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LA CETRA Collana scolastica diretta da Raffaela Paggi

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Raffaela Paggi, Gabriele Grava, Adele Mirabelli A/R Percorsi di lettura rilettura scrittura per la scuola secondaria di I grado in tre volumi Hanno collaborato alla realizzazione dell’opera: Benedetto Grava Giacomo Gregori Alessandro Italia Dorotea Moscato Elena Quadrio Anna Zucchetti

® I L I O N S I TA L I A N I P E R L A D I S L E S S I A

Grazie alla collaborazione con Seleggo, la versione digitale ottimizzata di questo libro per studenti dislessici può essere ottenuta in download gratuito registrandosi al sito www.seleggo.org

Raffaela Paggi, Gabriele Grava, Adele Mirabelli A/R 2 Percorsi di lettura rilettura scrittura per la scuola secondaria di I grado www.itacaedizioni.it/a-r-2 Prima edizione: maggio 2019 © 2019 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0589-5 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it on line: www.itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie Progetto grafico: Andrea Cimatti Ricerca iconografica: Stefano Bombelli, Isabel Tozzi Cura editoriale: Isabel Tozzi Finito di stampare nel mese di maggio 2019 da D'Auria Printing, S. Egidio alla Vibrata (TE)


Raffaela Paggi · Gabriele Grava · Adele Mirabelli

Racconti d’avventura Novelle Racconti polizieschi Pagine autobiografiche Poesie

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Percorsi di lettura rilettura scrittura per la scuola secondaria di I grado


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A/R: andata e ritorno. Seconda puntata Prosegue il viaggio di Andata e Ritorno nel meraviglioso mondo della letteratura. Dopo aver esplorato nel primo volume il regno della fantasia, i segreti della natura e della parola, proponiamo in questa raccolta di mettere a fuoco i tratti che caratterizzano l’essere umano. Per conoscere l’uomo occorre osservarlo alle prese con le vicende della vita, a volte straordinarie a volte assai comuni. Sono infatti mille i volti dell’avventura che ciascun uomo può vivere, nella realtà o nel mondo possibile. E ogni volta che l’uomo affronta un pericolo diviene più esperto. Pericolo ed esperienza hanno del resto la stessa radice: il nome latino periculum ‘prova, esperimento’ e il verbo experior ‘tento’ derivano dal verbo greco peirào ‘ci provo’. Le parole ‘pericolo, esperimento, esperienza, esperto’ portano con sé l’idea di rischio, di imprevedibilità e al contempo di consapevolezza e di maturazione. Vivendo intensamente si diventa più capaci di affrontare la vita e più trasparenti a sé e agli altri. Alle prese con tentativi, problemi, scelte, l’uomo scopre infatti in sé potenzialità, doti, limiti, passioni, sogni e desideri. Per questo il volume propone racconti e poesie, suddivisi in cinque sezioni, ciascuna delle quali mette a tema le umane vicende secondo punti di vista differenti: i Racconti d’avventura presentano vicende intriganti e pericolose, coinvolgendosi nelle quali i protagonisti crescono in abilità, intelligenza, capacità di scelta e di assunzione di responsabilità; le Novelle, classiche e sempre attuali (da esse si origina la narrativa anche contemporanea, compresa quella tanto in voga della fiction audiovisiva), propongono situazioni per lo più realistiche, ma di diverso stampo – alcune ad esempio sfociano nel genere horror. Vivendo le vicende narrate i personaggi scoprono i propri vizi e le proprie virtù, la propensione al bene e la tentazione di cedere al male, la grandezza dell’animo umano e al contempo la sua meschinità. Il tema del male, del bisogno di giustizia e di ordine si trova anche nelle storie della sezione Racconti polizieschi, la quale propone un viaggio nei classici del giallo, avvincendo e sfidando la capacità investigativa del lettore. La sezione Pagine autobiografiche contiene racconti tratti da autobiografie, scelti come testimonianze della serietà e della tenacia con cui i loro autori hanno perseguito i loro interessi, le loro passioni, scoprendo così la vocazione della loro vita: nel presente c’è il seme del futuro. L’ultima sezione, intitolata Poesie, è suddivisa in due parti: la prima composta da liriche aventi a tema il mare, la seconda i momenti della giornata. L’osservazione della natura, dei suoi spazi e dei suoi tempi, il coinvolgimento con eventi naturali, con cambiamenti sorpresi in cielo e in terra, destano nell’uomo domande profonde e gli permettono di conoscere più a fondo i propri pensieri, le proprie speranza e aspettative, le proprie paure. A volte ciò avviene paragonandosi con le dinamiche dei fenomeni naturali, a volte lasciandosi provocare dalla loro bellezza o dalla loro imponenza. Qualche volta, è il timore che pervade l’uomo di fronte alla scoperta della sua debolez-


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za rispetto alla potenza della natura a renderlo più cosciente di sé stesso e a fargli fare esperienza dei suoi limiti.

Le sezioni: testi ed esercizi In ogni sezione del secondo volume: Racconti d’avventura, Novelle, Racconti polizieschi, Pagine autobiografiche, Poesie vi sono alcuni testi, scelti tra i più esemplari e significativi del loro genere, annotati dai curatori per fornirti indicazioni sul significato e sull’etimologia di parole complesse o di uso letterario, e due tipi di esercizi: • il primo dedicato a guidarti nella lettura e nella comprensione approfondita dei testi, rispondendo a domande volte a farti scoprire i suoi significati espliciti e impliciti, a raccogliere e analizzare le informazioni, a utilizzare la scrittura per sviluppare l’intelligenza della lettura e per avviarti all’argomentazione; • il secondo finalizzato a favorire le tue abilità di scrittore, principalmente di testi descrittivi e narrativi, autobiografici o di invenzione, di riassunti, di commenti. Alcuni esercizi inoltre saranno finalizzati a introdurti gradualmente nel discorso argomentativo. Alla fine del volume vi è un prontuario denominato Strumenti del poeta, che richiama e sviluppa quello del primo volume, nel quale vengono elencati e definiti gli elementi del linguaggio poetico da te scoperti leggendo e analizzando le poesie della sezione ad esse dedicata. Ritroverai tale prontuario anche nel volume A/R 3, arricchito da ulteriori figure retoriche e da elementi stilistici presenti nei testi proposti.

Contenuti digitali Utilizzando il codice indicato a pagina 1, puoi accedere ai contenuti digitali del sito www.lacetra.it: • volume in formato digitale; • presentazioni degli autori dei testi; • racconti e poesie, per ampliare la conoscenza del genere letterario proposto in ogni sezione; • il circolo letterario: recensioni di libri appartenenti o in relazione ai vari generi; • cineforum: recensioni di film per avviare un cineforum sui temi e sulle tipologie narrative incontrati durante la lettura. Raffaela Paggi · Gabriele Grava · Adele Mirabelli


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Racconti d’avventura

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Racconti d’avventura Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. I nomi, i contorni delle foreste, le linee delle strade e dei fiumi, le impronte della preistoria dell’uomo ancora chiaramente rintracciabili tra colline e valli, i mulini e le rovine, i laghi e i battelli che li solcano…; lì è racchiuso un fondo inesauribile di interesse per ogni uomo che abbia occhi per vedere o una immaginazione da due soldi per comprendere i segni! R.L. Stevenson

a cura di Elena Quadrio, Anna Zucchetti, Adele Mirabelli


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Racconti d’avventura

Avventura: un nome che nasce dal verbo latino advenire ‘arrivare’: adventura, letteralmente ‘ciò che è sul punto di accadere, di sopraggiungere’. Una parola che sa di mistero e pericolo. In ogni romanzo d’avventura il protagonista viene sfidato da ciò che accade, spesso in modo imprevisto: la prima sua mossa consiste anzitutto nell’accettare l’impresa. Prima ancora della buona riuscita della vicenda, il vero traguardo di ogni romanzo d’avventura sta nel cambiamento del protagonista: chi accetta la sfida, intraprende il cammino e si mette alla prova, si trova diverso da come era partito, impara qualcosa di nuovo di sé e del mondo. Vivere l’avventura è compiere un viaggio, uscire dai confini noti e rassicuranti della propria casa, per addentrarsi in mondi e ambienti sconosciuti, in terre esotiche o in situazioni estreme, affrontando anche lo scatenarsi della furia della natura. Il romanzo d’avventura vede i suoi albori già nel cuore del poema epico dell’Odissea, in cui si narrano i viaggi dell’eroe greco Ulisse, che molto errò e che, attraversando il Mediterraneo fino ai confini del mondo allora noto, conobbe numerosi popoli, ostili e pericolosi, ma anche ospitali e gentili. Ancor oggi il nome odissea indica un viaggio lungo, pericoloso, di certo molto impegnativo. Ma sarà a partire dal XVIII secolo che il romanzo di avventura si svilupperà in tutta Europa, avendo come luogo di origine l’Inghilterra; infatti i mae­ stri del genere avventuroso sono per la maggior parte autori inglesi, quali ad esempio Stevenson e Conrad, e altri ancora che avrai modo di conoscere attraverso le letture che ti proponiamo. Troverai nella sezione testi tratti da alcuni dei romanzi più celebri e rappresentativi, di cui ti consigliamo la lettura integrale e potrai, attraverso questo primo percorso, conoscere i mille volti dei protagonisti. Il passaggio successivo sarà cogliere l’importanza, per lo sviluppo della storia, dell’ambiente, elemento in cui accadono eventi, imprevisti e in cui il pericolo è spesso in agguato. Infine ti offriamo la lettura di alcuni racconti compiuti, dove potrai ritrovare tutti gli elementi presi in esame, e vedere come davvero il protagonista venga plasmato e cambiato da ciò che accade nel corso dell’avventura. Per comprendere il contenuto di ogni racconto ti proponiamo delle domande, che nella fase di lettura e rilettura ti permetteranno di addentrarti nella storia e approfondire le caratteristiche di ogni personaggio. Per favorire l’immedesimazione ed esercitare le competenze di scrittura, ti offriamo esercizi che hanno come contenuto la riflessione sull’esperienza personale a partire dal paragone con la storia o il personaggio. A conclusione di tutto il


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percorso avrai anche tu l’opportunità di entrare nella rosa degli autori di questo affascinante genere. In sintesi ecco delineati gli ingredienti fondamentali, e strettamente connessi tra loro, di questo genere letterario: anzitutto i personaggi, perché l’avventura è legata alla vita degli uomini; l’ambiente, cioè il luogo fisico, se non reale almeno verosimile, in cui possono accadere incontri inaspettati, pericolosi o favorevoli; infine le vicende, i fatti che costituiscono l’intreccio della storia. Ti proponiamo, come anteprima di questo avventuroso viaggio, un primo brano che ha come protagonista Will, un ragazzo che abita in un mulino e che da un’altura può osservare tutta la vallata, seguire il corso del fiume che porta al mare, lontano e misterioso. Quando si sofferma a guardare l’orizzonte, quando vede i viandanti scendere a valle, quando ascolta i racconti di chi ha esperienza del mondo a lui sconosciuto, qualcosa si agita nel suo cuore. Un desiderio, una nostalgia, un’attrattiva per ciò che stando a casa sua non potrà mai incontrare. Ed ecco che nasce in lui il senso dell’avventura.


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Racconti d’avventura

ROBERT LOUIS STEVENSON Will del mulino Il mulino nel quale abitava Will con i suoi genitori adottivi era in una pianura in declivio tra boschi di pini e grandi montagne. In alto, le montagne si levavano, una dopo l’altra, fino a un’altezza alla quale non potevano vivere neppure gli alberi più forti, e si stagliavano nude contro il cielo. A una certa altezza, un lungo villaggio grigio era come una sutura1 o un velo di vapori su una montagna boscosa; e, quando il vento era favorevole, il suono delle campane della chiesa scendeva, sottile e argentino2, fino a Will. Sotto, la vallata si faceva sempre più erta, e allo stesso tempo più ampia, da ogni parte; e da un’altura presso il mulino si poteva vedere tutta la sua lunghezza, e oltre: dove era una vasta pianura, nella quale il fiume faceva gomito e brillava, andando da città a città nel suo viaggio verso il mare. In quella vallata c’era un passaggio che portava in un reame vicino; e così, per quanto tranquilla e rurale, la strada che correva lungo il fiume era una grande strada maestra, tra due splendidi e possenti paesi. Per tutta l’estate, le carrozze da viaggio s’arrampicavano o scendevano veloci passando davanti al mulino; e poiché dall’altra parte la salita era molto più facile, il sentiero non era molto frequentato, se non da gente che andava in una direzione; e delle carrozze che Will vedeva passare, cinque sesti scendevano veloci e soltanto un sesto si arrampicava. E ancor più era questa la regola per i viandanti che andavano a piedi. Tutti i turisti dal piede leggero, tutti i merciai ambulanti carichi di strane mercanzie, andavano in giù, come il fiume che accompagnava il loro sentiero. Né questo era tutto; perché, quando Will era ancora bambino, scoppiò una guerra disastrosa in gran parte del mondo. I giornali erano pieni di sconfitte e di vittorie, la terra risonava degli zoccoli della cavalleria, e spesso per giornate di seguito e per miglia all’intorno il fragore della battaglia spaventava la buona gente, che non osava andare al lavoro nei campi. Di tutto questo, per lungo tempo non si seppe nulla nella vallata; ma alla fine uno dei capi spinse un esercito oltre il passo, a marce forzate, e per tre giorni cavalli e fanti, cannoni e carri d’artiglieria, tamburi e stendardi continuarono a scendere in folla, passando davanti al mulino. Il bimbo rimase tutto il giorno a guardarli passare; la ritmica marcia, i volti pallidi dalle barbe non rasate e con gli occhi cerchiati di scuro, le uniformi scolorite e le bandiere a brandelli lo riempirono d’un senso di stanchezza, di pietà e meraviglia; e per tutta la notte, mentre era a letto, sentì i cannoni rumoreggiare e i piedi scalpicciare, e il grande esercito salire e scendere, passando davanti al mulino. Nessuno di quelli della vallata seppe mai la sorte di quella spedizione, perché erano lontani dalla strada che le no1 sutura: cucitura. 2 argentino: squillante, limpido come quello che si produce percuotendo una campana d’argento.


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tizie prendevano in quei tempi inquieti; ma Will vide chiaramente una cosa: che non un uomo ritornò. Dov’erano andati tutti quanti? Dove andavano i turisti e i merciai ambulanti con le strane mercanzie? Dove tutte le veloci berline1 coi servi sui sedili posteriori? Dove l’acqua del fiume, che sempre scorreva verso il basso e sempre era rinnovata dall’alto? Perfino il vento soffiava più spesso giù nella valle, e portava con sé le foglie morte in autunno. Pareva vi fosse una grande cospirazione2 di cose animate e inanimate; tutte scendevano, leggere e allegre scendevano, e lui solo, pareva, restava indietro, come un tronco d’albero al margine della strada. A volte si rallegrava nel vedere i pesci salire contro corrente. Essi, almeno, gli rimanevano fedelmente vicini, mentre tutte le altre cose s’affrettavano a scendere nel mondo sconosciuto. Una sera domandò al mugnaio dove andasse il fiume. «Scende nella valle» gli rispose «e fa girare una gran quantità di mulini – centoventi mulini, dicono, da qui a Unterdeck – e senza stancarsi. E poi scende alle pianure, e irriga il gran paese del grano, e scorre attraverso molte città (così dicono), dove i re abitano soli in grandi palazzi, con una sentinella che va su e giù davanti alla porta. E passa sotto ponti sui quali stanno uomini di pietra che guardano con strani sorrisi l’acqua che passa, e gente che appoggia i gomiti al parapetto e guarda anch’essa la corrente. E poi va avanti, e scende per paludi e sabbie, e alla fine sbocca nel mare, nel quale sono i bastimenti che portano pappagalli e tabacco dalle Indie. Sì, fa un lungo cammino, dopo essere passato cantando alla nostra chiusa3, che Dio la benedica!». «E che cos’è il mare?» domandò Will. «Il mare!» esclamò il mugnaio. «Il Signore ci aiuti tutti, è la più gran cosa che Dio abbia fatta! È lì che tutta l’acqua del mondo sbocca in un grande lago salato. Sta fermo, liscio come questa mano e innocente come un bambino; ma dicono che quando soffia il vento s’alzi in montagne d’acqua più grandi di tutte le nostre montagne, e che inghiotta navi più grandi del nostro mulino e dia tale muggito che lo si può udire a miglia di distanza sulla terra. In esso sono grandi pesci, più grandi di cinque tori, e un vecchio serpente lungo come il nostro fiume e vecchio quanto il mondo, coi baffi come un uomo e una corona d’argento sul capo». Will pensò che non aveva mai sentito dire niente di simile e continuò a fare una domanda dopo l’altra chiedendo del mondo che era laggiù oltre il fiume, con tutti i suoi rischi e le sue meraviglie, fin che il vecchio mugnaio vi prese interesse, e finalmente lo prese per mano e lo condusse sulla cima del monte che guarda la valle e la pianura. Il sole stava per tramontare, ed era basso nel cielo senza nuvole. Tutto era chiaro e splendente nella luce dorata. Will non aveva mai veduto, in tutta la sua vita, una così grande estensione di paese; e la contemplò con tanto d’occhi. Vide le città, e i boschi e i campi, e le luminose curve del fiume, e vide lontano, dove il limite della pianura confi1 berline: carrozze di gala. Oggi significa invece automobili a due o tre volumi. 2 cospirazione: congiura, intesa segreta. 3 chiusa: sbarramento artificiale di un corso d’acqua.


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nava con la luce del cielo. Un’emozione vinse il ragazzo, anima e corpo; il suo cuore batteva così forte che non poteva respirare; non s’immaginava che il sole ruotasse all’intorno e mostrasse, nel girare, strane forme che scomparivano rapide come pensieri, ed erano sostituite da altre. Will si coprì il volto con le mani, e scoppiò in lacrime violente; e il povero mugnaio, tristemente deluso e perplesso, non trovò di meglio da fare che prenderlo in braccio e portarlo a casa in silenzio. Da quel giorno Will fu pieno di nuove speranze e di nuovi desideri. Qualche cosa continuava a strappargli le fibre del cuore; l’acqua corrente portava con sé i suoi desideri mentre egli sognava guardando il suo rapido passare; il vento, nel correre sulle innumerevoli chiome degli alberi, lo salutava con parole che lo incoraggiavano; i rami accennavano all’ingiù; la strada aperta, nelle svolte e nelle tortuosità e nello svanire sempre più rapida giù per la vallata, lo torturava coi suoi inviti. Passava lunghi tratti sull’altura, guardando la distesa del fiume, e più in là, le grasse pianure, e osservava le nuvole che viaggiavano portate dal vento tardo e trascinavano le loro ombre purpuree1 sul piano; o s’indugiava2 a lato della strada, e seguiva con gli occhi le carrozze, mentre strepitavano scendendo al fiume. Non gli importava quello che vedeva; tutto quello che andava da quella parte, fosse nuvola o carrozza, uccello o bruna acqua del fiume, sentiva che il suo cuore lo seguiva, con un’estasi3 di desiderio. Gli uomini di scienza ci dicono che tutte le venture dei marinai per mare, tutte le guerre delle tribù e delle stirpi che confondono l’antica storia con la loro polvere e il loro fragore, non sorgono da nulla di più astruso delle leggi della domanda e dell’offerta4, e da un certo istinto naturale verso i prezzi bassi. A chiunque pensi profondamente questa sembrerà una spiegazione sciocca e pietosa. Le tribù che sciamarono dal settentrione e dall’oriente, se in realtà furono spinte da altre, furono tratte allo stesso tempo dall’influsso magnetico del mezzogiorno e dell’occidente. La fama d’altre terre era giunta ad esse; il nome della Città Eterna5 risuonava nei loro orecchi; non erano coloni, ma pellegrini; facevano il loro viaggio verso il vino e l’oro e la luce del sole, ma i loro cuori aspiravano a qualche cosa di più alto. La divina inquietudine, l’antico, pungente turbamento dell’umanità che conduce a tutte le grandi gesta e a tutte le miserevoli cadute, lo stesso che fece aprir le ali a Icaro, lo stesso che fece andar Colombo nell’Atlantico desolato, ispirò e sorresse quei barbari nella loro marcia pericolosa.

1 purpuree: di color porpora (rosso violaceo). 2 s’indugiava: si attardava, si soffermava. Dal latino indūtiae ‘tregua’. 3 estasi: stato di esaltazione dello spirito. Dal greco ék-stasis ‘lo star fuori di sé’. 4 L’autore critica coloro che considerano l’interesse economico unico motore della storia. 5 Città Eterna: Roma, capitale dell’Impero e sede del Papa.


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Eppure questo non potrebbe paragonarsi se non pallidamente all’intensità di quello che sentiva Will per la pianura. Solo che avesse potuto inoltrarvisi abbastanza, sentiva che la sua vista si sarebbe fatta più pura e più chiara, che il suo udito sarebbe divenuto più delicato, che il suo stesso respiro sarebbe stato una gioia. Così com’era, era trapiantato e appassiva; viveva in un paese straniero e agognava1 la patria. A poco a poco, riunì varie nozioni del mondo di giù; del fiume, sempre in moto e sempre crescente fin che sboccava nell’oceano maestoso; delle città piene di uomini vivaci e belli, di scherzose fontane, di musiche e di palazzi marmorei e illuminati la notte, da un capo all’altro, con artificiali stelle d’oro; delle grandi chiese, delle savie2 università, dei coraggiosi eserciti, di immense quantità di denaro accumulate nei sotterranei; del vizio scervellato che si muoveva alla luce del sole e del furtivo e rapido assassinio di mezzanotte. Ho detto che agognava la patria: la metafora è imperfetta. Era come uno che giaccia in una preesistenza crepuscolare3 e informe, che allunghi le mani con amore verso una vita variopinta e multisonora. Non è meraviglia che fosse infelice; e andava a dirlo ai pesci: essi erano fatti per la loro vita, non desideravano se non vermi e acqua e una tana scavata in una ripa; ma egli era segnato per altro destino, pieno di desiderio e di aspirazioni, con le dita che gli prudevano, con gli occhi pieni di ardente desiderio, e tutto il mondo multicolore non lo poteva saziare con l’infinità dei suoi aspetti. La vera vita, la vera, luminosa luce del sole, erano lontane, sulla pianura. Oh! Vedere la luce di quel sole, prima di morire! Muoversi con lo spirito lieto sulla terra d’oro! Udire i meravigliosi cantori e le dolci campane delle chiese, e vedere i giardini delle vacanze! «Oh pesci!» esclamava «se soltanto voleste volgervi e seguire la corrente che scende, potreste così facilmente nuotare nelle acque favoleggiate e vedere le grandi navi passarvi sul capo come nuvole e udire le grandi montagne d’acqua che risuonerebbero su di voi tutto il giorno!». Ma i pesci continuavano pazienti a guardare nella loro direzione, fin che Will non sapeva se dovesse ridere o piangere.

1 agognava: bramava, desiderava fortemente. Dal greco agoniàn ‘combattere, sforzarsi per vincere’. 2 savie: sagge. 3 crepuscolare: il crepuscolo è la luce che c’è poco prima dell’alba e subito dopo il tramonto. Una luce indefinita dunque, come l’esistenza di Will che cerca il suo compimento.


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1. Per meglio comprendere il testo suggeriamo la divisione del racconto in tre macrosequenze: • Il mulino… mondo sconosciuto. • Una sera… con un’estasi di desiderio. • Gli uomini di scienza… Will non sapeva se dovesse ridere o piangere. Dai un titolo ad ogni sequenza. 2. Rileggi con attenzione la prima sequenza e rispondi alle seguenti domande: • Cosa può vedere Will dal mulino presso cui abita? Elenca gli elementi del paesaggio che sono descritti. • Quali domande sorgono in lui? 3. Rileggi con attenzione la seconda sequenza e sottolinea nel testo: • le risposte che il mugnaio dà a Will • ciò che vede Will dalla cima della montagna. Quali emozioni suscita in lui la vista dalla cima del monte? 4. Nella terza parte del racconto Will afferma che «a poco a poco, riunì varie nozioni del mondo di giù». • Quali sono le nozioni di cui parla? • A cosa si riferisce quando dice «mondo di giù»? • In chiusura del testo il protagonista si paragona ai pesci: quali differenze emergono? 5. A conclusione del brano emerge la riflessione di Will sul suo desiderio di avventurarsi nella pianura. Paragonandoti con i sentimenti e i pensieri del protagonista, racconta di quella volta in cui la curiosità, il desiderio di conoscere e di scoprire, ti ha portato a intraprendere un’esperienza che ti ha stupito, per come l’hai vissuta, per gli incontri che hai fatto o per l’esito inaspettato.


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ROBERT LOUIS STEVENSON Il vecchio lupo di mare Nel romanzo L’isola del tesoro, di cui ti proponiamo le prime pagine, è il protagonista stesso, Jim Hawkins, a raccontare ciò che gli accadde quando ancora era un ragazzo. Alcuni incontri fortuiti con uomini di mare lo portano a salpare, con un equipaggio assai variegato, verso un’isola, alla ricerca del tesoro del terribile capitano Flint.

Sollecitato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata di scrivere la storia della nostra avventura all’Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno escluso, salvo la posizione dell’isola, e ciò perché una parte del tesoro vi è ancora nascosta, io prendo la penna nell’anno di grazia 17… e mi rifaccio al tempo in cui mio padre teneva la locanda dell’“Ammiraglio Benbow” e il vecchio uomo di mare dal viso abbronzato e sfregiato da un colpo di sciabola prese per la prima volta alloggio presso di noi. Lo ricordo come fosse ieri, quando apparve sulla soglia con quel suo passo pesante, seguito dalla carriola che portava il baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sulle spalle di un bisunto abito blu; le mani rugose e ragnate di cicatrici, dalle unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio del colpo di sciabola d’un bianco livido e sporco. Ricordo che guardò attorno verso la baia fischiettando fra sé, e poi con la sua vecchia stridula e tremula voce, ritmata e arrochita dalle manovre dell’argano, intonò quell’antica canzone di mare che doveva più tardi così spesso percuotere i nostri orecchi: Quindici uomini sulla cassa del morto, Yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto! Poi, con un pezzo di bastone simile a una manovella batté contro la porta, e come apparve mio padre ordinò bruscamente un bicchiere di rum. Appena gli fu portato, lo bevve lentamente, assaporandolo come fanno gli intenditori, e intanto seguitava a guardare intorno a sé esaminando le scogliere e la nostra insegna. «Questa è una baia adatta» disse infine «e una locanda ottimamente situata. Molta gente, padrone?». Mio padre rispose che no, molto poca: una desolazione. «Bene. È l’ancoraggio che fa per me. Ehi, tu» gridò all’uomo della carriola «vieni, e aiuta a portar su il mio baule. Resterò qui un pezzetto» continuò. «Sono un uomo alla buona, io: rum, prosciutto, uova: non mi occorre altro, e quella cima lassù per osservare le navi che passano. Il mio nome? Capitano, potete chiamarmi. Ah, capisco, capisco ciò che vi preoccupa… Ecco qua!» E


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gettò sulla soglia tre o quattro monete d’oro. «Mi avvertirete quando sarà finito» aggiunse, con un’occhiata fiera, da comandante. In verità, malgrado i suoi abiti frusti e il suo rozzo parlare, egli non aveva l’aria d’un marinaio: si sarebbe piuttosto detto un secondo o un padrone di nave abituato a vedersi ubbidito o a picchiar sodo. L’uomo della carriola ci riferì ch’era sbarcato dalla corriera la mattina prima davanti al “Giorgio Reale”, che s’era informato degli alberghi lungo la costa, e udito parlar bene del nostro lo aveva prescelto per via del suo isolamento. Questo fu tutto quanto potemmo sapere sul conto del nostro ospite. Era assai taciturno. Passava la sua giornata gironzolando su e giù per la baia, o sugli scogli, provvisto d’un cannocchiale marino; e tutta la sera rimaneva in un angolo della sala accanto al fuoco, a bere ponce molto forti. A chi gli rivolgeva la parola evitava per lo più di rispondere: dava una rapida e irosa guardata, e soffiava attraverso le narici come una tromba d’allarme; sicché tanto noi che gli avventori1 imparammo presto a lasciarlo stare. Ogni giorno, quando rientrava dalla sua passeggiata, non tralasciava di chiedere se qualche marinaio si fosse visto lungo la strada. Noi credevamo dapprima fosse la mancanza d’una compagnia di gente della sua specie che lo spingesse a tali domande; finimmo però col capire che, al contrario, ciò che gli premeva era evitare incontri. Quando un marinaio scendeva all’“Ammiraglio Benbow” (come talvolta accadeva a chi si recava a Bristol per la strada costiera) egli osservava il nuovo arrivato attraverso la tenda dell’uscio prima di decidersi a entrare nella sala, e finché quello non alzava i tacchi, stava muto come un pesce. Codesto contegno non aveva peraltro nulla di misterioso ai miei occhi, giacché io in certo modo dividevo le preoccupazioni del capitano. Un giorno, tirandomi in disparte, mi aveva promesso un pezzo d’argento da quattro penny ogni primo del mese a patto ch’io facessi una buona guardia e l’avvisassi non appena fosse comparso un “marinaio con una gamba sola”. Abbastanza spesso, quando giungeva il primo del mese e io dovevo richiedergli il mio salario, egli mi rispondeva con quel suo pauroso soffiare attraverso le narici, e con una guardataccia che mi atterriva; ma la settimana non passava mai senza ch’egli si ravvedesse e mi consegnasse i miei quattro penny, ripetendomi l’ordine di stare attento al “marinaio con una gamba sola”. Non occorre dire quanto questo personaggio fosse diventato l’incubo dei miei sogni. Nelle notti di tempesta, quando il vento scuoteva i quattro canti della casa e i cavalloni infuriati mugghiavano lungo la baia e contro gli scogli, io me lo vedevo apparire dinanzi in mille forme e con mille diaboliche espressioni. Ora aveva la gamba tagliata fino al ginocchio, ora fino all’anca; ora non era più uomo, ma una sorta di mostro nato proprio così, con una gamba sola, e questa nel bel mezzo del corpo. Vederlo saltare, correre e inseguirmi scavalcando siepi e fossati era il più tremendo degli incubi. E così, con tali bieche visioni, io pagavo abbastanza caro il premio dei miei quattro penny mensili. 1 avventori: clienti, dal latino adventor ‘che viene’.


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Ma, curioso a dirsi, malgrado il terrore che il marinaio dalla gamba sola m’incuteva, io ero poi di fronte al capitano in persona il meno pauroso fra tutti quanti l’avvicinavano. Certe sere egli beveva assai più ponce di quanto potesse sopportare; allora talvolta si tratteneva lì a cantare le sue vecchie, sinistre, selvagge canzoni di mare non curandosi d’alcuno; altre volte offriva da bere in giro e costringeva l’intimidita brigata ad ascoltar le sue storie o accompagnare in coro i suoi ritornelli. Quante volte ho udito la casa rintronare di “Yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto”, mentre i vicini, col timore della morte sul capo, l’accompagnavano con tutta l’anima, cercando ognuno di superare l’altro, a scanso di appunti1. Perché in questi accessi egli era l’uomo più insolente e prepotente del mondo: ora imponeva silenzio battendo col palmo sul tavolo; ora pigliava fuoco per una domanda che gli era rivolta, o perché nessuno osservava nulla, il che per lui era segno che la compagnia non s’interessava al racconto. E non tollerava che si lasciasse la sala prima che egli ubriaco fradicio non avesse, barcolloni, raggiunto il suo letto. Ciò che soprattutto sbigottiva l’uditorio erano le sue storie. Spaventevoli storie d’impiccagioni, d’annegamenti, di burrasche di mare, delle Isole delle Tartarughe, e di gesta e luoghi selvaggi in terre spagnole. A sentir lui, era vissuto fra la più dannata genia che Iddio seminasse per i mari; e il suo linguaggio brutale urtava i nostri semplici paesani quasi quanto i delitti ch’egli descriveva. Mio padre sempre andava lamentando che quell’uomo sarebbe stato la rovina dell’albergo, poiché ben presto la gente si sarebbe stancata di venir lì per essere tiranneggiata, avvilita e spedita a battere i denti nei propri letti; ma io credo invece che la sua presenza ci giovasse. È vero che sul momento gli avventori rimanevano male, ma poi provavano non so che gusto a tornarci su col pensiero, e quasi amavano ciò che dava una scossa alla monotona e sonnacchiosa vita del paese. C’era persino tra i più giovani chi per lui ostentava ammirazione, qualificandolo “un autentico lupo di mare”, un “vero diavolaccio”, e dicendo ch’eran gli uomini di tale tempra che rendevano l’Inghilterra formidabile sul mare. Veramente, in certo modo, egli lavorava alla nostra rovina, giacché settimane e settimane e poi mesi e mesi si susseguivano senza ch’egli desse segno di voler sloggiare, e intanto da lunga pezza il suo denaro era esaurito e a mio padre non bastava l’animo di insistere per averne dell’altro. Se appena vi alludeva, il capitano soffiava attraverso il naso talmente forte che pareva ruggisse, e con una fulminante occhiata cacciava via dalla sala il mio povero babbo. Io lo vedevo, il mio babbo, disperato torcersi le mani dopo tali rabbuffi, e credo che l’affanno e il terrore nei quali viveva abbiano affrettato grandemente la sua immatura e disgraziata fine. Tutto il tempo che rimase con noi il capitano non mutò mai nulla del suo vestiario, eccetto qualche calza comprata da un merciaio ambulante. Essendosi rotto uno degli angoli del suo cappello a tricorno, egli lo lasciava spenzolar giù, sebbene gli desse abbastanza noia quando tirava vento. Rivedo l’a1 a scanso di appunti: per evitare critiche.


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spetto dell’abito ch’egli stesso rappezzava nella sua stanza di sopra e che, già prima della fine, era un mosaico di toppe. Mai scrisse né ricevette una lettera; mai parlava con alcuno fuorché con i vicini; e con questi, per lo più, solo quand’era ubriaco di rum. Nessuno di noi mai aveva visto aperto il grosso baule da marinaio. Una volta soltanto trovò chi gli tenne testa, e fu verso la fine, quando il mio povero padre era già molto minato dal male che doveva condurlo alla tomba. Il dottor Livesey giunse a sera a veder l’infermo; si fece servire un boccone da mia madre, poi se ne andò a fumare una pipata nella sala, in attesa che il suo cavallo gli fosse ricondotto dal villaggio, giacché al vecchio “Benbow” non avevamo stallaggio. Io lo seguii, e rammento ancora lo stridente contrasto che faceva il lindo e brillante dottore con la sua parrucca candida come neve, i suoi neri e scintillanti occhi e le sue compite maniere, con i rustici popolani, e soprattutto con quel sudicio torvo e ripugnante spauracchio di pirata, inciuchito laggiù in quel canto dal rum, con le braccia sulla tavola. D’improvviso costui – il capitano intendo – intonò la sua eterna canzone: Quindici uomini sulla cassa del morto, Yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto! Il bere e Satana li ha spediti in porto, Yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto! Io avevo da prima creduto che la “cassa del morto” fosse la stessa grossa cassa ch’egli teneva di sopra nella stanza sul davanti; e questa idea s’era fusa nei miei incubi con l’immagine del marinaio dalla gamba sola. Ma da lungo tempo ormai noi avevamo cessato di far attenzione al ritornello; solo agli orecchi del dottor Livesey quella sera giungeva nuovo; e io m’accorsi dell’impressione tutt’altro che gradevole ch’egli ne riceveva, giacché alzò gli occhi e guardò per un momento con aria irritata prima di decidersi a seguitare col vecchio giardiniere Taylor il suo discorso intorno a una nuova cura delle affezioni reumatiche. Frattanto il capitano s’andava eccitando con la sua stessa musica e alzando il tono; e alla fine batté sul tavolo con il palmo quel tal colpo che noi tutti sapevamo significava: silenzio! Nessuna voce fu più udita, ad eccezione di quella del dottor Livesey, che seguitò a parlare come prima, chiaro e cortese, tirando tra una frase e l’altra una vistosa boccata di fumo. Il capitano lo fissò bieco un istante, batté un nuovo colpo con il palmo, gli lanciò un’altra occhiataccia, e, accompagnando la frase con una triviale bestemmia, gridò: «Silenzio, laggiù a prua!» «È a me che il signore intende parlare?» disse il dottore; e non appena il ribaldo gli ebbe, con un’altra bestemmia, risposto affermativamente, «Io non ho che una cosa da dirvi» replicò il dottore «ed è che se voi continuate a tracannare rum il mondo sarà presto liberato da una schifosa canaglia».


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Spaventevole fu lo scoppio d’ira del vecchio gaglioffo1. Scattò in piedi, trasse e aprì un coltello a serramanico, e bilanciandolo sul palmo della mano stava per inchiodare al muro l’avversario. Il dottore non si mosse. Parlandogli di sopra la spalla, con lo stesso tono di voce, piuttosto rinforzato, in modo che l’intera sala potesse udire, ma perfettamente tranquillo e fermo, disse: «Se non rimettete immediatamente in tasca quel coltello, vi giuro sul mio onore che alle prossime assise2 sarete impiccato». Seguì tra i due una battaglia di sguardi, ma presto il capitano si arrese: ripose l’arma e riprese il suo posto tremando come un cane bastonato. «E ora, signore» continuò il dottore «dal momento che c’è un tipaccio come voi nel mio distretto, potete star sicuro che sarete sorvegliato giorno e notte. Io non sono soltanto dottore: sono anche magistrato, e se appena mi giunge una lagnanza sul conto vostro, fosse magari per una smargiassata come quella di stasera, provvederò a farvi spazzar via di qui. Siete avvisato». Poco dopo il cavallo del dottor Livesey giunse alla porta, ed egli partì; ma per quella sera e molte altre successive il capitano rimase tranquillo.

1 gaglioffo: furfante. 2 assise: sedute del tribunale.


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1. Rileggi il passaggio che racconta l’arrivo del capitano alla locanda e sottolinea le caratteristiche fisiche del personaggio. 2. Perché il capitano decide di alloggiare proprio alla locanda «Ammiraglio Benbow»? 3. Quali sono le abitudini di vita del capitano alla locanda? Trascrivile nella prima colonna della tabella; completa poi la seconda colonna indicando quali aspetti del carattere del capitano emergono dalle sue azioni. Azioni del capitano

Carattere del capitano

Tutta la sera rimaneva in un angolo della sala accanto al fuoco, a bere ponce molto forti. A chi gli rivolgeva la parola evitava per lo più di rispondere.

È taciturno e solitario.

4. Quali effetti provoca la presenza del capitano su Jim, suo padre e sugli avventori della locanda? Sottolinea nel testo frasi o sequenze che giustifichino la tua risposta, poi sintetizzale a margine con una breve didascalia. 5. Al vecchio uomo di mare si contrappone il dottor Livesey. Quali sono gli aspetti più significativi dello «stridente contrasto» tra i due personaggi? 6. Suddividi il testo in sequenze e, di esse, indica quali sono prevalentemente narrative e quali prevalentemente descrittive. A ognuna assegna un titolo. 7. Descrivi una persona che ha suscitato il tuo interesse, seguendo il modello del testo di Stevenson. In particolare, ti suggeriamo alcune attenzioni da avere nella scrittura: • Soffermati nel descrivere i particolari che ritieni più significativi. • Attraverso parole, gesti, comportamenti fai emergere elementi della sua personalità e del suo carattere. 8. Immagina di essere Jim e scrivi una lettera nella quale racconti a un tuo amico l’arrivo del capitano.


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EMILIO SALGARI Sandokan Siamo a Mompracem, isola immaginaria del sud est asiatico, e Sandokan attende con animo inquieto l’arrivo di qualcuno. È l’inizio del romanzo Le tigri di Mompracem, appartenente al ciclo dei Pirati della Malesia, romanzi che raccontano le avventure del pirata.

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra1, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo. Pel cielo, spinte da un vento irresistibile, correvano come cavalli sbrigliati, e mescolandosi confusamente, nere masse di vapori, le quali, di quando in quando, lasciavano cadere sulle cupe foreste dell’isola furiosi acquazzoni; sul mare, pure sollevato dal vento, s’urtavano disordinatamente e s’infrangevano furiosamente enormi ondate, confondendo i loro muggiti cogli scoppi ora brevi e secchi ed ora interminabili delle folgori. Né dalle capanne allineate in fondo alla baia dell’isola, né sulle fortificazioni che le difendevano, né sui numerosi navigli ancorati al di là delle scogliere, né sotto i boschi, né sulla tumultuosa superficie del mare, si scorgeva alcun lume; chi però, venendo da oriente, avesse guardato in alto, avrebbe scorto sulla cima di un’altissima rupe, tagliata a picco sul mare, brillare due punti luminosi, due finestre vivamente illuminate. Chi mai vegliava in quell’ora e con simile bufera, nell’isola dei sanguinari pirati? Tra un labirinto di trincee sfondate, di terrapieni2 cadenti, di stecconati divelti, di gabbioni sventrati, presso i quali scorgevansi ancora armi infrante e ossa umane, una vasta e solida capanna s’innalzava, adorna sulla cima di una grande bandiera rossa, con nel mezzo una testa di tigre. Una stanza di quell’abitazione è illuminata, le pareti sono coperte di pesanti tessuti rossi, di velluti e di broccati3 di gran pregio, ma qua e là sgualciti, strappati e macchiati, e il pavimento scompare sotto un alto strato di tappeti di Persia, sfolgoranti d’oro, ma anche questi lacerati e imbrattati. Nel mezzo sta un tavolo d’ebano, intarsiato di madreperla e adorno di fregi d’argento, carico di bottiglie e di bicchieri del più raro cristallo; negli angoli si rizzano grandi scaffali in parte rovinati, zeppi di vasi riboccanti di braccialetti d’oro, di orecchini, di anelli, di medaglioni, di preziosi arredi sacri, con1 sinistra: inquietante, misteriosa. 2 terrapieni: massa di terra accumulata con funzione di fortificazione. 3 broccati: tessuti pregiati.


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torti o schiacciati, di perle provenienti senza dubbio dalle famose peschiere di Ceylan, di smeraldi, di rubini e di diamanti che scintillano come tanti soli, sotto i riflessi di una lampada dorata sospesa al soffitto. In un canto sta un divano turco colle frange qua e là strappate; in un altro un armonium1 di ebano colla tastiera sfregiata e in giro, in una confusione indescrivibile, stanno sparsi tappeti arrotolati, splendide vesti, quadri dovuti forse a celebri pennelli, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte, bicchieri interi o infranti e poi carabine indiane rabescate, tromboni di Spagna, sciabole, scimitarre, accette, pugnali, pistole. In quella stanza così stranamente arredata, un uomo sta seduto su una poltrona zoppicante: è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo. Era seduto da alcuni minuti, collo sguardo fisso sulla lampada, colle mani chiuse nervosamente attorno alla ricca scimitarra, che gli pendeva da una larga fascia di seta rossa, stretta attorno ad una casacca di velluto azzurro a fregi d’oro. Uno scroscio formidabile, che scosse la gran capanna fino alle fondamenta, lo strappò bruscamente da quella immobilità. Si gettò indietro i lunghi e inanellati capelli2, si assicurò sul capo il turbante adorno di uno splendido diamante, grosso quanto una noce, e si alzò di scatto, gettando all’intorno uno sguardo nel quale leggevasi un non so che di tetro e di minaccioso. «È mezzanotte» mormorò egli. «Mezzanotte e non è ancora tornato!» Vuotò lentamente un bicchiere pieno di un liquido color dell’ambra, poi aprì la porta, s’inoltrò con passo fermo fra le trincee che difendevano la capanna e si fermò sull’orlo della gran rupe, alla cui base ruggiva furiosamente il mare. Stette là alcuni minuti colle braccia incrociate, fermo come la rupe che lo reggeva, aspirando con voluttà i tremendi soffi della tempesta e spingendo lo sguardo sullo sconvolto mare, poi si ritirò lentamente, rientrò nella capanna e si arrestò dinanzi all’armonium. «Quale contrasto!» esclamò. «Al di fuori l’uragano e qua io! Quale il più tremendo?» Fece scorrere le dita sulla tastiera, traendo dei suoni rapidissimi e che avevano qualche cosa di strano, di selvaggio e che poi rallentò, finché si spensero fra gli scrosci delle folgori ed i fischi del vento.

1 armonium: strumento musicale a tastiera, simile a un organo. 2 inanellati capelli: capelli arricciati.


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Ad un tratto volse vivamente il capo verso la porta lasciata semiaperta. Stette un momento in ascolto, curvo innanzi, cogli orecchi tesi, poi uscì rapidamente, spingendosi fino sull’orlo della rupe. Al rapido chiarore di un lampo vide un piccolo legno, colle vele quasi ammainate, entrare nella baia e confondersi in mezzo ai navigli ancorati. Il nostro uomo accostò alle labbra un fischietto d’oro e mandò tre note stridenti; un fischio acuto vi rispose un momento dopo. «È lui!» mormorò con viva emozione. «Era tempo!»


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Racconti d’avventura

1. La descrizione contenuta nel testo può ricordare il movimento di una telecamera in uno zoom cinematografico. Su cosa si posa, via via, lo sguardo dell’autore? 2. Sottolinea le parole o le immagini del brano che ritieni più efficaci per raffigurare la tempesta che si abbatte sull’isola e il mare in burrasca. 3. Rileggi il passaggio in cui viene descritta la stanza di Sandokan: dalla presentazione di questo ambiente, cosa puoi capire del personaggio che lo abita? 4. Sottolinea nel testo parole e espressioni che descrivono l’aspetto fisico del protagonista. Disegna il personaggio, rispettando fedelmente il testo. 5. Sandokan si definisce «tremendo» più dell’uragano che infuria con violenza. Cerca l’etimologia di questo aggettivo e trascrivila sul quaderno, quindi sottolinea nel testo le caratteristiche che fanno apparire Sandokan tremendo ai tuoi occhi. 6. Violento, irresistibile, tumultuoso: quale situazione o evento ti viene in mente leggendo questi tre aggettivi? Descrivilo, riutilizzando nel tuo testo i termini proposti. 7. Sul modello del testo di Salgari, descrivi la tua camera per mettere in risalto i tuoi interessi, le tue abitudini, la tua personalità. 8. Nel testo si evidenzia un forte legame tra Sandokan e l’ambiente che lo circonda: sul modello del testo originale, scrivi la prima pagina di un romanzo di avventura. In particolare, soffermati nella descrizione di un personaggio significativo, facendo emergere la somiglianza tra il suo carattere e l’ambiente che lo circonda.


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EMILIO SALGARI Il Corsaro Nero Primo dei cinque romanzi del ciclo i Corsari delle Antille, Il Corsaro Nero racconta la storia d’amore e di vendetta del cavaliere Emilio di Roccanera, un uomo su cui pesa un terribile giuramento, quello di vendicare i fratelli uccisi dal governatore spagnolo Wan Guld.

Un uomo era sceso allora dal ponte di comando e si dirigeva verso di loro, con una mano appoggiata al calcio d’una pistola che pendevagli dalla cintola1. Era vestito completamente di nero e con una eleganza che non era abituale fra i filibustieri2 del grande golfo del Messico, uomini che si accontentavano di un paio di calzoni e d’una camicia, e che curavano più le loro armi che gli indumenti. Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera3 e sul capo un grande cappello di feltro, adorno d’una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle. Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine4 del colletto e le larghe tese5 del cappello, adorno d’una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena6 e un po’ arricciata. Aveva, però, i lineamenti bellissimi: un naso regolare, due labbra piccole e rosse come il corallo, una fronte ampia solcata da una leggera ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico, due occhi poi neri come carbonchi, d’un taglio perfetto, dalle ciglie lunghe, vividi e animati da un lampo tale che in certi momenti doveva sgomentare anche i più intrepidi filibustieri di tutto il Golfo.

1 cintola: cintura. 2 filibustieri: termine usato nel XVII secolo per indicare i pirati che infestavano soprattutto le coste del mar Caraibico. 3 stivali alla scudiera: stivali che hanno il risvolto in pelle di colore diverso; riprendono il modello degli stivali degli scudieri, coloro che, nel Medioevo, si prendevano cura delle armi e del cavallo del cavaliere. 4 trine: dal latino trīna, femminile sostantivato di trīnus ‘triplice’; è un sinonimo di merletto, l’ornamento terminante in piccole punte, che si applica al vestiario per rifinirlo. 5 tese del cappello: parti del cappello che sporgono alla base della cupola. 6 tagliata alla nazzarena: lunga sul mento, a forma di pizzo, come nelle tradizionali rappresentazioni di Gesù.


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La sua statura alta, slanciata, il suo portamento elegante, le sue mani aristocratiche, lo facevano conoscere, anche a prima vista, per un uomo d’alta condizione sociale e soprattutto per un uomo abituato al comando. I due marinai del canotto, vedendolo avvicinarsi, si erano guardati in viso con una certa inquietudine, mormorando: «Il Corsaro Nero!»

1. Il Corsaro Nero si distingue per la sua eleganza. Sottolinea nel testo parole o espressioni che fanno emergere questa sua caratteristica. 2. Perché viene detto che l’aspetto del Corsaro Nero ha «qualche cosa di funebre»? Quali elementi rivelano il suo carattere cupo e malinconico? 3. Quali particolari della descrizione rivelano l’«alta condizione sociale» del Corsaro Nero? 4. Che reazione hanno i marinai quando vedono comparire il Corsaro Nero? Perché? 5. Disegna il Corsaro Nero, seguendo fedelmente la descrizione del testo. 6. Non tutti i personaggi appartenenti al mondo della pirateria possiedono le stesse caratteristiche del Corsaro Nero: non tutti hanno la sua eleganza e il suo sguardo malinconico. Ricalcando e seguendo passo passo la descrizione di Salgari, racconta il sopraggiungere di un altro pirata che possieda caratteristiche diverse rispetto al Corsaro Nero. 7. Osserva le fotografie nella pagina seguente e scegli quella che più suscita la tua curiosità e accende la tua fantasia. Racconta l’inizio di una storia che presenti il protagonista ritratto nella foto. Nel racconto dovrà emergere il suo carattere e la promessa di un’avventura.


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JULES VERNE Michele Strogoff Nel 1876 l’integrità dell’impero russo è gravemente minacciata da un’insurrezione scoppiata in Siberia. Capo della sommossa è Ivan Ogareff, cospiratore mandato in esilio dal fratello dello zar, il granduca, che si trova a Irkutsk, a quasi cinquemila chilometri da Mosca. I fili del telegrafo, unico mezzo di comunicazione tra la Russia occidentale e quella orientale, sono stati tagliati dai ribelli. Unica speranza di salvezza per l’impero è un messaggero che, nascondendo a chiunque la sua vera identità, sappia attraversare le terre siberiane per portare in salvo il granduca, avvisandolo della minaccia che incombe. Da questa persona dipendono le sorti della famiglia imperiale e di tutto l’impero. La porta del gabinetto1 imperiale si aprì ben presto, venne annunciato il generale Kissof. «E questo corriere?» domandò concitatamente lo zar. «È qui, Sire» rispose il generale. «Hai trovato l’uomo di cui ho bisogno?» «Oso risponderne a Vostra Maestà». «Era di servizio al Palazzo?» «Sì, Sire». «Tu lo conosci?» «Personalmente; e più di una volta ha svolto con successo missioni difficili». «All’estero?» «Anche in Siberia». «Di dov’è?» «Di Omsk. È siberiano». «Ha sangue freddo, intelligenza, coraggio?» «Sì, Sire: ha tutto quanto occorre per riuscire dove altri fallirebbero, in molti casi». «La sua età?» «Trent’anni». «È vigoroso?» «Sire, può sopportare fino a limiti estremi il freddo e la fame, la sete, la fatica». «Ha dunque un corpo di ferro?» «Sì, Maestà». «E un cuore…?» «Il cuore è d’oro». 1 gabinetto: stanza adibita a studio privato o a colloqui riservati.


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«Il suo nome?» «Michele Strogoff». «È pronto a partire?» «Aspetta nel corpo di guardia gli ordini di Vostra Maestà». «Che venga!» disse lo zar. Dopo alcuni minuti il corriere Michele Strogoff entrava nel gabinetto imperiale. Era di alta statura, robusto, largo di spalle, d’ampio torace. La solida testa presentava i bei caratteri della razza caucasica. Le membra, ben unite, erano come leve meccanicamente adatte alla miglior esecuzione delle azioni di forza. Quel bello e solido giovane, ben costruito, ben piantato, non sarebbe stato facile da smuovere contro la sua volontà; dovunque ponesse i piedi sembrava che ve li radicasse. Sulla sua testa quadrata, dalla larga fronte, si increspava una capigliatura abbondante che sfuggiva in riccioli quando la copriva col berretto moscovita. Il volto di solito pallido non mutava colore se non per un battito più rapido del cuore, sotto l’influenza di una circolazione più viva, che vi faceva salire il rosso delle arterie. Gli occhi erano d’un azzurro scuro con lo sguardo diritto, franco, tenace; brillavano sotto un arco sopraccigliare i cui muscoli lievemente contratti denotavano un coraggio impeccabile, «quel coraggio senza collera degli eroi» per dirla con un fisiologo1. Il naso forte, dalle narici larghe, campeggiava su una bocca ben fatta, tuttavia le labbra avevano quel certo risalto che denota spesso un temperamento generoso e onesto. Michele Strogoff era un uomo risoluto, di quel tipo che prende rapidamente le proprie decisioni, che non si mangia le unghie per l’incertezza, non si gratta l’orecchio pensando e ripensando, non segna il passo per esitazione. Sobrio nei gesti come nelle parole, restava facilmente immobile come un soldato davanti al superiore ma nel camminare la sua andatura mostrava una grande scioltezza, una ragguardevole precisione di movimenti, – ciò che provava insieme la fiduciosità e l’indole volitiva2 del suo spirito. Era uno tra quegli uomini la cui mano pare sempre «stringere i capelli dell’Occasione», immagine un po’ forzata ma efficace nel suo caso. Michele Strogoff indossava un’elegante uniforme militare, simile a quella da campagna dei cacciatori a cavallo: stivali, speroni, pantaloni semi-attillati, uno spencer3 orlato di pelliccia con passamani4 gialli dal fondo bruno. Sul petto largo brillavano una croce e diverse medaglie. Michele Strogoff apparteneva al corpo speciale dei corrieri dello zar, con grado d’ufficiale tra quei militari sceltissimi. Risaltavano dalla sua fisionomia e dal contegno – lo zar se ne accorse immediatamente – le sue ottime qualità di «esecutore d’ordini». Possedeva dunque una tra le doti più raccomandabili

1 fisiologo: studioso degli organismi viventi. 2 indole volitiva: dotato di grande forza di volontà. 3 spencer: tipo di uniforme da ufficiale. 4 passamani: nastrini che si applicano per ornamento.


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in Russia, secondo quanto osserva il celebre romanziere Turgheniev: una dote che nell’impero moscovita apre la strada verso le più alte posizioni. Certamente, se vi era un uomo capace di condurre in porto l’impresa di quel viaggio da Mosca a Irkutsk attraverso i territori invasi, superando ostacoli e sfidando pericoli d’ogni genere, quell’uomo era Michele Strogoff. Circostanza quanto mai favorevole: Michele Strogoff conosceva a fondo il paese che doveva percorrere e ne capiva i vari idiomi1, non solo per averlo già attraversato, ma perché lui stesso era siberiano. Suo padre, il vecchio Pietro Strogoff morto da dieci anni, era vissuto a Omsk, e sua madre Marfa vi abitava tuttora. Laggiù, nelle steppe selvagge delle province di Omsk e di Tobolsk il rude cacciatore siberiano aveva educato il figlio Michele, secondo l’espressione classica, “alla spartana”. La vera professione di Pietro Strogoff era quella del cacciatore. D’estate come d’inverno, sotto la canicola o il morso di temperature che scendono talvolta a cinquanta gradi sottozero, lui batteva le pianure indurite, i boschi di larici e di betulle, le foreste di abeti, posando le sue tagliole, stanando la piccola selvaggina per abbatterla col fucile, affrontando la grossa col forcone o col coltello. Quella grossa era nientemeno che l’orso siberiano, feroce e temibile animale la cui corporatura eguaglia quella dei suoi congeneri nei mari glaciali. Pietro Strogoff aveva ucciso più di trentanove orsi, vale a dire che anche il quarantesimo era caduto sotto i suoi colpi, – e se si presta fede alle leggende cinegetiche2 russe, quanti cacciatori fortunati fino al loro trentanovesimo orso sono rimasti vittime del quarantesimo! Dunque, Pietro Strogoff aveva superato il numero fatale: senza aver subìto neppure un graffio. Da quel giorno il figlio Michele, che aveva compiuto undici anni, non mancò più di accompagnarlo nelle battute portando la ragatina, cioè il forcone, per soccorrere in caso di bisogno il padre armato di coltello. A quattordici anni Michele Strogoff uccise il suo primo orso, da solo: cosa da poco; ma dopo averlo scuoiato, trascinò la pelle del gigantesco animale fino alla casa degli Strogoff distante parecchie verste3. Ciò indicava nel ragazzo un vigore poco comune. Quella vita gli giovò molto e, fattosi uomo, era capace di sopportare ogni cosa, il freddo, il caldo, la fame, la sete, la fatica. Come gli yacuti4 delle regioni settentrionali era un uomo a tutta prova. Poteva restarsene ventiquattr’ore senza mangiare, dieci notti senza dormire, e sapeva crearsi un riparo in piena steppa là dove altri sarebbero rimasti a gelare allo scoperto. Dotato di

1 idiomi: lingue ma anche dialetti, parlate caratteristiche di una certa regione o di un popolo. 2 cinegetiche: di caccia. La cinegetica è l’arte di condurre i cani, dal greco hège ‘condurre’ e kyn ‘cane’. 3 verste: antica unità di misura russa, utilizzata in epoca imperiale, corrispondente a circa 1.066 metri. 4 yacuti: antico popolo siberiano.


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sensi estremamente validi, guidato da un istinto da Delaware1 sulla pianura nevosa, o quando la nebbia aboliva ogni orizzonte e persino quando egli si trovava nelle terre d’alte latitudini dove la notte polare copre interminabili giornate, ritrovava la strada là dove altri non avrebbe saputo orientarsi. Tutti i segreti del padre erano diventati anche suoi. Aveva imparato a valersi di segni quasi impercettibili, ombre delle stalattiti di ghiaccio, disposizione di ramoscelli, emanazioni dagli ultimi limiti dell’orizzonte, erbe calpestate nella foresta, vaghi suoni portati dall’aria, spari lontani, passaggi di uccelli nell’atmosfera brumosa, mille particolari che sono altrettante indicazioni per chi sappia riconoscerle. Per di più, temprato nelle nevi come una scimitarra nelle acque di Siria, godeva di una salute di ferro come aveva detto il generale Kissof; e non era meno vero che nel suo petto batteva un cuor d’oro. Unica passione di Michele era la madre, la vecchia Marfa, che non aveva mai voluto abbandonare la vecchia casa degli Strogoff a Omsk, sulla riva dell’Irtysc, dove lei e il vecchio cacciatore avevano vissuto insieme per tanto tempo. Era stato col cuore gonfio di pena che il figlio l’aveva lasciata, ma con la promessa di tornare a lei ogni volta che avesse potuto: promessa mantenuta poi religiosamente. Si era deciso che Michele Strogoff, a vent’anni, sarebbe entrato al servizio personale dell’imperatore di Russia: nel corpo dei corrieri dello zar. Il giovane siberiano, ardito, intelligente e di ottima condotta, ebbe presto le occasioni per distinguersi lungo un viaggio nel Caucaso, tra le difficoltà di un paese turbolento per le ribellioni promosse da agitati successori di Sciamil2; poi, in un’importante missione che lo spinse fino a Petropolovski, nel Kamciatka, all’estremità della Russia asiatica. Durante quelle peregrinazioni mostrò doti meravigliose di sangue freddo, di prudenza, di coraggio, che gli valsero la stima e la protezione dei comandanti; e così, fece alla svelta la sua strada. Quanto alle licenze cui aveva diritto dopo le sue missioni, volle dedicarle alla vecchia madre, si trovasse pur separato da lei da migliaia di verste e fossero quasi impraticabili le strade nell’inverno. Tuttavia ora per la prima volta, Michele Strogoff, impegnato a lungo da missioni nel sud dell’impero, non aveva più rivisto la vecchia Marfa da tre anni, tre secoli! Una licenza regolamentare doveva toccargli fra pochi giorni, ed egli aveva già fatto i preparativi per la partenza, – quando accadde ciò che sappiamo. Ma egli venne a presentarsi allo zar nella più completa ignoranza di quanto l’imperatore aspettava da lui.

1 Delaware: tribù pellerossa dell’Est americano. 2 Sciamil: omam islamico vissuto dal 1797 al 1871, leader della resistenza antirussa nella guerra caucasica.


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Racconti d’avventura

1. Il brano si apre con una sequenza in cui il generale Kissof parla allo zar di Michele Strogoff: quale identikit ne emerge? 2. Il romanzo prosegue poi con l’arrivo di Michele Strogoff al cospetto dello zar: sottolinea nel testo la descrizione del personaggio, poi riporta e completa sul quaderno la tabella sottostante per far emergere la corrispondenza tra caratteristiche fisiche e qualità del personaggio. Caratteristiche fisiche

Qualità del personaggio

3. Come è stato educato Michele, soprattutto dal padre, nella sua giovinezza? Cosa ha imparato? 4. «Unica passione di Michele era la madre»: sottolinea nel testo i passaggi che danno ragione di questa affermazione. 5. Disegna il personaggio di Michele Strogoff, rispettando fedelmente le caratteristiche emerse nel brano. 6. Lo zar, per verificare le qualità di Michele Strogoff, gli chiede di raccontargli una prova che ha superato grazie alle sue doti. Scrivi la possibile risposta del protagonista. 7. Imitando la modalità usata da Verne in questo brano, prendi il posto di Michele Strogoff e descrivi te stesso come se fossi davanti all’imperatore. Quali tue doti possono essere messe al servizio dello zar? Quale missione ti sarà affidata? La narrazione dovrà essere condotta dall’esterno, usando la terza persona.


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JACK LONDON Fuori dalla grotta Questo brano è tratto dai capitoli iniziali di Zanna bianca: il cucciolo di lupo passa i primi mesi di vita in una caverna, protetto e nutrito dalla madre. I confini del suo mondo sono le pareti della tana, ma una in particolare inizia da subito ad attirare la sua attenzione in modo sempre più irresistibile: è diversa dalle altre e costituisce l’unica fonte di luce in quel mondo così chiuso, sicuro e riparato.

Quando la madre cominciò a lasciare la tana per le sue spedizioni di caccia, il cucciolo aveva ormai imparato che in sua assenza non doveva avvicinarsi all’entrata. Non solo questa regola gli era stata inculcata nella mente con la forza del muso e della zampa di sua madre, ma anche dall’istinto della paura che si stava sviluppando in lui. Nella sua breve vita da recluso non aveva mai incontrato nulla che potesse spaventarlo, tuttavia sapeva bene cosa fosse la paura. L’aveva ereditata da remoti antenati, attraverso migliaia e migliaia di generazioni. Era l’eredità trasmessagli direttamente da Senz’occhio e dalla lupa1, i quali l’avevano a loro volta ricevuta dai lontani antenati della specie. La paura! Quell’eredità del mondo selvaggio a cui nessun animale può sottrarsi e che non si può scambiare con una scodella di zuppa. Così il cucciolo grigio conosceva la paura, pur non sapendo di che cosa fosse fatta. Forse l’accettava semplicemente come una delle tante restrizioni imposte dalla vita che aveva già imparato a conoscere. Sapeva bene cosa fosse la fame e come il suo mancato appagamento fosse una implacabile restrizione. Il duro ostacolo delle pareti della caverna, la violenta spinta del muso della madre, il colpo doloroso della sua zampa, la fame mai placata da molti periodi di carestia, gli avevano fatto capire che non tutto è libertà nel mondo. Queste limitazioni e vincoli erano leggi. Obbedire a esse significava evitare il pericolo e avanzare verso la felicità. Il cucciolo non pensava come gli uomini. Si limitava a distinguere ciò che provocava dolore da ciò che non lo provocava. E dopo avere compiuto tale classificazione evitava le cose dolorose – i vincoli e le limitazioni – per godersi le gratificazioni e i doni della vita. Accadde così che, obbedendo alla legge stabilita dalla madre e a quella dettata dalla cosa sconosciuta e priva di nome, la paura, il giovane cucciolo si tenesse lontano dall’imboccatura della caverna. Per lui non era che una parete bianca di luce. Quando sua madre s’assentava, sonnecchiava quieto per quasi tutto il tempo, mentre nei brevi intervalli in cui era sveglio rimaneva accoccolato in silenzio, reprimendo perfino i guaiti che gli solleticavano la gola e cercavano di trasformarsi in suoni. 1 Senz’occhio, la lupa: i due lupi da cui è nato il cucciolo protagonista di questo brano.


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Una volta, mentre era sveglio, avvertì un rumore che proveniva dalla parete bianca. Non poteva sapere che si trattava di un ghiottone1, che se ne stava all’esterno, tremante di paura per la propria audacia, a fiutare guardingo gli odori della tana. Il cucciolo sapeva soltanto che quel modo di fiutare era strano, un rumore non classificabile, pertanto sconosciuto e terribile: l’ignoto infatti era uno degli elementi principali della sua paura. Il cucciolo sentì che il pelo sulla schiena gli si rizzava ma si sforzò di rimanere in silenzio. Come poteva sapere che la cosa oltre la parete bianca era un essere di fronte al quale bisognava rizzare il pelo? Quella reazione non gli derivava dalla consapevolezza, eppure era l’espressione evidente della paura insita in lui e non giustificata da esperienze vissute. La paura era poi accompagnata da un altro istinto: quello di nascondersi. Così il lupetto, pur essendo atterrito, rimase silenzioso e immobile, senza emettere alcun suono, irrigidito, pietrificato, apparentemente morto. Di ritorno alla tana la lupa fiutò le impronte del ghiottone e con un brontolio feroce si precipitò dentro, dove, trovando il suo piccolo incolume, prese a leccarlo con insolito trasporto. Da quelle espansioni, il cucciolo capì di essere sfuggito a un grande pericolo. In effetti, nel cucciolo si stavano agitando altre forze e fra esse la più prepotente era la crescita. L’istinto e la legge gli imponevano l’obbedienza, ma la crescita gli imponeva la disobbedienza. Sua madre e la paura lo inducevano a stare lontano dalla parete bianca. La crescita è vita e la vita sarà sempre destinata a cercare la luce. Non era quindi possibile reprimere il flusso vitale che premeva in lui e che scorreva sempre più impetuoso a ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni boccata d’aria che respirava. Alla fine, un giorno, la paura e l’obbedienza furono spazzate via dall’impulso della vita e il lupetto, ancora malfermo sulle zampe, si trascinò barcollando verso l’imboccatura. A differenza delle altre pareti che conosceva, questa, man mano che si avvicinava, sembrava allontanarsi. Il tenero nasino che si protendeva in avanti, andando un po’ a tentoni, non incontrava resistenza. La sostanza di cui era composta quella parete sembrava permeabile e cedevole come la luce. E poiché per lui la realtà si identificava con l’apparenza, penetrò in quella che aveva sempre considerato una parete, immergendosi nella strana sostanza di cui si componeva. Era sconcertante. Stava zampettando attraverso qualcosa di solido e intanto la luce diventava sempre più intensa. La paura lo chiamava indietro, ma l’istinto della crescita lo spingeva avanti. Ed ecco che a un tratto si ritrovò all’imboccatura della grotta. La parete dentro la quale pensava di trovarsi, di colpo si spalancò all’indietro davanti a lui rivelando smisurati spazi, mentre la luce diventò talmente intensa da abbagliarlo. Al tempo stesso cadde preda delle vertigini davanti all’improvvisa e tremenda estensione che gli si era aperta dinanzi. Automaticamente i suoi occhi si stavano adattando alla luminosità, mettendo a fuoco la nuova immensa distanza degli oggetti. All’inizio, la parete si era spostata d’un balzo oltre il suo campo visivo. Ora la vedeva di 1 ghiottone: un mammifero carnivoro, aggressivo e dotato di grande forza.


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nuovo, ma aveva assunto una sorta di strana lontananza. Anche l’aspetto era cambiato. Adesso era come una parete variegata dagli alberi che costeggiavano il torrente, dalla montagna che si ergeva immediatamente dietro il corso d’acqua e dal cielo ancora più alto della montagna. Fu assalito da un’immensa paura. Era ancora il terribile ignoto. Si accucciò sul ciglio della grotta e spaziò con lo sguardo tutto intorno. Era molto spaventato. Il mondo che gli era sconosciuto, gli era probabilmente anche ostile. Pertanto gli si rizzò il pelo sul dorso, le labbra s’incresparono debolmente e tentò di ringhiare con ferocia e minacciosità. Anche così piccolo e spaventato com’era, osava sfidare e intimidire il mondo intero. Non accadde nulla. Continuò a guardarsi intorno, e preso dalla curiosità dimenticò di ringhiare e anche di avere paura. Per un momento la paura era stata sbaragliata dalla crescita, crescita che aveva assunto le sembianze della curiosità. Cominciò a distinguere gli oggetti vicini: un tratto scoperto del ruscello che scintillava al sole, il pino secco in fondo al pendio, e il pino stesso che saliva dritto sino a lui e terminava mezzo metro al di sotto della sporgenza rocciosa della caverna davanti alla quale si era accucciato.


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1. In che modo e con quali abitudini è vissuto, fino al momento descritto dal brano, il cucciolo grigio? Sottolinea nel testo e riporta sul tuo quaderno le frasi che ritieni più significative. 2. Dividi il brano in sequenze e ad ognuna dai un titolo. Per ogni sequenza esplicita i passi di crescita e di maturazione del cucciolo. 3. Quali comportamenti sono segno che il cucciolo sta ormai crescendo? 4. Quali azioni del cucciolo lo portano a scoprire che l’imboccatura della grotta non è una parete come le altre, bensì il mondo che lo attende? Elencale. 5. Cosa spinge il cucciolo grigio ad andare fuori dalla grotta? 6. Aiutandoti con la divisione in sequenze che hai svolto nell’esercizio 2, scrivi un riassunto di questo episodio in circa 20 righe, per mettere in evidenza la crescita di Zanna Bianca. 7. Racconta di una volta in cui anche tu, come il cucciolo grigio, spinto dalla curiosità ti sei aperto a un mondo nuovo: cosa è accaduto? Cosa hai scoperto? 8. Prosegui il racconto dell’avventura del cucciolo grigio fuori dalla sua grotta: cosa accade?


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EMILIO SALGARI Gli uragani delle Antille Emilio di Roccanera, da tutti chiamato «il Corsaro Nero», è il comandante della «Folgore». La promessa di vendicare i tre fratelli uccisi lo spinge in cerca del vigliacco e perfido Wan Guld, in una caccia che sembra non finire mai, attraverso i mari caraibici ora quieti, ora impetuosi.

La Folgore1, colla velatura ridotta a minime proporzioni, non avendo conservato che i flocchi e le due vele di trinchetto e di maestra2 con tre mani di terzaruoli3, aveva impegnata valorosamente la lotta. Pareva un fantastico uccello che radesse le onde. Ora saliva intrepidamente quelle montagne mobili, scorrendo fra due fasce di spuma gorgogliante, come se volesse speronare la nera massa delle nubi, ed ora scendeva fra quelle pareti liquide come se volesse scendere fino al fondo del mare. Rollava4 disperatamente, tuffando talora la estremità dei suoi pennoni5 di trinchetto e di maestra nella spuma, ma i suoi fianchi poderosi non cedevano all’urto formidabile dei cavalloni. Attorno ad essa, e perfino sulla sua tolda6, cadevano, ad intervalli, rami d’alberi, frutta d’ogni specie, canne da zucchero ed ammassi di foglie che volteggiavano sulle ali del turbine, strappate dai boschi e dalle piantagioni della vicina isola di Haiti, mentre veri zampilli d’acqua precipitavano scrosciando dalle tempestose nubi, scorrendo a furia pel tavolato e sfogandosi a gran pena attraverso gli ombrinali7. Ben presto però alla notte cupa successe una notte di fuoco. Lampi abbaglianti rompevano le tenebre, illuminando il mare e la nave d’una luce livida, mentre fra le nubi scrosciavano tremendi i tuoni, come se lassù si fosse impegnato un duello fra cento pezzi d’artiglieria.

1 Folgore: la nave capitanata dal Corsaro Nero. 2 fiocchi, vele di trinchetto e di maestra: nomi che indicano le diverse vele della nave. 3 terzaruoli: modi di legare una vela per ridurne la superficie quando il vento rinforza. 4  rollava: oscillava. 5  pennoni: aste poste alla sommità degli alberi che sorreggono le vele. 6  tolda: ponte scoperto della nave. 7 ombrinali: aperture per far defluire l’acqua piovana o di mare entrata all’interno dello scafo.


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L’aria era diventata così satura d’elettricità, che centinaia di scintille sprizzavano dalle gomene1 della Folgore, mentre il fuoco di Sant’Elmo2 scintillava sulle punte degli alberi, all’estremità dei mostraventi3. L’uragano toccava allora la sua massima intensità. Il vento aveva acquistata una velocità fulminea, forse di quaranta metri al minuto secondo, e ruggiva tremendamente, sollevando vere trombe d’acqua che poi travolgeva vertiginosamente, e vere cortine che poi polverizzava. I fiocchi della Folgore, strappati dal vento, erano stati portati via e la vela di trinchetto, sventrata di colpo, terminava di sbrindellarsi, ma quella maestra resisteva tenacemente. La nave, travolta dai flutti e dalle raffiche, fuggiva con una velocità spaventosa, in mezzo ai lampi ed alle trombe d’acqua. Pareva che ad ogni istante dovesse venire subissata e cacciata a fondo; invece si risollevava sempre, scuotendo i marosi che le urlavano d’intorno e la spuma che la copriva. Il Corsaro Nero, ritto a poppa, alla barra, la guidava con mano sicura. Irremovibile fra le furie del vento, impassibile fra l’acqua che lo inondava, sfidava intrepidamente la collera della natura, cogli occhi accesi ed il sorriso sulle labbra. La sua nera figura spiccava fra i lampi assumendo in certi momenti proporzioni fantastiche. Le folgori scherzavano a lui d’intorno tracciando le loro linee di fuoco; il vento lo investiva, strappando pezzo a pezzo la lunga piuma del suo cappello; la spuma volta a volta lo copriva tentando di abbatterlo; i tuoni sempre più formidabili l’assordavano, ma egli rimaneva impavido al suo posto, guidando sempre la sua nave attraverso le onde e le raffiche. Pareva un genio del mare, sorto dagli abissi del Gran Golfo, per misurare le proprie forze contro quelle della natura scatenata. I suoi marinai, come la notte dell’abbordaggio, quando lanciava la Folgore addosso al vascello di linea, lo guardavano con superstizioso terrore e si chiedevano se quell’uomo era veramente un mortale al pari di loro od un essere soprannaturale, che né le mitraglie, né le spade, né gli uragani potevano abbattere. Ad un tratto, quando i marosi irrompevano con maggior rabbia sui bordi del veliero, si vide il Corsaro scostarsi un istante dalla barra, come se avesse voluto precipitarsi verso la scaletta di babordo del cassero4 e fare un gesto di sorpresa e fors’anche di terrore. Una donna era uscita allora dal quadro e saliva sul cassero aggrappandosi alla branca della scala con suprema energia, onde non venire rovesciata dalle scosse disordinate della nave. 1 gomene: funi spesse. 2 fuoco di Sant’Elmo: scarica elettrica che si verifica durante i temporali. 3 mostraventi: filetti applicati sulle vele per capire come rispondono le vele al vento. 4 scaletta di babordo del cassero: scaletta posta a sinistra della nave (babordo) sulla parte del ponte rialzata a poppa (cassero).


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1. Per descrivere l’uragano e la lotta che la Folgore ingaggia contro il mare in tempesta, l’autore usa metafore e paragoni. Individuali nel testo ed esplicitane il significato, impostando la spiegazione come nell’esempio: Pareva un fantastico uccello che radesse le onde. → La Folgore viene paragonata a un uccello perché, come lui, è in grado di… 2. Il Corsaro Nero sfida senza paura la «collera della natura»: sottolinea i termini che mettono in risalto questo suo atteggiamento. 3. Perché il Corsaro Nero è paragonato prima a «un genio del mare» e poi a «un essere soprannaturale»? Cosa lo fa apparire diverso da un qualsiasi mortale? 4. Nel passaggio finale del brano accade qualcosa che turba profondamente l’intrepido corsaro: spiega che cosa succede. 5. Così come Salgari descrive la nave nel mezzo dell’uragano, allo stesso modo descrivi la lotta tra un elemento e l’ambiente in cui è inserito. Ad esempio, immagina qualcuno (o qualcosa) che lotta contro la furia di una tormenta di neve, contro l’asfissiante calura di una tempesta di sabbia, contro l’immobilità gelida del Polo Nord, … 6. La furia del mare può essere paragonata a qualcosa o a qualcuno che contrasta un’azione, una decisione presa, un obiettivo da raggiungere. Racconta di quella volta in cui a tutti i costi volevi raggiungere una meta, ma tutto sembrava ostacolarti: come ti sei mosso? Cosa hai fatto per non venir meno al tuo scopo? Qual è stato l’esito della tua lotta?


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JULES VERNE Una bufera negli Urali Il corriere dello zar Michele Strogoff è all’inizio del suo viaggio per raggiungere il fratello dell’imperatore, in pericolo per una violenta insurrezione popolare scoppiata in Siberia. Dalla sua missione dipendono la vita del granduca e le sorti stesse del grande impero russo. Il giovane sta viaggiando insieme a una ragazza, Nadia, decisa a ritrovare, anche a costo della sua vita, il padre in esilio proprio nella regione in guerra. Per passare inosservati e raggiungere gli obbiettivi del loro viaggio, i due giovani si fingono fratello e sorella. Vista la gravità della situazione Michele sa che non c’è tempo da perdere e che occorre andare avanti a qualsiasi costo. L’atmosfera era assolutamente quieta, ma d’una quiete minacciosa. Non una molecola d’aria cambiava posto fin allora. Si sarebbe detto che mezzo soffocata la natura non respirasse: come se i suoi polmoni, quelle nuvole cupe e dense, atrofizzati da chissà che, non potessero al momento funzionare. Il silenzio sarebbe stato intiero senza i cigolii delle ruote che frantumavano il pietrisco, senza il gemere dei mozzi e degli assi del carro1, la respirazione affannosa dei cavalli cui mancava il fiato, e lo zoccolio dei ferri sui sassi che sprizzavano scintille. I nostri viaggiatori percorrevano una strada assolutamente deserta. Il tarentass2 non incrociava un pedone né un cavaliere, né un veicolo qualsiasi per quelle strette gole degli Urali nella notte minacciosa. Non apparivano fuochi di carbonai nei boschi, accampamenti di minatori o capanne sperdute nelle forre3. Per affrontare la traversata della catena in una notte simile occorrevano ragioni di quel tipo che non ammette esitazioni né ritardi. Michele Strogoff non aveva esitato: era impossibile per lui farlo. Ma allora – e la domanda cominciava a dargli una seria preoccupazione – quali motivi rendevano altrettanto incauti i viaggiatori la cui telega4 precedeva il suo tarentass? Per qualche tempo, egli restò così in osservazione. Verso le undici i lampi cominciarono a illuminare il cielo e non smisero da allora di rinnovarsi. Via via si vedevano apparire e scomparire i profili dei grandi abeti lungo la strada. Quando il tarentass ne sfiorava l’orlo, risplendevano a un tratto i profondi burroni invasi dalla stessa luce che infiammava le nuvole. Il più sonoro romorio del veicolo segnava l’attraversamento di qualche ponte rudimentale 1 mozzi e assi del carro: il mozzo è la parte centrale di una ruota che si collega agli assi, la sbarra che mantiene accoppiate le due ruote del carro. 2 tarentass: una specie di calesse, trainato da cavalli (carrozza di posta, diligenza), utilizzato in Russa. È un termine di origine francese. 3 forre: gole profonde. 4 telega: una rudimentale (vista l’epoca in cui è ambientato il romanzo) vettura a quattro ruote utilizzata in Russia.


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gettato su un crepaccio, il tuono pareva allora tambureggiare sotto le ruote. Poi lo spazio si riempì di un sordo brontolio continuo, greve specialmente nelle zone alte della nuvolaglia. A tutto questo si intrecciavano le grida e le esclamazioni del postiglione1 impegnato ora ad adulare, ora a sgridare le sue bestie, stremate per la pesantezza dell’aria più che affaticate dalla strada ripida. Le sonagliere non riuscivano più ad eccitarle, e a volte le zampe procedevano come svuotate. «Verso che ora saremo in cima al passo?» domandò Michele Strogoff allo iemscik2. «All’una… se ci arriveremo» egli rispose scotendo la testa. «Senti, amico: questo non è il tuo primo temporale in montagna, vero?» « No. Voglia Dio che non sia l’ultimo!» « Hai paura?» «Non ho paura, ma ripeto che hai avuto torto a voler partire». «Molto più torto avrei avuto a fermarmi». «E allora avanti, piccioncini miei!» gridò per tutta risposta lo iemscik, da uomo che non si trovava là per discutere, ma per obbedire. Si udì allora un grande fremito venir di lontano, simile a migliaia di fischi che diventassero già assordanti trascorrendo per l’atmosfera fin allora calma. Dentro a un lampo abbagliante, quasi unito a un terribile schianto di tuono, Michele Strogoff scorse un gruppo di abeti torcersi su una cima. Il vento stava irrompendo, ma sconvolgeva, per qualche attimo, solamente le zone alte. Lassù parecchi alberi cedettero al primo assalto della bufera: una piccola valanga di tronchi divelti o spezzati attraversò la strada dopo essere formidabilmente rimbalzata di roccia in roccia e andò a perdersi nel precipizio a sinistra duecento passi in là dal tarentass. I cavalli si fermarono di colpo. «Avanti, colombelle!» gridò lo iemscik, unendo gli schiocchi della frusta al fragore dei tuoni. Michele Strogoff prese la mano di Nadia: «Sorella» le domando, «ti eri addormentata?». « No». «Tienti pronta a tutto: ecco l’uragano!» «Sono pronta». Michele Strogoff ebbe appena il tempo per chiudere le tende del tarentass. La bufera arrivava fulminea. Lo iemscik, saltando dal seggiolino, si gettò ad afferrare le teste dei cavalli per sostenerli, perché un immediato pericolo gravissimo minacciava la vettura. Il tarentass era fermo, in quel momento, a una svolta da cui la burrasca irrompeva con la sua massima forza. Bisognava tenerlo fronte al vento; se no, preso di lato, si sarebbe rovesciato precipitando fatalmente nell’abisso che si apriva a sinistra. I cavalli spinti indietro dalle raffiche s’impennavano e il 1 postiglione: il conducente del tarentass. 2 iemscik: altro termine per indicare il conducente.


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guidatore non riusciva a calmarli. Alle parole affettuose egli aveva sostituito gli insulti più sanguinosi. Ma non serviva. Le povere bestie, accecate dalle scariche elettriche, terrorizzate dagli incessanti tuoni simili a salve d’artiglieria, minacciavano di rompere le tirelle1 e fuggire. Lo iemscik non ne era più padrone. Allora, lanciandosi d’un balzo fuori del tarentass, Michele Strogoff corse in suo aiuto. Dotato di forza non comune, riuscì con grande fatica a padroneggiare i cavalli. Ma la furia dell’uragano stava crescendo. In quel punto la strada s’allargava quasi a imbuto; la burrasca vi irrompeva come avrebbe fatto nella manica a vento d’una nave. E una nuova frana di pietre e tronchi d’albero cominciava a rotolare dall’alto. «Non possiamo restare qui» disse Michele Strogoff. «Non ci resteremo in nessun modo!» esclamò lo iemscik in preda al terrore, facendo forza con tutti i muscoli contro l’enorme spostamento d’aria «l’uragano farà presto a buttarci giù dalla montagna, e per la via più breve!» «Prendi il cavallo di destra, poltrone!» rispose Michele Strogoff. «Io rispondo di quello di sinistra!» Un nuovo assalto delle raffiche lo interruppe. Il postiglione e lui dovettero curvarsi fino a terra per non venire travolti. Ma il tarentass, malgrado i loro sforzi e quelli dei cavalli che essi mantenevano fronte al vento, indietreggiò di varie lunghezze; senza un provvidenziale tronco d’albero che lo fermò sarebbe precipitato nel burrone. «Non aver paura, Nadia!» gridò Michele Strogoff. «Non ho paura» rispose la giovane senza tradire emozione. Il fracasso dei tuoni era momentaneamente cessato e la tremenda burrasca, superata la svolta, si perdeva nelle profondità della gola. «Vuoi tornare indietro?» disse lo iemscik. «No, bisogna andar avanti! Bisogna oltrepassare questa svolta. Più in alto avremo il riparo della scarpata!» «Ma i cavalli si rifiutano…» «Fa’ come me, e trascinali in avanti!» «La burrasca riprenderà!» «Insomma vuoi obbedire?» «Se lo ordini…» «È il Padre che l’ordina!» rispose Michele Strogoff invocando per la prima volta il nome dello zar, un nome onnipotente adesso su tre parti del mondo. «E dunque avanti, rondinelle mie!» gridò ancora una volta lo iemscik, trascinando per la cavezza il cavallo di destra; Michele Strogoff faceva lo stesso a sinistra. Così i cavalli ripresero faticosamente il cammino. Non potevano più gettarsi da parte, e quello attaccato tra le stanghe, non più sottoposto a strattoni da destra e sinistra, procedette tenendo il mezzo della strada. Ma uomini e 1 tirelle: cinghie che tengono legato il cavallo al calesse.


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animali, investiti dalle raffiche, non riuscivano a fare tre passi in avanti senza dover farne uno e talvolta due indietro. Scivolavano, cadevano, si rialzavano. A quel modo il tarentass correva grandissimo rischio d’andarsene in pezzi, se il mantice1 non fosse stato saldamente messo in assetto, sarebbe rimasto scoperchiato già al primo urto della bufera. Michele Strogoff e lo iemscik impiegarono almeno due ore per risalire quel tratto di strada lungo non più di una mezza versta2. Il pericolo non consisteva solo nella diretta violenza dell’uragano, ma specialmente nella moltitudine di pietre e tronchi spezzati che precipitava per la montagna. A un tratto, uno di quei massi campeggiò nella luce di un lampo mentre rotolava diritto, a tutta forza, verso il tarentass. Lo iemscik gettò un grido. Michele Strogoff con una vigorosa frustata volle far avanzare i cavalli, ma questi si rifiutarono di obbedire. Solo un piccolo spostamento, e il masso sarebbe passato dietro il tarentass… Michele Strogoff in un ventesimo di secondo vide insieme colpito il veicolo e schiacciata la giovane Nadia… Capiva di non avere più il tempo per strapparla dal tarentass. Ma intanto, gettandosi dietro alla vettura e trovando in quell’estremo pericolo una forza sovrumana, la schiena contro l’assale3, i tacchi puntati disperatamente contro il suolo, riuscì a spostarlo di qualche passo. L’enorme blocco di pietra lo sfiorò al passaggio: gli mozzò il respiro – come avrebbe fatto una palla di cannone – mentre frantumava le silici4 della strada gettando scintille. «Fratello!» aveva gridato Nadia terrorizzata. «Nadia!» rispose Michele Strogoff «non aver paura!» «Ma non era per me che potevo avere paura!» «Dio è con noi, sorella!» «Con me certamente, se ti ha messo sulla mia strada…» Il movimento impresso dalla disperazione di Michele Strogoff non andò perduto. Fu quell’impulso che permise ai cavalli semi-impazziti di riprendersi. Quasi trascinati da Michele Strogoff e dallo iemscik raggiunsero una forcella5, orientata da sud a nord, dove ebbero qualche riparo contro la diretta pressione della bufera. Il fianco della montagna formava a destra una specie di saliente, per lo sporgere di una rupe che deviava il turbine. Questa posizione era difendibile, mentre allo scoperto né gli uomini né i cavalli avrebbero potuto resistere.

1 mantice: copertura del calesse. 2 versta: antica unità di misura russa, utilizzata in epoca imperiale, corrispondente a circa 1.066 metri. 3 assale: asse orizzontale nel lato posteriore del carro. 4 silici: pietra di color grigio scuro. 5 forcella: passaggio stretto riparato da pareti molto alte.


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1. Sottolinea nel testo le parole o le immagini più forti ed efficaci per descrivere la bufera che si abbatte sui monti. 2. Quali pericoli devono affrontare Michele, Nadia e il conducente del tarentass? 3. Come reagiscono questi ultimi due personaggi? Quali elementi della loro personalità emergono in questo episodio? 4. Concentrati ora su Michele Strogoff: quali doti, quali caratteristiche fisiche e morali egli mette in luce durante la bufera? Fai attenzione alle diverse parti del racconto. • • • •

All’inizio della salita… Si scatena poi l’uragano, allora Michele… All’improvviso un masso rischia di colpire il tarentass, quindi… Infine il corriere dello zar riesce…

5. Racconta di una volta in cui anche tu, come Michele, hai dovuto impegnare tutto te stesso per affrontare una circostanza difficile. 6. Hai mai assistito allo scatenarsi della forza della natura? Racconta la tua esperienza soffermandoti su ciò che ricordi dell’ambiente in quel particolare momento e su come hai vissuto quella circostanza.


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JACK LONDON Wild Questo brano è l’incipit di Zanna bianca, romanzo ambientato nelle estreme terre dell’America settentrionale, al confine tra Canada e Alaska, alla fine del XIX secolo. Sono gli anni della corsa all’oro e, per questo miraggio, diversi uomini sono pronti a sfidare una natura ostile e selvaggia. In questo mondo nasce un cucciolo «per tre quarti lupo e per un quarto cane» che dovrà lottare per la sopravvivenza e imparare a conoscere gli esseri umani.

L’oscura foresta di abeti incombeva lungo le rive del fiume gelato. Il vento aveva spogliato da poco gli alberi del loro bianco mantello di ghiaccio e parevano piegarsi l’uno verso l’altro, neri e minacciosi nella luce ormai fioca. Un profondo silenzio pesava tutto intorno: la terra stessa era desolata, senza vita, senza movimento, così solitaria e fredda da non ispirare nemmeno un senso di tristezza. C’era in essa come l’accenno di una risata, di una risata più spietata di qualsiasi tristezza, cupa come il sorriso della Sfinge1, fredda come il ghiaccio e tagliente come l’ineluttabile2. Era la saggezza dispotica e incomunicabile dell’eternità che rideva della futilità della vita e dei suoi vani sforzi. Era il mondo selvaggio, feroce, il brutale mondo del Nord dal cuore ghiacciato. Eppure la vita c’era e percorreva, spavalda, quella landa desolata. Lungo il corso d’acqua gelato arrancava una muta di cani lupo. Il loro folto pelo era irto di ghiaccioli. Il loro respiro, appena emesso, gelava nell’aria, condensandosi in una schiuma vaporosa che si alzava, si adagiava sui loro mantelli e si trasformava in bianchi cristalli. Una bardatura di cuoio li teneva saldamente legati a una slitta che trascinavano a fatica. La slitta non aveva pattini: era costruita di robusto legno di betulla e s’appoggiava sulla neve con l’intera base. La parte anteriore era rialzata come un ricciolo, così da premere e respingere la massa della neve che s’andava accumulando davanti come grandi onde marine. Sulla slitta c’era una cassa lunga e stretta assicurata saldamente con delle cinghie. C’erano anche altri oggetti sulla slitta: coperte di lana, una scure, un bollitore, una padella. Ma a risaltare, occupando la maggior parte dello spazio, era la lunga cassa bislunga.

1 Sfinge: figura mitologica raffigurata generalmente come un mostro con il corpo di leone, la testa umana e talvolta le ali. Nella tradizione greca, la Sfinge custodiva l’ingresso della città di Tebe, dove poneva un indovinello ai visitatori, divorando chiunque non fosse in grado di rispondere. 2 ineluttabile: composto da in + eluctabilis, letteralmente indica qualcosa contro cui non si può lottare.


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Davanti ai cani, un uomo arrancava sulle ampie racchette di neve. Dietro la slitta, seguiva un secondo uomo. Sopra, dentro la cassa, giaceva un terzo uomo che aveva finito di arrancare: un uomo che il mondo selvaggio aveva vinto e schiacciato fino a impedirgli di muoversi e di lottare. Non è un’abitudine del mondo selvaggio amare il movimento. La vita lo offende, poiché la vita è movimento; e il mondo selvaggio mira sempre a distruggere il movimento. Fa ghiacciare l’acqua per impedirle di correre al mare; inaridisce la linfa delle piante ghiacciando i loro cuori forti; e soprattutto s’accanisce con incredibile ferocia contro l’uomo, tentando con ogni mezzo di sottometterlo e di annientarlo, poiché l’uomo è la forma più inquieta di vita, sempre in rivolta con l’ineluttabile destino che ogni movimento alla fine debba cessare. Ma i due uomini, che ancora non erano morti, arrancavano, indomiti e senza paura, l’uno davanti e l’altro dietro la slitta. Avevano il corpo rivestito di pelliccia e di morbida pelle. Ciglia, guance e labbra erano così cosparse di cristalli formati dal loro respiro congelato che le loro facce non si distinguevano più. Avevano l’aspetto di fantasmi mascherati, becchini che si muovevano in un mondo spettrale alle esequie di qualche anima. Ma sotto quelle maschere c’erano degli uomini, uomini che stavano penetrando in una landa desolata, menzognera e silenziosa, fragili avventurieri risoluti ad affrontare un’avventura più grande di loro e a scagliarsi contro la potenza di un mondo remoto, alieno e immobile come gli abissi dello spazio. Avanzavano senza parlare, risparmiando il fiato per la fatica a cui erano sottoposti i loro corpi. Da ogni lato la presenza tangibile del silenzio li opprimeva e gravava sulle loro menti come le molte atmosfere delle profondità marine gravano sul corpo di un palombaro1. Un silenzio che li precipitava nei loro più remoti recessi2, spremendo dalle loro anime, come succo da un grappolo, tutti i falsi ardori, le esaltazioni e l’ingiustificata presunzione della natura umana, finché essi non s’accorgevano di essere piccoli e limitati, pagliuzze e puntini che s’agitavano con scarsa perizia e poca saggezza in mezzo al grande gioco della forza cieca degli elementi. Passò un’ora, poi un’altra. La pallida luce del breve giorno senza sole cominciava a svanire, quando nell’aria immobile si levò un grido, indistinto e lontano. Crebbe rapidamente d’intensità fino a raggiungere una nota acuta, tesa e palpitante, su cui indugiò a lungo, poi si spense lentamente. Poteva essere stato il lamento di un’anima sperduta, se nel profondo non vi avesse vibrato un non so che di triste ferocia e di brama di cibo. L’uomo che camminava davanti voltò la testa per incontrare lo sguardo del compagno che lo seguiva. I due, al disopra della lunga cassa, si scambiarono un cenno. Un secondo urlo lacerò l’aria, trafiggendo il silenzio con un suono acuto come un ago. I due uomini ne localizzarono la provenienza. Veniva da dietro, 1 palombaro: colui che, per compiere un’operazione (pesca, manutenzione alle navi, recupero di qualcosa di sommerso, ecc.), si immerge sott’acqua. 2 nei loro più profondi recessi: qui indica la parte più profonda, più intima della persona.


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in qualche punto della distesa innevata che avevano appena attraversato. Poi un terzo grido si alzò come in risposta, sempre dietro di loro, ma alla sinistra rispetto al secondo. «Li abbiamo alle calcagna, Bill» disse l’uomo che camminava davanti alla slitta.

1. Ritrova e sottolinea nel testo gli elementi naturali che caratterizzano il Nord selvaggio. Tra tutti questi, quali elementi sono messi maggiormente in evidenza? Perché? 2. In questo ambiente, però, c’è anche la vita: da cosa è rappresentata? 3. Soffermati sulla descrizione della slitta: sottolinea gli oggetti che essa contiene. A cosa potrebbero servire questi oggetti durante il viaggio? 4. Con colori diversi, sottolinea nel testo parole ed espressioni che descrivono l’aspetto fisico dei due uomini e le loro caratteristiche morali. 5. Cosa puoi intuire alla fine del brano? Da quale altro nemico, oltre al selvaggio Nord, si devono difendere i due uomini? 6. Che titolo daresti a questo brano, con cui si apre il romanzo Zanna bianca? Motiva la tua risposta. 7. Prosegui il racconto sviluppando la vicenda dei due uomini attorno alla slitta: cosa accade? Come si conclude la loro avventura? Nella scrittura del testo mantieni invariato l’ambiente presentato nel brano di London. 8. «Ma i due uomini, che ancora non erano morti, arrancavano, indomiti e senza paura…»: racconta un’esperienza in cui anche tu hai affrontato una situazione difficile senza farti dominare dalla paura. 9. Osserva le fotografie nella pagina seguente e scegli quella che più suscita la tua curiosità e fantasia. Sul modello del testo appena letto, scrivi la prima pagina di un possibile romanzo d’avventura, descrivendo il luogo in cui sarà ambientata la storia.


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JOSEPH CONRAD Riuscirà a cavarsela? Il capitano MacWhirr, protagonista del romanzo Tifone, è l’unico che tenta, senza farsi prendere dal panico e dalla paura, di affrontare la violenta tempesta che si abbatte sulla nave Nan-Shan, nei mari della Cina.

La bufera si era impadronita del Nan-Shan con una furia pazza e devastatrice: vele di cappa1 strappate dai gerli2, tende a doppio laccio volate via, il ponte spazzato, i parapetti contorti, i tendalini lacerati, gli schermi della lampada in frantumi, e due lance3 di salvataggio già scomparse. Se n’erano andate senza che nessuno vedesse o sentisse, quasi si fossero dissolte nel cono e nel tumulto dell’ondata. Soltanto più tardi, quando al livido chiarore di un’altra ondata che si rovesciava sul ponte intravide due paia di gru emergere nere e vuote dalle tenebre compatte, con un paranco staccato e un bozzello4 cerchiato di ferro che dondolavano nell’aria, Jukes5 si rese conto di quel che era accaduto a circa tre metri dalle sue spalle. Allungò il collo e cercò l’orecchio del comandante. Lo toccò con le labbra: grosso, carnoso, bagnato. Gridò con voce agitata: «Le nostre lance se ne stanno andando, signore!». E ancora udì quella voce, forzata e appena intelligibile, ma di un incredibile effetto rasserenante nel tumulto discorde di rumori, quasi venisse da qualche remoto luogo di pace al di là delle nere desolazioni della bufera; ancora udì una voce umana, quel suono fragile eppure indomito cui si può imporre un’infinità di pensieri, di decisioni e di proponimenti, che saprà trovare parole di fede l’ultimo giorno, quando i cieli cadranno e giustizia sarà fatta; ancora la udì, mentre gli gridava, come da una distanza infinita: «Va bene…». Pensò di non esser riuscito a farsi capire. «Le lance… ho detto lance, signore! Due andate!» La stessa voce, così vicina a lui eppure così lontana, gridò distintamente: «Non c’è niente da fare!». Il capitano MacWhirr non aveva voltato il capo, ma Jukes riuscì a cogliere nel vento qualche altra parola. «Che cosa ci si può… aspettare… quando ci si dibatte… in un simile… Bisogna lasciare… qualcosa indietro… è logico». 1 vele di cappa: vele usate per mettersi in cappa, un’andatura particolare che permette al timoniere di riposare un po’, in attesa che le condizioni del mare e del vento migliorino. 2 gerli: cime sottili che servono a tener serrate le vele. 3 lance: scialuppe. 4 paranco, bozzello: carrucole. 5 Jukes: è il primo ufficiale del Nan-Shan.


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Jukes tese ancora l’orecchio attento. Non venne altro. Era tutto quello che il capitano MacWhirr aveva da dire, e Jukes, più che vedere, immaginò le larghe e robuste spalle davanti a lui. Un’oscurità impenetrabile premeva ora sugli spettrali bagliori del mare. La cupa certezza che non ci fosse più nulla da fare s’impadronì di Jukes. Se gli ingranaggi del timone non cedevano, se le immani valanghe d’acqua non sfondavano la coperta e non sfasciavano i boccaporti1, se le macchine non si fermavano, se si riusciva a tenere la nave contro quel vento spaventoso, se essa non andava a seppellirsi in una di quelle terribili ondate di cui ogni tanto intravedeva terrorizzato le creste candide al di sopra delle murate, bene, se tutto questo non avveniva, c’era una speranza di cavarsela. Ma qualcosa dentro di lui parve capovolgersi, portando a galla la sensazione che il Nan-Shan era perduto. “È finito” disse a sé stesso, in preda a una violenta agitazione, come se avesse scoperto un inatteso significato in questo pensiero. Una di quelle eventualità doveva pure verificarsi. Non si poteva prevenir niente, e nulla poteva porsi come rimedio: a bordo gli uomini non contavano più, la nave non poteva resistere; ed era un tempo impossibile. Jukes sentì un braccio cingergli pesantemente le spalle; e rispose a questo invito come doveva, afferrando alla vita il capitano. Restarono così abbracciati, nella notte cieca, stretti l’uno all’altro contro il vento, guancia a guancia e labbro contro orecchio, come due chiatte unite prua contro poppa. E Jukes udì la voce del suo comandante, appena un poco più forte di prima, ma più vicina, come se, aprendosi un varco attraverso lo spaventoso impeto della bufera, gli si fosse accostata per portargli quello strano effetto di calma simile alla luminosa serenità di un’aureola. «Sapete dov’è finito l’equipaggio?» domandò quella voce energica e insieme evanescente, superando la forza del vento e subito trascinata lontano da Jukes. Jukes non lo sapeva. Gli uomini erano tutti sul ponte, quando la furia dell’uragano si era abbattuta sulla nave. Non aveva la minima idea di dove potessero essere andati; e per quel che poteva servire, date le circostanze, non aveva importanza dove fossero. Chissà perché, quel desiderio di sapere del capitano gli diede fastidio. «Avete bisogno degli uomini, signore?» gridò, inquieto. «Solo per sapere» affermò il capitano MacWhirr. «Tenetevi forte!» Si tennero forte. Uno scoppio di furia scatenata, una rabbiosa raffica di vento immobilizzò letteralmente la nave: per un attimo di terrificante sospensione, essa dondolò col ritmo morbido e leggero di una culla, mentre l’intera atmosfera sembrava fuggire intorno, ruggendo dalla terra tenebrosa. Si sentirono soffocare e, a occhi chiusi, si strinsero ancora più forte l’uno all’altro. Quella che dall’enormità dell’urto si sarebbe detta una colonna d’ac1 boccaporti: aperture nella coperta, per accedere ai locali sottostanti.


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qua che correva per le tenebre si abbatté contro la nave, si spezzò, piombò dall’alto sul ponte con il tonfo di un peso morto. Un frammento volante di questa distruzione, non più di uno spruzzo, lì avviluppò in un turbine da capo a piedi, riempiendogli di acqua salata la bocca, le orecchie e le narici. Li colpì alle gambe, gli torse rabbiosamente le braccia, ribollì sotto il mento; e aprendo gli occhi, essi videro successive masse di schiuma danzare avanti e indietro fra quelli che parevano i resti di una nave. Il Nan-Shan aveva ceduto, come se andasse diritto a fondo. Anche i loro cuori palpitanti cedettero, in attesa del tremendo urto. Ma a un tratto la nave si risollevò dal suo disperato tuffo, come se tentasse di riscuotersi da sotto le sue rovine. Nel buio, le onde sembravano premerla da tutte le parti per ricacciarla dove doveva perire. C’era odio nel modo in cui la sballottavano, c’era ferocia nei loro colpi. Essa era come un essere umano in mezzo a una folla inferocita: violentemente percosso, sbattuto da tutte le parti, sollevato, lasciato ricadere, calpestato. Il capitano MacWhirr e Jukes si tenevano stretti l’uno all’altro, assordati dal fragore, ammutoliti dal vento; e il terribile tumulto fisico che si abbatteva sui loro corpi faceva nascere, come un incontenibile scoppio di passione, un profondo turbamento nel loro animo. Uno di quei terrificanti e selvaggi urli che si sentono qualche volta passare misteriosi in mezzo al turbine dell’uragano indugiò, quasi sostenuto dalle ali, e Jukes tentò di coprirlo con la voce. «Riuscirà a cavarsela?» Quel grido gli uscì proprio dal cuore. Era istintivo come la nascita di un pensiero, ed egli stesso non lo sentì. Tutto si spense di colpo – pensiero, intenzione, sforzo – e l’impercettibile vibrazione del suo grido si perse nelle onde tempestose del vento. Non si aspettava nulla da quel grido. Proprio nulla. Che cosa gli si poteva rispondere? Ma dopo un poco udì stupefatto al suo orecchio quella voce fragile e pur potente, quel suono misero e impavido nel gigantesco tumulto: «Ci riuscirà!»


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1. I protagonisti del brano sono il primo ufficiale Jukes e il capitano MacWhirr. Sottolinea nel testo, con due colori diversi, le frasi che ognuno di loro pronuncia in mezzo al tifone, gli aggettivi e le espressioni che li descrivono. 2. Rileggi gli elementi che hai appena raccolto: cosa ti rivelano dei due personaggi? Come reagiscono davanti alla tempesta che li sta colpendo? Motiva la tua risposta, facendo precisi riferimenti al testo. 3. Soffermati ora sulla descrizione del tifone che si abbatte sulla nave e il suo equipaggio: quali suoi elementi vengono messi in risalto dall’autore? 4. Oltre agli uomini, anche la nave Nan-Shan è aggredita dalla furia del tifone: in che condizioni ci appare all’inizio del brano? Cosa le accade man mano che la tempesta incalza? Nella tua risposta tieni anche conto dei due paragoni che l’autore usa nel testo. 5. Conosci una persona che assomiglia nel temperamento al capitano MacWhirr e che, in una situazione difficile, ti ha dato coraggio con la sua calma e la sua determinazione? Racconta la tua avventura, soffermandoti sulla descrizione del tuo capitano. 6. Quella volta ero con… ed è successo che… allora io inaspettatamente mi sono trovato a incoraggiarlo… perché pensavo che… Questo potrebbe essere l’incipit della narrazione di una tua esperienza reale. Racconta un episodio in cui ti sei trovato nei panni del capitano.


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JACK LONDON McCoy La Pyrénées, i fianchi di ferro abbassati dal carico di grano, rollava pigramente rendendo facile il compito all’uomo che stava arrampicandosi a bordo da una minuscola canoa con bilanciere. Quando gli occhi di costui arrivarono all’altezza della murata e l’uomo poté guardare all’interno della nave, gli parve di notare come una specie di caligine, lieve, quasi impercettibile. Sembrava più un’illusione, come se davanti agli occhi gli fosse calato di colpo un velo evanescente. Fu tentato di scostarlo con la mano ma al tempo stesso pensò che ormai stava diventando vecchio e che era tempo di mandare a prendere un paio di occhiali a San Francisco. Nello scavalcare l’orlo della murata1, poi, lanciò un’occhiata in alto, verso gli alti alberi, e subito dopo in basso, alle pompe. Non erano in funzione. A quanto pareva, dunque, a bordo di quella grossa nave non c’era niente che non andava; si chiese allora perché avessero issato il segnale di pericolo. Pensò subito ai suoi felici isolani e sperò che non si trattasse d’una qualche malattia. Forse la nave era a corto d’acqua o di provviste. Strinse la mano al capitano, i cui occhi preoccupati e il viso teso non facevano nessun segreto dell’inquietudine che l’animava, quale ne fosse la causa. Subito dopo, però, l’uomo salito a bordo avvertì un vago, indefinibile odore. Ricordava il pane bruciato, e tuttavia era diverso. Si guardò allora intorno con curiosità. A una decina di passi di distanza vide che un marinaio dalla faccia stanca stava calafatando2 il ponte. Allorché poi il suo sguardo indugiò su quel marinaio, notò a un tratto che di tra le dita gli si levava come un filo di nebbia che subito aleggiò lieve e scomparve. Si trovava ormai sul ponte e sotto i piedi nudi avvertì un calore secco che presto penetrò lo spesso strato calloso delle piante. Capì subito la natura del pericolo che correva la nave. Spostò lo sguardo e davanti a sé vide tutto il resto dell’equipaggio: uomini dalla faccia stanca che stavano guardandolo con ansia. Lo sguardo dei suoi liquidi occhi marroni si posò su quelle facce preoccupate come una benedizione, calmandole, avvolgendole come un mantello di grande pace. «Da quando è in fiamme, capitano?», chiese, con una voce così dolce e imperturbabile che parve il tubare d’una colomba. Sulle prime il capitano avvertì il senso di pace e tranquillità che quella voce emanava, poi la consapevolezza di tutto quanto aveva vissuto e stava vivendo lo riscosse. Si risentì. Con quale diritto quel reietto straccione, in cal-

1 murata: fiancata della nave. 2 calafatare: impermeabilizzare lo scafo della nave introducendo stoppa catramata negli interstizi tra le tavole di legno dello scafo.


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zoni di tela e camicia di cotone, osava suggerire sentimenti come pace e tranquillità a lui e alla sua anima esausta e stremata? «Quindici giorni», rispose, brusco. «Chi è lei?» «Mi chiamo McCoy», fu la replica, data in un tono che diffondeva sollecitudine e simpatia. «Volevo dire, lei è il pilota?» McCoy passò la benedizione del suo sguardo sull’uomo alto e con le spalle larghe, il viso smunto e non rasato, che s’era affiancato al capitano. «Sono uno dei tanti piloti», rispose poi. «Qui siamo tutti piloti, capitano, e io conosco queste acque palmo a palmo». Il capitano si mostrò impaziente. «Io desidero unicamente parlare con una delle autorità. E desidero parlarci subito. Per protestare». «Allora io faccio benissimo al caso suo». Di nuovo quell’insidioso suggerimento di pace, e la nave che non era altro che una minacciosa fornace sotto i piedi! Impaziente e nervoso, il capitano inarcò le sopracciglia e strinse il pugno, come se volesse colpire. «E chi diavolo è lei?», chiese. «Sono il primo magistrato dell’isola», fu la risposta, data con una voce che ancora una volta fu quanto di più dolce e gentile si potesse immaginare. L’uomo alto e con le spalle larghe scoppiò in un’odiosa risata, in parte divertita ma soprattutto isterica. Lui e il capitano guardarono McCoy con aria incredula. Era inconcepibile che quello straccione scalzo ricoprisse una così alta carica. Sotto la camicia sbottonata s’intravedeva un petto coperto di peli grigi e acquistava risalto l’assenza di una canottiera o d’una maglietta; quanto al vecchio cappello di paglia, non riusciva a nascondere i capelli grigi ma soprattutto ispidi, mentre la barba patriarcale e incolta gli arrivava fino a metà petto. Da qualunque straccivendolo, poi, sarebbero bastati due scellini per procurargli un abbigliamento come quello. «È per caso parente del McCoy del Bounty1?», chiese il capitano. «Era il mio bisnonno». «Oh», fece il capitano, ed esitò. «Io mi chiamo Davenport, e questo è il mio primo ufficiale, Mr. König». Si strinsero la mano. «E ora diamoci da fare», disse subito il capitano, animato chiaramente da gran fretta. «Sono due settimane che bruciamo. La nave può diventare un inferno da un momento all’altro. Per questo ho puntato su Pitcairn. Voglio arenarla o affondarla in acque basse. Per salvare lo scafo».

1 Il capitano si riferisce al più famoso degli ammutinamenti della storia della marina britannica, avvenuto nel XVIII secolo. Durante il viaggio di ritorno, nel 1789, parte dell’equipaggio della fregata mercantile inglese Bounty si ammutinò per ritornare a Tahiti. L’antenato di McCoy, che in seguito fu vittima di un potente liquore da lui creato con una pianta dell’isola, faceva parte di tale equipaggio.


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«E allora ha sbagliato, capitano», obiettò subito McCoy. «Doveva spingersi fino a Mangareva. Lì c’è una bella spiaggia, in una laguna dove l’acqua è uno specchio». «In ogni modo, ora ci troviamo qui», intervenne il primo ufficiale. «Ed è questo che conta: ci troviamo qui e dobbiamo fare qualcosa». Senza perdere quella sua aria premurosa, McCoy scosse il capo. «Qui non potete far niente. Non c’è spiaggia e non c’e neppure un ancoraggio». «Storie!», esclamò il primo ufficiale. «Storie!», ripeté a voce alta, mentre il capitano gli faceva segno di moderarsi. «Non può venire a raccontarmi queste storie. Dove le tenete le vostre barche, eh? E la vostra goletta o cutter1 o quel che diavolo è? Dove? Mi risponda». McCoy sorrise e quel sorriso risultò dolce quanto il tono della sua voce: fu una carezza, un abbraccio che avvolse lo stanco ufficiale; come se quell’uomo anziano cercasse d’attirarlo nella quiete e nella pace del suo animo tranquillo. «Non possediamo né golette né cutter», rispose poi. «Quanto alle canoe, le issiamo sopra la barriera». «Voglio proprio vederlo!», ringhiò il primo ufficiale. «E come raggiungete le altre isole, eh? Me lo dice?» «Non ci muoviamo mai. Come governatore di Pitcairn a volte vado in giro. Quando ero più giovane, stavo via molto, andavo sulle golette dei mercanti, ma più spesso sui brigantini2 dei missionari. Ma è cosa passata e ormai dipendiamo solo dalle navi di passaggio. A volte in un anno ne sono arrivate fino a sei, altre è passato un intero anno o anche più senza l’arrivo di una sola nave. La vostra è la prima negli ultimi sette mesi». «Lei mi sta dicendo…», esordì l’ufficiale. Ma il capitano Davenport intervenne: «Basta così. Stiamo perdendo tempo. Cosa bisogna fare, Mr. McCoy?» Il vecchio rivolse gli occhi bruni, dolci come quelli di una donna, verso terra e, insieme, il capitano e l’ufficiale seguirono il suo sguardo che da quella solitaria rocca di Pitcairn tornò verso l’equipaggio radunato, in ansiosa attesa dell’annuncio di una decisione. Non aveva fretta, McCoy. Procedeva calmo, tranquillo, nei suoi pensieri, passo passo, con la sicurezza di una mente che non si lascia mai molestare e neppure tormentare dalla vita. «Il vento è leggero ora», disse alla fine. «E c’è una forte corrente che va a ovest». «Per questo abbiamo puntato sul lato sottovento», lo interruppe il capitano, desideroso di riscattare la propria abilità marinaresca. «Già, per questo avete raggiunto il lato sottovento», continuò McCoy. «Bene, per oggi è impossibile andare contro quella corrente. E anche se lo fate non c’è spiaggia. La nave si troverebbe in un brutto pasticcio». S’interruppe e il capitano e il primo ufficiale si guardarono scoraggiati. 1 goletta, cutter: tipi di imbarcazione a vela. 2 brigantini: piccoli velieri a due alberi con vele quadrate.


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«Ma vi dico cosa potete fare. Il vento si rinfrescherà verso mezzanotte… Vedete le code di quelle nuvole laggiù, sopravvento, oltre quella punta, tutta quella nuvolaglia? È da lì che viene, da sud-est: un groppo deciso1. Sono trecento miglia fino a Mangareva. Puntateci. C’è un bel letto per la vostra nave su quell’isola». Il primo ufficiale scosse il capo. «Andiamo in cabina», disse il capitano. «Daremo un’occhiata alla carta». Nella cabina chiusa McCoy trovò l’aria soffocante, addirittura velenosa. Improvvise zaffate d’invisibile gas lo aggredivano, facendogli bruciare gli occhi. Sotto i piedi nudi il pavimento era più caldo, insopportabilmente più caldo. Stava sudando tutto. Si guardò intorno quasi con apprensione. Quel calore maligno che veniva su dall’interno della nave lasciava stupefatti. Era già un miracolo che la cabina non prendesse fuoco da un momento all’altro. L’impressione immediata che ebbe McCoy fu di trovarsi in un immenso forno il cui calore potesse aumentare all’improvviso e in modo eccessivo, squagliandolo come una fetta di grasso. Quando sollevò un piede e si strofinò la pianta accaldata contro la gamba dei pantaloni, il primo ufficiale scoppiò in una risata selvaggia. Sembrava un cane che abbaia. «L’anticamera dell’inferno», disse. «L’inferno, infatti, è proprio qua sotto, sotto i suoi piedi». «Fa caldo», osservò involontariamente McCoy, asciugandosi la faccia con un fazzoletto a colori vivaci. «Ecco qui Mangareva», disse il capitano, chino sul tavolo, indicando una macchia nera al centro del bianco vuoto sulla carta. «E qui, in mezzo, c’è un’altra isola. Perché non puntare lì?» McCoy non stava guardando la carta. «Quella è l’isola di Crescent», rispose. «Non è abitata e sporge dall’acqua solo cinquanta o ottanta centimetri. C’è laguna ma non ingresso. No, Mangareva è il posto più vicino che fa al vostro scopo». «E Mangareva sia», esclamò il capitano Davenport, interrompendo l’obiezione che il primo ufficiale stava per fare, con un cupo brontolio. «Raduni l’equipaggio a poppa, Mr. König». I marinai obbedirono, muovendosi sul ponte con aria stremata, strascicando i piedi, persino affrettandosi, con sforzi chiaramente dolorosi. La stanchezza era evidente in ogni loro movimento. Il cuoco venne fuori dalla cambusa2 per sentire anche lui e il mozzo andò a metterglisi accanto. Quando il capitano Davenport ebbe spiegato la situazione e annunciato la propria intenzione di proseguire per Mangareva, s’udì un vero e proprio ruggito. Su uno sfondo di rochi grugniti e brontolii si levarono inarticolate grida di rabbia tra cui, qua e là, chiarissime, si distinsero un’imprecazione, una 1 groppo deciso: improvviso alzarsi di venti accompagnati da forti acquazzoni. 2 cambusa: parte della nave destinata al deposito, alla conservazione e alla preparazione dei viveri.


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parola acida, una frase sferzante. Una stridula voce acquistò per un attimo risalto e s’udì: «Sono quindici giorni che ci troviamo in una bolgia rovente e ora vuole che riprendiamo il mare su questo inferno galleggiante!». Il capitano non riusciva a controllarli, ma la dolce presenza di McCoy fu come un rimprovero e insieme un calmante per quegli uomini provati: brontolii e imprecazioni andarono spegnendosi finché l’intero equipaggio, tranne qua e là qualche faccia apprensiva rivolta verso il capitano, guardò in silenzio e già con nostalgia i picchi verdi e la costa scoscesa di Pitcairn. Lieve come uno zefiro1 primaverile, si levò allora la voce di McCoy: «Capitano, m’è parso di sentir dire da qualcuno di loro che hanno fame». «Certo che hanno fame», fu la risposta. «Abbiamo tutti fame. Negli ultimi due giorni io ho mangiato soltanto una galletta e un pezzetto di salmone. Siamo alla razione minima. Sa, quando abbiamo scoperto il fuoco, per soffocare abbiamo chiuso immediatamente tutti i boccaporti, poi ci siamo accorti che in cambusa c’erano poche provviste. Ormai però era troppo tardi e non abbiamo osato riaprire il deposito di prora. Fame? Io ne ho quanto loro». Poi si rivolse di nuovo agli uomini e di nuovo si levarono quel roco vociare e quelle imprecazioni, di nuovo le facce apparvero stravolte dalla rabbia, inferocite. Il secondo e terzo ufficiale s’erano schierati dietro al capitano sul casseretto2 e mostravano un volto immobile e inespressivo, al massimo li si sarebbe detti seccati per quell’ammutinamento dell’equipaggio. Il capitano lanciò un’occhiata interrogativa al primo ufficiale e questi, in segno d’impotenza, si limitò a scrollare le spalle. «Vede», disse poi Davenport rivolto a McCoy, «è impossibile convincere gli uomini a lasciare questa terra sicura per riprendere il mare su una nave in fiamme. Da due settimane, ormai, questa per loro è una bara galleggiante. Sono sfiniti e affamati, e ne hanno abbastanza della Pyrénées. Bordeggeremo verso Pitcairn». Ma il vento era leggero, la carena3 incrostata di bitume4 e la Pyrénées non riusciva a superare la forte corrente che la spingeva a occidente; in capo a due ore aveva perso tre miglia. I marinai lavoravano di lena, come se la loro sola forza potesse spingere la Pyrénées contro gli elementi avversi, ma pur bordando o andando di bolina5, la nave continuava a scarrozzare verso ovest. Il capitano passeggiava inquieto su e giù, fermandosi ogni tanto a osservare le fileggianti spirali di fumo per rintracciare il punto della coperta da cui

1 zefiro: mite vento di ponente. 2 casseretto: nelle navi mercantili è la struttura a poppa che contiene gli alloggi. 3 carena: parte immersa dello scafo di una nave. 4 bitume: catrame che serve per impermeabilizzare lo scafo della nave. 5 bordando o andando di bolina: tendendo una vela e portandola verso l’interno dello scafo o mantenendo una rotta il più possibile contraria alla direzione di arrivo del vento.


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venivano fuori. Il maestro d’ascia1 era dedito solo a individuare quei punti, e quando li trovava si precipitava a calafatarli. «Bene, lei cosa pensa?», chiese alla fine il capitano a McCoy che, con la curiosità e l’interesse di un bambino, seguiva ogni movimento del maestro d’ascia. McCoy guardò verso terra: Pitcairn stava scomparendo nella caligine sempre più fitta. «Penso che sia il caso di puntare su Mangareva», disse alla fine. «Col vento che sta per levarsi ci arrivate entro domani sera». «E se le fiamme schizzano fuori? Può accadere da un momento all’altro». «Tenete le lance2 pronte ai tiranti. Se la nave vi brucia sotto, lo stesso vento porterà le lance fino a Mangareva». Il capitano rifletté qualche attimo, poi McCoy si sentì fare la richiesta che avrebbe preferito non sentirsi mai fare ma che sapeva che gli sarebbe stata fatta: «Non ho una carta di Mangareva. Su quella generale è solo un puntino, e non saprei dove trovare l’ingresso della laguna. Vuole venire con me e farmi da pilota?» La serenità di McCoy non ne fu turbata. «Sì, capitano», rispose, con la stessa tranquilla bonarietà con la quale avrebbe potuto accettare un invito a cena. «Verrò con lei a Mangareva». Di nuovo l’equipaggio venne radunato a poppa e il capitano gli parlò: «Abbiamo cercato di manovrarla ma, come avete visto, cadiamo sottovento. Ci porta una corrente di due nodi. Ora, questo signore è l’onorevole McCoy, primo magistrato e governatore dell’isola di Pitcairn: verrà con noi fino a Mangareva. Vedete bene, dunque, che la situazione non è poi tanto grave: se esistesse il minimo pericolo per la sua vita, non si offrirebbe di venire. Inoltre, pericolo o non pericolo, se lui s’imbarca e l’affronta di sua spontanea volontà, noi non possiamo essere da meno. E allora? Mangareva?» Questa volta non si levò nessun ruggito. La presenza di McCoy, la sicurezza e la calma che sembrava irradiare, ebbero il loro effetto. Gli uomini parlottarono tra loro a bassa voce. Ci furono ben poche esortazioni: praticamente erano già tutti d’accordo. «Un momento, capitano», disse McCoy, mentre Davenport si rivolgeva al primo ufficiale per dargli ordini. «Devo prima andare a terra». Mr. König rimase stupefatto e guardò McCoy come se fosse un pazzo. «A terra?», esclamò il capitano. «A fare che? Le ci vorranno tre ore per arrivarci con quella canoa». McCoy parve misurare la distanza che lo separava dalla terra ferma e annuì. «Sì. Ora sono le sei e non arriverò a terra prima delle nove. E non riuscirò a radunare la gente prima delle dieci. Visto che la brezza stanotte rinfresca, 1 maestro d’ascia: l’esperto della costruzione e delle riparazioni delle imbarcature in legno. 2 lance: scialuppe di salvataggio.


