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Numero 1 marzo 2012!

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SISM Roma Sant’Andrea

Foto di Giulia Maria Di Marzio

Ammazza il gallo (“Amseghenallo” = Grazie) Comincerei così: è passato un anno ma il mal d’Africa non è ancora passato. Le probabilità che tornerò in quella terra sono molto alte. Così diceva Anna (pediatra che per Medicina con l’africa CUAMM opera nell’ospedale di Wolisso in Etiopia). E se ora si guarda quanta strada ho fatto in questi mesi lontana da lì, si capisce che chi trascorre un periodo in quel continente rimane stregato, come se fosse legato da una forza interiore che non si da pace finché non ti riporta laggiù. Saranno gli odori forti, i colori o i rumori di un mondo che sembra tanto distante e diverso da noi. Saranno le emozioni travolgenti e devastanti che il nostro

cervello associa a quel posto. Saranno i legami che crei con i tuoi compagni di viaggio. Tutto rimane impresso. Spesso nelle esperienze che ho fatto in passato, l’ultimo giorno è stato quello decisivo. L’ultimo giorno a Wolisso era il venerdì santo prima della Pasqua. Era un giorno triste per me, e per tutti i credenti. Come tutte le mattine, arrivai verso le 8.30 al Pediatric Ward, giusto in tempo per sentire quello strillo penetrante e lancinante di dolore di una mamma. Poi iniziò la lamentela ed il suo girare in tondo, come fosse un rituale. Tutti i genitori partecipavano al suo dolore. Anche gli in-

fermieri si addoloravano con lei perché capivano. Solo io “bianca”, oltre al dolore, provavo una grande rabbia. Un bimbo di soli 12 mesi era appena morto per aver contratto il tetano durante la circoncisione praticata da chissà chi nel suo villaggio, senza rispettare nessuna norma igienica. Era stato portato in ospedale troppo tardi perché la profilassi post-contagio potesse essere efficace. Nella mia testa, mille domande sul perché, sul come evitare. Quell’evento mi ha fatto capire due cose importanti. La prima proprio in quel momento: il dolore non ha colore né nazione. La seconda la elaborai con il tempo,


una volta rientrata in Italia: il potenziamento dei servizi sanitari di “eccellenza” quale può essere considerato il St. Luke Catholic Hospital di Wolisso, non basta se non lo si associa a corsi di igiene ed educazione sanitaria alle mamme (salute sul territorio). Abbiamo continuato il giro visita, in fondo - purtroppo - la morte dei bambini è “normale prassi”. Era già successo molte volte nel solo mese in cui sono stata a Wolisso. Solo uno in più. Ma per me fu il primo impatto con la morte. Mi sentivo come se stessi sognando. Non poteva essere vero. Mentre cercavo di riprendermi con il - sempre presente - sostegno di Anna, ecco che gli infermieri chiamarono per un’emergenza. La bimba arrivata la notte prima con una sepsi meningococcica, aveva smesso di respirare. Anna iniziò a ventilare la bimba e mise le mie mani sul suo torace. Iniziai le compressioni ma mi sentivo come se mi stessi guardando dall’alto. Non poteva essere

vero. Poggiai il fonendoscopio sul torace. Silenzio. La bimba non ce la fece. Un solo interrogativo: avevo sbagliato qualcosa? Nel frattempo l’infermiere preparava il corpo della bambina, ricoprendola completamente con un telo bianco leggero che lasciava intravedere la sagoma. C’era solo il papà con lei. Probabilmente la mamma era rimasta a casa per occuparsi dei fratelli e non aveva potuto assistere la piccola. Anna mi disse allora che avevamo fatto le manovre di rianimazione in modo che il padre si rendesse conto che avevamo tentato tutto il possibile. Anna già sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Allora ho capito: per tutto quel mese Anna mi aveva accudita, proteggendomi e mostrandomi la realtà in cui lei viveva da mesi, poco a poco. Ho realizzato in quel momento quanta professionalità aveva messo nell’insegnarmi ad accettare le differenze, le carenze di quel posto. Mi aveva fatto sperimentare il percorso personale per

