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Università degli Studi di Bergamo - Centro Studi sul Territorio “Lelio Pagani”

QUADERNI 26

a cura di Fulvio Adobati, Maria Claudia Peretti, Marina Zambianchi

BERGAMO UNIVERSITY PRESS

sestante edizioni


Con il contributo

Comune di Bergamo

Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Bergamo

Š 2015, Bergamo University Press Collana fondata da Lelio Pagani, diretta da Anna Maria Testaverde

ICONEMI alla scoperta dei paesaggi bergamaschi a cura di Fulvio Adobati, Maria Claudia Peretti, Marina Zambianchi p. 112 cm. 21x29,7 ISBN – 978-88-6642-196-2

Segreteria organizzativa: Renata Gritti, Silvia Cortinovis www.iconemi.it

In copertina: Immagine di Francesca Perani.

Ordine degli Ingegneri della Provincia di Bergamo


INDICE

NADIA GHISALBERTI Il paesaggio agricolo come valore culturale ...................................................................................

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FULVIO ADOBATI Paesaggi dell’alimentazione e pianificazione. Tensioni e opportunità ...........................................

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GUIDO BONOMELLI La riconversione post Expo ............................................................................................................

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MARIA CLAUDIA PERETTI Vertical Farm: una nuova funzione per il recupero delle aree urbane dismesse ..........................

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TINO GRISI Ruolo e segno della produzione di cibo nella città contemporanea ...............................................

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FABRIZIO BOTTINI Dalla Vertical Farm alle infrastrutture verdi .................................................................................

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GIACOMO PETTENATI Il rapporto cibo-città: una relazione da ripensare e progettare verso strategie alimentari urbane ...

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ADANELLA ROSSI Il ruolo delle città nella costruzione di sistemi alimentari sostenibili. L’esperienza del Piano del Cibo di Pisa ..........................................................................................

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STEFANO OLIVARI Agricoltura urbana a Mirafiori, Torino: dallo “spontaneismo” alla progettazione partecipata ...

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VALERIO FERRARI La cascina padana fulcro territoriale dell’assetto rurale ...............................................................

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MARIO DI FIDIO La gestione e i segni della civiltà idraulica .....................................................................................

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CLAUDIA CIVIDINI Castello di Malpaga: un modello di sostenibilità ambientale ........................................................

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IVAN BONFANTI Dalla gestione delle risorse naturali all’educazione alla scoperta del territorio ...........................

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LORENZO BERLENDIS Ripartire dalla terra per costruire nuovi paesaggi della mente .....................................................

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ALESSANDRA FERRARI Bergamo verso Expo 2015: lo sguardo degli architetti ..................................................................

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GIUSEPPE BASSI Bergamo verso Expo 2015: lo sguardo degli ingegneri ..................................................................

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NADIA GHISALBERTI

IL PAESAGGIO AGRICOLO COME VALORE CULTURALE

Un ringraziamento convinto agli organizzatori per un’iniziativa in grado di restituire al pubblico un bagaglio di attenzione e conoscenze agli elementi costitutivi del territorio, al rapporto uomo-natura, alle trasformazioni del paesaggio attorno a cui sta crescendo una nuova sensibilità. Ritengo importante che sia il Comune di Bergamo l’ente promotore di questa indagine sul paesaggio bergamasco in stretta collaborazione con il Centro Studi per il Territorio dell’Università di Bergamo e l’Ordine degli Ingegneri e degli Architetti. Un segno di attenzione dell’Amministrazione a queste tematiche che, anche attraverso questa pubblicazione, diventano patrimonio di conoscenza di più persone. Voglio ricordare, in questo contesto, il film documentario di Davide Ferrario “La zuppa del demonio” che racconta la parabola dello sviluppo industriale, dell’utopia industriale del XX secolo attraverso le immagini tratte dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa. Il film si apre con un’immagine abbastanza sconvolgente: siamo nei primi anni ’60 in Puglia e le ruspe abbattono alberi centenari. L’uliveto centenario – intatto dai tempi della Magna Grecia – deve lasciare il posto alla futura acciaieria. Non c’è storia o luogo che tenga. Purtroppo le immagini del paesaggio antico non troppi anni addietro erano lette come immagini di povertà, percepite come un rimanere indietro rispetto allo sviluppo, al creare lavoro e ricchezza e c’era grande speranza in quelle ruspe che

noi, oggi, leggiamo invece come distruttrici di un patrimonio naturale irripetibile. Pur vivendo anche il nostro Paese una crisi economica strutturale, oggi la sensibilità e il rispetto per l’ambiente sono molto diversi. è significativo che nel 2014 l’Unesco abbia riconosciuto le Langhe Patrimonio Mondiale dell’Umanità. è un messaggio fortissimo: il paesaggio vitivinicolo italiano, frutto di secoli di lavoro dell’uomo, è riconosciuto come un bene unico al mondo. L’agricoltura offre bellezza e valore al paesaggio e lo trasforma in un patrimonio da difendere. Viene riconosciuto un valore culturale al paesaggio e al rapporto uomo – natura che lo ha modellato attraverso la tradizione antica della produzione vinicola. E l’agricoltura è l’ultimo tema scelto da Iconemi, che si collega ad Expo 2015, al tema dell’alimentazione, della produzione di cibo che deve essere sano, sostenibile, e per tutti. Potremo dire che Expo Italia sarà un successo se da questo contenitore, che attirà l’attenzione del mondo su Milano e il nostro paese per 6 mesi, scaturirà una maggior consapevolezza ambientale, una consapevolezza di come il paesaggio sia cultura, sia un valore, e possa servire ad accrescere l’impegno di tutti noi per combattere la fame nel mondo. NADIA GHISALBERTI Assessore alla Cultura, Turismo ed Expo del Comune di Bergamo


