Inside Art dicembre 2012

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EDITORIALE_INSIDE ART 5

DABAVA BECCARIS ALMAGNIFICO di GUIDO TALARICO

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on credo proprio che Mario Monti possa essere paragonato ad Antonio Rudinì, presidente del consiglio nel 1898. Certo è però che le cannonate sul mondo della cultura di Lorenzo Ornaghi non sono troppo dissimili da quelle che il generale Fiorenzo Bava Beccaris fece esplodere a Milano in faccia agli autori della “Protesta dello stomaco”. Nel caso di Ornaghi naturalmente non sono pallettoni ma tagli. L’effetto è tuttavia analogo. Chiunque oggi in Italia operi nella cultura risulta essere ammazzato o ferito da una politica che per eliminare il problema della mancanza di soldi punta a eliminare i destinatari della risorse stesse. Che il novello soppressore sia giunto al governo da soli 13 mesi è una scusante che arriva fino ad un certo punto. Si doveva e si poteva fare di più. Come vivere dunque questo 2013

COME VIVERE DUNQUE QUESTO 2013 CHE SI PREANNUCIA PEGGIO DEL 2012 NON FOSSE ALTRO PER IL FATTO CHE VI GIUNGIAMO DOPO QUATTRO ANNI DI RISTRETTEZZE? LA NOSTRA RICETTA È SEMPLICE: RILANCIARE, RILANCIARE, RILANCIARE

che si preannucia peggio del 2012, non fosse altro per il fatto che vi giungiamo dopo quattro anni di ristrettezze e con una classe politica ancora più distratta da mille elezioni? La nostra ricetta è semplice: rilanciare, rilanciare, rilanciare. Siamo creativi? E allora diamogli sotto. Facciamo vedere a questa classe politica orrenda che se l’Italia ha un patrimonio artistico di codesta fatta lo deve a gente che ha saputo sopravivvere tanto ai carnefici quanto agli incapaci e agli ignavi. (“By the way”: noi investiremo ancora sul sito e sulla nostra web tv, sul Talent Prize e sui libri. Non solo: trasformeremo Inside Art in un trimestrale di approfondimento puntando ancora una volta alla qualità e aspettando un nuovo Lorenzo. De’ Medici).


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6 INSIDE ART_SOMMARIO

Editore e direttore Guido Talarico (direttore@guidotalaricoeditore.it)

INSIDEART # 92

Caporedattore Maurizio Zuccari (m.zuccari@insideitalia.it)

In copertina: David La Chapelle “The house at the end of the world”, 2005

Redazione Francesco Angelucci, Giorgia Bernoni Irene Canale, Sophie Cnapelynck, Maria Luisa Prete (redazione@insideitalia.it)

A destra: Sven Prim “Skyscraper”, s. d.

Grafica Gaia Toscano (grafica@insideitalia.it) Luca Cioffi (grafica2@insideitalia.it) Foto & service La presse/Ap, Manuela Giusto, T & P Editori, Millenaria Amministratore delegato Carlo Taurelli Salimbeni (c.t.salimbeni@guidotalaricoeditore.it) Marketing & pubblicità Raffaella Stracqualursi (marketing@guidotalaricoeditore.it) Elena Pagnotta (partner@guidotalaricoeditore.it) Pubblicità Rossella Forlè (r.forle@guidotalaricoeditore.it) Amministrazione Alessandro Romanelli (amministrazione@guidotalaricoeditore.it) I nostri recapiti via Antonio Vivaldi 9, 00199 Roma Tel. 0039 06 8080099 06 99700377 Fax 0039 06 99700312 www.insideart.eu (segreteria@guidotalaricoeditore.it) Stampa Arti grafiche Boccia via Tiberio Claudio Felice 7, 84131 Salerno Diffusione Cdm Srl Viale Don Pasquino Borghi,172, 00144 Roma Gestione rete di vendita e logistica Press Di Via Cassanese, 224 20090 Segrate (Mi) Abbonamenti Il costo per 11 numeri è di 55 euro mentre per l’edizione online è di 11 euro e può essere sottoscritto in qualsiasi momento dell’anno. Il costo dei numeri arretrati è di 11 euro. Per informazioni: abbonamenti@guidotalaricoeditore.it Inside Art, Reg. Stampa Trib. Cz n. 152 del 23/03/04, è una testata edita da Guido Talarico Editore srl (presidente Guido Talarico, a.d. Carlo Taurelli Salimbeni, cons. Anne Sophie Cnapelynck). Direttore responsabile e trattamento dati Guido Talarico. Le notizie pubblicate impegnano esclusivamente i rispettivi autori. I materiali inviati non verranno restituiti. Tutti i diritti sono riservati. www.guidotalaricoeditore.it Hanno collaborato Martina Adami, Deianira Amico, Alexandru Balasescu, Maria Letizia Bixio, Claudia Catalli, Massimo Canorro, Giulia Cavallaro, Valentina Cavera, Alessia Cervio, Stefano Cosenz, Simone Cosimi, Margherita Criscuolo, Andrea Dall’Asta, Giorgia Fiorio, Alberto Fiz, Massimiliano Alberico Grasso, Antonia Marmo, Ornella Mazzola, Valentina Piscitelli, Aldo Runfola, Lorella Scacco, Giulio Spacca, Veronica Veronesi Numero chiuso in redazione il 27.11.2012

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LE CONNESSIONI DI DIGITAL LIFE di Claudia Quintieri

COPERTINA 12 14 16

QUATTRO CAVALIERI IN CERCA D’AUTORE di Maurizio Zuccari LA FINE DEL MONDO SENZA ANABASI di Ernesto De Martino ARTE, SI SALVI CHI PUÒ di Maria Luisa Prete

MONDO 22 26

CHIAROSCURI METROPOLITANI di Martina Adami GLI EVENTI DEL MESE di Giorgia Bernoni

ITALIA 28 32

LE BANDIERE DELLO SGUARDO di Filippo Maggia GLI EVENTI DEL MESE di Silvia Novelli

MUSEI 35

SPAZIO GRISÙ, FACTORY NOSTRANA di Giulia Cavallaro

GALLERIE & VERNISSAGE 38 42 48

TENUTA DELLO SCOMPIGLIO, SPAZIO PER UN DIALOGO di Irene Canale INDIRIZZI D’ARTE di Maria Luisa Prete LE INAUGURAZIONI DEL MESE di Silvia Novelli

PORTFOLIO 50

LE MASCHERE DI GIOSETTA di Marco Delogu

INSIDE ARTIST 52

ALBERTO DI FABIO, PICCOLA COSMOGONIA SENSORIALE di Giorgia Bernoni

OUTSIDE ARTIST 59

ROBERTA CONI, LE TENTAZIONI DELLA CARNE di Maurizio Zuccari


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ABOUT ART LETTURE & FUMETTI 86 90

BAMBINI FUORI DAL COMUNE di Margherita Criscuolo INNOCENTI, L’IMMAGINE È IL NULLA di Francesco Angelucci

VISIONI & MUSICA 92 94 96

KEN LOACH, DISINCANTO D’AUTORE di Claudia Catalli LA SCELTA, UNA PROVA DI CORAGGIO CIVILE di Giorgia Bernoni MATTIA DE LUCA, QUANDO IL FOLK È FILOSOFIA DI VITA di Francesco Angelucci

RUBRICHE 09 25 31 62 80 98

MATERIAL ART FORMAZIONE & LAVORO 63

TAM TAM, UNA SCUOLA D’ECCELLENZA di Alessia Cervio

MERCATO & MERCANTI 64 66

ASTE, CRESCONO GLI ITALIANI di Stefano Cosenz ALBERTO ZANMATTI, COMPAGNI DI STRADA di Ornella Mazzola

PERSONAGGI E ARGOMENTI 68 70

L’ARTE È PER TUTTI ANCHE SE È IN HD intervista con Roberto Pisoni di Maurizio Zuccari VIGAMUS, IL MUSEO DEI VIDEOGIOCHI di Francesco Angelucci

FONDAZIONI 72

ATELIER WICAR, PROSPETTIVA E GRAVITÀ di Margherita Criscuolo

ARCHITETTURE & DESIGN 74 76 78 82 84

CRESCERE NELLA COMUNE DA SOGNO di Simone Cosimi LA CASA DELLA FANTASIA di Valentina Piscitelli SOFITEL HOTEL: INCONTRI DI STILI E CULTURE di Irene Canale ITALIAN LIVING EXPERIENCE, IL BELPAESE A PECHINO di F. A. DEMATTEIS, TUTTA LA PRECISIONE DEL MONDO di Giulio Spacca

IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI di Giorgia Fiorio LA FINESTRA SUL MONDO di Alexandru Balasescu QUI ITALIA di Alberto Fiz SACRALITARS di Andrea Dall’Asta SEGNI PARTICOLARI di Antonia Marmo MIPIACENONMIPIACE di Aldo Runfola


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IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI_INSIDE ART 9

OMBRE E SPECCHI PER RACCONTARE LA REALTÀ E IL VISIBILE DOTATISSIMO DI SCANDAGLI PLANETARI D’IMMAGINI E DI OGNI MEZZO DI RIPRODUZIONE IL CONTEMPORANEO DISIMPARA IL REALE CHE RIPRODUCE E SENZA POSA CANCELLA

di GIORGIA FIORIO (FOTOGRAFA)

Giorgio Vasari L’inizio della pittura 1573, affresco, Firenze casa Vasari

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avanti allo specchio sono io, l’ombra che segue o precede la mia persona è altra da me, il mio doppio è l’altro. C’è un tempo, un certo momento nella storia, in cui gli umani iniziano a guardarsi, ossia ad articolare in una forma la propria immagine e a raccontarsi da quel momento. Questo inizio avviene molte volte in diverse parti del pianeta, in diversi momenti del tempo lungo un arco di cinquemila anni e questo comincia ad avvenire prima che Narciso rincorra la sua immagine che si disfa nello specchio d’acqua – que iste ego sum, né la mia immagine mi inganna; prima di Apelle che con Vasari prova a ritrarre il contorno della propria ombra sul muro; il primo “photomaton”, il primo “photoboot”, è una figura tridimensionale. Se il simulacro, copia dell’essere – imago – è uno spettro, la sua prima forma è una scultura. Uno specchio, diverso da uno specchio. Come la figura umana porta l’ombra di sé addosso a se stessa e proietta quella della sua figura che si sposta al suolo, uguale è la stessa del suo originale vivente, assente. È un volume che muta d’aspetto con l’evoluzione della traccia della luce che ne rivela alterandoli i contorni. Dice Jaques Derrida, in Memorie di cieco, l’autoritratto e altre rovine (Abscondita, 2003): «Tutta la storia, tutta la semantica dell’idea Europea, nella sua genealogia greca, lo si sa, lo si vede, assegna il vedere al sapere». Il termine ιδέα, aspetto, viene da ιδειν, vedere, al passato conoscere. Nove mesi fa abbiamo parlato della memoria, vorrei tornare un istante a quel pensiero. Guardare una scultura antica della figura umana è vedersi, è il principio della traccia, memoria della conoscenza. Il non vedente che compie la “visita tattile” al museo archeologico possiede, della scultura, una visione interiore senz’altro più tangibile, forse più accurata, del contemporaneo vedente “disabilitato” alla vista di quel che non guarda più, occupatissimo a cambiare il nu-

mero sul display dell’audioguida e rispondere all’sms. Borges, che come Milton e Joyce diventa cieco e quanto loro è un formidabile visionario, in La cecità, l’incubo (Mimesis, 2012) ci dice: «Non sappiamo se Omero sia realmente esistito, le tradizioni sono unanimi nel mostrarci un poeta cieco […] per insistere sul fatto che la poesia è innanzitutto musica […] tuttavia la poesia di Omero è visuale, spesso splendidamente visuale». Doloroso, profetico, Paul Celan ci ingiunge di esser ciechi, che l’eternità è piena di occhi – si – annega nelle immagini. Mitoraj che benda le sue monumentali sculture della Grecia millenaria, che cosa ci sta dicendo? Se la conoscenza è un orizzonte che si sposta sempre oltre allo sguardo, per definizione irraggiungibile, l’informazione è un muro che induce a credere al possesso della conoscenza. Credere che basti un motore di ricerca per sapere il mondo e il “problema” – l’interrogativo – della conoscenza è rimosso. Più urgente in qualsiasi momento è una vibrazione che si trasmette come nel metallo a tutto il perimetro della persona; un impulso sovente banale, sempre imperioso che incede sopra ogni cosa sino in fondo agli occhi, sì che forti nella certezza di essere in connessione con il mondo si è irrimediabilmente sconnessi dall’esperienza del visibile dinanzi agli occhi. Smettere di vedere è smettere di conoscere, eppure Democrito si strappa gli occhi per pensare. Dotatissimo di scandagli planetari, d’immagini d’immagini e di ogni mezzo di riproduzione, il contemporaneo disimpara il reale che riproduce e senza posa cancella: quella copia è uno specchio vuoto, un’ombra staccata di cui poco c’importa. Raccontare la realtà, ricominciare a interrogare quanto del visibile interroga l’immaginario, accendere una visione interiore e la consapevolezza visiva è il solo modo di non perdere la memoria dell’immaginario. Questo è il mio augurio ai contemporanei vedenti in questa fine d’anno.


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IN BREVE MUSEI SICILIANI

CULTURA NUOVA

ADDIO MAROTTA

TEMPLI SALVI

Omaggio ai grandi

Azzerare i fondi

Un artista “giovane”

Al via le demolizioni

Tra i primi atti della giunta regionale siciliana quello di intitolare i musei dell’isola ai grandi della cultura, da Renato Guttuso all’archeologo Biagio Pace. Ma tra le nuove intitolazioni, le più sentite toccano il Museo regionale delle miniere di Agrigento e quello di Caltanissetta, dedicati alle eroiche epopee delle solfatare.

Si è chiusa a novembre la seconda edizione del Salone europeo della cultura di Venezia che, dopo Parigi, quest'anno sceglie Berlino come capitale di confronto. Nuova location (i Magazzini Ligabue) e nuovo format. Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura è stato il sottotitolo dell'edizione italiana.

È morto a Roma il 16 novembre Gino Marotta. Prima di morire, è riuscito ad assistere all’inaugurazione alla Gnam di Roma di una mostra antologica dei suoi lavori, aperta fino al 27 gennaio, curata da Angelandreina Rorro e Laura Cherubini, che dichiara: «Molti visitatori chiedono: è un artista giovane?».

Nella Valle dei Templi ad Agrigento si respira un’aria nuova. Si parla, addirittura, di svolta sociale. Sono iniziate le demolizioni degli edifici abusivi. A pagarle, e qui è la novità, non è più lo stato, ma gli stessi proprietari a tre anni dagli esposti esecutivi, emessi dalla soprintendenza.

ARS DIXIT TOM WOLFE Miliardari in pantaloni corti e consulente «Dio», esclama lui, ridacchiando al ricordo di Art Basel Miami, «Vedi tutti questi miliardari vestiti come bambini troppo cresciuti, in pantaloni corti e scarpe da ginnastica, e tutti che sgomitano freneticamente per cercare di comprare più dell’altro. Hanno ognuno – sono tutti maschi – un consulente d’arte, il quale consulente gli dice cosa gli piace. Quello che gli dice, in realtà, è cosa va di moda, e tanto basta al collezionista che alle pareti vuole appendere solo cose di tendenza». (Richard Grant, D di Repubblica, 17 novembre)

DIRETTIVA DECORO Nelle città d’arte è guerra al degrado

PAOLA JADELUCA Se il mercato è bello, piace ed è anche un affare «È bella, piace ma è anche un affare. L’arte è un mercato in forte crescita, trainato da quattro fattori che negli ultimi anni ne hanno fatto una vera e propria alternativa agli investimenti più tradizionali: è ampio, globale e in incremento; sta diventando più trasparente e accessibile; registra un aumento del numero delle persone che partecipano a questo mondo; infine, si sta affermando come una vera e propria ”asset class”. È quanto emerge dal ”Report evolution of the art market as an asset class” realizzato da Deloitte e presentato in Sda Bocconi a Milano. Il mercato dell’arte, sostengono gli analisti di Deloitte, è sempre stato considerato con sospetto, perché duro da valutare, illiquido, poco trasparente, insomma un affare per pochi, ricchi intenditori. Ma le cose stanno cambiando, e la crisi ha dato il suo contributo». (Affari e finanza, 17 novembre)

MARCO LODOLI La cultura umanista è finita «Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato ed educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell’uomo, alle sue domande, ai suoi timori». (Repubblica, 31 ottobre)

Nelle città d’arte è guerra a bancarelle e tavolini, per l’applicazione della ”direttiva decoro” del ministro Lorenzo Ornaghi. Ossia delle regole antidegrado volute per restituire dignità al patrimonio culturale, ma molte amministrazioni continuano a chiudere più di un occhio.

SCHERZI VENETI La Masa, falsi annunci Nella sede della fondazione Bevilacqua La Masa in piazza San Marco, a Venezia, si sono presentate un centinaio di persone in cerca di lavoro, attirate da un falso annuncio su internet. Con i candidati alla 96° collettiva della fondazione, in programma dal 15 dicembre al 20 gennaio, sono arrivati operai e badanti. Quasi una performance, se non si fosse trattato soltanto di un brutto scherzo.


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BIENNALE D’ARCHITETTURA Il bilancio di Luca Zevi al termine della manifestazione «Con 19 convegni e un concorso internazionale, nei tre mesi di apertura il padiglione Italia è stato un laboratorio di indagine sulla realtà italiana attuale, nella prospettiva di una possibile ripresa economica che ponga al centro la riqualificazione del territorio quale straordinaria occasione di iniziativa imprenditoriale». Luca Zevi, curatore del padiglione Italia alla biennale di Architettura, commenta così la tredicesima edizione della rassegna, curata da David Chipperfield, che si è appena conclusa a Venezia con oltre 178mila visitatori.

EX MANIFATTURA, UN FUTURO POSSIBILE Un progetto Trial Version per lo stabilimento fiorentino Si profila una svolta, un futuro possibile per l’ex Manifattura tabacchi di Firenze, un gigante urbano di oltre centomila metri quadri in pensione dal 2001, diventata la scommessa del collettivo Trial Version che ha presentato al pubblico il suo progetto ad Art Verona. «Intendiamo cercare modalità alternative di fruizione dell’arte contemporanea – dicono dal gruppo di artisti – una soluzione temporanea in grado di offrire la nostra versione di prova di quegli spazi. In attesa che il destino dell’ex manifattura, come quello di tanti altri stabili ex industriali in giro per l’Italia, sia decretato da una qualche amministrazione».

LE CONNESSIONI DI DIGITAL LIFE A Roma la terza edizione della visionaria rassegna Le ”Human connection” secondo i videoartisti Digital Life 2012 “Human connection” è la terza edizione del progetto Digital Life organizzato dalla fondazione Romaeuropa. Quest’anno si svolge in tre sedi: l’ex Gil Trastevere, il Macro Testaccio e l’Opificio Telecom Italia, a Roma. Le nuove tecnologie digitali dialogano con la creazione artistica nello scambio multidisciplinare fra vari linguaggi: video, videoinstallazione, “performing art”, fotografia. La storia dell’arte è indagata a partire dal pioniere video Nam June Paik, di cui sono esposti “Global groove”, “Good morning mr. Orwell” e “Tiger lives”, si prosegue con le opere di Vito Acconci e Marina Abramoviç, per giungere a Jan Fabre. Da notare anche i più giovani Masbedo e Paola Gandolfi nella veste di videoartista, fino ad arrivare al curatissimo omaggio a Bruegel, “Bruegel suite”, di Lech Majewski in cui sembra di entrare dentro un dipinto del maestro fiammingo, rigenerato in una veste animata dalla tecnica digitale. Tanti altri artisti presenti in mostra si misurano con le nuove frontiere del tecnologico apportando innovazioni accompagnate da una fantasia che si risolve nella sperimentazione. Esiste poi uno sguardo a un passato recente e la volontà di andare oltre: si creano scambi generazionali in cui lo spessore si confronta con la capacità di esprimersi attraverso tecniche ormai consolidate e tecniche all’avanguardia. È possibile sviluppare un mondo immaginario che attende il futuro. Nelle opere in mostra si rivela sia un agire in profondità che la drammaticità di alcune riflessioni visive e, altre volte, l’ironia. Caratteristica evidente è il dialogo fra linguaggi diversi che si rimandano. Fino al 16 dicembre. Ex Gil Trastevere, largo Ascianghi 5; Macro Testaccio, piazza Orazio Giustiniani 4; Opificio Telecom Italia, via dei Magazzini Generali 20A Roma. Info: 0645553000; www.romaeuropa.net (Claudia Quintieri)


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QUATTRO CAVALIERI IN CERCA D’AUTORE

PER SAPERNE DI PIÙ

Lorella Giudici Angela Lucrezia Calicchio La giostra dell’apocalisse Silvana 72 pagine 15 euro

A ogni bivio della storia l’uomo e l’arte si sono misurati con il mondo che verrà, dopo aver vagheggiato la fine La cultura appare incapace di dare il là a un nuovo inizio

di MAURIZIO ZUCCARI

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el doman non v’è certezza, carnacialava Lorenzo de’ Medici agli abbrivi del Rinascimento, invitando a darci sotto, godersi la vita finché si è giovani e in tempo. Sarà per quest’assenza di certezze che l’uomo, tra i tanti, ha inventato il mito dell’apocalisse. Qualcosa che in origine significava disvelamento, rivelazione, ha assunto nella dottrina giudaico cristiana l’idea della fine come significato, della morte di questo mondo perché se ne sveli il senso ultimo, e dunque del giudizio universale legato alla parusia, la venuta finale del Cristo. Prim’ancora che figli di Dio o di Noè, siamo tutti figli dell’apocalisse: in attesa di un diluvio che spazzi e rigeneri. Schiere di apocalittici, dai millenaristi ai rivoluzionari d’ogni sorta, hanno vagheggiato tabule rase capaci di redimere il mondo, a ogni bivio della storia e pure prima che i Maya, dal calcolo delle congiunture astrali, mettessero questo 21 dicembre la parola fine a un’era. Perché un popolo a cui era sconosciuto l’uso della ruota e dei metalli si desse tanto daffare in astronomia è uno dei misteri della storia, e se hanno avuto ragione l’avrete già saputo al momento di leggere queste righe. Ma due stramberìe contrapposte vanno messe a fuoco: l’idea che la fine di una parte coincida con quella del tutto, e che la risposta a questa – alla morte delle umane cose – sia un salto nell’eternità. Un Eden dove ritrovarsi, di là dal bene e dal male dell’aldiquà. Ma nessuna soluzione finale è possibile alle angosce del vivere, i quattro cavalieri magistralmente disegnati da Albrecht Dürer continuano, mutatis mutandis, a galoppare nel mondo. Così sorprende, di questi tempi, chi ancora sospira a quanto contrabbandato dall’ideologia dominante, che al banchetto dell’opulenza ci sarebbe stato posto per tutti e quindi che il consumo, anzi lo spreco, sarebbe stato il miglior carburante di un sempiterno progresso. Chi ignora che questa nostra cultura è destinata a fare un botto memorabile, se non siamo in grado d’imprimerle una svolta, capire che non possiamo affidarci a un modello che non sostiene più l’Occidente, figurarsi il globo. E la cultura? Un esercito d’intellettuali e d’artisti, in ogni tempo, ha detto la sua sul dopofine ma oggi il solipsismo e l’incapacità d’anabasi, di risalita dal fondo del pozzo, è tanta che abbiamo ripescato un testo di Ernesto De Martino, vecchiotto ma attualissimo, sulle apocalissi culturali. Ché il tempo fugge e i quattro sono ancora in cerca d’autore. Buona fine del mondo. E buon inizio.

Albrecht Dürer I quattro cavalieri dell’apocalisse 1496-’98

Aavv Apocalisse l’ultima rivelazione Skira 240 pagine 45 euro

Ernesto De Martino Le apocalissi culturali Einaudi 724 pagine 38 euro

Le pagine di questo catalogo raccolgono le opere di una ventina di artisti e le riflessioni di filosofi, autori, registi e compositori che nel 2008 per nove giorni hanno dato vita alla Giostra dell’Apocalisse negli spazi della Rotonda di via Besana, a Milano, di fatto un’opera d’arte totale. Teatro, arti visive e musica hanno messo in mostra e rappresentato alcune sfaccettature di un’apocalisse d’oggi.

I più importanti artisti mondiali attivi tra il IV e il XX secolo interpretano l’Apocalisse di san Giovanni, l’ultimo libro del canone cristiano. Oltre cento opere, tra prestiti di codici, pitture su tavola lignea, pitture su tela, sculture, oggetti di oreficeria, incisioni e disegni, ordinate secondo una struttura corrispondente alla successione dei capitoli del libro biblico. Il volume è il catalogo della mostra di Illegio, Udine, del 2007.

La fine del mondo raccoglie le note di una ricerca incompiuta sulle apocalissi, che l’antropologo Ernesto De Martino condusse per anni e fu interrotta dalla morte. Il tema della fine del mondo viene sottoposto a un’interrogazione sociologica a vasto raggio che sonda i territori della psicopatologia, dell’etnologia, della storia delle religioni, della filosofia e della letteratura moderna e contemporanea, per aprirsi a questioni radicali sul senso dell’uomo e della cultura.


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LA FINE DEL MONDO

L’arte contemporanea deve raggiungere un livello molto più profondo del passato

di ERNESTO DE MARTINO*

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ella vita religiosa dell’umanità il tema della fine del mondo appare in un contesto variamente escatologico, e cioè o come periodica palingenesi cosmica o come riscatto definitivo dei mali inerenti alla esistenza mondana: si pensi per esempio al Capodanno delle civiltà agricole, ai movimenti apocalittici dei popoli coloniali nei secoli XIX e XX, al piano della storia della salvezza nella tradizione giudaicocristiana, ai molteplici millenarismi di cui è disseminata la storia religiosa dell’Occidente. In contrasto con questa prospettiva escatologica, l’attuale congiuntura culturale dell’Occidente conosce il tema della fine al di fuori di qualsiasi orizzonte religioso di salvezza, e cioè come disperata catastrofe del mondano, del domestico, dell’appaesato, del significante e dell’operabile: una catastrofe, che narra con meticolosa e talora ossessiva accuratezza il

disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, lo spaesarsi dell’appaesato, il perder di senso del significante, l’inoperabilità dell’operabile. Senza dubbio l’attuale congiuntura culturale dell’Occidente non si esaurisce in questo tema disperante e disperato, e anche quando se ne lascia sfiorare o toccare o addirittura investire con soffio di tempesta reagisce variamente al suo mortale richiamo: tuttavia il tema dell’abbandonarsi senza compenso al vissuto del finire costituisce innegabilmente una disposizione elettiva della nostra epoca, del che possono testimoniare molteplici documenti tratti dal costume, dalla letteratura, dalle arti figurative, dalla musica, infine dalla stessa filosofia. [...] La letteratura moderna è variamente dominata dal tema apocalittico. Ora questo tema può interessare in una prospettiva critica o scientifica da diversi punti di vista, ma qui a noi interessa unicamente

come documento di costume e come sintomo di crisi. La nausea o la noia o l’assurdo o l’incomunicabilità, la catastrofe della figura o della melodia a noi interessa soltanto come clinici della cultura, che intendono partecipare ad un consulto decisivo. Senza dubbio non si tratta della concezione oggettivistica della malattia, che da una parte pone il medico sano e, dall’altra, il malato: qui il medico che lotta contro il morbo lo deve vincere prima di tutto in se stesso, e il malato è anche colui che deve guarire e che accoglie in sé forze guaritrici in atto. [...] La “crisi” nelle arti figurative, nella musica, nella narrativa, nella poesia, nel teatro, nella filosofia e nella vita etico-politica dell’Occidente è crisi nella misura in cui la rottura con un piano teologico della storia e con il senso che ne derivava (piano della provvidenza, piano dell’evoluzione, piano dialettico dell’idea) diventa non già sti-


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David La Chapelle, ”Deluge”, 2009

SENZA ANABASI

per tentare la catarsi. Questo è indice di quanto sia grave il pericolo, fondo il male

molo per un nuovo sforzo di discesa nel caos e di anabasi verso l’ordine, ma caduta negli inferi, senza ritorno, e idoleggiamento del contingente, del privo di senso, del mero possibile, del relativo, dell’irrelato, dell’irriflesso, dell’immediatamente vissuto, dell’incomunicabile, del solipsistico eccetera. Che l’Occidente senta una profonda esigenza di un bagno nella vita, e che questa esigenza testimoni del suo tentativo di riabbracciare una vitalità che gli sfugge, è comprensibile in un’epoca di crisi, di senilità, di smarrimento. Ma se non si può prescrivere in astratto di quanto occorra perdere il mondo ordinato per ricondurlo di nuovo all’ordine, ciò che importa è che la ripresa avvenga, quale che sia il livello cui si deve scendere per tale riprendere: avvenga, cioè, la ripresa verso la forma, verso i valori, verso l’ordine intersoggettivo, comunicabile, umano. Esiste tuttavia il pericolo, nell’at-

tuale congiuntura culturale, di molte catabasi senza anabasi: e questo è certamente malattia. [...] L’arte è un modo di recuperare gli eventi minacciati dall’irrigidimento e dal caos, ed è quindi un modo di guarire il sempre possibile ammalarsi degli oggetti. Ma questo recupero, secondo le varie temperie storiche e secondo le varie congiunture culturali, si compie a vari livelli: se nell’arte vi è sempre un momento di discesa agli inferi, cioè sino al piano in cui l’oggetto è in crisi, non può essere stabilito una volta per sempre di quanti gradini è lecito scendere per compiere poi la anabasi. Ciò che importa è che il piano sia raggiunto e che l’anabasi si compia (sia comunicabile, intersoggettiva, regolatrice), di guisa che l’opera singola consenta di leggere questa vicenda. Ciò che importa è che il momento della discesa non sia scambiato con la liberazione, e che la caccia spietata alla

“malattia degli oggetti” non sia esibita come guarigione o idealeggiata proprio in quanto malattia. In questa prospettiva è possibile giudicare la cosiddetta “arte contemporanea”, che non è da condannare perché si è allontanata dal naturalismo e ha consumato la catastrofe della figura. Questi son giudizi di estrema rozzezza: in realtà l’arte figurativa del Rinascimento non aveva bisogno di scendere molto in basso per recuperare oggetti ed eventi, e per compiere l’anabasi verso la forma, mentre l’arte contemporanea deve raggiungere livelli molto più profondi per tentare la catarsi. D’altra parte questo carattere dell’arte contemporanea costituisce un documento di quanto profonde siano le radici del male, di quanto grave sia il pericolo della fine del mondo. * antropologo, estratto da La fine del mondo cortesia Einaudi, 1977


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ARTE,SISALVICHIPUÒ Pessimismo tra gli operatori del settore ma anche qualche ricetta per uscire dalla crisi di MARIA LUISA PRETE

oco prima della fine del travagliato 2012, l’apocalisse attribuita tra l’altro al calendario Maya non appare poi così inverosimile. Il mondo vive quasi nell’attesa di una catastrofe finale che, se non si concretizzerà con la distruzione del globo, comporterà comunque la fine del mondo come lo conosciamo. Fallito il liberismo e il modello occidentale? Ci si prepara all’avvento di nuove civiltà ridefinendo i confini e i bilanciamenti di potere? Sono domande troppo grandi. Nel nostro piccolo, ci preme capire come ha vissuto e sta vivendo questo momento il settore dell’arte contemporanea. Regna un pessimismo realistico e inevitabile tra gli operatori: è innegabile. Il 2012 è stato un anno teribile, nessuno lo nasconde. La cultura, e nello specifico l’arte contemporanea, è stata sacrificata sull’altare dei provvedimenti economici per scongiurare la crisi. La

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scure dei tagli si è abbattuta inesorabile e gli appelli a cambiare rotta e credere nel valore “economico” della produzione artistica nostrana sembrano caduti nel vuoto. Galleristi, critici, curatori e direttori di musei – i 10 esperti che abbiamo interpellato – lamentano gli stessi problemi, legati all’abbandono del pubblico, ma anche allo scoramento del privato. Questo significa che il collezionista più accanito, considerando il flusso schizofrenico dell’indice finanziario, fatica a investire. L’iniezione di fiducia, classica in tempi di crisi, sembra non sortire gli effetti sperati. In pieno “default”, si salvi chi può: è il cinico ritornello che nessuno osa pronunciare chiaramente, ma di cui tutti accettano spirito e implicazioni. Si continua ad andare avanti con tenacia, ma senza un programma comune e condiviso. Non esiste una direzione politica che imponga le direttive esecutive, ma una frammentata costellazione di gestioni per-

sonalizzate in risposta all’emergenza. Fiducia nelle proprie capacità, in quelle dell’arte e del pubblico che comunque non fa mancare mai la sua presenza agli aventi importanti sembrano le linee guida percorse dagli operatori del settore. Insieme a dieci “dritte”, alcune molto pratiche, per uscire dall’impasse. Innanzitutto, come avviene nei paesi anglosassoni, la possibilità di detrarre dalle tasse l’acquisto di opere d’arte. Idea semplice ma, a dire di molti, capace di rianimare un mercato asfittico e in pericoloso stallo. Riattivare l’economia con incentivi validi è l’unico modo per far ripartire la macchina. E poi si parla anche di sostegno alla cultura in rinnovate forme e con nuovi protagonisti. Fondazioni, settore imprenditoriale e mecenati dovranno fare la loro parte: a loro si chiede coraggio e lungimiranza che, tradotto in volgar lingua, significa denari. Senza è difficile fare progetti di sorta. Senza è l’apocalisse.