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lei può cominciare col metterci contro la prua e mi piglia a bordo all’alba di domani». «In nome del buonsenso e della ragione», sbottò il capitano, «perché mai vuole radunare la sua gente? Si rende conto che la nave mi sta bruciando sotto i piedi?». «Sì, capitano, mi rendo perfettamente conto che la sua nave sta bruciando, per questo vengo con voi a Mangareva. Ma devo avere il permesso per farlo, è nostro costume. Che il governatore lasci l’isola è un fatto di grande importanza. Ci sono in gioco gli interessi di tutti, quindi hanno il diritto di votare il loro assenso o rifiuto. Ma mi faranno venire, lo so». «Ne è sicuro?» «Quanto basta». «Allora, se sa che le daranno il permesso, perché prendersi la briga di ottenerlo? Pensi al ritardo… Un’intera notte». «È nostro costume», fu la risposta, tranquilla. «Inoltre, essendo il governatore, devo provvedere all’amministrazione dell’isola durante la mia assenza». «Ma è solo una corsa di ventiquattro ore fino a Mangareva», obiettò il capitano. «Anche ammesso che le occorra sei volte tanto per ritornare controvento, sarà comunque di ritorno alla fine d’una settimana». McCoy gli rivolse quel suo gran sorriso benevolo. «Pochissime navi arrivano a Pitcairn, e quelle che arrivano vengono da San Francisco o doppiano l’Horn. Sarò fortunato se sarò di ritorno tra sei mesi. È possibile che stia via anche un anno, come non è da escludere che debba arrivare fino a San Francisco per trovare una nave che mi riporti indietro. Una volta mio padre lasciò Pitcairn per assentarsi tre mesi e passarono due anni prima che riuscisse a tornarvi. E poi siete a corto di viveri. Se siete costretti a calare le lance e il tempo si guasta, potreste impiegare giorni per raggiungere terra. Io posso portarvi due canoe cariche di viveri. Le banane secche sono la cosa migliore. Se poi il vento rinfresca, voi bordeggiate: più vi tenete vicini più grossi carichi potrò portarvi. Addio». Porse la mano. Il capitano la strinse, riluttante poi a lasciarla andare. Parve aggrapparvisi come un marinaio che annega s’aggrappa a una boa di salvataggio. «Chi mi dice che lei sarà di ritorno domani mattina?», chiese alla fine. «Già, proprio così!», esclamò il primo ufficiale. «Chi ci dice che non se la svigna per salvarsi la pelle?» McCoy non rispose. Gli rivolse un’occhiata dolce e serena, e ai due parve di ricevere un messaggio direttamente dall’enorme certezza del suo animo. Il capitano gli lasciò andare la mano alla fine e, con un ultimo sguardo che parve abbracciare l’intero equipaggio, comprendendolo nella propria benedizione, McCoy s’avvicinò alla murata e si calò nella canoa. Il vento rinfrescò e, nonostante le incrostazioni della sua carena, la Pyrénées guadagnò una mezza dozzina di miglia sulla corrente occidentale. All’alba, con Pitcairn a tre miglia sopravvento, il capitano scorse due canoe che arrancavano verso la nave. Di nuovo McCoy s’arrampicò su per la fian-


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cata, scavalcò la murata e fu sul ponte rovente. Era seguito da molte balle di banane secche, ognuna avvolta in foglie anch’esse secche. «Bene, capitano», disse subito, «orienti i pennoni e si metta alla via, se ci tiene alla vita. Sa, io non sono un navigatore, deve portarla lei a Mangareva. Quando avremo avvistato terra, allora la piloterò io». Per tutto il giorno la Pyrénées, col suo carico di fuoco vivo, solcò lo spumeggiante mare. Al calare della notte velacci e controvelacci furono ammainati e la nave s’inoltrò nel buio, incalzata dalle grandi onde increspate e ruggenti. Il vento favorevole aveva fatto il suo effetto e a prua e a poppa i volti andarono man mano sempre più rischiarandosi. Al secondo gaettone1 qualche anima spensierata attaccò una canzone e alla campana delle otto tutto l’equipaggio cantava. Il capitano Davenport s’era fatto portare su le coperte e s’era steso sul tetto del casotto. «Ho dimenticato cosa significa dormire», spiegò a McCoy. «Sempre all’erta. Mi chiami, però, ogni volta che lo ritiene necessario». Alle tre del mattino fu svegliato da un lieve colpo sul braccio. Si tirò su immediatamente, stagliandosi contro il cielo, ancora intontito dal sonno profondo. Il vento stava sibilando il suo canto di guerra tra il sartiame2 e le onde impazzite s’avventavano sulla Pyrénées, che rollava su un fianco e sull’altro, immergendosi fino a metà della murata. McCoy stava gridando qualcosa che lui non riuscì ad afferrare. Allungò allora una mano, prese l’altro per la spalla e lo accostò a sé, finché le sue labbra furono all’altezza del proprio orecchio. «Sono le tre», disse la voce di McCoy, sempre conservando quel suo suono tubante da colomba; risultò stranamente soffocata, però, come se fosse lontanissima. «Abbiamo fatto duecentocinquanta miglia. Crescent è a sole trenta miglia da qualche parte dritto a prua, e sull’isola non ci sono luci. Se continuiamo così, andiamo a sbatterci contro, e allora addio a tutti noi e alla nave». «Che propone di fare? Metterci alla cappa3?» «Sì. Alla cappa fino a che spunta il giorno. Avremo un ritardo di sole quattro ore». E così la Pyrénées, col suo carico di fuoco, si mise alla cappa, misurandosi con la sfuriata di vento e cavalcando e frangendo le ondate martellanti. Era un guscio che albergava una conflagrazione e insieme alloggiava uomini, piccoli fuscelli che reggendosi a precari appigli e alando e tesando4 e sbracciandosi l’aiutavano in quella battaglia. «È una burrasca quanto mai insolita», disse McCoy al capitano, sottovento alla cabina. «Di regola in questa stagione non dovrebbero esserci burrasche, 1 gaettone: turno di guardia della durata di due ore. 2 sartiame: insieme delle cime e dei cavi che servono per le manovre della nave. 3 mettersi alla cappa: assumere un’andatura particolare che permette al timoniere di riposare un po’ in attesa che le condizioni del mare e del vento migliorino. 4 alando e tesando: tirando e tendendo le cime.


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ma il tempo ultimamente s’è comportato in maniera davvero insolita. C’è stata un’interruzione degli alisei1, e ora ecco che soffia dritto da quella parte». Agitò la mano nel buio come se la sua visione potesse spingersi, sia pure indistinta, per centinaia di miglia. «Lontano, laggiù a ovest, starà preparandosi qualcosa di grosso. Per fortuna finora stiamo puntando a est. Ma è solo una ventata», aggiunse poi. «Non può durare. Glielo dico io». Quando fu giorno, il vento s’era alleggerito fino a diventare normale. E tuttavia la luce del giorno rivelò un nuovo pericolo. Era calata, e fitta, anche la nebbia: il mare ne era coperto. Più che nebbia, sembrava una bruma iridescente che aveva la densità della nebbia, in quanto impediva la vista, ma era poco più di una specie di pellicola sul mare, che il sole attraversava e riempiva di crescente radiosità. La coperta della Pyrénées mandava ora più fumo del giorno prima e il buonumore degli ufficiali e dell’equipaggio era scomparso. Si sentiva il mozzo piagnucolare sottovento alla cambusa; era al suo primo viaggio e la paura della morte gli era entrata nel cuore. Il capitano s’aggirava come un’anima persa, mordendosi nervosamente i baffi, incapace di decidere il da farsi. «Cosa dice?», chiese, fermandosi accanto a McCoy che stava facendo colazione con delle banane fritte e una tazza d’acqua. McCoy finì l’ultima banana, vuotò la tazza e si guardò lentamente intorno. Negli occhi aveva come un sorriso di tenerezza nel dire: «Bene, capitano, possiamo procedere come possiamo bruciare. I ponti non reggeranno per sempre. Questa mattina sono più roventi. Non ha per caso un paio di scarpe da darmi? A piedi nudi si è un po’ a disagio». «E se perdiamo Mangareva?», chiese a un tratto il capitano Davenport. Senza spostare lo sguardo, McCoy rispose, a bassa voce: «Via, capitano, procediamo. Non possiamo fare altro. Davanti abbiamo tutte le Paumotu. Possiamo procedere per mille miglia tra barriere e atolli. Da qualche parte dobbiamo pur arrivare». «E procediamo, dunque». Il capitano mostrò l’intenzione di ridiscendere in coperta. «Mangareva l’abbiamo persa. Sa Dio dov’è la prossima isola. Se solo l’avessi spostata di quell’altra mezza quarta2», ammise un attimo dopo. «Questa maledetta corrente manda al diavolo qualsiasi piano di rotta». «I vecchi navigatori chiamavano quello delle Paumotu l’Arcipelago Pericoloso», disse McCoy quando riguadagnarono la poppa. «E proprio a causa di questa corrente». Poi tornarono nella cabina a consultare la carta generale, ma i vapori velenosi li ricacciarono, tossendo e annaspando, sul ponte. «Mr. McCoy, la carta indica un gruppo di isole, senza enumerarle, verso nord o nord-nord-ovest, a una quarantina di miglia. Le isole Acteon. Cosa ne dice?» 1 alisei: venti costanti che spirano tra i tropici e l’Equatore. 2 quarta: unità di misura angolare corrispondente alla trentaduesima parte della rosa dei venti.


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«Non è un posto per la Pyrénées quel gruppo d’isole. Vi naufragherebbe e basta». «Sentitelo!» Il capitano era fuori di sé. «Niente abitanti! Niente ingresso! A che diavolo servono mai quelle isole?» «D’accordo!», sbottò poi, all’improvviso, come un terrier eccitato. «La carta porta tutta una manciata d’isole laggiù a nord-ovest. Cosa mi dice di queste? Quale di loro ha un ingresso da cui si possa far passare la mia nave?» Calmo, McCoy rifletté. Lui non aveva bisogno della carta. Tutte quelle isole, barriere, banchi, lagune, ingressi e distanze erano riportati sulla carta della sua memoria. Li conosceva come l’abitante d’una città ne conosce gli edifici, le strade, i vicoli. «C’è Hao, è il posto giusto. La laguna è lunga trenta miglia e larga cinque. Un bel po’ di abitanti. Di solito c’è anche acqua e per quell’ingresso ci passa qualsiasi nave di questo mondo». Tacque e guardò preoccupato il capitano Davenport che, chino di nuovo sulla carta con un compasso a punte fisse in mano, aveva appena emesso un cupo grugnito. «C’è una qualunque laguna con ingresso più vicina di questa Hao?», chiese. «No, capitano, quella è la più vicina». «Bene, sono trecentoquaranta miglia». Il capitano lo disse pronunciando lentamente le parole, con tono deciso. «Non voglio mettere a repentaglio tutte queste vite. La porto a naufragare sulle Acteon. È una buona nave, dopotutto», aggiunse, con rimpianto, dopo aver cambiato la rotta, questa volta tenendo presente più che mai la corrente verso ovest. Un’ora dopo il cielo era interamente coperto. L’aliseo da sud-ovest ancora soffiava ma l’oceano era punteggiato di scrosci. «Saremo lì per l’una», annunciò il capitano con una certa sicurezza. «Al massimo le due. McCoy, l’areni su quella dove ci sono abitanti». Il sole non ricomparve più né, all’una, ci fu alcuna terra in vista. Il capitano Davenport guardò a poppa, alla scia irregolare della Pyrénées. «Gran Dio!», esclamò. «Una corrente da est! Guardate!» Mr. König non credeva ai propri occhi. McCoy rimase imperterrito e disse che non c’era motivo perché nelle Paumotu non ci fosse una corrente da est. Pochi minuti dopo una burrasca privò temporaneamente la Pyrénées del suo vento e la nave rimase lì a rollare pesante tra l’onde. «Una corrente da quattro nodi», disse Mr. König. «Una corrente da est invece che da ovest», esclamò il capitano, lanciando un’occhiata d’accusa a McCoy, quasi la colpa fosse sua. «Ma di quanto mi ha deviato questa corrente?», chiese il capitano, irritato. «Come faccio a sapere di quanto devo spostarmi?» «Non lo so, capitano», rispose McCoy, con grande dolcezza. Il vento riprese e la Pyrénées, con la coperta che fumava e brillava alla vivida luce grigia, puntò dritto sottovento. Poi bordeggiò, sulla dritta e sulla sinistra, incrociando la propria scia, setacciando il mare in cerca delle isole Acteon, che le vedette non avvistavano mai.


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Il capitano Davenport era fuori di sé. Ormai esprimeva la sua rabbia con un ostinato silenzio e passò l’intero pomeriggio a passeggiare avanti e indietro a poppa o appoggiato alle scotte1 di sopravvento. Al cadere della sera, senza neppure consultare McCoy, accostò sottovento e puntò a nord-ovest. Mr. König, dopo aver consultato di nascosto carta e bussola, e McCoy, dopo averle consultate apertamente e in tutta innocenza, capirono entrambi che si stavano dirigendo verso l’isola di Hao. A mezzanotte la burrasca cessò e le stelle vennero fuori. La prospettiva di un giorno limpido rallegrò il capitano. Il giorno fu davvero limpido, con l’aliseo che soffiava costante da est e la Pyrénées che, con altrettanta costanza, faceva i suoi nove nodi. Entrambi, il capitano e il primo ufficiale, rilevarono la posizione della nave e i due risultati coincisero. A mezzogiorno coincisero di nuovo e il punto ottenuto confermò quello della mattina. «Altre ventiquattro ore e saremo arrivati», affermò il capitano. «È un miracolo come reggano i ponti di questa barcaccia, ma non potranno durare. Non dureranno. Guardi quel fumo, aumenta di giorno in giorno. Eppure era una coperta perfettamente stagna, catramata di fresco a San Francisco. Quando l’incendio è scoppiato e abbiamo chiuso portelli e boccaporti ero davvero molto sorpreso. E ora guardi!» S’interruppe per fissare a bocca aperta una spirale di fumo che s’addugliava2 e svirgolava sottovento all’albero di mezzana, a una ventina di piedi sopra il ponte. «E quello come c’è arrivato lì?», esclamò, indignato. «Come dicevo, quando abbiamo chiuso portelli e boccaporti, sono rimasto sorpreso. È una coperta perfettamente stagna, eppure lasciava passare fumo come un setaccio. E da allora non abbiamo fatto altro che calafatarla. Dev’esserci una tremenda pressione là sotto perché passi tanto fumo». Nel pomeriggio il cielo si chiuse di nuovo e arrivarono vento e piovischio. Il vento non faceva che variare da sud-est a nord-est, e a mezzanotte la Pyrénées fu investita da un vento gagliardo da sud-ovest, che da allora in poi non fece che soffiare a intermittenza. «Non raggiungeremo Hao prima delle dieci o le undici», si lagnò il capitano alle sette del mattino, quando la fuggevole promessa di sole fu del tutto annullata dalla fitta nuvolaglia che andò addensandosi nel cielo laggiù a est. Un attimo dopo il capitano levò un altro lamento: «E le correnti? Che fanno?». Intanto le vedette non annunciavano nessuna terra e il giorno passò tra calme piovigginose e violenti groppi. Al cadere della notte da occidente arrivò mare grosso. Il barometro era sceso a ventinove punto cinquanta. Non v’era vento eppure quel mare minaccioso si gonfiava sempre più. Presto la Pyrénées prese a rollare impazzita tra le enormi ondate che arrivavano dal buio a ovest in un’interminabile processione. Le vele vennero ridotte da am1 scotte: cavi usati per dirigere le vele quando sono distese al vento. 2 addugliare: raccogliere e mettere in ordine le cime, avvolgendole in un certo modo. Qui è riferito al fumo che si contorce pronto a colpire (svirgolare significa infatti anche colpire di striscio).


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bedue le guardie, di dritta e di sinistra, che lavorarono più svelte che poterono. Alla fine l’equipaggio era stremato, ma i lamenti e i gemiti, particolarmente fieri e minacciosi, si levarono alti nel buio. A un certo punto la guardia di sinistra fu chiamata a poppa a rizzare e assicurare e gli uomini espressero apertamente il loro malcontento e la loro cattiva disposizione. Ogni lento movimento era una protesta e persino una minaccia. L’aria intanto era umida e appiccicosa come mucillagine e, mancando il vento, tutti gli uomini sembravano ansimare e annaspare. Il sudore ricopriva facce e braccia nude e lo stesso capitano Davenport, il viso più macilento e desolato che mai, gli occhi allucinati, era oppresso da una sensazione d’incombente calamità. «È laggiù, a ovest», disse McCoy per incoraggiarlo. «Alla peggio lo sfioreremo». Poco prima di giorno, il primo alito di vento cominciò ad annunciarsi, soffiando da sud-est, e quindi a rinfrescarsi man mano. Tutti gli uomini erano in coperta ansiosi di vedere cosa si sarebbe portato dietro. «Siamo a posto ora, capitano», disse McCoy, standogli alle spalle, vicinissimo. «L’uragano punta a ovest e noi ci troviamo a sud. Questo vento è solo il risucchio. Non soffierà più forte. Può cominciare a mollare le vele». «A che scopo? Dove dirigo? Questo è il secondo giorno senza rilevamenti e avremmo dovuto avvistare Hao ieri mattina. Da che parte dirigo, nord, sud, est o dove? Me lo dica e io mollo tutte le vele». «Non sono un navigatore, capitano», disse al suo solito modo dolce McCoy. «Io credevo di esserlo invece», fu la risposta, «prima di ritrovarmi tra queste Paumotu». A metà del giorno s’udì il grido di «Frangenti di prora!» delle vedette. La Pyrénées poggiò e, una dopo l’altra, le vele vennero mollate e bordate. La nave scivolava sull’acqua schivando una corrente che minacciava di trascinarla dritto sui frangenti. Uomini e ufficiali lavoravano come matti, il cuoco, il mozzo, persino il capitano Davenport e McCoy, tutti davano una mano. Ce la fecero per un pelo. Era una secca, un banco infido e pericoloso sul quale il mare s’infrangeva incessante, un posto dove nessun uomo sarebbe sopravvissuto e sul quale neppure gli uccelli marini trovavano requie. La Pyrénées vi passò vicino a un miglio prima che il vento la spingesse allargo, e in quel momento l’ansimante equipaggio, che aveva fatto tutto ciò che c’era da fare, ruppe in un torrente di maledizioni contro McCoy: per essere salito a bordo e aver proposto di raggiungere Mangareva, per averli attirati via dalla sicurezza che rappresentava Pitcairn e per averli spinti invece alla distruzione certa in quelle acque infide e terribili. Ma l’animo tranquillo di McCoy rimase imperturbato. Sorrise, a loro tutti, con semplice e affabile grazia e, chissà come, quella sua elevata dolcezza parve penetrare di nuovo le loro nere anime, facendoli vergognare. E proprio quella vergogna soffocò le imprecazioni che vibravano loro in gola. «Brutte acque! Brutte acque!», mormorò il capitano Davenport quando fu certo che la nave era scampata al pericolo. Poi, di colpo, s’interruppe per fis-


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sare stupito la secca che avrebbe dovuto trovarsi dritto a poppa e invece era ora all’anca1 di sopravvento della Pyrénées e si spostava rapidamente. Sedette e si nascose il viso tra le mani, e il primo ufficiale, allora, e McCoy e l’equipaggio, tutti, videro quel che aveva visto lui: a sud della secca una corrente da est li spingeva verso di essa mentre a nord della secca una corrente da ovest, altrettanto rapida, aveva afferrato la nave e l’allontanava da quel punto di morte. «Avevo sentito parlare di queste Paumotu», grugnì il capitano allontanando le mani dal viso pallido. «Il capitano Moyendale me ne aveva parlato dopo averci perso la nave. E io gli risi alle spalle. Che Dio mi perdoni, gli risi alle spalle! Che banco è quello?», si rivolse a McCoy. «Non lo so, capitano». «Perché non lo sa?» «Perché non l’ho mai visto prima e perché non ne ho mai sentito parlare. So che non è segnato, questo so. Queste acque non sono mai state perlustrate a fondo». «Quindi non sa dove siamo?» «Non più di lei», rispose McCoy, col suo tono gentile. Alle quattro del pomeriggio furono avvistate delle palme che sembravano spuntate fuori dall’acqua. Poco dopo sulla superficie del mare si delineò una terra bassa. «Ora so dove siamo, capitano». McCoy abbassò il binocolo. «Quella è Resolution. Siamo a quaranta miglia oltre Hao e abbiamo il vento in faccia». «Prepariamoci ad arenarla, dunque. Dov’è l’ingresso?» «C’è solo il passaggio per una canoa. Ma ora che sappiamo dove siamo possiamo puntare su Barclay de Tolley. È a sole centoventi miglia da qui, dritto a nord-nord-ovest. Con questo vento saremo lì per le nove di domani mattina». Il capitano Devenport consultò la carta e rimase perplesso. «Se l’incagliamo qui», proseguì McCoy, «lo stesso dovremo raggiungere Barclay de Tolley con le lance». Il capitano diede l’ordine e, ancora una volta, la Pyrénées affrontò l’inospitale mare. A metà del pomeriggio seguente disperazione e ammutinamento s’annunciarono sul ponte fumante. La corrente s’era rinforzata e il vento indebolito e la Pyrénées aveva scarrozzato verso ovest. Le vedette avvistarono Barclay de Tolley a est, a malapena visibile dall’alto, e inutilmente, per ore, la Pyrenées tentò di guadagnarla. Come un miraggio, le palme ondeggiavano all’orizzonte, visibili solo alle vedette. A quelli in coperta erano nascoste dal rigonfio del mondo. Di nuovo il capitano Davenport consultò McCoy e la carta. Makemo era a settanta miglia a sud-ovest. La sua laguna era lunga trenta miglia e l’ingresso era ottimo. Quando il capitano diede l’ordine, gli uomini si rifiutarono d’obbedire. Annunciarono che ne avevano abbastanza di quell’inferno infuocato sotto i piedi. La terra era laggiù, ma se la nave non ce l’avesse fatta? Con 1 anca: fiancata della nave.


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le lance ce l’avrebbero certamente fatta. Che bruciasse, dunque. Quella che contava era la loro vita. Avevano servito fedelmente la nave, ora avrebbero servito sé stessi. Corsero verso le lance, scostando di forza il secondo e terzo ufficiale, e si prepararono ad ammainarle. Il capitano Davenport e il primo ufficiale stavano avanzando verso il cassero con le pistole in pugno quando McCoy, che s’era arrampicato sul tetto del casotto, iniziò a parlare. Si rivolse ai marinai che, al primo risuonare di quella tubante voce da colomba, si fermarono ad ascoltare. E lui estese a loro la sua pace e serenità ineffabili. La voce dolce e i concetti semplici fluirono verso quegli uomini in una corrente magica, calmandoli loro malgrado. Cose da tempo dimenticate riaffiorarono e alcuni di loro ricordarono le ninnananne dell’infanzia e la pace e il riposo tra le braccia materne alla fine del giorno. Di colpo, scomparvero preoccupazioni, pericoli e angustie. Tutto andava come doveva andare e fu più che naturale che loro volgessero le spalle a quella terra e riprendessero di nuovo a solcare quelle acque con l’inferno infuocato sotto i piedi. Le parole di McCoy erano semplici ma non furono esse bensì la sua personalità a risultare eloquente più di qualsiasi umano discorso. Gli uomini esitarono, riluttanti, fermi dov’erano, e quelli che avevano allentato i cavi li tesarono di nuovo. Poi uno alla volta e alla fine tutt’insieme, impacciati, si dispersero. Allorché scese dal tetto del casotto, McCoy sorrideva, animato da una gioia e un piacere infantili. Le difficoltà erano finite; anzi, non era finita nessuna difficoltà, perché in quel mondo beato e benedetto nel quale lui viveva non era esistita mai nessuna difficoltà. «Li ha ipnotizzati», disse a bassa voce Mr. König, sorridendogli incerto. «Sono bravi ragazzi», fu la risposta. «Hanno cuore. Hanno vissuto brutti momenti, hanno lavorato duro ma continueranno a farlo sino alla fine». Mr. König non ebbe il tempo di rispondere, stava già urlando ordini: gli uomini scattarono, obbedienti, e la Pyrénées poggiò lenta fino a che la prua puntò in direzione di Makemo. Il vento soffiava leggero e dopo il tramonto quasi cessò. Il caldo era insopportabile e a prua e a poppa inutilmente gli uomini cercavano di dormire. Impossibile stendersi sulla coperta rovente e in più i vapori mortali che filtravano attraverso i comenti1 si diffondevano per tutta la nave come spiriti del male, penetrando in narici e trachee e causando crisi di tosse e starnuti. Le stelle ammiccavano pigre dalla buia volta del cielo e, sorgendo a oriente, la luna piena bagnava con la luce l’intrico di fili, sbuffi e spirali di fumo che si levavano e intrecciavano e attorcigliavano sul ponte, sulla murata, sugli alberi e tra le sartie. Al mattino da est non giungeva altro che un lieve alito di vento e, incapace di fare alcun apprezzabile progresso in direzione sud, il ca-

1 comenti: fessure presenti tra le tavole di legno di cui è fatto lo scafo, che si riempiono calafatando.


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pitano Davenport accostò sulla sinistra e fece portare le vele, orzando1 raso. Aveva paura di quella terribile corrente da ovest che lo aveva già allontanato da tanti rifugi. La calma durò poi tutto il giorno e tutta la notte mentre i marinai, con una magra razione di banane secche, riprendevano a brontolare. In più, diventavano sempre più fiacchi e lamentavano dolori di stomaco, dovuti alla dieta stretta di banane. Per tutto il giorno la corrente trascinò la Pyrénées verso ovest non essendoci nessun vento che la sospingesse verso sud. Alle prime luce del mattino, a metà della prima guardia, furono avvistate palme in direzione sud: le loro cime spuntavano dal mare segnando il basso atollo. «Quella è Taenga», disse McCoy. «Abbiamo bisogno di vento stanotte, altrimenti mancheremo Makemo». «Che ne è dell’aliseo da sud-ovest?», chiese il capitano. «Perché non soffia? Cosa è successo?» «È l’evaporazione di tutte queste grandi lagune. Sono tante», rispose McCoy. «L’evaporazione sconvolge l’intero sistema degli alisei. Costringe persino il vento a cambiare e a soffiare forte da sud-ovest. Questo è l’Arcipelago Pericoloso, capitano». Il capitano si girò verso di lui, aprì la bocca e stava per imprecare, ma si controllò. La sola presenza di McCoy era un rimprovero per le bestemmie che gli vorticavano in mente e fremevano in gola. Durante tutti quei giorni passati insieme l’influenza di McCoy era andata crescendo. In mare il capitano Davenport era un despota che non temeva nessuno e non frenava mai la lingua, ma ora, alla presenza di quel vecchio con quei dolci occhi scuri e quella voce da colomba, si scopriva incapace di imprecare. Rendersene conto fu un vero e proprio colpo per lui. Lui, capitan Davenport, non era religioso e tuttavia in quel momento avvertì come un folle impulso a gettarsi ai piedi di quel vecchio e a dire chissà cosa. Era un’emozione che affiorava dal profondo di sé stesso e subito lui si rese vagamente conto della propria indegnità e piccolezza nei confronti di quell’uomo che possedeva la semplicità di un fanciullo e la dolcezza di una donna. Naturalmente non poteva umiliarsi in quel modo davanti ai suoi ufficiali e ai suoi uomini, e tuttavia la rabbia che gli aveva ispirato le bestemmie ancora gli bruciava dentro. All’improvviso menò un pugno contro la parete del casotto e gridò: «Senta, vecchio, io non mi lascio battere. Queste Paumotu mi hanno ingannato e burlato, si sono prese gioco di me, ma io non mi lascio battere. Sono deciso a portare questa nave attraverso le Paumotu e poi oltre e oltre ancora fino alla Cina, fino a che non trovo un letto su cui adagiare la nave. E anche se tutti gli uomini mi abbandonano io resto a bordo, sulla mia nave. Gliela farò vedere io alle Paumotu. Non ce la faranno a ingannarmi. Questa è

1 orzare: avvicinare la prua della barca alla direzione da cui spira il vento. L’azione contraria è poggiare.


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una buona nave e io non l’abbandonerò finché avrò una tavola sotto i piedi. Chiaro?» «E io starò con lei, capitano», disse McCoy. Durante la notte brezze lievi e variabili soffiarono da sud e l’impazzito capitano, col suo carico di fuoco, studiava e misurava la sua deriva verso sud e ogni tanto si lasciava andare a bestemmiare a voce così bassa che McCoy non lo poteva udire. La luce del giorno rivelò altre palme che spuntavano dal mare a sud. «Quella è l’estremità, la punta sottovento di Makemo», annunciò McCoy. «Katiu è a sole poche miglia a ovest. Ce la facciamo». Ma risucchiandoli tra le due isole, la corrente li trascinò verso nord-est e all’una del pomeriggio videro le palme di Katiu spuntare dal mare, per riaffondarvi però subito dopo. Ancora pochi minuti, e proprio quando il capitano scopriva che una nuova corrente da nord-est s’era impossessata della Pyrénées, le vedette avvistarono palme a nord-ovest. «È Raraka», disse McCoy. «Senza vento non ce la faremo. La corrente ci trascina verso sud-ovest. Ma dobbiamo stare attenti. A poche miglia più avanti c’è una corrente che punta a nord e poi cambia e dirige a nord-ovest. Questo ci allontana da Fakarava, e Fakarava è il posto dove trovare un letto per la Pyrénées». «Possono trascinare quanto Cri… be’, quanto vogliono loro», esclamò accalorato il capitano Davenport. «Noi le troveremo lo stesso un letto da qualche parte». Ma la situazione della Pyrénées era ormai giunta al limite. Il ponte era così rovente che ancora qualche grado in più e avrebbe preso fuoco. In molti punti neppure le scarpe dalle spesse suole dei marinai offrivano sufficiente protezione così che erano costretti a saltellare per evitare di scottarsi i piedi. Anche il fumo era aumentato e diventato più acre. Non uno a bordo che non avesse gli occhi infiammati, tutti tossivano, soffocavano e ansimavano come una compagnia di tubercolotici. Nel pomeriggio furono approntate e armate le lance e a bordo vi furono caricate le ultime balle di banane secche, insieme con gli strumenti degli ufficiali. Temendo che il ponte saltasse in aria da un momento all’altro, il capitano Davenport caricò persino il cronometro nella barcaccia. Per tutta la notte questo incubo pesò su loro tutti e alla prima luce del mattino, con occhi incavati e volti spettrali, si guardarono sorpresi per il fatto che la Pyrénées ancora resisteva e tutti loro erano ancora vivi. A passo svelto, ogni tanto persino saltellando in modo poco dignitoso, il capitano Davenport andava da una parte all’altra del ponte, ispezionandolo. «Ormai è questione di ore, se non di minuti», annunciò ritornando a poppa. Dall’alto dell’albero di maestra giunse il grido di «Terra!». Dal ponte era invisibile naturalmente e così McCoy salì in alto, mentre il capitano approfittava dell’occasione per imprecare con tutta l’amarezza che aveva in cuore. Ma


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di colpo le imprecazioni furono soffocate dalla comparsa di una linea scura sull’orizzonte, a nord-est. Non era una burrasca ma un vento regolare, l’aliseo scompigliato, spostato di otto quarte dalla sua normale direzione, che si rimetteva tuttavia al lavoro. «Si tenga in vista, capitano», disse McCoy appena fu di nuovo a poppa. «Quella è la punta orientale di Fakarava e noi entreremo gloriosamente attraverso il passaggio col vento per traverso e tutte le vele spiegate». Nel giro di un’ora le palme e la linea della terra furono visibili anche dal ponte. Ma su tutti pesava la sensazione che la resistenza della Pyrénées fosse agli estremi. Il capitano Davenport fece calare le tre lance e se le lasciò a poppa, a rimorchio, ciascuna con un uomo a bordo per tenerle distaccate tra loro. La Pyrénées costeggiò la riva: l’atollo bianco di risacca era ad appena duecento metri. «Si prepari a virare di bordo, capitano», disse McCoy. Un minuto dopo la terra s’aprì, mostrando uno stretto passaggio e, più oltre, la laguna, un grande specchio d’acqua lungo trenta miglia e largo un terzo. «Ora, capitano». Per l’ultima volta i pennoni della Pyrénées ruotarono, obbedienti al timone, e la nave infilò il passaggio. La virata era appena stata compiuta e nessuna manovra1 era stata ancora colta quando gli uomini si voltarono verso poppa, presi dal terrore. Niente era successo, e tuttavia avrebbero giurato che qualcosa stava per succedere. Perché, non avrebbero saputo dirlo, sapevano solo che stava per succedere. McCoy si avviò a prendere posizione a prua per pilotare la nave nella laguna quando il capitano l’afferrò per un braccio e lo costrinse a fermarsi. «Lo faccia da qui», gli disse. «Quella coperta non è sicura. Cosa succede?», chiese un attimo dopo. «Ci siamo fermati». McCoy sorrise. «Lei sta affrontando una corrente di sette nodi, capitano», disse poi. «È il riflusso che si precipita fuori dal passaggio». Nel giro di un’altra ora la Pyrénées era avanzata a stento della sua sola lunghezza, ma il vento si rinfrescò e la nave si tuffò in avanti. «Meglio che una parte di voi scenda nelle lance», ordinò il capitano Davenport. Non aveva finito di dirlo, e gli uomini stavano approntandosi a obbedire, quando a metà della Pyrénées la coperta saltò in aria, in un viluppo di fiamme e fumo, dritto verso le vele e le manovre, rimanendo in parte impigliata lassù e piombando per il resto giù in mare. Il vento soffiava per traverso e questo salvò gli uomini raggruppati a poppa, che si precipitarono ora, alla cieca, verso la murata per guadagnare le lance, ma la voce di McCoy, carica del suo convincente messaggio di vasta calma e tempo infinito, li fermò. «Piano», disse. «Va tutto bene». 1 manovra: cavo degli alberi e delle vele.


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«Meglio che lei prenda il comando delle lance», disse poi a Mr. König. «Ne faccia accostare una dritto sotto l’anca… Quando lascio qui, ci salto dentro». Mr. König esitò, poi andò alla murata e si calò nella lancia. «La tenga a mezza quarta, capitano». Il capitano Davenport sobbalzò, credeva di avere la nave tutta per sé. «Sissignore», rispose. «A mezza quarta». A mezza nave la Pyrénées era una fornace aperta, tutta in fiamme, dalla quale si riversava fuori un immenso volume di fumo che si levava alto sopra gli alberi e nascondeva completamente la parte prodiera1 della nave. McCoy, al riparo delle sartie della randa2, continuò il difficile compito di pilotare la nave nel canale. Intanto dal punto dell’esplosione il fuoco avanzava verso poppa, lungo la coperta, mentre su a riva lo svettante castello di tela sull’albero di maestra prendeva fuoco e svaniva in un groviglio di fiamme. A prua, però, benché non li vedessero, il capitano e McCoy sapevano che fiocco e controfiocco3 ancora tiravano. «Se solo le vele non bruciassero tutte prima che siamo dentro», gemé il capitano. «Ce la faremo», lo rassicurò McCoy, fiducioso. «C’è tutto il tempo. Dobbiamo farcela. E, una volta dentro, volgiamo le spalle al vento, così il fumo non ci avvolge e le fiamme sono tenute lontane dalla poppa». Una lingua di fiamma schizzò su per l’albero di mezzana e, affamata, cercò di lambire l’ordine più basso di vele, lo mancò e svanì. Dall’alto un frammento di sartia in fiamme piombò sulla spalla del capitano Davenport che, come se fosse stato punto da una vespa, allungò di scatto il braccio all’indietro e spazzò via quel fuoco vorace. «Direzione, capitano?» «Ovest-nord-ovest». «La tenga a nord-ovest». Il capitano girò la ruota del timone. «Nord-nord-ovest, capitano». «Sissignore, nord-nord-ovest». «Ora ovest». Lentamente, quarta per quarta, entrata nella laguna la Pyrénées descrisse il cerchio che la portò di poppa al vento e, quarta per quarta, con tutta la calma certezza di disporre di mille anni di tempo, McCoy declamava il cambiamento di rotta. «Un’altra quarta, capitano». «Un’altra quarta, signore». Il capitano Davenport agguantò le caviglie4 una dopo l’altra, poi di colpo ruotò all’indietro, quindi avanzò di una, per frenare la nave. 1 prodiera: a prua. 2 sartie della randa: corde che reggono l’albero principale sul quale vi è la vela detta randa. 3 fiocco e controfiocco: nomi di vele. 4 caviglie: maniglie disposte sulla ruota di manovra del timone.


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«Alla via». «Alla via così». Nonostante il fatto che il vento fosse ora da poppa, il caldo era così intenso che il capitano era costretto a gettare di slancio occhiate alla chiesuola1 e a staccare ora una mano ora l’altra dalla ruota del timone, per strofinarsi o ripararsi le guance in fiamme. La barba di McCoy s’arricciava e accartocciava e il suo odore, forte alle narici del capitano, costrinse quest’ultimo a guardare preoccupato il vecchio McCoy. Quanto a lui, lasciava andare le caviglie per strofinarsi un attimo il dorso delle mani brucianti contro i pantaloni. A un tratto, di colpo, tutte le vele dell’albero di mezzana svanirono in un viluppo di fiamme, costringendo i due uomini ad accovacciarsi e a ripararsi il viso. «Ora», disse McCoy, lanciando un’occhiata alla bassa riva verso prua, «quattro quarte di contro, capitano, e vada alla via». Brandelli di vela e pezzi di cavi in fiamme piovevano dall’alto su di loro. Il fumo catramoso di un pezzo di cavo che bruciava ai suoi piedi provocò al capitano una crisi di tosse durante la quale tuttavia non mollò un solo attimo le caviglie della ruota del timone. La Pyrénées urtò di prua, si sollevò e, strisciando lenta, alla fine si bloccò. Una pioggia di frammenti in fiamme, scossi dall’urto, cadde intorno ai due. La nave avanzò di nuovo e di nuovo urtò. Frantumando il fragile corallo con la chiglia, avanzò ancora e urtò una terza volta. «Poggia tutto», disse McCoy. «Poggia?», ripeté un attimo dopo, in tono di gentile domanda. «Non risponde». «Va bene. Sta girando su sé stessa». McCoy lanciò un’occhiata fuoribordo. «Sabbia. Sabbia soffice e bianca. Non potevamo chiedere di meglio. Un letto magnifico». Mentre la Pyrénées, con la poppa non più al vento, girava lentamente, a poppa si verificò una terribile esplosione di fiamme e fumo. Il capitano Davenport abbandonò la ruota in uno spasimo di bruciante dolore, afferrò il cavo d’ormeggio2 della lancia che galleggiava a poppa poi guardò McCoy, che s’era fatto da parte per farlo passare. «Prima lei», gridò il capitano, afferrandolo per le spalle e quasi scaraventandolo oltre la murata. Ma fiamme e fumo erano troppo insopportabili e così seguì immediatamente McCoy giù per il cavo. Dimenandosi, ambedue scivolarono insieme verso la lancia. A prua di questa un marinaio, senza attendere ordini, tagliò il cavo col suo coltello a lama fissa; i remi, tenuti pronti, affondarono nell’acqua e la lancia schizzò via. «Un magnifico letto, capitano», mormorò McCoy, voltandosi a guardare indietro. «Sì, magnifico. E tutto grazie a lei», fu la risposta. Le tre lance puntarono verso la bianca spiaggia di polvere di corallo oltre la quale, ai margini di un coccheto3, si scorgevano 1 chiesuola: colonna di sostegno e protezione della bussola magnetica. 2 cavo d’ormeggio: la fune che serve alle operazioni di sosta della nave. 3 coccheto: zona in cui crescono gli alberi da cocco.


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una mezza dozzina di capanne d’erba e una ventina o più di indigeni, eccitati, che guardavano con occhi spalancati quella conflagrazione vagante venuta a incagliarsi sulla loro isola. Le lance toccarono terra e tutti sbarcarono sulla bianca spiaggia. «E ora», disse McCoy, «devo trovare un mezzo per tornare a Pitcairn».


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1. Quali segnali suggeriscono a McCoy, appena salito a bordo della Pyrénées, che la nave è in fiamme, sottocoperta? 2. Cerca su un atlante cartaceo oppure online i luoghi in cui è ambientato il racconto. Con l’aiuto dell’insegnante ricostruisci poi l’itinerario compiuto, individuando le tappe principali del viaggio. 3. Che cosa impedisce, ciascuna volta, alla Pyrénées di raggiungere la sua destinazione? Rispondi completando la tabella. Isola da raggiungere

Ostacolo che sopraggiunge

4. La presenza di McCoy a bordo della Pyrénées comunica pace, sicurezza e serenità. Sottolinea nel testo alcuni passaggi che mostrino come la tranquillità di questo uomo sia contagiosa per il capitano Davenport e per il suo equipaggio. 5. Racconta un episodio in cui sei riuscito a portare a termine un’impresa che ritenevi impossibile grazie alla presenza rassicurante di qualcuno. 6. McCoy vive una vicenda pericolosa e avvincente: a partire da una rilettura attenta e ricopiando letteralmente anche alcune frasi del racconto, descrivi gli aspetti che permettono di definire questo personaggio un eroe del racconto di avventura.


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JOSEPH CONRAD Giovinezza Fu Marlow (salvo errore, credo che il suo nome si scriva così) a raccontarci la storia, o meglio, la cronaca di un viaggio. «Sì, conosco discretamente quei mari di Estremo Oriente, ma tra tutti i miei viaggi, il primo è quello che, ricordo meglio. […] Quel viaggio fu una memorabile impresa. Era il mio primo viaggio nei mari di Estremo Oriente e il mio primo viaggio come secondo, con un capitano che esordiva nel suo primo comando. Quando vi avrò detto che il capitano aveva né più né meno che sessant’anni suonati, ammetterete che se l’era ben meritato. Piccolo, con la schiena larga, le spalle curve, una gamba più corta dell’altra, egli aveva quell’aspetto un po’ contorto che spesso si riscontra negli uomini che lavorano la terra. Aveva una faccia caricaturale, nella quale il naso pareva volersi congiungere al mento scavalcando la bocca infossata. I capelli arruffati che incorniciavano quel mascherone s’allargavano torno torno come una raggiera di bambagia su cui fosse stata spruzzata della polvere di carbone. Gli occhi turchini, in quella vecchia faccia, sembravano appartenere a un bambino, tanto mite ne era l’espressione; un’espressione che molti uomini semplici, grazie alla purità del cuore e alla rettitudine dell’animo, riescono a serbare intatta per tutta la vita. Che cosa avesse indotto il capitano ad assumermi come secondo è per me tuttora un mistero. Ero stato terzo a bordo – e ne uscivo allora allora – su uno di quei lussuosi bastimenti che facevano servizio per l’Australia e m’erano noti i ben radicati pregiudizi che il capitano nutriva contro quel genere di navi che riteneva troppo sontuose e aristocratiche. Mi disse: “Ricordatevi che qui si lavora duro!”. Risposi che avevo dovuto lavorare su tutte le navi nelle quali avevo prestato servizio. “Ah… ma questa barca non è come certi grandi bastimenti… e voialtri gran signori… provenienti da velieri di lusso… ma lasciamo andare… tutto sommato… mi pare facciate al caso mio. Assumerete servizio domani”. E l’indomani assunsi servizio. Parlo di ventidue anni fa: avevo allora vent’anni. Come passa il tempo! Quello fu uno dei più bei giorni della mia vita! Immaginate! Iniziavo la mia vita di secondo a bordo! Ero finalmente un ufficiale su cui incombevano serie responsabilità. Non avrei scambiato il mio nuovo contratto contro tutti i tesori del mondo! A sua volta, anche il primo ufficiale m’interrogò minuziosamente. Anch’egli era vecchio, ma tutt’altro tipo del capitano. Aveva un naso aquilino, una lunga barba candida come la neve e si chiamava Mahon, quantunque egli si ostinasse a farsi chiamare Mann. Di distinta famiglia, perseguitato dalla sfortuna, non fece mai carriera. Il capitano, dopo quattro anni di pratica su navi costiere, aveva navigato nel Mediterraneo, e aveva finito in seguito per spingersi nei mari di Estremo Oriente. Aveva una scrittura bizzarra e geroglifica e detestava scrivere. Entrambi – capitano e primo ufficiale – erano dei veri e bravi lupi di ma-


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re; accanto a quei due patriarchi, mi pareva d’essere nient’altro che un ragazzino. Anche la nave, che si chiamava Judea (strano nome, vero?), era vecchia. Apparteneva a un certo Wilmer o Wilcox… ma questo non è un particolare importante, poiché costui, dopo essere fallito, morì circa vent’anni or sono… quel che conta piuttosto è il lungo periodo che la nave aveva dovuto passare inattiva nel bacino di Shadwell. Potete immaginarvi in che stato fosse ridotta. Arrugginita, sudicia, polverosa… fuligginosa nell’interno, con una coperta1 che non era stata lavata da secoli. Provavo l’impressione d’essere uscito da un palazzo per entrare in un sordido tugurio. Era un veliero di circa quattrocento tonnellate, con la poppa pesante e quadrata, e un molinello2 più che primitivo. Mancava di qualsiasi rifinitura in rame e persino i catenacci delle porte erano in legno. Sotto il nome, scritto in lettere cubitali, si scorgevano degli ornati che avevano perduto la doratura e, in mezzo a essi, una specie di stemma con questo motto: “Fare o Morire”. Ricordo che questo motto mi entusiasmò. Era romantico… cavalleresco…, conteneva qualcosa che mi induceva ad amare quella vecchia carretta, qualche cosa che rispondeva al mio ardore giovanile. Lasciammo Londra in zavorra (zavorra di sabbia) per andare a prendere in un porto del Nord un carico di carbone destinato a Bangkok. Bangkok! Ero emozionato! Dopo sei anni di navigazione conoscevo soltanto Melbourne e Sidney, belle città, luoghi simpatici, nel loro genere… ma Bangkok! Mettemmo alla vela per uscire dal Tamigi con a bordo un pilota dei mari del Nord. Jermyn (così si chiamava) durante l’intera giornata pareva occupato a infilarsi in cucina dove sciorinava3 continuamente i suoi fazzoletti innanzi al fuoco. Sembrava che non dormisse mai. Era un uomo lugubre, con una perpetua lacrima luccicante sulla punta del naso; costui o si lamentava dei propri guai, o pensava a quelli trascorsi o ne prevedeva dei nuovi; era felice soltanto quando qualcosa andava a rovescio. Diffidava della mia giovinezza, del mio buon senso, della mia capacità marinaresca, e non perdeva nessuna occasione per farmelo sentire. Non aveva forse tutti i torti; sapevo ben poco allora e poco so ancor oggi, ma il mio odio contro quell’uomo è tuttora vivo. Impiegammo un’intera settimana per raggiungere Yarmouth Road, e, non appena giunti in quei paraggi, fummo presi dalla tempesta, la famosa burrasca dell’ottobre di ventidue anni or sono. Vento, lampi, grandine, neve e un mare spaventoso. Navigavamo senza carico, e per farvi capire come fosse piacevole, basterà che vi dica che avevamo la murata4 in pezzi e la coperta inondata. La seconda notte, mentre il vento ci aveva trascinati nei pressi del Dogger Bank, tutta la zavorra si spostò a prua. Non c’era altro da fare che

1 coperta: ponte superiore della nave. 2 molinello: argano destinato al sollevamento dell’àncora. 3 sciorinare: stendere per asciugare. 4 murata: fiancata della nave.


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scendere a lavorar di pala per tentare di raddrizzare la nave; ed eccoci tutti al lavoro, Jermyn, il capitano e ogni altro membro dell’equipaggio, intenti a scaricare quella sabbia bagnata dalla parte del vento, faticando per mantenerci ritti. A ogni inabissarsi del veliero, nella penombra che ci circondava, vedevamo cadere ora questo ora quello dei nostri uomini tra una gran confusione di pale cozzanti. Per colmo, in quella vasta stiva, tenebrosa come una caverna, con le candele di sego incollate ai baglietti1, che mandavano una luce tremolante, e la tempesta che urlava sopra di noi, sentivamo la nave, pencolante pericolosamente su di un fianco, rullare in modo spaventoso. Uno dei mozzi di bordo (ne avevamo due), impressionato da quella scena terrificante, singhiozzava come se il cuore gli scoppiasse. Lo sentivamo fiottare2 in un angolo oscuro della stiva. Al terzo giorno la tempesta si calmò, e, dopo qualche giornata di attesa, fummo raccolti da un rimorchiatore nordico. Per arrivare da Londra a Tyne, avevamo impiegato sedici giorni! Raggiunta la banchina, poiché, a causa del ritardo, avevamo perduto il nostro turno di carico, ci relegarono in un molo fuori mano, dove sostammo per un mese. […] Quantunque fosse gennaio, il tempo era magnifico; uno di quei tempi che, come ogni cosa inattesa, superano l’incanto dell’estate… Sapevamo che quell’aria fresca, eccezionalmente mite, non avrebbe potuto durare a lungo… Era tanto di guadagnato, un dono di Dio… una sorpresa della sorte… Il bel tempo ci arrise per tutti i giorni che navigammo nel mare del Nord e nella Manica, sino a circa trecento miglia a ovest del capo Lizzard; ma qui il vento, mutando direzione, cominciò a soffiare con una certa violenza, in direzione di sud-ovest, sinché, dopo altri due giorni di navigazione, ci trovammo di nuovo in piena tempesta. Il Judea, come una cassetta di legno vuota, ballonzolava in pieno Atlantico. Per giorni e giorni non si ebbe più requie; il vento soffiava con rabbia dispettosa, con forza indefessa3, senza tregua, senza pietà, senza darci respiro. Il mondo consisteva ormai in un’immensità di onde spumeggianti pronta a divorarci sotto un cielo sporco come un soffitto affumicato e tanto basso da poterlo toccare con una mano. Intorno a noi, nei giorni e nelle nottate che si susseguivano, non si udiva che l’incessante ululo del vento unito al tumulto del mare e agli schianti dei marosi che inondavano la coperta. Nel tempestoso spazio che occupavamo, aria e spruzzi erano distribuiti in misura eguale. Non un attimo di riposo per l’equipaggio né per la nave, la quale ora sbalzava in aria, ora s’inabissava, ora si rizzava sulla testa, ora sulla coda e, nell’incessante rullio, mandava lunghi gemiti, mentre noi dovevamo badare a lottare quando eravamo in coperta, e quando eravamo coricati nella nostra cuccetta a tenerci ben aggrappati, in preda a un costante tormento, fisico e morale. 1 candele … baglietti: candele fatte di grasso animale (sego), incollate alle travi di sostegno (baglietti) del ponte di una nave. 2 fiottare: piangere lamentosamente. 3 indefessa: instancabile.


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Una notte, mentre io giacevo vestito, senza essermi tolto neppure le scarpe e con l’impressione di non aver chiuso occhio da secoli e che, anche se lo avessi tentato, non avrei potuto mai più dormire, Mahon mi disse attraverso un finestrino che s’apriva sulla mia cuccetta: “Marlow” e la sua voce era agitata, “l’asta da scandaglio1 è forse lì da te? Non mi riesce di avviare la pompa! Per Bacco! Non è uno scherzo!”. Gli diedi l’asta da scandaglio e tornai a sdraiarmi tentando, con il pensare ad altre cose, di scacciare la preoccupazione della pompa che mi si era fitta nel cervello. Quando, per il mio quarto2, tornai in coperta, gli uomini stavano ancora pompando. Alla luce d’una lanterna, portata sopra coperta per esaminare lo scandaglio, scorsi l’espressione preoccupata e stanca di quelle facce. Pompammo tutte le quattro ore del nostro quarto. Pompammo tutta la notte, tutto il giorno appresso e, a turno, continuammo a pompare per tutta la settimana seguente. La nave, sconnessa, faceva acqua in modo pericoloso, non al punto da farci annegare immediatamente, ma abbastanza per costringerci a un lavoro massacrante intorno alla pompa. Intanto, mentre si pompava, la nave se ne andava a pezzi; un lato della murata se ne andò alla deriva, i puntali3 cedettero, le maniche a vento4 si ruppero e ogni porta venne sfondata. A bordo non c’era più un angolo asciutto; la nave grondava acqua da ogni parte. Il canotto di salvataggio, ancora appeso al suo posto, era diventato, per opera di magia, una fascina di legna da bruciare. Io stesso lo avevo assicurato con forti ritenute ai ganci, e m’ero sentito sino allora assai orgoglioso d’un lavoro che aveva resistito per tanto tempo, contro ogni peggiore insidia del mare. E continuavamo a pompare. E il tempo non accennava a mutare. L’oceano era un lenzuolo di spuma bianca, una caldaia di latte bollente. Nel cielo coperto di nubi, non appariva neppure una piccola fessura d’azzurro, mai, neanche per un minuto secondo! Il firmamento, per noi, non esisteva più! Non esistevano più le stelle, né il sole, né l’universo. Nulla, all’infuori di quel cielo arcigno e di quel mare infuriato. Pompavamo e vivevamo in continuo allarme, come se fossimo morti e stessimo scontando, nell’inferno dei marinai, le nostre colpe. Avevamo dimenticato che giorno fosse, che mese fosse… dimenticato l’anno e dimenticato che anche noi, un giorno, avevamo vissuto sulla terra. Il vento si portò via le vele e la nave, così mutilata, rimase sotto la plumbea5 coperta di quel cielo, con l’acqua nella stiva. Non ce ne curammo; con lo sguardo vuoto, proprio dei cretini, continuavamo a girare le manovelle della pompa. Meccanicamente, ogni qualvolta riuscivamo ad arrampicarci in coperta, io, legato con una corda, facevo una rapida ispezione degli uomini, della pompa, dell’albero maestro, e poi, assie1 scandaglio: strumento che si usa per misurare la profondità delle acque. 2 quarto: turno di lavoro di quattro ore. 3 puntali: puntelli di rinforzo applicati alle travi portanti dello scafo di una nave. 4 maniche a vento: grandi tubi che servono all’aerazione dei locali interni di una nave. 5 plumbea: aggettivo derivato dal nome piombo, che significa “del colore del piombo, grigia scura”.


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me agli altri, ricominciavo, con l’acqua sino alla cintola, sino al collo, fin sopra la testa, quest’eterno lavoro di prosciugamento. Nulla poteva scuotere la nostra apatia1… Avevamo dimenticato che cosa volesse dire vivere all’asciutto. Tuttavia, in qualche angolo remoto del mio essere, sopravviveva un pensiero: “Per Bacco… questa è una grande avventura, un’avventura sul genere di quelle che si leggono nei libri!… E questo è il mio primo viaggio come secondo a bordo… e ho soltanto vent’anni… e resisto quanto ognuno di questi uomini…, so anche incoraggiarli!…”. Questo mi piaceva…, avevo momenti d’esultanza… Non avrei scambiato quell’esperienza con un impero! Ogni qualvolta quella povera nave smantellata si alzava disperatamente con la prua verso il cielo, mi pareva che levasse, come un’invocazione, come una minaccia, come una protesta contro le nubi implacabili, le parole scritte sulla sua poppa: “Judea. Londra. Fare o Morire”. Oh, giovinezza! La tua forza, la tua fede, la tua fantasia! Quella barca, per me, non era una vecchia carcassa usa a trasportare, in base a una tariffa stabilita, un carico di carbone da un punto all’altro del mondo, ma un mezzo per la grande prova…, era la pietra di paragone, era un nobile cimento2! Penso a essa con gioia, con affezione, con rimpianto, come si pensa a una persona morta che si è tanto amata… Non dimenticherò mai quella nave… passatemi la bottiglia! Una notte, mentre legati, come già dissi, all’albero maestro, stavamo pompando, assordati dal vento e così esausti da non aver neanche la forza per augurarci di morire, un’ondata immane, piombandoci addosso, spazzò la coperta. Non appena mi riuscì di riprender fiato, ricordandomi d’essere di quarto, urlai: “State saldi, ragazzi!”. Ma in quel momento qualcosa di duro che galleggiava sull’acqua urtò la mia gamba. Cercai d’afferrarlo, ma mi sfuggì; capirete… la nottata era così tenebrosa che non potevamo distinguerci l’un l’altro a un palmo di distanza. Dopo quel colpo, per qualche istante il veliero rimase immobile e l’oggetto duro – non sapevo che diavolo fosse – venne di nuovo a cozzare contro di me; questa volta riuscii ad afferrarlo e vidi che si trattava di una casseruola3. In un primo tempo, istupidito dalla fatica e con l’ossessionante preoccupazione della pompa che funzionava male, non riuscivo a capire che cosa fosse l’utensile che tenevo in mano. A un tratto mi si illuminò la mente e gridai subito: “Ragazzi, la tuga4 è andata! Bisogna abbandonar la pompa e correre a salvare il cuoco!”.

1 apatia: indolenza, assoluta indifferenza e mancanza di reazione di fronte agli avvenimenti. Deriva dal greco apàtheia, composto da a prefisso privativo, ‘senza’, e pàthos ‘passione, affezione’. 2 cimento: impresa difficile e rischiosa. 3 casseruola: utensile da cucina in metallo, dotato di un lungo manico, simile a una padella. 4 tuga: cabina abitabile in legno, costruita sul ponte scoperto delle navi.


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La tuga, a prua, conteneva la cucina di bordo, la cuccetta del cuoco e i locali dell’equipaggio; tuttavia, data la tempesta che infuriava, aspettandoci da un momento all’altro che quella parte della coperta venisse spazzata via, avevamo ingiunto all’equipaggio di dormire nel quadrato1, il solo luogo sicuro della nave. Nonostante ciò, il dispensiere di bordo, Abraham, più testardo di un mulo, s’era ostinato – credo soltanto per paura, come una bestia che non vuole abbandonare la stalla durante un terremoto – a rimanere aggrappato alla sua cuccetta. Ci mettemmo alla sua ricerca. Questo voleva dire sfidare la morte, perché, una volta slegato, l’equipaggio si trovava in pericolo come su una zattera. Cionondimeno, ognuno di noi si mosse alla ricerca dello sfortunato. La tuga non era più che un ammasso di rovine, come se fosse saltata in aria per l’esplosione di una mina. Tutto o quasi tutto quello che conteneva era precipitato in mare: fornelli, cuccette, guardaroba dei marinai e utensili. Non restava più nulla! Tuttavia, due puntali attaccati alla murata, che sostenevano la parete a cui era fissata la cuccetta di Abraham, erano, come per miracolo, ancora intatti. Frugammo del nostro meglio in mezzo alle rovine, ed ecco il dispensiere seduto sulla sua cuccetta intento a parlare allegramente con sé stesso. Farneticava. Era impazzito completamente e per sempre a causa di quell’ultimo spavento e delle inenarrabili fatiche delle settimane precedenti. Lo trascinammo fuori e lo consegnammo, testa in giù, ai compagni di sotto. Capirete che non c’era tempo per accompagnarlo con le debite precauzioni e di attendere per avere sue notizie… quelli abbasso lo avrebbero raccolto in fondo alla scala e curato come meglio potevano… A noi premeva la pompa e volevamo tornare a casa al più presto… Un lavoro che non ammetteva ritardi… Una via d’acqua di quel genere è cosa inumana. In conclusione si potrebbe quasi dire che l’unico scopo di quella infernale bufera fosse stato quello di fare impazzire quel povero diavolo di mulatto. Infatti, prima dell’alba, il vento diminuì di violenza e il giorno appresso si schiarì il cielo; per colmo, non appena il mare si calmò, la pompa riprese a funzionare perfettamente. Così che, quando si poterono sostituire le vele portate via dal vento, l’equipaggio domandò che si girasse di bordo; in verità non rimaneva altro da fare… Perdute le imbarcazioni di salvataggio, la coperta interamente spazzata, le cabine inondate, gli uomini, eccettuato ciò che portavano addosso, privi di indumenti, le riserve di viveri rovinate, la nave orribilmente mutilata… Quindi girammo di bordo, riprendendo la rotta verso casa e – lo credereste? – girando a levante, il vento cominciò capricciosamente a soffiarci in faccia; un vento fresco, un vento costante. Dovemmo proseguire faticosamente, guadagnandoci, a palmo a palmo, la via. Fortunatamente, a confronto dei giorni precedenti, il mare era abbastanza tranquillo e la pompa funzionava meglio; pompare due ore su quattro non è uno scherzo, ma bastò per mantenerci a galla sino a che raggiungemmo Falmouth.

1 quadrato: l’insieme dei locali che, su una nave, sono destinati allo svago e al riposo degli ufficiali durante le ore libere dal servizio.


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I buoni abitanti di Falmouth vivono sulle disavventure dei marinai e, indubbiamente, salutarono con piacere il nostro arrivo. Una avida folla di mastri d’ascia1 alla vista di quella carcassa di veliero, s’affrettarono a preparare i propri utensili, e certo ci volle del bello e del buono prima che la nave fosse di nuovo presentabile. Tuttavia dovemmo ritardare la partenza… credo che il proprietario del veliero si trovasse, già sin d’allora, in cattive acque; a ogni modo, fu deciso di vuotare per metà del suo carico la nave e di calafatare2 la parte alta dello scafo. Quando anche questo lavoro fu compiuto, si finirono le riparazioni, si ricaricò la nave, e, assoldato un nuovo equipaggio, salpammo finalmente per Bangkok. […] E vidi gli uomini di quella terra: essi stavano guardandomi. Il molo era gremito. Vidi facce brune, bronzee, gialle, occhi neri; contemplai lo sfolgorio e il colore di una folla orientale. Tutti quegli esseri guardavano fissamente, senza un mormorio, senza un sospiro: guardavano fissamente l’uomo addormentato giunto dal mare. Tutto era immoto: immote le palme che s’ergevano rigide contro il cielo, immote le cime degli alberi lungo la costa; i tetti oscuri delle case nascoste, facevano capolino tra i rami e attraverso enormi foglie che parevano fatte di pesante metallo tanto pendevano inerti e lucide. Questo era l’Oriente degli antichi naviganti – l’Oriente tanto vecchio, tanto misterioso – risplendente e tetro, vivo e immutato, colmo di promesse e di minacce. E questi ne erano gli abitanti. Mi levai di scatto. Un movimento, come un’ondata, si trasmise, tra la folla, da un capo all’altro del molo; passò lungo le teste, ondulò tra i corpi, corse lungo la gettata3 come un’increspatura sopra l’acqua, come un soffio di vento su un prato; poi, subitaneamente, tutto ridivenne immoto. Rivedo ancora il vasto anfiteatro della baia, la sabbia lucente, la ricchezza di quella verzura4 varia, lussureggiante, il mare d’un azzurro di sogno, la massa di quelle facce dall’espressione intensa, il fuoco di quei colori vivaci… E l’acqua che riflette tutto quell’insieme variopinto, la curva della spiaggia, il molo, le navi esotiche dalla poppa altissima ancora galleggianti allo stesso posto e le tre barche europee guidate da uomini stanchi – uomini inconsci d’ogni cosa – inconsci del paese in cui si trovavano, inconsci della folla e della violenza del sole. Quegli uomini dormivano distesi attraverso i banchi, rannicchiati nel fondo delle scialuppe, immersi in un sonno pesante come la morte. Il capitano, appoggiato contro poppa, accasciato in un torpore dal quale pareva non doversi mai più svegliare, teneva la testa china sul petto. Poco discosto, Mahon, con la faccia rivolta verso il cielo, la barba bianca disposta a ventaglio sotto il mento, sembrava esser stato colpito e ucciso mentre sedeva al timone. Un marinaio, accoccolato contro la prora, dormiva 1 mastro o maestro d’ascia: l’esperto della costruzione e delle riparazioni delle imbarcature in legno. 2 calafatare: impermeabilizzare lo scafo della nave introducendo stoppa incatramata negli interstizi tra le tavole di legno dello scafo. 3 gettata: diga fatta di grosse pietre che protegge il porto dalle onde. 4 verzura: insieme di piante verdi.


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tenendo abbracciata l’asta di prua con le guance appoggiate al parapetto. L’Oriente li contemplava in silenzio. Col tempo approfondii queste impressioni, visitai le misteriose spiagge orientali, il loro mare tranquillo; le terre degli uomini di colore. […] Tuttavia, per me tutto l’Oriente si compendia1 in quella prima visione giovanile, si riassume in quell’istante in cui mi fu dato di poterlo guardare coi miei giovani occhi. C’ero arrivato dopo una lotta contro il mare – ed ero giovane – e vidi l’Oriente guardarmi. Questo è tutto ciò che ne è rimasto. Un attimo di forza – un sogno romantico – un momento d’estasi – oh, giovinezza! Un balenar di luce sopra una terra strana – lo spazio di un ricordo e di un sospiro, e… addio! È notte…, addio!» Marlow bevette. «Ah il buon tempo passato, il buon tempo d’allora! La giovinezza e il mare. Il fascino del mare!… il buono, il forte, il salso, l’amarissimo mare… l’oceano che rugge, che sa cullarvi e mozzarvi il respiro». Marlow tornò a bere. «Nulla di più grande e di più meraviglioso del mare – io credo – il mare nella sua essenza… o è la giovinezza? Chi lo sa! Voi tutti avete ottenuto qualcosa dalla vita – denaro – amore… e altro ancora, tutto ciò che si conquista sulla terra, ma ditemi, i tempi migliori non furono forse quelli in cui eravamo giovani sul mare? Giovani e poveri: poveri sul mare il quale non sa che somministrare rudi colpi e porgere, qualche volta, l’occasione di provare le proprie forze… e questo è ciò che voi tutti rimpiangete! E noi tutti assentimmo; il finanziere, il ragioniere, l’avvocato. Tutti assentimmo assieme, raggruppati attorno a quella tavola tirata a lucido e rispecchiante, come l’acqua oscura d’uno stagno, le nostre facce segnate dalla fatica, dalle delusioni, dal successo, dall’amore… i nostri occhi indeboliti – occhi che ancora, che sempre attendevano ansiosamente qualcosa dalla vita – quel qualcosa che c’è passato accanto a nostra insaputa quando già lo credevamo perduto per sempre. E passato in un soffio, in un lampo, insieme con la giovinezza, con la poesia e insieme con le illusioni».

1 si compendia: si sintetizza, risulta compreso.


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1. Il racconto che hai letto è la «cronaca di un viaggio» e prende spunto da un episodio della vita dell’autore. Nel settembre del 1881, infatti, Conrad si imbarcò sulla Palestine, che percorse quasi esattamente lo stesso itinerario della Judea, anche se la navigazione si svolse in tempi assai più brevi e in modo meno eroico. Rintraccia nel testo le informazioni richieste e completa la tabella: Luogo di partenza

Destinazione finale

Tappe intermedie

Mezzo del viaggio

Scopo del viaggio

2. Marlow racconta la sua avventura quando è ormai divenuto anziano: evidenzia quali passaggi del testo te lo fanno capire. 3. Individua e sottolinea nel testo con diversi colori le descrizioni dei seguenti personaggi: • il capitano • il primo ufficiale • il pilota 4. Quale aspetto fisico e caratteriale è messo maggiormente in evidenza di ogni singolo personaggio? 5. Quando Marlow parla della nave Judea la paragona a «un sordido tugurio». Per quali ragioni? Perché subito dopo egli dice anche di «amare quella vecchia carretta»? 6. Presso il capo Lizzard una violenta tempesta travolge la Judea e il suo equipaggio: quali danni subiscono?


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7. Marlow, nel raccontare la sua passata esperienza, descrive la nave dicendo: «Penso a essa con gioia, con affezione, con rimpianto… Non dimenticherò mai quella nave». Spiega qual è la ragione per cui Marlow pensa alla nave con rimpianto. 8. Ripensando alla sua avventura in mare, Marlow parla di una «grande prova» che, a distanza di anni, ricorda con gioia e affetto. Racconta un’esperienza che hai vissuto e che consideri la tua «grande prova». 9. C’è un oggetto del tuo passato a cui sei ancora particolarmente affezionato o che evochi con nostalgia? Descrivilo e spiega la ragione di questa tua preferenza.


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MICHAEL CRICHTON Kilimangiaro «Le quotazioni sono sette a uno» disse la guida. «Uno che cosa?» chiesi. «Che non ce la fai ad arrivare in cima al Kilimangiaro. Ho sentito gli uomini, sono sette contro uno che non ce la farai mai». Era tardo pomeriggio, mi trovavo nell’accampamento sul cratere Ngorongoro in Tanzania, stavo per concludere un safari di quindici giorni in Africa con la mia guida, Mark Warwick. Adesso il mio programma prevedeva la scalata del Kilimangiaro. In realtà fino ad ora non avevo pensato molto al Kilimangiaro. Incuriosito domandai a Mark: «E tu che cosa hai votato?». «Ho votato no». «Anche tu pensi che non ce la farò?» «Sì». «Tu hai mai scalato il Kilimangiaro?» Scosse la testa. «Non sono così matto. Ho sentito i racconti di quelli che sono tornati». «Io ho sentito dire che è piuttosto facile» dissi. «Solo una passeggiata fino in cima». «Be’, molta gente non arriva a finire la passeggiata» obbiettò. «Non ti illudere. È molto duro camminare a 5.400 metri di altezza». Non mi era sembrato così, mesi prima, quando avevo letto le guide dell’Africa, programmando il mio viaggio. I libri si limitavano a dire che il famoso Monte Kilimangiaro era un vulcano equatoriale spento, un ampio cono di scorie; e questo significava che, pur essendo la montagna più alta dell’Africa, potevi semplicemente camminare fino alla cima, senza bisogno di attrezzature tecniche, né di conoscenze alpinistiche specializzate. Dato che il Kilimangiaro si trovava all’equatore, il clima era più mite di quello di montagne ugualmente alte in altri luoghi. L’ascensione era di routine, la facevano migliaia di persone ogni anno. La salita normale richiedeva cinque giorni e la si poteva organizzare facilmente con qualsiasi agenzia di viaggi. Mi era parso divertente. Seduto per terra nel mio appartamento di Los Angeles, con diverse guide aperte intorno a me, avevo detto a Loren: «Ehi, guarda qui, possiamo scalare il Kilimangiaro. Ti andrebbe?». «Certo» disse. «Perché no?» Avevo quindi telefonato alla mia agente di viaggio e le avevo detto che volevo scalare il Kilimangiaro, lei aveva risposto che non c’erano problemi, lo avrebbe inserito dopo il safari, dovevamo solo ricordarci di portare degli scarponi e una giacca a vento col cappuccio ed era tutto.


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Non avevo mai fatto scalate, ma possedevo un paio di scarponi da montagna che avevo preso per girare un film qualche anno prima. Avevo portato quegli scarponi per una settimana nel deserto e ricordavo che mi andavano bene, non benissimo, ma bene. Avevo una vecchia giacca a vento col cappuccio ancora dai tempi di Boston. Misi in valigia un maglione e un paio di jeans in più, il resto, secondo l’agenzia, ci sarebbe stato fornito sul posto. Se si trattava solo di camminare, pensavo di essere in grado di farcela. Giocavo a tennis circa una volta la settimana, e non mi stancavo troppo. Ma, per essere più sicuro, ridussi il numero delle sigarette e delle birre negli ultimi due giorni del safari. Solo per essere sicuro. Ma ora ecco la mia guida, il capo della spedizione, il cacciatore bianco, che aveva portato Loren e me in giro per l’Africa per due settimane, che mi dice nel piacevole crepuscolo africano, mentre l’aria si raffreddava e il sole tramontava e una fila di gnu attraversava in processione solenne il Cratere Ngorongoro, ecco che mi dice che lui e gli uomini del campo erano giunti alla conclusione che io non ce l’avrei fatta a salire sul Kilimangiaro. Lo guardai in modo curioso, come se fosse male informato. «Non credo che sarà un problema» dissi. «Sei mai stato ad altitudini elevate?» «Certamente» dissi, ripensandoci. Quando ero bambino, ero stato sui ghiacciai in Canada. Avevo visitato dei parenti a Boulder, in Colorado. Certo che ero stato ad altitudini elevate. Non mi sembrava che fosse niente di speciale. «5.400 metri sono tanti» disse Mark, scuotendo la testa. «A quell’altezza è un’altra cosa». «Ah» dissi vagamente. Continuavo a pensare che fosse male informato o comunque ci fosse qualcosa che non capiva. Mark scambiò la mia vaghezza per preoccupazione. «Guarda, non devi preoccuparti» disse ridendo e dandomi una pacca sulla spalla. «Stavo solo scherzando». «Non è vero». «Ti giuro, stavo scherzando». «Che cosa vuoi scommettere che ce la farò?» dissi. «Senti, Michael» disse «era solo uno scherzo. Stai prendendo la cosa troppo sul serio». Insistetti. «Scommetto una cena, quando torniamo a Nairobi» dissi, e feci il nome di un ristorante francese buono e costoso di cui lui ci aveva parlato. Mark accettò la scommessa. «D’accordo» disse. «Ora, come facciamo a controllare che tu sarai arrivato in cima davvero?» «Pensi che potrei mentire?» Alzò le braccia. «Sto solo chiedendo come farò a saperlo. Una scommessa è una scommessa. Come lo dimostrerai?» «Be’, ci saranno le fotografie» risposi. «Avrò le fotografie». «Non saranno ancora sviluppate». «Le farò sviluppare a Nairobi per te».


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Venni a sapere che non sviluppavano le foto a colori a Nairobi, le pellicole venivano mandate in Inghilterra e impiegavano intere settimane. «Mi farò firmare una dichiarazione dalla guida o chi per lei». «Potrebbe essere falsa». «Be’, te lo dirà Loren se ce l’avrò fatta oppure no». «Questo è vero» disse annuendo «me lo dirà lei se sarai arrivato lassù». Ci accordammo quindi che, di ritorno a Nairobi, se Loren gli avesse detto che avevo raggiunto la cima del Kilimangiaro, lui avrebbe offerto la cena. Poi mi venne in mente una cosa. «E se Loren non ce la facesse?» Mark scosse la testa. «I ragazzi hanno votato sei a due che lei ce la farà fino in cima. Non siamo preoccupati per lei. Siamo preoccupati per te». «Benone» dissi. L’Hotel Marangu era ai piedi della montagna. Era gestito da un’affascinante signora tedesca piuttosto anziana. Un tempo era una fattoria, ora l’albergo era spartano ed efficiente, e sembrava esistere solo come punto di partenza per i turisti che avrebbero scalato la montagna. Mi fu detto che c’erano vari alberghi di quel tipo nella zona. Loren fece un bagno e notò l’abbondanza di acqua calda. «Già» dissi «immagino che debbano averne tanta. Quando la gente ritorna dopo aver scalato la montagna, vorrà tanta acqua calda e poche storie». Mentre lei faceva il bagno, uscii nel giardino dietro l’albergo. Era sera. Benché avessimo viaggiato vicino al Kilimangiaro per gli ultimi due giorni, ancora non avevo visto la montagna a causa della foschia. Non la vedevo neanche adesso, ma tra le rose del giardino c’era una piccola fotografia smaltata su un piedistallo di legno che mostrava la montagna e la strada che portava alla cima, per cui immaginai, guardando la fotografia, che il Kilimangiaro fosse probabilmente diritto davanti a me. Tornai nella camera e accennai a Loren che provavo una certa frustrazione per il fatto di non riuscire a vedere la montagna che avrei scalato l’indomani. A Loren non importava, le era indifferente questo aspetto astratto di tutta l’avventura. Quella sera, nella sala da pranzo dal pavimento scuro e lucido, c’era soltanto un altro gruppo di persone: una famiglia di americani seduta a un tavolo vicino al nostro, marito, moglie e figlio adolescente. Non parlavano molto e avevano un’espressione stranita sul viso, ma i loro gesti, anche il semplice portare il cucchiaio alla bocca, mostravano un’insolita economia dei movimenti; sembravano persone che avevano avuto un’esperienza molto particolare. Ero sicuro che fossero scesi dalla montagna. «Be’» disse Loren «perché non gli chiedi com’è?» Alla vigilia della partenza, questa domanda continuava a ripresentarsi nella nostra testa. L’anticipazione ci dava come un senso di vertigine. La nostra vertigine non si accordava con l’aria spenta degli americani. Aspettai fino a quando stavano per andarsene e allorché passarono accanto al nostro tavolo chiesi loro se avessero scalato la montagna.


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«Sì» dissero. Erano tornati proprio quel pomeriggio. «Siete arrivati tutti fino in cima?» Sì, erano arrivati tutti fino in cima. «Qualcuno del vostro gruppo non c’è riuscito?» Non erano sicuri, però avevano sentito di un gruppo di studenti inglesi di un altro albergo che saliva insieme a loro. Parecchi studenti inglesi non ce l’avevano fatta ed erano tornati indietro. Alcuni erano stati male per l’altitudine. Mentre parlavano, lo sguardo spento non abbandonò i loro occhi. Non riu­ scivo a capire se fossero stanchi, o delusi, o se fosse accaduto qualcosa di strano di cui non volevano parlare. «Bene» dissi allegro «com’è la salita?» Tacquero. Nessuno sembrava voler rispondere alla mia domanda. Si guardarono l’un l’altro. Alla fine la moglie disse: bella. Era una bella arrampicata. «Difficile?» In certi punti. Il quarto giorno non era stato facile. Per il resto andava bene. Rimasi turbato dal tono piatto, dall’atteggiamento riservato. Noi eravamo curiosi di loro ma loro non avevano mostrato alcuna curiosità verso di noi. Non ci avevano chiesto da dove venivamo, non ci chiesero se anche noi saremmo saliti, non ci offrirono né consigli, né informazioni, né rassicurazioni. Si erano limitati a rispondere alle nostre domande, non avevano mai speso una parola di più, avevano lasciato che la conversazione si esaurisse, ci avevano augurato la buona notte e se n’erano andati. «Uhm» disse Loren guardandoli allontanarsi. «In che situazione andiamo a cacciarci?» domandai. «Secondo me erano solo stanchi» rispose. Dormii male, e mi svegliai poco dopo l’alba. Uscii nel giardino. Faceva freddo. La foschia si era un po’ diradata e per la prima volta scorsi il grande cono digradante1 del Kilimangiaro, sospeso al di sopra delle rose. Il suo profilo era così ampio che ne restai deluso; avevo immaginato una vista più simile al drammatico cono del Fuji che il dolce arco di neve che avevo di fronte. Quasi non lo fotografai, era così poco spettacolare. D’altra parte il Kilimangiaro sembrava sicuro, matronale2. Assomigliava più a un seno che a una montagna. E ciò mi rassicurò. Poteva essere tanto difficile scalarlo? La signora tedesca tenne la lezione orientativa. Ci sorprese scoprire che non eravamo i soli ad affrontare la scalata: c’erano altre sei persone. Ci saremmo dovuti suddividere in gruppi di quattro, dato che avremmo pernottato in rifugi che ospitavano quattro persone. Loren ed io ci unimmo a un avvocato californiano, Paul Myers, e a un chirurgo svizzero che si chiamava Jan Newmeyer. Entrambi erano scalatori esperti e avevano una decina di anni

1 digradante: che si abbassa poco a poco. 2 matronale: imponente e maestoso.


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più di me. Ritenni che sarei riuscito a tenere il passo con loro. Loren non era affatto preoccupata, aveva solo ventidue anni ed era in forma. La signora tedesca disponeva di tabelle, fotografie e cartine; aveva già tenuto questa lezione innumerevoli volte e lo fece bene e senza difficoltà. Quel giorno, il primo, avremmo attraversato la foresta tropicale fino a raggiungere i 2.700 metri. Il secondo giorno avremmo attraversato gli alpeggi fino a 3.600 metri. Il terzo giorno avremmo varcato la sella tra le due vette del Kilimangiaro, un punto alto, freddo e spazzato dai venti, e avremmo pernottato in una capanna di lamiera a 4.500 metri, situata alla base del cono di scorie. Alle due della mattina seguente saremmo stati svegliati dalle nostre guide, avremmo iniziato la salita nell’oscurità, in modo da raggiungere la vetta al mattino presto, quando il tempo e la vista erano migliori. Avremmo tutti raggiunto la cima, se avessimo proceduto con calma; poco tempo prima, disse, un uomo di sessant’anni era arrivato in cima, un po’ dopo gli altri, ma comunque senza difficoltà. Dovevamo ricordare che sulla cima c’era la metà dell’ossigeno che c’è a livello del mare. La cosa principale a certe altezze, disse, era di fare tutto con calma. E aggiunse che non dovevamo consentire alle guide di spingerci (a volte infatti si offrivano di spingere le persone) perché non ci sarebbe stato di aiuto. Infine ci avvertì dei pericoli del male di montagna, ci disse di tornare indietro immediatamente se fossimo stati colti da attacchi di tosse secca. Dalla cima saremmo scesi per dormire nei rifugi a 3.600 metri. Il giorno seguente saremmo tornati all’albergo. Avremmo pernottato fuori cinque volte e percorso in tutto 115 chilometri. Le guide e i portatori erano bravissimi; se avevamo bisogno di altri indumenti, ce li avrebbero portati in camera intanto che preparavamo i bagagli. Era sicura che ci saremmo divertiti e ci augurò buona fortuna. Il gruppo parte dall’albergo con andatura rapida. I bambini dei villaggi vicini camminano insieme a noi, chiacchierano in un inglese stentato, chiedono l’elemosina. Il sole splende, la tiepida mattina porta con sé un’aria di anticipazione, di avventura. Sono molto eccitato. Non ho mai fatto niente di simile in tutta la mia vita e sono certo che sarà gratificante. Dopo meno di un’ora il mio entusiasmo è scomparso. La presenza dei bambini questuanti1 ci ricorda fastidiosamente che non siamo pionieri2, bensì qualcosa di più simile a dei pendolari diretti verso una nota meta turistica. Trovo irritante la loro bellezza, perché è stata perfezionata dai miei predecessori e quindi mi fa pensare che ne sono passati a migliaia prima di me. La foschia è tornata, non riusciamo più a scorgere la montagna, nostra destinazione. Percorriamo una strada polverosa che attraversa poveri villaggi contadini, i panorami non sono belli e il clima si è fatto caldo. Sudo abbondantemente. I vestiti mi sfregano alla vita, all’inguine e alle ascelle. Quel che

1 questuanti: che cercano di ottenere qualcosa, dal verbo latino quaerere ‘cercare’. 2 pionieri: chi esplora regioni sconosciute.


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è peggio, sento delle vesciche ai piedi, benché sia in cammino da meno di un’ora. Mi fermo sul ciglio della strada, tolgo gli scarponi e mi esamino i piedi. Loren dice che avrei dovuto indossare due paia di calze, un paio più leggero all’interno e un paio pesante all’esterno, rifiuto con un gesto della mano questa abitudine da escursionista, le doppie calze. I miei piedi staranno benone, ci metterò dei cerotti la sera. Paul mi passa accanto, accenna al fatto di avere del protettivo, se ne avessi bisogno; dico no grazie, chiedendomi che cosa sia il protettivo. Non lo avevo mai sentito nominare. Continuo a camminare. Entriamo nella foresta tropicale sui pendii più bassi del Kilimangiaro. È un ambiente incantevole e rigoglioso, torrenti che gorgogliano e muschio pendente da alberi giganteschi che si curvano sopra le nostre teste e impediscono al sole di penetrare. Fa più fresco qui e la pista segue il corso di un torrente limpido. Le scimmie chiacchierano tra gli alberi. Provo un rinnovato entusiasmo. Tuttavia, dopo un po’ l’umidità intrappolata sotto le chiome degli alberi, l’acqua che sgocciola come una pioggia costante, mi dà sui nervi. I miei vestiti sono ora completamente fradici. Non apprezzo più la bellezza, non godo più dell’acqua trasparente che fluisce sulle pietre levigate. E i piedi mi fanno sempre più male. Era stato un sollievo entrare nella foresta tropicale ed è un sollievo lasciarla alle spalle nel primo pomeriggio; emergere in un prato aperto con l’erba alta quasi due metri. Comunque, a questo punto sono molto stanco – sorprendentemente stanco – e il sentiero nel prato è ripido. Mi chiedo quanta strada debba ancora fare. Non ci sono cartelli che mi indichino a che punto sono, quanto manchi per arrivare alle capanne. Senza poter pianificare, senza poter decidere a che velocità camminare, la mia fatica mi sembra estrema. Devo camminare ancora un’ora? Due ore? Poi vedo, su uno sperone al di sopra dell’erba alta, le strutture ad A delle capanne Mandara, geometriche e color marrone. Sono molto vicine. Sono soltanto le quattro del pomeriggio. Non sono poi così stanco dopo tutto. Prendiamo il tè del pomeriggio. Paul e Jan sono qui da un’ora, tanto veloce era la loro andatura. Le capanne Mandara sono a 2.700 metri, quindi posso sentire che effetto mi fa l’altitudine. Non mi sembra di avvertire una gran differenza. Il mio umore è buono e passeggio intorno alle capanne, guardando in giro. Il solo problema sono i piedi. Dolgono notevolmente, e quando mi levo gli scarponi scopro di avere grosse vesciche sui talloni e sui mignoli. Ci metto dei cerotti, ceno presto con pane e spezzatino di manzo in scatola e vado a dormire. Paul dice che non dorme mai bene a grandi altezze. Io dormo male. Sono preoccupato per domani. Il secondo giorno è completamente diverso. Il primo giorno il paesaggio variava, dalla savana desertica alla foresta tropicale al prato alpino, ma non c’era mai un panorama più vasto, mai un orientamento, nessuna sensazione di dove ti trovavi sulla montagna. Stavi solo salendo.


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Il secondo giorno il paesaggio è prato alpino uniforme. A un’ora dalle capanne improvvisamente vediamo la vetta del Kilimangiaro con perfetta chiarezza, i fianchi del vulcano striati di neve. Sono eccitato. Ci fermiamo per scattare fotografie. Qui, in un campo di erba bassa, con un panorama aperto, posso veder dove mi trovo, cammino sul fianco di un enorme cono. Ma questo vulcano è così ampio, e i suoi pendii così dolci, che presto non riusciamo più a vederne la cima, è da qualche parte davanti a noi, nascosta dietro a crinali ingannevolmente dolci. Ancora una volta, privato della vista della mia meta, mi sento scoraggiato, e chiedo alle guide quando potremo vedere il Kilimangiaro. Essi indicano invariabilmente il terreno sotto i miei piedi e dicono: “Questo Kilimangiaro”. Quando riesco a farmi capire si stringono nelle spalle. Non sembrano comprendere la mia ansia di vedere la montagna mentre ci sto camminando sopra. Alla fine la nostra guida, Julius, dice: «Vedrai la cima con la neve domani, tutto il giorno domani. Non oggi, ma da domani». Continuo a camminare. Non fa mai davvero caldo oggi e la camminata è piacevole, il terreno scuro spugnoso sotto i piedi. A volte la pista è una fossa profonda fino al ginocchio, scavata da tutti i piedi che sono passati prima. E vediamo anche più persone sulle piste, evidentemente scalatori partiti da altri alberghi. Persone di ogni tipo, di tutte le età. Mi sento incoraggiato dalla varietà. Nell’insieme è una giornata piacevole. L’unica mia preoccupazione sono i piedi, che mi fanno male. Oggi indosso le scarpe da tennis, invece degli scarponi, ma ormai il danno è fatto. E resto spesso senza fiato; mi fermo a riposare ogni quindici o venti minuti. Loren non sembra mia stanca, ma io ho trentatré anni, lei ventidue. Comunque, col passare delle ore, noto che lei apprezza le mie soste frequenti. Non riuscendo a vedere la cima, cerco gli alberi di lobelia, che compaiono tipicamente all’altezza di 3.300 metri. Non so che aspetto abbia la lobelia e, poiché ci troviamo al di sopra della linea degli alberi, ogni pianta strana subisce la mia ispezione. Chiedo alle guide: «Lobelia? Lobelia?» e loro si limitano a scuotere la testa. Più tardi, quando ci fermiamo per pranzare, ci troviamo seduti vicino a una pianta verde chiaro alta circa 1,2 metri, con foglie gonfie e carnose. Julius dice che è una lobelia. A ogni sosta le guide e i portatori si siedono e fumano sigarette. Non riesco a crederci. Io boccheggio, ansimo e mi fermo a prender fiato ogni quarto d’ora. Ricordo a me stesso che le lobelie a 3.300 metri significano che siamo solo a metà strada. Comincio a chiedermi se ce la farò ad arrivare sino in cima, dopotutto. Durante il resto della giornata non ho altro da guardare che le capanne Horomba dove passeremo la notte. Quando le raggiungiamo, sono stanchissimo e i piedi mi fanno molto male. La posizione delle capanne è spettacolare: strutture ad A poste su una terrazza di lava nera a 3.700 metri che domina un cumulo di nuvole. Al tramon-


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to l’aria è rosa e viola. Sto muovendomi a un’altitudine raggiunta di solito solo dagli aeroplani; è esilarante. Mi sento la testa leggera. Ora che mi limito a passeggiare nel campo e che non sto arrancando sulla pista, mi accorgo di quanto sia forte l’effetto che l’altitudine ha su di me. Non riesco a respirare facilmente, neanche stando seduto. Mi torna in mente un termine imparato a medicina: “dispnea a riposo”, mancanza di respiro anche da seduti. Non mi sono mai reso conto di quanto può essere terrorizzante non riuscire a respirare. Penso al mal di montagna, che comincia a diventare un problema a questa altezza. Il mal di montagna fa sì che i polmoni ti si riempiano d’acqua. La causa è sconosciuta, ma se si ha tosse secca o mal di testa si deve tornare subito indietro altrimenti si potrebbe morire. Provo a dare un colpo di tosse. Non ho il mal di montagna. I piedi sono la mia vera preoccupazione. Sono riluttante1 a togliere le scarpe da tennis e a vedere la gravità del danno. Quando finalmente lo faccio, scopro che i cerotti si sono spostati e non mi hanno protetto affatto; le vesciche sono più grandi di ieri e sono scoppiate lasciando esposta la pelle rossa, infiammata e terribilmente sensibile. Sono così malandati che abbandono il mio orgoglio e chiedo aiuto a Paul. Lui dà un’occhiata e chiama Jan, che in fin dei conti è un chirurgo. Jan tira fuori il protettivo: scopro che il protettivo è una sottile striscia di cotone imbottito, adesiva da una parte; e ne taglia dei pezzi nella misura delle vesciche. Adoperiamo tutto il suo protettivo per medicarmi. Indietreggia di un passo e si dichiara soddisfatto della medicazione. Lo ringrazio. «Sì» dice tristemente «ma è un vero peccato». «Perché?» «Be’» dice guardando i miei piedi «ora deve tornare indietro». «No» dico. «Io penso» dice serio «che lei non può proseguire con i piedi in questo stato. Domani deve cominciare la discesa». «No» dico. «Proseguirò». Sono sorpreso dalla forza della mia convinzione, seduto lì con i piedi incerottati e il respiro affaticato. Ma non si tratta di convinzione, bensì di logica. Ho già camminato due giorni. Se torno indietro, ci metterò due giorni; e fanno quattro. Mentre se resisto ancora un giorno, in un totale di cinque giorni arrivo alla cima e torno indietro. «Mi sono spinto troppo avanti per poter tornare indietro, per lo meno secondo me». Jan si allontana. Poco dopo sopraggiunge Loren. «Ho parlato con Jan. È molto preoccupato per i tuoi piedi». «Uhm». «Jan dice che potresti prendere una brutta infezione. Dice che la polvere della pista, penetrando nelle ferite aperte, ti potrebbe causare una grave infezione». 1 riluttante: che esita a fare qualcosa.


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Mi chiedo dove vuole arrivare. «Ho già parlato con la guida» dice «e non c’è problema. Capita spesso. Un portatore tornerebbe indietro con te, così non c’è il rischio che tu ti perda. E non ti devi preoccupare per me. Paul e Jan mi terranno d’occhio, e andrà tutto bene». Tutto il suo atteggiamento è così disinvolto. Scalare questa montagna non le importa più di tanto. Mi domando come mai per me abbia tanta importanza. «Non torno indietro» dico. Perfino mentre lo dico mi rendo conto di non essere realista. Siamo a 3.700 metri sul fianco di una montagna. Ho delle vesciche molto brutte. Ha ragione: dovrei tornare indietro. «I tuoi piedi hanno un aspetto orrendo. Sei sicuro?» «Sono sicuro». «D’accordo» dice. «Immagino tu sappia quel che fai». «Infatti». «Dicono che domani è il giorno più faticoso» dice. «Va bene» dico. «Sarò pronto». Il terzo giorno partiamo presto. Il terreno diventa improvvisamente verticale, per un’ora ci arrampichiamo aiutandoci con le mani su crinali di lava. L’aria si fa molto più fredda, siamo partiti indossando maglioni, ma presto ci mettiamo le giacche a vento, poi anche i guanti e i cappucci. Dopo due ore passiamo dagli stretti crinali di lava alla sella. Ci si apre una vista inaspettata e stupefacente, finalmente riesco a vedere il panorama. Il Monte Kilimangiaro ha in realtà due vette principali. Kibo è un ampio cono di scorie, innevato sui fianchi meridionali. A qualche chilometro di distanza verso oriente una vetta vulcanica più antica, Mawenzi, presenta un aspetto diverso: linee verticali frastagliate e brusche striature di neve su friabili pinnacoli rocciosi. Mawenzi è alta circa 5.100 metri, Kibo circa 5.800 metri. Le due vette sono separate da una distanza di 11 chilometri, e in mezzo c’è un pianoro deserto in pendio, alto in media 3.900 metri, chiamato “la sella”. È qui che siamo sbucati, alle pendici del Mawenzi, di cui vediamo, attraverso la sella spazzata dai venti verso Kibo, la cima mozza nel mattino sereno. Il paesaggio è spettacolare nella sua desolazione. Per la prima volta durante questo viaggio, mi accorgo della mia vulnerabilità1 in un ambiente ostile. Mi trovo su un pianoro deserto alto 4 chilometri. Non ci sono alberi, non ci sono piante, non c’è vita di nessun tipo, solo rocce rosse, sabbia e vento gelido. Davanti a me, alle pendici del Kibo vedo un puntino che brilla, il tetto di lamiera della minuscola Capanna Kibo, dove sosteremo prima dell’ascensione notturna sul cono di scorie. Gli indumenti che erano stati troppo pesanti, che prima aderivano e sfregavano, ora sono inconsistenti come carta con questo vento. Sono intirizzito,

1 vulnerabilità: nome derivato dall’aggettivo vulnerabile: che può essere ferito, attaccato. Dunque: debolezza, fragilità. Dal latino vulnerare ‘colpire, ferire’.


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indosso tutto quello che mi sono portato nello zaino e insieme a Loren comincio ad attraversare la sella. Anche camminare in piano è difficile a questa altezza, e Loren chiede di fare una sosta, è la prima volta che succede da quando siamo partiti. Dopo mezzogiorno compaiono le nuvole intorno alle vette e gettano ombre veloci sulla distesa desertica. Ci troviamo ora su un leggero pendio che sale verso la capanna a 4.650 metri. Qui le distanze sono ingannevoli; la capanna sembra a un’ora di strada, ma dopo un’ora non sembra affatto più vicina. Camminiamo sempre più lentamente e, quando finalmente arriviamo alla Capanna Kibo e salutiamo Paul e Jan, che ci sono giunti già da un po’, ci pare di muoverci al rallentatore. Paradossalmente, l’aria rarefatta ci fa comportare come se fossimo sott’acqua, in un elemento denso. Paul e Jan hanno perso il consueto buon umore. In effetti siamo tutti molto irritabili mentre arranchiamo fino alla capanna. Molti si lamentano, per il vento, le cuccette, il cibo, il tempo. L’umore generale è cupo. Paul dice: « Me ne sono accorto altre volte. È l’altitudine. Rende nervosi. E, naturalmente, tutti si domandano la stessa cosa». «Che cosa?» «Se ce la faranno ad arrivare alla cima». Sicuramente è quello che mi domando io, ma Paul è uno scalatore esperto che ha partecipato a numerosi trekking in Nepal. «Tu sei preoccupato per questo?» «Non molto, in realtà. Però mi passa per la testa. Per forza». La sistemazione alla Capanna Kibo potrebbe ricordare una prigione siberiana. Cuccette a tre piani tappezzano tutte le quattro pareti di lamiera, in mezzo alla stanza c’è uno spazio-cucina. Il vento sibila attraverso le fessure delle pareti, dentro nessuno si toglie un solo capo di vestiario. Ceniamo alle cinque del pomeriggio, minestra d’avena e tè. Nessuno riesce a mangiare molto. Stiamo tutti pensando alla scalata. Dobbiamo raggiungere la cima entro le dieci del mattino seguente, perché più tardi il tempo si guasta, impedendo la visuale e rendendo la vetta pericolosa. Se saliamo troppo lentamente, rischiamo di dover scendere prima di essere arrivati in cima. Una delle guide ci illustra il programma: saremo svegliati con del tè (niente caffè a queste altezze) alle due del mattino, e cominceremo a salire al buio. Una lanterna per due persone. Staremo tutti insieme per non perderci nell’oscurità. Ci vogliono sei ore da qui alla cima, dopo tre ore c’è una grotta dove potremo fermarci a riposare, ma altrimenti non c’è alcun riparo fino a quando non avremo raggiunto la cima e non saremo ridiscesi a Kibo. Farà molto freddo. Dovremo indossare tutto quello che ci siamo portati. Indosso già tutti i vestiti che mi sono portato. Ho una calzamaglia, tre paia di pantaloni, due magliette, due camicie, un maglione e una giacca a vento. In testa ho un passamontagna di lana. Indosso tutti questi vestiti anche quando vado a letto, mi tolgo solo gli scarponi prima di entrare nel sacco a pelo. Anche gli altri dormono completamente vestiti. Siamo a letto tutti per le sette, in silenzio ascoltiamo fischiare il vento.


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È impossibile dormire. Ogni volta che comincio ad assopirmi mi sveglio di scatto, improvvisamente spaventato, convinto di soffocare, poi mi rendo conto che è solo l’altitudine. Non sono l’unico ad avere questo problema. Per tutta la notte dentro la capanna buia sento gemiti e imprecazioni in una mezza dozzina di lingue. È quasi un sollievo quando la guida mi scuote e mi porge una tazza di plastica piena di tè fumante e mi dice di vestirmi. Intorno a me tutti si stanno infilando gli scarponi e i guanti. Nessuno parla. L’atmosfera, se possibile, è più tetra di prima. Paul si ferma per augurarci buona fortuna per la salita, spera che ce la facciamo. Mi domando se si tratta di una tradizione di montagna, questo augurio all’ultimo momento. In fin dei conti, siamo arrivati sin qui, manca così poco, chi tornerebbe indietro adesso? Nessuno del tutto in sé. Dopo tutto, penso, quanto difficile può essere? Prendiamo le lanterne, usciamo dalla capanna e scaliamo la montagna nel buio. Molto presto diventa un incubo. La lanterna è inutile, il vento la spegne, l’oscurità è totale. Non riesco a vedere niente e inciampo di continuo contro le pietre e i piccoli ostacoli. Sono certo che sarebbe doloroso se i miei piedi potessero sentire qualcosa, ma sono insensibili per il freddo. Anche se muovo le dita negli scarponi, non sento niente. Mentre arranco su per la montagna, sento che il gelo mi sale lungo le gambe, prima gli stinchi, poi le ginocchia, arriva fino a metà coscia. La pista è ripida ed estenuante, ma il freddo ė così penetrante che ci fermiamo solo qualche momento alla volta, giusto il tempo di riprendere fiato nel buio, e ripartiamo. Sento, più che vedere, la presenza delle guide, dei portatori, degli altri. Ogni tanto odo un grugnito o una voce, comunque per la maggior parte del tempo procediamo tutti in silenzio; sento solo il vento e il mio respiro affannoso. Mentre cammino, ho tutto il tempo per chiedermi se mi si stanno congelando i piedi. È colpa mia, ero assolutamente impreparato per questo viaggio, non avevo portato l’attrezzatura adatta, a cominciare dagli scarponi; era stata una trascuratezza grave, magari ora ne avrei pagate le conseguenze. Comunque, principio di congelamento o no, sono nei pasticci. Francamente non credo che sarò in grado di farcela. Potrò proseguire ancora un po’, ma dubito che resisterò a lungo. Da qualche parte vicino a me sento la voce di Loren: «Sei tu?» «Sì» dico. «Ti senti i piedi?» «Non me li sento da un’ora» dice. C’è una pausa. «Ascolta: che cosa ci facciamo qui?» La domanda mi coglie di sorpresa. Non ho una risposta. «Stiamo vivendo un’avventura» dico, e rido allegramente. Lei non ride. «Questa è una follia» dice. «Scalare questa montagna è una follia». Le sue parole mi arrivano diritte alla coscienza. In cuor mio non ho dubbi che abbia ragione. Ė una follia. Eppure sento di dover difendere la decisione di fare la scalata, quasi fosse un amico che non voglio sentir criticare.


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Arranco nell’oscurità, stanco, intorpidito, boccheggiante, congelato, un prigioniero in una marcia forzata. Metto un piede davanti all’altro. Cerco di trovare un ritmo, di continuare a muovermi seguendo quel ritmo. Pensare se ė una follia oppure no non mi aiuta a mantenere il ritmo adesso. Ignoro la sua affermazione e penso solo a camminare col mio ritmo. Non so quanto tempo io sia andato avanti in questo modo, guardare l’orologio è troppo complicato: spostare goffamente strati e strati di vestiti fino a scoprire un quadrante verde che è difficile decifrare con occhi congelati e lacrimosi. Dopo un po’ il tempo non importa più, continuo a camminare e basta. L’arrivo alla grotta a metà strada è una sorpresa. Non fa caldo nella grotta ma essendo riparata dal vento sembra meno fredda. Riusciamo tutti ad accendere le lanterne, dunque abbiamo luce. Possiamo guardarci l’un l’altro. Le persone si raggruppano e parlano a bassa voce. Vedo un’espressione sconvolta su molte facce. Non sono il solo a trovare questa scalata un incubo. Loren, seduta vicino a me, sussurra: «Ho sentito che la coppia di inglesi torna indietro». «Ah sì?» «Lei sta male. Vomita per l’altitudine». «Ah». Non so di chi stia parlando. E in realtà non me ne importa. «Come ti senti?» dice. «Malissimo». «Come vanno i piedi?» «Blocchi di ghiaccio». Una pausa e poi dice: «Senti, torniamo indietro». Sono sconvolto. Questa donna così piena di energia, così padrona del suo corpo, questa donna ora vuole rinunciare. Ne ha abbastanza. Vuole rinunciare. «Ascolta», dice «non mi disturba dire che siamo arrivati a 5.100 metri e che poi abbiamo rinunciato. Non siamo in forma. 5.100 metri è già molto». Non so che cosa dire. Ha ragione. Ci penso su. Loren continua rapidamente: «È da pazzi fare questa cosa. Non c’è motivo di farla. È una sorta di folle prova del fuoco – per che cosa? Che c’importa? Seriamente. Torniamo indietro. Diremo a tutti che siamo arrivati alla cima». Chi lo verrà a sapere? Non importa. Nessuno lo saprà mai. Riesco solo a pensare: io lo saprò. E penso a un sacco di altre cose: che non sono un rinunciatario e credo che rinunciare sia contagioso, che, se cominci a rinunciare, questo atteggiamento si diffonde in tutta la tua vita; ma questi sono discorsi da sportivi, da allenatore, non sono sicuro di crederci. Quello che credo è: io lo saprò. Mi sento intrappolato da un’onestà interiore che non sapevo di avere. «Voglio continuare» dico. «Perché?» domanda. «Perché è così importante per te arrivare in cima a una stupida montagna?»


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«Adesso sono qui, tanto vale farlo» dico. Suona evasivo1. Il fatto è che non ho risposte migliori. Ho sopportato un bel po’ di sofferenze ed angosce per arrivare fin qui e adesso mi trovo in una caverna nell’oscurità che precede l’alba, a poche ore dalla cima, e non ci sarà niente che mi farà rinunciare proprio ora. «Michael, è una follia» dice. Gli altri stanno uscendo dalla caverna per riprendere la scalata. Mi alzo in piedi. «Continua solo per un’altra ora» dico. «Ce la fai a camminare ancora un’ora. Poi, se vorrai ancora tornare indietro, ritorniamo». Penso che tra un’ora sarà l’alba e ogni cosa le sembrerà migliore, si sentirà incoraggiata a proseguire. Penso che lei non rinuncerà mai sapendo che io proseguo. E proseguo, infatti. Mi meraviglio della mia forza e della mia convinzione. L’alba è una splendida striscia prismatica che mette in risalto la cima frastagliata del Mawenzi. Mi dico che dovrei fermarmi un momento per godermi la vista. Non ci riesco. Mi dico che dovrei fermarmi a fare una fotografia, così potrò godermela in seguito. Non riesco nemmeno a scattare una fotografia. Ho perso la capacità di fare qualsiasi cosa che qualche parte animalesca del mio cervello giudica come un movimento faticoso e superfluo. Non è necessario fare una fotografia. Non la faccio. Mi arrivano alla coscienza alcuni pensieri. Non ho mai visto un cielo così nero-indaco. Assomiglia al cielo delle immagini prese dallo spazio, e mi accorgo che è giusto che sia così, visto che mi trovo a più di 4.800 metri di altezza sopra la superficie della terra, che il normale cielo azzurro, creato dall’atmosfera e dal pulviscolo sospeso, non c’è più. Un altro fatto è che l’orizzonte è curvo. Non c’è dubbio. L’alba è un arco che si piega verso il basso alle estremità. Vedo con i miei occhi che sono su un pianeta sferico. Ma la sensazione effettiva mi provoca disagio, come se vedessi il mondo attraverso un grandangolo2. Distolgo lo sguardo. Metto un piede davanti all’altro, un piede davanti all’altro. Mi appoggio al bastone e respiro e mantengo il mio ritmo. Aspetto che l’aria si riscaldi, alla fine ciò avviene, almeno un po’. Per fortuna riesco a vedere dove sto camminando. Ma quando alzo gli occhi, la vetta pare molto distante. La maggioranza degli altri scalatori è più avanti e le giacche a vento di colori vivaci risaltano contro la ghiaia beige del vulcano. “Ghiaione” è un termine geologico per indicare piccoli detriti, qui di origine vulcanica. Stiamo salendo con i piedi che sprofondano nel ghiaione fino alle caviglie. È come camminare su una spiaggia verticale. Fai due passi avanti, e scivoli indietro di un passo. Due avanti e uno indietro. La meta non si avvicina mai. Due ore dopo l’alba è il momento peggiore per me. Sono completamente esausto e me ne rendo conto all’improvviso, guardando gli altri scalatori più 1 suona evasivo: sembra che non risponda con precisione alla domanda. 2 grandangolo: obiettivo fotografico caratterizzato da un campo di ampiezza maggiore di quella degli obiettivi normali.


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in alto sulle pendici che camminano come montanari in un servizio speciale del «National Geographic». Uno di quei filmati in cui gli scalatori intrepidi marciano nella neve a testa bassa con un ritmo tenace e costante. Passo, respiro, respiro. Passo, respiro, respiro. Gli altri sopra di me avanzano a quel modo. E anche io. Sono diventato un personaggio di un servizio speciale televisivo. Sono completamente fuori dal mio elemento. Loren ha ragione, non mi sarei mai immaginato che sarebbe stato così faticoso. Non sono adatto, non sono in forma per questo. Non mi interessa fare questo, né ora né mai. Che mi importa di questa storia della scalata, dopo tutto? Un milione di persone sono già salite sul Kilimangiaro, non c’è niente di speciale. Non è una vera impresa. Non è una gran cosa. La mia guida, Julius, vede che sono affaticato. Si offre di spingermi. Gli dico di no. Si offre di spingere Loren e lei accetta; lui si mette dietro di lei passandole le braccia intorno alla vita e la spinge su per il pendio. Ma a me non pare che ciò sia di aiuto per Loren. A me pare che si debba farcela da soli. Presto Loren dice a Julius di non spingerla più, e continua da sola. Lei non sembra consapevole della mia presenza, benché siamo a qualche metro di distanza. È persa in un suo mondo privato di sforzo e di concentrazione. Cerco di capire che cosa succeda nella mia testa. Ho cominciato a capire che fare scalate a grandi altezze è un processo mentale, un esercizio di concentrazione e di volontà. Noto che alcuni pensieri riducono la mia energia mentre altri mi consentono di continuare per cinque, dieci minuti senza fermarmi. Cerco di scoprire quali pensieri funzionino meglio. Con mia sorpresa, le parole di incoraggiamento (“Ce la fai, stai andando bene, continua così”) non aiutano. Suscitano solo il pensiero opposto: sto mentendo a me stesso, non ce la farò. E non serve neanche concentrare l’attenzione sul mio ritmo, sulla mia andatura, contando i passi o i respiri, cercando di sgombrare la mente da ogni altra cosa. Ciò pone ogni cosa in una neutralità mentale, che non è negativa, ma neanche particolarmente positiva. Con mia uguale sorpresa concentrarmi sulla mia stanchezza non è deleterio1. Posso pensare: Mio Dio, mi fanno male le gambe. Non credo di riuscire a fare un altro passo, e questo non mi rallenta. È la verità, e le mie gambe non mi fanno più male solo perché penso alla verità. Alla fine quello che sembra funzionare è pensare ad una bella piscina tiepida in California. Oppure alla cena con birra e curry che mi aspetta quando tornerò alla civiltà. Palme hawaiane e il surf. Immersioni subacquee. Qualcosa di lontano dall’ambiente in cui mi trovo adesso. Una fantasia o un sogno ad occhi aperti piacevoli.

1 deleterio: dannoso.


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Così penso a piscine e a palme mentre mi trascino sul ghiaione. Verso le otto Julius comincia a mostrarsi preoccupato. Alcune persone stanno già scendendo dalla cima – le odio profondamente – e Julius vuole esser sicuro che raggiungeremo la vetta prima che il tempo si guasti. Gli chiedo quanto manca. Dice quarantacinque minuti. Sono due ore che dice che mancano quarantacinque minuti. Da una parte non è colpa sua. Le pendici1 più alte del Kilimangiaro offrono una prospettiva stranamente poco drammatica. Più o meno come quello che vedrebbe una formica che camminasse sopra una ciotola capovolta – vedi soltanto una superficie curva che si restringe mano a mano che ti avvicini alla sommità, ma altrimenti sembra sempre uguale. È molto drammatico essere qui, perché il tuo corpo avverte la pendenza della salita e vedere gli altri sopra di te ti dà un senso di vertigine. Ma non ti sembra granché. Julius ci incita a proseguire rapidamente, corrompendoci con tavolette di cioccolata e minacciandoci con le nubi. Potrebbe farne a meno. Stiamo andando il più rapidamente possibile e, finalmente, alle nove arriviamo a Gillman’s Point, segnata da una piccola targa di cemento a 5.700 metri. Benché la vera vetta, Uhuru Point, sia a 5.800 metri, la maggioranza degli scalatori si ferma a Gillman’s Point e ritiene che l’onore sia soddisfatto. Sicuramente io sono tra questi. Sono sulla cima, poso per le fotografie, leggo la targa e guardo le bandiere e gli altri cimeli lasciati dai precedenti gruppi di scalatori. Osservo il paesaggio con indifferenza. Non mi sento esultante, non mi sento soddisfatto di me, non mi sento niente. Sono solo qui sulla cima. Ce l’ho fatta dopo tutto e ora sono qui. Loren mi dice che l’ho fatta arrivare in cima, e io le dico che ci è arrivata da sola. Ci fotografiamo. E penso sempre a una cosa: Sono qui. Sono arrivato qui. Sono sulla cima del Kilimangiaro. Gridando a squarciagola sciamo sugli scarponi giù per il ghiaione, a volte cadiamo, ridendo, poi scendiamo scivolando sul sedere. Ci sono volute sette ore per salire dalla Capanna Kibo, ci mettiamo un’ora a tornare giù. Da Kibo camminiamo altri 16 chilometri attraverso la sella. Il brutto tempo tanto minacciato finalmente arriva, con neve e nevischio intermittenti. Giungiamo alla fine alla Capanna Horombo, dove passiamo la notte. In tutto abbiamo percorso 28,8 chilometri dalle due di mattina. Quella sera, mi esamino i piedi. Quando sfilo gli scarponi vedo che le calze sono macchiate di rosso. Mi rinfilo subito gli scarponi. Le mie ferite adesso non sono importanti. Domani sera torneremo all’albergo. Loren mi si avvicina con un piccolo specchio, ride e mi chiede se voglio guardarmi, dico certo. Non mi sono visto da quattro giorni. Vedo una faccia sporca con la barba lunga, la pelle rossa, gli occhi iniettati di sangue. Nel minuscolo specchio c’è la faccia di un estraneo. 1 pendici: fianchi di un monte.


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Alla Capanna Horombo un imprenditore locale vende birra Tusker a cinque dollari la bottiglia, e ha molti clienti. Paul e Jan ne prendono una, e anch’io. Mi addormento quasi all’istante alle cinque del pomeriggio. Il giorno dopo scopro che scendere da una montagna impegna tutto un altro gruppo di muscoli, le gambe mi tremano ancora prima di pranzo. Scopro inoltre che nella discesa le vesciche sul tallone non fanno male, mentre quelle sulle dita fanno un male tremendo. Per cui scendere non è meglio per i miei piedi. Benché al ritorno facciamo lo stesso identico percorso, sono sorpreso da come sembrano diversi i paesaggi. Da un lato si tratta di una scoperta normale per chi fa trekking: ogni percorso ha un aspetto diverso all’andata e al ritorno. Ma dall’altro si tratta della mia sensazione di essere riuscito a scalare la montagna. Mi sento diverso. In albergo, l’acqua della vasca diventa nera opaca. Facciamo due bagni per uno, nel tentativo di tornar puliti. Seduto sul letto sfilo le calze e il protettivo e finalmente guardo bene i miei piedi. Le vesciche sono aperte e scoprono zone grandi di pelle sporca, sanguinante, viva, dai talloni fino all’osso della caviglia. I miei piedi sono in uno stato così pietoso che chiedo a Loren di fotografarli, ma siccome poi sembrano fotografie di un testo di medicina finirò per buttarle via. Per un paio di anni la pelle dei miei piedi restò scolorita, e se ero al mare, o ero scalzo, la gente mi diceva: «Che cosa hai fatto ai talloni? Sono di un colore strano» e allora io cominciavo a raccontare la scalata della montagna, poi vedevo delle strane espressioni sui loro visi e smettevo. Alla fine non parlai più della montagna. Ecco quello che imparai: mi consideravo una persona che non amava l’altitudine né il freddo, una persona che non sopportava di essere sporca, che non apprezzava l’esercizio fisico e la fatica. Ed ecco che avevo passato cinque giorni sentendomi sporco, infreddolito ed esausto; avevo perso 9 chili e avevo fatto un’esperienza meravigliosa. Mi resi conto che mi ero definito in modo troppo limitato. L’esperienza di scalare il Kilimangiaro mi influenzò talmente che poi per parecchio tempo se mi accorgevo di dire “Non sono una persona a cui piace fare quella cosa, mangiare quel piatto, ascoltare quella musica”, automaticamente provavo a fare quello che avevo immaginato non mi sarebbe piaciuto. Generalmente scoprivo che mi ero sbagliato sul mio conto, infatti mi piaceva quello che pensavo non mi sarebbe piaciuto. E se anche capitava che quella particolare esperienza non mi piacesse, capivo che mi piaceva fare nuove esperienze. Inoltre, benché io sia alto, in segreto mi sono sempre considerato una persona fisicamente gracile e un po’ cagionevole1. Dopo aver scalato il Kilimangiaro, dovetti riconoscere di essere forte sia mentalmente sia fisicamente. Ero costretto a trovare un’altra definizione di me stesso. 1 cagionevole: che si ammala facilmente.


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Salire su quella montagna era la cosa fisicamente più difficile che avessi mai fatto in vita mia, ma ci ero riuscito. Ovviamente, era stato difficile anche perché l’avevo affrontata come un cretino. Non ero né in forma né preparato, e non avevo voluto dare retta a nessuno. Ora mi sembra inconcepibile pensare che non avevo avuto la minima idea di ciò che mi avrebbe aspettato, che non avevo avuto la minima idea di quanta fatica occorra per salire a un’altezza di 5.700 metri, né la minima idea dell’allenamento e dell’attrezzatura adatti. Molta parte del mio comportamento sembra schiettamente inconscio, volto a procurarmi un’esperienza dura, sconvolgente. È stato proprio così. Ed è stata un’esperienza che ho apprezzato pienamente solo molti anni dopo. All’epoca mi aveva solo lasciato steso. Dopo aver fatto il bagno, e dopo che Loren ebbe fotografato i miei talloni per i posteri, ci vestimmo e andammo nella sala da pranzo. Paul e Jan mangiavano in silenzio a un tavolo, altri scalatori erano seduti ad altri tavoli. Avvertimmo un senso di cameraderie quando ci sedemmo a mangiare. Eravamo molto stanchi, molto più stanchi che affamati, ma ci trovavamo anche lontani in un mondo particolare riservato agli atleti esausti, un mondo in cui il trionfo è silenzioso, le conquiste sono controbilanciate dai costi. A un altro tavolo, una famiglia ci osservava con curiosità. Sapevo che sarebbero partiti per la montagna il giorno seguente e che volevano sapere com’era. Pensai: Che cosa gli posso dire? Non posso dire com’è davvero. Che senso avrebbe? Mi accorsi che stavo guardando da un’altra parte, nella speranza che non me lo chiedessero. Il padre: «Avete scalato la montagna?». «Già» dissi. «Siete arrivati fino in cima, tutti e due?» «Già». Silenzio. «Com’è lassù?» Bello, dissi. È dura, ma ė bello. Ci sono dei giorni molto faticosi, ma è bello. Fate un giorno per volta. È bello. Mi fissarono. Conoscevo quello sguardo. Stavano cercando di capire perché fossi così a terra. Non mi importava. Domani l’avrebbero scoperto da soli, e la scalata avrebbe avuto per loro il significato che loro stessi vi attribuivano. Quando tornai in camera dopo cena, il sole stava tramontando. Il Kilimangiaro era sospeso al di sopra del giardino come un pallido fantasma rossastro senza corpo. Non di questo mondo. Irreale. Già irreale. Il giorno seguente prendemmo l’aereo per Nairobi.


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1. Perché Michael decide di scalare il Kilimangiaro? 2. Quali avvenimenti rendono Michael meno certo di riuscire a portare a termine la sua impresa? 3. Di fronte all’impatto visivo del grande cono del Kilimangiaro quali pensieri emergono in Michael? 4. Completa la tabella descrivendo come varia, giorno per giorno, lo stato d’animo di Michael durante la salita al Kilimangiaro. Stato d’animo di Michael

Primo giorno

Secondo giorno

Terzo giorno

Quarto giorno

Quinto giorno

5. Che cosa dà a Michael la forza di portare a termine la sua ascesa alla montagna? 6. Che cosa scopre di sé l’autore grazie all’avventura che ha vissuto? 7. Tornato a casa, Michael ritiene che sia valsa la pena di aver compiuto la fatica della salita sul Kilimangiaro? Sottolinea nel testo i passaggi che giustificano la tua risposta. 8. Dividi il racconto in sequenze e assegna un titolo a ciascuna di esse. Scrivi quindi un riassunto del testo. 9. Racconta di quella volta in cui, anche tu, hai potuto dire: è stato difficile, non credevo che ce l’avrei fatta, ma ci sono riuscito!


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Racconti d’avventura

JØRN RIEL Lo zigolo delle nevi Essere soli. Essere totalmente soli su una costa praticamente deserta, tagliati fuori dal resto del mondo. Dipendere dalle proprie capacità, dalla propria volontà, essere padroni e servitori di sé stessi: non erano cose che Anton Pedersen si fosse realmente prospettato quando aveva fatto domanda per un posto di cacciatore di pelli presso l’ufficio della Compagnia. Perché Anton aveva solo diciannove anni e tutt’altri pensieri per la testa. Il suo mondo artico era popolato di eroi polari, uomini pronti a mettere a repentaglio la loro vita per riempire le numerose chiazze bianche della carta geografica. La sua Groenlandia era fatta di lunghi viaggi in slitte trainate da cani latranti, straordinarie cacce all’orso e al tricheco, meravigliosi incontri con eschimesi incontaminati e un cameratismo1 senza incrinature che legava i membri della spedizione fino ai limiti del regno della morte. Era un pionere di quel tipo che Anton desiderava ardentemente diventare. La Groenlandia era gradevole e vi si trovavano ancora zone inesplorate. Ma il tempo stringeva, pensava Anton, e le macchie bianche si riducevano a gran velocità. Per questo urgeva partire quanto prima. D’altra parte, non avendo da esibire nient’altro che un diploma di maturità di fresca promozione e un paio di medaglie d’argento di un qualche circolo di caccia, arrivò presto a rendersi conto che, per quel che lo riguardava, non c’erano che due vie che portavano all’Artide. O prendeva la strada dell’ovest attraverso la Reale Compagnia Commerciale di Groenlandia, o partiva per l’est come cacciatore. A dire il vero, la Groenlandia dell’ovest non lo attraeva più che tanto: certo avrebbe potuto trovare impiego come assistente commerciale, ma l’avventura rimaneva una prospettiva lontana. Quanto al lavoro, sarebbe stato con tutta probabilità altrettanto noioso della sua denominazione e, a suo parere, addirittura umiliante per un aspirante filosofo. Perciò scelse la Compagnia. Come cacciatore avrebbe sicuramente potuto vivere la vita di un vero eroe polare. Avrebbe compiuto lunghe spedizioni in slitta nel deserto artico e, da quanto aveva capito dal direttore della Compagnia, la sua esistenza sarebbe stata più o meno conforme a quella degli antichi esploratori. Fu così che Anton Pedersen diventò cacciatore. Aveva una gran voglia di vivere, una buona testa ed era fresco come un gheriglio di noce. L’esordio della sua avventura artica fu del tutto promettente. La traversata dell’Atlantico sul bastimento da caccia alle foche, la Veslemari, si rivelò all’altezza delle sue più sfrenate aspettative. L’equipaggio era costituito da vecchi lupi di mare dei ghiacci occidentali e il capitano Olsen non finiva mai di raccontare storie, la sera a mensa, dopo che il mozzo aveva suonato la campa1 cameratismo: sentimento di amicizia e solidarietà.