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FULVIO ADOBATI

PAESAGGI DELL’ALIMENTAZIONE E PIANIFICAZIONE. TENSIONI E OPPORTUNITÀ

TRA DISTRAZIONI COLPEVOLI (DELLA PIANIFICAZIONE) E REGOLE INCOMPRESE Quale ruolo e quali strumenti possiede la pianificazione territoriale nel governo delle significative dinamiche che in questi anni attraversano i territori rurali, specie neii contesti prossimi alle aree urbane? La domanda sconta, con particolare riferimento al nostro paese, un doveroso bagno di umiltà degli urbanistipianificatori (e a seguire di molti altri addetti ai lavori): la pianificazione per diversi decenni, tutta orientata a normare, con esiti variegati, le dinamiche di urbanizzazione, ha significativamente eluso o non compreso l’agricoltura, e il ruolo fondativo che il settore definito primario (appunto) ha svolto e svolge nell’organizzazione territoriale. Regole e piani negli anni dell’impetuoso sviluppo economico e territoriale si sono concentrati sul costruire, sul costruito e sul costruibile, dedicando alle “aree libere” vaghe assegnazioni di valore e blande indicazioni. Territorio ri-proposto quale spazio-piattaforma per flussi e dinamiche economiche dell’urbanesimo industrialista e post-fordista. Di grande efficacia in questo senso l’analisi di Giorgio Ferraresi: “Il modello dell’urbanesimo industrialista e poi post-fordista dei secoli recenti ha un fondamento originario che è la base della sua insostenibilità: nasce e si sviluppa negando e degenerando questa fondamentale attività primaria di sostegno alla vita dell’uomo, di governo dei cicli ambientali e di generazione del territorio, sino al genocidio radicale del mondo rurale: i “commons”, ma più in generale il territorio rurale che produce beni per la vita.” (Ferraresi 2011, p. 30) La riassunzione di responsabilità rispetto al territorio rurale della pianificazione si confronta con una 1

non trascurabile diffidenza del mondo rurale: nell’apposizione di sistemi di vincolo conservativo di tipo paesaggistico-ambientale, qualche restrizione imposta dall’alto, non compresa o non rivelatasi opportuna/efficace, ha lasciato il segno nell’immaginario del mondo agricolo che guarda con sospetto e malcelata sfiducia le competenze in materia di chi “pianifica” la loro terra (Baldeschi 2013). A tale sfiducia si accosta una distanza tra le sensibilità dell’abitante rurale rispetto all’urbano, che assume categorie diverse (sovente urbano-centriche) nella definizione di tutela delle aree rurali; tale incomprensione non è dissimile dalla diffidenza con la quale anche in questi anni si confrontano le istanze degli abitanti della montagna con quelle dei produttori di regole, evidentemente collocati (spazialmente spesso, nell’immaginario montano sempre) nei palazzi di potere delle città1. Esemplare qui la testimonianza di Sandro Lagomarsini, Parroco di Cassego: “Una delle frasi che ho ascoltato più spesso, nei primi anni della mia permanenza a Cassego (dal 1965 in poi) è stata: “I recinti sono per le vacche”. Chi la pronunciava, intendeva contestare l’abitudine dei nuovi arrivati dalla città, che, appena costruita la villetta, la recintavano. Ho visto anche nascere più di una lite perché i nuovi arrivati, con i loro recinti, chiudevano passi interpoderali o addirittura sentieri comunali. E più di una volta ho creduto di notare, nella diffidenza ad accettare recinzioni fisse nei pascoli dei beni frazionali, una componente profonda, come se la recinzione intaccasse un principio di libera circolazione, che poteva portare conseguenze disastrose. Mi sono reso conto, a poco a poco, che esisteva nella testa della gente una sorta di “geografia mentale”1, nella quale i rapporti personali e comunitari non era-

Per una trattazione esauriente si rimanda a Quaini 2006, in particolare al capitolo secondo “Il fine del paesaggio”.


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FULVIO ADOBATI

no aggiunti come una cosa esterna, ma si trovavano inseriti – come esigenze profonde – nella stessa struttura agro-silvo-pastorale del territorio. Di qui lo scandalo e l’irritazione verso il forestiero che questi legami non riesce a coglierli. (…) Possiamo dire a questo punto che il pericolo più grande, per la cultura dell’uso comune, è l’appropriazione burocratica metropolitana. (…). Alla base di tale impostazione c’è, a mio parere, l’ideologia del “naturalismo idillico”. Si pensa cioè, in modo a-scientifico e a-storico, che le emergenze ambientali (e già il fatto di fissarsi su una emergenza è antiecologico) siano frutto di processi esclusivamente naturali e non anche (e strutturalmente, almeno in tutta Italia) antropici.” Ancora nello stesso scritto Lagomarsini ci restituisce una visione (condivisibile o contestabile, ma diffusa e con la quale fare i conti), delle aree protette e dei parchi; tale visione va comunque collocata entro una trattazione volta a riscoprire la forma degli usi civici quale efficace modo di presidio e coltivazione del territorio: (…) il “parco” realizza il modello del “giardino” come accessorio della dimora aristocratico-borghese. Quando il “signore” scende a prendere il fresco nel giardino, i servitorigiardinieri hanno l’ordine di nascondersi e così il padrone può aggirarsi nel suo Eden personale, che si è evidentemente disposto in modo ordinato e piacevole al suo semplice “Fiat”. Il quadro, caricaturale solo in apparenza, fotografa esattamente la psicologia di molti ideologi dei parchi. In ogni caso, qualunque sia l’origine dei “naturalismo idillico” esso è dei tutto incapace di comprendere sia il primo che il secondo termine dell’espressione “uso comune”. Nel contesto di dialogo non facile sopra rappresentato, regolare il territorio e i suoi assetti nel tradizionale modello di governo discendente (top-down) attraverso il diritto dei suoli risulta parziale e rischioso: significa infatti definire e normare con livelli di vincolo diversificati territori di pregio e territori, dedicando attenzioni, e livelli di salvaguardia, differenziati (Donadieu 2013). La ricchezza dei paesaggi rurali che andiamo riscoprendo va oltre il riconoscimento dall’alto di sistemi di valore, e, con buona pace dei sistemi di valutazione di impatto paesaggistico

(e delle nobili intenzioni che contengono), va ben oltre molte le mappature per classi di sensibilità paesaggistica.

AGRICOLTURA

URBANA, DA OSSIMORO A RAMMENDO

DELLE TRAME TERRITORIALI

La forma città diffusasi in molte parti del mondo sviluppato, e affermatasi decisamente in Italia a partire dalla seconda metà del Novecento, ha prodotto sistemi insediati a bassa densità che abbiamo provato a definire in molti modi: “città diffusa”, “città orizzontale”, “città esplosa”, e altre ancora, a figurare una distesa urbana con prevalenza di ville e villette con giardino corrispondenti al modello abitativo dominante (ancora oggi). L’occupazione di suolo agricolo con tessuti edificati discontinui e a bassa densità ha prodotto sul piano urbanistico e infrastrutturale gli effetti che conosciamo (elevato consumo di suolo, dilatazione irrazionale delle reti infrastrutturali e dei servizi, scarsa efficienza energetica); se la meccanizzazione spinta dell’agricoltura ha prodotto sul sistema degli “spazi aperti”2 un accorpamento/semplificazione delle maglie di appoderamento, e la nota banalizzazione del paesaggio agrario impoverito del reticolo idrografico e per larga parte spogliato da filari e siepi, la diffusione urbana ha prodotto una galassia di piccole tessere verdi: ambiti interstiziali, aree intercluse tra abitati e infrastrutture, territori periurbani “sotto pressione”. Ma ancora, non ultimo, una infinità di “back yard” a corona delle unità edilizie. Il processo di trasformazione insediativa determinatosi con la grande espansione urbana, unitamente a una progressiva rinnovata attenzione alla funzione agricola, ha posto le condizioni per l’affermazione di una forma di agricoltura che dialoga con le dimensioni dell’urbano, un’agricoltura multifunzionale che coniuga una rinnovata attenzione ai prodotti (tipicità prossimità, qualità e sicurezza) con uno spazio straordinario di opportunità di servizio alla città (equilibrio ambientale e qualità paesaggistica, educazione alimentare, occasioni di costruzione di reti sociali e solidali). La realtà francese ha espresso da tempo maturazione di una sensibilità verso un nuovo ruolo dell’agricoltura, in particolare per i contesti periurbani delle agglomerazioni urbane e metropolitane, entro una prospettiva di lavoro tesa a ri-definire i paradigmi della pianificazione della città (diffusa a sciogliersi nella campagna) e della campagna (percorsa da stili e dinamiche proprie dell’urbano); emblematica