capire che la crescita va accompagnata, sostenuta e soprattutto è reciproca e mutuale. Ci sono state anche mille cose divertenti durante questa mia esperienza in Africa. Ho provato gioie che mi hanno riempito il cuore per sempre. Ho rafforzato un’amicizia importantissima. Ho creato la mia individualità nella coppia. Potrei andare avanti per pagine e pagine... Ho pensato però di raccontare il giorno che più mi ha cambiata per la violenza con cui mi si è presentato, l’ultimo giorno, quando abbassi la guardia... Ho voluto raccontare il giorno che ancora oggi mi spinge a ricordare. Come mi disse un certo Don Dante (direttore del CUAMM), non bisogna dimenticare l’Africa perché la si può aiutare anche - e forse soprattutto - dall’Italia, semplicemente parlandone. Giulia Maria Di Marzio

Il Bugiardino... Il termine bugiardino viene utilizzato per indicare il foglietto illustrativo che accompagna i farmaci. Questo nome vuol puntare l’attenzione sulle prerogative di particolari “istruzioni per l’uso” che, soprattutto negli anni di boom della farmacologia, tendevano a sorvolare su difetti ed effetti indesiderati del farmaco per esaltarne i pregi e l’efficacia. Non erano quindi vere e proprie “bugie” quelle

che vi si potevano leggere, ma in definitiva il foglietto risultava un “bugiardino” che diceva piccole bugie o, meglio, ometteva informazioni importanti ma potenzialmente compromettenti per il prodotto. Per leggere tra le righe è necessaria la voglia di farsi delle domande sulle ricette che ci si trova di fronte. ‘Il bugiardino’ si nutre proprio della curiosità e del gusto della

scoperta, della voglia di conoscere e capire, della vitalità che dà il sentirsi parte attiva della propria realtà. Non ha importanza a chi o cosa sia rivolto l’interesse, l’importante è che ci sia qualcosa a muoverlo! Il bugiardino è uno spazio, una tela bianca; è aperto a tutti gli studenti, articolisti (art.6) e di altre facoltà di medicina.

La nuova redazione sta prendendo forma per la realizzazione del giornalino c’è bisogno di voi!!! Vi aspettiamo martedì 17 aprile in aula F con APERITIVO DI BENVENUTO!!! Portate domande e dubbi, articoli e vignette, nuove idee confuse o venite semplicemente per sbirciare i lavori in corso... Se invece volete inviarci materiale per il prossimo numero scriveteci a giornalino@romasantandrea.sism.org Vi aspettiamo!!!


La superbia nella didattica e nella professione medica Quante volte nell’arco di un anno o in certe giornate “fortunelle” perfino nell’arco di un solo giorno della nostra carriera universitaria, è capitato che ci imbattessimo in questa stortezza? Quante volte ci siamo trovati di fronte personaggi che, pur vestendo i panni di professori, dipendenti d’ospedale, addetti alla vigilanza o impiegati in realtà celavano in loro un piccolo Marchese del Grillo? Sempre pronti a far valere la propria posizione per prevaricare il prossimo: “Perché io sono io e voi non siete un cazzo”. Ma soprattutto cos’è che fa sì che l’autostima, un sentimento invidiabile e genuino, anche se in certe persone obiettivamente immotivato, si trasformi in superbia? Il meccanismo scatta quando il soggetto esercita la propria autostima attraverso manife-

stazioni di superiorità gratuite ed immotivate che hanno un effetto psicologicamente violento sull’interlocutore. Quest’ultimo così si viene a sentire umiliato ed è spesso proprio questa umiliazione la forza motrice che spinge il soggetto a comportarsi così: i superbi infatti traggono la propria gratificazione esistenziale dall’umiliazione degli altri. Che bisogno ha un professore ordinario di umiliare un giovane di 1920 anni che magari si presenta impreparato a un esame, di prenderlo in giro pubblicamente e di dirgli che non vale niente in quanto articolista? Che motivo ha un primario di umiliare un medico strutturato di fronte a un paziente e agli studenti che si trovano in reparto per il servizio clinico? Quale motivo spinge una segretaria o un vigilante a ri-

spondere in maniera strafottente a uno studente che si permette di domandare? Chi pecca di superbia non può lavorare in università, perché con il suo comportamento usurpa la posizione centrale che spetterebbe allo studente, occupandola per se stesso in modo illegittimo. E’ mia convinzione che questi personaggi alla fine non otterranno altro che di venire isolati dall’ambiente lavorativo in cui si muovono e dalla comunità universitaria/ospedaliera tutta, facendo crescere in noi altri la stima per i tanti professori, segretarie, impiegati, dipendenti e personale di vigilanza che svolgono ogni giorno il proprio mestiere con serietà, con umiltà e col sorriso. Dario Marino

