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Energie libere!. n°1 - Nov./Dic. 2010

Periodico del dipartimento Giovani Italia dei Valori

In questo numero: pag. 12

Il brutto dell’università spiegato a un giovane di Alessio Bottrighi - APRI pag. 22

L’arte indipendente diventa associazionismo di Eugenio Battaglini - Calde Correnti Chimiche


2 Energie libere! Sommario

SOMMARIO

4

L’Editoriale

Sobrietà, Equità, Rigore, Sviluppo di Rudi Russo

4

Pensare Giovane

Giovanardi, la legge 40 e la Bioetica della propaganda 6 di Rosario Coco

Il ruolo dell’individuo nella comunità internazionale

8

Lo Stato visto attraverso gli occhi dei filosofi

9

Energie libere! - n°1

di Roberto Asaro

di Daniela Zichittella

Il valore dello Stato di Giuseppe Marino

11

Il Punto

Il brutto dell’università spiegato a un giovane

12

Un federalismo dimezzato

13

Lo Stato Italiano tra Autonomia e Policy Capacity

15

di Alessio Bottrighi

di Ermanno Martignetti di Simone Macario

Il segretario comunale tra politica e amministrazione 16 di Andrea Guazzi


3 Energie libere! Sommario

La ripartizione delle competenze in materia di lavoro tra Stato e Regioni 18 di Alessio Fusco

Micro-Macro

Economia e politica “In media res stat virtus” di Paolo Cesiano

19

Ambiente & Energia

L’agricoltura delle relazioni di Agostino Cullati

20

Uno sguardo al passato

La libertà di Stampa in Italia di Andrea Abbattista

21

Arte & Cultura

L’arte indipendente diventa associazionismo

22

Culture, spettacoli e conflitti (d’interessi)

23

di Eugenio Battaglini - Calde Correnti Chimiche di Leandro Domenico Verde

Novembre / Dicembre 2010

Job Fair


4 Energie libere! L’Editoriale

Sobrietà, Equità, Rigore, Sviluppo* * Il titolo rende omaggio ai quattro capitoli di azione di “Toscana democratica”, la coalizione di centrosinistra al governo in Toscana, così come espressi dal suo leader Enrico Rossi nel corso di una assemblea dei consiglieri di maggioranza, alla quale ho il privilegio di appartenere. Rudi Russo

Lo Stato italiano oggi è una macchina pesante, e quello che l’opinione pubblica più facilmente riesce a scorgere della sua abnormità, e che dunque denuncia con forte disprezzo, spesso non è che la punta dell’iceberg. Metafora e paradigma puntuale di questa condizione è il bicameralismo perfetto del Parlamento italiano, la presenza cioè di due camere legislative dotate dei medesimi poteri: Camera e Senato. Monumento di irragionevolezza così per come è composto, rimane lì solo ad indicare l’assenza di sobrietà nell’organizzazione dello Stato, la quale grava impie-

tosa sulle spalle dei contribuenti; ma è nel sottobosco della politica che si consuma il vero sperpero che talvolta passa inosservato: tra agenzie, aziende ed enti partecipati, tra comunità montane, consorzi di bonifica e chi più ne ha più ne metta.

Metafora e paradigma puntuale di questa condizione è il bicameralismo perfetto del Parlamento italiano A due anni dal successo de “La Casta”, il libro che denunciava gli sprechi e i privilegi della classe politica a discapito dei cittadini, la situazione rimane sostanzialmente intatta, nonostante il grande trambusto mediatico suscitato. Tutto immutato quindi, a meno che si vogliano

considerare i tagli del Ministro Tremonti ai gettoni di presenza dei consiglieri di Circoscrizione come un gesto di illuminata sobrietà. Peccato, però, imposto solo ai piani più bassi della Repubblica. Oggi la crisi economica nella sua dirompente drammaticità, ci offre nuovamente la possibilità di riportare con vigore la questione della riorganizzazione dello Stato al centro del dibattito sociale, attraverso uno dei suoi profili più sensibili: la lotta agli sprechi. La crisi che tiene in ginocchio il Paese e che ci richiama tutti al senso di responsabilità per proporre severe politiche di austerity, ha difatti suscitato anche l’attenzione dell’elettore più pigro che non può più nicchiare sulla gravità del tema come ha fatto in passato, al tempo in cui in Italia pascolavano vacche grasse. Si tratta di una critica neppure troppo


5 Energie libere! L’Editoriale

velata, che possiamo sicuramente muovere ai nostri padri, alla miope incapacità di prevedere l’immancabile emergenza. D’altra parte, sfidare i propri padri è un gesto necessario nell’emancipazione di ogni adolescente e perciò tocca a noi, alla nostra generazione, rivedere l’organizzazione dello Stato con ingegno, preparazione scientifica ed equilibrio, non perdendo mai di vista i tre principi che devono guidare la pubblica amministrazione: efficienza, efficacia, economicità. Smarcandosi dal mantenimento del privilegio, dal campanilismo e dall’economia mentale del conservatorismo, il Paese delle carte bollate potrebbe così ritrovare snellezza al fine di semplificare la vita di cittadini ed imprese italiane, diminuendo processi burocratici e pressione fiscale.

Occorre farne una battaglia vera, perché l’efficienza della Pubblica amministrazione è un elemento che concorre altresì al raggiungimento di una maggiore competitività internazionale del nostro sistema-paese, al pari di altri fattori come il miglioramento delle infrastrutture o la rapidità dei processi civili.

cienza (perché l’inefficienza costa e da qualche parte bisognerà pur risparmiare), ma questo, - è bene dirlo - non è tollerabile in un Paese che si professa civile. Concludo ricordando - e perdoneranno i lettori la retorica - che al successo della Rivoluzione francese contribuirono tanto gli intellettuali, quanto la borghesia e le altre forze sociali. Dirigendo lo sgomento per la crisi economica e il desiderio di emancipazione delle classi sociali sottomesse, tali forze segnarono assieme lo storico superamento dell’Ancien régime e dei costosi privilegi dell’aristocrazia, affermando così i principi dell’illuminismo. È giunto il tempo anche per noi in cui è indispensabile che ognuno faccia la propria parte. ♦

Sappiamo quanto sarebbe proficuo per la nostra economia attirare maggiori investimenti esteri, ma in questa Italia è difficile “fare impresa” anche per le difficoltà nell’adempiere le procedure burocratiche, per il tempo e il denaro che richiede farlo. E mentre capitoli importanti dello sviluppo del nostro Paese come questo appena tratteggiato rimangono irrisolti nell’immobilismo del Governo, si ricerca nell’abbattimento del costo del (cc) Foto: http://www.flickr.com/pholavoro la valvola di sfogo di ogni ineffi- tos/lrosa/448418498/


6 Energie libere! Pensare Giovane

abortire sino al terzo mese di gravidanza.

Giovanardi, la legge 40 e la Bioetica della propaganda. Rosario Coco Le ultime dichiarazioni del sottosegretario alla Famiglia Giovanardi, in occasione della Conferenza sulla Famiglia dello scorso 8 novembre, hanno segnato una delle tappe volgari con cui purtroppo ormai troppo spesso i temi della Bioetica vengono ridotti a strumenti di propaganda. Si tratta di un ambito caratterizzato da una gravissima disinformazione strutturale, che viene sfruttata ormai sistematicamente per creare falsi miti e per cavalcare gli istinti dell’individuo, come la paura dell’ignoto e il pregiudizio verso il diverso. Inoltre, data la potenza mediatica e l’importanza delle occasioni in cui certe affermazioni vengono fatte, è necessario anche adoperarsi per confutarle e per informare i cittadini. Entrando nel merito, il sottosegretario alla famiglia ha affermato che “i progressi della scienza e le biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all’interno di una comunità d’amore con una identità certa”.

Il riferimento è chiaramente rivolto alla questione di legittimità costituzionale sollevata lo scorso ottobre dal tribunale di Firenze nei confronti della legge 40 del 2004, che regola la PMA in Italia; il ricorso si scaglia contro il divieto della fecondazione eterologa. Per illustrare la questione, vale la pena di ripercorrere le tappe che hanno segnato la travagliata storia di questa legge sfortunata. Sin dal 2005, a partire dal ricorso del Tribunale di Cagliari, sono state sollevate più volte diverse questione di incostituzionalità, dovute principalmente a due aspetti:

Si sono quindi create situazioni ai limiti dell’assurdo in cui una coppia ad alto rischio di concepire un figlio affetto da patologie genetiche, si è trovata nell’impossibilità di evitare l’impianto di un embrione malato di 6 cellule, ma nella possibilità di abortire successivamente dopo aver portato in grembo il feto anche per 3 mesi. I ricorsi che sono stati fatti hanno in particolare fatto riferimento all’articolo 3 della Costituzione, che proibisce ogni discriminazione. In questo caso, coppie portatrici sane di malattie geneticamente trasmissibili o in Stato avanzato di età, erano effettivamente discriminate. Nel 2008, le nuove direttive del Ministro Livia Turco hanno reso possibile la diagnosi pre-impianto, proprio per far fronte a questa esigenza e alle diverse sentenze dei Tribunali (tra cui Cagliari 22 sett. 2007, Firenze 19 dic. 2007) che negli anni avevano consentito in diversi casi questa pratica, creando un forte imbarazzo anche tra molti di coloro che erano stati tra i sostenitore della legge nel 2004. Per quanto riguarda il secondo punto, non si teneva per nulla conto di diversi fenomeni, tra cui le fondamentali differenze fisiologiche che sussistono in base all’età, per cui, in una donna in giovane età fino a circa 25 anni, era molto probabile che l’impianto obbligatorio di tre embrioni desse luogo ad un parto plurigemellare, con alte percentuali di malformazione di uno o più feti e grossi rischi a livello di salute. Viceversa, una donna in età avanzata aveva bisogno certamente di più di tre embrioni.