2 Come in modo riduttivo abbiamo definito, e continuiamo a definire, le parti verdi del territorio (per buona parte a uso agricolo) a ridosso delle aree urbane.


PAESAGGI DELL’ALIMENTAZIONE E PIANIFICAZIONE

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Fig. 1. Diagramma di articolazione dell’agricoltura multifunzionale, o complessa, nelle traiettorie a partire dalla forma tradizionale (fonte van der Ploeg and Roep, 2003).

la titolazione – anche tradotta – del volume di Donadieu: “Campagne urbane” (2004). Proprio una nuova sintesi complessa del rapporto tra campagna e città rappresenta lo scenario di lavoro che ha visto protagonisti nella pianificazione del nostro paese una scuola “territorialista”3, che ha posto al centro di un nuovo modello di pianificazione e di governance territoriale il “Parco agricolo”. Il parco agricolo si propone quale strumento capace di ricollocare adeguatamente (e ridenominare) gli “spazi aperti” nel quadro della pianificazione; una prospettiva che pone al centro la coltura del territorio per riappropriarsi di una cultura, e coscienza, di territorio (Fanfani 2009, Magnaghi 2010). Le esperienze dei parchi agricoli stanno avendo larga diffusione in Europa quale forma di governance capace di ri-proporre un disegno all’indefinito territorio periurbano, ri-attribuendogli forza e valore proprio a partire dalla matrice agricola che permane e innerva il corpo territoriale; un laboratorio di cooperazione tra istituzione, realtà economiche, associative, a produrre uno scenario comune desiderabile entro il quale orientare una progettualità, nei luoghi per i luoghi, rinnovata. 3

Entro i processi di urbanizzazione che registrano una diffusione e un rafforzamento dell’”urbano” (definito secondo le categorie statistiche), e comunque una messa in tensione degli equilibri ambientali, culturali e sociali dei territori, questo ritorno alla terra contiene una riproposizione forte dell’idea di Parco; lo stesso strumento del Parco risulta laboratorio rinnovato di costruzione di politiche e di pratiche capaci di interpretare la sfida di una nuova integrazione città-campagna; per converso il parco, rifugiato nell’accezione vincolistica, rischia di essere confinato a spazio territorialmente e socialmente privilegiato ma incapace di concorrere alla qualificazione del tessuto delle comunità urbane (Treu 2014).

ESPERIENZE

DI INTERESSE DAGLI

“INVENTORI”

DELLA CITTÀ DIFFUSA

Pur in un contesto marcatamente diverso sotto il profilo territoriale e paesaggistico rispetto al contesto europeo4, interessante attraversare il vivace dibattito del contesto nordamericano sulle potenziali-

Entro la scuola territorialista si fa qui riferimento privilegiato ai contributi di Alberto Magnaghi, Giorgio Ferraresi e David Fanfani (cfr bibliografia). 4 Per una trattazione della pianificazione spaziale dell’attività agricola, con riferimento alle dinamiche urbanizzative, si segnala per ampiezza OECD 2007.


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FULVIO ADOBATI

Fig. 2. Vista a volo d’uccello dell’area del Parco Agricolo Ecologico (Comuni di Bergamo e Stezzano). In evidenza il tracciato della linea ferroviaria Bergamo-Treviglio e i margini del paleoalveo del torrente Morla (fonte: Comune di Bergamo, Studio di Fattibilità per il Parco Agricolo Ecologico, 2006)

tà offerte dall’agricoltura urbana per il rinnovamento degli strumenti e delle pratiche di pianificazione territoriale; due esempi (tra i molti) significativi per chiarezza di impostazione sono quelli offerti dal Dipartimento di pianificazione urbana e regionale dell’Università del Wisconsin e dall’American Planning Association. Nel suo documento guida l’Università del Wisconsin assume il valore strategico nella pianificazione territoriale dell’agricoltura urbana (Department of Urban and Regional Planning), e rileva quanto le modalità per integrarla nelle politiche e negli strumenti di governo territoriale presentino ampi mar-

gini di miglioramento. Anche la “vecchia pratica” della zonizzazione è posta come strumento di sostegno all’agricoltura urbana, operando una codificazione di uso dei suoli dedicati a tale attività si fissano punti fermi di riferimento (rassicurante) per gli addetti ai lavori e si opera un disegno duraturo capace di vivificare il tessuto urbano circostante5. L’obiettivo di fondo esplicitato è di misurare (monitorando nel tempo effetti positivi e negativi) quanto l’agricoltura urbana rappresenti occasione di costruzione di benessere sociale e urbano. Nella Policy guide elaborata dall’American Plan Association (APA 2007) si segnala l’analisi tesa a fare emergere le forti implicazioni, e le responsabilità che ne derivano, tra l’attività di pianificazione del territorio e le politiche legate all’agricoltura e al cibo. Due obiettivi generali sono posti per i pianificatori: (i) riconoscere e rafforzare sistemi regionali fondati sull’autosufficienza alimentare; (ii) favorire attraverso le attività di pianificazione l’interazione tra filiera del cibo e comunità, con l’obiettivo di perseguire vitalità economica, salute pubblica, sostenibilità ecologica, equità sociale e diversità6. Di interesse per approccio e metodologia di lavoro è il recente Piano per l’agricoltura urbana varato a Los Angeles, dedicato all’area Cornfield Arroyo Seco Specific Plan (CASP), di 660 acri (267 ettari). Il piano assume quale obiettivo centrale la riqualificazione di un quartiere di Los Angeles attraverso la chiave dell’agricoltura urbana7 (Perkins + Will, 2015). Il documento di piano definisce obiettivi prestazionali, politiche e progetti di cooperazione tra soggetto istituzionale (che sostiene e accompagna) e soggetti economici e sociali (che alimentano e praticano).