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na delle otto. Olsen ne aveva una riserva sterminata. Navigava tra i ghiacci dall’età di dodici anni, e si diceva sapesse giudicare a vista se un banco di ghiaccio galleggiante veniva dal Bacino del Polo, dal Mar di Kara, dalla Groenlandia orientale o da qualsiasi altro posto. Era anche in grado di navigare a naso in mare aperto e determinare la posizione della nave semplicemente assaggiando l’acqua del mare nel punto in cui si trovavano – diceva lui. La sera, un rum sciropposo veniva servito a tavola in sottili bottiglie di terracotta marrone, e si fumava tabacco nero e forte in pipe dai fornelli consumati. Anton sedeva su una panca con la schiena contro la paratia1 vibrante. Ascoltava, rideva, picchiava i pugni sul tavolo e faceva il duro. Di tanto in tanto sia il fumo che il rum gli andavano di traverso e Olsen doveva dargli dei colpi sulla schiena per liberarlo dalla tosse. Quando il capitano, alle ore piccole, andava a dormire, Anton usciva sul ponte e si appoggiava coi gomiti al parapetto. Respirava l’odore rancido2 del grasso che aleggiava sopra la nave e vomitava il rum lasciandolo svanire nella schiuma delle onde. Una volta alleggeritosi della sua bevuta serale, si asciugava il sudore della fronte e si sedeva un po’ fiacco sulla bitta3 più vicina a contemplare il mare. La notte nordica era chiara e incantata. Il mare gli pareva ancora più sconfinato che di giorno e aveva come la sensazione che una particella di quell’immensità si trasferisse nel suo spirito. Seduto sulla bitta, Anton dimenticava sé stesso. Si lasciava rapire, senza neanche rendersene conto, da quella distesa sterminata e si abbandonava al ritmo delle onde, senza più sapere da dove veniva e dove andava. Era come purificato da ogni pensiero, nella leggera ebbrezza del rum del capitano Olsen e della notte luminosa. In quei momenti Anton si sentiva più vicino a sé stesso di quanto non lo fosse mai stato. Libero dai camuffamenti di cui volentieri lo rivestivano i suoi sogni, fuori dal mondo immaginario che lo circondava, del tutto vicino a ciò che è irraggiungibile: la piena consapevolezza. I sensi rivolti all’interno di sé stesso, diventava insensibile al mondo esterno. Da quello stato di estasi scivolava il più delle volte in un sonno profondo e senza sogni. Quando la Veslemari raggiunse l’area della banchisa, Anton ebbe come la sensazione di aver trascorso la maggior parte della sua vita su un battello da caccia alle foche. Aveva così tanto sentito parlare del ghiaccio, che quando lo vide lo salutò con un cenno del capo, come una vecchia conoscenza. Il capitano Olsen era in coffa4 e annusava l’aria col suo lungo naso violaceo. Portava l’imbarcazione nei canali di acqua sgombra, cercando i passaggi verso le zone più aperte, faceva marcia indietro, virava, manovrava, tenendo ferma la rotta verso ovest. Aggrappato alla biscaglina di ferro un metro sotto la coffa, Anton aveva modo di arricchire il suo patrimonio di vocaboli grazie alle be-

1 paratia: parete divisoria in lamiera posta nella struttura degli scafi. 2 rancido: odore sgradevole tipico delle sostanze grasse. 3 bitta: colonna bassa e robusta posta sul ponte delle navi per legarvi i cavi di ormeggio. 4 coffa: piattaforma che si trova all’estremità degli alberi della nave.


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stemmie e alle parolacce che il capitano Olsen lasciava piovere sul timoniere dal posto di vedetta. Il culmine del viaggio fu comunque il giorno in cui si gridò terra in vista. Accadde un mattino presto, mentre Anton stava ancora bevendo il suo caffè. Il grido partì dalla coffa, fu rinforzato dal timoniere e passò rimbombando attraverso la porta aperta della cambusa1 dritto fino a lui. Anton schizzò fuori, attraversò il ponte e si ritrovò in coffa con la velocità di uno sparo. Ed eccola laggiù, la terra. Laggiù le gigantesche montagne levavano le loro vette dentate verso il cielo. Laggiù si stendeva l’immane manto glaciale, i ghiacciai azzurri, i laghi luccicanti e i lunghi fiordi neri. Per l’occasione Anton mise a profitto qualcuna delle parole appena imparate per soffocare l’emozione, che il capitano Olsen avrebbe potuto facilmente mal interpretare. Tutto andò a meraviglia per Anton fino all’arrivo al rifugio di Fimbul. Qui la realtà si abbatté sui sogni come una cappa di piombo. Anton, naturalmente, si era fatto un mucchio di fantasie e pensieri su come doveva essere una stazione di cacciatori, creandosi precise e idilliache immagini sia della casa che dei dintorni. Ma a Fimbul si ritrovò davanti a svariate cose che non aveva preso in considerazione. Prima di tutto il freddo. Una fitta nebbia era sospesa alle pendici del monte Fimbul come una grigia fascia da lutto, e un’aria umida e gelida penetrava fino al midollo delle ossa. Per non parlare dell’incredibile sudiciume. Anton aveva sempre dato per scontato che il mare e la terra e l’aria delle regioni polari fossero puliti e incontaminati. Ma quando dalla spiaggia si avviò verso il rifugio, si accorse con costernazione2 che il terreno, fin dove lo sguardo arrivava attraverso la nebbia, era disseminato di barattoli di latta arrugginiti, casse d’imballaggio rotte, cacche di cane ingrigite dai decenni e scorie e ceneri della cucina a legna. Anche il ritratto del capo della stazione di caccia, che Anton si era tratteggiato a mano sicura prima della partenza, si rivelò totalmente erroneo. Valfred non era propriamente quel che si dice un eroe polare, visto con gli occhi di Anton. Era un vecchio figuro maleodorante, che quando non si trascinava in giro borbottando, se ne stava sdraiato a ronfare nella sua branda. È vero che era gentile e sempre pronto a dare una mano, ma mancava totalmente di levatura3, agli occhi di Anton. Non c’era traccia di fermezza e spirito indomito negli occhi lacrimosi di Valfred, nessun barlume di energia o di trascinante forza di volontà. Il vecchio se ne andava in giro ciabattando, malconcio e sporco come il rifugio in cui viveva, un vero discredito per la Compagnia, a giudizio di Anton. Nei primi tempi Anton era convinto che Valfred e il rifugio di Fimbul costituissero un’eccezione sulla costa. Ma era prima di incontrare altri cacciatori e visitare altre stazioni di caccia. Continuava ad aggrapparsi al suo sogno e si consolava all’idea che la permanenza a Fimbul doveva essere una specie 1 cambusa: locale dove vengono conservati i viveri di bordo. 2 costernazione: essere abbattuto, afflitto. 3 mancava totalmente di levatura: non era una persona ferma, solida.


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di prova attraverso cui la maggior parte degli eroi polari erano costretti a passare. Diede una pulita, con la benedizione di Valfred, intorno alla casa, montò, secondo le istruzioni, trappole per volpi, e cominciò a entrare in confidenza coi cani, che sarebbero stati i suoi aiutanti e compagni, quando, presto, sarebbe partito per i suoi lunghi viaggi. Anton non si lasciò scoraggiare. Era nell’Artide, aveva un contratto di due anni, si era armato di pazienza e non dubitava che tutto sarebbe andato bene. Ma qualche mese dopo l’arrivo cominciò a cambiare. In modo impercettibile tanto per Valfred che per sé stesso. Continuava ad essere lo stesso giovanotto affabile1 che svolgeva il suo lavoro in modo irreprensibile2. Ma diventò un po’ taciturno, un po’ più chiuso, trasformandosi a poco a poco in una presenza tutt’altro che divertente per il suo compagno. Valfred, comunque, neanche se ne accorgeva. Proseguiva il suo letargo invernale e se la passava a meraviglia. Fin tanto che quel giovanotto si occupava dell’attrezzatura, non chiedeva di meglio. Anton era un novellino sulla costa, gli mancava la routine. E alla routine si arriva soltanto continuando a fare le stesse cose, giorno dopo giorno. Lasciando ad Anton tutti i giri di controllo delle trappole, Valfred si comportava come un vero maestro. Aveva spiegato tutto nei dettagli, aveva partecipato personalmente alle prime uscite e aveva per di più chiesto di essere svegliato se succedeva qualcosa che Anton non era in grado di risolvere per proprio conto. L’inverno passò per Anton in modo accettabile. Si occupava delle sue trappole e soffriva tutt’al più di qualche sbalzo d’umore, quando rientrava al rifugio di Fimbul. Fece con Valfred parecchi viaggi per andare a trovare quelli di Bjørkenborg e Herbert a Guess Grave, e di quei viaggi viveva poi per intere settimane. Ma alla fine la prima striscia di luce prese a comparire verso sud. E fu allora che cominciò ad avere nostalgia. In primo luogo, naturalmente, delle donne, e poi dei sogni, che non riusciva più a rievocare. Un giorno era uguale all’altro. Le solite lunghe spedizioni al freddo, perennemente lo stesso lavoro. Spalare via la neve intorno alle trappole, raddrizzarle, sistemare l’esca sulla molla, infilare la volpe nello zaino e via alla trappola successiva. Notti glaciali in tenda o in capanne di caccia, caffè e frittelle di riso, uscire dal sacco a pelo al buio, viaggiare da un capo all’altro di giornate semibuie, montare la tenda al buio, dormire al buio, in quell’eterno buio. Non fu che al ritorno della luce che Anton prese coscienza del buio. E al rifugio di Fimbul tutto divenne più noioso che mai. L’irritante russare di Valfred, scuoiare le volpi, stendere le pelli sulle assi e farle asciugare sopra ai fornelli, preparare il cibo, riparare le corregge3 dei cani e dormire. Il sogno di diventare un eroe polare non trovava più nutrimento. Anton poteva starsene seduto per ore a fissare i vetri neri e vuoti delle finestre, sentendosi solo e infelice e avendo più che altro voglia di piangere. Fu un periodo difficile per Anton, perché non poteva rassegnarsi a vivere senza le sue illusioni. Non ri1 affabile: che si comporta in modo gentile e cordiale. 2 irreprensibile: non rimproverabile. 3 corregge: cinghie di cuoio.


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usciva ad accettare che la vita nell’Artide non fosse un continuo progredire, com’era stata fino ad allora. Certo, aveva imparato a usare le trappole, a scuoiare, a guidare i cani e a cucinare le frittelle di riso. Cose semplici e facili, una volta acquisite. Ma non aveva capito che con ciò la sua educazione era bell’e finita. Pretendeva di più. Non riusciva a lasciare, come Valfred, che i giorni si succedessero identici uno all’altro, fino a che l’anno non chiudeva il suo cerchio. Anton aveva letto libri e sapeva bene che la vita polare non era quella che stava vivendo ora. No, era un’esistenza drammatica e virile, fatta di grandi imprese da cui si tornava come provetti e temprati1 eroi polari. Quella semplicità era troppo semplice. Farsi caldo e sfamarsi non gli bastava. Se anche erano le due cose che tenevano in vita altri cacciatori, per Anton erano una lenta morte. Sapeva che doveva andare a caccia. Che doveva correre dietro il montante della slitta, arrancare su per valli innevate, stremarsi attraverso cumuli di ghiaccio polare, tirare, spingere, lottare con la slitta, imprecare e sgolarsi dietro ai cani, inseguire a perdifiato i buoi muschiati che aveva ferito e trascinare da solo la carne fino al campo. Sapeva che tutto ciò portava di che cibarsi e scaldarsi e che si trattava di un lavoro. Ma sapeva che era un lavoro per altri, non per lui. Era difficile lasciar svanire i sogni. E anche se il lavoro che svolgeva poteva forse competere con le imprese degli eroi polari d’una volta e anche se, in fondo, Anton poteva per lo meno annoverarsi tra gli eroi polari minori, tale consapevolezza non lo confortava. Perché Anton voleva essere visto, ascoltato e ammirato. Ma né Valfred né gli altri cacciatori che aveva conosciuto, a parte Herbert di Guess Grave, lo ritenevano in qualche modo degno di attenzione. Lo guardavano con imbarazzo quando spiegava come fosse sopravvissuto a una tempesta di neve disteso con una tavoletta di cioccolato fondente, e tossicchiavano insofferenti, quando raccontava di quell’orso che aveva abbattuto a Capo Inter con un solo colpo di fucile leggero. Se ne stavano lí con un’espressione costernata sui loro faccioni ebeti e rubicondi2 e avevano tutta l’aria di annoiarsi a morte, mentre lui parlava. E cosí Anton finí per tacere. E decise anche di continuare a farlo, quando un giorno sarebbe tornato a Glostrup, da dove veniva. Come sperare che qualcuno a casa, dove si ignorava tutto della vita da Skagen in su, potesse anche soltanto capire di cosa stesse parlando? Se solo avesse provato ad aprire bocca, l’avrebbero preso per pazzo o, nel migliore dei casi, per un millantatore3 della miglior specie. Valfred provò una volta a spiegargli la svogliatezza dei ragazzi nell’ascoltarlo. «Vedi, piccolo Anton», disse, «parlare delle proprie imprese può anche andare per ammazzare il tempo in una serata d’inverno. Ma, capisci, sarebbe meglio raccontare cose che gli altri non hanno vissuto. E per arrivarci ci vuole del tempo, credimi. Perché la gente di qui ha vissuto quasi tutto, te l’assicuro.

1 temprati: forti, nel corpo e nello spirito. 2 rubicondi: di colore rosso. 3 millantatore: uno sbruffone che si vanta dei propri pregi.


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Fu una fortuna per Anton incontrare Herbert. Era capitato durante una visita alla stazione di caccia di Guess Grave, dove Valfred e Anton erano andati apposta per vedere il gallo addomesticato con cui Herbert viveva. Quel viaggio risultò di fondamentale importanza per Anton». In Herbert trovò comprensione. E un intelletto che, in misura ragionevole, comunicava con il suo. Herbert era un autodidatta che, al di là del quotidiano, arrivava anche a riflettere sulle cose. Fu il primo uomo nell’Artide a dare ad Anton la sensazione di essere qualcuno, di essere perfino qualcuno di speciale. E fu così che, qualche mese dopo quella visita, Anton lasciò Valfred per trasferirsi da Herbert. Il sodalizio1 andò bene per un po’ di tempo. I due potevano porsi domande e darsi reciprocamente risposte. Anton aveva l’opportunità di sfoggiare la sua cultura scolastica e Herbert di brillare grazie ai numerosi anni di studio casalingo. Per un bel po’ i due si ammirarono l’un l’altro a turno e i sogni di Anton tornarono a vivere con rinnovato vigore. Herbert era un uomo che davvero riconosceva e apprezzava quello che lo studente Anton Pedersen veniva a fare nel nordest della Groenlandia. Era un uomo che si preoccupava, e si lasciava anche impressionare, davanti a un naso congelato dal freddo o un pollice piagato, un uomo capace di elogiare senza riserve le qualità altrui, disposto ad ascoltare, e con una risposta sensata sempre a portata di mano. Sì, Anton tornò sé stesso e tutt’uno coi propri sogni. Per un po’ di tempo. Anton aveva quindi a questo punto trascorso un inverno da Valfred e uno da Herbert. Aveva rinnovato di sua spontanea volontà il contratto con Olsen ed entrava così nel suo terzo inverno. Impersonava il ruolo di eroe polare per sé stesso e Herbert, che lo ammirava come di dovere, dal momento che era una compagnia interessante e un ottimo socio. Del resto, dopo la morte di Alexander, il suo gallo, Herbert non era realmente riuscito ad abituarsi alla solitudine. Il terzo inverno, da chi ne sa qualcosa, è considerato il più critico. In circostanze normali, il primo passa in fretta perché tutto è nuovo e c’è molto da imparare. Il secondo somiglia in parte al primo, essendoci ancora nuove cose da scoprire, nuove terre di cui prendere possesso e nuovi cacciatori da incontrare. Ma il terzo può facilmente diventare critico. Si è a quel punto accumulata una tale esperienza che si passa quasi per un’autorità, sul posto, e si sa star saldi sulle proprie gambe anche su una lastra di ghiaccio vacillante, o almeno così si crede. I giorni, le settimane e i mesi diventano più lunghi, essendo le esperienze, entro certi limiti, più o meno le stesse, e si cominciano a sentire le pulsazioni pesanti e troppo lente della notte invernale. Le giornate calme di viaggio e quelle di lavoro al rifugio col cattivo tempo mettono addosso un’inquietudine quasi insostenibile. Una fame d’altro. Questa fame si insinuò2 presto in Anton. Giorno dopo giorno tornava a sentire l’insidia di quella vita semplice e senza complicazioni, e si ritrovò a 1 sodalizio: amicizia, condivisione di interessi comuni. 2 si insinuò: penetrò, si fece strada.


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provare la stessa disperazione che l’aveva preso al tempo in cui viveva con Valfred. Diventava sempre più difficile, per lui, evocare Anton, l’eroe polare, senza che il ben più banale studente Pedersen si mettesse in mezzo. Cominciava a stancarsi delle speculazioni filosofiche di Herbert, e sentiva quanto le sue stesse argomentazioni suonassero vuote. Si fece scontroso, cinico1 e arrogante, mordeva il morso e se ne stava immusonito senza un motivo apparente per giorni interi. Per Herbert non era niente di nuovo. Aveva già avuto a che fare con gente al terzo anno e pensava che Anton avesse solo bisogno di nuovi stimoli. Perciò propose un rapido viaggetto per andare a trovare Fjordur, l’islandese che viveva a Hauna, dove un tempo Halvor s’era mangiato il Vecchio Niels. Ma Anton si rifiutò. Trovava da ridire su tutto e diceva che di quel viaggio non ne voleva sapere. Perché Fjodur era un imbecille come tutti gli altri cacciatori sulla costa e lui aveva altro da fare che sobbarcarsi un viaggio per far visita a un branco di idioti come quello. La terza notte polare diventò realmente penosa per Anton. E dal momento che non riusciva più a ritrovare i suoi eroi al polo, rivolse i pensieri verso la terra natale. Arrivò addirittura al punto di considerare tutto ciò che aveva a che fare con l’Artico, e l’est della Groenlandia in particolare, come infernale e tutto ciò che riguardava la Danimarca paradisiaco. Divideva la madrepatria in tre zone. Il maestoso Jutland, le splendide isole e l’assoluta meraviglia di Glostrup. Non faceva che pensare alla Danimarca, parlare e sognare della Danimarca. La nostalgia diventò un’ossessione. E per potersi costantemente crogiolare2 nei suoi malinconici ricordi, si mise a collezionare vecchi giornali usati per l’imballaggio, li lisciava per bene e li studiava la sera alla luce della lampada. Leggeva quei frammenti di tempi andati con un piacere morboso. Si beava delle quotazioni di borsa, scorreva con rapimento i titoli dei film che avevano dato al cinema di Assens un anno e mezzo prima, e le ventisei righe di un articolo sulla ceramica etrusca non ebbero presto più segreti per lui. Di ogni cosa informava entusiasticamente il suo compagno, e Herbert dava prova di una notevole forza d’animo annuendo amichevolmente e mostrando di trovare tutto quanto estremamente interessante. Una volta esauriti i vecchi giornali, Anton cominciò a studiare le etichette. Delle lattine, delle bottigliette di ketchup, dei filtri di caffè, delle conserve di cetrioli sott’aceto, delle bottiglie di acquavite, dei vasetti di barbabietole rosse e affini. Allineava una certa quantità di questi oggetti sul tavolo del soggiorno e leggeva ad alta voce a Herbert. Nomi come Aalborg, Horsens e Vejen gli alleggerivano l’animo e quando trovava città come Copenhagen, Roskilde e Hillerød, s’illuminava di felicità. Una sola volta s’imbatté nella parola Glostrup e la sua voce s’incrinò dalla commozione e gli occhi gli si riempirono di lacrime. 1 cinico: distaccato, freddo, indifferente. Il cinismo è una corrente filosofica dell’antica Grecia, che sostiene si possa raggiungere la felicità con l’indifferenza verso i beni esteriori. Dal greco kunós ‘cane’, soprannome del filosofo Diogene. 2 crogiolare: gustare a lungo.


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Herbert soffriva in silenzio. Aveva, come detto, già visto parecchi casi di paranoia da terzo anno, ma mai spinta a quel punto di stravaganza. Cominciò ad aspettare con una certa apprensione il giorno in cui quella follia avrebbe raggiunto il culmine. Fu a febbraio. Anton era seduto da un paio d’ore su una sedia davanti alla finestra e guardava i vetri bui con la fissità di un cieco. Improvvisamente si alzò, voltandosi verso Herbert, che impastava il pane sul ripiano della cucina. «Herbert», disse calmo, «c’è qualcosa che devo dirti». «Di’ pure», rispose Herbert. Tirò fuori le dita dall’impasto e guardò il compagno. «Ecco», cominciò Anton. Si schiarì la voce un paio di volte. «Ecco ho deciso di farla finita, Herbert. La vita mi è diventata insopportabile, non reggo più». Herbert si grattò imbarazzato la barba sul mento, sporcandosi la bocca di farina. Questa era proprio la grande eclissi totale, e cosa ci si poteva fare? Ognuno deve pur avere il diritto di decidere della propria vita e della propria morte. Mica riguarda gli altri. Per lo meno, era quel che aveva sempre predicato Herbert. «Andiamo, non è poi così terribile come sostieni», mormorò som­mes­sa­ men­te. «È peggio», disse Anton guardando il suo coinquilino con aria depressa. «È molto peggio di quanto non ti immagini. E deve finire. Ho preso la mia decisione». Herbert scrollò le spalle e riprese a impastare. «Va be’», disse. «Fa’ come vuoi, Anton. Non sarò certo io a dirti quello che devi o non devi fare. Non sono affari miei». Ci fu un lungo silenzio. Herbert finì di impastare e, dopo aver messo il pane a lievitare sopra la cassa del carbone, si lavò le mani. Anton era tornato a sedersi al suo posto e aveva ripreso a fissare il vuoto. Fu solo quando i pani furono in forno, che Herbert riprese: «Be’, dal momento che ormai la decisione del grande salto l’hai presa, ecco, vorrei solo pregarti di avere un po’ di riguardo per chi rimane». Tirò fuori la sua pipa e la caricò. Anton si voltò verso di lui, chinando il capo. «In che senso?» chiese. «Be’, insomma. Sii gentile, fa’ le cose per bene. Che non ci sia troppo da ripulire, dopo. Un collega di Valfred, tempo fa, si è impiccato alla trave del soffitto. Un vero galantuomo, e comprensivo per di più. Gli eschimesi si lasciano morire assiderati sul ghiaccio, cosa che trovo di un’estrema delicatezza, per non parlare del buttarsi in un crepaccio. È la soluzione quasi perfetta, dal punto di vista di chi rimane». Anton continuò a tenere il capo chino. Aveva l’aria di non ascoltare per niente le parole di Herbert. Probabilmente era perso lontano nei suoi progetti e Herbert lo guardò con compassione. Così giovane e già finito. Ecco cosa succede quando ci si lascia precocemente riempire la testa di idee. Si arriva quassù con troppa zavorra e si va facilmente a fondo. La saggezza è una benedizione, ma va presa a piccole dosi e preferibilmente in età matura. Gli anni


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della giovinezza si dovrebbero passare a far risse. Perché c’è così tanto da sfidare e così tanto da conquistare. È solo quando sente che il ghiaccio è abbastanza solido e può portarlo, che chi è saggio vi si avventura. Herbert scosse la testa. I ragazzini come Anton non arrivava a capirli. «Senti un po’», chiese, «per quando avresti previsto l’evento? Perché devo pensare a come organizzarmi per la caccia, ora che devo andarci solo, e vorrei farti notare che è più facile sbarazzarmi di te in estate, quando tutto è sgelato, che in inverno». Anton si raddrizzò sulla sedia. Strinse le dita intrecciate così forte che le nocche diventarono bianche. «All’arrivo della prima nave», sussurrò. «Bene. Mi va perfetto». Herbert tirò un sospiro di sollievo. Se il ragazzino poteva aspettare ad andarsene al Creatore fino all’arrivo della prima imbarcazione, non aveva niente da obiettare. Avevano ancora il tempo di fare una decente caccia invernale, e la Veslemari avrebbe potuto riportare il cadavere a Copenhagen. Del tutto sollevato, Herbert si fregò le mani. «È davvero un buon momento, e opportuno nei nostri riguardi, quello che hai scelto, Anton. E sono contento che tu possa aspettare così tanto. Ti confesserò che ero piuttosto preoccupato di come sbarazzarmi del tuo cadavere». «Del mio cadavere?» Anton lo guardò sbigottito. «Già, perché mica avrai pensato di darti fuoco, no?» rise Herbert, alzandosi per andare a prendere la bottiglia di acquavite. «In una circostanza del genere, mi pare giusto e sensato farsi un cicchetto», disse allegramente. Versò generosamente e levò il bicchiere. «Cin cin, signor studente. Finché c’è vita c’è bevuta, haha». Anton guardava cupo davanti a sè. «Allora non dovrei bere», disse «visto che mi sento come morto». Prese il bicchiere e lo vuotò tutto d’un fiato. «Ma quando finalmente sarò rientrato a Glostrup, sarà diverso. Tornerò a vivere». «Ma come?» la mano di Herbert, che stava allungandosi verso la bottiglia, si bloccò di colpo. «Hai detto a Glostrup?» Anton annuì. «Sì. L’unico posto dove vale la pena vivere. Non appena arriva la nave, Herbert, io taglio la corda». «Ah, è così» Herbert afferrò la bottiglia e rimise il tappo. «In tal caso, non c’è più niente da festeggiare», borbottò. «Al diavolo il malinteso». Ripose la bottiglia nell’armadietto. «Avevo avuto l’impressione che volessi toglierti la vita, e invece volevi semplicemente tornartene in Danimarca». Scosse la testa. «E va be’. Del resto, alla fin fine, è più o meno la stessa cosa». Questa conversazione ebbe luogo in febbraio, quando c’era ancora buio e freddo. E benché la Veslemari non potesse essere attesa prima di agosto, Anton cominciò pian piano a preparare il ritorno. Lavò accuratamente i suoi vestiti, si rasò la barba e portò giù le valigie dalla soffitta. Herbert non disse niente. Badava ai fatti suoi, senza curarsi minimamente di quel che faceva Anton.


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All’inizio della primavera ricevettero visite sia da Bjøkenborg che da Blæsedal. Gli ospiti fecero tanto d’occhio davanti ai bagagli bell’e pronti ammucchiati ai piedi della branda di Anton e guardarono con stupore le sue guance ben rasate. Poiché Anton non fornì alcuna spiegazione, rivolsero il loro sguardo interrogativo a Herbert, che rispose mettendosi l’indice sulla fronte e strizzando un occhio. Capirono. Il Bjørk fece sapere che, se era questione di organizzare una festa d’addio, erano benvenuti a Bjørkenborg. Era in ogni caso lì che la Veslemari approdava per scaricare i rifornimenti che venivano dalla costa sud. Sylte parlò di un paio di lettere che avrebbe volentieri dato a Anton da imbucare a Copenhagen, sempre che fosse riuscito a scriverle prima della partenza della nave. Lause, invece, gli offrì il suo casco coloniale. Presumeva che il sole, laggiù nei paesi caldi, fosse altamente fastidioso per chi rientrava dopo anni di Artide. L’avrebbe messo in una cassa imbottita e l’avrebbe inviato a Guess Grave alla prima occasione. Siverts, dal canto suo, fece promettere ad Anton che da quell’anno in poi gli avrebbe comprato e spedito una cinquantina di rotoli di carta igienica del tipo più morbido. Di tutte queste commissioni Anton prese nota in un quaderno. Si tirava sempre su di morale, durante le visite, era allegro e spensierato come un uccellino. Ma quando si ritrovava di nuovo solo con Herbert, la cappa della malinconia tornava a scendere su di lui e lo studente Pedersen riprendeva a perdersi lontano dalla realtà e a rifugiarsi nei sogni. Si arrivò così a maggio e Anton era più pronto a partire che mai. Per quattro mesi era praticamente vissuto nelle valigie. Le guance gli si erano incavate e aveva nere occhiaie sotto gli occhi malinconici. Il sole aveva cominciato a compiere le sue passeggiate in cielo giorno e notte e Anton saliva spesso sul picco montagnoso, detto la Gobba di Svenson, che sovrastava la stazione, per avvistare la nave. Rimaneva là seduto a immaginare l’emozione che l’avrebbe preso alla vista del primo esile filo di fumo all’orizzonte. Quell’istante si ingigantiva talmente nella sua testa da dargli le vertigini. Pensava così intensamente a quel sottile filo di fumo che quasi poteva vederlo, e si impregnava di quell’immagine e se la portava con sé a Guess Grave, dove si sdraiava nella sua branda per contemplarla. Herbert lo vedeva andare in giro come un sonnambulo, e niente apparentemente poteva svegliarlo. Anton se n’era andato dalla vita vera e viveva totalmente nel mondo delle illusioni. Fino al giorno in cui comparve uno zigolo delle nevi. Arrivò mattiniero. Un piccolo essere impaziente che voleva essere sul posto prima dei rivali. Aveva lottato, sorvolando il mare aperto in direzione nordovest dall’Islanda, contro la neve, la tempesta e il gelo. Ed era finito ad atterrare stanco e intirizzito davanti agli stivali di Anton. Non appena si fu un po’ ripreso, cominciò a cinguettare dolcemente. Anton, seduto sulla gobba di Svensson, distolse di malavoglia lo sguardo dall’orizzonte e abbassò gli occhi. Si schiarì la gola e


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l’uccello sobbalzò spaventato al suono della sua voce. Gonfiò le ali e si scrollò energicamente. Si sistemò con il becco un paio di piume ribelli, e riprese spensierato il suo canto. C’era qualcosa in quei trilli gioiosi che penetrava dritto nel cuore di Anton. Qualcosa che ricordava le notti a bordo della Veslemari, quelle ore straordinarie in cui gli pareva di essere uscito da sé stesso per fare tutt’uno con il mare infinito. Captava la primavera nel canto dello zigolo. Quella stessa primavera che aveva ormai visto tre volte, senza però mai sentirla dentro. Si accorgeva che il cuore cominciava a battergli più forte nel petto e, quando aprì la bocca come per dire qualcosa, non udì altro che le sue stesse pulsazioni. La primavera artica. Anton si scompigliò i capelli confuso e si guardò intorno. Il suo sguardo cadde sulle impronte dello zigolo. Sottili fili neri, una filigrana, un disegno senza senso. Fissò quelle impronte e vi lesse la sua propria vita. Si ricordò dei suoi sogni. Il sogno dell’eroe polare, il sogno di fuga. Il sogno del sogno. In quelle orme Anton trovò una specie di coerenza. Quei piccoli, miseri tratti senz’altro significato che quello che li aveva lasciati lo zigolo. Quello zigolo che aveva volato per centinaia, forse migliaia di chilometri per poter posare le sue orme esattamente lì sulla neve davanti ai suoi piedi. Anton cominciò a capire cosa aveva portato l’uccello fin lassù. Avvertì di colpo la fantastica attrazione che suscitava quel deserto. Voltò le spalle al mare coperto di lastre di ghiaccio e lasciò lo sguardo vagare sulla terra. Ancora una volta il suo animo si riempì d’infinito. Le montagne occupavano l’intero campo visivo. In basso erano nascoste da enormi cumuli di neve, rotondi, seducenti, di una morbidezza quasi femminile. Lunghe ghirlande brune correvano sulle pendici, dove la neve si era sciolta e, nella parte più alta, le cime svettavano come guglie contro il cielo luminoso. Il suo sguardo si fece distante, ed egli partì in viaggio. Per la prima volta nella vita, Anton viaggiava dentro di sé. Era da qualche parte al di fuori del suo corpo, da qualche parte tra il fondo della valle e l’immensa volta del cielo. E non vedeva, non udiva, non ricordava. Sentiva intensamente la libertà, quella libertà che aveva sempre sognato e a cui aveva sempre aspirato attraverso i suoi sogni. Quella libertà che la grandiosa terra polare gli aveva pazientemente messo davanti e offerto per quei tre anni. Lo zigolo si era ormai familiarizzato con Anton. Zampettava allegramente in avanti e gli beccava la punta degli stivali. Ma lui non ci badava. Contemplava quella terra come se non l’avesse mai vista. Lontano, sotto di lui, poteva vedere il rifugio di Guess Grave. Vide Herbert vicino ai fili per stendere, dove erano appese le pelli di volpe cacciate durante l’inverno. Dietro il rifugio proseguiva ad imbuto la valle, che terminava al lago dei salmoni. Qui aveva lottato, provato rabbia e sognato. Nella neve profonda, nell’infuriare della tempesta, con i cani recalcitranti. Aveva bestemmiato e urlato e si era abbandonato all’autocommiserazione. Le spedizioni erano state come dei brutti sogni, brutti esattamente come li aveva resi lui stesso. Anton respirava profondamente. Si sentiva protetto da quelle montagne che fino ad allora gli pareva lo tenessero prigioniero. E mentre prima aveva


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sognato l’irraggiungibile, ora capiva di essere felice con quel che poteva avere e di casa in quel mondo che lo circondava. Restò a lungo seduto lì sulla montagna. Quando finalmente si alzò, aveva le membra intirizzite dal freddo. Fece un cenno allo zigolo che si era sistemato su un sasso qualche metro più in là per dormire. «Grazie per il canto», bisbigliò. Anche quando scese dalla montagna il suo cuore continuò a battere forte. Era come se fosse stato a un appuntamento con l’amata e avesse ottenuto il sospirato sì. Strizzo l’occhio a Herbert che, avvolto in una nuvola di farina di patate, cospargeva le bianche pelli di volpe. Poi rientrò nel rifugio a disfare le valigie.

1. Quali motivi hanno spinto Anton a diventare cacciatore? 2. Che cosa rende la traversata sull’Atlantico un viaggio «all’altezza delle aspettative» del giovane protagonista? 3. Arrivato a Fimbul, Anton si rende conto che la realtà è diversa da come se l’era immaginata nei suoi sogni. Fai alcuni esempi delle «svariate cose che non aveva preso in considerazione». 4. Come cambia, in seguito a questa scoperta, il giovane cacciatore? 5. Perché l’incontro con Herbert si rivela una fortuna? 6. La comparsa dello zigolo delle nevi è determinante per Anton: se prima soffriva perché «quella semplicità era troppo semplice», si accorge successivamente di avere inseguito «il sogno del sogno». Di che semplicità si sta parlando? Quale sogno inseguiva Anton? Sciogli il significato di questi giochi di parole facendo opportuni riferimenti al testo. 7. Scrivi un riassunto del racconto per mettere in luce i diversi stati d’animo del protagonista. 8. Hai mai dovuto fare i conti con una realtà diversa da come te la eri immaginata? Racconta come hai vissuto questa situazione.


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Racconti d’avventura

E ora mettiti alla prova 1. In questa sezione hai letto e lavorato su racconti o brani tratti da romanzi d’avventura. Ti chiediamo anzitutto di fare una sintesi di ciò che hai potuto cogliere e imparare su questo genere letterario, scegliendo tra due differenti tipologie testuali: • Alla luce del percorso svolto, scrivi un testo espositivo in cui spieghi le caratteristiche del racconto d’avventura. • Cos’è l’avventura? Cosa rende avventurosa una storia? Cosa dona e cosa chiede un’avventura a chi la vive? Facendo opportuni riferimenti alle letture affrontate in questa sezione, esponi le tue riflessioni per giungere a una definizione di avventura. 2. Ti proponiamo ora di scrivere il tuo racconto d’avventura! Prima di svilupparlo, è utile preparare uno schema, di cui ti forniamo un esempio, in cui raccogliere in modo sintetico le tue idee sugli elementi principali di questo genere. Buon lavoro e… buona avventura!


E ORA METTITI ALLA PROVA

INTRECCIO

a. Qual è lo scopo dell’avventura? b. Quali sono i fatti principali che la costituiscono (imprevisti da superare, fatti che danno una svolta e portano a compimento la vicenda…)? c. Quali mezzi sono necessari alla buona riuscita dell’avventura (mezzi di trasposto, strumenti, armi, oggetti vari…)?

AMBIENTAZIONE

a. Dove: in quale luogo/luoghi si svolge l’avventura? b. Quando: qual è la durata dell’avventura? In quali stagioni si svolge? In quale periodo storico si colloca?

PERSONAGGI

a. Chi è il protagonista, il personaggio principale del racconto? Quali sono le sue caratteristiche fisiche? E le sue qualità? b. Quali altri personaggi sono necessari allo sviluppo della storia? Quali sono le loro caratteristiche più importanti? Che rapporto hanno con il protagonista?

PUNTO DI VISTA

a. Chi è il narratore della storia? Un suo personaggio o un narratore esterno? b. Se il narratore è un personaggio, quando racconta? Mentre sta vivendo l’avventura o essa è un ricordo?

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N.B. Puoi prendere spunto da parole o espressioni che gli autori hanno usato nei loro racconti, soprattutto nelle sequenze descrittive. 3. L’avventura accade come un susseguirsi di eventi imprevisti e imprevedibili, che mettono in moto il protagonista, lo coinvolgono totalmente, tanto che egli, alla fine, cambia, conosce di più sé stesso e il mondo. Alla luce di queste che sono le caratteristiche fondamentali del genere, ritrova e racconta un episodio che puoi riconoscere come una tua esperienza d’avventura.


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Novelle

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Novelle Ma a un tratto… Nei racconti spesso s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena di imprevisti! Anton Čechov

a cura di Benedetto Grava, Raffaela Paggi


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Novelle

«Ma a un tratto… Nei racconti spesso s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena di imprevisti!» Non è questo infatti quello che ci si aspetta leggendo un racconto: qualcosa di inaspettato, di nuovo? Non si attende qualcosa che risolva la vicenda raccontata? La novità, il cambiamento è forse il cuore della novella, l’elemento fondamentale, come afferma Čechov nella frase sopra citata, tratta da un racconto presente nella sezione. Le novelle, pur avendo tutte questa caratteristica imprescindibile, si differenziano per modalità di espressione, oggetti, tematiche e scopi: è difficile indicare un’unica struttura comune a tutti i testi, anche per la storia di questo genere letterario. La novella infatti nasce in epoca molto lontana: i primi ritrovamenti sono addirittura risalenti al periodo d’oro dell’antico impero egizio. La difficoltà di definire l’origine non è solo di natura cronologica, ma anche spaziale: ogni cultura ha conosciuto una tradizione novellistica, dal mondo occidentale a quello orientale, passando per la ricchissima produzione indiana. La novella dunque si definisce semplicemente come una «breve narrazione, per lo più in prosa, di un fatto, sia esso storico, reale, o del tutto immaginario»1. Per quanto non delimiti in maniera univoca il genere, la definizione descrive alcune caratteristiche dei testi novellistici. Il primo carattere è quello della brevitas ‘brevità, concisione’: l’evento raccontato è concentrato in un testo di veloce lettura, la sua forza è condensata a volte anche in poche battute. La seconda caratteristica è l’oggetto della narrazione: ciò di cui si racconta deve essere un fatto reale o verosimile, privo di elementi fantastici o magici. È tuttavia facile trovare novelle in cui l’elemento che modifica la vicenda ha degli aspetti soprannaturali, che trascendono la realtà; ma anche in questi casi quel che conta è il contesto, il mondo in cui quell’elemento si pone e la sua rappresentazione realistica. Un’altra caratteristica che spesso si ritrova nelle novelle è l’ironia, o meglio il distacco, benevolo o amaro che sia, con cui l’autore si sofferma a guardare la realtà che narra e descrive. Guardare la realtà, descrivere l’uomo nelle sue possibilità e rendere il lettore partecipe della scoperta sono gli intenti di ogni novella. Ma perfino nelle intenzioni dell’autore e nello scopo della novella si possono avere diverse possibilità; nel genere si possono infatti distinguere almeno due filoni, che ora si tengono separati ora si mescolano: il primo è didattico e il suo scopo è rappresentare attraverso alcuni esempi le virtù e i vizi degli uomini; il secondo è quello del testo scritto per il «diletto», come scrive Boccaccio nel Proemio al Decameron, perché il lettore sia avvinto e reso partecipe di quel che il rac1 Treccani, novella.


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conto suscita allontanandosi dalla sua quotidianità. La novella porta il lettore ad apprezzare la sagacia, a commuoversi per i personaggi, a spaventarsi o ridere per gli eventi. Anzitutto, dunque, la novella è una rappresentazione della realtà, che muove il lettore a un’interpretazione: «le parole conducono ai fatti. […] Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza»1. Nella sezione troverai alcune novelle di autori assai importanti per la storia di questo genere letterario, a partire da Boccaccio, la cui raccolta di 100 novelle, il Decameron, pubblicato nel 1351, è considerato il testo fondamentale della novellistica italiana. L’autore immagina che, per sfuggire a una terribile pestilenza, dieci giovani fiorentini si rifugino in una villa sui colli e ogni pomeriggio, per dieci giornate, ciascuno narri una novella su un tema prestabilito. Nel suo insieme l’opera rappresenta la complessità della vita umana, con tutte le sue problematiche sociali, esistenziali, politiche. Gli esercizi di scrittura ti condurranno gradualmente a produrre testi d’invenzione sia umoristici sia drammatici a imitazione della novella, a imparare a riassumere i racconti per mettere in luce alcuni loro aspetti, a presentare i personaggi considerando i loro tratti caratterizzanti e le motivazioni delle loro azioni, paragonandoti con le quali potrai avviarti alla produzione del testo argomentativo.

1 Santa Teresa d’Avila citata in R. Carver, Meditazione su una frase di santa Teresa, in Per favore, non facciamo gli eroi, Minimum Fax, Roma 2002, p. 272.


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GIOVANNI BOCCACCIO Chichibio e la gru Tacevasi già la Lauretta e da tutti era stata sommamente commendata1 la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse: «Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti2, a’ dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ paurosi, sopra la lor lingua subitamente3 di quelle pone che mai a animo riposato per lo dicitore si sareber sapute trovare4: il che io per5 la mia novella intendo di dimostrarvi. Currado Gianfigliazzi6, sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato notabile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo continuamente in cani e in uccelli7 s’è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare8. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola9 una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane, quella mandò a un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio10 e era viniziano; e sì gli mandò dicendo11 che a cena l’arostisse e governassela bene12. Chichibio, il quale come nuovo bergolo era così pareva13, acconcia14 la 1 commendata: lodata. 2 accidenti: i casi. 3 subitamente: inaspettatamente. 4 di quelle pone che mai a animo riposato per lo dicitore si sareber sapute trovare: ispira parole tali che ad animo tranquillo l’oratore non avrebbe saputo trovare. La preposizione per introduce qui un complemento d’agente. 5 per: per mezzo. 6 Currado Gianfigliazzi: vissuto tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV, appartenne alla nobile famiglia di banchieri di parte Nera ricordata pure da Dante, che colloca uno dei suoi membri fra gli usurai nell’Inferno. 7 in cani e in uccelli: gli uccelli venivano usati dai nobili nella caccia, che si faceva appunto con cani, falconi e sparvieri. 8 le sue opere maggiori al presente lasciando stare: per non parlare dei suoi recenti atti più importanti (legati al suo ruolo in ambito economico e politico). 9 Peretola: borgo del contado a ovest di Firenze. Effettivamente Currado possedeva terre in questa zona. 10 Chichibio: è un soprannome derivato dalla voce onomatopeica veneta cicibìo ‘fringuello’ (di cui imita appunto il verso) e, per estensione, ‘scervellato, sciocco’. Bisognerà leggere Chichibìo. 11 gli mandò dicendo: gli mandò a dire. 12 governassela bene: la preparasse con cura. 13 come nuovo bergolo era così pareva: che sembrava il ridicolo (nuovo ‘strano, singolare’) sempliciotto fatuo che era (bèrgolo ‘fatuo, frivolo, leggero’; è attributo che Boccaccio applica costantemente e soltanto ai veneziani). 14 acconcia: prepara.


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gru, la mise a fuoco e con sollecitudine a cuocer la cominciò. La quale essendo già presso che cotta e grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la quale Brunetta1 era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina, e sentendo l’odor della gru e veggendola pregò caramente2 Chichibio che ne le desse3 una coscia. Chichibio le rispose cantando e disse: “Voi non l’avrì da mi4, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi”. Di che donna Brunetta essendo turbata5 gli disse: “In fé di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia”, e in brieve le parole furon molte6; alla fine Chichibio, per non crucciar7 la sua donna, spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele8 diede. Essendo poi davanti a Currado e a alcun suo forestiere9 messa la gru senza coscia, e10 Currado, maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l’altra coscia11 della gru. Al quale il vinizian bugiardo12 subitamente rispose: “Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba”. Currado allora turbato13 disse: “Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid’io mai più14 gru che questa?”. Chichibio seguitò: “Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder ne’ vivi15”.

1 donna Brunetta: è anche il nome della fedele domestica del Boccaccio, ricordata in una lettera del 1372 e nel testamento. L’uso dell’appellativo solenne donna riferito all’umile popolana Brunetta ha una sfumatura scherzosa. 2 caramente: con insistenza e affetto. 3 ne le: questo ordine dei pronomi è tipico della sintassi antica. 4 voi non l’avrì da mi: voi non l’avrete da me. Anche altrove Boccaccio fa parlare certi personaggi nel loro dialetto a scopo caricaturale. 5 turbata: adirata. 6 in brieve le parole furon molte: per farla breve nacque una discussione. 7 crucciar: dare un dispiacere e fare arrabbiare. 8 gliele: gliela; ai tempi del Boccaccio era un pronome indeclinabile. 9 forestiere: ospite. 10 e: segna, come spesso, la ripresa dopo proposizione temporale con il gerundio. 11 domandollo che fosse divenuta l’altra coscia: gli chiese che cosa fosse successo dell’altra coscia. 12 il vinizian bugiardo: ancora un riflesso della scarsa simpatia per i veneziani dimostrata da Boccaccio, che riflette un sentimento diffuso a Firenze, originato da rivalità economiche e politiche. 13 turbato: adirato. 14 mai più: mai. 15 io il vi farò veder ne’ vivi: io vi mostrerò questo nelle gru vive; vivi può essere aggettivo riferito a un plurale maschile di gru, usato accanto al femminile, oppure può significare animali vivi.


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Currado per amore de’ forestieri che seco avea non volle dietro alle parole andare1, ma disse: “Poi che tu di’ di farmelo veder ne’ vivi, cosa che io mai più non vidi né udi’ dir che fosse, e2 io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo che, se altramenti sarà, che3 io ti farò conciare in maniera, che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai4, del nome mio”. Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente, come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato5 si levò e comandò che i cavalli gli fossero menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana6, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò dicendo: “Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io”. Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Currado e che far gli conveniva pruova7 della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora adietro e dallato si riguardava. E ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piè. Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che a alcun vedute8 sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano9, sì come quando dormono soglion fare; per che egli, prestamente mostratele a Currado, disse: “Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno”. Currado vedendole disse: “Aspettati10, che io ti mostrerò che elle n’hanno due”, e fattosi alquanto più a quelle vicino, gridò: “Ho, ho!”, per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire; laonde Currado rivolto a Chichibio disse: “Che ti par, ghiottone11? parti12 che elle n’abbian due?”.

1 dietro alle parole andare: continuare a discutere. 2 La congiunzione e introduce qui la frase reggente: io lo voglio vedere domattina e sarò contento, poiché tu dici che me lo farai vedere tra i vivi… 3 Da notare la ripresa della congiunzione che dopo proposizione incidentale. 4 sempre che tu ci viverai: finché vivrai. 5 gonfiato: gonfio d’ira. 6 fiumana: fiume. 7 far gli conveniva pruova della sua bugia: gli conveniva dimostrare vera la sua bugia. 8 gli venner prima che a alcun vedute: gli capitò di vedere prima di chiunque altro. 9 in un piè dimoravano: stavano su una sola zampa. 10 aspettati: aspetta. 11 ghiottone: canaglia. Dal francese goujat. 12 parti: ti pare.


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Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse1, rispose: “Messer sì, ma voi non gridaste ‘ho, ho!’ a quella d’iersera; ché se così gridato aveste ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata2, come hanno fatto queste”. A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì3 in festa e riso, e disse: “Chichibio, tu hai ragione: ben lo doveva fare”. Così adunque con la sua pronta e sollazzevol4 risposta Chichibio cessò5 la mala ventura e paceficossi6 col suo signore».

1 non sappiendo egli stesso donde si venisse: non sapendo nemmeno lui da dove gli venisse la risposta. 2 Il participio mandata è concordato con coscia, il primo dei due termini, e sottolinea il pensiero dominante di Chichibio. 3 si convertì: si mutò. 4 sollazzevol: piacevole. 5 cessò: evitò. 6 paceficossi: si riappacificò.


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1. Riassumi oralmente la novella ampliando la presentazione che la introduce nel Decameron: «Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado» (Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una pronta risposta per salvarsi trasforma in riso l’ira di Currado e scampa dalla sventura minacciatagli da Currado) 2. Perché Chichibio porta un piatto incompleto a Currado? 3. Che cosa intende dimostrare il narratore con la sua novella? 4. Per quali motivi Currado si arrabbia con Chichibio? 5. Perché, la mattina dopo, mentre Currado e il cuoco cavalcano insieme, Chichibio ha la «maggior paura del mondo»? 6. In che modo Chichibio scampa alle minacce di Currado? Per rispondere individua, riscrivi e spiega la battuta con cui Chichibio riesce a farsi perdonare da Currado. 7. Quali sono i tratti del carattere del cuoco veneziano? Scrivi una descrizione del personaggio con precisi riferimenti al testo del tipo: Chichibio è … infatti … 8. Quali sono i tratti del carattere di Currado Gianfigliazzi? Scrivi una descrizione del personaggio con precisi riferimenti al testo del tipo: Currado è … infatti … 9. La battuta di Chichibio gli fa scampare le sciagure minacciate da Currado. Prova a narrare una vicenda che si risolva grazie a una pronta e arguta risposta, a imitazione della novella. 10. Alla fine della vicenda Chichibio evita le conseguenze della sua azione e viene premiato per una sua qualità. A tuo modo di vedere, è giusto che la vicenda si concluda in questo modo? Rendi ragione della tua risposta in un breve testo argomentativo.


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GIOVANNI BOCCACCIO Federigo Degli Alberighi Era già di parlar ristata1 Filomena, quando la reina, avendo veduto che più niuno a dover dire, se non Dioneo per lo suo privilegio2, v’era rimaso, con lieto viso disse: «A me omai appartiene di ragionare3; e io, carissime donne, da una4 novella simile in parte alla precedente il farò volentieri, non acciò solamente che conosciate quanto la vostra vaghezza possa ne’ cuor gentili5, ma perché apprendiate d’essere voi medesime, dove si conviene, donatrici de’ vostri guiderdoni6 senza lasciarne sempre esser la fortuna guidatrice, la qual non discretamente7 ma, come s’aviene, smoderatamente il più delle volte dona. Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Domenichi8, il quale fu nella nostra città, e forse ancora è9, uomo di grande e di reverenda10 auttorità ne’ dì nostri, e per costumi e per vertù molto più che per nobiltà di sangue chiarissimo11 e degno d’eterna fama, essendo già d’anni pieno12, spesse volte delle cose passate co’ suoi vicini e con altri si dilettava di ragionare: la qual cosa egli meglio e con più ordine e con maggior memoria e ornato parlare che altro uom seppe fare. Era usato di dire13, tra l’altre sue belle cose, che in

1 Era già di parlar ristata: aveva già smesso di parlare. 2 avendo veduto che più niuno a dover dire, se non Dioneo per lo suo privilegio: avendo visto che non era rimasto più nessuno che dovesse dire la sua novella, se non Dioneo, titolare però del privilegio di non essere vincolato al tema della giornata perché ultimo. 3 a me omai appartiene di ragionare: è ormai il mio turno di parlare. 4 da una: per mezzo di una, con una. 5 non acciò solamente che conosciate quanto la vostra vaghezza possa ne’ cuor gentili: non solo affinché sappiate quanto potere abbia la vostra bellezza sui cuori nobili. 6 ma perché apprendiate d’essere voi medesime, dove si conviene, donatrici de’ vostri guiderdoni: ma perché impariate a essere voi stesse, quando è opportuno, dispensatrici dei vostri doni. Dove si conviene: quando è opportuno, secondo convenienza, in modo cioè appropriato allo stato e all’onore. 7 non discretamente: senza discernimento, senza criterio e misura. 8 Coppo di Borghese Domenichi: autorevole protagonista della vita politica fiorentina dei tempi di Boccaccio (morì verso il 1535). 9 forse ancora è: se la peste, che rende impossibile avere notizie certe, lo ha risparmiato. 10 reverenda: degna di essere riverita. 11 chiarissimo: illustre, insigne. Dal latino clarus ‘chiaro, splendente, celebre’. 12 già d’anni pieno: ormai carico d’anni, vecchio. 13 era usato di dire: era solito raccontare.


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Firenze fu già1 un giovane chiamato Federigo di messer Filippo Alberighi, in opera d’arme2 e in cortesia preggiato3 sopra ogni altro donzel4 di Toscana. Il quale, sì come il più5 de’ gentili uomini avviene, d’una gentil donna chiamata monna Giovanna s’innamorò, ne’ suoi tempi tenuta6 delle più belle donne e delle più leggiadre che in Firenze fossero; e acciò che egli l’amor di lei acquistar potesse, giostrava, armeggiava7, faceva feste e donava, e il suo senza alcun ritegno spendeva8; ma ella, non meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le faceva. Spendendo adunque Federigo oltre a ogni suo potere molto e niente acquistando9, sì come di leggiere adiviene10, le ricchezze mancarono e esso rimase povero, senza altra cosa che un suo poderetto piccolo essergli rimasa11, delle rendite del quale strettissimamente12 vivea, e oltre a questo un suo falcone de’ miglior del mondo. Per che, amando più che mai né parendogli più potere essere cittadino come disiderava13, a Campi14, là dove il suo poderetto era, se n’andò a stare. Quivi, quando poteva uccellando15 e senza alcuna persona richiedere16, pazientemente la sua povertà comportava17. Ora avvenne un dì che, essendo così Federigo divenuto allo stremo18, che il marito di monna Giovanna infermò, e veggendosi alla morte venire fece te-

1 già: tempo addietro. 2 opera d’arme: esercizi cavallereschi. 3 preggiato: stimato. 4 donzel: giovane di nobile famiglia. 5 il più: per lo più. 6 tenuta: ritenuta. 7 giostrava, armeggiava: partecipava a giostre e tornei. 8 il suo senza alcun ritegno spendeva: spendeva le sue ricchezze senza alcun freno. 9 niente acquistando: non ottenendo alcun profitto, perché non riusciva a ottenere l’interesse della donna. 10 come di leggiere adiviene: come facilmente avviene (in questi casi). 11 senza altra cosa che un suo poderetto piccolo essergli rimasa: senza che gli fosse rimasto altro che un piccolo podere. 12 strettissimamente: in grandi ristrettezze. 13 né parendogli più potere essere cittadino come disiderava: e non sembrandogli più possibile risiedere in città mantenendo il tenore di vita desiderato, signorile e dispendioso. 14 Campi: Campi Bisenzio, località nei pressi di Firenze. 15 uccellando: cacciando gli uccelli con il falcone. Questa arte venatoria in epoca medievale è arte praticata dalla più alta nobiltà (l’imperatore Federico II ne descrive la pratica nel volume De arte venandi cum avibus). 16 senza alcuna persona richiedere: senza chiedere aiuti a nessuno. 17 comportava: sopportava. 18 essendo così Federigo divenuto allo stremo: quando ormai Federigo era ridotto in miseria.


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stamento; e essendo ricchissimo, in quello1 lasciò suo erede un suo figliuo­ lo già grandicello e appresso questo2, avendo molto amata monna Giovanna, lei, se avvenisse3 che il figliuolo senza erede legittimo morisse, suo erede substituì4 e morissi5. Rimasa adunque vedova monna Giovanna, come usanza è delle nostre6 donne, l’anno di state7 con questo suo figliuolo se n’andava in contado a una sua possessione assai vicina a quella di Federigo. Per che8 avvenne che questo garzoncello s’incominciò a dimesticare9 con Federigo e a dilettarsi d’uccelli e di cani; e avendo veduto molte volte il falcon di Federigo volare e stranamente10 piacendogli, forte disiderava d’averlo ma pure non s’attentava11 di domandarlo, veggendolo a lui esser cotanto caro. E così stando la cosa12, avvenne che il garzoncello infermò; di che la madre dolorosa molto, come colei che più no’ n’avea13 e lui amava quanto più si poteva, tutto il dì standogli dintorno non restava14 di confortarlo e spesse volte il domandava se alcuna cosa era la quale egli disiderasse, pregandolo gliele15 dicesse, ché per certo, se possibile fosse a avere, procaccerebbe come l’avesse16. Il giovanetto, udite molte volte queste proferte17, disse: “Madre mia, se voi fate che io abbia il falcone di Federigo, io mi credo prestamente guerire”. La donna, udendo questo, alquanto sopra sé18 stette e cominciò a pensar quello che far dovesse. Ella sapeva che Federigo lungamente l’aveva amata, né mai da lei una sola guatatura19 aveva avuta, per che20 ella diceva: “Come manderò io o andrò a domandargli questo falcone, che è, per quel che io oda, 1 in quello: nel testamento. 2 appresso questo: dopo di lui. 3 avvenisse: fosse accaduto. 4 suo erede substituì: nominò erede al suo posto. 5 morissi: morì. 6 nostre: fiorentine. 7 l’anno di state: ogni anno, d’estate. 8 per che: per questo fatto (la vicinanza). 9 dimesticare: familiarizzare, incontrarsi frequentemente. 10 stranamente: in modo straordinario. 11 s’attentava: osava. 12 e così stando la cosa: mentre le cose andavano così. 13 come colei che più no’ n’avea: come la madre che non aveva altri figli. 14 non restava: non cessava. 15 gliele: che glielo, consueto pronome indeclinabile. 16 procaccerebbe come l’avesse: avrebbe procurato (trovato il modo) di fargliela avere. 17 proferte: offerte, sollecitazioni. 18 sopra sé: sopra pensiero, pensierosa. 19 una sola guatatura: un solo sguardo. 20 per che: e perciò.


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il migliore che mai volasse e oltre a ciò il mantien nel mondo1? E come sarò io sì sconoscente2, che a un gentile uomo al quale niuno altro diletto è più rimaso, io questo gli voglia torre3?”. E in così fatto pensiero impacciata, come che4 ella fosse certissima d’averlo se ’l domandasse, senza sapere che dover dire, non rispondeva al figliuolo ma si stava5. Ultimamente6 tanto la vinse l’amor del figliuolo, che ella seco dispose7, per contentarlo, che che esser ne dovesse8, di non mandare ma d’andare ella medesima per esso e di recargliele9, e risposegli: “Figliuol mio, confortati e pensa di guerire di forza10, ché io ti prometto che la prima cosa che io farò domattina, io andrò per esso e sì il ti recherò”. Di che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò alcun miglioramento. La donna la mattina seguente, presa un’altra donna in compagnia, per modo di diporto11 se n’andò alla piccola casetta di Federigo e fecelo adimandare12. Egli, per ciò che non era tempo13, né era stato a quei dì, d’uccellare, era in un suo orto e faceva certi suoi lavorietti acconciare14; il quale, udendo che monna Giovanna il domandava alla porta, maravigliandosi forte, lieto là corse. La quale vedendol venire, con una donnesca piacevolezza15 levataglisi incontro, avendola già Federigo reverentemente salutata, disse: “Bene stea16 Federigo!” e seguitò: “Io son venuta a ristorarti17 de’ danni li quali tu hai già avuti per me amandomi più che stato non ti sarebbe bisogno: e il ristoro è

1 il mantien nel mondo: lo mantiene in vita, perché cacciando si procura il cibo e perché è tutto ciò che gli rimane. 2 sconoscente: ingrata (è il contrario di ‘riconoscente’). 3 torre: togliere. 4 come che: benché. 5 non rispondeva al figliuolo ma si stava: non rispondeva a suo figlio, ma taceva senza fare nulla. 6 ultimamente: infine. 7 seco dispose: decise in cuor suo. 8 che che esser ne dovesse: qualunque cosa dovesse derivarne. 9 recargliele: recarglielo, con il solito pronome indeclinabile. 10 di forza: ad ogni costo, con tutte le forze. 11 per modo di diporto: mostrando di farlo per svago, fingendo di andare a passeggio. 12 fecelo adimandare: fece chiedere di lui. 13 per ciò che non era tempo: dal momento che non era il tempo opportuno. 14 faceva certi suoi lavorietti acconciare: faceva sistemare alcuni suoi piccoli lavori. Lavoretti è diminutivo di ‘lavorio’ e sottolinea con estremo garbo il modesto tenore di vita di Federigo, ben diverso dallo splendore del passato, quando egli armeggiava, giostrava, faceva feste e donava. 15 donnesca piacevolezza: grazia signorile. 16 stea: stia. 17 ristorarti: risarcirti, ricompensarti.


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cotale, che io intendo con questa mia compagna insieme desinar teco dimesticamente1 stamane”. Alla qual Federigo umilmente rispose: “Madonna2, niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto di bene che, se lo mai alcuna cosa valsi, per lo vostro valore e per l’amore che portato v’ho adivenne3. E per certo questa vostra liberale venuta m’è troppo4 più cara che non sarebbe se da capo mi fosse dato da spendere quanto per adietro ho già speso, come che a povero oste siate venuto5”; e così detto, vergognosamente6 dentro alla sua casa la ricevette e di quella nel suo giardino la condusse, e quivi non avendo a cui farle tener compagnia a altrui7, disse: “Madonna, poi che altri non c’è, questa buona donna moglie di questo lavoratore vi terrà compagnia tanto che io vada a far metter la tavola”. Egli, con tutto che la sua povertà fosse strema, non s’era ancor tanto avveduto quanto bisogno gli facea che egli avesse fuor d’ordine spese le sue richezze8; ma questa mattina niuna cosa trovandosi di che potere onorar la donna, per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea9, il fé ravedere10. E oltre modo angoscioso, seco stesso maledicendo la sua fortuna, come uomo che fuor di sé fosse or qua e or là trascorrendo11, né denari né pegno12 trovandosi, essendo l’ora tarda e il disidero grande di pure onorar13 d’alcuna cosa la gentil donna e non volendo, non che altrui, ma il lavorator suo stesso

1 dimesticamente: alla buona, in modo familiare. 2 Madonna: Mia donna. È parola usata per rivolgersi a donne di alto rango. 3 niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto di bene che, se lo mai alcuna cosa valsi, per lo vostro valore e per l’amore che portato v’ho adivenne: non ricordo di aver mai ricevuto per causa vostra alcun danno, quanto invece tanto bene che, se mai ho avuto qualche valore, ciò è successo per merito delle vostre qualità e dell’amore che ho avuto per voi. 4 troppo: molto. 5 come che a povero oste siate venuto: benché siate venuta da un ospite povero. 6 vergognosamente: timidamente. 7 non avendo a cui farle tener compagnia a altrui: non avendo altri che potessero farle compagnia (in grado di farlo, per rango). 8 non s’era ancor tanto avveduto quanto bisogno gli facea che egli avesse fuor d’ordine spese le sue richezze: non si era ancora reso conto fino in fondo (quanto gli sarebbe stato necessario) che egli aveva speso smodatamente le sue ricchezze. 9 già infiniti uomini onorati avea: in passato aveva reso onore a molti uomini (con lussuosi banchetti). 10 il fé ravedere: lo rese consapevole, gli fece riconoscere i suoi errori. 11 or qua e or là trascorrendo: andando agitato di qua e di là. 12 pegno: oggetti da dare in pegno. 13 pure onorar: onorare comunque.


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richiedere1, gli corse agli occhi2 il suo buon falcone, il quale nella sua saletta vide sopra la stanga, per che, non avendo a che altro ricorrere3, presolo e trovatolo grasso, pensò lui esser degna vivanda di cotal donna. E però, senza più pensare, tiratogli il collo, a una sua fanticella4 il fé prestamente, pelato e acconcio, mettere in uno schedone5 e arrostir diligentemente; e messa la tavola con tovaglie bianchissime, delle quali alcuna ancora avea, con lieto viso ritornò alla donna nel suo giardino e il desinare, che per lui far si potea6, disse essere apparecchiato. Laonde la donna con la sua compagna levatasi andarono a tavola e, senza saper che si mangiassero, insieme con Federigo, il quale con somma fede7 le serviva, mangiarono il buon8 falcone. E levate da tavola e alquanto con piacevoli ragionamenti con lui dimorate, parendo alla donna tempo di dire quello per che andata era, così benignamente verso Federigo cominciò a parlare: “Federigo, ricordandoti tu della tua preterita9 vita e della mia onestà, la quale per avventura10 tu hai reputata durezza e crudeltà, io non dubito punto che tu non ti debbi maravigliare della mia presunzione11 sentendo quello per che principalmente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi o avessi avuti, per li quali potessi conoscere di quanta forza sia l’amor che lor si porta, mi parrebbe esser certa che in parte m’avresti per iscusata12. Ma come che13 tu no’ n’abbia, io che n’ho uno, non posso però le leggi comuni dell’altre madri fuggire14; le cui forze seguir convenendomi, mi conviene, oltre al piacer mio15 e oltre a ogni convenevolezza e dovere, chiederti un

1 non volendo, non che altrui, ma il lavorator suo stesso richiedere: non volendo chiedere nulla non solo ad altri, ma neppure al suo contadino. 2 gli corse agli occhi: gli occhi gli caddero su. 3 a che altro ricorrere: altro a cui ricorrere. 4 fanticella: servetta. 5 schedone: spiedo. 6 che per lui far si potea: che da lui poteva essere preparato, che aveva potuto fare. 7 fede: devozione. 8 buon: valente. 9 preterita: passata. 10 per avventura: forse. 11 presunzione: audacia. 12 mi parrebbe esser certa che in parte m’avresti per iscusata: potrei esser certa che in parte mi scuseresti. 13 come che: siccome. 14 non posso però le leggi comuni dell’altre madri fuggire: non posso sottrarmi alle leggi di ogni madre, impedirmi di amare immensamente il mio unico figlio. 15 le cui forze seguir convenendomi, mi conviene, oltre al piacer mio: essendo costretta a seguire la forza di queste leggi, è necessario che io ti chieda, contro il mio volere.


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dono il quale io so che sommamente t’è caro: e è ragione1, per ciò che niuno altro diletto, niuno altro diporto, niuna consolazione lasciata t’ha la tua strema fortuna2; e questo dono è il falcon tuo, del quale il fanciul mio è sì forte invaghito, che, se io non gliele porto, io temo che egli non aggravi tanto nella infermità la quale ha, che poi ne segua cosa per la quale io il perda3. E per ciò ti priego, non per l’amore che tu mi porti, al quale tu di niente se’ tenuto4, ma per la tua nobiltà, la quale in usar cortesia s’è maggiore che in alcuno altro mostrata, che ti debba piacere di donarlomi5, acciò che io per questo dono possa dire d’avere ritenuto in vita il mio figliuolo e per quello averloti sempre obligato”. Federigo, udendo ciò che la donna adomandava e sentendo che servir non ne la potea per ciò che6 mangiar gliele avea dato, cominciò in presenza di lei a piagnere anzi che7 alcuna parola risponder potesse. Il qual pianto la donna prima credette che da dolore di dover da sé dipartire il buon falcon divenisse8 più che da altro, e quasi fu per dire che nol volesse9; ma pur sostenutasi10 aspettò dopo il pianto la risposta di Federigo, il qual così disse: “Madonna, poscia che11 a Dio piacque che io in voi ponessi il mio amore, in assai cose m’ho reputata12 la fortuna contraria e sonmi di lei doluto13; ma tutte sono state leggieri a rispetto14 di quello che ella15 mi fa al presente, di che io mai pace con lei aver non debbo, pensando che voi qui alla mia povera casa venuta siete, dove, mentre che ricca fu, venir non degnaste16, e da me un picciol don vogliate, e ella abbia sì fatto, che io donar nol vi possa17: e perché questo esser

1 è ragione: è giusto. 2 strema fortuna: misera condizione. 3 che poi ne segua cosa per la quale io il perda: che ne derivi la sua morte. 4 al quale tu di niente se’ tenuto: rispetto al quale non hai alcun dovere. 5 donarlomi: donarmelo. Si noti l’ordine antico dei pronomi: oggetto seguito da termine. 6 per ciò che: poiché. 7 anzi che: prima ancora che. 8 divenisse: provenisse. 9 nol volesse: non lo voleva più. 10 ma pur sostenutasi: tuttavia trattenutasi. 11 poscia che: dopo che. 12 m’ho reputata: ho creduto essere. Da notare l’uso del riflessivo con l’ausiliare avere, normale nella lingua delle origini e vivo nei dialetti meridionali. 13 sonmi di lei doluto: mi sono lamentato di lei. 14 leggieri a rispetto: leggere, di poco conto rispetto. 15 ella: la sorte. 16 dove, mentre che ricca fu, venir non degnaste: mentre invece, quando era ricca, non vi degnaste mai venire. 17 ella abbia sì fatto, che io donar nol vi possa: avendo la sorte fatto in modo che io non ve lo possa donare.


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non possa vi dirò brievemente. Come lo udi’ che voi, la vostra mercé1, meco desinar volavate, avendo riguardo alla vostra eccellenzia e al vostro valore, reputai degna e convenevole cosa che con più cara2 vivanda secondo la mia possibilità io vi dovessi onorare, che con quelle che generalmente per l’altre persone s’usano: per che, ricordandomi del falcon che mi domandate e della sua bontà, degno cibo da voi3 il reputai, e questa mattina arrostito l’avete avuto in sul tagliere4, il quale io per ottimamente allogato avea5; ma vedendo ora che in altra maniera il disideravate, m’è sì gran duolo che servire non ve ne posso6, che mai pace non me ne credo dare”. E questo detto, le penne e i piedi e ’l becco le fé in testimonianza di ciò gittare avanti. La qual cosa la donna vedendo e udendo, prima il biasimò d’aver per dar mangiare7 a una femina ucciso un tal falcone, e poi la grandezza dell’animo suo, la quale la povertà non avea potuto né potea rintuzzare8, molto seco medesima commendò9. Poi, rimasa fuori della speranza d’avere il falcone e per quello della salute del figliuolo entrata in forse, tutta malinconosa10 si dipartì e tornossi al figliuolo. Il quale, o per malinconia11 che il falcone aver non potea o per la ’nfermità che pure a ciò il dovesse aver condotto12, non trapassar molti giorni che egli con grandissimo dolor della madre di questa vita passò. La quale, poi che piena di lagrime e d’amaritudine fu stata alquanto, essendo rimasa ricchissima e ancora giovane, più volte fu da’ fratelli costretta13 a rimaritarsi. La quale, come che voluto non avesse, pur veggendosi infestare14, ricordatasi del valore di Federigo e della sua magnificenzia15 ultima, cioè d’avere ucciso un così fatto falcone per onorarla, disse a’ fratelli: “Io volentie1 la vostra mercé: per vostra bontà. 2 più cara: prelibata. 3 degno cibo da voi: cibo degno di voi. 4 in sul tagliere: come piatto da portata. 5 il quale io per ottimamente allogato avea: e questo falcone io ritenevo di averlo impiegato nel modo migliore. 6 m’è sì gran duolo che servire non ve ne posso: è per me un grande dolore che io non possa donarvelo. 7 dar mangiare: uso frequente nella lingua delle origini di mangiare, bere, in qualità di infiniti sostantivati in dipendenza dal verbo dare. 8 rintuzzare: avvilire, piegare. 9 molto seco medesima commendò: molto lodò fra sé, nel suo intimo. 10 malinconosa: addolorata. 11 per malinconia: per la tristezza. 12 per la ’nfermità che pure a ciò il dovesse aver condotto: per la malattia che in ogni caso l’avrebbe condotto a quel punto. 13 costretta: sollecitata con insistenza. 14 pur veggendosi infestare: vedendosi continuamente tormentare. 15 magnificenzia: generosità.


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ri, quando vi piacesse, mi starei1; ma se a voi pur piace che io marito prenda, per certo io non ne prenderò mai alcuno altro se io non ho Federigo degli Alberighi”. Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero: “Sciocca, che è ciò che tu di’? come vuoi tu lui che non ha cosa del mondo?”. A’ quali ella rispose: “Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite, ma io voglio avanti2 uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo”. Li fratelli, udendo l’animo3 di lei e conoscendo Federigo da molto4, quantunque povero fosse, sì come ella volle, lei con tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale così fatta donna e cui5 egli cotanto amata avea per moglie vedendosi, e oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, miglior massaio fatto6, terminò gli anni suoi».

1 starei: asterrei. 2 avanti: piuttosto. 3 l’animo: l’intenzione. 4 conoscendo Federigo da molto: sapendo che Federigo era uomo di grande valore. 5 cui: che. 6 miglior massaio fatto: divenuto amministratore più accorto.


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1. Riassumi oralmente la novella ampliandone la presentazione che la introduce nel Decameron: «Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale, non avendo altro, dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d’animo, il prende per marito e fallo ricco» (Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e, spendendo in atti conformi alla nobiltà, consuma le sue ricchezze finché gli rimane un solo falcone. Non avendo altro, lo dà da mangiare alla sua donna venuta a casa sua; la quale, venuta a conoscenza di ciò, mutata d’animo, lo prende per marito e lo rende ricco). Rispondi alle domande dopo aver sottolineato nel testo i passaggi che contengono le informazioni richieste: 2. All’inizio della novella Federigo diventa povero. Per quale motivo perde i suoi averi? 3. Perché il giovanetto, figlio di monna Giovanna, pensa che il falcone lo possa guarire? 4. Cosa trattiene la donna dal chiedere a Federigo il falcone e perché si dice «sconoscente»? 5. A causa della sua povertà Federigo non ha nulla per onorare monna Giovanna. Come risolve la situazione? 6. Solo la visita della donna alla sua casa rende Federigo consapevole della povertà in cui vive. Per quale motivo il protagonista non se ne era reso conto prima? 7. Cosa promette la donna a Federigo quando si presenta a casa sua? 8. Cosa pensa la donna al vedere Federigo piangere dopo avergli rivolto la sua richiesta? 9. Cosa ha spinto Federigo a compiere il gesto per la nobildonna? 10. Per Federigo qual è la massima sfortuna che la sorte gli ha riservato? 11. Per l’insistenza dei fratelli, monna Giovanna risponde di preferire «uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo». Cosa intende dire? Perché questa definizione si addice a Federigo?


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12. Riscrivi in sintesi la vicenda narrata assumendo dapprima il punto di vista di Federigo e poi quello di monna Giovanna. 13. A tuo modo di vedere, la scelta di Federigo è eccessiva e imprudente, oppure ammirevole e sensata? Motiva la tua risposta in un breve testo argomentativo. 14. Le azioni dei protagonisti mostrano che amore e sacrificio non sono in contrasto l’uno con l’altro. Scrivi un episodio di un racconto autobiografico o d’invenzione che esemplifichi lo stesso concetto.


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EDGAR ALLAN POE Il gatto nero I Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né pretendo di essere creduto. Sarei matto ad aspettarmelo in un caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l’anima. Il mio scopo immediato è quello di esporre al mondo pianamente e succintamente1 una serie di semplici eventi domestici, senza commentarli.

II Fin dall’infanzia ero noto per la docilità e l’umanità del mio carattere. Ero così tenero di cuore da diventare quasi lo zimbello2 dei miei compagni. Ero particolarmente affezionato agli animali e i miei genitori mi concedevano di tenere una grande quantità di animaletti domestici. Con essi passavo gran parte del mio tempo e niente mi rendeva più felice del nutrire e carezzare le bestiole. Questa mia tendenza crebbe con gli anni ed anche quando divenni adulto trassi da essi il massimo diletto. Tutti coloro che hanno provato affetto per un cane fedele e intelligente comprenderanno facilmente la natura e l’intensità del piacere che se ne può trarre. C’è qualcosa, nell’amore disinteressato e capace di sacrifici di una bestiola, che va direttamente al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la gretta3 amicizia e l’evanescente4 fedeltà del semplice uomo. Mi sposai presto e fui felice di trovare in mia moglie una inclinazione simile alla mia. Avendo notato la mia passione per gli animali domestici, non tralasciò occasione per procurarmene delle specie più gradevoli. Avevamo uccelli, pesci rossi, un grazioso cane, dei conigli, una scimmietta ed un gatto.

1 pianamente e succintamente: in modo chiaro e sinteticamente. 2 zimbello: oggetto di scherno. Dal provenzale cembel ‘piffero’, poi ‘uccello di richiamo’, dal latino cymbalum ‘cembalo’ (strumento musicale). 3 gretta: meschina, arida, limitata. 4 evanescente: inconsistente, fumosa.


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III Quest’ultimo era un animale grande e molto bello, tutto nero e intelligente al massimo grado. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, un po’ superstiziosa, faceva frequenti allusioni all’antica credenza popolare che vedeva i gatti neri come delle streghe travestite. Non che fosse una cosa seria per lei; del resto io ne parlo solo perché proprio ora me ne sono ricordato. Plutone – questo è il nome del gatto – era il mio animale preferito ed il mio compagno di giochi. Solo io gli davo da mangiare, mi aspettava quando tornavo a casa e a fatica potevo impedire che mi seguisse nella strada.

IV La nostra amicizia durò così per molti anni, durante i quali il mio carattere e i miei modi, per l’azione di una diabolica intemperanza1, subirono (arrossisco nel dirlo) una radicale trasformazione in peggio. Divenni giorno dopo giorno più strambo, irritabile, meno rispettoso dei sentimenti altrui. Mi permisi di usare un linguaggio irriguardoso2 con mia moglie; alla fine arrivai con lei alla violenza. Le mie bestiole sentirono senz’altro il cambiamento dei miei modi. Non solo li trascuravo, ma li maltrattavo. Per Plutone, tuttavia, avevo ancora un certo riguardo che mi impediva di maltrattarlo, mentre non mi facevo scrupolo di maltrattare i conigli, la scimmietta e perfino il cane, quando per caso o per affetto attraversava la mia strada. Ma il mio malessere cresceva – che razza di malattia è l’alcool! – ed alla fine anche Plutone, ora divenuto vecchio e conseguentemente un po’ più irritabile – persino Plutone, cominciò a provare gli effetti del peggioramento del mio carattere. Una notte, tornando a casa ubriaco fradicio, da uno dei miei soliti giri per le bettole3 della città, mi sembrò che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai e quello, impaurito dalla mia violenza, mi fece con i denti una piccola ferita sulla mano. La furia di un demonio si impossessò di me rendendomi irriconoscibile perfino a me stesso. Mi sembrò che la mia anima originale fosse volata via dal mio corpo ed una cattiveria feroce, alimentata dal gin, invase tutte le fibre del mio corpo. Presi dalla tasca un coltellino, lo aprii, strinsi la povera bestiola alla gola e deliberatamente gli cavai un occhio dall’orbita! Arrossisco, brucio, rabbrividisco nello scrivere di questa dannata atrocità. Quando mi tornò la ragione, al mattino, provai un senso per metà di orrore e per metà di rimorso per il crimine che avevo commesso; ma fu solo un sentimento superficiale ed equivoco, l’anima non ne fu toccata. Mi tuffai di nuovo negli eccessi ed affogai nel vino tutti i ricordi del fatto.

1 intemperanza: incapacità di controllare i propri istinti, eccesso, sfrenatezza. 2 irriguardoso: non rispettoso, offensivo, irriverente. 3 bettole: osterie, taverne mal frequentate.


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V Frattanto il gatto lentamente si era ripreso; l’orbita vuota dell’occhio aveva un aspetto pauroso, ma sembrava che egli non sentisse più dolore. Girava come sempre per casa ma, come era facile attendersi, filava via atterrito appena mi avvicinavo. Mi era rimasto abbastanza del mio vecchio cuore da provare un certo dolore per l’evidente antipatia da parte della creatura che una volta mi aveva amato. Questo sentimento si trasformò presto in irritazione ed infine, con un irrevocabile ribaltamento, comparve lo spirito della perversità1. Di questo spirito la filosofia non tiene conto; ma io sono certo del fatto che questa forma di malvagità perversa è uno degli impulsi primordiali del cuore umano – una di quelle inscindibili facoltà primarie, o sentimenti, che governano il cuore dell’Uomo. Chi non si è trovato centinaia di volte a compiere un’azione vile o stupida, per nessuna altra ragione di quella che non doveva farlo? Non abbiam forse una perpetua inclinazione a violare, a dispetto dei nostri migliori intendimenti, quella che è la legge, soltanto perché comprendiamo che di questa si tratta? Questo spirito di perversità causò la mia completa rovina. Fu questa insondabile propensione2 dell’anima a torturare sé stessa – a fare violenza alla propria natura – a compiere il male per il piacere di farlo – che mi spinse a continuare e portare a termine l’offesa che avevo inflitto all’inoffensiva bestiola. Una mattina, a sangue freddo, feci scorrere un cappio intorno al suo collo e l’impiccai al ramo di un albero; l’impiccai mentre le lacrime mi cadevano dagli occhi ed il più atroce rimorso tormentava il mio cuore. L’impiccai perché sapevo che mi aveva amato e perché non mi aveva dato alcun motivo di sentirmi offeso – l’impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato – un peccato mortale che avrebbe messo in pericolo la mia anima immortale così da porla – se ciò fosse possibile – al di fuori persino dalla portata della infinita misericordia del Dio più misericordioso e terribile.

VI Nella notte che seguì al giorno in cui avevo compiuto quella crudele azione, fui svegliato dal grido «Al fuoco!». Le cortine3 del mio letto erano in fiamme, l’intera casa bruciava. Con grande difficoltà mia moglie, una serva, ed io stesso riuscimmo a sfuggire all’incendio. La distruzione fu così completa che tutto il mio patrimonio venne divorato dalle fiamme e da allora mi ritrovai ridotto alla disperazione. 1 perversità: cattiveria esagerata, malvagità, perfidia. Dal latino pervertere ‘sconvolgere’. 2 insondabile propensione: tendenza, attitudine che non si può conoscere, comprendere a fondo. Insondabile letteralmente significa ‘che non si può misurare con una sonda’. 3 cortine: tende, tipiche dei letti a baldacchino.


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Non ho la debolezza di cercare di stabilire un nesso di causa ed effetto, tra il disastro e le atrocità commesse, ma sto descrivendo una sequela di fatti e non voglio tralasciare alcun legame tra di loro. Il giorno successivo all’incendio andai a vedere le rovine. Le pareti, con una sola eccezione, erano crollate. L’eccezione era costituita da una parete divisoria, posta all’incirca al centro della casa, contro la quale prima dell’incendio era stata appoggiata la testa del mio letto. L’intonaco aveva qui resistito, in larga misura, all’azione del fuoco – un fatto che attribuii alla circostanza che era stato rifatto da poco. Di fronte a questa parete si era radunata una densa folla e molte persone sembrava stessero esaminando con grande attenzione una particolare zona di essa. Le parole «Strano!» «Singolare!» ed altre espressioni simili eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, come scolpita in bassorilievo sulla parete bianca la figura di un gigantesco gatto. L’immagine era di una esattezza sorprendente. Attorno al collo dell’animale c’era una corda. Quando vidi la prima volta questa apparizione – non posso classificarla diversamente – la mia meraviglia e il mio terrore furono enormi; ma successivamente la riflessione mi venne in aiuto. Ricordai che il gatto era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. Dopo l’allarme per l’incendio, quel giardino si era immediatamente riempito di folla – qualcuno doveva aver staccato l’animale dall’albero e averlo lanciato, attraverso una finestra aperta, dentro la mia camera. Questo gesto era stato compiuto probabilmente con l’intento di svegliarmi. La caduta delle altre pareti aveva compresso la vittima della mia crudeltà dentro l’intonaco ancora fresco, la cui calce con le fiamme e l’ammoniaca della carcassa, aveva poi composto l’immagine come la vedevo. Sebbene io spiegassi così alla mia ragione, se non completamente alla coscienza, l’evento che ho illustrato, esso non mancò di impressionare profondamente la mia fantasia. Per mesi non riuscii a liberarmi del fantasma del gatto e durante tale periodo affiorò nel mio animo un mezzo sentimento che sembrava ma non era rimorso. Arrivai a dolermi a tal punto della perdita dell’animale da mettermi a cercare, nei ritrovi malfamati che ora frequentavo abitualmente, un’altra bestiola della stessa specie ed in qualche modo simile all’aspetto, in grado di prenderne il posto.

VII Una notte, mentre giacevo in una taverna più che malfamata, mezzo intontito, la mia attenzione fu attratta all’improvviso da qualcosa di nero che riposava sulla sommità di una delle enormi botti di gin e di rum, che costituivano l’arredamento principale del locale. Stavo guardando da molto tempo e, con mia sorpresa, non riuscivo a capire di che cosa si trattasse. Mi avvicinai a toccarlo con una mano. Si trattava di un gattone nero, della stessa taglia di Plutone, somigliante a lui sotto ogni aspetto, ad eccezione di uno. Plutone non aveva un solo pelo bianco in tutto il mantello, mentre questo gatto aveva una


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macchia bianca di contorno indefinito che gli copriva quasi interamente il petto. Appena lo ebbi toccato, si alzò immediatamente, fece le fusa, si strofinò alla mia mano, felice del mio interessamento. Era proprio la creatura che stavo cercando, quindi proposi al padrone del locale di comprarlo: ma questi non ne rivendicò il possesso – non lo conosceva affatto – non l’aveva mai visto prima. Continuai ad accarezzarlo e, quando mi apprestai a tornare a casa, l’animale mostrò l’intenzione di accompagnarmi. Glielo permisi ed ogni tanto lungo la via mi fermavo per accarezzarlo. Quando giunse a casa, si trovò subito a suo agio e divenne immediatamente il beniamino1 di mia moglie. Da parte mia, invece, sentii subito sorgere dentro di me una cupa antipatia per l’animale. Era proprio il contrario di quello che avevo previsto, ma – non so come e perché – la sua evidente predilezione per me mi procurava piuttosto fastidio e disgusto. Poi, piano piano, l’avversione ed il fastidio sfociarono nell’amarezza dell’odio. Evitavo l’animale, ma un certo senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà, mi impedivano di maltrattarlo. Per molte settimane non lo picchiai né gli usai altre forme di violenza, ma, gradualmente, arrivai a guardarlo con insopprimibile ripugnanza e a sfuggire la sua odiosa presenza come la peste. Quello che, senza dubbio, aumentò il mio odio per la bestia fu la scoperta, fatta il mattino dopo il suo arrivo in casa, che anche lui era privo di un occhio come Plutone. Questa circostanza lo rese, invece, più caro a mia moglie, che, come ho già detto, possedeva in alto grado quell’umanità di sentimenti che una volta erano una mia peculiare2 caratteristica nonché la fonte dei miei più semplici e più puri piaceri. Ma la predilezione del gatto nei miei confronti sembrava crescere con la mia avversione. Seguiva ogni mio passo con una tenacia che è difficile far comprendere al lettore. Quando sedevo, si accucciava sotto la mia sedia o saltava sulle mie ginocchia coprendomi di odiose moine3. Se mi alzavo, mi si metteva tra i piedi a rischio di farmi cadere o piantava i suoi lunghi aguzzi artigli nelle mie vesti per arrampicarmisi fino al petto. Mi veniva allora voglia di distruggerlo con un colpo, ma mi tratteneva dal farlo il ricordo del mio precedente delitto e ancor di più – lasciatemelo confessare – il cieco terrore che mi ispirava la bestia. Non era esattamente un terrore fisico, anche se ho difficoltà a definirlo diversamente. Quasi mi vergogno a confessare – sì anche in questa cella di delinquenti, quasi mi vergogno a confessare – che il terrore e l’orrore che l’a-

1 beniamino: prediletto. Da Beniamino, figlio prediletto del biblico Giacobbe. 2 peculiare: speciale, distintiva. Dal latino pecus ‘bestiame’: il patrimonio consisteva nel possesso di bestiame, da cui peculio ‘parte di patrimonio’ e quindi peculiare ‘proprio di qualcuno’. 3 moine: atteggiamenti di gentilezza a affezione eccessivi, innaturali e quindi inopportuni e fastidiosi.


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nimale mi ispirava è stato alimentato da una specie di chimera1 tra le più difficili da concepire. Mia moglie aveva richiamato la mia attenzione, più di una volta, sulla conformazione della macchia bianca, della quale vi ho parlato, e che costituiva la sola visibile differenza tra questa strana bestia e quella che io avevo distrutto. Il lettore ricorderà che questa macchia era sì grande, ma aveva originariamente contorni indefiniti. Ora a grado a grado, quasi impercettibilmente, anche se la mia ragione si sforzava di respingere la cosa come assolutamente fantastica, la macchia aveva finito per assumere una forma ben precisa e distinta. Essa era la precisa rappresentazione di un oggetto che rabbrividisco solo a nominare – e per questo, soprattutto, avevo ripugnanza e paura del mostro, del quale avrei voluto liberarmi se ne avessi avuto il coraggio – era adesso, dico, l’immagine di una cosa orribile, spaventosa, la forca – oh! la lugubre, terribile macchina dell’orrore e del crimine, dell’agonia e della morte! E ora io ero veramente misero al di là della peggiore miseria dell’umanità. Una bestia bruta – quella della quale avevo sprezzantemente distrutto il compagno – una bestia bruta causava a me – a me, uomo creato a immagine e somiglianza di Dio – un così insopportabile dolore! Ahimè! Né di giorno, né di notte ebbi più il conforto del riposo! Durante il giorno la creatura non mi lasciava solo un istante, e durante la notte, ad ogni ora, mi destavo da sogni di inesprimibile orrore, per trovarmi il fiato caldo della cosa sul volto ed il suo enorme peso – come di un fantasma notturno incarnato che non ero in grado di scrollare via – eternamente incombente sul cuore.

VIII Sotto la pressione di tali tormenti, quel poco di buono che c’era ancora in me scomparve del tutto. Pensieri malvagi, i più neri e i più malvagi dei pensieri, divennero i miei soli padroni. La rudezza abituale del mio carattere divenne odio per tutte le cose, per tutta l’umanità, così che degli improvvisi, frequenti e incontrollabili scoppi di una furia alla quale ciecamente mi abbandonavo, divenne vittima sempre più frequentemente, ahimè! la mia povera moglie, che, paziente, sopportava tutto senza lamenti. Un giorno ella mi accompagnò, per una qualche faccenda domestica da sbrigare, nella cantina del vecchio edificio nel quale la nostra povertà ci costringeva ad abitare ed il gatto, seguendomi giù per la scala, mi fece quasi ruzzolare a capofitto, irritandomi fino all’esasperazione. Afferrata un’ascia, dimenticando, nella mia furia, la paura infantile che aveva sempre trattenuto la mia mano, vibrai all’animale un colpo che, se fosse disceso su di lui come volevo, sarebbe risultato mortale. Ma il colpo venne fermato dalla mano di 1 chimera: mostro favoloso della mitologia greco-romana, con la testa e il corpo di leone, una seconda testa di capra sulla schiena e la coda di serpente. In senso figurato indica una fantasticheria, un segno, un’idea che non ha attinenza con la realtà.


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mia moglie. Il suo intervento mi trascinò in una furia ancora più demoniaca; svincolai il braccio dalla sua stretta e le affondai la scure nel cervello. Ella cadde senza vita sul posto senza emettere un lamento.

IX Compiuto l’orrendo delitto, mi accinsi con grande determinazione al compito di nascondere il corpo. Sapevo di non poterlo rimuovere dall’edificio, né di giorno né di notte, senza correre il rischio di essere scorto dai vicini. Mi vennero in mente tanti progetti. Per un momento pensai di tagliare il corpo in tanti pezzi e di distruggerlo con il fuoco, poi di scavare una fossa nel pavimento e seppellirvelo, e ancora di gettarlo nel pozzo del cortile – di chiuderlo in una cassa, camuffandola come se contenesse della merce e incaricando poi un facchino di portarla via. Infine scelsi quello che mi sembrò l’espediente migliore tra tutti quelli pensati. Decisi di murare il cadavere in una parete della cantina, come si legge facessero i monaci del Medioevo con le loro vittime. La cantina sembrava particolarmente adatta a tale scopo. Le sue pareti erano state costruite alla buona e intonacate da poco con una malta grossolana1 che non si era indurita per effetto dell’umidità dell’ambiente. Inoltre in una delle pareti c’era una sporgenza dovuta forse a un falso caminetto o focolare, che era poi stato riempito e reso somigliante al resto della cantina. Non avevo dubbi di poter estrarre facilmente i mattoni, inserire il cadavere, e murare di nuovo in modo che nessuno potesse mai scoprire qualcosa di sospetto. Non avevo sbagliato i calcoli. Rimossi con una leva i mattoni, deposi poi con cura il corpo puntellandolo contro la parete interna e con poca fatica ricostruii la struttura del muro tale e quale era prima. Mi procurai calce e sabbia e con ogni possibile precauzione preparai un intonaco che non poteva assolutamente essere distinto dal vecchio e lo distesi con ogni cura sulla nuova parete di mattoni. Alla fine fui molto soddisfatto del lavoro. Tutto quadrava, la parete non presentava la minima traccia di manomissione. Asportai con la massima attenzione tutti i detriti dal pavimento e mi guardai intorno trionfante, dicendomi: «Qui almeno il mio lavoro non è stato inutile».

X Il mio successivo atto fu quello di ricercare la bestia che era stata causa di tanto grave sciagura, perché avevo deciso di metterla a morte. Se ci fossi riu­ scito in quel momento, non vi sarebbe stato alcun dubbio sulla sua sorte; e invece l’astuto animale, allarmato dalla violenza della mia collera, evitò di 1 malta grossolana: la malta è un impasto di calce o cemento, sabbia e acqua utilizzato nelle costruzioni. Qui è detta grossolana perché di rozza fattura.


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comparirmi davanti. È impossibile descrivere il profondo senso di sollievo che mi pervase per l’assenza della odiata creatura. Non si fece vivo neanche durante la notte e quindi almeno per una volta, da quando si era introdotto in casa mia, dormii profondamente e tranquillamente; sì, dormii perfino col peso del delitto sulla coscienza! Passarono il secondo e il terzo giorno senza che il mio tormentatore tornasse. Respiravo di nuovo come un uomo libero. Il mostro, terrorizzato, era fuggito via per sempre e non lo avrei più visto! La mia felicità era al culmine! La colpa del mio tenebroso misfatto non mi turbava più di tanto. Mi avevano rivolto domande alle quali avevo risposto con disinvoltura. Perfino le indagini avviate non avevano dato alcun esito ed io guardavo ormai con sicurezza alla mia futura felicità.

XI Il quarto giorno dopo l’assassinio, una squadra della polizia irruppe inaspettatamente nella mia casa per eseguire una rigorosa ispezione. Ciò nonostante mi sentivo sicuro del nascondiglio scelto e non mostrai il benché minimo imbarazzo. Gli agenti chiesero che li accompagnassi nella loro ispezione, che non lasciò inesplorato né un angolo né un cantuccio. Alla fine discesero per la terza o la quarta volta nella cantina. Non un muscolo mi tremò; il mio cuore batteva calmo come quello di chi dorme innocente. Passeggiavo su e giù per la cantina, le braccia incrociate sul petto, aggirandomi qua e là. I poliziotti si mostravano del tutto soddisfatti e si preparavano ad andarsene. La gioia che mi riempiva il cuore era troppo intensa perché potessi trattenermela dentro. Bruciavo dal desiderio di dire qualcosa, di trionfare, ed anche di rendere ancora più marcata la loro convinzione della mia innocenza. «Signori», dissi alla fine mentre la squadra saliva le scale, «sono lieto di aver dileguato i vostri sospetti. Vi auguro buona salute ed un po’ più di cortesia. Tra l’altro, signori, questa – questa è proprio una casa ben costruita». In preda alla voglia matta di dir qualcosa, non mi rendevo conto di quanto andavo blaterando… «Posso dire che questa è una casa costruita in modo eccellente. Queste pareti – ve ne andate, signori? – queste pareti sono costruite solidamente». E qui, in un eccesso di spavalderia, colpii pesantemente con un bastone che avevo in mano proprio il tratto di muro dietro il quale era celato il cadavere della sposa del mio cuore. Possa mai Dio proteggermi e liberarmi dalla zanna dell’arcidiavolo! – non si era ancora spenta l’eco del mio colpo di bastone, che una voce rispose dall’interno della tomba! – con un lamento, dapprima smorzato e rotto, come il pianto di un bambino, salito poi rapidamente ad un lungo, intenso, continuo urlo, assolutamente inumano, bestiale, – un ululato – un grido sconvolgente, per metà di orrore per metà di trionfo, quale avrebbe potuto venire solo dall’inferno, unitamente dalle gole dei dannati nella loro agonia e dei demoni esultanti nella dannazione.


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Di quello che mi passò per la testa, sarebbe assurdo parlare. Sentendomi svenire, mi appoggiai alla parete opposta. Per un attimo i poliziotti rimasero immobili, in preda a una sorta di irrazionale terrore. Subito dopo una dozzina di robuste braccia presero a demolire la parete, che cadde tutta insieme. Il cadavere, in avanzato stato di decomposizione, intriso di sangue rappreso, stava eretto davanti agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, con la rossa bocca spalancata, con l’unico occhio di fuoco, stava l’orrenda bestia la cui astuzia mi aveva portato al delitto e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia. Avevo murato il mostro dentro la tomba..


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1. Il testo del racconto è stato suddiviso in undici sequenze (contrassegnate con numeri romani). Costruisci il sommario mettendo in luce in una o due frasi il fatto principale narrato in ciascuna sequenza. Il sommario è avviato: I: il narratore rivela il suo intento di narrare i fatti che gli sono accaduti senza commentarli. II: il narratore si presenta dicendo di essere stato un bambino docile e appassionato agli animali e di essersi sposato con una donna che condivideva la sua passione. III: … 2. Dove si trova il narratore mentre racconta la sua storia? Da quali frasi lo hai capito? Sottolineale nel testo. 3. Che rapporto c’è tra il narratore e il suo gatto Plutone (III)? 4. Cosa causa il cambiamento dell’atteggiamento del narratore nei confronti del gatto Plutone? Quali parole esprimono esplicitamente i suoi sentimenti e il suo odio crescente? Riportale sul quaderno e scrivine il significato consultando il dizionario (IV e V). 5. Cosa succede di strano durante l’incendio (VI)? 6. Cosa accomuna e cosa distingue il secondo gatto della storia rispetto a Plutone (VII)? 7. Che spiegazione dà il narratore di ciò che lo porta ad uccidere la moglie (VIII)? 8. Perché il narratore sceglie di murare la moglie invece di nasconderla in altri modi (IX)? 9. Come ti eri spiegato la scomparsa del gatto prima di leggere il finale del racconto? 10. Quali sentimenti prova il narratore dopo aver murato la moglie e durante l’ispezione (X e XI)? Rispondi facendo precisi riferimenti al testo. 11. Che effetto produce nei personaggi e nel lettore il lamento del gatto così come viene descritto nell’ultima sequenza? 12. Quali elementi della storia contribuiscono ad aumentare gradualmente la tensione del lettore e a renderla un racconto dell’orrore? Scrivi un testo per spiegare ai tuoi compagni le strategie del terrore utilizzate in questo racconto. 13. Quale animale o oggetto utilizzeresti in un racconto dell’orrore per suscitare paura nel lettore? Descrivilo in un testo di circa 15 righe.


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EDGAR ALLAN POE La mascherata della Morte Rossa Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era mai stata così fatale1, così spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue. Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione2. Le macchie scarlatte3 sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili. L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la conclusione duravano non più di mezz’ora. Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace4. E, quando le sue terre furono per metà spopolate, egli convocò un migliaio di amici sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al gusto eccentrico5 e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata o di uscita, per improvvisi impulsi di disperazione o di frenesia6, che potevano nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a sé stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la bellezza e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa. Fu verso la fine del quinto o sesto mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille amici con un ballo mascherato di un insolito splendore. Fu una messa in scena voluttuosa7, questa mascherata. Innanzitutto però, vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un uni-

1 fatale: funesta, inevitabile, mortale. Dal latino fatum ‘oracolo, profezia’, dal verbo fari ‘pronunciare, dire’. 2 dissoluzione: disfacimento, fine. 3 scarlatte: di colore rosso acceso, brillante. Probabilmente dal persiano saqirlāt ‘abito tinto di rosso’. 4 sagace: intuitivo, perspicace, acuto. Dal latino sagire ‘avere un fine odorato’. 5 eccentrico: fuori dal comune, originale, strano. Dal greco ek- ‘fuori’ + kéntron ‘centro’. 6 frenesia: eccitazione, smania, furia. Dal greco phrḗn ‘mente’. 7 voluttuosa: ricca di diletto e piacere.


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co maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe1 di stanze aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti o trenta metri, un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e strettissima finestra gotica2 dava su un corridoio chiuso, che seguiva le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato, variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il purpureo3 e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere proveniente da candele o lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei corridoi che accompagnavano erano appoggiati pesanti tripodi che sostenevano bracieri4 accesi, che, proiettando la loro luce raggiante attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie5 di chi entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede. In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un gigantesco orologio d’ebano6. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac sordo, emettendo un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai suoi polmoni di bronzo un 1 fughe: successioni di elementi architettonici o ambienti in prospettiva. 2 finestra gotica: ad arco acuto, elemento tipico dell’architettura gotica diffusa tra il XII e il XV secolo d.C. soprattutto nell’Europa centrale e del Nord. 3 purpureo: di color porpora, cioè rosso violaceo. Dal greco porphúra, indicante la sostanza colorante derivata da un mollusco, il murice comune. 4 tripodi … bracieri: sgabelli a tre piedi su cui una volta erano posti recipienti con braci accese per riscaldare gli ambienti. 5 fisionomie: fattezze, aspetti fisici delle persone. 6 ebano: legno pregiato, scuro e duro.


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suono chiaro, forte e profondo, straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi, si notava che i più spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa visione o meditazione. Ma non appena questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso; i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta minuti (che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che fugge), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio, cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e meditazione. Nonostante tutto questo, la festa era allegra e incantevole. I gusti del principe erano davvero squisiti. Aveva, in particolare, occhio per i colori e per gli effetti. Disprezzava le facili decorazioni in voga1. I suoi progetti erano avventurosi e bizzarri, e la loro ideazione era illuminata da incandescenze quasi barbare. Qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo. I suoi seguaci però intui­ vano che non lo era affatto. Bastava stargli vicino e ascoltarlo per assicurarsi del contrario. Era stato in gran parte lui stesso a sovrintendere2 alle decorazioni delle sette stanze, in occasione di questa grande festa; ed era stato senz’altro il suo gusto personale a caratterizzare le maschere dell’intera compagnia. Credete, erano davvero grottesche3! Di splendore e lucentezza, di intensità e fantasticheria, ce ne era tanto quanto poi se ne sarebbe visto nell’Ernani4. Vi erano maschere arabesche, maschere totalmente in contrasto con i corpi che le portavano, fantasie assurde che soltanto un pazzo poteva aver inventato. Vi si trovavano in gran copia bellezza, lascivia5 e bizzarria, e insieme terrore, e nulla che potesse suscitare disgusto. E difatti, nelle sette stanze si muoveva una moltitudine di sogni. E questi sogni si intrecciavano, assumendo colore dalle stanze e dando la sensazione che la musica ossessionante dell’orchestra fosse soltanto l’eco dei loro passi. E poi, ancora l’orologio d’ebano, nella sala di velluto, che batte tutte le ore pietrificando, per un attimo, i sogni. E cade il silenzio e l’immobilità e si sente soltanto l’orologio. Ma l’eco dei rintocchi si estingue lentamente: ancora una volta non sono durati che un istante, e un riso represso fluttua e l’insegue, mentre svaniscono. Torna la musica e i sogni riprendono vita; si incrociano e si uniscono ancora più ardentemente, illu1 in voga: di moda. 2 sovrintendere: dirigere, controllare. 3 grottesche: ridicole, deformi, paradossali. 4 Ernani: l’autore si riferisce all’opera di Giuseppe Verdi, di ambientazione gotica. 5 lascivia: dissolutezza, incontinenza, lussuria.


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minati dai raggi del fuoco dei tripodi, attraverso il vetro colorato. Ma verso la camera più occidentale nessuna maschera osa avventurarsi, ora che la notte avanza e dalle vetrate sanguigne viene una luce più rossiccia, e la cupezza dei drappeggi scuri spaventa più che mai. Chi posasse il piede sul tappeto nero sentirebbe il rintocco ovattato1 dell’orologio vicino ancora più solenne, e nello stesso tempo più vigoroso, di quanto possano sentirlo le orecchie di coloro che indugiano nei più remoti divertimenti delle altre sale. Ma queste sale erano densamente affollate; in esse pulsava febbrile il cuore della vita. La baldoria andò avanti ancora più frenetica, finché risuonarono i primi rintocchi della mezzanotte. La musica cessò, come ho detto, i ballerini si interruppero e vi fu, come prima, una pausa generale, inquieta. Questa volta però i rintocchi erano dodici e accadde che il tempo a disposizione per lasciarsi andare a contemplazioni e pensieri fosse più lungo; e per questo forse, prima che l’ultima eco si dileguasse, più di uno della compagnia ebbe occasione di notare una figura mascherata che fino ad allora era sfuggita all’attenzione. E, quando la notizia della presenza di questo personaggio si diffuse fra i presenti, si levò un bisbiglio, un mormorio dapprima di disapprovazione e di sorpresa e alla fine di spavento, orrore e disgusto. In una mascherata come quella appena descritta si può immaginare che non poteva essere un’apparizione normale a suscitare tutto questo trambusto. Alla fantasia e al capriccio delle maschere erano state fatte illimitate concessioni, ma la persona in questione aveva superato Erode2 e oltrepassato anche i limiti della stravaganza del principe. Anche nei cuori dei più sfrenati ci sono corde che non possono essere toccate senza dare forti emozioni. Persino per i più cinici3, per i quali la vita e la morte sono oggetto di beffa, esistono cose su cui non si può scherzare. Era ovvio ormai che tutta la compagnia sentiva profondamente che nel costume e nel comportamento dell’individuo non vi erano né umorismo né dignità. La figura era alta e ossuta, ed era coperta dalla testa ai piedi dei vestimenti per i defunti. La maschera che portava sul viso era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio più accorto avrebbe avuto difficoltà a scoprire l’inganno. Eppure tutto questo avrebbe potuto essere sopportato, se non approvato, dai pazzi festaioli tutt’intorno. Ma l’individuo aveva avuto il coraggio di mascherarsi da Morte Rossa. Le sue vesti erano fradicie di sangue e anche la sua faccia dall’ampia fronte era cosparsa dell’orrore scarlatto. Quando gli occhi del principe Prospero caddero per la prima volta su questa immagine lugubre4 (che solennemente, quasi a simulare il ruolo scelto, 1 ovattato: smorzato, tenue, fioco. 2 Erode: crudele sovrano della Palestina che ordinò la strage degli innocenti al tempo della nascita di Gesù. 3 cinici: distaccati, freddi, indifferenti. Il cinismo è una corrente filosofica dell’antica Grecia, che sostiene si possa raggiungere la felicità con l’indifferenza verso i beni esteriori. Dal greco kunós ‘cane’, soprannome del filosofo Diogene. 4 lugubre: funebre, luttuoso, tetro. Dal latino lugere ‘piangere per lutto’.


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camminava maestosamente fra gli ospiti) sul suo viso sconvolto si disegnarono terrore e disgusto; subito dopo avvampò di rabbia. «Chi osa?», domandò con voce rauca ai cortigiani più vicini, «chi osa insultarci con questa bestemmia? Prendetelo e smascheratelo, e che si sappia chi impiccheremo all’alba sui bastioni del nostro castello». Mentre pronunciava queste parole, il principe Prospero si trovava nella sala orientale, cioè nella sala blu, e la sua voce risuonò alta e chiara per le sette sale, poiché il principe era fiero ed energico, e a un cenno della sua mano l’orchestra s’era taciuta. Era nella stanza blu che si trovava il principe, circondato da un gruppo di cortigiani impalliditi. Al suo parlare dapprima i cortigiani fecero l’atto di scagliarsi contro l’intruso, che in quel momento si trovava nei pressi e che ora si stava avvicinando maestosamente al principe, con passo lento e deciso. Ma per l’indicibile terrore che la folle messa in scena della maschera aveva suscitato nell’intera compagnia, nessuno osò afferrarlo, e così passò indisturbato vicino al principe. E mentre la folla si allontanava di scatto, come colta da un comune impulso, dal centro delle stanze e si appiattiva alle pareti, presa da una paura incontrollabile, costui continuò ad avanzare con quel suo passo solenne e misurato che lo aveva distinto fin dall’inizio, senza incontrare ostacoli da una sala all’altra. Attraversò la sala blu, la sala purpurea e da quella passò alla sala verde, dalla sala verde a quella arancione, e poi alla bianca, e da questa si spinse anche nella sala violetta, prima che fosse fatto un solo tentativo di arrestarlo. Fu in quel momento, però, che il principe Prospero, furioso anche della propria momentanea vigliaccheria, si precipitò attraverso le sei stanze, senza che nessuno dei suoi lo seguisse, per il folle terrore che li paralizzava. Impugnava una daga1 e d’impeto si era avvicinato alla figura che si ritirava, ed era già a pochi passi quando questa, giunta all’estremità della stanza di velluto, si girò di scatto verso il suo inseguitore. Si sentì un grido straziante. La spada cadde scintillando sul tappeto nero, sul quale subito dopo si accasciò morto il principe Prospero. Con il coraggio della disperazione un gruppo di gaudenti2 si precipitò nella sala e afferrò il mascherato, la cui alta figura stava maestosamente immobile nell’ombra della pendola d’ebano; e fu allora che con un gemito d’orrore si accorsero che le vesti funerarie e la maschera di cadavere che avevano afferrato con tanta violenza, non contenevano alcuna forma tangibile. E allora si seppe che la Morte Rossa era là, e tutti la riconobbero. Era arrivata come un ladro nella notte. Uno dopo l’altro caddero i festanti nelle sale ormai invase di sangue; morivano così, nella disperazione. E quando l’ultimo morì, anche l’orologio d’ebano tacque, e le fiamme dei tripodi si spensero. E il Buio, il Disfacimento e la Morte Rossa dominarono indisturbati su tutto.

1 daga: spada corta. 2 gaudenti: festaioli.


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1. Quale malattia personifica la Morte Rossa? Quali espressioni contenute nel primo paragrafo del testo te lo fanno capire? Come pensa di evitarla il principe Prospero? 2. Quali caratteristiche hanno le stanze del palazzo del principe? Cosa ha di particolare rispetto alle altre la «stanza nera»? Rispondi facendo precisi riferimenti al testo. 3. Come reagiscono gli ospiti e i musicisti al battere delle ore dell’orologio d’ebano? Rileggi il finale: che cosa rappresenta questo orologio? 4. A mezzanotte alcuni ospiti si accorgono di una «figura mascherata che fino ad allora era sfuggita all’attenzione». Come reagiscono a tale visione? 5. Fai un ritratto, attraverso un disegno, che riproduca fedelmente la figura mascherata, rileggendo con attenzione da «Era ovvio ormai che tutta la compagnia» fino a «era cosparsa dell’orrore scarlatto». Poi rispondi alla domanda: quali termini e quali elementi della descrizione contribuiscono a suscitare l’orrore dei personaggi e del lettore? 6. Come muore il principe Prospero? Quali sentimenti e pensieri lo portano ad affrontare la figura mascherata mentre tutti gli altri personaggi fuggono? 7. Rileggi il finale e il secondo paragrafo del testo, da «Ma il principe Prospero era felice» a «Fuori c’era la Morte Rossa». Dopo averli confrontati, scrivi un testo per comunicare ai tuoi compagni come il protagonista del racconto sfida la morte e come ne esce sconfitto. 8. Quale ambientazione sceglieresti per un racconto dell’orrore al fine di suscitare tensione e attesa di eventi spaventosi nel lettore? Descrivila in un testo di circa 15 righe.


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GUY DE MAUPASSANT Sull’acqua L’anno scorso avevo preso in affitto una villetta sulle rive della Senna, a vari chilometri da Parigi, e ci andavo a dormire tutte le sere. Dopo qualche giorno feci conoscenza con un mio vicino, un uomo dai trenta ai quarant’anni, che era certamente il tipo più curioso che io abbia mai incontrato. Era un vecchio canottiere1, un canottiere arrabbiato, sempre accanto all’acqua, sull’acqua, dentro l’acqua. Doveva essere nato in un canotto, e morirà di certo remando. Una sera mentre stavamo passeggiando lungo la Senna gli chiesi di raccontarmi qualche episodio della sua vita nautica. Immediatamente il bravo uomo si animò, si trasfigurò, divenne eloquente, quasi poeta. Aveva in cuore una grande passione, una passione divoratrice, irresistibile: il fiume. «Ah!» mi disse; «quanti ricordi su questo fiume che vedete scorrere accanto a noi! Voialtri che abitate in una strada, non sapete neanche che cosa sia il fiume. Ma ascoltate un pescatore che pronunci questa parola. Per lui è cosa misteriosa, profonda, sconosciuta, paese di miraggi e di fantasmagorie2, ove di notte vede anche ciò che non c’è, ode rumori ignoti, trema senza sapere perché, come se attraversasse un cimitero; e, difatti, è il più sinistro3 cimitero; quello che non ha tombe. Per il pescatore la terra ha dei confini, ma al buio, se non c’è la luna, il fiume è sconfinato. Un marinaio prova una sensazione diversa, col mare. Il mare, questo è vero, è spesso cattivo, spietato, ma grida, urla, è leale, il mare aperto; mentre il fiume è silenzioso e perfido. Non brontola, scorre sempre silenzioso, e per me, l’eterno movimento dell’acqua che scorre è più pauroso degli alti flutti dell’Oceano. I sognatori affermano che il mare nasconde nel suo seno immense regioni azzurrine dove gli annegati si muovono insieme ai grandi pesci, in mezzo a strane foreste, in grotte di cristallo. Nel fiume vi sono soltanto nere profondità, ove s’imputridisce nel fango. Eppure è bello, quando brilla al sole che si leva, e sciaborda4 dolcemente contro le rive ricoperte di canne sussurranti. Parlando dell’Oceano il poeta disse: 1 canottiere: barcaiolo, rematore di un canotto o, in generale, di una imbarcazione a remi. Dal francese canot ‘canotto’. 2 fantasmagorie: illusioni, visioni fantastiche. Il termine indicava originariamente la successione d’illusioni ottiche prodotte in particolare dalla lanterna magica. Poi ha assunto il significato di un rapido susseguirsi di immagini, suoni, colori, che colpiscono vivamente i sensi e scatenano la fantasia. 3 sinistro: lugubre, che fa presagire sventure e danni. L’accezione negativa deriva dall’antica concezione per cui la mano destra fosse quella giusta, legata al bene, la mano sinistra fosse invece connessa alla sventura. 4 sciaborda: termine onomatopeico che indica il frangersi delle onde contro la riva, producendo un caratteristico rumore continuato.


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Oh quante onde, quante storie tremende voi conoscete, onde alte, terrore delle madri inginocchiate! E quando la marea sale, voi le narrate con disperata voce, onde, la sera, mentre verso di noi venite. Ebbene, io penso che i racconti bisbigliati con voce così dolce dalle esili canne, siano ancor più sinistri dei lugubri drammi che le onde raccontano urlando. Ma poiché mi chiedete che vi narri qualcuno dei miei ricordi, vi dirò di una singolare avventura capitatami una decina d’anni fa. Abitavo, allora come oggi, la casa della comare1 Lafon, e uno dei miei più cari compagni, Luigi Bernet, che ora ha rinunciato al canottaggio, ai suoi fastigi2 e alle sue miserie per il Consiglio di Stato, si era sistemato nel paesino di C., due leghe più giù. Cenavamo insieme tutte le sere, talvolta a casa sua, talaltra a casa mia. Una sera che tornavo a casa, solo e stanchissimo, trascinando a fatica la mia grossa imbarcazione che adoperavo sempre di notte, per riprender fiato mi fermai qualche istante alla punta del canneto, laggiù circa duecento metri prima del ponte della ferrovia. Era un tempo magnifico; la luna splendeva, il fiume brillava e l’aria era calma e tiepida. Mi lasciai tentare da quella tranquillità, e mi dissi che una fumatina, in quel posto, ci sarebbe stata bene davvero. Detto e fatto; presi l’àncora e la buttai nell’acqua. Il canotto, trascinato dalla corrente, scorse la catena fino a tenderla, poi si fermò: e io mi sedetti a poppa sulla pelle di capra, più comodamente che potei. Non si udiva nulla, assolutamente nulla, soltanto talvolta mi pareva di sentire contro la riva un leggero, quasi impercettibile sciacquio, e vedevo i ciuffi di canne più alte assumere aspetti sorprendenti e ogni tanto pareva che si muovessero. Il fiume era calmissimo, e mi sentivo impressionato dallo straordinario silenzio che mi circondava. Tutti gli animali, rospi e rane, i notturni cantori degli acquitrini, erano silenziosi. Improvvisamente, alla mia destra, vicinissima a me, gracidò una rana. Trasalii; l’animale tacque, non sentii più nulla e decisi di mettermi a fumare per distrarmi. Ma benché fossi un fumatore accanito, non ci riuscii; dopo due boccate avevo la nausea e allora smisi. Cominciai a canticchiare e il suono della mia voce mi riusciva sgradevole; mi sdraiai sul fondo della barca per contemplare il cielo. Per un po’ di tempo mi sentii calmo, ma ben presto il leggero dondolio dell’imbarcazione mi die-

1 comare: donna del vicinato. Dal latino commater, composto da con + mater ‘madre’. 2 fastigi: aspetti più ideali e gratificanti. Il nome in senso letterale significa la ‘parte la parte più alta di un edificio’, da cui il concetto di punto più alto in senso ideale.


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de fastidio. Mi pareva che la barca facesse delle straordinarie straorzate1 da una riva all’altra; quindi pensai che un essere o una forza invisibile l’attirasse pian piano sott’acqua, fino in fondo, per poi sollevarla e lasciarla ricadere. Ero sballottato come in mezzo a una tempesta, sentii dei rumori intorno a me; mi alzai di scatto: l’acqua riluceva, tutto era calmo. Capii che dovevo avere i nervi un po’ scossi e decisi di andarmene. Tirai la catena; dapprima la barca cominciò a muoversi, ma poi sentii duro. Tirai più forte senza pertanto riuscire a trarre l’àncora; doveva essersi impigliata in qualcosa sul fondo e non riuscivo a sollevarla; ricominciai a tirare, sempre inutilmente. Allora, coi remi, feci girare la barca portandola a monte per far cambiare posizione all’àncora. Invano, non mollava; preso dalla collera scossi rabbiosamente la catena. Nessun risultato. Mi misi a sedere scoraggiato e riflettei sul da farsi. Non potevo pensare di spezzare la catena o di staccarla dalla barca: era enorme e ribadita su un sostegno più grosso del mio braccio. Siccome il tempo era buono, pensai che certamente non avrei tardato a incontrare qualche pescatore che mi avrebbe aiutato. La disavventura mi aveva calmato; mi sedetti e finalmente potei fumare la pipa. Avevo una bottiglia di rum, ne bevetti due o tre bicchierini, e mi venne da ridere pensando alla mia situazione. Faceva molto caldo e avrei potuto benissimo passare la notte all’aperto, senza troppi inconvenienti. Ad un tratto, sentii battere un colpetto contro il fianco dell’imbarcazione. Ebbi un sussulto e un sudorino freddo mi gelò da capo a piedi. Senza alcun dubbio il rumore era stato causato da un pezzo di legno trascinato dalla corrente, ma mi bastò sentirlo perché fossi ripreso da una grande agitazione nervosa. Afferrai la catena e m’irrigidii in uno sforzo disperato. L’àncora resistette. Mi rimisi a sedere, sfinito. Nel frattempo il fiume si era venuto ricoprendo a poco a poco di una nebbia bianca che ristagnava bassa bassa, cosicché alzandomi in piedi non vedevo più né il fiume, né i miei piedi, né la barca, ma soltanto le punte delle canne, e poi, più in là, la pianura pallida sotto la luna, con le grandi chiazze nere dei pioppi che drizzavano contro il cielo. Mi trovavo come sepolto fino alla cintola in uno strato di cotone di singolare candore, e mi venivano strane fantasie. M’immaginavo che qualcuno volesse salire nella mia barca, che io non potevo più vedere, e che il fiume nascosto dalla nebbia opaca fosse pieno di strani esseri che nuotavano intorno a me. Provavo un orribile malessere, avevo le tempie chiuse, il cuore che mi batteva da scoppiare; e, fuori di me, pensai di gettarmi a nuoto; ma subito questa idea mi fece venire i brividi dallo spavento. Mi vidi andare alla deriva, sperduto in quella spessa foschia, dibattermi fra le erbe e le canne che non riuscivo a scansare, rantolare di paura, non vedere la riva, non ritrovare più la barca e mi sentivo tirare per i piedi, sino in fondo all’acqua nera. 1 straorzate: movimenti bruschi della nave nella direzione del vento o quando esce fuori rotta.