Mobilità sostenibile, quali speranze per la città eterna? Intervista a Dario Raglione, laureato al Sant’Andrea, presidente del Comitato Mobilità Sostenibile Marsicana Cosa s’intende per “mobilità sostenibile”? S’intende un sistema di mobilità urbana in grado di conciliare il diritto di spostarsi in libertà con l'esigenza di ridurre l'inquinamento atmosferico, acustico, i pericoli e di porre rimedio alla diminuzione della qualità della vita derivante dall'uso smodato dell'automobile. Tra i problemi principali della città di Roma ci sono sicuramente la difficoltà nei trasporti, il traffico caotico e l’inquinamento atmosferico e acustico. Cosa si può realisticamente fare per attenuare questo problema?

Foto da www.romasparita.ue

La situazione romana relativa al trasporto pubblico e privato è veramente critica. Ciò deriva da anni di decisioni scellerate perpetuate nel tempo dalla politica locale. Basti pensare che oggigiorno appare impossibile riuscire a muoversi all’interno di questa metropoli senza possedere una macchina. Per migliorare l’attuale realtà si dovrebbero fare molti cambiamenti che mirino in ultima analisi a costringere il singolo abitante ad abbandonare l’auto privata in favore del mezzo pubblico. Per far ciò naturalmente

sono necessarie scelte forti che si discostino dalla politica degli ultimi decenni che ha favorito pesantemente l’affermazione dell’automobile privata come principale mezzo di trasporto. Il più importante cambiamento per l’Urbe in tal senso è rappresentato dalla “Cura del ferro”. Considerando la friabilità del terreno e i reperti archeologici, le nuove metropolitane (B1, C e D) non possono rappresentare da sole una valida alternativa all’automobile. Queste nuove linee devono essere affiancate da varianti urba-


nistiche molto meno costose ma ugualmente efficaci quali: il ripristino di linee tranviarie dismesse, il prolungamento di quelle attuali (tram 8 fino a Termini), la chiusura dell’anello ferroviario, la trasformazione di linee ferroviarie in metropolitane di superficie. Si dovrebbe approvare in Consiglio comunale il “Biciplan”, che permetta la realizzazione di una serie di reti ciclabili interconnesse tra loro e con i mezzi pubblici su tutto il territorio romano. Inoltre si possono realizzare cambiamenti a costo zero quali: l’istituzione di isole pedonali permanenti (la più importante è il Tridente fino al Colosseo); l’ampliamento delle zone con limite di velocità di 30 km/h; cambiamento dei regolamenti edilizi con possibilità di parcheggiare le bici negli spazi condominiali; l’istituzione del servizio di piedi bus presso le scuole. Se si attuassero questi semplici accorgimenti si potrebbe cambiare la cultura del trasporto urbano, in quanto attualmente è abitudine consolidata l’utilizzo esclusivo dell’automobile. La diffidenza dei romani verso l’utilizzo della bicicletta, considerata più uno svago domenicale che un mezzo di trasporto, è giustificata? Generalmente la bicicletta viene considerata un mezzo non utilizzabile per la pericolosità delle strade, per le lunghe distanze che mediamente devono essere percorse, per il territorio collinare e non ultimo per la paura di arrivare a destinazione “fracichi di sudore”. Sono solo luoghi comuni? Fonti ISTAT mostrano che più del 75% degli spostamenti dei romani è nel raggio dei 5 km. Le biciclette sono il mezzo più veloce all’interno di questo raggio. Le famose colline romane sono un retaggio di millenni fa; oggi Roma è stata spianata dalla cementificazione, quindi è per lo più una città pianeggiante. Il problema è sempre culturale: in una società che venera le veline e i calciatori con i Suv, se usi la bici come mezzo di locomozione vieni visto come uno sfigato, un estraneo. Questo è il vero problema! Il sudore non è una scusa, con la bici l’andatura la scegli tu. Usando quotidianamente la bici si vive meglio, si è più spensierati e meno stressati. Riguardo la sicurezza: è dimostrato che all’aumentare del

