccio. Ah! Per fortuna che c’è stato il Boom economico, il miracolo! Grazie USA, grazie piano Marshall. Ci hai cambiato le prospettive di vita…ci hai dato la possibilità di sognare!

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[ LIBERTA’ E’ PERTCIPAZIONE ]

LIBERTA’ E’ PARTECIPA ZIONE #02 di Claudio Avella

Quando Pertini disse: “Quando un governo non fa quello che dice il popolo va cacciato via anche con mazze e pietre”

I

l presente articolo vuole essere il primo di un ciclo di riflessioni su una questione tanto invocata, quanto, nelle sue reali fattezze, “ignorata” e spinosa: la democrazia e i processi partecipativi. In un periodo di crisi economica, e non solo, come quello attuale, sempre più persone sentono il bisogno di una rappresentanza differente nelle decisioni cruciali delle questioni pubbliche. Spesso, sia attivisti “datati”, che comuni cittadini che generalmente non si occupavano direttamente delle questioni politiche, lamentano una mancanza di

attenzione da parte della classe politica e la perdita di efficacia della sovranità popolare. La soluzione che agli occhi dei più sembra evidente è il ricorso alla democrazia partecipativa (spesso chiamata democrazia diretta), di cui però è più conosciuto il nome piuttosto che il contenuto. Ma di cosa diamine parliamo quando citiamo la partecipazione? Cominciamo con l’esaminare la parola democrazia: chiunque sa che il termine viene dal greco ed è l’unione delle parole démos e cràtos, letteralmente, governo del popolo. La prima forma di democrazia, nell’antica Grecia, era di tipo diretto, poi, col tempo e la nascita dei primi stati nazione, in seguito alla rivoluzione illuminista, si è affermata quella che oggi è la più comune forma di democrazia, ovvero quella rappresentativa (parlamentare o presidenziale che sia). Quest’ultima prevede lo svolgimento di regolari elezioni che, teoricamente, dovrebbero determinare i delegati degli

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[Sterilità del benpensare ] elettori, che consegnano loro la fiducia per il conseguimento dei programmi elettorali che sottoscrivono, tramite la formazione di un governo. Il potere decisionale, viene perciò dato totalmente in mano alla classe politica eletta in parlamento. La democrazia partecipativa passa dal concetto di governo a quello di governance e prevede un ritorno all’originale concetto di “governo del popolo”; in contesti come quelli dei grossi stati attuali, è impossibile pensare di effettuare referendum per tutte le decisioni che un governo deve prendere, per cui la democrazia partecipativa è, nella realtà dei fatti, uno strumento consultivo, che permette, in maniera efficace, di attuare delle politiche che tengano in conto delle esigenze e dei punti di vista di tutti quei cittadini che sono “portatori di interesse” in questioni di carattere più o meno specifico. Uno degli esempi più citati e famosi di partecipazione è sicuramente il bilancio partecipativo della città di Porto Alegre in Brasile. Per più di vent’anni i cittadini hanno potuto discutere e gestire una parte del bilancio dell’ente locale. Il successo di Porto Alegre sta nel rafforzamento continuo e duraturo della capacità di elaborazione e invenzione dei cittadini e le loro possibilità di influenza. Il vantaggio di processi partecipativi nelle decisioni pubbliche sta quindi nell’elaborazione di proposte che sono frutto di analisi approfondite delle esigenze delle persone direttamente interessate, quindi di una conoscenza del contesto su cui si agisce molto più profondo rispetto a quello effettuato da un decisore unico; in questo modo si riesce ad anticipare ed affrontare per tempo i conflitti esistenti tra portatori di interessi diffe-

renti; insieme alla conoscenza del contesto e alla consultazione, il processo prevede un altro vantaggio cruciale, la trasparenza: la natura del processo partecipativo necessita di strumenti in grado di far dialogare tutti coloro che intervengono nel processo e di tracciare le fasi dell’elaborazione che man mano si delineano, ad esempio attraverso il web, ciò implica che le decisioni finali saranno il frutto di un percorso che può essere monitorato pubblicamente; l’ultimo e probabilmente il più importante vantaggio della partecipazione è la responsabilizzazione e il rafforzamento della consapevolezza di chi prende parte al processo. Detto questo ancora non si è capito cosa sia la “partecipazione”: abbiamo visto che non è l’uso esteso del referendum, ma nemmeno di assemblee pubbliche in cui ognuno prenda la parola quando e come gli faccia piacere. Un esempio interessante è quello della città di Washington: già negli anni ottanta si organizzavano incontri a cui partecipavano anche tremila persone. Durante gli incontri le persone venivano divise in tavoli di dieci persone, di cui cinque provenienti dai quartieri più poveri e cinque da quelli più abbienti. A queste persone veniva chiesto di discutere quali fossero secondo loro le priorità politiche della città. La sintesi di queste discussioni veniva poi utilizzata dal sindaco per definire le scelte da effettuare. L’uso di gruppi di lavoro così piccoli e non di assemblee plenarie dava maggior risalto ai problemi di ciascuno, per cui dalla sintesi del lavoro risultava che le priorità più importanti e riconosciute in maniera condivisa erano quelle delle persone provenienti dai quartieri più poveri. Probabilmente in un conte-