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TRE DOMANDE X DIECI ESPERTI

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1 Per l’Italia la crisi continuerà. I collezionisti in fuga sono molto spaventati dal fisco e le gallerie appaiono in affanno. A livello internazionale il mercato si concentrerà sugli artisti affermati in grado di dare garanzie d’investimento. 2 L’arte contemporanea ha perso in media il 40% rispetto al 2008. Il boom di Cina e India è solo un vago ricordo e Damien Hirst, nonostante Gagosian, è in ribasso. Ma molti sono spariti. Chi ricorda, per esempio, Mariko Mori? Il nuovo anno non vedrà una trasformazione ma potrebbe essere favorevole per l’Italia. Sono molti i recuperi da fare. Qualche nome su cui puntare? Getulio Alviani, Franco Vaccari, Carol Rama, Aldo Mondino, Mauro Staccioli, Piero Fogliati. Tra gli artisti ”mid career” meritano una rinnovata attenzione Eva Marisaldi, Stefano Arienti, Luca Pancrazzi, Luigi Carboni e Pierluigi Pusole. 3

2013, dopo l’apocalisse Che anno sarà? Quali tendenze o artisti sono stati ridimensionati dalla crisi e quali saranno protagonisti del nuovo anno? Il ruolo dell’arte contemporanea per la rinascita economica e culturale, una proposta concreta

In alto, a sinistra: Enrico Baj Apocalisse, 1979

ALBERTO FIZ CRITICO E CURATORE Direttore del Marca Catanzaro

Va sviluppato un programma di ricerca per la produzione di opere multimediali e tecnologiche e creato un contatto più diretto tra le aziende e gli artisti di varie discipline superando il concetto di sponsorizzazione. Per quanto riguarda il mercato, sarebbe sufficiente dare nuova linfa al collezionismo attraverso le detrazioni fiscali per l’acquisto di opere d’arte al di sotto dei 20mila euro. Detrazioni anche per i privati e le aziende che commissionano agli artisti opere permanenti o pubbliche. È necesDINO MORRA sario, poi, rilanciare i musei incentivando le colGALLERISTA lezioni permanenti in modo da attivare un Dino Morra arte contemporanea nuovo indotto. Napoli

1 Gli indicatori economici, e in particolare quelli che riguardano il nostro paese, non lasciano presagire nessuna ripresa per il 2013, pertanto andremo incontro a un ulteriore anno difficile. Il nostro obiettivo rimane quello di continuare nel rispettare il programma espositivo e fieristico pianificato, con l’accortezza di razionalizzare i costi superflui. 2 Non penso sia corretto parlare di tendenze, in quanto in arte non esistono mode. Al contrario ritengo che sia in difficoltà la vendibilità degli artisti che in troppo breve tempo hanno raggiunto quotazioni inspiegabilmente elevate. 3 Dalle difficoltà economiche che vive il paese, nuove risorse economiche possono arrivare dall’estero e in particolare dai paesi emergenti. Sono stato ad Artissima, ho trovato una fiera forte e ricca di proposte artistiche di qualità. A parer mio è la proposta di qualità che dev’essere promossa e sostenuta in modo efficace fuori dai confini nazionali, al fine di attrarre nuovi collezionisti e investitori stranieri.


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Il 2012 è stato un anno terribile, si vedono, forse, dei leggeri spunti per una ripresa, anche se penso che il ciclo debba ancora concludersi. La situazione attuale nel mondo della cultura è strettamente connessa con l’incertezza politica che caratterizza il nostro paese. È tempo di cambiamenti forti, di nuove prospettive e nuove indicazioni. Non credo, tenendo presente quanto detto, che vi sarà, nei primi mesi del 2013, una effettiva ripresa. Se saremo fortunati qualcosa potrà succedere a partire dai mesi autunnali del prossimo anno, quando, forse, inizieremo a progettare un nuovo paese.

QUEST’EPOCA, SEMMAI DOVESSE PASSARE ALLA STORIA, SARÀ RICORDATA COME QUELLA DEL CAOS IMPERCETTIBILE GIORGIO GALOTTI GALLERISTA Galleria C02 Roma

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Parlare di tendenze nella nostra epoca che è così intrinsecamente postmoderna risulta difficile. Si può forse parlare, in maniera più precisa, di macroinfluenze geografiche. La crisi ha ridimensionato il ruolo dell’Occidente e credo, in un futuro, che vi sarà sempre maggior predominanza culturale da parte dei paesi emergenti, con una particolare attenzione all’Est del mondo. L’India, con i suoi previsti due miliardi di abitanti giocherà, a mio parere, un ruolo importante per l’influenza che avrà su tutto il pianeta. Un viaggio nelle capitali indiane della cultura (Mumbai, New Delhi, Calcutta) può essere molto interessante.

In alto: da sinistra: Daniele Abbado “Frammenti sull’Apocalisse”, 1994 Silvia Levenson “Natale con i tuoi”, 1997 Marina Abramovic “Carrying Elvira facing up”, 2006

Interessante, perché c’è più paura e la paura porta a ragionare meglio e a dare più spazio al silenzio. Si sta tornando a una forma primordiale, più attenta ai piccoli particolari, più radicale, meno digitalismi e perfezionismi. C’è più attenzione prima di lanciare i dadi, ci sono meno carrarmati e più bandierine stabili. Gli artisti intelligenti sfrutteranno questo momento per dialogare, sperimentare e non dichiarare guerra e quello che costruiranno, se sarà davvero buono, potrà fare la storia di questo momento.

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Mi sembra siano scomparsi lentamente gli artisti delle ultime biennali e siano venuti fuori artisti che lavorano sul linguaggio dell’inconsistenza perché sembra stiano narrando meglio quest’era, che se mai dovesse passare alla storia, sarà ricordata come l’era del caos impercettibile.

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Una proposta semplice per il nostro paese, che permetterebbe una rinascita del mercato dell’arte: la possibilità di detrarre dalle tasse, sia per i privati, che per le aziende, l’acquisto di opere d’arte. Nel giro di sei mesi ci sarebbe una ripresa importante delle realtà legate all’arte e di tutto l’indotto a esse correlato.

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IGOR ZANTI CRITICO E CURATORE Curatore del premio Arte Laguna

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Ho distribuito troppe idee in questi anni, ora mi fermo qui, sulla riva.


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Credo che le date indicate a titolo profetico come nefaste siano solo derive della fantasia umana quindi il 2013 sarà, come ogni altro anno, un anno che si plasmerà in base alle scelte, al lavoro, all’impegno che ognuno di noi vorrà mettere in campo.

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La crisi ha ridimensionato gli artisti ”meno bravi”, i nuovi protagonisti naturalmente saranno gli artisti ”più bravi”.

MAURIZIO RIGILLO GALLERISTA

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La crisi economica e finanziaria che ha colpito le economie di tutto il mondo pone seriamente la questione di nuovi paradigmi intorno a cui rielaborare diverse strategie di crescita. I futuri sentieri di sviluppo non possono prescindere dalla cultura: e il ruolo dell’arte è proprio quello di fare cultura. In questo senso arte e cultura sono il motore che muove e che forma la nostra società. L’arte contemporanea non è tale soltanto perché è l’arte del nostro tempo, ma perché vuole essere del proprio tempo: contemporanea e partecipe della situazione politica (nel senso più ampio del termine) e culturale. Dobbiamo augurarci che nel nostro paese torni a svilupparsi una forma di sensibilità e di coscienza che sembrerebbe essere andata completamente perduta. Una proposta concreta? Riattiviamo il ”motore” partendo, ad esempio, dalla formazione scolastica. Come galleria cerchiamo di dare il nostro contributo vivendo lo spazio e la nostra attività come reale territorio d’incontro. Lo facciamo cercando di accogliere i visitatori con lo spirito di chi condivide una passione: gli forniamo strumenti di lettura e informazioni per entrare attivamente in contatto con il progetto espositivo, con l’artista e il suo percorso di ricerca. Lo facciamo anche cercando di attivare, di volta in volta, un nuovo circuito di visitatori, interagire e coinvolgere il pubblico è importante per una galleria come per un museo, è un modo per mettere in moto nuove dinamiche.

Galleria Continua San Gimignano

LA CRISI HA RIDIMENSIONATO GLI ARTISTI “MENO BRAVI”, I NUOVI PROTAGONISTI SARANNO NATURALMENTE GLI ARTISTI “PIÙ BRAVI”

L’ARTE CI RESTITUISCE UN RIFLESSO FATTO DI FRAMMENTI PERCHÉ FRAMMENTARIA È LA REALTÀ CONTEMPORANEA VERONICA VERONESI GALLERISTA Galleria Oltredimore Bologna

1 Oltredimore sconfigge i timori apocalittici inaugurando a gennaio 2013 la mostra Nonostante tutto. Una collettiva dal titolo eloquente che, come il curatore Raffaele Gavarro spiega, porta con sé un senso di congenita e istintiva resistenza ad ogni forma di avversità, unito alla fiducia nel domani. Nonostante tutto può offrirci un fiducioso sguardo, un punto di vista positivo sull’anno che verrà, promuovendo una reazione alla crisi, all’immobilismo culturale, con l’auspicio che dalle ceneri dell’apocalisse risorga una splendida fenice. Tutte queste caratteristiche sono, secondo Gavarro, prerogative connaturate all’animo femminile. Che siano poi di fatto le donne le protagoniste di questo prodigio, della rinascita dell’anno nuovo, rimane solo da scoprirlo. 2 L’arte che ha dovuto maggiormente fare i conti con la crisi è senza dubbio quella pop. L’epoca della leggerezza e del disimpegno arranca lasciando spazio alle domande e a una comune ricerca delle risposte che si esprime in un’arte relazionale di ritorno. La partecipazione, il coinvolgimento del pubblico e il suo avvicinamento all’arte stessa sono sempre di più le chiavi per svolgere ricerche nuove. L’arte, di nuovo disincantata, abbandona il rischio di uno sguardo distaccato o giocoso sul mondo e si responsabilizza facendo di quel mondo uno spazio reale d’azione e relazione. 3 L’arte ha attraversato i secoli mantenendo da sempre una prerogativa su tutte: quella di essere lo specchio concreto del proprio tempo. L’arte ci restituisce un riflesso fatto di frammenti perché frammentaria è la realtà contemporanea. Per molti la cultura stessa è un universo che va a cozzare con cifre e possibilità di guadagno. In realtà non esiste errore più grossolano di questo: quello di considerare la cultura, l’arte nello specifico, un accessorio del benessere, privilegio di pochi all’appannaggio dei vertici. La cultura è il fondamento di ogni forma di sviluppo, sociale ed economico, prerogativa basilare di ogni genere di sano e consapevole investimento. L’arte contemporanea non può dunque non essere altro che un tassello fondamentale per l’auspicata rinascita economica e culturale: le mostre, le fiere, le aste hanno dimostrato in questi ultimi anni più che mai che l’interesse per l’arte contemporanea è vivo e condiviso. In Italia bisognerebbe superare il rischio dell’immobilismo del settore incentivando investimenti nella creazione di mostre, nella gestione e tutela dei luoghi espositivi, ma soprattutto supportando il lavoro degli artisti. Solo dando nuova linfa all’arte contemporanea è possibile che essa ci restituisca profitti economici, ma soprattutto un arricchimento umano e spirituale che non ha prezzo.


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1 Non credo molto buono. Almeno in Italia.

1 Ci piace pensare che i Maya abbiano sbagliato e che l’apocalisse non ci sarà. Ad ogni modo, si prevede che il 2013 sarà un anno difficile per l’economia, anche per il mercato dell’arte. Ma siamo certi che la macchina dell’arte non si fermerà. 2 I giganti dell’arte non risentono della crisi, lo testimoniano le aggiudicazioni stellari delle grandi case d’asta. Per molti altri artisti la crisi ha effettivamente significato un ridimensionamento, forse in modo più significativo per i protagonisti degli anni ‘80 e ‘90. Ovviamente ci sono sempre le eccezioni. Tra i protagonisti del 2013 ci saranno sicuramente gli emergenti ben rappresentati, con progetti intelligenti di qualità e con prezzi accessibili.

MARTINA CORGNATI CRITICA E CURATRICE Docente di Storia dell’arte contemporanea all’accademia Albertina di Belle arti di Torino

3 L’arte ha sempre avuto un ruolo fondamentale per la società e per l’individuo, è sempre servita a dare nuove chiavi di lettura, a proporre nuove prospettive e a stimolare la scoperta di nuove vie. In questo senso ci accorgiamo del suo enorme potenziale, e proprio in questo momento storico, paradossalmente, l’arte diventa elemento indispensabile all’evoluzione culturale e alla rinascita economica collettiva. Potremmo approfittare degli artisti e delle loro idee innovative per trovare un rimedio in questo momento difficile, evitando così di subire pericolose costrizioni o adeguamenti al pensiero comune. In termini concreti, la nostra proposta è puntare su artisti di ricerca dalla sana predisposizione alla sperimentazione, su progetti culturali di qualità snelli e dinamici, potenzialmente esportabili, investendo sull’enorme potere del web e dei social network come sistemi di sensibilizzazione e diffusione, e privilegiando spazi espositivi non istituzionali, anche semplici abitazioni. Iniziativa e immaginazione porteranno nuova linfa al sistema dell’arte e – senza cadere in facili entusiasmi – ne usciremo in positivo.

2 Ridimensionati tutti i nomi sui quali si era concentrata la speculazione internazionale, che fanno fatica a mantenere quotazioni gonfiate artificialmente. Protagonisti, secondo me, nuovi giovani nomi capaci di conquistarsi spazi crescenti di visibilità sulle platee internazionali ma anche di proporre opere dal linguaggio forte e originale, convincenti in se stesse. Oltre che naturalmente e sempre di più, i maestri dal valore consolidato.

EVA OLIVERI GIOVANNI RIZZUTO GALLERISTI Galleria Rizzuto Palermo Dino Valls Psicostasia, 2005

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LUDOVICO PRATESI CRITICO E CURATORE Direttore artistico centro arti visive Pescheria, Pesaro

Sarà un anno complesso, dove le persone dovranno affrontare situazioni difficili, punte di criticità molto alte, situazioni economiche gravi e pesanti. Siamo alla fine di un’era, e non vediamo ancora la fine del tunnel, ammesso che ci sia. Dovremmo diventare tutti più consapevoli, coraggiosi e lungimiranti, abbandonare meccanismi desueti e abbracciare modalità più leggere, con audacia e precisione.

2 Mi aspetto molto dalla Biennale diretta da Massimiliano Gioni, un curatore giovane che stimo molto. Credo che la rete dei musei Amaci dovrà elaborare nuove strategie di intervento nel difficile dialogo con una classe politica che non ha ancora capito quanto sia importante elaborare progetti che si rivolgano al futuro, senza aggrapparsi a un passato che non esiste più e che non tornerà mai.


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3 Al momento non ne ha. Bisognerebbe ripensare completamente le modalità di investimento e di selezione degli spazi. Manca un’attenzione critica alle opere, i grandi progetti sono sempre più proiezioni di curatori importanti in accordo con larghi settori del mercato; al di là di questo latitano i progetti culturali e la voglia di mettere davvero lo sguardo in gioco.

I GRANDI PROGETTI SONO SEMPRE PIÙ PROIEZIONI DI CURATORI IMPORTANTI IN ACCORDO CON LARGHI SETTORI DEL MERCATO

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Credo che l’apocalisse debba ancora venire. Anche se non siamo in guerra i danni economici fin qui provocati dalla crisi sono equivalenti a quelli di un conflitto e a essere colpite sono state le parti più vitali e preziose del sistema Italia. Il 2013 si chiuderà con un milione e 482mila posti di lavoro in meno dal 2008, la disoccupazione salirà al 10,9% a fine 2012 e toccherà il record del 12,4% nel quarto trimestre 2013 (13,5% con la Cig). Il clima inusitato di violenza degli scontri durante l’European general strike dello scorso 14 novembre sono solo un anticipo di quello che dovrà ancora avvenire.

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Non mi occupo di mercato dell’arte, è una domanda più adatta agli operatori del settore, inoltre, la parola tendenza, troppo vicina al linguaggio della moda, mi fa venire l’orticaria. Per quanto riguarda l’aspetto operativo legato al mio lavoro, mi sono sempre rivolto, e mi rivolgerò sempre, a quegli artisti cui riconosco una particolare sensibilità verso gli obiettivi che ritengo necessari come critico e curatore, individuabili in alcune precise competenze: capacità di lettura del territorio, attitudine progettuale, fine didattico e pedagogico, interesse verso temi di carattere sociale, attenzione verso l’urbanistica, l’architettura, il design, originalità e qualità estetica dei mezzi espressivi. Questa, più che una tendenza, è una scelta precisa di campo. Il mio artista ideale ha come continuo riferimento la realtà contemporanea e gli scenari del futuro, e come interlocutori le istituzioni, le organizzazioni aziendali, i luoghi della formazione, spesso caratterizzati da tensioni legate all’identità, all’abitare, alla comunità, all’integrazione, allo sviluppo sostenibile. Il mio artista ha come interlocutori da una parte enti e amministrazioni pubbliche interessati a reali strategie di sviluppo territoriali, e dall’altra le attività pubbliche e private con la loro struttura e il loro funzionamento strettamente legato alle regole della produzione.

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Una proposta concreta? Io defiscalizzerei completamente, come avviene negli Stati Uniti, gli investimenti privati nel settore della cultura contemporanea, creando un albo pubblico di imprese benemerite, investendole del prestigiosoruolodi”ambasciatori”nazionalidellaculturaitaliananelmondo.Soltantopromuovendo in maniera decisa e strategica il mecenatismo potremmorisalirelachinaemostrarealmondo una capacità di fare sistema degna del nostro ruolo di ”paese dell’arte” nel mondo globale.

MARCELLO SMARRELLI CRITICO E CURATORE Direttore fondazione Ermanno Casoli e Pastificio Cerere

La mia risposta concretissima e sotto gli occhi di tutti è la fondazione Ermanno Casoli. La sua missione è promuovere l’arte contemporanea, l’architettura e il design, attraverso un’azione didattica e pedagogica sugli abitanti del territorio, favorendo rapporti e collaborazioni di artisti, architetti e designer, con l’industria. Alla base delle attività promosse dalla fondazione c’è la convinzione che l’arte contemporanea, in quanto attivatrice di pensiero, contribuisca a rompere i paradigmi tradizionali del sapere comune, permettendo alle persone che si avvicinano a essa di prendere confidenza con uno stato mentale ed emotivo che porta al manifestarsi di una possibilità inattesa. Questo rende l’arte lo strumento più adatto per creare contesti esperienziali aperti e innovativi.


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CHIAROSCURI METROPOLITANI

Sotto: Daido Moriyama ”Japan theatre photo album”, 1968 A destra: William Klein “Piazza di Spagna”, Roma 1960

Due grandi fotografi protagonisti alla Tate L’amore per gli spazi urbani e il bianco e nero di MARTINA ADAMI

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a mostra alla Tate modern di Londra, William Klein + Daido Moriyama, si offre come una doppia retrospettiva su due figure chiave nel panorama fotografico del XX secolo. Nonostante le differenze, tra i due vi sono anche forti affinità: la comune tendenza a guardare oltre l’immagine fotografica individuale, come è evidente dai dinamici libri fotografici e nelle installazioni (comuni nella loro produzione), e l’attenzione che entrambi hanno dedicato alle città di New York e Tokyo, realizzandovi i loro più importanti lavori. Il libro fotografico “Life is good & good for you in New York: trance witness revels” (1956), realizzato da Klein appena tornato a New York dopo l’esperienza di formazione parigina, è il suo primo lavoro di grande interesse. Klein non ha mai avuto alcuna pretesa di oggettività ma in esso c’è un profondo realismo psicologico che non ha lasciato indifferenti numerosi fotografi. Giunto anche in Giappone, Moriyama abbraccia con altri quella grafica dal pugno antiautoritario presente nel libro di . Scaturirà “Another country in New York” (1971) che, come ben descrive la curatrice Simon Baker nell’introduzione a uno dei due libri nati in occasione della mostra londinese (Daido Moriyama e William Klein Abc), è «un montaggio frenetico e disturbato tra vita di strada, paesaggio urbano e diario pittorico. Ogni immagine contiene due foto sequenziali verticali, disposte una sopra l’altra. In alcuni casi le stesse foto si ripetono a differenza di tempo o di inquadratura, altrove, invece, le immagini sembrano completamente scollegate». Se Klein, nella sua New York, ha realizzato immagini di una realtà tagliente e accurate nella composizione, catturando i volti dei passanti per le strade,

LA MOSTRA William Klein + Daido Moriyama William Klein + Daido Moriyama è una doppia retrospettiva, a cura di Simon Baker, che illustra l’affinità visiva e il comune stile di due fotografi della nostra epoca. Tramite stampe, provini, foto di scena, installazioni fotografiche e materiale d’archivio, la mostra indaga la relazione tra William Klein (New York, 1928), fotografo e filmaker tra i più importanti del XX secolo, e Daido Moriyama (Osaka, 1938), uno dei fotografi chiave associati alla rivista d’avanguardia giapponese Provoke. Comune è l’indagine per la vita metropolitana urbana dalla seconda metà del ‘900: le proteste politiche, gli effetti della globalizzazione e il degrado urbano. La mostra è anche un’occasione per considerare il valore del mezzo e la diffusione della fotografia, esplorando il ruolo centrale del fotolibro d’avanguardia e l’uso pionieristico della grafica all’interno di queste pubblicazioni. Fino al 20 gennaio 2013; Tate modern, Londra. Info: www.tate.org.uk

PER GLI ARTISTI LA CITTÀ È SEMPRE UN PRETESTO PER UN IMPEGNO NELLA PRODUZIONE DELLA FORMA DAL CAOS DI LUCI E OMBRE


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Sopra, da sinistra: Daido Moriyama, ”Eyeball”, 1986 Tokyo, 2011 "Hawaii series”, 2007 Sotto: William Klein, ”Anouk Aimée & cigarette holder”, 1961 cortesia Fifty one fine art photography

«le immagini di Moriyama – prosegue la Baker – sembrano emergere direttamente dalla fotocamera, nella scelta di dividere in due la visione reale e quella immaginaria allo stesso tempo. Da un lato, la città come esperimento dell’immediata confusione della strada, dall’altra l’immagine della New York già vista, così familiare a ogni visitatore, grazie alle migliaia di film e fotografie. Another country in New York, e ancora prima, la New York di Klein sono tutt’altro che un semplice documento su un luogo o sull’esperienza di un luogo ma rappresentano un momento di impegno critico sulla fotografia come mezzo, una brillante fusione di tre antitetiche prospettive della metropoli del XX secolo: l’ambiziosa estetica dell’avanguardia nel dominare la moderna visione del paesaggio urbano, la radicale immersione della scrittura stampata e la sensibilità pop. Dal momento che il libro fotografico è centrale e comune all’interno del percorso artistico dei due, risulta utile un approfondimento in merito. Impossibile fare distinzioni tra la storia della fotografia e quella dei libri fotografici. Inoltre, all’interno di questa, la documentazione della città come soggetto ha un posto ampio e importante, fin dagli esordi». Infatti, aggiunge la curatrice «i libri fotografici di città rappresentano la prima istantanea nella fotografia di avanguardia e, proprio a Parigi, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, si trova il crogiuolo del ripensamento e dell’esplorazione fotografica di tipo urbano. Per giungere al radicale punto di svolta di Klein e, da questo, alla figura di Moriyama, è necessario considerare tre fattori chiave. Primo fra tutti, lo sviluppo, dopo la Prima guerra mondiale (in Germania e in Francia, in particolare a Parigi) del moderno fotolibro, come espressione di una particolare visione estetica. Secondo, l’integrazione della fotografia nei discorsi dell’avanguardia sulla possibilità e l’inconscio, la prima volta in pubblicazioni surrealiste, dove le fotografie si offrivano come equivalenti per descrivere un luogo specifico, piuttosto che le semplici illustrazioni. Terzo, il discorso critico sulla fotografia come catalizzatore per le teorie dell’immagine. In particolare, la diffusione e le riflessioni sul lavoro di Eugène Atget dal 1920 in poi, a partire dagli scritti di Walter Benjamin, che ha evocato il carattere contingente della fotografia come indice della traccia». Per concludere, «sia Klein che Moriyama sono artisti interessati alla natura dinamica del mezzo, così la città, anche se assunta come principale soggetto, è sempre e solo un pretesto per un coinvolgente impegno con la rappresentazione fotografica, nella produzione della forma dal caos di luci e ombre».


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LA FINESTRA SUL MONDO_INSIDE ART 25

ISTANBUL E NEW YORK CAMMINANO INSIEME GRAZIE A PROTOCINEMA ATTIVA TRA LA CAPITALE TURCA E DIVERSI LUOGHI NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA, L’INIZIATIVA FONDATA DA MARI SPIRITO INCORAGGIA UN APPROCCIO TANTO CRITICO QUANTO LIBERATORIO

di ALEXANDRU BALASESCU (VICEDIRETTORE ISTITUTO CULTURALE RUMENO DI ISTANBUL)

Brian O’Connell ”Openings to the water”, 2012 cortesia Protocinema foto Batu Tezyüksel

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ondata da Mari Spirito nel 2011, Protocinema è una iniziativa artistica che si propone di riutilizzare spazi non convenzionali, facilitando gli artisti nel loro utilizzo, o nell’esporre in siti non dedicati alle pratiche artistiche. Attiva tra Istanbul e diversi luoghi negli Stati Uniti e in Europa, Protocinema incoraggia un approccio tanto critico quanto liberatorio: critico nel senso della riproblematizzazione delle releazioni fra l’opera d’arte e il luogo in cui è esposta, liberatorio nei termini delle relazioni dell’artista col proprio lavoro. «Molti artisti coi quali lavoro lamentano il fatto di non esibirsi in gallerie o musei davvero liberatori», dice Mari Spirito. Proprio per questo a volte il lavoro non è percepito come arte, quando non è percepito del tutto. È il caso della ricostruzione delle sequenze filmiche create nel 2011 da Protocinema nello spazio Manzara di Istanbul. Concepita da Dominique Gonzales-Foerster e Tristan Barow, “The 121st night” era un’opera d’arte effimera che usava le interazioni sociali come materiale proprio. Secondo un copione scritto e non, lo spazio è stato investito, con il pretesto di un party, dalla magia della riunione dei personaggi di cinque diversi film durante altrettante differenti ere della cinematografia. La vita reale degli ospiti interagiva con questi personaggi, entrando nell’intreccio narrativo dei film, cambiandoli all’apertura della serata. L’unico giornale che ha coperto l’evento era d’intrattenimento e ha parlato del party. Durante questa estate Protocinema ha ospitato l’artista statunitense Brian O’ Connell che ha creato un lavoro monumentale, ispirato alla relazione della città con il mare. La ricostruzione in cemento di una barca tradizionale in scala 1:1 è stata esposta nello studio d’architettura, prima che fosse aperto al pubblico. La creazione della barca ha dato luogo all’interazione tra l’artista e la scena artistica locale, e impegnato giovani studenti d’arte nella realizzazione del lavoro. In occasione dell’apertura del Broad museum all’università statale del Michigan, progettato da Zaha Hadid, il curatore Michael Rush ha invitato Protocinema a esibirsi lì. Ahmet Ogut, artista di base a Istanbul, ha proposto un’installazione interattiva sul tema della sorveglianza, introducendo Salt, un importante spazio di ricerca e arte contemporanea di Istanbul, nell’equazione. Al pubblico della galleria del Broad museum è stata data la possibilità di guardare su un monitor di sorveglianza la guardia del museo che durante il suo turno stava controllando il pubblico del Salt di Istanbul mentre vedeva arte. Una riflessione a doppio taglio su un tema sempre attuale. All’inizio del 2013, a New York, in uno spazio ancora sconosciuto, il pubblico sarà invitato a vedere L’inventario di Can Altay, un’incursione nell’universo di uno degli artisti e curatori più creativi di Istanbul. Nel panorama artistico della città, insomma, Protocinema offre una prospettiva davvero innovativa sulla produzione e le pratiche artistiche. Per maggiori informazioni: www.protocinema.org


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a cura di GIORGIA BERNONI

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SAN PIETROBURGO Mimmo Jodice L’Istituto italiano di cultura in Russia celebra l’elegante arte del fotografo napoletano Mimmo Jodice. Curata da Walter Guadagnini, la personale ”The myth of Mediterranean sea” raccoglie ventuno opere, tutte appartenenti alla collezione d’arte Unicredit. Gli scatti sono stati realizzati da Jodice a partire dagli anni Ottanta e fanno parte di alcuni dei suoi cicli più famosi, come Mediterraneo e Isolario. Dal 12 dicembre al 10 gennaio 2013. Erarta museum, San Pietroburgo. Info: w w w .i i c san p i e tro burgo. est eri.it

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PARIGI ”Le chat noir” ”Le chat noir” (Il Gatto nero) fu un celebre locale adibito a spettacoli di teatro d’ombre e cabaret di Montmartre fondato nel novembre 1881 da Rodolphe Salis. Situato ai piedi della ”butte” di Montmartre, ”Le chat noir” fu anche uno dei principali luoghi d’incontro della Parigi bene e il simbolo della Bohème alla fine del XIX secolo. La curiosa collettiva ospita le opere che negli anni hanno omaggiato l’atmosfera satirica del luogo. Fino al 13 gennaio 2013. Musée de Montmartre, Parigi. Info: www.museedemontmartre.fr

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LONDRA /1

VIENNA

Olivo Barbieri

Uomini nudi

Site specific London 12 del fotografo Olivo Barbieri raccoglie la prima serie di fotografie aeree della città di Londra, parte del progetto che coinvolge diverse aree del pianeta iniziato con Roma e proseguito con Amman, Giordania, Las Vegas, Los Angeles e Shanghai. «La texture di Londra dall’alto – dichiara Barbieri – rispetto ad altre città sembra più come un organismo vivente». La mostra è ospitata alla Ronchini gallery, nella sua sede di Londra, fino al 12 gennaio 2013. Info: www.ronchinigallery.com

I curatori del Leopold museum di Vienna hanno allestito la mostra dal titolo ”Nackte männer” (Uomini nudi): una trentina di capolavori realizzati dall’Ottocento a oggi che vanno dall’Autoritratto con tavolozza di Richard Gerstl al Querelle di Andy Wharol e dai Sette bagnanti di Cézanne alla Collera di Achille di Benouville. Presenti anche gli autoritratti di nudo di espressionisti come Egon Schiele. La collettiva presenta i diversi approcci artistici, i differenti modelli di mascolinità e il tema del cambiamento nella percezione della nudità maschile. Fino al 28 gennaio 2013. Leopold museum, Vienna. Info: www.leopoldmuseum.org

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LONDRA /2 Henri Cartier-Bresson

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La mostra Henri Cartier-Bresson, ”a question of colour”, presenta dieci fotografie di Cartier-Bresson, mai esposte nel Regno Unito, insieme a oltre 75 lavori di 15 fotografi contemporanei internazionali, tra cui Carolyn Drake, Jeff Mermelstein, Joel Meyerowitz e Alex Webb. L’ampia mostra, curata da William A. Ewing, illustra come fotografi che lavorano in Europa e Nord America hanno adottato e adattato lo stile del maestro francese. Fino al 27 gennaio 2013. Somerset house, Strand, Londra. Info: www.somersethouse.org.uk

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CHEMNITZ Mario Nigro Mario Nigro è da annoverare tra gli inventori di nuovi linguaggi visivi nell’Italia del Secondo dopoguerra. ”Werke 1952-1992” è la prima retrospettiva, a cura di Ingrid Mössinger e Francesca Pola, dedicata all’artista che si svolge in Germania dopo la pubblicazione del catalogo ragionato a cura di Germano Celant nel 2009, edito da Skira. In mostra una selezione di trentadue lavori. Fino al 10 febbraio 2013. Museumam Theaterplatz, Chemnitz (Germania). Info: www.kunstsammlungen-chemnitz.de

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NEW YORK

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LUGANO Peter Werner Häberlin

”After Photoshop”

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1 Mario Nigro Scacchi, 1952 2 Peter Werner Häberlin Ritratto di giovane donna s. d. 3 Maria Marshall ”When I grow up I want to be a cooker”, 1988 4 Kivuthi Mbuno senza titolo, s. d 5 Andy Warhol ”Querelle”, 1982 6 Olivo Barbieri ” Site specific London”, 2012 7 Henri Cartier-Bresson Harlem, 1947 . 8 Théophile-Alexandre Steinlen ”Tournée du Chat noir”, 1896 9 Mimmo Jodice ”Nimes, maison Carrè”, 1993

Il Metropolitan museum ospita la mostra ”After Photoshop, manipulated photography in the digital age" nella quale artisti come Nancy Burson, Filip Dujardin, Joan Fontcuberta, Beate Gütschow e molti altri nel corso degli ultimi trent’anni hanno utilizzato questa tecnica per alterare le immagini e le foto digitali. Curata da Mia Fineman, l’esposizione presenta una trentina di opere in cui reale e falso si ibridano con risultati scenografici. Fino al 27 maggio 2013. Metropolitan museum of art, New York. Info: www.metmuseum.org

Sahara è il titolo della mostra dedicata al fotografo Peter Werner Häberlin (19121953). La vita schiva e misteriosa di un grande fotografo svizzero, morto troppo giovane, raccontata attraverso la sua opera e le tracce dei suoi viaggi nel Sahara. La personale raccoglie 128 scatti, per lo più inediti. Presenti lungo il percorso espositivo una selezione di oggetti della cultura Tuareg. Fino al 10 marzo 2013. Villa Ciani, Lugano (Svizzera). Info: www. mc l.lugano. ch

MALINDI Biennale d’arte Arti marziali: opere di combattimento è il tema attorno a cui ruota la quarta Biennale di Malindi, curata da Achille Bonito Oliva. L’iniziativa testimonia come i vari artisti interpretano situazioni di guerra e di conflitto presenti nei loro paesi. L’evento è arricchito da sezioni speciali: Focus China, a cura di Vincenzo Sanfo, che propone una selezione di artisti cinesi emergenti e Transafricana, a cura di Abo: un grande progetto di mostre d’arte africana contemporanea itineranti. Dal 28 dicembre al 28 febbraio 2013. Malindi, Kenya. Info: www.labiennaledimalindi.com

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LEBANDIERE DELLOSGUARDO A Modena una collettiva riunisce 22 autori statunitensi, da Adams a Weston Grandi fotografi del secolo scorso capaci di cogliere le contraddizioni del loro paese di FILIPPO MAGGIA*

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l titolo “Flags of America” ben specifica il contenuto – e il comune denominatore – di questo nuovo gruppo di opere che va ad aggiungersi alla collezione internazionale di fotografia avviata nel 2007 dalla fondazione Cassa di risparmio di Modena. Ognuno di questi ventidue autori, infatti, è stato – e molti di loro ancora lo sono – una vera e propria bandiera di un modo di esprimersi attraverso lo sguardo che ha fatto tendenza nel senso più appropriato e autentico del termine: un punto di riferimento per la sua generazione e un vero “maestro” per quelle successive, anche quando si tratta di personalità difficili, complicate come sovente lo sono gli artisti. Proprio per questo alcuni di loro sono divenuti dei miti, delle icone per il mondo della fotografia e per quello più vasto dell’arte: per come, attraverso la loro ricerca ossessiva e appassionata, hanno saputo cambiare il linguaggio delle immagini, dando nuovi significati a forme e cose che dalla natura, dal mondo reale, in lunghi viaggi concettuali arrivano quasi sempre all’uomo. Ancora più valore assumono queste opere perché pensate e prodotte in anni particolari, in anni in cui l’America, dalla fine della seconda guerra mondiale sino ai primi anni Ottanta, si è prima consolidata, celebrandosi come suprema potenza economica e politica mondiale, per poi, già da metà anni Sessanta, iniziare a guardarsi dentro, spinta in questo processo di autoanalisi dai giovani che rivelarono le contraddizioni tipiche di un benessere così rilevante quanto devastante. Fatta eccezione per alcuni nomi – Ansel Adams e Edward Weston – che ancora appartengono alle generazioni precedenti ma che di fatto con la loro ricerca già avevano spalancato più o meno consapevolmente porte sul mondo sino ad allora rimaste chiuse, autori come Minor White, Van Deren Coke, Walter Chappell, Paul Caponigro, Ralph Eugene Meatyard riflettono sulla capacità della fotografia di arrivare a una realtà altra – una visio-