l’impossibilità di poter effettuare qualunque diagnosi pre-impianto dell’embrione, ovvero quell’analisi preventiva che consente di scoprire eventuali malattie genetiche gravi ed evitare di impiantare embrioni malati; L’obbligo di dover necessariamente impiantare tutti gli em- Tuttavia, stando al dettato della legge, ad brioni in un solo procedimento e ogni tentativo se ne potevano produrre soltanto tre, costringendo la paziente in necessariamente nel numero di tre. caso di insuccesso ad un nuovo ciclo di Riguardo al primo punto, si nega una li- stimolazione, per ottenere nuovi ovociti. bertà fondamentale alla coppia, quella Ogni ciclo di stimolazione ormonadi scegliere di non mettere al mondo un le, aumenta a lungo termine il rischio figlio con gravi patologie. Inoltre, ci si di insorgenza di determinate patopone in paradossale e clamoroso con- logie, anche di carattere tumorale. trasto con la legge 194/78 (legge sull’a- Con la sentenza 151/2009, la corte Coborto), che consente ad una donna di stituzionale, a seguito dei quesiti di legit-


7 Energie libere! Pensare Giovane

timità costituzionale sollevati dal Tar del Lazio (21 gen. 2008) e dal Tribunale di Firenze (26 agosto 2008), ha dichiarato incostituzionale la parte dell’articolo 14 (comma 2) che imponeva l’impianto di soli tre embrioni in un unico procedimento. Questo ha aperto naturalmente un nuovo ambito di discrezionalità per il medico, nonché alla possibilità di crioconservazione degli embrioni. Ritorniamo infine all’ultimo atto della vicenda, con il quale avevamo preso spunto. Lo scorso 6 ottobre 2010 il tribunale di Firenze ha sollevato una nuova questione di incostituzionalità circa l’articolo 4 della legge 40, che vieta la fecondazione eterologa. Esso viola gli articoli 3 e 11 della Costituzione, rispettivamente al diritto di non discriminazione e all’obbligo di recepire il diritto comunitario. La questione, è bene far notare, non nasce da un’astratta visione del mondo di certi magistrati mossi da obiettivi ideologici, ma, come tutte le altre, da casi concreti. Nello specifico, si tratta di una coppia sterile che, pertanto, ha necessariamente bisogno di un donatore esterno di gameti. Dopo aver intrapreso diversi tentativi in alcuni paesi europei, la coppia è tornata in Italia decisa a far valere le direttive europee in materia (sentenza della Corte di Strasburgo dell’aprile 2010). Il tribunale di Firenze, dopo il rifiuto di consentire la fecondazione eterologa, ai sensi della legge 40, su ricorso degli avvocati dei coniugi, ha presentato il ricorso alla Corte. La legge 40, era chiaramente frutto di una precisa impostazione della Bioetica a carattere cattolico-confessionale. Essa si fonda palesemente sulla versione più radicale e intransigente della “sacralità della vita”. Senza entrare eccessivamente nel merito, questa dottrina, come abbiamo visto, entra in conflitto palese con i diritti dei genitori e delle donne, i quali, pur non venendo intesi in modo assoluto, vanno in ogni caso tutelati. Inoltre, secondo i cattolici la legge avrebbe un carattere laico in quanto difende valori universalmente riconosciuti, come ad esempio il diritto

del nascituro ad avere un’identità certa. In particolare, ad esempio proprio nel caso dell’eterologa, si osserva che la moltiplicazione delle figure genitoriali verrebbe a ledere irrimediabilmente i diritti del nato, che si troverebbe in una situazione di grave svantaggio. Alcuni psicologi affermano che l’assenza di una stabile doppia figura genitoriale è fonte di serie difficoltà per il figlio e la gravità del danno arrecato al nuovo nato fornirebbe la ragione del divieto. Su questo punto veniamo proprio a quanto affermato da Giovanardi, il quale dice proprio che la scienza può privare il nascituro del diritto di nascere all’interno di una “comunità d’amore con una identità certa”. Sempre parafrasando Mori, è necessario ricordare che in Italia “ci sono oltre 50.000 nati grazie alla donazione dei gameti, e non sembra che essi manifestino “danni da condizioni di nascita’ tali da richiedere il divieto della pratica” [...] “Inoltre, nel nostro Paese nascono circa 500.000 bambini ogni anno ed alcuni di questi subiscono ‘danni da condizioni’ davvero gravi (violenze, abusi, ecc.) tanto che in circa 4.300 casi l’anno il tribunale dei minorenni li toglie ai genitori. Circa un bambino ogni 120 vive in famiglie che in famiglie che causano ‘disastri’ così gravi da giustificare l’intervento del tribunale dei minori. Ebbene, nessuno degli oltre 50.000 nati grazie alla donazione dei gameti ha subito questi interventi, perché anche in questo caso il fatto sarebbe subito diventato noto.” Ora, le affermazioni di Giovanardi hanno l’enorme pecca di confondere il piano dell’ideologia e della dottrina, ovvero la famiglia tradizionale fondata sul matrimoni tra uomo e donna, con il terreno della biologia e con il piano normativo. L’identità del nascituro è una questione di diritto e la condizione familiare più o meno positiva del soggetto è legata alla famiglia che lo accoglie, non al numero dei genitori biologici. La stessa legge 40 (articolo 9), come si è visto, nel momento in cui tutela il nascituro e pone il caso che si violi la normativa ricorrendo all’eterologa, impone il riconoscimento paterno da

parte del coniuge ed esclude da legami di parentela il donatore di gameti. Non è una sorpresa, quindi, che esistano già gli strumenti normativi per ovviare a certi presunti problemi. Purtroppo, dobbiamo constatare che simili dichiarazioni fanno ancora presa su una cittadinanza poco informata e per questo facile preda di una comunicazione che mira in modo subdolo a suscitare paura. Pensiamo, anche, a Berlusconi che disse che Eluana Englaro (in Stato vegetativo permanente) avrebbe potuto avere un figlio. Per questo motivo stiamo assistendo in Italia ad un pericoloso appiattimento del dibattito bioetico e più in generale culturale. È difficile in questo momento proporre una visione dell’argomento capace di riflettere, ad esempio, sullo statuto dell’embrione. Se infatti, è inaccettabile l’identificazione tra embrione e persona, non è neppure auspicabile l’equazione embrione = semplice ammasso cellulare. E’ necessario, piuttosto, entrare nella mentalità secondo la quale ormai siamo chiamati a gestire sempre e comunque certi processi sulle “cose” umane che prima erano inaccessibili. Le tecniche di fecondazione assistita si pongono in continuità con lo sviluppo della scienza medica, la stessa che ha istituzionalizzato il parto cesareo, che ha reso possibile salvare i neonati prematuri, che ha ridotto enormemente negli ultimi decenni la mortalità delle donne durante il concepimento. Abbiamo bisogno di un sistema normativo moderno, che riconosca una prospettiva “discontinuista” dell’embrione. Significa che esso dovrà essere qualcosa di più che un ammasso di cellule; essere considerato nella sua potenzialità di vita umana, ma godere di un proprio statuto giuridico nel quale si abbia il coraggio di affermare che, a certe condizioni e per determinati obiettivi, è possibile assumersi la responsabilità di intervenire anche su di esso, specialmente quando sono in gioco un insieme di diritti, per quanto non assoluti, che riguardano la coppia e la donna. ♦ (cc) Foto: http://www.flickr.com/photos/mahalie/144905384/


8 Energie libere! Pensare Giovane

Il ruolo dell’individuo nella Comunità Internazionale Roberto Asaro sdizione dello Stato di cui sono cittadini. L’ampia sfera di libertà di cui godevano In ogni ordinagli Stati in passato, ha subito rilevanti limento giuridico Mentre il diritto interno determina i requi- mitazioni; questi infatti sono vincolati da statale sono siti che enti, organizzazioni ed individui trattati internazionali e norme consuetuprevisti degli devono possedere per ottenere il ricono- dinarie nel rispettare i diritti umani, tuteorgani centrali scimento della personalità giuridica, l’ordi- lare il principio di autodeterminazione dei responsabinamento internazionale non stabilisce con popoli ed il divieto dell’ uso della forza li dell’attività che modalità debba essere costituito uno come strumento di politica estera. Il condi produzione Stato, bensì ne accerta l’esistenza. Tut- cetto di “diritti umani” viene coniato con normativa, deltavia se si esaminano le norme interna- il processo di Norimberga quando ci si la soluzione zionali consuetudinarie che stabiliscono i rese conto che nell’ordinamento internadelle controversie e dell’attuazione del diritti e gli obblighi giuridici fondamentali zionale non vi erano norme che condandiritto, ed i destinatari delle norme giu- degli Stati, appare lampante che gli Sta- navano le atrocità commesse dalla Gerridiche negli ordinamenti statali sono ti cui sono indirizzati tali norme debbano mania nazista. Da allora l’ONU e tutte le gli individui legati allo Stato da un rap- possedere tre elementi per poter avere Organizzazioni Internazionali comprese porto di cittadinanza effettiva e tutti i una soggettività giuridica internazional- quelle non governative, che col tempo soggetti dotati di personalità giuridica. mente rilevante: un governo che eserciti sono state istituite, si impegnarono affinin maniera effettiva il controllo su una de- ché tale concetto avesse un fondamento L’ordinamento internazionale si muove terminata comunità territoriale e dunque ed una copertura giuridica. Da allora vi in una direzione opposta rispetto agli or- un territorio ed un popolo sui quali eser- sono norme che impongono ad ogni Stadinamenti interni: innanzitutto non vi è citare un controllo effettivo e stabile. Dun- to il rispetto di alcuni diritti fondamentali, un’autorità centrale in grado di emanare que il diritto internazionale è largamente quale che sia la nazionalità dell’individuo, leggi e assicurarne il rispetto in maniera basato sul principio di effettività, secondo contenute nella Convenzione Europea dei coercitiva; per questo la comunità interna- il quale soltanto le pretese e le situazio- diritti umani, nel Patto delle Nazioni Unizionale viene definita “anorganica”. Inoltre ni solidamente costituite nella realtà ac- te sui diritti civili e politici e il Patto delle gli Stati vengono considerati i soggetti quistano rilevanza giuridica. Per cui uno Nazioni Unite sui diritti economici, soprimari nell’ordinamento internazionale Stato potrà pretendere uno status inter- ciali e culturali o nella Carta africana dei poiché la comunità internazionale è nata nazionale soltanto qualora sia riuscito ad diritti umani e dei popoli ed in qualsiasi in seguito all’affermazione del moderno esercitare un dominio effettivo su un dato altro trattato stipulato dagli Stati o la forStato nazionale tra il XV e il XVII secolo territorio e su una comunità ivi stanziata. mazione di una norma consuetudinaria. grazie alla formazione di Stati indipendenti dalla Chiesa e dall’Impero, tra i Tuttavia dalla Seconda guerra mondiale, il Oggi al tradizionale principio di effettività si quali vige il principio di uguaglianza giu- diritto internazionale ha subito importanti ➤ ridica, mentre gli individui svolgono un trasformazioni, per cui il principio di effetruolo secondario, poiché ritenuti interna- tività non è più sufficiente agli Stati per (rf) Foto: http://www.sxc.hu/phozionalmente deboli e sottoposti alla giuri- poter ottenere una soggettività giuridica. to/994329