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[ LIBERTA’ E’ PERTCIPAZIONE ]

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JUST KIDS

sto assembleare non si sarebbe raggiunto lo stesso risultato, visto che in quei casi spesso sono le posizioni più radicali che prendono piede. Questa è solo una delle numerosissime metodologie che si possono usare ed inventare a seconda delle situazioni. Sono decine i contesti in cui si possono utilizzare processi partecipativi per effettuare delle decisioni: quello delle opere pubbliche, della pianificazione urbanistica e territoriale, delle decisioni politiche, della gestione dei bilanci cittadini, la gestione di beni comuni come l’acqua (vi ricordate il referendum del giugno 2011?) e il suolo, ecc… Sicuramente un contesto interessante in cui il processo partecipativo può diventare particolarmente utile ed efficace (anche se complicato e non sempre di rapido utilizzo) è quello delle piccole imprese, dei gruppi di lavoro, delle associazioni, in cui si può sostituire la classica struttura gerarchica con altre più “democratiche”. In gruppi così piccoli, spesso già si instaurano rapporti simili, sarebbe interessante riuscire in qualche modo a formalizzare queste relazioni: questo potrebbe essere un interessante esercizio per capire in maniera più concreta cosa significhi democrazia partecipativa o diretta, quando la si invoca denunciando l’evidente fallimento delle attuali forme di gestione della cosa pubblica.


[Sterilità del benpensare ]

sEX ON

di Catherine

#02

THE#giorno DAY AFTER TOMORROW dopo #invasioni di campo #aspettative# la doccia è mia #e pure

la tazza #1990 #tragedie che capitano #altri letti #cattivi esempi #carte di credito magiche #virtualità #ho bisogno di bere #no problem #macrobiotico #sotto anestetico emotivo #il segno zodiacale non è una garanzia #o forse sì? #certezze inutili #incertezze utili#incertezze devastanti #inchiavabilità #profumeria #partire.

T

utto sommato credo non siano poi così tante le varianti sul tema incontri. Situazioni, luoghi, parole, amici di amici, in ufficio, dal fruttivendolo, sul web. Le circostanze così come gli approcci possono essere diversi, tuttavia sento di poter affermare che una buona percentuale dei contatti avvenga in realtà tra il giovedì sera e il sabato sera, dentro op-

pure appena fuori da un locale in cui si è bevuto molto. Ecco che l’argomento trovarsi perde un attimo di valore: casualità chiamata destino se poi le cose procedono discretamente bene, casualità chiamata cazzata se successivamente si prende miseramente atto del fatto che cose come alcol, storie finite e astinenza prolungata inducono a scelte di gusto estetico e intellettuale decisaJK | 74


[ SEX ON ] mente obiettabili. Insomma, incontrarsi e piacersi da diversi punti di vista (ossia prima in verticale e poi in orizzontale) non è particolarmente difficile. La tabella di marcia si può riassumere così: istinto, pochi calcoli sui baci, voglia soddisfatta e conclusioni posteriori. La maggior parte delle volte non si fa in tempo a dire forse che il sì è già sotto le lenzuola. Ma il bello viene dopo, quando il cervello torna al suo posto.

pic by Lory

È solo dopo, infatti, che si apre uno scenario variegato, rocambolesco e allo stesso tempo irrimediabilmente scontato d’interpretazioni, pentimenti, aspettative, senso dell’orrido, piacere, paura, dubbi, che bello che è stato o che cavolo ho fatto. Quello che spesso non si considera è che il momento del risveglio è troppo vicino alla notte del delitto per suggerire una valutazione oggettiva o anche solo una valutazione. E così la spavalderia seduttrice della sera prima, di fronte a qualcuno che avresti giurato fosse più alto e a cui probabilmente non avevi chiesto l’anno di nascita, diventa panico isterico da giorno dopo. Panico isterico e imbarazzato che si manifesta attraverso i più grotteschi comportamenti, ma che tuttavia è riconducibile a relativamente individuabili aree di interesse: interesse basso, interesse medio, interesse alto, interesse troppo alto, interesse reciproco, interesse unilaterale, interesse dissimulato, interesse simulato, interesse amletico, interesse pateticamente palesato, interesse intimamente ed esclusivamente legato al celeberrimo orgasmo. Sempre che sia andata bene.