numero delle biciclette aumenta il rispetto che gli automobilisti riservano ai ciclisti, e guidando in modo più coscienzioso aumenta in fin dei conti la sicurezza stradale di tutti. Purtroppo però i cittadini preferiscono indebitarsi, comprando nuove macchine e restando imbottigliati nel traffico. Difatti le statistiche mostrano che a Roma ci sono 76 macchine ogni 100 abitanti, ponendo la città eterna al secondo posto in Europa. Per avere un termine di paragone consideriamo che Londra ne ha 36. Questo è un vero scandalo per la nostra civiltà, oltre ad essere un problema sanitario, economico e logistico che riduce quotidianamente la qualità della vita. Un fallimento il “bike sharing” a Roma? L’attuale bike sharing romano è un fallimento. Il sistema era partito molto bene con la società privata Cemusa. Quest’ultima aveva istallato molte postazioni in centro e si apprestava ad ampliare il servizio chiedendo però in cambio degli spazi pubblicitari per ripagarsi l’investimento. Invece il Comune ha costretto tale società a cedere l’attività all’Atac. Da quel momento è iniziato il declino del bike sharing e del decoro romano, dando inizio allo scandalo di “cartellopoli”, che vede oggi Roma invasa da cartelloni pubblicitari abusivi. Un servizio di bike sharing funziona solo se la prima mezz’ora è gratuita e le altre sono ad un costo esponenziale, se ha una diffusione capillare nei vari quartieri e se permette un interscambio con i mezzi pubblici. Tutto ciò è stato vanificato dalla municipalizzazione che ha reso il sistema un fallimento. Nell’anno che viene forse ci sarà la via d’uscita da questo tunnel, si bandirà infatti un concorso di affidamento ad un privato, che speriamo farà risorgere il servizio. Nel giugno 2012 dovrebbe essere inaugurato il primo tratto della linea C della Metropolitana. Giusto investire sulla costruzione di nuove linee metropolitane? Purtroppo, per la conformazione del terreno e i reperti archeologici, il sistema di metropolitane non credo possa essere più di tanto incrementato. Il caso della metro D è emblematico: costruire una nuova metropolitana a Roma costa

il doppio che in altri Paesi. Ciò rende appetibile l’investimento solo se il Comune cede alle speculazioni edilizie dei finanziatori privati. Sta di fatto che l’iter burocratico per la costruzione della metro D è stato bloccato dal Tar perché nell’investimento del “project financing” si era speculato talmente tanto da non poter esser più considerata un’opera di interesse pubblico. Roma prima della diffusione delle automobili vantava una fitta rete tranviaria. Nostalgia per le foto in bianco e nero del tram a Piazza Venezia, Piazza di Spagna, San Pietro e in tante altre zone dentro e fuori le mura? C’è tanta nostalgia per un servizio che oltre ad essere ecologico era molto efficiente. Se solo pensiamo al fatto che negli anni ’60 a Roma si avevano oltre 400 km di linee tranviarie (tre raccordi anulari tranviari) e oggi solamente 40 km, si capisce che c’è stata una decimazione di questo servizio. Se si riuscissero a recuperare queste linee perdute si risolverebbero molti dei problemi di traffico che abbiamo attualmente. Il tram oltre ad essere il mezzo più ecologico è anche il più sicuro. Viaggiando su corsie preferenziali non è mai soggetto ai vincoli del traffico automobilistico. Realisticamente, come ti aspetti Roma nel 2020? Purtroppo non mi aspetto grandi cambiamenti in quanto in entrambi gli schieramenti politici manca una seria volontà di cambiare l’attuale situazione. Ai politici piace l’auto blu, non vedo come possano minimamente concepire una mobilità sostenibile che sia al passo con le più civili realtà europee. Il caso Sant’Andrea è emblematico: ci son voluti 10 anni per far istituire una semplice navetta che colleghi Saxa Rubra all’ospedale (029). Il risultato è che studenti, lavoratori e pazienti usano per la quasi totalità la macchina per recarsi in questo nosocomio. Un vero scandalo. Tommaso Grandi