UNA VISIONE CHE È FRUTTO DI UN’ESPERIENZA DIRETTA DOVE I SEGNI, LE TRACCE ASSUMONO SIGNIFICATI DIVERSI RIMANDANDO A MONDI INTERIORI

LA MOSTRA/1 “Flags of America” ”Flags of America” è una collettiva di grande respiro, a cura di Filippo Maggia, dedicata a 22 autori statunitensi che, tra gli anni Quaranta e Settanta del secolo scorso, hanno scritto alcune delle più importanti pagine della storia della fotografia. Dal 15 dicembre al 7 aprile 2013, ex Ospedale Sant’Agostino, largo Porta Sant’Agostino 228, Modena. Info: www.fondazionefotografia.it


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Edward Weston ”Pepper nr. 30”, 1930 Collezione fondazione Cassa di risparmio di Modena A sinistra: Richard Avedon ”William Burroughs, write New York city, July 9, 1975”


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ne – che sia innanzitutto frutto di un’esperienza diretta ove i segni, le tracce, dalla natura alle cose, assumono significati ogni volta diversi rimandando a mondi interiori. A loro si affiancano altri fotografi che la realtà iniziano a raccontarla con istantanee precise e puntuali, intrise di quotidianità, degnissimi eredi di quella ostinata pratica che Walker Evans per primo aveva esercitato tanto bene e in ambiti anche molto diversi fra loro, narrando di un paese e di chi lo stava facendo grande: da Bruce Davidson, Garry Winogrand e Roy De Carava, per giungere ai peregrini Robert Frank e Lee Friedlander pronti a cogliere ogni minimo disturbo, e all’imprescindibile Diane Arbus, così crudamente critica nel mostrare il lato oscuro di una società che non ama deboli e perdenti. Senza dimenticare, in questi anni di sperimentazione, le invenzioni geniali di autori come Richard Avedon o Irving Penn, e di quanto anche loro siano riusciti a dare in termini di crescita e sviluppo alla fotografia pur muovendosi in un territorio, quello professionale, normalmente ancorato a ben altri stilemi di riferimento. Dalle persone nuovamente al paesaggio, urbano come in Stephen Shore, quello della provincia americana dove le automobili sono come case ambulanti – e lo sono davvero, e non potrebbe essere diversamente in un paese tanto vasto – a quello irriso, quasi deturpato dall’uomo e dalla sua progressiva occupazione degli spazi, documentata senza sconti dalle lucide immagini di Robert Adams o John Gossage. A questi autori, a queste opere presto se ne affiancheranno altre per dar conto e giustamente celebrare quella che è stata la grande lezione della fotografia americana dello scorso secolo: saper vedere e riconoscere, ma soprattutto voler costruire attorno alla cultura dell’immagine luoghi – gallerie, musei, centri, scuole, università – ove ragionamenti, idee e progetti continuano a divenire ogni giorno nuove opere che aiutano a capire come il mondo intorno a noi va cambiando. *curatore della mostra estratto dal catalogo, cortesia Skira

Walter Guadagnini La fotografia II una nuova visione del mondo Skira editore 336 pagine, 60 euro

LA MOSTRA/2 Domenico Riccardo Peretti Griva e il pittorialismo in Italia

IL VOLUME Dal 1891 al 1940

Dal 15 dicembre al 7 aprile 2013 è in programma a Modena un appuntamento con la fotografia storica. Sempre negli spazi dell’ex Ospedale Sant’Agostino, la ricerca di uno dei grandi interpreti della fotografia italiana di inizio Novecento, Domenico Riccardo Peretti Griva (1882-1962). La mostra, curata da Chiara Dall’Olio, arricchisce il ciclo dedicato alla corrente artistica del pittorialismo. Tra suggestivi paesaggi naturali e ritratti di persone comuni, Peretti Griva regala immagini dai contorni evanescenti e atmosfere rarefatte costituite da semplici alternanze di luci e ombre. Info: www.fondazionefotografia.it

I decenni presi in considerazione nel secondo volume del libro La fotografia, una nuova visione del mondo, a cura di Walter Guadagnini, sono tra i più importanti del XX secolo. Dal 1891 al 1940 sono tanti, infatti, i cambiamenti a livello culturale e tecnologico che si registrano nel mondo mentre la macchina fotografica diventa uno strumento di narrazione straordinario. Il periodo è anche segnato dalla presenza di alcuni dei miti della fotografia mondiale tra cui Henri CartierBresson e Robert Capa. L’analisi dei grandi temi del periodo è affidata ai testi di Gerry Badger, Clément Chéroux, Sandra S. Phillips, Ulrich Pohlmann e Francesco Zanot.

In alto: Domenico Riccardo Peretti Griva Madre, ante 1939 A sinistra: Stephen Shore Bay Theater, Second Street, Ashland, Wisconsin, July 9, 1973


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IL MAESTRO DEL BIANCO RIPARTE DAL MARCA E DALLA SUA CALABRIA QUELLA DI ANGELO SAVELLI È STATA UNA COLPEVOLE RIMOZIONE, UN VERO E PROPRIO BUCO NERO SENZA ALCUNA GIUSTIFICAZIONE, SE NON L’INDIFFERENZA DI UN SISTEMA CHE RIFIUTA QUEGLI ARTISTI ANOMALI

di ALBERTO FIZ (DIRETTORE DEL MARCA)

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uella di Angelo Savelli è stata una colpevole rimozione, un vero e proprio buco nero senza alcuna giustificazione, se non l’indifferenza di un sistema che rifiuta quegli artisti anomali, Angelo Savelli, sovversivi e soprattutto allergici a qualsiasi il maestro del bianco regola di carattere commerciale. Non è un a cura di Alberto Fiz caso che già nel 1984 l’amico Piero Dorazio che, certo, non e Luigi Sansone era tenero con i colleghi, parlasse di “un caso” Savelli e Dal 15 dicembre al 30 spiegasse l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità marzo 2013. dell’“establishment” motivandola con l’autonomia e la liMarca, via Alessandro bertà assoluta della sua ricerca: “Egli ha continuato al di Turco 63, Catanzaro qua e al di là dell’Atlantico a fare la sua arte a modo suo, Info: 0961746797; www.museomarca.info senza compromessi, senza protezioni, anzi rifiutandoli subito, non appena avesse coscienza dei vantaggi che avrebbe potuto conseguire per lui”. E ricorda come nel 1957, pochi mesi prima della sua personale, avesse rinunciato a un contratto con la mitica galleria di Leo Castelli che, di lì a poco, avrebbe lanciato la pop art di Warhol e di Lichtenstein,“in quanto non condivideva l’indirizzo estetico dello spazio.” Sembra di rileggere le cronache di Mario Schifano che pochi anni dopo rifiutò di entrare nella scuderia di Ileana Sonnabend. Quella di Savelli, tuttavia, è una storia diversa che s’intreccia con l’astrattismo americano di Franz Kline, Barnett Newman e Robert Motherwell, così come con le vicende delle neoavanguardie. E a questo proposito, l’anno fatidico è il 1957 quando Savelli realizza “Fire dance”, un fondamentale dipinto di appena 34 x 42 centimetri (è esposto al Marca insieme ad altre 60 opere) che sancisce il definitivo passaggio al bianco, linea invalicabile senza ritorno. Da allora, sino alla sua scomparsa avvenuta nel 1995, il colore non comparirà più lasciando al bianco, inteso come forma ed energia, il dominio in una sfida che lo conduce verso l’assoluto.“Prima il bianco era anche correlato agli altri colori e perciò colore esso stesso. Angelo Savelli Successivamente assolto dal rapporto cromatico, è diven”Shelter 12th floor” tato uno spazio legato all’idea dell’infinito, libero da re1961 lazioni. Il bianco non esiste”, ha affermato Savelli. Nel L’opera, visibile fatidico 1957 l’artista calabrese (era nato a Pizzo nel al Marca e custodita 1911) compie la propria rivoluzione silenziosa in un clima alla Gnam di Roma di straordinario cambiamento. Proprio quell’anno Yves non è mai stata Klein presenta alla galleria Apollinaire di Milano Propoesposta prima

LA MOSTRA Dal 15 dicembre

ste monocrome, epoca blu. Piero Manzoni realizza i suoi primi “achromes” e Salvatore Scarpitta le prime tele bendate. Due anni dopo toccherà a Enrico Castellani con le Superfici estroflesse. Il dibattito intorno al bianco, insomma, coinvolge la nuova definizione dello spazio pittorico in base alla strada aperta da Lucio Fontana. È in quel contesto così ricco d’innovazione, dove si gettano le basi del minimalismo e dell’arte povera, che s’inserisce la personalità di Savelli in grado di trasformare il bianco in una fonte inesauribile di ricerca dove l’azione pittorica ritrova una “prassi di contemplazione”, come aveva scritto Giulio Carlo Argan nel 1961 presentando una serie di litografie bianco su bianco. Tre anni dopo Savelli ottiene il Gran premio per la grafica nella celebre Biennale veneziana (aveva già partecipato alla kermesse nel 1950 e 1952) che, nell’ambito della pittura, vede trionfare Robert Rauschenberg e la pop art. Non c’è dubbio, dunque, che Savelli sia stato un grande protagonista dell’arte italiana e internazionale tanto che nel 1983 è Robert Motherwell a conferirgli il prestigioso premio dell’American academy and institute of arts and letters. Oggi, a 17 anni dalla sua ultima mostra pubblica in Italia organizzata dal museo Pecci di Prato nel 1995 e inaugurato pochi mesi dopo la sua morte (quell’anno tornava alla Biennale di Venezia con una sala personale a distanza di 31 anni dalla sua ultima partecipazione) è il Marca a dedicargli, con il sostegno della provincia di Catanzaro e della regione Calabria, la più ampia retrospettiva sino ad ora realizzata. Sono esposti alcuni dei suoi lavori più significativi partendo dagli esordi figurativi degli anni Trenta per giungere sino all’ultima opera del 1994 intitolata emblematicamente “Where am I going”. Un percorso esauriente reso possibile da una serie di prestiti straordinari che hanno coinvolto, oltre alla famiglia Savelli e ai tanti collezionsti privati, la fondazione Prada, il Mart di Rovereto, la collezione Vaf, il museo del Novecento di Milano, la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, il museo Taverna, il Centro Angelo Savelli di Lamezia Terme. La riscoperta di Savelli riparte dalla sua terra, la Calabria, che finalmente torna a confrontarsi con il grande maestro del bianco.


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a cura di SILVIA NOVELLI

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TORINO Paola Pivi ”Tulkus 1880 to 2018” di Paola Pivi è un progetto che consiste nella progressiva raccolta dei ritratti fotografici di tutti i tulku, dagli esordi della fotografia sino a oggi. Nel Buddismo tibetano, un tulku è la reincarnazione riconosciuta di un maestro buddista precedente che, avendo raggiunto un alto livello di realizzazione, è in grado di scegliere i modi della propria reincarnazione. Fino al 6 gennaio 2013, castello di Rivoli, piazza Mafalda di Savoia, Rivoli (Torino). Info: www.castellodirivoli.org

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VARESE Omar Galliani e Alessandro Busci

Dracula e il mito dei vampiri

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1 Vincenzo Balsamo Forme scomposte n. 2 1975 2 Claudio Abate Carmelo Bene in Pinocchio Teatro Centrale Roma, 1966 3 Luca Matti Torre inversa 2012 4 Pieter Brueghel il Giovane Trappola per uccelli, 1605 5 Marino Marini Cavaliere, 1944 6 Lucio Fontana, Concetto spaziale (due uova) 1960-65 7 Guido Crepax Valentina incontra Dracula 1987 8 ”His Holiness the Dalai Lama” foto Das Brothers Kalimpong, India 1957 9 Omar Galliani Grande disegno italiano, 2005

Fino al 24 marzo 2013 la Triennale di Milano presenta la mostra dedicata a una delle leggende più articolate e suggestive: Dracula e il mito dei vampiri. Esposte circa 100 opere tra dipinti, incisioni, disegni, documenti, oggetti storici, costumi di scena e video. In mostra anche diciotto disegni inediti di Crepax che illustrano l’incontro tra Dracula e Valentina. Un vero e proprio viaggio nel mondo vampiresco, a cura di Gianni Canova, Giulia Mafai, Margot Rauch e Italo Rota. Info: www.triennale.org

Il Maga presenta la prima mostra ideata e curata da Flavio Caroli, con cui prende avvio la nuova stagione espositiva del museo. Galliani, Busci, un passaggio di generazione (centro di gravità permanente) è dedicata a Omar Galliani e Alessandro Busci. «Galliani propone un viaggio nell’archetipo della bellezza occidentale – spiega Caroli – Busci invece riporta all’arcano del visibile, a un mondo misterioso e futuribile». Fino al 3 marzo 2013, Maga, via De Magri 1, Gallarate (Varese). Info: www.museomaga.it

MILANO/2 Collezionare il Novecento e Programmare l’arte Il Museo del Novecento ospita due esposizioni: Collezionare il Novecento, Claudia Gian Ferrari collezionista, gallerista, storica dell'arte, a cura di Danka Giacon, e Programmare l’arte, Olivetti e le neoavanguardie cinetiche, a cura di Marco Meneguzzo, Enrico Morteo, Alberto Saibene. La prima è l’occasione per presentare il nucleo di opere della collezione di Claudia Gianferrari con artisti del calibro di Vincenzo Agnetti, Pier Paolo Calzolari, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Giulio Paolini, Gilberto Zorio. Programmare l’arte, oltre a presentare una selezione di opere di Bruno Munari, Enzo Mari, Getullio Alviani, del Gruppo N e del Gruppo T, offre una selezione di materiali d’archivio, fotografie, testi e manifesti dell’epoca e due filmati. Fino al 3 marzo 2013. Info: www.museodelnovecento.org

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ROMA/1 Claudio Abate Benedette foto, scrive Carmelo Bene nell’autobiografia ricordando di essere stato scagionato dall’accusa di oltraggio grazie alle fotografie di Claudio Abate. Ora, a dieci anni dalla sua scomparsa una mostra ne celebra la figura e il teatro attraverso quelle foto che ancora una volta svolgono un ruolo salvifico di testimonianza. L’esposizione presenta circa 120 scatti in bianco e nero e a colori, molti inediti, realizzati tra il 1963 e il 1973 e relativi a undici tra i primi lavori di Carmelo Bene, da Cristo 63 alla seconda edizione teatrale di Nostra Signora dei Turchi. Dal 4 dicembre al 3 febbraio 2013, palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194, Roma. Info: www.palazzoesposizioni.it

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LUCCA Vincenzo Balsamo La mostra Vincenzo Balsamo, riscrivere la natura, a cura di Maurizio Vanni, presenta 60 opere su carta, realizzate a partire dagli anni Settanta e in gran parte inedite che propongono il lavoro di un grande artista contemporaneo. Balsamo, capace sperimentatore, cerca di indagare la natura e di conseguenza i propri stati d’animo, con modalità sempre differenti. Fino al 3 febbraio 2013, Lucca center of contemporary art, via della Fratta 36, Lucca. Info: www.luccamuseum.com 2

LA SPEZIA

ROMA/2

Luca Matti

Brueghel

Nuovimondi è la serie più recente realizzata da Luca Matti tra il 2011 e il 2012: scenari metropolitani di una nuova panagea sovra urbanizzata in cui rapidamente i continenti si stanno ricongiungendo a causa di uno sviluppo edilizio fuori controllo. Un po’ grafica, un po’ film, un po’disegno, un po’ fumetto – rigorosamente in bianco e nero – l’opera di Matti è una nuova interpretazione del mondo alla ”Blade Runner”. Dal primo dicembre al 10 febbraio 2013, Camec, piazza Battisti 1, La Spezia. Info: camec.spezianet.it

Il Chiostro del Bramante ospita dal 18 dicembre al 2 giugno 2013 Brueghel, meraviglie dellʼarte fiamminga, prima grande esposizione realizzata a Roma dedicata alla celeberrima stirpe di artisti, curata da Sergio Gaddi e Doron J. Lurie. Unʼoccasione unica per ammirare i capolavori di unʼintera dinastia di eccezionale talento, attiva tra il XVI e il XVII secolo, e ripercorrerne la storia lungo un orizzonte temporale, familiare e pittorico di oltre 150 anni. Info: chiostrodelbramante.it

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NUORO Cavalli e cavalieri

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Lorenzo Giusti, neodirettore del Man, anticipa una delle linee dell’istituzione nuorese: la contestuale presenza di mostre sul Novecento affiancate da ampie finestre sugli artisti contemporanei. Per questo primo test Giusti ha scelto un tema profondamente sardo, quello dei cavalli e dei cavalieri, declinato da Marino Marini e affiancato da uno sguardo sulla produzione artistica contemporanea sul medesimo tema. Dal 15 dicembre al 24 febbraio 2013, Man, via Satta 27, Nuoro. Info: www.museoman.it

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FACTORY NOSTRANA Ferrara, nasce lo Spazio Grisù T r a la b o r a t o r i d ’ a r t e e i mp r es a di GIULIA CAVALLARO

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iamo a Ferrara. C’è uno spazio dismesso, bellissimo e purtroppo inutilizzato. È l’ex caserma dei vigili del fuoco di via Poledrelli. Qui, basandosi su un’idea molto diffusa in tutta Europa ma ancora poco condivisa nel nostro paese, nasce una vera e propria “factory” creativa: il suo nome è Spazio Grisù e si ispira al draghetto protagonista del noto cartone animato, un personaggio che fa di tutto per seguire il suo sogno di diventare pompiere. Il progetto nasce dall’idea di trasformare questa caserma in una fucina creativa che ospiti imprese

d’eccellenza legate alle “cultural industries”: studi di giovani architetti, designer, grafici, informatici, esperti di web e nuove tecnologie. Il luogo è ricco di aree comuni dedicate allo scambio di idee e al “coworking”, per agevolare la nascita di collaborazioni trasversali, all’insegna della sinergia delle competenze e dello scambio internazionale. Come spiega il presidente dell’associazione Grisù Fabrizio Casetti: «Ci siamo accorti che uno degli ostacoli allo sviluppo delle attività culturali e imprenditoriali era costituito dal trovare uno spazio fisico che fosse sufficientemente di rappresentanza dove impiantare la propria


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SPAZIO GRISÚ

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ALTRA PROPRIETÁ

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GIARDINO

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LA SEDE E L’ASSOCIAZIONE Da ex caserma a spazio ”no profit” L’ex caserma, 4.000 metri quadri circa, viene concessa all’associazione ”no profit” Grisù in comodato d’uso gratuito dalla provincia per un tempo determinato con contratto rinnovabile. L’associazione è stata fondata da un gruppo di persone, tra cui il ”performer” Andrea Amaducci (nella foto), quali economisti, architetti, imprenditori ed esperti di comunicazione che vivono tra l’Emilia Romagna e l’estero, che si sono ritrovate per creare un ”network” innovativo fatto di cultura, creatività e impresa. Periodicamente saranno invitate a Ferrara eccellenze ferraresi che lavorano all’estero, così come personalità internazionali. Spazio Grisù, via Poledrelli 21, Ferrara. Info: www.spaziogrisu.org PIANO TERRA

PRIMO PIANO

proposta. Abbiamo poi realizzato che esistono molti edifici di proprietà pubblica, vuoti o in dismissione, che in tutta Europa vengono recuperati e trasformati in luoghi di produzione e creatività. A questo punto è stato facile unire le due cose e iniziare a cercare, finché un giorno abbiamo visto che l’ex caserma dei vigili del fuoco di via Poledrelli era in vendita. Così abbiamo fondato l’associazione Grisù, appunto, per ottenerla in comodato d’uso gratuito: l’associazione è composta da un gruppo di persone quali economisti, architetti, imprenditori ed esperti di comunicazione che vivono tra l’Emilia Romagna e l’estero e che si sono ritrovate nella volontà di trasformare questo luogo in una fabbrica della cultura e della creatività, di entrare in rete e collaborare con altre ”factory” a livello internazionale. Grisù sarebbe in questo senso la prima “factory” dell’Emilia Romagna». Lo spazio nasce con lo

scopo di diventare un motore di sviluppo locale su base culturale e creativa, contribuendo alla crescita economica e sociale del territorio come un vero e proprio agente di cambiamento. Uno spazio aperto e inclusivo, dove le migliori energie del territorio e i talenti possono esprimersi. Quello che potrebbe sembrare un ostacolo, cioè dover sistemare e attrezzare il proprio spazio, diventa un aspetto positivo per le imprese culturali creative perché la loro specificità richiede luoghi appositamente realizzati e la creazione del proprio ambiente è uno dei più importanti biglietti da visita da presentare ai potenziali clienti. Lo Spazio Grisù favorisce inoltre la nascita di nuove professionalità culturali, incrementando lo sviluppo economico e sociale del territorio. «I locali – precisa Casetti – verranno assegnati gratuitamente sulla base del merito tramite “application form”, in maniera graduale

e progressiva rispetto alle proposte di occupazione che arriveranno. Verrà data priorità alle proposte che spiccano per eccellenza e innovazione e agli elementi della creatività italiana. Questo ci permetterà di creare un ambiente organico e stimolante, capace di attrarre interesse anche dall’estero per collaborazioni e scambi, alcuni dei quali stanno nascendo. Non dimentichiamo, poi, che la riattivazione di uno spazio simile rappresenta un potente motore di riqualificazione urbana e sociale del quartiere circostante, con cui abbiamo intenzione di interagire: negli spazi comuni, ossia le sale interne e l’ampia corte alberata, infatti, si organizzeranno laboratori, mostre e concerti, anche per coinvolgere il quartiere in un’ottica inclusiva e di rigenerazione sociale, attraverso la partecipazione di anziani, bambini e delle scuole presenti nella zona». Ad oggi un centinaio di aziende hanno fatto richiesta


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GLI SPAZI VERRANNO ASSEGNATI GRATUITAMENTE SULLA BASE DEL MERITO RISPETTO ALLE PROPOSTE CHE ARRIVERANNO

per diventare parte attiva dello spazio. «Siamo in contatto – prosegue Casetti – con possibili sponsor e investitori che hanno manifestato un serio interesse al progetto. Intanto, abbiamo deciso di partire investendo il capitale umano che avevamo a disposizione e ciò è stato visto molto favorevolmente dagli investitori che hanno constatato la solidità e la volontà insite nella proposta. Parteciperemo poi a bandi regionali, nazionali ed europei tramite le varie identità di cui è composto lo spazio; tra l’altro, da quest’anno le industrie culturali sono state inserite nell’agenda regionale e quindi finanziabili alla pari delle industrie manifatturiere. Le potenzialità, in termini di sviluppo e visibilità, per la città e per la regione Emilia Romagna sono evidenti, dato l’altissimo interesse a livello europeo per il binomio cultura e sviluppo e per il recupero di spazi dismessi».

In alto alcuni interni dello Spazio Grisù foto Silvia Camporesi A destra, dall’alto: Andrea Amaducci performer e socio fondatore i componenti e i sostenitori dell’associazione A pagina 43: l’esterno dello Spazio Grisù

GLI APPUNTAMENTI ”Rebirth-day” e Terzo paradiso Sono in programma allo Spazio Grisù cicli di conferenze sulle dismissioni creative e i temi delle industrie culturali. Il 21 dicembre, in occasione dell’ipotetica fine del mondo secondo i Maya, l’associazione aderisce alla prima giornata mondiale della rinascita, il ”Rebirth-day”, il progetto del Terzo paradiso di Michelangelo Pistoletto. Tutti possono partecipare con iniziative personali o collettive che comportino proposte, azioni, attività coerenti con il processo di trasformazione responsabile della società enunciato nel Terzo paradiso. Grisù indìce, quindi, in questa giornata, una chiamata alle arti di tutti i creativi dell’Emilia Romagna. La corte interna dello spazio diverrà, infatti, una suggestiva sede per installazioni, performance, sculture e anche uno spazio in cui writers e street artists daranno libero sfogo alla propria creatività. A seguire, dal 15 marzo al 15 giugno 2013, si terranno ”talks” e incontri sul tema della creatività e sulle ”cultural industries”.


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SPAZIOPERUNDIALOGO Lucca, alla Tenuta dello scompiglio l’arte passa dagli esterni agli interni dello Spe di IRENE CANALE

a Tenuta dello scompiglio si estende nella campagna lucchese, precisamente nella frazione di Vorno, comune di Capannori, per duecento ettari. Uno spazio tra le colline composto da una parco secolare, aree agricole e vecchie case coloniche che è anche ex fattoria autosufficiente. All’interno della Tenuta che ospita l’associazione culturale di Cecilia Bertoni si è fino ad ora lavorato tra la collina dell’uccelleria, il parco e la cappella. Gli spazi esterni hanno ospitato in questi anni opere quali Pieno e vuoto di Chiara Scarfò e Simulacra di Silvia Giambrone. La novità della Tenuta è che da poco sono stati recuperati alcuni spazi interni, nei quali si potrà proseguire il lavoro artistico. Una teatro con 120 posti, diversi spazi espositivi sotteranei di 500 metri quadri, “bookshop” e sale prove. La direttrice dello Spazio performatico espositivo, questo il nome dato ai nuovi luoghi della Tenuta, è Cecilia Bertoni. Attrice, performer e regista, porta avanti dal 2007 il progetto dello Scompiglio che con l’inaugurazione dello Spe arriva a un punto di svolta, sia per il lavoro propriamente interno all’associazione da lei presieduta sia per l’obiettivo che si pone questo nuovo spazio, di creazione e scambio. Il lavoro creativo dello Scompiglio ha infatti ora la possibilità di portare nella nuova struttura interna tutto ciò che prima trovava sfogo negli esterni della villa. Sia le opere degli artisti ospitati precedentemente, sia il pro-

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getto della Trilogia su cui la Bertoni continua a lavorare, potranno trovare una nuova forma grazie alla contaminazione tra il dentro e il fuori, così come dall’interazione che si vuole creare tra i visitatori e lo spazio. Lo Spe vuole essere un luogo in continua evoluzione, mantenendo una flessibilità non solo concettuale ma anche di struttura. Allo Spe sono già in programma concerti, mostre, residenze, attività per ragazzi. La Bertoni spiega come l’intero progetto dello Scompiglio si inserisca in questa nuova realtà spaziale. L’apertura degli spazi interni della Tenuta è stata un’importante conquista. Come si concretizza nel suo lavoro l’importanza del dentro e del fuori? «Una delle prime cose che mi ha colpito nella natura circostante della Tenuta dello scompiglio è l’intensità della luce e le sue mille sfaccettature. Una performance o un’installazione all’esterno devono sempre dialogare con il fattore natura che è improvviso e imprevedibile. Per contrasto, lo Spe è uno spazio completamente neutro, artificiale, che non pone interferenze fra l’artista e il visitatore. Il traguardo consiste non tanto nell’avere finalmente un luogo protetto ma nel poter contrapporre l’interno con l’esterno. Vita interiore e vita esteriore, protezione ed esposizione». Come cambia la trilogia a cui sta lavorando, adesso che trova un nuovo spazio per crescere, e che tematiche affronta?


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«Come progetto più ampio, intendo la cultura che si estende al paesaggio, all’agricoltura, all’ambiente e alla cucina. La trilogia, da me ideata e diretta, comprende tre performance che affrontano e s’impigliano nella tematica del perdere e del vincere, della loro relazione col tempo nelle sue dinamiche reali e non. Il tutto è osservato da prospettive diverse e realizzato in spazi diversi. Lo spettacolo Tesorino perché hai perso si svolge nello spazio performatico in una relazione frontale fra attori e spettatori. Riflessi in bianco e nero è un percorso in quattro tappe attraverso la tenuta e si focalizza sulla perdita e la memoria, in movimento fra azione e installazione dove il pubblico e i performer alle volte si mischiano. “Kind of blue”, infine, è in realizzazione nello spazio espositivo piccolo. I performer diventano loro stessi i soggetti di un film». In che modo la possibilità di offrire lo spazio della Tenuta ad altre realtà può incidere sul suo lavoro? «Come in tutte le conversazioni. La trilogia inaugura un ciclo nel quale artisti che hanno già realizzato e mostrato il loro lavoro all’esterno potranno completare l’ intervento elaborando la parte all’interno, contribuendo così a una visione soggettiva dello Scompiglio. Fra loro: Pablo Rubio, Caterina Pecchioli, Perrine Mornay, Piero Leccese, Yael Karavan, Mauro Carulli». Angel Moya Garcia, curatore della mostra Spazio #06 di Gian Maria Tosatti che 1

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In alto, a sinistra: la planimetria della Tenuta dello scompiglio In alto, a destra: Angel Moya Garcia curatore della mostra di Gian Maria Tosatti In basso: Cecilia Bertoni attrice e direttrice artistica delllo Spe in Porta girevole spettacolo ispirato a Sarah Kane regia Claire Guerrier Nella pagina accanto: l’esterno della Tenuta

LA SEDE Contaminazioni tra dentro e fuori La Tenuta dello scompiglio è un’area di 200 ettari. Situata nella campagna lucchese, comprende un parco secolare con villa, aree agricole e alcune case coloniche. La parte interna è suddivisa in una sala teatro che conta 120 posti con un palcoscenico mobile e uno spazio espositivo, formato da quattro sale. Lo spazio è diretto dall’attrice, performer e regista Cecilia Bertoni dal 2007. L’artista, nata in Italia il 4 marzo 1961, ha vissuto in Brasile, Svizzera, Inghilterra. Tenuta dello scompiglio, via di Vorno, 67 ,Vorno, Capannori (Lucca). Info: www.delloscom piglio.o rg


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LA MOSTRA Spazio #06 Angel Moya Garcia cura la nuova installazione di Gian Maria Tosatti Spazio #06. Questa è l’ultima di una serie che ha come tematica l’identità dell’essere umano. Viene proposto allo spettatore di riflettere ancora una volta sullo spazio. Sulle forme che riconosciamo e su ciò che manca in un ricordo confuso in cui i luoghi sono allo stesso tempo, intimi e lontani. Un’idea di spazio che diventa interiore, che dal fuori passa al dentro, installandosi al fondo dell’individuo e dei suoi enigmi. Fino al 12 gennaio 2013.

Sopra: installazione di Gian Maria Tosatti, Spazio #06 all’interno dello spazio espositivo della Tenuta

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LA COLLEZIONE PERMANENTE Alcune opere Chiara Scarfò (1) Pieno di vuoto, 2010 Maurizio Nannucci (2) ”Colours passing through perceptions of shadow” and light”, 2010

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Silvia Giambrone (3) Simulacra, 2010 Cecilia Bertoni, Claire Guerrier e Carl G. Beukman (4) Solitudine di camera ”work in progress” Claudia Zicari (5) Pensatoio, 2010

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Alfredo Pirri (6) Arie per lo scompiglio, 2009

inaugura lo Spe e co direttore delle arti visive dello Scompiglio, approfondisce gli intenti dell’installazione in corso all’interno della tenuta. L’installazione di Gian Maria Tosatti affronta temi che riguardano lo spazio mentale, gli enigmi, fino ad arrivare a una non risposta. Quale nesso ha questo con l’inaugurazione dello Spe? «Gian Maria Tosatti ha ideato Spazio #06, ultima installazione “site specific” del ciclo Le considerazioni sugli intenti della mia prima comunione restano lettera morta. Nello stesso ciclo si inseriva Spazio #03 “the dreamers”, realizzata negli spazi esterni della Tenuta nel 2009 per la mostra permanente Il cimitero della memoria e parte della performance Riflessi in bianco e nero. Per l’inaugurazione dello Spe volevamo invitare un artista che avesse già lavorato negli spazi esterni della tenuta e che potesse confrontarsi in quest’occasione con il classico “white cube”. In particolar modo, ci interessava inaugurare con Gian Maria Tosatti per la sua abitudine a intervenire quasi esclusivamente in spazi molto connotati, mentre per lo Spe doveva confrontarsi con uno spazio completamente neutro. Inoltre, tutta la sua ricerca è incentrata sull’identità individuale e collettiva e uno dei principali fili conduttori delle iniziative dell’associazione culturale dello Scompiglio è quello di descrivere nuovi parametri entro i quali sentirsi un po’ più individui». «Lo spazio è una visone esterna e familiare al contempo. Un’ipotesi di altrove che non può essere che nel fondo di ognuno di noi». In questa visione dell’artista torna la tematica del dentro e del fuori. Dove si trova quindi questo spazio dell’uomo, da cosa prende forma? «L’installazione si configura come un dispositivo in cui il visitatore non può rimanere spettatore di se stesso, né turista dell’intimo, bensì diventa straniero nella propria realtà quotidiana. Un meccanismo articolato che provoca un paradosso tra l’attrazione verso un ambiente domestico accessibile e l’avversione causata dalla sua inafferrabilità, se non come ombra o simulacro di se stesso. In quest’ottica, lo spazio diventa uno schermo di proiezione in cui è ogni individuo a scontrarsi con le proprie paure o i propri timori, a confrontarsi con l’ambiente circostante a cercare la propria identità. Credo si tratti di un enigma che non può trovare una risposta evidente, né tantomeno codificata universalmente, ma va cercata nel rapporto con le proprie esperienze, con la realtà quotidiana di ogni individuo».