5 “Planners have the ability to implement policies and land-use planning tools, such as zoning, to support urban agriculture. However, there is some argument over the issue of zoning for urban agriculture. For instance, some consider the treatment of gardens in community planning codes to be one more thing for the planning staff to handle. Members of the P-Patch organization in Seattle prefer to treat gardening as an allowed interim land use, since gardening is relatively benign and can be consistent with any other surrounding land use” (Department of Urban and Regional Planning p. 11). 6 Recognition that many benefits emerge from stronger community and regional food systems Current planning activities already affect the food system and its links with communities and regions. For example, land use planners may use growth management strategies to preserve farm and ranch land, or recommend commercial districts where restaurants and grocery stores are located, or suggest policies to encourage community gardens and other ways of growing food in communities. Economic development planners may support the revitalization of main streets with traditional mom-and-pop grocery stores, or devise strategies to attract food processing plants to industrial zones. Transportation planners may create transit routes connecting low-income neighborhoods with supermarkets, and environmental planners may provide guidance to farmers to avoid adverse impacts on lakes and rivers. This policy guide seeks to strengthen connections between traditional planning and the emerging field of community and regional food planning. As such, two overarching goals are offered for planners: (1) Help build stronger, sustainable, and more self-reliant community and regional food systems, and, (2) Suggest ways the industrial food system may interact with communities and regions to enhance benefits such as economic vitality, public health, ecological sustainability, social equity, and cultural diversity. (American Planning Association, 2007, p. 2). 7 “The Urban Agriculture Plan seeks to create a healthy, sustainable Los Angeles River neighborhood through the lens of urban agriculture. It identifies specific strategies, locates potential interventions, and suggests means of project implementation. The Plan is not a policy document. The process as well as the result is assisting the Los Angeles River Revitalization Corporation and others to facilitate responsible community and economic development focused on environmental and food-based activities in the area of study.” (Perkins + Will, 2015, p. 3).


PAESAGGI DELL’ALIMENTAZIONE E PIANIFICAZIONE

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Fig. 3. Parco Agricolo Ecologico: un modello territoriale (fonte: Comune di Bergamo, Studio di Fattibilità per il Parco Agricolo Ecologico, 2006)


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Fig. 4. Tavola progettuale riferita all’area CASP (fonte Perkins + Will, 2015, p. 60).

Tre elementi progettuali significativi posti in evidenza: (i) l’agricoltura urbana rappresenta lo strumento capace di promuovere interazione sociale e rafforzamento delle reti comunitarie locali; (ii) una sfida impegnativa di riconversione di un contesto industriale capace di verificare le condizioni di riqualificazione ambientale delle aree ai fini agricoli; (iii) progetti di agricoltura urbana come occasione di rinnovare fiducia in un cambiamento verso una progressiva qualificazione paesaggistica e urbana. I sette criteri generali assunti nel documentoguida sono: (i) supporto della pianificazione territoriale alla pianificazione alimentare a livello regionale; (ii) rafforzare l’economia locale e regionale attraverso la promozione di sistemi alimentari locali e regionali; (iii) integrare piani e politiche di produzione agricola con la salvaguardia della salute alimentare degli abitanti; (iv) integrare nella pianificazione dei sistemi alimentari obiettivi di sostenibilità ambientale ed ecologica e (v) di equità e giustizia per produttori-consumatori; (vi) una pianificazione capace di valorizzare le diversità nelle coltivazioni e nelle culture alimentari delle diverse etnie insediate; (vii) integrare pianificazione locale e regionale con norme e indirizzi di livello statale.

Fig. 5. Bambini al lavoro nell’orto della scuola di Iseo (BS) (fonte https://slowfoodogliofranciacortaiseo.wordpress.com).


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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Adobati F., Oliveri A. (2007) “Lineamenti per la costruzione di un piano d’area. Agenda per uno scenario del Vimercatese: dai valori territoriali al governo delle trasformazioni”. In: Magnaghi A. (ed.) Scenari strategici. Visioni identitarie per il progetto di territorio. Firenze: Alinea. Firenze, 207-211 e 214-218. American Planning Association-APA (2007) Policy Guide on Community and Regional Food Planning; American Planning Association: Chicago, IL, USA, 2007. Baldeschi P. (2013), “Agricoltura e pianificazione”, in Poli D. (ed.) , Agricoltura paesaggistica. Visioni, metodi, esperienze, Firenze University Press, Firenze. Department of Urban and Regional Planning, Literature Review / Urban Agriculture, University of Wisconsin-Madison (USA) (http://urpl.wisc.edu/ecoplan/content/lit_urbanag.pdf) Donadieu P. (2004), Campagne urbane, una nuova proposta di paesaggio della città, Donzelli, Roma. Donadieu P. (2012), Sciences du paysage, entre théories et pratiques, Lavoisier, Paris. Donadieu P. (2013), “Il rischio della regolazione paesaggistica”, in Scienze del Territorio-Rivista di Studi Territorialisti 1/2013_Ritorno alla terra, Firenze University Press, Firenze. Fanfani D. (2009 ) “Introduzione”, in Fanfani D. (ed.), Pianificare tra città e campagna: Scenari, attori e progetti di nuova ruralità per il territorio di Prato, Firenze University Press, Firenze.

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Ferraresi G. (2011), “La rigenerazione del territorio: un manifesto per la neoruralità”, in Il progetto Sostenibile n. 29, Edicom, Monfalcone (GO), pp. 30-35. Lagomarsini S. (2001), Uso comune e appropriazione metropolitana: due modelli di utilizzo del territorio in Val di Vara, in «Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”» vol. LXX (2000), Scienze storiche e morali, La Spezia, pp. 75-89. Magnaghi A. (2010), Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri, Torino. OECD (2009), Farmland conversion. The spatial dimension of agricultural and land-use policies, Paris. Perkins + Will, (2015), Urban Agriculture Plan, Los Angeles River Revitalization Corporation (RRC), Los Angeles (USA). Quaini M. (2006), L’ombra del paesaggio. L’orizzonte di un’utopia conviviale, Diabasis, Reggio Emilia. Treu M.C. (2014), “Le discipline che attraversano il territorio”, in Scienze del Territorio-Rivista di Studi Territorialisti 2/2014, Firenze University Press, Firenze. van der Ploeg, J. D., Roep, D. (2003), “Multifunctionality and rural development: the actual situation in Europe”, in Van Huylenbroeck, G. and Durand, G., (eds.), Multifunctional Agriculture: A New Paradigm for European Agriculture and Rural Development, pp. 37–54, Aldershot; Burlington, VT (Ashgate).