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Infatti, siccome avrei dovuto risalire la corrente almeno per cinquecento metri prima di trovare un punto libero dalle erbe e dalle canne, ove toccar terra, avevo nove probabilità su dieci di non riuscire a orientarmi nella nebbia e di affogare, nonostante fossi un buon nuotatore. Cercai di persuadermi. Avevo la ferma volontà di non soccombere alla paura, ma c’era in me qualche altra cosa fuori della volontà, e quest’altra cosa aveva paura. Mi chiesi di cosa mai avrei dovuto temere; il mio coraggio scherniva1 il mio io vigliacco, e mai come in quella notte capii la lotta dei due esseri che coesistono in noi, l’uno che vuole, l’altro che resiste, ed ognuno dei due ha il sopravento, di volta in volta. Quello stupido inspiegabile spavento aumentava sempre più, e diventava terrore. Stavo immobile, in attesa, con gli occhi spalancati, l’orecchio teso. In attesa di che? Non lo sapevo, ma doveva essere una cosa terribile. Sarebbe bastato che un pesce, come capita spesso, avesse fatto un salto fuori dall’acqua, perché fossi caduto svenuto di schianto. Tuttavia, con uno sforzo violento, riuscii a non perdere la ragione che stava vacillando. Afferrai di nuovo la bottiglia del rum e bevvi a grandi sorsi. Allora mi venne in mente di gridare con tutte le mie forze rivolgendomi successivamente ai quattro punti cardinali. Quando mi sentii la gola completamente paralizzata mi misi in ascolto. Lontanissimo un cane ululava. Bevvi dell’altro rum e mi sdraiai lungo disteso sul fondo della barca. Restai così per un’ora o forse due, senza dormire, con gli occhi aperti, circondato dagli incubi. Benché lo desiderassi ardentemente, non mi arrischiavo di alzarmi, rimandavo di minuto in minuto. Mi dicevo: “Su, in piedi!”. E avevo paura di muovermi. Finalmente mi tirai su con gran precauzione, come se la mia vita fosse dipesa dal minimo rumore che potevo fare, e guardai oltre i fianchi dell’imbarcazione. Rimasi affascinato dal più meraviglioso e straordinario spettacolo che si possa vedere. Era una fantasmagoria da paese delle fate, una di quelle visioni che raccontano i viaggatori che vengono da molto lontano e che noi stiamo ad ascoltare senza crederci. La nebbia che due ore prima era sospesa a fior d’acqua, a poco a poco si era ritirata, e addensata sulle rive. Lasciando il fiume completamente sgombro2, aveva formato su ciascuna riva una collina ininterrotta alta sei o sette metri, che sotto la luna brillava con il superbo splendore delle nevi. Sicché non si vedeva altro che il fiume laminato di fuoco tra due bianche montagne, e su, sopra il mio capo, faceva mostra di sé la luna piena, grande, luminosa, nel cielo azzurro e latteo. Tutte le bestie dell’acqua si erano risvegliate; le rane gracidavano furiosamente, mentre di tanto in tanto, ora a destra e ora a sinistra, udivo il breve verso, monotono e triste, che i rospi lanciano alle stelle con voce metallica.

1 scherniva: derideva, si prendeva gioco di. Dal longobardo *skirnjan. 2 sgombro: vuoto, libero da ostacoli.


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Strano a dirsi, non avevo più paura; mi trovavo in un paesaggio così straordinario che neanche le più grandi stranezze avrebbero potuto stupirmi. Non saprei quanto ciò sia durato, perché finii con l’assopirmi, e, quando mi svegliai, la luna era tramontata e il cielo coperto di nubi. S’udiva un lugubre sciacquio, tirava vento, faceva freddo, era buio pesto. Bevvi quel po’ di rum che mi era rimasto e tremando stetti ad ascoltare il fruscio delle canne e il sinistro rumore del fiume. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a vedere la barca, e neanche le mie mani, che mi avvicinavo agli occhi. Tuttavia, un po’ per volta, il buio si fece meno fitto. Improvvisamente mi parve sentire un rumore vicino a me: era un pescatore. Lo chiamai, si avvicinò e gli raccontai la mia disavventura. Accostò la sua barca alla mia, e insieme tirammo la catena. L’ancora non si mosse! Si fece giorno; una di quelle giornate cupe, grigie, piovigginose, gelide, apportatrici di tristezze e di sciagure. Scorsi un’altra barca e la chiamammo a gran voce. L’uomo che vi era sopra si unì ai nostri sforzi e stavolta l’ancora cedette, a poco a poco veniva su, ma adagio, adagio, molto appesantita. Finalmente scorgemmo una massa nera, e la issammo a bordo. Era il cadavere di una vecchia, con una grossa pietra legata al collo».

1. Costruisci il sommario della novella scrivendo una frase per ogni fatto essenziale della vicenda. Poi dai un nuovo titolo che ne metta in evidenza l’aspetto più significativo. 2. Nei primi paragrafi del racconto il narratore presenta il canottiere, protagonista del racconto. Quali sono le sue caratteristiche? 3. Le parole del canottiere mettono a confronto il mare e il fiume. In una tabella evidenzia gli elementi che hanno in comune e quelli che li differenziano. 4. La vicenda raccontata ruota intorno a ciò che la vista del fiume suscita nell’animo del protagonista: cruciali in tal senso sono le descrizioni. Indica sul testo le sequenze propriamente descrittive. Sottolinea con un colore le parole che rappresentano il paesaggio, con un altro le reazioni del protagonista. Poi costruisci una tabella che raccolga le informazioni relative a sensazioni visive, uditive, tattili e alle reazioni del canottiere.


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5. Durante la vicenda cresce la paura del protagonista. Quali sono i segni di questa evoluzione? Come il canottiere prova a resistere alla paura? Per rispondere aiutati con la tabella costruita nell’esercizio 4. 6. Hai notato degli elementi contraddittori nelle descrizioni del paesaggio e nelle reazioni del canottiere? Quali? Come ti spieghi tali contraddizioni? 7. Una volta letto il finale della novella, ritorna sul testo e individua le parole che sin dall’inizio si riferiscono alla morte. Quale effetto ottiene l’autore con questi riferimenti? 8. L’incubo nasce spesso dalla deformazione di ciò che si osserva nella realtà. Riassumi il testo mettendo in luce come questa esperienza si esemplifica nella vicenda narrata dal canottiere. 9. Descrivi un luogo in pieno giorno e in piena notte, evidenziando come, nei diversi momenti della giornata, ciò che osservi, percepisci e ascolti suscita in te reazioni diverse. 10. Descrivi l’ambiente della fotografia, immaginandolo come luogo colmo di misteri in cui è ambientato un racconto che intende suscitare paura.


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ANTON ČECHOV La morte dell’impiegato Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitrič Červjakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma a un tratto… Nei racconti spesso s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena di imprevisti! Ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò… egli scostò dagli occhi il binocolo, si chinò e… eccì!!! Aveva starnutito, come vedete. Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini, e i capi di polizia, e a volte perfino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Červjakòv non si confuse per nulla, s’asciugò col fazzolettino e, da persona garbata, guardò intorno a sé: non aveva disturbato qualcuno col suo starnuto? Ma qui, sì, gli toccò confondersi. Vide che un vecchietto, seduto davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi accuratamente la calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa. Nel vecchietto Červjakòv riconobbe il generale civile1 Brizžalov, in servizio al dicastero delle comunicazioni. “L’ho spruzzato!”, pensò Červjakòv. “Non è il mio superiore, è un estraneo, ma tuttavia è seccante. Bisogna scusarsi”. Červjakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all’orecchio del generale: «Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato… io involontariamente…» «Non è nulla, non è nulla…» «Per amor di Dio, scusatemi. Io, vedete… non lo volevo!» «Ah, sedete, vi prego! Lasciatemi ascoltare!» Červjakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardar la scena. Guardava, ma ormai beatitudine non ne sentiva più. Cominciò a tormentarlo l’inquietudine. Nell’intervallo egli s’avvicinò a Brizžalov, passeggiò un poco accanto a lui e, vinta la timidezza, mormorò: «Vi ho spruzzato, eccellenza… Perdonate… Io, vedete… non che volessi…» «Ah, smettetela… Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su!» disse il generale e mosse con impazienza il labbro inferiore. “Ha dimenticato, e intanto ha la malignità negli occhi”; pensò Červjakòv, gettando occhiate sospettose al generale. “Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli che non desideravo affatto… che questa è una legge di natura, se no penserà ch’io volessi sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi!…” Giunto a casa, Červjakòv riferì alla moglie il suo atto incivile. La moglie,

1 generale civile: titolo militare che veniva esteso ai più alti capiservizio delle amministrazioni non militari.


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come a lui parve, prese l’accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò soltanto, ma poi, quando apprese che Brizžalov era un “estraneo”, si tranquillò. «Ma tuttavia passaci, scusati», disse. «Penserà che tu non sappia comportarti in pubblico!» «Ecco, è proprio questo! Io mi sono scusato, ma lui in un certo modo strano… Una sola parola sensata non l’ha detta. E non c’era neppur tempo di discorrere». Il giorno dopo Červjakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i capelli e andò da Brizžalov a spiegare… Entrato nella sala di ricevimento del generale, vide là numerosi postulanti1, e in mezzo ai postulanti anche il generale in persona, che già aveva cominciato l’accettazione delle domande. Interrogati alcuni visitatori, il generale alzò gli occhi anche su Červjakòv. «Ieri, all’Arcadia, se rammentate, eccellenza», prese a esporre l’usciere, «io starnutii e… involontariamente vi spruzzai… Scus…» «Che bazzeccole… Dio sa che è! Voi che cosa desiderate?» si rivolse il generale al postulante successivo. “Non vuol parlare!” pensò Červjakòv, impallidendo. “È arrabbiato dunque… No, non posso lasciarla così… Gli spiegherò…” Quando il generale finì di conversare con l’ultimo postulante e si diresse verso gli appartamenti interni, Červjakòv fece un passo dietro a lui e prese a mormorare: «Eccellenza! Se oso incomodare vostra eccellenza, è precisamente per un senso, posso dire, di pentimento!… Non lo feci apposta, voi stesso lo sapete!» Il generale fece una faccia piagnucolosa e agitò la mano. «Ma voi vi burlate semplicemente, egregio signore» diss’egli, scomparendo dietro la porta. “Che burla c’è mai qui?”, pensò Červjakòv. “Qui non c’è proprio nessuna burla! È generale, ma non può capire! Quand’è così, non starò più a scusarmi con questo fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più! Com’è vero Dio, non ci andrò più!” Così pensava Červjakòv andando a casa. La lettera al generale non la scrisse. Pensò, pensò, ma in nessuna maniera poté concepir quella lettera. Gli toccò il giorno dopo andar in persona a spiegare. «Ieri venni a incomodare vostra eccellenza», si mise a borbottare, quando il generale alzò su di lui due occhi interrogativi, «non già per burlarmi, come vi piacque dire. Io mi scusavo perché, starnutendo, vi avevo spruzzato… e a burlarmi non pensavo nemmeno. Oserei io burlarmi? Se noi ci burlassimo, vorrebbe dire allora che non c’è più alcun rispetto… per le persone…» «Vattene!» garrì il generale, fattosi d’un tratto livido e tremante. «Che cosa?» domandò con un bisbiglio Červjakòv, venendo meno dallo sgomento.

1 postulanti: persone che chiedono, in genere con una certa insistenza, favori, concessioni.


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«Vattene!» ripeté il generale, pestando i piedi. Nel ventre di Červjakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla, egli indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via… Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e… morì.

1. Scrivi un sottotitolo per la novella completando la frase: La morte dell’impiegato, ovvero di come… 2. L’autore in questo breve racconto si sofferma a descrivere con attenzione l’evento che sconvolge il protagonista. Dal modo in cui lo descrive, che tipo di avvenimento ci si aspetterebbe accadere? Rispondi dopo aver sottolineato nel testo il passaggio che presenta l’evento scatenante la vicenda. 3. Quali sono le reazioni del generale davanti all’insistenza di Ivàn? 4. Quale atteggiamento mostra l’usciere verso il generale? Rispondi completando per almeno tre volte la frase L’usciere Červjakòv è un tipo … infatti… 5. In base alle risposte del generale, i pensieri di Ivàn cambiano nel corso della vicenda. Sottolinea le frasi che li esplicitano: cosa si modifica e cosa rimane invariato nel suo modo di pensare? 6. Il testo è intessuto su una trama di negazioni e sospensioni, a partire dalla prima frase «un non meno magnifico usciere» fino all’ultimo paragrafo «Senza veder nulla, senza udir nulla». Scegli quelle che ritieni essere le più significative e spiega il loro ruolo nella narrazione. 7. Che cosa hai capito voler significare il finale della novella? 8. Riassumi il racconto in un testo di circa 15 righe, mettendo in luce l’evoluzione dei sentimenti del protagonista. Poi riassumi il racconto in una sola frase che metta in luce l’esagerazione delle conseguenze dello starnuto del protagonista. 9. Scrivi un racconto autobiografico o di invenzione in cui un evento banale abbia conseguenze così spropositate da suscitare il riso di chi legge.


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ANTON ČECHOV Lo studente Il tempo da principio fu bello, calmo. Schiamazzavano i tordi e nelle paludi dei dintorni qualcosa di vivo faceva un brusio lamentoso, come se soffiasse in una bottiglia vuota. Passò a volo una beccaccia1 e il colpo che le fu sparato risonò nell’aria primaverile con allegri rimbombi. Ma quando nel bosco si fece buio e in mal punto2 soffiò da oriente un vento freddo e penetrante, tutto tacque. Sulle pozzanghere si allungarono degli aghetti di ghiaccio e il bosco divenne squallido, solitario e inospite. Si sentì l’odore dell’inverno. Ivàn Velikopol’skij, allievo dell’accademia ecclesiastica, figlio di un chierico3, tornando dalla caccia agli uccelli di passo4, aveva sempre seguito un sentiero attraverso i prati irrigui5. Aveva le dita irrigidite e la faccia accesa a cagione del6 vento. Gli pareva che questo freddo improvvisamente sopraggiunto avesse turbato in ogni cosa l’ordine e l’armonia, che la natura stessa fosse angosciata e perciò l’oscurità serale si fosse infittita più in fretta di quanto bisognava7. All’intorno tutto era deserto e come particolarmente tetro. Solo negli orti delle vedove vicino al fiume brillava un fuoco; per un gran tratto in giro invece e là dove c’era il villaggio, un quattro verste8 più in là, tutto era sommerso interamente nella fredda foschia serale. Lo studente rammentò che, quando era uscito di casa, sua madre, seduta nell’andito9 sul pavimento, scalza, stava ripulendo il samovàr10, e suo padre era disteso sulla stufa e tossiva; in occasione del Venerdì Santo in casa non si era cucinato affatto ed egli aveva una voglia tormentosa di mangiare. E adesso, stringendosi in sé dal freddo, lo studente pensava che un vento proprio come quello

1 una beccaccia: uccello con il becco lungo e diritto; animale da cacciagione. 2 in mal punto: improvvisamente. 3 chierico: grado della gerarchia ecclesiastica ortodossa, che prevede anche il matrimonio dei suoi membri. 4 uccelli di passo: da cacciagione, durante certe stagioni dell’anno. 5 prati irrigui: campi ben irrigati, acquitrinosi. 6 a cagione di: a causa di. 7 bisognava: fosse utile, opportuno. 8 verste: antica misura russa di lunghezza corrispondete a 1.066,79 metri. 9 andito: luogo di passaggio della casa, corridoio. 10 samovàr: recipiente di metallo in cui i russi fanno bollire l’acqua per il tè.


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soffiava già ai tempi di Rjurik1, e di Ioànn il Terribile2, e di Pietro3, e che al loro tempo c’era già esattamente la stessa disperata povertà e fame; quegli stessi tetti di paglia bucati e la stessa ignoranza e tristezza, quello stesso deserto all’intorno, quella tenebra e quel senso di oppressione: tutti questi orrori c’eran già stati e c’erano e ci sarebbero stati, e la vita non sarebbe divenuta migliore per il fatto che fossero passati altri mille anni. E non aveva voglia di andare a casa. Gli orti eran detti ‘delle vedove’, perché li coltivavano due vedove, madre e figlia. Il fuoco ardeva vivo, crepitando4 e rischiarando lontano all’intorno la terra arata. La vedova Vasilisa, una vecchia alta e grassoccia, con una pelliccia corta maschile indosso, stava lì accanto e guardava il fuoco, assorta; sua figlia, Luker’ja, piccola, butterata5, con un viso un po’ sciocco, era seduta in terra e lavava la pentola e i cucchiai. Evidentemente avevano appena finito di cenare. Si udivano voci maschili; erano garzoni del posto che abbeveravano i cavalli nel fiume. «Eccovi bell’e tornato l’inverno», disse lo studente, avvicinandosi al fuoco. «Buona sera!» Vasilisa sussultò, ma subito lo riconobbe e sorrise affabile. «Non t’avevo riconosciuto, che Dio t’assista», disse. «Diventerai ricco6». Discorsero un poco. Vasilisa, una donna sperimentata7, che un tempo aveva servito in casa di signori come balia8, poi come bambinaia, si esprimeva con finezza e un dolce, grave sorriso non lasciava mai il suo volto; sua figlia Luker’ja invece, una donna di campagna maltrattata dal marito, si limitava a guardare lo studente strizzando gli occhi, in silenzio, e aveva un’espressione strana, come quella di una sordomuta. «Proprio allo stesso modo in una fredda notte si scaldò accanto al fuoco l’apostolo Pietro», disse lo studente, stendendo le mani verso il fuoco. «Dunque anche allora faceva freddo. Ah, che notte terribile fu quella, nonnina! Una notte malinconica e lunga oltre ogni dire!» Egli guardò le tenebre intorno, scrollò convulsamente il capo e domandò: «Ci sei stata, credo, ai dodici Vangeli9?» «Sì, ci sono stata», rispose Vasilisa.

1 Rjurik: capo normanno (†879) che fondò il principato di Nòvgorod, primo nucleo del futuro Stato russo. 2 Ioànn il Terribile: Ivàn (1530-1584), primo ad assumere il titolo di zar. 3 Pietro: zar Pietro il Grande (1672-1725). 4 crepitando: scoppiettando, scricchiolando. Parola di origine onomatopeica. 5 butterata: con il volto segnato dalle cicatrici (butteri) lasciate dal vaiolo o dall’acne. Dall’arabo buṭūr, plurale di baṭr ‘pustola’. 6 diventerai ricco: saluto augurale della tradizione popolare russa. 7 sperimentata: di esperienza. 8 balia: donna che dà il proprio latte al figlio altrui, che cura il lattante. 9 dodici Vangeli: incontri di ascolto del Vangelo in preparazione della Pasqua.


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«Se rammenti, durante la sacra cena1 Pietro disse a Gesù: “Con Te son pronto ad andare in prigione e a morte”. E il Signore a lui: “Ti dico, Pietro: oggi non canterà il gallo prima che tu tre volte abbia negato di conoscerMi”. Dopo la cena Gesù, mortalmente angosciato, era nell’orto e pregava, e il povero Pietro aveva l’anima esausta, era affralito2, le palpebre gli si erano appesantite e in nessuna maniera riusciva a vincere il sonno. Dormì. Poi, tu hai sentito, Giuda in quella stessa notte baciò Gesù e lo consegnò ai suoi aguzzini. Lo condussero legato dal gran sacerdote e lo percossero, e Pietro affranto3, tormentato dall’angoscia e dall’ansietà, capisci, senza essersi levato il sonno4, presentendo5 che da un momento all’altro sarebbe avvenuto sulla terra qualcosa di orrendo, Gli andava dietro… Egli amava appassionatamente, perdutamente Gesù, e ora vedeva da lontano come lo percuotevano…» Luker’ja lasciò i cucchiai e fissò lo sguardo sullo studente. «Giunsero dal gran sacerdote», egli continuò: «presero a interrogare Gesù, e nel frattempo dei garzoni avevano acceso il fuoco in mezzo al cortile, perché faceva freddo, e si scaldavano. Stava con loro vicino al fuoco Pietro e anch’egli si scaldava, ecco, come me, adesso. Una donna, vedutolo, disse: “Anche costui era con Gesù”, come a dire cioè che bisognava sottoporre anche lui a interrogatorio. E tutti i garzoni che si trovavano vicino al fuoco dovettero guardarlo con sospetto e severità, perché egli si turbò e disse: “Io non Lo conosco”. Di lì a poco qualcun altro riconobbe in lui uno dei discepoli di Gesù e disse: “Anche tu sei di quelli”. Ma egli nuovamente negò. E per la terza volta qualcuno si rivolse a lui: “Ma non t’ho veduto io oggi con Lui nell’orto?” Negò per la terza volta. E dopo di ciò subito si mise a cantare il gallo, e Pietro, gettato da lontano uno sguardo a Gesù, si rammentò delle parole che Egli gli aveva detto durante la cena… Se ne ricordò, si riebbe6, se ne andò dal cortile e pianse amarissimamente. Nel Vangelo è detto: “E uscì fuori, piangendo amaramente”. Immagino: un orto tutto silenzioso, tutto buio, e nel silenzio si odono appena sordi singhiozzi…» Lo studente sospirò e si fece pensoso. Continuando a sorridere, Vasilisa a un tratto singultì7, delle lacrime, grosse, copiose, le corsero per le guance, ed ella con la manica si fece schermo al viso contro il fuoco, come vergognandosi delle proprie lacrime, mentre Luker’ja, guardando immobile lo studente, arrossì, e la sua espressione si fece penosa e tesa, come quella di una persona che reprima un violento dolore. 1 Per l’intera scena raccontata leggi il capitolo XXII del Vangelo di Luca, e in particolare i versetti 33-62. 2 affralito: indebolito, diventato fragile. Da frale ‘fragile’. 3 affranto: sfinito, logorato, abbattuto. Participio passato di affrangere, composto da ad + frangĕre ‘spezzare’. 4 senza essersi levato il sonno: senza aver potuto dormire. 5 presentendo: prevedendo, intuendo. 6 si riebbe: tornò in sé, riprese le forze. 7 singultì: passato remoto del verbo singultare ‘singhiozzare’.


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I lavoratori tornavano dal fiume; uno di essi, in groppa al cavallo, era ormai vicino e il riflesso del fuoco tremolava sulla sua persona. Lo studente augurò buona notte alle vedove e andò oltre. E di nuovo sottentrarono1 le tenebre ed egli si sentì le mani intirizzite2. Soffiava un vento atroce, in realtà stava tornando l’inverno e non si aveva l’impressione che posdomani3 sarebbe stata Pasqua. Ora lo studente pensava a Vasilisa: se si era messa a piangere, ciò voleva dire che quanto era accaduto in quella notte a Pietro aveva qualche rapporto con lei… Si voltò a guardare. Il fuoco solitario brillava calmo nell’oscurità e accanto a quello non si vedeva più nessuno. Lo studente pensò di nuovo che, se Vasilisa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò ch’egli poc’anzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l’essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell’anima di Pietro. E la gioia tutt’a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato – pensava – è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti4 uno dall’altro. E gli pareva di aver veduto dianzi5 entrambi i capi di questa catena: ne aveva appena toccato un capo, che l’altro aveva dato un sobbalzo. E mentre traghettava il fiume sulla chiatta e poi, procedendo in salita, guardava il suo villaggio natio e verso occidente, dove splendeva la striscia sottile di un freddo tramonto di porpora, egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell’orto e nel cortile del gran sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano sempre costituito l’essenziale nella vita umana e, in genere, sulla terra; e un senso di giovinezza, di salute, di forza – egli non aveva che ventidue anni – e l’attesa inesprimibilmente dolce della felicità, di una sconosciuta, misteriosa felicità, si andavano impossessando di lui a poco a poco, e la vita gli pareva affascinante, prodigiosa e colma di un alto significato.

1 sottentrarono: si fecero sotto, si avvicinarono. 2 intirizzite: rese rigide, intorpidite. 3 posdomani: due giorni dopo. 4 scaturiti: nati. 5 dianzi: poco prima.


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1. Che atmosfera apre il racconto? Per rispondere osserva soprattutto gli aggettivi e i verbi utilizzati nel paragrafo iniziale per descrivere il paesaggio. 2. La rappresentazione iniziale del paesaggio mette in relazione gli elementi della natura e i pensieri di Ivàn. Prova a spiegare quale sia il rapporto tra i due elementi. 3. Per quale motivo lo studente racconta l’episodio del Vangelo? 4. Che cosa fa capire al lettore il coinvolgimento del giovane nel suo racconto? 5. Quale reazione hanno le due vedove al racconto di Ivàn? 6. «Il passato – pensava – è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti l’uno d’altro». Cosa intende dire Ivan con questa affermazione? A che cosa si riferisce? 7. Che cosa suscita la gioia nel cuore di Ivàn? 8. Anche nel finale, come in apertura, il paesaggio ha un ruolo importante per capire i pensieri del personaggio. Quali elementi mettono in relazione paesaggio e animo del protagonista? 9. Qual è il cambiamento intorno a cui ruota il racconto? 10. Rileggi l’ultimo paragrafo: che cosa ha capito di importante Ivàn? 11. Dopo aver sentito il racconto del Venerdì Santo, Vasilisa «continuando a sorridere, si mise a singhiozzare». Racconta un episodio in cui anche a te è capitato di provare una commozione profonda. 12. Seguendo l’esempio dei primi due paragrafi del racconto, scrivi l’incipit di un racconto presentando nel primo paragrafo l’ambientazione e nel secondo il protagonista i cui sentimenti siano in sintonia con il paesaggio.


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MARK TWAIN Il furto dell’elefante bianco I La curiosa storia che segue mi fu narrata da una persona conosciuta per caso in treno. Era un signore di oltre settant’anni, e il suo viso dolce e buono e le sue maniere serie e sincere imprimevano l’inequivocabile suggello della verità su qualunque dichiarazione che uscisse dalle sue labbra. Egli disse: Lei sa in quale venerazione sia tenuto l’elefante bianco del re del Siam dalle popolazioni di quel paese. Lei sa che esso è sacro ai re, che solo ai re è lecito possederlo, e che, anzi, in un certo senso, è perfino superiore ai re, perché gli viene tributato non solo onore, ma adorazione addirittura. Benone; cinque anni fa, quando fra la Gran Bretagna e il Siam sorsero quelle questioni di frontiera, fu ben presto palese che aveva torto il Siam. Perciò si affrettò a fornire tutte le riparazioni del caso, e il rappresentante britannico si dichiarò soddisfatto e pronto a dimenticare il passato. Ciò fu di gran sollievo al re del Siam che, parte in segno di gratitudine, e forse anche in parte per cancellare anche la più piccola traccia di risentimento che l’Inghilterra potesse nutrire a suo riguardo, volle inviare un dono alla regina; unico modo sicuro di propiziarsi un nemico, secondo le idee orientali. Il dono doveva essere regale, non solo, ma trascendentalmente1 regale. E dunque, quale offerta più degna di quella di un elefante bianco? Data la mia carica di rappresentante britannico in India, fui ritenuto particolarmente indicato a recare il dono a Sua Maestà. Fu preparata una nave per me e per i miei servitori, gli ufficiali e per il seguito dell’elefante; a tempo debito, giunsi nel porto di New York e sistemai il mio regale pupillo in mirabili alloggiamenti a Jersey City: era necessario sostare un poco, perché l’animale si rimettesse in forze prima di riprendere il viaggio. Per quindici giorni andò tutto bene… poi le mie calamità incominciarono. L’elefante bianco fu rubato! Fui destato nel cuor della notte e informato di questa spaventosa disgrazia. Per un momento rimasi fuor di me dal terrore e dall’ansia; non sapevo che fare. Poi mi calmai un po’ e cercai di raccogliere le idee. Vidi ben presto la via da seguire; poiché, in verità, per un uomo intelligente, non c’era che un’unica via da seguire. Malgrado l’ora tarda, volai a New York e riuscii a farmi condurre, da una guardia di città, al quartiere generale della polizia investigativa; e, per fortuna, arrivai in tempo, sebbene il capo della polizia, il celebre ispettore Blunt, fosse proprio sul punto di andarsene a casa. Era un uomo di media statura e di corporatura massiccia, e, quando 1 trascendentalmente: oltre misura.


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pensava profondamente, aveva un certo modo di corrugare le sopracciglia e di battersi dei colpetti con l’indice sulla fronte, con aria meditabonda, che ti dava subito l’impressione di trovarti alla presenza di una persona non comune. Il solo vederlo mi ispirò fiducia e ridestò in me la speranza. Spiegai il mio caso, esso non lo agitò per niente; l’effetto visibile sul ferreo contegno1 fu lo stesso che se gli avessi detto che mi avevano rubato il cane. Mi accennò di accomodarmi e disse, calmo: «Mi permetta di pensare un momento, la prego». Così dicendo, sedette alla scrivania e appoggiò la testa alla mano. Diversi impiegati lavoravano all’altro capo della stanza; il grattare delle loro penne fu l’unico suono che udii durante i sei o sette minuti che seguirono. Nel frattempo, l’ispettore stava a sedere, sprofondato nei suoi pensieri. Finalmente alzò il capo; e qualcosa nelle linee severe del suo volto mi rivelò che il suo cervello aveva lavorato e i suoi piani erano fatti. Diss’egli… e la sua voce era bassa e solenne: «Questo è un caso non comune. Ogni passo va mosso con cautela; bisogna esser sicuri di ogni passo prima di avventurare il passo seguente. E bisogna mantenere il segreto; segreto profondo e assoluto. Non parli della cosa a nessuno, neppure ai giornalisti. Di loro, anzi, mi occuperò io; farò in modo che vengano a sapere soltanto ciò che serve ai miei fini». Toccò un campanello; comparve un giovanotto. «Alarico, di’ ai cronisti di restar qui». Il giovane si ritirò. «Ora veniamo agli affari… e sistematicamente. In questa mia professione non si può venire a capo di niente, se non con metodo severo e minuzioso». Prese penna e carta. «Dunque… nome dell’elefante?» «Hassan Ben Alì Ben Selim Abdallah Mohamed Moisè Alhammal Jam­set­ jejeebhoy Dhuleep Sultn Ebu Budpoor». «Benissimo. Nome di battesimo?» «Jumbo». «Benissimo. Luogo di nascita?» «Capitale del Siam». «Genitori viventi?» «No… morti». «Avevano altra prole, oltre questo?» «Nessun altro. Era figlio unico». «Benissimo. Questi dati sono sufficienti per ciò che riguarda questa voce. Ora, la prego, descriva l’elefante, e non trascuri alcun particolare, per quanto insignificante… vale a dire, insignificante dal suo punto di vista. Per gli uomini della mia professione non ci sono particolari insignificanti; non esistono». Io descrissi… egli scrisse. Quando ebbi finito disse: «Ora ascolti. Se ho fatto qualche errore mi corregga». E lesse quanto segue: «Altezza m. 6,65; lunghezza, dall’apice della fronte all’inserzione della coda m. 9,10; lunghezza della proboscide m. 5,60; lunghezza della coda m. 1 ferreo contegno: atteggiamento composto e imperturbabile.


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2,10; lunghezza totale, proboscide e coda incluse m. 16,80; lunghezza delle zanne m. 3,32; orecchi in proporzione con le dimensioni suddette; impronte lasciate dal piede, somiglia al segno che lascia un barile messo in piedi sulla neve; colore dell’elefante, bianco sporco; ha, in ciascun orecchio, un foro della misura di un piatto, per l’inserzione di gioielli, e possiede, in grado notevole, l’abitudine di spruzzare sugli spettatori e di malmenare con la proboscide, non solo persone di conoscenza, ma anche gente a lui completamente sconosciuta; zoppica leggermente dalla zampa destra posteriore, ed ha, sotto l’ascella sinistra, una piccola cicatrice causata da un’antica bolla. Quando fu rubato indossava un castello contenente sedili per quindici persone e una gualdrappa di broccato d’oro delle dimensioni di un comune tappeto».

Non c’erano errori. L’ispettore toccò il campanello, porse la descrizione ad Alarico e disse: «Fanne stampare immediatamente cinquantamila copie e falle spedire a tutti gli uffici di polizia e a tutti i Monti di Pietà del continente». Alarico si ritirò. «Ecco, fin qui siamo a posto. Ora mi occorre una fotografia della refurtiva». Gliene detti una. La esaminò con occhio critico e disse: «Dovrà bastare, giacché non si può aver di meglio. Ma qui ha la proboscide arrotolata e ficcata in bocca. È una sfortuna, e può trarre in inganno, perché naturalmente di solito non la terrà in questa posizione». Toccò il campanello. «Alarico, fa’ fare cinquantamila copie di questa fotografia, domattina, come prima cosa, e spediscile insieme alle circolari descrittive». Alarico si ritirò per eseguire gli ordini. L’ispettore disse: «Sarà necessario offrire un premio, naturalmente. E quanto al­l’am­mon­ tare?» «Che somma proporrebbe lei?» «Per cominciare direi… be’, venticinquemila dollari. È una faccenda intricata e difficile; ci sono migliaia di scappatoie e di nascondigli. Questi ladri hanno amici e compari dappertutto…» «Gran Dio, lei sa chi sono?» Quel volto guardingo1, avvezzo a dissimulare2 pensieri e sentimenti, non lasciò trapelare nulla; né a ciò fu spinto nelle parole di risposta, pronunziate con tanta calma: «Questo non ha importanza. Può darsi di sì e può darsi di no. In genere ci facciamo un’idea abbastanza precisa del nostro uomo, dal suo modo di lavorare e dalle dimensioni della selvaggina di cui va a caccia. Qui non abbiamo a che fare con un tagliaborse3 o con un ladro di galline, di questo lei può star 1 guardingo: attento e prudente. 2 avvezzo a dissimulare: abituato a nascondere. 3 tagliaborse: ladruncolo.


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certo: questa refurtiva non è stata asportata da un novellino. Ma, come dicevo, tenendo conto del numero di viaggi che bisognerà fare e della cura con cui i ladri faranno sparire le proprie tracce via via che avanzeranno, venticinquemila dollari sono forse un’offerta troppo piccola; cionondimeno, ritengo che convenga partire proprio da questa cifra». Così decidemmo di cominciare con tale somma. Poi, quell’uomo cui non sfuggiva nulla che potesse servire di indizio disse: «Nella storia della polizia investigativa ci sono casi che dimostrano come talvolta certi criminali siano stati scoperti per determinate caratteristiche del loro appetito. Ora, cosa mangia quest’elefante e quanto?» «Be’, quanto a quello che mangia… mangia qualunque cosa. Mangia un uomo, mangia una Bibbia… Mangia qualunque cosa, da un uomo a una Bibbia». «Bene… benissimo veramente, ma troppo generico. Occorrono dettagli… i dettagli sono l’unica cosa che abbia valore, nella nostra professione. Benissimo, quanto agli uomini. In un pasto… o, se lei preferisce, durante il giorno, quanti uomini mangerà, se son freschi?» «Non gli importa se siano freschi o no; in un pasto solo, mangerebbe cinque uomini normali». «Benissimo. Cinque uomini. Prendiamo nota. Quale nazionalità preferisce?» «La nazionalità gli è indifferente. Preferisce i conoscenti, ma non ha pregiudizi verso gli stranieri». «Benissimo. Ora veniamo alle Bibbie. Quante Bibbie mangerà, in un pasto?» «Ne mangerà un’edizione completa». «Non è abbastanza preciso; vuol dire la solita edizione in ottavo1, o quella illustrata tipo famiglia?» «Credo che le illustrazioni gli siano indifferenti; cioè, non credo che dia più valore alle illustrazioni che ai semplici segni tipografici». «No, lei non ha afferrato la mia idea. Mi riferisco alla mole. La normale Bibbia in ottavo pesa circa un chilo e un etto, mentre la grande in quarto con illustrazioni ne pesa cinque o sei. Quante Bibbie del Doré2 mangerebbe in un pasto?» «Se lei conoscesse quest’elefante, non farebbe certe domande. Prende quello che trova». «Be’, calcoliamo in dollari e centesimi, allora. Bisogna arrivarci in un modo o nell’altro. Il Doré costa cento dollari la copia rilegata in cuoio di Russia con spigoli smussati».

1 in ottavo: espressione che nella stampa indica il formato dei libri ottenuti piegando tre volte il foglio normale della carta da stampa, in modo che ogni fascicolo risulti di 16 pagine. 2 Doré: Gustave Doré (1832-1883). È un artista francese, uno degli illustratori più celebri in Europa: oltre alle sue illustrazioni della Bibbia (1864), sono famose quelle della Divina Commedia (1861).


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«Gli ci vorrebbe il corrispettivo di cinquantamila dollari… diciamo un’edizione di cinquecento copie». «Dunque, questo è più esatto. Ne prendo nota. Benissimo; gli piacciono gli uomini e le Bibbie. Fin qui andiamo bene. Cos’altro mangia? Ho bisogno di particolari». «Lascia le Bibbie per mangiare mattoni, lascia i mattoni per mangiare bottiglie, lascia le bottiglie per mangiare vestiti, lascia i vestiti per mangiare gatti, lascia i gatti per mangiare ostriche, lascia le ostriche per mangiare prosciutto, lascia il prosciutto per mangiare zucchero, lascia lo zucchero per mangiare torte, lascia le torte per mangiare patate, lascia le patate per mangiare crusca, lascia la crusca per mangia fieno, lascia il fieno per mangiare avena, lascia l’avena per mangiare riso, perché è stato allevato principalmente a base di riso. Non c’è assolutamente nulla che non mangi, all’infuori del burro europeo, e mangerebbe anche quello, se lo potesse assaggiare». «Benissimo. Quantità complessiva per un pasto… diciamo, intorno…» «Be’, intorno a qualunque quantità, da un quarto a mezza tonnellata». «E beve…» «Qualunque liquido. Latte, acqua, cognac, melassa, olio di ricino, petrolio, acido fenico… È inutile addentrarsi in particolari; prenda nota di qualsiasi liquido le viene in mente. Beve qualunque liquido, eccetto il caffè europeo». «Benissimo. E circa la quantità?» «Segni da cinque a quindici barili… la sua sete varia. Il suo appetito no». «Queste sono cose insolite. Ci dovrebbero fornire ottimi indizi per rintracciarlo». Toccò il campanello. «Alarico, chiama il capitano Burns». Burns comparve. L’ispettore Blunt gli espose tutta la faccenda con tutti i particolari. Poscia disse, col tono chiaro e deciso dell’uomo che ha in testa un piano ben definito e che è uso a comandare: «Capitano Burns, designate gli agenti Jones, Davies, Halsey, Bates e Hackett per pedinare l’elefante». «Signorsì». «Designate gli agenti Moses, Dakin, Murphy, Tupper, Higgins e Bartholomew per pedinare i ladri». «Signorsì». «Mettete una forte guardia (una guardia di trenta uomini scelti, con avvicendamento di altri trenta) nel luogo dal quale fu asportato l’elefante, perché stia di sentinella giorno e notte e non permetta a nessuno di avvicinarsi, esclusi i giornalisti, senza mia autorizzazione scritta». «Signorsì». «Mettete agenti in borghese sui treni, sui vapori, alle stazioni ferroviarie e lungo tutte le vie di comunicazione che portano fuori di Jersey City, con ordine di perquisire tutte le persone sospette». «Signorsì».


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«Procurate a questi uomini fotografie accompagnate dall’accurata descrizione dell’elefante e date loro ordine di perquisire tutti i treni, tutti i traghetti e altre imbarcazioni in partenza». «Signorsì». «Se si trova l’elefante, fatelo catturare e informatemene per telegramma». «Signorsì». «Fate avere alla polizia portuale l’ordine di mettere pattuglie di vigilanza agli approdi». «Signorsì». «Mandate agenti in borghese lungo tutte le linee ferroviarie, verso il nord fino al Canada, verso il sud fino a Washington». «Signorsì». «Mettete in tutti gli edifici telegrafici degli esperti che ascoltino tutte le comunicazioni; e dite loro di esigere l’interpretazione di tutti i messaggi cifrati». «Signorsì». «Che tutte queste cose vengano fatte con la massima segretezza; badate, con la più impenetrabile segretezza». «Signorsì». «Venite a rapporto da me alla solita ora». «Signorsì». «Andate!» «Signorsì». E se ne andò. L’ispettore Blunt rimase un istante silenzioso e sovrappensiero, mentre il fuoco dei suoi occhi si andava raffreddando e spegnendo. Quindi si rivolse a me e disse con voce placida: «Non ho il vizio di vantarmi… non è nelle mie abitudini, ma… troveremo l’elefante». Gli strinsi la mano con calore e lo ringraziai; ed erano ringraziamenti sentiti, i miei. Più vedevo quell’uomo, e più mi piaceva e più lo ammiravo, e mi stupivo dei meravigliosi misteri della sua professione. Poi ci separammo, per quella notte; e andai a casa con un cuore assai più felice di quello che avevo portato con me nel suo ufficio.

II Il mattino seguente era tutto quanto sui giornali e con i più minuti particolari. C’erano anche delle aggiunte che consistevano nelle «teorie» dell’agente Tizio e dell’agente Caio e dell’agente Sempronio sul come era stato eseguito il furto e chi erano i ladri e dove erano fuggiti col bottino. Ce n’erano undici, di quelle teorie, e comprendevano tutte le possibilità; e questo fatto basta da solo a dimostrare l’indipendenza di pensiero degli agenti investigativi. Non c’erano due teorie eguali, e neppure due che si assomigliassero, salvo in un impressionante particolare, nel quale, anzi, tutte e undici le teorie erano per-


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fettamente concordi. E cioè, che, malgrado che la parte posteriore del mio fabbricato fosse crollata e l’unica porta fosse rimasta chiusa a chiave, l’elefante non era stato asportato attraverso la breccia, ma per qualche altro ignoto passaggio. Tutti d’accordo affermavano che gli autori del furto avevano aperto la breccia soltanto per mettere gli agenti su di una falsa traccia. Forse a me o a un altro profano1 questo non sarebbe mai venuto in mente, ma gli agenti non si erano fatti trarre in inganno neanche per un momento. Per cui, l’unica cosa che, secondo me, non aveva in sé nulla di misterioso, era proprio quella che mi avrebbe portato fuori strada. Tutte e undici le teorie facevano i nomi dei supposti ladri, ma non ce n’erano due che facessero i nomi dei medesimi ladri; talché il totale delle persone sospettate era di trentasette. Tutti i vari resoconti dei giornali si chiudevano con l’opinione più importante di ogni altra, quella dell’ispettore Blunt. Una parte della dichiarazione del quale suonava così: «Il capo sa chi sono i due caporioni2, vale a dire: Mattone Duffy e McFadden il Rosso. Già dieci giorni prima che fosse eseguito il furto, egli sapeva che esso sarebbe stato tentato, e, in silenzio, aveva proceduto a far pedinare i due famigerati malviventi; ma, purtroppo, la notte in questione ne furono perdute le tracce, e, prima che venissero ritrovate, l’uccello, cioè l’elefante, era volato via. Duffy e McFadden sono i due più audaci malfattori professionisti; il capo ha ragioni per credere che siano stati loro a rubare la stufa dal quartier generale della polizia, in una rigida notte dell’inverno scorso; in conseguenza di che, prima del mattino, il capo e tutti gli agenti presenti erano già nelle mani del dottore, alcuni con i piedi congelati, altri con congelazioni alle dita delle mani, agli orecchi e ad altre membra». Nel leggere la prima metà dell’articolo, fui più che mai sbalordito dalla meravigliosa sagacia di quell’uomo singolare. Non solo egli vedeva con occhio limpido tutto ciò che c’era nel presente, ma neppure il furto gli era nascosto. Andai al suo ufficio per tempo, e dissi che non potevo fare a meno di rammaricarmi che non avesse fatto arrestare quegli uomini, prevenendo in tal modo tanti guai e tanta perdita; ma la sua risposta fu semplice e categorica: «Non è nostra mansione il prevenire il delitto, bensì il punirlo. E non lo possiamo punire finché non è stato commesso». Osservai che la segretezza con cui avevamo iniziato era stata guastata dai giornali; non solo tutti i dati di fatto, ma anche tutti i nostri piani e i nostri fi-

1 profano: inesperto, non competente. Derivato dal latino profanus, composto da pro ‘davanti’ + fanum ‘tempio, luogo sacro’; quindi ‘che sta fuori del sacro recinto’, da cui ‘estraneo a ciò che è sacro’ e per estensione ‘non competente in qualcosa’. 2 caporioni: capobanda, boss di una banda di malviventi.


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ni erano stati svelati; erano perfino stati fatti i nomi delle persone sospette; ormai queste si sarebbero senza dubbio travestite o si sarebbero nascoste. «Lasci fare. Si accorgeranno che, quando sarò pronto, la mia mano scenderà su di loro, nei loro segreti rifugi, infallibile come la mano del fato. Quanto ai giornali, bisogna mantenersi a contatto con loro. Fama, reputazione, l’esser costantemente nominato in pubblico… tutto questo è il pane quotidiano dell’agente investigativo. Bisogna che questo divulghi i dati di fatto, altrimenti la gente crederà che non ne abbia in mano nessuno; bisogna che divulghi la sua teoria, perché non c’è nulla che sia tanto strano e che faccia tanta impressione quanto la teoria di un agente investigativo, e nulla gli attira altrettanto ammirato rispetto; bisogna che divulghiamo i nostri piani perché i giornali insistono per averli e noi non li potremmo rifiutare senza offesa. Bisogna che mostriamo continuamente al pubblico quello che facciamo, altrimenti la gente crederà che non facciamo nulla. È molto più piacevole far dire a un giornale: “L’ingegnosa e straordinaria teoria dell’ispettore Blunt è la seguente”, anziché fargli dire delle cose dure o, peggio, sarcastiche1». «Vedo la forza del suo ragionamento. Ma in una parte delle sue osservazioni pubblicate nei giornali di stamani, ho notato che ella ha rifiutato di dire la sua opinione su di un certo punto di secondaria importanza». «Sì, facciamo sempre così; fa bell’effetto. E poi, non mi ero formato nessuna opinione su quel punto». Depositai presso l’ispettore una considerevole somma per far fronte alle spese vive, e mi sedetti in attesa di notizie. Ormai ci aspettavamo l’arrivo dei telegrammi da un momento all’altro. Nel frattempo rilessi i giornali, e anche la nostra circolare con i connotati, e notai che il nostro premio di venticinquemila dollari era stato offerto solamente agli agenti. Dissi che secondo me avrebbe dovuto essere offerto a chiunque acchiappasse l’elefante. L’ispettore rispose: «Saranno gli agenti a trovare l’elefante, quindi il compenso toccherà a chi deve toccare. Se un’altra persona troverà l’animale, sarà soltanto perché avrà tenuto d’occhio gli agenti, avrà approfittato di indizi e di tracce rubate a loro, e quindi sarebbero sempre gli agenti ad avere diritto al premio. La giusta funzione di una ricompensa è di agire da stimolo sugli uomini che dedicano il proprio tempo e la propria esperta sagacia2 a questo genere di lavoro, e non di elargire benefici a cittadini qualsiasi che compiono una cattura inciampandoci sopra, senza aver guadagnato i benefici stessi col proprio merito e con le proprie fatiche». Questo era più che ragionevole, in verità. A quel punto la macchina del telegrafo nell’angolo cominciò a ticchettare e ne risultò il seguente dispaccio:

1 sarcastiche: pungenti, sprezzanti. 2 sagacia: acume, capacità di leggere intelligentemente una situazione. Dal latino sagire ‘avere buon fiuto’.


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Flower Station, N.Y. Ore 7.30. Scoperto indizio. Stop. Trovato fila orme profonde che traversano fattoria qua vicino. Stop. Seguitele per due miglia senza risultato; credo elefante andato verso ovest. Stop. Pedinerollo tale direzione. Stop. Darley, agente «Darley è uno degli uomini migliori delle forze di polizia», asserì l’ispettore. «Avremo altre notizie da lui, fra non molto». Arrivò il telegramma n. 2: Barker’s, N.J. Ore 7.40. Appena arrivato. Stop. Vetreria scassinata nottetempo, asportato ottocento bottiglie. Stop. Unica acqua in grande quantità da queste parti trovasi a cinque miglia distanza. Stop. Dirigerommi colà. Stop. Elefante avrà sete. Stop. Bottiglie erano vuote. Stop. Barker, agente «Anche questo promette bene», osservò l’ispettore. L’avevo detto che i gusti gastronomici di questa creatura non sarebbero stati cattivi indizi. Telegramma n. 3: Taylorville, L.I. Ore 8.15. Pagliaio questi paraggi scomparso nottetempo. Stop. Probabilmente mangiato. Stop. Trovato indizio et parto. Stop. Hubbard, agente «Come si sposta!» disse l’ispettore. «Sapevo che avevamo per le mani un’impresa difficile. Ma lo acchiapperemo lo stesso». Flower Station, N.Y. Ore 9. Seguite tracce per tre miglia ovest. Stop. Incontrato contadino che dice non sono orme elefante. Stop. Dice sono buche dove sradicato alberelli per fare pergolato quando terreno era gelato inverno scorso. Stop. Mandate istruzioni. Stop. Darley, agente «Ah, ah! Un complice dei ladri; l’affare si fa scottante», dichiarò l’ispettore. Poi dettò il seguente telegramma per Darley: Arrestate uomo et costringetelo fare nomi suoi compari. Stop. Continuate ad seguire tracce fino ad Pacifico, se necessario. Stop. Capo Blunt Altro telegramma:


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Coney Point, Pa. Ore 8.45. Esattoria gas scassinata et tre mesi bollette non pagate asportate. Stop. Trovato indizio et parto. Stop. Murphy, agente «Giusto cielo!» esclamò l’ispettore. «Non mangerà mica le bollette del gas?». «Per ignoranza… sì; ma non possono dar sostentamento. Per lo meno, non da sole». Allora giunse questo emozionante telegramma: Ironville, N.Y. Ore 9.30. Giunto ora. Stop. Villaggio costernato. Stop. Elefante passato qui stamattina ore cinque. Stop. Alcuni dicono diretto ad est, altri ad ovest, altri ad nord, altri ad sud, ma tutti dicono non aspettato di vedere con precisione. Stop. Elefante ucciso cavallo. Stop. Assicuratomi pezzo cavallo per indizio. Stop. Uccisolo con proboscide. Stop. Da stile di colpo sembrami colpo mancino. Stop. Da posizione cavallo parmi elefante abbia proseguito direzione nord lungo linea ferroviaria Berkley. Stop. Ha quattro ore et mezzo di vantaggio; ma parto su sue tracce ad istante. Stop. Hawes, agente Lanciai un’esclamazione di gioia. L’ispettore era impassibile come fosse stato dipinto. Con calma, toccò il campanello. «Alarico, manda qui il capitano Burns». Burns comparve. «Quanti uomini avete a immediata disposizione?» «Novantasei, signor ispettore». «Mandateli immediatamente verso il nord. Fateli concentrare lungo la linea ferroviaria di Berkley, a nord di Ironville». «Signorsì». «Fateli agire con la massima segretezza. Non appena altri uomini saranno liberi, tratteneteli a disposizione». «Signorsì». «Andate!» «Signorsì!» Di lì a poco arrivò un altro telegramma: Sage Corners, N.Y. Ore 10.30. Appena giunto. Stop. Elefante passato qui ore 8.15. Stop. Tutti fuggiti da città eccetto metropolitano1. Stop. Secondo apparenze, elefante non diretto colpo ad metropolitano ma ad lampione. Stop. Presi entrambi. Stop. Assicuratomi pezzo metropolitano per indizio. Stop. Stumm, agente 1 metropolitano: patriarca metropolita, cioè arcivescovo di una provincia ecclesiastica.


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«Dunque, l’elefante ha girato a ovest», disse l’ispettore. «Comunque, non sfuggirà, perché i miei uomini sono scaglionati per tutta la regione». Il telegramma seguente diceva: Glover’s. Ore 11.15. Appena giunto. Stop. Villaggio deserto, eccetto vecchi et ammalati. Stop. Elefante traversatolo tre quarti ora fa. Stop. Era in corso seduta plenaria di comitato anti-temperanza; elefante messo proboscide ad finestra et innaffiato comitato con acqua cisterna. Stop. Alguni trangugiata, poi morti; parecchi annegati. Stop. Agenti Cross et O’Saughnessy passati per città ma in direzione sud, quindi mancato elefante. Stop. Intera regione raggio molte miglia preda terrore. Stop. Gente fugge da case. Stop. Ovunque si voltino incontrano elefante et molti restano uccisi. Stop. Brant, agente Stavo lì lì per spargere lacrime, tanto quella strage mi angosciava. Ma l’ispettore si contentò di dire: «Vedete, stiamo per accerchiarlo. Sente la nostra presenza; ha voltato di nuovo verso l’est». Ma altre nuove perturbanti ci erano riservate. Il telegrafo recò questo messaggio: Hogansport. Ore 12.19. Appena giunto. Stop. Elefante passato mezz’ora fa creando panico et sensazione. Stop. Elefante infuriato per vie; due idraulici passanti, uno ucciso, altro scampato. Stop. Cordoglio generale. Stop. O’Flaherty, agente «Ora è proprio in mezzo ai miei uomini», disse l’ispettore. «Nulla più può salvarlo». Poi ci fu un succedersi di telegrammi da parte di tutti gli agenti sparpagliati fra il New Jersey e la Pennsylvania, che seguivano indizi consistenti in saccheggi di granai, di fabbriche e di biblioteche domenicali, con grandi speranze… speranze che erano quasi certezza, a dire il vero. L’ispettore osservò: «Vorrei potermi mettere in comunicazione con loro e dar l’ordine di andare verso il nord, ma è impossibile. Un agente va all’ufficio postale soltanto per mandare il suo rapporto, poi riparte e non si sa dove andare a pescarlo». Allora arrivò il seguente dispaccio: Bridgeport, Cr. Ore 12.15. Barnum offre pagamento dollari quattromila annui per esclusività usare elefante come mezzo pubblicità ambulante da ora finché agenti lo troveranno. Stop. Vuole appiccicarci striscioni circo equestre. Stop. Desidera risposta immediata. Stop. Bogos, agente


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«Questa è una vera assurdità!» esclamai. «Naturalmente», convenne l’ispettore. «Evidentemente, il signor Barnum, che si crede tanto furbo, non mi conosce; ma io sì che lo conosco». Quindi dettò la sua risposta al messaggio: Offerta signor Barnum respinta. Stop. Settemila dollari od niente. Stop. Capo Blunt «Ecco fatto. Non dovremo aspettar molto la risposta. Il signor Barnum non è a casa, è all’ufficio telegrafico. È il suo sistema, quando ha affari da trattare. Entro tre…» FATTO. STOP. P.T. Barnum C’interruppe ticchettando l’apparecchio del telegrafo. Prima che io potessi fare un commento su quell’episodio straordinario, il seguente messaggio incanalò i miei pensieri in una direzione diversa e molto preoccupante. Bolivia, N.Y. Ore 12.30 Elefante giunto qui da nord e diretto verso foresta ore 11.50 disperdendo un funerale strada facendo et diminuendo di due numeri di componenti corteo. Stop. Cittadini sparategli alcune palle di cannone piccolo calibro poi fuggiti. Stop. Agente Burke et io giunti dieci minuti dopo da nord, ma scambiati alcuni scavi per orme, et così perduto parecchio tempo; ma finalmente raggiunta giusta traccia et seguitala fino ad boschi. Stop. Quindi, postici carpone et continuando ad tenere attentamente occhio traccia, la seguimmo fino dentro sottobosco. Stop. Burke era avanti. Stop. Disgraziatamente, animale si era fermato ad riposare; perciò Burke, intento ad seguire traccia ad testa bassa, urtò contro zampe di elefante, prima di accorgersi di sua vicinanza. Stop. Burke balzò in piedi ad istante, afferrò coda et esclamò con gioia: «Reclamo la ri…», ma non proseguì, perché un colpo enorme proboscide stese ad terra morti frammenti di valoroso. Stop. Fuggii ad retroguardia et elefante si voltò et mi pedinò fino ad limitare di bosco, ad velocità folle, et io sarei stato inevitabilmente perduto, se provvidenzialmente non fossero intervenuti avanzi di funerale ad distrarre sua attenzione. Stop. Apprendo ora che di quel funerale nulla est rimasto; ma non est gran perdita, perché esiste abbondante materiale per farne altro. Stop. Intanto, elefante est scomparso altra volta. Stop. Mulrooney, agente Non ricevemmo altre notizie, se non dai diligenti e fiduciosi agenti sparsi per il New Jersey, la Pennsylvania, il Delaware e la Virginia, i quali seguiva-


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no tutti freschi e incoraggianti indizi, fino a poco dopo le due del pomeriggio, quando giunse il telegramma seguente: Baxter Center. Ore 14.15. Elefante stato qui coperto di striscioni circo equestre et interrotta riunione religiosa danneggiando molte persone che stavano per iniziare vita di santità. Stop. Cittadini messolo in gabbia et stabiliti turni di guardia. Stop. Quando poco più tardi arrivammo, agente Brown et io entrammo in recinto et procedemmo ad identificazione elefante, mediante fotografia et descrizione. Stop. Tutti i connotati rispondevano esattamente, meno uno che non riuscimmo ad vedere: cicatrice sotto ascella. Stop. Per accertarsene, Brown strisciò sotto elefante ad guardare et immediatamente gli schizzarono fuori cervella… vale ad dire, ebbe testa schiacciata et annientata, sebbene da detriti non venisse fuori nulla. Stop. Tutti fuggirono; altrettanto fece elefante, menando colpi ad dritta et ad manca con grande efficacia. Stop. Est fuggito; ma ha lasciato tracce sangue ad causa di ferite cannone. Stop. Ritrovamento certo. Stop. Si est diretto verso sud, attraverso folta foresta. Stop. Brent, agente Questo fu l’ultimo telegramma. Sul far della notte, scese una nebbia tanto fitta che non si distinguevano gli oggetti a un metro di distanza. La nebbia durò tutta la notte. I traghetti e perfino gli omnibus1 dovettero sospendere il servizio.

III La mattina seguente i giornali erano pieni di teorie di agenti, come prima; recavano anche tutti i nostri tragici fatti con ogni particolare, più molti altri, ricevuti per telegrafo dai loro corrispondenti. Una dopo l’altra, le colonne erano occupate, per un terzo della loro lunghezza, da grossi caratteri fiammeggianti che mi faceva male al cuore leggere. Il tono generale era questo: L’ELEFANTE BIANCO A PIEDE LIBERO! AVANZA NELLA SUA MARCIA FATALE! INTERI VILLAGGI ABBANDONATI DAGLI ABITANTI IN PREDA AL PANICO! IL PALLIDO TERRORE LO PRECEDE, LA MORTE E LA DEVASTAZIONE LO SEGUONO! E, DOPO DI LORO, GLI AGENTI INVESTIGATIVI! GRANAI DISTRUTTI, FABBRICHE SVENTRATE, RACCOLTI DIVORATI, PUBBLICHE RIUNIONI DISPERSE, IL TUTTO ACCOMPAGNATO DA SCENE DI MACELLI IMPOSSIBILI A DESCRIVERSI! TEORIE DI TRENTAQUATTRO DEGLI AGENTI PIÙ ILLUSTRI DELLE FORZE DI POLIZIA! LA TEORIA DELL’ISPETTORE-CAPO BLUNT. 1 omnibus: mezzo di trasporto cittadino trainato da cavalli. Dal latino omnibus ‘per tutti’.


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«Ecco!» disse l’ispettore Blunt, che quasi tradì la propria eccitazione, «è magnifico! Questo è il più gran colpo di fortuna che sia mai toccato a un’organizzazione investigativa. La sua fama giungerà ai confini della terra e durerà fino alla consumazione dei secoli; e altrettanto sarà del mio nome». Ma per me non c’era gioia. Mi sentivo come se avessi commesso io tutti quegli atroci delitti e l’elefante non fosse che il mio agente irresponsabile. E come si era allungata la lista! In un posto, «aveva interferito in una elezione e aveva ucciso cinque votanti». A quest’atto aveva fatto seguire l’annientamento di due poveri diavoli chiamati O’Donohue e McFlannigan i quali «avevano trovato rifugio nella casa degli oppressi di ogni paese soltanto il giorno prima, ed erano in procinto di esercitare per la prima volta l’alto diritto dei cittadini americani alle urne, allorché furono abbattuti dalla mano implacabile del Flagello del Siam». In un altro posto aveva «sorpreso un predicatore invasato che preparava per la stagione ventura il suo eroico attacco al ballo, al teatro e ad altre cose che non sono in grado di replicare, e gli aveva camminato addosso». E in un altro posto ancora «aveva ucciso un rappresentante di parafulmini». E così la lista andava avanti, e si faceva sempre più atroce e sempre più scoraggiante. Sessanta persone erano state uccise e duecentocinquanta ferite. Tutti i resoconti rendevano giusta testimonianza dell’attività e della devozione degli agenti di polizia, e tutti si chiudevano con la nota che «trecentomila cittadini e quattro agenti di polizia» avevano veduto la temuta creatura e che due degli ultimi erano stati «annientati». Ora avevo paura di risentire il ticchettio del telegrafo. Di lì a poco ricominciò il diluvio dei telegrammi, ma fui felicemente deluso, quanto al loro tenore. Fu ben presto evidente che dell’elefante si era perduta ogni traccia. La nebbia gli aveva permesso di scoprire, inosservato, un buon nascondiglio. Telegrammi dai punti più assurdamente distanti riferivano che a una cert’ora era stata intravista nella nebbia un’enorme massa confusa e che si trattava «indubbiamente dell’elefante». L’enorme massa confusa era stata intravista a New Haven, nel New Jersey, in Pennsylvania, nell’interno dello Stato di New York, a Brooklyn e nel centro di New York addirittura. Ma in tutti i casi l’enorme massa oscura era svanita rapidamente e senza lasciar traccia. Ogni agente delle vaste forze di polizia sparse per l’immensa estensione di territorio mandava il suo rapporto ogni ora, e ciascuno di loro aveva un indizio e pedinava qualcosa e gli era proprio alle calcagna. Ma la giornata passò senz’altri risultati. Il giorno dopo fu lo stesso. Il giorno dopo esattamente lo stesso. Le relazioni dei giornali cominciavano a diventare monotone, con fatti che non ammontavano a nulla, indizi che non conducevano a nulla e teorie che avevano quasi esaurito gli elementi capaci di sorprendere, di dilettare e di abbagliare. Per consiglio dell’ispettore raddoppiai il premio.


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Seguirono altre quattro deprimenti giornate. Poi venne un duro colpo per i poveri agenti affaticati; i giornalisti rifiutarono di stampare le loro teorie, e dissero freddamente: «Dateci un po’ di riposo». Due settimane dopo la sparizione dell’elefante portai il premio a settantacinquemila dollari, dietro consiglio dell’ispettore. Era una grossa somma, ma sentivo che avrei preferito sacrificare il mio patrimonio, anziché perdere il mio buon nome presso il Governo. Ora che gli agenti erano nelle avversità, i giornali si rivoltarono contro di loro, e cominciarono a bersagliarli dei più pungenti sarcasmi. Questo dette uno spunto agli artisti di varietà, che si vestirono da agenti di polizia e sulla scena dettero la caccia all’elefante nei modi più stravaganti. I caricaturisti disegnarono vignette di agenti che scrutavano la campagna col telescopio, mentre l’elefante alle loro spalle rubava loro mele dalle tasche. E fecero ogni sorta di disegni ridicoli nel distintivo della polizia investigativa (lei avrà di certo quel distintivo stampato in oro sul dorso dei romanzi polizieschi) che è un occhio spalancato con il motto: «Noi non dormiamo mai». Quando gli agenti andavano a bere qualcosa, il sedicente faceto1 oste risuscitava un’espressione ormai in disuso e diceva: «Vorreste qualcosa per non dormire?». L’atmosfera era carica di sarcasmo. Ma c’era un uomo che si muoveva calmo, imperterrito, impassibile, in mezzo a tutto. Era quel cuore di quercia, l’ispettore-capo. Il suo occhio valoroso non si abbassò mai, la sua serena fiducia non vacillò mai. Diceva sempre: «Lasciate che ci burlino; ride bene chi ride ultimo». La mia ammirazione per quell’uomo crebbe fino a diventare una specie di adorazione. Ero sempre al suo fianco. Il suo ufficio era diventato per me un luogo sgradevole, e lo diveniva ogni giorno di più; ciò malgrado, se egli lo poteva sopportare, intendevo sopportarlo anch’io; per lo meno, finché mi fosse stato possibile. Per cui, ci andavo regolarmente e ci restavo; ero l’unico estraneo che ne sembrasse capace. Tutti si domandavano come facessi a resistere; e spesso mi pareva di star lì lì per disertare2, ma in quei momenti giravo lo sguardo su quel volto calmo e apparentemente inconscio, e tenevo duro. Una mattina, circa tre settimane dopo la scomparsa dell’elefante, stavo per dire che sarei stato costretto ad ammainare il vessillo e a battere in ritirata3, quando il grande investigatore arrestò il mio pensiero con la proposta di un’altra mossa superba e magistrale. Si trattava di venire a un compromesso con i rapinatori. La fertilità inventiva di quell’uomo superava qualsiasi esempio avessi mai visto, eppure ho avuto a che fare con i cervelli più fini del mondo. Disse che aveva fiducia di poter venire a un compromesso per la somma di centomila dollari, e di poter 1 sedicente faceto: che dice di essere scherzosamente arguto. 2 disertare: abbandonare, mollare la presa. 3 ammainare il vessillo e a battere in ritirata: perifrasi tratta dal linguaggio militare per dire ‘arrendersi’ (letteralmente ‘abbassare la bandiera e arretrare’).


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così recuperare l’elefante. Risposi che credevo che sarei riuscito a raggranellare la somma; ma che ne sarebbe stato dei poveri agenti che avevano lavorato con tanta fedeltà? Chiarì: «Nei compromessi, a loro tocca sempre la metà». Questo rimosse la mia unica obiezione. E allora l’ispettore scrisse due biglietti, così concepiti: Cara signora, Suo marito può guadagnare una forte somma (ed essere completamente protetto dalla legge) dandomi un appuntamento urgente. Capo Blunt Per mezzo del fattorino di fiducia ne mandò uno alla «rinomata moglie di Mattone Duffy» e l’altro alla «rinomata moglie di McFadden il Rosso». Entro un’ora giunsero queste offensive risposte: Vecio scemo, Matone McDuffy morto da due ani. Brigita Mahoney Capo Bat, Roso MCFadden è impicato e sta in celo da dici oto mesi. Tuti i somari lo sano meno i polizioti. Maria O’Holigan «Da un pezzo sospettavo tali fatti», osservò l’ispettore. «Questa testimonianza è prova dell’infallibile precisione del mio istinto». Nel momento stesso in cui veniva a mancare una risorsa, ne aveva pronta un’altra. Scrisse immediatamente un’inserzione per i giornali del mattino e io ne serbai una copia: A - xwblv.242 N.Tjnd-fz328wlmg. Ozpo-;2 m! ogw. Mum. Disse che, se il ladro era vivo, questo lo avrebbe portato al solito rendezvous1. Poi mi spiegò che il solito rendez-vous era il luogo dove si trattavano tutti gli affari fra gli agenti di polizia e i criminali. L’incontro avrebbe avuto luogo la notte seguente a mezzanotte. Fino a quel momento non si poteva far niente, e quindi io non posi tempo in mezzo, e me ne andai dall’ufficio, e fui veramente grato al cielo per un tal privilegio. Alle undici della sera seguente, portai i centomila dollari in biglietti di banca, e li depositai nelle mani del capo; e poco dopo questi si accomiatò, con 1 rendez-vous: appuntamento, incontro. Espressione francese, la cui traduzione letterale è ‘recatevi’.


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negli occhi non offuscata1 l’antica e valorosa fiducia. Un’ora quasi intollerabile si era trascinata al termine, allorché udii il grato suono del suo passo, e mi alzai boccheggiando e gli andai incontro barcollante. Come fiammeggiavano di trionfo i suoi begli occhi! Egli disse: «Abbiamo fatto il compromesso! I burloni canteranno un’altra canzone, domani! Mi segua!» Prese una candela accesa e scese giù nel vasto sottosuolo a volta dove dormivano sempre sessanta agenti e dove, in quel momento, una ventina di loro giocava a carte per ammazzare il tempo. Io lo seguivo da presso. Egli si diresse rapidamente verso il fondo della stanza, lontano e in penombra, e, proprio mentre io stavo per soccombere agli strazi della soffocazione e per cadere in deliquio2, inciampò e cadde sulle membra distese di un possente oggetto e, intanto che cadeva, lo udii esclamare. «La nostra nobile categoria trionfa! Ecco il suo elefante!» Fui trasportato di sopra nell’ufficio e richiamato in vita con acido fenico. Tutta la polizia investigativa sciamò nell’ufficio, e ne seguì una tale scena di tripudio quale mai avevo veduto prima di allora. Furono chiamati i cronisti, furono stappate bottiglie di champagne, furono fatti brindisi; le strette di mano e le congratulazioni erano entusiastiche e ininterrotte. Naturalmente, il capo era l’eroe del momento, e la sua felicità traspariva così completa (egli se l’era guadagnata con tanta pazienza, tanto merito e tanta intrepidezza), che quella vista bastava da sola a farmi felice, malgrado che io fossi ridotto un pezzente senza asilo, che l’inestimabile animale affidatomi fosse morto, che la posizione che occupavo nel servizio del mio paese fosse perduta a causa di ciò che sarebbe sempre apparso come una mia fatale trascuratezza nell’esecuzione di un grande incarico di fiducia. Molti sguardi eloquenti testimoniavano una profonda ammirazione per il capo; e molte voci di agenti mormoravano: «Guardatelo… è il re della sua categoria; dategli un indizio, non gli occorre altro; e non c’è niente di nascosto che non riesca a trovare». La ripartizione dei cinquantamila dollari causò grande piacere; quando fu finita, il capo, mettendo in tasca la sua parte, fece un discorsetto in cui disse: «Godeteli, ragazzi, perché ve li siete guadagnati; e, quel che più importa, avete guadagnato fama immortale per la categoria degli agenti investigativi». Intanto arrivò un telegramma che diceva: Monroe, Mich. Ore 22. Prima volta che trovo ufficio postale in tre settimane. Stop. Seguito impronte, a cavallo, traverso boschi, per mille miglia fin qui; et ogni giorno diventano più marcate, più grosse et più recenti. State tranquilli. Stop. Entro settimana ventura avrò elefante. Stop. Certezza assoluta. Stop. Darley, agente 1 non offuscata: non oscurata, non diminuita. Dal latino fuscus ‘fosco, nero’ col prefisso ob-. 2 cadere in deliquio: perdere i sensi. Dal latino delinquere ‘venire meno (coi sensi)’.


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Il capo ordinò tre evviva per «Darley, uno dei cervelli più fini delle forze di polizia», e quindi comandò che gli telegrafassero di tornare a casa a prendere la sua parte del premio. Così finì il meraviglioso episodio dell’elefante rubato. Il giorno dopo, i giornali erano di nuovo ben disposti e pieni di lodi, salvo una spregevole eccezione. Quel foglio diceva: «Grande è l’agente investigativo! Può darsi che sia un po’ lento a trovare un oggettino come un elefante smarrito; può darsi che gli dia la caccia tutto il giorno e che dorma con la sua carogna tutta la notte, per tre settimane; ma poi finisce col trovarlo, se riesce a convincere l’uomo che l’aveva messo via a mostrargli il posto!». Per me, il povero Hassan era perduto per sempre. Le cannonate lo avevano ferito a morte; nella nebbia, si era trascinato fino a quel luogo ostile e lì, circondato dai suoi nemici, e costantemente in pericolo di venire scoperto, aveva languito nella fame e nelle sofferenze finché la morte gli aveva portato la pace. Il compromesso mi era costato centomila dollari; le spese per le ricerche ammontarono ad altri quarantaduemila dollari. Non feci mai più domanda di un posto al servizio del Governo; sono un uomo rovinato e vado errante sulla faccia della terra, ma la mia ammirazione per quell’uomo, che ritengo il più grande agente investigativo che sia mai venuto al mondo, è intatta ancor oggi, e tale resterà sino alla fine.


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1. Quale valore ha l’elefante bianco e per quale motivo viene affidato al protagonista-narratore del racconto? 2. Qual è la prima impressione che l’ispettore suscita nel narratore? Quali suoi atteggiamenti lo convincono del suo valore? 3. L’interrogatorio è molto approfondito ma suona in qualche modo inadeguato. Perché? 4. Nei racconti polizieschi spesso la soluzione dell’enigma viene trovata dall’investigatore grazie a una capacità di osservazione inusuale. In questo racconto che caratteristiche ha il modo di indagare dell’investigatore? 5. Per quale motivo l’ispettore vuole tenere i giornali all’oscuro degli eventi? In apertura della seconda sezione tuttavia sulla stampa si trova ogni particolare dell’indagine accompagnato da un’interpretazione: come ti spieghi questa contraddizione? 6. A cosa serve nei progetti della polizia istituire un premio per il ritrovamento dell’elefante? 7. La seconda sezione del racconto racconta l’indagine sul campo. Costruisci una tabella in cui indichi dei diversi poliziotti gli spostamenti, gli indizi che trovano e come vengono smentiti o confermati. 8. Quali caratteristiche dell’elefante emergono nel racconto degli eventi? 9. Nella terza sezione il protagonista è finalmente l’elefante. Racconta oralmente ciò che accade. 10. Come finisce il racconto e come si risolve il caso? 11. Quali sono gli esiti per il protagonista? 12. Alla fine del racconto si capisce che la fiducia del protagonista nell’investigatore non era ben riposta. Di cosa avrebbe dovuto insospettirsi durante lo svolgersi dell’indagine? Scrivi un testo per sottoporre la tua risposta al giudizio dei compagni. 13. Racconta una tua giornata imitando lo stile giornalistico della III sezione, cercando di convincere il lettore ora della bontà della situazione, ora della sua gravità. 14. Il racconto può essere considerato anche nel suo intento di fare una parodia di alcuni generi narrativi, linguaggi e stili dei mezzi di comunicazione. La parodia è l’imitazione di un’opera con l’intento di far ridere e di criticare alcuni suoi aspetti. Quali aspetti vengono parodiati e attraverso quali strategie? Con l’aiuto del docente costruisci una tabella in cui raccogli gli elementi utili per rispondere alla domanda in un testo espositivo.


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MARK TWAIN Il biglietto da un milione di sterline Quando avevo ventisette anni, ero impiegato da un agente di cambio in una società mineraria a San Francisco, ed ero un esperto in tutti i particolari del traffico di borsa. Ero solo al mondo e non avevo nulla su cui fare affidamento, all’infuori del mio talento e di una reputazione senza macchia; doti che mi avevano posto il piede sulla via della fortuna a venire, talché io ero soddisfatto della prospettiva. Il sabato, dopo l’apertura pomeridiana, ero padrone del mio tempo, e avevo l’abitudine di passarlo nella baia, con una barchetta a vela. Un giorno mi avventurai troppo lontano e fui trascinato al largo; ma proprio sul far della notte, quando avevo ormai quasi perduto ogni speranza, fui raccolto da un piccolo due alberi che faceva rotta per Londra. Fu una traversata lunga e burrascosa, e, in cambio del passaggio, mi fecero lavorare senza paga, come un comune marinaio. Quando sbarcai a Londra, i miei panni erano malconci e sbrindellati e avevo soltanto un dollaro in tasca; il qual denaro mi dette vitto e alloggio1 per ventiquattr’ore. Durante le ventiquattr’ore che seguirono, rimasi perciò senza vitto e senza alloggio. Verso le dieci del mattino successivo, avvilito e affamato, mi trascinavo per Portland Place, allorché un bambino, che passava rimorchiato da una bambinaia, scagliò una grossa e succulenta pera (meno un morso) nel rigagnolo. Mi fermai, naturalmente, con lo sguardo cupido2 fisso su quel tesoro infangato: avevo l’acquolina in bocca, lo stomaco bramoso, tutto l’essere mio implorante. Ma, ogni volta che facevo l’atto di prenderla, l’occhio di un passante scopriva il mio proposito3, e allora, si capisce, io mi raddrizzavo e prendevo un’aria indifferente, fingendo di non aver pensato affatto alla pera. Ogni volta si ripeteva la stessa storia, né io riuscivo a prendere la pera. Ed ero proprio sul punto di cedere alla disperazione e di sfidare ogni vergogna e di afferrare la pera, quando una finestra dietro di me si aperse e un signore si affacciò e disse: «Venite dentro, per favore». Mi fu aperto da un pomposo servitore in livrea4, e fui fatto entrare in una sala sontuosa dove sedevano due anziani signori. Questi mandarono via il servitore e mi fecero accomodare. Avevano appena finito di far colazione, e per poco io non rimasi sopraffatto dalla vista degli avanzi; a stento riuscii a

1 vitto e alloggio: nutrimento e abitazione. 2 cupido: fortemente desideroso. 3 proposito: volontà decisa, decisione. 4 livrea: divisa della servitù. In origine, veste del seguito di nobili e regnanti con i colori e lo stemma della casa. Dal francese antico livrée ‘fornita, consegnata’ (sottinteso robe ‘veste, abito’).


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tenere insieme i miei sensi di fronte al cibo, ma siccome non mi fu offerto di assaggiarlo, dovetti sopportare le mie pene alla men peggio. Ora, poco tempo prima, era accaduta lì una cosa che io venni a sapere solo parecchi giorni più tardi, ma che subito vi dirò: quei due anziani fratelli avevano avuto, un paio di giorni avanti, una discussione piuttosto animata, e avevano finito col decidere, di comune accordo, di concluderla con una scommessa, il che è la maniera inglese di sistemare ogni cosa. Vi ricordate che una volta la Banca d’Inghilterra emise due biglietti da un milione di sterline l’uno, con uno scopo speciale: dovevano servire per una certa transazione1 di affari con un paese straniero. Per una ragione o per l’altra, soltanto uno di quei biglietti era stato usato ed annullato; l’altro si trovava tuttora nei sotterranei della banca. Ebbene, avvenne che i due fratelli, chiacchierando fra loro, si domandassero quale sarebbe stata la situazione di uno straniero perfettamente onesto e intelligente, che si fosse trovato alla deriva a Londra, senza un amico e senza altro denaro all’infuori di quel biglietto da un milione di sterline, sprovvisto, però, della possibilità di spiegare come ne era venuto in possesso. Il fratello A diceva che sarebbe morto di fame; il fratello B diceva di no. Il fratello A diceva che lo straniero non avrebbe potuto presentarlo, né a una banca, né in nessun altro posto, perché sarebbe stato arrestato su due piedi. E così era seguita la disputa, finché il fratello B aveva detto che avrebbe scommesso ventimila sterline che quell’uomo avrebbe vissuto un mese «in un modo o nell’altro» con quel milione e che sarebbe riu­ scito a restar fuori di galera. Il fratello A aveva accettato la scommessa. Il fratello B era andato in banca e aveva acquistato il biglietto; da vero inglese, come vedete; un fegato a tutta prova2. Poi aveva dettato una lettera che uno dei suoi segretari aveva ricopiato in bella scrittura rotonda, e quindi i due fratelli se n’erano restati seduti alla finestra una giornata intera in attesa dell’uomo adatto a cui darla. Avevano visto passare molte facce oneste che non erano abbastanza intelligenti; molte che erano intelligenti, ma non abbastanza oneste; molte che erano l’uno e l’altro, ma i cui proprietari non erano abbastanza poveri o, se poveri abbastanza, non erano stranieri: c’era sempre stato qualcosa di difettoso. Finalmente ero passato io; e tutti e due d’accordo aveva deciso che io possedevo tutti i requisiti e mi avevano quindi eletto all’unanimità3. E ora io ero lì in attesa di sapere perché ero stato chiamato. Cominciarono a farmi domande sulla mia persona e ben presto appresero tutta la mia storia, e mi dissero che rispondevo al loro scopo. Afferrai che ne ero sinceramente lieto e chiesi quale fosse codesto scopo. Allora uno dei due mi porse una lettera e mi assicurò che avrei trovato la spiegazione lì dentro. 1 transazione: accordo, operazione commerciale. 2 un fegato a tutta prova: in senso figurato, un coraggio, una temerarietà a prova di tutto. 3 all’unanimità: locuzione avverbiale, concordemente, senza nessun parere sfavorevole o voto contrario.


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Stavo per aprirla, ma quello disse che no, che la portassi al mio alloggio e la esaminassi con attenzione, senza procedere né da frettoloso né da avventato1. Ero perplesso, e avrei voluto discutere la cosa ancora un po’, ma quelli non vollero; e così mi accomiatai2, sentendomi offeso e umiliato per essere stato fatto segno a3 quella che aveva tutta l’aria di una burla, e per essere obbligato a rassegnarmi, non trovandomi in condizione di potermi risentire4 di un affronto fattomi da persone ricche e potenti. Ormai avrei raccolto la pera e l’avrei mangiata in presenza del mondo intero, ma essa era sparita; e così l’avevo perduta, per via di quel malaugurato affare; il qual pensiero non addolcì certo i miei sentimenti verso quegli uomini. Non appena non fui più in vista della casa, apersi la busta e vidi che conteneva del denaro! La mia opinione di quegli uomini cambiò, ve lo dico io! Non persi un istante, ficcai biglietto e denaro nella tasca del gilè, e spiccai il galoppo fino alla più vicina trattoria a buon mercato. Ah, come mangiai! Quando finalmente non potei contenere più nulla, tirai fuori il mio denaro e lo spiegai, gli detti un’occhiata, e per poco non svenni. Cinque milioni di dollari5! Perbacco, mi girava la testa. Credo di essere rimasto lì a sedere stordito, a battere le palpebre davanti a quel biglietto, non meno di un minuto, prima di riavermi del tutto. La prima cosa di cui mi accorsi, allora, fu l’oste: aveva gli occhi fissi sul biglietto e sembrava di sasso. Era in adorazione, con tutto il corpo e tutta l’anima; ma sembrava incapace di muover mano o piede. Afferrai a volo la mia parte, e feci l’unica cosa logica da fare. Gli tesi il biglietto e dissi, con noncuranza: «Mi dia il resto, per favore». Queste parole lo restituirono al suo stato normale, ed egli mi fece mille scuse per non essere in grado di cambiare il biglietto; né trovai il modo di farglielo toccare. Lo voleva guardare e continuare a guardarlo; pareva che non riuscisse a pascersene6 quanto bastasse a spegnere la sete dei suoi occhi; ma si ritraeva dal toccarlo, quasi esso fosse stato qualcosa di troppo sacro perché un povero essere di volgare argilla potesse maneggiarlo. Io dissi: «Mi rincresce di dar disturbo, ma sono costretto a insistere. Per favore mi dia il resto. Non ho altro». Ma egli rispose che ciò non aveva importanza alcuna; era dispostissimo a lasciare in sospeso quella piccolezza fino alla prossima volta. Obiettai che poteva anche darsi che non ripassassi da quelle parti per parecchio tempo; ma egli affermò che non faceva nulla, che poteva aspettare e che, inoltre, io

1 avventato: chi agisce in modo avventato, senza riflessione, con leggerezza. 2 accomiatai: mi allontanai salutando, mi congedai. 3 essere stato fatto segno a: essere stato oggetto di. 4 risentire: reagire ad atti e comportamenti ritenuti ingiusti e offensivi. 5 cinque milioni di dollari: ai tempi l’equivalente nella moneta statunitense di un milione di sterline. 6 pascersene: saziarsene, soddisfare completamente l’appetito di quella.


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potevo ordinare tutto quello che volevo, in qualunque momento credessi, e lasciare il conto aperto per tutto il tempo che mi paresse. Disse che sperava bene di potersi fidare di un signore tanto ricco, anche se d’indole burlona, facendogli piacere di giocare tiri al pubblico col vestirsi a quel modo. Intanto stava entrando un altro cliente, e l’oste mi fece segno di celare il fenomeno1 agli altrui sguardi; poi mi accompagnò a furia d’inchini fino alla porta, e io mi diressi dritto dritto alla volta di quella casa e di quei fratelli per rettificare2 l’evidente errore da loro commesso, prima che la polizia mi scovasse e mi aiutasse a farlo. Ero un po’ nervoso; anzi, ero parecchio impaurito, a dire il vero, sebbene, si capisce, io non avessi nessuna colpa; ma conoscevo abbastanza gli uomini per sapere che, quando si accorgono di aver dato a un vagabondo un biglietto da un milione mentre credevano di avergliene dato uno da una sterlina, vanno su tutte le furie contro di lui, invece di pigliarsela con la propria miopia, come dovrebbero. Nelle vicinanze della casa il mio eccitamento cominciò a placarsi, poiché lì tutto era tranquillo, il che mi fece sentire abbastanza sicuro che l’equivoco non era stato ancora scoperto. Suonai. Comparve lo stesso servitore. Chiesi di quei signori. «Sono partiti». Questo, detto con l’aria fredda e altezzosa, propria di certa razza di gente. «Partiti? Per dove?» «Per un viaggio». «Ma in che luogo?» «Sul continente credo». «Sul continente?» «Sissignore». «Ma da che parte… per che via?» «Non lo posso dire, signore». «Quando torneranno?» «Fra un mese, hanno detto». «Un mese! Ma è terribile! Datemi almeno un’idea di come mettermi in comunicazione con loro. È una cosa della massima importanza». «Non posso proprio. Non ho idea di dove siano andati, signore». «Allora bisogna che veda qualcuno della famiglia». «La famiglia è via, signore. È all’estero da mesi. In Egitto e in India, credo». «Giovanotto, è stato fatto uno sbaglio enorme. Torneranno prima di sera. Volete dir loro che io sono stato qui e che continuerò a venire finché l’errore sia stato rettificato, e che non abbiano paura?»

1 fenomeno: fatto, oggetto o persona singolare fuori del comune, che desta meraviglia per qualità eccezionali. 2 rettificare: correggere, fare in modo che torni all’aspetto di linea retta. Dal latino, composto da rectus ‘dritto’ + facĕre ‘fare’.


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«Lo dirò, se torneranno, ma non li aspetto. Hanno detto che lei sarebbe tornato entro un’ora a chiedere informazioni, ma che io dovevo dirle che andava tutto bene e che saranno qui puntualmente e che l’aspetteranno». E così dovetti rinunziarci e andarmene. Che enigma era tutto quanto! Stavo per perderci la testa. Sarebbero tornati «puntualmente». Che cosa poteva significare? Oh, forse la lettera lo spiegava. Mi ero dimenticato la lettera; la tirai fuori e la lessi. Ecco quel che diceva: Voi siete un uomo onesto e intelligente, come si vede dalla vostra faccia. Ci sembrate povero e straniero. Qui acclusa1 troverete una somma di denaro. Vi viene data in prestito per un mese, senza interessi. Ripresentatevi a questa casa allo spirare del termine. Ho fatto una scommessa su di voi. Se la vinco, avrete qualsiasi impiego che sia in mio potere darvi; vale a dire, qualsiasi impiego di cui vi sappiate mostrare pratico e all’altezza. Né firma, né indirizzo, né data. Eccomi in un bel pasticcio! Voi siete stati ampiamente informati di tutti i precedenti; ma io non sapevo nulla. Per me, non era che un profondo, oscuro mistero. Non avevo la minima idea di qual gioco si trattasse, né se si intendeva procurarmi un danno o una gentilezza. Andai in un giardino pubblico e mi misi a riflettere sulla miglior cosa da farsi. Al termine di un’ora, i miei sentimenti si erano cristallizzati nel seguente verdetto: «Forse questi uomini hanno buone intenzioni verso di me, forse no; non c’è modo di saperlo… quindi, lasciamo fare. Hanno per le mani un gioco, o un piano, o un esperimento, o qualcosa del genere; impossibile sapere con precisione di che si tratta… quindi, lasciamo andare. Su di me c’è una scommessa; impossibile venire a sapere che scommessa è… perciò, lasciamo andare. Così eliminate le quantità indeterminate, il rimanente della questione è tangibile2, solido e può venire classificato e definito con sicurezza. Se io vado alla Banca d’Inghilterra a chiedere di versare questo biglietto a credito della persona cui appartiene, la banca lo farà, perché la conosce, anche se non la conosco io, ma mi domanderà come ne sono venuto in possesso; e se dico la verità mi metteranno al manicomio, com’è naturale; e una bugia mi porterebbe dritto dritto in galera. Otterrei lo stesso risultato ovunque cercassi di cambiare il biglietto, o se tentassi di prendere denaro a prestito offrendolo per garanzia. Bisogna che mi porti dietro questo immane3 fardello, che io lo voglia o no, fino al ritorno di quella gente. A me è inutile, inutile quanto un

1 acclusa: tenuta insieme, chiusa dentro. 2 tangibile: che si può toccare, percepire col tatto. Dal latino tangĕre ‘toccare’. 3 immane: smisurato. Dal latino, composto da in-, con valore negativo, e manus ‘buono’.


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pugno di cenere, e nondimeno1 debbo custodirlo e sorvegliarlo, mentre vado mendicando per vivere. Non potrei regalarlo, neppure se ci provassi, perché né un cittadino onesto, né un brigante da strada lo accetterebbe, né vorrebbe averci a che fare, per nulla al mondo. Quei due fratelli sono al coperto. Anche se io perdo il biglietto o lo brucio, sono sempre al coperto, perché possono mettere il fermo al pagamento, e la banca li rifonderà; ma intanto io devo passare un mese di patimenti2 senza paga e senza profitto… a meno di aiutare a vincere questa scommessa, qualunque sia, e procurarmi l’impiego che mi è stato promesso. Il che mi piacerebbe proprio; questo tipo di gente ha sempre a disposizione impieghi che vale la pena di farsi dare». Cominciai a pensare un bel po’ a quell’impiego. Le mie speranze si sollevarono a grande altezza: senza dubbio, lo stipendio sarebbe stato forte; l’assunzione avrebbe avuto luogo entro un mese; e per il futuro sarei stato a posto. Ben presto mi sentii tutto arzillo3. Nel frattempo avevo ripreso a vagabondare per le vie. La vista di un negozio di sarto destò in me un acuto desiderio di buttar via i miei cenci e di vestirmi di nuovo decentemente: ma potevo permettermelo? No. Non avevo nulla al mondo, all’infuori di un milione di sterline. Perciò mi costrinsi a proseguire. Ben presto, tuttavia, tornai a girellare lì intorno: la tentazione mi tormentava in modo crudele: credo di essere passato e ripassato sei volte davanti a quel negozio, durante quella pugna4 virile. Ma alla fine cedetti; dovetti cedere. Chiesi se avevano un vestito mal riuscito che fosse rimasto invenduto. Il tipo a cui mi ero rivolto accennò col capo a un altro tipo, e non mi dette risposta. Andai dal tipo indicatomi, e questi accennò col capo a un terzo tipo, senza far parola. Andai da quell’altro, e quello disse. «La servo fra un momento». Aspettai che finisse di far ciò che stava facendo; poi mi condusse in un retrobottega, dove esaminò una catasta di abiti rifiutati, e scelse per me il più meschino5. Me lo infilai. Non mi andava bene e non era niente di bello, ma era nuovo e io mi sentivo ansioso di averlo; così, non trovai nulla da ridire e balbettai con una certa titubanza6: «Mi farebbe molto comodo se poteste aspettare qualche giorno per il pagamento. Non ho spiccioli7 in tasca». Il tipo mise su un’espressione delle più sarcastiche, e disse:

1 nondimeno: eppure, malgrado ciò. 2 patimenti: dolori, sofferenze. Dal latino pati ‘sopportare, permettere, soffrire’. 3 arzillo: vispo, allegro e vivace. 4 pugna: combattimento, battaglia. 5 meschino: misero, povero, inadeguato (anche riferito a persona: infelice, sventurato). Dall’arabo miskīn ‘povero, indigente’. 6 titubanza: incertezza, indecisione. 7 spiccioli: monete e banconote di basso valore.


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«Oh, non ha spiccioli? Be’, me lo figuravo. Mi sarei, però, anche figurato che un signore come lei avesse in tasca forti somme». Mi sentii punto sul vivo1, e dissi: «Amico mio, non dovreste sempre giudicare gli stranieri dai vestiti che portano. Sono perfettamente in grado di pagare questo vestito. Desideravo semplicemente non darvi il disturbo di cambiare un biglietto di grosso taglio». A queste parole, quello modificò un pochino il suo stile e osservò, sebbene ancora con un certo sussiego2: «Non intendevo dir nulla di male; ma, giacché lei mi fa un’osservazione, potrei anche dire che non era precisamente affar suo il balzare alla conclusione che noi non potessimo cambiare qualsiasi biglietto che ella si trovi ad avere in tasca. Al contrario, possiamo benissimo». Gli porsi il biglietto e dissi: «Oh, benone; chiedo scusa». Egli lo accolse con un sorriso, uno di quei sorrisi che fanno tutto il giro della faccia e che contengono pieghe e grinze e spirali e che somigliano al punto dove si è buttato un mattone in una vasca; e poi, nell’atto di dare un’occhiata al biglietto, quel sorriso si congelò e si solidificò e diventò giallo e prese l’aspetto di una colata di lava, tutte a ondine e vermiciattoli, che si trovano indurite a straterelli sulle pendici del Vesuvio. Mai avevo veduto prima d’allora un sorriso immobilizzato e perpetuato a quel modo. L’uomo stava lì, col biglietto in mano e con l’aria che ho detto, quando il proprietario si avvicinò frettolosamente per vedere cosa c’era, e disse con vivacità: «Be’, che succede? Cosa succede? Cosa manca?» Io dissi: «Non c’è niente. Sto aspettando il resto». «Su, su, dagli il resto, Tod, dagli il resto». Tod replicò: «Dagli il resto! Si fa presto a dire, signore; ma guardi un po’ lei questo biglietto». Il proprietario dette un’occhiata, emise un sommesso, ma eloquente3 sibilo, poi si buttò a capofitto nella catasta di vestiti rifiutati, e cominciò a farli volare di qua e di là, parlando tutto il tempo con eccitazione, come fra sé: «Vendere a un eccentrico milionario un simile innominabile vestito! Tod è scemo, scemo dalla nascita. Fa sempre di queste cose; rimanda indietro tutti i milionari, perché non è e non è mai stato capace di distinguere un milionario da un accattone4. Ah, ecco quel che cercavo. Prego, signore, si levi quella roba e la butti nel fuoco. Mi faccia il favore di indossare questa camicia e questo completo; è proprio quello che ci vuole, proprio quello che ci vuole: 1 punto sul vivo: ferito, offeso. 2 sussiego: atteggiamento altezzoso, presuntuoso. Dallo spagnolo sosiego ‘calma, gravità contegnosa’. 3 eloquente: chiaro, espressivo, che parla con facilità. Dal latino elŏqui ‘esprimere, esporre’. 4 accattone: chi vive chiedendo elemosina, mendicando.


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semplice, ricco, modesto e di un’eleganza da vero duca; fatto su misura per un principe forestiero, forse lei lo conosce, signore, Sua Altezza Serenissima il Gospodar1 di Halifax; ce lo dovette lasciare e prendere invece un completo da lutto, perché la madre stava per morire, cosa che poi non fece. Ma va benissimo lo stesso; non si può sempre avere ogni cosa a modo suo… cioè a modo nostro… ecco! Pantaloni… benissimo, le vanno d’incanto, signore; ora il gilè; ah, ah!, giusto anche questo! Ora la giacca… Gesù! Guardi, ora, guardi! Perfetto! Un insieme perfetto! Mai, in tanti anni di pratica, ho visto un trionfo simile». Io espressi la mia soddisfazione. «Giustissimo, signore, giustissimo; può andare provvisoriamente, se così posso dire. Ma aspetti, e vedrà quello che saremo capaci di fare per lei su misura. Su, Tod, libro e penna, svelto. Lunghezza gamba, novantacinque…» e così via. Prima che riuscissi a inserire una parola, mi aveva preso le misure e dava ordini per abiti da sera, abiti da mattino, camicie e ogni genere di roba. Quando mi si presentò la possibilità di parlare, dissi: «Ma, caro signore, non posso confermare questa ordinazione, a meno che lei sia disposto ad attendere indefinitamente o a cambiare il biglietto». «Indefinitamente! È una parola inadeguata, signore, una parola inadeguata. Eternamente… questa è la parola giusta, signore. Tod, fa’ mettere in lavorazione questa roba d’urgenza, e mandala all’indirizzo del signore, senza perder tempo. I clienti secondari aspettino. Scrivi l’indirizzo del signore e…» «Sto cambiando albergo. Passerò a lasciare il nuovo indirizzo». «Benissimo, signore, benissimo. Un momento… mi permetta di accompagnarla, signore. Ecco, buongiorno, signore, buongiorno!» Dunque, non capite cosa doveva per forza succedere? Naturalmente, mi venne fatto di comprare tutto quello che volevo, e di domandare il resto. Entro una settimana, ero sontuosamente equipaggiato di tutti i generi di necessità, di tutti i comodi e di tutti i lussi, ed ero insediato in un costoso appartamento privato in Hanover Square2. Pranzavo a casa, ma per la colazione restavo fedele all’umile trattoria di Harris, dove avevo preso il mio primo pasto col biglietto da un milione. E feci la fortuna di Harris: si era sparsa la voce che l’originale forestiero che portava un biglietto da un milione nella tasca del gilè era il santo patrono del locale; tanto bastò: da povero esercizio stento3 che viveva alla giornata, era diventato un locale celebre e pieno zeppo di avventori. Harris mi era tanto riconoscente, che mi obbligava ad accettare dei prestiti e non voleva sentirsi dire di no. E così, povero com’ero, avevo denaro da spendere e vivevo come i ricchi e i potenti. Avevo l’idea che di lì a poco sarebbe avvenuto il crollo; ma ormai c’ero dentro, e dovevo o bere o affogare. Come vedete, non mancava quel giusto 1 Gospodar: governatore. Dallo slavo ecclesiastico e religioso gospodĭ ‘signore’. 2 Hanover Square: piazza situata in uno dei più eleganti e ricchi quartieri residenziali di Londra nel XVIII secolo. La Regina Elisabetta II è nata e cresciuta in questo quartiere. 3 stento: che fatica nella sua attività.


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elemento di imminente catastrofe che dava un lato serio, un lato posato, un lato tragico, anzi, a uno stato di cose che altrimenti sarebbe parso puramente ridicolo. La notte, al buio, la parte tragica mi era sempre dinanzi e sempre ammonitrice, sempre minacciosa; e io gemevo e mi rivoltavo nel letto, e mi era difficile prender sonno. Ma nella gaia luce del giorno, l’elemento tragico impallidiva e si dileguava, e io camminavo fra le nuvole ed ero felice fino alle vertigini, fino all’ebbrezza1, si potrebbe dire. Ed era naturale; poiché ero diventato una delle notorietà della metropoli del mondo; e questo fatto mi faceva girare la testa; non un pochino soltanto, ma un bel po’. Non si poteva prendere in mano un giornale, inglese, scozzese, o irlandese che fosse, senza trovarci uno o più riferimenti all’uomo col biglietto da un milione nella tasca del gilè e alle sue più recenti azioni e parole. Sul principio, io ero menzionato in fondo alla colonna della cronaca mondana; poi, fui messo in lista più su dei cavalieri, poi più su dei baronetti, poi più su dei baroni, e via discorrendo, arrampicandomi continuamente via via che la mia notorietà aumentava, fino a raggiungere la massima altitudine; e lì rimasi, avendo avuto la precedenza su tutti i duchi, esclusi quelli della famiglia reale, e su tutto il clero, meno il primate d’Inghilterra2. Ma, badate bene, non si trattava ancora di vera e propria fama; fino allora non avevo raggiunto che la notorietà. Poi venne il colpo culminante, la piattonata sulla spalla, per così dire, che in un solo istante trasformò il perituro orpello3 della notorietà nell’oro permanente della gloria. Il Punch4 mi fece la caricatura! Sì, ormai la mia fortuna era fatta, la mia posizione era definita. Si poteva ancora scherzare su di me, ma con rispetto, non con ilarità, non volgarmente; si poteva sorridere di me, ridere no. Quel tempo era passato. Il Punch mi rappresentò tutto ricoperto di cenci svolazzanti, mentre contrattavo con un guardiano della Torre di Londra per l’acquisto della Torre. Be’, vi potete immaginare l’effetto di tutto ciò su di un giovanotto di cui nessuno si era accorto prima di allora, e che, tutto a un tratto, non poteva dire una cosa senza che essa venisse raccolta e ripetuta dappertutto; non poteva uscir di casa senza udire costantemente passare di bocca in bocca l’osservazione: «Eccolo, è lui!»; non poteva far colazione5 senza che una folla lo stesse a guardare; non poteva comparire in palco6, a teatro, senza concentrare su di sé il fuoco di mille binocoli. Insomma, nuotavo nella gloria dalla mattina alla sera, ecco come stavano le cose.

1 ebbrezza: in senso proprio, ubriachezza; in senso figurato, stato di esaltazione. 2 primate d’Inghilterra: vescovo la cui autorità si estende sull’intera nazione inglese. 3 perituro orpello: ornamento destinato a morire. 4 Punch: diffusissimo settimanale satirico e umoristico inglese. 5 colazione: primo pasto del mattino, ma anche pranzo di mezzogiorno. 6 palco: a teatro, compartimento delle balconate da cui guardare il palcoscenico, rialzato rispetto alla platea. Dal longobardo balk ‘trave’.


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Sapete, tenevo da parte il mio vecchio abito a brandelli, e ogni tanto facevo la mia comparsa con quello, per avere il vecchio gusto di comprare delle sciocchezze, e di venire insultato, e poi stendere a terra morto l’offensore con un colpo del mio biglietto da un milione. Ma non riuscii a farla durare. I giornali illustrati avevano reso quella tenuta tanto familiare a tutti, che, quando uscivo così conciato, venivo immediatamente riconosciuto e seguito da una intera folla, e, se tentavo qualche acquisto, il negoziante mi offriva a credito tutta la bottega, prima che potessi sfoderare il biglietto. Verso il decimo giorno di fama, andai a compiere il rituale dovere di un forestiero verso la sua bandiera, col presentare i miei rispetti all’ambasciatore americano. Egli mi ricevette con l’entusiasmo appropriato al caso, mi rimproverò di essere stato pigro nell’adempimento del mio dovere, e disse che c’era un solo mezzo di ottenere il suo perdono, e cioè di prendere, alla sua cena di quella sera, il posto rimasto vacante1 per la malattia di un suo invitato. Dissi che ci sarei andato, e ci mettemmo a discorrere. Venne fuori che lui e mio padre erano stati compagni di scuola da ragazzi e, più tardi, studenti insieme all’università, e sempre cari amici fino alla morte di lui. E allora egli volle che io andassi a stare a casa sua, per tutto il tempo che avevo libero; e io fui dispostissimo ad accettare, si capisce. Anzi, ero più che disposto ad accettare, ne ero ben lieto. Quando fosse venuto il crollo, egli avrebbe forse potuto salvarmi dalla completa rovina; non sapevo come, ma forse lui sarebbe riuscito a trovare il modo. Non mi potevo, però, arrischiare a sbottonarmi2 con lui così tardi, cosa che mi sarei affrettato a fare al principio della mia terribile avventura londinese. No, ormai non mi potevo più arrischiare; mi ero troppo impelagato3; cioè, mi ero impelagato troppo per rischiare di fare delle rivelazioni a un amico di così recente acquisto, sebbene non fossi andato ancora troppo a fondo, secondo il mio modo di vedere. Perché, vedete, malgrado tutti i miei debiti, mi regolavo attentamente a seconda dei miei mezzi, voglio dire secondo il mio stipendio. Si capisce che non potevo sapere quale il mio stipendio sarebbe stato, ma avevo una discreta base di calcolo nel fatto che, se avessi vinto la scommessa, mi sarebbe stata offerta la scelta di qualunque impiego di quel vecchio e ricco signore avesse avuto a disposizione, purché io me ne fossi dimostrato all’altezza… e io me ne sarei dimostrato all’altezza di sicuro; quanto a questo, non avevo dubbi. E, quanto alla scommessa non stavo in pena; ero sempre stato fortunato. Ora, secondo i miei calcoli, lo stipendio doveva essere fra le seicento e le mille sterline all’anno; diciamo, seicento per il primo anno; e via via sarebbe aumentato di anno in anno, fino ad arrivare alla cifra più alta, se mi fossi dimostrato meritevole. Per il momento, ero indebitato soltanto per il primo anno di stipendio: tutti avevano respinto la maggior 1 vacante: libero perché temporaneamente privo del titolare. 2 sbottonarmi: parlare apertamente, confidare tutto. 3 impelagato: messo in situazioni complesse, difficili da risolvere. Dal latino pĕlăgus ‘mare’.


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parte delle offerte, con un pretesto o l’altro; per cui, il mio debito era solo di trecento sterline prese a prestito, mentre le altre trecento rappresentavano il mio mantenimento e gli acquisti. Pensavo che lo stipendio del secondo anno mi avrebbe fatto arrivare sino alla fine del mese, se fossi stato attento e avessi fatto economia; e io avevo l’intenzione di starci molto attento. Finito il mio mese, e tornato dal suo viaggio il mio principale, sarei stato a posto un’altra volta, perché avrei subito diviso fra i miei creditori i miei anni di stipendio in effetti bancari, e mi sarei messo subito a lavorare. Fu un bel pranzo di quattordici persone. Il duca e la duchessa di Shoreditch con la figlia, lady Anna Grazia Eleonora Celeste eccetera eccetera di Bohun, il conte e la contessa di Newgate, il visconte di Cheapside, lord e lady Blatherskite, alcune persone non titolate, d’ambo i sessi, l’ambasciatore con la moglie e la figlia, e l’amica della figlia, loro ospite, una ragazza inglese di ventidue anni che si chiamava Porzia Langham, della quale mi innamorai in due minuti e anche lei di me… lo potei vedere a occhio nudo. C’era anche un altro ospite… un americano; ma qui sto anticipando la mia storia. Mentre la gente era ancora in salotto, aguzzandosi l’appetito per il pranzo e squadrando freddamente i ritardatari, il servitore annunciò: «Il signor Lloyd Hastings». Non appena terminati i soliti convenevoli, Hastings si accorse di me e mi venne incontro dritto dritto con la mano cordialmente tesa, ma, al momento di stringere la mia, si fermò di colpo e disse, con aria d’imbarazzo: «Chiedo scusa, signore, credevo di conoscerla». «Perbacco, sì che mi conosci, vecchio amico». «No! Sei tu il… il…» «Il fenomeno dal taschino di gilè? Sono proprio io. Non aver paura di chiamarmi col soprannome. Ci sono avvezzo». «Bene, bene, bene, questa è una sorpresa. Un paio di volte avevo sentito il tuo nome insieme al soprannome, ma non mi era mai venuto in mente che potessi essere tu, quell’Enrico Adams di cui si parlava. Ma come, non sono passati nemmeno sei mesi da quando tu scribacchiavi per guadagnarti lo stipendio da Blake a San Francisco e facevi le nottate per avere lo straordinario, aiutandomi a sistemare e a verificare le carte e le statistiche della Società Gould e Curry! E pensare che ora sei a Londra con un sacco di milioni e una celebrità colossale! Ma è un ritorno alle Mille e una notte! Amico, non riesco proprio a capacitarmene; non riesco a rendermene conto; dammi il tempo di calmare il turbinio che ho in testa». «Il fatto è, Lloyd, che tu non stai peggio di me. Non riesco a rendermene conto neanch’io». «Dio mio, è sbalorditivo, no? Ma come, sono appena tre mesi oggi da quando andammo insieme alla Trattoria dei Minatori…» «No, alla Buona Tavola». «Giusto, era la Buona Tavola. Ci andammo alle due del mattino e prendemmo una cotoletta e un caffè dopo una dura tirata di sei ore sugli incartamenti


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di quella società, e io cercai di persuaderti1 a venire con me a Londra, e ti offersi di ottenerti2 un permesso e di pagarti tutte le spese e di darti qualcosa in più, se riuscivo a fare quella vendita; e tu non mi volesti dare retta, e dicesti che non sarei riuscito e che non ti potevi permettere di perdere il giro di affari e di aspettare poi un’eternità per riprendere le cose in mano, al ritorno in patria. E invece ora sei qui. È davvero curioso, tutto questo! Ma com’è andata che sei venuto, e cosa mai ti ha lanciato in questo modo incredibile?» «Oh, è stata una combinazione. È una storia lunga… un romanzo, si potrebbe dire. Ti racconterò tutto, ma non ora». «Quando?» «Alla fine del mese». «Ci mancano più di quindici giorni. Sono troppi per la curiosità di una persona. Facciamo una settimana». «Non posso. Fra non molto saprai il perché. Ma come vanno gli affari?» La sua allegria svanì in un soffio, ed egli disse con un sospiro: «Sei stato profeta, Hal, sei stato profeta. Magari non fossi venuto. Non ho voglia di parlarne». «Ma devi parlarne. Devi venire a casa mia e fermartivi stanotte, quando ce ne andiamo di qui, e raccontarmi tutto». «Oh, posso? Parli sul serio?» e le lacrime gli spuntarono negli occhi. «Sì; voglio sentire tutta la storia, parola per parola». «Te ne son grato! Trovare ancora una volta un interesse umano in una voce e in uno sguardo per me e per i miei affari, dopo tutto quello che ho passato… Signore, sarei capace di buttarmi in ginocchio!» Mi strinse forte la mano e parve rincuorato; e dopo fu tutto animato e contento per il pranzo… che non ebbe luogo. No; accadde la solita cosa, la cosa che accade sempre per via di quel vizioso e irritante sistema inglese… non fu possibile raggiungere l’accordo sulla questione della precedenza, e così non ci fu il pranzo. Gli inglesi pranzano sempre, prima di andare fuori a pranzo, perché loro lo sanno il rischio che corrono; ma nessuno avverte mai lo straniero che entra placidamente in trappola. Naturalmente, quella volta nessuno fu danneggiato, perché già avevano cenato tutti, dato che nessuno di noi era novizio, eccetto Hastings, e questi, al momento dell’invito, era stato informato dall’ambasciatore che, in omaggio dell’usanza inglese, non era stato provveduto alcun pranzo. Ciascuno degli invitati prese una signora, e tutti si avviarono in processione verso la sala da pranzo, perché si usa svolgere ogni formalità; ma, una volta lì, incominciò la discussione. Il duca di Shoreditch voleva avere la precedenza a sedere a capotavola, sostenendo di essere per rango superiore a un ambasciatore il quale rappresenta soltanto una nazione e non un monarca; ma io sostenni i miei diritti e rifiutai di cedere. Nella colonna della cronaca mondana, io venivo prima di tutti i duchi non di 1 persuaderti: convincerti. Dal latino per + suadere ‘convincere, consigliare’. 2 ottenerti: farti avere, fare in modo che ti fosse concesso. Il verbo ottenere ha valore causativo quando è costruito con il complemento di termine.


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sangue reale, e lo dissi e reclamai la precedenza sul duca presente. Non fu possibile raggiungere l’accordo, si capisce, per quanto dicessimo e facessimo. Alla fine, egli, con poco giudizio, provò a puntare sulla prosapia1 e sulle origini e io “vidi” il suo Conquistatore e “risposi”2 con Adamo, di cui ero diretto discendente, come provava il mio nome, mentre lui, come provavano il suo e la sua recente origine normanna3, era di un ramo cadetto4; e così, tutti in processione tornammo in salotto, e lì facemmo una colazione perpendicolare: un piatto di sardine e una fragola, e ci si mette in gruppo e si sta in piedi e si mangia. Qui il principio religioso della precedenza non è tanto severo: le due persone del più alto rango fanno a testa e croce con uno scellino; quello che vince si piglia la fragola per primo e quello che perde si piglia lo scellino. I due che seguono buttano lo scellino, e poi gli altri due, e così via. Dopo il rinfresco furono portate le tavole, e giocammo tutti a carte, a mezzo scellino a partita. Gli inglesi non fanno mai una partita per divertimento: se non possono vincere qualcosa o perdere qualcosa (l’uno o l’altro fa lo stesso), non giocano. Ci divertimmo molto; almeno noi due ci divertimmo, miss Porzia e io. Io ero talmente stregato da lei, che non riuscivo mai a contare le mie carte oltre la doppia sequenza5; e quando avevo le carte buone, non me ne accorgevo mai, e aprivo un’altra mano; e avrei perduto tutte le partite; senonché, la ragazza faceva lo stesso, perché si trovava esattamente nelle stesse condizioni, capite; e di conseguenza né l’uno né l’altra riusciva mai a cavarsela, né si curava di domandarsene il perché; sapevamo soltanto di essere felici, e non desideravamo sapere niente altro, né volevamo essere interrotti. E io le dissi (glielo dissi proprio), le dissi che la amavo; e lei… be’, lei diventò rossa fino alla punta dei capelli; ma le fece piacere; e me lo disse. Oh, non ci fu mai una serata simile! Ogni volta che segnavo i punti aggiungevo un poscritto6; e ogni volta che segnava i punti lei, me ne accusava ricevuta7, intanto che contava le carte. Sicuro, io non potevo neppur dire: «Due per il fante», senza aggiungere: «Però, quanto sei carina!». E lei diceva: «Un quindici vale due e un altro quindici fa quattro, un altro sei e una coppia fa otto e otto sedici, ti pare pro-

1 prosapia: stirpe, lignaggio. 2 vidi… risposi…: riferimento al linguaggio del gioco d’azzardo, e in particolare del poker. Formule con cui un giocatore comunica l’intenzione di stare al gioco dell’avversario chiedendo di mostrare le carte e mettendo sul tavolo le proprie. 3 origine normanna: per Guglielmo I il Conquistatore, figlio del duca di Normandia, potente feudatario di Francia e re d’Inghilterra dal 1066 (anno della battaglia di Hastings, combattuta contro Aroldo II, re degli Anglosassoni). 4 ramo cadetto: in origine, ramo di una famiglia disceso da un figlio cadetto, secondogenito nelle famiglie nobili. Qui sottolinea una gerarchia nel ceto nobiliare, distinguendo tra gli inglesi che lo sono per sangue e i normanni i cui antenati (nella fattispecie Guglielmo il Conquistatore) hanno conquistato il titolo con la forza. 5 sequenza: nome di una combinazione di carte a scala quaranta. 6 poscritto: nota, precisazione alla fine di una lettera già firmata. 7 accusava ricevuta: nel linguaggio amministrativo, notificava, rendeva noto il fatto.


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prio?» sbirciandomi in tralice1 di sotto le ciglia, capite, con un’aria tanto dolce e birichina. Oh, era proprio troppo, troppo! Ebbene, fui perfettamente onesto e chiaro con lei. Le dissi che non avevo un centesimo al mondo, salvo quel biglietto da un milione di cui aveva sentito tanto parlare e che non mi apparteneva; e questo stuzzicò la sua curiosità; e allora abbassai la voce e le raccontai tutta la storia fin dal principio, e questo per poco non la fece morire dal ridere. Io non riuscivo a capire cosa ci fosse tanto da ridere, ma così era; ogni mezzo minuto un nuovo particolare la colpiva, e io mi dovevo fermare non meno di un minuto e mezzo per darle il tempo di ricomporsi. Perdinci, risa da sbellicarsi… proprio così; non ho mai visto nulla di simile. Voglio dire che non avevo mai visto una storia dolorosa… la storia dei guai e delle tribolazioni e dei timori di un uomo, produrre un effetto simile. Perciò le volli più bene che mai, vedendo che era capace di essere così di buonumore quando non c’era proprio niente da stare di buonumore, perché ben presto avrei avuto bisogno di quel genere di moglie, capirete, da come si mettevano le cose. Naturalmente, le dissi che avremmo dovuto aspettare un paio d’anni, finché io mi fossi rimesso in pari con lo stipendio; ma a lei questo non importava, solo sperava che io fossi cauto il più possibile con le spese, in modo da non correre il rischio di intaccare il terzo anno di stipendio. Poi cominciò a sembrare preoccupata, ed espresse il dubbio che ci fossimo sbagliati e che avessimo calcolato che lo stipendio in partenza fosse più alto di quello che avrei avuto il primo anno. Era un discorso sensato, e mi fece sentire un po’ meno fiducioso di quanto non fossi stato fino allora; ma mi dette una buona idea pratica e la espressi francamente. «Porzia cara, ti dispiacerebbe venire con me, il giorno che andrò ad affrontare quei vecchi signori?» Ella nicchiò2 un pochino, ma poi disse: «No, se la mia presenza servisse a rincuorarti. Ma… credi che starebbe proprio bene?» «No, non so se starebbe bene… anzi, ho paura che non starebbe bene affatto… Ma, vedi, da quello dipendono tante cose…» «Allora ci verrò in ogni modo, che stia bene o no» diss’ella con bello e generoso slancio. « Oh, sarò così felice al pensiero di aiutarti!» «Aiutarmi, cara? Anzi, farai tutto quanto tu. Sei così bella e così carina e così affascinante, che con te presente potrò chiedere aumenti di stipendio sino a far fallire quei due vecchi galantuomini, e loro non avranno neppure il coraggio di lottare». Avreste dovuto vedere come diventò tutta rossa e come brillarono felici i suoi occhi!

1 in tralice: locuzione avverbiale, di sottecchi, in obliquo, in direzione della diagonale. 2 nicchiò: si mostrò incerta, esitante. Dal latino *nīdĭcŭlare ‘stare nel nido, fare l’uovo’ (nidus ‘nido’).


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«Brutto adulatore! Non c’è una parola di vero in quello che dici, ma verrò con te lo stesso. Forse questo ti servirà a non pretendere che tutti gli altri vedano le cose con gli occhi tuoi». Svanirono allora i miei dubbi? Rinacque la mia fiducia? Giudicatelo da questo fatto: in segreto, aumentai il mio stipendio del primo anno a milleduecento sterline, sui due piedi. Ma a lei non lo dissi; lo tenni in serbo per farle una sorpresa. Per tutta la via del ritorno fui nelle nuvole; Hastings parlava, e io non udivo una parola. Quando entrammo nel mio salotto, egli mi fece tornare in me con i suoi fervidi1 apprezzamenti dei miei svariati lussi e di tutte le mie comodità. «Lasciami star qui un momento a guardar a sazietà. Santo Dio! È un palazzo! È proprio un palazzo! E c’è tutto quello che si può desiderare, compreso un bel caminetto acceso e la cena pronta. Enrico, questo non solo mi fa capire quanto tu sei ricco, ma mi fa anche sentire fino all’osso, fino al midollo, quanto sia povero io… quanto sia povero, miserabile, sconfitto, rovinato, annientato!» Porca miseria! Quel discorso mi fece gelare il sangue nelle vene. Mi fece svegliare con uno scrollone, e mi fece capire che stavo ritto su di una crosta di terra spessa un centimetro con un cratere sotto. Non sapevo di aver sognato… cioè, non avevo consentito a me stesso di saperlo fino a un momento prima; ma allora, oh Dio! Sprofondato nei debiti, senza un centesimo al mondo, con nelle mani la felicità o l’infelicità di una bella fanciulla, e niente davanti a me, se non uno stipendio che avrebbe anche potuto non… oh, che non si sarebbe mai materializzato! Oh, oh, oh, sono rovinato, non c’è più speranza, nulla mi può salvare! «Enrico, le più insignificanti briciole della tua rendita quotidiana…» «Oh, la mia rendita quotidiana! Qua, manda giù questo cognac e rimontati il morale. Alla tua salute! Oppure, no… tu hai fame; mettiti a sedere e…» «No, neanche un boccone. Non mi va. Non posso mangiare, in questi giorni; ma berrò con te fino a cascar giù. Andiamo!» «Barile per barile, sono con te! Pronti? Via! E dunque, Lloyd, dimmi la tua storia mentre mesco2». «La mia storia? Come, un’altra volta?» «Un’altra volta? Cosa vuoi?» «Oh bella, voglio dire: la vuoi sentire tutta da capo?» «Se la voglio sentire tutta da capo? Questo è proprio un indovinello. Aspetta; non bere più di questa roba: non ne hai bisogno». «Senti un po’, Enrico, tu mi preoccupi. Non ti ho raccontato tutta la storia per la strada?» «Tu?» «Sì, io». «Possa morire se ho udito una parola». 1 fervidi: vivaci, appassionati. Dal latino fervĭdus ‘che bolle’. 2 mesco: verso da bere.


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«Enrico, questa è una cosa seria. M’impensierisce. Cosa hai preso laggiù dall’ambasciatore?» Tutto mi tornò in mente in un baleno, e ammisi ogni cosa virilmente. «Ho preso la più cara ragazza del mondo… prigioniera!» Allora egli si precipitò su di me, e ci stringemmo la mano, una volta e due e tre, finché le mani ci dolsero1; ed egli non mi biasimò2 per non aver udito neanche una parola di una storia che era durata per una passeggiata di quattro chilometri. Si rimise semplicemente a sedere e, da quel buon figliolo paziente che era, me la raccontò tutta da capo. In sintesi, la storia si riduceva a questo: era venuto in Inghilterra con un’occasione che a lui era sembrata grandiosa; aveva un’opzione di vendita delle azioni della Società Gould e Curry, per incarico degli imprenditori, e poteva tenere per sé tutto quello che fosse riuscito a ricavare oltre il milione di dollari. Aveva lavorato di lena3 e mosse tutte le leve di cui era a conoscenza, non aveva tralasciato nessun mezzo onesto, aveva speso quasi tutti i soldi che possedeva al mondo, ma non era riuscito a farsi dare ascolto da un solo capitalista4, e la sua opzione spirava alla fine del mese. In una parola era rovinato. Poi balzò su ed esclamò: «Enrico, tu mi puoi salvare! Tu mi puoi salvare, e sei l’unico uomo al mondo che lo può. Lo farai? Lo vuoi fare?» «Dimmi come. Parla, ragazzo mio». «Dammi un milione e il viaggio di ritorno in cambio dell’opzione. Oh, no, non rifiutare!» Ero in uno stato di vera angoscia. Stavo proprio lì lì per uscire in queste parole: «Lloyd, sono un poveraccio anch’io… sono assolutamente senza un centesimo e pieno di debiti!». Ma un’idea di una luminosità accecante mi fiammeggiò per il cervello, e serrai le mascelle e mi costrinsi alla calma finché non fui freddo come un capitalista. E allora dissi, con piglio5 posato e affaristico: «Io ti salverò, Lloyd…» «Allora sono già salvo! Dio te ne renda merito in eterno! Se mai io…» «Lasciami pensare, Lloyd. Ti salverò; ma non in questo modo, perché non sarebbe onesto verso di te, dopo tutto il lavoro che hai fatto e tutti i rischi che hai corso. Io non ho bisogno di acquistare miniere; anche senza far questo, in un centro commerciale come Londra, posso tenere il mio capitale in continuo movimento; è quello che faccio sempre. Ma ecco quello che farò. Della miniera so tutto, si capisce; ne conosco il valore immenso e ne posso garantire a chiunque lo desideri. Entro quindici giorni, facendo libero uso del mio

1 dolsero: passato remoto di dolere ‘far male’. 2 biasimò: condannò, formulò un giudizio negativo. 3 di lena: con forza e vigore d’animo. 4 capitalista: proprietario di capitali, quindi ricco imprenditore. 5 piglio: atteggiamento del volto e tono di voce.