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affianca il nuovo ed indispensabile principio che disconosce la legittimità di fatti e situazioni che sono incompatibili con certi valori fondamentali posti a tutela dell’individuo. Su questa tematica relativa al trattamento degli individui in quanto tali -e non come mere “pertinenze” degli Stati di appartenenza- prende forma la contraddizione tra il diritto internazionale “tradizionale” inteso come Comunità di Stati e dei rapporti tra questi ed il “nuovo” diritto internazionale fatto di diritti ed obblighi che investono direttamente gli individui estrapolati dal proprio contesto nazionale. Gli individui nel nuovo diritto internazionale vengono considerati soggetti e dunque destinatari di norme internazionali che superano le frontiere nazionali.

alla società civile di certo e non grazie a taluni governi se oggi conosciamo Liu Xiobao, ultimo premio Nobel per la Pace, prigioniero e dissidente del regime cinese, o Sakineh, condannata a morte in Iran. È grazie all’occhio vigile ed attento della società civile se Israele riceve continue condanne e dissensi per la propria condotta verso i palestinesi o se negli Stati Uniti si contano sulle dita di una mano gli Stati che ammettono ancoUn ruolo fondamentale in tale ambito ri- ra la condanna a morte per taluni reati. copre e continuerà a ricoprire la società civile che attraverso le Ong, i report e le La società civile oggi più che mai rapdenunce sarà in grado di porre agli occhi presenta la chiave di volta per un nuovo di tutti le contraddizioni ed il trattamento modo di intendere il mondo ed i rapporche ancora nel XXI secolo l’uomo subi- ti tra chi vi abita, arbitro vigile ed attento sce in alcune parti del mondo. È grazie della condotta e delle azioni degli Stati. ♦

Una contraddizione questa che noi tutti ci auguriamo divenga il superamento di quel diritto internazionale a misura e discrezione degli Stati sovrani in cui l’individuo assume un ruolo secondario se non irrilevante. Tale contraddizione è oggi più che mai alla portata di tutti, e vede purtroppo ancora moltissimi Stati e regimi calpestare la dignità dei propri cittadini e dei loro diritti fondamentali.

Lo Stato visto attraverso gli occhi dei filosofi

Daniela Zichittella

L’uomo, diceva Aristotele, è per natura uno “zòon politikòn”, un animale politico; ma con il termine politico non intendeva certamente un uomo che antepone i propri interessi a quelli dei cittadini. Guardando all’attuale quadro politico italiano mi rendo conto che al suo interno si susseguono sempre più frequentemente

un gran numero di “ politici imbrillantinati che minimizzano i loro reati”, come cantava Rino Gaetano, rispetto ai quali mi pongo spesso la domanda se abbiano le competenze necessarie per mandare avanti quella complessa macchina che è lo Stato. Aristotele piuttosto intendeva con tale espressione il fatto che per l’uomo, non essendo autosufficiente, è naturale vivere all’interno dell’organizzazione sociale e politica chiamata polis, entro la quale ognuno può realizzare la propria natura. La polis teorizzata da Aristotele è una comunità nella quale il potere viene esercitato su cittadini liberi ed eguali. La

vera libertà politica consiste nel governare ed essere governati a turno attraverso una distribuzione di cariche a durata limitata. Infine elemento costitutivo della polis è la giustizia, rispetto alla quale nel primo libro della Politica Aristotele si esprime con le seguenti parole: “la giustizia è elemento dello Stato ; infatti il diritto è il principio ordinatore della comunità statale e la giustizia è determinazione di ciò che è giusto”. Riguardo al tema della giustizia è interes-

➤ (rf) Foto: http://www.sxc.hu/photo/957995


10 Energie libere! Pensare Giovane

sante la posizione di Giovanni di Salisbury, uno dei grandi esponenti della filosofia politica medievale. Per Giovanni, infatti, l’autorità di colui che governa è limitata dal rispetto della legge, che interpreta il principio dell’equità e della giustizia. Laddove chi detiene il potere non rispettasse le leggi, costui si trasformerebbe inevitabilmente in un tiranno, rispetto al quale il popolo ha il diritto di opporsi. “Senza diritto – diceva Grozio, filosofo vissuto alla fine del XVI secolo – nessuna società può sussistere poiché l’inclinazione umana al diritto è naturale e soprattutto intrinsecamente razionale”. Il carattere naturale del diritto precede lo Stato, il cui compito è assicurare l’utilità comune cui devono sottostare gli interessi privati. Tratto essenziale per il buon funzionamento dello Stato è senz’altro la libertà, come diceva il grande filosofo Spinoza, il quale ritiene che più uno Stato limita la libertà dei cittadini più dovrà ricorrere ad azioni punitive per fare rispettare i propri deliberati. La libertà concerne in primo luogo la libertà di pensiero

“La libertà sembra essere ciò che caratterizza la piena realizzazione dello Stato”

e la sua diffusione, infatti uno Stato che proibisce la circolazione delle idee proibisce un comportamento naturale all’uomo. La felicità dei cittadini si potrà realizzare attraverso la libertà di pensiero e di critica nei confronti delle istituzioni politiche. Tenete a mente che tali concetti risalgono alla seconda metà del 1600, anche se oggi più che mai hanno un tocco di attualità. Il tema della libertà all’interno dello Stato è Stato trattato anche da Hegel, secondo il quale lo “Stato è compiuta realizzazione della libertà”. La volontà del singolo vuole il bene comune e per tale motivo essa trova realizzazione nello Stato, in cui la libertà si incarna in istituzioni oggettive. La legittimazione razionale dello Stato dipende dalla conformità dell’agire delle istituzioni politiche alla volontà libera dei cittadini. Infine la filosofa contemporanea Hannah Arendt offre un’ampia analisi dello Stato totalitario, giungendo alla conclusione che esso operi distruggendo la realtà e costruendone un’altra fittizia, non reale. Lo scopo della filosofa è quello di recuperare una concezione della politica intesa come azione collettiva ispirandosi all’antica polis greca, notando come in essa la sfera pubblica fosse nettamente distinta da quella privata, definendola addirittura “lo spazio della libertà”. Il dialogo

è fonte di libertà, fulcro della democrazia. La libertà, dunque, sembra essere ciò che caratterizza la piena realizzazione dello Stato nei pensatori citati, appartenenti a periodi storici differenti. Libertà che non deve essere intesa come spinta egoistica ad anteporre i propri interessi, ma come libertà comune, quella in cui ogni individuo è libero insieme ad ogni altro individuo, libero di poter dialogare, di contestare le altrui idee e soprattutto libero di poter formare il proprio pensiero con tutti i mezzi possibili, primi fra tutti l’istruzione. Concludo con la risposta data dalla Arendt alla domanda su quale sia il principio di un regime totalitario; tale principio risiede, secondo la filosofa, nell’isolamento dei singoli nella sfera politica con la terribile conseguenza di una estraniazione nei rapporti sociali: “estraneazione, che è il terreno comune del terrore, l’essenza del regime totalitario e , per l’ideologia, la preparazione degli esecutori e delle vittime, è strettamente connessa allo sradicamento… essere sradicati significa non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al mondo” . Dunque ciò che sta alla base del totalitarismo è in primo luogo l’isolamento di vari ambiti sociali al fine di escluderli dall’attività politica. Mi chiedo se ci rendiamo conto che sempre più frequentemente questo fenomeno si sta realizzando in maniera più o meno velata all’interno del nostro paese o se già le nostre menti siano state addormentate attraverso la creazione di quella che la Arendt chiama una realtà fittizia!!! ♦ (cc) Foto: http:// www.flickr.com/ photos/luiginter/2907015513/


11 Energie libere! Pensare Giovane

Al giorno d’oggi si tende ad attribuire sempre meno valore allo Stato nonostante questo risulti indispensabile al regolamento dei rapporti tra i membri di una comunità statale. Mi chiedo cosa possa portare un individuo al rifiuto, allo sdegno di fronte al concetto di Stato. Rimaniamo sul piano teorico. Partiamo dal presupposto che lo Stato in quanto tale, in principio, sia un’idea. L’ idea in quanto tale non può essere soggetta a colpe. Semmai sono le modalità con cui viene applicata e resa pratica che possono portare eventuali conseguenze. L’idea è di per sé neutra. Non può essere soggetta a critiche. Si provi a sospendere l’attività di giudizio, solo per alcuni istanti. Solo in questo momento, benché si parli chiaramente in linea teorica, può avere luogo la vera osservazione, quella disinteressata, non viziata da nessuna finalità. Può dunque l’idea in quanto tale essere la causa senza causa alcuna? Perché allora porci in maniera pregiudizievole nei confronti dello Stato, quando altro non è che uno strumento? Serve un forte strumento che garantisca Giuseppe Marino Perché giudicare a priori, senza guar- e ponga delle condizioni e delle finalità dare cosa realmente ci sia a posteriori? per il bene di tutti. Ci si appella allora ad un’innovativa idea di ordine che dovrebbe Vorrei fare delle riflessioni sul concetto portare alla strutturazione ed alla gestione di Stato e sulle categorie di pensiero che dei rapporti umani. Lo Stato si dimostra esso coinvolge. Innanzitutto la necessità allora necessario, garante neutro dell’inè un suo elemento scatenante. Stato è in columità di sé stesso e della realizzazione primo luogo l’imprescindibile necessità di di ogni singolo individuo. Oltre ad essere quell’uomo, ormai artefice di complessi un’imprescindibile necessità, un garante sistemi di interazione fra simili, sempre di neutralità e ordine, si rivela proiettato più libero dall’istinto di sopravvivenza, verso la realizzazione dei singoli che, ausempre meno schiavo della sua condi- torealizzandosi compiono il bene per sé zione animale e più capace e dedito alla ma al contempo il bene di tutti. Per autorazionalità. Quest’uomo, ormai piuttosto realizzazione si intende quel processo atconsapevole, riflette con animo su quali traverso cui chiunque, nel raggiungimento modelli di interazione, scambio ed ordine di un proprio scopo, permette alla società possano portare stabilità e armonia fra i di evolversi, migliorarsi ed umanizzarsi propri simili. Gli è chiaro che serva un si- sempre più. Lo Stato ovviamente, visto stema, una solida rete di regole e rapporti da questa prospettiva si rivela portatore che gli permettano di vivere con tranquilli- di un valore intrinseco e quale forza protà, con passione, attraverso cui sviluppare pulsiva dell’evoluzione dell’uomo. Senza il più possibile il valore della sua umanità. la sua struttura, non può manifestarsi la Ecco quindi che emerge la necessità, al forza evolutiva che necessita di un qualmomento prima e ultima, di dare ordine ad cosa che le permetta di esprimersi. ♦ un sistema sociale primordiale, caotico. (cc) Foto: http://www.flickr.com/photos/roberto_ferrari/97131739/