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GUIDO BONOMELLI

LA RICONVERSIONE DEL PAESAGGIO POST EXPO

L’UNICITÀ Cimentarsi con la riqualificazione di un’area che ospiterà una esposizione universale certamente non è un progetto che capita tutti i giorni. Il tema poi è di così grande complessità che non può essere affrontato da uno o poche persone, ci vuole il contributo di tanti, con vari profili, meglio se si tratta di osservatòri e di punti di vista diversi, per cui bene ha fatto Iconemi ad organizzare il dibattito sul tema e c’è da augurarsi che anche questo semplice contributo serva a stimolare nuovi e più utili apporti. Sembrano lontani gli anni in cui l’Italia, la Lombardia e Milano ottennero la possibilità di organizzare l’evento e sembrava allora ci fosse molto tempo, e comunque un tempo sufficiente, per pensare l’esposizione e persino per immaginare da subito il post evento. Quando si legge quanto c’è in letteratura in tema di aree che devono ospitare eventi importanti (che siano esposizioni o olimpiadi o simili) accanto ad errori di pianificazione clamorosi (tanti) si vedono anche alcune eccellenze (poche) cui ispirarsi. Ma queste ultime, quelle più riuscite, hanno un denominatore comune e cioè: pensare nello stesso tempo all’evento e al post evento. Nel caso delle Olimpiadi di Londra ad esempio si cercò di costruire il layout delle residenze che fossero funzionali per gli atleti durante l’evento sportivo ma anche facilmente, e convenientenente convertibili, in residenze permanenti, per famiglie. Si pensava allora, che il tempo che separava dall’evento fosse sufficiente per tenere conto anche del “ dopo”, che per la prima volta in Italia si potesse pensare con lungimiranza, attenzione ai costi, proiezione degli investimenti, ma ben presto il tempo cominciò a correre. Gli intoppi burocratici, i confronti “ politici “, il dibattito sulla governance si sono “ mangiati” quell’apparente anticipo e ora ci ritroviamo con il fiato corto addirittura sulla predisposizione delle

strutture per l’evento, figuriamoci pensarle o averle pensate per il dopo. Certo venne realizzato un masterplan, e questo fu positivo, in quanto determinò l’impostazione del telaio dell’area, le piazze, le vie principali, il Palazzo Italia, le strutture permanenti e non, l’ anello attorno all’area. Ma la realizzazione finale si discosterà in parte da questa impostazione eppoi il masterplan, pur nella sua utile flessibilità, non è bastato ad attirare gli operatori nella prima gara di vendita dell’area. Anche da un punto di vista urbanistico c’è molta libertà: 500mila mq di superficie calpestabile dove sono consentite le destinazioni residenziale, terziario, commerciale (fino alla media distribuzione ) senza imporre localizzazioni e mix. Tra gli obblighi urbanistici c’è la realizzazione di un parco multitematico (per metà dell’area) ma questo parco può ospitare funzioni anche molto diverse che vanno dal complesso sportivo, ad attività ludiche e per il tempo libero a incubatori di impresa. E rispetto a queste funzioni si sono cristallizzate alcune manifestazioni di interesse. Anzi Arexpo bandì una vera e propria gara per acquisirle e ne arrivarono ben 16 compresa l’ipotesi stadio. Tra queste, anche ipotizzando che, secondo le ultime notizie, il Milan decida di realizzare lo stadio al “Portello”, alcune sono ancora vive e pulsanti. Anzitutto la parte sportiva: Milano ha delle esigenze in parte non soddisfatte se pensiamo a una piscina olimpionica o a strutture per sport a volte trascurati come l’ hockey. L’ area essendo ben infrastrutturata potrebbe ospitare questi impianti e anche eventi di caratura, essendo non troppo a ridosso della città da congestionarla con eventuali apporti aggiuntivi, ma nello stesso tempo comunque facilmente raggiungibile. A proposito della infrastrutturazione dell’area dobbiamo osservare come l’assetto sia in qualche modo differenziale: con una parte agganciata dalla metropolitana e un’altra raggiunta dalla viabilità su gomma (l’area è interessata da due autostrade A4 e


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GUIDO BONOMELLI

A8) mentre forse andrebbe prevista (e così era nei piani iniziali) una stazione dell’ alta velocità e una stazione aggiuntiva della metropolitana in perimetro sud. Questa infrastrutturazione richiede l’introduzione di un anello attorno all’area per riequilibrare i punti di attacco e questo è stato uno dei motivi che hanno suggerito una pianificazione unica della stessa e anche la prima gara ragionava in questi termini Certamente se si procederà in futuro per fasi o per ambiti non si potrà non prevedere un approccio organico anche per la parte mobilità. A questo proposito osserviamo che, molto intelligentemente, il master plan aveva previsto due velocità diverse per la mobilità dell’area. Un rapido raggiungimento del perimetro dall’esterno proprio grazie alle autostrade, alla metropolitana e all’ alta velocità, ma una mobilità dolce e sostenibile all’interno, che non veniva mai tagliato da quelle direttrici veloci e questo aspetto andrebbe mantenuto e sviluppato in futuro anche pensando a qualcosa di innovativo in questo senso. Un’area così particolare non può non caratterizzarsi per una sperimentazione anche su un tema strategico come la mobilità.

LO STADIO Attorno all’ipotesi stadio, per il Milan o per entrambe le maggiori società milanesi, si è concentrato un dibattito intenso. Sui giornali si è consumata una battaglia tra favorevoli e contrari, i primi per liberare l’attuale sede o per ipotizzare una soluzione più moderna e al passo coi tempi, i secondi ritenendo che la destinazione calcistica pregiudicasse altre destinazioni. Credo che la proposta sul punto debba stare in capo alle società coinvolte e agli investitori che intendono supportarle, con ogni probabilità diversi dalle prime, che credono nelle opportunità commerciali eventualmente connesse con questo insediamento. Non credo che l’investimento debba ricadere sul pubblico, come è avvenuto in passato per interventi analoghi, ma piuttosto se parte dell’ area dovesse essere consumata questa andrebbe remunerata per i volumi che si porta appresso senza deroghe od eccezioni. Viceversa non appare scontato che la destinazione stadio sia comunque incompatibile con altre destinazioni. Non deve essere così in ogni caso e qualunque sia l’area destinata. Eppoi parliamo di un’area di dimensioni tali per cui due destinazioni supposte, ma appunto solo supposte, incompatibili, potrebbero benissimo stare a più di un chilometro l’una dall’altra.