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BELVEDERE,RIVISTEINMOSTRA Dal 12 al 16 dicembre lo Ied propone a Roma il festival dedicato ai “visual magazine” LUOGHI E ORARI Macro, Museo d’arte contemporanea Roma ”Visual magazine” via Nizza 138 ”Opening” 12 dicembre, ore 19 dal 13 al 16 dicembre, dalle 11 alle 21 sabato 15 dicembre, dalle 11 alle 22 Casa delle Letterature ”Art book” piazza dell’Orologio 3 12 dicembre, dalle 16 alle 18.30 13 dicembre, dalle 9.30 alle 19.30 14 dicembre, dalle 9.30 alle 18.30 Ied moda ”Open lesson fashion magazine” via Giovanni Branca 122 14 dicembre, dalle 15 alle 17 Ingresso libero a tutte le mostre Info: www.ied.it Oliviero Toscani, “Colors, magazine about the rest of the world_n°1, It’s a baby!”,1991

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el bel mezzo della crisi che ha coinvolto anche la carta stampata, c’è ancora qualcuno convinto che il dolce fruscio delle pagine e il caldo abbraccio che avvolge le narici mentre affondano in quella dolciastra simbiosi tra cellulosa e inchiostro, abbiano ancora dignità e presenza. Non si ferma nemmeno la produzione di quei progetti editoriali di nicchia, da collezione, che occupano gli scaffali dei “book store” dei musei d’arte moderna e delle gallerie d’arte di tutto il mondo. Roma celebra dal 12 al 16 dicembre questi progetti, con un festival organizzato dall’Istituto europeo di design, in linea con la sua vocazione mecenate che lo fa portavoce dell’avanguardia e del “nuovo che avanza”. È Belvedere, festival dedicato ai “visual magazine” e agli “art book” che ogni due anni propone il meglio dei prodotti editoriali all’apice del linguaggio visivo e della contemporaneità, prodotti dal forte impatto visivo che spaziano dalla grafica alla pubblicità, dalla fotografia alla “urban art”. Sono magazine non antagonisti all’editoria ufficiale, quella da edicola per intenderci, sono anzi complementari ad essa con il

grande pregio di dare voce e favorire il diffondersi di mode, costumi, tendenze che trovano in essi un veicolo congeniale. Non manca occasione che questi contenuti vengano poi ripresi dal “mainstream” ufficiale alla ricerca di chicche d’autore. Non è un caso che sia Ied visual communication, capitanata dal suo direttore Luigi Vernieri, direttore artistico di Belvedere, a dare forma al festival: i contenuti infatti sono in piena sintonia con la didattica proposta dalla scuola che affonda le radici proprio nella comunicazione visiva e nelle immagini. Tre sono i luoghi deputati ad ospitare questi gioiellini: il Macro, Museo d’arte contemporanea di Roma, la Casa delle Letterature e la sede Ied nel quartiere Testaccio. Non sorprende di vedere coinvolto il Macro che accoglie l’esposizione di circa 100 “visual magazine” non come letture complementari ma come opere d’arte vere e proprie. Al Macro l’esposizione è emozionale e prende spunto dalle età della vita con un allestimento che vede una selezione delle migliori copertine di riviste internazionali che ritraggono da una parte volti di uomini e dall’altra di donne, accostati in modo tale

da creare due cicli della vita, dall’infanzia all’età matura. In mostra copertine storiche come la numero uno “It’s a baby!” di Colors, 1991, firmata da Oliviero Toscani, o assolutamente inedite come la nuova issue 12/12 della tedesca Novum. La casa delle Letterature di Roma presenta una selezione di “art book”, progetti aperiodici che rappresentano l’avamposto di un nuovo fabbisogno di stimoli e di idee rinnovate. Nella selezione delle riviste, viene dedicato uno spazio anche a quelle di moda. Il 14 dicembre la sede Ied di Testaccio, dove si tengono i corsi di moda, ospita un focus su questo tema con una lezione aperta dedicata ai “fashion magazine”, tenuta da Pino Vastarella, di Estilé Bookstore, da vent’anni nell’editoria di settore. Il taglio della lezione segue sia un filone logico legato al concetto di rivista di moda tradizionale, sia ovviamente uno più visivo e di immagine ripercorrendo titoli del calibro di “Grey”,“Purple”,“Self service”, The room”, “Tomorrow fashion” e molti altri ancora. Francesca Castenetto


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TORINO Francesco Vezzoli Pablo Bronstein Un progetto inedito nato dal dialogo tra Franc esco Vezzoli e Pablo B ro nstein e da un ideale invito da parte dei due artisti al maestro del Novecento italiano Giorgio de Chirico. È lʼimmaginario metafisico dellʼartista novecentesco ad aver ispirato i progetti presentati da Vezzoli e Bronstein, ai quali fa da contrappunto un’opera dello stesso de Chirico scelta come omaggio dai due artisti ed esposta per l’occasione. Fino al 15 gennaio 2013, galleria Franco Noero, via Giulia di Barolo 16/d, Torino. Info: www.franconoero.com

Lieu Municipal Lieu Municipal d'Art Contemporain d'Art Contemporain

Espace Le Carré Angle rue des Archives / rue de la Halle Tel 0033 3 20744696 www.mairie-lille.fr

TORINO Mario Schifano

I cieli, i mari e i sogni di Moby Dick

La mostra propone una scelta di fotografie ritoccate da Mario Schifano. L’artista eseguiva decine di scatti, catturando, dai televisori sempre accesi di cui si circondava, un’ampia serie di immagini dai soggetti e contorni diversi. Fino al 16 febbraio 2013, galleria In arco, piazza Vittorio Veneto 3, Torino. Info: www.in-arco.com

I cieli, i mari e i sogni di Moby Dick è una mostra dedicata al capolavoro di Melville. Una rilettura, quella di Andrea Agostini, dalla quale il capitano Achab e il bianco capodoglio escono riabilitati alla vita, alla gioia e alla speranza. Fino al 17 dicembre, galleria La Rocca, via della Rocca 4, Torino. Info: 0118174644

BRESCIA Macchine del tempo

Carla Accardi e Peter Halley

La mostra Macchine del tempo presenta una panoramica della ricerca artistica di Gianni Bertini che interpreta mezzo secolo d’arte con grande coerenza, sondando la natura fisica della tela con le sue ricerche astratte. Fino al 17 gennaio 2013, Colossi arte, corsia del Gambero 12/13, Brescia. Info: www.colossiarte.it

Dopo la mostra dedicata a Let izia Ba ttaglia e Francesc a Woodma n, continuano i duetti espositivi con due protagonisti di fama internazionale: Carla Acc ardi e Pet er H alley. Fino al 19 gennaio 2013, galleria Massimo Minini, via Luigi Apollonio 68, Brescia. Info: www. ga lleriaminini. it

MILANO Nicol Vizioli

Joshua Abelow

Le fotografie di Nicol Vizioli, per il loro gioco di chiaroscuro e la capacità di far trasparire una dimensione a volte mistica, sono state comparate alla pittura di Caravaggio. La mostra è a cura di Giovanni Cervi. Fino al 10 gennaio 2013, Officine dell’immagine, via Vannucci 13, Milano. Info: www.officinedellimmagine.it

Il lavoro di Joshua Abelow è un’esplorazione del senso della vita. In bilico tra il figurativo e l’astratto, le sue opere sono un esercizio autobiografico filtrato dall’ironia, il colore e la rigida composizione geometrica. Fino al 22 dicembre, Brand new gallery, via Farini 32, Milano. Info: www.brandnew-gallery.com

Pianeta Vienna e dintorni

Joachim Schmid e le fotografie degli altri

Apre a Milano la galleria Bonelli con la collettiva Pianeta Vienna e dintorni, a cura di Gianni Pettena. In mostra i lavori di Raimund Abraham, Hans Hollein, Max Peintner, Gianni Pettena, Walter Pichler, Ettore Sottsass. Fino al 2 febbraio 2013, galleria Giovanni Bonelli, via Lambertenghi 6, Milano. Info: www.bonelliarte.com

Joachim Schmid e le fotografie degli altri, a cura di Roberta Valtorta, è dedicata a un artista tedesco noto per l’originalità e l’attualità della sua opera. Dal 2 dicembre al 5 maggio 2013, Museo di fotografia contemporanea, via Frova 10, Cinisello Balsamo (Milano). Info: www.mufoco.org


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MILANO

PER LUCA COSER L’ARTE È UTOPIA L’artista trentino da Effearte di LORELLA SCACCO*

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ualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi è il titolo della personale scelto da Luca Coser per ribadire la forza creatrice e utopica dell’arte. Tratto dal cosiddetto “discorso di Domenico” del film di Andrej Tarkovskij Nostalghia, quando il folle protagonista proclama la sua verità sopra il monumento di piazza del Campidoglio a Roma, Coser ne condivide la stessa fede nei valori radicali e superiori dell’arte che persegue attraverso un costante lavoro sulla memoria. La sua poetica si fonda sull’arte che cita sé stessa, e così facendo sostiene l’utopia che l’arte stessa possa diventare salvezza, intesa nel senso di una sacralità del quotidiano lontana da ogni

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dogma religioso. L’artista trentino usa citazioni artistiche che provengono dal cinema, dalla musica e dalla letteratura, come un filtro con cui comunicare la sua visione del mondo. In galleria sia un recente ciclo di opere che un progetto editoriale con le copertine di pubblicazioni di importanti artisti, da Alex Katz a Lucio Fontana, da Jim Dine ad Alberto Burri, prodotti da Lunatico&Son. *curatrice della mostra

Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi, a cura di Lorella Scacco. Fino al 27 febbraio 2013, Effearte, via Ausonio 1a, Milano. Info: www.effeartegallery.com

Sam Falls

In quiete

Prima italiana del californiano Sam Falls. L’uso di materiali alternativi associato alle forme tradizionali dell’arte si unisce alla tendenza dell’artista di inserirsi in un dialogo tra fotografia e mezzi espressivi come pittura o scultura. Fino al 29 dicembre, Luce gallery, corso San Maurizio 25, Torino. Info: www.lucegallery.com

Doppia personale di Irene Balia e del gruppo Zp (ZorioIppolito), dal titolo In quiete, a cura di Viola Invernizzi e Alessio Moitre. L’intento è quello di creare un percorso che ponga uno sguardo sulla pittura al giorno d’oggi. Fino al 22 dicembre, galleria Moitre, via Santa Giulia 37 bis, Torino. Info: www.galleriamoitre.com

BERGAMO Bianco assoluto/“White”

“Happy family”

La mostra Bianco assoluto/”White” presenta 22 opere di un gruppo di artisti internazionali – da Lucio Fontana a Piero Manzoni – per i quali il bianco ha rappresentato paradigma necessario per dare compiutezza alla propria ricerca. Fino al 21 dicembre, galleria Kanalidarte, via Alberto Mario 55, Brescia. Info: www.kanalidarte.com

”Happy family”, a cura di Carolina Lio, presenta lavori realizzati negli ultimi mesi da Angela Viola sull’idea della dimensione familiare. La famiglia descritta dall’artista è terreno emotivo e rete invisibile di sensazioni. Dal primo dicembre al 23 gennaio 2013, galleria Marelia, via D’Alzano 2b, Bergamo. Info: www.galleriamarelia.it

“Kiss me”

La ricerca dell’equilibrio

Personale di Enrico Robusti dal titolo ”Kiss me”, introdotta in catalogo da un testo di Camillo Langone. Crudo, espressionista, irriverente, ironico: questo si dice di Robusti. Un pittore che vive in una società da cui non vuole e non può staccarsi. Fino al 25 gennaio 2013, Federico Rui, via Turati 38, Milano. Info: www.federicorui.com

La ricerca dell’equilibrio è la personale, a cura di Luciano Caprile, dedicata a Rino Valido che mette in risalto la sua creatività consolidata come artista e designer, attraverso circa quaranta opere. Dal 6 dicembre al primo febbraio 2013, galleria Poleschi arte, via Foro Buonaparte 68, Milano. Info: www.poleschiarte.com

Milan Kunc

Amore e Psiche

Presentate dieci opere che ripercorrono il decennio che va dal 1979 al 1989. In quegli anni Milan Kunc raggiunge la notorietà come massimo rappresentante della cosiddetta ”ost pop”, declinazione della pop art nell’Est europeo. Fino al 31 gennaio 2013, Zonca & Zonca, via Ciovasso 4, Milano. Info: www.zoncaezonca.com

Dal museo del Louvre, per la prima volta a Milano la scultura di Antonio Canova Amore e Psiche stanti e il dipinto di François Gérard, Psyché et l’Amour. L’esposizione è a cura di Valeria Merlini e Daniela Storti. Dal primo dicembre al 13 gennaio 2013, palazzo Marino, piazza della Scala 2, Milano. Info: www.comune.milano.it


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TRENTO

TRIESTE

“Open system”

Meditiamoci su

A cura di Daniele Capra, ”Open system” è la personale dedicata a Richard Loskot. L’artista ceco realizza installazioni che evidenziano come la tecnologia sia in grado di cambiare la percezione dello spettatore. Fino al 26 gennaio 2013, Abc arte Boccanera contemporanea, via Milano 128, Trento. Info: www.arteboccanera.com

La mostra Meditiamoci su, curata da Massimo Premuda, raccoglie le opere di sei artisti: Manuela Sedmach, Gaetano Mainenti, Izabela Jaroszewska, Francesca Piovesan, Davide Skerlj, Claudio Massini. Fino al 31 gennaio 2013, Doubleroom, via Canova 9, Trieste. Info: doubleroomtrieste.wordpress.com

PADOVA Paolo Scirpa

“Pattern addicted”

Una mostra, a cura di Marco Meneguzzo, incentrata sull’attività storica di Paolo Scirpa. Tra le opere in mostra una selezione di Ludoscopi, opere luminose realizzate negli anni ‘70 che grazie a un inganno ottico si protraggono al’infinito. Fino al 18 gennaio 2013, Maab, Riviera San Benedetto 15, Padova. Info: www.artoday.it

”Pattern addicted” è la personale di Eloisa Gobbo, artista padovana tra i fondatori dell’”Italian newbrow”, scenario culturale che usa tratti distintivi della cultura popolare per creare, attraverso l’ironia, un’arte diretta e immediata. Fino al 19 gennaio 2013, spazio Tindaci, via Dante 17, Padova. Info: www.tindaci.com

VENEZIA Reticola-mente

PISTOIA Scultura a due voci

Mau ro B o navent ur a, nella personale dal titolo Reticolamente, indaga se stesso e la sua condizione attraverso la rappresentazione del ”pensiero ipotetico”, ovvero la capacità di prevedere, ma anche immaginare e rielaborare gli stimoli che è caratteristica essenziale di qualsiasi espressione artistica. In questa occasione viene rappresentata come l’intricato reticolo di neuroni e sinapsi, tra i quali uomo e artista cercano di perdersi o districarsi. Fino al 6 gennaio 2013, Venice projects, Dorsoduro 868, Venezia. Info: www. venicepro jects. co m

La mostra Scultura a due voci – Luciano Fabro/F Fernando Melani, a cura di Ludovico Pratesi, è incentrata sulla ricostruzione del rapporto tra due dei più importanti protagonisti dell’arte italiana del dopoguerra. La rassegna si sviluppa cronologicamente nel periodo che va dall’aprile del 1967 al dicembre del 1980, anno della collettiva alla galleria Vera Biondi di Firenze. Il percorso si concentra pertanto intorno alla ricostruzione delle diverse occasioni espositive che hanno accomunato i due artisti. Dal primo dicembre al 10 febbraio 2013, palazzo Fabroni, via Sant’Andrea 18, Pistoia. Info: 0573371214

BOLOGNA Gli anni di Berlino

L’immobilità dello sguardo

Una mostra dedicata a George Grosz con la quale si intende richiamare l’attenzione sull’attualità del grande artista tedesco. L’esposizione riguarda il periodo berlinese, compreso fra il 1912 e 1931. Fino al 17 febbraio 2013, galleria De’ Foscherari, via Castiglione 2/b, Bologna. Info: www.defoscherari.com

I soggetti esposti nella mostra L’immobilità dello sguardo sono luoghi dell’anima che appartengono all’intimità di Giorgio Tonelli, rappresentati con distacco, epurati di ogni dettaglio che possa evocare un ricordo, un’emozione. Dal primo dicembre al 10 gennaio, galleria Forni, via Farini 26, Bologna. Info: www.galleriaforni.com

FIRENZE Raymond Hains, Mimmo Rotella

Il contenitore dei ricordi

La mostra di Raymond Hains e Mimmo Rotella presenta sedici lavori dei due artisti e permette di riapprezzare un nucleo delle loro opere della fine degli anni Sessanta e dei primi Settanta, quasi a ricostituirne il clima. Dal primo dicembre al 15 marzo 2013, galleria Il ponte, via Di Mezzo 42/b, Firenze. Info: www.galleriailponte.com

L’esposizione curata da Carlo Franza, dal titolo Il contenitore dei ricordi, riunisce oltre quaranta opere dell’artista Walter Angelic i, vivace e innovativa figura dell’arte contemporanea. Fino al 10 maggio 2013, palazzo Borghese, via Ghibellina 110n, Firenze. Info: www.palazzoborghese. it


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UDINE

PORDENONE

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Tra luci e ombre

”</Body>” è il titolo della personale di Marcin Ramocki, curata da Chiara Moro. L’artista presenta un nuovo progetto incentrato sul concetto di corpo, in particolare del corpo umano e della sua ridefinizione. Fino al 19 gennaio 2013, spazio Ultra, piazzetta Valentinis 5, Udine. Info: www.spazioultra.org

Apparentemente semplici, sfrondate da qualsiasi particolare figurativo, le opere di Renato De Marco permettono di cogliere le potenzialità espressive del linguaggio geometrico. La mostra Tra luci e ombre è a cura di Silvana Comelli. Dal primo al 22 dicembre, La Roggia, viale Trieste 19, Pordenone. Info: www.laroggiapn.it

VICENZA

REGGIO EMILIA

Storie di assenza di sguardi volti e figure

Rifrazioni

Attilio Pavin è il protagonista della mostra Storie di assenza di sguardi, volti e figure, a cura di Elena Agosti. L’artista indaga i volti di New York attraverso i non volti dei manichini. Dal 7 dicembre al 3 gennaio 2013, Viart, contrà Del Monte 13, Vicenza. Info: www.viart.it

BOLOGNA

LE ILLUSIONI DI EVANGELISTI Opere sulla vacuità dell’economia di VERONICA VERONESI*

La mostra di Paolo Ciabattini, Rifrazioni, curata da Giulia Sillato, propone un inedito viaggio interpretativo attraverso 10 opere. L’artista concentra la sua ricerca sulla spazialità. Fino al 21 dicembre, palazzo Caffari, via Emilia a Santo Stefano 25, Reggio Emilia. Info: 0522541742

l nostro vocabolario si è arricchito di termini tecnici che fino a poco tempo fa facevano parte esclusivamente del lessico degli addetti ai lavori: “spread”, “default”, “rating” sono entrati a far parte del linguaggio comune. Con queste parole i media ci raccontano l’alta finanza, una realtà virtuale immateriale la cui vacuità è caduta come un macigno sulle nostre sicurezze effimere. Nicola Evangelisti intende calarsi nella dinamica percettiva di una materialità inconsistente e cangiante, la cui presenza può essere solo un’illusione. Il senso di farraginosità di un sistema economico effimero, basato sulla virtualità di movimenti macroeconomici, viene interpretato attra-

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verso l’uso di diversi media tecnologici. In mostra videoinstallazioni interattive in cui i suoni del mondo economico sono riprodotti in vibrazioni simili a mantra. Sculture olografiche e installazioni di parole realizzate con bossoli di proiettili vanno a completare una visione artistica in cui il potere e la guerra si sostituiscono a reali esigenze. *gallerista Oltredimore

Nicola Evangelisti, “Temporary illusions”, a cura di Olivia Spatola. Fino al 19 gennaio 2013, galleria Oltredimore, piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna. Info: www.oltredimore.it

PRATO Forma Forma presenta opere uniche con l’intento di esaltare la concretezza di un linguaggio ancora attuale. In mostra lavori di Nicola Samorì, Luca Lanzi, Graziano Pompili, James Brown, Aldo Mondino, Bruno Ceccobelli e Willie Bester. Fino al 12 gennaio 2013, L’ariete, via D’Azeglio 42, Bologna. Info: www.galleriaariete.it

Vintage, l’irresistibile fascino del vissuto Un viaggio nella più attuale tendenza della moda contemporanea e un omaggio al suo potere evocativo. Questa l’idea di Vintage, l’irresistibile fascino del vissuto. Dal 7 dicembre al 30 maggio 2013, Museo del tessuto, via Santa Chiara 24, Prato. Info: www.museodeltessuto.it

PERUGIA

SPOLETO

Sic et simpliciter

Giuseppe De Gregorio

Cesare Pippi cura la personale di Ugo Nespolo dal titolo Sic et simpliciter. Lo stesso curatore scrive riguardo all’opera dell’artista: ”L’arte va sdrammatizzata, i miti rielaborati, le opere rese leggere, gioiose, soffici”. Fino al 12 gennaio 2013, galleria Artemisia, via Alessi 14/15, Perugia. Info: www.artemisiagallery.it

Il periodo d’oro dell’arte a Spoleto agli albori degli anni Cinquanta e dei decenni successivi rivive in un grande evento incentrato sull’antologica di Giuseppe De Gregorio, curata da Massimo Duranti. Dal 15 dicembre al 17 gennaio 2013, palazzo Collicola, piazza Collicola 1, Spoleto (Perugia). Info: www.palazzocollicola.it


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ROMA Il velo della notte e il riflesso del fiume

Dell’equilibrio interiore

La personale di Ettore De Conciliis dal titolo Il velo della notte e il riflesso del fiume presenta circa 35 dipinti e 10 pastelli: un esauriente panorama della produzione dell’artista. Fino al 31 dicembre, galleria 20 Artspace, via XX Settembre 122, Roma. Info: www.20artspace.it

Da sempre attento agli argomenti del taoismo e vicino all’approccio alchemico dell’arte, Oscar Turco espone la sua rappresentazione di concetti universali: l’equilibrio interiore e la forza di gravità. Fino all’11 gennaio 2013, studio d’arte contemporaneo Pino Casagrande, via degli Ausoni 7, Roma. Info: www.pinocasagrande.com

“Uppercrust”

Questo soltanto e nulla più

”Uppercrust” è l’ultimo ciclo pittorico di Alessandro Scarabello. L’artista indaga il potere attraverso la rappresentazione di chi lo detiene e scandaglia i suoi effetti sui volti, sulle posture e gli atteggiamenti dei protagonisti. Dal 6 dicembre al 9 febbraio 2013, The Gallery apart, via di Monserrato 40, Roma. Info: www.thegalleryapart.it

Questo soltanto e nulla più e il titolo della personale di Myriam Laplante: un’installazione che s’interroga sulla faccia nascosta delle certezze. Il lavoro di Laplante è una parodia del mondo, assurda e cinica. Fino al 12 gennaio 2013, Il ponte contemporanea, via di Panico 55-59, Roma. Info: www.ilpontecontemporanea.com

NAPOLI Nina

Capuzzelle

Nina, Nuova immagine napoletana, a cura di Giovanna Cassese, Marco Di Capua, Francesca Romana Morelli e Valerio Rivosecchi, presenta le eccellenze artistiche formate negli ultimi tre lustri all’accademia partenopea. Fino al 13 gennaio 2013, Pan, via dei Mille, Napoli. Info: www.palazzoartinapoli.net

Personale di Rebecca Horn dal titolo Capuzzelle. Il fascino delle ”capuzzelle”, teschi che rappresentano le anime del purgatorio, è così vivo nell’immaginario dell’artista da dedicargli una mostra. Dal primo dicembre al 19 gennaio 2013, studio Trisorio, Riviera di Chiaia 215, Napoli. Info: www.studiotrisorio.com

COSENZA

RAGUSA

Pop art a Torino

“Portrait X”

Una mostra incentrata su cinque figure centrali nell’evoluzione artistica di Torino e del panorama italiano della seconda metà del secolo scorso: Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Aldo Mondino, Ugo Nespolo e Michelangelo Pistoletto. Dall’8 dicembre al 10 febbraio 2013, Maca, piazza Falcone 1, Acri (Cosenza). Info: www.museomaca.it

La collettiva ”Portrait X” propone le opere di Rosario Antoci, Nikos Arvanitis, Alessandro Bulgini, Gianluca Capozzi, Gaetano Longo, Giacomo Rizzo, Oriana Tabacco, Manlio Sacco, Zafos Xagoraris e Alice Souma. Dal 22 dicembre al 22 gennaio 2013, galleria Clou, piazza San Giovanni, Ragusa. Info: www.galleriaclou.it

ROMA Il territorio per l’arte

ROMA Premio 6 Artista

In mostra le opere vincitrici della quarta edizione del premio Terna. Esposti anche i progetti dei 14 tra artisti, designer e architetti (tra gli altri Chiara Dynys, Alberto Di Fabio, Pablo Echaurren, Flavio Favelli, Marcello Maloberti, Davide Nido, Perino & Vele, Andrea Sala, Alfredo Pirri, Luigi Serafini, Adrian Tranquilli) che hanno realizzato per Terna progetti di intervento artistico sulla linea elettrica Foggia-Benevento. La mostra è a cura di Cristiana Collu, Éric de Chassey, Gabriele Francesco Sassone e Gianluca Marziani. Fino al 31 dicembre, Tempio di Adriano, piazza di Pietra, Roma. Info: www.premioterna.com

Dal 13 dicembre doppia personale di Francesco Fonassi e Margherita Moscardini, vincitori della terza edizione di 6 Artista, a cura di Michele D’Aurizio. Ma il Macro ospita anche Miltos Manetas con ”After blackberry paintings” (a cura di Valentina Ciarallo), Pascale Marthine Tayou con ”Secret garden” e Jimmie Durham con ”Streets of Rome and other stories” (entrambe a cura di Bartolomeo Pietromarchi), infine il progetto Ritratto di una città, arte a Roma 1960-2001, dedicato al collezionismo contemporaneo. Fino al 10 febbraio 2013, Macro, via Nizza 138, Roma. Info: www.museomacro.org


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INDIRIZZI D’ARTE_INSIDE ART 47

Cupido

Chester

Cupido presenta nuove opere dell’artista tedesco Stephan Balkenhol. Le sue opere si confrontano con l’uomo e la donna di tutti i giorni e, pur ispirandosi alla statuaria antica, si scostano dai classici ideali di bellezza. Fino al 20 febbraio 2013, Valentina Bonomo, via del Portico d’Ottavia 13, Roma. Info: www.galleriabonomo.com

Gli artisti in mostra, incluso il curatore Adam Carr, sono nati o cresciuti a Chester, nel Regno Unito, da qui il titolo. Il progetto intende indagare tendenze, dettagli o temi comuni, nel lavoro di artisti la cui formazione è avvenuta nel medesimo luogo. Dal 15 dicembre al 23 febbraio 2013, Co2, via Piave 66, Roma. Info: www.co2gallery.com

Sui generi/s

Corrispondenza privata

Sui generi/s di Luciano Ventrone è curata da Cesare Biasini Selvaggi. L’artista ritorna a esporre nella capitale regalando l’emozione di trovarsi di fronte ad antichi e nuovi capolavori in un’importante antologica. Fino al 6 gennaio 2013, Casino dei principi, via Nomentana 70, Roma. Info: www.museivillatorlonia.it

Mario Schifano è il protagonista della mostra Corrispondenza privata, a cura di Andrea Tugnoli. L’esperienza dell’arte di Schifano si rinnova con oltre 150 opere, interventi pittorici su buste postali sature di colore. Dal 6 dicembre al 31 gennaio 2013, galleria La nuvola, via Margutta 51a, Roma. Info: www.gallerialanuvola.it

LECCE La delicatezza del segno l’immensità della luce

“Coexist, eight different kind of fantastic art”

A cura di Cynthia Penna, una grande retrospettiva delle opere dell’artista californiano Shane Guffog che ha percorso sentieri di pittura non convenzionali. Fino al 6 gennaio 2013, Art 130, piazza Sant’Eframo Vecchio, Napoli. Info: www.art1307.com

”Coexist, eight different kind of fantastic art”, a cura di Ivan Quaroni, presenta una ricognizione nell’immaginario surreale di otto pittori italiani contemporanei. Dall’8 dicembre al 26 gennaio 2013, E-lite studio gallery, corte San Blasio 1c, Lecce. Info: www.elitestudiogallery.com

PALERMO Sprezzatura

“An artful confusion”

Lo scopo della mostra Sprezzatura è incentrato sul concetto di arte, intesa come ciò che trasforma reinterpretando la lezione di Luc iano Fabro ossia l’arte come atto di responsabilità. Fino al 24 dicembre, Zelle arte contemporanea, via Fastuca 2, Palermo. Info: www. zelle.it

Prima personale in uno spazio pubblico siciliano per Francesco Simeti, dal titolo ”An artful confusion”, a cura di Laura Barreca. Un’estetica ricercata che cela la rappresentazione della costrizione. Fino al 27 gennaio 2013, Galleria d’arte moderna, piazza Sant'Anna 21, Palermo. Info: www.galleriadartemodernapalermo.it

SALERNO

SPERIMENTAZIONI IN DIVENIRE Le “Premature” di Kandinskij di MASSIMILIANO ALBERICO GRASSO*

remature è un progetto nato nel 2011 dell’artista Giovanni De Benedetto in arte Candida Kandinskij ed eretto sulla perfetta interazione sperimentale tra l’uso classico della tempera e quello della più moderna fotografia. Non accademiche nozioni, ma empirici risultati ottenuti dalla somma dell’inconscio e dal fattore esterno non biologico del caso, della combinazione tra gli elementi. Gesti casuali dettati dall’ignoto del proprio sentire, generano attraverso le ponderate emozioni, visioni di un qualcosa non formale. Le opere si presentano a primo impatto di non facile approccio emozionale, in quanto particolari nella composizione strutturale e cromatica. La

P

mostra Premature è in linea con tutto il percorso di A3 arte contemporanea, fucina attiva e in evoluzione. Così come il lavoro del giovane artista friulano, che si presenta come qualcosa di ancora incompiuto, in continuo divenire, in cui qualsiasi ulteriore mezzo in grado di arricchire la ricerca, trova impiego e spazio in una progressiva conquista dell’ignoto. *direttore della galleria

Premature, a cura di Lycourgos Lambrinopoulos. Fino al 10 dicembre, A3 artecontemporanea, via Iannelli 30, Salerno. Info: www.a3artecontemporanea.it


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a cura di SILVIA NOVELLI

TORINO ”Six coups de dés” Domenica 11 novembre, il sistema dell’arte torinese si è ritrovato a Colazione a Barriera, negli spazi dell’associazione nel cuore del quartiere operaio di Barriera di Milano. L’occasione era l’inaugurazione della mostra ”Six coups de dés”. All’appuntamento, tra gli altri, Fulvio Gianaria, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Maurizio Cilli e Rocco Moliterni. (S. N.)

MILANO Fotografia

MILANO Alberto Biasi

Alla galleria Sozzani la collettiva di fotografi di fama internazionale (da Eggleston a Goldin) curata dal bel Ken Miller (nella foto), ha inaugurato in un fine settimana all’insegna del cattivo tempo. Breve ”entrée” prima della personale della giapponese Maiko Haruki nello spazio di Corso Como 10, in programma fino al 6 gennaio 2013. (D. A.)

Cinque grandi opere di Alberto Biasi (nella foto), fondatore del gruppo N e capostipite dell’arte programmata hanno richiamato l’attenzione di molti milanesi che si sono incontrati all’interno della galleria Allegra Ravizza. Presenti il curatore Marco Meneguzzo e l’artista, circondati da altri personaggi del settore come Giovanni Anceschi. (V. C.)

ROMA Il Talent Prize alla Pelanda Non poteva andare meglio. L’inaugurazione alla Pelanda è stata un vero successo. La quinta edizione del Talent Prize con l’esposizione delle opere del vincitore, Yuri Ancarani, e dei finalisti del premio promosso dalla Guido Talarico editore e degli artisti dell’atelier Wicar ha visto una partecipazione senza precedenti. Molti i vip del mondo dell’arte e del panorama culturale capitolino. Quest’anno il premio ha avuto, tra gli altri, il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri e dell’ambasciata francese. Tra gli ospiti istituzionali, quindi non poteva mancare l’ambasciatore francese Alain Le Roy, ma anche il vicesindaco di Lille, Catherine Cullen (nella foto di Manuela Giusto tra Guido Talarico e il sottosegretario Antonio Malaschini). Numerosi gli artisti e gli operatori del mondo dell’arte, tra i quali, Oliviero Rainaldi, Vito Bongiorno, Eugenio Marcuzzi, Dino Morra, Lori Adragna, Enrico Ricci, Alessio Ancillai, Alessio Paiano, Maurizio Tiberti. (M. L. P.)

BOLOGNA Architetture

ROMA Mario Nalli

ROMA Badalov

Ha inaugurato lo scorso 9 novembre la mostra Architetture della fede, alla Raccolta Lercaro, nel centro di Bologna. In mostra le immagini di Aurelio Amendola, Vincenzo Castella e Pino Musi. Hanno partecipato, oltre a numerosi visitatori, il cardinale Caffara, padre Andrea Dall’Asta (nella foto), Valentino Bulgarelli ed Ernesto Vecchi. Fino al 7 luglio 2013. (G. C.)

Non solo mille sfumature di grigio, ma più di mille anche di viola e di blu. Questi i tre colori su cui spaziano le penetranti pennellate di Mario Nalli, ospite per la seconda volta, a distanza di vent’anni, della galleria l’Attico di Fabio Sargentini. Molti gli ospiti, tra cui Luigi Ontani. Fino all’11 gennaio 2013. L’Attico, via del Paradiso 41, Roma. (M. L. B.)

Conquista il pubblico romano, nella prestigiosa cornice di palazzo Ferrajoli, Joseph Badalov. Nella mostra Sonetto CXIX, a cura di Alinda Sbragia (nella foto) e Sabina Orudjeva, l’artista russo cerca di stabilire un dialogo emotivo con lo spettatore, in particolare con il pubblico femminile. Molti gli ospiti, tra appassionati e vip. A dicembre la mostra approda a Londra. (Z. B.)