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nome, tu la venderai per tre milioni in contanti, e noi ci divideremo i profitti in parti uguali». Ci credete che nella sua gioia insana avrebbe ballato sulla mobilia fino a ridurla allo stato di legna da ardere e avrebbe rotto tutto quello che c’era nella stanza, se io non gli avessi camminato sopra e non lo avessi legato ben bene? Poi rimase lì disteso, perfettamente felice, dicendo: «Posso fare uso del tuo nome! Il tuo nome! Ma pensa! Amico, verranno a frotte, i ricchi londinesi, si batteranno, per fare l’acquisto! La mia fortuna è fatta, fatta per sempre, e non mi dimenticherò di te finché vivo!» In meno di ventiquattr’ore, Londra era tutta in fermento. Per giorni e giorni io non dovetti far altro che starmene seduto in casa a dire a tutti quelli che venivano: «Sì, gli ho detto di mandare da me per referenze. Conosco la persona e conosco la miniera. La sua figura morale è inattaccabile, e la miniera vale più di quello che egli chiede». Intanto io passavo le serate dall’ambasciatore con Porzia. A lei non dissi nemmeno una parola della miniera; la tenni in serbo per farle una sorpresa. Parlavamo di stipendio; soltanto di stipendio e d’amore. Qualche volta d’amore, qualche volta di stipendio, qualche volta d’amore e di stipendio insieme. E, Signore!, che interesse mostravano, per la nostra faccenduola, la moglie e la figlia dell’ambasciatore! E che infinità di espedienti trovavano per salvarci dalle interruzioni e per tenere l’ambasciatore all’oscuro e senza sospetto! Insomma, era proprio carino da parte loro. Quando finalmente il mese volse al termine, io avevo a mio credito alla Banca di Londra un milione di dollari, e Hastings era sistemato alla stessa maniera. Vestito di tutto punto, passai in carrozza davanti alla casa di Portland Place, e, giudicando dall’aspetto generale che i due uccelli erano tornati al nido, proseguii verso la casa dell’ambasciatore, dove rilevai il mio tesoro, e ripartimmo a quella volta, parlando di stipendio a più non posso. Ella era così eccitata e così ansiosa, che appariva bella in modo addirittura insopportabile. Io dissi: «Cara, con questo viso sarebbe un delitto chiedere stipendi di un soldo meno di tremila sterline all’anno». «Enrico, Enrico, tu ci porterai alla rovina!» «Non aver paura. Tu serba questo viso, e poi lascia fare a me. Andrà a finire tutto bene». E così fu che dovetti seguitare a farle coraggio per tutta la strada. Lei continuava a cercare di persuadermi e a dire: «Oh, ti prego, ricordati che se chiediamo troppo, può anche darsi che non ci diano stipendio per niente. E allora, che ne sarà di noi che non abbiamo nessun mezzo per guadagnarci da vivere?» Fummo introdotti dallo stesso servitore, ed ecco lì i due vecchi signori. Naturalmente furono sorpresi nel vedermi con quella meravigliosa creatura, ma io dissi:


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«Prego, signori, questa è il mio sostegno e la futura compagna della mia vita». E poi li presentai a lei, chiamandoli col loro nome. Questo non li sorprese; sapevano che ero abbastanza furbo da consultare l’elenco degli indirizzi. Ci fecero sedere e furono molto gentili con me e molto premurosi con lei, e fecero di tutto per toglierla dall’imbarazzo e per metterla a suo agio. Allora io dissi: «Signore, sono pronto a fare la mia relazione». «Sono lieto di apprenderlo», disse il mio uomo, «perché ora possiamo decidere la scommessa che abbiamo fatto mio fratello Abele ed io. Se lei me l’ha fatta vincere, avrà da me qualunque impiego che io sia in grado di darle. Ha il biglietto da un milione di sterline?» «Eccolo, signore», e glielo porsi. «Ho vinto!» gridò, e dette una manata nella schiena ad Abele. «E ora che ne dici, fratello?» «Dico che è proprio sopravvissuto, e che io ho perduto ventimila sterline. Non l’avrei mai creduto». «Debbo fare un’altra relazione», dissi io. «Una relazione piuttosto lunga. Desidero che mi permettiate di venire qui presto a raccontarvi dettagliatamente la storia di tutto quanto il mese; e vi assicuro che vale la pena di ascoltarla. Intanto date un’occhiata a questo». «Cosa, giovanotto! Una ricevuta di versamento1 di duecentomila sterline? È sua?» «Mia. Le ho guadagnate facendo giudizioso uso del piccolo prestito ch’ella mi ha concesso. E l’unico impiego che ne ho fatto è consistito nel comprare delle sciocchezze offrendo in cambio un biglietto». «Via, è stupefacente! È incredibile, giovanotto!» «Non fa nulla, ne porterò le prove. Non accetti la mia parola non suffragata da testimonianze». Ma ora era la volta di Porzia di stupirsi. Spalancò tanto d’occhi e disse: «Enrico, sono proprio soldi tuoi? Allora mi hai raccontato delle frottole?» «Sì, proprio, cara. Ma so che mi perdonerai». Ella mise su un broncio malizioso, e disse: «Non esserne tanto sicuro! Sei un cattivo a imbrogliarmi così!» «Oh, ti passerà, amor mio, ti passerà. È stato solo uno scherzo, sai. Vieni, andiamocene». «Ma aspetti, aspetti! L’impiego, sa. Le voglio dare l’impiego», disse il mio uomo. «Bene», risposi; «le sono riconoscente al massimo grado, ma davvero non lo voglio». «Ma lei può avere il migliore che ho da offrirle». «Grazie di cuore, ma non voglio neanche quello».

1 versamento: consegna.


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«Enrico, mi vergogno per te. Non ringrazi come si deve questo buon signore. Posso farlo io al posto tuo?» «Anzi, lo devi fare, se lo puoi far meglio. Prova e vediamo». Ella si avvicinò al mio uomo, gli salì sulle ginocchia, gli mise un braccio intorno al collo e lo baciò proprio sulla bocca. Allora i due vecchi signori dettero in un grande scoppio di risa: ma io rimasi ammutolito, addirittura di sasso, si potrebbe dire. Porzia disse: «Papà, ha detto che tu non gli puoi dare nessun impiego che egli sia disposto a prendere, e io sono offesa proprio come…» «Amor mio, questo è il tuo papà?» «Sì, è il mio patrigno, e il più caro che sia mai esistito. Ora capisci, vero, perché ho potuto ridere tanto quando mi dicesti dall’ambasciatore, senza sapere della nostra parentela, tutti i guai e tutti i pensieri che ti aveva procurato il piano di papà e dello zio Abele?» Allora, naturalmente, io parlai sul serio e non per burla, e andai dritto al fatto. «Oh, caro, carissimo signore, ritiro quello che ho detto. Lei ha disponibile un posto che io desidero». «Dica quale». «Genero». «Bene, bene, bene! Ma, capirà, se lei non ha mai svolto questa attività, non può naturalmente fornire raccomandazioni tali da soddisfare le condizioni del contratto, e quindi…» «Mi provi… oh, mi provi, la supplico! Mi provi solo per trenta o quarant’anni, e se…» «Oh bene, benone; è una richiesta moderata, la prenda pure». Felici, noi due? Non ci sono abbastanza parole nel dizionario per descrivere la nostra felicità. E quando un paio di giorni più tardi, Londra apprese tutta la storia delle mie avventure del mese con quel biglietto in tasca e di come erano andate a finire, ne parlò, Londra, e se la godette? Sì. Il papà della mia Porzia portò alla Banca d’Inghilterra quel biglietto simpatico e ospitale, e lo incassò; poi la banca lo annullò e glielo regalò, e lui lo dette a noi il giorno delle nostre nozze, e da allora in poi è sempre stato appeso in cornice nel luogo più sacro della nostra casa. Perché fu lui a darmi la mia Porzia. Senza di lui non sarei rimasto a Londra, non sarei andato al ricevimento dell’ambasciatore, e non l’avrei mai incontrata. E così, io dico sempre: «Sì, è un biglietto da un milione, come vedete; ma non ha fatto che un unico acquisto in vita sua, e in quell’occasione ha avuto la merce per un decimo del valore».


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1. Quali sono le caratteristiche del protagonista all’inizio del racconto? 2. A che scopo e per quale sua caratteristica viene scelto dai due signori? 3. Perché il protagonista pensa di restituire i soldi a chi glieli ha consegnati? 4. Nella seconda occasione in cui utilizza il denaro, le reazioni dei dipendenti rendono evidente a cosa viene legata la stima dei clienti. Sottolinea nel testo le parole che mostrano il cambiamento del modo di reagire dei dipendenti davanti al biglietto da un milione. 5. La descrizione delle pieghe e delle grinze del sorriso del sarto viene resa anche con un’immagine: «somigliano al punto dove si è buttato un mattone in una vasca». Rileggi il passo e spiega cosa significa: quali sono gli elementi cui si riferisce il paragone? 6. Prima di diventare realmente celebre, il protagonista scrive: «No. Non avevo nulla al mondo, all’infuori di un milione di sterline». Per quale motivo si dichiara povero? 7. Nel testo il protagonista parla di aspetti negativi e aspetti positivi legati alla notorietà. Dopo averli sottolineati nel testo, riportali in una tabella. 8. L’amico del protagonista racconta ciò che gli è accaduto a Londra. Che funzione ha il suo racconto nel testo? Quali sono le reazioni del protagonista? 9. Nella scena del pranzo il narratore fa riferimento ad alcune caratteristiche inglesi con scopi ironici. Sottolinea nel testo le frasi che ti fanno capire le intenzioni del narratore e esplicita in un testo di 10 righe le caratteristiche oggetto di ironia. 10. Nella scena del gioco a carte sono molti i segni di un reciproco amore tra Porzia e il protagonista. Quali sono i progetti, i pensieri e le considerazioni dei due? 11. Perché il protagonista racconta le proprie avventure alla ragazza? Come reagisce lei e perché? 12. Nel dialogo finale il racconto del protagonista suscita la sorpresa degli altri personaggi. Indica quali sono i motivi di tale sorpresa. 13. Qual è la svolta del dialogo finale?


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14. Cosa si intende dire con la battuta conclusiva: «non ha fatto che un unico acquisto in vita sua, e in quell’occasione ha avuto la merce per un decimo del valore»? 15. Cosa vuol dire l’autore quando parla di un lato tragico della vicenda? Quale è il lato comico? Riassumi il racconto facendo emergere entrambi i lati.

16. Scrivi un breve racconto di invenzione in cui un oggetto utilizzato per uno scopo diverso dalla sua funzione fa la fortuna del protagonista.


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Racconti polizieschi Lo scopo di un racconto di mistero, così come di ogni racconto e di ogni mistero, non è l’oscurità bensì la luce. Il racconto è scritto per il momento in cui il lettore finalmente capisce, non per i tanti momenti preliminari nei quali non capisce. Gilbert Keith Chesterton

a cura di Alessandro Italia


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Nel 1841 usciva su rivista I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe: due donne, un’anziana signora e sua figlia, vengono ritrovate uccise in un appartamento; la porta è chiusa dall’interno, le finestre sono ermeticamente chiuse. La polizia brancola nel buio, ma August Dupin – appassionato di enigmi e di geroglifici – risolve il caso. In questo testo, considerato il primo racconto poliziesco della storia della letteratura, vi sono in nuce tutte le caratteristiche proprie del genere: una situazione di disordine iniziale causata da un delitto; l’apparente impossibilità a individuarne una spiegazione, colmata il più delle volte da un arresto rapido e avventato; l’indagine approfondita e dunque la risoluzione del caso. L’investigatore, cioè colui che letteralmente segue le vestigia ‘le orme, le tracce’, è chiamato a riportare l’ordine nella realtà sconvolta. Per farlo, deve avvalersi di doti non comuni: spirito di osservazione, capacità di analisi e di sintesi, intelligenza nell’immedesimazione nella mente criminale, oltre a coraggio e intraprendenza. Il tutto attraverso la ragione, cioè la capacità di comprendere e di interpretare la realtà senza dimenticarne alcun particolare. Da quel 1841 fino ai giorni nostri, il genere ha acquisito diffusione e popolarità per la capacità unica di suscitare l’attenzione del lettore e sfidarlo nel tentativo di risolvere il mistero. Probabilmente ti sarà noto il termine giallo, utilizzato in Italia per indicare il genere poliziesco a causa di una fortunata collana di racconti pubblicata da Mondadori, la cui copertina era, appunto, gialla. E ti saranno noti anche i nomi di Sherlock Holmes, Maigret, Hercule Poirot o Padre Brown, divenuti forse più famosi dei loro stessi straordinari inventori: Arthur Conan Doyle, George Simenon, Agatha Christie e Gilbert Keith Chesterton. Al termine della lettura di ogni testo, ti saranno poste delle domande: alcune ti chiederanno di individuare gli elementi essenziali del caso investigativo (quale delitto è stato commesso? chi è il colpevole? per quale motivo è stato commesso?); altre ti aiuteranno invece a ripercorrere passo a passo l’indagine, fino alla sua soluzione; altre ancora ti inviteranno a riflettere sui passaggi più significativi dei racconti, per esplicitarne la particolare costruzione o le tematiche in essi contenute. Ti sarà inoltre proposto un percorso di scrittura, il cui scopo è innanzitutto quello di incrementare la capacità di produrre testi narrativi e descrittivi, anche di invenzione.


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ELLERY QUEEN Il sosia L’agente segreto si chiamava Storke, ed Ellery aveva già lavorato con lui in un caso che riguardava la sicurezza degli Stati Uniti. Perciò quando Storke si presentò da lui all’improvviso dicendo «Prima andiamo sul posto, poi ti spiego tutto», Ellery lasciò immediatamente quello che stava facendo, prese il cappello e lo seguì senza fare domande. Storke lo portò in centro in macchina, chiacchierando affabilmente lungo il tragitto, poi parcheggiò in una tortuosa stradina laterale sotto Park Row – si era miracolosamente liberato uno spazio – e a piedi raggiunse con Ellery un negozietto sulla cui polverosa vetrina appariva la scritta sbiadita: M. Merrilees Monk, Tabaccaio, Casa fondata nel 1897. Davanti all’ingresso del negozio c’erano due giovanotti che potevano essere benissimo scambiati per due impiegati di Wall Street usciti durante l’intervallo per il pranzo. Non c’era nessun poliziotto in divisa. «Deve trattarsi di qualche pezzo grosso» mormorò Ellery, e precedette Storke nel negozio. L’interno era altrettanto decrepito dell’esterno: il locale, angusto e scarsamente illuminato, aveva pareti di legno scurito dal tempo e un arredamento vittoriano comprendente anche un becco di gas per l’accensione di sigari e sigarette. L’aria era impregnata dall’odore del tabacco. In fondo al negozio, vicino al tendaggio che copriva l’ingresso del retro, c’era un solenne indiano di legno che ormai aveva perso quasi del tutto la vivace vernice originale. A parte qualche macchia di colore qua e là, il legno sottostante era visibile quasi dappertutto. L’indiano aveva un’aria abbandonata, mentre il cadavere steso a terra tra il banco e lo scaffale aveva l’aria ben più sconvolgente di chi è stato oltraggiato non dal tempo ma da una mano assassina. Stranamente il morto stringeva tra le mani un grosso barattolo quadrato che doveva contenere del tabacco, visto che portava l’etichetta MIX C e che ovviamente proveniva da una fila di barattoli analoghi allineati su uno dei ripiani più alti, dietro al banco. «Deve essere stato colpito da dietro, in questo punto» disse Ellery a Storke, indicando una macchia di sangue raggrumato ai piedi dell’indiano di legno «probabilmente mentre stava andando nel retro. L’assassino deve averlo lasciato qui convinto che fosse morto; invece non era ancora morto, se ha lasciato una scia di sangue che parte dall’indiano e gira dietro al banco, fino al punto in cui si trova adesso il cadavere. Non ci sono dubbi. Quando il killer è uscito, questo uomo, chissà come, è riuscito a trascinarsi fino a quel punto e, nonostante la gravità delle ferite, prima di morire ha tirato giù il barattolo da quel ripiano in alto… dove c’è lo spazio vuoto».


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«Pare anche a me che sia andata così» confermò Storke. «Posso dare un’occhiata al barattolo?» «È già stato controllato tutto». Ellery prese il barattolo dalle mani del morto, che opposero una certa resistenza, e sollevò il coperchio. Il barattolo era vuoto. Ellery si fece prestare una lente d’ingrandimento dall’agente segreto, e dopo un attimo gliela restituì. «In questo barattolo non c’è mai stato del tabacco, Storke. Non si vede nessuna traccia, nessun frammento, nemmeno negli spigoli». Storke non disse niente, ed Ellery passò ad esaminare i ripiani. Su quello da cui il morto aveva preso il barattolo MIX C ne rimanevano ancora nove, etichettati rispettivamente Monk’s Special, Bartleby Mixture, Superba Blend, MIX A, MIX B (e a questo punto c’era lo spazio corrispondente al barattolo MIX C), Kentucky Long Cut, Virginia Crimp, Lord Cavendish e Manhattan MIX. «Gli altri nove non sono vuoti» disse Storke, come se leggesse nel pensiero di Ellery. «Dentro c’è esattamente quello che dice l’etichetta». Ellery si accovacciò accanto al cadavere. Portava una vestaglia da tabaccaio lunga fino al ginocchio, secondo l’uso britannico, aveva un corpo sorprendentemente muscoloso, dei capelli color sabbia piuttosto radi e dei linea­ menti asciutti, da inglese. Doveva essere sulla quarantina. «Immagino che sia Merrilees Monk» disse Ellery. «O per lo meno un suo diretto discendente». «Non ci hai azzeccato affatto» replicò Storke, con amarezza. «Era uno dei nostri uomini migliori, e non aveva proprio niente a che fare con Monk. Per quel che mi risulta, il nonno e il padre di Monk erano tabaccai rispettabili, ma Monk era un figlio degenere che usava questo negozio come punto d’appoggio per gli agenti stranieri, che vi lasciavano o vi ritrovavano messaggi, roba rubata, e così via. Abbiamo cominciato a sospettare di Monk solo di recente, e abbiamo tenuto sotto sorveglianza il negozio ventiquattr’ore su ventiquattro, ma senza risultato. Non è mai stato visto entrare né uscire nessun agente straniero. Poi a un certo punto abbiamo avuto quello che al momento sembrava un colpo di fortuna: abbiamo scoperto che uno dei nostri agenti di Seattle, Hartman, era un sosia quasi perfetto di Monk. Così abbiamo fatto venire qui Hartman, lo abbiamo istruito a dovere su Monk, poi abbiamo arrestato Monk in piena notte, lo abbiamo sostituito con Hartman, e abbiamo tolto la sorveglianza al negozio per lasciare agire Hartman in piena libertà. Sapeva il rischio che correva». «E l’ha corso fino in fondo, il rischio» disse Ellery, guardando quanto era rimasto del povero agente. «Da quanto tempo si faceva passare per Monk?» «Da quindici giorni. Ma non si era fatto vivo nessuno, Hartman ne era certo. Passava il tempo libero nel retro, a fotografare su microfilm il libro mastro del negozio, su cui erano registrati centinaia di nomi di clienti, ciascuno con il proprio numero e indirizzo. È stata una fortuna che ci siano qua i microfilm perché l’assassino ha portato via il libro mastro.


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Proprio questa mattina Hartman ci aveva comunicato per telefono di aver scoperto che due dei clienti registrati erano degli agenti stranieri… Come abbia fatto a scoprirlo probabilmente non lo sapremo mai, dato che non ha avuto il tempo di spiegarcelo. Proprio in quel momento è entrato un cliente e Hartman ha dovuto riattaccare. Quando poi abbiamo ritelefonato pensando che ormai non ci fosse più pericolo, Hartman era già morto. Evidentemente uno dei due agenti, o tutti e due, erano entrati nel negozio prima dell’orario di chiusura e avevano capito che era solo un sosia». «Forse avevano un segnale convenuto che Hartman non conosceva» disse Ellery fissando il barattolo di tabacco vuoto. «Storke, perché ti sei rivolto a me per questo caso?» «La ragione ce l’hai sotto gli occhi». «Il barattolo MIX C? Quasi certamente conteneva quello che era stato consegnato a Monk per essere poi passato a qualcuno. Ma se quando Hartman è stato aggredito c’era dentro del materiale spionistico, adesso il materiale è sparito, insieme all’assassino». «Esattamente» disse l’agente segreto. «Perciò Hartman ha fatto quello sforzo sovrumano per prendere dallo scaffale un barattolo vuoto… Perché prima di morire ha voluto attrarre la nostra attenzione su questo barattolo?» «Ovviamente per comunicarci qualcosa». «Ovviamente» ripeté Storke, in tono leggermente irritato. «Ma che cosa? È questo che non riesco a capire, Ellery. Ed è per questo che mi sono rivolto a te. Hai qualche idea?» «Sì» rispose Ellery. «Cercava di dirvi chi erano gli agenti stranieri». Storke generalmente controllava bene le sue emozioni, ma stavolta la sorpresa lo lasciò a bocca aperta e occhi spalancati. «Be’, a me non è riuscito a dire un accidente» borbottò l’agente segreto. «Non mi dirai che a te ha detto qualcosa!» «Be’… sì». «Cosa?» «Chi sono i due agenti stranieri».

ENIGMA PER IL LETTORE Come ha fatto Ellery a capire chi erano i due agenti stranieri? Ecco la spiegazione che Ellery diede a Storke: «Tu mi avevi detto due cose: primo, che gli agenti stranieri figuravano tra i clienti registrati sul libro mastro di Monk; secondo, che sul libro mastro ogni cliente era contrassegnato con un numero. Hartman prima di morire ha fatto uno sforzo enorme per richiamare la vostra attenzione sul barattolo vuoto con l’etichetta MIX C. Nota bene: MIX C sono due parole, e gli agenti stranieri sono due. Potrebbe essere una coincidenza, ma potrebbe anche voler dire che ciascuna delle due parole identifica uno degli agenti.


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Basandomi su questa teoria, ho notato qualcosa di insolito nelle lettere che formano le parole MIX C, qualcosa che non si riscontra in nessuno dei nomi scritti sugli altri nove barattoli del ripiano: il fatto che tutte le lettere di MIX C sono anche dei numeri romani. Prendi la parola MIX. M equivale a 1.000; IX equivale a 10 meno 1, cioè 9. Perciò MIX in numeri romani significa 1.009. Sono sicuro, Storke, che il cliente contrassegnato sul libro mastro col numero 1009 è uno dei due agenti stranieri. C non è altro che il modo romano di scrivere 100, e anche in questo caso sono convinto che controllando il libro mastro risulterà che il numero 100 corrisponde proprio al nome dell’altro agente. Semplice, no?»


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Ellery Queen? Chi è il colpevole? Qual è il movente? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 2. Descrivi l’interno del locale in cui è avvenuto l’omicidio. Quale sensazione suscita nel lettore questa descrizione? 3. Chi è Monk? Perché viene arrestato? 4. Chi è Hartman? Che missione gli è assegnata? Perché viene scelto proprio lui? 5. Quale indizio risulta decisivo per la risoluzione del caso? In che modo lo utilizza Ellery Queen? 6. Nel racconto Il sosia il narratore descrive innanzitutto il luogo del delitto e, successivamente, arriva a descrivere la vittima. Rileggi la descrizione e, sulla base di questo modello, descrivi il luogo raffigurato dalla fotografia qui sotto come scena di un possibile delitto.

7. Nel racconto Il sosia il detective riesce a risolvere il caso interpretando correttamente il messaggio lasciato dalla vittima. Immagina di dover decifrare anche tu, nell’ambito di un’indagine, un particolare messaggio in codice: descrivi l’oggetto ritrovato sulla scena del delitto contenente il messaggio e rivelane la corretta interpretazione.


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ARTHUR CONAN DOYLE Ritratto di Sherlock Holmes Il giorno dopo ci incontrammo come d’accordo, e andammo a ispezionare l’appartamento al n. 221B di Baker Street. Era composto da due camere da letto e da un soggiorno grande e arioso, allegramente arredato, che prendeva luce dai finestroni. Era così attraente, e il prezzo era così abbordabile se diviso in due, che concludemmo subito l’affare e ci trasferimmo senza perdere tempo nel nuovo alloggio. Quella sera stessa portai le mie cose dall’albergo, e la mattina seguente Sherlock Holmes arrivò con diverse casse e valigie. Holmes non era affatto un coinquilino difficile. Aveva modi tranquilli ed era un abitudinario. Era raro vederlo alzato dopo le dieci di sera, e quando io mi svegliavo la mattina lui aveva fatto colazione ed era già uscito. Talora trascorreva la giornata al laboratorio di chimica, a volte al reparto di anatomia, in certi giorni faceva lunghe passeggiate che sembravano sempre portarlo verso i bassifondi della città. Quando veniva colto da uno dei suoi eccessi di attività sembrava disporre di energie inesauribili; ma ogni tanto era come assalito dalla tendenza opposta e allora se ne rimaneva disteso per giorni e giorni sul divano in salotto, senza dir parola e senza muovere un muscolo. A mano a mano che trascorrevano le settimane, aumentarono l’interesse che provavo per lui, e la curiosità che avevo circa i suoi propositi nella vita. Il suo aspetto e la sua personalità avrebbero colpito anche l’osservatore più distratto. Era alto più di un metro e ottanta, ed era talmente magro da sembrare ancora più alto. Aveva occhi attenti e penetranti, a parte quei momenti di torpore a cui ho già accennato; e il suo sottile naso aquilino gli conferiva un’espressione sempre vigile e decisa. Anche il mento, pronunciato e quadrato, lo indicava come un uomo molto determinato. Aveva le mani sempre macchiate di inchiostro e di sostanze chimiche, eppure il suo tocco sapeva essere delicatissimo, come potei rendermi conto osservandolo manipolare i suoi fragili strumenti. Il lettore potrà giudicarmi un emerito ficcanaso, ma devo confessare che quest’uomo stimolava oltremodo la mia curiosità. Ma prima di giudicarmi, è bene tenere a mente che ben poco, allora, attirava la mia attenzione: la salute precaria m’impediva di uscire di casa se il tempo non era perfetto, e non avevo amici che venissero a farmi visita spezzando la monotonia delle giornate. Così accoglievo con gioia quel po’ di mistero che attorniava il mio coinquilino, e trascorrevo una buona parte del mio tempo nel tentativo di svelarlo. Sherlock Holmes, scoprii, non era impegnato in studi di medicina. Né sembrava avesse seguito un qualche corso di specializzazione che servisse a prepararlo per una laurea in scienze o per qualsiasi altra attività accademica. Però studiava con grande zelo e le sue conoscenze apparivano straordinariamente vaste e profonde. Ma la sua ignoranza era altrettanto notevole della sua cultura. Non sapeva quasi nulla di lettere, filosofia o politica. Il mio


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stupore raggiunse il vertice quando, per caso, scoprii che ignorava persino la teoria di Copernico e la struttura del sistema solare! «Vede», mi spiegò, «secondo me il cervello di un uomo si presenta inizialmente come una soffitta: occorre scegliere i mobili con cui riempirla. È sciocco colui che ci mette dentro qualsiasi oggetto. Così facendo, soffoca le cognizioni che gli servono e fa fatica a rintracciarle. È sbagliato ritenere che la piccola soffitta abbia muri elastici, che possono dilatarsi a dismisura. Stia certo: arriva il momento in cui ogni nuova informazione introdotta nella mente comporta l’esclusione di qualcos’altro. È importante che le nuove cognizioni non respingano a gomitate quelle immagazzinate precedentemente». «D’accordo, ma il sistema solare!», protestai. «Che me ne faccio?», mi interruppe spazientito. «Lei mi dice che giriamo intorno al sole. Ma se anche girassimo intorno alla luna che differenza ci sarebbe per me e per il mio lavoro?» Ero sul punto di domandargli quale fosse questo suo lavoro, ma qualcosa nel suo contegno mi disse che non avrebbe gradito una domanda del genere. Comunque, cercai di trarre qualche conclusione. Mi aveva detto di non volere acquisire cognizioni inutili al suo scopo. Dunque, le cognizioni che aveva dovevano essere funzionali a esso. Mi feci mentalmente un elenco di tutti gli argomenti intorno ai quali mi sembrava eccezionalmente ben preparato. Li annotai persino su un foglio di carta. Non potei evitare un sorriso rileggendo quel documento. Era compilato così: SHERLOCK HOLMES – LE SUE LACUNE 1. Letteratura: conoscenza zero. 2. Filosofia: conoscenza zero. 3. Astronomia: conoscenza zero. 4. Politica: conoscenza zero. 5. Botanica: conoscenza variabile. Profonda quanto a belladonna, oppio e veleni in genere. Zero quanto a orticoltura e giardinaggio. 6. Geologia: conoscenza pratica, ma limitata. Sa riconoscere istantaneamente le diverse qualità di terra. Di ritorno da qualcuna delle sue passeggiate mi ha mostrato degli schizzi di fango sui suoi calzoni, indicando, in base al loro colore e alla loro consistenza, in quale parte di Londra se li era procurati. 7. Chimica: conoscenza profonda. 8. Anatomia: conoscenza minuziosa ma poco sistematica. 9. Cronaca sensazionale: conoscenza immensa. Sembra conoscere fin nei minimi particolari tutti gli orrori perpetrati nel nostro secolo. 10. Suona bene il violino. 11. Esperto in cricket, pugilato, scherma. 12. Legislazione britannica: buone cognizioni pratiche. Giunto a questo punto dell’elenco lo buttai nel caminetto. «Se per scoprire gli intenti di quest’uomo devo trovare il comune legame che unisce tutti


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questi elementi, per poi arrivare a una vocazione che li riassuma», mi dissi, «tanto vale che rinunci subito». Nel richiamare quell’elenco ho segnalato le sue abilità di violinista. Erano infatti notevoli, ma eccentriche come ogni altra cosa che lo riguardasse. Era in grado di affrontare composizioni anche difficili: mi suonò infatti alcuni Lieder di Mendelssohn e altri brani. Ma quando suonava da solo si sedeva, chiudeva gli occhi e strimpellava sbadatamente tenendo il violino appoggiato al ginocchio. A volte produceva note malinconiche. Altre volte strambe e allegre. Riflettevano evidentemente i suoi pensieri del momento. Nella prima settimana non ci furono visite, e avevo anzi cominciato a pensare che il mio coinquilino fosse quanto me privo di amicizie. Ma poi mi resi conto che aveva numerose conoscenze, rappresentanti dei ceti e delle classi sociali più disparate. Quando arrivavano queste persone Holmes mi chiedeva di concedergli il salotto. Mi chiedeva sempre scusa per il disturbo. «Devo usare questa stanza come luogo di lavoro», spiegava, «e queste persone sono i miei clienti». Fui di nuovo tentato di porgli una precisa domanda sulle sue attività, e una volta ancora la mia riservatezza m’impedì di costringerlo a confidarsi. Mi dicevo che doveva avere motivi gravi per non voler parlare del suo lavoro, ma poi lui stesso affrontò l’argomento. Era il 4 marzo – ho ottimi motivi per ricordare quella data – e mi alzai prima del solito. Sherlock Holmes non aveva ancora terminato di fare colazione. La padrona di casa si era ormai assuefatta alla mia abitudine di alzarmi tardi, e non aveva ancora preparato il mio posto a tavola. Nell’attesa, piuttosto innervosito, presi un settimanale e mi misi a leggere. Uno degli articoli nel settimanale era sottolineato a matita. Era intitolato piuttosto pretenziosamente Il libro della vita e voleva dimostrare quanto un uomo che sappia osservare possa apprendere dall’esame sistematico di ciò che gli si presenta davanti. Mi sembrò un gran miscuglio di acume e di assurdità. L’autore asseriva di poter sondare i pensieri più riposti di un uomo grazie a un’espressione momentanea del viso, a una minima contrazione muscolare, a un’occhiata repentina. Secondo lui non era possibile ingannare chi fosse addestrato all’osservazione e all’analisi. Le conclusioni esposte nell’articolo erano, stando al loro autore, infallibili quanto i teoremi di Euclide. «Come ogni altra arte», sosteneva l’autore, «la Scienza della Deduzione e dell’Analisi può essere acquisita mediante uno studio lungo e paziente. Ma prima di impegnarsi negli aspetti che presentano le difficoltà maggiori, lo studioso si adoperi per impadronirsi di quelli più elementari. Quando per esempio incontra una persona, cerchi di conoscere al primo sguardo la storia, o il mestiere oppure la professione che svolge. Le unghie di un uomo, la manica della sua giacca, le scarpe, i calzoni all’altezza del ginocchio, i calli sul pollice e l’indice, la stessa sua fisionomia, i polsini della camicia: tutti questi particolari rivelano il mestiere di una persona. Che tutti questi elementi messi insieme non riescano a illuminare l’indagatore, è di per sé inconcepibile». «Che ineffabile guazzabuglio!» esclamai, posando con forza la rivista sul tavolo. «Non ho mai letto tante sciocchezze in vita mia».


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«Di cosa si tratta?», chiese Sherlock Holmes. «Ma di quest’articolo!», dissi indicandolo col cucchiaino mentre mi accomodavo a tavola. «Ho notato che l’ha letto anche lei, visto che è segnato con la matita. Non nego che sia scritto bene. Però lo trovo irritante. Puzza molto di teoria elaborata da qualche perditempo nel privato del suo studio. Non ha applicazione pratica. Mi piacerebbe proprio vederlo su una carrozza di terza classe della metropolitana, a individuare il mestiere degli altri passeggeri. Scommetterei mille sterline che non ci riuscirebbe». «E perderebbe», disse calmo Sherlock Holmes. «Quell’articolo l’ho scritto io». «Lei!» «Sono portato sia alla deduzione sia all’osservazione. Le teorie che esprimo nell’articolo in realtà sono talmente pratiche che conto su di esse per guadagnarmi il pane». «Come sarebbe?» «Ebbene, ho una mia professione. Penso d’essere l’unico mondo che la eserciti. Sono un consulente detective. Abbiamo a Londra molti investigatori governativi e molti che esercitano privatamente. Quando si trovano in difficoltà vengono da me, e io riesco a immetterli sulla pista giusta. Mi espongono tutti gli indizi e di solito sono in grado, grazie alla mia conoscenza della storia del crimine, di dare loro chiarezza. I misfatti hanno tutti qualcosa in comune, e se si conosce a menadito un migliaio di casi si riesce di conseguenza a cogliere le trame anche del millesimo e uno». «Vuole forse farmi credere», dissi, «che senza nemmeno alzarsi da quella poltrona lei riesce a sciogliere nodi che altri non riescono a disfare pur avendo visto con i loro occhi ogni particolare di una vicenda?». «Appunto. Diciamo che posseggo certe capacità d’intuizione. Ogni tanto affiora un caso più complesso di altri. Allora devo andare di persona a verificare. Capisce? Dispongo di un’abbondanza di cognizioni particolari che applico al problema del momento, e questo facilita molto la soluzione. Per me l’osservazione è una seconda natura. Facciamo un esempio: mi è parso sorpreso quando in occasione del nostro primo incontro le ho detto che era stato in Afghanistan». «Qualcuno deve averla informata». «Niente affatto. Sapevo che era reduce dell’Afghanistan. Ormai i miei pensieri si dipanano così rapidamente, che giungo alla conclusione senza rendermi conto delle diverse fasi del processo mentale. Ma le fasi ci sono. Nel suo caso il ragionamento si è svolto in questo modo: “Ecco un signore con le caratteristiche del medico, però con il contegno di un militare. Quindi dev’essere un ufficiale medico. È appena ritornato dai tropici, data la pelle scura che non gli è naturale giacché ai polsi la pelle è bianca. Ha subìto privazioni e malattie, come si deduce dal viso emaciato. Ha subito anche una ferita al braccio sinistro. Infatti appare rigido, non si muove normalmente. Dove può un ufficiale medico avere incontrato recentemente tali privazioni e avere subito una ferita? Ovviamente in Afghanistan”. Una sequenza di pensieri che si


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è dipanata in un istante e difatti subito le ho detto che lei era stato in Afghanistan, meravigliandola». «Sembra semplice quando la spiega così», dissi sorridendo. «Lei mi ricorda il Dupin di Edgar Allan Poe. Credevo che personaggi del genere esistessero solo nella letteratura». Sherlock Holmes si alzò andando ad accendersi la pipa. «Lei senza dubbio crede di rivolgermi un complimento paragonandomi a Dupin», osservò poi. «Orbene, secondo me Dupin era un investigatore di basso livello. Quel suo trucco d’intervenire nei pensieri del suo amico dopo essere rimasto in silenzio per un quarto d’ora è superficiale. Vuole solo fare spettacolo. Nessun dubbio che abbia dimostrato una certa genialità analitica, ma è lungi dall’essere quel fenomeno che Poe vuole farci credere». Ero abbastanza indignato sentendo trattare così un autore che ammiravo. Andai alla finestra. “Questo signore sarà anche intelligente”, pensai tra me, «ma è anche parecchio presuntuoso». «Oggigiorno non ci sono più né crimini né criminali», disse Holmes come lamentandosi. «A che serve avere un buon cervello nel nostro mestiere? So di possederne uno abbastanza pronto da rendere celebre il mio nome. Nessun uomo come me ha mai introdotto nell’indagine criminologica il talento naturale e lo studio che ci ho messo io. Con quale risultato? Non ci sono delitti da chiarire – al massimo qualche malaccorto reato con motivazioni così evidenti che persino un funzionario di Scotland Yard può scoprirle». Ero infastidito per la presunzione con cui parlava. Pensai bene di cambiare argomento. «Chissà cosa sta cercando quel tipo», dissi indicando un uomo aitante ma modestamente vestito che procedeva sul marciapiede scrutando con ansia palese i numeri delle case. Teneva in mano una grande busta azzurra – doveva dunque essere il latore di un messaggio. «Intende dire quel sergente della marina in pensione?», disse Holmes. “Baggianate!”, pensai. “Sa benissimo che non posso verificare l’esattezza di quel che dice”. Avevo a malapena formulato questo pensiero, che l’uomo posò gli occhi sul numero di casa nostra e attraversò rapidamente la via. Udimmo bussare al portone, poi una voce profonda e quindi dei passi pesanti che salivano le scale. «Per il signor Sherlock Holmes», disse entrando nel nostro soggiorno e porgendo la busta al mio amico. Mi si presentava l’opportunità di ridimensionare la presunzione di Holmes. «Posso domandarle», feci rivolgendomi all’uomo, «qual è il suo mestiere?». «Fattorino, signore», rispose lui un po’ ruvidamente. «Non ho l’uniforme perché me la stanno rammendando». «Ma in passato?», insistetti lanciando un’occhiata maliziosa al mio coinquilino. «Ero sergente, signore. Fanteria leggera della Marina». Batté i tacchi, si portò la mano alla fronte per salutare, e ci lasciò.


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1. «Il suo aspetto e la sua personalità avrebbero colpito anche l’osservatore più distratto». Nella prima parte del racconto Watson descrive Holmes. Individua la descrizione, quindi sottolinea, utilizzando diversi colori, abitudini, aspetto fisico e conoscenze dell’investigatore. 2. Perché a Holmes non interessa la teoria copernicana? Che cosa rivela di lui tale disinteresse? 3. Qual è la tesi dell’articolo Il libro della vita? Che opinione esprime Watson a proposito di questa lettura? 4. Holmes, per rispondere a Watson, introduce il concetto di osservazione e il concetto di deduzione. Cosa osserva Holmes e cosa ne deduce per arrivare a concludere che Watson è stato in Afghanistan? Costruisci una tabella seguendo l’esempio proposto. Osservazione

Deduzione

Watson ha le caratteristiche di un medico, però con il contegno di un militare.

Deve essere un ufficiale medico.

5. «Questo signore sarà anche intelligente, ma è anche parecchio presuntuoso». Ritrova e sottolinea nel testo almeno tre affermazioni di Holmes che spingono Watson a esprimere un simile giudizio sull’investigatore. 6. Facendo riferimento a precisi passaggi del testo, scrivi la lettera che il dottor Watson avrebbe potuto inviare a un conoscente per descrivere il suo particolare coinquilino.

7. Nel finale del racconto Holmes, grazie alla sola osservazione, deduce che il fattorino è stato un sergente della marina. Immagina di essere Sherlock Holmes e spiega a Watson come sei giunto a tale conclusione. «Caro Watson, è elementare. Quell’uomo…»


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ARTHUR CONAN DOYLE L’orologio Da molti mesi ormai Sherlock Holmes appariva nervoso e depresso. Non c’era niente, apparentemente, che gli interessasse e passava le giornate privo di quell’attivismo che lo caratterizzava nel corso di indagini. Un pomeriggio lo provocai: «Mio caro amico, per quanto tempo intende ancora passare nell’inattività le sue giornate, sprecando le meravigliose doti del suo intelletto?». Non sembrò offeso. Anzi, riunì le punte delle dita e appoggiò i gomiti sui braccioli della poltrona proprio come chi stia predisponendosi a una gustosa conversazione. «Il mio intelletto», spiegò, «si ribella alla stagnazione. Datemi dei problemi, datemi lavoro, datemi il più astruso crittogramma oppure la più intricata analisi, e mi troverò nel mio elemento naturale. Ma aborro ogni monotona routine. Ho bisogno di esaltazione mentale. Ecco perché ho scelto la mia particolare professione; o, meglio, ecco perché l’ho inventata; difatti sono l’unico al mondo a praticarla». «L’unico investigatore privato?», chiesi inarcando le sopracciglia. «L’unico consulente investigativo privato», confermò lui. «Io esamino i dati ed esprimo la mia opinione di esperto. Non pretendo riconoscimenti. Il mio nome non viene citato sui giornali. Il lavoro in sé e per sé, il piacere di poter esercitare le mie particolari attitudini è per me il maggior compenso che possa esserci. Lei stesso, d’altronde, ha potuto rendersi conto dei miei metodi di lavoro nel caso Jefferson Hope». «Altroché!», riconobbi con entusiasmo. «E nulla mi ha mai colpito di più. Tanto che ho messo tutto in un volumetto a cui ho dato il titolo un po’ fantasioso di Uno studio in rosso». «È a proposito di questo che stamani lei è andato all’ufficio postale di Wigmore Street, e ha inviato un telegramma?» disse con ironia, sprofondando nella poltrona. «Esatto!», esclamai. «Esatto per tutt’e due le cose! Confesso però di non capire come ci sia arrivato. Mi sono recato all’ufficio postale nell’impulso di un momento, e non ne ho parlato con anima viva». «È elementare», ridacchiò vedendo il mio stupore. «Così assurdamente semplice che ogni spiegazione è superflua. Può essere comunque utile per precisare i confini tra osservazione e deduzione. L’osservazione mi dice che sul tacco di una sua scarpa c’è un po’ di fango rossastro. Davanti all’ufficio postale di Wigmore Street hanno cominciato degli scavi e il terriccio è ammucchiato in modo che non è possibile evitarlo quando si entra. Si tratta di terra rossiccia che non c’è altrove nel rione, tutto questo è osservazione. Il resto è deduzione». «Ma, il fatto del telegramma?» «Sapevo che lei non aveva scritto alcuna lettera, dato che siamo stati insie-


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me tutta la mattina. Inoltre, sul suo scrittoio ci sono un foglio di francobolli e un mucchio di cartoline postali. Allora, perché andare alla posta se non per spedire un telegramma?» «Proprio così», riconobbi dopo una breve riflessione. «Ma come lei stesso afferma, si tratta di una questione assai semplice. Mi giudicherebbe impertinente se sottoponessi le sue teorie a un più severo esame?» «Al contrario», rispose. «Sarò lieto di esaminare qualunque problema lei voglia espormi». «L’ho sentita sostenere che è difficile per chiunque servirsi quotidianamente di un oggetto senza lasciarvi l’impronta della propria personalità, al punto che un osservatore ben allenato può sempre leggervela. Orbene, ho da poco acquisito un orologio da tasca. Vuole cortesemente darmi la sua opinione circa la personalità e le abitudini dell’ex proprietario?» Gli porsi l’orologio con una lieve sensazione di divertimento, perché ritenevo impossibile quell’esame, al punto che intendevo usarlo proprio come una lezione per il tono dogmatico che Holmes ogni tanto esibiva. Lui soppesò l’orologio, ne scrutò attentamente il quadrante, aprì la cassa ed osservò il meccanismo dapprima a occhio nudo e poi con una potentissima lente. Quasi non seppi trattenermi dal sorridere vedendo l’espressione delusa che assunse richiudendolo e restituendomelo. «Quasi non ci sono indizi», osservò. «L’orologio è stato pulito di recente, e ciò mi priva delle notizie più rivelatrici». «Ha ragione», dissi. «È stato pulito prima che me lo mandassero». «Sebbene incompleto, il mio esame non è stato però del tutto infruttuoso», riprese contemplando il soffitto con occhi sognanti e opachi. «Se sbaglio mi corregga. Direi che l’orologio sia appartenuto a suo fratello maggiore, il quale l’ha ereditato da vostro padre». «L’ha dedotto, immagino, dalle iniziali H.W. incise sulla cassa». «Certamente. La lettera W suggerisce il suo cognome, caro Watson. L’orologio risale a una cinquantina d’anni fa, e le iniziali sono state incise a quell’epoca, quindi una generazione fa. Questo genere di cose di solito passa in eredità ai primogeniti, che sovente recano lo stesso nome del padre. Se ben ricordo, suo padre è deceduto già da molti anni. Quindi, doveva essere passato a suo fratello». «Fin qui tutto bene», ammisi. «C’è altro?» «Doveva avere abitudini disordinate – molto disordinate e superficiali. Aveva ottime potenzialità, ma le ha sprecate ed è vissuto in povertà con pochi intervalli di benessere finché, datosi al bere, è morto. Di più non so dire». Balzai dalla poltrona e presi a camminare con impazienza per la stanza. «Questo è indegno di lei, Holmes», protestai. «Non mi sarei mai aspettato da lei una tale bassezza. Ha indagato sulla vita del mio infelice fratello, e ora cerca di farmi credere di avere tratto queste notizie da astrusi ragionamenti!» «Mio caro dottore», disse in tono gentile, «la prego di accettare le mie scuse. Considerando la faccenda come un problema astratto, ho dimenticato quanto la toccasse intimamente e potesse dunque risultarle penosa. Le ga-


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rantisco comunque che non sapevo neppure che lei avesse un fratello, prima che mi consegnasse l’orologio». «Mi spieghi allora, come ha potuto raccogliere tutti quei fatti? Sono esatti in ogni particolare». «Allora ho avuto fortuna. Potevo dire solo quel che mi sembrava probabile. Non m’aspettavo di essere così preciso». «Non è stato un mero tirare a indovinare?» «No, no: non cerco mai di indovinare. È un’abitudine molto sbagliata, che distrugge la facoltà di applicare la logica. A lei sembra strano perché non segue il filo dei miei pensieri e non prende nota dei piccoli fatti da cui si possono trarre grandi deduzioni. Facciamo un esempio: ho cominciato con il dire che suo fratello era trascurato. Osservi attentamente la parte inferiore della cassa dell’orologio – vede? Ci sono segni un po’ dappertutto, il che segnala l’abitudine di tenere nella stessa tasca gli oggetti più svariati, quali monete e chiavi. Non occorre essere un genio per comprendere che un uomo capace di trattare con tanta noncuranza un orologio da cinquanta ghinee, dev’essere un tipo piuttosto trascurato. Né è un’illazione ardita concludere che l’erede di un oggetto di questo valore doveva avere ricevuto in eredità un buon patrimonio». Annuii per indicare che stavo seguendo il suo ragionamento. «D’altra parte, in Inghilterra i banchi dei pegni, quando ritirano un orologio, sono soliti incidere leggermente all’interno della cassa il numero di registrazione. Con la mia lente sono visibili almeno quattro di questi numeri all’interno della cassa. Deduzione: suo fratello navigava spesso in cattive acque. Seconda deduzione: incontrava, però, anche sprazzi di benessere, altrimenti non sarebbe stato in grado di recuperare l’orologio. Infine, dia un’occhiata alla piastra interna, dove sta la serratura della chiavetta. Vede tutti quegli innumerevoli graffi che circondano il foro per la chiave? Sono stati provocati nel tentativo di infilare la chiave per ricaricare l’orologio. Non c’è orologio di alcolizzato che non abbia quei segni. Lo carica di notte e lascia queste tracce dovute all’incertezza della sua mano. Come vede, nessun mistero». «Chiaro come la luce del giorno», dissi, «e mi dispiace d’essere stato ingiusto. Avrei dovuto avere più fiducia nelle sue meravigliose facoltà. Posso chiederle se abbia attualmente una qualche indagine interessante?». «No», sospirò. «Io non posso vivere senza attivare il cervello. Cos’altro vale la pena? Vada alla finestra. Ha mai visto un mondo tanto lugubre, squallido e inutile? Vede come la nebbia giallastra fluttua nella strada e si raccoglie sopra le case grigiastre? Cosa potrebbe esserci di più prosaico, di più scontato? Mi dica, dottore, a cosa serve avere determinate facoltà se non c’è modo di impiegarle? Il delitto è banale, la vita è banale, e soltanto le qualità banali hanno ormai una funzione sulla terra». Stavo aprendo la bocca per rispondere a quello sfogo quando bussarono alla porta. Entrò la nostra padrona di casa con un biglietto da visita su un vassoio. «Una signorina desidera vederla, signore», disse rivolgendosi a Sherlock Holmes.


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«La signorina Mary Morstan», lesse lui. «Uhm! Il nome non mi dice nulla. Dica alla signorina di salire pure, signora Hudson. Non se ne vada, dottore. Vorrei che restasse».

1. All’inizio del racconto Holmes appare nervoso e depresso. Qual è la causa di questo suo stato d’animo? Sottolinea nel testo i passaggi che ti aiutano a rispondere alla domanda. 2. Holmes precisa la distinzione tra osservazione e deduzione attraverso un esempio. Ritrova ed elenca ciò che si riferisce all’attività di osservazione e ciò che invece riguarda la deduzione. In collaborazione con la classe e con l’insegnante, proponi una definizione dei due termini. 3. Perché Watson porge a Holmes il suo orologio da tasca «con una lieve sensazione di divertimento»? Cosa rivelano queste parole sul giudizio che egli nutre nei confronti delle affermazioni di Sherlock Holmes? 4. Completa la tabella. Seguendo il ragionamento di Holmes, elenca ciò che egli ha osservato per giungere a certe deduzioni. Osservazione

Deduzione L’orologio è appartenuto al fratello maggiore di Watson che lo ha ereditato dal padre. Il fratello aveva abitudini disordinate e superficiali. Il fratello è vissuto in povertà con pochi intervalli di benessere. Il fratello, prima di morire, si è dato al bere.

5. Tutti i componenti della classe portino a lezione un oggetto a loro familiare. Osserva l’oggetto del tuo compagno di banco, descrivilo, quindi trai delle deduzioni sulla sua storia e sulle caratteristiche del suo proprietario. Leggi quindi il testo al tuo compagno per sapere se lo hai osservato bene e se ne hai dedotto informazioni esatte.

6. Sul modello del brano appena letto, racconta un possibile episodio che abbia come protagonisti Sherlock Holmes e Watson, impegnati nel dover scoprire l’identità di una persona a partire dall’attenta analisi di un oggetto di sua proprietà.


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ARTHUR CONAN DOYLE Barbaglio d’Argento «Caro Watson, temo che dovrò andare», disse Holmes, un mattino che sedevamo insieme a colazione. «Andare? E dove?» «A Dartmoor… a King’s Pyland». La cosa non mi sorprese. Mi meravigliavo anzi che egli non fosse coinvolto in quel caso straordinario, che era diventato l’argomento principale delle conversazioni di tutta l’Inghilterra. Uno solo, in quel momento, poteva essere infatti il problema che doveva stuzzicare la sua mente analitica, cioè la misteriosa scomparsa del favorito della Coppa Wessex, e la tragica morte del suo allenatore. Quando mi annunciò improvvisamente l’intenzione di recarsi sulla scena del dramma, non era altro che quello che avevo aspettato e sperato. Fu così che circa un’ora dopo mi trovavo nel sedile d’angolo di uno scompartimento di prima classe, su un treno espresso, in viaggio per Exeter, mentre Sherlock Holmes, la faccia aguzza e intelligente ombreggiata dalla falda del berretto, si tuffava con avidità nel mucchio di giornali appena acquistati alla stazione di Paddington. Dopo aver sorpassato Reading buttò sotto il sedile l’ultimo foglio che teneva in mano, e mi offerse il suo portasigari. Mi adagiai sui cuscini, aspirando voluttuosamente un sigaro, mentre Holmes, proteso in avanti, enumerava con il lungo indice i vari punti sul palmo della mano sinistra, ed esponeva l’elenco degli avvenimenti che avevano determinato il nostro viaggio. «Barbaglio d’Argento discende da Isonomy, e la sua fama non è certamente inferiore a quella del suo celebre antenato. Ha attualmente cinque anni e ha fruttato al colonnello Ross, che ne è il fortunato proprietario, tutti i primi premi di questi ultimi anni. Al momento della catastrofe era il favorito per la Coppa Wessex e le scommesse lo davano a tre contro uno. Era sempre stato il preferito dei frequentatori ippici, che non erano mai rimasti delusi, cosicché anche recentemente erano state puntate su di lui somme enormi: era perciò logico che vi fosse molta gente la quale aveva tutto l’interesse a impedire che Barbaglio d’Argento prendesse parte alla corsa di martedì prossimo. La cosa era naturalmente risaputa a King’s Pyland dove si trova l’allevamento del colonnello. Erano state prese tutte le precauzioni del caso per proteggere il favorito. L’allenatore, John Straker, era un fantino in ritiro, che aveva montato a lungo per i colori del colonnello Ross, finché non era diventato troppo pesante per continuare a correre. Era rimasto cinque anni al servizio del colonnello in qualità di fantino, e sette come allenatore, dimostrandosi sempre onesto e zelante nel lavoro. Sotto di lui c’erano tre garzoni, poiché si tratta di un allevamento piccolo, contenente in tutto quattro cavalli. Uno dei garzoni vegliava tutta notte nella scuderia, mentre gli altri dormivano in un


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soppalco. Pare che tutti e tre siano bravissimi ragazzi. John Straker, che era sposato, abitava in una villetta a circa duecento metri dalle scuderie. Non aveva figli, teneva una cameriera, e in complesso se la passava bene. La campagna attorno è molto isolata, ma a circa mezzo miglio a nord sorge un piccolo raggruppamento di villini costruiti da un appaltatore di Tavistock, per malati o altre persone che vogliano respirare l’aria pura del Dartmoor. In quanto a Tavistock, questa cittadina si stende per due miglia a ovest, mentre di là dalla brughiera, pure a una distanza di due miglia, sorge il più vasto allevamento di Capleton, il quale appartiene a lord Backwater ed è diretto da Silas Brown. Verso gli altri punti cardinali la landa si stende completamente deserta, ed è abitata solo saltuariamente da compagnie nomadi di zingari. Questa dunque era nel complesso la situazione lunedì scorso, al momento della catastrofe. Quella sera i cavalli avevano fatto moto ed erano stati lavati come al solito. Alle nove le scuderie erano state chiuse a chiave. Due dei garzoni si recarono alla casa di Straker, dove consumarono la loro cena in cucina, mentre il terzo, Ned Hunter, rimase di guardia. Pochi minuti dopo le nove, la cameriera Edith Baxter gli portò in scuderia la cena, consistente in un piatto di montone al curry. Non portò nulla da bere, poiché nelle scuderie c’è un rubinetto dell’acqua, ed è regola che il garzone di guardia non debba bere altro. La cameriera aveva con sé una lanterna, poiché la notte era già calata, e il sentiero corre in aperta brughiera. Edith Baxter si trovava a trenta metri dalle scuderie quando dall’oscurità emerse un uomo che le ingiunse di fermarsi. Quando fu nel cerchio di luce gialla emanato dalla lanterna, la ragazza notò che si trattava di una persona dal portamento signorile, che vestiva un abito di tessuto grigio sportivo e aveva in testa un berretto di stoffa. Portava pure un paio di uose1, e in mano teneva un grosso bastone munito di pomo. La ragazza fu molto impressionata dal pallore straordinario della sua faccia e dal nervosismo di tutto il suo atteggiamento. Le parve che dovesse avere più di trent’anni. “Sapete dirmi dove mi trovo?” le chiese lo sconosciuto. “Mi ero quasi rassegnato a passare la notte nella brughiera, quando ho veduto la luce della vostra lanterna”. “Siete vicino all’allevamento di King’s Pyland” gli rispose la ragazza. “Davvero? Che fortuna!” esclamò il giovane. “So che ogni sera ci dorme solo un garzone di scuderia. Probabilmente quella è la sua cena. Non dubito che voi non vorrete rifiutare i soldi per comprarvi un bel vestitino nuovo, nevvero?” E così dicendo tolse dalla tasca del panciotto un pezzo di carta bianca piegata. “Fate in modo che il ragazzo abbia questo per stasera, e potrete comprarvi il più grazioso dei vestitini”. I modi del giovane spaventarono talmente la ragazza che essa fuggì di corsa verso la finestra dove era solita far passare il cibo. Questa era aperta, e 1 uose: ghette, gambaletti di cuoio che si portano sopra le scarpe. Termine di origine germanica.


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Hunter era seduto a un tavolino nell’interno del locale. La cameriera aveva incominciato a riferirgli l’accaduto, quando il giovanotto ricomparve. “Buonasera” disse, guardando attraverso la finestra, “proprio con voi volevo parlare”. La ragazza ha giurato che mentre egli parlava aveva notato un angolo del pacchettino di carta sporgere dalla sua mano chiusa. “Che cosa fate qui?” gli domandò il garzone. “Si tratta di qualcosa che potrà fruttarvi parecchi soldi” gli rispose l’altro. “Voi avete dei cavalli che devono correre alla Coppa Wessex: Barbaglio d’Argento e Baiardo. Datemi informazioni giuste, e vedrete che non ve ne pentirete. È vero che al peso Baiardo riesce a dare all’altro cento yarde in cinque ottavi di miglio1, e che la scuderia ha puntato il proprio denaro su di lui?” “Dunque siete uno di quei maledetti ficcanaso” rispose il garzone. “Vi faccio vedere io come trattiamo noi di King’s Pyland la gentaglia come voi”. Balzò in piedi e corse dall’altra parte della scuderia per liberare il cane. La ragazza scappò verso casa, ma mentre fuggiva si voltò a guardare e vide lo sconosciuto sporto attraverso la finestra. Un minuto dopo, però, quando Hunter corse fuori col cane, il tizio era scomparso, e per quanto il ragazzo facesse tutto il giro del fabbricato non riuscì a trovarne traccia». «Un momento», dissi. «Il ragazzo di scuderia, nel correre fuori col cane, ha lasciato la porta aperta?». «Bravo, Watson. Bravissimo!» mormorò il mio compagno. «Anche per me questo punto era di importanza così capitale che spedii apposta ieri un telegramma a Dartmoor per chiarire la cosa. No, il ragazzo aveva chiuso a chiave la porta prima di uscire, e aggiungerò che la finestra è troppo angusta perché un uomo possa passarvi. Hunter attese il ritorno dei due compagni, dopodiché inviò un messaggio all’allenatore per avvertirlo di quanto era accaduto. La notizia scosse molto Straker, per quanto non sembra che egli ne avesse compreso tutta la portata. Fu però assalito da una vaga inquietudine e sua moglie, svegliandosi all’una del mattino, vide che il marito si stava vestendo. In risposta alle sue domande, Straker le disse che non riusciva a dormire, perché era preoccupato per i cavalli, e che aveva intenzione di recarsi fino alle scuderie per vedere se laggiù tutto era tranquillo. La moglie lo supplicò di restare a casa, poiché sentiva la pioggia tamburellare contro i vetri delle finestre, ma egli, nonostante le preghiere della moglie, si infilò il suo grosso impermeabile e uscì. Svegliandosi nuovamente alle sette del mattino, la signora Straker si accorse che il marito non era ancora ritornato. Perciò si vestì in fretta, chiamò la cameriera e si avviò alle scuderie. La porta era aperta, e dentro, tutto rannicchiato su una seggiola, trovarono Hunter sprofondato in una specie di ebete sonnolenza, lo stallo del favorito vuoto, e nessuna traccia dell’allenatore. I due uomini che dormivano nel pagliaio sopra la stanza dei finimenti furono presto risvegliati. Non avevano inteso nulla durante la notte, poiché hanno entrambi il sonno molto duro. Hunter era evidentemente sotto l’in1 Intendi: è vero che Baiardo è più veloce di Barbaglio d’Argento?


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flusso di una fortissima droga. E poiché non gli si poté cavar nulla di bocca, fu lasciato dormire in pace mentre i due ragazzi e le due donne correvano in cerca dell’uomo e dell’animale scomparsi. Essi speravano ancora che l’allenatore, per qualche sua ragione particolare, avesse portato fuori il cavallo per fargli fare del moto mattutino, ma nel salire sulla collinetta vicina alla casa, da cui si domina tutta la brughiera, non solo non videro traccia del favorito, ma scorsero qualcosa che li preavvertì che una tragedia doveva essere accaduta. A circa un quarto di miglio dalle scuderie il soprabito di John Straker pendeva sospeso a un cespuglio di ginestre. Immediatamente al di là si stende nella landa una depressione a forma di conca, e nel fondo di questa fu rinvenuto il cadavere dello sfortunato allenatore. Gli avevano spaccato il cranio con un colpo selvaggio, prodotto da un arnese pesante, e il suo corpo presentava una ferita alla coscia, la quale era attraversata da un taglio lungo e netto, che gli era stato indubbiamente inferto da un’arma assai appuntita. Appariva perciò evidente che Straker si era difeso disperatamente contro i suoi assalitori, poiché nella mano destra impugnava un minuscolo coltello, il quale appariva intriso di sangue fino al manico, mentre nella sinistra stringeva ancora una sciarpa di seta rossa e nera, che la cameriera riconobbe subito per averla veduta la sera innanzi al collo dello sconosciuto che le si era avvicinato nei pressi della scuderia. Anche Hunter, quando si riebbe dal torpore, dichiarò senza la minima esitazione che quella sciarpa apparteneva allo sconosciuto, ed era pure certo che fosse stato lo straniero a drogare il suo montone al curry nell’attimo in cui era rimasto solo presso la finestra, per privare in tal modo le scuderie del loro guardiano. In quanto al cavallo scomparso, vi erano prove abbondanti, nella mota raccolta nel fondo della conca fatale, che esso si era trovato lì al momento della lotta. Ma da quel mattino non era stato più veduto, e nonostante l’offerta di una fortissima ricompensa, e benché tutti gli zingari di Dartmoor siano sul chi va là, di Barbaglio d’Argento non si ha fino ad ora nessuna notizia. L’analisi chimica ha infine rivelato che gli avanzi della cena, lasciati dal garzone di scuderia, contengono una forte quantità di oppio in polvere, mentre gli altri familiari, i quali pure avevano mangiato lo stesso cibo, quella stessa sera, non avevano risentito alcun effetto nocivo1. Questi sono gli avvenimenti relativi alla vicenda, spogli di qualsiasi congettura o fronzoli superflui. Vi ricapitolerò ora quanto ha fatto la polizia in proposito. L’ispettore Gregory, a cui il caso è stato affidato, è un funzionario dei migliori: se fosse dotato di immaginazione potrebbe raggiungere grandi altezze nella sua professione. Appena giunto sul posto rintracciò ed arrestò prontamente l’uomo su cui logicamente si posavano i sospetti di tutti. Non fece molta fatica a scovarlo poiché è ben conosciuto in tutta la zona. Questo giovane 1 nocivo: dannoso. Dal latino nocēre = nuocere.


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si chiama Fitzroy Simpson. È di nascita ed educazione ottime, e dopo avere sperperato una fortuna sui campi di corse, tira adesso a campare facendo con molta discrezione e signorilità l’allibratore1 privato in vari circoli sportivi londinesi. L’esame dei suoi registri ha rivelato che egli aveva incassato contro il favorito scommesse per un ammontare di cinquemila sterline. Al momento dell’arresto dichiarò egli stesso di sua iniziativa di essersi recato a Dartmoor nella speranza di ottenere qualche informazione sui cavalli di King’s Pyland, nonché su Desborough, il secondo favorito attualmente affidato alle cure di Silas Brown delle scuderie Capleton. Non tentò di negare il suo comportamento della sera innanzi, ma dichiarò di non aver avuto alcun proposito malvagio, e di avere semplicemente desiderato ottenere qualche informazione di prima mano. Quando gli mostrarono la sciarpa, divenne pallidissimo e non seppe assolutamente spiegare la presenza nella stretta dell’uomo assassinato. Le sue vesti ancora tutte bagnate dimostravano che era stato fuori sotto la tempesta della sera prima, e il suo bastone, in legno di Penang, appesantito con piombo, poteva benissimo essere strumento che, con colpi ripetuti, aveva inferto le terribili percosse che avevano causato la morte dell’allenatore. D’altro canto sulla sua persona non fu riscontrata la minima ferita, mentre le condizioni in cui fu ritrovato il coltello di Straker starebbero a indicare che uno almeno dei suoi assalitori avrebbe dovuto esserne stato colpito. Questi, in succinto, caro Watson, sono i fatti e se potrete darmi qualche chiarimento in proposito ve ne sarò infinitamente grato». Ero stato ad ascoltare l’esposizione di Holmes col massimo interesse, ammirandone la perspicuità2 e la precisione, così tipicamente sue: per quanto quei fatti mi fossero noti, non ne avevo fino a quel momento apprezzato tutta l’importanza relativa, né il nesso che li legava gli uni agli altri. «Non può darsi» osservai «che l’incisione sulla coscia di Straker sia stata causata dal suo stesso coltello per i movimenti convulsi che accompagnano le ferite alla testa?» «È più che possibile, è probabile. In questo caso scompare uno dei punti principali a favore dell’accusato». «Eppure», dissi «ancora adesso non mi riesce di capire quale possa essere l’ipotesi della polizia». «Temo che qualsiasi ipotesi noi si possa fabbricare incontri le più gravi obiezioni» replicò il mio compagno. «La polizia immagina, io credo, che Fitzroy Simpson, dopo avere narcotizzato il ragazzo ed essersi impadronito chi sa come di un duplicato della chiave, abbia aperta la porta della scuderia, e ne abbia tratto fuori il cavallo con l’intenzione evidentemente di rapirlo. Manca la briglia dell’animale, perciò Simpson deve avergliela attaccata. Dopodiché, avendo lasciato la porta aperta dietro di sé, stava conducendo via il cavallo verso la brughiera, quando si imbatté o fu raggiunto dall’allenatore. 1 allibratore: nell’ippica colui che gestisce le scommesse. 2 perspicuità: chiarezza.


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Naturalmente ne seguì una lite, Simpson colpì ripetutamente alla testa il suo avversario col suo pesante bastone senza essere minimamente ferito dal coltellino che Straker aveva estratto per difendersi, poi il ladro o condusse il cavallo in un nascondiglio segreto, oppure questi può essersela squagliata durante la zuffa, e può darsi che ora stia vagando per le lande. Questo è il caso così come appare alla polizia, e, per quanto improbabile, le altre spiegazioni lo sono ancora di più. Comunque, non appena mi troverò sul posto, vedrò come stanno le cose, ma fino a quel momento non vedo come ci sia possibile, così senza elementi positivi, formulare un’ipotesi qualsiasi». Giungemmo che era ormai sera alla piccola cittadina di Tavistock, la quale sta, come la borchia di uno scudo, nel mezzo dell’immenso cerchio di Dartmoor. Alla stazione erano ad attenderci due signori: il primo alto e biondo con una testa leonina e una lunga barba, dotato di due occhi azzurro-chiari straordinariamente penetranti, l’altro un omino piccolo, vivace, molto accurato nella persona, che indossava una giacca a coda di rondine e un paio di uose, dai favoriti1 ben curati e il monocolo incastrato nell’orbita. Quest’ultimo era il colonnello Ross, il noto sportivo; il primo era l’ispettore Gregory, un uomo che si stava facendo una rapida fama nel servizio di polizia britannico. «Sono felice che abbiate risposto al nostro appello, signor Holmes» disse il colonnello. «L’ispettore qui presente ha fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare, ma non voglio lasciare nulla di intentato nella speranza di vendicare il povero Straker e di ritrovare il mio cavallo». «Si sa qualcosa di nuovo?» domandò Holmes. «Purtroppo siamo pressappoco al punto di partenza», gli rispose l’ispettore… «Fuori ci aspetta una carrozza aperta, e giacché penso che vorrete vedere i posti prima di notte, potremmo parlarne in vettura». Un minuto dopo eravamo tutti seduti in un comodo landò2 e stavamo filando di gran carriera attraverso la vecchia cittadina del Devonshire. L’ispettore Gregory non faceva che rimuginare il caso, emettendo un fiotto ininterrotto di osservazioni, mentre Holmes gettava qua e là una domanda o un’esclamazione occasionale. Il colonnello Ross si era appoggiato ai cuscini della carrozza, le braccia conserte, il cappello calato sugli occhi, mentre io stavo ad ascoltare con estremo interesse la conversazione dei due investigatori. Gregory stava formulando la sua teoria, che era quasi esattamente quella che Holmes aveva preveduta nel treno. «La rete si sta stringendo sempre più intorno a Fitzroy Simpson» diceva Gregory, «e personalmente credo sia proprio lui il nostro uomo. D’altro canto devo ammettere che ci mancano prove dirette e che un nuovo sviluppo della situazione potrebbe totalmente capovolgere la mia ipotesi». «Qual è la vostra opinione circa il coltello di Straker?» «Siamo giunti alla conclusione che si è ferito da solo nella caduta».

1 favoriti: baffi. 2 landò: carrozza elegante a quattro ruote.


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«Questa era appunto l’ipotesi che poco fa mi aveva formulato il mio amico dottor Watson. In tal caso, ciò starebbe contro Simpson». «Certamente. Sul suo corpo non è stata trovata traccia di ferita, e gli indizi contro di lui sono molto gravi. Egli aveva tutto l’interesse a far scomparire il favorito. Su di lui grava il sospetto di aver narcotizzato il garzone di scuderia; si trovava indubbiamente fuori nella tempesta, era armato di un bastone pesante, e la sua sciarpa fu rinvenuta nella mano del morto. Mi sembra ce ne sia più che abbastanza per mandarlo in corte d’assise». Holmes scosse il capo. «Un abile avvocato difensore ridurrebbe in pezzi tutte queste testimonianze a sfavore» disse. «Che interesse poteva aver Simpson a portar via il cavallo dalla scuderia? Se voleva rovinarlo, perché non lo ha fatto sul posto? È stata ritrovata in suo possesso un’altra chiave? Chi è il farmacista che gli ha venduto la polvere d’oppio? E, soprattutto, dove poteva lui, poco pratico della zona, nascondere un cavallo, e un cavallo di quel calibro, per giunta? Che spiegazione dà Simpson della carta che egli voleva far consegnare dalla cameriera al ragazzo?» «Egli dice che si trattava di una banconota da dieci sterline. Infatti nel suo portafogli ne fu trovata una. Però le altre sue obiezioni possono essere facilmente smantellate. Simpson non è affatto poco pratico della zona. Ha soggiornato due volte a Tavistock durante l’estate. L’oppio se lo è probabilmente procurato a Londra. In quanto alla chiave, dopo essersene servito, deve averla buttata via. E il cavallo può giacere in fondo a una delle tante cave o vecchi pozzi di cui è disseminata la landa». «Come spiega il rinvenimento della sua sciarpa in mano al morto?» «Ammette che è sua, e dichiara di averla smarrita. Però nella vicenda si è accertato un elemento nuovo che può spiegare come sia stato Simpson a portar via il cavallo dalla scuderia». Holmes drizzò le orecchie. «Abbiamo ritrovato delle tracce le quali indicano chiaramente che una compagnia di zingari si è accampata lunedì notte a un miglio di distanza dal luogo del delitto. Martedì gli zingari erano scomparsi. Ora, ammesso che ci fosse un’intesa tra Simpson e questi zingari, non può egli aver consegnato a loro il cavallo e non può trovarsi attualmente l’animale in possesso di costoro?» «Certo la cosa è possibile». «La brughiera è stata percorsa in lungo e in largo alla ricerca di questa banda di zingari. Io ho ispezionato inoltre ogni scuderia e ogni rimessa di Tavistock, e questo per un raggio di dieci miglia». «Mi pare che qua vicino ci sia un altro allevamento di cavalli». «Sì, ed è certamente un fattore che non dobbiamo trascurare. Poiché Desborough, il loro cavallo, compare secondo nella lista delle scommesse, essi avevano logicamente interesse alla scomparsa del favorito. Silas Brown, l’allenatore di Capleton, aveva scommesso forte, ed è risaputo che non nutriva alcuna amicizia verso il povero Straker. L’allevamento è stato però accurata-


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mente perquisito e non vi abbiamo trovato il minimo indizio che possa collegarsi con il nostro caso». «E non c’è nulla che colleghi Simpson agli interessi della scuderia Capleton?» «Assolutamente nulla». Holmes si rannicchiò nel fondo della vettura, e la conversazione cessò. In capo a pochi minuti il nostro conducente si fermò davanti a una graziosa villetta di mattoni rossi e dalle grondaie sporgenti, posta a fianco della strada. A qualche distanza, di là da un recinto, si stendeva un lungo fabbricato dal tetto di ardesia. In ogni altro senso si allungavano fino alla linea dell’orizzonte le molli curve della landa che le felci morenti coloravano di bronzo, interrotte soltanto dai campanili di Tavistock e da un raggruppamento di case verso ovest, che indicavano l’ubicazione delle scuderie Capleton. Tutti balzammo a terra ad eccezione di Holmes, il quale era rimasto seduto nella vettura, gli occhi fissi al cielo, completamente immerso nei suoi pensieri. Fu solo quando gli toccai il braccio che egli si risvegliò, come di soprassalto, e si decise a scendere a sua volta dalla vettura. «Vogliate scusarmi» disse, volgendosi in particolare al colonnello Ross che era rimasto a guardarlo con una certa sorpresa. «Stavo sognando a occhi aperti». Ma nel suo sguardo c’era un tale scintillio e nei suoi modi una così contenuta agitazione che subito mi convinsi, abituato come ero alle sue stranezze, che egli aveva afferrato un indizio, per quanto non potessi avere la minima idea di che cosa si trattasse. «Forse preferireste recarvi subito sulla scena del delitto, signor Holmes?» disse Gregory. «Se non vi spiace, vorrei fermarmi qui un istante e porvi qualche domanda di contorno. Straker è stato riportato qui, immagino». «Sì, è ancora di sopra. L’inchiesta avrà luogo domani». «Lo avete avuto al vostro servizio per molti anni, non è vero, colonnello?» «Sì, e l’ho sempre trovato un ottimo dipendente». «Penso che avrete fatto l’inventario di quanto aveva in tasca al momento della morte, nevvero, ispettore?» «Certamente e se avete interesse a vederli, gli oggetti sono tutti raccolti in salotto». «Mi farebbe piacere». Entrammo tutti nella sala centrale e ci sedemmo intorno alla tavola, mentre l’ispettore apriva una scatola quadrata di latta e ne versava il contenuto davanti a noi. C’era una scatola di cerini, un pezzetto di candela, una pipa di radica, una borsa da tabacco in pelle di foca contenente mezza oncia di Cavendish, un orologio d’argento con catena d’oro, cinque sovrane d’oro, un portamatite in alluminio, alcune carte e un coltello dal manico d’avorio dalla lama delicatissima, rigida, recante la marca “Meiss e Co., Londra”. «Che strano coltello!» disse Holmes, prendendolo in mano ed esaminandolo minutamente. «Immagino, vedendovi tracce di sangue, che deve essere


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quello che fu ritrovato tra le dita del morto. Watson, mi pare che questo coltello sia di vostra competenza». «Infatti: è quello che noi medici chiamiamo un coltello anatomico» dissi. «Lo pensavo. Una lama assai delicata, studiata per un lavoro altrettanto delicato. È strano che Straker se lo portasse con sé per una spedizione così poco scientifica, tanto più che non poteva tenerlo chiuso in tasca». «Infatti la punta era protetta da un disco di sughero che abbiamo ritrovato accanto al cadavere» disse l’ispettore. «Sua moglie ci ha spiegato che quel coltello era rimasto per alcuni giorni sul loro tavolo di toeletta, e che suo marito l’aveva preso con sé al momento di lasciare la stanza. È un’arma da poco, ma forse la sola che egli aveva a portata di mano in quel momento». «Può darsi. E quelle carte che cosa sono?» «Tre sono conti, saldati, di commercianti di fieno. Una è una lettera di istruzioni del colonnello Ross. Quest’altra è un conto di sarta per l’ammontare di trentasette sterline e quindici scellini, presentato da madame Lesurier di Bond Street, a William Darbyshire. La signora Straker ci ha spiegato che Darbyshire era un amico di suo marito e che di tanto in tanto le sue lettere venivano indirizzate a casa loro». «La signora Darbyshire ha dei gusti piuttosto spenderecci» osservò Holmes, scorrendo il foglio con una rapida occhiata. «Ventidue ghinee sono una cifra piuttosto ragguardevole per un solo vestito. Mi sembra comunque che non vi sia altro da apprendere, e possiamo ormai recarci sulla scena del delitto». Mentre uscivamo dal salottino una donna che era rimasta in attesa nel corridoio fece un passo innanzi e posò una mano sul braccio dell’ispettore. Il suo volto era smarrito, magro, teso dall’angoscia e recava ancora i segni di un terrore recente. «Li avete presi? Li avete trovati?» domandò ansimante. «No, signora; ma il signor Holmes qui presente è venuto espressamente da Londra per aiutarci, e faremo quanto sarà in nostro potere per scoprire i colpevoli». «Signora Straker», disse Holmes «sono certo di avervi conosciuta a Plymounth, a una festa campestre, qualche tempo fa». «No, signore, lei si inganna». «Perbacco! Eppure lo avrei giurato. Lei indossava un abito di seta color tortora guarnito di piume di struzzo». «Non ho mai avuto un vestito simile» rispose la signora. «Se è così…» e con un inchino di scusa seguì l’ispettore in istrada. Una breve passeggiata attraverso la landa ci portò alla conca in cui il cadavere era stato ritrovato. Sull’orlo di questa sorgeva il cespuglio di ginestre dove il cappotto era stato appeso. «Da quanto ho capito, quella era una notte senza vento» disse Holmes. «Infatti, però pioveva molto forte». «In tal caso il soprabito non fu spinto sul cespuglio di ginestre dalla violenza dell’uragano ma vi fu posato sopra».


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«Già, è così». «Molto interessante. Ho l’impressione che il terreno sia stato parecchio calpestato. Senza dubbio ci sono passati molti piedi da lunedì mattina». «Abbiamo messo qui da un lato una stuoia, e tutti ci siamo fermati su quella». «Magnifico». «In questa borsa ho uno stivale di Straker, una scarpa di Simpson, e un vecchio ferro di cavallo di Barbaglio d’Argento». «Mio caro ispettore, voi mi battete». Holmes prese la borsa, e scendendo nell’avvallamento spinse la stuoia in posizione orizzontale, Poi, stendendovisi sopra faccia a terra e appoggiato il mento sulle mani, prese ad esaminare attentamente la mota tutta calpestata che si stendeva dinanzi a lui. «Perdinci!» esclamò a un tratto «Questo che cos’è?» Si trattava di un cerino mezzo bruciacchiato, e talmente coperto di fango da sembrare a tutta prima un minuscolo frammento di legno. «Non so come abbia fatto a non vederlo» disse l’ispettore con aria seccata. «Era impossibile vederlo, poiché era affondato nel fango. Io l’ho veduto semplicemente perché l’ho cercato». «Come! Vi aspettavate di trovare un cerino qui?» «Pensavo che fosse possibile». Tolse stivale, scarpa e ferro di cavallo dalla borsa e ne paragonò le impronte coi segni impressi sul terreno. Quindi si arrampicò fino all’orlo della conca e strisciò tutt’intorno tra le felci e i cespugli. «Non credo vi siano altre tracce» disse l’ispettore. «Ho esaminato il terreno circostante con la massima cura per un raggio di cento metri». «Perbacco» disse Holmes alzandosi «non avrò certo l’impertinenza di riesaminarlo dopo quanto mi dite. Vorrei però fare una passeggiatina nella brughiera prima che venga buio, in modo da impratichirmi del terreno per domani, e credo che mi metterò in tasca come portafortuna questo ferro di cavallo». Il colonnello Ross, il quale aveva già dato qualche segno di impazienza di fronte ai metodi di lavoro calmi e sistematici del mio amico, lanciò uno sguardo al suo orologio. «Avrei piacere che ritornaste con me, ispettore» disse. «Vi sono alcuni punti sui quali desidererei chiedere il vostro parere, e vorrei sapere soprattutto se debbo o no informare il pubblico che il nome del mio cavallo deve essere cancellato dalla lista dei partecipanti alla Coppa». «Oh, no, no!» gridò Holmes con calore. «Dovete assolutamente lasciarcelo». Il colonnello si inchinò. «Sono lieto di conoscere la vostra opinione in proposito» disse. «Quando lor signori avranno terminato la loro passeggiata, potranno trovarci a casa del povero Straker, dopodiché ritorneremo insieme a Tavistock». Si allontanò con l’ispettore, mentre Holmes ed io ci avviavamo lentamente attraverso la brughiera. Il sole stava incominciando a calare dietro le scuderie Capleton e il lungo declivio che si stendeva innanzi a noi era divenuto


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color d’oro, e si approfondiva di ricchi toni bronzei là dove le felci ormai morenti e i rovi trattenevano la luce della sera. Ma le bellezze naturali erano sciupate per il mio compagno, il quale seguiva invece il corso dei suoi pensieri. «Non c’è altro da fare, Watson» disse infine. «Lasciamo per il momento da parte il problema di chi sia stato a uccidere John Straker, e limitiamoci a scoprire che cosa è successo al cavallo. Ammettendo dunque che l’animale sia fuggito durante o dopo la tragedia, dove può essere andato? Il cavallo è una bestia di natura gregaria1: se lasciato a sé stesso il suo istinto l’avrebbe riportato a King’s Pyland oppure l’avrebbe sospinto verso Capleton. Per quale ragione si sarebbe messo a correre per la landa allo stato brado? A quest’ora lo avrebbero certamente rintracciato. E che scopo avrebbero avuto gli zingari nel rapirlo? Quella è gente che se la batte subito al largo non appena sente odor di polvere, poiché non ha nessuna intenzione di venire a contatto con la polizia. Ora non potevano avere alcuna speranza di riuscire a vendere un cavallo come Barbaglio d’Argento: il rischio sarebbe stato troppo grosso e il guadagno certamente nullo o quasi. Mi sembra che su questo punto non ci sia nulla da ridire». «Ma dov’è andato a finire allora?» «Vi ho già detto che o sarebbe ritornato a King’s Pyland, oppure sarebbe andato a Capleton. Dal momento che non è a King’s Pyland, non può che essere a Capleton. Accettiamo momentaneamente questa ipotesi come vera, e vediamo dove ci conduce. Questa parte della brughiera, come l’ispettore ha giustamente osservato, è molto dura e asciutta. Ma verso Capleton va declinando, e voi stesso potete vedere laggiù un profondo avvallamento, che la notte di lunedì deve essere stato particolarmente impregnato di umidità. Se la nostra supposizione è esatta, il cavallo deve essere andato da quella parte, e quello è il punto dove noi dobbiamo ricercare le sue tracce». Durante questa conversazione avevamo camminato di buon passo, e di lì a pochi minuti ci trovammo davanti alla conca cui si era accennato. Su richiesta di Holmes mi diressi verso il bordo di destra, mentre il mio amico si portava sulla sinistra, ma non avevo fatto cinquanta passi che lo udii lanciare un grido, e lo vidi che mi faceva cenno con la mano. Le peste2 di un cavallo apparivano chiaramente impresse nella terra molle, e il ferro equino che egli aveva tenuto in tasca si adattava esattamente alle impronte. «Ecco che cosa vale l’immaginazione» disse Holmes. «Purtroppo è una qualità che manca a Gregory. Noi abbiamo immaginato quello che poteva essere accaduto, abbiamo agito di conseguenza, e ora vediamo che le nostre ipotesi erano esatte. E adesso continuiamo». Attraversammo il fondo paludoso e percorremmo un quarto di miglio di terreno duro e asciutto. Poi il declivio ricominciò e di nuovo ci imbattemmo nelle peste di Barbaglio d’Argento: tornammo a smarrirle per un altro mezzo miglio, per ritrovarle però un’altra volta vicinissime a Capleton. Fu Holmes il 1 natura gregaria: detto di animali che vivono in branchi o simili aggregazioni. 2 peste: orme, tracce.


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primo a vederle, e me le additò con un’espressione di trionfo negli occhi. A fianco di quelle dell’animale era visibile una pesta umana. «Il cavallo era solo, prima» dissi. «Proprio così. Prima era solo. Perbacco! Che cos’è questo?» La doppia pista girava bruscamente e prendeva la direzione di King’s Pyland. Holmes emise un fischio di soddisfazione ed entrambi ci mettemmo a seguirla. I suoi occhi erano fissi sulle orme, ma per caso io volsi gli occhi da una parte, e constatai con mia sorpresa che le stesse peste ritornavano indietro in direzione opposta. «Bravo, Watson» disse Holmes come gliele indicai «questo ci ha risparmiato un lungo giro che ci avrebbe riportati al punto di partenza. Seguiamo adesso la traccia di ritorno». Non dovemmo andar lontano. Essa terminava davanti al marciapiede di asfalto che conduceva ai cancelli delle scuderie Capleton. Come ci avvicinammo, un palafreniere1 ci corse incontro. «Non vogliamo vagabondi dalle nostre parti» gridò. «Desidero semplicemente farvi una domanda» disse Holmes cacciandosi l’indice e il pollice nel taschino del panciotto. «Sarebbe troppo presto per parlare col vostro principale, signor Silas Brown, se dovessi venire alle cinque di mattina?» «Neanche per idea, signore, se c’è un uomo mattiniero è proprio lui. Ma eccolo qua in persona, e potrà rispondervi lui direttamente. No, grazie, signore: guai se mi vedesse prendere dei soldi! Più tardi se non vi dispiace». Mentre Sherlock Holmes rimetteva nel taschino del panciotto la sua mezza corona, un uomo anziano dall’aspetto poco rassicurante, uscì a grandi passi dal cancello agitando in una mano un frustino da caccia. «Che cosa c’è, Dawson?» gridò. «Niente pettegolezzi! Tu va’ per i fatti tuoi, e voi che diavolo volete?» «Parlare semplicemente con voi per dieci minuti, egregio signore» disse Holmes con la sua voce più suadente. «Non ho tempo da perdere con dei chiacchieroni. Non vogliamo estranei qua dentro. Andatevene, altrimenti vi sguinzaglio dietro il cane». Holmes si piegò in avanti e bisbigliò qualcosa all’orecchio dell’allenatore. Questi sobbalzò violentemente e arrossì fino alla radice dei capelli. «È una menzogna», urlò. «Una maledetta menzogna». «Benissimo! Dobbiamo discuterne qui in pubblico, o preferite che entriamo nel vostro salottino?» «Bè, se proprio volete, entrate pure». Holmes sorrise. «Non vi farò aspettare più di cinque minuti, Watson» disse. «E adesso, signor Brown, sono completamente a vostra disposizione». Per dire la verità attesi un buon venti minuti, e i toni rossi del tramonto si erano trasformati in un’unica sfumatura grigia quando Holmes e l’allenatore finalmente ricomparvero. Era incredibile il mutamento avvenuto in Silas 1 palafreniere: scudiero, uno che lavora nelle scuderie.


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Brown in così breve spazio di tempo. La sua faccia era di un pallore cinereo, la sua fronte era imperlata di gocce di sudore e le mani gli tremavano talmente che il frustino da caccia oscillava tra le sue dita come una foglia scossa dal vento. Le sue maniere burbere, tracotanti, erano scomparse, e seguiva ora docilmente il mio compagno come avrebbe fatto un cagnolino col suo padrone. «Osserverò alla lettera le vostre istruzioni: farò esattamente come dite voi», mormorò. «Non ci deve essere il più piccolo errore» disse Holmes, fissandolo dritto negli occhi, mentre l’altro sotto l’imperiosità di quello sguardo si contorceva tutto come un verme. «State sicuro, vi prometto che non ci saranno errori. Ci sarà. Devo cambiarlo prima o è meglio che aspetti?» Holmes rifletté un attimo, quindi scoppiò in una risata. «No, è meglio di no» disse. «Comunque, vi scriverò in proposito. Ma niente trucchi, altrimenti…» «Oh, fidatevi di me, fidatevi di me». «Quel giorno dovete curarlo come se fosse vostro». «Fidatevi di me, vi dico». «Va bene. Domani vi farò avere mie notizie». E così dicendo girò sui tacchi senza badare alla mano tremante che l’altro gli tendeva, e insieme ci avviammo alla volta di King’s Pyland. «Non ho mai veduto una più perfetta combinazione di tracotanza, codardia e infingardaggine di quel padron Silas Brown», osservò Holmes, mentre ci incamminavamo insieme sulla via del ritorno. «Mi pare di aver capito che il cavallo ce l’ha lui, non è così?» «In principio ha tentato di far lo sbruffone, ma gli ho descritto con tanta esattezza tutti i suoi movimenti di quella mattina, che è convinto che io l’ho veduto. Avrete naturalmente osservato le caratteristiche punte quadrate delle impronte, e come gli stivali di Brown vi corrispondano inequivocabilmente. D’altronde non è possibile pensare che un subalterno abbia osato correre un rischio così grave. Gli descrissi dunque come, secondo la sua abitudine, essendo il primo ad alzarsi, egli notò un cavallo sperduto nella landa, come gli si sia avvicinato, e il suo stupore nel riconoscere, dalla stella bianca sulla fronte che gli ha dato il nome, come la sorte gli avesse messo tra le mani l’unico cavallo che potesse battere quello su cui egli aveva puntato il suo danaro. Gli dissi poi come il suo primo impulso era stato di riportare il favorito a King’s Pyland, quando il demonio gli aveva suggerito il modo di tener celato il cavallo sino alla fine della corsa, e come egli lo aveva ricondotto indietro e nascosto a Capleton. Dopo che gli ebbi descritto tutti questi particolari, la sua burbanza si afflosciò, e il poveraccio adesso non pensa più ad altro che a salvarsi la pelle». «Eppure anche le sue scuderie erano state perquisite!» «Oh, un vecchio manipolatore di cavalli sa come cambiare i connotati alle sue bestie».


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«Ma non avete paura di lasciargli in mano l’animale, dal momento che lui ha ogni interesse a danneggiarlo?» «Amico mio, vi garantisco che lo custodirà come la pupilla dei suoi occhi. Sa benissimo che la sua sola speranza di salvezza sta nel conservarlo sano e salvo». «Ho l’impressione che il colonnello Ross non sia un uomo da usare molta indulgenza in un caso come questo». «Il colonnello Ross non mi interessa. Io seguo i miei metodi e riferisco quello che mi pare e piace. Questo è il vantaggio di agire in forma privata. Del resto non so se ve ne siete accorto, Watson, ma il colonnello mi ha trattato un tantino sottogamba, e adesso ho voglia di divertirmi un poco alle sue spalle Perciò, vi prego, non dite nulla del cavallo». «Certo, non lo farei mai senza il vostro consenso». «D’altronde, questo è un punto assai secondario in paragone al problema di chi sia stato a uccidere John Straker». «Adesso vi occuperete anche di questo?» «Niente affatto, rientriamo tutti e due questa sera a Londra con l’ultimo treno». Queste parole del mio compagno mi lasciarono ammutolito. Ci trovavamo nel Devonshire da poche ore soltanto, e non riuscivo francamente a capire come egli abbandonasse così all’improvviso un’inchiesta che aveva iniziato con tanto entusiasmo, ma non mi fu più possibile cavargli una sola parola di bocca finché non fummo di ritorno alla casa dell’allenatore. Il colonnello e l’ispettore ci aspettavano in salotto. «Il mio amico ed io ritorniamo in città con l’espresso di mezzanotte» spiegò Holmes. «È stato per noi un vero piacere respirare la vostra magnifica aria di Dartmoor». L’ispettore sgranò tanto d’occhi, mentre le labbra del colonnello si arricciavano in un risolino di scherno. «Così disperate di arrestare l’assassino del povero Straker!» disse. Holmes si strinse nelle spalle. «Certo ci sono parecchie gravi difficoltà da superare» ammise. «Ho però la certezza che il vostro cavallo correrà martedì, e vi raccomando di tener pronto il suo fantino. Potrei avere una fotografia del signor John Straker?» L’ispettore ne tolse una da una busta che aveva in tasca e gliela tese. «Mio caro Gregory, voi prevenite tutti i miei desideri. Se volete avere la bontà di attendermi qui un istante andrò a fare una domanda alla cameriera». «Devo confessarvi che il vostro consulente di Londra mi ha alquanto deluso» disse il colonnello Ross all’ispettore, non appena il mio amico fu uscito dalla stanza. «Mi pare che nonostante il suo intervento siamo ancora al punto di partenza». «Comunque» interloquii io, «avete la sicurezza che il vostro cavallo correrà». «Già, questo lo dice lui, Holmes» disse il colonnello con un’alzata di spalle, «ma io preferirei avere il mio cavallo».


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Stavo per rispondere in difesa del mio amico quando questi rientrò nella stanza. «Ed ora, signori» disse «sono pronto a partire per Tavistock». Mentre salivamo in vettura uno dei garzoni di scuderia venne ad aprirci la portiera. Parve che un’idea improvvisa attraversasse la mente di Holmes, poiché si sporse innanzi e toccò il ragazzo sulla spalla. «Vedo che avete delle pecore» disse. «Chi le cura?» «Io, signore». «Non avete notato niente di strano, recentemente?» «Per dir la verità, no, signore: però tre bestie mi si sono azzoppate». Mi accorsi che a questa notizia Holmes fu estremamente compiaciuto, poiché diede in un risolino e si fregò le mani tutto soddisfatto. «Fantastico, Watson, fantastico!» esclamò, pizzicandomi il braccio. «Gregory, raccomando alla vostra attenzione questa epidemia ovina. Partenza, cocchiere!» Il colonnello Ross fece una faccia con cui sembrava confermare la scarsa opinione che si era formata circa le doti del mio amico, ma dal viso dell’ispettore notai che l’attenzione di quest’ultimo era stata acutamente risvegliata. «Lo ritenete un particolare interessante?» chiese. «Esattamente». «C’è qualche altro punto su cui ritenete opportuno attrarre la mia attenzione?» «Sì, sullo strano incidente del cane, quella notte». «Ma, quella notte, il cane non ha fatto nulla». «Questo appunto è l’incidente curioso» replicò Sherlock Holmes. Quattro giorni più tardi Holmes ed io eravamo nuovamente in treno diretti a Winchester per assistere alla corsa per la Coppa Wessex. Avevamo dato appuntamento al colonnello Ross, il quale infatti ci attendeva all’uscita della stazione, e nella sua giardiniera ci dirigemmo all’ippodromo. Il viso del colonnello era grave e i suoi modi estremamente freddi. «Finora del cavallo non ho avuto nessuna notizia». «Se lo vedeste lo riconoscereste subito?» gli chiese Holmes. Il colonnello s’infuriò. «Vivo da vent’anni sui campi di corse, e questa è la prima volta che mi si rivolge una domanda simile!» esclamò. «Anche un bambino saprebbe riconoscere Barbaglio d’Argento dalla stella bianca in fronte e dalla chiazzatura delle zampe anteriori». «Come vanno le scommesse?» «Ma… questo è il punto curioso della storia. Fino a ieri si sarebbe potuto avere quindici contro uno, ma poi le puntate hanno seguitato a diminuire, finché ormai si riesce a stento ad ottenere tre contro uno». «Uhm!» mormorò Holmes. «Qualcuno sa qualcosa, è evidente». Mentre la giardiniera si avvicinava al recinto in prossimità della tribuna centrale, io diedi un’occhiata alla tabella dei concorrenti.


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«Abbiamo cancellato l’altro nostro campione e abbiamo puntato tutte le speranze sulla sua parola» disse il colonnello. «Perbacco, che cosa succede? Barbaglio d’Argento è favorito?» «Cinque a quattro contro Barbaglio d’Argento!» urlava la tribuna degli allibratori. «Cinque a quattro contro Barbaglio d’Argento. Quindici a cinque contro Desborough! Cinque a quattro sul campo!» «I numeri sono già saliti» esclamai. «Ci sono tutti e sei». «Tutti e sei? Allora corre anche il mio cavallo» esclamò il colonnello in preda alla più viva agitazione. «Ma non lo vedo, i miei colori non sono ancora passati. Ne sono passati soltanto cinque. Deve essere questo». Mentre parlava un possente cavallo baio balzò fuori dal recinto del peso e ci sorpassò con un ambio1 perfetto, portando sul dorso i celebri colori nero e rosso del colonnello. «Ma quello non è il mio cavallo!» gridò il disgraziato proprietario. «Quella bestia non ha neppure un pelo bianco. Che cosa diamine mi avete combinato, signor Holmes?» «Calma, calma, vediamo come se la cava» replicò il mio amico imperturbabile, e per alcuni minuti seguitò a guardare attraverso il mio binocolo da campagna. «Fantastico! Una partenza magnifica!» gridò a un tratto. «Eccoli laggiù che passano la curva!» Dalla nostra giardiniera la visuale era perfetta: come giunsero sul rettilineo i sei cavalli erano talmente vicini, l’uno all’altro che una coperta avrebbe potuto avvolgerli tutti, ma a metà corsa la scuderia Capleton passò in testa. Prima però di giungere all’altezza del punto dove noi eravamo lo slancio di Desborough fu superato, e il cavallo del colonnello, lanciato a tutto galoppo, oltrepassò il traguardo di sei buone lunghezze sul suo rivale, mentre Iris, del duca di Balmoral, arrivava miseramente terzo. «Nonostante tutto ho vinto la corsa» balbettò il colonnello passandosi una mano sugli occhi. «Confesso che non ci capisco un’acca. Non vi pare di aver fatto abbastanza il misterioso, signor Holmes?» «Sì, colonnello, avete ragione. Adesso vi dirò tutto. Ma andiamo prima a dare un’occhiata al cavallo tutti assieme. Eccolo lì» continuò, mentre entravamo nel recinto del peso dove sono ammessi soltanto i proprietari e i loro amici, «non avete che da lavargli il muso e le zampe con un po’ d’alcool e vedrete che è sempre lo stesso Barbaglio d’Argento di prima». «Mi togliete il fiato». «L’ho scoperto nelle mani di un camuffatore, e mi sono preso la libertà di lasciarlo correre così conciato com’era». «Mio caro signor Holmes, avete compiuto meraviglie. Il cavallo ha l’aria di star benone, anzi direi che non è mai stato meglio in vita sua. Vi devo mille scuse per aver dubitato della vostra sagacia. Mi avete reso un servizio immen-

1 ambio: andatura del cavallo quando porta avanti contemporaneamente le due gambe dello stesso lato, alternandole alle altre due.


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so facendomi ritrovare il mio cavallo, ma me ne rendereste uno ancor maggiore se riusciste a mettere le mani addosso all’assassino di John Straker». «Già fatto» rispose Holmes con la sua solita flemma. Il colonnello ed io lo fissammo strabiliati. «Lo avete preso? Ma dov’è, dunque?» «Qui». «Qui? Dove?» «In questo momento in mia compagnia». Il colonnello arrossì di collera. «Riconosco di avere molti obblighi verso di voi, signor Holmes» disse «ma devo considerare ciò che avete detto ora o uno scherzo di cattivissimo genere, o un insulto». Sherlock Holmes rise. «Vi assicuro che non ho la benché minima intenzione di associarvi al delitto, egregio colonnello» disse, «il vero assassino si trova esattamente alle vostre spalle!» Fece un passo indietro e posò una mano sulla lucente criniera del purosangue. «Il cavallo» gridammo ad una voce il colonnello ed io. «Sì, il cavallo, e la colpa è diminuita dal fatto che il poverino ha agito per legittima difesa, perché quel John Straker era un individuo del tutto indegno della fiducia di cui voi lo onoravate; ma ecco la campana, e siccome ho scommesso qualche soldarello su questa corsa, rimanderò a un momento più propizio la spiegazione particolareggiata dei fatti». Quella sera rientrando a Londra ci eravamo installati nell’angolo migliore di una vettura pullman e credo che, sia per il colonnello Ross come per me, quello fu un viaggio brevissimo, tanto interessante fu l’esposizione degli avvenimenti occorsi nell’allevamento equino di Dartmoor quel fatale lunedì notte. Una esposizione fattaci da Holmes con la sua caratteristica chiarezza, e nella quale ci descrisse pure i mezzi grazie ai quali era giunto a districare quel mistero apparentemente insolubile. «Devo ammettere» cominciò «che le congetture che avevo architettato in base alle cronache dei giornali erano completamente errate. E tuttavia esse contenevano degli indizi che avrebbero potuto essere importanti, se altri particolari non si fossero aggiunti a cancellarne l’esatta valutazione. Mi recai dunque nel Devonshire col convincimento che il vero colpevole fosse Fitzroy Simpson, benché naturalmente mi fossi reso conto che le prove contro di lui erano lungi dall’essere complete. Soltanto mentre mi trovavo in carrozza, proprio nel momento in cui giungevamo alla casa dell’allenatore, intuii a un tratto l’immenso significato del montone al curry. Ricorderete forse che mi ero distratto, e che ero rimasto seduto in vettura quando voi ne eravate discesi. Il fatto è che mi stavo meravigliando della mia stessa imbecillità per aver trascurato un indizio così importante». «Confesso» disse il colonnello «che anche ora non ne vedo la portata». «Esso fu invece il primo anello della mia catena di argomentazioni. L’oppio in polvere non è affatto insapore, il suo gusto non è sgradevole, ma è net-


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tamente percepibile. Se fosse stato mescolato con un altro cibo qualsiasi, chi lo avesse mangiato se ne sarebbe immediatamente accorto, e probabilmente avrebbe interrotto il pasto. Il curry era invece il mezzo ideale con cui dissimulare questo sapore particolare. Ora era impossibile che un estraneo, come Fitzroy Simpson, potesse avere fatto sì che quella sera in casa dell’allenatore si servisse del cibo al curry, e sarebbe stata una coincidenza troppo assurda che egli capitasse sul posto con della polvere d’oppio proprio la sera in cui per caso veniva servito un piatto così idoneo a dissimulare il sapore della droga. Era un’ipotesi impensabile, e perciò eliminai dalla scena la persona di Simpson, mentre tutta la mia attenzione si concentrò su Straker e sua moglie, le sole due persone cioè che potessero aver scelto per la cena di quella sera del montone alla salsa di curry. L’oppio venne aggiunto nel piatto messo apposta da parte per il garzone di scuderia, poiché gli altri mangiarono lo stesso cibo senza risentirne alcun effetto dannoso. Chi dunque poteva accostarsi a quel piatto senza che la cameriera se ne accorgesse? Prima di chiarire questo punto, mi aveva colpito il fatto del silenzio del cane, perché ogni induzione esatta logicamente ne suggerisce un’altra. L’incidente di Simpson, mi aveva rivelato che nella scuderie c’era un cane. Eppure, mentre qualcuno era entrato e aveva condotto fuori il cavallo, il cane non aveva abbaiato: altrimenti i due garzoni che dormivano nel soppalco si sarebbero svegliati. Perciò il visitatore notturno doveva essere qualcuno che il cane conosceva bene. Mi ero già convinto, o perlomeno quasi convinto, che John Straker si era recato alla scuderia nel cuor della notte e ne aveva fatto uscire Barbaglio d’Argento. Ma a quale scopo? Per uno scopo disonesto, senza dubbio, altrimenti perché avrebbe drogato il proprio garzone di scuderia? E tuttavia non riuscivo ad afferrare il motivo che lo aveva spinto a far ciò. Sono già accaduti molti casi, prima di questo, in cui degli allenatori si sono procurati forti somme di danaro puntando contro i propri cavalli, attraverso agenti, impedendogli poi di vincere, con mezzi fraudolenti. Qualche volta si servono di un fantino disonesto che trattiene il cavallo all’ultimo momento. Qualche volta il mezzo è più sicuro e più sottile. Qual era dunque il sistema escogitato da Straker? Sperai che il contenuto delle sue tasche mi avrebbe aiutato nelle mie ricerche. Il che infatti avvenne. Non avrete certamente dimenticato lo strano coltello ritrovato in mano al morto, un coltello che nessun uomo sano di mente avrebbe mai adoperato come arma. Come ci ha confermato il dottor Watson, si tratta di un coltello usato soltanto in delicatissime operazioni chirurgiche. E quella notte appunto doveva essere usato per un’operazione chirurgica particolarmente delicata. Grazie alla vostra vasta esperienza in materia d’ippica, voi certamente non ignorate, colonnello Ross, che è possibile eseguire una leggera intaccatura nei tendini della coscia di un cavallo, per via sottocutanea, in modo da non lasciar traccia. Un cavallo così trattato rivela a poco a poco una zoppaggine che viene attribuita a eccesso di moto o ad un attacco reumatico, ma mai a una manipolazione disonesta e criminosa». «Mascalzone! Farabutto!» gridò il colonnello.


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«Abbiamo qui la spiegazione del perché John Straker voleva condurre fuori il cavallo in aperta brughiera. Era assolutamente necessario agire all’aperto». «Sono stato cieco!» esclamò il colonnello. «Adesso capisco perché aveva bisogno di una candela e ha acceso un fiammifero». «Certamente. Ma l’esame delle sue carte mi permise di scoprire non soltanto il metodo del suo crimine, ma anche i motivi che lo avevano indotto a tentarlo. Voi, colonnello, che siete una persona di mondo, sapete che noialtri uomini non abbiamo l’abitudine di portarci in tasca i conti privati dei nostri amici. Ne abbiamo già abbastanza di dover regolare i nostri. Ne dedussi immediatamente che Straker conduceva una doppia vita, aveva insomma un’altra famiglia. La natura del conto mi dimostrò che nella faccenda entrava una signora, una signora dai gusti molto costosi. Per quanto voi possiate essere generoso con i vostri dipendenti, non credo che col suo solo stipendio il vostro allenatore potesse permettersi di spendere venti ghinee per un abito da passeggio da signora. Interrogai sull’argomento la signora Straker senza metterla in sospetto e, una volta assicuratomi che non si trattava di lei, presi nota dell’indirizzo della sarta, ed ebbi la sicurezza che recandomi da costei con la fotografia di Straker avrei facilmente tolto dalla circolazione il mitico Darbyshire. Da quel momento tutto divenne chiarissimo. Straker aveva condotto il cavallo in una conca, dove la luce della candela sarebbe stata invisibile. Simpson fuggendo aveva perso la sua sciarpa e Straker l’aveva raccolta, nell’intento forse di usarla per fasciare la zampa del cavallo. Una volta giunto nella conca, si era avvicinato alle terga dell’animale, aveva acceso un fiammifero, ma la bestia, spaventata da quel bagliore improvviso, e con lo strano istinto degli animali che li avverte sempre di un pericolo imminente, si era messa a scalciare e lo zoccolo d’acciaio aveva colpito in pieno Straker alla fronte. Per compiere quella delicata operazione, egli, incurante della pioggia, si era tolto il mantello, e così, nella caduta, il coltello gli aveva trapassato la coscia. Sono stato chiaro?» «Fantastico!» esclamò il colonnello. «Fantastico! Si direbbe che siate stato presente alla scena». «Confesso che della mia ultima intuizione sono veramente un po’ orgoglioso. Riflettei che un uomo astuto come Straker non avrebbe intrapreso la delicata recisione di un tendine senza fare prima un po’ di pratica. Su chi dunque aveva potuto esercitarsi? I miei occhi caddero sulle pecore, e feci una domanda che, con mia sorpresa, mi dimostrò, con la risposta del suo garzone, che la mia illazione era esatta». «Voi non avreste potuto essere più chiaro, signor Holmes». «Appena tornato a Londra mi recai dalla sarta, la quale riconobbe subito in Straker uno dei suoi migliori clienti. Egli, sotto il nome di Darbyshire, acquistava per la propria elegantissima moglie i più costosi vestiti delle sue collezioni. Non dubito che questa donna lo abbia cacciato fino al collo nei debiti, costringendolo così ad architettare questo miserabile intrigo».


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«Voi mi avete spiegato tutto, fuorché una cosa sola» disse il colonnello «dove diavolo si era cacciato il cavallo?» «Mah, aveva tagliato la corda ed era stato preso in cura da un vostro vicino. Su questo punto credo che dovremmo chiudere un occhio. Intanto, se non erro, siamo arrivati a Clapham Junction, e fra dieci minuti entreremo a Victoria Station. Se aveste piacere di fumare un sigaro a casa nostra, caro colonnello, sarò felice di fornirvi quei particolari in proposito che potranno interessarvi».

Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Sherlock Holmes? Quali sono i delitti commessi? Chi sono i colpevoli? Qual è il movente? 2. G. K. Chesterton sostiene che Barbaglio d’Argento sia «la migliore tra le storie di Sherlock Holmes». Cosa, a tuo parere, rende efficace questo racconto? In cosa consiste l’originalità della sua costruzione? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 3. Chi lavora nell’allevamento di King’s Pyland? Quale altro allevamento si trova nelle vicinanze? 4. Che cosa accade di strano a King’s Pyland la notte prima dell’assassinio? 5. In che condizioni viene ritrovato il cadavere di John Straker? 6. Chi viene inizialmente arrestato per la morte di Straker e per la sparizione di Barbaglio d’Argento? Con quali prove? Quale sarebbe il movente? 7. Che cosa non convince Holmes e Watson di questo arresto? 8. Barbaglio d’Argento viene ritrovato a Capleton. Perché Holmes lo cerca proprio lì, nonostante il luogo sia già stato perquisito?


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9. Completa la tabella per ripercorrere i passi che portano alla risoluzione del caso. Osservazione

Deduzione

il montone al curry

il cane non aveva abbaiato

il coltello anatomico nelle mani di Straker

il fiammifero

il conto di sarta

il coltello sporco di sangue

le pecore azzoppate

10. Dalle pagine di questo racconto emerge con chiarezza la figura di Sherlock Holmes. Presenta il personaggio, mettendo in luce personalitĂ e metodo investigativo, in riferimento agli avvenimenti in cui viene coinvolto.

11. Scrivi un testo che presenti il racconto nei suoi principali elementi: delitto, sospettati, indizi, falsi indizi, congetture‌ Stai attento! Non dovrai rivelare la soluzione del caso, ma solamente invogliare il destinatario alla lettura!


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AGATHA CHRISTIE Miss Marple racconta una storia Non credo di avervi mai raccontato, miei cari – a te, Raymond e a te Joan – un fatterello piuttosto curioso che è successo ormai da alcuni anni. Non voglio minimamente apparirvi vanitosa… Certo, in raffronto a voi giovani, so di non essere affatto intelligente: Raymond scrive quei libri modernissimi che parlano tutti di uomini e donne giovani piuttosto sgradevoli, e Joan dipinge quei notevoli quadri raffiguranti persone quadrate con strani rigonfi addosso, molto, molto ingegnoso da parte tua, mia cara, però come dice sempre Raymond (ma lo dice con molta gentilezza, perché lui è il più gentile dei miei nipoti), io sono una vittoriana1 senza speranza. Ammiro il signor Alma-Tadema e il signor Frederic Leighton e suppongo che a voi appaiano vittoriani senza speranza anche loro. Dunque, vediamo un po’, che cosa stavo dicendo? Oh, sì… che non volevo sembrar vanitosa, ma che non ho potuto fare a meno di essere appena un pizzichino contenta di me stessa perché, e solo usando un po’ di buon senso, credo di aver risolto un problema che aveva messo in scacco cervelli più abili del mio. Anche se, in effetti, avrei dovuto pensare che tutta la faccenda era ovvia, sin dall’inizio… Bene, vi racconterò la mia storiella e se pensate che tendo a darmi un po’ di arie al riguardo, ricordate che, quanto meno, ho aiutato una creatura in grave ambascia2. Sentii parlare di questa faccenda per la prima volta una sera verso le nove, allorché Gwen (ricordate Gwen, la mia camerierina con i capelli rossi?), be’… Gwen venne a dirmi che erano venuti a trovarmi il signor Petherick e un altro signore. Gwen li fece passare in salotto… e giustamente. Io sedevo in sala da pranzo perché all’inizio della primavera trovo sia uno spreco tenere due fuochi accesi. Dissi a Gwen di portare il cherry-brandy e i bicchieri e mi affrettai a raggiungere il salotto. Non so se ricordate il signor Petherick: è morto due anni fa, ma era stato mio amico per molti anni, oltre a occuparsi delle mie faccende legali. Un uomo astutissimo e un legale veramente in gamba. Ora c’è il figlio che ha preso il suo posto, un bravo ragazzo, molto aggiornato ma, in certo qual modo, non provo per lui tutta la fiducia che avevo per suo padre. Spiegai al signor Petherick la faccenda del fuoco acceso e subito lui mi disse che sarebbero passati con me in sala da pranzo, quindi mi presentò il suo amico, un certo signor Rhodes. Un uomo piuttosto giovane, non oltre i quaranta e subito capii che c’era qualcosa che non andava assolutamente. Aveva 1 vittoriana: Miss Marple dice di apprezzare lo stile degli artisti vissuti all’epoca della regina Vittoria (1819-1901). 2 ambascia: difficoltà.


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modi alquanto singolari. Si sarebbero potuti definire scortesi se non mi fossi resa conto che il poverino era in preda a una grave tensione. Quando ci fummo sistemati in sala da pranzo e Gwen ebbe portato il cherry-brandy, il signor Petherick spiegò il motivo della sua visita. «Miss Marple» disse, «deve scusare un vecchio amico se si è preso questa libertà. Sono venuto per consultarmi con lei». Non riuscivo affatto a capire che cosa volesse e lui continuò: «In caso di malattia, piace sentire due pareri diversi. Quello dello specialista e quello del medico di famiglia. È usanza considerare il primo di maggior valore ma io non sono sicuro di essere d’accordo. Lo specialista ha esperienza solo nel proprio campo, il medico di famiglia ha, forse, minori conoscenze ma esperienza più vasta». Sapevo esattamente quello che intendeva, perché una mia giovane nipote, non molto tempo prima, aveva spedito il suo bambino da un noto specialista in malattie della pelle senza consultare il loro medico, che lei riteneva un vecchio pasticcione, e lo specialista aveva prescritto un trattamento molto costoso mentre, in seguito, avevano scoperto che la sola cosa di cui soffriva il piccolo era una forma insolita di morbillo. Accenno a questo succintamente – sebbene io detesti fare digressioni – per dimostrare che capivo il punto di vista del signor Petherick, ma non avevo ancora idea di dove volesse arrivare. «Se il signor Rhodes è malato» dissi e mi interruppi subito perché quel poveretto scoppiò in una risata terribile. Disse: «Penso di morire tra pochi mesi, per la rottura dell’osso del collo». E a questo punto fu messo in chiaro tutto. C’era stato di recente un delitto a Barnchester, una città a una trentina di chilometri di distanza da qui. Non ci avevo fatto molto caso, allora, purtroppo, perché nello stesso periodo qui in paese c’era stata grande eccitazione per la nostra infermiera e gli avvenimenti esterni, tipo un terremoto in India o un omicidio a Barnchester, anche se in realtà ben più importanti, avevano ceduto il posto ai nostri piccoli sconvolgimenti locali. Temo che nei piccoli centri accada sempre così. Tuttavia, ricordavo senz’altro di aver letto di una donna pugnalata in un albergo, pur non rammentandone il nome. Ma ora risultava che questa donna era stata la moglie del signor Rhodes e, come se ciò non bastasse, lui era sospettato di averla uccisa. Il signor Petherick mi spiegò tutto con estrema chiarezza dicendo che, sebbene il verdetto del coroner1 avesse concluso che si trattava di omicidio per mano di persona o persone ignote, il signor Rhodes aveva buone ragioni per ritenere che tra breve lo avrebbero tratto in arresto, e per questo era andato dal signor Petherick e si era messo nelle sue mani. Il signor Petherick proseguì affermando che quello stesso pomeriggio si erano recati per un consulto da Sir Malcolm Olde, K.C., e che, nell’eventualità in cui si fosse

1 coroner: magistrato incaricato delle indagini su casi di morte sospetta.


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giunti al processo, Sir Malcolm aveva accettato l’incarico di difendere il signor Rhodes. Sir Malcolm era un uomo giovane, spiegò il signor Petherick, molto aggiornato nei metodi di lavoro e aveva indicato una data linea di difesa. Ma il signor Petherick non era del tutto soddisfatto di quella linea di difesa. «Vede, cara signora, pecca di quello che io definisco il punto di vista dello specialista. Dia un caso a Sir Malcom e lui vede un unico punto… la linea di difesa più probabile. Ma anche la miglior linea di difesa può ignorare completamente quello che è, a mio parere, il punto vitale: non tiene conto di quello che è effettivamente successo». Poi proseguì dicendo cose molto gentili e lusinghiere sul mio acume e sul mio discernimento e sulla mia conoscenza della natura umana e mi chiese il permesso di raccontarmi la storia, nella speranza che io potessi proporre qualche spiegazione. Mi rendevo conto che il signor Rhodes era molto scettico circa la mia capacità di essergli utile e che era seccato di essere stato portato da me. Ma il signor Petherick non gli badava e continuava a riferirmi i fatti che riguardavano quanto era successo la notte dell’8 marzo. Il signore e la signora Rhodes alloggiavano al Crown Hotel di Barnchester. La signora Rhodes, che (da quanto riuscii a capire dal cauto modo di esprimersi del signor Petherick) era forse un pochino ipocondriaca1, si era ritirata in camera subito dopo cena. Lei e il marito occupavano due stanze comunicanti. Il signor Rhodes, che sta scrivendo un libro sulle selci dei tempi preistorici, si era messo a lavorare nella stanza vicina. Alle undici aveva riordinato le sue carte e si era preparato per andare a letto. Prima di farlo aveva dato un’occhiata nella stanza di sua moglie per accertarsi se desiderasse o meno qualcosa. Aveva trovato la luce accesa e sua moglie stesa sul letto, pugnalata al cuore. Era morta da almeno un’ora, probabilmente di più. Ecco gli elementi acquisiti: nella stanza della signora Rhodes c’era un’altra porta che conduceva sul corridoio. La porta era chiusa a chiave e anche col saliscendi dall’interno. L’unica finestra della stanza era chiusa e fissata all’interno. Secondo quanto dichiarato dal signor Rhodes, nessuno era passato per la stanza in cui stava lavorando, tranne una cameriera che aveva portato le borse con l’acqua calda. L’arma trovata nella ferita era uno stiletto che stava prima sul tavolino da toilette della signora Rhodes. Lei era solita usarlo come tagliacarte. Sull’arma non vi erano impronte digitali. La situazione si riduceva a questo: nessuno, a parte il signor Rhodes e la cameriera, era entrato nella stanza della vittima. Chiesi informazioni sulla cameriera. «Questa è stata la prima mossa nelle nostre indagini», disse il signor Petherick. «Mary Hill è una donna del posto. Fa la cameriera al Crown da dieci anni. Non sembra esserci assolutamente una ragione per cui avrebbe dovuto aggredire all’improvviso una cliente dell’albergo. È, comunque, una donna 1 ipocondriaca: tendente a considerarsi malata anche se non lo è.


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stupidissima, quasi una minorata mentale. La sua versione non è mai variata: ha portato la borsa dell’acqua calda alla signora Rhodes e, a suo dire, la signora era quasi assopita… stava per addormentarsi. Non riesco a credere, e sono sicuro che nessuna giuria lo crederebbe, che sia stata lei a commettere il delitto». Il signor Petherick mi citò ancora alcuni particolari. In cima alle scale del Crown Hotel, sul pianerottolo, c’è una sorta di minuscolo atrio, in cui a volte la gente siede a bere il caffè, da cui parte un corridoio; l’ultima porta che vi si affaccia è quella della stanza occupata dal signor Rhodes. Il corridoio quindi fa poi una svolta a destra e la prima porta dietro l’angolo è quella della stanza della signora Rhodes. In effetti, entrambe le stanze potevano essere viste da testimoni. La prima porta, quella che immette nella stanza del signor Rhodes, e che chiamerò A, poteva essere vista da quattro persone, due viaggiatori di commercio e un’anziana coppia di coniugi, che stavano bevendo il caffè. A quanto costoro hanno dichiarato, nessuno è entrato o uscito dalla porta A, tranne il signor Rhodes e la cameriera. Quanto all’altra porta sul corridoio, la B, c’era un elettricista che stava facendo un lavoro proprio lì e anche lui giura che nessuno è entrato o uscito dalla porta B, tranne la cameriera. Si trattava indubbiamente di un caso singolarissimo e molto interessante. Giudicando dalle apparenze, sembrava proprio che il signor Rhodes dovesse per forza aver assassinato la moglie. Ma capivo che il signor Petherick era convintissimo dell’innocenza del suo cliente e il signor Petherick era un uomo molto acuto. All’inchiesta il signor Rhodes aveva raccontato la storia assurda e confusa di una certa donna che aveva scritto lettere di minaccia a sua moglie. Il suo racconto, capii, era stato del tutto non convincente. Su richiesta del signor Petherick, prese a spiegarmelo lui di persona. «Francamente», disse, «non ci avevo mai creduto. Pensavo che Ann se lo fosse inventato». Dedussi che la signora Rhodes doveva essere una di quelle romantiche bugiarde che passano la vita a ricamare su ogni cosa che capita loro. La quantità di avventure che, secondo quanto lei stessa aveva raccontato, le erano successe nel corso di un anno era semplicemente incredibile. Se scivolava su una buccia di banana era addirittura un miracolo se era scampata alla morte. Se prendeva fuoco un paralume, veniva salvata da un edificio in fiamme a rischio della vita. Suo marito aveva preso l’abitudine di fare la tara su quanto lei raccontava. Quanto alla storia che gli aveva detto di una donna cui, in un incidente di macchina, lei aveva ferito la bambina, e che aveva giurato di vendicarsi, be’… il signor Rhodes semplicemente non ne aveva tenuto il minimo conto. L’incidente era accaduto prima che lui la sposasse e, anche se la moglie gli aveva letto alcune lettere scritte in termini folli, lui aveva sospettato che se le fosse scritte da sé. Tra l’altro, era una cosa che lei aveva già fatta qualche volta in passato. Era una donna con tendenze isteriche che voleva vivere costantemente in uno stato di agitazione.