L’IMPOSTAZIONE FINANZIARIA Senza entrare, e ci mancherebbe altro, nelle scelte politiche che hanno portato all’attuale impostazione dell’operazione, non possiamo prescinderne. La scelta è stata quella di acquistare le aree dell’esposizione (e non espropriarle) ad un valore naturalmente congruito da Agenzia del territorio ( ora Entrate ) e anche da una perizia giurata del Tribunale e di fare un accordo con Expo spA, la Società responsabile dell’evento. Questo accordo, che è il fulcro attorno al quale ruota tutta la attività di Arexpo, stabilisce una serie di punti inderogabili. Anzitutto che Arexpo concede in diritto di superficie le aree affinché Expo possa realizzarvi quanto serve per l’esposizione. Al termine dell’ esposizione Expo si impegna – in caso non venga fatto dai paesi espositori – a smantellare i padiglioni di tali paesi, le cosiddette strutture provvisorie. Rimangono naturalmente le strutture permanenti e le infrastrutture di servizio e tecnologiche che diventano di proprietà di Arexpo. Si faccia subito attenzione al fatto che non tutte queste infrastrutture sono “ monetizzabili “ da parte di Arexpo, molte di queste infatti sono opere di fatto pubbliche cioè di utilizzo pubblico e, in molti casi, non sono neppure opere di urbanizzazione ( peraltro questo inquadramento spetta solo ai comuni territorialmente competenti, Milano e Rho), perché ad esempio fanno riferimento ad un ambito superiore rispetto a quello dello specifico piano attuativo. Si pensi alle opere viabilistiche, di mobilità o alle passerelle. Tra l’ altro il valore anche solo di realizzazione di queste opere sarebbe sproporzionato rispetto al valore di edificabilità dell’area e quindi non può essere sostenuto con gli oneri di urbanizzazione. In definitiva queste opere transiteranno, attraverso percorsi da stabilire, da Expo – realizzatore per parte pubblica – ai comuni competenti senza compensazioni economiche. Al più all’operatore potrà essere chiesto di realizzare alcune rifunzionalizzazioni, ad esempio, per completare il caso delle passerelle, la ciclabilizzazione di queste (se si può usare questo termine) oggi non presente e questa sì, potrebbe essere, nell’ ambito di una convenzione attuativa, posta a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Quindi il “grosso” delle opere, che qualcuno quantifica in una somma tra 800 mln e 1 mld e qualcuno di più, rimane in alveo pubblico, certamente dà valore all’area, ma non può essere sostenuto dall’operatore. Per fare un esempio: paghiamo in genere di più un appartamento se è vicino alla


LA RICONVERSIONE DEL PAESAGGIO POST EXPO

stazione della metropolitana, ma non possiamo pensare per questo di far pagare l’investimento della realizzazione di tale stazione o della linea stessa, a chi costruisce lì le abitazioni (al limite avrà riconosciuto un quid al valore dell’area appunto). Per queste ragioni nell’ accordo citato Arexpo non paga il valore delle opere ad Expo pur ricevendole, ma paga un contributo ritenuto (da Agenzia delle Entrate) in qualche modo “ sostenibile “ da parte di Arexpo, sostenibile rispetto alla operazione urbanistica, che comporta anche, sul fronte opposto, alcuni pesi: si pensi alle smantellamento dei padiglioni non permanenti, o alla conversione delle infrastrutture da un assetto funzionale all’ Esposizione ad un assetto definitivo, di supporto a insediamenti residenziali, terziari ecc. Questo contributo venne quantificato in 75 mln (di cui 25 da porre in capo all’ operatore) nelle stime dell’epoca. Certo da allora molte cose sono cambiate: si sono ridotte, per motivi di tempo, le opere che Expo ha realizzato e anche le infrastrutture. Sono aumentate le esigenze di bonifica, con rischio di contenzioso con i proprietari, e probabilmente i costi per adattare le reti tecnologiche o risolvere i contratti attivati per l’esposizione, quindi a potenziale detrimento del contributo, ma questo atterrà ad una eventuale rinegoziazione dell’accordo (o si risolverà nell’ambito della fusione tra le due società) che certo sconta un approccio pubblicistico (e non meramente ragionieristico) alla vicenda. Comunque, al di là della quantificazione dei costi, ciò che deve essere compreso è che almeno sino ad oggi, il valore dell’ area è “solo” nel valore dei volumi che possono essere realizzati. Quindi ogni ragionamento sul suo utilizzo non può prescindere da questo presupposto. La perizia realizzata da Agenzia del Territorio ha correttamente utilizzato il metodo cosiddetto DCF (Discounted Cash Flow) per calcolare il valore dell’ area. Ha considerato i ricavi che potranno essere realizzati dalla vendita delle residenze o degli uffici una volta realizzati, sottraendo da essi i costi per realizzarli, e tutti gli altri costi associati (ivi compresi quelli di urbanizzazione, i contributi associati ai costi di costruzione, il contributo Expo posto in capo all’operatore etc,..) e naturalmente gli oneri finanziari perché l’ operatore ricorrerà per almeno un 60-70% al mercato finanziario e questo ha un costo. Un costo elevato anche perché “piazzare” di questi tempi qualcosa come 500,000 mq (questa la superficie lorda di pavimento consentita su un milione di mq che è l’estensione dell’ area) non avviene dall’oggi al domani: ci vogliono anni e in questi anni l’ operatore è esposto con le banche e sostiene i i relativi oneri.

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Il valore dell’ area dunque è la differenza tra i ricavi e i costi, attualizzata alla data in cui l’ area viene promessa in vendita (in caso di accordo preliminare) per tenere conto del valore del denaro nel tempo. Questo valore come noto venne quantificato nel 2014 in 314 mln euro, una cifra apparentemente alta per chi pensa all’operatore che deve spenderne almeno il doppio per le realizzazioni; ma ritenuta bassa per chi pensa alle opere che il pubblico ha realizzato sull’area, ma non scontabili come già detto. Cosa fa Arexpo di questi quattrini se riesce a realizzare la vendita? Rimborsa il debito contratto con le banche per l’ acquisto delle aree e gli oneri finanziarii, restituisce il capitale ai soci ( 90 mln a Regione, Comune di Milano, Fondazione Fiera milano, provincia di Milano, comune di Rho), paga i costi di struttura degli anni di operatività, peraltro contenuti perché Arexpo non ha assunto personale ma si è appoggiata sul personale messo a disposizione dai Soci. La remunerazione dell’equity che, con questa base d’asta, si potrebbe assicurare ai soci è dell’ ordine del 2,5% alla faccia di chi parla di speculazioni. Si consideri che anche il debito inizialmente contratto con le banche è contenuto in quanto buona parte delle aree sono state conferite ad esempio da Fondazione Fiera a fronte di quote di capitale. Semmai il tema è un altro: questo approccio nato prima della crisi immobiliare è ancora percorribile oggi? E in che misura?