Foto di Dario Marino

Le sbarre del S.Andrea Il primo giorno di Novembre è da sempre per gli studenti una delle festività più attese, quella che corre in soccorso dei giovani traumatizzati dal rientro agli impegni a frequenza obbligatoria, corsi e servizi clinici che piombano veementi a infarcire tutto il mese di Ottobre. Il corrente anno accademico, però, ha consegnato all'acume degli stessi studenti una scottante rivelazione: anche la Direzione Sanitaria attende impaziente la stessa ricorrenza! Qualche presentimento, invero, l'avrebbe lasciato da solo l'accaduto dell'autunno 2010, quando con pochi giorni di preavviso fu decisa la chiusura al transito della strada che costeggia il perimetro ovest dell'ospedale; gli avvisi, i cui resti si intravedono ancora sulla segnaletica stradale, presentavano a caratteri cubitali una data: 1 Novembre! La via-senza-nome in questione è frutto del recente cantiere dell'inverno 2009-2010, una carreggiata a due corsie, una per senso di marcia, che collega Via di Grottarossa alla rampa del G.R.A e permette l'accesso al nuovo parcheggio a pagamento custodito del-

l'ospedale e a quel che rimane del vecchio sterrato gratuito. L'intervento nasce con l'obiettivo di smaltire il traffico interno al perimetro dell'ASL ma il XX municipio lo presenta come una svolta per i regimi di traffico insostenibili tra Cassia bis e Flaminia poiché apre un'anastomosi rispetto al grande raccordo. La svolta si trasforma presto in una inversione ad “U”, perché i dipendenti, l'utenza dell'ospedale per non parlare della croce verde non possono tollerare le file chilometriche per accedere che nelle ore di punta sono generate dal massiccio flusso di transito. L'ASL fa valere a ragione la sua posizione di forza: la strada è di pertinenza esclusiva dell'ospedale, quindi della regione, impensabile che la sua apertura al traffico sia fonte di grave danno al servizio sanitario; da qui la decisione della chiusura a 9 mesi dall'inaugurazione (4 Febbraio 2010). Mentre il municipio tratta con l'ospedale per una mediazione, gli studenti brancolano nel silenzio (tanto per cambiare) dell'amministrazione, e non sanno se finiranno nel calderone del pubblico transito (destino certo dell'utenza) o saran-

no ammessi al privilegio dei dipendenti, quello di varcare le fantomatiche sbarre, quello che fino al 3 Febbraio era sempre stato riconosciuto. L'esito della vicenda è favorevole agli studenti ma produce un sostanziale reset infrastrutturale al gennaio 2010, con l'aggiunta della via-senza-nome chiusa a metà da due sbarre immobili e di un parcheggio a pagamento obbligato per l'utenza proveniente da G.R.A. e Cassia bis. Trascorre il 2011 senza tensioni, passano i mesi, il 25 Aprile, il 1 Maggio, il 2 Giugno, anche l'estate... la ricorrenza di Ognissanti, però, è diversa e Ottobre prelude al nuovo affondo della Direzione Sanitaria. Questa ha riprovato a negare agli studenti “a partire dal giorno 1 Novembre 2011” l'accesso stradale all'ospedale dallo svincolo del G.R.A., a quegli studenti rei di arrecare disturbo irrimediabile alla viabilità interna della struttura. L'editto è comparso di straforo la settimana precedente al risicato ponte festivo; bolla e firma istituzionali stridevano, tuttavia, con una sembianza tutta clandestina dell'opera. Una sorta di massoneria di