Il valore dello Stato


12 Energie libere! Il Punto

Il brutto dell’università spiegato a un giovane Alessio Bottrighi Presidente Associazione Precari della Ricerca Italiani Se un giovane e brillante laureato ci chie- Poi dovremmo dirgli come gli stipendi desse di parlarci in sincerità dell’universi- da ricercatore siano tendenzialmente tà perché intenzionato ad intraprendere più bassi rispetto all’estero soprattutto un corso di dottorato, punto più alto della ad inizio carriera e della difficoltà ad acformazione universitaria, per poi cercare cedere liberamente alla gestione di fondi di immettersi nel mondo della ricerca, non dedicati alla ricerca, fondi che sempre potremmo non descrivergli tutte le difficol- più scarsi perché lo Stato, negli ultimi tà che dovrebbe affrontare negli anni futu- anni, tende a finanziare la ricerca poco ri. In primis, non dovremmo nascondergli e in ritardo, e l’industria italiana ha semche il titolo di studio e la professionalità pre guardato il mondo universitario bene che acquisirà durante i tre anni di dottora- se c’era la possibilità di acquisire qualto, in Italia verranno valutati poco o nulla: cosa e male se si trattava di finanziarlo. sia nel privato, che solo da noi non vuole Non dovremmo neppure nascondergli considerarne il valore marchiando il dot- che il mondo universitario italiano non è torato quasi come una perdita di tempo, mai Stato necessariamente meritocratico. sia nel pubblico dove la carriera accade- Infatti, non si dovrà arrabbiare, qualora mica gli sarà totalmente inutile qualora ai concorsi venisse superato da candiintendesse dedicarsi all’insegnamento dati meno meritevoli. Inoltre nel caso in presso scuole secondarie o se aspirasse cui riuscisse a vincere un concorso da a posti nella pubblica amministrazione. ricercatore, constaterebbe che non sono previste valutazioni serie sull’operato deNon dovremmo neppure nascondergli che gli accademici, al fine di punire i fannulse volesse continuare a fare ricerca nel loni ma soprattutto di incentivare gli altri mondo universitario si troverà di fronte a a migliorare la propria attività di ricerca e una situazione molto più difficile che nella di didattica. Le poche valutazioni esistenti maggior parte dei paesi industrializzati. non influenzano minimamente lo stipenNon dovremmo nascondergli che nel dio e neppure i fondi a disposizione per mondo universitario appena conseguito il la ricerca. Verrebbe come conseguenza dottorato lo aspettano anni di precariato di parlargli del grave problema dei baromal pagato costituiti da un’intricata selva ni universitari. Sì, perché durante la sua di forme contrattuali che si susseguiran- carriera accademica potrebbe imbattersi no senza alcuna continuità temporale. in questi personaggi che negli anni hanno

acquisito all’interno delle università potere (non sempre per meriti scientifici) che utilizzano liberamente non per una gestione ottimale e proficua delle risorse e del capitale umano, bensì per un proprio tornaconto personale. Quindi si potrebbe trovare in situazioni di eterno ricatto per tutta la sua carriera accademica. Ultimi in ordine cronologico giungono i tagli del ministro Tremonti e il d.d.l. Gelmini. I tagli economici vengono applicati orizzontalmente, senza una seria valutazione del lavoro dei dipendenti delle università, mentre il d.d.l. introduce nuove criticità, ad esempio rispetto alla posizione degli aspiranti ricercatori, senza andare alla radice dei vari problemi che affliggono le università. È vero che il mondo del lavoro del privato non è facile, ma dopo questa breve descrizione dei mali dell’ambiente universitario, bisognerebbe chiedersi per quale motivo i nostri giovani più brillanti e preparati dovrebbero seriamente pensare di intraprendere la carriera accademica. ♦

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13 Energie libere! Il Punto

Un federalismo dimezzato Prendere atto del fallimento del leghismo per rifondare una seria riflessione sulle ragioni del processo di federalizzazione Ermanno Martignetti

gli occhi di tutti, laddove per “esiti incerti” non si intendono tanto e in via esclusiva la (fisiologica) scarsa chiarezza nella ripartizione delle materie di competenza dello Stato e delle Regioni, la questione della (irrealizzata) autonomia finanziaria e, in generale, una mancata profonda revisione della forma-Stato alla luce delle riforme federalregionaliste, quanto, piuttosto, una mancanza di prontezza della classe politica centrale e locale nella gestione della trasformazione e al tempo stesso di consapevolezza e preparazione rispetto alle potenzialità che il processo Da allora, nonostante siano trascorsi di- messo in atto avrebbe potuto innescare. versi anni, il federalismo non sembra aver compiuto grandi progressi e le forze poli- Il punto di partenza che anima i tentatitiche, sia di centro-destra sia di centro-si- vi di rimodulazione degli Stati moderni nistra, non hanno saputo portare una vera centralizzati in entità federalizzate o reriflessione autonoma sul punto, limintan- gionalizzate è, solitamente, la crisi nella dosi quasi a rincorrere il leghismo che ha quale la forma-Stato, come conosciusegnato il passo di una marcia forzata ta fino ad ora, si dibatte: un contenitore (ma zoppa): infatti, gli esiti incerti della ri- troppo ridotto per poter assecondare forma del Titolo V della seconda parte del- (senza venirne schiacciati) e governare la Costituzione repubblicana sono sotto (senza eccessivi irrigidimenti) i movimenti Il federalismo costituisce da quasi trent’anni un tema caldo dell’agenda politica italiana, portato all’attenzione della pubblica opinione nella maniera più aggressiva e grossolana da tutti quei movimenti autonomistici, poi in gran parte confluiti nel partito della Lega Nord.

economici e finanziari che hanno viaggiato – specie dopo la caduta del Muro e l’avvento delle tecnologie informatiche – alla velocità della globalizzazione. Quest’analisi è condivisibile nella misura in cui non si propugni come unico sbocco quello della decentralizzazione delle funzioni amministrative e legislative verso livelli territorialmente sempre più ristretti. Se si affermasse questo, si cadrebbe inevitabilmente in una contraddizione che smentirebbe le premesse e i buoni principi. Ed è su questo punto che il leghismo manifesta la zoppìa della sua marcia, discostandosi in maniera netta dalle principali scuole di pensiero federalista degli ultimi duecento anni: l’applicazione ai problemi di governance del principio della sussidiarietà in una sola direzione non rappresenta una lente attraverso la

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14 Energie libere! Il Punto

quale poter leggere la complessità territoriale, ma un’accetta con la quale tentare di fare a pezzi lo Stato accentratore per costruire altrettante micronazioni (e perciò meno adatte a porsi quale soluzione delle criticità), caratterizzate da una (presunta e non dimostrata) omogeneità sociale e culturale, giacché la piena applicazione della sussidiarietà istituzionale (o verticale) vuole che le varie problematiche si allochino ai vari livelli di governo che sono davvero in grado di poter fornire una soluzione duratura nel tempo. Alle rivendicazioni federaliste italiane (ma, in verità, la stessa situazione si ripropone un po’ ovun-

que in Europa – basti pensare al Belgio) è, perciò, mancata e continua a mancare la prospettiva ultrastatuale del principio di sussidiarietà, ovvero quella particolare visuale dell’evoluzione della governance e della forma-Stato che assorbirebbe i conflitti istituzionali, sociali ed economici che sono giunti a maturazione negli ultimi decenni, senza involuzioni verso un’asfissiante glocalizzazione dei processi decisionali, e che dovrebbe, di conseguenza, ridefinire i termini della nostra partecipazione al progetto di costruzione dell’Europa Unita in termini di pressione per una unificazione politica a tutto tondo del Continente. È questa la lezione più importante che il pensiero federalista post-unitario (tra i tanti, Cattaneo) e quello contemporaneo (Spinelli e il movimento federalista da lui ispirato) ci insegnano: una articolazione regionale della Repubblica non deve – e non può, se ci si vuole mantenere nell’alveo della legalità costituzionale – essere il grimaldello attraverso in quale mettere in discussione l’unità dell’Italia come fatto storico, ma una presa d’atto a livello di organizzazione dello Stato della necessità di dotarsi di

una struttura flessibile e policentrica, tanto al suo interno quanto verso l’esterno e capace di fare delle barriere interstatuali altrettanti punti di connessione con gli altri membri dell’Unione Europea (in altre parole, di superare il concetto di sovranità nazionale), per affrontare in una logica di macrosistema il ciclo di assestamento che interessa l’intero pianeta dal 1989 e che non può dirsi ancora compiuto.