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Ora, tutto questo mi sembrava molto naturale. Infatti, qui in paese c’è una giovane che fa all’incirca la stessa cosa. Il pericolo, con queste persone, è che se succede loro qualcosa di veramente straordinario, nessuno crede che dicano la verità. Mi pareva che, nel nostro caso, fosse proprio successo questo. Dedussi che la polizia credeva semplicemente che il signor Rhodes stesse inventandosi quella storia incredibile allo scopo di allontanare i sospetti da sé. Domandai se c’erano altre donne sole all’albergo. Pare che ve ne fossero due, una certa signora Granby, una vedova di origine angloindiana, e una certa signorina Carruthers, una zitella piuttosto cavallina con una spiccatissima pronuncia blesa1. Il signor Petherick aggiunse che anche con le indagini più minuziose non era stato possibile far confessare a nessuno di avere vista una delle due nei pressi della scena del delitto e non esisteva alcunché che potesse collegarle al crimine. Gli chiesi di descrivermi il loro aspetto fisico. Disse che la signora Granby aveva capelli rossi che portava piuttosto disordinati, un viso giallastro e una cinquantina d’anni. Vestiva in modo stravagante, con abiti per lo più di seta indiana, eccetera. La signorina Carruthers, invece, era sulla quarantina, portava il pince-nez2, e capelli tagliati molto corti come un uomo, oltre a indossare cappotti e abiti di foggia maschile. «Mamma mia!» esclamai. «Questo rende la cosa difficile!» Il signor Petherick mi fissò con aria interrogativa, ma in quel momento non volevo aggiungere altro, quindi chiesi che cosa aveva detto Sir Malcolm Olde3. Sir Malcolm Olde, a quanto risultava, era tutto a favore della tesi del suicidio. Il signor Petherick disse che le deposizioni dei dottori erano affatto contrarie e che mancavano completamente impronte digitali. Ma Sir Malcolm era certo di poter portare testimonianze mediche contrastanti e di trovare un modo per superare lo scoglio delle impronte. Chiesi al signor Rhodes che cosa ne pensava. Ma rispose che tutti i dottori erano idioti ma che lui non poteva assolutamente credere veramente che sua moglie si fosse tolta la vita. «Non era quel tipo di donna», si limitò ad affermare… e io gli credevo: le persone isteriche non commettono suicidio. Riflettei un momento, poi chiesi se la porta della stanza della signora Rhodes immetteva direttamente nel corridoio. Lui mi rispose di no… c’era un minuscolo ingresso, con stanza da bagno e gabinetto. Era la porta che, dalla stanza da letto, si apriva sul pianerottolo, chiusa a chiave e col saliscendi dall’interno. «In questo caso» dissi, «l’intera faccenda mi sembra di una semplicità singolare». E veramente, sapete, lo era… La cosa più semplice di questo mondo. E tuttavia nessuno l’aveva vista a mio modo. 1 pronuncia blesa: deformata, sbilenca. 2 pince-nez: occhiali ‘stringi-naso’, senza stanghette. 3 Sir Malcolm Olde: l’avvocato difensore di Rhodes al processo.


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Sia il signor Petherick sia il signor Rhodes mi fissavano, attoniti, cosicché mi sentivo alquanto imbarazzata. «Forse» disse il signor Rhodes, «Miss Marple non ha capito molto bene le difficoltà». «Sì», risposi. «Credo di sì, invece. Ci sono quattro possibilità. La signora Rhodes è stata uccisa o da suo marito, o dalla cameriera, oppure si è tolta la vita o infine è stata uccisa da qualcuno che è venuto da fuori e che nessuno ha visto entrare o uscire». «E questo è impossibile», interruppe il signor Rhodes. «Nessuno poteva passare per la mia stanza, per entrarvi o uscirne, senza che io lo vedessi e anche se qualcuno è riuscito a entrare nella stanza di mia moglie senza essere visto dall’elettricista, come diavolo ne è potuto uscire di nuovo, lasciando la porta chiusa a chiave e col saliscendi all’interno?» Il signor Petherick mi guardò e chiese: «Dunque, Miss Marple?». Parlava in tono di incoraggiamento. «Vorrei fare una domanda» dissi. «Signor Rhodes, che aspetto aveva la cameriera?» Rispose che non poteva dirlo, piuttosto alta, gli pareva, ma non ricordava se fosse bionda o bruna. Mi rivolsi al signor Petherick e gli posi la stessa domanda. Secondo lui la donna era di media altezza, aveva capelli sul biondo, occhi azzurri e una carnagione piuttosto accesa. Il signor Rhodes commentò: «È un osservatore più attento di me, Petherick». Affermai di non essere d’accordo. Quindi chiesi al signor Rhodes se era in grado di descrivere la cameriera di casa mia. Né lui né il signor Petherick furono in grado di farlo. «Non capite che cosa significa?» dissi. «Siete arrivati qui entrambi preoccupati dei fatti vostri e la persona che vi ha fatto entrare era solo una cameriera. Lo stesso vale per il signor Rhodes all’albergo. Ha visto solo una cameriera. Ha visto il grembiule e l’uniforme. Era assorto nel suo lavoro. Ma il signor Petherick ha parlato con quella donna in veste diversa. Lui l’ha guardata come persona. Ed è proprio su questo che l’assassino contava». Dato che ancora non capivano, dovetti spiegare. «Io credo che sia andata così. La cameriera è entrata dalla porta A, è passata attraverso la stanza del signor Rhodes per entrare in quella della signora Rhodes con la borsa dell’acqua calda, ed è uscita attraverso il vestibolo sbucando sul corridoio B. Chiamerò l’assassino X. Dunque, X è entrato attraverso la porta B nel piccolo vestibolo, si è nascosto… be’, in un certo localino, ehm… e ha atteso fino a che la cameriera è uscita. Poi è entrato nella stanza della signora Rhodes, ha preso lo stiletto dal tavolino da toilette (aveva indubbiamente fatto una visita nella stanza nel corso della giornata), si è avvicinato al letto, ha pugnalato la donna immersa nel sonno, ha cancellato le impronte dal manico dello stiletto, ha chiuso con la chiave e con il saliscendi la porta


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dalla quale era entrato e poi è uscito dalla porta della stanza in cui il signor Rhodes stava lavorando». Il signor Rhodes esclamò: «Ma l’avrei visto… l’elettricista l’avrebbe visto entrare…». «No», ribattei, «è qui che si sbaglia. Non poteva vederlo, anzi vederla, se era vestita da cameriera». Lasciai che la cosa penetrasse bene, quindi proseguii: «Lei era assorto nel suo lavoro… con la coda dell’occhio aveva visto entrare una cameriera, passare nella camera di sua moglie, tornarne fuori e uscire. Il vestito era lo stesso, la donna no. E questo è quanto hanno visto anche quelli che stavano bevendo il caffè: una cameriera che entrava, una cameriera che usciva. E l’elettricista ha visto la stessa cosa. Giungo a dire che, se una cameriera è molto graziosa, un uomo potrebbe osservarne il volto – dato che la natura umana è quello che è – ma se si tratta solo di una normale cameriera di mezza età… be’… si osserva solo il modo in cui è vestita, non la donna di per sé». Il signor Rhodes chiese: «Chi è?». «Be’», risposi, «questo sarà un po’ più difficile. Deve trattarsi o della signora Granby o della signorina Carruthers. Ho l’impressione che la signora Granby porti di solito la parrucca, cosicché poteva farsi vedere con i suoi capelli veri in veste di cameriera. D’altro canto, la signorina Carruthers, con i suoi capelli tagliati corti e la sua aria viriloide1, avrebbe potuto facilmente mettersi una parrucca per recitare la parte. Ma credo che potrà scoprire abbastanza facilmente quale è delle due. Personalmente, sono propensa a ritenere che si tratterà della signorina Carruthers». E, in effetti, miei cari, questa è la fine della storia. Carruthers era un nome falso, ma la donna in questione era proprio lei. C’era un ramo di pazzia nella sua famiglia. La signora Rhodes, che era una guidatrice molto avventata e pericolosa, aveva investito la sua bambina, e questo aveva fatto impazzire la poveretta. Aveva velato molto astutamente la propria follia, a parte le lettere chiaramente folli scritte alla sua futura vittima. La pedinava da un bel po’ di tempo e aveva predisposto il suo piano con molta abilità. La parrucca e l’abito da cameriera li aveva spediti per posta per prima cosa, il mattino dopo il delitto. Quando è stata accusata è crollata e ha confessato subito. La poverina adesso è ricoverata a Broadmoor. Del tutto squilibrata, ovviamente, ma il suo era un delitto architettato molto ingegnosamente. Il signor Petherick è venuto da me portandomi una lettera molto gentile da parte del signor Rhodes; davvero, mi ha fatto arrossire. Poi il mio vecchio amico mi ha detto: «Una sola cosa… come mai ha pensato che probabilmente la colpevole fosse la Carruthers e non la Granby? Non ha mai visto nessuna delle due». «Be’, è stato il particolare della pronuncia blesa. Mi aveva detto lei che aveva una “esse” particolarmente sibilata quando parlava. Ora, di solito le persone a una certa età hanno la dentiera e questo si avverte appunto nel sentirle 1 viriloide: mascolina.


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parlare: infatti sibilano le “esse” in maniera evidente. Il fatto, però, che nella Carruthers quel modo di parlare fosse tanto marcato mi ha insospettita e mi ha indotta a pensare che lo facesse apposta, considerando inoltre che era una donna sulla quarantina e quindi, probabilmente, non ancora bisognosa di dentiera». Non vi riferirò quello che disse il signor Petherick in risposta. Comunque mi fece molti complimenti. E, in realtà, non potevo fare a meno di sentirmi un pizzichino contenta di me… Ed è straordinario come le cose nella vita cambino, e spesso in meglio. Il signor Rhodes si è risposato… con una ragazza tanto carina e piena di buon senso… hanno un pupo delizioso e, pensa, mi hanno chiesto di fare da madrina. Non sono stati gentili? Adesso spero non pensiate che io l’abbia tirata troppo per le lunghe.


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamata a indagare Miss Marple? Chi è il colpevole? Con quale movente? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 2. Quale aspetto della vicenda rende il caso apparentemente irrisolvibile? 3. Seguendo con attenzione le informazioni del testo, disegna una mappa che riproduca schematicamente la collocazione delle stanze, dei corridoi, dei possibili testimoni e dei loro movimenti. 4. Miss Marple, dopo aver posto alcune domande, afferma che il caso le sembra «di una semplicità singolare». Quale dettaglio suggerisce a Miss Marple la soluzione del caso? 5. Perché Miss Marple chiede a Rhodes se è in grado di descrivere la sua cameriera? 6. Quali osservazioni e quali deduzioni portano Miss Marple a sospettare della signorina Carruthers? 7. Immagina di essere il colpevole e di scrivere, in un momento di lucidità, una pagina di diario dall’ospedale. Racconta il momento in cui hai deciso l’omicidio e quello in cui lo hai commesso. Concludi la pagina esprimendo il tuo attuale stato d’animo.

8. Miss Marple riesce a risolvere il caso grazie alla sua conoscenza delle abitudini dell’essere umano: l’investigatrice infatti sa che spesso si riesce a vedere solo ciò che si sta cercando, per questo motivo i testimoni vedono «solo una cameriera» e non l’assassino. Racconta un episodio, realmente accaduto o inventato, che metta in luce questo particolare atteggiamento.


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AGATHA CHRISTIE Nido di vespe John Harrison uscì di casa e si fermò un momento sulla terrazza che dava sul giardino. Era un uomo alto, con la faccia emaciata, cadaverica. Generalmente aveva un aspetto piuttosto triste e cupo ma quando, come ora, le sue fattezze irregolari si addolcivano in un sorriso, diventava subito molto attraente. John Harrison aveva una vera passione per il giardino che mai era sembrato tanto bello come in quella sera di agosto, piena di tutto il languore dell’estate. Le rose rampicanti erano ancora magnifiche; l’aria colma degli effluvi profumati del pisello odoroso. Un cigolio ben familiare fece voltare di scatto la testa a Harrison. Chi stava entrando dal cancelletto del giardino? Un attimo ancora e, sul viso, gli apparve un’espressione di profonda meraviglia perché la figura elegante e piena di ricercatezza della persona che stava venendo avanti sul vialetto, era l’ultima che si sarebbe aspettato di vedere in quella parte del mondo. «Ma è meraviglioso!» esclamò Harrison. «Monsieur Poirot!» Ed effettivamente si trattava proprio del famoso Hercule Poirot la cui rinomanza di investigatore era dilagata per tutto il Regno Unito e all’estero. «Sì» disse quest’ultimo, «sono io. Una volta, mi ha detto: “Qualora le capitasse di passare da queste parti, venga a trovarmi”. L’ho preso in parola ed eccomi qui!». «E io ne sono felicissimo» disse Harrison, con calore. «Venga a sedersi e a bere qualcosa». Con un gesto ospitale, indicò un tavolo sulla veranda, sul quale era radunato un assortimento di bottiglie. «Grazie» disse Poirot, lasciandosi cadere su una poltrona di vimini. «Immagino che non abbia qualche sciroppo, vero? No, no, lo pensavo infatti. Allora un po’ di acqua di seltz semplice… senza whisky». E aggiunse con voce piena di rammarico mentre l’altro gli metteva vicino un bicchiere: «Ahimè! Mi si sono afflosciati i baffi. È il caldo!». «E cosa l’ha condotta in questo angolino sperduto?» domandò Harrison mentre si lasciava cadere anche lui su un’altra poltrona. «È in gita di piacere?» «No, mon ami, sono venuto per affari!» «Affari? In questo posto fuori del mondo?» Poirot annuì gravemente. «Ma certo, caro amico non tutti i delitti vengono commessi in mezzo alla folla, eh?» L’altro si mise a ridere. «Immagino che sia stata un’osservazione un po’ stupida, la mia. Ma su quale delitto, in particolare, è venuto a indagare qui… glielo posso chiedere oppure è meglio evitarlo?» «Può chiederlo» rispose l’investigatore. «Anzi, preferisco che me lo chieda».


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Harrison lo squadrò incuriosito. Intuì che c’era qualcosa di insolito nel comportamento del suo interlocutore. «Ha detto che sta facendo delle indagini su un atto criminoso» disse sondando il terreno con una certa esitazione. «Si tratta di un caso grave?» «Del genere più grave che ci sia». «Vuole dire…» «Un delitto». Hercule Poirot pronunciò questa parola con un tono tanto grave che Harrison ne rimase profondamente colpito. L’investigatore lo stava guardando fisso e, ancora una volta, Harrison credette di scorgere qualcosa di tanto inusitato1 in quello sguardo da non sapere come procedere. Infine disse: «Non ho sentito parlare di nessun delitto». «No» disse Poirot «non può averne sentito parlare». «Chi è stato assassinato?» «Finora» ribatté Hercule Poirot «nessuno». «Cosa?» «Ecco perché ho detto che era impossibile che ne abbia sentito parlare. Sto facendo delle indagini su un delitto che non è ancora avvenuto». «Ma, senta un po’, è assurdo!» «Niente affatto. Se si possono fare le indagini su un delitto prima ancora che accada, è molto meglio che non essere costretti a farle in un secondo tempo. Si potrebbe perfino… è una probabilità modesta… impedirlo». Harrison lo fissò a occhi sbarrati. «Non starà parlando seriamente, monsieur Poirot, vero?» «E invece sì. Sono serissimo». «È davvero convinto che stia per essere commesso un assassinio? Oh, ma è inconcepibile!» Hercule Poirot concluse la prima parte della frase senza badare all’esclamazione di stupore dell’altro. «A meno che non riusciamo a impedirlo. Sì, mon ami, è proprio questo che voglio dire». «Noi?» «Sì, lo ha notato, vero, ho detto “riusciamo”. Mi occorre la sua collaborazione». «È per questo che è venuto qui?» Di nuovo, Poirot lo guardò e, di nuovo, qualcosa di indefinibile diede a Harrison una vaga sensazione di inquietudine. «Sono venuto qui, signor Harrison, perché… be’… perché mi è simpatico». E subito aggiunse, con un tono di voce completamente diverso: «Vedo, monsieur Harrison, che ha un nido di vespe, qui. Dovrebbe distruggerlo». Il modo brusco in cui aveva cambiato argomento lasciò Harrison perplesso. Aggrottò le sopracciglia, senza capire. Seguì lo sguardo di Poirot e disse, con voce alquanto stupita: «Effettivamente è quello che ho intenzione di fare. 1 inusitato: fuori dal comune, insolito.


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O, diciamo meglio, che farà il giovane Langton. Ricorda Claude Langton? Era invitato anche lui alla stessa cena alla quale ci siamo conosciuti noi due. Deve venire stasera a distruggerlo. Pare che sia un genere di lavoro che gli piace». «Ah!» esclamò Poirot. «E come avrebbe intenzione di farlo?» «Adoperando petrolio e una siringa nebulizzatrice da giardino. Anzi, porterà qui la sua; ha una misura più conveniente della mia». «Però c’è anche un altro mezzo per distruggerli, vero?» domandò Poirot. «Non lo si fa anche con il cianuro di potassio?» Harrison parve leggermente sorpreso. «Sì, ma è roba un po’ pericolosa, quella. È sempre un rischio averla in casa». Poirot annuì gravemente. «Sì, è un veleno mortale». Attese un attimo e poi ripeté con la stessa voce grave di prima: «Veleno mortale». «Molto utile a chi vuol far fuori la suocera, eh?» rincarò Harrison con una risata. Ma Hercule Poirot rimase serio. «È ben sicuro, monsieur Harrison, che monsieur Langton sia deciso a distruggere quel vespaio con il petrolio?» «Sicurissimo, perché?» «Una semplice curiosità. Nel pomeriggio, poco fa, ero nel negozio del farmacista di Barchester e, per uno degli acquisti che ho fatto, sono stato obbligato a firmare il registro in cui si annotano le vendite di sostanze velenose. Ho osservato la registrazione precedente alla mia, l’ultima. Si trattava di un acquisto di cianuro di potassio ed era stato firmato da Claude Langton». Harrison lo guardò sbalordito. «È strano» disse. «Proprio l’altro giorno Langton mi diceva che non gli sarebbe mai saltato in mente di adoperare quella roba; anzi, ha dichiarato che non dovrebbe neppure essere venduta per questo scopo». Poirot spostò lo sguardo in direzione delle rose. La sua voce era molto sommessa, e pacata, quando fece una domanda: «Le è simpatico, Langton?». L’altro trasalì. Sembrava che la domanda lo cogliesse del tutto impreparato. «Io… io…, voglio dire… certo, che mi è simpatico. Perché dovrebbe essere il contrario?» «Mi chiedevo semplicemente se le è simpatico» disse Poirot placidamente. E poiché il suo interlocutore non rispondeva, continuò «Mi sono chiesto anche un’altra cosa, e cioè se lei sia simpatico a Langton!». «Si può sapere a che cosa vuole mirare, monsieur Poirot? C’è qualcosa in queste sue parole che mi sfugge». «Ebbene, sarò sincero. Lei è fidanzato, monsieur Harrison. Sta per sposarsi. Conosco la signorina Molly Deane. E una ragazza affascinante, molto bella. Prima di essere fidanzata con lei era fidanzata con Claude Langton. Lo ha piantato, per lei!» Harrison fece segno di sì. «Non chiedo quali siano stati i motivi che l’hanno spinta a farlo; può darsi che avesse delle giustificazioni. Però, c’è una cosa che voglio dirle: non mi sembra logico supporre che Langton non abbia né dimenticato né perdonato».


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«È in errore, monsieur Poirot. Le garantisco che sbaglia. Langton è sempre stato, uno sportivo e ha accettato la situazione con animo virile. È stato incredibilmente bravo e buono nei miei confronti… anzi ha cercato addirittura di dimostrarsi pieno di simpatia e di cordialità». «E questo non la colpisce come un fatto insolito? Ha usato la parola “incredibilmente”, eppure non mi sembra che consideri “incredibile” il comportamento di quel giovanotto!» «Cosa vuole dire monsieur Poirot?» «Voglio dire» disse Poirot, e una nuova tonalità si era insinuata nella sua voce, «che un uomo può nascondere il proprio odio finché non giunge il momento opportuno». «Odio?» Harrison scosse la testa e scoppiò in una risata. «Gli inglesi sono molto sciocchi» disse Poirot. «Credono di poter ingannare chiunque. Ma sono convinti di non poter essere ingannati da nessuno. E proprio perché sono coraggiosi ma sciocchi, qualche volta muoiono quando potrebbero benissimo evitarlo». «È un avvertimento quello che mi vuole dare?» chiese Harrison a bassa voce. «Adesso capisco… ciò che mi ha lasciato perplesso e dubbioso. Mi vuole mettere in guardia contro Claude Langton. Oggi è venuto qui per avvertirmi…» Poirot annuì. Harrison si alzò di scatto. «Ma è pazzo, monsieur Poirot. Questa è l’Inghilterra. Non succedono cose di questo genere, qui. I corteggiatori respinti non vanno in giro a pugnalare alle spalle la gente, o ad avvelenarla. E poi, sbaglia per quel che riguarda Langton. Quel ragazzo non farebbe male a una mosca». «Non è la vita delle mosche che mi preoccupa» disse Poirot senza perdere la calma. «E per quanto dica che monsieur Langton non sarebbe capace di ucciderne neanche una dimentichi che già in questo momento si sta preparando a togliere la vita a parecchie migliaia di vespe». Harrison non rispose subito. A sua volta il piccolo detective scattò in piedi e, avanzando verso l’amico, gli pose una mano sulla spalla. Era talmente agitato che si mise quasi a scuotere l’altro, che era un omone, mentre gli sussurrava nell’orecchio: «Su, amico mio, svegliarsi, svegliarsi bisogna! E poi, guardi… guardi dove sto indicando. Là, sull’argine, vicino a quella radice d’albero. Vede le vespe che tornano pacificamente a casa alla fine della giornata? Fra neppure un’ora, tutto sarà distrutto – ma loro non lo sanno. Non c’è nessuno che glielo vada a dire. A quanto sembra, non hanno un Hercule Poirot. Le ho detto, monsieur Harrison, che sono venuto giù per affari. Be’, il delitto è il mio mestiere. Ed è affar mio preoccuparmene prima che sia avvenuto, come dopo. A che ora verrà monsieur Langton per distruggere il vespaio?». «Langton non oserebbe mai…» «A che ora?» «Alle nove. Ma le dico che si sbaglia. Langton non…» «Questi inglesi!» gridò Poirot, accalorandosi. Poi afferrò cappello e bastone e si avviò per il vialetto, fermandosi un attimo ad aggiungere, voltando ap-


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pena la testa sulla spalla: «Non rimango a discutere con lei. Finirei soltanto per andare in collera. Però mi ha capito? Ha capito che tornerò alle nove?». Harrison aprì la bocca per parlare ma Poirot non gliene offrì il destro. «So bene ciò che direbbe: “Langton non oserebbe mai” eccetera, eccetera. Ah, Langton non… Comunque, sarò di ritorno per le nove. Ma, sì, mi divertirà… mettiamolo sotto questa forma… mi divertirà veder distruggere un nido di vespe! Un altro dei vostri sport anglosassoni!» Non attese risposta e percorse a passo rapido il vialetto; poi uscì dal cancelletto cigolante. Non appena si trovò sulla strada, il suo passo si fece meno affrettato. La sua vivacità scomparve, la faccia diventò grave e prese un’espressione preoccupata. A un certo punto tirò fuori di tasca l’orologio e lo consultò. Le lancette segnavano le otto e dieci minuti. «Più di tre quarti d’ora» mormorò. «Chissà, forse avrei fatto meglio ad aspettare». Il suo passo si fece ancora più lento; sembrò quasi sul punto di tornare indietro. Parve assalito da qualche vago presentimento. Tuttavia se ne liberò risolutamente e continuò a camminare in direzione del villaggio. Ma aveva l’aria ancora preoccupata, e un paio di volte scosse la testa come una persona che non è del tutto soddisfatta. Mancavano ancora pochi minuti alle nove quando si avvicinò nuovamente al cancello del giardino. Era una serata limpida e silenziosa; soltanto una lievissima brezza faceva frusciare appena appena le foglie. Forse c’era qualcosa di vagamente sinistro in tanto silenzio, come la quiete che precede la tempesta. Il passo di Poirot si fece impercettibilmente più affrettato. D’un tratto si sentì in preda alla angoscia… e pieno di incertezza. Temeva qualcosa, ma senza ben sapere di che si trattasse. E in quel momento il cancello del giardino si aprì e Claude Langton ne uscì rapido. Trasalì, quando vide Poirot. «Oh… ehm… buona sera». «Buona sera, monsieur Langton. È in anticipo». Langton lo fissò. «Non capisco quello che vuole dire». «Ha già distrutto il nido di vespe?» «A dir la verità no». «Oh!» disse Poirot sottovoce. «Così, non ha distrutto il nido di vespe. E cos’ha fatto, allora?» «Oh, mi sono semplicemente seduto un po’ a far quattro chiacchiere con il vecchio Harrison. Adesso, però, devo scappare, monsieur Poirot. Non immaginavo che fosse rimasto da queste parti!» «Avevo qualche affare da sbrigare, capisce?» «Oh! Bene, troverà Harrison sulla terrazza. Spiacente ma non posso fermarmi». E si allontanò a passo affrettato. Poirot lo seguì con lo sguardo. Un giovanotto nervoso, di aspetto piacente ma con la bocca della persona debole di carattere!


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«Così, troverò Harrison sulla terrazza» mormorò Poirot. «Strano». Oltrepassò il cancello e percorse il piccolo viale. Harrison era seduto su una sedia, vicino al tavolo. Era immobile e non voltò neanche la testa quando Poirot gli venne vicino. «Ah! Mon ami» disse Poirot. «Si sente bene, vero?» Ci fu una lunga pausa, e infine Harrison disse con una voce molto strana, attonita: «Come ha detto?». «Ho detto… si sente bene?» «Bene? Sì, che sto bene. Perché non dovrei star bene?» «Nessun brutto effetto? Ottimamente!» «Brutto effetto? E perché dovrei sentire qualche brutto effetto?» «Per via della soda per lavare». Harrison si riscosse di colpo. «Soda per lavare? Cosa sta dicendo?» Poirot fece un gesto di scusa. «Mi rammarico infinitamente che sia stato necessario, ma gliene ho messa un po’ in tasca». «Mi ha messo qualcosa in tasca? E perché diavolo l’ha fatto?» Harrison lo stava fissando. Poirot, allora, si mise a parlare sommessamente, in tono impersonale, come un conferenziere che si adatti a dar spiegazioni a un bambino. «Vede, uno dei vantaggi, o degli svantaggi, di essere investigatore sta nel fatto che si può fare la conoscenza di molte persone che rientrano nella classe dei criminali. E questa gente può insegnare un sacco di cose interessanti e curiose. Una volta, per esempio, c’era un borsaiolo… mi sono interessato di lui perché, per un caso molto raro, non aveva fatto quello che tutti dicevano che avesse fatto, e così sono riuscito a farlo assolvere. E costui, pieno di gratitudine, mi ha ripagato nell’unico modo che gli è venuto in mente… cioè, mi ha insegnato qualche trucchetto del mestiere. «Di conseguenza, sono capace di vuotar le tasche a un individuo, se me ne viene l’estro, senza che lui se ne accorga. Gli metto una mano sulla spalla, mi eccito, tremo tutto e lui non sente niente. Eppure, così riesco a trasferire dalla sua tasca alla mia ciò che vi era contenuto, lasciandoci, invece, un po’ di soda per lavare. «Vede» continuò Poirot con voce assorta, «se un uomo vuole versare un po’ di veleno, rapidamente in un bicchiere, senza che nessuno lo osservi, deve tenerlo nella tasca destra della giacca; non c’è altro posto che sia adatto. Così sapevo che sarebbe stato lì». Si infilò una mano in tasca e ne estrasse qualche cristallino bianco, dalla forma irregolare. «Pericolosissimo…» mormorò «portarlo in giro così… sciolto». Con calma, senza affrettarsi, tirò fuori da un’altra tasca una bottiglietta a imboccatura larga, vi fece scivolare i cristalli, si avvicinò al tavolo e la riempì di acqua naturale. Poi, dopo averla ben chiusa con il turacciolo, la agitò finché i cristalli non furono completamente disciolti. Harrison lo fissava affascinato. Soddisfatto della soluzione ottenuta, Poirot si avvicinò al vespaio. Tolse il turacciolo dalla bottiglietta, allungò una mano restandone distante il più pos-


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sibile e versò la soluzione nel vespaio, poi, indietreggiò di uno o due passi e rimase a guardare. Qualche vespa che stava ritornando al nido, vi si posò, ebbe un lieve tremito e poi rimase immobile. Altre ne uscirono per morire. Poirot continuò a osservarle per un minuto o due e infine, dopo aver fatto segno di sì più volte con la testa, tornò alla veranda. «Una morte rapida» disse. «Una morte rapidissima». Harrison aveva ritrovato la voce. «Fino a che punto sa?» Poirot guardò dritto davanti a sé. «Come le dicevo, ho letto sul registro della farmacia il nome di Claude Langton. Ciò che non le ho raccontato, invece, è che – quasi subito dopo – mi è capitato di incontrarlo. Mi ha detto di aver acquistato del cianuro di potassio dietro sua richiesta, Harrison… per distruggere un vespaio. La cosa mi ha colpito perché mi sembrava un po’ strana, caro amico, soprattutto in quanto ricordavo bene come, al pranzo di cui mi ha parlato, lei stesso aveva sostenuto i meriti superiori del petrolio e denunciato l’acquisto di cianuro come pericoloso e inutile». «Prosegua». «Sapevo qualcos’altro. Avevo visto Claude Langton e Molly Deane insieme in un momento in cui non credevano di essere visti da nessuno. Non so quale litigio di innamorati li avesse spinti, in origine, a lasciarsi e avesse fatto finire Molly nelle sue braccia, Harrison, ma mi sono accorto subito che ogni malinteso era stato dimenticato e che la signorina Deane stava tornando al primo amore». «Vada avanti». «Sapevo anche qualcosa di più, amico mio. L’altro giorno mi trovavo in Harley Street e l’ho visto uscire dallo studio di un medico. È un medico che conosco, so per quale malattia lo si va a consultare e, poi, avevo notato l’espressione della sua faccia! Mi è capitato di vederla solo una o due volte in vita mia, ma è difficile confonderla. Si tratta dell’espressione di un uomo che ha sentito pronunciare la propria sentenza di morte. Sbaglio o no?» «Ha perfettamente ragione. Mi ha dato due mesi di vita». «Lei, caro amico, non mi ha visto, perché aveva ben altro a cui pensare. Ma io ho letto qualcos’altro sulla sua faccia… proprio quello che gli uomini cercano di nascondere, come dicevo questo stesso pomeriggio. Ho visto l’odio, amico mio. Non si preoccupava minimamente di nasconderlo, perché era persuaso che non ci fosse nessuno a osservarla». «Avanti!» disse Harrison. «Non c’è molto altro da dire. Sono venuto giù, ho visto per puro caso il nome di Langton sul registro delle sostanze velenose come le ho spiegato, ho incontrato il giovanotto e sono venuto qui da lei. Le ho preparato qualche trappola. Ha negato di aver chiesto a Langton di procurarsi il cianuro, o perlomeno si è mostrato sorpreso sentendo parlare dell’acquisto del veleno. Non appena mi ha visto apparire, è rimasto sorpreso ma, subito dopo, ha intuito come capitasse a proposito la mia visita qui, e ha incoraggiato i miei sospetti. Da Langton sapevo che sarebbe venuto qui alle otto e mezzo. Lei mi ha detto


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di aspettarlo per le nove, pensando che sarei tornato e avrei trovato tutto già finito. Quindi, sapevo tutto». «Perché è venuto?» esclamò Harrison. «Ah, se almeno non si fosse fatto vedere!» Poirot si raddrizzò sulla persona. «Le ho spiegato che il delitto è il mio mestiere» disse. «Delitto? Suicidio, vorrà dire». «No». La voce di Poirot si levò, alta e sonante. «Parlo di delitto. La sua morte sarebbe stata rapida e facile, ma la morte che aveva preparato per Langton era la peggior morte di cui un uomo possa morire. Era stato lui ad acquistare il veleno, lui a venire a trovarla, Harrison; e – qui – sareste rimasti soli. Lei sarebbe morto improvvisamente, nel suo bicchiere si sarebbe trovato il cianuro e Claude Langton sarebbe morto impiccato. Ecco il suo piano». Di nuovo Harrison si lasciò sfuggire un gemito. «Perché è venuto? Perché?» «Gliel’ho già detto, ma c’è anche un’altra ragione. Mi era simpatico. Ascolti, mon ami; lei sta per morire, ha perduto la ragazza che amava ma c’è ancora una cosa che non è assolutamente: un assassino. E adesso mi dica: è contento o no della mia visita?» Ci fu una brevissima pausa e poi Harrison si raddrizzò sulla persona. Sul suo volto era affiorata una dignità nuova… l’espressione di un uomo che ha sconfitto quanto di più abietto e vile può esserci in lui. Allungò una mano attraverso il tavolo. «Grazie a Dio, è venuto!» esclamò. «Grazie a Dio, è venuto!»


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Hercule Poirot si trova alle prese con un caso atipico: di che si tratta? Cosa rende questo caso diverso da altri? 2. A cosa si fa riferimento nel titolo Nido di vespe? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 3. Chi è Claude Langton? Perché dovrebbe essere in cattivi rapporti con Harrison? 4. Da quali indizi Poirot capisce la reale versione dei fatti? 5. In quale modo il colpevole aveva architettato il piano? Perché questo fallisce? 6. Racconta l’episodio assumendo il punto di vista di Harrison. Poni particolare attenzione nel riportare con realismo e precisione i tuoi progetti e i tuoi pensieri, anche in relazione all’improvviso sopraggiungere di Poirot.

7. «Se si possono fare le indagini su un delitto prima ancora che accada, è molto meglio che non essere costretti a farle in un secondo tempo». Poirot, nella risoluzione di questo caso, mostra un modo di investigare del tutto particolare e inusuale: presenta il personaggio per mettere in luce i suoi metodi e i suoi obiettivi.


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GEORGE SIMENON La testimonianza del chierichetto I due rintocchi della messa delle sei Cadeva una pioggia sottile, fredda. Era buio. Soltanto verso l’estremità della strada, dalla parte della caserma – dove si era sentito, alle cinque e mezza, un suono di trombe e poi rumori di cavalli portati all’abbeveratoio – si scorgeva il rettangolo debolmente illuminato di una finestra: qualcuno che si alzava di buon’ora o forse un malato che aveva vegliato tutta la notte. Il resto della via dormiva. Una via tranquilla, larga, nuova, dalle case quasi uguali tra loro, a uno o due piani al massimo, come se ne vedono nei sobborghi delle grandi città di provincia. Tutto il quartiere era nuovo, abitato da gente molto tranquilla e modesta, impiegati, piccoli benestanti, pacifiche vedove. Maigret, col collo del soprabito rialzato, si era rincantucciato nell’angolo di un portone, quello della scuola, e aspettava, orologio alla mano, fumando la pipa. Esattamente alle sei meno un quarto suonarono le campane della parrocchia: il primo rintocco della messa delle sei. Il rumore delle campane vibrava ancora nell’aria molle quando sentì, o meglio indovinò, nella casa di fronte, lo strepito irritante di una sveglia. Ma durò solo pochi secondi. Qualche istante dopo, la finestra della mansarda, al secondo piano, si illuminò. Tutto si svolgeva come aveva detto il ragazzo: si alzava per primo senza far rumore, nella casa ancora addormentata. Ora stava prendendo vestiti e calzini, poi passava in bagno per lavarsi e darsi un colpo di pettine. Quanto alle scarpe, aveva affermato: «Le tengo in mano fino in fondo alle scale e me le metto sull’ultimo gradino, per non svegliare i miei genitori». Era così tutti i giorni, estate e inverno, da quasi due anni, da quando Justin aveva cominciato a servire la messa delle sei all’ospedale. Aveva anche dichiarato: «L’orologio dell’ospedale è sempre in ritardo di tre o quattro minuti su quello della parrocchia». E il commissario ne aveva la prova. Il giorno prima, alla squadra mobile presso cui lo avevano dislocato da alcuni mesi, i suoi ispettori avevano alzato le spalle, nell’udire quella storia minuziosa di campane, di primo rintocco e di secondo rintocco. Se Maigret non aveva sorriso, dipendeva dal fatto che anche lui era stato chierichetto? Le campane della parrocchia alle sei meno un quarto. Poi la sveglia di Justin, nella soffitta in cui il ragazzo dormiva. Poi, dopo pochi istan-


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ti, le campane dal suono più tenue, più argentino1, della cappella dell’ospedale, che ricordavano quelle di un convento. Continuava a tenere in mano l’orologio. Il ragazzo impiegò poco più di quattro minuti per vestirsi. La luce si spense. Justin, evidentemente, stava scendendo le scale a piedi scalzi, poi si sarebbe seduto sull’ultimo gradino per infilarsi le scarpe, e avrebbe preso il soprabito e il berretto dall’attaccapanni di bambù che c’era nel corridoio, a destra. La porta si aprì. Il ragazzo la richiuse silenziosamente, guardò con ansia da una parte e dall’altra della strada e fu allora che vide la sagoma del commissario che si avvicinava. «Temevo che non ci fosse». E si mise a camminare in fretta. Era un ragazzetto di dodici anni, biondo, magro, già volitivo. «Vuole che faccia le stesse cose degli altri giorni, vero? Cammino sempre in fretta, anche perché d’inverno, quando è buio, ho paura. Tra un mese comincerà a far giorno, a quest’ora». Prese la prima via a destra, che sbucava su una piazza rotonda e alberata, attraversata diagonalmente dai binari del tram. Maigret notava dei piccoli particolari che gli ricordavano la sua infanzia. Prima di tutto, che il ragazzino non camminava lungo i muri delle case, certamente perché aveva paura di vedere sbucare qualcuno all’improvviso dall’ombra di una porta. Poi che, per attraversare la piazza, evitava gli alberi, perché dietro il tronco di uno di essi poteva nascondersi un uomo. Era coraggioso, insomma, perché, per due inverni, con qualunque tempo, a volte con la nebbia più fitta o nel buio quasi completo delle notti senza luna, aveva percorso da solo, tutte le mattine, le stesse strade. «Quando arriveremo a metà di rue Sainte-Catherine sentirà il secondo segnale della messa alla chiesa della parrocchia…» «A che ora passa il primo tram?» «Alle sei. L’ho visto soltanto due o tre volte, quando ero in ritardo… Una volta perché la sveglia non aveva suonato… Un’altra volta perché mi ero riaddormentato. È per questo che salto subito giù dal letto, quando suona». Un visetto pallido nella notte piovosa, occhi che avevano ancora la fissità del sonno, un’espressione riflessiva, con una sfumatura di ansia. «Non continuerò a servire la messa. Oggi sono venuto solo perché lei ha insistito…» Imboccarono, a sinistra, la rue Sainte-Catherine, dove, come nelle altre strade del quartiere, c’era un lampione ogni cinquanta metri. Una pozza di luce, ogni volta: il ragazzo camminava più in fretta, tra l’una e l’altra, che quando attraversava quel rassicurante chiarore. Si sentiva sempre il rumore lontano della caserma. Qualche finestra si illuminava. Qualcuno camminava, non lontano, in una via traversa: un operaio, certamente, che si recava al lavoro. «Quando sei arrivato all’angolo della via, non hai visto niente?»

1 argentino: chiaro, limpido.


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Era il punto più delicato, perché la rue Sainte-Catherine era dritta, deserta, con i marciapiedi ben squadrati, i lampioni a distanza regolare: tra l’uno e l’altro non c’era abbastanza ombra perché fosse possibile non vedere, anche a cento metri, due uomini in lotta. «Forse non guardavo davanti a me. Ricordo che parlavo tra me… Mi capita spesso, al mattino, di parlare sottovoce, mentre cammino… Volevo chiedere qualcosa a mia madre, tornando a casa, e mi ripetevo quel che le avrei detto…» «Cosa volevi dirle?» «È tanto tempo che vorrei una bicicletta… Ho già messo da parte trecento franchi, guadagnati servendo le messe». Era un’impressione? A Maigret sembrò che il ragazzo si scostasse di più dalle case. Scendeva anche dal marciapiede per risalirvi poco dopo. «È qui… Ecco… È il secondo rintocco alla parrocchia…» «Devo aver alzato all’improvviso la testa… Sa, come quando si corre senza guardare davanti a sé e ci si trova davanti a un muro… Era esattamente qui…» Indicava, sul marciapiede, la linea di separazione tra l’ombra e la luce di un fanale, in cui la pioggia sottile metteva una polvere luminosa. «Ho visto prima di tutto che c’era un uomo lungo disteso per terra, e mi è sembrato tanto alto da occupare il marciapiede in tutta la sua larghezza». Era impossibile, perché il marciapiede era largo almeno due metri e cinquanta. «Non so cosa ho fatto di preciso… Devo aver fatto uno scatto, ma non sono scappato subito, perché ho visto il coltello piantato nel suo petto, con un grosso manico di corno scuro… L’ho notato perché mio zio Henri ha un coltello quasi uguale e mi ha detto che era corno di cervo… Sono sicuro che era morto…» «Perché?» «Non lo so… Aveva l’aria di un morto». «Gli occhi erano chiusi?» «Non li ho notati… Non so dirle… Ma ho avuto la sensazione che fosse morto. Tutto si è svolto molto rapidamente, come le ho detto ieri nel suo ufficio. Mi hanno fatto ripetere tante volte la stessa cosa che non mi raccapezzo più… Soprattutto perché ho la sensazione di non essere creduto…» «E l’altro uomo?» «Quando ho alzato la testa, ho visto che c’era qualcuno un po’ più in là, forse a cinque metri, un uomo che aveva gli occhi chiarissimi, che mi ha guardato un secondo e poi si è messo a correre. Era l’assassino…» «Come lo sai?» «Lo so, perché è scappato». «In che direzione? Dritto di là». «Cioè dalla parte della caserma?» «Sì…» Era vero che Justin era stato interrogato almeno dieci volte, il giorno prima. Ma il ragazzo non aveva cambiato una virgola della sua deposizione. «E cosa hai fatto?»


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«Mi sono messo a correre anch’io. È difficile spiegare. Nel momento in cui ho visto l’uomo fuggire, ho avuto paura, e allora mi sono messo a correre con tutte le mie forze…» «Nella direzione opposta?» «Sì». «Non ti è venuto in niente di chiedere aiuto?» «No. Avevo troppa paura. Soprattutto avevo paura che le gambe mi si piegassero all’improvviso, perché non me le sentivo più. Ho fatto dietrofront fino a place du Congrès, e ho preso l’altra via che porta ugualmente all’ospedale, ma facendo un giro più lungo». «Andiamo». Di nuovo le campane dal suono tenue, le campane della cappella. Dopo una cinquantina di metri, si arrivava ad un crocicchio e si vedevano a sinistra i muri della caserma, a destra un immenso portone debolmente illuminato, sormontato dal quadrante di un orologio. Erano le sei meno tre minuti. «Sono in ritardo di un minuto… ieri sono arrivato lo stesso in tempo, perché ho corso…» Sulla porta di quercia c’era un grosso martello, che il ragazzo sollevò e il cui fracasso risuonò nell’atrio. Un portiere in pantofole venne ad aprire, lasciò passare Justin, sbarrò il passo a Maigret con diffidenza. «Che vuole?» «Polizia». «Ha un documento?» Si attraversava un portico, dove si sentivano i primi odori dell’ospedale, poi, superata una seconda porta, ci si trovava in un vasto cortile dove sorgevano i padiglioni. Da lontano, nell’oscurità, si indovinavano le cuffie bianche delle suore che si dirigevano verso la cappella. «Perché, ieri, non hai detto niente al portiere?» «Non so… Avevo fretta di arrivare…» Maigret capiva il senso di queste parole. Il porto sicuro, non era il portone d’ingresso col portiere diffidente e arcigno, né il cortile freddo in cui passavano silenziosamente le barelle: era la sacrestia calda, vicino alla cappella dove una suora accendeva le candele dell’altare. «Viene con me?» «Sì». La cappella era calda e intima. I malati, in uniforme grigio-azzurra, alcuni con la testa bendata, o con un braccio al collo, o con le stampelle, erano già allineati sui banchi della navata. Nella galleria, le suore formavano un gruppo uniforme, e tutte le cuffie bianche si chinavano insieme in adorazione. «Mi segua». Bisognava salire alcuni gradini, passare vicino all’altare, dove le candele ardevano già. A destra, c’era una sacrestia dalle pareti rivestite in legno scuro, un sacerdote alto e scarno che stava indossando i paramenti, una cotta ornata di fine merletto che aspettava il chierichetto e una suora intenta a riempire le ampolline.


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Soltanto qui, il giorno prima, Justin si era fermato, il respiro ardente, le gambe vacillanti. Era qui che aveva gridato: «Hanno ucciso un uomo in rue Sainte-Catherine…» Un piccolo orologio incastrato nel legno segnava esattamente le sei. Suonavano di nuovo le campane, che all’interno si sentivano meno distintamente. Justin disse alla suora che gli infilava la cotta: «È il commissario di polizia…» Maigret rimase là in piedi, mentre il ragazzo, precedendo l’elemosiniere e agitando nel passo le pieghe della sottana rossa, si precipitava verso i gradini dell’altare. La suora sagrestana aveva detto: «Justin è un buon ragazzino, molto devoto, che non ci ha mai mentito… Gli è accaduto, qualche volta, di non venire a servire la messa… Avrebbe potuto dire di essere stato malato… Ma no! … Confessava francamente di non avere avuto il coraggio di alzarsi perché faceva troppo freddo o perché aveva dormito male e si sentiva stanco…» E l’elemosiniere, finita la messa, aveva guardato il commissario con i suoi occhi chiari simili a quelli dei santi raffigurati nelle vetrate delle chiese. «Perché, secondo lei, il ragazzo avrebbe dovuto inventare una storia simile?» Adesso Maigret sapeva come si erano svolti i fatti il giorno prima, nella cappella dell’ospedale: Justin che batteva i denti e che, allo stremo delle forze, era preso da una vera crisi di nervi. La messa che non poteva esser detta in ritardo. La suora sagrestana che avvertiva la superiora e serviva la messa al posto del ragazzo, al quale, nel frattempo, in sacrestia, si prodigavano le cure necessarie. Soltanto dopo dieci minuti la madre superiora aveva avuto l’idea di avvertire la polizia. Bisognava attraversare la cappella. Tutti sentivano che stava succedendo qualcosa. Al commissariato del quartiere, il brigadiere di guardia non capiva: «Come?… La madre superiora?… Superiora di che?…» Si era sentito ripetere sottovoce, come si parla nei conventi, che era stato commesso un delitto in rue Sainte-Catherine; ma gli agenti non avevano trovato niente, né la vittima, né, naturalmente, l’assassino. Come gli altri giorni, come se niente fosse successo, Justin era andato a scuola, alle otto e mezzo, e appunto nella sua classe era andato a prenderlo l’ispettore Besson, un uomo piccolo e tarchiato, che aveva l’aria di un pugile. Povero bambino! L’avevano interrogato per due ore buone, in un ufficio squallido che odorava di pipa o di stufa semispenta, trattandolo non come un testimone, ma come un colpevole. Uno per uno, i tre ispettori, Besson, Thiberge e Vallin avevano cercato di fargli cambiare la deposizione. E, per di più, la madre aveva seguito il figlio. Era seduta nell’anticamera e, piangendo e tirando su col naso, ripeteva a tutti: «Siamo gente onesta che non ha mai avuto a che fare con la polizia».


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Maigret, che la sera prima aveva lavorato fino a tardi, perché si stava occupando di un affare di stupefacenti, era arrivato in ufficio soltanto verso le undici. «Cosa c’è?» aveva domandato vedendo il ragazzino, dritto sulle gambe magre con aria fiera, senza una lacrima. «Un moccioso che ci sta prendendo in giro… Pretende di aver visto un cadavere per strada, e anche un assassino che è fuggito al suo arrivo. Ma per la stessa strada è passato un tram quattro minuti dopo, e il conducente non ha visto niente… La via è tranquilla e nessuno ha sentito nulla… infine, quando la polizia è stata avvertita da non so quale suora, non c’era assolutamente niente sul marciapiede, nemmeno la più piccola macchia di sangue…» «Vieni nel mio ufficio, ragazzo mio». Maigret si era fatto ripetere la storia, semplicemente, tranquillamente, senza interromperlo e senza prendere appunti. «Continuerai a servire la messa all’ospedale?» «No. Non voglio andarci più. Ho troppa paura». Eppure, era un grosso sacrificio. Senza dubbio, il ragazzo era devoto e gustava profondamente la poesia di quella prima messa nell’atmosfera calda e un po’ misteriosa della cappella. Inoltre, quelle messe gli venivano pagate, e per quanto si trattasse di una cifra più che modesta era sufficiente per permettergli di mettere insieme un piccolo gruzzolo. E aveva tanta voglia di quella bicicletta, che i genitori non potevano comperargli! «Ti chiederò di andarci ancora una volta, una sola, domattina». «Non ho il coraggio di fare quella strada». «Ti accompagnerò io… Ti aspetterò davanti a casa. Ti comporterai esattamente come gli altri giorni…» Così erano andate le cose, e adesso Maigret, alle sette del mattino, uscito dall’ospedale, si ritrovava in un quartiere che il giorno prima conosceva soltanto per averlo attraversato in tram o in automobile. Dal cielo, che adesso aveva preso una tinta verdastra, seguitava a cadere una pioggerella gelata, e il commissario starnutì due volte. Qualche passante camminava lungo i muri delle case, col collo del soprabito rialzato, le mani in tasca, e i negozianti cominciavano ad alzare le saracinesche. Era il quartiere più banale e tranquillo che si potesse immaginare. Si poteva pensare che due uomini, magari due ubriachi, avessero litigato sul marciapiede di rue Sainte-Catherine, alle sei meno cinque del mattino. O magari che un vagabondo avesse aggredito un passante per derubarlo e lo avesse accoltellato. Ma c’era il seguito. Secondo la tesi del ragazzo, l’assassino era fuggito al suo avvicinarsi, e in quel momento erano le sei meno cinque. Ora, alle sei passava il primo tram e il conducente affermava di non aver visto niente. Poteva darsi che fosse distratto, che guardasse nella direzione opposta. Ma, alle sei e cinque, due agenti di polizia, che stavano finendo il loro giro, erano passati sullo stesso marciapiede. E non avevano visto niente! Alle sei e sette o otto minuti, un capitano di cavalleria che abitava a poca di-


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stanza da lì era uscito di casa, come ogni mattina, per andare in caserma. E anche lui non aveva visto niente! Infine, alle sei e venti, gli agenti mandati dal commissario del quartiere non avevano trovato traccia della vittima. Poteva darsi che, nel frattempo, qualcuno avesse portato via il corpo con una automobile o un camion? Maigret, pacatamente, senza affannarsi, aveva considerato tutte le ipotesi, e anche questa era risultata falsa come le altre. C’era una donna ammalata, al numero 42 di quella strada. Il marito l’aveva vegliata ogni notte e aveva affermato: «Sentiamo tutti i rumori che vengono da fuori. E per di più mia moglie, che soffre molto, trasale dolorosamente al minimo rumore. È stato il tram a svegliarla, quando si era appena addormentata. Sono sicuro che non è passata nessuna macchina, prima delle sette… A quell’ora è passato il camion della spazzatura». «E non ha sentito altro?» «Ho sentito correre, ad un certo punto…» «Prima che passasse il tram?» «Sì, perché mia moglie dormiva… Mi stavo preparando un caffè sul fornello». «Era una persona che correva?» «Direi che erano due…» «Non sa in che direzione?» «La persiana era abbassata, e siccome scricchiola quando la si tira su, non ho guardato…» Era l’unica testimonianza a favore di Justin. A duecento metri c’era un ponte, e l’agente di guardia non aveva visto passare nessuno. Bisognava supporre che l’assassino, pochi minuti dopo essere fuggito, fosse tornato per caricarsi sulle spalle la sua vittima e portarla Dio sa dove senza farsi notare? Il luogo indicato dal ragazzo era proprio di fronte al numero 61. L’ispettore Thiberge c’era stato il giorno prima, e Maigret, che non lasciava niente al caso, suonò a sua volta a quella porta. Era una casa quasi nuova, in mattoni rosa, con tre gradini davanti alla porta di pino, verniciata, su cui brillava il rame lucido della cassetta della posta. Erano soltanto le sette e un quarto del mattino, ma, stando a quanto gli era stato detto, il commissario poteva presentarsi già a quell’ora. Una donna vecchia, magra e baffuta aprì uno spioncino, prima di farlo entrare nell’atrio che odorava di caffè appena fatto. «Vado a vedere se il signor giudice desidera riceverla…» Perché la casa era abitata da un giudice di pace in pensione, che viveva solo, con una domestica. Si udì bisbigliare nella stanza di fronte, che normalmente avrebbe dovuto essere il salotto. Poi la vecchia tornò e disse, con aria maligna: «Si accomodi… Si pulisca i piedi, per piacere, non è in una stalla».


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La stanza, abbastanza grande, era un po’ camera da letto, un po’ studio, un po’ biblioteca e un po’ ripostiglio, perché vi erano ammucchiati gli oggetti più disparati. «Viene a cercare il cadavere?» sghignazzò una voce che fece sobbalzare il commissario. Dato che c’era un letto, gli era venuto spontaneo guardare in quella direzione, ma il letto era vuoto. La voce veniva dall’angolo del caminetto, dove un vecchio magro era sprofondato in una poltrona, con una coperta attorno alle gambe. «Si levi il cappotto, perché adoro il caldo e così vestito non resisterebbe a lungo, qui». Era vero. Il vecchio, che aveva delle molle a portata di mano, cercava di attizzare il più possibile un fuoco di ceppi. «Credevo che, dai miei tempi, la polizia avesse fatto dei progressi e avesse imparato a diffidare delle testimonianze dei ragazzi. I ragazzi e le ragazze, ecco i testimoni più pericolosi, e quando ero giudice…» Indossava una veste da camera pesante e, nonostante il caldo che regnava nella stanza, portava intorno al collo una sciarpa larga come uno scialle. «Dunque, il delitto sarebbe stato commesso davanti alla mia casa, non è vero… E, se non erro, lei è il famoso commissario Maigret, che si sono degnati di mandare nella nostra città per riorganizzare la squadra mobile?» La sua voce era stridente. Era il tipo del vecchio cattivo, aggressivo, dall’ironia feroce. «Ebbene, mio caro commissario a meno che non mi accusi di essere d’accordo con l’assassino in persona, sono spiacente di doverla avvisare che è su una falsa strada, come ho già detto ieri al suo giovane collaboratore. Lei sa certamente che i vecchi hanno bisogno di pochissimo sonno. C’è anche gente che per tutta la vita dorme pochissimo… Mi vanto di non aver dormito più di tre ore per notte negli ultimi quindici giorni…, dato che le mie gambe, da dieci anni, si rifiutano di camminare e dato che non ho interesse per i luoghi in cui potrebbero portarmi, vivo giorno e notte in questa stanza che, come può constatare, dà direttamente sulla strada. Dalle quattro del mattino, siedo in questa poltrona, con la mente lucida, può crederlo. Potrei farle vedere il libro nel quale ero immerso ieri mattina, ma si tratta di un filosofo greco e immagino che non la interessi. Il fatto è che se sotto la mia finestra fosse avvenuto ciò che racconta quel ragazzo dalla fantasia troppo accesa, me ne sarei accorto. Le gambe sono diventate deboli, come le ho detto, ma l’udito è ancora buono. Infine, sono abbastanza curioso di natura per interessarmi a tutto quello che accade nella strada e, se la cosa la diverte, posso dirle a quale ora ogni massaia del quartiere passa davanti alla mia finestra per andare a fare la spesa». Guardava Maigret con un sorriso trionfante. «Perciò era abituato a sentire il piccolo Justin quando passava davanti alla sua casa?» domandò il commissario, con dolcezza.


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«Naturalmente». «A sentirlo e a vederlo?» «Non capisco». «Per più della metà, quasi i due terzi dell’anno, alle sei del mattino è giorno fatto. E il ragazzo serviva la messa delle sei d’estate come d’inverno». «Lo vedevo passare». «Dato che si trattava di un avvenimento quotidiano e regolare come il primo tram, vi avrà prestato attenzione». «Che vuole dire?» «Che, per esempio, quando la sirena di un’officina suona ogni giorno alla stessa ora, in un quartiere, o quando una persona passa davanti alle sue finestre con la regolarità di un pendolo, viene spontaneo di dire: “Guarda! è la tale ora”. E se, un giorno, la sirena non suona, noterà: “Oggi è domenica”. Se la persona non passa, si chiederà: “Cosa le sarà successo? Sarà malata?”». Il giudice guardava Maigret con i piccoli occhi vispi e cattivi. Aveva l’aria di non perdonargli la lezione che gli stava dando. «Ero giudice prima che lei entrasse a far parte della polizia» brontolò, facendo scricchiolare le dita magre. «Quando il chierichetto passava…» «Lo sentivo, se è questo che vuole farmi ammettere!» «E se non passava?» «Poteva capitare che me ne accorgessi. Ma poteva anche capitare che non lo notassi. Come per la sirena di cui parlava poco fa. Non si è colpiti tutte le domeniche dalla mancanza della sirena». «E ieri?» Forse Maigret si sbagliava? Certo aveva l’impressione che il vecchio giudice fosse contrariato e che il suo viso prendesse un’espressione immusonita e fieramente ermetica1. I vecchi non mettono il broncio come i bambini? Non hanno spesso le stesse puerili ostinazioni? «Ieri?» «Sì, ieri…» Perché ripetere la domanda, se non per poter prendere tempo? «Non ho notato niente». «Né che sia passato…» «No…» «Né che non sia passato…» «No…» Una delle due risposte non era vera, Maigret ne aveva la certezza, e continuò a domandare: «Non ha sentito correre sotto le sue finestre?» «No». 1 ermetica: chiusa, non comunicativa.


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Questa volta il no era sicuro e il vecchio non mentiva. «Non ha sentito nessun rumore insolito?» «No». Ancora lo stesso “no”, fermo e quasi trionfante. «Nessuno scalpiccio, nessun tonfo di un corpo che cade, nessun rantolo?» «Niente di tutto questo». «La ringrazio». «Non c’è di che». «Poiché lei è stato un magistrato, è inutile che le chieda se è pronto a ripetere le sue dichiarazioni sotto giuramento». «Quando vorrà» disse il vecchio, con una sorta di gioiosa impazienza. «Le chiedo umilmente scusa per averla disturbata, signor giudice». «Le auguro che la sua inchiesta abbia successo, signor commissario». La vecchia domestica doveva esser rimasta dietro la porta, perché si trovò sulla soglia al momento giusto per accompagnare il commissario e chiudere il portone alle sue spalle. Maigret provava una strana sensazione, mentre rimetteva piede nella vita di tutti i giorni, in quella tranquilla via di periferia dove le massaie cominciavano ad avviarsi verso i negozi e i bambini ad andare a scuola. Gli sembrava di essere stato imbrogliato, e tuttavia avrebbe giurato che il giudice non aveva mentito se non una volta, per omissione. Aveva anche l’impressione di essere stato sul punto di scoprire qualcosa di molto singolare e inatteso, e che per farlo avrebbe dovuto compiere solo un piccolo sforzo, ma ne era stato incapace. Rivedeva il ragazzo, rivedeva il vecchio. Cercava un legame. Riempì lentamente la pipa, fermo sull’orlo del marciapiede. Poi, dato che non aveva ancora fatto la prima colazione, non aveva bevuto nemmeno una tazza di caffè al risveglio e il soprabito bagnato gli si incollava sulle spalle, andò ad aspettare il tram all’angolo della place du Congrès, per tornare a casa.

La tisana della signora Maigret La massa delle lenzuola e delle coperte si sollevò come un’ondata. Ne emerse un braccio, sul guanciale apparve un viso rosso e lucido di sudore; infine, una voce cupa brontolò: «Dammi il termometro». La signora Maigret, che cuciva vicino alla finestra di cui aveva tirato le tende di merletto, nonostante fosse già il tramonto, si alzò sospirando e accese la luce. «Credevo che dormissi. Non è nemmeno mezz’ora che hai misurato la temperatura». Rassegnata, sapendo per esperienza che era inutile contrariare il suo grosso marito, scosse il termometro e poi gliene fece scivolare la punta tra le labbra. Prima, Maigret ebbe ancora il tempo di domandare:


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«Non è venuto nessuno?» «Lo sapresti, dato che non hai dormito». Eppure doveva essersi assopito, almeno per qualche minuto, ma quella maledetta suoneria lo strappava di continuo al torpore per riportarlo alla realtà. Non erano a casa loro. La sua missione in quella città di provincia doveva durare circa sei mesi, e siccome la signora Maigret non poteva sopportare il pensiero che il marito mangiasse al ristorante per tanto tempo, era andata con lui ed avevano preso in affitto un appartamento ammobiliato, nella parte alta della città. Aveva la carta da parati a fiori, mobili da bazar, un letto che gemeva sotto il peso del commissario. La strada però era tranquilla; secondo la proprietaria, la signora Danse, non ci passava un gatto. Quello che la signora aveva taciuto era che a pianterreno c’era una latteria e che perciò un odore dolciastro di formaggio regnava in tutta la casa. E non aveva detto un’altra cosa, che Maigret aveva scoperto da poco perché era la prima volta che stava a letto di pomeriggio: la porta della latteria era munita non di un normale campanello, ma di uno strano aggeggio fatto di tubi metallici che, quando entrava un cliente, si urtavano l’un l’altro a lungo, emettendo un suono di carillon. «Quanto?» «Trentotto e cinque…» «Poco fa, avevi trentotto e otto». «E stasera avrò più di trentanove». Era furioso. Era sempre di cattivo umore, quando era ammalato, e guardava la signora Maigret con occhi pieni di rancore, perché si ostinava a non uscire dalla stanza, mentre lui avrebbe tanto voluto riempire la pipa. Pioveva ancora, sempre la stessa pioggia sottile che si incollava ai vetri, che cadeva silenziosa e triste, e dava l’impressione di vivere in un acquario. «Ti darò un’altra tazza di tisana». Doveva essere la decima, nel pomeriggio, e dopo che l’aveva bevuta gli toccava sudare tutta quell’acqua calda tra le lenzuola, che finivano per trasformarsi in bende inzuppate. Si era buscato l’influenza mentre aspettava il ragazzo sotto la pioggia fredda del mattino, sulla soglia della scuola, o più tardi, mentre si aggirava per le strade. Verso le dieci, appena tornato nel suo ufficio della squadra mobile, gli erano venuti i brividi. Poi aveva sentito troppo caldo. Quando si era guardato nel piccolo specchio della toilette, si era visto gli occhi lucidi. Per di più, la pipa non aveva il solito sapore e questa era la conferma definitiva. «Senta, Besson» aveva detto «se per caso io non venissi, nel pomeriggio, continuerà l’inchiesta per l’affare del chierichetto». E Besson, che si credeva più furbo degli altri: «Crede davvero, capo, che una buona sculacciata non metterebbe fine a tutta la faccenda?» «Faccia comunque sorvegliare la rue Sainte-Catherine da un suo collega, per esempio da Vallin».


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«Nel caso che il cadavere torni a sdraiarsi sul marciapiede, davanti alla casa del giudice?» Maigret era troppo intorpidito dalla febbre che lo stava prendendo, per seguirlo su quel terreno. Aveva seguitato a dare faticosamente le sue istruzioni. «Compilerà un elenco di tutti gli abitanti della strada. Dato che non è lunga, non sarà un gran lavoro». «Devo interrogare di nuovo il ragazzo?» «No». Da allora, aveva seguitato ad avere caldo; aveva un cattivo sapore in bocca, sperava ad ogni istante di sprofondare nel sonno, ma subito dopo gli giungeva all’orecchio il ridicolo carillon dei tubi metallici. Odiava essere ammalato, e tuttavia c’erano momenti in cui quasi gli piaceva, perché, chiudendo gli occhi, non aveva più età, e ritrovava sensazioni infantili. E con esse tornava anche il piccolo Justin dal viso pallido e già energico. Avrebbe potuto descrivere, quasi in ogni particolare, quella soffitta in cui non era entrato, il letto di ferro, la sveglia sul tavolino da notte, il bambino che tendeva un braccio, che si vestiva in silenzio, con gesti che erano sempre gli stessi. Sempre gli stessi, ecco! Quando, per due anni, si serve la messa ad un’ora fissa, i gesti arrivano ad un automatismo quasi assoluto… «Sai, signora Maigret, Justin non ha mai letto romanzi polizieschi». Da sempre, da tanti e tanti anni, forse perché una volta l’avevano fatto per scherzo, si chiamavano Maigret e signora Maigret, e avevano finito per dimenticare quasi di avere un nome, come tutti. «Non legge nemmeno i giornali». «Faresti meglio a dormire…» Maigret chiuse gli occhi, dopo aver lanciato un’occhiata dolorosa alla sua pipa, posata sul marmo nero del caminetto. «Ho interrogato a lungo la madre, che è una brava donna, ma si lascia impressionare moltissimo dalla polizia». «Dormi…» Tacque per più di un minuto. Il suo respiro divenne più pesante, tanto da far credere che si fosse finalmente assopito. «Mi ha assicurato che Justin non ha mai visto dei morti. “È uno spettacolo che ai bambini si cerca di evitare”». «E questo che importanza ha?» «Justin mi ha detto che il cadavere era tanto lungo che sembrava sbarrasse il marciapiede… Questa è l’impressione che dà un morto sdraiato per terra… Un morto sembra sempre più alto di un uomo vivo… Capisci?» «Non capisco perché ti preoccupi tanto, dato che se ne sta occupando Besson». «Besson non ci crede». «A che cosa?» «Al morto…»


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«Cerca di dormire, e poi ti darò un’altra tazza di tisana. Non sudi abbastanza…» «Credi che se fumassi solo qualche boccata di pipa…» «Sei pazzo?» Andò in cucina per sorvegliare la minestra di verdure, e la udì andare e venire a passi felpati; continuava a vedere sempre lo stesso tratto di rue SainteCatherine, con i lampioni ogni cinquanta metri. «Il giudice sostiene di non aver sentito niente». «Cosa dici?» «Scommetto che si detestano». E la voce che veniva dal fondo della cucina: «Di chi parli? Lo vedi che ho da fare». «Del giudice e del chierichetto… Non si sono mai parlati, ma giurerei che si odiano. Sai, le persone molto vecchie, soprattutto quelle che vivono sole, finiscono col diventare come i bambini. Justin passava di lì tutte le mattine, e tutte le mattine il vecchio giudice era dietro la finestra. Assomiglia a una civetta». «Non capisco che cosa vuoi dire». Si era affacciata all’uscio, con un mestolo fumante in mano. «Cerca di seguirmi. Il giudice dice di non aver sentito niente, ed è una dichiarazione troppo grave perché si possa supporre che menta». «Lo vedi! Cerca di non pensarci più…» Però, non osa affermare di aver sentito o di aver visto passare Justin, ieri mattina. «Forse si era riaddormentato». «No. Non osa mentire e la sua impressione è voluta. E l’uomo che abita al 42 e vegliava la moglie ammalata ha sentito correre, per strada». «Dove sarebbe andato a finire il cadavere?» obiettava la signora Maigret, col suo buon senso di donna matura. «Non pensarci più! Besson conosce il suo mestiere; l’hai detto anche tu tante volte». Sprofondava tra le coperte, scoraggiato, faceva veramente uno sforzo per addormentarsi, ma dopo poco rivedeva il viso del chierichetto, le sue gambe bianche che sbucavano dai calzerotti neri. «C’è qualcosa che non va». «Che cosa dici? Ti senti male? Vuoi che chiami il dottore?» Ma no. Ricominciava da zero, ostinatamente, percorreva di nuovo il tragitto dalla soglia della scuola, attraversava la piace du Congrès. «Ecco. È qui che c’è qualcosa che non mi convince. Anzitutto, perché il giudice non aveva sentito niente. A meno di accusarlo di falsa testimonianza, era difficile ammettere che si fosse svolta una lotta sotto la sua finestra, a pochi metri da lui, e che un uomo si fosse messo a correre in direzione della caserma, mentre il ragazzo si precipitava nella direzione opposta. Senti, signora Maigret…» «Che altro vuoi?» «Se si fossero messi a correre tutti e due nella stessa direzione?»


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La signora Maigret sospirò, riprendendo il suo lavoro di cucito, ascoltando per dovere il monologo del marito. «Anzitutto, è più logico…» «Cosa è più logico?» «Che corressero tutti e due nella stessa direzione… Solo che, in tal caso, la direzione non era quella della caserma». «Il ragazzo avrebbe inseguito l’assassino?» «No. L’assassino avrebbe inseguito il ragazzo». «A che scopo, dato che non l’ha ucciso?» «Per non farlo parlare, per esempio». «Non gli ha imposto di tacere, dato che il ragazzo ha parlato». «O per impedirgli di dire qualcosa, di rivelare un particolare preciso… Senti, signora Maigret». «Cosa vuoi?» «So bene che mi dirai di no, ma è indispensabile. Dammi la pipa e il tabacco. Solo qualche boccata… Ho l’impressione che tra pochi minuti capirò tutto, se non perdo il filo». La signora Maigret andò a prendere la pipa sul caminetto e gliela porse, rassegnata, sospirando: «Sapevo che avresti trovato una buona scusa. Comunque, questa sera, che tu lo voglia o no, ti farò un impacco». Per sua fortuna, il telefono non era nell’appartamento. Bisognava scendere nella latteria, dove ce n’era uno dietro il banco. «Bisogna che tu scenda, signora Maigret, e che chiami al telefono Besson. Sono le sette. Può darsi che sia ancora in ufficio. Altrimenti, chiama il Café du Centre, dove starà giocando a biliardo con Thiberge». «Devo dirgli di venire qui?» «Digli di portarmi, al più presto possibile, non l’elenco di tutti gli abitanti della via, ma quello degli abitanti delle case di sinistra, soltanto tra place du Congrès e la casa del giudice». «Cerca almeno di non scoprirti…» Appena si fu avviata per le scale, Maigret buttò le gambe giù dal letto, si precipitò a piedi nudi, verso la borsa del tabacco per riempire di nuovo la pipa, poi riprese una posa innocente tra le lenzuola. Attraverso il pavimento sottile sentiva un mormorio di voci, quella della signora Maigret al telefono, e fumava a piccole boccate ingorde, benché la gola gli facesse molto male. Davanti a lui, gocce d’acqua scivolavano lentamente sui vetri neri, e questo gli ricordava di nuovo le influenze della sua infanzia, quando sua madre gli portava a letto la crème caramel. La signora Maigret risalì sbuffando, gettò un’occhiata nella stanza, come per cercarvi qualcosa di anormale, ma non pensò alla pipa. «Sarà qui tra un’ora circa». «Devo chiederti un altro piacere, signora Maigret, Va’ a vestirti…» La moglie gli lanciò un’occhiata diffidente:


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«Andrai a casa di Justin e chiederai ai suoi genitori il permesso di accompagnarlo qui da me. Sii gentile con lui. Se mandassi uno degli ispettori, si spaventerebbe certamente. Gli dirai che desidero chiacchierare qualche minuto con lui». «E se la madre vuole accompagnarlo?» «Trova il modo di evitarlo, perché non voglio che venga». Adesso era solo, caldo e sudato, sprofondato nel letto, con la pipa che spuntava dalle lenzuola, da cui saliva una leggera nube di fumo. Chiudendo gli occhi vedeva di nuovo l’angolo di rue Sainte-Catherine, e non era più il commissario Maigret, ma il piccolo chierico che camminava in fretta, che percorreva tutte le mattine la stessa strada alla stessa ora e che, per farsi coraggio, parlava da solo sottovoce. Voltava l’angolo di rue Sainte-Catherine… Il ragazzo aveva detto: «Ho alzato la testa e ho visto…». La febbre stava sicuramente aumentando, ma Maigret non pensava più a consultare il termometro. Andava bene così. Forse era meglio. Le parole crea­vano delle immagini, e le immagini acquistavano una chiarezza improvvisa. Come quando, da piccolo, era ammalato e gli sembrava che la madre, china su di lui, diventasse tanto grande da superare i limiti della casa. «Ecco!» Ecco cosa? Maigret aveva pronunciato la parola ad alta voce, come se contenesse la soluzione del problema, e sorrideva con aria soddisfatta, fumando la sua pipa a piccole boccate voluttuose. «Justin non ha inventato…» La sua paura, il suo panico, quando era arrivato all’ospedale, non erano simulati. Non aveva inventato nemmeno il corpo esageratamente lungo sul marciapiede. E c’era almeno una persona che aveva sentito passi in corsa per la strada. Cosa aveva detto, in proposito, il giudice dal sorriso ghignante? «È ancora al punto di fidarsi delle testimonianze dei bambini?…» O qualcosa di simile. Ma era il giudice che aveva torto. I bambini sono incapaci di inventare, perché non costruiscono delle verità dal nulla. Ci vogliono degli elementi. I bambini possono fare confusione, ma non inventare. «Ecco!» Ancora quell’“ecco” soddisfatto che Maigret si ripeteva, come per congratularsi. Aveva caldo. Era in un bagno di sudore, ma uscì ugualmente dal letto per riempire un’ultima volta la pipa, prima che la signora Maigret tornasse. Dato che era in piedi, ne approfittò per aprire l’armadio a muro e bere, alla bottiglia, un’abbondante sorsata di rum. Poco male se durante la notte la febbre sarebbe salita un po’, dato che ormai era arrivato alle conclusioni! E sarebbe stata una bella inchiesta, tutt’altro che banale, condotta dal fondo di un letto. La signora Maigret era incapace di apprezzare una cosa del genere.


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Il giudice non aveva mentito, e tuttavia doveva aver tentato di giocare un tiro al ragazzo che detestava, come possono detestarsi due ragazzi della stessa età. Ora i clienti erano più rari, di sotto, perché si sentiva meno spesso il ridicolo carillon della porta. I proprietari della latteria e la figlia, rosea come un prosciutto, stavano cenando nel retrobottega? Sentì camminare sul marciapiede, poi salire le scale. Dei piccoli piedi di bambino inciampavano nei gradini. La signora Maigret aprì la porta e spinse davanti a sé Justin, il cui cappotto di grossa lana da marinaio scintillava di pioggia. Aveva odore di cane bagnato. «Aspetta, piccolo mio, ti aiuto a togliere il cappotto». «Posso fare da solo, grazie». «Siediti, Justin» disse il commissario, indicando una sedia. «Grazie. Non sono stanco». «Ti ho fatto venire per chiacchierare un po’, da amici. Cosa stavi facendo?» «Il compito di aritmetica». «Perché, nonostante le emozioni che hai avuto, sei andato a scuola?» «Perché non avrei dovuto andarci?» Era fiero, il ragazzo, e se ne stava dritto in piedi. Forse il commissario, sdraiato nel letto, gli sembrava anche lui più grande e più lungo? «Signora Maigret, fammi la gentilezza di andare a sorvegliare il brodo in cucina e di chiudere la porta». Quando sua moglie fu uscita dalla camera, Maigret strizzò l’occhio al ragazzo. «Dammi la borsa del tabacco che è sul camino… E la pipa che dev’essere nella tasca del mio cappotto… Sì, quello che è appeso dietro la porta… Grazie… Hai avuto paura quando mia moglie è venuta a cercarti?» «No». Lo diceva con orgoglio. «Ti è seccato?» «Perché tutti dicono che ho inventato tutto». «E tu non hai inventato, vero?» «C’era un uomo morto sul marciapiede e un altro che…» «Zitto!» «Che cosa c’è?» «Non così in fretta… Siediti…» «Non sono stanco». «L’hai già detto, ma mi stanca vederti in piedi…» Justin si sedette sull’orlo della sedia, e i suoi piedi non toccavano terra, le gambe dondolavano, le ginocchia spuntavano, nude, tra i calzoni corti e i calzettoni. «Che burla hai fatto al giudice?» «Io non gli ho mai fatto niente…» «Sai di che giudice parlo?» «Quello che è sempre dietro la finestra e che sembra un gufo».


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«A me sembrava una civetta… Cosa c’è stato tra di voi?» «Non gli ho mai parlato…» «Cosa c’è stato tra voi?» «D’inverno non lo vedevo, perché le tende erano chiuse quando passavo». «Ma d’estate?» «Gli ho fatto le boccacce». «Perché?» «Perché mi osservava con l’aria di prendermi in giro; si metteva a sghignazzare da solo guardandomi…» «Gli hai fatto spesso le boccacce?» «Tutte le volte che lo vedevo…» «E lui?» «Scoppiava in una risata cattiva… Credo che lo facesse perché andavo a servire la messa e lui è un miscredente…» «Perciò è stato lui che ha mentito». «Cosa ha detto?» «Che ieri mattina non è successo niente davanti alla sua casa, altrimenti se ne sarebbe accorto». Il ragazzo fissò intensamente Maigret, poi abbassò la testa. «Ha mentito, non è vero?» «Sul marciapiede c’era un cadavere con un coltello nel petto». «Lo so…» «Come, lo sa?» «Lo so, perché è la verità…» ripeté Maigret con voce calda. «Dammi i fiammiferi… Ho lasciato spegnere la pipa». «Ha caldo?» «Non è niente… L’influenza…» «Se l’è buscata stamattina?» «Può darsi… Siediti…» Tese l’orecchio, poi chiamò: «Signora Maigret! Vuoi scendere?… Credo che sia arrivato Besson, e non voglio che salga prima che abbia finito… Gli terrai compagnia di sotto… Il mio amico Justin vi chiamerà… Siediti… È vero anche che avete corso tutti e due…» «Gliel’ho già detto che è vero…» «E io ne sono sicuro… Vai ad assicurarti che non ci sia nessuno dietro la porta e che sia ben chiusa…» Il ragazzo eseguì, senza capire, ma molto compreso dell’improvvisa importanza di ciò che stava facendo. «Vedi, Justin, tu sei davvero coraggioso». «Perché mi dice questo?» «Il cadavere, è vero… L’uomo che correva, è vero…» Il ragazzo drizzò un’ultima volta la testa, e Maigret vide che gli tremavano le labbra.


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«E il giudice, che non ha mentito, perché un giudice non oserebbe mentire, ma non ha detto tutta la verità…» La camera odorava di influenza, di rum, di tabacco. L’odore del brodo di verdura filtrava sotto la porta della cucina, e gocce argentate seguitavano a cadere sul vetro nero oltre il quale si stendeva la via, deserta. C’erano ancora un uomo e un bambino, uno di fronte all’altro? O due uomini? O due bambini? Maigret aveva la testa pesante, gli occhi lucidi. La sua pipa aveva uno strano gusto di malattia, non insipido, ed egli si ricordava degli odori dell’ospedale, della cappella, della sacrestia. «Il giudice non ha detto tutta la verità perché ha voluto farti un dispetto. E nemmeno tu hai detto tutta la verità. Adesso ti proibisco di piangere… Non c’è nessun bisogno che tutti sappiano ciò che avviene tra noi. Capisci, Justin?» Il ragazzo fece di sì con la testa. «Se quello che hai raccontato non fosse accaduto, l’uomo che abita al 42 non avrebbe sentito correre…» «Non ho inventato». «Appunto! Ma se le cose si fossero svolte come tu hai detto, il giudice non avrebbe potuto affermare di non aver sentito niente… E, se l’assassino si fosse messo a correre in direzione della caserma, il vecchio non avrebbe potuto giurare che nessuno era passato di corsa davanti a casa sua». Il ragazzo non si mosse e si guardò fissamente la punta dei piedi, che dondolavano nel vuoto. «Il giudice, in fondo, è stato onesto, e non ha osato affermare che ieri mattina sei passato davanti a casa sua. Ma forse, avrebbe potuto dire che non eri passato. È la verità, perché sei fuggito nella direzione opposta. Ha detto certamente la verità anche quando ha sostenuto che nessun uomo era passato sul marciapiede, sotto la sua finestra, correndo. Perché l’uomo non si è messo a correre in quella direzione. Non è vero?» «Che ne sa lei?» Si era irrigidito, fissava Maigret con gli occhi sbarrati, come, il giorno prima, aveva dovuto fissare l’assassino e la vittima. «Perché l’uomo si è precipitato nella tua stessa direzione. Sapendo che l’avevi visto, che avevi visto il cadavere, che potevi farlo arrestare, si è messo a correre dietro di te…» «Se lo dice a mia madre, io…» «Zitto!… Non ho nessuna voglia di dirlo a tua madre, né a nessuno… Vedi, mio piccolo Justin, ti parlerò come ad un uomo… Un assassino tanto intelligente, con tanto sangue freddo da far sparire un cadavere in pochi minuti senza lasciare la minima traccia, non avrebbe mai commesso la stupidaggine di lasciarti scappare, dopo che avevi visto tutto». «Non so». «Lo so io… È il mio mestiere, sapere queste cose… Il lavoro più difficile non è uccidere un uomo, ma farlo scomparire quando è morto, e questo è scomparso magnificamente. È scomparso, benché tu abbia visto lui e l’assassino. In altre parole, questo assassino è molto bravo, un uomo che sa il fatto suo,


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e proprio per questo, dato che c’era in gioco la sua testa, non ti avrebbe mai fatto scappare impunemente…» «Non sapevo…» «Che cosa non sapevi?» «Non sapevo che fosse così grave». «Non è grave affatto, perché, adesso, il male è riparato». «L’ha arrestato?» Queste parole erano state pronunciate con un tono di immensa speranza. «Sarà certamente arrestato tra poco. Stai seduto… Non dondolare le gambe…» «Non mi muoverò più». «Anzitutto, se la scena si fosse svolta davanti alla casa del giudice, cioè a metà della strada, te ne saresti accorto più da lontano, e avresti avuto il tempo di fuggire. Questo è l’unico errore che ha commesso l’assassino, per quanto furbo sia…» «Come ha fatto a indovinare?» «Non ho indovinato, ma anch’io sono stato un chierichetto, e anch’io ho servito la messa delle sei. Non potevi aver percorso quasi cento metri per strada senza guardare davanti a te. Perciò il cadavere era più vicino, molto più vicino, subito dopo l’angolo della via». «Cinque case più in là». «Tu pensavi ad altro, alla tua bicicletta, e probabilmente hai camminato per venti metri senza vedere assolutamente niente». «Non è possibile che sappia…» «E quando hai visto, ti sei messo a correre verso place du Congrès per raggiungere l’ospedale seguendo l’altra strada. L’uomo ti è corso dietro…» «Ho creduto di morire per la paura». «Ti ha messo una mano sulla spalla?» «Mi ha afferrato le spalle con tutte e due le mani. Credevo che volesse strangolarmi». «Ti ha chiesto di dire…» Il bambino piangeva, ma senza singhiozzi. Era pallido, e grosse lacrime gli rotolavano lentamente sulle guance. «Se lo dice a mia madre, me lo rimprovererà per tutta la vita. Mi rimprovera sempre». «Ti ha ordinato di dire che la scena era avvenuta più in là». «Sì». «Davanti alla casa del giudice?» «Sono stato io a pensare alla casa del giudice, per via delle boccacce che gli facevo. Lui mi ha detto soltanto verso l’altra estremità della via. E che lui era fuggito in direzione della caserma». «Il che avrebbe fatto un delitto perfetto. Difatti nessuno ti ha creduto, dato che non c’era né assassino, né cadavere, né la minima traccia, e tutto appariva impossibile». «Ma lei?»


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«Io non conto. È un caso che anch’io un tempo abbia servito la messa e che oggi abbia avuto la febbre… Cosa ti ha promesso?» «Mi ha detto che, se non avessi riferito quello che lui voleva, mi avrebbe ritrovato dovunque fossi andato, a dispetto della polizia, e che mi avrebbe sgozzato come un pollo». «E poi?» «Mi ha domandato cosa mi sarebbe piaciuto avere…» «E tu hai risposto: “Una bicicletta…”». «Come lo sa?» «Ti ripeto che anch’io ho fatto il chierichetto». «E desiderava una bicicletta?» «Una bicicletta e molte altre cose che non ho mai avuto. Perché hai detto che aveva gli occhi chiari?» «Non so… Non ho visto i suoi occhi. Portava dei grossi occhiali. Ma non volevo che lo trovassero». «Per via della bicicletta». «Forse. Lo dirà a mia madre, vero?» «Né a tua madre, né a nessuno. Non siamo amici noi due? Senti, dammi ancora una volta la borsa del tabacco e non dire alla signora Maigret che ho fumato tre pipate da quando sei arrivato. Come vedi, anche i grandi non dicono sempre tutta la verità. Davanti a quale porta era, Justin?» «La casa gialla, a fianco della salumeria». «Va’ a cercare mia moglie». «Dove?» «Di sotto. È con l’ispettore Besson, che è stato tanto cattivo con te». «E che mi arresterà?» «Apri l’armadio». «Fatto…» «C’è un paio di pantaloni appesi». «Che ne devo fare?» «Nella tasca sinistra, troverai un portafoglio». «L’ho preso». «Dentro ci sono dei biglietti da visita». «Li vuole?» «Dammene uno… E anche la penna stilografica che è sul tavolo». Con la penna, Maigret scrisse su un biglietto che portava il suo nome: «Buono per una bicicletta».


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L’inquilino della casa gialla «Entri, Besson». La signora Maigret lanciò un’occhiata alla nuvola opaca di fumo che circondava la lampada velata di carta oleata e si precipitò verso la cucina, da dove veniva odore di bruciato. Besson, prendendo la sedia da cui il ragazzo si era alzato e concedendogli solo una sdegnosa attenzione, annunciò: «Ho l’elenco che mi ha incaricato di fare. Devo dirle subito…» «Che è inutile. Chi abita al quattordici?» «Un momento… Quattordici… La casa ha un solo inquilino…» «Lo immaginavo». «Come?» Un breve sguardo inquieto al ragazzo. «Uno straniero, un mediatore di pietre preziose. Si chiama Frankelstein». La voce di Maigret, che si era sprofondato nei guanciali, mormorò, con tono indifferente: «Ricettatore…» «Come dice, capo?» «Ricettatore… forse, per giunta, capo banda». «Non capisco». «Non ha importanza. Mi faccia un piacere, Besson, mi dia la bottiglia di rum che è nell’armadio. Si sbrighi, prima che venga la signora Maigret. Scommetto che avrò trentanove e cinque e che dovranno cambiarmi due volte le lenzuola stanotte. Frankelstein… Chieda un mandato di perquisizione al giudice istruttore. No! A quest’ora perderemmo del tempo, perché starà certamente facendo un bridge in casa di amici. Lei ha cenato? Io, aspetto la minestra di verdura. Ci sono dei mandati in bianco nel mio ufficio. Nel cassetto di sinistra. Ne riempia uno. Perquisisca l’appartamento. Troverà di certo il cadavere, anche se sarà necessario buttare giù un muro della cantina». Il povero Besson guardava con aria preoccupata il commissario, poi il ragazzo che aspettava saggiamente in un angolo. «Faccia presto, vecchio mio. Se viene a sapere che il ragazzo è venuto qui stasera, non lo troverà più. È un uomo astuto, vedrà!» Ed era veramente un uomo astuto. Nel momento in cui la squadra mobile suonava alla sua porta, lui cercava di fuggire attraverso cortili, arrampicandosi sui muri. Ci volle tutta una notte per acchiapparlo – fu preso finalmente sotto i tetti – mentre altri poliziotti dovettero frugare la casa per ore, prima di scoprire il cadavere decomposto in un bagno di calce. Regolamento di conti, evidentemente. Un tipo che non era contento del capo, che si riteneva ingannato, che l’aveva scovato a casa sua, nelle prime ore del mattino, e che Frankelstein aveva ucciso sulla porta di casa, senza immaginare che nello stesso momento un chierichetto avrebbe svoltato l’angolo della via. «Quanto?» Maigret non aveva più il coraggio di guardare da sé il termometro.


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«Trentanove e tre…» «Non mi imbrogli?» Sapeva che la moglie lo imbrogliava, che la febbre era più alta, ma non gliene importava; era bello sprofondare così nell’incoscienza, scivolare a velocità vertiginosa in un mondo vago e tuttavia terribilmente reale, in cui un chierichetto, che somigliava al piccolo Maigret di un tempo, correva disperatamente per la strada pensando che sarebbe morto strangolato o che avrebbe posseduto una bicicletta dal telaio nichelato. «Cosa dici?» domandò la signora Maigret che reggeva tra le mani chiuse un cataplasma1 bollente, aspettando di metterlo intorno al collo del marito. E Maigret balbettava cose vaghe, come un bambino che ha la febbre, parlava del primo “tocco” e del secondo “tocco”… «Sarò in ritardo…» «In ritardo per che cosa?» «Per la messa… La suora… La suora…» Non riusciva a pronunciare la parola “sagrestana”. «La suora…» Finalmente si addormentò, col collo fasciato da un grande impiastro, sognando le messe del suo villaggio, la locanda di Marie Tatin, davanti alla quale passava correndo perché aveva paura. Paura di che? «Gliel’ho fatta però…» «A chi?» «Al giudice». «Quale giudice?» Era complicato da spiegare. Il giudice somigliava a qualcuno del suo villaggio a cui da piccolo faceva le boccacce. Il fabbro? No. Era il suocero della fornaia. Ma non aveva importanza. Era qualcuno che non gli piaceva… Era stato il giudice ad imbrogliare tutto, per vendicarsi del chierichetto, per far dannare gli altri. Aveva detto di non aver sentito dei passi davanti alla sua casa. Ma non aveva detto di aver sentito il rumore di un inseguimento nell’altra direzione… I vecchi tornano ad essere dei bambini. E si azzuffano con i bambini. Come dei bambini… Maigret era molto contento, nonostante tutto. Aveva imbrogliato sua moglie di tre pipate, di quattro pipate… Aveva la bocca piena di un buon sapore di tabacco, e poteva finalmente abbandonarsi al sonno. E domani, dato che aveva l’influenza, la signora Maigret gli avrebbe fatto la crème caramel.

1 cataplasma: medicamento, impacco.


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Maigret? Chi è il colpevole? Qual è il movente? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 2. Inizialmente che cosa dichiara Justin alla polizia? Perché viene trattato «non come un testimone, ma come un colpevole»? 3. Seguendo con attenzione le informazioni reperibili nel testo, disegna schematicamente la strada del delitto, posizionando correttamente la casa del numero 42, quella del numero 61, la collocazione del cadavere e il tragitto percorso da Justin. 4. Qual è l’unica testimonianza a favore del ragazzo? 5. Descrivi caratterialmente il giudice del numero 61. Che cosa sostiene rispetto al presunto delitto? Qual è la reazione di Maigret? 6. Maigret capisce che il chierichetto non gli ha detto tutta la verità. Come ci riesce? Perché il ragazzo ha mentito? 7. Facendo riferimento ai racconti letti, metti a confronto il commissario Maigret e Sherlock Holmes: scrivi un testo che descriva il loro diverso modo di investigare e il loro diverso approccio agli indiziati.


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GEORGE SIMENON Lacrime di cera Questo fu uno dei rari casi che si sarebbe potuto risolvere a tavolino, per deduzione e con i metodi della scientifica. D’altronde, quando Maigret lasciò il Quai des Orfèvres1, sapeva già tutto, persino la faccenda delle botti. Si era preparato a un breve viaggio nello spazio, e invece intraprese un estenuante viaggio nel tempo. A Vitry-aux-Loges, nemmeno cento chilometri da Parigi, già scendeva da un bizzarro trenino come ormai se ne vedono solo sulle stampe di Épinal2, e, quando parlò di taxi, lo squadrarono severamente credendo che scherzasse. Rischiò di dover fare il resto del tragitto sulla carretta del fornaio, senonché all’ultimo minuto riuscì a convincere il macellaio a dargli un passaggio col suo camioncino. «Ci va spesso?», chiese il commissario, riferendosi al paesino dove lo chiamava la sua inchiesta. «Due volte alla settimana… Grazie a lei, questa settimana avranno il macellaio un giorno in più…» E pensare che Maigret era nato a quaranta chilometri da lì, sulle rive della Loira; non si aspettava che la foresta d’Orléans gli facesse un’impressione così lugubre. Erano, infatti, nel fitto di un bosco. Il camioncino percorse una decina di chilometri tra due alte fustaie3 prima di arrivare a un borgo che spuntava in mezzo a una radura. «È questo?» «No, quello dopo…» Non pioveva, ma la foresta era umida e il cielo di un bianco così crudo da risultare opprimente. Gli alberi erano quasi completamente spogli e le foglie cominciavano a marcire; qua e là si udivano degli scricchiolii, e ogni tanto uno sparo in lontananza. «Si caccia parecchio qui?» «Deve esser il signor duca…» Alla fine, in una radura più piccola delle precedenti, scorsero una trentina di bicocche4 a un solo piano che si stringevano intorno a una chiesa dal campanile a punta. Avevano tutte almeno cent’anni, c’era da scommetterci, e i tetti neri d’ardesia5 le facevano sembrare ancora più simili l’una all’altra. 1 Quai des Orfèvres: via di Parigi in cui si trova il commissariato in cui lavora Maigret. 2 Épinal: città francese, capoluogo del dipartimento Vosges, la cui fama è legata alla produzione di immagini e di stampe popolari a colori. 3 fustaie: boschi di piante d’alto fusto, come castagni, conifere, ontani, aceri, pioppi. 4 bicocche: casupole, catapecchie. 5 ardesia: argilla facilmente divisibile in lastre sottili, leggere e resistenti agli agenti atmosferici, adoperate per la copertura dei tetti, per rivestimenti impermeabili, lavagne.


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«Si fermi davanti alla casa delle sorelle Potru…» «Lo sapevo. È di fronte alla chiesa…» Quando Maigret fu sceso, il macellaio si fermò un po’ più in là, aprì lo sportello sul retro del camioncino e si mise a richiamare l’attenzione di alcune comari, restie a comprare carne al di fuori dei giorni canonici. A forza di studiarsi la piantina che avevano disegnato i primi inquirenti, il commissario avrebbe potuto muoversi in quella casa a occhi chiusi. Ed era più o meno ciò a cui si era costretti, tanto le stanze erano buie. Per Maigret, entrare in quella bottega che sembrava vecchia di un secolo fu proprio come fare un viaggio nel tempo. La luce era fioca come nei dipinti dei maestri fiamminghi1, e i mobili, i muri, avevano lo stesso colore dei quadri antichi, con chiazze opalescenti2, macchie grigiastre nella semioscurità, e poi, improvviso, il riverbero di un boccale o di un recipiente di rame. Da sessantacinque anni, ovvero da quando erano nate, le signorine Potru (la più anziana, perlomeno, perché la minore ne aveva solo sessantadue) abitavano in quella casa, dove prima di loro avevano abitato i loro genitori e dove probabilmente nulla era cambiato da allora: né il bancone con la bilancia e le scatole di caramelle, né lo scaffale della merceria, né quello della frutta e della verdura, che emanava un vago odore di cannella e cicoria, né il banco di zinco su cui si serviva da bere. In un angolo c’era un barile di petrolio e, di fianco, uno più piccolo pieno di olio commestibile. In fondo, due tavoli, e un altro sulla sinistra: tavoli lunghi, patinati3 dal tempo, affiancati da panche senza schienale. Si aprì una porta, sulla sinistra. Una donna che avrà avuto trentadue, trentatré anni, con in braccio un bambino, scrutò Maigret. «Ha bisogno?» «Non badi a me… Vengo per l’inchiesta… Lei dev’essere una vicina…» E la donna, col ventre che sporgeva sotto il grembiule: «Sono Marie Lacore, la moglie del fabbro…». In quel momento, notando una lampada a petrolio appesa al soffitto, Maigret si rese conto che in paese non c’era l’elettricità. La stanza accanto, in cui il commissario entrò senza chieder permesso, era talmente buia che ci si rallegrava di trovare due ceppi accesi nel camino. Grazie al chiarore del fuoco Maigret distinse un grande letto con vari materassi sormontati da un piumino rosso gonfio come un pallone, e dentro il 1 dipinti dei maestri fiamminghi: la luce delle stanze viene paragonata a quella debole e tenue tipica dei quadri della scuola pittorica fiorita dal XV al XVII secolo nelle Fiandre e nelle altre regioni dei Paesi Bassi. 2 opalescenti: di aspetto lattiginoso. Il termine deriva da opale, pietra di colore bianco latte, o anche azzurrognolo, giallo aranciato, rosso, nero o verde, raramente incolore e trasparente. 3 patinati: velati.


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letto, immobile, una vecchia dal volto rigido, cereo, in cui solo gli occhi conservavano un barlume di vita. «Continua a non parlare?» chiese Maigret a Marie Lacore. La donna fece segno di no. Il commissario scrollò le spalle, si sedette su una seggiola impagliata e tirò fuori di tasca dei documenti. Il fatto era avvenuto cinque giorni prima e di per sé non aveva niente di sensazionale. Si diceva che le sorelle Potru, che vivevano sole in quella bicocca, avessero da parte qualche risparmio. Erano anche proprietarie di altre tre case in paese, e godevano di una solida reputazione di taccagne1. Nella notte fra venerdì e sabato ai vicini era parso effettivamente di udire dei rumori, ma non avevano dato peso alla cosa. Solo alle prime luci dell’alba un contadino aveva visto, passando, la finestra della camera spalancata, si era avvicinato e aveva chiamato aiuto. Poco distante dalla finestra, Amélie Potru, in camicia da notte, giaceva in una pozza di sangue. Sul letto, con la faccia rivolta al muro, c’era il corpo senza vita di sua sorella Marguerite, con il petto trafitto da tre coltellate e uno squarcio che dalla guancia destra saliva fino all’occhio. Amélie, invece, era viva. Era stata lei ad aprire la finestra nel tentativo di dare l’allarme, ma poi era caduta, indebolita per il sangue perso. Delle sue undici ferite, quasi tutte concentrate sulla spalla e il lato destro del corpo, nessuna era grave. Il secondo cassetto del comò era aperto, la biancheria sparpagliata, e fra la biancheria era stata rinvenuta una vecchia cartella di pelle chiazzata di muffa in cui le due sorelle dovevano riporre abitualmente i loro documenti. Per terra, un libretto di risparmio, dei titoli di proprietà, qualche contratto d’affitto e le fatture dei fornitori. Dell’inchiesta si era occupata Orléans. Maigret disponeva non solo di una pianta dettagliata del luogo, ma anche di alcune fotografie e del verbale degli interrogatori. La morta, Marguerite, era stata sepolta due giorni dopo. L’altra, Amélie, quando si era parlato di portarla all’ospedale, si era ribellata con tutte le sue forze, aggrappandosi con le unghie alle lenzuola e intimando con lo sguardo di lasciarla a casa sua. Il medico legale dichiarò che nessun organo era stato leso, e il suo improvviso mutismo era sicuramente dovuto allo shock. Comunque fosse, da cinque giorni le sue labbra non emettevano più un suono, e lei se ne restava lì, a osservare, nonostante l’immobilità e le fasciature, tutto quel che le succedeva intorno. Come adesso, che non distoglieva gli occhi da Maigret. Comunque, tre ore dopo il sopralluogo della procura2 di Orléans, veniva arrestato un uomo che tutti gli indizi portavano a identificare come l’assassino. Era Marcel, il figlio naturale della defunta. A ventitré anni, infatti, Mar1 taccagne: avare, spilorce. Dallo spagnolo tacaño. 2 procura: ufficio giudiziario.


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guerite aveva avuto un figlio che ora ne aveva trentanove e che, dopo aver lavorato come bracchiere1 per il duca – da quelle parti tutti lo chiamavano così –, faceva il taglialegna nella foresta e abitava in una fattoria in rovina a dieci chilometri da lì, vicino allo stagno del Loup-Pendu. Maigret era andato a trovarlo in cella. Era un bruto nel vero senso della parola, capace di sparire per settimane senza dar segno di vita alla moglie e ai cinque figli, che nutriva più che altro di botte. Per giunta era un ubriacone, un depravato. Il commissario volle rileggere, nell’ambiente in cui si erano svolti, il resoconto dei fatti che gli aveva fornito Marcel. «Quella sera sono arrivato in bicicletta verso le sette, mentre le donne stavano per mettersi a tavola. Ho bevuto un bicchiere al banco, poi sono andato in cortile a uccidere un coniglio, l’ho spellato e mia madre l’ha messo a cuocere. Mia zia ha cominciato a brontolare, come al solito, dato che non mi ha mai potuto soffrire…» La gente del posto confermò che Marcel aveva l’abitudine di andare a gozzovigliare a casa delle due sorelle: la madre non osava rifiutargli niente, e la zia aveva paura di lui. «Poi c’è stata un’altra scenata, perché ho preso dalla bottega una forma nuova di formaggio e ne ho tagliato un pezzo…» «Che vino avete bevuto?» chiese Maigret. «Quello del negozio…» «Avevate acceso la lampada a petrolio?» «Sì… Dopo mangiato, mia madre, che aveva i soliti dolori, se n’è andata a letto e mi ha chiesto di prendere le sue carte nel secondo cassetto del comò. Mi ha dato la chiave. Le ho portato i documenti e abbiamo fatto i conti delle fatture, perché eravamo a fine mese…» «Che altro c’era nella cartella?» «Dei titoli… Un bel fascio di buoni di stato e di obbligazioni2, per più di trentamila franchi…» «E non è mai entrato nella rimessa? Non ha acceso la candela?» «No, mai… Alle nove e mezzo ho rimesso le carte nel cassetto e me ne sono andato… Passando dalla bottega, mi sono fatto un ultimo bicchierino… Se le hanno detto che sono stato io ad ammazzare le due vecchie, è una bugia… Farebbe meglio a interrogare lo Jugo…» Con gran stupore dell’avvocato di Marcel, Maigret non insistette oltre. Quanto a Yarko, più comunemente chiamato Jugo perché jugoslavo, era un bell’elemento anche lui: approdato lì dopo la guerra, non se n’era più andato, e abitava da solo in un’ala dell’edificio adiacente la bottega delle Potru, guadagnandosi da vivere nel bosco come carrettiere. E anche lui era un ubriacone, che negli ultimi tempi le sorelle Potru si ri1 bracchiere: chi guida e ha in custodia i cani nelle battute di caccia. 2 Dei titoli … obbligazioni: documenti che attestano il possesso di una quota di cui lo Stato è creditore nei confronti del loro portatore.


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fiutavano di servire perché aveva già un debito lungo come la fame. Una volta che Marcel era al negozio, ci aveva pensato lui a mettere lo Jugo alla porta, facendogli sanguinare il naso. Ma se le signorine Potru lo detestavano era soprattutto perché gli avevano affittato una vecchia scuderia in fondo al cortile per tenerci i cavalli, ma lui non pagava la pigione1. Lo Jugo, a quell’ora, era probabilmente nel bosco a trasportare tronchi. Seguendo con l’incartamento in mano il filo del suo ragionamento, Maigret si avvicinò al camino dove, la mattina in cui era stato scoperto il fatto, avevano trovato fra la cenere un coltellaccio da cucina con il manico carbonizzato. Si trattava senza dubbio dell’arma usata per il delitto, ma ormai non era più possibile rilevare le impronte. Sul cassetto del comò e sulla cartella di pelle, invece, le impronte di Marcel – e soltanto le sue! – erano parecchie. Sul candelabro trovato sul tavolo c’erano solo quelle di Amélie Potru, il cui sguardo glaciale era fisso su Maigret. «Sempre decisa a non parlare, vero?…» le borbottò, per ogni evenienza, il commissario, accendendosi la pipa. E si chinò sull’impiantito per tracciare col gesso le macchie di sangue indicate sulla piantina. «Lei resta qui qualche minuto?» gli chiese Marie Lacore. «Così posso andare a mettere la cena sul fuoco…». Sicché Maigret si ritrovò solo in casa con la vecchia. Era il suo primo sopralluogo, ma aveva già lavorato un giorno e una notte sul fascicolo e sulla piantina. Orléans aveva fatto così bene le cose che il commissario non trovò sorprese, se non quella sgradevole di scoprire una realtà ancora più squallida di come se l’era immaginata. Eppure era figlio di contadini! Sapeva che in certi paesini si vive tuttora come nel Medioevo. Ma trovarsi catapultato di botto in quel borgo in mezzo al bosco, in quella casa, in quella stanza, accanto a quella donna ferita di cui intuiva la mente vigile, gli faceva lo stesso effetto di quando si visitano certi ospedali o certi ospizi che nascondono le peggiori mostruosità umane. Quando, a Parigi, aveva cominciato a lavorare su quel caso, aveva subito preso qualche appunto in margine al rapporto: «1. Perché Marcel avrebbe bruciato il coltello senza preoccuparsi delle impronte sul mobile e sulla cartella? 2. Perché, se si è servito della candela, l’ha riportata in camera e l’ha spenta? 3. Perché le tracce di sangue non seguono una linea retta dal letto alla finestra? 4. Perché, andandosene alle nove e mezzo, Marcel è uscito dalla porta sul davanti, rischiando così di essere visto, anziché da quella sul cortile, che dà sulla campagna?». 1 pigione: affitto.


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Una cosa, invece, scoraggiava l’avvocato di Marcel: nel letto delle due sorelle era stato trovato un bottone della sua giacca, una vecchia giacca da cacciatore di velluto a coste, con dei bottoni particolari. «È stato mentre spellavo il coniglio: mi sono impigliato nel bottone e si è staccato» sosteneva Marcel. Dopo aver riletto i suoi appunti, Maigret si alzò e guardò Amélie con un sorriso strano: come l’avrebbe contrariata, adesso, non poterlo seguire con gli occhi! Lui infatti passò nella rimessa1, un bugigattolo illuminato a stento da una finestrella, in cui vide delle cataste di legna e, a sinistra, contro il muro, le famose botti. Le prime due erano piene, una di vino rosso e una di vino bianco. Le altre due erano vuote, e su una di quelle gli specialisti della scientifica avevano rilevato delle gocce di cera provenienti dalla candela trovata in camera. Nel suo rapporto, il commissario di Orléans diceva: «… È probabile che siano state lasciate da Marcel quando è andato a versarsi da bere… La moglie dichiara di averlo visto rincasare ubriaco fradicio, fatto corroborato dalle tracce a zigzag della sua bicicletta sulla strada di casa…» Maigret si mise a cercare qualcosa lì intorno, ma non la trovò, sicché tornò nella camera e aprì la finestra: sulla piazza c’erano solo due bambini che osservavano la casa. «Di’ un po’, ragazzino, ti dispiacerebbe andare a cercarmi una sega?». «Una sega per il legno?» Alle sue spalle, sempre quel viso esangue2, quelle pupille che seguivano passo per passo la sua sagoma massiccia. Il ragazzino tornò con due seghe di dimensioni diverse. In quel momento entrò Marie Lacore. «Non l’ho mica fatta aspettare troppo?… Ho lasciato il bambino a casa… Adesso devo medicare Amélie…» «Ancora un momento, per favore…» «Intanto vado a far scaldare l’acqua…» Brava! Maigret preferiva risparmiarsi lo spettacolo. Aveva già visto abbastanza. Tornò nel bugigattolo, individuò il barile con le gocce di cera, introdusse la sega nel cocchiume3 e cominciò l’operazione. Sapeva già quel che avrebbe scoperto lì dentro. Era sicuro del fatto suo. Se poche ore prima nutriva ancora qualche dubbio, l’atmosfera di quella casa aveva confermato la sua ipotesi. E Amélie Potru era esattamente come se l’aspettava! Quei muri non trasudavano solo l’avarizia, ma anche l’odio… E Maigret, entrando, aveva notato una pila di giornali sul bancone… Era un dettaglio importantissimo, che gli inquirenti avevano trascurato: la bottega delle signorine Potru era anche una rivendita di giornali! Amélie possedeva un paio di 1 rimessa: magazzino, deposito. 2 esangue: letteralmente ‘senza sangue’, nel contesto ‘pallido, smorto’. 3 cocchiume: tappo di sughero che chiude il foro della botte.


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occhiali, ma non li portava durante il giorno: quindi ne aveva bisogno per leggere! Quindi, leggeva… Ed ecco che svaniva il principale ostacolo alla sua teoria. Una teoria basata sull’odio, l’odio irrancidito1 nel corso dei lunghi anni vissuti l’una accanto all’altra, anni di vita comune in quella casa minuscola, di notti nello stesso letto, di interessi condivisi… Marguerite aveva avuto un figlio, aveva conosciuto l’amore, mentre la sorella maggiore non aveva nemmeno avuto quella gioia! Per quindici o vent’anni il bambino era cresciuto aggrappato alle loro gonne, poi, abbandonato a sé stesso, tornava di frequente, e sempre per mangiare, per bere, per reclamare soldi. Soldi che appartenevano ad Amélie quanto a Marguerite! Anzi, più ad Amélie! Perché lei era la primogenita e quindi aveva lavorato più a lungo per guadagnarli! Un odio esacerbato2 dai mille dissapori della vita quotidiana, come il coniglio che veniva ucciso per Marcel, la forma di formaggio che era lì per esser venduta e che lui intaccava cinicamente senza che la madre si opponesse… Sì, Amélie leggeva i giornali; probabilmente divorava i resoconti dei processi, e quindi conosceva l’importanza delle impronte digitali! Amélie aveva paura del nipote. Non perdonava alla sorella di avergli mostrato il nascondiglio dove tenevano i soldi e, come era successo di nuovo proprio quella sera, di lasciargli maneggiare quei titoli che tanto dovevano fargli gola. «Un giorno o l’altro ci ammazzerà…» Una frase che – Maigret ci avrebbe scommesso – doveva essere risuonata chissà quante volte, fra quelle mura! Intanto il commissario continuava a segare. Aveva caldo: si tolse cappello e cappotto e li posò sul barile vicino. Il coniglio… il formaggio… Poi un pensiero improvviso: Marcel aveva lasciato le sue impronte digitali sul cassetto del comò e sulla cartella di pelle consunta… E se ancora non fosse bastato, c’era il bottone che gli si era staccato dalla giacca, e che sua madre, essendo già a letto, non poteva riattaccargli. Se fosse stato Marcel, infatti, perché avrebbe svuotato il contenuto della cartella sul posto, invece di portar via tutto? E a maggior ragione Yarko che, come Maigret aveva appurato, non sapeva leggere! Il punto di partenza erano state le ferite di Amélie, tutte sul lato destro, troppo numerose, troppo superficiali… Maigret se l’era immaginata, maldestra e vigliacca dinanzi al dolore… Non voleva morire, né soffrire a lungo, e contava di aprire la finestra e urlare per chiamare i vicini… Un assassino le avrebbe forse lasciato il tempo di correre alla finestra? Per uno scherzo del destino, era svenuta prima che qualcuno si allarmasse per le sue grida, e aveva dovuto aspettare i soccorsi tutta la notte! Era andata così! Non poteva essere altrimenti! Amélie aveva ucciso la 1 irrancidito: inacidito, incancrenito. 2 esacerbato: assai amareggiato.


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sorella semiaddormentata, poi, probabilmente con la mano avvolta in uno straccio, aveva aperto il comò e svuotato la cartella, giacché se voleva fare andar di mezzo Marcel i soldi dovevano sparire! Ecco perché la candela… Tornata accanto al letto, si era procurata le ferite, goffamente, timidamente, dopodiché si era spostata fino al camino, come dimostravano le tracce di sangue, per bruciare il coltello e cancellare così le proprie impronte! Infine aveva raggiunto la finestra e… Il commissario, che era sul punto di terminare l’operazione, si voltò bruscamente. Sentiva delle voci, e come dei rumori di lotta. Vide aprirsi la porta e apparire nell’inquadratura una sagoma al tempo stesso grottesca e truce, quella di Amélie Potru, con indosso una specie di sottoveste, le braccia e il torso gonfi di bende, lo sguardo fisso, seguita da Marie Lacore che protestava contro quell’imprudenza. Ebbene, a Maigret mancò il coraggio di parlare. Preferì ultimare il suo lavoro, e quando finalmente il barile si aprì in due, e ne uscirono dei rotoli di carta che altro non erano se non i titoli di rendita e le obbligazioni delle ferrovie che erano stati infilati lì dentro attraverso il cocchiume, non cacciò nemmeno un sospiro di soddisfazione. Maigret avrebbe voluto andarsene subito, oppure, come un qualunque Marcel, attaccarsi a una bottiglia di rum e mandar giù una bella sorsata. Amélie era sempre muta, la bocca semiaperta. Se fosse svenuta, sarebbe caduta fra le braccia di Marie Lacore, che era meno forte, e per di più fragile a causa del suo stato. Pazienza! Era una scena d’altri tempi, di un altro mondo. Maigret prese i titoli e avanzò verso Amélie, mentre lei indietreggiava, poi posò i documenti sul tavolo della camera da letto. Aveva un nodo alla gola. «Vada a chiamare il sindaco…» disse a Marie Lacore con voce asciutta. «Mi servirà da testimone…». E ad Amélie: «Lei sarà meglio che torni a letto…». Nonostante la curiosità professionale e la corazza che si era fatto con gli anni, preferì non guardarla. Udì soltanto il cigolio delle molle del letto. E se ne restò lì, dandole le spalle, finché non arrivò un fattore, che era il sindaco del borgo e quasi non osava entrare. In paese nessuno aveva il telefono. Dovettero mandare qualcuno in bicicletta fino a Vitry-aux-Loges. I gendarmi e il camioncino del macellaio arrivarono quasi contemporaneamente. Il cielo era sempre di un bianco accecante e il vento da ovest agitava gli alberi. «Ha trovato qualcosa?» Maigret rispose evasivamente: era di cattivo umore, anche se sapeva che quel caso sarebbe stato oggetto di lunghi studi per gli archivi criminali non solo di Parigi, ma anche di Londra, Berlino, Vienna e perfino New York. A guardarlo, si sarebbe giurato che fosse ubriaco!


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Maigret? Chi è il colpevole? Con quale movente? 2. A cosa si fa riferimento nel titolo del racconto Lacrime di cera? 3. Rileggi la parte conclusiva del racconto: quali sentimenti prova Maigret nel momento in cui risolve il caso? Perché? «Ebbene, a Maigret mancò il coraggio di parlare. Preferì ultimare il suo lavoro, e quando finalmente il barile si aprì in due, e ne uscirono dei rotoli di carta che altro non erano se non i titoli di rendita e le obbligazioni delle ferrovie che erano stati infilati lì dentro attraverso il cocchiume, non cacciò nemmeno un sospiro di soddisfazione. Maigret avrebbe voluto andarsene subito, oppure, come un qualunque Marcel, attaccarsi a una bottiglia di rum e mandar giù una bella sorsata». Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 4. Che cosa è accaduto la notte tra il venerdì e il sabato in casa Potru secondo le prime ricostruzioni? 5. Perché Amelie Potru non parla? 6. Quali interrogativi spingono Maigret a non credere alla colpevolezza di Marcel? 7. Quali osservazioni portano Maigret a sospettare della sorella della vittima? 8. Immagina di essere Maigret e scrivi una lettera a un tuo amico in cui racconti il caso delle sorelle Potru. Metti bene in evidenza le diverse fasi della risoluzione del caso, dando spazio ai tuoi pensieri e alle tue impressioni. In particolare, fai riferimento a cosa ti è successo quando hai scoperto la verità.


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GILBERT KEITH CHESTERTON La croce azzurra Fra il nastro d’argento del mattino e il verde nastro scintillante del mare, il battello toccò Harwich1; ne uscì, come uno sciame di mosche, un gruppo di persone, fra cui l’uomo che noi dobbiamo seguire non spiccava in nessun modo… né lo desiderava. Non c’era nulla di notevole in lui, tranne un lieve contrasto fra la gaiezza festiva dei suoi abiti e l’ufficiale serietà del suo viso. Portava una leggera giacchetta grigia, un panciotto bianco e un cappello di paglia con un nastro grigiazzurro. Il volto magro appariva scuro per il contrasto, e terminava in una barbetta nera che sembrava spagnola, ed evocava un colletto pieghettato dell’epoca elisabettiana2. Fumava una sigaretta con la serietà di una persona in ozio. Nulla in lui faceva pensare che la giacchetta grigia nascondesse una rivoltella carica, che il panciotto bianco contenesse una tessera della polizia, e che il cappello di paglia ricoprisse uno dei più possenti cervelli d’Europa; perché era Valentin in persona, il capo della polizia parigina e il più famoso investigatore del mondo; e veniva da Bruxelles a Londra a compiere il più grande arresto del secolo. Flambeau era in Inghilterra. La polizia di tre nazioni aveva seguito le sue tracce da Gand a Bruxelles, da Bruxelles a Hook, e si congetturava ch’egli avrebbe approfittato dell’insolita confusione dovuta al Congresso Eucaristico che si teneva allora a Londra. Probabilmente avrebbe viaggiato in veste di un qualche impiegato addettovi; ma, naturalmente, Valentin non poteva esserne certo: nessuno poteva esser certo quando si trattava di Flambeau. Sono passati ormai molti anni dacché questo colosso della delinquenza smise improvvisamente di tenere il mondo in agitazione; e, quando si ritirò, ci fu, come si disse dopo la morte di Orlando3, una gran calma sulla terra. Ma ai suoi bei giorni (voglio dire brutti, naturalmente) Flambeau era una figura importante e internazionale come il Kaiser4. Quasi ogni mattina il giornale annunciava ch’egli era sfuggito alle conseguenze di uno straordinario delitto commettendone un altro. Era un Guascone5 di statura gigantesca e di grande audacia fisica; e si raccontavano le più incredibili storie delle sue improvvise manifestazioni di atletica: come voltò all’ingiù un giudice istrut1 Harwich: cittadina sulla costa sud-orientale della Gran Bretagna. 2 epoca elisabettiana: periodo di splendore per l’Inghilterra, che prende il nome dalla regina Elisabetta I Tudor (1558-1603). 3 Orlando: valoroso cavaliere al servizio di Carlo Magno, al quale è dedicata la Chanson de Roland, canzone di gesta scritta nell’XI secolo, in cui si raccontano le imprese del celebre paladino nella lotta contro i saraceni. 4 Kaiser: dal latino caesar, nel senso di ‘sovrano’, indica l’imperatore tedesco. 5 Guascone: proveniente dalla Guascogna (attualmente denominata Aquitania), regione della Francia sud-occidentale.


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tore, e lo lasciò ritto sulla testa, «a chiarirsi le idee», come corse per la Rue de Rivoli con un poliziotto sotto ogni braccio. Si deve però riconoscergli che la sua fantastica forza fisica era generalmente usata in simili incruente, se pur indecorose, scene; i suoi delitti erano principalmente ingegnose rapine. Ma ognuna era un nuovo peccato, e farebbe un racconto a sé. Fu lui che diresse la grande Compagnia delle Latterie Tirolesi a Londra, senza latterie, senza mucche, senza carri, senza latte, ma con migliaia di sottoscrittori che egli serviva con la semplice operazione di trasportare davanti alle porte dei suoi clienti le bottiglie del latte che erano davanti alle porte degli altri. Fu lui che tenne un’inspiegabile e intima corrispondenza con una fanciulla cui intercettavano tutta la posta, con lo straordinario sistema di fotografare i suoi messaggi infinitamente piccoli sulle lastre di un microscopio. Una travolgente semplicità era però la caratteristica di molti suoi esperimenti. Si diceva che una volta avesse ridipinto tutti i numeri di una strada nel cuor della notte solo per confondere un viaggiatore cui aveva teso un tranello. È certissimo che inventò una cassetta postale portatile che metteva agli angoli delle vie in sobborghi tranquilli, per la possibilità che qualcuno ci mettesse dentro dei vaglia. Inoltre, si sapeva che era un impressionante acrobata: nonostante la sua imponente persona, poteva saltare come una cavalletta e svanire fra gli alberi come una scimmia. Perciò il grande Valentin, quando partì per trovare Flambeau, sapeva benissimo che le sue avventure non sarebbero finite quando l’avesse trovato. Ma come trovarlo? Su questo punto le idee del grande Valentin non erano ancora ben stabilite. C’era una sola cosa che Flambeau, nonostante tutta la sua abilità nel travestirsi, non poteva nascondere: la sua notevole statura. Se l’occhio esperto di Valentin avesse scorto un’alta fruttivendola, un alto granatiere, o anche una duchessa abbastanza alta, li avrebbe arrestati su due piedi. Ma in tutto il treno non c’era nessuno che potesse essere un Flambeau travestito, più di quanto un gatto possa essere una giraffa travestita. Sulla gente nel battello Valentin si era già tolto ogni dubbio; e le persone salite ad Harwich o durante il viaggio si limitavano a sei. C’era un impiegato delle ferrovie, piccolo, che andava fino alla stazione termine, tre giardinieri piuttosto piccoli saliti due stazioni dopo, una vedova molto piccola proveniente da una cittadina dell’Essex, e un piccolissimo prete cattolico proveniente da un villaggio dell’Essex. A proposito di quest’ultimo, Valentin quasi si mise a ridere. Il piccolo prete era così tipico di quelle pianure dell’Inghilterra orientale, con un viso rotondo e piatto come quelle focaccette di Norfolk, e occhi squallidi come il Mare del Nord. Aveva vari pacchi di carta scura che non riusciva a radunare. Il Congresso Eucaristico aveva indubbiamente risucchiato fuori dalla loro vita stagnante molte creature del genere, cieche e incapaci come talpe disinterrate. Valentin era uno scettico1 del severo tipo francese e non poteva aver sim1 scettico: incredulo, incline a dubitare di tutto. Dal francese sceptique, tratto dal greco skeptikós, da sképtesthai ‘osservare’.


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patia per i preti. Ma poteva averne pietà, e questo avrebbe suscitato la pietà di chiunque. Portava un grosso, misero ombrello, che cadeva continuamente per terra; non sembrava sapere quale fosse la parte giusta del suo biglietto di andata e ritorno. Spiegava con idiota semplicità a tutti quelli che erano nel treno che doveva fare attenzione, perché aveva una cosa fatta di vero argento «con pietre azzurre» in uno dei suoi pacchetti. La sua strana mescolanza di ottusità e di santa semplicità continuarono a divertire il Francese finché il prete arrivò (in un modo o nell’altro) a Tottenham con tutti i suoi pacchetti, e ritornò indietro a prendere l’ombrello. Valentin ebbe allora persino la benevolenza di consigliargli di badare all’oggetto d’argento senza parlarne a tutti. Ma, pur parlando con lui, Valentin teneva gli occhi aperti alla ricerca di qualcun altro; stava ben attento se vedesse qualcuno, ricco o povero, maschio o femmina, che superasse i sei piedi: poiché Flambeau li superava di quattro pollici. Scese a Liverpool Street, ad ogni modo, assolutamente sicuro di non essersi fino allora lasciato sfuggire il ladro. Andò quindi a Scotland Yard per regolare la sua posizione e disporre che gli procurassero aiuti in caso di bisogno; poi accese un’altra sigaretta e andò a fare un lungo giro per le strade di Londra. Mentre passava per le strade e le piazze oltre la stazione Vittoria, si fermò improvvisamente. Era una bizzarra piazza tranquilla, tipica di Londra, e, in quel momento, assolutamente silenziosa. Intorno, le case alte e piatte apparivano insieme ricche e disabitate; l’aiuola nel centro sembrava deserta come una verde isoletta del Pacifico. Uno dei quattro lati era parecchio più alto degli altri, come una pedana; e la linea di questo lato era interrotta da una delle mirabili incongruità di Londra: un ristorante che sembrava uscito da Soho1. Era bizzarro e attraente, con alberi nani in vasi e lunghe tende a strisce gialle e bianche. Era un bel po’ più in alto della strada, e nel consueto modo affastellato2 di Londra, una scaletta saliva dalla strada alla porta come una scala di salvataggio salirebbe alla finestra di un primo piano. Valentin si fermò davanti alle tende gialle e bianche e le considerò lungamente. La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono. Qualche nuvola nel cielo si raduna in modo da prendere la forma di un occhio umano. Un albero si stacca nel paesaggio di un viaggio incerto con l’esatta ed elaborata forma di un punto interrogativo. Ho visto io stesso entrambe le cose in questi ultimi giorni. E Nelson muore nell’istante della vittoria; e un uomo di nome Williams uccide assolutamente per caso un uomo di nome Williamson: il che suona come un infanticidio. In breve, c’è nella vita un elemento di magica coincidenza che può sempre sfuggire alla gente che bada solo all’aspetto prosaico delle cose. Come è stato ben espresso dal paradosso di Poe, la saggezza dovrebbe contare sull’imprevisto. Aristide Valentin era profondamente francese; e l’intelligenza francese è particolarmente ed unicamente intelligenza. Non era «una macchina pen1 Soho: quartiere cinese di Londra. 2 affastellato: alla rinfusa, disordinato.