governo aveva fatto affiggere nottetempo questi sparuti avvisi formato A3 fuori dalle bacheche ordinarie alla ricerca di mimetismi improbabili tra avvisi sindacali e comunicazioni a scarso appeal studentesco. La combinazione attacco-a-sorpresa, ponte, rintronamento studentesco si è rivelata uno storico fallimento e, come spesso accade, ha suscitato un compattamento immediato degli studenti, patrocinato dalle figure universitarie più autorevoli a disposizione (presidente di corso di laurea e preside di facoltà). Nulla di fatto, dunque. Tutto invariato: ordinari e tollerabili disagi di code e scarsi parcheggi. Siamo di nuovo liberi di esercitare le nostre capacità di adattamento e ci accingiamo a dimenticare questo episodio tutto sommato grottesco. Possiamo? Dobbiamo?! No. Mi pare doveroso, al contrario, dare voce al pensiero che ci accomuna in queste circostanze, al sentimento che ci lega al contemporaneo senso di precarietà e ostracismo, al di fuori delle sbarre dell'ASL e della prigione dorata delle aule universitarie. La Struttura (che non è solo cemento armato ma anche pubbliche istituzioni e relative risoluzioni) in cui ci ritroviamo ospiti obbligati non mostra alcuna considerazione di quanti frequentano quotidianamente l'ospedale per iniziare ad interpretare lo spirito missionario che anche inconsapevolmente li ha condotti verso tutte le professioni sanitarie, prima ancora che per apprendere i principi teorici e pratici del loro esercizio. L'allestimento di alcuni locali e la disponibilità dei servizi tecnici e di pulizia è forse sufficiente a impattare i vantaggi derivanti dall'attività di ricerca/propaganda e dal lavoro degli specializzandi (ampiamente eccedente i termini del contratto) che derivano dalla presenza dell'università. È forse retorico rivendicare una posizione perlomeno consultiva per gli studenti rispetto ai provvedimenti di generale interesse del complesso ospedaliero? È retorico solo per l'ovvietà della risposta. Siamo al nodo del problema: la viabilità interna ed esterna del Sant'Andrea. Proprio quella che si vorrebbe pregiudicata dalla presenza di quanti fra noi raggiungono la sede con mezzo privato; la stessa a cui il conflitto fra ASL e XX Municipio ha impedito di trovare una soluzione,

provvisoria o definitiva; sempre quella che incrocia la questione (irrisolta, caso strano!) della mobilità nella zona Nord di Roma. La gestazione elefantiaca dell'intera opera Sant'Andrea doveva sicuramente lasciare presagire tempi lunghissimi di integrazione urbanistica, ma il dubbio che si potesse agire meglio e più rapidamente diventa una certezza alla luce dei fatti. L'unico presidio preposto dall'azienda pare sia costituito dal sistema di varchi controllato dal servizio di vigilanza e articolato in un labirinto di una dozzina di sbarre automatizzate azionate dal personale di stanza ai caselli all'ingresso da Via di Grottarossa e dalla rampa suddetta. Le credenziali d'accesso sono fumose, nella teoria o nella pratica o forse in entrambe. Quello che non manca mai è l'incertezza, la precarietà, le minacce e gli indici puntati contro gli studenti che continuano a vorticare in crescendo sinfonico, pronti a rigettarsi nuovamente sulle nostre macchine; noi siamo pronti a respingerli, consapevoli che con un rimbalzo elastico saranno di nuovo lì, a girarci intorno. La situazione, tuttavia, non è immobile, sono ormai pronti all'angolo sud-ovest una nuova sbarra e un nuovo casello (erano decisamente poche queste sbarre!) e giusto da un paio di settimane il municipio, che da un anno e mezzo è mobilitato inutilmente per acquisire la strada-senza-nome, può tirare un sospiro di sollievo: pare si stia concretizzando l'iter amministrativo per la realizzazione di una strada di collegamento fra Cassia-bis e via di Grottarossa adiacente all'ospedale! L'assessore ai Lavori Pubblici della regione, infatti, ha annunciato "l'accredito imminente del primo 10% del milione di euro necessario a progettare e realizzare l'opera"; a dirla tutta l'approvazione del finanziamento è datata Dicembre 2010, quando meritò un emendamento ad hoc durante la sessione di bilancio. Questo non lascia certo ben sperare riguardo ai tempi di realizzazione, per quanto apparentemente non si dovrebbero porre significativi ostacoli nello scontro politico né nell'opinione pubblica. Di certo c'è che da parte nostra, della nostra piccola-grande comunità ruotante attorno all'ospedale, sarebbe folle incrociare le braccia e