...necessità di dotarsi di una struttura flessibile e policentrica... Posto quale debba essere il punto di partenza per una riflessione chiara sul federalismo, è necessario poi comprendere, almeno per grandi linee, quale possa essere la principale ragione fondante della scelta specifica verso la strutturazione in senso federale o regionale di uno Stato membro e, corrispondentemente, dell’Unione Europea: volendo assumere una visione schiettamente liberaldemocratica, a modesto parere di chi scrive, questa non può che essere rinvenuta nel principio classico della separazione dei poteri. Dunque, il federalismo come variante delle teorie costituzionaliste dei checks and balances tra i diversi soggetti costituenti un ordinamento giuridico. Quest’ultima affermazione evidenzia, dunque, l’inconsistenza teorica (accanto a quella storica) di rivendicazioni leghiste di autonomia rispetto al potere centrale fondate sul diritto di autodeterminazione di entità territoriali e socio-culturali fasulle, valide solo per coniare slogan politici che parlano alla pancia dei cittadini, ma che non possono realmente fondare un processo di riforma dello Stato in senso genuinamente pluralista in un contesto, comunque, unitario. Salvo che il leghismo non voglia chiamare sé stesso con il suo vero nome (contenuto, peraltro, nel primo articolo dello Statuto del partito della Lega Nord): secessionismo. ♦ (cc) Foto: http://www.flickr.com/photos/porfirio/3352360386


15 Energie libere! Il Punto

Lo Stato Italiano tra Autonomia e Policy Capacity Simone Macario

Ogni giorno vengono varati interventi di riforma basati sull’idea che una sempre più accresciuta autonomia possa rappresentare un‘opportunità di miglioramento per il sistema pubblico statale. Notiamo infatti come la tendenza ad operare tramite agenzie (semiautonome) o amministrative indipendenti (autonome) sia un fenomeno che non riguarda solo l’Italia (Agenzia delle Entrare, AIFA) ma riguarda molti enti internazionali.

mare le lacune e e le speculazioni che caratterizzano il sistema statale dirigendoci, paradossalmente, verso un sistema in cui viene data maggior autonomia ai manager.

neato la forte necessità di sottoporre l‘amministrazione del Paese (in particolare la parte finanziaria) sotto un controllo crescente e più esigente.

Il livello di criticità raggiunto in quegli anni e il contesto di mutamento economico e politico italiano sfociano così nel cosidetto “processo di privatizzazione“ che nel 1992 ha portato alla trasformazione di molti enti pubblici economici in S.p.a. (Società per Azioni), poi passate, chi più chi meno, in Dando infatti un veloce sguardo alle prin- mano a privati (ENEL, ENI, IRA, e INA). cipali riforme che sono state attuate a partire dal Rapporto Giannini del 1979, Il ridimensionamento delle strutture e - in cui l‘allora ministro per la funzione delle competenze che in precedenpubblica evidenziava i principali proble- za erano assegnate agli enti pubblimi dell’Amminstrazione dello Stato-, bal- ci italiani diviene dunque causa del za sicuramente all’occhio l’introduzione progressivo cambiamento della logiQueste azioni, per l’appunto ritenute di nel Ministero delle Finanze del model- ca amministrativa, ora per l’appunto stampo moderno, hanno come primo pro- lo organizzativo di tipo dipartimentale. sempre più vicina a quella di mercato. posito quello di decentralizzare il controllo e l’influenza sulle risorse - sia in termini Sarà proprio questo modello che por- Si inizia a parlare in questo modo di cadi “giurisdizione“, sia in termini di acces- terà a una maggiore divisione delle pacità manageriali come presenza di una so a risorse finanziarie, econominche funzioni di indirizzo, nonchè di pro- base legale che permetta ad un soggetto e organizzative - tale da poter prendere grammazione e di coordinamento delle di ottenere la dirigenza di una determidecisioni produttive di “effetti“ verso la atttività degli organi periferici, e alla suc➤ collettività, in tempi più brevi e di qualità. cessiva creazione delle Agenzie Fiscali. Notiamo allora come, da venticinque anni a questa parte, il principio di separazione tra politica ed amministrazione sta portando a un sempre più crescente allontanamento tra l’organo politicolegislativo e la struttura amministrativa.

(cc) Foto: http://www.flickr.com/phoSi cerca dunque di ottimizzare la struttura La crisi del sistema politico della pri- tos/czechian/3885583194 pubblico amministrativa cercando di col- ma metà degli anni ‘90 ha poi sottoli-


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nata sfera d’azione (dunque il controllo di essa) assicurando un‘amministrazione pubblica che produca gli output e gli outcome attesi in modo efficace e, soprattutto, sostenibili nel lungo periodo. Ecco allora come le riforme intente a dare maggiore autonomia alle agenzie, enti e autorità indipendenti sollevino al contempo delle grandi sfide per il settore pubblico del nostro paese. La Policy Capacity del governo italiano è indubbiamente una tra le principali questioni con cui ogni giorno dobbiamo confrontarci: la capacità di muovere e gestire risorse necessarie per prendere decisioni pubbliche in modo efficace e al fine di stabilire la direzione strategica nell’allocazione

di risorse scarse verso finalità pubbliche. zioni ministeriali, in primis, e la capacità di controllo dei ministeri verPiù semplicemente si tratta di ottimizza- so enti e agenzie non ministeriali. re il processo che 1) parte dalla progettazione di politiche di carattere pubblico L’importanza della coordinazione di un che poi 2) passano tramite l’approvazio- sistema pubblico sta dunque alla base ne dagli organi legislativi di riferimento della capacità dello Stato di mobilitare il per poi 3) venir implementate in modo consenso economico e sociale adeguaadeguato; tutto ciò senza perdere al- to al raggiungimento di ampi obiettivi. cun pezzo per strada e assicurandoci, grazie all’utilizzo di sistemi di control- La sfida credo sia dunqe trovare un lo funzionanti, una percorso di qualità. equilibrio che permetta allo Stato di essere all’interno dei grandi procesLe tendenze di riforma del settore pub- si economici per “guidarli“ (autonomia blico (volte a migliorare l’amministra- e politica di specializzazione), senza zione, specializzando le varie attività però farsi catturare di cosidetti “attori“ statali) rischiano però di colpire due im- dell’economia che, oggigiorno, ricoproportanti componenti della policy capacity: no anche cariche di già alto livello. ♦ il coordinamento tra ammnistra-

Il segretario comunale. Tra politica e amministrazione

Andrea Guazzi Il segretario comunale (e provinciale) è, se non il protagonista, il grado comprimario dell’attività dell’ente locale sconosciuto al grande pubblico. Chi

apprezzare una definizione giuridicamen- appassionato nella materia si sentirà conte accurata della figura, probabilmente già fermato nell’avvedutezza della precedenconosce l’art.97 del TUEL (Testo Unico Enti te condizione di ignoranza in argomento. Locali, decreto legislativo n.267/2000). Tuttavia il segretario è Stato e rimane Per tutti gli altri, il segretario comunale è so una figura complessa, oggetto di forte stanzialmente la figura “cerniera” tra l’am- dibattito in politica e in diritto, e destinaministrazione politica elettiva e gli uffici (la ➤ burocrazia, composta da pubblici dipen- (cc) (edit) Foto:http://www. denti assunti per concorso ex art. 97 Cost.). flickr.com/photos/dave(cc) Foto: http://www.flickr.com/phopotrebbe Fino a qui, il lettore non esperto e non bowman/2264141811 tos/ainet/2581787602/


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tario negli scorsi anni di una peculiare riforma legislativa, che ha recentemente avuto un’ inattesa quanto opinabile svolta. Spiego.

dell’Agenzia (pagato) per due anni e, se in tale tempo non sarà Stato chiamato da nessun sindaco, finirà in mobilità (niente stipendio, possibile perdita del lavoro).

Nell’ordinamento italiano sino agli anni ‘90, il segretario comunale era dipendente del Ministero dell’Interno e (formalmente) nominato dal Prefetto (nel senso che il Prefetto tendenzialmente assecondava le preferenze dei sindaci), inserito a tutti gli effetti negli organici del Comune.

Guardiamo bene: si passa da un funzionario statale indipendente, che apponeva obbligatoriamente il proprio parere di regolarità formale sulle deliberazioni dell’ente, ad un semi-libero-professionista che, per lavorare, deve incontrare il gradimento dell’amministrazione politica. Se si considera che nel frattempo, grazie alla riforma Costituzionale attuata nel 2001 dal centrosinistra (l’unica vera riforma federalista sinora, con luci ed ombre) gli atti comunali non sono più stati soggetti al vaglio dei Comitati Regionali di Controllo (cd. Co.Re.Co.), ecco la sorpresa: l’unico controllo cui è soggetto il governo locale è quello della Corte dei Conti (capace e competente, ma dai mezzi tragicamente e non casualmente insufficienti) e quello giurisdizionale (in Tribunale), se promosso dai cittadini (ed ecco l’importanza di una vera, agguerrita e competente opposizione politica sul territorio). In parole più povere: se non incappa nel controllo necessariamente a campione della Corte dei Conti, e se non ha tra i piedi un’opposizione politica troppo battagliera (magari opportunamente ammorbidita con qualche convenienza), l’amministrazione locale fa sostanzialmente il cavolo che vuole.