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sante», perché questa è una frase insensata del fatalismo e materialismo moderno; una macchina è una macchina, proprio perché non può pensare. Ma era un uomo pensante, e un uomo semplice allo stesso tempo. Tutti i suoi meravigliosi successi, che sembravano opere di magia, erano stati ottenuti mediante severa logica, limpido e semplice pensiero francese. I Francesi elettrizzano il mondo non con paradossi, ma sviluppando luoghi comuni. Portano un luogo comune ad estreme conseguenze… come nella Rivoluzione francese. Ma proprio perché Valentin capiva la ragione, capiva anche i limiti della ragione. Solo un uomo che non sappia nulla di motori parla di far andare una macchina senza benzina; solo un uomo che non sa nulla della ragione parla di ragionare senza basi solide e indiscusse. E qui gli mancavano basi solide: Flambeau non s’era visto ad Harwich e, se era a Londra, poteva essere chiunque, da un alto vagabondo in un prato di Wimbledon a un alto organizzatore di brindisi all’Albergo Metropole. In tale completo stato di ignoranza, Valentin aveva un punto di vista e un metodo suoi propri. In simili casi egli calcolava sull’imprevisto; quando non poteva seguire tracce ragionevoli, egli freddamente e accuratamente seguiva tracce irragionevoli. Invece di recarsi nei posti soliti: banche, posti di polizia, punti di ritrovo, egli andava sistematicamente nei posti meno adatti; bussava ad ogni casa vuota, entrava in ogni vicolo cieco, risaliva ogni straducola ingombra di immondizie, percorreva ogni strada circolare che lo faceva deviare inutilmente. Egli difendeva questo sistema pazzesco molto logicamente. Diceva che se si aveva un filo, questo era il metodo peggiore; ma se non si aveva assolutamente nessun filo, era il migliore, perché c’era la possibilità che qualche cosa di insolito che avesse fermato lo sguardo dell’inseguito fermasse anche quello dell’inseguitore. Si deve incominciare da qualcosa, ed è meglio incominciare proprio là dove un altro finirebbe. Qualcosa in quella scaletta che conduceva al ristorante, qualcosa nella calma e bizzarria del locale, risvegliò la fantasia romantica dell’agente investigatore, fantasia per lo più latente, e lo indusse a tentare a caso. Salì i gradini e, sedutosi ad un tavolino vicino alla finestra, ordinò una tazza di caffè nero. Il mattino era inoltrato, ed egli non aveva fatto colazione; qualche traccia di altre colazioni sui tavolini gli ricordò la sua fame, e, aggiunto un uovo affogato alla sua ordinazione, cominciò a zuccherare il caffè, riflettendo sempre su Flambeau. Ricordava come Flambeau era scappato, una volta servendosi di un paio di tenaglie e un’altra servendosi di una casa incendiata; una volta andando a pagare una lettera non affrancata, e una volta facendo guardare la gente in un telescopio, ad una cometa che doveva distruggere il mondo. Valentin pensava che il suo cervello di investigatore valesse quanto quello del criminale, il che era vero; ma si rendeva benissimo conto dello svantaggio. “Lui è l’artista creatore; ed io solamente il critico”, disse fra sé con un sorriso agro, portò lentamente la tazza alle labbra, e la riposò subito. Ci aveva messo del sale. Guardò il recipiente da cui la bianca polvere proveniva: era certamente una zuccheriera, così chiaramente intesa allo scopo di contenere zucchero


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come una bottiglia di champagne a contenere dello champagne. Si domandò perché ci tenessero il sale. Guardò per vedere se c’erano oggetti più adatti allo scopo: sì, c’erano due saliere piene. Forse c’era qualche particolarità nel contenuto delle saliere; l’assaggiò: era zucchero. Quindi si guardò intorno con aria d’interesse, per vedere se ci fossero altre tracce di quel singolare gusto che mette lo zucchero nelle saliere e il sale nelle zuccheriere. Ad eccezione di una strana macchia di un qualche liquido scuro sui muri tappezzati di chiaro, il locale appariva ordinato, gaio e comunissimo. Suonò per il cameriere. Quando questo arrivò in fretta, coi capelli un po’ scomposti e gli occhi annebbiati per l’ora ancora mattutina, l’agente (che apprezzava anche le forme più semplici di umorismo) gli disse di assaggiare lo zucchero e di vedere se era all’altezza della reputazione del ristorante. Il risultato fu che il cameriere improvvisamente sbadigliò e si svegliò del tutto. «Fate questo spiritoso scherzo ai vostri clienti ogni mattina?» chiese Valentin. «Scambiare lo zucchero col sale è uno scherzo che vi appare sempre nuovo e saporito?» Il cameriere, quando il significato di tale ironia si fece più chiaro, assicurò balbettando che il locale non aveva certo quell’intenzione: doveva essere uno stranissimo sbaglio. Prese la zuccheriera e la guardò; prese la saliera e guardò anche quella, assumendo un’espressione sempre più stupefatta. Alla fine si scusò bruscamente, e si precipitò via, tornando poco dopo in compagnia del proprietario. Questi esaminò a sua volta la zuccheriera e la saliera, e anch’egli parve stupefatto. A un tratto il cameriere sembrò perdere la parola per l’eccesso di idee. «Credo» balbettò eccitato «credo che siano stati i due preti». «Che preti?» «I due preti» disse il cameriere «che han gettato la minestra sul muro». «Gettato la minestra sul muro?» ripeté Valentin, certo che si trattasse di qualche bizzarra metafora italiana. «Sì, sì» fece il cameriere con enfasi, e indicò la scura macchia sulla bianca tappezzeria «l’hanno gettata là sul muro». Valentin guardò con aria interrogativa il padrone, che venne in soccorso con ulteriori particolari. «Sì, signore» disse «è verissimo, sebbene io non pensi che abbia nulla a che fare con lo zucchero e il sale. Entrarono due preti e si fecero dare del brodo; era molto presto, avevamo appena aperto. Erano tutti e due persone molto tranquille e rispettabili; uno pagò ed uscì; l’altro, che sembrava sotto tutti gli aspetti un po’ più incantato, indugiò qualche momento a radunare le sue cose. Ma finalmente uscì; solo, prima di varcare la soglia, prese deliberatamente la sua tazza da brodo, che aveva bevuto solo a metà, e gettò il contenuto contro il muro. Io ero di là, e così pure il cameriere; così corsi di qui appena in tempo per trovare il muro macchiato e il locale vuoto. Non fa molto danno, ma era una bella sfacciataggine. Cercai di raggiungere i due nella strada; ma erano già troppo lontani: vidi soltanto che svoltavano in Via Carstairs».


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Valentin era già in piedi, col cappello e il bastone in mano. Aveva deciso che in quell’assoluta oscurità poteva soltanto seguire il primo dito che indicasse qualcosa di insolito, e questa cosa era abbastanza insolita. Pagato il conto e chiusasi dietro la porta a vetri, voltò in fretta nell’altra strada. Per fortuna anche in simili momenti febbrili, il suo occhio restava calmo e pronto. Qualcosa in una vetrina gli passò dinanzi come un lampo: e tornò indietro a guardare. Era un negozio di frutta e verdura, con un’esposizione esterna della merce, e i cartellini dei nomi e dei prezzi. Sul mucchio delle noci c’era un pezzetto di cartone con scritto a decisi caratteri in gesso turchino: «Le migliori arance, due per un penny». Sulle arance c’era ugualmente chiara ed esatta la dicitura: «Vere noci del Brasile, 4 pence la libbra». Valentin guardò quei due cartellini e pensò che aveva già incontrato questa sottile forma di umorismo, e piuttosto di recente. Fece notare al fruttivendolo dal viso rosso, che guardava imbronciato su e giù per la strada, l’inesattezza di quegli annunzi pubblicitari. Il fruttivendolo non disse nulla, ma con un gesto secco rimise a posto i cartellini. L’agente, appoggiandosi con eleganza al suo bastone da passeggio, continuò l’esame del negozio. Alla fine disse: «Scusi la mia apparente incoerenza, mio buon amico, ma vorrei farle una domanda di psicologia sperimentale sulla associazione delle idee». Il negoziante dalla faccia rossa gli diede uno sguardo minaccioso; ma egli continuò allegramente, agitando il bastone da passeggio: «Perché» disse «perché due cartellini sbagliati in un negozio di frutta sono come un cappello da prete venuto a Londra in vacanza? O, caso mai non mi fossi spiegato chiaramente, come nasce la mistica associazione che connette l’idea di noci segnate arance con l’idea di due preti, uno alto e uno piccolo?». Gli occhi del fruttivendolo gli uscirono dalla testa come quelli di una lumaca; per un momento parve davvero che stesse per gettarsi sullo sconosciuto. Alla fine balbettò: «Non so come c’entri lei, ma se è un loro amico, può dir loro da parte mia che prenderò a pugni le loro sciocche teste, parroci o non parroci, se rovesciano ancora le mie mele». «Davvero?» chiese Valentin, con molta simpatia. «Hanno rovesciato le sue mele?» «Uno di loro» disse l’adirato fruttivendolo «le fece rotolare per tutta la strada. Vorrei aver raggiunto quello sciocco, non fosse che per fargliele raccogliere». «Da che parte sono andati i preti?» chiese Valentin. «Per la seconda strada a sinistra, e poi han traversato la piazza» rispose l’altro prontamente. «Grazie» disse Valentin, e svanì come un folletto. Dall’altra parte della seconda piazza trovò un poliziotto, e gli disse: «È urgente, guardia: ha visto due preti con cappelli larghi?». Il poliziotto incominciò a ridere forte. «Altroché, signore! E se vuol saperlo, uno era ubriaco. Si fermò in mezzo alla strada con un’aria così confusa che…» «Da che parte sono andati?» interruppe Valentin.


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«Hanno preso uno di quegli autobus gialli, da quella parte» rispose l’uomo «quelli che vanno a Hampstead». Valentin mostrò la sua tessera, disse molto in fretta: «Chiami due dei suoi uomini che mi aiutino nell’inseguimento», e attraversò la strada con energia così contagiosa che il poderoso poliziotto fu indotto ad un’obbedienza quasi agile. Dopo un minuto e mezzo l’agente francese era raggiunto sul marciapiede di fronte da un ispettore e un dipendente, tutti e due in borghese. «Ebbene, signore» incominciò il primo, sorridendo con importanza «in che possiamo…». Valentin indicò bruscamente col bastone: «Ve lo dirò su quell’autobus» disse, e si precipitò come una freccia attraverso il groviglio del traffico. Quando tutti e tre si furono lasciati cadere ansimanti sui sedili, al piano superiore del veicolo giallo, l’ispettore disse: «Faremmo quattro volte più in fretta con un tassì». «Verissimo» rispose la loro guida placidamente «se solo sapessimo dove andiamo». «Ebbene, dove andiamo?» chiese l’altro, sgranando gli occhi. Valentin fumò accigliato per qualche secondo; poi, togliendosi la sigaretta di bocca, disse: «Se sapete quel che un uomo sta facendo, precedetelo; ma se volete capire che cosa stia facendo, stategli dietro. Deviate quando lui devia, fermatevi quando si ferma, e procedete adagio come lui. Allora potrete vedere quello ch’egli ha visto e agire com’egli ha agito. Tutto quel che possiamo fare è tener gli occhi bene aperti alla ricerca di qualche cosa strana». «Che genere di cosa strana?» chiese l’ispettore. «Qualunque genere di cosa strana» rispose Valentin, e ricadde in un ostinato silenzio. L’autobus giallo strisciò attraverso la zona settentrionale della città, per interminabili ore, o almeno così pareva; il grande investigatore non volle dare altre spiegazioni, e i suoi aiutanti dovevano provare un silenzioso e crescente dubbio circa la loro impresa. Forse provavano anche un silenzioso e crescente desiderio di far colazione, perché l’ora normale di colazione era passata da un po’, e le strade dei sobborghi settentrionali di Londra parevano allungarsi sempre più, come un infernale telescopio. Era una di quelle spedizioni in cui si ha sempre l’impressione di essere ormai arrivati al termine dell’universo, e poi si vede che si è solo arrivati al principio di Tufnell Park. Londra finiva in sparse taverne e squallidi cespugli, per rinascere inspiegabilmente con grandi vie illuminate e vistosi alberghi. Era come attraversare tredici volgari cittadine contigue. Ma, sebbene il crepuscolo invernale incombesse già sulla strada dinanzi a loro, l’investigatore parigino rimaneva seduto, in silenzio e attento, osservando i due lati della strada, che passavano velocemente davanti ai suoi occhi. Quando ebbero superato Camden Town, i poliziotti erano quasi addormentati; certo ebbero come un soprassalto quando Valentin balzò in piedi, diede loro un colpetto sulle spalle, e gridò al conduttore di fermare. Si precipitarono giù dall’autobus senza capire perché; e quando si guardarono intorno per ricevere spiegazioni, videro Valentin che indicava trionfal-


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mente una vetrata sul lato sinistro della strada. Era una grande vetrata, che apparteneva a un grande caffè dorato e fastoso; quella parte era riservata a rispettabili pranzi, e portava la scritta: «Ristorante». La vetrata, come tutte le altre sulla facciata del locale, era di vetro smerigliato e arabescato1; ma nel mezzo c’era un grosso buco nero, come una frattura nel ghiaccio. «Il nostro filo, finalmente» esclamò Valentin, agitando il bastone «ecco lì, la finestra rotta». «Che finestra? Che filo?» chiese il più importante dei suoi aiutanti. «Che prova c’è che ha qualche rapporto con loro?» Valentin per poco non spezzò il suo bastoncino di bambù per la rabbia. «Prova! Buon Dio, questo vuole delle prove! Certo, ci sono venti probabilità contro una che non abbia nessun rapporto con loro. Ma che altro possiamo fare? Non vedete che dobbiamo seguire una pazza possibilità, oppure andare a casa e metterci a dormire?» Si lanciò nel ristorante, seguito dai compagni, e si sedettero a fare una tarda colazione ad un tavolino, guardando dall’interno la stella disegnata nel vetro dalla rottura. «Si è rotta la finestra, vedo» disse Valentin al cameriere mentre pagava il conto. «Sì, signore» rispose l’altro, occupandosi del resto, a cui Valentin aggiunse silenziosamente una mancia enorme. Il cameriere si drizzò con tranquilla ma indubbia animazione. «Ah sì, signore» disse «una cosa molto strana». «Davvero? Raccontateci» disse l’agente con distratta curiosità. «Ebbene, vennero due signori vestiti di nero» disse il cameriere «due di quei preti stranieri che ci sono in giro. Han fatto una colazione modesta, e uno di loro pagò ed uscì. L’altro stava per raggiungerlo quando io guardai il resto e vidi che mi aveva dato più di tre volte il dovuto. “Senta” dissi al tipo che stava per uscire “ha pagato troppo”. “Oh!” egli fa, tranquillissimo “davvero?”. “Sì”, dico io e prendo il conto per mostrarglielo. Allora ebbi come un colpo». «Perché?» chiese l’interlocutore. «Ebbene, avrei giurato su sette Bibbie che avevo scritto 4 scellini su quel conto. Ma ora vidi che avevo messo 14, era chiarissimo». «Ebbene?» esclamò Valentin, alzandosi lentamente, mentre gli occhi gli ardevano «e poi?». «Il prete sulla soglia dice calmo: “Mi spiace di confondere la vostra contabilità, ma servirà per pagare la finestra”. “Che finestra?” dico io. “Quella che sto per rompere” dice, e fracassa quel vetro con l’ombrello». Tutti e tre gli uomini diedero in un’esclamazione; e l’ispettore disse sottovoce: «Stiamo inseguendo dei matti scappati dal manicomio?». Il cameriere continuò, divertendosi alquanto a quella ridicola storia: «Rimasi così imbambolato per un momento, che non potei far nulla. L’uomo uscì dal locale e raggiunse l’amico all’angolo. Poi andarono così in fretta su per Bullock Street ch’io non riuscii a raggiungerli, sebbene corressi fuori». 1 smerigliato e arabescato: translucido, decorato.


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«Bullock Street» disse Valentin, e si lanciarono per quella via con la stessa rapidità della strana coppia che inseguivano. Il loro viaggio ora li portò fra viuzze di nudi mattoni che parevano gallerie, vie con poche luci e poche finestre, vie che sembravano tagliate nel verso cieco di tutte le case di questo mondo. Il crepuscolo si addensava, e non era facile per i poliziotti londinesi capire in che direzione andavano. L’ispettore però era certo che sarebbero sbucati in qualche punto della Brughiera di Hampstead. A un certo punto una vetrina sporgente e illuminata a gas forò l’azzurro crepuscolo come una lanterna; e Valentin si fermò un momento davanti a uno sgargiante negozietto di dolci. Dopo un momento di esitazione entrò; osservò i vivaci colori della confetteria con molta serietà, e scelse tredici sigari di cioccolata con una certa attenzione; evidentemente cercava il modo di attaccar discorso: ma non ne ebbe bisogno. Una donna anziana, angolosa, aveva osservato il suo aspetto elegante con automatica aria interrogativa; ma quando vide la porta bloccata dall’ispettore, gli occhi le si svegliarono. «Oh» disse «se son venuti per quel pacco, l’ho già mandato». «Pacco?» ripeté Valentin, e fu lui a prendere un’aria interrogativa. «Voglio dire il pacco che ha lasciato quel signore… quel prete». «Per carità» disse Valentin, piegandosi in avanti e dimostrando per la prima volta la sua ansietà «per amore del cielo ci dica esattamente quel che è successo». «Bene» disse la donna un po’ incerta, «i preti entrarono circa mezz’ora fa, comperarono delle pastiglie di menta e conversarono un po’, poi procedettero in direzione di Hampstead. Ma un istante dopo, uno di loro torna indietro di corsa e dice: “Ho lasciato un pacco?”. Io guardo da tutte le parti e non lo vedo; allora egli dice: “Non importa; ma se lo trovasse, per favore lo mandi a questo indirizzo” e mi lascia l’indirizzo e uno scellino per il disturbo. Ed ecco che, sebbene mi sembrasse di aver cercato dappertutto, trovai che aveva lasciato un pacchetto di carta scura, e lo spedii al posto che aveva detto. Ora non ricordo l’indirizzo: era dalle parti di Westminster. Ma, dato che sembrava una cosa tanto importante, pensavo che la polizia fosse venuta a cercarlo». «Infatti» disse Valentin brevemente. «Hampstead Heath è qui vicino?» «Sempre diritto per cinque minuti» disse la donna «e arriverete ai prati». Valentin uscì dal negozio e incominciò a correre. Gli altri due lo seguirono al trotto, un po’ riluttanti. La strada che percorrevano era così stretta e scura che quando uscirono inaspettatamente nello spazio vuoto, sotto il grande cielo aperto, furono stupiti di vedere che la sera era ancora così chiara. Una splendida cupola verde pavone sfumava nell’oro, fra alberi neri e lontananze violette. Il cielo verde era abbastanza scuro perché vi apparissero, come punte di cristallo, due o tre stelle. La luce del giorno che ancora restava era un bagliore dorato all’orizzonte, sopra quella popolare valletta chiamata la Valle della Salute. La gente a passeggio da quelle parti non s’era ancora tutta dispersa; qualche coppia indistinta sedeva sulle panche; e qui e là una ragazzina strillava da un’altalena. Lo splendore del cielo si approfondiva e si oscurava intorno alla sublime


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volgarità dell’uomo; e, in cima al pendio, guardando attraverso la valletta, Valentin vide quello che cercava. Fra i gruppi scuri che si disperdevano là in fondo, ce n’era uno particolarmente scuro e che non si disperdeva: un gruppo di due figure in abito clericale. Sebbene apparissero piccoli come insetti, Valentin poteva vedere che uno dei due era molto più piccolo dell’altro. E sebbene quest’altro fosse un po’ curvo, alla guisa di uno studioso, e avesse modi che lo facevano passare inosservato, Valentin vide che l’uomo era alto più di sei piedi. Strinse le labbra e andò avanti, agitando il bastone con impazienza. Quando ebbe notevolmente diminuito la distanza e ingrandito le due figure come in un grande microscopio, vide qualcos’altro: qualcosa che lo sorprese, e che pure in qualche modo si era aspettato. Chiunque fosse il prete alto, non ci potevano essere dubbi sull’identità di quello piccolo: era il suo amico del treno di Harwich, il tozzo curato dell’Essex ch’egli aveva messo in guardia a proposito dei pacchetti di carta scura. Fin qui, tutto sembrava rientrare in un ordine abbastanza razionale. Valentin aveva appreso la mattina che un certo Padre Brown portava dall’Essex una croce d’argento ornata di zaffiri, reliquia di considerevole valore, per mostrarla ad alcuni dei preti stranieri convenuti al congresso. Si trattava indubbiamente dell’oggetto «d’argento con le pietre azzurre», e Padre Brown era dunque il pretino inesperto incontrato sul treno. Ora, non c’era nulla di strano nel fatto che quel che aveva scoperto Valentin l’avesse scoperto anche Flambeau. Flambeau scopriva tutto. E non c’era neppure nulla di strano nel fatto che Flambeau sentendo parlare di una croce di zaffiri cercasse di rubarla: era la cosa più naturale di tutta la storia naturale. E certo non c’era nulla di strano nel fatto che Flambeau facesse quello che voleva di un babbeo come l’uomo dell’ombrello e dei pacchetti, il tipo d’uomo che chiunque poteva condurre al polo nord tirandolo per un filo: non era sorprendente che un attore come Flambeau, vestito anche lui da prete, l’avesse condotto sui prati di Hampstead. Fin qui tutto sembrava abbastanza semplice; e mentre l’agente compiangeva il prete per la sua dabbenaggine1, quasi disprezzava Flambeau per essersi abbassato ad una vittima così inerme. Ma quando Valentin pensò a quello che era frattanto accaduto, a tutto ciò che l’aveva condotto al suo trionfo, si scervellava per trovarci il benché minimo senso. Che rapporto aveva il furto di una croce d’argento a un prete dell’Essex, con la minestra gettata sul muro? Che rapporto aveva col chiamare arance le noci o col pagare vetri prima di romperli? Era giunto al termine della sua caccia; eppure in qualche modo gli sfuggiva la parte centrale. Quando falliva (il che gli accadeva di rado) aveva generalmente afferrato il filo, pur sfuggendogli il criminale. Qui aveva afferrato il criminale, ma ancora gli sfuggiva il filo. Le due figure avanzavano come due nere mosche sul profilo verde di una collina. Erano evidentemente immersi nella conversazione, e forse non face-

1 dabbenaggine: balordaggine, semplicioneria.


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vano attenzione a dove andavano; ma certamente erano diretti verso le alture più deserte e silenziose della brughiera. A mano a mano che gli inseguitori guadagnavano terreno, erano costretti a prendere i poco dignitosi atteggiamenti dei cacciatori di cervi, a rannicchiarsi dietro a ciuffi di alberi e anche a strisciare fra l’erba alta. Con simili scomodi stratagemmi i cacciatori arrivarono abbastanza vicino alla cava da sentire il mormorio della discussione, ma non si poteva distinguere quello che dicevano, tranne la parola “ragione” che ricorreva di frequente, pronunciata da una voce acuta, quasi fanciullesca. Una volta, in un’improvvisa depressione del terreno e un fitto groviglio di piante, i poliziotti persero di vista le figure che stavano inseguendo. Non ritrovarono la traccia per dieci tormentosi minuti, finché giunsero sul ciglio di una grande collina che dominava una specie di anfiteatro, in una grandiosa e desolata scena di tramonto. In quel luogo dominante ma deserto c’era, sotto un albero, una vecchia panca di legno. Su questa sedevano i due preti, ancora impegnati in una seria conversazione. I sontuosi colori verdi e dorati aleggiavano ancora sull’orizzonte che si oscurava; ma la volta del cielo passava lentamente dal verde pavone all’azzurro pavone, e le stelle spiccavano sempre di più, come massicci gioielli. Facendo silenziosamente segno ai suoi assistenti, Valentin riuscì a strisciare fin dietro al grande albero e, rimanendo lì in mortale silenzio, udì per la prima volta le parole degli strani preti. Dopo aver ascoltato per un minuto o due, fu preso da un terribile dubbio. Forse aveva trascinato i due poliziotti inglesi in quella desolata notturna brughiera, per un’impresa che non aveva più senso che cercare fichi sui cardi lì intorno. Perché i due preti discorrevano, esattamente da preti, piamente, con dottrina e agio, dei più aerei enigmi della teologia. Il piccolo prete dell’Essex parlava più semplicemente, con il viso rotondo volto alle stelle sempre più luminose; l’altro parlava con la testa piegata, come se non fosse neppur degno di guardarle. Ma in nessun bianco chiostro italiano o in nessuna scura cattedrale spagnola si sarebbe potuto sentire una conversazione più innocentemente clericale. Le prime parole che sentì erano la conclusione di una frase di Padre Brown: «… ciò che realmente intendevano nel Medioevo dicendo che i cieli erano incorruttibili». Il prete più alto accennò con la testa curva, e disse: «Ah sì, questi infedeli moderni fanno appello alla ragione; ma chi può guardare a quei milioni di mondi senza sentire che ci possono ben essere meravigliosi universi al di sopra di noi dove la ragione è assolutamente irragionevole?». «No» disse l’altro prete «la ragione è sempre ragionevole, anche nell’ultimo limbo, all’ultimo confine delle cose. So che accusano la Chiesa di umiliare la ragione, ma è proprio il contrario. Sola sulla terra, la Chiesa sostiene che la ragione è realmente suprema. Sola sulla terra, la Chiesa afferma che Dio stesso è legato dalla ragione». L’altro prete levò l’austero viso al cielo scintillante, e disse: «Eppure chi sa se in quell’universo infinito…?».


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«Solo infinito fisicamente» disse il piccolo prete, voltandosi bruscamente sulla panca «non infinito nel senso che sfugga alle leggi della verità». Valentin dietro all’albero si mordeva le unghie in silenziosa rabbia. Gli pareva quasi di sentire le risatine dei poliziotti inglesi che aveva condotti così lontano su un indizio fantastico, ad ascoltare le chiacchiere metafisiche di due tranquilli vecchi parroci. Nella sua impazienza perse la egualmente elaborata risposta del prete alto, e quando ascoltò di nuovo, era di nuovo Padre Brown che parlava. «La ragione e la giustizia tengono nella loro stretta anche la più lontana e solitaria stella. Guardi quelle stelle: non sembrano tanti diamanti e zaffiri? Ebbene, si può immaginare qualunque pazza botanica o geologia si voglia. Pensi a foreste di diamante con foglie di brillanti. Pensi che la luna sia azzurra, un solo gigantesco zaffiro. Ma non immagini che tutta questa pazza astronomia porterebbe la minima differenza alla ragione e alla giustizia delle nostre azioni. Su pianure di opale, sotto rupi di perla, troverà un avviso che dirà: “non rubare”». Valentin era sul punto di sollevarsi dalla sua rigida e scomoda posizione e strisciar via più silenziosamente che poteva, sotto il colpo dell’unica grande follia della sua vita. Ma qualcosa nel silenzio stesso del prete alto lo indusse a fermarsi finché quello parlasse. Quando infine parlò, disse semplicemente, con la testa piegata e le mani sulle ginocchia: «Ebbene, io penso tuttavia che altri mondi possano forse sollevarsi al di sopra della nostra ragione. Il mistero del cielo è insondabile, e per parte mia posso soltanto piegare la testa». Poi, con la fronte ancor bassa e senza cambiare minimamente l’atteggiamento o la voce, aggiunse: «Vuol darmi quella sua croce di zaffiri? Siamo tutti soli qui, e io potrei farla a pezzi, come un fantoccio di paglia». La voce e l’atteggiamento assolutamente immutati aggiungevano una strana violenza a quell’impressionante cambiamento di conversazione. Ma il custode della reliquia parve voltare soltanto un poco la testa. Il suo viso un po’ incantato guardava ancora le stelle. Forse non aveva capito. O, forse, aveva capito ed era irrigidito dal terrore. «Sì» disse il prete alto «sono Flambeau». Poi, dopo una pausa, disse: «Su, mi dà quella croce?». «No» disse l’altro, e il monosillabo aveva un suono strano. Flambeau gettò improvvisamente tutte le sue pretese pontificali. Il famoso ladro si appoggiò all’indietro, e rise piano ma lungamente. «No» esclamò «non me la dà, eh, orgoglioso prelato; non me la dà, celibe sempliciotto che non è altro! Devo dirle perché non me la dà? Perché l’ho già nella tasca della mia giacca». Il piccolo prete dell’Essex volse il viso che, nel crepuscolo, appariva confuso, e disse, con la timida ansia del “Segretario privato”: «È… è sicuro?». Flambeau rise forte con entusiasmo. «Davvero lei è divertente come una farsa in tre atti» esclamò. «Sì, rapa, sono sicurissimo. Ho avuto il buon senso di fare un duplicato del pacchetto, ed


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ora, amico mio, lei ha il duplicato e io ho i gioielli. Un vecchio trucco, Padre Brown… un vecchissimo trucco». «Sì» disse Padre Brown, e si passò la mano fra i capelli con lo stesso fare incerto. «Sì, ne avevo già sentito parlare». Il colosso del crimine si piegò sul piccolo prete di campagna con una specie d’improvviso interesse. «Lei ne ha sentito parlare?» chiese «dove ne ha sentito parlare?». «Ebbene, non devo dirle il nome, naturalmente» disse l’ometto con semplicità «era un penitente, sa; aveva vissuto prosperamente per una ventina d'anni solo facendo duplicati di pacchetti di carta scura. E così, quando ho incominciato a sospettarla, ho pensato subito al sistema di quel poveretto». «Incominciato a sospettarmi?» ripeté il fuorilegge con accresciuta intensità. «Ha davvero avuto il buon senso di sospettarmi quando l’ho condotta in questa parte deserta della brughiera?» «No, no» disse Padre Brown con l’aria di scusarsi «vede, l’ho sospettata appena ci siamo incontrati. Per quel piccolo rigonfio nella manica dove voialtri portate il bracciale punzonato1». «Come diavolo» esclamò Flambeau «ha mai sentito parlare del bracciale punzonato?». «Oh, il nostro gregge, sa bene!» disse Padre Brown alzando un po’ le sopracciglia. «Quando ero curato a Hartlepool, ce n’erano tre con il bracciale punzonato. Così, avendola sospettata fin dal principio, vede, mi assicurai che la croce fosse in salvo, ad ogni buon conto. Mi spiace, ma l’ho osservata, sa: cosi l’ho veduta scambiare i pacchetti. Allora li ho scambiati di nuovo, e ho lasciato indietro quello giusto». «Lasciato indietro?» ripeté Flambeau, e per la prima volta nella sua voce c’era una nota che non era di trionfo. «Ebbene, è stato così» disse il piccolo prete, sempre con la stessa semplicità «son tornato in quel negozio di dolciumi e ho chiesto se avevo lasciato un pacchetto, dando loro un indirizzo per il caso che saltasse fuori. Sapevo bene che non l’avevo lasciato; ma lo lasciai allora. Così, invece di corrermi dietro con il prezioso pacchetto, lo hanno mandato direttamente a un mio amico a Westminster». Poi aggiunse con una certa tristezza: «Anche questo l’ho imparato da un poveretto di Hartlepool. Lo faceva sempre con le borse che rubava nelle stazioni, ma adesso è in un monastero. Oh, queste cose si imparano, che vuole» aggiunse, passandosi di nuovo la mano sulla testa con una disperata aria di scusa «non si può farne a meno se si è preti. La gente viene e ce le racconta». Flambeau lacerò un pacchetto di carta che aveva in tasca. Non c’era altro che carta e pezzetti di ferro. Balzò in piedi e gridò: «Non ci credo. Non credo che una zucca come lei abbia potuto organizzare tutto questo. Credo che ab-

1 bracciale punzonato: bracciale con punte metalliche, usato dai malviventi come arma di difesa.


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bia ancora la roba, e se non me la dà… ebbene, siamo qui soli, e me la prenderò con la forza!». «No» disse Padre Brown semplicemente, e si alzò anche lui «non la prenderà con la forza. Prima di tutto, perché davvero non ce l’ho più. In secondo luogo, perché non siamo soli». Flambeau si fermò. «Dietro quell’albero» disse Padre Brown, indicandolo «ci sono due robusti poliziotti e il più grande agente investigatore del mondo. Come son venuti qui, mi chiede? Li ho portati io, naturalmente! Come ho fatto? Ebbene, glielo dirò, se vuole. Dio la benedica, dobbiamo conoscere una ventina di questi trucchi, quando lavoriamo fra i criminali! Bene, non ero sicuro che lei fosse un ladro, e non era il caso di fare uno scandalo a danno di un prete. Così ho solo provato se qualcosa poteva farle togliere la maschera. Uno per lo più fa una scena se trova del sale nel caffè; se non dice niente, vuol dire che ha qualche ragione per star quieto. Ho scambiato lo zucchero col sale, e lei è stato zitto. Uno in genere protesta se il conto è tre volte troppo alto. Se lo paga vuol dire che ha qualche motivo per passare inosservato. Ho maggiorato il suo conto, e lei l’ha pagato». Il mondo pareva attendere che Flambeau balzasse come una tigre; ma era tenuto fermo quasi per magia, posseduto da una enorme curiosità. «Bene» continuò Padre Brown con greve lucidità «dato che lei non voleva lasciare nessuna traccia per la polizia, qualcuno doveva pur lasciarla. In ogni posto in cui siamo andati, ho cercato di far qualcosa che avrebbe fatto parlare di noi per tutta la giornata. Non ho fatto danni molto gravi… un muro macchiato, delle mele rovesciate, una finestra rotta; ma ho salvato la croce, che sarà sempre salvata. Adesso è a Westminster. Mi meraviglia un poco che non l’abbia fermata col Fischio dell’Asino1». «Con che cosa?» chiese Flambeau. «Mi fa piacere che non ne abbia mai sentito parlare» disse il prete, con una smorfia. «È una brutta cosa. Son sicuro che lei è troppo una brava persona per appartenere ai Fischiatori. Non avrei potuto resistervi neppure con la Carambola2: non ho abbastanza forza nelle gambe». «Di che diavolo sta parlando?» fece l’altro. «Oh, credevo che conoscesse la Carambola» disse Padre Brown, piacevolmente sorpreso. «Oh, allora lei non è ancora tanto cattivo!» «Come diavolo sa tutti questi orrori?» esclamò Flambeau. L’ombra di un sorriso attraversò il viso semplice e rotondo del prete. «Oh, perché sono un celibe sempliciotto, suppongo» disse «non le è mai venuto in mente che quando un uomo non fa quasi nient’altro che ascoltare i 1 Fischio dell’Asino: Padre Brown si riferisce a un particolare trucco dei malfattori, del quale Flambeau non è a conoscenza. 2 Carambola: dallo spagnolo carambola ‘noce di cocco’, ha poi assunto il significato di ‘palla da biliardo’. Nel gioco del biliardo, indica il colpo con cui si manda la propria palla a colpire quella dell’avversario e il pallino. Qui è usata in senso figurato per indicare un particolare tipo di spinta, colpo.


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reali peccati degli uomini, non è facile che resti completamente all’oscuro del male del mondo? Ma, invero, quanto a questo, un’altra parte del mio mestiere mi ha anche dato la certezza che lei non era un prete». «Che cosa?» fece il ladro, quasi a bocca aperta. «Ha attaccato la ragione» disse Padre Brown. «È cattiva teologia». E mentre si voltava per radunare le sue cose, i tre poliziotti uscirono da dietro gli alberi scuri nel crepuscolo. Flambeau era un artista e uno sportivo. Fece un passo indietro e un grande inchino a Valentin. «Non s’inchini a me, mon ami 1» disse Valentin, con argentina chiarezza. «Inchiniamoci entrambi al nostro maestro». E rimasero tutti e due un momento a testa scoperta, mentre il piccolo prete dell’Essex strizzava gli occhi miopi cercando il suo ombrello.

1. Di quale reato narra il racconto? Chi sono i protagonisti? Che ruolo svolgono nella narrazione? 2. Quali azioni permettono a Padre Brown di attirare l’attenzione di Flambeau? Quali sono le aspettative del ladro? Cosa invece lo sbalordisce? 3. Come fa Padre Brown ad attirare l’attenzione di Valentin? Elenca tutto ciò che l’investigatore incontra “fuori posto”. 4. In che modo Padre Brown mette in salvo la croce azzurra? Quali particolari abilità e conoscenze gli permettono di prevenire il furto? 5. In cosa consiste la particolarità di questo racconto? Rifletti soprattutto su ciò che, al termine della narrazione, sorprende i protagonisti e, dunque, il lettore. 6. Scrivi un testo che presenti i tre personaggi principali (Padre Brown, Flambeau, Valentin) e che ne descriva le principali caratteristiche.

7. Scrivi tre brevi testi che raccontino gli avvenimenti principali della narrazione: per ognuno dei tre testi, assumi, di volta in volta, il punto di vista di uno dei tre protagonisti. Metti in luce gli indizi che incontri sul tuo cammino, come li interpreti e le decisioni che prendi.

1 mon ami: ‘amico mio’ in francese.


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GILBERT KEITH CHESTERTON Il giardino segreto Aristide Valentin, Capo della Polizia di Parigi, era in ritardo per il pranzo, e alcuni dei suoi ospiti cominciarono ad arrivare prima di lui. Essi furono, comunque, rassicurati dal suo servitore di fiducia, Ivan, il vecchio con la cicatrice e il viso quasi grigio come i baffi, che stava sempre al tavolo dell’ingresso, fra le armi che ricoprivano le pareti. La casa di Valentin era forse singolare e celebre quanto il suo proprietario. Era una vecchia casa, con alti muri e alti pioppi che quasi si specchiavano nella Senna; ma la stranezza – e forse il suo pregio dal punto di vista poliziesco – stava in questo: che non c’era nessun’altra uscita oltre la porta principale, dove c’era Ivan e l’armeria. Il giardino era grande ed elaborato, e c’erano molte uscite dalla casa sul giardino; ma non c’era uscita dal giardino sul mondo di fuori; tutt’intorno c’era un muro alto, liscio, impervio, sormontato da speciali punte: un giardino abbastanza adatto, forse, per le riflessioni di un uomo che centinaia di criminali avevano giurato di uccidere. Come Ivan spiegò agli ospiti, il padrone di casa aveva telefonato di doversi trattenere ancora dieci minuti. Stava infatti dando le ultime disposizioni per delle esecuzioni capitali e simili cose spiacevoli; e per quanto tali doveri gli ripugnassero profondamente, vi adempiva sempre con precisione. Spietato nell’inseguimento dei criminali, egli era molto mite nel punirli. Da quando dominava i sistemi polizieschi della Francia, e influenzava largamente quelli di tutta l’Europa, egli si era nobilmente adoperato a mitigare le sentenze e a migliorare le prigioni. Apparteneva ai grandi liberi pensatori umanitari francesi, la cui sola manchevolezza è che rendono la misericordia ancor più fredda della giustizia. Quando Valentin arrivò, aveva già indossato l’abito nero e la rosetta rossa; era una figura elegante, con la barbetta scura appena spolverata di grigio. Si recò direttamente nello studio, che dava sul retro del giardino. La porta era aperta, e, dopo aver messo al suo posto la valigetta e chiuso accuratamente a chiave, rimase un momento presso la finestra aperta a guardare nel giardino. Una nitida luna lottava con i brandelli fuggenti di un temporale, e Valentin la guardò con un’inquietudine insolita in caratteri scientifici come il suo. Forse simili caratteri hanno come una psichica previsione dei più tremendi problemi della loro vita. Da questo misterioso stato d’animo, ad ogni modo, si riscosse subito, perché sapeva che era tardi, e che gli ospiti erano già in parte arrivati. Un’occhiata al salotto, entrando, bastò però ad accertarlo che l’ospite principale non c’era ancora. Vide tutte le altre colonne della piccola festa: vide Lord Galloway, l’Ambasciatore inglese, un vecchio collerico con un viso rosso come una mela, che portava l’azzurro nastro della Giarrettiera1. 1 Giarrettiera: ordine cavalleresco inglese.


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Vide Lady Galloway, sottile e affusolata, con capelli d’argento e un viso sensibile e altero. Vide la loro figlia, Lady Margaret Graham, una fanciulla pallida e graziosa, con un viso arguto e capelli color rame. Vide la Duchessa di Mont St. Michel, una opulenta1 dama dagli occhi neri, e le sue due figlie, anch’esse opulente e con gli occhi neri. Vide il dottor Simon, tipico scienziato francese, con gli occhiali, una scura barbetta a punta e una fronte solcata da quelle rughe parallele che sono la penalità di uno stato d’animo sprezzante, poiché provengono dal sollevare continuamente le sopracciglia. Vide Padre Brown, di Cobhole, nell’Essex, che aveva recentemente conosciuto in Inghilterra. Vide – forse con più interesse di quanto gli suscitassero gli altri – un uomo alto in divisa, che aveva salutato i Galloway senza riceverne una risposta molto cordiale, ed ora avanzava da solo a salutare il padrone di casa: era il Comandante O’Brien, della Legione Straniera francese2. Era un uomo magro eppur solenne, senza barba, dai capelli scuri e gli occhi azzurri, e, cosa naturale per un ufficiale di quel famoso reggimento di gloriosi falliti e di riusciti suicidi, aveva un aspetto a un tempo audace e malinconico. Era irlandese di nascita, e da ragazzo aveva frequentato i Galloway… specialmente Margaret Graham. Aveva lasciato l’Inghilterra dopo qualche storia di debiti, ed ora esprimeva la sua completa indipendenza dall’etichetta britannica girandosene in uniforme, con sciabola e speroni. Quando s’inchinò alla famiglia dell’ambasciatore, Lord e Lady Galloway fecero un rigido cenno del capo, e Lady Margaret guardò dall’altra parte. Ma, qualunque vecchia ragione di reciproco interesse avessero quelle persone, il loro ospite non provava nessun particolare interesse per loro; nessuno, per lo meno, rappresentava ai suoi occhi l’ospite più importante della serata. Valentin aspettava, per ragioni sue particolari, un uomo di fama mondiale, la cui amicizia egli si era guadagnata durante qualcuno dei suoi viaggi trionfali negli Stati Uniti. Aspettava Giulio K. Brayne, il multimilionario le cui colossali ed anzi schiaccianti donazioni fatte a piccole sette religiose hanno offerto argomento a tanti facili discorsi solenni ai giornali americani ed inglesi. Brayne era pronto a profondere denaro in ogni iniziativa intellettuale, pur che fosse nuova. La solida apparizione di Giulio K. Brayne nella stanza fu decisiva come la campana del pranzo. Egli aveva questa grande qualità, che pochissimi di noi possono vantare: la sua presenza era notevole come la sua assenza. Era un uomo grosso e alto, vestito di nero, senza neppure una catena d’orologio o un anello che rompessero la monotonia. Portava i capelli bianchi ben pettinati all’indietro, come un tedesco; il viso era rosso, acceso e cherubico3, con 1 opulenta: piena, formosa. 2 Legione straniera francese: armata di soldati volontari, per lo più stranieri, al servizio della Francia, costituita agli inizi dell’Ottocento e impiegata soprattutto nelle guerre coloniali. Chi si arruolava spesso aveva qualche conto in sospeso nella sua patria o qualche motivo per fuggire da essa. 3 cherubico: innocente, angelico. Aggettivo derivato dal nome cherubino.


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un ciuffo di peli neri sul mento che dava a quel volto altrimenti infantile un che di teatrale ed anche di mefistofelico1. Non per molto, però, rimasero ad osservare il celebre Americano; il suo ritardo era già divenuto un problema domestico, ed egli fu immediatamente diretto alla sala da pranzo, dando il braccio a Lady Galloway. Ad eccezione di un solo punto, i Galloway erano abbastanza trattabili; pur che Lady Margaret non desse il braccio a quell’avventuriero di O’Brien, suo padre era soddisfatto; e non gliel’aveva dato, ma era entrata con molto decoro al braccio del dottor Simon. Tuttavia il vecchio Galloway era inquieto e quasi scortese; fu abbastanza diplomatico finché durò il pranzo, ma quando, mentre fumavano, tre degli uomini più giovani – il dottor Simon, il prete Brown e l’indesiderabile O’Brien, l’esiliato in uniforme straniera – sparirono tutti e tre per andare a raggiungere le signore o a fumare nella serra, allora il diplomatico inglese perse tutta la sua diplomazia. Ogni minuto era punto dal pensiero che quel furfante di O’Brien comunicasse in qualche modo con Margaret: in che modo, non provava ad immaginarlo. Rimase a prendere il caffè con Brayne, il canuto Americano che credeva in tutte le religioni, e Valentin, il brizzolato Francese che non credeva in nessuna. Potevano discutere fra loro, ma nessuno dei due poteva interessarlo. Dopo un po’ quella «progressiva» logomachia2 aveva raggiunto un massimo di noia; Lord Galloway si alzò anche lui e si diresse al salotto. Si smarrì per sette od otto minuti per i lunghi corridoi, finché udì l’acuta, didattica voce del dottore, poi la monotona voce del prete, seguite da risate generali. Anche loro, pensò maledicendo, stavano probabilmente discutendo di «scienza e religione». Ma, appena ebbe aperta la porta, vide una sola cosa… vide quel che non c’era. Vide che il Comandante O’Brien non era presente, e neppure Lady Margaret. Dopo un momento uscì con impazienza dal salotto com’era uscito dalla sala da pranzo, e percorse di nuovo il corridoio. L’idea di proteggere la figlia dal buono a nulla irlandese-algerino era divenuta la preoccupazione centrale e quasi una fissazione della sua mente. Mentre si dirigeva verso la parte posteriore della casa, dov’era lo studio di Valentin, fu sorpreso di incontrare sua figlia, che passò svelta, con un viso pallido e sprezzante che presentava un secondo enigma. Se era stata con O’Brien, dov’era lui? Se non era stata con O’Brien, dov’era stata? Con una specie di senile3 e appassionato sospetto procedette a tentoni nelle parti più scure della casa, e infine trovò una porta di servizio che dava sul giardino. La scimitarra della luna aveva lacerato e scompaginato i resti del temporale; la luce argentea rivelava tutto il giardino. Un’alta figura azzurra avanzava a lunghi passi attraverso il prato verso la porta dello studio; nella luce lunare, un bagliore argenteo sulle mostrine indicava che era il Comandante O’Brien. 1 mefistofelico: maligno, diabolico. In antitesi con l’aggettivo cherubico, riferito al viso poche righe sopra. 2 logomachia: battaglia di parole. 3 senile: da vecchio. Dal latino sĕnex ‘vecchio’.


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Scomparve alla vista entrando in casa per la porta finestra, e lasciando Lord Galloway in un indescrivibile stato d’animo, tra l’incertezza e il furore. Il giardino azzurro argenteo, come lo scenario di un teatro, sembrava opporgli tutta quella tirannica tenerezza contro cui la sua prosaica autorità era in guerra. I lunghi eleganti passi dell’Irlandese lo infuriavano, come se invece di un padre fosse stato un rivale; la luce della luna lo stordiva. Era entrato come per magia in un giardino di trovatori, un paese delle fate: e, volendo scuotere quelle idilliche imbecillità parlando, s’incamminò deciso dietro al suo nemico. Così facendo, inciampò in un tronco o una pietra nell’erba: vi abbassò gli occhi dapprima con irritazione, poi con curiosità. L’istante seguente la luna e gli alti pioppi videro uno spettacolo insolito: un maturo diplomatico inglese che correva all’impazzata e correndo urlava o muggiva. Le sue rauche grida attrassero un volto pallido alla porta dello studio, gli occhiali scintillanti e la fronte corrugata del dottor Simon, che colse le prime chiare parole del gentiluomo. Lord Galloway gridava: «Un cadavere nell’erba, un cadavere coperto di sangue». O’Brien per lo meno gli era completamente uscito di mente. «Dobbiamo avvertire subito Valentin» disse il dottore, quando l’altro ebbe descritto con voce rotta tutto quello che aveva osato esaminare. «È una fortuna che sia qui». In quel momento il grande investigatore entrò nello studio, attirato dalle grida. Era quasi divertente vedere la sua tipica trasformazione: era entrato con la normale preoccupazione di un padrone di casa e di un signore, temendo che un ospite o un servitore stesse male. Quando gli dissero del fatto di sangue, nonostante tutta la sua serietà, diventò subito vivace e efficiente: perché questo, per quanto improvviso e terribile, faceva parte del suo mestiere. «È strano, signori» disse, mentre si affrettavano ad uscire in giardino «che, dopo che sono andato a caccia di misteri per tutto il mondo, uno venga a collocarsi proprio nel cortile dietro la mia casa. Ma dov’è?». Attraversarono il prato con meno facilità, poiché una leggera nebbia incominciava a salire dal fiume; ma, guidati dallo sconvolto Galloway, trovarono il corpo nascosto dall’erba alta: il corpo di un uomo molto alto e con larghe spalle. Giaceva prono, di modo che potevano solo vedere che la sua grande schiena era ricoperta da una giacca nera, e la sua grossa testa era calva, tranne che per un ciuffo o due di capelli castani attaccati al cranio come umide alghe. Un rivolo serpentino di sangue gli usciva di sotto alla testa. «Almeno» disse Simon, con un tono di voce profondo e strano «non è dei nostri». «Lo esamini, dottore» insisté Valentin un po’ secco «può essere che non sia morto». Il dottore si curvò. «Non è ancora proprio freddo, ma temo che sia ben morto» rispose, «aiutatemi a sollevarlo». Lo sollevarono piano a un palmo dal terreno, e tutti i dubbi se fosse veramente morto furono risolti in modo immediato e orribile. La testa cadde. Era stata completamente separata dal corpo; chiunque avesse tagliato quella go-


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la, aveva tagliato anche il collo. Persino Valentin fu un po’ scosso. «Deve aver avuto la forza di un gorilla» borbottò. Non senza un brivido, sebbene fosse abituato agli orrori delle sale di anatomia, il dottor Simon sollevò la testa. Era un po’ tagliuzzata sul collo e le mascelle, ma il viso era sostanzialmente intatto. Era un viso pesante, giallo, rigonfio e insieme scavato, con un naso a becco e palpebre grevi: la faccia di un malvagio imperatore romano, e, forse, qualche tratto di un imperatore cinese. Tutti parvero osservarlo con uno sguardo di assoluta ignoranza. Null’altro si poteva notare nell’uomo tranne che, sollevando il corpo, avevano visto, sotto, il candido bagliore di uno sparato macchiato da un rosso bagliore sanguigno. Come disse il dottor Simon, l’uomo non era del loro gruppo. Ma avrebbe potuto benissimo aver avuto l’intenzione di farne parte, poiché era venuto vestito per l’occasione. Valentin si mise carponi ad esaminare con tutta la cura professionale l’erba e il terreno per venti metri intorno al corpo, nel che fu aiutato con meno abilità dal dottore, e in modo assai confuso dal lord inglese. Nient’altro che qualche rametto spezzato o tagliato a pezzetti compensò le loro ricerche; Valentin sollevò i rametti, li esaminò un istante e li gettò via. «Dei rametti» disse serio «dei rametti, e uno sconosciuto con la testa tagliata: ecco tutto quello che c’è su questo prato». Ci fu un raccapricciato silenzio, poi Galloway gridò, con un sussulto nervoso: «Chi è là? Chi c’è laggiù vicino al muro del giardino?». Una piccola figura con una grossa testa ingenua si avvicinò a loro ondeggiando nell’incerta luce lunare, parve per un momento un folletto, ma si rivelò poi l’innocente pretino che avevano lasciato nel salotto. «Ma» disse dolcemente «questo giardino non ha cancelli, sapete». Le nere sopracciglia di Valentin si erano riavvicinate, come facevano in genere alla vista di una tonaca; ma era un uomo troppo giusto per negare la giustezza dell’osservazione. «Lei ha ragione» disse. «Prima di scoprire chi venne qui a farsi uccidere, dobbiamo scoprire come ci è venuto. Ora mi ascoltino, signori. Se può esser fatto senza pregiudizio alla mia posizione e al mio dovere, saremo tutti d’accordo che certi nomi illustri possono essere tenuti fuori da questa faccenda. Ci sono delle signore, e c’è un ambasciatore straniero. Se dovremo concludere che si tratta di un delitto, si dovrà indagare come un delitto. Ma fino ad allora posso usare la mia discrezione. Sono il capo della polizia: occupo un posto di tale pubblica importanza che posso permettermi di agire in privato. Se vorrà il cielo, libererò da ogni sospetto tutti i miei ospiti prima di chiamare i miei uomini a cercare qualcun altro. Signori, sono impegnati sul loro onore a non lasciare la casa prima di domani a mezzogiorno: ci sono camere da letto per tutti. Simon, lei sa dove trovare il mio servitore Ivan, nell’anticamera: è un uomo di fiducia. Gli dica di mettere un altro servitore di guardia e di venir subito da me. Lord Galloway, lei è certo la persona più adatta per mettere le signore al corrente e prevenire il panico. Devono restare anche loro. Padre Brown ed io rimarremo presso il cadavere».


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Quando lo spirito del capitano parlava in Valentin, gli obbedivano come i soldati alla tromba. Il dottor Simon andò all’armeria ad avvertire Ivan, l’agente privato dell’agente pubblico. Galloway andò nel salotto ed espose la terribile notizia con abbastanza tatto, così che quando la compagnia si radunò là, le signore si erano già agitate e già calmate. Frattanto il buon prete e il buon ateo rimasero da una parte e dall’altra del morto, immobili nella luce della luna, come statue simboliche delle loro due filosofie della morte. Ivan, l’uomo di fiducia con la cicatrice e i mustacchi, uscì dalla casa come un proiettile, e corse per il prato verso Valentin come un cane verso il padrone. La sua faccia livida era eccitata da questa casalinga storia poliziesca, e con ansia quasi spiacevole chiese al padrone il permesso di esaminare il cadavere. «Sì, guarda, se vuoi, Ivan» disse Valentin «ma fa’ in fretta. Dobbiamo andare in casa e far luce su questo». Ivan sollevò la testa, e quasi la lasciò cadere. «Come» mormorò, trattenendo il respiro «non è… no, non è, non può essere. Conosce quest’uomo, signore?». «No» disse Valentin con indifferenza «è meglio che andiamo dentro». Portarono il corpo su un divano nello studio, poi andarono tutti nel salotto. Valentin si sedette ad una scrivania silenziosamente, ed anche con qualche esitazione; ma il suo sguardo era lo sguardo di ferro di un giudice alle assise. Prese qualche rapido appunto su di un foglio, poi disse brusco: «Ci sono tutti?». «Manca il signor Brayne» disse la Duchessa di Mont St. Michel, guardandosi intorno. «Sì» fece Lord Galloway con voce roca ed aspra «e anche il signor Neil O’Brien, mi pare. Ho veduto quel signore passeggiare nel giardino quando il cadavere era ancora caldo». «Ivan» disse Valentin «va’ a cercare il Comandante O’Brien e il signor Brayne. Il signor Brayne, lo so, sta finendo un sigaro in camera da pranzo: il Comandante O’Brien mi pare che stia passeggiando nella serra; non ne sono sicuro». Il fedele servitore si precipitò fuori della stanza, e prima che nessuno potesse muoversi o parlare, Valentin continuò con la stessa militaresca velocità di espressione. «Ognuno qui sa che un cadavere è stato trovato nel giardino, con la testa tagliata netta dal corpo. Dottor Simon, lei l’ha esaminato. Crede che per tagliare in quel modo la gola di un uomo ci voglia molta forza? O, forse, un coltello molto affilato?» «Direi che non sia possibile affatto farlo con un coltello» disse il pallido dottore. «Ha idea» riprese Valentin «dello strumento con cui avrebbe potuto esser fatto?». «Restando nelle possibilità attuali, non ne ho proprio idea» disse il dottore inarcando le dolorose sopracciglia «non è facile tagliare un collo, anche ma-


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lamente, e questo era un taglio netto. Si potrebbe fare con un’ascia o un’antica scure, o una spada a due tagli». «Ma, santo cielo!» esclamò la Duchessa, quasi in preda ad un attacco isterico «qui non ci sono spade a due tagli o asce da battaglia!». Valentin scriveva sul foglio e, senza interrompersi, chiese: «Mi dica, potrebbe esser stato fatto con una lunga sciabola di cavalleria?». Ci fu un leggero colpo alla porta, che, non si sa perché, gelò il sangue a tutti come i colpi alla porta in Macbeth1. In quel gelido silenzio il dottor Simon disse: «Una sciabola… Sì, credo di sì». «Grazie» disse Valentin. «Avanti, Ivan». Il fidato Ivan aprì la porta e fece entrare il Comandante Neil O’Brien, che aveva finalmente trovato mentre passeggiava di nuovo nel giardino. L’ufficiale irlandese si fermò sulla soglia: aveva un aspetto disordinato e un’aria di sfida. «Che cosa volete da me?» gridò. «Voglia sedersi» disse Valentin con voce calma e cortese. «Come, non ha la spada? Dov’è?» «L’ho lasciata sul tavolo della biblioteca» disse O’Brien, il cui accento irlandese era accresciuto dall’eccitazione. «Era una seccatura, era…» «Ivan» disse Valentin «per favore va’ a prendere la spada del Comandante in biblioteca». Poi, mentre il servo spariva: «Lord Galloway dice di averla vista in giardino poco prima di trovare il cadavere. Che cosa faceva nel giardino?». Il Comandante si lasciò cadere su di una sedia. «Oh» esclamò in puro irlandese «ammiravo la luna. Comunicavo con la natura, vecchio mio…». Un pesante silenzio cadde sul gruppo, finché si ripeté il banale e terribile picchio alla porta. Ivan riapparve, portando un fodero d’acciaio, vuoto. «È tutto quello che ho potuto trovare» disse. «Mettilo sulla tavola» disse Valentin, senza alzare gli occhi. Un silenzio inumano si fece nella stanza, come quel mare di inumano silenzio che si fa intorno alla gabbia dell’assassino condannato. Le deboli esclamazioni della Duchessa erano finite da un po’. Il gonfio odio di Lord Galloway era soddisfatto e persino calmato. La voce che si udì era proprio inattesa. «Credo che io possa dire» diceva Lady Margaret, in quella limpida, vibrante voce con cui le donne coraggiose parlano in pubblico «che cosa faceva il signor O’Brien nel giardino, dato che lui è tenuto al silenzio. Mi chiedeva di sposarlo. Io ho rifiutato, dicendogli che nelle mie circostanze familiari non potevo offrirgli che il mio rispetto. Era un po’ adirato di questo: sembrava che non gli importasse molto del mio rispetto. Mi domando» aggiunse, con un sorriso piuttosto triste «se gliene importerà adesso. Perché glielo offro ancora. Sono pronta a giurare dovunque che egli non ha fatto una cosa simile».

1 Macbeth: tragedia scritta da William Shakespeare, nella quale Macbeth e sua moglie, dopo aver perpetrato un assassinio, si spaventano sentendo bussare qualcuno alla porta.


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Lord Galloway si era avvicinato alla figlia, e la rimproverava in un tono che gli pareva sottovoce. «Sta’ zitta, Margaret» disse in un sussurro simile a un tuono «perché vuoi difenderlo? Dov’è la sua spada? Dov’è la sua maledetta…». S’interruppe per lo strano sguardo con cui la figlia lo fissava, uno sguardo che era invero come una scintillante calamita per tutto il gruppo. «Ma vecchio sciocco!» essa disse, a bassa voce, senza nessuna finzione di rispetto «che cosa credi di dimostrare? Ti dico che quest’uomo era innocente mentre era con me. Se non era innocente, era però sempre con me. Se ha assassinato un uomo nel giardino, chi deve aver visto… chi deve avere almeno saputo? Odi Neil al punto di mettere tua figlia…». Lady Galloway gridò. Tutti erano elettrizzati al ricordo di sataniche tragedie fra innamorati. Vedevano il volto fiero e pallido dell’aristocratica scozzese e del suo innamorato, l’avventuriero irlandese, come antichi ritratti in una casa buia. Il lungo silenzio era pieno di informi memorie storiche di mariti assassinati e di amanti avvelenatori. In mezzo a questo morboso silenzio una voce innocente pronunciò queste parole: «Era un sigaro molto lungo?». Il mutamento dei pensieri fu cosi brusco che dovettero voltarsi a vedere chi aveva parlato. «Voglio dire» disse il piccolo Padre Brown, da un angolo della stanza «voglio dire il sigaro che il signor Brayne sta terminando. Dev’essere lungo quasi come un bastone». Nonostante l’inopportunità dell’interruzione, quando Valentin alzò la testa, i suoi occhi esprimevano approvazione oltre che irritazione. «Giustissimo» disse brusco «Ivan, va’ a cercare di nuovo il signor Brayne, e conducilo subito qui». Mentre il factotum1 chiudeva la porta, Valentin si rivolse alla ragazza con una nuova serietà. «Lady Margaret» disse «proviamo tutti, sono certo, gratitudine e ammirazione per il suo gesto nel passare sopra alla sua dignità intesa in un senso meschino e nello spiegare la condotta del Comandante. Ma c’è ancora una lacuna. Lord Galloway, a quel che sento, la incontrò fra lo studio e il salotto, e fu solo qualche minuto più tardi ch’egli trovò in giardino il Comandante che ancora vi passeggiava». «Deve ricordare» rispose Margaret, con una leggera ironia nella voce «che gli avevo appena detto di no, così era difficile che ce ne tornassimo a braccetto. È un gentiluomo, comunque, ed è rimasto indietro… facendosi così incolpare di assassinio». «In quei pochi momenti» disse Valentin grave «avrebbe potuto…». Si udì di nuovo bussare, e Ivan mise dentro la sua faccia sconvolta. «Chiedo scusa, signore» disse «ma il signor Brayne ha lasciato la casa». «Lasciato la casa!» esclamò Valentin, e per la prima volta si alzò in piedi. «Andato. Partito. Evaporato» rispose Ivan, in colorito francese. «Il suo cappello e mantello sono anche andati, e le dirò una cosa che corona il resto. Cor1  factotum: riferito all’aiutante di Valentin, significa persona che ‘fa tutto’, dal latino fac ‘fai’ (imperativo) e totum ‘tutto’.


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si fuori della casa per cercare qualche traccia, e ne ho trovata una, e grossa, anche». «Che vuoi dire?» chiese Valentin. «Le farò vedere» disse il servitore; scomparve e ricomparve come un lampo, portando una scintillante sciabola di cavalleria, macchiata di sangue intorno alla punta. Tutti la guardarono come se fosse un fulmine; ma l’esperto Ivan continuò tranquillamente. «L’ho trovata» disse «gettata lì fra i cespugli cinquanta metri più in là sulla strada di Parigi. In altre parole, l’ho trovata proprio dove il suo rispettabile signor Brayne l’ha gettata quando è scappato». Ci fu di nuovo un silenzio, ma diverso. Valentin prese la sciabola, la esaminò, rifletté concentrandosi con naturalezza, poi si volse con espressione di rispetto ad O’Brien. «Comandante» disse «siamo certi che lei presenterà quest’arma quando sarà richiesta per essere esaminata dalla polizia. Intanto» aggiunse, rimettendo la lama nel sonante fodero «mi permetta di restituirle la sua spada». Al militaresco e simbolico gesto i presenti si trattennero a stento dall’applaudire. Per Neil O’Brien, invero, quel gesto fu la svolta della sua vita. Quando si trovò di nuovo a passeggiare nel misterioso giardino colorato dalla luce mattutina, non aveva più la tragica futilità del suo aspetto consueto. Egli aveva ora molte ragioni per essere felice; Lord Galloway era un gentiluomo, e gli aveva presentato le sue scuse; Lady Margaret era qualcosa di meglio di una gentildonna, era per lo meno una donna, e gli aveva forse offerto qualcosa di meglio che delle scuse, mentre passeggiavano fra le vecchie aiuole prima di colazione. Tutta la compagnia era come sollevata e più umana, perché, sebbene l’enigma di quella morte restasse, il peso del sospetto non gravava più su nessuno di loro, e se n’era fuggito a Parigi con lo strano milionario… un uomo che quasi non conoscevano. Il diavolo era stato gettato fuori di casa, anzi si era gettato fuori da sé. Tuttavia, l’enigma restava, e quando O’Brien andò a sedersi nel giardino, vicino al dottor Simon, questi, col suo senso acutamente scientifico, lo riassunse brevemente; ma non cavò molte parole a O’Brien, che pensava a cose più piacevoli. «Non posso dire che la cosa mi interessi molto» disse francamente l’Irlandese «tanto più che ora sembra molto chiara. Evidentemente Brayne odiava questo sconosciuto per qualche motivo, lo ha attirato nel giardino e l’ha ucciso con la mia spada. Poi è fuggito in città, gettando via la spada mentre fuggiva. A proposito, Ivan mi dice che il morto aveva un dollaro in tasca; era dunque un compatriota di Brayne, e questo mi sembra che sia una conferma. Non vedo nessun problema». «Ci sono cinque colossali problemi» disse il dottore calmo «come alte mura entro mura. Non mi fraintenda. Non dubito che sia stato Brayne; la sua fuga, mi pare, lo prova. Ma quanto al modo in cui l’ha fatto… Primo problema: perché un uomo ne ucciderebbe un altro con una ingombrante sciabola, quando può quasi farlo con un temperino, e rimetterselo in tasca? Secondo problema: perché non ci sono stati rumori né grida? Un uomo ne vede avan-


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zare un altro che brandisce una scimitarra, e non ha nulla da osservare? Terzo problema: un servitore custodiva la porta per tutta la sera; e neppure un topo può entrare nel giardino di Valentin. Come è venuto il morto nel giardino? Quarto problema: date le medesime condizioni, com’è uscito Brayne dal giardino?» «E il quinto?» fece Neil, con gli occhi fissi al prete inglese che veniva lentamente per il sentiero. «È un’inezia, suppongo» disse il dottore «ma strana. Quando ho visto per la prima volta che la testa era stata tagliuzzata, pensai che l’assassino avesse colpito più di una volta; ma, dopo un esame più accurato, ho trovato molti tagli sulla sezione troncata; in altre parole, questi sono stati fatti dopo che la testa era già staccata. Brayne avrebbe odiato il suo nemico in modo così demoniaco da restare a sciabolarne il cadavere alla luce della luna?» «Che orrore!» disse O’Brien, rabbrividendo. Il piccolo prete, Brown, si era avvicinato mentre parlavano, ed aveva atteso, con caratteristica timidezza, che avessero finito. Poi disse imbarazzato: «Mi spiace di interrompere; ma mi hanno mandato a darvi le notizie!». «Che notizie?» fece Simon, e lo guardò piuttosto penosamente attraverso gli occhiali. «Ebbene, mi dispiace» disse Padre Brown con mitezza ma c’è stato un altro delitto, ecco». Entrambi gli uomini si alzarono di botto, lasciando dondolare il sedile. «E, cosa anche più strana» continuò il prete, fissando trasognato i rododendri «è dello stesso tipo orribile: un’altra decapitazione. Hanno trovato un’altra testa ancora sanguinante nel fiume, pochi metri distante dalla strada che Brayne deve aver preso in direzione di Parigi; così suppongono che…». «Santo cielo!» gridò O’Brien. «Forse che Brayne è un monomaniaco1?» «Ci sono delle vendette americane» disse il prete impassibile. Poi aggiunse: «Desiderano che loro vadano nella biblioteca a vedere». Il Comandante O’Brien seguì gli altri per l’inchiesta, sentendosi veramente nauseato. Come soldato, aveva orrore di queste segrete carneficine; dove sarebbero finite quelle amputazioni? Prima una testa mozza, poi un’altra; in questo caso – disse amaramente fra sé – non era proprio vero che due teste fossero meglio di una. Mentre attraversava lo studio, quasi vacillò per un’impressionante coincidenza. Sul tavolo di Valentin stava la figura a colori di una terza testa insanguinata: ed era quella dello stesso Valentin. Una seconda occhiata rivelò che si trattava solo di un giornale nazionalista, chiamato «La Ghigliottina», che ogni settimana mostrava uno dei suoi oppositori politici con gli occhi strabuzzati e i lineamenti contorti, come dopo l’esecuzione. E Valentin era un anticlericale di una certa importanza. Ma O’Brien era irlandese, con una specie di pudore anche nei peccati; e lo stomaco gli si rivoltava a quella brutalità dell’intelletto che è tipica della Francia. Vedeva Parigi come un insieme, dai grotteschi delle chiese gotiche alle grossolane caricature dei 1 monomaniaco: fissato, folle che compie sempre lo stesso tipo di crimine.


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giornali. Ricordava i titanici1 scherzi della Rivoluzione. Tutta la città gli sembrava un solo impeto di orribile energia, dal sanguinario disegno sul tavolo di Valentin fin lassù dove, al di sopra di una foresta di chimere2, il grande diavolo ghigna su Notre Dame. La biblioteca era lunga, bassa, e scura: la sola luce che vi entrava filtrava di sotto agli scuri ed aveva ancora un po’ del rosso del mattino. Valentin e il servo Ivan li aspettavano in capo ad una lunga scrivania un po’ inclinata, sulla quale stavano quei resti mortali, enormi nella luce incerta. La grande figura nera e il volto giallo dell’uomo trovato nel giardino apparve loro sostanzialmente immutata. La seconda testa, che era stata pescata fra le canne del fiume quella mattina, era lì accanto, bagnata e gocciolante; gli uomini di Valentin cercavano ancora il resto di questo secondo cadavere, che si supponeva galleggiasse sul fiume. Padre Brown, che non sembrava dividere affatto la sensibilità di O’Brien, si accostò alla seconda testa e l’esaminò attentamente con gli occhi socchiusi. Era poco più di un mucchio di capelli bianchi e bagnati, scintillanti come argento nella radente e rosea luce mattutina; questa faccia, che pareva appartenere a un tipo brutto, paonazzo, e forse criminale, era stata molto sbattuta contro tronchi o pietre mentre rotolava nell’acqua. «Buongiorno, Comandante O’Brien» disse Valentin, con tranquilla cordialità. «Ha sentito dell’ultimo esperimento di macelleria di Brayne?» Padre Brown era ancora curvo sulla testa dai capelli bianchi, e disse, senza alzar gli occhi: «Suppongo che sia proprio certo che Brayne abbia tagliato anche questa testa». «Ebbene, sembra ovvio» disse Valentin, con le mani in tasca «tagliata nello stesso modo dell’altra. Trovata a pochi metri dall’altra. E sciabolata dalla stessa arma che sappiamo che egli si portò via». «Sì, sì, lo so» rispose Padre Brown sommessamente. «Eppure, sa, dubito che Brayne abbia potuto tagliare questa testa». «Perché no?» chiese il dottor Simon, con un’espressione di razionale stupore. «Ebbene, dottore» disse il prete, alzando gli occhi ammiccanti «è possibile tagliarsi la propria testa? Non so». O’Brien ebbe l’impressione che l’universo impazzito gli crollasse intorno; ma il dottore balzò innanzi con pratica impetuosità e tirò indietro i bianchi capelli bagnati. «Oh, non c’è dubbio: è Brayne» disse il prete calmo «aveva quella stessa incisione all’orecchio sinistro». Valentin, che aveva osservato il prete con occhi fissi e lucenti, aprì la bocca serrata per dire seccamente: «Sembra che lei la sappia lunga sul suo conto, Padre Brown». 1 titanici: giganteschi. 2 chimere: la chimera è un mostro favoloso della mitologia greco-romana, con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sorgente dalla schiena e coda di serpente. Qui sta a indicare gli animali simbolici scolpiti sulla cattedrale di Notre-Dame.


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«Sì» disse l’ometto con semplicità. «Sono stato con lui per qualche settimana. Pensava di entrare nella nostra Chiesa». Lo sguardo del fanatico accese gli occhi di Valentin, che avanzò verso il prete stringendo i pugni. «E, forse» disse con un ghigno «forse pensava anche di lasciare tutto il suo denaro alla vostra Chiesa». «Forse» disse Padre Brown senza espressione, «è possibile». «In tal caso» gridò Valentin, con un orribile sorriso «saprà davvero molte cose su di lui. Sulla sua vita e sulla sua…». Il Comandante O’Brien posò una mano sul braccio di Valentin. «Lasci stare queste calunnie e sciocchezze, Valentin» disse «o ci saranno altre sciabolate». Ma Valentin (sotto il fermo, umile sguardo del prete) si era già ripreso. «Bene» disse secco «le opinioni private possono aspettare. Lor signori sono ancora impegnati sulla parola a restare; l’osservino e la facciano osservare agli altri. Ivan li informerà di tutto quello che vorranno sapere; io devo mettermi al lavoro e avvertire le autorità. Non possiamo più tenere nascosta questa storia. Sarò nel mio studio a scrivere se ci sarà qualcosa di nuovo». «Ci sono novità?» chiese il dottor Simon, mentre il capo della polizia usciva dalla stanza. «Soltanto un’altra cosa, credo, signore» disse Ivan, arricciando la sua vecchia faccia grigia «ma importante, in un senso. Quel disgraziato che han trovato sul prato» e indicò senza nessuna pretesa di rispetto il grosso corpo nero dalla testa gialla «abbiamo scoperto chi è, ad ogni modo». «Davvero!» esclamò stupito il dottore «e chi è?». «Si chiamava Arnoldo Becker» disse Ivan «sebbene usasse molti altri nomi. Era una specie di vagabondo, e si sa che è stato in America; così fu che Brayne ebbe da fare con lui. Non avevamo avuto molti rapporti con lui qui, perché operava soprattutto in Germania. Abbiamo comunicato, naturalmente, con la polizia tedesca. Ma, cosa strana, aveva un fratello gemello, di nome Luigi Becker, col quale abbiamo avuto molti rapporti. Anzi, è stato necessario ghigliottinarlo, e l’esecuzione ha avuto luogo solo ieri. Se non avessi visto ghigliottinare Luigi Becker con i miei stessi occhi, avrei giurato che egli giaceva là nell’erba. Poi, naturalmente, mi ricordai del fratello gemello in Germania, e seguendo quel filo…». La spiegazione di Ivan s’interruppe, per l’eccellente ragione che nessuno l’ascoltava. Il Comandante e il dottore fissavano entrambi Padre Brown, che si era alzato e se ne stava lì rigido, stringendosi le tempie come un uomo preso da un dolore violento e improvviso. «Basta, basta!» esclamò. «Lasciatemi pensare un momento, perché vedo metà della verità. Dio mi darà la forza? Il mio cervello farà l’ultimo salto e vedrò tutto? Che il cielo mi aiuti! Una volta riuscivo abbastanza bene a pensare. Potevo parafrasare ogni pagina di san Tommaso d’Aquino. La testa mi si spezzerà… o capirà? Vedo a metà… solo a metà?» Si nascose il volto fra le mani, e rimase immobile, torturandosi in pensiero o in preghiera, mentre gli altri tre non potevano che guardare attoniti quest’ultimo prodigio di quelle incredibili venti ore.


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Quando Padre Brown abbassò le mani, mostrò un viso fresco e serio, come quello di un bambino. Diede un grande sospiro, e disse: «Sarà meglio che questo sia detto e fatto al più presto possibile. Ecco, questo sarà il modo più rapido per convincervi tutti della verità». Si rivolse al dottore e disse: «Dottor Simon, lei ha una testa forte, e stamane l’ho sentita porre i cinque problemi più difficili di questa faccenda. Bene, se vuol porli di nuovo, io risponderò». Gli occhiali caddero dal naso del dottore per il dubbio e la meraviglia, ma egli rispose prontamente: «Ebbene, il primo problema è: perché un uomo ne ucciderebbe un altro con una sciabola quando si può uccidere con uno stiletto?». «Non si può decapitare con uno stiletto» disse Brown calmo «e per questo assassinio la decapitazione era assolutamente necessaria». «Perché?» chiese O’Brien con interesse. «E la seconda domanda?» chiese Padre Brown. «Bene, perché la vittima non gridò o chiamò?» chiese il dottore. «Le sciabole sono certo insolite nei giardini». «I rametti» disse il prete, cupo, e si volse verso la finestra che dava sulla scena del delitto. «Nessuno ha visto l’importanza dei rametti. Perché erano lì su quel prato, guardate, lontano da qualunque albero? Non erano strappati; erano tagliuzzati. L’assassino intratteneva il suo nemico con qualche gioco con la sciabola, mostrandogli come poteva tagliare un ramo in aria, o qualcosa del genere. Poi, mentre quello si curvava per vedere il risultato, un colpo silenzioso, e la testa cadde». «Bene» disse il dottore lentamente «sembra abbastanza plausibile. Ma le mie due prossime domande saranno troppo dure per chiunque». Il prete guardava ancora fuori dalla finestra e aspettava. «Lei sa che tutto il giardino è chiuso come una camera, d’aria compressa» continuò il dottore. «Ebbene, come è entrato lo sconosciuto nel giardino?» Senza voltarsi, il piccolo prete rispose: «Non c’è mai stato nessuno sconosciuto nel giardino». Ci fu un silenzio, e poi un riso improvviso, quasi fanciullesco, allentò la tensione. L’assurdità delle parole di Brown aveva fatto ridere apertamente Ivan. «Oh» esclamò, «allora non abbiamo portato un grosso cadavere sul divano ieri sera? Non era entrato nel giardino, suppongo?». «Entrato nel giardino?» ripeté Brown con aria riflessiva «No, non interamente». «Al diavolo!» fece Simon «un uomo o entra in un giardino o non ci entra». «Non necessariamente» disse il prete, con un tenue sorriso «Qual è l’altra domanda, dottore?». «Penso che lei stia male» disse il dottor Simon secco «ma farò l’altra domanda, se vuole. Come ha fatto Brayne ad uscire dal giardino?». «Non uscì dal giardino» disse il prete, continuando a guardare dalla finestra. «Non uscì dal giardino?» esplose Simon.


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«Non completamente» disse Padre Brown. Simon agitò i pugni in una furia di logica francese. «Un uomo o esce da un giardino, o non ne esce» gridò. «Non sempre» disse Padre Brown. Il dottor Simon balzò in piedi con impazienza. «Non ho tempo da perdere in tali discorsi insensati» disse adirato. «Se lei non vede la differenza fra lo stare da una parte o dall’altra del muro, non starò più a disturbarla». «Dottore»disse il prete molto gentilmente «siamo sempre andati d’accordo. Non fosse che per la nostra vecchia amicizia, resti e mi faccia la quinta domanda». L’impaziente Simon si lasciò cadere su una sedia accanto alla porta, e disse: «La testa e le spalle erano tagliuzzate in uno strano modo: sembrava fatto dopo la morte». «Sì» disse il prete immobile «era così: era stato fatto il solo errore che lei ha accettato. Quei tagli erano stati inferti perché lei considerasse ovvio che la testa appartenesse al corpo». Il confine della ragione, dove nascono tutti i mostri, si mosse orribilmente nella celtica1 mente di O’Brien. Egli sentì la presenza caotica di tutti gli uomini-cavallo e donne-pesce che la morbosa fantasia dell’uomo ha generato. Una voce più antica dei suoi più lontani antenati pareva sussurrargli all’orecchio: «Sta’ lontano dal mostruoso giardino dove cresce l’albero dal doppio frutto. Evita il malefico giardino dove morì l’uomo con due teste». Tuttavia, mentre quelle ignobili forme simboliche attraversavano l’antico specchio della sua anima irlandese, il suo intelletto francesizzato era ben sveglio, e seguiva lo strano prete con attenzione e incredulità, come gli altri. Padre Brown si era finalmente voltato, e stava contro la finestra, col volto in ombra; ma anche in quell’ombra potevano vedere che era color della cenere. Nondimeno, parlava sensatamente, come se sulla terra non ci fossero anime gaeliche2. «Signori» disse «non trovaste l’ignoto cadavere di Becker nel giardino. Non trovaste nessun cadavere sconosciuto nel giardino. Di fronte al razionalismo del dottor Simon, io ripeto che Becker era solo in parte presente. Guardate!» indicò la nera massa del misterioso cadavere «non avete mai visto quest’uomo in vita vostra. Avete mai visto questo?». E fece rotolare via la testa calva e gialla dello sconosciuto, mettendo al suo posto la testa canuta che gli stava vicino. Ed ecco, completo, unificato, inconfutabile, lì giaceva Giulio K. Brayne. «L’assassino» continuò Brown calmo «tagliò la testa del suo nemico e gettò la spada lontano, oltre il muro. Ma era troppo intelligente per gettare soltanto la spada. Gettò anche la testa. Poi aveva solo da mettere un’altra testa al ca-

1 celtica: in tale contesto significa irlandese (dal nome degli antichi abitanti dell’Irlanda, i Celti). 2 gaeliche: anche questo aggettivo ci riporta all’origine irlandese di O’Brien, in quanto il gaelico era appunto la lingua dei celti.


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davere; e (poiché ha insistito per un’inchiesta privata) tutti avete immaginato un uomo assolutamente nuovo». «Mettere un’altra testa!» disse O’Brien spalancando gli occhi. «Che altra testa? Le teste non crescono sui cespugli, eh?» «No» disse Padre Brown con voce roca, e guardandosi le scarpe «c’è un solo posto dove crescono. Crescono nel paniere della ghigliottina, accanto al quale il Capo della Polizia, Aristide Valentin, stava neppure un’ora prima del delitto. Oh, amici miei, ascoltatemi un minuto prima di farmi a pezzi. Valentin è un uomo onesto, se impazzire per una causa discutibile è onestà. Ma non avete mai visto in quei suoi freddi occhi grigi che è pazzo? Farebbe qualunque cosa, qualunque cosa, per dissipare quella ch’egli chiama la superstizione della Croce. Ha combattuto per questo, ha sofferto la fame per questo; ed ora ha ucciso per questo. La pazzesca ricchezza di Brayne era finora andata sparsa fra tante sette che l’equilibrio esistente ne restava poco mutato. Ma Valentin sentì dire che Brayne, come tanti scettici sbandati, si avvicinava a noi; e questa era una cosa ben diversa. Brayne avrebbe fornito larghi aiuti alla impoverita e pugnace Chiesa di Francia; avrebbe sostenuto i sei giornali nazionalisti come “La Guillotine”. La battaglia era già terribilmente incerta, ed egli prese fuoco all’idea di un simile rischio. Decise di distruggere il milionario, e lo fece, come c’era da aspettarsi che il più grande degli agenti investigatori poliziotti avrebbe commesso il suo solo delitto. Sottrasse la testa mozza di Becker con qualche pretesto criminologico, e la portò a casa nella sua valigetta ufficiale. Ebbe un’ultima discussione con Brayne, di cui Lord Galloway non ascoltò la fine; avendo fallito, lo condusse nel giardino, parlò di scherma, si servì di alcuni rametti e di una sciabola per fare una dimostrazione, e…». Ivan dalla Cicatrice balzò su. «Pazzo che non è altro!» gridò «andrà dal mio padrone adesso, dovessi portarcela per…». «Ci stavo andando» disse Brown tristemente «devo chiedergli di confessarsi, e tutto il resto». Seguendo l’infelice Brown che avanzava davanti a loro, si precipitarono nell’improvviso contrastante silenzio dello studio di Valentin. Il grande poliziotto sedeva al suo tavolo apparentemente troppo occupato per accorgersi del loro turbolento ingresso. Si fermarono un momento, poi qualcosa nell’aspetto di quella schiena dritta ed elegante fece accorrere il dottore. Un tocco e un’occhiata gli rivelarono che c’era una piccola scatoletta di pillole accanto al gomito di Valentin, e che Valentin era morto nella sua poltrona; e sul cieco volto del suicida c’era più orgoglio di quanto ne avesse mai avuto Catone1.

1 Catone: uomo politico romano (95-46 a.C.), alleato di Pompeo contro Giulio Cesare. Quando il suo esercito fu sconfitto, pur di non subire l’umiliazione di cadere nelle mani del nemico, si tolse la vita.


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Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Padre Brown? Chi è il colpevole? Qual è il movente? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 2. Rileggi la parte iniziale del racconto: cosa sta avvenendo in casa Valentin? Chi sono gli ospiti? Cosa rompe la monotonia? 3. Chi viene sospettato dell’omicidio? Per quale motivo? 4. Qual è l’arma del delitto? Dove viene trovata? Quali conclusioni vengono tratte al ritrovamento di questo oggetto? 5. Quali sono i cinque «colossali problemi» che il dottor Simon pone? 6. Quale nuova notizia sconvolge gli ospiti? 7. Di fronte alle domande apparentemente irrisolvibili del dottor Simon, Padre Brown risponde enigmaticamente, affermando che lo sconosciuto è entrato nel giardino e uscito dallo stesso «non interamente». Cosa intende affermare? 8. Quale ultima scoperta attende gli ospiti in biblioteca? Qual è la ragione del gesto di Valentin? 9. Scrivi un testo che, riprendendo le enigmatiche affermazioni di Padre Brown, risponda alle domande del dottor Simon, in maniera tale che gli enigmi siano sciolti.

10. Osserva la fotografia e descrivi luogo e personaggi, immaginando che essa rappresenti l’ambientazione di un delitto non ancora commesso.


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GILBERT KEITH CHESTERTON Il martello di Dio Il piccolo villaggio di Bohun Beacon era appollaiato su una collina così scoscesa che l’alta cuspide della chiesa assomigliava alla cima di una piccola montagna. Ai piedi della chiesa c’era una fucina, generalmente rossa a causa dei fuochi e sempre ingombra di martelli e pezzi di ferro. Di fronte, oltre un rudimentale incrocio di sentieri acciottolati, c’era «Il Cinghiale Azzurro», la sola taverna del luogo. Fu a questo crocicchio, al sorgere di un’alba del colore del piombo e dell’argento, che due fratelli si incontrarono sulla strada e si parlarono, benché uno stesse cominciando la giornata e l’altro la stesse finendo. Il reverendo e onorevole Wilfred Bohun era molto devoto, e si stava recando a compiere degli austeri esercizi di preghiera e contemplazione al sorgere del sole. Il colonnello e onorevole Norman Bohun, suo fratello maggiore, non era devoto per niente, era seduto in abito da sera sulla panca fuori de «Il Cinghiale Azzurro», bevendo quello che un osservatore filosofo era libero di considerare il suo ultimo bicchiere del martedì oppure il suo primo del mercoledì. Il colonnello non era persona che desse troppo peso ai dettagli. I Bohun erano una delle poche famiglie aristocratiche che davvero risalivano al Medio Evo, e il loro stendardo aveva effettivamente visto la Palestina1. Ma è un grande errore ritenere che tali casate tengano alte le tradizioni cavalleresche. Fatta eccezione dei poveri, pochi conservano le tradizioni. Gli aristocratici non vivono nelle tradizioni, vivono nelle mode. I Bohun erano stati Mohocks sotto la regina Anna e Mashers sotto la regina Vittoria2. Ma, come più d’una delle casate davvero antiche, erano decaduti, negli ultimi due secoli, fino a diventare semplici ubriaconi e damerini degenerati, tanto che si arrivò perfino a qualche diceria di pazzia. Certamente c’era qualcosa non del tutto umano nel rapace inseguimento del piacere da parte del colonnello. E la sua determinazione cronica di non andare a casa fino a che non fosse mattina aveva il sentore della orribile lucidità dell’insonnia. Era un magnifico animale, alto, attempato, ma con i capelli straordinariamente color giallo. Sarebbe stato semplicemente il tipo biondo e leonino, se gli occhi azzurri non fossero stati così infossati nel viso che sembravano neri. Erano anche un po’ troppo vicini. Aveva lunghi baffi biondi. Ai due lati dei baffi una piega, o un solco, andava dalle narici alla mascella così che la faccia pareva tagliata da un ghigno. Sopra l’abito da sera indossava un mantello di un colore curiosamente giallo 1 visto la Palestina: per sottolineare le antiche, nobili e cavalleresche origini dei Bohun, l’autore dice che i suoi avi hanno partecipato alle crociate in Terra Santa. 2 Mohocks … Vittoria: i Bohun, pur essendo aristocratici, seguirono le mode dei tempi, vivendo come briganti (i Mohocks erano bande di nobili che infastidivano la povera gente) ai tempi della regina Anna (1665-1714) e come dandy (i Mashers erano nobili spensierati che non facevano altro che collezionare avventure amorose) ai tempi della regina Vittoria (1819-1901).


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chiaro che sembrava piuttosto una vestaglia leggera anziché un soprabito, e sulla nuca portava un cappello dalle tese straordinariamente larghe di un colore verde splendente, evidentemente una qualche curiosità orientale presa su a caso. Era orgoglioso di mostrarsi vestito in modo così assurdo… orgoglioso del fatto che faceva comunque sembrare accettabile il suo abbigliamento. Suo fratello, il curato, aveva pure gli stessi capelli color giallo e la stessa eleganza, ma era abbottonato fino al mento in un abito nero, e il suo viso era ben rasato, ben tenuto e un po’ nervoso. Sembrava vivesse per nient’altro che la sua religione, ma c’erano alcuni che dicevano – specie il fabbro che era presbiteriano1 – che si trattava di amore per l’architettura gotica piuttosto che per Dio, e che il suo aggirarsi per la chiesa come un fantasma era soltanto un’altra forma più pura di quella quasi morbosa sete di bellezza che spingeva suo fratello a perdere la testa per le donne e il vino. Questa accusa era discutibile, mentre la reale devozione dell’uomo in questione era fuor di dubbio. In effetti l’accusa era principalmente un rozzo fraintendimento dell’amore della solitudine e della preghiera appartata, e si fondava sul fatto che spesso lo si trovava in ginocchio non davanti all’altare, ma in posti particolari, nelle cripte o nella galleria, o anche nel campanile. In quel momento, stava per entrare nella chiesa attraverso il cortile della fucina, ma si fermò e corrugò un po’ le sopracciglia non appena vide gli occhi cavernosi di suo fratello che guardavano nella stessa direzione. Non sprecò la minima congettura sull’ipotesi che il colonnello fosse interessato alla chiesa. Rimaneva soltanto la bottega del fabbro, e benché il fabbro fosse un presbiteriano e non appartenesse al suo gregge, Wilfred Bohun aveva sentito qualche maldicenza sulla bella e piuttosto celebrata moglie. Gettò un’occhiata sospettosa dalla parte della bottega e il colonnello si alzò in piedi ridendo per parlargli. «Buon giorno, Wilfred» disse. «Come un bravo padrone vigilo insonne sulla mia gente. Sto per fare un salto dal fabbro». Wilfred guardò a terra e disse: «Il fabbro non è in casa. È giù a Greenford». «Lo so» rispose l’altro con una risata silenziosa, «questa è la ragione per cui sto per fare un salto da lui». «Norman» disse il prelato, con gli occhi fissi su un sasso nella strada, «non hai mai paura dei fulmini?». «Cosa vuoi dire?» domandò il colonnello «Il tuo hobby è la meteorologia?». «Voglio dire» disse Wilfred senza alzare lo sguardo, «non pensi mai che Dio potrebbe colpirti in mezzo alla strada?». «Ti chiedo scusa» disse il colonnello, «vedo che il tuo hobby sono le credenze popolari». «So che il tuo hobby è l’empietà» ribatté il religioso, punto sul vivo della sua natura. «Ma se non hai paura di Dio, hai una buona ragione per avere paura dell’uomo». Il fratello più grande alzò garbatamente le sopracciglia. «Paura dell’uomo?», disse. 1 presbiteriano: protestante, di origine calvinista o puritana.


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«Barnes il fabbro è l’uomo più grande e più forte nel giro di quaranta miglia» disse il sacerdote con severità. «Io so che tu non sei un codardo o uno smidollato, ma lui potrebbe buttarti di là di quel muro». Questo colpì nel segno, poiché era vero, e la cupa linea tra la bocca e le narici diventò più scura e più profonda. Per un momento rimase con il ghigno greve sul viso, ma dopo un istante il colonnello aveva ripreso il suo crudele buon umore e si mise a ridere, mostrando due denti di cane sotto i baffi gialli. «In quel caso, mio caro Wilfred» disse in tutta tranquillità, «è stato saggio per l’ultimo dei Bohun uscire parzialmente in armatura». E si tolse lo strano cappello rotondo ricoperto di verde, facendo vedere che era rivestito all’interno di acciaio. Wilfred riconobbe che effettivamente era un leggero elmetto giapponese o cinese tolto da un trofeo che era appeso nel vecchio salone di famiglia. «Era il primo sottomano» spiegò il fratello allegramente, «sempre il cappello che è più vicino… e la donna che è più vicina». «Il fabbro è a Greenford» disse Wilfred con calma, «l’ora del ritorno è incerta». E con ciò si girò ed entrò in chiesa con la testa abbassata, facendosi il segno della croce come uno che voglia liberarsi da uno spirito immondo. Era ansioso di dimenticare tanta volgarità nella fredda penombra dei suoi alti chiostri gotici. Ma quella mattina era destino che il suo tranquillo ciclo di esercizi religiosi dovesse essere interrotto ovunque da piccoli scossoni. Entrato in chiesa, normalmente sempre vuota a quell’ora, una figura inginocchiata si alzò in tutta fretta e si diresse verso la piena luce dell’ingresso. Quando il curato la vide, si fermò per la sorpresa. Il mattiniero fedele, in effetti, non era altri se non l’idiota del villaggio, un nipote del fabbro, uno che né voleva, né poteva avere interesse per la chiesa o qualsiasi altra cosa. Lo chiamavano sempre «Joe il Matto» e pareva non avere nessun altro nome. Era un ragazzo bruno, forte, goffo, con una grossa faccia pallida, capelli scuri dritti, e la bocca sempre aperta. Quando passò accanto al prete, la sua espressione da imbecille non diede alcun segno di cosa fosse stato a fare o a pensare. Prima di allora non si era mai saputo che fosse stato a pregare. Che preghiere diceva ora? Preghiere straordinarie, di sicuro. Wilfred Bohun rimase fermo sul posto abbastanza a lungo per vedere l’idiota uscire nella luce del sole e, anche, per vedere il fratello dissoluto che lo salutava con un’aria gioviale, quasi fosse suo zio. L’ultima cosa che vide fu il colonnello che lanciava monetine in direzione della bocca aperta di Joe, dando tutta l’impressione di cercare di colpire nel segno. Questa brutta immagine, in pieno sole, della stupidità e della crudeltà del mondo spinse alla fine l’asceta alle sue preghiere per la purificazione e per rinnovati pensieri. Salì fino ad arrivare a un banco nella galleria, il che lo portò sotto una finestra colorata che adorava, e che calmava sempre il suo spirito; una finestra azzurra con un angelo che portava dei gigli. In quel luogo cominciò a pensare meno allo scemo con la faccia livida e la bocca come un pesce. Cominciò a pensare meno al suo malvagio fratello, che passeggiava


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come un magro leone in preda alla sua orribile fame. E sprofondò sempre di più in quei freddi e dolci colori di fiori d’argento e di un cielo di zaffiro. In questo stesso posto fu trovato, mezz’ora dopo, da Gibbs, il calzolaio del villaggio, il quale era stato mandato a cercarlo con una certa premura. Si alzò in piedi con prontezza, poiché sapeva che non doveva essere cosa da poco quella che aveva portato Gibbs fino a quel luogo. Il calzolaio, come in molti villaggi, era un ateo e la sua apparizione in chiesa era un’ombra più straordinaria di quella di Joe il Matto. Era una mattina di enigmi teologici. «Che cosa c’è?», domandò Wilfred Bohun in modo piuttosto freddo, allungando però una mano tremante per prendere il cappello. L’ateo parlò con un tono che, venendo da lui, era sorprendentemente rispettoso e perfino leggermente cordiale. «Mi deve scusare, signore» disse con voce bassa rauca, «ma pensavamo non fosse giusto non farglielo sapere subito. Temo che sia successa una cosa proprio tremenda, signore, temo che suo fratello…». Wilfred si strinse le fragili mani. «Quale diavoleria ha combinato adesso?», esclamò con ira involontaria. «Ebbene, signore» disse il calzolaio, tossendo, «temo non abbia fatto nulla e che non farà più nulla. Temo che sia spacciato. Lei farebbe bene davvero a venire giù, signore». Il curato seguì il ciabattino per una scala a chiocciola che li condusse fuori, ad un ingresso più alto della strada. Bohun vide la tragedia al primo sguardo, esposta sotto di lui come una planimetria. Nel cortile della fucina c’erano cinque o sei uomini, per lo più vestiti di nero, uno in uniforme da ispettore. Essi comprendevano il dottore, il sacerdote presbiteriano, il prete della cappella cattolica romana cui apparteneva la moglie del fabbro. Quest’ultimo le stava parlando, molto rapidamente in verità, in tono sommesso, mentre ella, una magnifica donna dai capelli rosso-dorati, singhiozzava disperatamente su una panca. In mezzo a questi due gruppi, e appena scostato dal mucchio principale dei martelli, giaceva un uomo in abito da sera a braccia e gambe divaricate e con la faccia rivolta a terra. Dal punto alto in cui si trovava, Wilfred avrebbe potuto giurare su ogni singolo dettaglio del suo abbigliamento e del suo aspetto, fino agli anelli dei Bohun infilati alle dita. Ma il cranio era soltanto un’orrenda poltiglia, simile a una stella fatta di oscurità e di sangue. Wilfred Bohun non diede più di un’occhiata, e poi scese gli scalini di corsa fino al cortile. Il dottore, che era il medico di famiglia, lo salutò, ma Wilfred lo notò appena. Riuscì soltanto a balbettare: «Mio fratello è morto. Che cosa significa? Che cos’è questo orribile mistero?». Ci fu un dolente silenzio. E poi il calzolaio, l’uomo più franco tra i presenti, rispose: «Molto orrore, signore» disse, «ma non molto mistero». «Che cosa vuoi dire?», domandò Wilfred, con il volto pallido. «È abbastanza evidente» rispose Gibbs. «C’è solo un uomo nel raggio di quaranta miglia che potrebbe aver vibrato un colpo simile, ed è l’uomo che aveva più ragioni per farlo». «Non dobbiamo giudicare prematuramente» intervenne un po’ nervosa-


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mente il dottore, un uomo alto con la barba nera, «ma ho la competenza per avvalorare quello che il signor Gibbs dice per quanto concerne la natura del colpo, signore. È un colpo incredibile. Il signor Gibbs dice che solo un uomo in questo distretto avrebbe potuto assestarlo. Avrei detto io stesso che nessuno avrebbe potuto assestarlo». Un brivido di superstizione attraversò l’esile figura del curato. «Faccio fatica a capire», disse. «Signor Bohun», disse il dottore a bassa voce, «non trovo letteralmente metafore. È inadeguato dire che il cranio è stato mandato in frantumi come il guscio di un uovo. Frammenti di ossa sono stati conficcati nel corpo e nel terreno come proiettili in un muro di fango. È stata la mano di un gigante». Rimase silenzioso per un momento, guardando cupamente attraverso gli occhiali. Poi aggiunse: «La cosa ha un vantaggio… che libera in un sol colpo la maggior parte delle persone dal sospetto. Se lei, o io, o ogni altro uomo normalmente cresciuto nel nostro paese, fossimo accusati di questo crimine, saremmo prosciolti come un bambino sarebbe prosciolto dall’accusa di aver rubato la colonna di Nelson». «È quello che dico io» ripeté ostinatamente il calzolaio, «c’è solo un uomo che avrebbe potuto farlo, ed è l’uomo che avrebbe voluto farlo. Dov’è Simeon Barnes, il fabbro?». «È giù a Greenford», balbettò il curato. «Più probabilmente in Francia», borbottò il ciabattino. «No, non è in nessuno di quei posti» disse una voce sommessa e incolore che proveniva dal piccolo prete cattolico che si era unito al gruppo. «In effetti sta risalendo la strada in questo momento». Il piccolo prete non era un uomo interessante da guardare, avendo ispidi capelli castani e un’impassibile faccia rotonda. Ma se anche fosse stato splendido quanto Apollo, nessuno l’avrebbe guardato in quel momento. Tutti si erano voltati a scrutare il sentiero che si snodava attraverso la pianura di sotto, lungo il quale camminava effettivamente, con il suo passo lungo e con un martello sulle spalle, Simeon il fabbro. Era un uomo ossuto e gigantesco, con profondi e sinistri occhi scuri e una barbetta nera sul mento. Camminava e parlava tranquillamente con altri due uomini, e sebbene non fosse mai particolarmente allegro, sembrava del tutto a proprio agio. «Mio Dio» esclamò il calzolaio ateo, «ed ecco là il martello con cui l’ha fatto». «No» disse l’ispettore, un uomo apparentemente di buon senso con dei baffi color sabbia, che parlava per la prima volta. «Ecco là il martello con cui l’ha fatto, laggiù accanto al muro della chiesa. Abbiamo lasciato il martello e il corpo esattamente come si trovano». Tutti volsero lo sguardo, e il piccolo prete andò vicino e guardò in silenzio l’attrezzo, là dove si trovava. Era un martello dei più piccoli e dei più leggeri, e non avrebbe attirato l’attenzione in mezzo a tutti gli altri, se non ci fossero stati capelli biondi e sangue sul bordo di ferro. Dopo un momento di silenzio il piccolo prete parlò senza alzare lo sguardo, e c’era una nota nuova nella sua voce insignificante. «Non è che il signor


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Gibbs avesse proprio ragione» disse «quando diceva che non c’è alcun mistero. C’è almeno il mistero del perché un uomo così grosso dovrebbe provare a vibrare un colpo così forte con un martello così piccolo». «Oh, tutto ciò non ha nessuna importanza!» esclamò Gibbs in piena agitazione. «Che cosa dobbiamo fare con Simeon Barnes?». «Lasciarlo stare» disse il prete tranquillamente. «Sta venendo qui da solo. Conosco i due uomini con lui. Sono ottime persone di Greenford, e sono venuti fin qui per via della cappella presbiteriana». Proprio mentre parlava, il corpulento fabbro svoltò l’angolo della chiesa e arrivò a grandi passi nel proprio cortile. Lì rimase immobile, e il martello gli cadde di mano. L’ispettore, che aveva mantenuto un riserbo impenetrabile, andò verso di lui immediatamente. «Non le chiederò, signor Barnes» disse, «se lei sappia qualcosa di ciò che è successo qui. Non è costretto a dirlo. Spero che non lo sappia, e che sarà in grado di provarlo. Ma devo espletare la formalità di arrestarla in nome del Re per l’assassinio del colonnello Norman Bohun». «Non sei tenuto a dire niente» disse il ciabattino con zelante eccitazione. «Devono trovare tutte le prove. Non hanno ancora provato che sia il colonnello Bohun, quello con la testa tutta fracassata in quel modo». «Questo non regge» disse il dottore, a parte, al prete. «È solo roba da racconti polizieschi. Io ero il medico del colonnello e conoscevo il suo corpo meglio di lui. Aveva mani molto belle, ma molto particolari. Il secondo e il terzo dito erano della stessa lunghezza. Oh, quello è il colonnello, non c’è dubbio». Quando volse lo sguardo al cadavere con la testa spaccata che stava per terra, anche gli occhi ferrigni del fabbro pietrificato lo seguirono e anch’essi si posarono là. «Il colonnello Bohun è morto?» disse il fabbro con tutta calma. «Allora è dannato». «Non dire nulla! Oh, non dire nulla», esclamò il calzolaio ateo, saltellando qua e là come in un’estasi di ammirazione per il sistema legale inglese. Infatti nessuno è così ligio alla legge quanto un ateo convinto. Il fabbro, da sopra la spalla, voltò verso di lui la maestosa faccia da fanatico. «Va bene per voi infedeli fare i furbi come le volpi perché la legge vi favorisce» disse, «ma Dio custodisce la Sua legge nella Sua tasca, come vedrete in questo giorno». Poi indicò il colonnello e disse: «Quando è morto questo cane, in mezzo ai suoi peccati?». «Moderi il suo linguaggio», disse il dottore. «Moderi il linguaggio della Bibbia, e io modererò il mio. Quando è morto?» «L’ho visto vivo alle sei, questa mattina» balbettò Wilfred Bohun. «Dio è buono» disse il fabbro. «Signor ispettore, non ho la minima obiezione ad essere arrestato. È lei che può avere obiezioni ad arrestarmi. A me non importa lasciare il tribunale senza una macchia sulla mia reputazione. A lei sì che importa, forse, lasciare il tribunale con una brutta battuta d’arresto sulla sua carriera».


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Per la prima volta il solido ispettore guardò il fabbro con occhio attento… e così fecero tutti gli altri, eccetto il piccolo prete strano che stava ancora guardando a terra, verso il martello che aveva dato quel colpo tremendo. «Ci sono due uomini, qui fuori della bottega» continuò il fabbro con ponderosa lucidità, «buoni commercianti di Greenford che voi tutti conoscete, i quali giureranno che mi hanno visto da prima di mezzanotte fino all’alba, e un bel po’ dopo, nella sala del comitato della nostra Missione per la Rinascita, che si riunisce per tutta la notte: noi salviamo anime in fretta. Nella stessa Greenford venti persone potrebbero giurare a mio favore per tutto quel tempo. Se fossi un infedele, signor ispettore, la lascerei proseguire fino alla sua rovina. Ma da cristiano, mi sento obbligato di darle un’opportunità di scelta, e di chiederle se vuole ascoltare il mio alibi1 ora oppure in tribunale». L’ispettore sembrò turbato per la prima volta e disse: «Naturalmente sarei lieto di discolparla subito ora». Il fabbro uscì dal suo cortile con lo stesso passo lungo e agile, e ritornò con i suoi due amici di Greenford che erano in realtà amici di quasi tutti i presenti. Dissero entrambi alcune parole che nessuno neanche immaginò di mettere in dubbio. Dopo che ebbero parlato, l’innocenza di Simeon si ergeva solida quanto la grande chiesa sopra di loro. Il gruppo fu investito da uno di quei silenzi che sono più strani e insopportabili di qualsiasi discorso. Senza riflettere, tanto per dire qualcosa, il curato disse al prete cattolico: «Lei sembra molto interessato a quel martello, Padre Brown». «Sì, è vero», disse Padre Brown, «perché è un martello così piccolo?». Il dottore si voltò verso di lui: «Per Giove, è vero!» esclamò. «Chi userebbe un martello piccolo, con una decina di martelli più grandi lì a portata di mano?». Poi abbassò la voce e disse all’orecchio del curato: «Solo il genere di persona che non è capace di sollevare un martello grande. Non è una questione di forza o coraggio che divide i due sessi. È una questione di forza di sollevamento nelle spalle. Una donna coraggiosa potrebbe commettere dieci omicidi con un martello leggero senza battere ciglio. Ma non saprebbe uccidere uno scarafaggio con uno pesante». Wilfred Bohun lo fissava con una sorta di orrore ipnotico, mentre Padre Brown ascoltava con la testa leggermente inclinata da un lato, veramente interessato e attento. Il dottore proseguì con enfasi ancor più sibilante: «Perché quegli idioti presumono sempre che la sola persona che odia l’amante della donna è il marito della donna? Nove volte su dieci la persona che più odia l’amante della donna è la donna stessa. Chi sa quali insolenze o perfidie egli possa aver dimostrato nei confronti di lei… guardi là».

1 alibi: prova che, al momento del crimine di cui è sospettato, l’indiziato si trovava in luogo diverso da quello in cui il reato stesso fu commesso. Dall’omonimo avverbio latino che significa ‘in un altro luogo’.


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Fece un gesto istantaneo in direzione della donna dai capelli rossi seduta sulla panca. Costei aveva finalmente alzato la testa e le lacrime stavano asciugandosi sulla sua splendida faccia. Ma gli occhi erano fissi sul cadavere con un bagliore elettrico che aveva in sé qualcosa dell’idiozia. Il Reverendo Wilfred Bohun fece un debole gesto come per allontanare da sé ogni desiderio di sapere. Ma Padre Brown, spolverando la manica dalla cenere che proveniva dalla fornace, parlò in modo diverso. «Lei è come molti dottori» disse, «la vostra scienza mentale è davvero suggestiva. È la vostra scienza fisica che è totalmente inverosimile. Concordo sul fatto che la donna voglia uccidere il correo1 molto più di quanto lo voglia la parte offesa. E concordo sul fatto che una donna prenderà sempre un martello piccolo al posto di uno grande. Ma la difficoltà sta in una impossibilità fisica. Nessuna donna al mondo avrebbe potuto schiacciare il cranio di un uomo in quel modo». Poi aggiunse, come riflettendo, dopo una pausa: «Questa gente non ha afferrato tutta la complessità della cosa. L’uomo in realtà indossava un elmetto di ferro, e il colpo l’ha mandato in pezzi come vetro rotto. Guardate quella donna. Guardate le sue braccia». Il silenzio li trattenne tutti di nuovo, poi il dottore disse piuttosto risentito: «Bene, posso aver torto, ci sono obiezioni a tutto. Ma io resto fermo al punto principale. Nessuno, se non un idiota, prenderebbe su il martello piccolo». A quei punto Wilfred Bohun portò le mani magre e tremanti alla testa e pareva strapparsi i radi capelli biondi. Dopo un istante lasciò cadere le mani ed esclamò: «Era la parola che volevo, lei ha detto la parola!». Poi continuò, dominando il suo turbamento: «Le parole che lei ha detto erano “Nessuno se non un idiota prenderebbe su il martello piccolo”». «Sì» disse il dottore. «Ebbene?». «Ebbene», disse il curato, «nessuno se non un idiota l’ha fatto». Gli altri lo guardavano con gli occhi fissi inchiodati mentre proseguiva in preda ad un’agitazione febbrile e femminea. «Sono un prete» esclamò in modo convulso, «e un prete non dovrebbe essere uno che sparge sangue. Io… io voglio dire che un prete non dovrebbe mandare nessuno alla forca. E io ringrazio Iddio, ora che vedo chiaramente il criminale… perché è un criminale che non può essere condotto alla forca». «Lei non lo vuole denunciare?», chiese il dottore. «Non verrebbe impiccato se lo denunciassi» rispose Wilfred, con un sorriso eccitato ma curiosamente soddisfatto. «Quando sono entrato in chiesa stamattina ho trovato un matto che era là che pregava, il povero Joe, che non è mai stato a posto in tutta la sua vita. Dio sa cosa pregava. Ma con gente così strana non è incredibile supporre che le loro preghiere funzionino a rovescio. Molto probabilmente un pazzo pregherebbe prima di uccidere un uomo. Quando ho visto il povero Joe per l’ultima volta, era con mio fratello. Mio fratello si stava facendo beffe di lui».

1 correo: complice. Dal latino cum ‘insieme’ + reus ‘colpevole’.


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«Per Giove!» esclamò il dottore «questo sì che è parlare, finalmente. Ma come spiega…». Il Reverendo Wilfred stava quasi tremando dall’eccitazione che gli dava il suo stesso intravedere la verità. «Non vede, non vede» esclamò febbrilmente «che è la sola teoria che spiega tutte e due le cose strane, che risolve entrambi gli enigmi. I due enigmi sono il martello piccolo e il colpo forte. Il fabbro avrebbe potuto vibrare il colpo forte, ma non avrebbe scelto il martello piccolo. Sua moglie avrebbe scelto il martello piccolo, ma non avrebbe potuto vibrare il colpo forte. Ma il matto avrebbe potuto fare entrambe le cose. Per quanto riguarda il martello piccolo… ebbene, è matto e avrebbe potuto prendere su qualsiasi cosa. E per quanto concerne il colpo forte, ha mai sentito dire, dottore, che un folle nel suo parossismo1 può avere la forza di dieci uomini?». Il dottore tirò un profondo respiro e poi disse: «Perbacco, credo che lei ci abbia preso». Padre Brown aveva tenuto gli occhi fissi su colui che parlava, così a lungo e così intensamente da dare prova che i suoi grandi occhi bovini grigi non erano proprio così insignificanti come il resto della sua faccia. Quando si fece silenzio, disse con marcato rispetto: «Signor Bohun, la sua è la sola teoria, finora proposta, che tenga da tutti i punti di vista e che sia essenzialmente inattaccabile. Penso, pertanto, che lei meriti che le dica, in base a mia certa conoscenza, che non è l’ipotesi vera». E ciò detto, lo strano ometto si allontanò e si mise di nuovo a fissare il martello. «Quel tipo sembra saperne di più di quanto dovrebbe» il dottore sussurrò stizzosamente a Wilfred. «Quei preti papisti sono maledettamente astuti». «No, no» disse Bohun, con una sorta di tremenda fatica. «È stato il matto, è stato il matto». Il gruppo dei due sacerdoti e del dottore s’era distaccato dal gruppo più ufficiale che comprendeva l’ispettore e l’uomo che questi aveva arrestato. Tuttavia, ora che la comitiva si era disciolta, i tre sentivano le voci che provenivano dagli altri. Il prete alzò lo sguardo con calma e poi lo riabbassò di nuovo mentre sentiva il fabbro che diceva ad alta voce: «Spero di averla convinta, signor ispettore. Sono un uomo forte, come dice lei, ma non avrei potuto scagliare il mio martello dritto fin qui, da Greenford. Il mio martello non ha le ali per arrivare volando, per mezzo miglio, sopra le siepi e i campi». L’ispettore rise amichevolmente e disse: «No, penso che lei si possa considerare fuori da tutto questo, benché sia una delle coincidenze più bizzarre che abbia mai visto. Le posso solo chiedere di darci tutta l’assistenza possibile a trovare un uomo grande e forte come lei. Per Giove! Lei potrebbe essere utile, se non altro per tenerlo fermo! Suppongo che anche lei non abbia nessuna idea di chi sia quest’uomo». «Potrei avere un’idea» disse il fabbro, pallido, «ma non è un uomo». Poi, vedendo che gli occhi terrorizzati di tutti si voltavano verso sua moglie sedu1 parossismo: fase più violenta, massima intensità.


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ta sulla panca, mise una mano smisurata sulla sua spalla e disse: «E non è nemmeno una donna». «Che cosa vuole dire?» domandò l’ispettore scherzosamente. «Lei non crede che siano le mucche a usare martelli, non è così?». «Io credo che nessun essere fatto di carne abbia tenuto in mano quel martello», disse il fabbro con voce soffocata, «parlando da individuo mortale, penso che l’uomo sia morto da solo». Wilfred fece un movimento improvviso in avanti e lo scrutò con occhi di fuoco. «Tu vuoi dire, Barnes» intervenne la voce acuta del calzolaio, «che il martello è saltato su da solo e ha abbattuto l’uomo?». «Oh, signori, voi potete pure sbarrare gli occhi e ridacchiare» esclamò Simeon, «voi preti che ci raccontate la domenica in quale silenzio il Signore castigò Sennacherib1. Io credo che Qualcuno che cammina invisibile in ogni casa abbia difeso l’onore della mia casa, e abbia lasciato il profanatore morto disteso davanti alla porta. Io credo che la forza in quel colpo sia stata esattamente la forza che c’è nei terremoti, e nulla di meno». Wilfred, con una voce assolutamente indescrivibile, disse: «Io stesso ho detto a Norman di guardarsi dal fulmine». «Tale fattore è fuori della mia giurisdizione», disse l’ispettore con un leggero sorriso. «Ma lei non è al di fuori della Sua giurisdizione», rispose il fabbro, «stia attento». E, girando l’ampia schiena, entrò in casa. Lo sconvolto Wilfred fu condotto via da Padre Brown, che teneva con lui un atteggiamento indulgente ed amichevole. «Andiamocene da questo posto orrendo, signor Bohun» disse. «Posso guardare all’interno della sua chiesa? Ho sentito dire che è una delle più vecchie d’Inghilterra. Noi abbiamo un certo interesse, mi capisce» aggiunse con una smorfia comica, «per le vecchie chiese inglesi». Willfred Bohun non sorrise, poiché l’humour non era mai stato il suo forte. Ma acconsentì piuttosto di buon grado, essendo più che disponibile a spiegare gli splendori gotici a qualcuno che con ogni probabilità era più bendisposto del fabbro presbiteriano o del ciabattino ateo. «Senz’altro» disse, «entriamo da questo lato». E fece strada inoltrandosi nella grande entrata laterale in cima allo scalone. Padre Brown stava salendo il primo gradino per seguirlo, quando sentì una mano sulla spalla, si girò e vide l’esile figura scura del dottore, con il volto ancora più scuro per il sospetto. «Signore» disse il medico con tono aspro, «sembra che lei conosca dei segreti su questa oscura faccenda. Posso chiedere se ha intenzione di tenerli per sé?».

1 Sennacherib: il riferimento è alla punizione subita dal re assiro Sennacherib (704-681 a.C.), il cui esercito venne colpito da pestilenza mentre soffocava una rivolta in Fenicia e in Palestina. Egli fu poi assassinato dai suoi figli.


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«Ebbene, dottore» rispose il prete, sorridendo cordialmente, «c’è un’ottima ragione per cui un uomo del mio mestiere vorrebbe tenere le cose per sé quando non ne è sicuro, e la ragione è che è costantemente suo dovere tenerle per sé quando, invece, ne è sicuro. Ma se lei pensa che io sia stato scortesemente reticente1 con lei o con qualsiasi altra persona, arriverò al limite estremo delle mie consuetudini. Le darò due grossissimi indizi». «Ebbene, signore?» disse il dottore con aria cupa. «Primo» disse Padre Brown con calma, «la cosa è senz’altro di sua competenza. È una questione di scienza fisica. Il fabbro si sbaglia, non forse nel dire che il colpo è stato divino, ma certamente nel dire che è arrivato per un miracolo. Non c’è stato alcun miracolo, dottore, ad eccezione del fatto che l’uomo stesso è un miracolo con il suo cuore strano e malvagio, e tuttavia quasi eroico. La forza che ha schiacciato quel cranio è una forza ben conosciuta dagli scienziati… una delle leggi di natura più frequentemente dibattute». Il dottore, che lo stava guardando con attenzione corrucciata, disse solamente: «E l’altro indizio?». «L’altro indizio è questo», disse il prete. «Lei ricorda il fabbro che, benché creda ai miracoli, parlava con scherno dell’impossibile favola che il suo martello avesse le ali e volasse per mezzo miglio attraverso la campagna?» «Sì» disse il dottore, «mi ricordo». «Bene» aggiunse Padre Brown con un largo sorriso, «quella favola è stata la cosa più vicina all’effettiva verità che sia stata detta oggi». E con ciò girò le spalle e salì gli scalini con passo pesante dietro il curato. Il Reverendo Wilfred, che lo aveva aspettato pallido e impaziente, come se quel lieve ritardo rappresentasse il colpo decisivo per i suoi nervi, lo condusse immediatamente al suo angolo preferito della chiesa, quella parte della galleria più vicina al tetto intagliato e illuminata dalla splendida finestra con l’angelo. Il piccolo prete cattolico esplorò e ammirò ogni cosa in modo completo parlando allegramente, ma a bassa voce, per tutto il tempo. Quando nel corso della sua esplorazione trovò l’uscita laterale e la scala a chiocciola lungo la quale Wilfred si era precipitato per poi trovare suo fratello morto, Padre Brown non corse giù, ma su, con l’agilità di una scimmia, e la sua voce chiara arrivò da una piattaforma esterna là sopra. «Venga quassù, signor Bohun» gridò. «L’aria le farà bene». Bohun lo seguì ed uscì in una specie di galleria o balconata di pietra esterna all’edificio, dalla quale si poteva vedere la sconfinata pianura, su cui si ergeva la loro piccola collina, coperta di albori fino all’orizzonte purpureo e punteggiata di paesini e fattorie. Chiaro e quadrato, ma alquanto piccolo sotto di loro, c’era il cortile del fabbro, dove c’era ancora l’ispettore a prendere appunti e dove il cadavere giaceva ancora disteso come una mosca schiacciata. «Potrebbe essere la mappa del mondo, non vero?», disse Padre Brown. «Sì», disse Bohun solennemente, e assentì con la testa. Immediatamente sotto e attorno a loro, le linee dell’edificio gotico si tuffa1 reticente: che tace per nascondere qualcosa. Dal latino re + tacere.