attendere che siano gli enti amministrativi a risolvere dall'alto i nostri problemi. Al contrario, proprio in vista di un nuovo cantiere a fianco alla struttura è imperativo che la direzione sanitaria si faccia parte attiva nella consultazione e progettazione non per difendere cocciutamente lo status quo ante ma per tutelare l'interesse di tutti in concerto con lo sviluppo urbanistico di Roma Nord. Nel frattempo sarebbe utile e propizio elaborare un piano concreto e immediato per arginare il disagio alla viabilità; ci sono margini di intervento immediato evidenti, ancor più del tentativo di deviare gli studenti dal traffico interno senza valide alternative. In primo luogo si dovrebbe puntare sugli interventi dissuasivi alla sosta vietata su Via di Grottarossa, primo elemento di ostacolo alla circolazione: a questo proposito in prospettiva dell'apertura del nuovo corridoio viario urge ancora di più l'opera di adeguamento del tratto che costeggia l'ospedale, realizzando un marciapiede o un argine adeguato che non riducano l'ampiezza della carreggiata. Contemporaneamente si potrebbe regolarizzare la viabilità a disposizione dell'utenza prevedendo delle aree di fermata adeguate sia all'interno che all'esterno del perimetro sbarrato, tali da non intralciare i flussi di entrata e uscita; bisognerebbe, inoltre, estendere i divieti di sosta interni e soprattutto far rispettare quelli esistenti. Per fare ciò è implicita la necessità di concentrare le aree di parcheggio interne sul retro dell'ospedale, fatta eccezione per quelle riservate all'utenza e ai dipendenti con disabilità. Un obiettivo chiave può essere senz'altro il recupero immediato al transito, almeno ad uso interno, della stradina realizzata tra il 2009 e il 2010, integrando adeguatamente nel perimetro ospedaliero i due parcheggi, sterrato e a pagamento, con la prospettiva di una futura unificazione a piena disponibilità dell'ospedale. Se si pianificasse in questo modo, o in un altro dei diversi possibili, un progetto di revisione dell'infrastruttura viaria esistente, si potrebbe immaginare di introdurre con un numero ridotto di opere di edificazione un sistema ad accesso sdoppiato (utenza/dipendenza) sia sul versante Grottarossa che su quello G.R.A. Le regole non sarebbero più dettate dalle miste-


riose sbarre automatiche, ma dal codice della strada. Il tutto è a portata di mano, senza bisogno di sottrarre spazio alle aree verdi, né di aumentare la superficie preposta a parcheggio nelle immediate vicinanze dell'ospedale: questa, infatti, può e deve essere introdotta lungo il percorso delle linee Atac 029 e

022 che conducono direttamente alla struttura. La formula del ticket per il parcheggio abbinato alla tariffa del trasporto pubblico potrebbe deviare parte del traffico immediatamente prossimo all'ospedale. Serve collaborazione fra tutte le istituzioni in ballo; serve concertazione e rigore per produrre civiltà e

servizi efficienti, un esempio doveroso da parte di una vetrina spesso al centro di iniziative anche internazionali. Di tutto questo gli studenti vogliono e devono far parte. Rocco Viola Foto di Giulia Maria Di Marzio

Pizzeria da Zio Pizze al forno a legna e Kebab Via Costantiniana 96 (Zona Labaro)