GLI ASPETTI URBANISTICI L’area, unica nel suo genere come detto, ha un inquadramento urbanistico a doppio binario. Le destinazioni che sono previste sono diverse, naturalmente, per il periodo espositivo e per il cosiddetto post expo. Essa è soggetta a strumento attuativo, il piano integrato di intervento deve essere approvato dai due comuni. Proprio sullo strumento urbanistico si deve lavorare anche se si dovesse mantenere l’approccio da “ sviluppatore”: il primo e unico bando è andato deserto certamente perché il mercato è fermo, ma anche perché il concorrente, anche se si fosse trattato di un raggruppamento, avrebbe dovuto comunque presentare un piano unico impegnandosi con le amministrazioni per l’intera area. Forse si deve cominciare a lavorare su ipotesi diverse, si potrebbe ad esempio ragionare su una modifica delle legge 12 regionale (e su questo potrebbe lavorare magari il Politecnico di Milano, che ha la professionalità e la terzietà necessaria) almeno per questa area specifica, su una attuazione per fasi dello strumento attuativo come accadde per i giochi olimpici di Londra.


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GUIDO BONOMELLI

Ma cosa rappresenta quest’area rispetto alla città o alla regione? è un prolungamento della città? Una estensione? Un complemento? O una area esterna, la sede per eventi che non sono assorbibili dalla città? O è un’area con vocazione regionale e quasi una nuova città? O una porta verso l’ Europa o un ponte tra una Germania, nuovo traino dell’ Europa e la Lombardia, ancora locomotiva del vecchio continente? In effetti può essere tutte queste cose insieme se ci saranno imprenditori coraggiosi, investitori lungimiranti, amministratori che sapranno scommettere sulle idee, una burocrazia che non irretirà l’intervento in lacci e lacciuoli, se si riuscirà a piegare le regole alla fantasia, si anteporrà il contenuto alla forma e il futuro al presente. In altre parole per favorire lo sviluppo dell’area da parte di operatori privati forse il pubblico deve essere, paradossalmente, meno presente, deve regolare ma in modo minimale e distante, garantire la tutela degli interessi pubblici certo, ma senza opprimere.

IL FUTURO Oppure c’e un’altra via diversa, ibrida per certi aspetti, e cioè il pubblico anziché sfilarsi completamente e limitarsi a regolare, investa ancora sull’ area o su una parte di essa, investa sul futuro di quest’area, della città e della Regione. In questo senso si sono sviluppati i progetti di Assolombarda che guarda ad una silicon valley che

possa fondere il background robusto delle multinazionali con il coraggio di locali start up. E si sono aggiunte di recente le speranze di un campus universitario o forse anche la ricollocazione di alcune parti stesse della Università statale. Un vero investimento per il futuro quindi, che ben si sposerebbe tra l’altro con incubatori di impresa in una naturale transizione studio – ricerca – applicazione. Ma il campus si sposerebbe bene anche con il già citato complesso sportivo. E forse il cambio di destinazione degli immobili rilasciati dalla Università potrebbe giustificare una partnership forte degli istituti di credito già finanziatori di Arexpo. La scommessa sull’Università poi non potrebbe non vedere protagonista il governo che oggi è già presente in Expo. Anche in considerazione della necessità di Agenzia del Demanio ( proprietario tra l’ altro degli immobili che ospitano l’Università Statale) di ricollocare quasi 100mila mq di enti pubblici che sostengono oggi affitti onerosi con il mercato. Certo la capacità, in questo caso, diventa trovare il corretto equilibrio e regolare funzioni assistite da risorse pubbliche e funzioni privatistiche, che in parte sopravviveranno, conciliare rischio d’impresa e pari condizioni per gli operatori. Insomma forse con la gara deserta si è chiusa una fase tutta finanziaria, si è voltato pagina e se ne sta scrivendo una nuova, carica di aspettative e speranze per una riqualificazione di qualità dell’area, com’è nello statuto Arexpo, e per questo da approfondire fino in fondo.


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MARIA CLAUDIA PERETTI

VERTICAL FARM: UNA NUOVA FUNZIONE PER IL RECUPERO DELLE AREE URBANE DISMESSE

L’idea della “vertical farm” ha avuto negli ultimi anni un notevole successo, configurandosi come nuova frontiera della tecnologia alla quale affidare, almeno in parte, la soluzione del problema della nutrizione degli abitanti del pianeta. Il problema è enorme e drammaticamente urgente: il suolo agricolo coltivabile per produrre alimenti essenziali scarseggia e proiettandoci in un futuro molto vicino (normalmente la soglia temporale del 2050), non sarà sufficiente per sfamare la popolazione sempre più urbanizzata della Terra. Le statistiche che vengono fornite dalle organizzazioni internazionali (1) mettono in evidenza questioni che sono contemporaneamente quantitative e qualitative: incrociando i molti dati non basta infatti sostenere che il suolo di cui disponiamo diventerà insufficiente a fronte dell’incremento demografico dei prossimi tre decenni, ma è necessario completare il ragionamento aggiungendo che questa insufficienza è partorita dal modello di sviluppo fin qui perseguito, caratterizzato dall’intreccio perverso di sprechi, mancanza di politiche coordinate, stili di vita e abitudini di consumo non sostenibili. In parole semplici, abbiamo usato e stiamo continuando ad usare il suolo di cui disponiamo nel peggiore dei modi e proseguendo lungo il percorso che abbiamo intrapreso, il processo della crisi alimentare/ambientale, già assolutamente grave per gli esiti nel presente, avrà uno sviluppo accelerato, non lineare ma esponenziale. La denutrizione di una parte enorme della popolazione mondiale è un problema speculare rispetto a quello dell’altra parte di umanità che muore di obesità e di iperconsumo. La denutrizione e la cattiva nutrizione derivano da un uso malato e distorto delle risorse, dei brevetti, del potere economico, del potere decisionale. È partendo da questo sfondo che Dickson Despommier elabora l’idea della “vertical farm” (2): lui è americano, professore di microbiologia alla Columbia University. Il suo codice di lettura è quindi quello di un esperto in salute pubblica, abitante del-