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IL BOOK RACCONTATO DALL’AUTORE

LE MASCHERE Q Una serie fotografica dedicata alla Fioroni in occasione dei suoi ottant’anni:

di MARCO DELOGU*

uesto lavoro è cominciato molti anni fa: anche io ho avuto il dono di fare quello che volevo, e di attraversare la vita a volte come un gioco, di tornare sempre più bambino nonostante molte durezze del mio carattere, o forse proprio per compensare tutto ciò. È un attraversamento che cerco con determinazione, e faccio lo stesso con altri miei “ego”, con la parte più pubblica, e con la mia vita nella campagna. È un’ostinazione che ho ritrovato nelle parole di Erri De Luca che ha scritto che il talento è una trappola e che i lavori, le idee e i pensieri escono dalla costante applicazione e studio. Erri studia vecchie lingue, io penso

sempre alle fotografie, ne faccio poche, ma ci penso e le vedo sempre (Francesco Zanot in un suo bellissimo testo sulle mie fotografie “lunari” scrive a proposito della nostra incapacità di sfuggire alle immagini, anche di notte, anche in una stanza buia. Quando chiudiamo gli occhi, d’altra parte, continuiamo a vedere). Questo lavoro è cominciato molti anni fa, io venivo da una serie di ritratti di gruppi di persone con un linguaggio o un’esperienza in comune: cardinali in pensione, carcerati, i contadini dell’agro pontino e i pastori sardi, fantini del palio di Siena, compositori di musica classica contemporanea, una famiglia rom, e altre piccole serie. Giosetta aveva visto questi lavori, aveva scritto un mio “ri-

tratto” partendo dalla fotografia del cardinale Dezza, e io cominciai a fotografarla. Iniziai una serie di un gruppo che era una persona sola: Giosetta. Nel suo studio, davanti a grandi tele realizzammo le prime immagini: Giosetta metteva trucchi e vestiti, io toglievo qualcosa, lei continuava ad aggiungere qualche parrucca, cappelli e ombrelli. Io ogni tanto giravo le tele, lei costruiva piccole maschere. Tutto aveva a che fare con il “senex”: passavano gli anni e lei si prendeva sempre più libertà, e anche io, sempre alla costante ricerca di mie libertà, la seguivo e intervenivo. Erri messo al corrente, scrisse un testo. Dopo qualche tempo abbandonammo il suo studio e andammo a lavorare nella mia casa di Burano, tra il


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IL FOTOGRAFO Editore e curatore Marco Delogu è nato a Roma l’11 aprile 1960. La sua ricerca si sofferma su ritratti di gruppi con esperienze o linguaggi in comune. Negli ultimi anni i suoi progetti si sono concentrati sulla natura, nelle differenti declinazioni di un’attenzione che si sposta dall’uomo a ciò che lo circonda. Ha pubblicato oltre 20 libri. Ha esposto in Italia e all’estero. Affianca all’attività di fotografo, quella di editore e curatore. Nel 2002 ha ideato Fotografia, festival internazionale di Roma di cui è direttore artistico ed è co-curatore del Macro Fotografia. Nel 2003 ha fondato la casa editrice Punctum. Protagonista al Macro, fino al 2 dicembre, di L’altra ego, progetto realizzato insieme a Giosetta Fioroni. L’esposizione è accompagnata da un quaderno della serie Macro-Quodlibet. Info: www.marcodelogu.com

Immagini della serie L’altra ego, 2012 progetto artistico di Giosetta Fioroni e Marco Delogu

DI GIOSETTA

un progetto nato per gioco fra travestimenti e parrucche, onirico e surreale

mare e il lago: altre libertà, lo studio era diventato stretto e avevamo bisogno di grandi spazi. Il lavoro fu esposto un paio di volte in modo molto spettacolare; per un po’ non ne parlammo, non ci tornammo su, ognuno tornò al proprio studio, io finii il mio lavoro sul carcere, fotografai cavalli e nature bianche, mi persi nell’osservazione dei soli neri. Giosetta passò molto tempo a realizzare sculture in ceramiche. E poi ricominciammo: tolti i suoi quadri dallo sfondo, nel suo studio iniziai a fotografare nuovi mascheramenti: Giosetta pensava alle sue figure, io mi limitavo ad aggiungere e togliere poche cose, sceglievo un muro, le chiedevo di rifarsi i trucchi o cambiare i vestiti. Passammo due giorni al museo di zoologia, lei

era distesa e io aggiungevo uccelli imbalsamati; poi andammo alla ricerca dello sfondo giusto per un’altra foto: tigri, giraffe, alci, leopardi. Abbiamo fatto quaranta fotografie, ma come sempre non tutto viene bene: troppo o poco colore, scene o luci non riuscite, o forse idee difficili da tradurre in visione, o semplicemente giornate storte per un motivo che attraversa la vita. Come nel 2001 abbiamo fatto delle scelte, ma molte delle fotografie fatte è bello rivederle e pubblicarle qui come note per capire come si è arrivati a questo lavoro, o semplicemente ricordare delle belle giornate.

*estratto dal catalogo cortesia Quodlibet e dell’autore


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PICCOLA COSMOGONIA SENSORIALE Alberto Di Fabio dà forma alle sinapsi e all’energia Grandi tele dove il cosmo si sposa con l’afflato umano di GIORGIA BERNONI

SIAMO SEMPRE IN CONTATTO CON LE STELLE E I PIANETI È QUESTA RETE ELETTROMAGNETICA DELLE NOSTRI SINAPSI CHE RIPORTO NEI MIEI ULTIMI LAVORI STRUTTURE COMPLESSE CHE CI OFFRONO UN’ESCURSIONE VISIVA SULLE MODIFICHE DELLA PSICHE IN RELAZIONE AGLI INFLUSSI ESTERNI

Alberto Di Fabio, Respiro, 2008 Sopra: l’artista foto Stefano Delìa

orticose tele di grandi dimensioni allineate sulle alte pareti bianche, ampi tavoli dove sono disposti ordinatamente bozzetti, riviste e giornali, al centro della sala delle usurate e fascinose poltrone che danno l’idea di aver accolto molti ospiti interessanti. Ad avvolgere il tutto tanta luce, pungente come lo è quella di novembre, che entra dai lucernari posti sul soffitto. L’ampio studio romano di Alberto Di Fabio, posto strategicamente al Pigneto proprio a ridosso della sopraelevata della tangenziale, rispecchia, nella sua dedizione amorevole verso l’ordine, la cura che il pittore abruzzese, nato ad Avezzano nel 1966, riserva alle sue opere. Sposato con una ragazza giapponese e padre di tre figli piccoli, Di Fabio ha un eloquio avvolgente e caldo che spazia dal racconto dell’aneddoto personale alla vicenda di grande impatto sul panorama artistico internazionale, capace di comunicare tutto l’amore per l’arte e le sue catartiche proprietà. Dopo ventitrè anni di attività artistica e centosettanta mostre alle spalle, molte delle quali all’estero, l’artista si gode la popolarità in patria, successo suggellato dalla personale alla Gnam di Roma, Realtà parallele, che si è svolta in estate. Come vive questo riconoscimento arrivato in Italia dopo anni dedicati alla pittura? «Per me è stato un grande onore esporre nello stesso magico luogo in cui si trovano le opere di Burri, Fontana, De Chirico: grandi maestri del nostro dopoguerra che ho studiato e amato. Ho provato una grandissima gioia quando la direttrice della Gnam, Maria Vittoria Marini Clarelli, mi ha detto che il museo ha intenzione di acquistare un mio quadro per la collezione

V

permanente. Non nego di aver sofferto in passato, soprattutto durante i miei primi anni di attività, del fatto che in Italia trionfasse l’arte post concettuale con opere, tra installazioni e fotografie ambientali, completamente differenti dal mio modo di lavorare. Qui, fino a qualche anno fa, dicevano delle mie tele che erano molto belle ma non rispecchiavano l’andamento attuale dell’arte. È stata una grossa fatica essere riconosciuti dopo tutti questi anni di lavoro, ed è quindi per me una grande soddisfazione essere messo nella condizione di poter esporre accanto ai grandi maestri del XX secolo. Dopo dodici anni passati a New York, dove comunque torno spesso e mantengo uno studio, ho deciso di tornare a vivere a Roma per radicarmi ulteriormente sul territorio italiano ed europeo». A proposito della sua lunga esperienza all’estero, cosa l’ha spinto a recarsi prima a Parigi e poi, per molti anni, a New York? «Dopo essermi diplomato all’accademia di Belle arti di Roma, ho esposto per la prima collettiva nel 1989 da Alessandra Bonomo e in quell’occasione ho avuto la fortuna di conoscere Sol Le Witt e, soprattutto, Alighiero Boetti che ha comprato uno dei miei primi quadri. Fino ad allora Boetti neanche lo conoscevo e in più non ero potuto andare all’inaugurazione della mia mostra, facevo il militare. Dopo esserci conosciuti, siamo andati a vivere insieme per quattro anni. È stato proprio lui a spingermi ad andare fuori dall’Italia. In quel periodo stava facendo un concorso per la Cité des arts a Parigi e mi propose di farlo insieme. Lo vincemmo entrambi e così ho passato due anni a Parigi, dal ‘91 al ‘93, con Boetti che ancora non era così famoso come adesso».


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L’ARTISTA

ALBERTO DI FABIO

1966 Nasce il 27 giugno ad Avezzano (L’Aquila)

1988 Si diploma all’accademia di Belle arti di Roma. In seguito si diploma anche all’accademia d’Incisione di Urbino

1993 Prima collettiva importante, Trismegisto, alla galleria Lucio Amelio di Napoli. Conosce Donald Baechler e Philip Taaffe che lo invitano ad andare a New York

1994 Il profilo insonne della terra è il titolo della sua prima personale allo studio Stefania Miscetti di Roma

1996 È invitato per la prima volta alla XV Quadriennale d’arte di Roma. Tornerà a esporre nelle edizioni del 2003 e 2008

2005 Partecipa alla Biennale d’arte di Pechino

2012 È alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma con la personale Realtà parallele

Come è arrivato a New York e in che modo si è relazionato con il mercato statunitense? «In occasione di una mostra che ho tenuto a Napoli, Trismegisto alla galleria Lucio Amelio, ho conosciuto Donald Baechler e Philip Taaffe, artisti legati al gallerista partenopeo, che mi invitarono ad andare a New York offrendomi ospitalità in cambio del mio lavoro da assistente. Non me lo feci ripetere due volte, è stata un’esperienza bellissima. A New York ho avuto modo di visitare a più riprese i grandi musei come il Guggenheim, il Moma, il Whitney e approfondire il mio amore per l’astrattismo statunitense e per artisti come Franz Kline, Pollock e De Kooning. Gli Stati Uniti sono un paese molto competitivo, pieno di clan e lobby, ci ho messo veramente tanto, sette anni, per riuscire a fare la mia prima personale. Lì finalmente ho incontrato Larry Gagosian a cui avevo in precedenza fatto la

corte per un lungo periodo. Gagosian venne tre ore prima dell’inaugurazione e mi comprò quattro, cinque tele. Da allora abbiamo cominciato a lavorare insieme». E da allora il sodalizio con Larry Gagosian non si è mai interrotto. «Al contrario, si è stretto sempre di più. Recentemente ho tenuto una personale alla Gagosian gallery, nella sede centrale di Madison avenue. Il giorno dopo Larry e la sua segretaria mi riportarono quanto avevano speso per la serata: sommando cena, affitto e trasporto si è arrivati a mezzo milione di dollari: denaro che non riguadagneranno mai con la vendita delle mie opere. ««Noi – mi hanno detto – te lo facciamo per amore, però voi italiani non ce la fate mai durante la vita a sfondare. Forse ne guadagneranno i tuoi nipoti, neanche i tuoi figli. Noi ce lo ricordiamo quando il mercato italiano vendeva Fontana a venti milioni di lire»».

Questo per dire quanto negli Stati Uniti hanno un’attitudine al commercio molto lontana dalla nostra. Ma io, a chi si vuole avvicinare all’arte, dico sempre che siamo così fortunati a fare questo tipo di lavoro, non è che possiamo sempre stare a pensare al prezzo in galleria e al commercio altrimenti non sei mai contento e vedi solo quello che vicino a te costa cento volte tanto». Facciamo un passo indietro, quando ha iniziato a dimostrare una certa inclinazione verso la pittura? «Ho iniziato a disegnare verso i sei anni, tutti i pomeriggi. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha molto spronato: mio papà era un artista abruzzese, Pasquale Di Fabio, uno scultore e pittore astratto compagno di Mastroianni, Dorazio, Turcato. Dopo la parentesi romana dell’accademia è tornato in Abruzzo


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DICONO DI LUI

LA MOSTRA “Cosmic treasures”

È la stratificazione di elementi e di piani fisici e concettuali che consente a Di Fabio di raggiungere il principale dei suoi meriti formali: coniugare studium e punctum, il respiro orizzontale della distensione e la capacità di perturbare lo sguardo

Se nei primi lavori il suo interesse si concentrava sullo studio degli ecosistemi, la sua ricerca più recente approfondisce le relazioni che legano l’arte e il cosmo, aprendosi a teorie scientifiche quali la relatività e la meccanica quantistica. (Emanuela

Alberto Di Fabio si cala profondamente nell’humus della sua era per arrivare alla compenetrazione essenziale dell’informale e dell’organico che rimangono la domanda centrale che affrontano gli artisti visuali della sua generazione.

(Stefano Castelli ”The big bang”, 2008)

Nobile Mino, ”Over the rainbow”, 2010)

(Alan Jones Il vortice Di Fabio, 2007)

Paesaggi della mente #2 2011 A sinistra: Senza titolo 2006

Dal 21 dicembre al 10 gennaio 2013, Alberto Di Fabio partecipa a Roma alla collettiva delle opere vincitrici della quarta edizione del premio Terna. Info: www.premioterna.com. Di Fabio è inoltre protagonista, con Riccardo Gusmaroli ed Elena von Hesse, della mostra ”Cosmic treasures” alla galleria J. H. Bauer di Amburgo, fino al 12 dicembre. Info: www.jbfinearts.com. A febbraio terrà una personale, curata da Pier Paolo Pancotto, all’Estorick collection of modern italian art di Londra.


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dove è stato protagonista di molte mostre locali. Mia mamma insegnava scienze naturali, a casa ero circondato da libri di conchiglie, rocce, minerali: da questo connubio è nata la mia poetica». E proprio la natura e il cosmo sono i soggetti preferiti della sua ricerca che indaga anche il sistema neuronale. «Siamo perennemente in contatto con le stelle e i pianeti, è questa rete elettromagnetica delle nostri sinapsi e delle nostre galassie interiori ed esteriori che riporto nei miei ultimi lavori. Strutture complesse che ci offrono un’escursione visiva sulle incessanti modifiche della psiche in relazione agli influssi esterni. Secondo la teoria quantistica, inizialmente noi siamo parte di un tutto insieme alle piante e ai minerali. Anche la materia possiede un dna. Fin dall’inizio ho avuto questo approccio: da bambino ho disegnato la Divina commedia di Gustave Doré, disegni epici e forti». Esiste quindi un forte legame tra mondo spirituale e naturale. «Tutto parte dal movimento della danza cosmica che ci circonda. In India la chiamano Shiva, in Occidente la chiamiamo fisica quantistica. Noi artisti la avvertiamo in maniera più forte, percepiamo il soffio del vento divino. Molti dei miei lavori sui neuroni e sulle sinapsi partono da un discorso che ho fatto con un neurologo negli Stati Uniti, il quale sostiene che i nostri neuroni sono cinque secondi avanti rispetto a quello che facciamo: per prendere un bicchiere d’acqua le sinapsi non possono partire insieme al movimento ma decimi di secondo prima. Ci siamo allontanati dai tempi biologici e si stanno modificando anche le nostre sinapsi. Le mie tele parlano proprio di questo tempo biologico che si sta modificando. Ultimamente sto diversificando il mio lavoro realizzando, su tele di grandi dimensioni, dei paesaggi un po’ diversi che ho chiamato Elevazione e permutazione: i miei primi lavori erano disegni delle montagne

alla Giotto, Sironi, Carrà; panorami che adesso sono ritornati ma sembrano paesaggi del Tremila. Mi sono liberato dalla precisione estrema, oltre che dai colori freddi per giungere a colori più acidi e caldi». Come prende forma una sua tela? «Parto dalla preparazione delle tele disegnando dei bozzetti su carta di riso cinese decorata con delle poesie e poi da questi sviluppo i lavori. Hanno scoperto che i neutroni e i protoni creano gli stessi disegni dei Ching e questi Ching omaggiano tutto il corso della vita. Mi piace dipingere già sopra un supporto di carta così ricco di messaggi. Le mie opere hanno diversi livelli di lettura: tento una sintesi, un ibrido tra la tradizione orientale, mistica e animista, e la scienza occidentale. Alcuni, vedendo i miei quadri, pensano a una preghiera e questo mi rende molto fiero. Siamo legati ai beni primari, astrarsi è difficile ma io lavoro molto su questo aspetto cercando di smuovere, attraverso la vista, un cinetismo che sia anche interiore e mentale. Voglio creare delle reazioni nei neuroni che portano al piacere, al sogno, e per fare questo carico di energia la tela». Fin’ora si è misurato solo con la pittura, vorrebbe esplorare altri campi artistici? «Mi piacerebbe misurarmi con la scultura ma non ci riesco, uno dei miei artisti preferiti è Sironi. Vorrei plasmare la materia ma poi finisco sempre per farlo in modo bidimensionale. Ultimamente sto realizzando dei mosaici per riprendere una nostra tecnica di grande tradizione: trovo i mosaici antichi e contemporanei al tempo stesso. Le migliaia di tesserine che compongono un’unica opera mi riportano alla quantistica, da una piccola pietra si arriva al tutto e questa cosa mi ispira molto. Sto pensando di misurarmi anche con supporti diversi per vestire non solo la parete di un appartamento ma anche, per esempio, un muro esterno, dei giardini. È una tecnica lunga e difficile che realizzo insieme ad altre persone in almeno sei mesi di lavoro».

BOTTA & RISPOSTA L’arte della vita in 10 domande Cosa sognavi di diventare da grande? «Un fisico nucleare». Come sei diventato artista? «Sognando sin da piccolo su come si può parlare con Dio». Cosa vorresti essere se non fossi artista? «Non ci ho mai pensato, essere artista non è un desiderio è una conquista». Hobby, passioni? «Passeggiare in montagna». Come definiresti la tua arte? «Una costante ricerca sul valore della danza cosmica». Come definiresti la tua vita? «Un profondo e breve respiro». Ci sono valori eterni, nell’arte o nella vita? «Sì, esistono le costanti cosmologiche, facciamo tutti parte di un quanto universale che è il mio tema principale». Chi sono i tuoi maestri nell’arte o nella vita? «Giotto e Khalil Gibran, tra gli altri». Cosa trovi interessante oggi? «Oggi, come ieri, concentrazione e preghiera». Cosa non sopporti di questo tempo? «Spazio e tempo: il tempo è troppo veloce, lo spazio è troppo grande».

In alto: Spazi paralleli, 2010 (dittico) A destra, dall’alto: Sinapsi in oro, 2007 Un mare di atomi, 2007


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PERSONALI 2012 Realtà parallele Gnam, Roma, a cura di Pier Paolo Pancotto Paesaggi della mente 2 palazzo Collicola arti visive, Spoleto, (PG) a cura di Gianluca Marziani 2011 Alberto Di Fabio Gagosian gallery Atene, Grecia a cura di Arina Livanos e Leeza Chebotarev ”Gardens of the minde” galleria Umberto Di Marino, Napoli a cura di Umberto e Maria Di Marino 2010 ”Over the rainbow” galleria Pack, Milano a cura di Emanuela Nobile Mino 2010 Alberto Di Fabio Gagosian gallery New York, a cura di Melissa Lazarov e Leeza Chebotarev

GALLERIE Gagosian gallery sedi varie, New York www.gagosian.com Galleria Pack Foro Buonaparte, 60 Milano, tel: 0286996395 www.galleriapack.com Galleria Umberto Di Marino via Alabardieri 1, Napoli Tel: 0810609318 www.galleriaumbertodimarino.com

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la storia della lira

PIER PAOLO PUXEDDU+FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

nella

repubblica Italiana

le Ultime Coniazioni Dalla Zecca dello Stato, la nuova emissione celebrativa dedicata alla Lira realizzata in oro dal materiale creatore originale. Gli esemplari della Collezione LA STORIA DELLA LIRA - LE ULTIME CONIAZIONI sono coniati in oro fondo specchio nelle dimensioni originali e nel loro ultimo anno di emissione.

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Roberta Coni Le tre fiere, 2012

Personale di Roberta Coni a Roma, incipit della Commedia

LE TENTAZIONI DELLA CARNE di MAURIZIO ZUCCARI

LA MOSTRA Tentar la carne. Inferno I T entar la c arne. Inferno I di Ro berta Co ni, cu rata da Beatrice B uscaro li, dopo la fondazio ne Amleto B ert oni alle Scu derie di Saluzzo, arriva nella capitale. Un video e 2 6 o li su tela di grande e m edio fo rmato c he rappresentano la prima t appa di un perco rso sulla Divina co mmedia. Fino al 7 dicembre. Galleria Russo , via Alibert 2 0, R oma. Cat alogo Palo mbi editori. Info: www.galleriarusso. co m; 0 66 78 994 9

C

hissà cosa direbbe Botticelli, lui coi suoi volti soavi, colle grazie d’una bellezza che segnò la cifra della Rinascenza, davanti ai bujori dei dannati di Roberta Coni, a questi ghigni e smorfie, costole e sangue. All’inferno di donne urlanti, maschere feraci, a fare da incipit alla Divina commedia, lavoro da far tremare i polsi ad artisti ben temprati, figurarsi a una giovane di 36 anni, originaria dei Castelli. Uno dei non molti talenti usciti dalle nostrane accademie a raggiungere visibilità facendo tesoro della tradizione, forte di tecnica e concetti chiari. Forse fuggirebbe scandalizzato, Botticelli,

oppure riconoscerebbe nel vigore dei tratti, in questa pittura che, a tratti, paga lo scotto alla figurazione d’antan per farsi portatrice di verità e, a suo modo, di bellezza, una paternità acquisita. Già, perché tutto comincia da lui, dalla sua Venere. Dal manifesto della bellezza ai patimenti dell’inferno, il passo è lungo ma è presto detto. «A otto anni, in terza elementare, sono andata agli Uffizi. Davanti alla Venere sono rimasta rapita, la classe ha proseguito il giro del museo e io sono rimasta lì, pietrificata, davanti a quell’immenso quadro. E lì ho capito cosa avrei voluto fare da grande, la sua grandezza mi ha trasmesso la magnificenza


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dell’arte. I grandi del passato sono i miei maestri, sono affascinata dalla scuola tedesca e fiamminga per la verità dei corpi, delle carni, dei volti. Le Madonne e i santi di Rembrandt non sono certo quelli di Raffaello, sono anche brutti nella loro verità, così ho cominciato a lavorare sui canoni e le iconografie germaniche alla mia maniera». Volti, corpi, temi sacri sono molto presenti nei tuoi lavori. Perché, e come si arriva all’inferno, primo di un “work in progress”? «Sono stata sempre affascinata dalle grandi pale d’altare, quindi dall’arte sacra, anche se non sono particolarmente religiosa o praticante. Non è questo che mi affascina ma lo spirito del sacro. Spesso e volentieri ho utilizzato il tema del mea culpa, legato a Eva ma non dal punto di vista religioso quanto di riscatto dal peccato. La donna che pecca e resta, attraverso questo, immortale. Quindi supera il peccato in sé tramite la creazione, grazie ai figli. In questo senso mi piace indagare i temi storici religiosi adattandoli al contemporaneo secondo la mia visione. Ho indagato i volti, lo specchio dell’anima per dirla in modo banale. La grandezza mi rende partecipe ancor più dell’opera, mi piace entrare fisicamente nei quadri, come fossero porte attraverso le quali immergersi. Dante è il connubio perfetto tra l’arte sacra e la perfezione letteraria, questo primo canto dell’inferno è solo un primo passo, è mia intenzione dipingere tutta la Commedia, nei suoi canti principali. Qui Dante incontra le tre fiere; leone, lonza e

lupa, i tre peccati capitali: superbia, lussuria e avidità. Io le rappresento con tre figure femminili molto diverse, nel caso del leone è una giovane avvenente, con questa capigliatura molto vaporosa, la lonza invece è rappresentata in maniera più morbida, opulenta, quasi seicentesca, con una pera in mano, simbolo di lussuria perché dolce e associata all’idea di un simbolo fallico, nella simbologia medievale. Quella davvero spaventosa è la lupa “carca nella sua magrezza”, come dice Dante, sempre affamata, che per lui rappresenta l’avidità, la corruzione della chiesa. Per questo ha al collo un crocefisso, nella mia opera. Questa è la porta che si apre sul primo canto, poi c’è un assaggio tra volti doloranti, corpi spinti dal vento della passione, legati uno all’altro come Paolo e Francesca. C’è una luce molto teatrale, caravaggesca, visto che in fondo stiamo interpretando una commedia». Parliamo dello stile. Perché la pittura rispetto ad altri generi più “contemporanei”? «Beh, per questa mostra ho realizzato un video, mi piace contaminare un’opera tradizionale con elementi della contemporaneità, dar vita a nuove cose utilizzando il passato, l’avevo già fatto. Ma la pittura è il mio primo amore, il mezzo che padroneggio meglio, mi comunica un benessere fisico vedere un’opera con una certa densità. La mia è una tecnica mista, mi piace sperimentare, sui grandi quadri dalle cornici dorate ho lavorato con l’asfalto, nella maggior parte dei corpi aggrovigliati ci sono

velature fatte col bitume ma uso anche l’acrilico, la colla. La base resta l’olio su tela». Nelle tue opere, oltre l’inferno ci sono altre paure. L’acqua, per esempio. «La paura dell’acqua nasce da bambina, come tutte, poi prende forma in età adulta in modo più o meno esplicito. La pittura mi permette di esorcizzarla. Ho sempre pensato alla realtà sottomarina come a un mondo che non mi appartiene, straniero, in cui non mi sento a mio agio. L’idea di tuffarmi in un mare nero pieno di creature mi ha sempre terrorizzata. Questa paura è tornata in un momento di forte cambiamento, ero andata a vivere negli Usa e sognavo l’acqua, corpi che venivano risucchiati nell’azzurro. Dipingerli è stato un po’ come esorcizzarli, appunto. Così l’acqua è diventata una culla coi fondi bianchi, quasi un momento di rinascita più che una fonte di paura». Verità e sacralità, due parole assolute. Ma è possibile parlare ancora del vero, del sacro? «Questa è la mia visione della verità e sacralità intese nei suoi lati anche oscuri, diciamo brutti, di un corpo non bello. Poi non credo che ne esista una assoluta». La prima personale a Roma, di fatto la tua città: che effetto ti fa questo ritorno a casa? «Non sono mai stata così emozionata. Sarà anche perché questo è l’inizio di un percorso, se va bene questa prima tappa mi darà la forza e l’energia per proseguire il cammino. È un momento importante, un bel rischio».


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DICONO DI LEI

La scelta della rappresentazione del canto primo dell’inferno è per l’artista una sorta di ritorno a casa: stesse atmosfere inquiete e tenebrose, stesse luci soffuse, stessa tensione emotiva ed esistenziale. L’artista lo dichiara come “un viaggio di speranza e riaffermazione dell’umano e del divino”, vuole intenderlo come un viaggio già percorso da Dante alla sua età (nel mezzo del cammin di nostra vita), da ripercorrere attualizzandone le problematiche, i rischi, le speranze. Un progetto straordinariamente ambizioso in un periodo storico che pare teorizzare una precarietà assoluta, la paura, l’incerto (Beatrice Buscaroli, Tentar la carne, 2012)

ROBERTA CONI Le tappe 1976 Nasce a Marino (Roma) il 10 agosto

1999-2002 Si diploma all’accademia di Belle arti di Roma, sezione pittura Lavora come docente di pittura e storia dell’arte moderna alla scuola Centro urbano di Rocca di Papa (Roma)

2007 Prima personale: L’idea malsana a cura di Maria Laura Perilli alla galleria Triphè, Cortona (Ar). Sky Leonardo le dedica una puntata

2011 È tra gli artisti selezionati al padiglione Italia accademie della Biennale di Venezia

GALLERIA Russo, via Alibert 20, Roma 066789949 www.galleriarusso.it

SITO www.robertaconi.it In alto, da sinistra: Le segrete cose, 2012 Trittico di Osas, 2011 A destra: l’artista, foto Manuela Giusto

LA GRANDEZZA MI RENDE PARTECIPE ANCOR PIÙ DELL’OPERA, MI PIACE ENTRARE FISICAMENTE NEI QUADRI, COME FOSSERO PORTE ATTRAVERSO LE QUALI IMMERGERSI


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LA CHIESA NEL SACCO: L’APOCALISSE NEL TELO DI KOUNELLIS Con l’opera Senza titolo (Svelamento - 2012) l’artista di origine greca interpreta in modo personale il tema Fine dei tempi che designa la catastrofe definitiva della storia o rivelazione di una nuova epoca?

di ANDREA DALL’ASTA S. I. (DIRETTORE GALLERIA SAN FEDELE)

Jannis Kounellis Senza titolo (Svelamento), 2012 rendering dell’installazione a cura dell’architetto Mario Broggi alla galleria San Fedele di Milano Dal 21 dicembre al 10 gennaio 2013 Info: www.sanfedele.net

N

el corso della storia si sono succeduti sistematicamente annunci di grandi catastrofi, in relazione a calcoli esoterici o a date simboliche, come ad esempio l’apocalisse dei Maya prevista per questo 21 dicembre. In realtà, ben diverso è il senso originario di “apocalisse”, termine greco che in ambito giudeo-cristiano designa il gesto del “togliere ciò che copre o nasconde”. In particolare, Apokalypsis è il titolo dell’ultimo libro del Nuovo testamento e si riferisce alla rivelazione della Gerusalemme celeste. Su questo tema, Jannis Kounellis si confronta con un’opera “site specific”, realizzata per la galleria San Fedele di Milano. Il progetto, a cura del sottoscritto, Pietro Bellasi, Bruno Corà e Stefano Sbarbaro, prevede la realizzazione di un’installazione di grande impatto e suggestione. L’apocalisse è un tema biblico che ha sempre esercitato un grande interesse e timore allo stesso tempo. L’uomo, preoccupato di conoscere il proprio destino dopo la morte, si chiede con insistenza: cosa accadrà del mio corpo, della mia anima? Come concepire il destino della mia vita? È questo un tema antichissimo che rimanda alle apocalissi di tradizione ebraica e soprattutto a quelle trattate dai Vangeli, secondo le quali la venuta di Cristo segna la fine della storia, con il giudizio di tutti i popoli della terra. Il tema dell’apocalisse si diffonde già dall’epoca carolingia con miniature purtroppo oggi andate perdute. Tuttavia, molte rappresentazioni risalenti al tardo medioevo si sono conservate fino a oggi. Il maggior esempio è L’apocalisse di Angers, arazzo di dimensioni grandiose, realizzato alla fine del XIV secolo, caratteristico per la completezza della sequenza narrativa e per la visionarietà fantastica e surreale. Dal XV secolo, i maggiori esempi sono soprattutto di area nordica, come mostrano le opere di Dierick Bouts (c. 1415-1475), Hieronymus Bosch (c. 1450-1516), Albrecht Dürer (1471-1528), Jean Duvet (1485-c. 1570), e Pieter Bruegel il Vecchio (c. 1525-1569). In epoca moderna, la rappresenta-

zione dell’apocalisse diventa soprattutto il luogo di una meditazione personale sul senso ultimo della vita di fronte al mistero, all’ignoto, come mostra l’artista inglese ottocentesco John Martin. Fino ad arrivare alle interpretazioni contemporanee esposte alla Royal academy di Londra nel 2000: dai fratelli Jack e Dinos Chapman a Maurizio Cattelan. Tuttavia, ci chiediamo: si è veramente riflettuto sull’apocalisse o si sono messe in scena angosce personali, presentate come capolavori di arte contemporanea? Con l’opera Senza titolo (Svelamento - 2012), che sarà inaugurata il 19 dicembre (fino al 10 gennaio 2013), l’artista di origine greca interpreta in modo personale il tema. Fine dei tempi che designa la catastrofe definitiva della storia o rivelazione di una nuova epoca? L’opera è costituita da un grande sacco appeso con una corda a una trave sospesa al soffitto della galleria. Il suo contenuto non è visibile ma è rivelato dal peso che l’oggetto esercita sul tessuto. Una grande croce al suo interno preme infatti sulla tela, rendendo percepibile la sua presenza e manifestandone la sagoma. Il telo del sacco è teso, quasi portasse un carico che non può sopportare a lungo. La tela sembra sul punto di strapparsi. Il suo involucro appare destinato a essere lacerato dagli spigoli vivi dei bracci di legno. Come scrive il critico Bruno Corà: “Kounellis visualizza con un’illuminazione emblematica l’evento dell’apocalisse. L’opera infatti reca nella sua plasticità un contenuto deliberatamente reso dall’artista inosservabile ma percepibile nella sua forma rivelata dal peso. Solo un’osservazione diretta, dal vero, dell’opera consente di ricevere al massimo grado il suo radicale segno poetico e spirituale”. Di quale rivelazione si tratta? Se la croce è la forma della chiesa, Kounellis sembra dirci che oggi appare come racchiusa e nascosta in un telo. È forse questo un messaggio per la chiesa di oggi che deve essere liberata da tutte quelle contraddizioni che la attraversano e che la nascondono nella sua verità?