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vano verso l’esterno, nel vuoto, con una rapidità vertiginosa affine al suicidio. C’è quell’elemento di titanica energia nell’architettura del Medioevo che, da qualunque parte la si guardi, sembra sempre che scappi via come la schiena robusta di un cavallo impazzito. Questa chiesa era stata ricavata da antica pietra silenziosa, cosparsa di escrescenze fungose e chiazzata di nidi di uccelli. E tuttavia, quando la si vedeva da sotto, si slanciava come una fontana verso le stelle. E quando la si vedeva, come ora, da sopra, gettava come una cascata dentro un abisso silenzioso. Questi due uomini sulla torre erano stati lasciati soli con l’aspetto più terribile del gotico: mostruose vedute di scorcio e sproporzioni, prospettive vertiginose, impressioni di cose grandi che sono piccole, di cose piccole che sono grandi; il regno del sottosopra di pietra sospeso a mezz’aria. Particolari di pietra, enormi da vicino, si alleggerivano contro un disegno fatto di campi e fattorie, piccolissimi in lontananza. Un uccello, o una bestia, scolpiti in un angolo, sembravano un grosso drago che camminasse o che volasse a devastare i pascoli e i villaggi di sotto. L’atmosfera complessiva era vertiginosa e pericolosa, come se degli uomini fossero tenuti sollevati in aria tra ali roteanti di spiriti colossali. E tutta quella vecchia chiesa, alta e ricca come una cattedrale, sembrava gravare come un nubifragio sulla campagna illuminata dal sole. «Penso che ci sia un che di pericoloso nello stare in questi posti alti, sia pure per pregare» disse Padre Brown. «Le altezze sono state fatte per essere guardate dal basso, non dall’alto». «Lei vuol dire che si può cadere?», domandò Wilfred. «Voglio dire che l’anima può cadere anche se il corpo non cade», disse l’altro prete. «Faccio fatica a capirla», osservò Bohun confusamente. «Guardi quel fabbro, per esempio» continuò Padre Brown con calma, «un buon uomo, ma non un cristiano… duro, autoritario, che non perdona. Bene, la sua religione scozzese è stata creata da uomini che pregavano sopra colline e alti dirupi, e hanno imparato a guardare giù verso il mondo, piuttosto che guardare su verso il cielo. L’umiltà è la madre dei giganti. Si vedono grandi cose dalla valle, solo piccole cose dalla cima». «Ma lui… non è stato lui», disse Bohun tremante. «No» disse l’altro con una voce strana, «noi sappiamo che non è stato lui». Dopo un momento riprese, volgendo lo sguardo tranquillamente sulla pianura, con i suoi occhi grigi sbiaditi. «Conoscevo un uomo» disse «che cominciò a frequentare le funzioni insieme agli altri, davanti all’altare, ma che per pregare sviluppò una passione per i luoghi alti e solitari, angoli o nicchie nel campanile o nella cuspide. E una volta, in uno di quei posti che danno le vertigini, dove il mondo intero sembrava che girasse sotto di lui come una ruota, anche il suo cervello si mise a girare e s’immaginò di essere Dio. Cosicché, benché fosse un brav’uomo, commise un grande crimine». Il viso di Wilfred era girato, ma le sue mani ossute diventarono bianche e blu quando si strinsero al parapetto di pietra. «Pensò che fosse dato a lui di giudicare il mondo e di annientare il pec-


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catore. Non avrebbe mai avuto un pensiero simile se avesse continuato a inginocchiarsi con gli altri uomini su un pavimento. Invece vedeva tutti gli uomini che si muovevano come insetti. Ne vide uno, in particolare, che camminava borioso proprio sotto di lui, insolente e in tutta evidenza per via di un cappello verde splendente… un insetto velenoso». Dei corvi gracchiarono attorno agli angoli del campanile, ma non ci fu nessun altro suono fino a che Padre Brown proseguì. «Anche questo lo tentò, il fatto che aveva in mano una delle macchine più tremende della natura. Intendo dire la forza di gravità, quello slancio pazzo e progressivo per cui tutte le creature della terra ritornano precipitosamente al suo centro quando siano lasciate libere. Vede, l’ispettore sta camminando impettito proprio sotto di noi, nella fornace. Se dovessi tirare un sassolino da questo parapetto sarebbe qualcosa di simile a un proiettile nel momento in cui lo colpisse. Se dovessi lasciar cadere un martello… anche un piccolo martello…» Wilfred Bohun buttò una gamba oltre il parapetto, ma Padre Brown l’aveva per il colletto già un attimo dopo. «Non per quella porta» disse garbatamente, «quella porta conduce al­l’in­ ferno». Bohun indietreggiò barcollando fino al muro e lo guardò fisso con occhi spaventosi. «Come sa tutto questo?» esclamò. «È un diavolo, lei?». «Sono un uomo» rispose Padre Brown solennemente, «e quindi tutti i diavoli li ho nel cuore. Mi ascolti» disse dopo una breve pausa. «Io so che cosa lei ha fatto… riesco almeno a immaginarne la maggior parte. Quando lei ha lasciato suo fratello, lei era agitato da una rabbia non ingiusta a tal punto che lei ha raccolto il piccolo martello, mezzo propenso ad ucciderlo con le sconcezze che aveva sulle labbra. Desistendo poi, lei ha infilato il martello sotto l’abito abbottonato, ed è corso in chiesa. Lei ha pregato disperatamente in molti posti, sotto la finestra con l’angelo, sulla piattaforma di sopra e su una piattaforma ancora più alta, da dove riusciva a vedere il cappello orientale del colonnello come fosse il dorso di uno scarafaggio verde che si muoveva strisciando. Poi qualcosa si è spezzato nella sua anima, e lei ha lasciato cadere il fulmine di Dio». Wilfred portò una mano stanca alla testa e domandò a bassa voce: «Come sapeva che il suo cappello sembrava uno scarafaggio verde?». «Oh quello» disse l’altro con l’ombra di un sorriso, «quello è buon senso. Ma mi ascolti ancora un poco. Io dico che so tutto questo, ma nessun altro lo saprà. La prossima mossa spetta a lei, io non muoverò più un passo. Suggellerà tutto questo con il suggello della confessione. Se lei mi chiede perché, ci sono molte ragioni, e solo una la riguarda. Lascio la cosa a lei perché lei non si è spinto molto lontano sulla via del male, come fanno gli assassini. Lei non ha dato il suo aiuto per addossare la colpa al fabbro quando era facile, o a sua moglie quando pure era facile. Lei ha cercato di addossarla all’idiota, perché sapeva che non poteva soffrire. Quello è stato uno degli sprazzi di luce che è


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mio compito trovare negli assassini. Ora venga giù nel villaggio, e vada per la sua strada libero come il vento, poiché io ho detto la mia ultima parola». Scesero la scala a chiocciola in assoluto silenzio ed uscirono nella luce del sole accanto alla fucina, Wilfred Bohun aprì con cura il cancello di legno del cortile e, andando dall’ispettore, disse: «Vorrei costituirmi, ho ucciso mio fratello».

Leggi il racconto integralmente, quindi individua gli elementi essenziali della narrazione, rispondendo sinteticamente alle seguenti domande: 1. Su quale caso è chiamato a indagare Padre Brown? Chi è il colpevole? Con quale movente? 2. Quale significato si cela dietro il titolo del racconto? Ora rileggi le pagine con maggior attenzione, soffermandoti sui diversi momenti dell’investigazione. 3. Rileggi la prima parte del racconto e presenta i due fratelli Bohun, mettendo in luce le loro diverse caratteristiche e abitudini. 4. Lo scrittore, dopo aver introdotto la situazione iniziale, interrompe la narrazione e omette parte della vicenda, riprendendo il racconto a omicidio avvenuto. Individua nel testo il passaggio e motiva la scelta stilistica dell’autore. 5. Cosa intende insinuare il calzolaio Gibbs affermando «Molto orrore […] ma non molto mistero»? 6. Quale aspetto apparentemente inspiegabile sorprende invece Padre Brown?


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7. Completa la tabella. Sospettato

Accusatore

Movente

Indizi di colpevolezza

Indizi di non colpevolezza

8. Quali indizi permettono a Padre Brown di giungere alla soluzione del caso? Quali affermazioni fatte dai vari personaggi nel corso delle indagini ritiene che siano le più significative? 9. Perché Padre Brown non denuncia il colpevole? 10. Immagina di trascrivere la deposizione del reverendo Bohun al termine dell’indagine: disponi gli avvenimenti nel loro ordine cronologico ed esplicita ciò che lo ha spinto a compiere il delitto.

11. Riprendi i racconti di Chesterton per ritrovare i caratteri principali dell’investigazione di Padre Brown e scrivi un testo che lo descriva nelle sue caratteristiche e nei suoi metodi, facendo opportuni riferimenti ai testi.


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Al termine della lettura dei racconti polizieschi presenti nella sezione ti proponiamo alcuni percorsi di scrittura creativa e argomentativa. 1. Hai letto diversi racconti polizieschi. Pur con alcune differenze, in un racconto poliziesco sono presenti i seguenti elementi: • • • • • •

situazione di tranquillità omicidio arrivo dell’investigatore primi sospettati indizio risolutore scoperta del colpevole e del movente.

Seguendo questa traccia, inventa un tuo racconto poliziesco. Ricordati di descrivere anche il luogo del delitto e l’investigatore. 2. Al termine della lettura della sezione sui racconti polizieschi, metti a paragone i diversi investigatori, costruendone l’identikit e seguendo questa scaletta: • • • • • • •

nome nazionalità professione aspetto fisico caratteristiche morali metodi investigativi la sua filosofia.

3. Dopo aver osservato con attenzione i vari investigatori all’opera, scegli il tuo preferito. Giustifica la tua scelta, mettendolo anche a confronto con gli altri investigatori. 4. «Lo scopo di ogni mistero non è l’oscurità bensì la luce» (G.K. Chesterton). Argomenta tale affermazione, facendo riferimento ai racconti letti in questa sezione.


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Pagine autobiografiche

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Pagine autobiografiche Sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa. Sant’Agostino

a cura di Dorotea Moscato, Adele Mirabelli


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Pagine autobiografiche

La parola autobiografia è di origine greca ed è composta di tre termini: autòs (stesso), bios (vita) e grapho (io scrivo); il termine esplicita dunque lo scopo di questo genere narrativo: scrivere di sé stessi, delle proprie esperienze, parlare di sé. È un genere letterario di origini antiche; le prime opere sono nate soprattutto con lo scopo di realizzare una documentazione di eventi storici significativi, di cui il protagonista era proprio colui che, attraverso il racconto scritto, raccontava di sé e delle sue gesta. Si pensi ai Commentari di Giulio Cesare (I sec. a.c.), in cui il condottiero registra gli avvenimenti più decisivi nella conquista della Gallia. Ma il primo grande modello di racconto autobiografico viene attribuito a sant’Agostino (354-430 d.C.), che nelle sue Confessioni narra la sua vita e la storia della sua conversione al cristianesimo. Nei tredici libri della sua opera egli ripercorre le tappe della sua esistenza, nel loro aspetto più profondo in un continuo dialogo con Dio, dall’infanzia fino all’età adulta. Nel genere letterario autobiografico il tempo in cui si svolge la storia è sempre un tempo trascorso, passato, del quale si ricordano fatti, persone, luoghi, che, riportati alla luce attraverso la pagina scritta, vengono guardati dall’autore stesso, con occhi nuovi, e per questo riscoperti nella loro eccezionalità. È un modo per comprenderne il significato, cioè il nesso che hanno con il proprio presente, con la propria vita, e così si capisce qualcosa in più di sé stessi, come testimoniano le parole dello scrittore Raffaele La Capria: Prova a immaginare cosa accadrebbe se tu perdessi all’improvviso la memoria, la memoria del tuo passato. Se mai questo dovesse accaderti tu non sapresti nemmeno chi sei, piomberesti in uno stato di confusione mentale, in un vuoto senza alcun punto di riferimento molto simile alla pazzia. Per sapere chi siamo è necessario sapere chi siamo stati, e questa memoria ci serve per mantenere la nostra identità. La letteratura è la nostra memoria, una memoria che ci riguarda tutti, individuale e collettiva1.

L’esigenza di trattenere, di non perdere, di serbare, di parlare di sé accomuna tutti gli uomini, di qualsiasi parte del mondo, letterati e non, giovani e vecchi, come testimoniano le pagine autobiografiche qui presentate. Esse sono accomunate dal racconto di storie personali che si intrecciano con al1 R. La Capria, Sentimento della letteratura, Mondadori, Milano 1997, pp. 16-18.


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tre vite, e testimoniano la serietà e la tenacia con cui i rispettivi autori hanno perseguito i loro interessi e i loro desideri, non lasciandosi arrestare da nessuna fatica, piccola o grande che fosse. Le parole della loro memoria sono sempre infuocate dal desiderio di rischiare, di vivere intensamente le circostanze della vita. Pagine ancora più vive se riuscirai a cogliere in loro l’invito a guardare il tuo presente non solo come il frutto del passato, ma anche come seme del futuro: solo un impegno serio e curioso con la vita presente permette di spalancarsi in trepida attesa del domani. Ogni testo è corredato di domande utili per leggere, rileggere e comprendere appieno il suo contenuto, e da esercizi di scrittura finalizzati a esercitare le tue competenze di scrittore di testi che raccontino aspetti della tua persona, dei tuoi interessi e delle tue passioni. Testi che, attraverso la forma narrativa e descrittiva, facciano emergere pensieri, paragoni e memorie del tuo vissuto. Anche tu così puoi lasciare una traccia delle tue esperienze che altri potrebbero leggere e sulle quali tu stesso potrai ritornare… A/R.


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HEINRICH SCHLIEMANN Sulle orme di Achille ed Ettore Le origini Se comincio con la storia della mia vita non sono mosso da vanità, ma dal desiderio di mettere in chiaro che tutto il lavoro degli anni successivi fu determinato dalle impressioni della mia primissima infanzia, e che anzi esse ne furono la conseguenza necessaria; si potrebbe dire che il piccone e la pala per gli scavi di Troia e delle tombe regali di Micene furono già forgiati1 e affilati nel piccolo villaggio tedesco dove ho passato otto anni della mia prima giovinezza. Così non mi sembra superfluo raccontare come sono entrato a poco a poco in possesso dei mezzi grazie ai quali nell’autunno della vita potei eseguire i grandi progetti che avevo tracciato quand’ero un povero fanciulletto. Sono nato il 6 gennaio 1822 nella cittadina di Neubuckow, nel Mecklemburgo-Schwerin2 dove mio padre, Ernst Schliemann, era predicatore protestante e donde egli partì nel 1823, quando fu chiamato con lo stesso ufficio alla parrocchia di Ankershagen, villaggio situato fra Waren e Penzlin nello stesso granducato. Qui vissi gli otto anni seguenti, e la mia naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose divampò in una vera passione a causa dei prodigi che avvenivano in quel villaggio. Si diceva che nel nostro giardino si aggirasse lo spirito del predecessore di mio padre, pastore von Russdorf; e subito dietro il giardino c’era un piccolo stagno, chiamato «Scodella d’argento», dal quale a mezzanotte emergeva il fantasma di una fanciulla con una scodella d’argento in mano. Inoltre il villaggio aveva un piccolo colle cinto da un fossato, una tomba risalente forse all’antica età pagana, una cosiddetta tomba del gigante in cui secondo la leggenda un antico cavaliere masnadiero3 aveva sepolto il figlio prediletto in una culla d’oro. Si diceva che immensi tesori fossero nascosti vicino alle rovine di un’antica torre rotonda nel giardino del grande proprietario del luogo; io ero così fermamente convinto della loro esistenza che quando sentivo mio padre lamentarsi delle sue difficoltà finanziarie gli chiedevo

1 forgiati: plasmati, fabbricati. 2  Mecklemburgo-Schwerin: territorio tedesco sulle coste del mar Baltico, suddiviso nelle due regioni di Schwerin e Strelitz. Quando vi nacque Schliemann, costituiva uno Stato retto dal granduca Federico Francesco di Schwerin. 3 masnadiero: uomo d’arme. La masnada in epoca feudale era una compagnia d’arme formata da persone della servitù che per grazia ottenevano la concessione di feudi in cambio dei loro servigi.


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meravigliato come mai non si voleva arricchire scavando la scodella d’argento o la culla d’oro. Ad Ankershagen c’era anche un castello medievale con passaggi segreti nelle mura larghe sei piedi e un cammino sotterraneo lungo un buon miglio tedesco1; dicevano, che portava sotto il profondo lago di Speck; era popolato da terribili fantasmi, e tutti gli abitanti del villaggio parlavano tremando di questi orrori. […] Pur non essendo né un filologo né un archeologo, mio padre s’interessava con passione della storia antica; spesso mi raccontava con caldo entusiasmo della tragica scomparsa di Ercolano e di Pompei e sembrava considerare fortunatissimo chi aveva i mezzi e il tempo di visitare gli scavi di quelle città. Spesso mi raccontava ammirato anche le gesta degli eroi omerici e i fatti della guerra di Troia, e trovava sempre in me un fervido paladino della causa troiana. Seppi da lui con dispiacere che la distruzione di Troia era stata così totale che la città era scomparsa dalla terra senza lasciar traccia. Ma quando, per il Natale del 1829 (avevo quasi otto anni), egli mi regalò la Storia universale per i ragazzi del dottor Georg Ludwig Jerrer, e trovai nel libro una figura di Troia in fiamme, con le sue mura immense e la Porta Scea, Enea fuggente col padre Anchise sulle spalle e il piccolo Ascanio per mano, esclamai pieno di gioia: «Papà, ti sei sbagliato! Jerrer deve avere visto Troia, altrimenti non avrebbe potuto raffigurarla qui». «Figlio mio» rispose, «è soltanto un quadro fantastico». Ma quando gli chiesi se l’antica Troia aveva veramente mura così grosse, come erano mostrate nella figura, rispose di sì. «Papà», dissi allora, «se mura simili sono esistite, non possono essere state distrutte del tutto, ma saranno certamente nascoste dalla polvere e dai detriti dei secoli». Egli era di parere contrario, ma io restai fermo nella mia idea e alla fine concordammo che un giorno io avrei scavato Troia. […] A quattordici anni presi servizio come garzone nella piccola drogheria di Fürstenberg2. Nel mio lavoro dovevo vendere al dettaglio aringhe, burro, acquavite di patate, latte, sale, caffè, zucchero, olio, candele ecc., macinare patate per la distilleria, spazzare la bottega e compiere altri servizi simili. Il nostro negozio era così insignificante che tutte le nostre vendite di un anno non ammontavano a 3.000 talleri3; ci sembrava una fortuna eccezionale se nel corso di una giornata vendevamo merci per 10 o 15 talleri. Naturalmente qui venivo a contatto con i ceti più bassi della società. Dalle cinque del mattino fino alle undici di sera ero tanto occupato che non mi restava un minuto libero per studiare. Per di più dimenticavo rapidamente il poco che avevo imparato da bambino, ma non perdevo l’amo1 Il miglio tedesco è un’unità di misura corrispondente a 7.532 m. 2 Fürstenberg: cittadina del territorio tedesco Mecklemburgo-Schwerin. 3 talleri: grosse monete d’argento, già in uso fin dal XV secolo in alcuni stati della Germania, che ebbero larghissima diffusione e furono coniate da quasi tutti i principi europei, specialmente per commerciare con l’Oriente dove erano particolarmente apprezzate.


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re per la scienza – non lo perdetti mai –, e così non potrò dimenticare finché vivo quella sera che entrò nel negozio un mugnaio ubriaco, Hermann Niederhöffer. Era figlio di un pastore protestante di Röbel (Mecklemburgo) e aveva quasi compiuto gli studi al ginnasio di Neuruppin quando fu espulso dalla scuola per cattiva condotta. Il padre lo affidò come apprendista al mugnaio Dettmann di Güstrow; restato qui per due anni, egli andava poi girando come garzone mugnaio. Scontento della sua sorte, purtroppo il giovane si era dato presto al bere, ma non aveva dimenticato il suo Omero; e quella sera ci recitò non meno di cento versi di questo poeta, scandendoli con pieno pathos1. Sebbene non capissi una parola, quella lingua melodiosa mi fece un’impressione profonda e mi fece versare calde lacrime per la mia sorte infelice2. Tre volte egli dovette ripetermi i versi divini, e io lo ricompensai con tre bicchieri di acquavite3 che pagai volentieri con i pochi pfennige4 che costituivano tutto il mio avere. Da quel momento non cessai di pregare Dio perché nella sua grazia mi accordasse la fortuna di imparare il greco. Fatta fortuna come commerciante, nel 1868 Schliemann decide di ritirarsi dagli affari e d’investire tutto il suo patrimonio per verificare l’ipotesi che, attraverso racconti e letture, si era resa sempre più affascinante: la collocazione dell’antica città di Troia in Turchia, presso la collina di Hissarlik. Così vi dà inizio agli scavi archeologici, seguendo le descrizioni puntuali fatte da Omero nell’Iliade, che gli permetteranno dopo anni di ricerche di ritrovare l’antica città di Priamo, davanti a cui Ettore e Achille si erano sfidati, dimostrando che «gli avvenimenti narrati nei divini poemi omerici si fondano su fatti reali».

Il ritrovamento […] Confesso che non riuscii a contenere la mia commozione quando vidi davanti a me l’immensa pianura di Troia, la cui immagine era apparsa ai miei occhi già nella prima fanciullezza. […] Quando mi trovai sul tetto di una casa, con l’Iliade in mano, e osservai il panorama, mi pareva di vedere sotto di me la flotta, il campo e le assemblee dei Greci, Troia e la rocca di Pergamo sull’altura di Hissarlik, le marce e le contromarce e le battaglie delle truppe nella pianura fra la città e il campo. 1 pathos: in greco ‘sofferenza’, ha assunto il significato di intensità emotiva, trasporto e commozione. 2 per la mia sorte infelice: Schliemann era stato costretto ad abbandonare gli studi classici e a mettersi a lavorare a causa di grossi problemi economici che avevano colpito il padre. 3 acquavite: liquore ad alta gradazione alcolica. 4 pfennige: plurale di pfennig, moneta corrispondente alla centesima parte del marco, la moneta tedesca allora in uso.


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Per due ore feci sfilare davanti ai miei occhi i fatti principali dell’Iliade, finché l’oscurità e una gran fame mi costrinsero a scendere. […] La mia cara moglie, un’ateniese entusiasta di Omero che sa quasi a memoria l’Iliade, assiste agli scavi da mattina a sera. […] Delle terribili difficoltà degli scavi fra le masse di pietra di Hissarlik può farsi un’idea soltanto chi vi ha assistito e chi ha visto come sia lungo e faticoso dapprima staccare le pietre più piccole attorno a dei blocchi enormi, poi scavare sotto il blocco, metterci la «capra1», sollevarlo e farlo rotolare nel fango del canale fino alla china. Ma le difficoltà non fanno che accrescere il mio desiderio di raggiungere finalmente – dopo tante delusioni2 – lo scopo che mi prefiggo e di dimostrare che l’Iliade è fondata su fatti reali e che alla grande nazione greca non si deve togliere la corona della sua gloria3. Non risparmierò né fatiche né spese per arrivarci. […] Si lavora alacremente dall’alba al tramonto, perché ho tre sorveglianti capaci, e mia moglie e io siamo sempre fra gli operai. Tuttavia non posso far conto di asportare ogni giorno più di trecento metri cubi di terra, perché la distanza si allunga sempre, raggiungendo in alcuni punti già ottanta metri, e inoltre gli operai sono ostacolati dal continuo vento tempestoso del nord che ci getta in faccia la polvere e ci acceca. Questa tempesta continua si spiega forse in quanto il mar di Marmara e poi il mar Nero sono collegati con l’Egeo da un tratto di mare relativamente così stretto. Tempeste così incessanti non esistono in nessuna parte del mondo, e quindi Omero deve avere vissuto nella pianura di Troia perché altrimenti non avrebbe attribuito così spesso alla sua Ilio l’epiteto appropriato di “ventosa” o “tempestosa”, che non si riferisce mai ad altri luoghi. […] La grossa doppia porta da me riportata alla luce deve essere necessariamente la Porta Scea4. […] Essa è ottimamente conservata e non ne manca una sola pietra. Dunque accanto a questa doppia porta, sopra la grande porta di Ilio, al margine della scoscesa china occidentale, sedettero Priamo, i sette anziani della città ed Elena: qui si svolse la scena più mirabile dell’Iliade. Di qui il gruppo osservava tutta la pianura e vedeva ai piedi di Pergamo gli eserciti dei Troiani e degli Achei, riuniti per concludere il patto in base al quale un duello fra Paride e Menelao avrebbe deciso la guerra.

1 capra: struttura formata da travi disposte a piramide legate al vertice, a cui è attaccato un apparecchio di sollevamento. 2 dopo tante delusioni: le ricerche di Schliemann durano anni e spesso egli è costretto a ricredersi sulla natura dei resti da lui ritrovati. 3 la corona della sua gloria: il riconoscimento della sua grandezza basata sull’eroicità del suo passato narrato nell’opera omerica. 4 Porta Scea: celebre porta delle mura dell’antica città di Troia, citata da Omero nell’Iliade.


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1. Schliemann, famoso archeologo tedesco del XIX secolo che scoprì i resti dell’antica città di Troia, nelle relazioni dei suoi scavi archeologici descrive gli avvenimenti che hanno segnato la sua infanzia e afferma che «Tutto il lavoro degli anni successivi fu determinato dalle impressioni della mia primissima infanzia»: sottolinea nel testo le frasi che descrivono da cosa è affascinato Schliemann bambino e spiega quale passione divampa in lui. 2. A causa di grossi problemi economici che colpiscono la sua famiglia, Schliemann lascia gli studi per lavorare come garzone in una piccola drogheria. Di cosa si dispiace e quale avvenimento accade ridestando in lui la passione già nata nella sua infanzia? Rispondi facendo precisi riferimenti al testo. 3. Divenuto ricco, nella speranza di poter realizzare il suo più grande desiderio fin da bambino, Schliemann decide d’investire tutti i suoi beni nella ricerca dell’antica città di Troia. Individua nel testo cosa lo guida nella sua ricerca e chi lo accompagna in essa. 4. Schliemann rimane incantato dai racconti a lui tramandati. Ti è mai capitato di essere conquistato da una storia a te narrata? Racconta tale esperienza, specificando chi te l’ha narrata e cosa ti ha colpito in modo particolare.

5. Schliemann precisa che il racconto della sua vita nasce dall’intento di mostrare come il desiderio e le capacità che l’hanno portato a compiere il suo lavoro da grande si siano forgiate durante la sua fanciullezza. Ripensa alla tua infanzia e alla tua esperienza presente: c’è qualcosa o qualcuno che ha destato o desta in te un grande interesse? Ha fatto emergere una tua particolare predisposizione? Racconta e commenta. 6. Nelle sue lunghissime ricerche Schliemann non è solo, ma è sempre accompagnato dalla «cara moglie»: descrivi la persona da cui ti senti accompagnato nel perseguire ciò a cui tieni di più. Come ti aiuta? 7. Nella sua ricerca archeologica Schliemann è guidato dal racconto di Omero che fin da bambino ha intuito essere così significativo da non poter essere solamente inventato. Racconta di quel testo che si è rivelato talmente significativo per te da diventare una guida nel modo di guardare la quotidianità. 8. Il desiderio di Schliemann bambino, perseguito con tenacia e spirito di sacrificio, si realizza pienamente, dando un contributo eccezionale agli studi storici e letterari. Anche a te piacerebbe lasciare un segno nella storia? Immaginati adulto e racconta chi sei e cosa fai.


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ALBA DE CÉSPEDES Ero ancora una bambina Avvenne quando io avevo poco più di sei anni, in autunno. C’era già in ogni cosa la rassegnata1 tristezza della stagione. Le strade, le case, gli alberi andavano cambiando aspetto e colore. Anch’io, per la prima volta, risentivo del doloroso trapasso2 che era nell’aria: avevo cambiato umore, non giocavo più. A lungo restavo chiusa nella mia camera, quasi al buio, contemplavo le rondini che rasentavano3 con le ali grevi4 il davanzale e gridavano. Smagrivo, impallidivo, e i grandi, se ero nervosa, dicevano: «È il tempo» oppure dandomi un buffetto sulle guance: «È l’autunno». Perciò io rimasi sconvolta e impaurita all’arrivo di questa stagione come se fosse un personaggio misterioso e crudele. Tuttavia ero obbligata a uscire, andare ai giardini dove altre bimbe, come me taciturne e malinconiche, passeggiavano tirate per mano dalle governanti, facendo scricchiolare le foglie gialle dei platani. Pesava ovunque attorno un silenzio grigio e temporalesco; ma verso il tramonto, improvvisamente, gli uccelli nascosti tra i fitti rami degli alberi si mettevano a urlare forte forte come per ribellarsi, poi tacevano di colpo e s’addormentavano. La governante mi accompagnava in silenzio. E io mi sentivo colpevole verso di lei, poiché sapevo di trarla in inganno; ella conduceva per mano una bambina finta, un fantoccio. Io, dentro, ero un’altra. In me si agitava infatti un favoloso mondo di personaggi invisibili e tremendi come le stagioni. Ma la governante non se ne avvedeva5. Nessuno immaginava nulla, nessuno intuiva. Avevo scoperto da poco che esistevano i pensieri e i ricordi e da essi ero rimasta affascinata. Mi piaceva immaginare vicende, scene stravaganti e curiose, attentamente osservando quali sensazioni esse suscitavano in me: preferivo i fatti e i pensieri malinconici e su questi più a lungo indugiava la mia fantasia. Spesso andavo a chiudermi in camera mia, mi rifugiavo alla finestra, seguivo attenta i mutevoli arabeschi6 delle nuvole e quel continuo farsi e disfar-

1 rassegnata: che accetta senza ribellarsi o protestare imposizioni, rinunce, perdite, dolori o danni. 2 trapasso: passaggio da una condizione a un’altra. 3 rasentavano il davanzale: passavano vicinissimo, quasi toccando il davanzale. 4 grevi: pesanti, per la pena di dover emigrare. 5 non se ne avvedeva: non se ne accorgeva. 6 arabeschi: disegni fantasiosi, che ricordano i decori stilizzati dell’arte araba.


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si di forme sferzava1 la mia immaginazione. S’udivano rapidi gli stridi2 delle rondini, mentre dolcemente imbruniva. A quell’ora invece il mio pensiero s’illuminava e io cominciavo a sentirmi eccitata, sconvolta da un malessere simile a quello che precede una malattia. S’agitava nella mia mente una massa confusa di parole, parole nuove delle quali il senso m’era pressoché sconosciuto, ma il suono mi conquistava; era una bella musica. Quel giorno alla fine del mese di ottobre, il cuore mi pesava di più del solito, duri palpiti3 mi chiudevano la gola. Era la tristissima ora del crepuscolo e la luce livida4 che entrava dalla finestra aggravava il mio turbamento. M’accorgevo che non ero più quella di prima, quella che i miei genitori amavano. Un’altra me stessa stava nascosta nel mio petto. Irrequieta incominciava a parlare mentre io, immobile, le mani in grembo, lasciavo che mi passassero negli occhi nubi e rondini. Dolorosamente sbocciavano in me le belle parole, si univano, formavano frase, coppia, zampillavano tanto rapidamente che non facevo in tempo a registrarle; ne ripetevo tre o quattro, svelta, tra i denti, per non dimenticarle. In punta di piedi andai alla scrivania, presi la carta, la matita, poi mi accoccolai in un divanetto di seta celeste, sotto la finestra. In fretta scrissi coi miei caratteri ancora incerti e approssimativi; e però scrivere non era faticoso come a scuola: i miei pensieri così disegnati sulla carta, sembravano uccellini rinchiusi in una rete. Quando ebbi scritta l’ultima frase sul foglio strettino, soddisfatta lo guardai: compresi allora dal modo nel quale le frasi erano disposte, che avevo scritto una poesia. Rimasi sgomenta. Era una cosa grave, certo, colpevole, di quelle che non si possono fare senza domandare il permesso. Sarei stata punita, di sicuro, già udivo passi nel corridoio, non c’era scampo. S’aprì infatti la porta e la governante apparve: «Che cosa fai al buio?» Non risposi, girai gli sguardi attorno e m’avvidi5 che infatti la camera era caduta nell’oscurità e dalla finestra si vedevano le prime stelle tremare nel cielo spento.6 «Che fai, ho detto!» Io seguitavo a tacere. La lampada s’accese. «Che cos’hai in mano?» Capii che era venuto il momento, confessai con un filo di voce: «Una poesia».

1 sferzava: frustava, colpiva. 2 stridi: versi striduli. 3 palpiti: letteralmente battiti del cuore, in senso figurato vivo moto dell’animo dovuto a un forte sentimento. 4 luce livida: di colore smorto, indefinito tra il grigio scuro, il violaceo e il verdastro. 5 m’avvidi: mi accorsi. 6 cielo spento: senza più la luce del sole.


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Ella se ne impadronì, spense la luce e disparve. Io mi rincantucciai, sbigottita, sul divanetto, aspettando la punizione. Sapevo che, per castigo, mi avrebbero rinchiusa nella camera oscura e non me ne rattristavo: lì, almeno, nessuno mi avrebbe impedito di pensare. Forse sarei riuscita a portare con me la carta e la matita. S’aprì di nuovo la porta e papà apparve col mio foglietto in mano. Provai un arresto al cuore e impallidii. Doveva essere una cosa grave davvero se avevano disturbato papà che stava sempre chiuso nel suo studio dove entravano tante persone importanti. Mi strinsi contro il muro atterrita. Papà non accese il lume; vidi nel buio avanzare i suoi grandi occhi neri, brillanti dietro gli occhiali. «Alba» egli disse «sei tu che hai scritto questo?» Bisognava negare, difendersi, tentare di salvarsi, salvarsi. Ma a lui non potevo dire bugie. «Sì» risposi; e aggiunsi in fretta: «Ma non lo faccio più, te lo giuro, non lo faccio più, non potevo farne a meno, era terribile, avevo un peso nel petto, un dolore forte, stavo male, veramente male, oh, credimi, papà!» Amorevolmente, egli sedette accanto a me, mi prese il mento con le dita: poi si tolse gli occhiali e mi guardò. Vidi che i suoi occhi erano umidi e mi fissavano compassionevoli, quasi, con uno sguardo che gli avevo visto usare solo verso le persone grandi. «È molto bella» disse «la tua poesia».


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1. La protagonista, poetessa, narratrice e giornalista italiana del XX secolo, racconta di quando, bambina, passeggiando per i giardini, guarda e ascolta l’autunno che avanza: come lo descrive? di cosa si accorge? quali pensieri ed emozioni la assalgono? 2. Nella giovane poetessa sta accadendo qualcosa di straordinario, che ha inizio in quel giorno di fine ottobre: cosa sta scoprendo di sé? Sottolinea le frasi più significative per la risposta. 3. L’autrice racconta di quando, a poco più di sei anni, ha scritto la sua prima poesia e descrive come emerge questo suo talento particolare. Prova a scoprire nel testo cosa le accade prima di arrivare a scrivere la poesia. 4. Raccontando del momento in cui scrive la sua prima poesia Alba de Céspedes fa emergere gli elementi fondamentali di una composizione poetica: in cosa consistono? Elencali sul quaderno. 5. Da quel che hai capito perché Alba de Céspedes pensa di dover essere punita per aver scritto una poesia? 6. Come cerca di giustificarsi quando il padre le chiede se è lei ad aver scritto la poesia? 7. Come si comporta il padre quando scopre che sua figlia ha composto una poesia? Secondo te perché? 8. Alba de Céspedes bambina pensa che in lei stia nascendo un’altra persona perché ha appena scoperto l’esistenza dei pensieri e dei ricordi che sembrano condurla in un altro «favoloso mondo». C’è stato anche per te un momento in cui hai scoperto le potenzialità del tuo pensiero? Racconta.

9. «Era la tristissima ora del crepuscolo e la luce livida che entrava dalla finestra aggravava il mio turbamento. M’accorgevo che non ero più quella di prima… Un’altra me stessa stava nascosta nel mio petto». Racconta quella volta in cui ti sei accorto/a di un eccezionale cambiamento in te, provocato da qualcosa che stava accadendo fuori da te. 10. Il testo si conclude con la frase in cui la giovane autrice spiega il motivo che l’ha portata a scrivere la sua prima poesia dicendo: «non potevo farne a meno». Racconta di quando ti è capitato di sentire la necessità di mettere per iscritto i tuoi pensieri e precisa chi era l’interlocutore a cui hai rivolto il tuo testo. 11. L’esperienza vissuta da Alba de Céspedes di non poter fare a meno del proprio linguaggio espressivo è proprio degli artisti: uno scrittore irlandese, Colum McCann, biografo del celebre ballerino Rudolf Nureyev, immagina che il danzatore scriva una lettera sulla sua amata danza, in cui esprime il valore che essa ha per lui. Ti proponiamo di leggere la lettera:


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COLUM MCCANN Rudolf Nureyev: la sua danza Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte1 ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi portava sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, la fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni2, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora3, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo4, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo e tenevo l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola,

1 consunte: consumate. 2 audizioni: provini per selezionare gli artisti. 3 canfora: composto organico, sostanza cristallina bianca dal caratteristico odore pungente utilizzata come antitarme e come antisettico ed eccitante delle funzioni circolatorie e respiratorie. 4 credo: l’insieme dei principi e delle convinzioni di una persona.


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studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava tutto perché era ubriaca1 del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione2 dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo3, in silenzio, ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e, dopo tredici anni, mi dettero la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi in cui danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia4 non perdona, e il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza, la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare. Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera.

1 ubriaca: in questo caso in senso figurato esaltata dal fortissimo sentimento provato nel danzare. 2 sublimazione: l’azione di rendere qualcosa sublime, grandiosa. 3 succhiavo: in questo caso in senso figurato imparavo osservando con desiderio. 4 questa malattia: Nureyev si era ammalato di Aids, a causa delle cui complicazioni morirà all’età di 55 anni.


Colum McCann

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È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita.

1. Rudolf Nureyev è considerato uno dei più grandi ballerini del XX secolo; sottolinea sul testo le affermazioni che fanno capire quale sia l’origine della sua eccezionale passione per la danza. 2. Individua nel testo le frasi che evidenziano i sacrifici che Nureyev affronta per poter danzare. 3. Sottolinea gli aspetti che differenziano la ballerina Elèna Vadislowa e Rudolf Nureyev. 4. A seguito del suo primo spettacolo, da cui partirà la sua splendida carriera, Nureyev dice: «Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare». Cosa rappresenta per Nureyev la danza? Cerca nel testo tutte le espressioni che fanno capire come per il ballerino danzare sia un bisogno e non un desiderio di apparire. 5. Nella parte finale della lettera il ballerino parla della sua malattia. Evidenzia le frasi che fanno cogliere come in lui, nonostante sia «intrappolato su una carrozzina», la passione per la danza non sia venuta meno. 6. Al termine della sua lettera Nureyev afferma che «Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare»: qual è il significato di queste parole? 7. Immagina di essere il biografo di una persona che stimi e a cui ti ispiri: immedesimandoti in lui scrivi una lettera a suo nome su ciò che ritieni abbia di più caro, a imitazione di quella che hai appena letto.


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Pagine autobiografiche

PIERLUIGI CAPPELLO Parassita «Che cos’è un parassita?» gli chiese la professoressa Agolzer, formulando la domanda quasi come fosse rivolta a sé stessa piuttosto che a lui. «Un parassita è un essere vivente che vive alle spalle di altri esseri viventi» rispose Piero con una certa sicurezza, sollevato dal fatto che gli fosse toccata una domanda così semplice. «Allora Mauro, che in questo momento vive alle tue spalle, è un parassita. E Fabrizio, che vive alle spalle di Mauro, è il parassita di Mauro. Mentre laggiù Elena, che è l’ultima della fila e alle spalle ha solo la parete e il cartellone del corpo umano, non è afflitta da alcuna forma di parassitismo, giusto?» Silenzio. Piero si girò, contemplando sconfortato il viso pienotto e inespressivo di Elena e il cartello del corpo umano. La sua sicurezza si stava rapidamente trasformando in inquietudine, la definizione che aveva prodotto giaceva a pezzi nel fondo della sua mente confusa, sgretolata1 da una frase di un’evidenza cristallina. «Un parassita è…» «…» «Un parassita è…» «…» A questo punto il silenzio si fece solido e l’inquietudine di Piero divenne la disperazione del naufrago. Si era girato più volte verso di me, la faccia rossa, le orecchie arroventate, incontrando una mia generica espressione di solidarietà, ma niente che potesse somigliare al salvagente di un suggerimento. Anzi, dopo un paio di sguardi avevo chinato la testa sul libro, mantenendo i miei occhi fissi sul banco, determinato a ignorare il naufragio che stava avvenendo a pochi metri da me. Non che fossi pavido2, passavo i compiti ogni volta che potevo, ed era già un’impresa quando la professoressa Agolzer, cui non sfuggiva quasi niente, se ne stava rintanata in cattedra. Figurarsi adesso, con il suo sguardo prensile3 così vicino. Sarebbe stato un suicidio e suicidio fu. La terza volta che la domanda echeggiò4 nel vuoto, sollevai lo sguardo trovando lo sguardo di Piero e

1 sgretolata: frantumata, in senso figurato distrutta. 2 pavido: pauroso. 3 prensile: che ha la capacità di afferrare e stringere, in senso figurato capace di cogliere, captare. 4 eccheggiò: risuonò.


Pierluigi Cappello

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provai ad abbozzare1 un suggerimento, finendo immediatamente arpionato2 dalla professoressa. «Bene, Pierluigi, dato che la tua voglia di dire che cos’è un parassita sembra così incontenibile (incontenibile? A me pareva di essere stato più prudente di una guida sioux…) regala il tuo sapere ai compagni». «Un parassita è un essere vivente che vive a spese di un altro essere vivente» azzardai, con una voce tremolante quanto la grafia di un centenario. La professoressa Agolzer sgranò gli occhi, ma si trattenne dallo sgranarli sull’intera classe; per un momento, venni investito da tutto il gelo del suo sguardo, poi le sue labbra sembrarono sorridere. «La tua definizione di parassita è meno disastrosa di quella del tuo compagno, ma resta comunque una definizione barbara3, manchevole di molti elementi. Diciamo che ti ha salvato quel “a spese” che hai buttato lì nella frase, non so quanto consapevolmente, ma diciamo anche che resta una definizione molto lontana dall’oggetto che stiamo trattando» disse pressappoco così, già rivolgendosi alla classe. Poi ricominciò: «Intanto bisogna partire dall’origine della parola, e questo né Piero né Pierluigi potevano saperlo: parassita viene dal greco, e precisamente da parásitos, che vuol dire commensale, qualcuno che sta vicino al cibo, insomma. E già da qui dovreste capire che, se c’è una mensa, ci deve essere anche un ospite, perché un commensale senza un ospite non è più un commensale, non è più un parásitos, giusto?». Nel dire questo suscitò l’attenzione della classe, ventiquattro o venticinque faccine stavano sospese nel silenzio. «Ma un parassita» proseguì «è un commensale molto particolare. È uno scroccone, uno di quelli che si infilano, non invitati, nelle feste e mangia a sbafo, più che può. Di più: se è lì alla festa, gli invitati, quelli veri, pensano che sia un invitato anche lui, dal momento che è l’ospite colui che regola le relazioni fra le persone. Perché molte persone non si conoscono fra loro ma tutte si riconoscono nel fatto che sono state invitate a quella festa e non a un’altra, da quell’ospite e non da un altro. E allora che succede? Che gli invitati lasciano fare allo scroccone quello che gli pare: mangiare, ballare, bere fino alla sazietà». La professoressa Agolzer si fermò e le ventiquattro o venticinque faccine si fermarono con lei. Riprese il discorso tornando in cattedra: era il segnale che, per quel giorno, non ci sarebbero state altre interrogazioni dal posto. «Con questa storiella abbiamo messo insieme quasi tutti i mattoni utili per dare una buona definizione di parassita: c’è un ospite, c’è un commensale ma è un commensale scroccone, c’è una mensa o una festa, scegliete la parola che preferite, ci sono gli invitati e c’è il concetto di relazione o rapporto — anche in questo caso fate come sopra — e, soprattutto, invitati, ospite e commensale hanno una cosa in comune: nascono, si nutrono, crescono, si riproducono e muoiono. Sono degli esseri viventi, insomma; o, meglio, sono degli organi1 abbozzare: accennare. 2 arpionato: colpito da un arpione, in senso figurato catturato, caduto nelle grinfie. 3 barbara: rozza, incolta.


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smi viventi. Siamo noi, ed è il più piccolo dei batteri1. Quindi proviamo a darla questa definizione: un parassita è un organismo o un’entità biologica che vive a spese…» e qui ebbi l’impressione che guardasse solo me con l’azzurro dei suoi occhi «di un organismo di specie diversa che si chiama ospite, utilizzandolo come una nicchia ecologica e affidandogli in parte o in tutto il compito di regolare i rapporti con l’ambiente esterno. Ecco. Questa è una definizione accettabile di parassita. Che cosa abbiamo imparato dal nostro parásitos, oggi? Che le parole sono pesanti e ognuna di esse ha una storia, che alcune stanno legate fra loro in rapporti di parentela e che, quindi, vanno aperte come fossero delle noci. E come nelle noci si trova il gheriglio2, allo stesso modo, una volta aperte, dentro le parole troviamo il concetto. E il concetto serve a orizzontarci con sicurezza dentro il nostro stesso pensare il mondo, non vi pare?»

1 batteri: microorganismi unicellulari. 2 gheriglio: parte interna commestibile della noce.


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1. L’autore è un poeta friulano contemporaneo, da poco scomparso, che, in questo brano, ci racconta di un episodio accaduto quando frequentava la terza media. Il contesto è un’ora scolastica di scienze in cui l’autore viene interrogato. Sottolinea nel testo le frasi che descrivono il comportamento degli studenti in quella situazione. 2. La professoressa giudica «barbara» la risposta del giovane Cappello: sottolinea la frase che ne evidenzia il motivo. A quale termine utilizzato dal ragazzo, la docente si aggancia per iniziare la spiegazione? 3. Quale percorso la docente intraprende per spiegare il concetto di parassita? Fai un sommario che restituisca in modo schematico la spiegazione. 4. A conclusione della spiegazione della definizione, cosa sottolinea l’insegnante di scienze rispetto al valore dell’etimologia delle parole? 5. Cosa c’entra questa lezione di scienze con la professione che Cappello intraprenderà? Scrivi un breve testo espositivo, riflettendo sull’importanza delle parole per un poeta. 6. Cappello mostra come si possano scoprire interessi personali anche in circostanze apparentemente distanti dal proprio ambito di interesse. Ti è mai successa un’esperienza simile? Racconta. 7. L’esperienza scolastica permette di scoprire o prendere maggiore consapevolezza di aspetti di sé nel rapporto con i compagni e gli insegnanti. Racconta di quella volta in cui durante una lezione in classe hai scoperto una tua inclinazione o un aspetto del tuo carattere.


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PRIMO LEVI Una scelta scientifica Era gennaio. Enrico mi venne a chiamare subito dopo pranzo: suo fratello era andato in montagna e gli aveva lasciato le chiavi del laboratorio. Mi vestii in un attimo e lo raggiunsi in strada. Avevamo sedici anni, ed io ero affascinato da Enrico. Non era molto attivo, e il suo rendimento scolastico era scarso, ma aveva virtù che lo distinguevano da tutti gli altri della classe, e faceva cose che nessun altro faceva. Possedeva un coraggio tranquillo e testardo, una capacità precoce di sentire il proprio avvenire e di dargli peso e figura1. Rifiutava (ma senza scherno) le nostre interminabili discussioni; non era volgare, non si vantava delle sue capacità sportive e virili, non mentiva mai. Era consapevole dei suoi limiti, ma non accadeva mai di sentirgli dire (come tutti ci dicevamo l’un l’altro, allo scopo di trovare conforto o di sfogare un malumore): «Sai, credo proprio d’essere un idiota». Era di fantasia pedestre2 e lenta: viveva di sogni come tutti noi, ma i suoi sogni erano saggi, possibili, contigui alla realtà, non romantici, non cosmici3. Non conosceva il mio tormentoso oscillare dal cielo (di un successo scolastico o sportivo, di una nuova amicizia, di un amore rudimentale e fugace) all’inferno (di un brutto voto, di un rimorso, di una brutale rivelazione d’inferiorità che pareva ogni volta eterna, definitiva). Le sue mete erano sempre raggiungibili. Sognava la promozione, e studiava con pazienza cose che non lo interessavano. Voleva un microscopio, e vendette la bicicletta da corsa per averlo. Voleva essere un saltatore con l’asta, e frequentò la palestra per un anno tutte le sere, senza darsi importanza né slogarsi articolazioni, finché arrivò ai metri 3,50 che si era prefissi, e poi smise. Più tardi, volle il danaro per vivere tranquillo, e lo ottenne dopo dieci anni di lavoro noioso e prosaico4. Non avevamo dubbi: saremmo stati chimici, ma le nostre aspettazioni5 e speranze erano diverse. Enrico chiedeva alla chimica, ragionevolmente, gli strumenti per il guadagno e per una vita sicura. Io chiedevo tutt’altro: per me

1 peso e figura: valore e immagine. 2 pedestre: di basso livello, non spiccata. Letteralmente l’aggettivo pedestre significa ‘ che va apiedi’. 3 non romantici, non cosmici: non idealistici, non grandiosi fino ad abbracciare l’Universo. 4 prosaico: insignificante, privo di ideali. 5 aspettazioni: aspettative, attese.


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la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, simile a quella che, occultava il monte Sinai1. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo. Ero sazio di libri, che pure continuavo a ingoiare con voracità indiscreta, e cercavo un’altra chiave per i sommi veri2: una chiave ci doveva pur essere, ed ero sicuro che non l’avrei avuta dalla scuola. A scuola mi somministravano tonnellate di nozioni che digerivo con diligenza, ma che non mi riscaldavano le vene. Guardavo gonfiare le gemme in primavera, luccicare la mica3 nel granito, le mie stesse mani, e dicevo dentro di me: «Capirò anche questo, capirò tutto, ma non come loro vogliono. Troverò una scorciatoia, mi farò un grimaldello, forzerò le porte». Era snervante, nauseante, ascoltare discorsi sul problema dell’essere e del conoscere, quando tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi: il legno vetusto4 dei banchi, la sfera del sole di là dai vetri e dai tetti, il volo vano dei pappi5 nell’aria di giugno. Ecco: tutti i filosofi e tutti gli eserciti del mondo sarebbero stati capaci di costruire questo moscerino? No, e neppure di comprenderlo: questa era una vergogna e un abominio6, bisognava trovare un’altra strada. Saremmo stati chimici, Enrico ed io. Avremmo dragato7 il ventre del mistero con le nostre forze, col nostro ingegno. Questo essendo il nostro programma, non ci potevamo permettere di sprecare occasioni. Il fratello di Enrico era studente in chimica, e aveva installato un laboratorio in fondo a un cortile. Il laboratorio era rudimentale. C’era un bancone piastrellato, poca vetreria, una ventina di bocce con reattivi8, molta polvere, molte ragnatele, poca luce e un gran freddo. Lungo tutta la strada avevamo discusso su quello che avremmo fatto, ora che saremmo “entrati in laboratorio”, ma avevamo idee confuse. Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel

1 monte Sinai: monte in Egitto su cui il Libro biblico dell’Esodo racconta che il Profeta Mosè ricevette da Dio i Dieci comandamenti; la cui cima era sempre coperta di nuvole, segno della presenza di Dio. 2 per i sommi veri: per comprendere la verità profonda delle cose. 3 mica: minerale luccicante, che si sfalda facilmente. 4 vetusto: vecchio. 5 pappi: appendici piumose e leggere di alcuni frutti e semi, che in primavera volano per l’aria volteggiando trasportati dal vento, permettendone la diffusione. 6 abominio: infamia. 7 dragato: scavato, indagato fino a raggiungerne il fondo. Dall’inglese to drag ‘tirare, estrarre’. 8 bocce con reattivi: ampolle con componenti chimici.


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Pagine autobiografiche

laboratorio c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi1 lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen2 e ci mettemmo a lavorare. Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla il vetro si faceva debolmente luminoso. A questo punto il tubo si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria3. Il tubo di vetro si poteva anche soffiare, questo però era molto meno facile. Si riusciva a chiudere l’estremità di un tubetto: soffiando poi con forza dall’altra estremità si formava una bolla, assai bella a vedersi e quasi perfettamente sferica, ma dalle pareti assurdamente sottili. Per poco che si eccedesse nel soffiare, le pareti assumevano l’iridescenza4 delle bolle di sapone, e questo era un segno sicuro di morte: la bolla scoppiava con un colpetto secco, i frammenti si disperdevano a terra con un tenue brusio di cocci d’uovo. Dopo un’ora di lotta col vetro, eravamo stanchi ed umiliati. Avevamo entrambi gli occhi infiammati ed aridi per il troppo guardare il vetro rovente, i piedi gelati e le dita piene di scottature. D’altronde, lavorare il vetro non è chimica: noi eravamo in laboratorio con un altro scopo. Il nostro scopo era quello di vedere coi nostri occhi, di provocare con le nostre mani, almeno uno dei fenomeni che si trovavano descritti con tanta disinvoltura sul nostro testo di chimica. Mi guardai intorno, e vidi in un angolo una comune pila a secco5. Ecco quanto avremmo fatto: l’elettrolisi6 dell’acqua. Era un’esperienza di esito sicuro, che avevo già eseguito varie volte a casa: Enrico non sarebbe stato deluso. Presi acqua in un becher7, vi sciolsi un pizzico di sale, capovolsi nel becher due barattoli da marmellata vuoti, trovai due fili di rame ricoperti di gomma, li legai ai poli della pila, e introdussi le estremità nei barattoli. Dai capi saliva una minuscola processione di bollicine: guardando bene, anzi, si vedeva che dal catodo8 si liberava su per giù il doppio di gas che dall’anodo9.

1 mozziconi: pezzi, segmenti. 2 becco Bunsen: bruciatore a gas. 3 arbitraria: secondo la propria volontà e fantasia. 4 iridescenza: il colore dell’arcobaleno. 5 pila a secco: generatore di corrente senza l’impiego di liquidi. 6 elettrolisi: decomposizione chimica, dovuta alla corrente, di una sostanza in fusione o in soluzione, in questo caso dell’acqua: due parti di idrogeno (H) e una di ossigeno (O) secondo la formula H2O. 7 becher: cilindro di vetro con beccuccio. 8 catodo: polo negativo nel circuito elettrico. 9 anodo: polo positivo nel circuito elettrico. In questo caso al catodo giunge l’idrogeno, all’anodo l’ossigeno.


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Scrissi sulla lavagna l’equazione1 ben nota, e spiegai ad Enrico che stava proprio succedendo quello che stava scritto lì. Enrico non sembrava tanto convinto, ma era ormai buio, e noi mezzo assiderati; ci lavammo le mani, comperammo un po’ di castagnaccio e ce ne andammo a casa, lasciando che l’elettrolisi continuasse per proprio conto. Il giorno dopo trovammo ancora via libera. In dolce ossequio2 alla teoria, il barattolo del catodo era quasi pieno di gas, quello dell’anodo era pieno per metà: lo feci notare ad Enrico, dandomi più importanza che potevo, e cercando di fargli balenare il sospetto che, non dico l’elettrolisi, ma la sua applicazione, fosse una mia invenzione. Ma Enrico era di cattivo umore, e metteva tutto in dubbio. «Chi ti dice poi che sia proprio idrogeno e ossigeno?» mi disse con malgarbo. «E se ci fosse del cloro? Non ci hai messo del sale3?» L’obiezione mi giunse offensiva: come si permetteva Enrico di dubitare di una mia affermazione? «Ora vedremo» dissi: sollevai con cura il barattolo, del catodo, e tenendolo con la bocca in giù accesi un fiammifero e lo avvicinai. Ci fu una esplosione, piccola ma secca e rabbiosa, il barattolo andò in schegge (per fortuna lo reggevo all’altezza del petto, e non più in su), e mi rimase in mano l’anello di vetro del fondo. Ce ne andammo, ragionando sull’accaduto. A me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva4, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio idrogeno, dunque: lo stesso che brucia nel sole e nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli universi.

1 equazione: formula. 2 in dolce ossequio: in facile obbedienza. 3 sale: composto chimico formato da sodio e cloro. 4 retrospettiva: rivolta a quanto era successo.


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1. Primo Levi, chimico ebreo deportato nel lager di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, al suo ritorno in Italia diviene scrittore e poeta. In questo brano descrive la sua passione per la chimica e l’interesse per gli esperimenti scientifici. Individua nel testo le tre unità narrative in cui può essere suddiviso e dai un titolo a ognuna di esse. 2. Nella prima unità viene descritto l’amico Enrico: sottolinea tutte le frasi che indicano caratteristiche proprie del compagno. Quali differenze risaltano tra Enrico e Primo Levi? 3. «Non avevamo dubbi: saremmo stati chimici, ma le nostre aspettazioni e speranze erano diverse». In che cosa si distinguono le loro aspettative rispetto alla chimica? 4. Quale scopo affascinante perseguono Primo ed Enrico nel fare l’esperimento dell’elettrolisi dell’acqua nel laboratorio del fratello di quest’ultimo? 5. Perché all’accensione del fiammifero si verifica un’esplosione? Cosa ha voluto dimostrare Primo? Quali sentimenti prova? Da cosa è fortemente colpito? 6. «Tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi»: con questa affermazione l’autore fa intuire l’origine della ricerca scientifica e della sua passione per essa. Quale aspetto della realtà suscita in te il desiderio di svelarne il mistero? E, di conseguenza, quale disciplina scolastica senti più utile per soddisfare la tua curiosità? Scrivi un testo per esporre ai compagni le tue riflessioni. 7. «Una scelta scientifica»: quali inclinazioni e doti di personalità sono necessarie, secondo te, per una simile scelta? Riguardano solo la chimica o anche altre scienze? Confronta la tua risposta con quelle dei tuoi compagni, anche in dialogo con le insegnanti di italiano e di scienze. 8. Con l’aiuto del tuo docente di scienze approfondisci la disciplina di cui parla il testo: quale parte della realtà indaga la chimica? Quali scopi si prefigge? Di quali metodi si serve? 9. Anche a te è capitato di fare un esperimento nel laboratorio di scienze? Relazionalo e racconta cosa ti ha permesso di capire e scoprire.


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MARC CHAGALL Un bel giorno In quinta, ecco che cosa mi è capitato alla lezione di disegno. Un veterano del primo banco, quello che mi ha pizzicato più spesso, mi mostrò a un tratto un disegno su carta seta, una copia di «Niva1»: Fumatore. In pieno caos! Lasciatemi stare. Me ne ricordo appena, ma quel disegno che non era fatto da me, ma da quello scimunito, mi mandò immediatamente su tutte le furie. Uno sciacallo si stava risvegliando in me. Mi precipitai alla biblioteca, afferrai quella grossa edizione di «Niva» e mi misi a copiare il ritratto del compositore Rubinstein, sedotto dalle sue zampe di gallina e dalle sue rughe, o da una greca e altre illustrazioni; e forse ne improvvisai persino qualcuna. Incollai il tutto nella nostra camera da letto. Mi erano familiari il gergo di strada e le modeste parole del vocabolario corrente. Ma una parola così fantastica, letteraria, una parola venuta quasi da un altro mondo, la parola «artista», sì, forse l’avevo udita, ma nella mia città non è mai stata pronunciata. Era così lontana da noi! Da solo non avrei mai osato pronunciarla. Un giorno ricevetti la visita di un compagno che, dopo aver osservato la nostra camera e i miei disegni sul muro, esclamò: «Senti, ma tu sei dunque un vero artista?». «Che cos’è, un artista? Chi è un artista? E possibile che… anch’io?» Quello se ne andò senza spiegarmi nulla. Io mi ricordai subito che in qualche posto nella nostra città avevo visto, in effetti, una grande insegna, simile a quelle dei negozi: «Scuola di pittura e di disegno del pittore Pen». Pensai: “Il dado è tratto. Non mi resta che entrare in quella scuola e così diverrò artista”. E infrangerò per sempre l’illusione che nutre mia madre di far di me un commesso, un contabile o, meglio ancora, un fotografo ben sistemato. *** Un bel giorno (ma tutti i giorni sono belli), mentre mia madre stava mettendo il pane in forno, mi avvicinai a lei che teneva la paletta e afferrandola per il gomito infarinato le dissi: 1 «Niva»: settimanale illustrato russo fondato a Pietroburgo nel 1869. Ebbe una grande diffusione fino al 1917, quando cessò le pubblicazioni.


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«Mamma… vorrei fare il pittore. È finita, non posso più fare il commesso né il contabile. Basta. Non ho sentito invano che qualcosa stava per accadere. Lo vedi tu stessa, mamma, sono forse un uomo come gli altri? Cosa so fare? Vorrei essere pittore. Salvami, mamma. Vieni con me. Andiamo, andiamo! C’è un posto in città; se mi accettano e se concludo i corsi, sarò un artista fatto e finito. Sarei così felice!» «Cosa? Un pittore? Sei pazzo, tu. Lasciami mettere il pane in forno: non mi seccare. Ho il pane da fare». «Mamma, non ne posso più. Andiamo!» «Lasciami in pace». Alla fine è deciso. Andremo dal signor Pen. E se lui riconosce che ho del talento, allora ci si penserà. Ma in caso contrario… (Sarò pittore lo stesso, pensavo tra di me, ma per conto mio.) È chiaro, il mio destino è nelle mani del signor Pen, perlomeno agli occhi di mia madre, la regina della casa. Mio padre mi diede i cinque rubli, il costo mensile delle lezioni, ma li fece ruzzolare in cortile, e lì dovetti correre a raccoglierli. Avevo scoperto Pen nel momento in cui, sulla piattaforma del tramvai che correva in discesa verso piazza del Duomo, ero rimasto colpito da una iscrizione bianca su fondo blu: «Scuola di pittura di Pen». “Ah” pensai, “che città intelligente è la nostra Vitebsk!”. Decisi immediatamente di fare la conoscenza del maestro. In fondo, quell’insegna non era che una grande targa blu, in latta, del tutto simile a quelle che si vedono dappertutto sulla porta dei negozi. In effetti, nella nostra città, le piccole carte da visita, le piccole targhe alle porte non avevano alcun senso. Nessuno vi prestava attenzione.

PANETTERIA E PASTICCERIA GUREVIC: TABACCHI, OGNI SPECIE DI TABACCHI FRUTTERIA E DROGHERIA SARTORIA D’ARSOVIA LE MODE DI PARIGI SCUOLA DI PITTURA E DI DISEGNO DEL PITTORE PEN… Tutto questo è il commercio. Ma l’ultima insegna mi parve d’un altro mondo. Il suo colore blu è come quello del cielo. E trema al sole e sotto la pioggia. Dopo aver arrotolato i miei disegni laceri, tremante, emozionato, mi incammino verso lo studio di Pen, assieme a mia madre. Già salendo le scale ero inebriato, esaltato dall’odore dei colori e dei quadri. Ritratti da tutte le parti. La moglie del governatore della città. Il governa-


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tore stesso. Il signor L. e la signora L., il barone K. con la baronessa e molti altri. Li conoscevo? Studio pieno zeppo di quadri, dal pavimento fino al soffitto. Anche sull’impiantito sono ammucchiate pile di carta e di rotoli. Solo il soffitto resta libero. Sul soffitto, le ragnatele e la libertà assoluta. Ovunque teste greche in gesso, braccia, gambe, ornamenti, oggetti bianchi, e sono tutti coperti di polvere. Sento istintivamente che la via di questo artista non è la mia. Non so quale. Non ho il tempo di pensarci. La vivacità dei volti mi sorprende. È possibile? Salendo le scale, tocco i nasi, le guance. Il maestro non è in casa. Non dirò nulla delle espressioni e dei sentimenti di mia madre, che si trovava nello studio di un artista per la prima volta. Gettava occhiate in tutti gli angoli, lanciava ripetuti sguardi verso le tele. Bruscamente si gira verso di me e, quasi supplicando, ma con voce netta e chiara, mi dice: «Figlio mio, allora… Lo vedi bene: non potrai mai fare altrettanto. Torniamo a casa». «Aspettiamo, mamma!» Dentro di me, ho già deciso che non dipingerò mai così. Bisogna forse? È un’altra cosa. Ma cosa? Non lo so. Aspettiamo il maestro. Deve decidere la mia sorte. Dio mio! E se è di cattivo umore, taglierà corto: «È roba che non vale niente». (Tutto è possibile – preparati, con mamma, o senza di lei!) Non c’è nessuno nello studio. Ma nell’altra stanza qualcuno si muove. Un allievo di Pen, senza dubbio. Entriamo. Ci nota appena. «Buongiorno». «Buongiorno, se volete». A cavalcioni su una sedia, fa un disegno. Mi piace. Mia madre gli pone subito una domanda: «Ditemi, vi prego, signor S., che cos’è quest’affare, la pittura, niente male, vero?» «Eh! che vuole… Né bottega, né mercanzia…» Non ci si poteva aspettare una risposta meno cinica e meno volgare, è ovvio. Essa fu sufficiente per confermare a mia madre che aveva ragione e per versare dentro di me, ragazzotto balbuziente, qualche goccia di amarezza. Ma ecco il caro maestro. Mancherei di talento se non riuscissi a descrivervelo. Che sia piccolo, non fa niente. La sua figura è così più intima. Le punte della giacchetta pendono ad angolo verso le gambe. Volteggiano a destra, a sinistra, in alto, in basso e, con lo stesso ritmo, la catena dell’orologio tien loro dietro. La sua barbetta bionda, appuntita e mobile, traduce ora la malinconia, ora un complimento, un buongiorno.


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Noi ci facciamo innanzi. Lui saluta distrattamente. (Con deferenza si salutano soltanto il governatore della città e i ricconi). «Desiderate?» «Ecco, non so, io… lui vuol diventare pittore… È pazzo, certo! Guardate, per piacere, i suoi disegni… Se ha del talento, forse potrà valere la pena di prendere delle lezioni, altrimenti… Torniamo a casa, figlio mio». Pen non strizzava affatto l’occhio! (Cattivo, pensai, strizzami l’occhio!) Sfoglia macchinalmente le mie copie di «Niva» e borbotta: «Sì… ha disposizione…» Ah! tu… pensai fra me a mia volta. Certo, mia madre non capiva di più. Ma a me quello era bastato. Così ricevetti da mio padre alcune monete da cinque rubli e m’istruii nel corso di soli due mesi, nella scuola di Pen, a Vitcbsk. Che cosa vi facevo? Non lo so. Un gesso era appeso di fronte a me. Bisognava disegnarlo insieme agli altri. Mi mettevo alacremente al lavoro. Premevo la matita davanti agli occhi, misuravo, misuravo. Mai giusto. Il naso di Voltaire tende sempre verso il basso. Pen si avvicina. Vendevano dei colori nella bottega accanto. Avevo una cassetta dove i tubetti rotolavano qua e là come cadaveri di bimbi. Niente soldi. Andavo a fare i disegni all’altro capo della città. Più m’allontanavo, più avevo paura. Nel terrore di aver varcato la «frontiera» e di trovarmi in prossimità dei campi militari, i miei colori tendevano al blu, la mia pittura inacidiva. Dove sono quei disegni su grosse tele che stavano appesi sopra il letto di mamma: portatori d’acqua, casette, lanterne, processioni sulle colline? Sembra che, trattandosi di tele rozze, le abbiano distese in terra a guisa di tappeti. È buffo! Bisogna asciugarsi i piedi. In casa hanno appena lavato i pavimenti. Le mie sorelle pensano che i quadri siano fatti apposta per questo, soprattutto quando sono dipinti su grosse tele. Io ho sospirato e sono stato sul punto di strozzarmi. In lacrime ho raccolto le mie tele e le ho appese di nuovo alla porta, ma alla fine sono state portate nel granaio dove, coprendosi a poco a poco di terra, sono sprofondate quietamente per sempre. Nello studio di Pen solo io dipingevo col colore viola. Come mai? Da che mi viene? La cosa apparve di una tale audacia che, in seguito, ho frequentato la sua scuola gratuitamente finché essa non fu più per me, secondo l’espressione di S., né bottega né mercanzia. I dintorni di Vitebsk. Pen.


Marc Chagall

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La terra dove dormono i miei genitori – è tutto quel che mi resta di caro oggi. Amo Pen. Rivedo la sua figura tremolante. Vive nella mia memoria come mio padre. Spesso, quando penso alle strade deserte della mia città, lo vedo ora qui, ora là. Più d’una volta, dinanzi alla sua porta, alla soglia di casa sua, avrei voluto supplicarlo. Non ho bisogno di gloria, ma d’essere soltanto un artigiano silenzioso come voi; come i vostri quadri, anch’io vorrei essere appeso nella vostra strada, accanto a voi, a casa vostra. Permettete!


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1. Pittore russo di origine ebrea, Marc Chagall è tra i più grandi artisti del XXI secolo. Questo testo, che racconta dei suoi inizi, può essere suddiviso in veri e propri quadri: individuali sul testo, dai un titolo ad ognuno di essi e numerali, facendo attenzione al fatto che gli avvenimenti narrati non sono sempre presentati in ordine cronologico. 2. «È finita, non posso più fare il commesso né il contabile», dice Chagall a sua madre. Perché fa questa affermazione? Rintraccia nel testo parole e frasi utili per delineare il percorso che lo porta ad arrivare a questa scoperta. Poi ricostruiscilo in un sommario. 3. I genitori non paiono favorevoli rispetto alle scelte di Marc. Rintraccia nel testo parole e frasi utili per comprendere l’atteggiamento dell’uno e dell’altro. 4. Per la prima volta Chagall fa caso a una insegna, una tra tante, e dice che gli parve «d’un altro mondo». Perché la nota? Con quali espressioni la descrive? 5. Descrivi lo studio del pittore Pen, dopo aver riconosciuto nel testo gli elementi che lo caratterizzano e dai quali Chagall rimane colpito. 6. L’incontro tra il giovane protagonista e il maestro Pen è decisivo per il futuro di Chagall. Riscrivi quel fatidico momento, facendo emergere i sentimenti vissuti da Marc. 7. Riconosci nella tua esperienza una persona che stimi e segui come un maestro. Descrivila e racconta alcuni fatti significativi che facciano emergere perché per te è così importante seguirla. 8. Un’attitudine personale spesso si scopre perché altri la fanno notare e la mettono in risalto. Racconta un episodio autobiografico in cui hai scoperto grazie ad altri una tua particolare predisposizione o dote. 9. Il racconto si conclude con questa riflessione dell’ormai adulto Chagall: «Più di una volta, dinanzi alla sua porta, alla soglia di casa sua, avrei voluto supplicarlo. Non ho bisogno di gloria, ma d’essere soltanto un artigiano silenzioso come voi». A chi si riferisce con queste parole? Qual è il loro significato? Scrivi un testo in cui rispondendo a queste domande spieghi ai tuoi compagni quel che hai capito circa il bisogno profondo che sente Chagall.


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MARIO UGGERI Una dote particolare Solo chi lo ha provato può capire quanto sia struggente il ricordo della propria casa, quando si è lontani, fra gente che ti odia, fra gente che non ti può vedere, non ti può sopportare, che se ne infischia se qualcuno vicino a te muore di freddo, di fame, di malattia. Ero ancora un ragazzo, quando a Porta San Paolo, a Roma, il 9 settembre 1943 i tedeschi mi fecero prigioniero e mi deportarono in Germania. Fu durante quell’interminabile viaggio che più volte mi sorpresi a ricordare l’Adda, la sua acqua, le canne, l’erba, le piante, l’odore della mia terra. Avevo un gran desiderio del tepore della mia terra, un tepore talvolta umido, e tal’altra secco. Mi rivedevo ragazzino correre verso il fiume, inseguito dalla voce di mia madre che gridava: «Mario, non andare all’Adda!». Poi, quando tornavo, mi sgridava ancora. E, la sera, quando mio padre rientrava dai campi, c’era il soprappiù. Mio padre… Mio padre è stato il primo ad insegnarmi a disegnare. Non mi poteva certo insegnare a scrivere, mio padre. Però quand’ero ancora un bambino, non andavo ancora a scuola, mio padre, la sera, mi prendeva sulle ginocchia e mi disegnava, su un foglietto di carta qualsiasi, un cavallo. Mio padre è sempre stato innamorato dei cavalli. Mia madre lo sposò perché sapeva cavalcare meglio di tutti i contadini della zona. Mio padre, dicevo, mi prendeva sulle ginocchia e disegnava una testa di cavallo e mi parlava dei cavalli come degli esseri più belli del creato. Io ascoltavo, guardando il volto di mio padre illuminato, mentre mi diceva tutto quello che può fare un cavallo, della sua forza, della sua intelligenza, della sua capacità di amicizia per l’uomo. «Tu sei zingaro come me» mi diceva; «e devi amare i cavalli. Vuoi bene ai cavalli, Mario?» Ed io rispondevo di sì, che volevo bene ai cavalli. Un bel giorno mi misi anch’io a disegnare cavalli. Da allora mio padre non disegnò più per me. La lezione aveva sortito il suo effetto: sapevo disegnare teste di cavallo meglio di mio padre. Disegnavo cavalli al galoppo, al trotto, cavalli fermi in sosta, cavalli attaccati ai carretti, cavalli montati da uomini forti. Andai a scuola, imparai subito a scrivere, ma feci strabiliare maestre e maestri con i miei disegni. Un giorno vidi su un portone di una casa un San Giorgio che cavalcava un destriero impennato mentre trafiggeva il drago. Mi entusiasmò. Lo ridisegnai, a memoria, gigantesco, e lo portai a scuola. Gli insegnanti non volevano credere che fosse opera mia. Disegnavo su tutto, in qualsiasi momento, con le matite, con il gesso, con i cocci di mattone sui muri bianchi di calce, disegnavo, disegnavo, disegnavo. Ero ancora un ragazzino e già mi ero trovato un luogo dove avrei potuto imparare un’arte. Andavo da uno scultore che però mi faceva soltanto luci-


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dare le sue statue di marmo. E continuavo a disegnare. Lo scultore si accorse che sapevo disegnare meglio di lui e così affidò a me il compito di preparare i bozzetti da mostrare ai clienti o da portare in municipio per l’approvazione, perché si trattava quasi sempre di statue funerarie, da mettere sulle tombe al cimitero. A quindici anni vinsi un concorso nazionale e andai a ritirare il premio a Roma. Era il mio primo grande viaggio. Dal mio maestro scultore avevo visto alcuni libri d’arte. A Roma sarei andato, a tutti i costi, a visitare i Musei Vaticani, sarei andato ad ammirare la Cappella Sistina. Sognavo di poter vedere da vicino l’opera immensa di Michelangelo. Non ricordo più come si svolse la cerimonia della premiazione. Invece, mai dimenticherò la Cappella Sistina, come l’ho vista io quel giorno; come ho studiato tutti i particolari, le mani, i piedi, le braccia, i torsi, i volti di quelle figure. Rimasi dentro alla Cappella anche di notte. Nessuno si accorse che un ragazzo di campagna si era addormentato dentro la Cappella e, quando il mattino un guardiano mi svegliò, seppi solo dirgli: «Non ho fatto nulla. Non ho toccato niente…» Mi portarono a fare colazione. Mi offrirono una stupenda scodella di caffè e latte e tanti biscotti. Mi chiesero come mai mi ero addormentato lì, nella Cappella Sistina. «Ero in ammirazione…» Seppi soltanto spiegarmi così. Poi venne la guerra. Andai a soldato. Fui deportato in Germania e la scampai. Lontano da casa talvolta annusavo l’aria, come fanno i cavalli e sentivo odor di grano, d’estate, sentivo odor di neve, d’inverno. Noi contadini sentiamo che la terra emana un particolare odore quando sta per nevicare. In Germania, durante la prigionia, talvolta al richiamo di un uccello, rivedevo la mia pianura verde, gli alberi, i boschi della mia terra. E se riuscivo a trovare qualcosa su cui disegnare rifacevo i miei alberi, le canne mosse dalla brezza lungo l’Adda. Ai ragazzi d’oggi si dice poco o nulla di quel periodo. C’è qualche padre che racconta ai figli qualcosa, ma a scuola nessuno racconta nulla di quel tempo terribile. Nessuno dirà mai abbastanza della cattiveria degli uomini. I ragazzi debbono conoscere quello che altri ragazzi, ed io allora non avevo compiuto ancora ventun anni, hanno sofferto. Quelli sono stati i due anni più lunghi della mia vita. Ho sofferto tanta fame ed ho sognato tanto. Sognavo di diventare pittore. Sognavo i miei quadri sulle tele. I sogni mi aiutavano a sopravvivere. Sopravvivere: una parola terribile che non mi abbandonò neppure al rientro in Italia. Quando venni liberato dal campo di concentramento credetti che tutto fosse finito. La guerra era finita, ma i mali che aveva fatto non erano terminati. Tornato in Italia la parola che mi aveva perseguitato in prigionia, tornò ad erigersi davanti a me: sopravvivere. E per sopravvivere accettai di disegnare fumetti. Ero svelto, ero bravo, il mio disegno piaceva agli editori, piaceva ai lettori. Trovai lavoro e sopravvissi.


Mario Uggeri

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Gli editori mi pagarono. I primi soldi che portai a casa suscitarono preoccupazioni in mia madre: «Dove li hai presi?» «Li ho guadagnati. Ho fatto dei disegni. Mi pagano bene». Avevo trovato la strada. Non era quella che avevo sognato, ma era parallela. Ho disegnato, ho disegnato. Sempre seriamente, documentandomi, studiando, perfezionandomi nella conoscenza della storia, della moda, dei costumi. Osservando tutto e tutti, leggendo libri su libri, visitando musei. Disegnavo pellirosse? Mi documentavo; studiavo gli usi ed i costumi di quella gente. Non mi fidavo del cinema, anche se seguivo tutti i film che trattavano di indiani. Se da ragazzo qualcuno mi avesse detto che sarei diventato illustratore di libri per ragazzi, gli avrei riso in faccia. Invece ora sono proprio un illustratore. Ma, a proposito della ricerca e della documentazione, ho fatto un lavoro di estremo interesse per la «Domenica del Corriere» che ha pubblicato a puntate una documentazione molto vasta sul popolo etrusco. Per quel lavoro, che mi è costato anche fatica ed al quale mi sono dedicato per un certo periodo di tempo, ho dovuto documentarmi molto bene e profondamente. Si trattava di fare illustrazioni a colori, a tempera, sulla vita di quell’antico popolo. Sono andato al museo etrusco a Roma, ho cercato il maggior numero di pubblicazioni, ho parlato a lungo con etruscologi della Fondazione Lerici, sono andato a Tarquinia. Prendevo appunti, schizzi, ridisegnavo vasi, tombe, oggetti di tutti i generi. Ho dovuto, per esempio, disegnare un funerale etrusco. Allora con la guida degli esperti ho ricostruito tutto nei minimi particolari. Gli etruschi mettevano il morto sotto una specie di ombrello, all’aperto: era un parasole trattenuto all’altezza delle mani del morto. Io in verità ho disegnato il morto che tratteneva questo parasole tra le mani, come lo si vedeva su certi vasi. Attorno la folla per la cerimonia funebre era vestita degli abiti che avevo visto riprodotti nei dipinti funerari delle tombe e sui vasi. Il morto vestiva gli abiti che aveva portato da vivo. Se era stato un guerriero lo seppellivano in armi. L’idea del guerriero mi piacque e lo disegnai sul catafalco con attorno la gente che mangiava e ballava come era in uso fra gli etruschi. Era una tavola grande, sulla quale la cerimonia era stata ricostruita nei minimi particolari, dalle pettinature delle donne, ai monili, agli abiti. Avevo dipinto anche le stoviglie, come le avevo viste nei musei. Per fare un lavoro serio occorre una documentazione perfetta. Non bisogna lavorare a caso. È facile fare confusione tra epoche tanto distanti da noi: confondere etruschi, con greci e con romani, per esempio. Gli esperti debbono essere sempre a portata di mano. Ad ogni incertezza, il disegnatore si deve fermare e chiedere consiglio. Occorre tempo, documentazione vastissima e pazienza, tanta pazienza. Questo ho raccontato per dire ai ragazzi come vive, perché lavora un disegnatore di fumetti per ragazzi. Non è facile, sia chiaro, affermarsi in questo


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campo, come in tanti altri. Bisogna saper disegnare bene. Il fumetto con le scritte non dovrebbe essere necessario. Il disegno dovrebbe dire tutto da solo. Soprattutto, come per ogni altro lavoro, anche il mio deve essere abbracciato da chi lo ama. Solo se si crede nel proprio mestiere, si riesce a superare tutti gli ostacoli che si frappongono inevitabilmente ogni giorno. L’illustratore deve amare il proprio lavoro per il rispetto che deve al lettore. Deve tenersi sempre aggiornato culturalmente, deve costantemente documentarsi. Il nostro mestiere non finisce mai. Saper disegnare, aver passione, non basta. Occorre saper disegnare bene, bisogna studiare e studiare. Il nostro lavoro è una disciplina. Faticoso raggiungere il successo, faticoso mantenerlo, faticoso farsi capire al primo sguardo, faticoso non perdere tanti amici che si fanno durante tutta una vita passata a disegnare.


Mario Uggeri

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1. Disegnatore e fumettista, Mario Uggeri ha illustrato i maggiori fatti di cronaca del XX secolo. In questo testo ci racconta i suoi esordi. Dividi il racconto in sequenze, poi numerale in base all’ordine cronologico degli avvenimenti, che non è quello in cui sono presentati, e titola ognuna di esse. 2. «Un bel giorno» accade qualcosa di inaspettato: sottolinea le frasi che indicano come il bambino Uggeri arriva a scoprire il suo talento. 3. L’autore racconta di come la scoperta del suo talento diventa passione: elenca, attraverso una scaletta, gli eventi della sua vita utili a ricostruire questo percorso fino a quando la guerra lo costringerà ad «andare a soldato». 4. Quale esperienza fa Uggeri durante la prigionia nel campo di concentramento tedesco? 5. «Avevo trovato la strada. Non era quella che avevo sognato, ma era parallela». Che cosa avrebbe desiderato fare Uggeri? Rientrato in Italia dopo la prigionia, quale lavoro intraprende? Spiegane le ragioni. 6. Il lavoro intrapreso da Uggeri ha richiesto una serie di scelte e passi: elenca cosa ha fatto sì che il talento e la passione diventassero professione. 7. Attraverso questo testo autobiografico si coglie come un talento possa diventare passione fino ad arrivare a divenire una professione. Pensando alla tua esperienza quali talenti stai coltivando tanto da accorgerti di appassionarti ad essi? Presentali ai compagni scrivendo un testo narrativo con tuoi commenti. 8. Intervista i tuoi genitori, amici o conoscenti per scoprire se il lavoro che stanno svolgendo oggi è frutto di un talento e di una passione coltivati nel tempo. Puoi preparare le domande da porre insieme ai tuoi compagni e successivamente riflettere insieme a loro sulle risposte ottenute.


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CLAUDIO ABBADO La casa dei suoni Sono stato un bambino molto fortunato, perché sono nato in mezzo alla musica. Mio padre faceva un bellissimo lavoro: suonava il violino. Studiava in una camera lontana da quella in cui io giocavo; mi ricordo che una volta, ancora piccolissimo, sono stato attirato dalla magia che usciva da quella stanza; mi sono avvicinato in punta di piedi e ho visto, dalla porta socchiusa, il papà che faceva parlare il suo violino in una lingua a me sconosciuta; doveva essere molto difficile, ma era straordinariamente bella. Sono rimasto ad ascoltarlo per tanto tempo in silenzio, senza farmi vedere, perché avevo paura di interrompere l’incantesimo di quel discorso. Come ho saputo più tardi, mio padre stava suonando un pezzo di musica di Bach, grandissimo compositore vissuto trecento anni fa, la «Ciaccona». Questo nome buffo, mi ha spiegato la mamma, indica una antica danza spagnola. La mamma mi incantava con i suoi racconti sulla Sicilia, la sua terra, e sulla lontana Persia. Anche la sua fantasia era musica, per me; le chiedevo di spiegarmi tutti i segreti dei suoni che occupavano la vita del papà, e lei sapeva rendere quel mondo più interessante di una fiaba. Ascoltando vecchi dischi a 78 giri, che giravano pesantemente sotto la puntina di metallo dei vecchi grammofoni, mi chiedevo sempre come potesse un uomo stare nascosto in quello strano arnese, e produrre tanti suoni. Una notte feci un sogno meraviglioso: il quadro del grammofono si apriva come per incanto, e ne uscivano tanti omettini, ognuno con il suo strumento, che passeggiavano incuranti per la casa, sul mio letto, per poi rientrare nella loro casa musicale all’alba. Ancora oggi, che dovrei sapere come funziona un giradischi, mi piace pensare che la casa di notte si popoli di questi misteriosi e minuscoli musicisti. La nostra casa era piena di strumenti (c’erano perfino due pianoforti!), di allievi della mamma, che insegnava il pianoforte, e di amici del papa che suonavano con lui. Avevo sette anni quando andai per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano. Quando mi sono affacciato al parapetto del loggione, che è la fila di posti più vicina al soffitto, ho visto, dall’alto, piccolissimi e lontani, tanti musicisti come nel sogno, ed un uomo che, agitando il suo ditino, scatenava suoni meravigliosi. Si trattava dei Notturni di Debussy, un musicista nato nella seconda metà dell’Ottocento, che sembra quasi dipingere luci e colori con la sua musica, ed in particolare mi colpì la musica del secondo notturno, Feste, con un suono di trombe che arriva in crescendo da lontanissimo come una magia. Arrivato a casa, ho chiesto chi fosse quel piccolo omino che stava su una pedana rossa, e sembrava onnipotente: era un grande direttore d’orchestra, Antonio Guarnieri. Ho subito scritto nel mio diario che un giorno anch’io avrei diretto quella musica. Quando, molti anni dopo, ho avuto un figlio, ho provato a fargli ascoltare i Notturni che tanto mi avevano impressionato


Claudio Abbado

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quando avevo la sua età: il mio bambino ha spalancato gli occhi, come per il racconto di una favola, e il miracolo si è ripetuto, esattamente nello stesso momento musicale. Quella serata fu per me importantissima; ero rimasto ammaliato dalla possibilità di suonare in tanti, insieme, e dalla importanza di quell’omino che li dirigeva come un filo conduttore. Il giorno dopo iniziai a studiare il pianoforte, per potere un giorno anche io fare musica insieme ad altri. Intanto, con rinnovata attenzione, ascoltavo le prove di mio padre, quando suonava con la mamma: era una forma familiare di duo, speravo un giorno di essere in grado di sostituire la mamma al pianoforte, e di accompagnare io il papà. Una volta la mamma si ammalò, e il papà mi chiese di sedermi al pianoforte, e di provare a suonare insieme a lui. Ero emozionatissimo, e non mi sentivo affatto preparato. Cominciai a suonare, sentendomi orgoglioso di questo nuovo ruolo, ma le cose non andarono come avevo sperato: fu un vero disastro, perché era difficilissimo seguire il violino del papà, e il papa era durissimo. Gridava, mi faceva suonare troppo in fretta, non mi lasciava smettere mai. In realtà, suonare col papa è sempre stato così, per me, anche quando sono diventato più bravo: diventava giustamente esigentissimo, quando si trattava di musica, e la sua proverbiale pazienza lasciava posto a critiche impietose. La maggiore sorpresa, e il segreto più importante che mi ha lasciato, fu questa: fare musica con qualcuno non vuol dire tanto saper suonare quanto saper ascoltare. Egli mi ha insegnato che accompagnare un discorso musicale significa saperlo sentire attentamente, accettarlo, comprenderlo fin nei suoi angoli più misteriosi. Nella vita, come nella musica, è indispensabile sapere ascoltare gli altri, per poterli seguire. Ancora oggi, quando devo accompagnare un cantante o un solista con l’orchestra, mi ricordo di quel prezioso insegnamento. A volte due amici dei miei genitori venivano ad aggiungersi al violino del papà: Vidusso al pianoforte e Crepax al violoncello: così ho ascoltato per la prima volta un trio e ho capito che se si vuole suonare in tanti, bisogna sapersi ascoltare e cercare di “accordarsi” con gli altri.


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1. Claudio Abbado, direttore di orchestra tra i più famosi al mondo, recentemente scomparso, ci racconta del primo momento in cui è stato incantato dalla musica. Individua nel testo i passi in cui ne parla e spiega in cosa consiste tale esperienza. 2. L’esperienza di Abbado al primo concerto a cui assiste al Teatro alla Scala di Milano è per lui estremamente significativa: spiega cosa la caratterizza e cosa genera in lui. 3. L’ambiente familiare porta Abbado ad innamorarsi della musica: come i suoi genitori hanno favorito questo? Cosa impara da loro? 4. Cosa accade quando Abbado fa ascoltare a suo figlio i Notturni di Debussy? Racconta e commenta. 5. «Nella vita, come nella musica, è indispensabile sapere ascoltare gli altri». Racconta una tua esperienza in cui hai saputo ascoltare per davvero un altro e spiega perché ne è valsa la pena. 6. «La casa dei suoni». Racconta quale ambiente, in casa e/o fuori casa, ti sta aiutando a scoprire un tuo talento. Alla fine del tuo testo sostituisci alla parola suono, quella che meglio descrive la tua esperienza. «La casa di…»? 7. Qual è il tuo rapporto con la musica? Scrivi un testo espositivo in cui illustri ai tuoi compagni quale musica ascolti, quando, in che modo e che cosa provi ascoltandola.


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ANDRE AGASSI Roman Sono fissato con la mia borsa. La tengo meticolosamente organizzata e non penso di dovermi giustificare per questa mia mania dell’ordine. La borsa è la mia cartella, la mia valigia, la mia cassetta degli attrezzi, il mio contenitore di viveri, la mia tavolozza. Deve essere a posto, sempre. La borsa è ciò che porto con me quando scendo in campo e quando ne esco, due momenti in cui i miei sensi sono particolarmente acuti, per cui avverto ogni grammo del suo peso. Se qualcuno ci infilasse un paio di calzettoni a losanghe1 in più me ne accorgerei. La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c’è dentro. Inoltre, è una pura e semplice questione di funzionalità. Ho bisogno che le mie otto racchette siano impilate in ordine cronologico nella mia borsa, quelle incordate più di recente sotto e quelle incordate meno di recente in cima. Più una racchetta rimane inutilizzata e più tensione perde, perciò inizio sempre un incontro con la racchetta incordata per prima, perché so che è quella con le corde meno tese. Il mio incordatore è della vecchia scuola, e del vecchio Mondo2, un artista ceco3 di nome Roman. È il migliore e deve esserlo, perché l’incordatura può fare la differenza in un match4, e un match può fare la differenza in una carriera e una carriera può fare la differenza in un’infinità di vite. Quando estraggo una nuova racchetta dalla mia borsa al momento di servire per il match, la tensione delle corde può valere centinaia di migliaia di dollari. E poiché gioco per la mia famiglia, la mia fondazione benefica, la mia scuola, ogni corda è come un cavo nel motore di un aereo. Dato tutto ciò che sfugge al mio controllo, sono ossessionato dalle poche cose che posso controllare e la tensione della racchetta è una di queste. Roman è talmente vitale per il mio gioco che me lo porto sempre dietro. Ufficialmente risiede a New York, ma quando gioco a Wimbledon5 lui vive a Londra e quando gioco al Roland Garros6 diventa parigino. Talvolta, senten1 a losanghe: con un motivo a rombi. 2 del vecchio mondo: del continente europeo. 3 ceco: della Repubblica ceca. 4 match: incontro di tennis. 5 Wimbledon: uno dei sobborghi sud-occidentali di Londra, dove annualmente tra giugno e luglio si tiene il più antico e prestigioso torneo di tennis, l’omonimo Torneo di Wimbledon, attualmente uno dei quattro tornei di tennis più prestigiosi al mondo che concorrono alla vincita del Grande Slam (insieme agli Australian Open, agli Open di Francia e agli US Open), unico ad essere giocato sull’erba. 6 Roland Garros: torneo di tennis, chiamato anche Open di Francia, giocato a Parigi fra maggio e giugno.


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Pagine autobiografiche

domi solo e sperduto in una qualche città straniera, mi siedo accanto a lui e lo guardo lavorare. Non è che non mi fidi di lui. Al contrario: osservare un artigiano mi calma, mi motiva e m’ispira. Mi ricorda quanto sia importante, in questo mondo, un lavoro ben fatto. Le racchette grezze arrivano a Roman dalla fabbrica in uno scatolone e sono sempre un disastro. A occhio nudo sembrano identiche, ma per Roman sono diverse quanto le facce in una folla. Le rotea avanti e indietro, aggrotta la fronte, poi fa i suoi conti. Alla fine si mette all’opera. Prima di tutto toglie l’impugnatura di serie sostituendola con la mia, quella su misura che ho dall’età di quattordici anni. La mia impugnatura è personale quanto le mie impronte digitali, un sottoprodotto non solo della forma della mia mano e della lunghezza delle mie dita, ma delle dimensioni dei miei calli e della forza della mia presa. Roman ha un calco1 della mia presa, che applica alla racchetta. Poi l’avvolge con pelle di vitello che batte per assottigliarla fino a ottenere la larghezza voluta. Un millimetro di differenza, verso la fine di un incontro di quattro ore, può essere fastidioso e irritante quanto un sassolino nella scarpa. Una volta sistemata l’impugnatura, Roman fissa le corde sintetiche. Le tira, le allenta, le tira di nuovo, incordandole con la precisione delle corde di una viola. Poi applica il logo2 e agita energicamente la racchetta in aria perché si asciughi. Certi incordatori applicano le decorazioni alle racchette subito prima dell’inizio del match, cosa che trovo assolutamente sconsiderata e poco professionale. Il logo, infatti, scolora sulle palle e non c’è niente di peggio che giocare con qualcuno che tinge le palle di rosso e nero. Sono un amante dell’ordine, della pulizia, e questo significa niente palle macchiate. Il disordine mi distrae e in campo ogni distrazione può segnare l’esito di un incontro.

1 calco: impronta realizzata per trarre copie dell’oggetto originale. 2 logo: abbreviazione di logotipo (dal greco logos che significa ‘parola’ e typos che significa ‘impronta’), è il simbolo che rappresenta un’azienda.


Andre Agassi

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1. «Sono fissato con la mia borsa». Questo è l’incipit del racconto del campione mondiale di tennis Andre Agassi. Sottolinea le frasi che dicono dell’importanza che ha per lui la sua borsa. 2. Per quali motivi Agassi ha scelto come suo incordatore personale il ceco Roman? Cosa nota il campione nell’osservare il lavoro meticoloso dell’artigiano? Per rispondere a questa domanda fai prima un elenco delle azioni che Roman svolge per fabbricare la racchetta del tennista Agassi. 3. Sottolinea le frasi utili per capire le caratteristiche morali del grande tennista e utilizzale per fare una sintetica descrizione del campione. 4. «La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c’è dentro». Anche tu hai una borsa speciale (lo zaino, quella dello sport che pratichi, o…)? Cosa rappresenta per te? Come la organizzi? Cosa dice di te? Scrivi un testo in cui presenti te stesso descrivendo la tua borsa speciale. 5. «Osservare un artigiano mi calma, mi motiva e m’ispira. Mi ricorda quanto sia importante, in questo mondo, un lavoro ben fatto». Questa considerazione di Agassi suscita una domanda: quando un lavoro può essere definito ben fatto? Quali sono le caratteristiche che deve possedere? Racconta una tua esperienza per cui alla fine con soddisfazione hai potuto dire: «Lavoro ben fatto!».


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WALTER BONATTI Gli inizi Quando ancora ero bambino, con un pretesto qualsiasi mi allontanavo da casa, nel periodo delle vacanze scolastiche, per arrivare fin dove riuscivo a seguire il volo delle aquile. Proprio così, a quei tempi nei cieli delle nostre Prealpi volavano le aquile, e una coppia di questi rapaci aveva scelto come nido una roccia appena sopra il paese che mi ospitava, Vertova di Valseriana, una delle valli a nord di Bergamo. Più a monte v’era l’Alben, la cima che più di tutte innescava la mia fantasia grazie ai suoi bianchi calcari1 aguzzi spesso avvolti nelle nubi. L’Alben era la natura più austera2 che io avessi potuto ammirare fino allora, e nella mia ingenuità di bambino l’avevo idealizzata facendone il simbolo delle mie aspirazioni avventurose. Rimasi deluso, molti anni dopo, quando dall’alto della Grigna mi accorsi, vedendolo da lontano, che il mio favoloso Alben era più basso e tozzo della cima su cui mi trovavo. Vivevo ancora a Monza negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Erano tempi duri quelli, anche per un ragazzo che stava affacciandosi alla vita, in un mondo disfatto e ancora senza prospettive. È proprio in quegli anni che conobbi la Grigna, la snella piramide rocciosa che domina la Brianza. E sebbene a quei tempi andassi soltanto per sentieri, non potevo sottrarmi al fascino delle guglie e delle creste di quella bella cima su cui, con meraviglia e invidia, guardavo salire le cordate di scalatori. Stavo ore intere a osservare quei fortunati, e cercavo poi di imitarli sulla più vicina roccia a pochi metri dal suolo. Un giorno il mio amico abituale si portò nello zaino la corda del bucato di sua madre. Quella fu la prima volta che mi legai in cordata, e da quel momento cercai di mettere in pratica quanto avevo adocchiato3. Una scalata vera e propria sarebbe seguita da lì a poco, per merito di un simpatico tipo di nome Elia, destinato a diventarmi amico. Un giorno ai piedi del Nibbio, un torrione della Grigna, Elia sorprese il mio sguardo rapito dalle evoluzioni di un paio di cordate lassù impegnate. Certamente dovetti intenerirlo perché mi si avvicinò, bardato4 di tutto punto, e con aria esperta mi disse: «Ti piacerebbe provarci?» «Non desidero di meglio!» fu la mia risposta, e cinque minuti dopo già rimontavamo di corsa il sentie-

1 calcari: tipo di roccia sedimentaria, costituita essenzialmente da calcite, un minerale formato da carbonato di calcio (CaCO3), che presenta particolari stratificazioni anche di notevole estensione. 2 austera: aspra, rude. 3 adocchiato: guardato con desiderio e interesse. 4 bardato: abbigliato.


Walter Bonatti

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ro della via direttissima per arrivare alla base del pinnacolo1 chiamato Campaniletto. Ci legammo in cordata, e dopo avermi impartito alcune istruzioni Elia affrontò l’attacco. Fatti però due metri, l’amico sembrò arenarsi2. Lo vidi tendersi verso l’alto, flettersi da un lato, piegarsi dall’altro, raggomitolarsi, tendersi di nuovo, ripetutamente; ma era sempre lì, a due metri dal suolo, e io muto a guardarlo. Si decise infine a tornare indietro. «Ho le suole che scivolano», disse per giustificarsi, poi aggiunse: «Tenterò più a sinistra!» Ripeté le mosse di prima senza però ottenere un risultato migliore, malgrado questa volta lo avessi sospinto e sorretto con tutta l’intensità del mio pensiero. Forza, dicevo mentalmente, sali, o sfumerà la mia prima scalata. Finì per scendere ancora al punto di partenza. Ero decisamente deluso e già stavo per rassegnarmi quando, incredibilmente, così se ne uscì: «Dai, provaci tu che hai gli scarponi». Calzavo infatti un paio di vistosi scarponi dalle punte squadrate, frusti3 residuati di guerra, tenuti saldi alla caviglia da una larga cintura di cuoio. Pensai: se non è passato Elia con le pedule4 da scalatore, come potrei farcela io senza una corda che mi assicuri dall’alto? Malgrado ciò era tale la voglia di provarci che presi il suo posto. Non so come, ma superai quel difficile passaggio iniziale. Ebbi subito la sensazione di trovarmi al centro di un sogno esaltante. Assicurato dall’alto, Elia mi raggiunse in capo alla sfilata di corda, ma al momento di cedergli il comando della cordata concluse: «Bravo, continua pure tu fino alla cima!» E fino alla cima io continuai. Fu così che ebbi il mio primo impatto con una vera parete di roccia. Era l’agosto del 1948 e quella prima arrampicata sul Campaniletto mi aveva galvanizzato5. Seguirono altre scalate sulle guglie della Grigna, molte, quante se ne possono realizzare dall’alba al tramonto di una domenica per tutte le domeniche che seguirono. Ora mi sentivo votato6 anima e corpo alle rocce, agli strapiombi, all’intima gioia che si prova dominando le proprie debolezze nella lotta che impegna ai limiti delle possibilità. Provavo inoltre la soddisfazione di passare dove altri non riuscivano a passare. In questa specie di comunione diretta tra pensiero e azione, scoprivo sempre più la mia forza, i miei limiti. Forse mi ripagavo di ciò che la vita non mi dava in altro modo, però era sempre più chiaro che lassù a contatto con la natura integra7, in quel clima 1 pinnacolo: slanciata vetta montana, a pareti particolarmente ripide e lisce, guglia. 2 arenarsi: bloccarsi. 3 frusti: logori, antiquati. 4 pedule: calzature alpinistiche usate esclusivamente per l’arrampicata su roccia, un tempo di pelle o tela e con suole di feltro pressato o di canapa, oggi di pelle morbida o di tessuto sintetico e con suole di gomma flessibile liscia (adatta per aderire sulla roccia e per impegnarsi in strette fessure). 5 galvanizzato: eccitato, entusiasmato. 6 votato: destinato. 7 integra: intatta.


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Pagine autobiografiche

di schiettezza1, mi sentivo vivo, libero, vero; ogni giorno di più. Stavo dunque scoprendo l’avventura, ricca di quelle componenti che esaltano e migliorano l’uomo. Stavo scoprendo, soprattutto, il mio modo di essere. L’impegno delle scalate che realizzavo si rapportava naturalmente all’esperienza che via via aumentava in me, per questo ero passato, salendo sulle guglie della Grigna, dalle più facili alle più difficili. Fu un breve ma intenso ciclo che durò l’intera stagione invernale e si concluse a tarda primavera, ossia all’inizio della vera e propria stagione alpinistica 1949. I miei compagni abituali, neofiti2 quanto me, si chiamavano Oggioni, Barzaghi, Casati, Aiazzi e, più tardi, Carlo Mauri. Le grandi cime alpine che ormai affrontavamo portavano nomi prestigiosi3, situandosi ai primi posti nella graduatoria delle difficoltà: direttissima del Croz dell’Altissimo nel Gruppo di Brenta4, parete nord del Badile5, parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey nel gruppo del Monte Bianco6, e sempre nello stesso gruppo lo sperone nord della Punta Walker sulle Grandes Jorasses. Un poker di successi nel bagaglio di un ragazzo di diciannove anni, tanti ne avevo allora, a meno di un anno dalla sua prima scalata, timida e buffa, con Elia sul Campaniletto.

1 schiettezza: purezza, sincerità. 2 neofiti: neofita (dal greco neóphutos che significa ‘piantato da poco’) detto di colui che da poco tempo ha abbracciato una dottrina o aderito a un movimento, in questo caso col significato di alpinisti appena avviati all’attività. 3 prestigiosi: di grande prestigio, con alta reputazione. 4 Gruppo di Brenta: uno dei nove gruppi dolomitici riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, appartiene alle Alpi Retiche e si trova nella parte occidentale della provincia di Trento. 5 Badile: cima più conosciuta del Gruppo Masino-Bregaglia al confine tra Italia e Svizzera, appartiene alle Alpi Retiche e si trova nella provincia di Sondrio. 6 Gruppo del Monte Bianco: gruppo montuoso delle Alpi Graie che interessa la Valle d’Aosta e l’Alta Savoia in Francia.


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1. Walter Bonatti, recentemente scomparso, è una delle figure più significative dell’alpinismo mondiale, tanto che in Val d’Aosta c’è un rifugio a lui dedicato. Quali elementi affascinano Bonatti quando da bambino guarda la montagna? Sottolineali sul testo. 2. «Un giorno…»: anche per lui – come hai già letto nelle autobiografie di De Céspedes, Chagall e Uggeri – un giorno accade qualcosa che dà inizio alla strada che segnerà la sua vita. Ricostruisci in forma di sommario le tappe che portano il grande scalatore a toccare le cime più importanti delle nostre Alpi. 3. Elia diviene un amico importante per Bonatti perché insieme scalano la Grigna. Riassumi l’episodio che viene raccontato, spiegandone il significato particolare. 4. Che sentimenti prova Bonatti scalando la montagna? Cosa scopre mettendosi alla prova? Rispondi facendo precisi riferimenti al testo. 5. «Stavo dunque scoprendo l’avventura, ricca di quelle componenti che esaltano e migliorano l’uomo». Rifletti su questa affermazione di Bonatti: in cosa consiste un’avventura? Quali sue componenti possono esaltare e migliorare l’uomo? Scrivi un testo espositivo per spiegare ai tuoi compagni le tue riflessioni in proposito. 6. Raccontando la sua esperienza iniziale da scalatore, Bonatti arriva a dire: «Stavo scoprendo, soprattutto, il mio modo di essere». Racconta una particolare esperienza vivendo la quale ti sei accorto di scoprire qualcosa del tuo modo di essere.


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Poesie

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Poesie Costruire una capanna di sassi, rami, foglie un cuore di parole qui, lontani dal mondo al centro delle cose, nel punto piĂš profondo. Pierluigi Cappello, Stato di quiete

a cura di Raffaela Paggi


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Poesie

La poesia ha il potere di portare lontani dal mondo al centro delle cose. Sembrerebbe una contraddizione: come si può essere al contempo lontani e al centro delle cose? Eppure ognuno di noi almeno una volta ha sperimentato che, per poter comprendere in profondità qualcosa, occorre allontanarsi e guardarla da una prospettiva diversa. Come accade osservando la foto in apertura di sezione: come è possibile che una persona si allontani dalla sua immagine riflessa nell’acqua? Tale stranezza costringe l’osservatore ad assumere un diverso punto di vista e guardando separatamente la persona che si allontana e l’immagine del suo riflesso, è portato a osservarle con maggiore attenzione, a scoprire particolari dell’una e dell’altra figura che altrimenti gli sarebbero sfuggiti. E nell’osservazione attenta sorgono nuove domande su quella persona e su quanto sta facendo. Per conoscere bene qualcosa occorre cioè assumere un diverso punto di vista: questo è proprio il potere della parola poetica, la quale ci offre sulla realtà che rappresenta e sul mondo che costruisce uno sguardo particolare, quello del poeta, mettendoci nei panni del quale anche noi possiamo inoltrarci nella profondità delle cose, comprenderne cioè il loro significato profondo. La sezione propone poesie liriche inerenti a due tematiche con cui diversi poeti si sono confrontati: il mare e i momenti della giornata (alba, mezzogiorno, sera e notte). Leggendo le poesie scoprirai quanti segreti puoi carpire da elementi naturali che pur ti sono consueti, quante domande possono suscitare sulla loro natura, sul loro significato, ma anche sulla tua esistenza e sulla vita in generale. Condizione affinché questo accada è non lasciarsi sopraffare dall’abitudine e dalla superficialità. Per i poeti nulla è scontato, né sassi rami foglie, né le parole per conoscere e comunicare le cose. Ogni parola è talmente ricca di suono e di senso, che chiede di essere utilizzata consapevolmente, vuole essere scelta con oculatezza, perché quando viene introdotta in un testo scatena rimandi, nessi, ulteriori significati così da chiamare in gioco l’attenzione, l’intelligenza e i sentimenti del lettore. Quando leggi poesie, sei cioè chiamato a portare il tuo contributo come interprete, a dialogare con il testo: vi è molto da comprendere e da esplicitare per gustare i testi poetici, anche quando sono brevi e a una prima lettura sembrano semplici. Per questo troverai domande relative alla lettura e alla rilettura di ogni testo che, senza la pretesa di analizzare ed esaurire tutti gli aspetti della poe­ sia, intendono favorire la tua capacità interpretativa, facendoti riflettere sui suoni, sulle figure retoriche, sui significati delle parole, sui rimandi presenti tra gli elementi testuali. È infatti concentrandosi sulla forma e sul significato


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dei particolari che si apre la strada per incontrare l’universale, cioè il senso cui il testo introduce. La sezione propone inoltre un percorso di scrittura volto ad affinare le abilità necessarie per produrre testi descrittivi, narrativi/descrittivi, commenti, attraverso il paragone con le scelte linguistiche e le tematiche delle poesie lette, il richiamo alla tua esperienza di osservatore e alla tua autobiografia, il confronto fra testi diversi nonchÊ fra testi e immagini.


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5/1 Il mare Tu m’hai detto primo che il piccino fermento del mio cuore non era che un momento del tuo‌ Eugenio Montale, Ossi di seppia


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GIOVANNI PASCOLI Mare M’affaccio alla finestra, e vedo il mare: vanno le stelle, tremolano l’onde. Vedo stelle passare, onde passare: un guizzo chiama, un palpito risponde. Ecco sospira l’acqua, alita il vento: sul mare è apparso un bel ponte d’argento. Ponte gettato sui laghi sereni, per chi dunque sei fatto e dove meni1? Myricae, 1891-1903

1 meni: porti, conduci.

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1. Osservando il mare e il cielo dalla finestra, di che cosa si accorge il poeta? Per rispondere fai particolare attenzione ai verbi e alle rime della prima strofa. 2. Nella seconda strofa appare un «ponte d’argento»: di che cosa si tratta? 3. Del ponte dapprima si dice che è «apparso», in seguito che è «gettato». Quale nuovo fattore introduce il verbo gettare? 4. Quale domande suscita nel poeta questo ponte? 5. Se dovessi dire con una parola la principale caratteristica del paesaggio osservato dal poeta, quale useresti? Perché proprio quella? 6. Affacciati alla finestra e osserva. Descrivi quello che vedi seguendo il modello del testo di Pascoli, di cui puoi mantenere la struttura e variare solo nomi e verbi. Dai un titolo alla tua descrizione che metta in evidenza l’aspetto più significativo del paesaggio da te osservato.


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GIOVANNI PASCOLI La baia tranquilla Getta l’ancora, amor mio: non un’onda in questa baia. Quale assiduo1 sciacquìo fanno l’acque tra la ghiaia! Vien dal lido solatìo2, vien di là dalla giuncaia3, lungo vien, come un addio, un cantar di marinaia. Tra le vetrici4 e gli ontani vedi un fiume luccicare; uno stormo di gabbiani nel turchino biancheggiare; e sul poggio5, più lontani, i cipressi neri stare. Mare! mare! dolce là, dal poggio azzurro, il tuo urlo e il tuo sussurro. Myricae, 1891-1903

1 assiduo: che si verifica con costanza e continuità. Aggettivo derivato dal verbo latino assidēre ‘stare vicino, assistere’. 2 solatìo: soleggiato, esposto al sole. Aggettivo derivato dal nome latino sol ‘sole’. 3 giuncaia: terreno coperto di giunchi, piante erbacee dall’esile fusto. 4 vetrice: sinonimo di salice, albero dalla corteccia grigio-verde e dai rami flessibili e pendenti. 5 poggio: collina.


Giovanni Pascoli

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1. Segui lo sguardo del poeta: da dove osserva il paesaggio e fin dove si inoltra? 2. Quali immagini, colori e suoni vengono via via da lui notati? 3. Quale verbo è ripetuto più volte nella seconda strofa? Quale effetto ottiene tale anafora? 4. Qual è il punto di vista dell’ultima strofa? 5. Come spieghi il fatto che l’«urlo» e il «sussurro» del mare sia «dolce» se udito dal «poggio azzurro»? 6. Scegli un punto di osservazione e registra su un foglio con parole e schizzi quello che il tuo sguardo e il tuo udito via via colgono (puoi anche registrare i suoni). Poi, seguendo l’esempio del testo di Pascoli e utilizzando i tuoi appunti, descrivi il paesaggio (immagini, colori e suoni) così come ti si è progressivamente svelato.


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Poesie

GABRIELE D’ANNUNZIO L’onda Nella cala tranquilla scintilla, intesto di scaglia come l’antica lorica del catafratto1, il Mare. Sembra trascolorare. S’argenta? s’oscura? A un tratto come colpo dismaglia l’arme2, la forza del vento l’intacca. Non dura. Nasce l’onda fiacca, sùbito s’ammorza3. Il vento rinforza. Altra onda nasce, si perde, come agnello che pasce pel4 verde: un fiocco di spuma che balza! Ma il vento riviene, rincalza, ridonda5. Altra onda s’alza, nel suo nascimento più lene che ventre virginale6! Palpita, sale, si gonfia, s’incurva, 1 intesto … catafratto: intessuto di piastre metalliche come la corazza del cavaliere protetto da armatura. 2 come … l’arme: come un colpo rompe le maglie dell’armatura. Arme è anagramma di mare. 3 s’ammorza: si spegne, si estingue. Dal nome latino mors ‘morte’. 4 pel: per il. 5 rincalza, ridonda: insiste, ritorna a colpire (ridondare deriva dal nome latino unda ‘onda’). 6 più lene … virginale: più delicato del ventre di una fanciulla.


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s’alluma, propende1. Il dorso ampio splende come cristallo; la cima leggiera s’arruffa2 come criniera nivea di cavallo. Il vento la scavezza3. L’onda si spezza, precipita nel cavo del solco sonora; spumeggia, biancheggia, s’infiora, odora, travolge la cuora, trae l’alga e l’ulva4; s’allunga, rotola, galoppa; intoppa5 in altra cui ‘l vento diè tempra6 diversa; l’avversa, l’assalta, la sormonta, vi si mesce, s’accresce. Di spruzzi, di sprazzi, di fiocchi, d’iridi7 ferve nella risacca8; par che di crisopazzi9 scintilli e di berilli viridi10 a sacca. O sua favella!11 1 s’alluma, propende: si accende, sporge in avanti. 2 s’arruffa: si scompiglia. Dal verbo longobardo rauffen ‘agitarsi’. 3 la scavezza: il vento toglie la cavezza all’onda, come si tolgono i finimenti ai cavalli. 4 s’infiora … ulva: si abbellisce, come se si ricoprisse di fiori, profuma, travolge i fondali e ne tira fuori le alghe (l’ulva è un tipo di alga). 5 intoppa: si imbatte, inciampa. 6 diè tempra: diede forma e direzione. 7 iridi: insiemi di colori. 8 ferve nella risacca: ribollisce tornando verso il mare. 9 crisopazzi: gemme dal colore verde chiaro a riflessi dorati. 10 berilli viridi: minerali cristallini verdi. 11 favella: parola, lingua.


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Sciacqua, sciaborda1, scroscia, schiocca, schianta, romba, ride, canta, accorda, discorda, tutte accoglie e fonde le dissonanze acute nelle sue volute2 profonde, libera e bella, numerosa e folle, possente e molle, creatura viva che gode del suo mistero fugace3. E per la riva l’ode la sua sorella scalza dal passo leggero e dalle gambe lisce, Aretusa4 rapace che rapisce le frutta ond’ha colmo suo grembo. Sùbito le balza il cor, le raggia il viso d’oro. Lascia ella il lembo, s’inclina al richiamo canoro; e la selvaggia rapina, 1 sciaborda: agita, rimescola. 2 volute: spirali. 3 fugace: effimero, che ha breve durata. 4 Aretusa: ninfa della mitologia greca. Ovidio nelle Metamorfosi racconta che la ninfa, umile e pudìca, si lasciò attrarre dalle acque cristalline di un fiume e vi si immerse nuda. Alfeo, figlio del dio Oceano la vide, se ne invaghì e tentò di possederla. La ninfa, fuggendo spaventata per boschi e campagne, implorò Diana di aiutarla. La dea allora raccolse le nuvole dal cielo e le riversò sul capo della fanciulla per nasconderla alla vista di Alfeo. Poi la trasformò in acqua, ma Alfeo stesso si mutò in fiume per unirsi a lei e così Diana la fece sprofondare in una rupe, la condusse fino all’isola di Ortigia (oggi Siracusa) e qui Aretusa divenne fonte sorgiva. D’Annunzio immagina Aretusa attratta dalle onde del mare. Ella si presenta bramosa, trattenendo nelle vesti della frutta, che lascia cadere al richiamo della melodia (melode) del mare. Anche lei, asciutta ladra (fura), si gode la freschezza del mare che la invade avvolgendola come una nuvola.


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l’acerbo suo tesoro oblìa nella melode. E anch’ella si gode come l’onda, l’asciutta fura, quasi che tutta la freschezza marina a nembo entro le giunga! Musa, cantai la lode della mia Strofe Lunga. Alcyone, 1904

In cento versi liberi più un distico finale, in cui D’Annunzio conclude la sua poesia definendola come una strofa lunga, viene descritta la nascita dell’onda, la sua voce e l’attrattiva che suscita su una fanciulla mitologica, la ninfa Aretusa. 1. Rileggi attentamente la prima parte della poesia, fino al verso «viridi a sacca». L’onda nasce dal combattimento tra il vento e il mare. Quali parole contribuiscono a costruire la metafora del cavaliere che incalza il mare? 2. Quali azioni compie l’onda una volta nata? A che cosa viene paragonata? Da quali parole lo capisci? 3. Ora leggi ad alta voce, singolarmente e coralmente la seconda parte della poesia, da «O sua favella!» fino a «fugace». Attraverso quali allitterazioni, parole onomatopeiche e rime il poeta ricrea il suono del mare, la voce delle onde? 4. Quale è la caratteristica dell’onda come creatura? In quali versi viene esplicitamente detta? 5. Infine leggi l’ultima parte da «E per la riva l’ode». Aiutandoti con la nota dedicata ad Aretusa, prova a spiegare da che cosa è attratta Aretusa e che cosa l’accomuna all’onda. 6. Nel distico finale compare l’io del poeta: «cantai la lode». Che cosa vuole lodare con i suoi versi? 7. Quale altro fenomeno della natura potresti paragonare a un combattimento? Aiutandoti con le parole della poesia di D’Annunzio descrivilo in circa venti versi di massimo sette sillabe (settenari).


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VINCENZO CARDARELLI Liguria È la Liguria una terra leggiadra. Il sasso ardente, l’argilla pulita, s’avvivano di pampini1 al sole. È gigante l’ulivo. A primavera appar dovunque la mimosa effimera2. Ombra e sole s’alternano per quelle fondi valli che si celano al mare, per le vie lastricate che vanno in su, fra campi di rose, pozzi e terre spaccate, costeggiando poderi e vigne chiuse. In quell’arida terra il sole striscia sulle pietre come un serpe. Il mare in certi giorni è un giardino fiorito. Reca messaggi il vento. Venere torna a nascere ai soffi del maestrale3. O chiese di Liguria, come navi disposte a esser varate! O aperti ai venti e all’onde liguri cimiteri! Una rosea tristezza vi colora quando di sera, simile ad un fiore che marcisce, la grande luce si va sfacendo e muore. Poesie, 1936

1 s’avvivano di pampini: diventano più vivaci grazie ai germogli delle viti. 2 effimera: di breve durata. Aggettivo derivato dal greco hēméra ‘giorno’: ‘che dura un solo giorno’. 3 maestrale: vento di Nord-Ovest che proviene dall’Atlantico.


Vincenzo Cardarelli

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1. Il poeta presenta nel primo verso la Liguria come una terra leggiadra, cioè caratterizzata da una bellezza armoniosa, elegante, piena di grazia. Rileggi i primi 12 versi (fino a «vigne chiuse»): quali sono gli elementi di luce e vitalità che la caratterizzano? 2. Nei versi successivi vi è una similitudine che mette a paragone la luce del sole e una serpe: che effetto di senso produce? Per rispondere fai attenzione anche alle allitterazioni. 3. Quali altre similitudini sono proposte nei versi successivi? Quali aspetti della Liguria mettono in evidenza? 4. Ripercorrendo gli elementi descrittivi e le sensazioni riferite al paesaggio ligure, quale messaggio viene comunicato al lettore a proposito di questa terra? 5. Seguendo l’esempio della poesia di Cardarelli, descrivi una regione o una zona a te particolarmente cara, mettendo in evidenza elementi del paesaggio e sensazioni che provi osservandoli. Puoi utilizzare anche tu delle similitudini.


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VINCENZO CARDARELLI Gabbiani Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro, in perpetuo volo. La vita la sfioro com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca. Giorni in piena, 1934

1. «Non so»: le prime parole della poesia hanno l’effetto di aprire un interrogativo. Quale? 2. Di una cosa invece il poeta pare certo: la sua somiglianza con i gabbiani. Attraverso quali similitudini sono messi in evidenza gli elementi che accomunano il poeta e i gabbiani? Che cosa li rende simili? 3. Che funzione ha la congiunzione «ma» all’inizio del penultimo verso? 4. Nell’ultimo verso compare il gerundio «balenando». Balenare è un verbo derivato dal nome balena, animale che appare e scompare rapidamente nel mare. Che significato assume in rapporto a «vivere» e a «in burrasca»? Come l’allitterazione della b nel verso finale aiuta a comprenderne il senso? 5. E tu a quale animale ti paragoneresti? Seguendo l’esempio di Cardarelli presentane le caratteristiche e attraverso qualche similitudine prova a far emergere uno o più aspetti del tuo modo di affrontare la vita.


Diego Valeri

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DIEGO VALERI Spiaggia La barchetta posata sul sabbione è una precisa forma tra il doppio vaneggiare della spiaggia e del mare. L’uomo che va per mare, e va e ritorna, non c’è. C’è solo quella sua barchetta tinta di rosso e verde, a mezzaluna, forma perfetta. Poesie, 1962

1. Il primo verso è costruito su due nomi alterati: quali? che effetto produce il loro accostamento? 2. La spiaggia e il mare sono definiti per il loro «vaneggiare»: cerca sul dizionario questo termine, derivato dall’aggettivo vano e spiega che cosa significa in questo contesto. 3. A partire dal quinto verso si parla di un assente e di una forma perfetta. Che cosa aggiungono al paesaggio descritto questa assenza e questa perfezione? 4. Scegli un oggetto, descrivine la forma, i colori e situalo nel contesto in cui lo hai osservato. Poi immagina e presenta il suo proprietario: chi è? com’è? che cosa fa?…


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DIEGO VALERI Mare-colore Mare fanciullo insaziato di giuoco, vecchio mare insaziato di pianto, tu che sei lampo e fango e cielo e sangue e fuoco, oggi hai lasciato alle lente rive orgoglio e forza, gaiezza e dolore: oggi non sei che colore, un bel colore che vive. Poesie, 1967

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Diego Valeri

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1. Il mare nei primi due versi viene paragonato sia a un fanciullo sia a un vecchio: che cosa li accomuna e che cosa li differenzia? 2. Quali altri similitudini nella prima strofa comunicano con vivezza le caratteristiche del mare? Quali caratteristiche sono messe in evidenza grazie alle similitudini? 3. I nomi astratti, che indicano quanto il mare ha lasciato alle rive, che cosa esprimono? Che legame c’è tra questi concetti e le caratteristiche del mare? 4. Negli ultimi due versi il mare pare svuotato di tutto, rimane solo come colore. Un colore bello, vivace. Come interpreti questa immagine? 5. Trova almeno tre immagini (quadri o fotografie) che illustrino le caratteristiche attribuite al mare in questa poesia e scrivi un testo che spieghi le ragioni delle tue scelte di accostamento.


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ALDO PALAZZESCHI Mar grigio Io guardo estasiato1 tal mare: immobile mare uguale. Non onda, non soffio che l’acqua ne increspi, non aura vi spira2. Di sopra lo copre un ciel grigio bassissimo, intenso, perenne. Io guardo estasiato tal mare. Non nave, non vela, non ala, soltanto egli sembra un’immensa lamiera d’argento brunastro. Su desso3 velato si mostra ogni astro. Il sole si mette una benda di lutto, la luna un vel grigio, le innumeri4 stelle lo guardano tenendo un pochino socchiuso il lor occhio vivace. Io guardo estasiato tal mare. Ma quale fu l’acqua ad empirlo? Dai monti ruinò5? Sgorgò dalla terra? Dal cielo vi cadde? O cadde piuttosto dagli occhi del mondo? Mar grigio, siccome una lastra d’argento brunastro, 1 estasiato: ammirato, rapito. Aggettivo derivato dal verbo greco eksístēmi ‘io esco fuori di me’. 2 non aura vi spira: non vi soffia alcuna brezza. 3 desso: esso 4 innumeri: innumerevoli, numerosissime. 5 ruinò: rovinò, precipitò.


Aldo Palazzeschi

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immobile e solo, uguale, ti guardo estasiato. – Ma c’è questo mare? Ma c’è? – Si