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Una chiacchierata a Piazza del Popolo Che bella giornata; chiudo gli occhi per godermi il sole. Poi qualcuno rovina questo momento chiamandomi. Muhammad - Pronto, Giulio non mi stressare, ti ho detto 10 min e arrivo. Ci vediamo vicino all'obelisco di piazza del popolo. Giulio - Sbrigati, vedo un sacco di turiste, "dovemo da butta' a rete speranno de pesca' quarche cosa... Questa piazza è stata sempre un grande mistero per me. È uno dei pochi posti in cui riesco ad isolarmi dal mondo nonostante la calca. Sento una mano sulla spalla, di sicuro è G. G. - Come sempre sei in ritardo; ma non fa niente, tanto ormai sono abituato. Andiamo a sederci lì sulla panchina. Osservavo la folla perso nei miei pensieri; avevo proprio voglia di rilassarmi. Ma G. era di umore ciarliero quella mattina. G. - Fammi gli auguri, mi hanno accettato per fare il servizio militare. M. - Ti dovrei fare le condoglianze piuttosto! Che ci vai a fare se non ci sono guerre in Italia!!! - In Italia magari no, però in altri luoghi ci sono! Il mio sogno è entrare a far parte di qualche esercito internazionale, tipo i caschi blu dell’ONU. Vorrei fare qualcosa per portare la pace in questo mondo! - E secondo te, lavorando per l’ONU porterai la pace nel mondo!? - Certo! L’ONU ha sempre combattuto per i diritti umani! - Ma stai parlando di un film per caso? Sembra carino, dove l'hai visto?? - Non mi prendere in giro… - In politica bisogna tapparsi le orecchie e basarsi sui fatti altrimenti verremo sempre ingannati. Bisogna capire come funziona l’ONU, quali sono le sue regole e cosa ha fatto durante tutti questi anni. Per non parlare del diritto di veto e quanta influenza ha avuto sulla politica internazionale. - Cosa è il veto??? Me lo spieghi per favore? Questa è la prima volta che lo sento nominare.

Foto di Andrea Johnny Angelucci

- Non mi va, cercalo su internet. - Dai stronzo, dimmelo! - Hahaha! Sinceramente non conosco il significato esatto, però vedrò di spiegarti quello che so. All’interno dell’ONU ci sono due organismi di rappresentanza: l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza. L’Assemblea Generale, formata da tutti gli stati membri, circa 190 attualmente, si occupa di deliberare la posizione dell’ONU ogni volta che viene richiesta una posizione internazionale su varie faccende, dall’economia all’ambiente, etc… Inoltre decide le azioni pratiche delle Nazioni Unite su questi ambiti. Le decisioni dell’Assemblea non sono mai vincolanti per i paesi membri!! Il Consiglio di Sicurezza invece vota autonomamente sulle scelte che riguardano la pace e la sicurezza, nonché sull’accettazione di nuovi membri fra le nazioni unite. In questo caso invece, una disposizione del Consiglio di Sicurezza deve essere obbligatoriamente eseguita dagli stati membri. Il Consiglio di Sicurezza è formato da 15 membri, di cui 10 sono a rotazione e 5 permanenti, Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Francia e Cina. Quello che so è che nel momento in cui viene usato il VETO, una disposizione emanata dal Consiglio di Sicurezza o dall’Assemblea Generale non passa anche se la maggioranza ha votato favorevolmente! -Beh, non ho capito bene questo veto, tutti lo possono usare???

Direttore: Giuseppe Abbracciavento Co-direttore: Giulia Muzi Vicedirettore: Giulia Maria Di Marzio Redazione: Dario Marino, Simona Gentile, Muhammad Abu Leil

-No, solo i 5 stati permanenti lo possono usare, e quando si usa si impedisce una deliberazione da parte della maggioranza. Tante volte mi sono domandato: si può conciliare il diritto veto con la giustizia internazionale?! L'ONU è una struttura efficiente ??? Lo sapevi che la seconda guerra d'Iraq è stata fatta senza che America ed Inghilterra avanzassero una richiesta all'ONU e senza l'approvazione del Segretario Generale e di molti organi internazionali? Tu sai che l'incidenza della leucemia infantile è aumentata più di due volte in certe regioni dell’Iraq dall’inizio della guerra, probabilmente a causa dei proiettili fabbricati con Uranio impoverito, che è illegale? Non so se hai letto un articolo di Chris Busby ''Fallujah in Iraq peggio di Hiroshima''... Ma Giulio non mi ascoltava più. Stava fissando una bella ragazza che inseguiva le colombe all’ombra del pincio. Guardandolo mi torna alla memoria la storiella di un saggio cinese il quale, a chi chiedeva il segreto dei sui insegnamenti, rispondeva: ''Quando i miei studenti sono assetati do comunque loro poca acqua. Se loro continueranno a chiedere dell’acqua gliene darò di più; se loro mi sembreranno già dissetati sarà inutile dar loro altra acqua poiché evidentemente quell’acqua andrebbe sprecata'' Muhammad Abu Leil

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Il Bugiardino numero 1