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a cura di ALESSIA CERVIO

TAM TAM UNASCUOLA D’ECCELLENZA Creata da artisti e designer Fra gli insegnanti Cattelan C’è un “casting” da superare e una commissione di esperti da convincere per l’ammissione ma la partecipazione è gratuita. È una nuova scuola d’eccellenza, Tam tam, che si occupa di attività visive a Milano. Un progetto innovativo per modalità di svolgimento dei corsi, partecipazione e “location”. Tam tam nasce da un’idea di Alessandro Guerriero, Riccardo Dalisi e Alessandro Mendini, architetti, designer e artisti di fama internazionale che hanno coinvolto altrettanti maestri a tenere dei corsi di durata variabile, sempre in orario serale. Da quello di un mese sul design del suono di Lorenzo Palmeri a quello – a sorpresa – tenuto da Maurizio Cattelan. Tra gli altri hanno aderito anche Bubble design (sul tema del “foodscape”), Tony Cavadini (sull’arte di non far niente), Jacqueline Ceresoli (con progetti di arte relazionale) e Antonio Riello (con un “workshop” per insegnare le buone maniere agli artisti). La sede principale è l’aula 83 della Naba (nuova accademia di Belle arti Milano), ma ci saranno anche altre possibili “location”, come ristoranti, teatri o palestre. La partecipazione non è vincolata al possesso di requisiti specifici se non la maggiore età. Per l’ammissione è previsto un colloquio propedeutico di idoneità che si tiene nella Triennale di Milano (la data è in via di definizione). Il candidato deve portare con sé un oggetto progettato, restaurato o recuperato, spiegando la propria relazione con questo. Una commissione composta dai fondatori dell’associazione e da una selezione di docenti e tutor della scuola, valuta l’idoneità alla frequentazione dei corsi. Chi supera la selezione ha accesso alla didattica e si impegna a ricambiare la gratuità dell’esperienza dedicando alcune ore a una delle associazioni senza fine di lucro suggerite dalla scuola. Scadenza 31 dicembre. Info: www.tamtamtamblog.wordpress.com

LAVORARE ALLA PROPRIA IDEA NEL LABORATORIO B4B Arredare l’ambiente soddisfacendo bellezza, benessere e qualità della vita Progettare nuovi scenari e soluzioni, non solo di prodotto, ma che appartengano anche alla sfera delle idee e delle passioni è un’esigenza fondamentale per l’intero sistema industriale e territoriale nazionale. B4b spa ”brains for business” in collaborazione con diverse realtà, promuove la seconda edizione del concorso di idee e design aperto ad architetti, designer, studenti universitari, ingegneri, creativi italiani e stranieri. L’opportunità offerta ai progettisti è quella di poter collaborare all’interno del laboratorio B4b lab sviluppando i progetti di design più interessanti. I partecipanti possono presentare una sola proposta nell’ambito di una delle tre categorie ”living”, ”kids”, ”outdoor”, individuate per tematizzare ulteriormente l’area del ”gardening”. Il progettista entra in gioco per arredare l’ambiente ”living” o l’”outdoor” con soluzioni che soddisfino l’esigenza di bellezza, benessere e qualità della vita. La categoria ”kids” si prefigge di ottenere dei progetti che avvicinino l’infanzia al mondo della natura attraverso il gioco come strumento educativo e di conoscenza del mondo esterno. Il vincitore del concorso si aggiudicherà un premio pari a 3.000 euro. Scadenza 31 dicembre. Info: www.brainsforbusiness.it

FORMAZIONE & LAVORO_INSIDE ART 63

ARTEFATTO NUOVA EDIZIONE Il tema: l’altra faccia del potere L’ottava edizione di Artefatto è aperta ai giovani di tutte le nazionalità tra i 17 e i 35 anni. Il tema scelto quest’anno, su cui esprimersi senza limiti di tecnica, è ”soft power”, ovvero l’altra faccia del potere. La sfida è quella di ottenere ciò che si vuole con la sola forza dei valori e della cultura. La partecipazione è gratuita e le candidature devono pervenire entro il 15 dicembre. Info: www.artefatt o.info

PER UN LOGO AD ARTE Concorso del Gutenberg lab Il concorso grafico internazionale crea il logo Gutenberg lab chiama a raccolta la creatività di grafici e disegnatori e artisti chiedendo loro di progettare il logo ufficiale di laboratorio Gutenberg, che viene utilizzato per tutte le attività che l’associazione culturale svolge. Al vincitore viene donata una tavoletta grafica Wacom intuos 5 touch S e la pubblicazione permanente nei crediti del sito. Scadenza 10 gennaio 2013. Info: www.laborato rio gutenberg.it

LA LEGGE DI GIACOMELLI Fotografare il paesaggio L’associazione culturale Colacatascia bandisce un concorso fotografico che ha per tema il paesaggio come bene comune, che deve essere interpretato secondo le parole del fotografo Mario Giacomelli che lo definisce come un luogo ”pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste. Un linguaggio sconosciuto che si comincia a conoscere nel momento in cui si comincia ad amarlo, a fotografarlo”. In palio tre premi di 300, 150 e 100 euro. Scadenza 18 gennaio 2013. Info: www.c olaca tascia. it

MILLE EURO PER LA TESI Vince il miglior progetto di “housing” ”Architecture dissertation award” è il concorso annuale, promosso da Awr, per le migliori tesi di laurea in architettura. Viene premiato lo studente con il miglior progetto per la categoria ”housing”. Il concorso è aperto ad architetti e studenti provenienti da ogni parte del mondo. In palio un primo premio di 1000 euro e 4 menzioni speciali. Scadenza 20 gennaio 2013. Info: www.awrcompetitions.com


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64 INSIDE ART_MERCATO & MERCANTI

PODIO ESTERO

1

Gerhard Richter

Yves Klein

Martin Kippenberger

Abstraktes bild 1994 21.321.250 sterline

Re 9-1 1961 3.737.250 sterline

Untitled 1992 3.177.250 sterline

2

3

CRESCONO GLI ITALIANI

Le vendite confermano l'andamento positivo per i maestri del Dopoguerra

L

80mila sterline, ne ha realizzate 109.250, record mondiale per l’artista. Se l’“Italian sale” di Christie’s in stessa data vede in prima posizione un “Achrome” di Piero Manzoni del 1959, venduto per 2.617.250 sterline e in seconda un Concetto spaziale, Attese del 1966 di Lucio Fontana venduto per 2.505.250 sterline, significative le aggiudicazioni, tutte e tre record mondiali per l’artista, di Metrocubo d’infinito del 1966 di Michelangelo Pistoletto, venduto per 690.850 sterline, di Sfera con sfera del 1991 di Arnaldo Pomodoro venduto per 577.250 sterline, e di “Untitled (pearls)” di Paola Pivi del 2003 venduto per 73.250 sterline, contro una stima di 2030mila. La vendita di Sotheby’s del 12 ottobre è esaltata dal record mondiale dell’artista, e record all’asta per un’opera di artista vivente, ottenuto da Gerhard Richter per il suo monumentale “Abstraktes bild (809-4)” del 1994: un artista che continua a superare sé stesso raggiungendo vette sempre più alte. In seconda posizione, “Re 9-1” di Yves Klein del 1991, tra le più belle opere in pigmento blu, della sua serie spugne. Tra i “top ten” dell’“Italian sale” di Sotheby’s, in prima posizione un altro Achrome di Piero Manzoni del 1959, acquisito da un collezionista statunitense per 4.017.250 sterline, contro una stima di 2,2 -2,6 milioni, ancora quattro opere di Lucio Fontana, e un record mondiale per Luciano Fabro: una sua iconica opera di arte povera, Natura italica del 1969, venduta per 668.450 sterline, contro una stima di 320-400 mila.

e aste londinesi di ottobre hanno inaugurato la nuova stagione, evidenziando accanto alle più prestigiose firme, la crescita finanziaria di altri autori italiani e stranieri che con nuovi record mondiali focalizzano l’attenzione del mercato internazionale. Nella vendita di Christie’s dell’11 ottobre nuovo record mondiale per Martin Kippenberger, artista ormai da diversi anni tra i più acclamati dopo le sue importanti retrospettive al centre Georges Pompidou di Parigi nel 1993, alla Tate modern di Londra nel 2006, al Moca di Los Angeles e al Moma di New York, con il suo “Untitled” della serie dei suoi autoritratti “Hand painted pictures”, venduto per 3.117.250 sterline. Dipinto nel 1992 nell’isola greca di Syros, conserva un’atmosfera bizantina alla stregua di un’icona religiosa. Il più grande dipinto della serie “Bullfight” di Miquel Barcelò, “Areneros y muleros”, è stato venduto per 2.057.250 sterline. Il nome nuovo in una vendita serale di Christie’s è Jonathan Wateridge, il cui monumentale dipinto “Jungle scene with plane wreck”, appartenente alla serie delle sue sette opere dedicate al “crash” di aerei e navi in paesaggi di fantasia, è stato venduto per 313.250 sterline, record mondiale per l’artista, più che raddoppiando la stima di 100-150mila sterline. Altra firma ad apparire per la prima volta nella “evening sale” è Rebecca Warren con la sua scultura in argilla Croccioni, eseguita nel 2000, prima che entrasse nella nomination del Turner prize nel 2006: stimata 60CASA D’ASTA

TIPOLOGIA

Phillips de Pury Contemporary Art

DATA

NUMERO DI LOTTI

PERFORMANCE PERFORMANCE PERFORMANCE DI VENDITA D’ASTA DI MERCATO

10/10

36

67%

-0,40

98

Christie’s

Contemporary Art

11/10

61

75%

0,12

115

Sotheby’s

Contemporary Art

12/10

53

89%

1,43

147

Phillips de Pury Contemporary Art

11/10

170

68%

-0,16

114

Christie’s

Contemporary Art

12/10

192

68%

0,02

122

Sotheby’s

Contemporary Art

13/10

253

68%

-0,15

113

L E AS TE DI LO NDRA DI OTT OBR E

Come commentano gli esperti di Nomisma, a Londra sembra essersi arrestata la marcia dell’arte contemporanea. Tranne l’asta di Sotheby’s del 12 ottobre, le performance d’asta sono infatti tutte deludenti se non negative, particolarmente nelle ”day sale”. Le percentuali di vendita rimangono comunque elevate, segno che è venuto a mancare l’effetto sorpresa dei prezzi di aggiudicazione rispetto alle stime delle case d’asta. L’esito potrebbe quindi essere causato sia dalla revisione verso l’alto dei prezzi di stima dopo il ripetuto rinnovarsi di buoni esiti d’asta nei due semestri precedenti, sia dalla cautele degli acquirenti di fronte al prolungarsi della crisi economica europea.

Performance di vendita: è la percentuale del venduto, come dichiarato dalle case d’asta e rilevato da Nomisma. Performance d’asta: un valore negativo segnala un esito insoddisfacente dell’asta che non raggiunge la stima minima, “zero” è una performance pari alla stima minima e “uno” alla stima massima. Se “maggiore di 1” ha superato la stima massima. Performance di mercato: è lo scarto, espresso in punti 100, fra le attese e le realizzazioni. fonte: monitor aste di Nomisma, Lum, Il sole 24 ore


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MERCATO & MERCANTI_INSIDE ART 65

a cura di STEFANO COSENZ

1

Enrico Castellani

Conrad Marca

Agostino Bonalumi

Superficie rossa 2007 62.000 euro

Senza titolo 1973 17.000 euro

Rosso 2012 16.000 euro

2

3

PODIO ITALIA

IL CALENDARIO Gli appuntamenti del mese

Da Delvaux a Fontana, le ultime battute della stagione

SI CHIUDE L’ANNO TRA I CAPOLAVORI

U

ltimi appuntamenti dell’anno nel settore dell’arte moderna e contemporanea. Da Drouot a Parigi il 5 dicembre Gros & Delettrez propongono impressionismo, arte moderna e contemporanea, tra cui un eccezionale e monumentale olio su due pannelli di forma curvilinea di Paul Delvaux del 1974 dalla poetica surrealista, “Le voyage légendaire”, con stima 1,5-2,5 milioni di euro. Un’opera di Paul Delvaux è offerta pure da Cornette de Saint Cyr a Bruxelles il 3 dicembre: un suo inchiostro e acquerello su carta del 1952, Sapho, è proposto con stima 30-50mila euro. La stessa casa nella capitale belga organizza il 17 dicembre un’asta di design scandinavo: una sedia del 1952 di Hans J. Wegner e realizzata dall’ebanista Johannes Hanson, Chaise Valet, in legno di quercia, ha stima 812mila euro. Il 12 e 18 dicembre Christie’s disperde a Londra, in occasione rispettivamente della vendita serale di arte moderna inglese e della vendita “Peter Langan: a life with art”, 230 opere d’arte provenienti dalla ristrutturazione dei leggendari ristoranti londinesi Langan’s Brasserie e Odin’s,

luogo favorito da artisti come Patrick Procktor e David Hockney, ma anche da attori come Sean Connery e Jack Nicholson. Un “Portrait of Peter Langan in Los Angeles” di David Hockney, dipinto nei primi anni ’80, ha stima 100-150mila sterline. Nel 1975 ad Hockney venne commissionato di disegnare il set e i costumi della performance “The rake’s progress” di Stravinsky da tenersi al Glyndebourne. Il suo amico Langan gli organizzò il Glyndebourne Banquet, un evento ricordato dal fotografo Bob Marchant nel suo dipinto “Peter Langan’s feast for David Hockney’s at Glyndbourne to celebrate the first night of the rake’s progress” (stima 5-8mila sterline). Il 12 e 13 dicembre a New York Christie’s disperde la collezione di capolavori francesi di art deco di Steven A. Greeberg: unica versione di una scrivania modernista dell’ebanista EmileJacques Ruhlmann esposta al Paris salon des artistes décorateurs del 1929. In Italia il 12 dicembre la casa d’aste Wannenes di Genova propone un Concetto spaziale su carta intelata di Lucio Fontana del 1959 che venne donato con dedica nello stesso anno dall’artista allo scultore Federico Brook.

Yann Le Mou el Archivio fotografico del quotidiano francese Herald tribune in vendita per i suoi 125 anni: Ritratto di Leonid Brezhnev con Richard Nixon, 1973, stima 1.500-2.000 euro. Parigi (da Drouot), 19 no vem bre Info: www.drou ot. com Meeting art Orologi moderni e d’epoca: un orologio da polso in oro giallo Patek Philippe con calendario perpetuo del 1990, quadrante argentato, giorno con 24 ore al 9, mese e ciclo quadriennale al 3, data a sfera e fasi lunari al 6, base 20mila euro. Vercelli, 24-25 novembre, 1-2 dicembre Info: www.meetingart.it Tajan Parigi, 27 novembre Fotografia: ”Le quai d’Orsay” di Helmut Newton, stima 15-20mila euro. Info: www.tajan.com Cornette de Saint Cyr Arte e design dal Belgio: Sapho, inchiostro e acquarello su carta di Paul Delvaux, 1952, stima 30-50mila euro. Bruxelles, 3 dicembre Info: www.cornettedesaintcyr.fr Bon h a m s Collezione di costumi di scena di George Harrison dei Beatles: una giacca degli anni ‘60 ha stima 90-120mila sterline. Londra, 12 dic embre Info: www.bonhams. com


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IL COLLEZIONISTA Allestitore e docente L’architetto Alberto Zanmatti è nato a Roma il 2 luglio 1932 ma è cresciuto a Parma fino al suo trasferimento a Firenze per gli studi universitari. Ha lavorato in tutta Italia e vive attualmente nella capitale, dove ha insegnato alla facoltà di architettura dell’università La Sapienza nella storica sede di valle Giulia. Personalità di assoluto spicco nell’ambito degli allestimenti della seconda metà del Novecento, Zanmatti ha firmato progetti di prestigio. Tra questi, si segnalano in particolare Sculture nella città (1962), nell’ambito del Festival dei due mondi di Spoleto, la casa di Afro a Roma sempre negli anni Sessanta, il progetto del museo Burri al palazzo Albizzini di Città di Castello (1983), integrato sette anni dopo dall’allestimento della restante collezione Burri agli ex essiccatoi del tabacco. Notevoli anche gli allestimenti per la mostra di Marino Marini a Roma e Venezia, rispettivamente a palazzo Venezia e palazzo Grassi, per la mostra di Carla Accardi a Gibellina (Trapani) e per l’ala di arte contemporanea al museo Capodimonte di Napoli nel 1997. Dal 1987 il suo nome è legato alle venti edizioni delle suggestive Mostre nei Sassi di Matera e al locale Museo di scultura contemporanea (Musma).

A destra, dall’alto: un’opera di Alexander Calder del 1967 donata ad Alberto Zanmatti Un angolo della casa di Zanmatti dove sono riconoscibili sulle pareti Afro e Burri sul tavolo Consagra, Penalba e Chadwich A sinistra: ritratto del collezionista eseguito da Alexander Calder nel 1964

LE OPERE CHE POSSEGGO SONO TUTTE CARE, HANNO CIASCUNA UN VALORE CAPITAVA DI FREQUENTE CHE UN AUTORE REGALASSE UN SUO LAVORO


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COMPAGNI DI STRADA Dalle prime opere di Alexander Calder agli ultimi autori della scuola romana L’architetto Alberto Zanmatti racconta la sua collezione di ORNELLA MAZZOLA

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alder, Moore, Chadwick, Smith, Marini, Manzù e tanti altri nomi eccellenti avevano detto sì e Pablo Picasso rispose picche. Era il 1962 quando Spoleto, per il giovane Festival dei due mondi, si rivestiva di sculture contemporanee inserite nel tessuto cittadino. Ci si aspettava che l’autore di “L’homme au mouton”, donato nel 1950 a una piazza di Vallauris, in Francia, si prestasse all’operazione ma il maestro la snobbò per poi – pare – pentirsene. Il progetto anche senza di lui fu un successo e segnò una svolta per il giovane architetto che lo aveva realizzato, Alberto Zanmatti. Con quegli artisti e con tanti altri che costelleranno la sua lunga attività professionale instaurerà rapporti di stima e amicizia intrecciati a quelli di lavoro. Dal sodalizio nasce, quasi spontaneamente, il gusto di coltivare un ricordo, una testimonianza di quanto condiviso insieme: il piacere di collezionare opere che hanno un significato: «Capitava di frequente che un artista regalasse una sua opera o la concedesse a prezzi di favore. I primi pezzi della mia collezione

mi sono stati donati da Alexander Calder, un uomo generosissimo, che mi diede alcuni disegni e una statuina»,racconta l’architetto dalla sua casa romana, successivamente anche ritratto dall’artista, suo ottimo amico. Il rapporto personale con gli autori, spesso per molti collezionisti elemento importante nel piacere di possedere un’opera, diviene per Zanmatti addirittura un presupposto. In questa sinergia di collaborazioni, attestazioni di stima, scambi culturali e preziosi ricordi, le opere collezionate diventano parte integrante della sua vita: quasi fossero figli, il collezionista non ama scendere nel dettaglio e citare titoli perché gli sembrerebbe quasi – afferma – di far torto a qualcuno: «Le opere sono tutte care, hanno tutte un valore particolare». I numerosi artisti a cui l’architetto si è legato nel corso della sua vita sono “compagni di strada”, come recita l’azzeccato titolo della mostra, conclusasi lo scorso ottobre, che il Museo di scultura contemporanea di Matera ha dedicato alla carriera di questo grande professionista degli allestimenti: Alberto Zanmatti e i compagni di strada, dove tutto il suo iter viene riper-

corso attraverso foto, opere d’arte e documentazione delle collaborazioni con critici e studiosi, tra cui Achille Bonito Oliva e Giovanni Carandente. La collezione Zanmatti è proprio una tangibile conseguenza di questa intensa vita di relazione che procede sul doppio binario del lavoro e del rapporto umano: ai suoi estremi da una parte le acquisizioni più recenti, quelle della Nuova scuola romana, da Nunzio a Gallo, da Pizzi Cannella a Tirelli, dall’altra i pezzi collegati alla sua prima importante esperienza, quella di Spoleto, firmati da star internazionali ma anche da validi artisti locali, come gli spoletini De Gregorio, Leoncillo e Marignolli. E proprio a Spoleto l’architetto torna aderendo all’iniziativa Solidali con l’arte, un’asta benefica a favore di donne in difficoltà assistite dal centro Don Guerrino Rota, battuta l’8 dicembre all’hotel Albornoz. Tra le opere donate da vari artisti e galleristi italiani ce n’è una sua, un dipinto dell’artista spoletino Giuseppe De Gregorio. Abbiamo chiesto se almeno su questa si potesse infrangere la norma della riservatezza: neanche a farlo apposta è un “Senza titolo”.


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iniziata col Giudizio universale pittato sulla Cappella Sistina, lavoce roca di Giancarlo Giannini e il volto di Massimo Odierna per un giovane Michelangelo, la programmazione di Sky arte hd, a novembre. Dagli studi capitolini della televisione digitale presieduta da Rupert Murdoch, il neodirettore Roberto Pisoni racconta le linee guida del nuovo canale dedicato all’arte e alla cultura che – parole sue – restano una necessità, un elemento imprescindibile per questo paese. «Assolutamente sì. Il canale vuole completare l’offerta disponibile sulla nostra piattaforma e colmare un vuoto nel panorama televisivo nazionale. Sky arte hd vuole essere un canale culturale a 360 gradi, ospitare tutte le discipline che genericamente chiamiamo arte: dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla musica colta e pop-rock, e vuole farlo con un linguaggio diverso. Parlo di necessità perché l’Italia è un paese con una grandissima tradizione artistica e culturale, nonostante non ci sia molta visibilità per i fermenti artistici riteniamo sia un paese vivo, vivace e attivo. La nostra intenzione, quindi, è da una parte dare massima visibilità alla tradizione e dall’altra ai giovani talenti, in qualsiasi campo artistico, se valgono e sapremo raccontarli attraverso questo nuovo spazio». Ci sono produzioni prese dall’estero ma anche originali. Le vogliamo raccontare? «Siamo partiti con una produzione molto impegnativa: Michelangelo, il cuore e la pietra, cogliendo l’occasione del cinquecentenario dell’apertura della Cappella Sistina, per raccontare uno dei geni del Rinascimento più conosciuti con uno stile britannico, cioè mescolando un linguaggio documentaristico e cinematografico. Siamo interessati a battere nuove strade e il risultato offre indicazioni sulle produzioni future, l’abbiamo già venduta all’estero, realizzando così uno dei nostri obiettivi. Gli altri “format” sono Atto unico, dove un attore recita il monologo della propria vita: un film, una canzone, decide lui cosa interpretare in 7-10 minuti, su un palcoscenico vuoto. È un esperimento per vedere se la performance può essere esteticamente e narrativamente più interessante, con primissimi piani sui volti. Un altro programma, iniziato con Picasso, è La mostra della settimana. L’idea è di fare piccoli documentari perché non vogliamo avere il critico che racconta la mostra, il mediatore che spiega le opere, né fare il classico servizio giornalistico. Vogliamo raccontare come si costruisce un’esposizione, dalla scelta delle opere al-

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L’ARTE È PER ANCHE SE È Parla Roberto Pisoni, direttore del nuovo canale Sky dedicato alla cultura a 360 gradi: «La mia missione non è fare ascolti ma la qualità»

di MAURIZIO ZUCCARI

IL PERSONAGGIO Cine & tv, a Sky dal 2003 Roberto Pisoni è nato a Pomezia (Roma) il primo febbraio 1969, vive e lavora a Milano. Laureato in storia del cinema, ha lavorato per Studio Universal come autore, programmista regista e ”promo producer”, poi per il canale della settima arte sulla piattaforma Sky Italia fin dal lancio, nel 2003, nella produzione e nella direzione creativa. Dal 2009 ha ricoperto il ruolo di ”programming manager” di Sky cinema. «Con immensa gioia», precisa, a giugno è stato nominato direttore di Sky arte hd, il nuovo canale dedicato all’arte e al patrimonio culturale italiano voluto dall’ad di Sky Italia Andrea Zappia e dal vicepresidente Andrea Scrosati.


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TUTTI IN HD

Michelangelo Giudizio universale, 1536-41 (particolare della Cappella Sistina) A sinistra: Roberto Pisoni direttore Sky arte hd foto Camilla Mozzetti

l’allestimento, per arrivare a narrare la storia dell’artista. Abbiamo cominciato a seguire i festival, da Mantova al Romaeuropa. In preproduzione c’è Arte e bambini, per unire l’educazione all’intrattenimento sulla scorta di quanto fanno i musei internazionali da anni. L’idea è invitare i bambini nell’atelier di un artista che gli spieghi cosa fa, poi accompagnarli in un museo e lasciarli liberi di reinterpretare quello che hanno visto. Un’altra produzione che partirà forse tra dicembre e gennaio è Potevo farlo anch’io. L’arte contemporanea è tra le più difficili da raccontare in tv. Abbiamo deciso di coinvolgere un intrattenitore puro, Alessandro Cattelan, il nostro conduttore di X Factor, ci faceva anche ridere l’omonimìa col più celebre Maurizio, affiancato a un curatore come Francesco Bonami, poco ecumenico, per raccontare con un piglio ironico passato e presente di come e quando l’arte si è trasformata in qualcosa di completamente diverso rispetto anche al ‘900. A febbraio, probabilmente, faremo una serie sui fotografi d’Italia, titolo ancora provvisorio: documentari da 25 minuti in cui otto di loro si raccontano, a partire da Letizia Battaglia, mentre sono al lavoro. L’idea è dare un quadro della fotografia italiana nelle sue declinazioni, dalla cronaca al reportage, dalla moda alla pubblicità. Un’ultima produzione è Street art contest, per mostrare una delle espressioni artistiche del momento, ormai sdoganata anche nei musei, in maniera giocosa e come sorta di talent show. In questa prima serie ci sono quattro artisti in gara, con un Virgilio che ci guida all’interno di questo mondo, Frankie hi-nrg, sottoposti al giudizio di uno dei più famosi di loro, Ozmo, del critico Gianluca Marziani e di Francesca Mezzano, gallerista della 999 di Roma. La Street art è uno dei linguaggi contemporanei più innovativi, vogliamo intercettare il pubblico interessato a questi contenuti. Abbiamo un “target” tra i 35 e i 54 anni, ci piacerebbe diversificarlo anche con orari diversi». Perché quest’attenzione alla Street art piuttosto che ad altri linguaggi del contemporaneo, come la videoarte? «La videoarte riguardo ai diritti è una materia tra le più complesse del mondo. Finché resta tale va bene, l’artista ad esempio può utilizzare la musica che vuole, ma quando viene trasmessa da un soggetto commerciale è tutta un’altra storia. Stiamo pensando a un contenitore di cinque minuti, ma non è così semplice in termini legali. Poi ci piacerebbe lavorare sulla letteratura, ma non con la solita intervista, conduttore e scrittore che si parlano die-

tro una scrivania. E un programma di design». Come si fa un canale d’arte? In un giornale si parlerebbe di “break even”, per voi? «Non abbiamo obiettivi d’ascolto, il nostro è un canale di posizionamento, di completamento del pacchetto. Non mi è stata data la missione di fare ascolti ma contenuti di qualità. Poi mi aspetto sorprese, sono convinto che per le cose che facciamo c’è un pubblico. Abbiamo avuto il via libera il 13 giugno, anche se ci stavamo lavorando da tempo sull’esempio virtuoso dei due canali inglesi, Sky art hd 1 e 2: se lo fanno loro, ci siamo chiesti, perché non noi, con il nostro patrimonio storico e artistico e la possibilità di raccontarlo ed esportarlo? C’è da dire che aver scelto di fare un canale in hd può essere limitante, esclude molti contenuti, perché la produzione di qualità è molto recente, l’alta definizione è diventata d’uso comune dal 2006-7. In Italia manca la domanda e le cose più interessanti sono sul web. Insomma, l’idea di lanciare a novembre ci ha spaventato abbastanza, c’è un lavoro tecnico che non puoi fare prima. Abbiamo una struttura di quattro persone, un responsabile della programmazione, un responsabile del marketing e delle relazioni esterne, uno delle relazioni interne più il sottoscritto. Ma siamo strutturati orizzontalmente per servire più canali: la produzione, piuttosto ampia, serve sia noi che Sky 1 e cinema. Acquisizioni e promozione fanno altrettanto. Anche se il nucleo del canale è ridotto, in realtà ci lavorano tantissime persone, appartenendo però ad altre redazioni. Lavoriamo con redattori interni e diversi consulenti, come nel campo dell’arte. Vogliamo “team” dove ci sia l’esperto ma anche chi riesca a tradurre le sue conoscenze in un linguaggio per la tv, non facciamo critica d’arte. Abbiamo registi nostri e free lance. Insomma, c’è uno zoccolo duro interno e una struttura aperta per i diversi tipi di prodotto». Rispetto al pubblico, parliamo di pay tv in hd, insomma un prodotto di nicchia, diciamo pure elitario. Questo vuol dire che l’arte non è per tutti? «Abbiamo dato due esposizioni al canale, 130 e 400, proprio perché crediamo esattamente il contrario. È ovvio che siamo una pay tv, non ci guardano tutti ma i nostri abbonati, però scommettere su una canale di questo genere vuol dire crederci, come dicevamo nei nostri promo: l’arte è di tutti e dal primo novembre lo è ancora di più. L’idea è di allargare il pubblico dell’arte, non di restringerlo, consideriamo questo un canale di qualità, non certo elitario. Almeno, non vorrebbe esserlo».


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IL MUSEO DEIVIDEOGIOCHI Si chiama Vigamus, sta a Roma, ed è il primo in Italia Uno spazio dedicato alla storia del mondo virtuale Intervista al direttore Marco Accordi Rickards di FRANCESCO ANGELUCCI

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Rielaborazione grafica di Space invaders

l museo dei videogiochi a Roma, Vigamus, è la prova evidente che Jean Clair ha torto marcio. La storia che un’opera muore quando varca la soglia di una qualsivoglia collezione è da rivedere, perché se questo può essere vero per un quadro (e bisogna vedere fino a che punto), non vale certo per i videogames. Secondo il reazionario francese nessuno prega più davanti alla Vergine delle rocce di Leonardo al Louvre, quando invece la tavola è stata realizzata proprio per questo. Insomma, dentro al museo un’opera perde la sua funzione originaria e muore. Tutt’altra storia è invece Vigamus che pur essendo un museo a tutti gli effetti (con tanto di riconoscimento della prefettura di Roma e con il parere del ministero dei Beni artistici e culturali) permette di giocare con i vari dispositivi elettronici assecondando la loro funzione originaria e facendo rivivere vecchi giochi che altrimenti sarebbero morti. Un’opera quando entra a Vigamus non solo non muore ma rivive (alla faccia di Jean Clair) e sì, i videogames sono opere d’arte. «Questa è una delle cose più difficili da far capire a chi non mastica la materia – dice Marco Accordi Rickards, direttore di Vigamus – c’è un modo di vedere queste creazioni che si basa solo sulla parte ludica della questione, i videogiochi vengono ancora pensati come svaghi per bambini. Nessuno vuole negare il divertimento nell’usare una console ma è divertente anche andare al cinema o leggere un romanzo, eppure questi vengono trattati con due misure differenti. La cosa strana – continua il direttore – è che da anni il fatturato dei videogiochi su-


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LA STRUTTURA Dagli anni ‘50 a oggi

Edsac, 1952 Considerato il primo videogioco. È stato progettatto dai studenti dell’università di Cambridge per giocarci a Tris

Mille metri quadrati di esposizione che ospitano pezzi sulla storia dei videogiochi. Dalle prime console fino a giochi storici come Super Mario o Space invaders, del quale il museo conserva un ”coin op” originale giapponese. Due sale interattive e un’aula conferenze che si propone come punto d’incontro per gli appassionati del settore. Uno spazio per mostre temporanee completa la struttura, la prima in Italia dedicata ai videogiochi seconda in Europa solo al Computerspielemuseum di Berlino. Via Sabotino 4, Roma. Info: www.vigamus.com

pera di gran lunga quello della musica e del cinema». In soldoni, nonostante si comprino più “games” di quanto si guardino film, generalmente si pensa ancora ai videogiochi come puro svago. «Dietro alla nascita di un gioco c’è un lavoro simile a quello di un lungometraggio. Dalla musica alla grafica, dalla recitazione alla storia, passando per i bozzetti preparativi che definiscono le ambientazioni e i personaggi, questi prodotti sono lavori complessi e creativi che fondono molte discipline artistiche». Non è un caso che vengono chiamati anche opere multimediali interattive, dove per opera si intende un’espressione della creatività umana. «Così come un artista decide di rappresentare un suo pensiero attraverso un dipinto lo può fare anche in mille altri modi e fra questi – specifica Rickards – c’è il videogioco. Per multimediale intendiamo la fusione delle varie arti e per interattivo il tratto distintivo del prodotto con le sue regole specifiche dove l’azione del giocatore è orientata verso un fine stabilito. Non siamo matti, non vogliamo smettere di usare la parola videogioco, la vorremmo dire per sempre. Opera multimediale interattiva serve per far capire alla gente che cosa è oggi un “videogames”». Che si consideri o meno come arte, è ormai chiaro che il mondo virtuale è parte della nostra quotidianità e definisce, forse più di ogni altra cosa, l’epoca in cui viviamo. Dai nuovi giochi online fino ai vecchi progetti (Pacman, Tetris o Space invaders) che ritornano di moda su nuovi supporti come “smart phone” o tablet. Un museo dei videogiochi, anche per questo, era necessario. «Forse non è immediato –

Coin op, anni ‘70 La classica console da bar divenuta famosa con il gioco Space invaders

dice il direttore – ma il virtuale influenza il mondo contemporaneo più di quanto si pensi. Per natale, ad esempio, esce un cartone animato della Disney, Ralf spaccatutto, che ricalca la trama del famoso Toy story. Se in questo i protagonisti erano giocattoli che abbandonati prendevano vita propria, nella nuova pellicola, invece, sono gli eroi dei videogiochi che una volta spenti si muovono autonomamente vivendo avventure virtuali. È un passaggio importante che segna uno stacco, soprattutto se pensiamo che in questi lavori si identificano sia bambini che adulti». Sono finiti i tempi in cui chi giocava veniva visto come uno sfigato, la generazione dei primi nerd sta rimpiazzando quella di chi con la console non ha mai avuto un buon rapporto. «È bello vedere nel museo – dice il direttore – una famiglia dove il padre indicando un vecchio dispositivo ricorda al figlio quando bisognava aspettare che il gioco caricasse prima di cominciare». Il videogioco, che ci piaccia o no, è ormai parte della nostra cultura. Noi siamo sicuri che contrariamente a Jean Clair, i futuristi (loro che comunque dicevano, musei uguali ai cimiteri), sarebbero stati entusiasti di Vigamus e se la sarebbero goduta di gusto una partita a “Call of duty” perché, citando sempre Marinetti e compagni, la guerra è la sola igiene del mondo. “Call of duty”, per chi non lo sapesse, è un videogioco che simula battaglie e che in un solo giorno ha venduto più di otto milioni di copie (numeri che neanche il cantante più famoso sulla faccia della terra). Lo dicevamo che con queste cose non si scherza, almeno non più.

Nintendo, 1983 Console casalinga che ha rialzato il mercato dei giochi dopo la grande crisi grazie a Super Mario

Game boy, 1989 Prima console portatile alimentata a pile con uno schermo liquido. Fu un successo

Playstation, 1994 Il solo termine è diventato sinonimo di console. I giochi giravano su cd e ci si poteva ascoltare anche la musica

X box 360, 2005 Segna un nuovo modo di giocare allargando i confini del giocatore con la possibilità di giocare ”online”


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PROSPETTIVA E GRAVITÀ Nuovo artista all’atelier Wicar: Benoît Carpentier e la sua opera di MARGHERITA CRISCUOLO

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rospettiva e gravità sono due parole chiave nell’arte di Benoît Carpentier, artista francese, classe 1976, in residenza all’atelier Wicar, offerta dalla città di Lille. Nello studio all’ultimo piano del palazzetto di via del Vantaggio, inondati dalla luce di un grande lucernario, i disegni e i lavori di Benoît ricoprono interamente le pareti. «Fino a pochi anni fa – racconta l’artista – facevo pittura su tela e scultura. Poi ho pensato di creare degli oggetti che combinassero entrambe, ispirato dal gruppo dei Support surfaces. Ho cominciato, così, a deformare telai». Le sue creazioni riproducono forme semplici attraverso striscette di tela da 5 millimetri che partono dal contorno di una forma base. «Il mio lavoro – spiega – si basa su un processo di proiezione, di frammentazione del contorno di un oggetto tramite le strisce e poi di ricostruzione. Dal caos alla forma, sono stato ispirato dalla prospettiva centrale e dai fenomeni ottici.