Se si pensa al fatto che gli amministratori possono non avere (e spesso non hanno) alcuna delle competenze tecniche (giuridiche) necessarie a far funzionare un ente locale, e che nei (moltissimi) piccoli comuni spesso non vi erano e a volte tutt’ora non vi sono dipendenti laureati (in particolare con nozioni giuridiche), appare chiaro come il segretario comunale sia sempre Stato il garante interno del rispetto della legalità nell’ente locale; nel sistema sopra descritto, in particolare, garante del rispetto della legge statale nelle “lontane province e nei comuni”. Poi sono arrivati gli anni ‘90 “Mani pulite”, la crisi economica e le manovre “lacrime e sangue” di Amato, Dini, Prodi, le riforme federaliste promosse dal centrosinistra dietro il nome del prof. Franco Bassanini (persona di indiscutibile competenza,). Si è così scelto di trasformare il segretario comunale, da dirigente imparziale su mandato del Ministero dell’Interno, in figura paramanageriale ibrida tra il dipendente e il libero professionista. Si è dunque creata un’Agenzia Autonoma apposita articolata in albi regionali e posto i segretari alle dipendenze di essa; quindi si è affidato ai sindaci il potere di nominare, ad ogni inizio di mandato, il segretario comunale insindacabilmente (cd. spoil system), e di sostituirlo in corso di mandato con provvedimento motivato. Il segretario deve quindi essere chiamato dal “mercato” delle amministrazioni locali: in caso diverso, rimarrà in disponibilità

Leggendo la Gazzetta Ufficiale e Sole 24ore, ai primi di Agosto scorso ho scoperto che da un giorno all’altro, in sede di conversione del decreto Tremonti n.78/2010 in legge (122/2010), con un tratto di penna è stata cancellata l’Agenzia Autonoma per la Gestione dell’Albo dei Segretari Comunali e Provinciali, e (ri)affidate tutte le relative competenze al Ministero dell’Interno. Un riforma che ha impiegato anni per essere concepita, attuata e metabolizzata – con tutti i suoi limiti e difetti genetici – non cancellata ma stravolta dalla sera alla mattina. La situazione determinata è quanto mai singolare in punto di diritto e di concetto: premesso che in pratica nessuno sa nulla sulla futura gestione dell’ex-Agenzia, c’è motivo di supporre che i segretari conserveranno le caratteristiche di semi-liberiprofessionisti disponibili alla scelta degli amministratori locali negli albi regionali; in compenso hanno perso l’indipendenza almeno teorica derivante dall’autonomia dell’abrogata Agenzia, e tornano a dipendere dal Ministero dell’Interno di uno Stato che rischia di operare al limite della violazione dell’autonomia ordinamentale che il testo originario dell’art.114 della Costituzione non garantiva a Comuni e Province. ♦ (cc) Foto: http://www.flickr.com/photos/paolomargari/704499312/


18 Energie libere! Job Fair

La ripartizione delle competenze in materia di lavoro tra Stato e Regioni

Alessandro Fusco

Come tutti voi sapete, l’articolo 1 della nostra Carta Costituzionale pone a fondamento della Repubblica il lavoro, ma chi ha la competenza a legiferare in questa delicatissima materia? Lo Stato, le Regioni, o entrambi? Non è facile riassumere e trattare in poche righe, una così complessa problematica, per questi motivi, scusandomi fin da ora, mi limiterò ad un esame degli aspetti generali, ma che ritengo fondamentali della disciplina. Dobbiamo partire come sempre dalla nostra amata Costituzione, la quale nella nuova formulazione dell’art.117, al 2° comma, stabilisce che lo Stato ha competenza esclusiva, nella materia dell’ordinamento civile. Si parla quindi di ordinamento civile e non direttamente di “lavoro”; occorre pertanto comprendere innanzitutto in che misura il diritto del lavoro è ricompreso nell’ordinamento civile ed è quindi di competenza statale, con conseguente esclusione della competenza legislativa delle regioni. Il concetto di ordinamento civile, riferito alla materia del lavoro, riguarda gli istituti

e le norme del codice civile sul rapporto di lavoro; ecco perché una legge che vada a modificare la disciplina della costituzione o della stabilità del rapporto di lavoro, non potrà mai essere il frutto dell’attività di un’assemblea legislativa regionale.

Alcune Regioni hanno inoltre adottato, non senza che venissero sollevate questioni di legittimità costituzionale, proprie discipline di tutela, per prevenire e contrastare il fenomeno del mobbing nei luoghi di lavoro, ovvero quei comportamenti posti in essere nei confronti del lavoraC’è da chiedersi quindi, alla luce di quanto tore, che tendono a mortificarlo e repriappena detto, quale sia il ruolo delle Regiomerlo, fino a farlo allontanare dal lavoro. ni, in una materia così importante e principale per i cittadini qual è quella del lavoro. Si può quindi affermare, senza soffermarsi sul ruolo della contrattazione L’articolo 117 Cost, al 3° comma, stabilicollettiva che mira ad adattare la norsce che le Regioni hanno una potestà legimativa nazionale alle esigenze locali, slativa concorrente, quindi mai esclusiva, che la sfida delle Regioni in materia di in materia di tutela e sicurezza del lavoro, lavoro, sia quella di adottare forme di ovvero hanno la possibilità, nel rispetto tutela migliorative dei principi stabiliti dei principi stabiliti dalle norme statali, di dalla legge statale, senza invadere la divalorizzare ogni forma di tutela del lavoro sciplina civilistica contenuta nel codice. e di migliorare le condizioni dei lavoratori. Resta da chiedersi quale sia il margine di Solitamente infatti le Regioni interven- miglioramento e cosa possano fare realgono non per disciplinare il rapporto di mente le Regioni, per migliorare e conlavoro in senso stretto, cosa che av- trastare una legislazione nazionale che viene già con le norme del codice ci- schiava delle lobby economiche, si è solo vile, ma agiscono tramite leggi regio- preoccupata di diffondere il verbo del prenali sul “mercato del lavoro” al fine di cariato, senza riformare adeguatamenrendere maggiormente effettivo il diritto te il welfare, e distruggendo in tal modo ad una occupazione e quindi al lavoro. ogni tipo di tutela in favore dei lavoratori. Penso ad esempio alle leggi regionali che prevedono incentivi in favore delle imprese che creano nuovi posti di lavoro, che stabilizzano lavoratori con contratti “atipici”, o ancora alle norme per favorire l’occupazione dei disabili e di altre categorie svantaggiate.

Più che migliorativo, l’intervento delle Regioni ha assunto infatti negli ultimi anni un ruolo di aiuto e soccorso estremo in favore di tutti quei cittadini che sempre più spesso vedono inapplicato quel principio fondamentale che i nostri padri costituenti avevano posto a base della nostra Repubblica. ♦


19 Energie libere! Micro-Macro

La principale e costante occupazione di un governo, di qualsiasi formazione esso sia, è il tipo di indirizzo economico da dare alla propria azione politica. L’indirizzo economico corretto per la crescita del Paese deve rispondere alle esigenze della società nel suo insieme. La principale differenza di indirizzo dei vari paesi nasce dal grado di controllo pubblico sull’attività economica. Fino alla fine della guerra fredda potevamo dividere i sistemi economici in due grandi blocchi: l’economia pianificata (alla quale faceva capo il blocco sovietico) e l’economia di mercato (alla quale rispondeva il blocco americano). Oggi grazie allo studio di questi due gruppi possiamo analizzare i pro e i contro dei due tipi di economia e utilizzare la combinazione di elementi dei due sistemi più appropriata alle nostre esigenze (si consideri che nella descrizione che segue i due sistemi non rispondono in toto all’economia del blocco americano e sovietico). Nell’economia pianificata non esiste o è poco presente la proprietà privata ed è lo Stato che organizza tutte le attività economiche, in questa maniera da un lato si ha una visione globale dell’economia, con tassi di disoccupazione controllati e una distribuzione equa del reddito nazionale, ma dall’altro si hanno costi sociali elevati, conseguenza di piani economici a volte impopolari, riduzione della libertà individuale e mancanza di incentivi nell’incoraggiare i lavoratori. Al contrario l’economia di mercato si realizza in un sistema dove terra e capitale sono di proprietà privata e le decisioni sono prese dalle famiglie e dalle imprese che agiscono in base a considerazioni utilitaristiche. In questa maniera scompaiono tutti gli svantaggi dell’economia pianificata, ma si verificano altre problematiche di carattere sia morale che sociale. In un’economia di mercato si è spesso indirizzati verso una visione egoistica della realtà che può spingere ad un’eccessiva rivalità tra i consociati; inoltre il mancato controllo dello Stato su ← (cc) Foto: http://www.flickr.com/ photos/frammenti/3281344967/

Economia e politica “In media res stat virtus” qualsiasi azione del mercato porta a situazioni monopolistiche da parte di alcune imprese e ad una disparità tra classi sociali. Possiamo pensare a servizi come la sanità e l’istruzione che se gestiti esclusivamente in forma privata (e quindi a scopo di lucro), non consentono alle classi economicamente più disagiate di accedervi, aumentando così il divario sociale. Va poi tenuto conto che esistono molti settori e beni socialmente desiderabili, ma non profittevoli dal punto di vista privato, come ad esempio la costruzione di strade, di fognature e l’istituzione della polizia. La combinazione migliore per l’Italia, di questi due sistemi, è davanti gli occhi di tutti: l’attuazione della Costituzione. Il compromesso tra le varie parti politiche dell’assemblea costituente e lo spirito di equità presente nella nostra carta fondamentale la rende ancora attuale e viva. Non si può non citare l’articolo 41 che incarna l’importanza della mediazione tra i due sistemi economici: se da un lato si sottolinea la libertà dell’iniziativa economica privata, dall’altro si stabilisce che l’attività economica debba essere improntata a fini sociali. Come non sono trascurabili gli articoli che riguardano la tutela e la formazione del lavoratore ed il diritto ad una retribuzione adeguata, ad un’esistenza libera e dignitosa.