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[Sterilità del ben pensare] Una delle impressioni più comuni, così per generalizzare, potrebbe essere un disarmante senso di soffocamento e restrizione del campo di azione mentre qualcuno, che non sei tu occupa il tuo letto, poi il tuo bagno e poi magari usa anche la tua tazza per prendere il latte (non quella rossa, mai!). In questo caso la cosa logica da fare è aggrapparsi alle risorse disponibili, a quelle vacue certezze che per quanto sommerse in un mare di ansia costituiscono un punto di riferimento: trattasi di casa tua, lui deve andare fuori! Successivamente si può iniziare a trarre conclusioni dal confronto tra i due ultimi risvegli: molto spesso il penultimo, in mezzo al vuoto di respiri altrui e con due cuscini a disposizione, ha dato molta più soddisfazione. Comunque sia non è una tragedia, dopo i saluti del mattino e al massimo due o tre uscite tentate per togliersi ogni dubbio si è di nuovo pronti per un nuovo divertimento. Un timbro sul curriculum, per dirla in modo veramente poco elegante. C’è da dire che non sono affatto insoliti nemmeno i reiterati tentativi di auto convincersi che quel qualcuno

che da sdraiato sembrava più alto ci piaccia veramente. Per rendere l’idea con il discorso diretto: “questa volta è diverso! L’avevo detto anche l’altra volta?”. La voce della coscienza inizia a farsi sentire dopo la seconda telefonata a vuoto. Se finire un solitario è più importante di rispondergli al telefono e lo shopping viene prima di un aperitivo insieme, la riserva rimane in panchina. Certo può anche darsi il caso molto, ma molto raro e motivato da mille attenuanti, interpretazioni e spiegazioni di tipo esistenziale, che i segnali di interesse a vuoto si verifichino nel senso opposto. Ma se proprio dovesse succedere che sia lui a dire di no, il motivo comunemente approvato, comprovato e ovvio è che ha solo paura perché noi siamo troppo. Le donne forti, si sa, spaventano … e sono artiste nel trasformare questa fantomatica forza in alibi con un tocco di illusoria paraculata. Arriviamo però al dunque. Passi l’ansia da altrui ingresso illecito tra le proprie cose, passi l’ambito bisogno di sentire qualcosa che anche lontanamente somigli a un’emozione più che a una zucchi-

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[ SEX ON ] na, passi il due di picche che l’uomo (insicuro) suo malgrado incoscientemente ci rifila (per poi pentirsene), la vera catastrofe non è quella del giorno dopo ma piuttosto quella del giorno dopo ancora nella situazione in cui le parti in gioco, reciprocamente, ci pensano ancora. Siamo sicuri che buttare tutto via non sia molto più semplice che tenerlo dentro e capire come utilizzarlo? Negativo. La carne è debole, ma la psiche è contorta. Rinunciare è la soluzione, Rischiare è il problema. Le convinzioni radicate su se stessi, la disillusione sull’amore che dura tre anni, il terrore di condividere un divano. Allora il nodo cruciale diventa il seguente: se davvero autonomia e piacere bastano, per quale motivo verifichiamo opportunità e disegnamo ipotesi di accoppiamento a partire da possibilità remote? Rimane lo spinoso dilemma numerico relativo a quanti segnali di storia potenziale si devono avere prima di verificare le più ovvie fino alle più assurde compatibilità. Va bene meditare fin da subito sull’equilibrio tra i segni zodiacali, ma per esempio a quale livello della recipro-

ca conoscenza diventa legittimo dare peso alla distanza in chilometri tra la propria e l’altrui abitazione? Per farsi un’idea sulla praticità della cosa, per capire se il destino è stato furbo, per considerare che né troppo vicino né troppo distante sarebbe la condizione ideale. In qualche periodo storico capita che le emozioni rappresentino il nemico, capita che i personaggi sfuggano di mano alle persone, capita che le sfumature di grigio si prendano in considerazione troppo, oppure troppo poco, capita che tutti i mercati siano in crisi però no, quello delle pippe mentali prospera. E allora forse è tempo di darsi un po’ di pace e considerare che ogni tanto, almeno in modalità random, dovrebbe capitare quel momento in cui, senza approfondire troppo l’analisi dei fatti, ci si sente bene. Probabilmente è una sensazione che non ha molto a che fare con la contingenza di quello che succede, ma che potrebbe essere definita una ventata di benessere metafisica e super partes conseguenza di vibrazioni inspiegabili. È una sensazione che potrebbe essere definita essere innamorati, ma innamorarsi rimane pur

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[Sterilità del ben pensare] sempre una parola di cinque sillabe che da sola pretende di definire cinquemila sensazioni diverse. In ogni caso, di qualunque cosa si tratti e al di là delle parole dette o non dette, il risultato è una grande motivazione a resistere in questa lotta contro anni difficili, con solo qualche dubbio innocuo sulla condotta moralmente lecita da seguire.

PS: forse ho esagerato in quanto a numero di righe, ma la lunghezza del mio pezzo è direttamente proporzionale al senso di colpa per averlo inviato scandalosamente in ritardo. #sensodicolpaquestosconosciuto. Appendice. Si rende necessario sottolineare che quanto fin qui riportato è fedelmente ispirato da esistenze al limite. Chiamasi giovinezza, chiamasi irresponsabilità. Chiamasi.

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JUST KIDS#02 -Però la musica mi piace, - continuò Nuto ripensandoci, - c’è soltanto il guaio che è un cattivo padrone... Diventa un vizio, bisogna smettere. Mio padre diceva ch’è meglio il vizio delle donne... -Già(Cesare Pavese, La luna e i falò)

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JUST KIDS - #02 - Dicembre 2012  

JUST KIDS - #02 - Dicembre 2012 Per richiedere una copia cartacea contatta: justkids.distribuzione@gmail.com Per collaborare con Just Kid...

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