Nelle mie opere i lembi di tessuto sono come dei raggi che proiettano la forma base». Proiezioni è il titolo dell’opera dove l’occhio non è più il luogo in cui convergono tutte le linee: «Si formano – va avanti Benoît – nuovi centri di gravità che danno ordine alla proiezione, evitando che svanisca nel caos. Già poco prima di arrivare a Roma – prosegue – ho provato a modificare i punti gravitazionali, spostandoli in alto, in basso, diversificandoli e alterandone l’intensità». Oltre a queste creazioni l’artista lavora su agglomerazioni, ossia «stratificazioni di striscette di tessuto che mano a mano che si accumulano acquisiscono forma e ampiezza». Alla domanda se Roma abbia lasciato un segno nella sua arte, Benoît risponde: «Andando a visitare musei e chiese sono rimasto colpito dalla particolare relazione che si percepisce tra mondo terrestre e celeste nell’iconografia religiosa. La città è un universo che mi ha sconvolto e che sento di dover metabolizzare lentamente».

Sopra: l’opera Proiezioni Sotto, da sinistra: particolare dell’opera l’artista Benoît Carpentier foto Manuela Giusto

LA SEDE Da Lille a Roma Tutto è nato quando il pittore di Lille JeanBaptiste Wicar decide di stabilirsi in pianta stabile Roma nel 1800. L’artista rimane folgorato dalla città tanto da costruire una sua residenza proprio in via del Vantaggio, a due passi da piazza del Popolo. È questa la sede che porta ancora il suo nome e ospita ogni tre mesi artisti provenienti da Lille. Ogni creativo che usufruisce del soggiorno romano alloggia nell’atelier e nell’arco dei tre mesi deve portare a compimento un’opera direttamente ispirata dalla città e dalla sua storia. Info: www. mairie-lille. fr


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IL PROGETTO Col supporto del Wwf Basa ta sulle diec i l inee gu ida essenziali svil uppa te dall’ass ociazio ne brit annica B ioregional col su ppo rt o del Wwf, ”One planet living” aiut a moltissime c omunità in t utto il m ondo a sviluppare un nu ovo c oncetto di qualità della vita , pass ando a nc he att ra verso proget ti sostenibili e bioa rc hitetture che no n distruggano lu oghi e co nt est i in cu i sboc ciano. Al mom ento la ”Gro w c omm unity” di Bainbridge è in f ase di realizzazio ne e di finanziament o. Info: www.growbrainbridge.com

Abitazioni della comunità A destra: alcuni rendering e l’interno dello studio progettato da Antonio Pio Saracino

CRESCERE NELLACOMUNE DASOGNO ”Grow community” si presenta come la città de futuro A Seattle una comunità sostenibile e a impatto zero di SIMONE COSIMI


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a prima, vera, città del futuro. Fuori da ogni slogan retorico, stavolta si fa sul serio. Si chiamerà “Grow community” e l’embrione di questo avveniristico centro abitato – ma non aspettatevi nulla di fantascientifico, il domani è nell’essenzialità del sobrio – è già nato sull’isola di Bainbridge, trentacinque minuti di traghetto dal molo 52 di Seattle, stato di Washington, profondo nord-ovest degli Stati Uniti. Dall’altra parte del mondo, insomma. Dov’è nato il grunge, per capirci. E dove oggi hanno il loro quartier generale molte delle “hi-tech company” più potenti del mondo, che ne hanno fatto non una succursale ma una seconda casa dopo la Silicon Valley californiana. Sia sotto il profilo architettonico che per quanto riguarderà gli stili di vita proposti ai futuri residenti, si tratta della prima ecocomunità del pianeta a essere messa in piedi seguendo i parametri fissati dall’organizzazione “One planet living”, dietro alla qualche si nasconde anche Wwf international. «La “Grow community” – ha detto Pooran Desai, direttore internazionale del “One planet communities program” – sarà la realizzazione del sogno americano nel XXI secolo: un’eccezionale qualità della vita che non crea danni al pianeta in cui ci troviamo». Rivoluzionario, insomma, non è la parola sbagliata: una città evergreen a impatto zero. Otto ettari che saranno edificati a raggiera seguendo uno schema a sua volta organizzato in microquartieri con un unico giardino centrale per un totale di 131 strutture, 50 unifamiliari in vendita (300mila dollari l’una, molto al di sotto

dei prezzi medi da quelle parti, un affare considerati i servizi) e 81 in affitto. Ogni ecocasa – isolata nell’involucro e nelle finestre – è equipaggiata con solare termico per l’acqua calda sanitaria integrato alla pompa di calore, ai ventilatori e ai pannelli radianti al pavimento e sfoggia su tetti e superfici pannelli fotovoltaici per l’alimentazione elettrica. E in cucina? Solo elettrodomestici di classe A+++, come d’altronde nelle altre stanze. Non basta: per costruirla ci vogliono poco più di quattro mesi, tutto incluso. I materiali, solo legno e acciaio, sono locali e completamente privi di sostanze tossiche: al bando pvc, collanti e sigillanti che non siano naturali. Dove finisce di agire l’influsso dell’architettura – la città è stata disegnata dal Davis studio architecture + design – ci pensa quella dell’uomo, visto che il concetto intorno al quale è edificata la “Grow community” è: “tutto a cinque minuti”. E dove non si arriverà a piedi entrerà in ballo il “car sharing”, con le Nissan leaf elettriche a disposizione dei residenti, il “bike sharing” e la rete di piste ciclopedonali e dei trasporti pubblici, integrata fino ad agganciarsi al perimetro dell’Eden ecologico sospeso sul Puget Sound, l’insenatura che si apre sulla costa nordoccidentale americana al confine fra Stati Uniti e Canada. Data per scontata la raccolta differenziata e il compostaggio, la comunità diventerà anche un orto diffuso: i proprietari avranno a disposizione appezzamenti per tirare su frutta e verdura da consumare nella beatitudine verde dell’oasi a due passi da Seattle.

CO-WORKING A ROMA Studio progettato da Saracino Nel quartiere di Spinaceto, all’interno della spina dei servizi, è stato realizzato dallo studio newyorkese di Antonio Pio Saracino, designer italiano ma newyorkese di adozione classe 1976, e Steve Blatz un avveniristico intervento di co-working. Il progetto nasce dall’esigenza di contemperare nello stesso ambiente spazi per la cura dentale e uno studio di logopedia. Un sistema di controsoffittature scolpite creano onde illuminate da luci artificiali che si riverberano nella sagoma delle sedute della zona di attesa, dominano il colore bianco e il verde mela. Le scale al terminale del corridoio conducono allo studio privato del dentista e ai servizi. Info: www.antoniopiosaracino.com (V. P.)


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LA CASA DELLA FANTASIA Firmato dallo studio Amati, a Sàrmede nasce un nuovo spazio dedicato all’infanzia di VALENTINA PISCITELLI

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n concomitanza con il trentennale di attività della mostra internazionale dell’illustrazione per l’infanzia è stata inaugurata, nel centro di Sàrmede (Treviso), la Casa della fantasia al cui interno, fino al 20 gennaio, è possibile visitare la mostra Le immagini della fantasia (vedi box a pagina 91). L’idea di realizzare la mostra è nata nel 1982 dall’intuizione di Štepán Zavrel, illustratore di Praga trasferitosi a Rugolo di Sàrmede. Da allora, confortata da un successo sempre crescente, la mostra ha proposto un viaggio nell’immaginario fantastico di ogni paese e ospita annualmente oltre 350 opere provenienti da tutto il mondo. Il progetto del palazzo, opera dello studio Amati architetti di Roma con D-Recta S. r. l. di Conegliano (Treviso), raccoglie la sfida dell’amministrazione di confermare la sto-

rica vocazione del comune a promuovere la lettura e i libri. Per oltre 25 anni, infatti, il secondo piano del palazzo municipale di Sàrmede ha ospitato in una sala l’evento. «Aver contribuito al successo di questa mostra – dichiara l’architetto Federica Finanzieri dello studio Amati – è motivo di grande orgoglio per noi progettisti. L’impegno profuso dal punto di vista compositivo, cercando un connubio tra il nuovo e l’antico in un’area critica del centro città, e dal punto di vista temporale realizzando l’opera in tempi strettissimi, ha dato i risultati sperati: un altro successo per il nostro studio sul tema degli spazi espositivi e per l’educazione». «Lo spazio architettonico della Casa della fantasia – dichiara la curatrice Monica Monachesi – come un’illustrazione metaforica parla della storia della mostra, rendendo visibile l’impor-

tante legame con il passato e al tempo stesso la determinazione a costruire spazi nuovi in cui parlare di bellezza. Come in ogni illustrazione, la composizione dell’immagine è molto importante: le mura forti di un tempo sono state ampliate da mura moderne. Una casa rurale ottocentesca sulla piazza di Sàrmede comunica ora con spazi ulteriori connotati da un grande cubo di vetro trasparente, un vero invito a entrare, a vedere attraverso. Vedere attraverso è proprio ciò che Štepán Zavrel e i fondatori della mostra hanno voluto offrire 30 anni fa al loro pubblico. Oggi a Sàrmede c’è un grande caleidoscopio che propone combinazioni infinite di immagini sempre nuove attraverso l’incontro con l’arte del libro illustrato». Il progetto architettonico ha previsto il mantenimento dei due fabbricati esistenti,


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Da sinistra: rendering della Casa della fantasia a Sàrmede e un interno del museo Sotto: esterni del museo del Giocattolo e del bambino a Cormano

integrati da un terzo volume realizzato sull’area libera adiacente alla sede municipale. Oltre agli spazi espositivi della mostra, è stata realizzata una scuola internazionale d’illustrazione e un centro di documentazione e di archivio del patrimonio artistico della fondazione. La nuova struttura ha la facciata principale cieca, predisposta per ospitare decorazioni temporanee legate al tema annuale della mostra e un terreno fertile per gli artisti che potrebbero essere coinvolti nell’ideazione. Un piccolo corpo aggettante completamente vetrato individua l’ingresso principale su via Guglielmo Marconi, costituendo allo stesso tempo un richiamo visivo, luminoso e illuminato, che si contrappone alla facciata minimale dell’edificio. L’obiettivo generale dell’intervento architettonico è di dotare la mostra di una

sede propria – di circa 350 metri quadrati – con uno spazio espositivo adeguato, anche in considerazione del costante aumento dei visitatori richiamati dai numerosi eventi ad essa collegati. Il nuovo edificio si sviluppa su tre livelli, di cui uno interrato, e ospita anche un centro di eccellenza per la formazione artistica permanente per illustratori, insegnanti, bambini e genitori. La scuola è oggi la sede per ospitare laboratori creativi, letture animate, corsi, conferenze e convegni nel campo delle arti visive. La nascita di questo spazio polifunzionale permette alla fondazione di potenziare la sua offerta culturale. Un luogo e uno spazio tutto nuovo dedicato alla fantasia e al libro illustrato, per scoprire anche nuovi talenti nell’ambito dell’illustrazione per l’infanzia italiana e internazionale.

IL MUSEO DEL GIOCATTOLO Una sede a Cormano Il comune di Cormano e la fondazione Paolo Franzini Tibaldeo, che nel 1989 ha costituito un museo dei bambini a Milano, hanno firmato nel 2008 un accordo per realizzare una più ampia sede del museo del Giocattolo e del bambino sull’area dell’ex cotonificio di Cormano, prevedendo il recupero dell’edificio dei primi del ‘900 e il suo ampliamento. La realizzazione è stata affidata allo studio genovese 5+1 architetti associati. Il museo contiene oggi un’importante rassegna di antichi balocchi, costruiti tra il 1700 e il 1960, allestiti attraverso percorsi storici e laboratori che aiutano il bambino a sviluppare la sensorialità attraverso il giocattolo. Via Gianni Rodari 3, Cormano. (Milano). Info: www.museodelgiocattolo.it


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RAFFINATI INCONTRI DI STILI E CULTURE Il lusso a cinque stelle dell’elegante albergo Sofitel Rome Villa Borghese Storico palazzo neoclassico nel centro della capitale, sede d’arte e mostre di IRENE CANALE

HOTEL SOFITEL ROME VILLA BORGHESE via Lombardia 47 00187 Roma Tel. 06478021 www.s ofitel. com

In alto: la hall dell’albergo In basso, da sinistra: particolare della terrazza l’ingresso dell’albergo Nella pagina accanto: due immagini della ”Terrace Cuisine & Lounge ”


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d arricchire la bellezza del centro di Roma tra piazza di Spagna, villa Borghese e villa Medici, sorge l’hotel Sofitel Rome Villa Borghese. Albergo di lusso, facente parte del marchio francese, che nel 2008 ha conquistato la sua quinta stella. La storica struttura, risalente al Diciannovesimo secolo, è formata da un antico palazzo neoclassico originariamente adibito a “depandance” della nobile famiglia Ludovisi Boncompagni. Per il suo importante passato, il Sofitel Rome Villa Borghese è inserito oggi tra i 190 edifici storici d’Italia. Dopo l’importante restauro del 2000 ad opera dell’architetto francese Jean Quesneville che ha esaltato la vena neoclassica originale, si è realizzata nel 2010 la ristrutturazione della terrazza al settimo piano “Terrase Cusine & Lounge”. I lavori, ideati dall’architetto Lorenzo Felici, hanno reso questo spazio un esempio di architettura sostenibile, realizzato con materiali leggeri e funzionali. Gli altri spazi dell’albergo come la hall, il club le Boston, il foyer e le 104 camere, conservano uno stile tradizionale con arredi neoclassici. Le sale riunioni sono invece dedicate a tre famose città ita-

liane: Bologna, Firenze, Venezia. Lo spazio Le 49 è un ampio ed elegante ambiente riservato alla colazione e agli eventi con archi e volte sul soffitto, pavimenti a mosaico, tele di artisti contemporanei alle pareti. Il direttore dell’albergo Laurent Hudry approfondisce alcuni aspetti culturali e artistici del Sofitel Rome Villa Borghese a partire dall’ambiente. Sappiamo che uno dei punti cardine della vostra filosofia è quello di creare ambienti che rappresentino una perfetta connessione tra la cultura francese e quella locale. Come accade questo a Roma? «Sofitel ha tre assi principali di sviluppo: la gastronomia, la cultura e l’arte. Per quanto riguarda la cucina lo chef salernitano Giuseppe D’Alessio offre una costante innovazione gastronomica. Non mancano le migliori cantine vinicole italiane e ovviamente champagne francese. Altro punto importante è la cultura. Proprio quest’estate abbiamo avuto un bel successo con un’iniziativa in collaborazione con villa Medici: il festival del cinema all’aperto “Plein air”. E non dimentichiamo, infine, l’arte. Ogni tre mesi siamo lieti di ospitare mostre di fotografia, pittura e scultura».

Le sale dedicate agli eventi si arricchiscono della presenza di antichi mosaici, quali altre opere d’arte ospitate? «Del passato glorioso di questo hotel ancora oggi ci sono alcune testimonianze. A partire dalla scala in marmo bianco e nero completamente restaurata, fino alle consolles in stile neoclassico in legno rivestito d’oro zecchino con gli specchi abbinati. Un altro esempio di arte antica sono i lampadari della sala Venezia e la stanza del cardinale con stucchi originali d’epoca, oggi sede della “fitness room”. Infine un misto di leggenda e storia narra che Caravaggio, dopo la sentenza che lo condannava a morte, trovò rifugio nelle scuderie della villa Ludovisi Boncompagni, attualmente sede del ristorante Le 49». Sofitel partecipa attivamente all’attività culturale ospitando sempre grandi eventi artistici. Quali sono i prossimi? «Una mostra fotografica sul cinema a marzo, la serata di inaugurazione del festival del cinema francese “Rendez vous” il 17 aprile, una nuova mostra proveniente da “Polka galerie” a settembre e “Escales litteraires”, una presentazione di libri di autori francesi conosciuti in Italia».


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Bb Design Andrea Crosetta per Antrax It, 2012 Linea di camini a bioetanolo in acciaio al carbonio verniciato disponibile con varie aperture (tonda, ovale e trifoglio) e in 200 colori

Wireplace Design Giulio Iacchetti per Biò Fireplace, 2011 Biocamino freestanding in tondino di acciaio disponibile anche colorato, e base in marmo di Carrara o cemento verniciabile

Cone Design Gritti Rollo per Brandoni, 2011 Camino freestanding a bioetanolo con base in rovere chiaro disponibile in due dimensioni

Shaker Design Antonio Citterio (con Toan Nguyen) per Skantherm, 2006 Collezione di stufe a legna in acciaio con panca laterale premiata nel 2006 con il Good design award e con il Reddot award

Stack Adriano design per Castellamonte, 2010 Collezione di stufe in ceramica con focolari a legna o pellet, premio Design plus 2011 e selezione Adi Design index 2011

DACCIILNOSTROFUOCO DAOGGETTOSTATICO ANOMADETRASVERSALE L’EQUAZIONE FREDDO - CALORE - INTIMITÀ SFIDA TUTTE LE MODE E RESISTE NEL TEMPO. SENZA PERDERE DI POTENZA E FASCINO, L’ARCHETIPO FOCOLARE NE ESCE ESALTATO E RINNOVATO GRAZIE A DESIGN E TECNOLOGIA

a cura di ANTONIA MARMO (SIGNDESIGN)

Fireplace Segno Design Talocci per Falper 2012. Camino a incasso su telaio in cartongesso realizzabile su misura con bruciatore a bioetanolo in acciaio inox e vaschetta per l’aromaterapia

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oche cose come un focolare acceso continuano a manifestare la loro forza e il loro richiamo, nonostante il fuoco non sia più una necessità funzionale per la nostra vita. Questo più che mai in inverno, quando abbiamo voglia di stare a casa e ritrovare spazi di intimità e calore, desiderio che immancabilmente si traduce nello stare intorno ad un camino acceso. Quello che solo fino a qualche anno fa era un elemento fisso, limitato agli interni, funzionante con un unico combustibile, con varianti minime di materiali e configurazioni, assume oggi forme e collocazioni libere e tecnologie innovative, grazie anche all’uso di fonti pulite con vantaggi notevoli per ambiente, sicurezza e risparmio. È soprattutto la libertà lasciata al design l’elemento più interessante di tutta questa evoluzione, tanto da fare di camini e stufe veri oggetti trasversali d’arredo contemporaneo. Si stacca dalla parete come una scultura in metallo, personalizzabile in oltre 200 colori, il camino Bb disegnato da Andrea Crosetta per Antrax It, con bruciatore a bioetanolo, che permette di mantenere temperature costanti e non richiede l’installazione di una canna fumaria. Ha base solida e uno scheletro in tondino d’acciaio, che elimina le parti superflue a favore di una forma che richiama il camino tradizionale, il biocamino Wireplace di Giulio Iacchetti per Biò Fireplace, che esalta la fiamma e ne permette una visione a 360 gradi. Su progetto di Adriano design per La Castellamonte, Stack reinterpreta la classica stufa in ceramica in una linea di otto modelli risultanti da un sistema modulare di materiali e parti differenti, combinabili tra loro, che sarebbe bello collezionare tutti. Sembra emergere dal suolo, e catalizza l’attenzione al centro di un ambiente, Cone, su disegno dello studio Gritti Rollo per Brandoni, camino freestanding a bioetanolo modellato in rovere, capace di adattarsi a tutti gli ambienti della casa. Quasi una micro architettura flessibile e multifunzione, Shaker è la pluripremiata stufa in acciaio di Antonio Citterio per Skantherm, che unisce in un solo blocco fonte di calore, piani d’appoggio e sedute. Fa pensare ad uno squarcio primordiale il camino da incasso Segno, disegnato da Giovanna Talocci per Falper, che racchiude un bruciatore a bioetanolo e contiene addirittura una vaschetta per l’aroma terapia, amplificando così il concetto di benessere legato al calore.


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La D’Ippolito & Lorenzano S.a.s Agenzia di Assicurazioni, fondata nel 1973, con sede in Roma, garantisce servizi e consulenza nel settore assicurativo, in particolare nel settore delle opere d’arte, sia per mostre, collezioni private, laboratori di restauro, antiquari e per Enti ed Istituzioni pubbliche. Fornisce assistenza specializzata a tutti coloro che collezionano, vendono o espongono oggetti d’arte o di antiquariato. La gamma di polizze offerta si distingue per la sua flessibilità nella copertura di rischi nelle più svariate circostanze, compresi i danni accidentali di qualsiasi natura, causati da eventi atmosferici o vandalismi, nonché da atti di terrorismo. Offre consulenza nella stima dell’opera d’arte e all’accertamento della sua autenticità, garantendo alla clientela una capacità di intervento globale che non si limita allo specifico assicurativo, ma si estende a una quantità di servizi complementari mirati a una migliore protezione delle opere d’arte e alla prevenzione del rischio.

art D’Ippolito&Lorenzano sas Via Flaminia 388 – 00196 Roma Tel 063231859 – Fax 063231478 Email: dippolor@gmail.com


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ITALIAN LIVING EXPERIENCE IL BELPAESE A PECHINO Apre un nuovo museo in Cina dedicato al design e alla cultura italiana ideato da Fabio Rotella di FRANCESCO ANGELUCCI

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orse non esiste un paese dove il ritmo di vita è così frenetico come in Cina. La nazione sta vivendo un periodo di boom e cavalca l’onda cercando di raggiungere uno stato di benessere occidentale. È un cammino opposto a quello italiano logorato dalla crisi e con ritmi di vita più calmi. Nonostante questo la Cina ci adora. Fabio Rotella ha progettato il museo del design italiano (Italian living experience) a Pechino intorno a un salotto per esportare quel ritmo da dolce vita che ci è proprio.«La Cina – dice Rotella – è una nazione immensa dove si vive a una velocità cinque volte maggiore di quella a cui noi occidentali, e in particolare noi italiani, siamo abituati. È un paese in continuo movimento e per questo ho pensato che offrire loro un punto di vista diverso».

Che cosa significa un museo intorno a un salotto? «La struttura sorgerà a marzo nel quartiere industriale 751 recentemente rivalutato e occupato da artisti e creativi. Per questo l’idea di un salotto per me è perfetta. Creare un luogo d’incontro dove con calma sedersi e parlare d’arte, di progetti o semplicemente di come è andata la giornata. L’idea è esportare non solo prodotti italiani ma anche un modo di vivere tutto nostro, cioè quello della condivisione, delle chiacchierate in famiglia e dell’unità». Come sarà suddiviso lo spazio? «Il museo è progettato con uno spazio centrale in funzione di accoglienza come fosse un salotto. A chi entra viene data la possibilità di degustare un caffè italiano proprio come se si entrasse in una casa qualsiasi del

Belpaese. Poi un ambiente è dedicato al mio studio personale. Ho pensato questo spazio come una stanza trasparente dove chiunque può vedere quello che il mio ufficio sta facendo in una sorta di voyeurismo intellettuale. L’idea è anche quella di sfruttare le potenzialità di una struttura del genere e trasformare il mio studio in una specie di “factory “aperta allo scambio culturale tra la Cina e l’Italia. Poi c’è l’“interactive room”, dove risiede il fulcro del museo. Ovvero uno spazio espositivo dedicato alla cultura italiana». Quindi non solo al design? «No, anche se verrà dato ampio spazio a questa disciplina che è parte della nostra cultura. Il visitatore ha l’occasione di interagire anche virtualmente con i pezzi in mostra attraverso tecnologie che permettono di


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Rendering per l’Italian living experience

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scaricare materiale sulla mostra e sulla nostra cultura in generale». Sembra un progetto interessante. «Lo scopo è quello di interagire con le nuove tecnologie e considerare il museo non come uno spazio elitario. La creatività e la cultura devono essere per tutti. Il museo è la democratizzazione dell’arte e in un paese come la Cina che ospita il Museum of China (la più grande struttura del mondo, dove si staccano 50mila biglietti al giorno, anche più grande del Louvre) non potrebbe essere altrimenti. Inoltre la loro, come la nostra, è un civiltà che vanta secoli di storia e di tradizioni. Insomma, sanno benissimo di cosa parliamo quando parliamo di cultura, anche se con sfumature differenti, il che rende molto più interessante l’interazione fra noi e loro così lontani, così vicini».

L’ARCHITETTO Figlio d’artisti Sergio Fabio Rotella è nato a Catanzaro il 3 febbraio 1963. L’architetto proviene da una famiglia di artisti e grazie a questo humus domestico intraprende una carriera creativa. Si laurea in architettura a Roma per spostarsi a Milano dove consegue un master in ”industrial e management design”. Dal 1990 al 1995 lavora nell’atelier Mendini. Forte di questa esperienza comincia attività collaterali per marche internazionali che intrecciano arte e design. Collabora con la Swatch e Alessi. Nel 1996, poi, fonda il suo studio che si occupa di architettura, design e consulenze internazionali. Vive e lavora a Milano.


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TUTTA LAPRECISIONE DEL MONDO L’art director Paolo Dematteis non lascia nulla al caso Rigore e lavoro di squadra gli ingredienti per il successo di GIULIO SPACCA

IL CREATIVO Un artista per Leo Burnett 1968 Nasce a Savona il 24 ottobre

1988 Frequenta l’accademia di Belle arti di Milano

1992 Inizia a frequentare Bozell Tpr grazie ad Annamaria Testa e Paolo Rossetti. Lavora per ”brand” italiani e stranieri di grande rilievo: Illy caffè, La rinascente, Samsung e Chrysler

1997 È con Paolo Rossetti in Enterprise come libero professionista

1999 Approda in Ogilvy dove incontra Riccardo Robiglio. Insieme lavorano, fra i tanti, per: Unicredit, Granarolo, Indesit, Kodak e Tele 2

2006 Con Robiglio diventa direttore creativo di Leo Burnett a Torino e si occupa del rilancio del gruppo Fiat. Lavora per Iveco, Abarth Maserati, Caractère e per la promozione turistica della regione Piemonte e del Trentino. Nella moda lavora per il gruppo Miroglio

2011 Direttore creativo di gruppo per Leo Burnett Italia


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uello che conta è il progetto. Questo deve soddisfare per un designer i criteri della validità e dell’innovazione. È questa la leva che muove il mondo della creatività di Paolo Dematteis, direttore creativo da Leo Burnett, per lui dietro a ogni campagna deve esserci una pianificazione ben definita e un gran lavoro di squadra. Precisione, rigore e anche un pizzico di pignoleria sono gli ingredienti di successo del nostro creativo che solamente quest’anno, insieme ai colleghi di Leo Burnett, ha portato a casa importanti riconoscimenti, come due Leoni a Cannes, uno d’argento e un altro di bronzo, per il lavoro con Mont Blanc “The beauty of a second”. Anche in questo caso si è trattato di un progetto di successo. Dematteis sfrutta al meglio le potenzialità che la tecnica mette al servizio della comunicazione oggi. Campagne come quella della Grand cherokee limited, con il motto “È la tua vita. Inseguila”, passano su tv, stampa periodica, web e Iphone. Per realizzare il video su Fiat 500 si è passati ad assaporare un piccolo tocco di felicità, con allegria e spensieratezza, attraverso l’isola di Ischia, grazie alla regia di Tarsem Singh. Dematteis ha curato anche il progetto “no profit” con Avis, “save the life”. Un’attività frenetica, dunque, e così tra un progetto e l’altro gli abbiamo rivolto alcune domande. Oggi la creatività nella comunicazione pubblicitaria a che punto è?

A destra: lavoro ”The beauty of a second” per Mont Blanc A sinistra, dall’alto: Paolo Dematteis campagna per Grand cherokee lavoro ”The beauty of a second” per Mont Blanc

«Credo che la pubblicità è il vero indicatore dell’economia di un paese: è il primo settore ad andare in crisi quando questa comincia ed è il primo a uscirne quando questa finisce. Oggi il mercato è dominato dalla paura, questo significa che le grandi marche puntano tutto sulla rassicurazione, tranquillizzando il consumatore ma cercando, in verità, di rassicurare se stesse evitano di osare. Eppure é solo attraverso la creatività che oggi un marchio ha la possibilità di uscire dalla crisi e di conquistare nuovi consumatori. I mezzi di comunicazione si sono moltiplicati e con loro i meccanismi creativi. Bisogna solo trovare il coraggio di usarli». La crisi economica influisce sulle potenzialità della comunicazione: ad esempio c’è ancora spazio per il sociale? «È interessante parlare di sociale in questo momento. Vorrei invitare tutti a pensare quanto sia cambiato il significato di questa parola. Oggi, la comunicazione è per forza sociale, nessun “brand” può permettersi il lusso di vivere in una torre d’avorio, se vuole creare un dialogo con i consumatori deve vivere con loro, capirli, scendere per strada, rendersi conto dei cambiamenti che li riguardano cercando di farli protagonisti sempre più attivi all’interno della comunicazione. Questo vale, ovviamente, sia dal punto di vista valoriale, come ad esempio la campagna istituzionale per le olimpiadi di Procter and Gamble, e sia per il dato tecnico, cioè i mezzi con i quali comunicano: “social network”, “blog” o altro. Si potrebbe

tranquillamente affermare che mai come oggi tutto quello che riguarda la comunicazione è sociale». Comunicazione integrata, piattaforme interattive, è solo una questione di forma? Oppure il web e il digitale fanno veramente la differenza? «Piattaforme interattive, comunicazione integrata non sono assolutamente questioni di forma. Mi spiego meglio: alla base di tutto devono continuare a esserci le idee. Nuove, forti e semplici. Poi possiamo tranquillamente applicarle a tutti i mezzi e a tutte le piattaforme ma sarebbe ridicolo continuare a vedere creativi che continuano a presentare semplici meccanismi senza un’idea dietro». Quali progetti sono più stimolanti per un creativo della comunicazione? «Ogni progetto ha un potenziale creativo e può essere stimolante, a volte può coinvolgere le persone attivamente come è capitato per il lavoro su Mont Blanc “The beauty of a second”, oppure può essere un progetto più tradizionale come la nostra campagna Autostrade per l’Italia, un cliente che tra l’altro è tornato in comunicazione dopo dieci anni di silenzio. Ma al di là di questo, non credo esista un progetto oggettivamente più stimolante di un altro, a farlo tale sono i creativi con cui lavori e la voglia di renderlo tale e la passione che ogni volta li anima. In ogni caso è bene che ogni creativo pensi che l’idea più bella e più grande sia sempre nascosta nel “brief” che ancora gli deve arrivare».


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IL LIBRO

Fabio Bartolomei ”We are family” Edizioni e/o 240 pagine 17 euro

BAMBINI FUORI DALCOMUNE Fabio Bartolomei al terzo romanzo con ”We are family” Storie genuine raccontate attraverso uno stile empatico di MARGHERITA CRISCUOLO

AL, ETERNO FANCIULLO Il protagonista di ”We are family” è Al Santamaria, bambino prodigio che salverà il genere umano appena avrà risolto un problema più urgente: trovare una casa per la sua famiglia. Come tutti i suoi coetanei vive tra realtà e amici immaginari, poteri magici, regni incantati ma, soprattutto, ha un bellissimo rapporto con il padre Mario Elvis e la madre Agnese che gli fanno sentire di appartenere alla famiglia più bella del mondo. La vita dei Santamaria, non sempre facile, vista con gli occhi di Al è un po’ uno specchio dell’Italia degli ultimi quarant’anni, sospesa tra voglia di riscatto e illusioni di grandezza, immobilizzata dall’incapacità di credere veramente in ciò che sogna. Al, invece, tra mille difficoltà e prove potenzialmente distruttive, non ha cedimenti, costruisce pezzo dopo pezzo il suo mondo con l’aiuto della sorella Vittoria e grazie all’energia e alle risorse della sua età. Risorse che sono illimitate perché lui, nemmeno lo sa, resterà bambino per tutta la vita.