Paolo Cesiano ral-democrazia, un’ideologia che comprende l’importanza del ripudio degli estremismi, che ha sempre presente l’equità, che non dimentica la libertà d’azione dei cittadini, ma contemporaneamente è attenta alla tutela dei gruppi sociali svantaggiati. La liberal-democrazia che ha come caposaldo il terzo articolo della nostra costituzione, che al secondo comma sancisce l’impegno nel rimuovere gli ostacoli di carattere economico che limitano l’eguaglianza dei cittadini e che impedisce la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,economica e sociale del Paese. Un’ideologia che ha a cuore la libertà dei cittadini in ogni loro manifestazione, come mezzo per raggiungere la felicità e l’autodeterminazione, ma che fa in modo che a tutti siano garantite le stesse possibilità. Un’ideologia che comprende a pieno l’importanza del nostro testo costituzionale e ci fa capire quanto può essere difficile non solo l’attuazione dei suoi articoli, ma il mantenimento dello status quo una volta raggiunti gli obiettivi che quegli stessi articoli si prefiggono. ♦

(cc) Foto: http://www.flickr.com/ E’ proprio questo che intendiamo per libe- photos/m-joedicke/3974618929/


20 Energie libere! Ambiente&Energia

L’agricoltura delle relazioni Agostino Cullati

Ci sono volte in cui guardiamo fuori dal finestrino della macchina, e stentiamo a riconoscerci nel paesaggio che vediamo. Quello che viene restituito al nostro sguardo non è propriamente ciò che definiremmo “naturale”. Capannoni industriali, sempre nuovi centri commerciali e imponenti multisala, si stagliano ormai senza soluzione di continuità lungo tutto lo stivale, senza trovare ostacoli al loro fastidioso proliferare. Sono tra i responsabili dello stravolgimento del paesaggio delle nostre pianure. Ma la banalizzazione del paesaggio non è solo una questione grigia come il cemento. Molto spesso, essa assume i colori e le dimensioni tendenti all’infinito dell’agricoltura intensiva e monocolturale. Distese giallo-verdi di mais, grano e riso della Pianura Padana e filari ordinati di meli della Val di Noto, ci hanno abituato a ritenere che le uniche forme di agricoltura possibili siano quelle che vediamo, dipinte senza sbavature come in un quadro dai contorni perfetti. Abbiamo applicato i criteri della resa economica e dell’efficientismo esasperato ad una delle pratiche più antiche e nobili che hanno fatto dell’uomo un essere civile: prendersi cura della propria terra, in armonia con essa.

Nel dipingere il quadro, abbiamo messo tra parentesi, sottovuoto, le pratiche agricole legate alla tradizione dei luoghi rurali, intessute di relazioni e saperi tramandati nel tempo. In pochi decenni, molte sementi sono andate quasi scomparendo, e con esse anche le migliaia di pezzetti di quel mosaico che componeva la ricchezza culturale dell’Italia contadina. E se prima si utilizzavano pratiche non dannose per l’ambiente e per la salute umana, ora, in nome del guadagno e della produttività, si ricorre ai fertilizzanti e ai pesticidi, fortemente inquinanti. Ci siamo lasciati prendere la mano dalla foga della produzione su larga scala, in un mercato globale che schiaccia chi cerca di difendersi dall’omologazione forzata, anche nel campo dell’agricoltura. Abbiamo dimenticato che coltivare la terra è un modo per sentirla propria, per costruire un legame profondo tra noi e il luogo in cui viviamo, e non solo un mezzo come un altro per fare profitto. Come non riconoscere un decadimento culturale nell’abbandono delle moltissime cascine che hanno rappresentato un elemento caratteristico del paesaggio rurale del Nord Italia? Ormai ridotte a scheletri, vengono lasciate al loro destino, salvo poi ricostruire sulle loro macerie dei nuovi quartieri residenziali, tutti uguali l’uno con l’altro e del tutto avulsi dal contesto paesaggistico in cui si trovano. La perdita di valore ambientale e culturale delle nostre campagne, non è materia per nostalgici e ambientalisti; dovrebbe, anzi, essere al centro di una politica delle responsabilità, che depuri la parola “territorio” dal retro-

gusto amaro della retorica leghista. E allora forse è venuto il momento di allargare la cornice del quadro, per recuperare un disegno d’insieme fatto di concretezza e passione. Cosa fare? Perché non guardare con attenzione all’articolato “mondo dell’altreconomia”, laddove si fa strada una progettualità che diventa azione, all’insegna del recupero di quanto è Stato messo tra parentesi dai pittori maldestri della prima ora? Un modello di sviluppo che salvaguardi le economie locali, dove trovino spazio i piccoli coltivatori diretti e quanti non hanno abbandonato l’ambizione di poter vivere semplicemente del proprio lavoro: un’agricoltura priva di “ansie da prestazione”, biologica e rispettosa della terra e delle acque, patrimonio comune da tutelare. I gruppi di acquisto solidale (GAS) rappresentano un modello efficace di “economia del buon senso”, all’interno del quale le relazioni umane di qualità giocano il ruolo principale: più nuclei familiari si organizzano e orientano i loro consumi verso alimenti provenienti da circuiti locali di produzione, acquistando frutta, verdura, latticini e carni direttamente dai piccoli agricoltori e allevatori presenti sul territorio. In questo modo, si contribuisce alla crescita di un sistema economico che non esaurisce le risorse ambientali già scarse e che, invece offre possibilità di sviluppo concreto a tutte quelle realtà vitali di cui, nonostante i pittori del banale, è ricca l’Italia. ♦ (cc) Foto: http://www.flickr.com/ photos/charmingsoul_photography/ 4739994730/


21 Energie libere! Uno sguardo al passato

La libertà di Stampa in Italia Andrea Abbattista “In un regime totalitario, come dev’essere necessariamente un regime sorto da una “In un regime rivoluzione trionfante, la stampa è un eletotalitario, come mento di questo regime, una forza al serdev’essere nevizio di questo regime. In un regime unicessariamente tario, la stampa non può essere estranea un regime sorto a questa unità”. Ho voluto aprire l’articolo da una rivolucon una frase di Mussolini, enunciata nel zione trionfan1928, in un discorso a Palazzo Chigi ai te, la stampa è giornalisti dell’epoca. E’ una frase signifiun elemento di cativa riguardo la condizione in cui versaquesto regime, una forza al servizio di questo regime. In va la libertà di stampa in epoca fascista, un regime unitario, la stampa non può es- ma probabilmente c’è oggi “qualcuno” sere estranea a questa unità”. Ho voluto che sarebbe felice dell’attualità di tale afaprire l’articolo con una frase di Mussolini, fermazione, mettendo a serio rischio uno enunciata nel 1928, in un discorso a Pa- dei diritti fondamentali della Costituzione: lazzo Chigi ai giornalisti dell’epoca. E’ una l’articolo 21. E’ proprio ciò che si sta tenfrase significativa riguardo la condizione tando di mettere in atto con la tanto diin cui versava la libertà di stampa in epoca scussa legge bavaglio. Limitando il potere fascista, ma probabilmente c’è oggi “qual- di penna dei giornalisti, si ha un maggiore cuno” che sarebbe felice dell’attualità di controllo anche dell’opinione pubblica. E tale affermazione, mettendo a serio rischio dire che l’Italia già non è vista come paeuno dei diritti fondamentali della Costitu- se dall’invidiabile libertà di stampa, anzi, zione: l’articolo 21. E’ proprio ciò che si sta una classifica mondiale stilata da Reportentando di mettere in atto con la tanto di- ter Sans Frontiere, ci colloca al 49esimo scussa legge bavaglio. Limitando il potere posto dietro la Nuova Guinea. La ragione di penna dei giornalisti, si ha un maggiore che spiegherebbe tutto (in maniera troppo controllo anche dell’opinione pubblica. E semplicistica) sta dietro il conflitto di intedire che l’Italia già non è vista come pae- resse del Presidente del Consiglio Berluse dall’invidiabile libertà di stampa, anzi, sconi, nonché proprietario di Mediaset. una classifica mondiale stilata da Reporter Sans Frontiere, ci colloca al 49esimo Facciamo un passo indietro però: è

sempre Stato così? Bé, c’è da dire che la storia d’Italia, dal secolo precedente è stata caratterizzata dalla particolarità. Il ventennio fascista ha aperto le danze alla manipolazione dell’informazione. Più in particolare con le “leggi fascistissime” i giornali sono stati privati di qualsiasi autonomia, costretti ad assumere un direttore responsabile iscritto al partito fascista. Non solo, ogni pubblicazione, prima di essere divulgata, doveva essere sottoposta ad autorizzazione. Mussolini era circondato da esperti di comunicazione, i quali non ammettevano critiche al regime, mettendo in atto vere e proprie persecuzioni nei confronti di chi provava a contrastare la “dottrina” fascista, distorcevano la realtà esaltando il Duce e le missioni militari, anche con le menzogne. Qualche analogia con il presente? Ma continuiamo con la storia. Il 2 giugno 1946, attraverso un referendum popolare, viene sancita la fine della monarchia in Italia. Viene stabilito che la nuova Repubblica si sarebbe dotata di una Costituzione, e la libertà di espressione avrebbe ricoperto un ruolo fondamentale a difesa e sostegno della democrazia e della pluralità dell’informazione in Italia. Un diritto fondamentale, so-

➤ (cc) Foto: http://www.flickr.com/ photos/m-joedicke/3974618929/


22 Energie libere! Uno sguardo al passato - Arte & Cultura

prattutto dopo il ventennio di repressione, voluto dai Costituenti sia di destra che di sinistra. L’euforia è tanta e nell’aprile del 1948 i vari schieramenti danno vita alla prima campagna elettorale. Il Segretario Nazionale della Federazione italiana della Stampa, Paolo Serventi Longhi, così descrive quel periodo: “I primi anni del dopoguerra furono pesanti: propaganda, censura e autocensura. Si consolidò però rapidamente un pluralismo delle voci informative”. Una molteplicità di voci date dalle oltre 100 testate giornalistiche, tra cui le maggiori “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Messaggero” e “Il Tempo”, che danno quasi unicamente notizie riguardanti la nazione. Negli anni nascono nuovi giornali come “Il Giorno”, “L’Espresso” e “Panorama” che, rivoluzionando il giornale classico, grazie anche alla nascita della tv, riescono velocemente a prendere una grossa fetta di quel mercato editoriale messo pian piano sul lastrico

dai costi. Come risposta a questa crisi nel 1963 nasce l’Ordine professionale dei Giornalisti e compaiono le prime grandi concentrazioni editoriali, le probabili cause della graduale riduzione del pluralismo e della libertà di stampa. Lo Stato aiuta le case editrici investendo dal 1981 al 1990 circa mille miliardi di vecchie lire, ma questo non basta a rilanciare l’informazione cartacea e molti giornali sono costretti a chiudere. Il passo da quegli anni, in cui la tecnologia informatica era embrionale, ad oggi non è poi così lungo. La televisione, a differenza del cartaceo, non ha avuto problemi economici e i mass media si sono fatti spazio grazie ai telegiornali, un’informazione più economica e più semplice da seguire. La crisi dei giornali ha fatto tutto il resto. È in questo contesto che si inserisce un personaggio che negli anni farà sempre più discutere, una persona catalogata dal settimanale britannico “The Economist” come l’uomo che controlla il

90% della televisione italiana. Lui è Silvio Berlusconi, uno degli imprenditori più ricchi degli ultimi 30 anni in Italia, accusato più di chiunque altro al mondo di conflitto di interesse. Indro Montanelli, poco prima della sua scomparsa, rispondeva così a Enzo Biagi in un’intervista: “Berlusconi è Stato un editore che non mise mai becco nella conduzione del giornale. Poi d’improvviso, quando entrò in politica, disse che bisognava cambiare tutto e che da quel momento il giornale avrebbe dovuto mettersi al suo servizio”. Proprio l’entrata in campo di Berlusconi ha cambiato radicalmente il rapporto tra politica e informazione, scalfendo quell’ autonomia che oggi è sempre più messa in discussione. La legge bavaglio è solo l’ultimo atto di restrizione della libertà di stampa, un diritto sempre meno tutelato, come ha ammonito Corrado Calabrò, Presidente dell’Autorità Garante della Comunicazioni, e Frank La Rue, relatore speciale dell’Onu. ♦

L’arte indipendente diventa associazionismo Eugenio Battaglini - Presidente di Calde Correnti Chimiche Sembrava che il treno fosse passato e che re era libero e la politica era una questionon avessimo neanche sentito la puzza ne di passione. Ieri erano gli anni settanta. del ferro contro ferro tra locomotiva e rotaie. A detta di tutti ieri era meglio di oggi. Eppure i conti non tornano: ieri non c’era Ieri c’era la bella musica, ieri si facevano internet, ieri il mondo era un posto molto le rivoluzioni, ieri si scrivevano i libri e na- più grande, ieri c’era la malaria, le rapprescevano forme nuove di teatro, ieri l’amo- saglie, gli anni di piombo e la DC. Non ci

abbiamo mai creduto, ma ieri è soltanto ieri ed è quello che da domani sarà anche oggi! Il motivo per il quale ci siamo spinti verso l’associazionismo fu proprio questo: non voler sottostare al “sentito dire”. Non ci sono mai bastate le infor-


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mazioni filtrate dai TG, la musica pas- gli artisti indipendenti, solitamente, sono sata dalle radio e i libri di Fabio Volo. dei contenitori di generi ed arti totalmente differenti. Sappiamo che non possiamo L’associazione culturale “Calde Correnti obbligare la gente ad ascoltare la musica Chimiche” nasce formalmente nel marzo o a leggere i libri che vorremmo promuo2010 con lo scopo di valorizzare e pro- vere ed è per questo che cerchiamo di muovere l’arte indipendente a trecento- riunire sotto lo stesso tetto opere diffesessanta gradi partendo dai suoi asso- renti, così da poterci influenzare vicenciati e fondatori per allargarsi a chiunque devolmente e scambiare anche il nostro voglia, in qualche modo, condividere il seguito con quello altrui. Succede così proprio percorso con il nostro. L’unione, che vieni ad un nostro evento per ascolintesa come convogliamento di forza tare un concerto trovi anche una sfilata di pensante e lavorativa in un unico punto, moda o un’esposizione di quadri o chisè il nostro principale intento. Prendendo sà cos’altro; il tutto ovviamente gratis! questo come assunto puntiamo alla realizzazione di eventi culturali il quanto Crediamo fermamente nella forza dell’aspiù innovativi possibili, innovazione che sociazionismo, che “tutti per uno ed uno per noi deve essere prima che nei mez- per tutti” sia la chiave per la realizzazione zi, nelle idee. Unire lo sviluppo culturale di qualunque sogno, che ad aspettare un ad una grande attenzione per il sociale, produttore con un milione di dollari da insfruttare il rispetto dell’ambiente e il riciclo vestire cresce la paura di dover fare gli imper la creazione di opere d’arte o di pub- piegati a vita, che le spinte servono a chi ha blica utilità e rilanciare una cultura nuova esaurito le speranze e che chi dice “è dife fruibile a tutti nel nostro territorio sono ficile” probabilmente ancora non ci ha proi punti cardine della nostra idea di “fare”. vato. Vogliamo essere una piazza per gli Gli eventi che ideiamo per promuovere artisti e sostituirci alla televisione per i frui-

tori, vogliamo fare un informazione che sia utile, quotidiana e soprattutto vera, vogliamo insegnare che “il bianco che più bianco non si può” si può avere anche senza utilizzare prodotti che inquinano l’acqua di tutti e che la guerra non è mai necessaria. Nel tempo libero inoltre abbiamo il vizio di smontare vecchi elettrodomestici non funzionanti, televisori, computer, mobili, ferraglie e immondizie varie e farne opere d’arte o di varia utilità evitando così di vedere i resti di cui sopra giacere sotto qualche ponte o nelle ormai innumerevoli discariche abusive. ♦ Calde Correnti Chimiche ha sede a Monterotondo nella provincia di Roma ed è qui che propone i suoi eventi, ma per lo sviluppo e la diffusione delle proprie idee si serve abbondantemente di internet. Potete trovarci quindi facilmente su facebook, myspace e youtube o scriverci al nostro indirizzo caldecorrentichimiche@gmail.com

Culture, spettacoli e conflitti (d’interessi) Leandro Domenico Verde

Cultura e spettacolo sono due termini che troppo spesso vengono associati, assimilati e (con)fusi. Tant’è che di frequente assistiamo a

Cultura e spettacolo sono due termini che troppo spesso vengono associati, assimilati e (con)fusi. Tant’è che di frequente assistiamo a eventi “spettacolari” che di culturale hanno poco o nulla. Confusione che impera anche in questo Governo, sempre più incapace di distinguerli, ma bravo nel favorire un’ossessiva spettacolarizzazione verso il basso, anche della rappresentazione della vita quotidiana, soprattutto

quando intrisa di cronaca nera. Basta guardare la televisione generalista e in chiaro, sia di Stato sia quella privata che fa capo al Presidente del Consiglio, per capire quanto, ormai, anche programmi che abbiano una pur minima valenza cul-

➤ (cc) Foto: http://www.flickr.com/photos/unsureshot/3568835873/


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turale vengano piegati e asserviti a pupe e bulli prezzolati di turno. Troppo spesso si fanno passare furbescamente programmi televisivi nei quali la coscienza si ferma alle cosce, o al dibattito “del più bel lato B”, spacciandoli per eventi culturali di alto profilo (est)etico. Di fatto, con questo si depotenziano iniziative realmente meritevoli (dal cinema al teatro, alla lirica ai musei), sempre meno sostenute e incentivate, che portano all’emarginazione di autori validi, sempre più pochi, sempre più soli. Forse perché la cultura suscita sempre e ancora paura: è più facile governare l’ignoranza. Lo capirono statisti e dittatori di tutti i tempi, figuriamoci se non lo sanno i membri del Terzo Governo “mediatico”. E se in Italia ci sono ancora manifestazioni culturali che all’estero sono molto seguite e considerate, si pensa subito a come intervenire. Un paio di esempi, che non saranno gli ultimi, purtroppo. Subito dopo la Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi ha dichiarato a Panorama, il più noto settimanale berlusconiano: “Siccome i finanziamenti sono dello Stato, d`ora in poi intendo mettere becco anche nella scelta dei membri della giuria del festival di Venezia”. La motivazione? L’Italia non ha avuto nessun premio. Come se per forza i film italiani dovessero vincere, in virtù di un nazionalismo subdolo e ipocrita, che in altri ambiti non viene per niente considerato. Allora cosa avrebbero dovuto dire i francesi, pure abituati alla “grandeur”, quando al Festival di Cannes per diversi anni restarono a bocca asciutta? Attori, produttori e registi italiani hanno liberamente invitato il B(u)ondi, diventato di colpo paladino del cinema italiano, a non intromettersi. Perché se le nostre pellicole non sono state premiate, forse hanno bisogno di migliorare ancora. E se a dirlo sono personalità come Domenico Procacci, Mario Martone e Michele Placido, credo che ci si possa fidare. Ma un Governo che mette le mani su tutto non può e non vuole restare fuori da un festival internazionale che quest’anno ha vi-

sto Quentin Tarantino presidente di giuria e la già premio Oscar Sofia Coppola trionfare in Laguna, con il suo film “Somewhere”. Si è gridato subito allo scandalo e al conflitto di interessi, perché la giovane Sofia in passato è stata la compagna di Tarantino. Ma la cosa che più stupisce è che a ricamare il privato in pubblico siano stati proprio coloro che non riconoscono il più grande conflitto di interessi mondiale: quello del presidente del Consiglio italiano! Insomma, ancora una volta l’Italia si conferma il Paese dei balocchi, dove si vede solo la pagliuzza nell’occhio dell’avversario ma non la propria trave. Speriamo che gli italiani ritornino a guardare la realtà con gli occhi dell’obiettività, perché non se ne può più di andare avanti a pane, slogan e ipocrisia. Solitamente i politici che amano il bavaglio mettono anche il becco in cose nelle quali non primeggiano. A volte è preferibile fare la figura del mezzo cretino tenendo la bocca chiusa, piuttosto che parlare e farla per intero. Per la cronaca, il 17 settembre si è appreso da “Il Giornale” (di Paolo Berlusconi) che lo stesso ministro ha confermato la fiducia a Vittorio Sgarbi nell’incarico di soprintendente del polo museale di Venezia. Tre giorni dopo, sullo stesso quotidiano Sgarbi “difende l’indifendibile Bondi”. La politica del dare e avere funziona ancora, purtroppo. Chicca finale: del tutto in linea è arrivata dopo 153 giorni di interim la nomina del nuovo ministro dello Sviluppo Economico (Mediaset) Paolo Romani, un altro Fede(le) servitore. Cambiano i bandisti, non certo la musica. ♦

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Energie libere! Redazione Direttore Rudi Russo

Caporedattore Roberto Asaro Progetto Grafico Emilio Loi Hanno contribuito a questo numero: Andrea Abbattista Eugenio Battaglini Alessio Bottrighi Paolo Cesiano Rosario Coco Agostino Cullati Alessio Fusco Andrea Guazzi Simone Macario Giuseppe Marino Ermanno Martignetti Leandro Domenico Verde Daniela Zichittella

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