E

sce a gennaio per i tipi di e/o “We are family” di Fabio Bartolomei. Ritroviamo l’autore di Giulia 1300 e altri miracoli a due anni dalla pubblicazione del suo romanzo d’esordio, cui ha fatto seguito, nel 2012, La banda degli invisibili. A bordo della sua Giulia, Bartolomei – che si sente più a suo agio quando ci si dà del tu – ha percorso un cammino di soddisfazioni che l’ha portato dritto al cuore dei lettori. Empatico, regala storie genuine di quotidiana follia, di resistenza umana, dense di autenticità e ironia ben dosata. Nei tuoi libri il tempo del sogno è intrecciato alla realtà. Echi bergsoniani o del pensiero magico presenti nella letteratura latinoamericana? «Se davvero ci fossero echi bergsoniani sarei il primo a sorprendermene. Di Bergson non ho mai letto neanche una pagina. È più facile che provengano dall’America Latina, ma sono echi di premi Nobel, e la cosa mi imbarazza. Il sogno è fondamentale, è la componente magica della realtà, nessun dualismo (alla Bergson, guarda un po’), aggiunge quel pizzico di follia e di imprevedibilità che rende accettabile la quotidianità. I sogni dei miei protagonisti sono ricchi di

ottani, detonano, creano azione. Quattro quarantenni sconfortanti decidono di sfidare la camorra, un gruppo di pensionati pianifica il rapimento di Berlusconi, un bambino lavora ossessivamente a un suo progetto per salvare il mondo. L’importante è sognare da svegli». In “We are family” il protagonista è un bambino che non sa che non crescerà mai. In Giulia 1300 raccontavi la generazione dei quarantenni, dal futuro confuso. Nella Banda degli invisibili i protagonisti sono dei pensionati che sembrano essere centrifugati dal presente. Si chiude una trilogia legata alle età? «La tentazione di dire che l’autore, parlando di me in terza persona, ha voluto chiudere un progetto legato all’esplorazione delle età dell’uomo è molto forte. La verità è che non c’era nessun progetto, ho scritto ciò che volevo, ciò di cui sentivo il bisogno senza avere in mente uno schema preciso. Mi piace parlare dei deboli, scovare forze interiori inaspettate, quindi era logico che prima o poi avrei subito l’attrazione del mondo dei bambini. È anche abbastanza logico che questa attrazione sia arrivata subito dopo aver scritto la Banda degli invisibili e aver esplorato le debolezze e la forza della terza età. Sono sicuro che più avanti


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IL BRANO

IL MONDO MI PARLA ”Papà lo dice sempre, quando hai una famiglia come la famiglia Santamaria hai tutto. Dice anche che per la famiglia Santamaria tutto è possibile. E che se rimaniamo uniti siamo forti come gli spartani. Ne dice un sacco mio padre. Fuori c’è il sole, Vittoria mi accarezza i capelli, Mario Elvis e zio Armando cantano La spada nel cuore e dalla cucina arriva l’odore del ciambellone al cioccolato. Sono il bambino più felice del mondo […] «Si può sapere perché non ascolti?», mi chiede mamma. Non è difficile da capire, il mondo intero mi parla, tutti mi chiamano contemporaneamente, tutti devono dirmi qualcosa di importante e pretendono la mia attenzione. In questo preciso momento mi stanno chiamando mia madre, l’accendino colorato sul tavolo, i soldatini nuovi ancora attaccati alle strisce di plastica, il tubetto di Crystal Ball e un ragno che cammina sotto la mensola. Io non so come facciano i vecchi. A loro non li chiama più nessuno?”

avrò maggiore lucidità, per il momento sono in piena fase di bulimia artistica: scrivo compulsivamente, senza progetti per il futuro. Magari è solo il bisogno di sfogarsi, crescendo passerà». Quel che colpisce nei tuoi romanzi è che, indipendentemente dalla sceneggiatura, in primo piano ci sono individui con tutte le loro evidenti idiosincrasie. Ciò che sembra unirli è l’appartenenza a un’Italia non cosmopolita, provinciale, marginale. Un’Italia da film neorealista che si ritrova a chiacchierare la sera al bar o in fila dal barbiere. «Racconto un’Italia che ha bisogno di stringersi in piccole comunità, di chiudersi a testuggine per resistere al marcio. I quarantenni arroccati in un agriturismo,Giulia 1300, i quattro anziani che complottano ai tavolini di un centro anziani, La banda degli invisibili, i fratelli che tengono unita la famiglia con gli artigli ,“We are family”, in fondo non sono altro che moderne cellule partigiane, pronte a tutto per non appiattirsi, per non accettare passivamente un mondo che insegue una modernità senza progresso costruita sulla pelle dei più deboli. Anche Al, il bambino prodigio protagonista del mio ultimo romanzo, è a suo modo un partigiano. Già a sette anni ca-

pisce che non può restare con le mani in mano e inizia a lavorare al suo progetto rivoluzionario. Vuole salvare il mondo, e per farlo ha bisogno di due cose: una base operativa, la casa che i suoi genitori sognano da anni, e dei complici: sua sorella, “serial killer” involontaria di animali domestici, e Casimiro, l’amico invisibile. L’unione non fa solo la forza, fa anche la dignità, il riscatto, la crescita interiore». In Giulia e nella Banda l’aspetto sociale, la condizione economica dei protagonisti è ben evidente. C’è un “trait d’union” anche in questa tua ultima opera? «Sì, l’aspetto sociale è importante anche in “We are family”. Perché è nella ribellione alle assurdità della nostra società che emergono i tratti comici, romantici ed eroici dei miei protagonisti. In un paese fermo, miope e con nostalgie sbagliate, la voglia di cambiare, guardare al futuro e migliorare è la chiave di volta. Le rivoluzioni partono dal basso, quindi anche in “We are family” i protagonisti sono privi di quei mezzi che normalmente decretano il successo di un individuo: ricchezza economica, amicizie, agganci, cinismo, fortuna. Lottano contro tutto e tutti, a volte riportano delle vittorie striminzite a volte pareggiano. In ogni caso migliorano».

a destra: la copertina del libro in alto: un dipinto di n.Musiò, acrilico su tela nella pagina successiva: fabio bartolomei davanti a una sua opera

Mi piace parlare dei deboli, scovare forze interiori inaspettate era logico che avrei subito l’attrazione dell’universo infantile


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Giulia ti ha portato in viaggio per l’Italia e il romanzo è stato tradotto in diverse lingue. Anche la Banda ha avuto successo. I tuoi romanzi hanno viaggiato più dei loro protagonisti. Te l’aspettavi? Come la vivi e come la penserebbero invece i tuoi personaggi? «Non mi aspettavo assolutamente nulla di tutto questo. Quando è uscito il mio primo libro qualcuno mi ha detto che il novanta per cento dei romanzi vende meno di 200 copie. Quel giorno ho pensato: “Giuro che sarò felice se ne vendo mille”. Sono stato di parola, raggiunto l’obiettivo mi sono messo l’animo in pace. Sembrerà assurdo ma ci sono un bel po’ di persone nella casa editrice che possono confermare: non chiamo mai per sapere quanto ho venduto, non spingo per avere interviste o visibilità, non parlo mai di premi. Per chiudere il discorso: un giorno gli editori mi hanno salutato così: “Ecco il nostro simpatico autore che rema contro il suo successo”. In attesa di diventare uno scrittore vero, talentuoso nella scrittura e nella promozione, la vivo bene, senza ansie da prestazione, senza calcoli. Penso solo a scrivere. Quindi, nel mio caso, le notizia della pubblicazione negli Stati Uniti e della traduzione in tedesco, sono arrivate assolutamente inaspettate. Gioia pura. Per quanto riguarda le reazioni dei miei personaggi, ecco una breve carrellata: Fausto escogiterebbe il modo meno elegante possibile per far trovare copie del libro sparse un po’ ovunque alle sue amanti occasionali; Lauretta si metterebbe in ghingheri e andrebbe a fare la fanatica al mercato rionale; Al, non c’è dubbio, inizierebbe a studiare lo svedese per fare bella figura alla cerimonia di consegna del Nobel».

RACCONTO UN’ITALIA CHE HA BISOGNO DI STRINGERSI IN PICCOLE COMUNITÀ DI CHIUDERSI A TESTUGGINE PER RESISTERE AL MARCIO

L’AUTORE Romano, classe 1967, è insegnante e pubblicitario Fabio Bartolomei è nato il 31 maggio 1967 a Roma, dove vive. Scrittore poliedrico, è un affermato pubblicitario e autore di sceneggiature oltre che insegnante di scrittura creativa. Nel 2004 ha vinto il Globo d’oro con il cortometraggio Interno 9. Nel 2011 si è fatto conoscere al pubblico dei lettori con il suo romanzo Giulia 1300 e altri miracoli. Nel 2012 ha pubblicato La banda degli invisibili, un’avventura esilarante ricca di colpi di scena e innamoramenti senili. ”We are the family”, in uscita a gennaio, è il suo terzo romanzo pubblicato, come i precedenti, da e/o. Le straordinarie avventure di Al, come quelle degli altri personaggi creati dall’autore, si alternano alle incombenze di un’ordinaria vita cittadina raccontata talmente bene da diventare epica. Tra momenti esilaranti e attimi di riflessione, con il tono agrodolce e i dialoghi brillanti a cui ormai ci ha abituato, Bartolomei si conferma uno scrittore dal talento eccezionale.


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L’IMMAGINE È IL NULLA Conversazione con Innocenti, ospite d’onore alla rassegna per l’infanzia a Sàrmede di FRANCESCO ANGELUCCI

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l mestiere dell’illustratore è un lavoro complesso. Un libro senza figure rimane sempre un libro e un disegno fra le parole sarà sempre accessorio. Bello ma non fondamentale. «Non è importante l’immagine, ho letto molti libri non illustrati». Se a dirlo è Roberto Innocenti, ospite d’onore alla mostra Le immagini della fantasia e unico illustratore italiano ad aver vinto il premio Hans Christian Andersen (uno dei più alti riconoscimenti mondiali nel campo dell’illustrazione) bisogna pur crederci. E forse la cosa stupefacente è proprio questa: lavorare e saper apprezzare un territorio marginale che non ha altra funzione se non quella di rendere il mondo più bello. Tutto qui. «Questo è un mestiere strano e solitario – confessa l’illustratore – che in questo paese non viene riconosciuto pienamente. Sono un caso fortunato, posso considerare la mia passione il mio lavoro. Conosco bravi artisti costretti a illustrare per hobby la sera quando tornano a casa. È un campo dove c’è molto sfruttamento». Innocenti ha trovato una via d’uscita affidandosi a un editore statunitense, la Creative company, «Oltreoceano – continua Innocenti – non è che siano proprio bravi con l’illustrazione, loro

hanno in testa i “fumettazzi” ma la mia casa editrice è un’eccezione. È grazie a lei se sono conosciuto in tutto il mondo, più all’estero che in Italia a dirla tutta». Belgio, Francia e Germania sembrano le nazioni che investono di più su questa disciplina: «Per la Germania – dice l’artista – ho realizzato un volume illustrato di due racconti scritti da Andrea Camilleri. Solo in Italia abbiamo ancora l’idea che questo tipo di lavoro è adatto solo a un pubblico di giovanissimi, altrove il mercato va dai 6 ai 99 anni». E se pensate che passi un mondo fra l’illustrazione per bambini e quella per adulti vi sbagliate di grosso. «Ai ragazzi – continua l’illustratore – non bisogna mai semplificare perché sono curiosi e la curiosità è un fatto intellettuale. I più piccoli apprezzano i colori e poi crescendo osservano meglio l’immagine scoprendo particolari che possono suscitare il loro interesse. Non è mai giusto banalizzare un lavoro per renderlo più accessibile». È raro trovare una perfetta corrispondenza tra il dire e il fare senza che uno sia in contrasto con l’altro. L’attività di Innocenti non è mai stata sotto le luci della ribalta. «Non mi sono mai chiesto cosa potesse pensare il pubblico di un mio disegno – precisa l’ar-


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LA MOSTRA Trentesima edizione per l’esposizione I più interessanti illustratori d’infanzia e non, nazionali e internazionali, si riuniscono ed espongono i loro lavori migliori nella mostra Le immagini della fantasia, giunta quest’anno alla sua trentesima edizione. I più disparati stili e tecniche di rappresentazione diverse convivono a Sàrmede, in provincia di Treviso, nella Casa della fantasia fino al 20 gennaio 2013. Ospite d’onore di questa edizione Roberto Innocenti. Info: www.sarmedemostra. it Sopra: un ‘immagine dello Schiaccianoci di Roberto Innocenti A destra, dall’alto: disegni della mostra Le immagini della fantasia Eva Montanari, Gli invitati della signora, 2011 Marjorie Pourchet, Oso cazamariposas, 2012

tista – anche perché non ho mai lavorato per una categoria così ampia. Di solito sono il primo critico di me stesso, solo così posso notare errori e imperfezioni che altri raramente noterebbero». Il lavoro di Innocenti è fatto di calma e pazienza, costruito sulla carta: «Tutto nasce da uno schizzo preparatorio. Ci vuole esperienza, bisogna studiare il soggetto e inventare un’inquadratura. Da lì, poi s’imposta la prospettiva e si cerca la tecnica più appropriata per il caso. Ne ho sperimentate molte, dall’olio alla china, dall’acquarello fino all’acrilico passando per il collage. La cosa importante è non cadere mai nell’astratto. Un’immagine deve sempre raccontare una storia. C’è solo un libro non figurativo e sono le avventure di un puntino blu e uno giallo, l’ha scritto Leo Lionni». Il risultato finale è un insieme che ha tanto della fotografia quanto del cinema. «L’immagine è un’inquadratura cinematografica – conclude Innocenti – l’occhio è come un obiettivo. Un inquadratura ferma che quindi è una fotografia. Ma la fotografia spesso documenta, mentre io non documento niente». A cosa serve un film fermo e una fotografia che non rappresenta la realtà? Lo dicevamo prima: a nulla, è solo bella.

L’ARTISTA Da autodidatta a vincitore dell’Andersen Roberto Innocenti è nato il 16 febbraio 1940 a Bagno a Ripoli, presso Firenze. Illustratore autoditatta, comincia presto a lavorare per il cinema interessandosi di animazione. Successivamente si dedica a quello che sarà anche il suo lavoro: l’illustrazione per l’editoria. I suoi lavori più famosi sono Cappuccetto Rosso, Sissi Biribissi, Cenerentola e lo Schiaccianoci. Nella sua carriera ha illustrato anche due racconti di Andrea Camilleri e ha vinto l’ambito premio Andersen.


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DISINCANTO D’AUTORE Con La parte degli angeli Ken Loach ottiene il Grand prix della giuria a Cannes di CLAUDIA CATALLI

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i può realizzare una commedia esilarante raccontando di ragazzi di strada, faide tra baby gangster, disoccupazione, periferie, multiculturalità, difficoltà di integrazione e ragazzi interrotti? La parte degli angeli (titolo italiano dell’originale, quasi onomatopeico, “The angels share”), nelle sale dal 13 dicembre, firmata a quattro mani dal regista Ken Loach e dal suo inseparabile sceneggiatore Paul Laverty, fuga ogni dubbio: non solo si può fare, ma il risultato rischia di essere sorprendente. Premiato a Cannes con il Grand prix della giuria e applaudito al festival di Torino, il film è il risultato di una ponderata riflessione, da parte del regista, sui giovani d’oggi. «Ragionando sul mio paese – dichiara Loach – sui problemi e le questioni irrisolte, mi sono reso conto che in Inghilterra il numero di giovani allo sbando l’anno scorso ha superato il milione. Una cifra che ha spinto a interessarmi ancora più di quanto non avessi già fatto di una generazione che sembra non avere più prospettive per l’avvenire, anzi ha quasi la certezza di non riuscire mai a trovare un lavoro stabile nella vita. Così ho deciso di raccontarla sullo schermo». L’ha fatto scegliendo un genere che non ha frequentato più di tanto, ovvero la commedia (sociale, s’intende) per diversi motivi: «Prima di tutto

perché non è detto che la vita di questi giovani, seppure allo sbando, debba per forza terminare in tragedia. Poi perché ho sempre pensato fosse meglio uscire dalle strade battute. Abbiamo comunque seguito un metodo semplice: presentare la realtà così come la viviamo tutti i giorni, quindi con momenti di ilarità e altri di profonda crisi. Il tono tragicomico appartiene alla nostra quotidianità, e quindi al film, anche se di fatto dal punto di vista narrativo e tecnico per me non cambia molto: il mio lavoro si sviluppa sempre come se girassi un dramma». In effetti le esistenze che Loach racconta, con il suo inconfondibile sguardo realistico e disincantato, sono tutt’altro che rosee. A partire dal giovane e talentuoso Paul Brannigan, dallo sguardo magnetico, che al suo debutto sullo schermo interpreta in parte se stesso: un ragazzo impegnato in lavori socialmente utili. Nella vita «faccio l’allenatore di calcio quattro ore al giorno da volontario», racconta Brannigan, scelto proprio da Laverty in una comunità di recupero scozzese. Nel film è Robbie, anche qui fa parte di una comunità per via di gravi errori commessi che in una gita improvvisata scopre casualmente il mondo degli estimatori di whisky e da lì divampa la passione per quest’alcolico che, venduto a buon prezzo, può rivelarsi un affare. E risolvere tutti i problemi di sempre. Nessuna metafora facile:

«Se mi mettessi a ragionare sulle metafore rischierei di sembrare pretenzioso – scherza Loach – Piuttosto qui il whisky gioca lo stesso ruolo che aveva l’uccello per Billy Casper nel mio film Kes. È attraverso il whisky che il protagonista scopre il suo talento inaspettato nella degustazione. In più Robbie, al contrario di Billy, non ha un lavoro ma deve inventarsi ogni giorno un modo per cavarsela e per trovare una sua strada». Incredibile come un attore non professionista sappia restituire tutta la forza espressiva del personaggio, mostrando una videogenia non comune: sarà per questo binomio di talento e volto convincente che, ad appena 25 anni, Brannigan si ritrova ora a duettare con Scarlett Johansson sul set di “Under the skin” di Jonathan Glazer. Tornando al film di Loach, notevole è la scelta di girarlo interamente in Scozia, precisamente a Glasgow: «È una città di grande ricchezza, Laverty ci vive e la conosce come pochi. Trovo che sia un posto unico, la cui identità è radicata e rispecchiata dalla cultura dei suoi abitanti: spiccano per umorismo e solidarietà», conclude il regista. Due valori attorno a cui ruota l’intera storia, un’avventura di condivisione, amicizia e riscatto sociale, narrata con un tocco di sano umorismo. Il risultato è un’opera imperdibile che commuove, fa ridere e riflettere, come solo il buon cinema riesce a fare.


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Sotto: Ken Loach sul set del suo ultimo film A sinistra: una scena della pellicola La parte degli angeli A destra: Ugo La Pietra La grande occasione, 1973

IL REGISTA Le tappe 1936 Ken, all’anagrafe Kenneth, Loach nasce il 17 giugno a Nuneaton nel Regno Unito

1961

QUESTA VOLTA HO SCELTO LA COMMEDIA SOCIALE PER USCIRE DALLE CLASSICHE STRADE BATTUTE MA IL MIO LAVORO SI SVILUPPA COMUNQUE COME SE GIRASSI UN DRAMMA

Inizia a lavorare come aiuto regista per la Abc television. Passa poi alla Bbc

1967 È l’anno del suo esordio cinematografico con ”Poor cow” ma è con ”Family life” (1971) che il regista si impone all’attenzione della critica

1994 Alla Mostra del cinema di Venezia gli viene assegnato il Leone d’oro alla carriera

1995 Con Terra e libertà, presentato al festival di Cannes, vince l’European film awards come miglior film

2006 A Cannes vince la Palma d’oro per Il vento che accarezza l’erba e fino a oggi continua a realizzare pellicole di forte impronta sociale che hanno quasi sempre per protagoniste le classi più disagiate

LO SGUARDO ESPANSO Alla fondazione Rocco Guglielmo Un secolo di arte audiovisiva che si sviluppa in 23 ambienti della fondazione Rocco Guglielmo, a Catanzaro: Lo sguardo espanso è la prima retrospettiva realizzata in Italia che vuole ricostruire, attraverso un puntuale percorso cronologico, la storia del cinema d’artista nostrano. Curata da Bruno Di Marino, Andrea La Porta e Marco Meneguzzo, l’esposizione presenta oltre cinquanta autori di diverse generazioni, dando la possibilità al fruitore di assistere a lavori altrimenti di difficile accesso. Le opere – allestite a ”loop” su monitor, oppure videoproiettate e, in alcuni casi, cineproiettate su apparecchi 16mm – sono messe a confronto con fotografie, installazioni oggettuali e sonore, disegni, dipinti, serigrafie, costituendo un affascinante viaggio visuale e creando un quanto mai attuale dialogo intermediale. Si comincia da Ginna e Corra, cofirmatari del Manifesto della cinematografia futurista del 1916, si prosegue con la sperimentazione filmica d’artista portata avanti dal toscano Silvio Loffredo per attraversare la creatività di Giosetta Fioroni e Pino Pascali, che hanno lavorato nel campo della pubblicità e delle sigle televisive, e giungere ai tempi nostri con le animazioni di Lele Luzzati. Sono solo alcuni degli artisti della rassegna concepita anche con finalità didattiche. Fino al 3 marzo 2013. Complesso monumentale del San Giovanni, Catanzaro. Info: www.fondazioneroccoguglielmo.it (G. B.)


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Marco Cortesi e Mara Moschini nella Scelta A destra: Laura Morante Roberto Andò Gigio Alberti e Stefania Ugomari di Blas nello spettacolo “The country”

LA SCELTA, UNA PROVA DI CORAGGIO CIVILE Prosegue la tournée dello spettacolo tratto dal libro della nipote di Tito Marco Cortesi, attore e regista: «Se un fatto lo racconti, lo puoi superare» di GIORGIA BERNONI

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i sono esperienze, seppur brevi, che contribuiscono a forgiare una persona come una seconda nascita. Nel caso di Marco Cortesi, giovane attore nato a Forlì nel 1979 ma cresciuto a Roma, è stato l’inferno della guerra del Kosovo dove si era recato come volontario a scatenare una reazione. Da quell’esperienza, atroce ma arricchente insieme, è nata in lui la voglia di raccontare quello che aveva visto e che stava accadendo nell’ex Jugoslavia. «Tutto è partito dall’incapacità di chiudere le orecchie di fronte a questa richiesta che mi partiva da dentro, citando Saviano mi piace affermare che quando un fatto lo racconti vuol dire che lo puoi superare», dichiara Cortesi a proposito della genesi dello spettacolo La scelta, la cui tournée prosegue nei teatri italiani. Nello spettacolo, con cui si alterna sul palco con Mara Moschini, vengono raccontate quattro straordinarie storie tratte dal libro I giusti nel tempo del male di Svetlana Broz, la nipote di Tito. «È stato veramente traumatico – prosegue – lo scontro con una realtà dura e cruenta come quella guerra civile, un incubo. Si è abituati a vedere tutto tramite uno schermo del televisore. Da questa esperienza è nato un primo spettacolo, Le donne di Pola, dove ero solo in scena. Prima che il libro della Broz uscisse in Italia ero stato chiamato a leggere delle storie tratte da lì e avevo avuto modo di conoscere questo lavoro straordinario. Durante il conflitto, la dottoressa Svetlana con sua figlia di sette anni parte per andare a curare le persone. In questo inferno però le persone condividono con lei anche storie di coraggio e di fratellanza. Dei molti racconti del libro, abbiamo preso i quattro più straordinari». La collaborazione artistica con la nipote di Tito non poteva non accendere gli animi di alcuni contestatori che

durante la replica dello spettacolo triestino hanno invaso i corridoi dell’università finendo con il far intervenire anche la Digos. «Poco prima della replica a Trieste, ha cominciato a circolare la notizia che lo spettacolo era solo su Tito e si elogiava il suo operato. Alla fine la serata ha premiato i diritti umani: abbiamo invitato tutti a seguire lo spettacolo e nel caso qualcosa non andasse bene a fermarci per intervenire. Invece, alla fine, abbiamo ricevuto applausi». Fresco di diploma all’accademia Silvio D’Amico, Cortesi lavora fin da subito in teatro con registi quali Mario Ferrero, Luigi Squarzina e Luigi Maria Musati. L’attore con la faccia da bravo ragazzo conquista però la notorietà grazie al piccolo schermo (Carabinieri, Un medico in famiglia, Camera cafè) ma l’impellenza di salire su un palco e praticare la nobiltà del teatro civile, genere che lo immette sulla scia di Marco Baliani e Marco Paolini, lo spinge fuori dagli ambienti strettamente televisivi. «Quando vedi e ascolti storie che non sono poi così lontane dalla tua realtà, pensi che è molto importante che i tuoi connazionali conoscano quello che è successo», conclude Cortesi che già pensa ai primi mesi del nuovo anno quando uscirà in dvd, per Infinito edizioni, il testo, con prefazione di Alessandro Gassman, e il film documentario L’esecutore. Realizzato insieme allo storico e scrittore Paolo Cortesi, L’esecutore è basato sulle memorie dell’ultimo boia di Francia, paese che ha abolito la pena di morte il 9 ottobre del 1981. Lo spettacolo La scelta è in programma il primo dicembre a Campobasso, il 2 a Putigliano (Bari), il a 3 Taurisano (Lecce), il 4 a Lecce, il 6 a Teramo, il 7 a Giulianova. A gennaio si riparte con Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Sicilia. Info e date successive: www.marco-cortesi.com.


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UNRITORNODIFIAMMA Laura Morante torna a teatro diretta da Roberto Andò con la commedia “The country”

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una delle attrici più corteggiate dai registi d’Italia e d’Oltralpe. E sebbene si sia abituati ormai a vederla sugli schermi – addirittura con un film girato da lei, l’italo-francese Ciliegine – Laura Morante non ha mai abbandonato il suo primo amore: il teatro, che ne consacrò il successo già agli albori della sua carriera quando debuttò nei panni di una giovane Ofelia nell’Amleto di quello che definisce con orgoglio «un grande maestro», Carmelo Bene. Un esordio d’eccezione e per festeggiare i suoi quarant’anni di attività artistica l’attrice e regista toscana sceglie di tornare sul palcoscenico: fino al 16 dicembre è infatti in scena all’Eliseo di Roma, protagonista di “The country”, commedia enigmatica e non priva di fascino firmata Martin Crimp e diretta da Roberto Andò. «Tornare a teatro è un desiderio che covavo da parecchio tempo», dichiara l’attrice, musa di autori come Nanni Moretti, Gianni Amelio, Pupi Avati ma anche di Bernardo Bertolucci

e Alain Resnais. «Ricordo che anni fa, mentre ero giurata a un festival del cinema, sono improvvisamente fuggita a teatro e da allora ci ho fatto più di un pensiero. Però non c’era niente che mi attraesse davvero, almeno non tanto da farmi passare la paura del ritorno, la stanchezza della tournée, poi ho scoperto questo splendido testo contemporaneo». Un’opera scritta, parola di Andò, da «un autore di prima grandezza che ha il dono di una scrittura magistrale. Mi colpiva questa storia fatta di menzogne, persone legate da inesplicabili sottomissioni, torbide attrazioni sbilanciate, una storia d’amore tra un uomo e una donna in attesa di redenzione». Accanto a Gigio Alberti e a Stefania Ugomari di Blas, la Morante dà dunque vita a una commedia graffiante che è insieme una tagliente critica della società postmoderna e ruota tutta attorno ai tre personaggi di Corinne, Richard e Rebecca. «Richard ha trovato una giovane donna svenuta per strada e l’ha portata in casa – prosegue il regista palermitano, allievo di Leonardo Scia-

scia a livello letterario e di Francesco Rosi a livello cinematografico – Corinne ha il dubbio che lui la conoscesse già e da qui, passo dopo passo, lo spettatore viene informato che la coppia è da tempo ostaggio di un altro ospite inquietante». Non è certo nuova alla commedia Laura Morante, anzi lei stessa ammette di esserne una grande estimatrice: «In verità avverto la commedia come il genere che, su tutti, mi è più congeniale come attrice. E poi la trovo una forma di espressione anche nobile, pudica. Senza contare che nutro un’adorazione tutta particolare per quelli che vengono comunemente definiti personaggi complicati. Nell’arte come nella vita: credo che il più delle volte il cattivo carattere sia solo la maschera, il contenitore, l’urna di qualcosa di molto fragile e magari anche prezioso. Non è detto, insomma, che le persone più facili siano le più interessanti. Lo stesso avviene per i ruoli». Info: www.teatroeliseo.it Claudia Catalli


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In uscita il secondo album per Mattia De Luca Il cantante romano in bilico tra autorialità e sonorità di FRANCESCO ANGELUCCI

QUANDO IL FOLK E FILOSOFIA DI VITA


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IL DISCO Rivérde Mattia De Luca (Roma, 7 maggio 1985) lascia il pop rock della sua prima prova ”Dreamers” per dedicarsi al folk come Rivérde (uscito per la Self) ben testimonia. Canzoni chiare che si contrappongono al gusto melanconico di molte prove contemporanee. Le 10 tracce dell’album scivolano in un ascolto leggero che non tradisce la tradizione cantautorale italiana. Forti le influenze di Francesco De Gregori e Antonello Venditti ma ispirazioni anche dall’estero con un Bob Dylan onnipresente e una strizzata d’occhio ai Creedence clearwater revival. Lavoro studiato quello del cantante romano che punta tutto sulla ricerca di un suono sincero, una scelta che lo porta a preferire strumenti acustici al posto dei loro compagni elettrici. Info: www.mattiadeluca.com

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a verità è questa: il folk è una filosofia di vita. E non serve essere dei musicisti diplomati al conservatorio o aver vissuto chissà dove lungo il Mississippi, basta una chitarra, una buona voce, qualcosa da dire e un quattro quarti cavalcante che regga una composizione. Il folk, alla fine, è quello che resta quando hai finito di ascoltare una canzone. Lo sa bene Mattia De Luca, alla sua seconda prova con Rivérde che segna un cambio di rotta da un “college rock” del primo album a una musica più folk, appunto. Folk nel vero senso della parola, cioè della gente, del suo pubblico chiamato a scegliere il singolo che lancia l’album. «Ninì è stata una delle prime canzoni che ho inciso – dice De Luca – e nonostante facessi sentire anche il resto che continuavo a registrare, le persone mi continuavano a chiedere solo quella. Ho pensato che sarebbe stata perfetta per un singolo». Come dargli torto. La canzone è, infatti, fra le più orecchiabili del lavoro anche se tutte le tracce (o quasi) mantengono una struttura da”brit pop” con un classica alternanza di strofe, ritornelli e bridge. «Suonando strumenti inusuali – continua il cantante – come l’ukulele o il banjo, ho preferito tenere una gabbia compositiva chiara che non appesantisse l’ascolto. Anche se mai mi sono imposto a priori di mettermi dei limiti, se c’è stato un vincolo è stato a livello inconscio». Nonostante questa apertura verso sonorità particolari, sono chiare le influenze che De Luca attinge a piene mani nel mondo del cantautorato nostrano. «Essere definito cantautore è una meta – confessa il musicista – sono consapevole che questa è una strada difficile per emergere, dove l’unica scorciatoia sembra essere quella del “talent show” ma il mio è un cammino diverso». I locali piccoli e i compensi scarsi sono pane quotidiano di ogni musicista

AVENDO SUONATO DEGLI STRUMENTI INUSUALI COME IL BANJO O L’UKULELE HO PREFERITO TENERE UNA GABBIA COMPOSITIVA CHIARA CHE NON APPESANTISSE L’ASCOLTO, ANCHE SE NON MI SONO IMPOSTO A PRIORI DI METTERMI DEI LIMITI SE UN’INFLUENZA C’È STATA È STATA A LIVELLO INCONSCIO

Sopra: la copertina dell’album Rivérde A sinistra: Mattia De Luca cortesia Daniele Mignardi promopressagency

che tenta di portare in giro la sua musica senza essere sfruttato solo per riempire locali. «La band con la quale suono – continua il cantautore romano – è composta da batteria, contrabasso, chitarra acustica e io mi destreggio fra pianoforte, una chitarra e una fisarmonica. È un gruppo numeroso che ha dietro la scelta precisa di suonare senza ricorrere a strumenti elettrici, mantenendo una purezza di suono controcorrente alla grande onda della musica sintetizzata contemporanea. L’elettronica, credo, rende tutto più semplice ma perde per strada la sincerità». Un’idea che è anche alla base dell’album, in quanto tutte le tracce sono state registrate in diretta con un ricorso minimo alle sovraincisioni e con la priorità di suonare sempre tutti insieme. «Sembra strano a dirsi – dice il cantante – ma abbiamo registrato l’album in poco meno di una settimana. Avevo gia in mente le mie composizioni e un’idea chiara di come le avrei volute. Facevamo pochissime registrazioni per canzone e questo ha contribuito a creare un’energia che credo si percepisca anche dall’ascolto dell’album». Oltre a cantare in italiano, De Luca utilizza la lingua inglese: «Sono due sistemi diversi per esprimersi, non credo che uno sia più facile di un altro ma, a seconda delle occasioni, preferisco l’uno all’altro». Fra le collaborazioni del disco, oltre al preziosissimo Phil Palmer in veste di produttore, già chitarrista al fianco di Eric Clapton, troviamo Renato Zero. «È stato un vero onore trovarmi nella sala di registrazione con lui e una fortuna poter cantare due testi (Chiedi scusa ed È l’età) che ha scritto per me». Rivérde è anche il nome che Zero ha dato all’album. «Volevo creare un lavoro felice, c’è troppa tristezza in giro per scrivere anche delle canzoni malinconiche. Penso che Rivérde esprima bene questa idea». Non possiamo che trovarci d’accordo.


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L’ARTISTA TESTIMONE DELL’IMMATURITÀ DELLA NOSTRA SPECIE L’ARTE NON SALVA, AL CONTRARIO, IN MOLTI CASI SAREBBE AUSPICABILE METTERSI AL RIPARO DA LEI RIPRISTINARE L’USO DI UNA DISCIPLINA ANTICA CHE CONSISTEVA NEL PROTEGGERE LO SGUARDO

di ALDO RUNFOLA

Van Gogh Autoritratto con orecchio bendato 1889

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ovesciare un luogo comune: l’arte non salva, al contrario, in molti casi sarebbe auspicabile mettersi al riparo dall’arte, ripristinare l’uso di una disciplina antica che consisteva nel proteggere lo sguardo, scegliere con cura che cosa guardare, che cosa non. Un esempio estremo tratto dalla cronaca: quando in televisione trasmettono la scena di un assassinio spacciando questa scelta come dovere di informazione bisogna, io credo, cambiare canale o meglio, spegnere del tutto. Lo stesso si può dire della maggior parte delle opere d’arte, non meritano d’essere guardate e del contenuto razionale si può fare falò. Anche l’arte e l’artista possono, inconsapevolmente, uccidere, vittime l’intelligenza, propria o altrui, con la complicità di critici inerti. Come la metafisica all’inizio del secolo scorso, l’arte cresce e si afferma grazie a errori di ragionamento che nessuno è in grado di correggere o è interessato a correggere. Il mondo disincantato, come quello incantato, se mai è esistito, non è più lo stesso. Le categorie, i concetti con cui si è analizzata, descritta e interpretata finora la realtà sono attrezzi arrugginiti, fuori uso. Il pianeta nel quale siamo di

casa sarà presto inospitale per tutti. Gioco di società per l’elite ricca, raffinata e intelligente non si dà, è venuto meno un aspetto positivo appannaggio dell’arte e dell’essere artista: vivere in disparte, separato dalla società e seppur in misura minima, libero dai suoi lacci. Il mercato, signore e padrone unico delle nostre esistenze, escludendo senza rendere indipendenti o autonomi, prevede e impone soltanto la partecipazione. Nessuno del resto crede sul serio, se non in malafede, che gli artisti rivelino punti di vista inattesi o inediti sulla realtà in grado di mettere a fuoco come stanno realmente le cose quaggiù. Uomini come Van Gogh non potrebbero esistere nel mondo così com’è. Provo a immaginare, senza riuscire, “l’entrepreneur” Van Gogh impegnato a fare del taglio dell’orecchio un evento “cult”, o il soggiorno in manicomio un’esperienza ambita da prenotare in anticipo. E non esiste atto, gesto minuto che non sia eseguito o pensato a beneficio di uno spettatore sul palcoscenico dello spettacolo universale, nel nome del padre. Quasi che l’arte, quale la conosciamo all’alba del secondo millennio, potesse testimoniare solo del grado di immaturità della specie.

Hanno ucciso i loro genitori, trasformandoli in disperate macchine da guerra o in schiave abusate: bambini e bambine soldato dai 10 ai 15 anni, senza più identità, infanzia, umanità. Per chi riesce a tornare a casa, fuggendo o a fine guerra, il percorso di riabilitazione psicofisica non è facile. Ma con pazienza e con il tuo aiuto, da migliaia di frammenti di dolore un bambino soldato può tornare, finalmente, un bambino. Campagna di NewEtica per Fondazione Mago Sales - CCP 42520288 a supporto dei centri di recupero in Africa. Scopri questa dura realtà su salviamoibambinisoldato.it