la parte opulenta del mondo che da sola è responsabile del consumo di una percentuale consistente delle risorse planetarie, ma che, nonostante questo, ha generato al suo interno forme crescenti di povertà legate a una profonda sottocultura alimentare, alla produzione/distribuzione/consumo di cibo spazzatura: negli Stati Uniti obesità è sinonimo di povertà, di ghetto, di mancanza di alimenti freschi e sani. Qui è sempre più diffusa la consapevolezza che “battaglia per il cibo”(3) è per molti versi sinonimo di “battaglia per una nuova equità sociale”(4) e per una nuova “giustizia spaziale”. (5) Per Despommier la vertical farm servirà a garantire cibo in quantità sufficiente, ma anche a garantire cibo sicuro, sano, controllato, fresco. La vertical farm è una struttura urbana, porterà dentro le città la produzione di quegli alimenti che il suolo agricolo della campagna, sempre meno abitata e sempre più consumata, non potrà garantire. Produrre verdure in città consentirà di abbattere fino ad eliminarli i costi del trasporto, realizzando il tanto agognato Km0, cioè la riduzione dell’inquinamento e dei costi legati alla logistica dell’economia globalizzata, con le merci che si spostano seguendo flussi che ignorano la geografia e spesso il senso comune più elementare. L’idea centrale della vertical farm è quella di utilizzare tecnologie di coltivazione idroponiche, che generano lo sviluppo delle piante senza terra, attraverso l’uso di acqua e di sostanze nutrienti: le coltivazioni avvengono in scaffalature sovrapposte (da qui l’aggettivo vertical) minimizzando gli spazi e le estensioni richieste dall’agricoltura orizzontale che usa la terra come elemento nutritivo. Dentro processi indoor che possono essere totalmente controllati, si eliminano i rischi e le incognite del clima e delle malattie, che invece pesano moltissimo nell’agricoltura outdoor: è inoltre possibile moltiplicare il raccolto sottraendolo ai cicli naturali e stagionali, aumentando di molto la capacità produttiva.


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MARIA CLAUDIA PERETTI

Insomma sarà finalmente possibile eliminare i gravi effetti collaterali delle forme di agricoltura intensiva, responsabili di una parte consistente dell’inquinamento planetario, dello sterminio della biodiversità, dello spreco ingente di risorse preziose come l’acqua e della desertificazione biologica di molti suoli fertili. Se queste sono le premesse, per chi si occupa di paesaggio è interessante prefigurare gli esiti che l’applicazione della vertical farm potrà avere nei luoghi, nelle loro forme, nelle loro culture, partendo dall’assioma che le nostre abitudini alimentari e i nostri stili di vita, il nostro modo di produrre, distribuire, confezionare il cibo sono l’interfaccia diretta dei paesaggi che ci circondano. Poiché il suolo urbano è occupato e sempre meno disponibile, da subito la vertical farm viene associata all’idea di proiezione verso l’alto non solo delle colture, ma anche degli edifici che le ospitano disegnati come torri che svettano e conquistano il cielo, moltiplicando il rendimento produttivo in altezza. Per dare forma a questa nuova funzione urbana assistiamo così in molti casi a un apparentamento stretto con l’iconografia del grattacielo, cioè con quella che a tutti gli effetti possiamo ritenere l’espressione più interessante e originale della storia della città americana. Nella retorica delle prefigurazioni teoriche, come il grattacielo alle sue origini, anche la vertical farm diventa icona della modernità e del progresso: osservare le immagini che compaiono nei motori di ricerca di internet digitando la parola “vertical farm”, è come assistere a un defile di restyling miraboanti in cui l’edificio alto si presenta con nuovi vestiti fatti di trasparenze, immaterialità, verzure e foglie. È uno scambio nelle due direzioni: la vertical farm si nutre dell’iconografia del grattacielo e il grattacielo, ormai lontano dall’immaginario eroico e positivista del capitalismo tardo ottocentesco, ma sempre più associato al volto inquietante dell’economia multinazionale e globalizzata e dei suoi squilibri, trova nella vertical farm un potente brand di ringiovanimento, di marketing positivo. In questo tipo di immaginario è evidente la volontà di alimentare il modello di sviluppo perseguito negli ultimi decenni, evitando di ridiscuterne alle basi il sistema di valori, esaltando l’approccio antropo/urbano centrico e affidando alla tecnologia il compito catartico di salvare il pianeta. Di certo questo tipo di iconografia è ben lontana dalla cultura del paesaggio italiano e dalla spessa stratificazione di valori culturali, sociali e ambientali che essa sintetizza.

Nel sito di Plantagon, azienda svedese della green economy, (6) si trovano chiaramente rappresentate le tre tipologie con le quali la vertical farm può trovare applicazione nella città contemporanea. Il primo esempio è quello del “PlantaWall”, sistema che può essere usato per riadattare edifici esistenti aggiungendo una nuova pelle tridimensionale nella quale viene attivato un processo di coltivazione integrata di vegetali commestibili: si tratta contemporaneamente dell’introduzione di una nuova funzione (la produzione di cibo) e di una nuova facciata, che conferisce all’edificio e all’azienda che lo abita una nuova immagine ecofriendly e verde. Sono molti gli esempi esistenti di facciate verdi a partire dall’invenzione del muro vegetale di Patrick Blank: il PlantaWall aggiunge a questi esempi la funzione commestibile, per cui l’edificio non solo cambia abito ma produce alimenti freschi consumabili da chi lo abita. (7) Il secondo esempio presentato da Plantagon è quello del “Multifunctional Greenhouse Building”, cioè di un edificio che ospita, insieme alle normali funzioni del lavoro e dell’abitare, la funzione agricola finalizzata a produrre cibo all’interno di un sistema controllato che definisce un nuovo metabolismo complessivo. Anche in questa tipologia sono moltissimi i progetti elaborati dagli architetti di tutto il mondo.(8) Infine, il terzo esempio è quello dello “Standalone Greenhouse Building”, cioè dell’edificio monofunzionale totalmente dedicato alla produzione industriale indoor di vegetali commestibili. Plantagon presenta alcuni esempi messi a punto dal proprio centro di ricerca, in cui la forma del fabbricato è dettata soprattutto dall’esigenza di inglobare la massima quantità di luce naturale, riducendo al minimo l’utilizzo di energia elettrica. (9) Spostandosi fuori dal campo delle prefigurazioni gli esempi esistenti di vertical farm mostrano invece una totale lontananza dall’immaginario progettuale che sta accompagnando la nascita di questo nuovo sistema di produzione del cibo in città. L’impianto Nuvege a Kyoto ospita 57.000 mq di colture idroponiche in un capannone senza finestre, una scatola di cemento all’interno della quale trovano collocazione impianti sofisticati, che, grazie all’illuminazione a led, sostituiscono la luce naturale nel processo della fotosintesi clorofilliana. (10) Growing Underground è un impianto di agricoltura urbana che è stato insediato in tunnel dismessi sotterranei della Metropolitana di Londra. Anche in questo caso, quindi, ci troviamo in presenza di uno spazio senza immagine, non rappresentabile. (11) A Chicago la più grande vertical farm è quella di


VERTICAL FARM: UNA NUOVA FUNZIONE

Bedford Park chiamata The Plant: questo impianto occupa 93.500 metri quadrati di strutture industriali dismesse costruite nel 1925 che, dopo un lungo periodo di abbandono, sono state acquistate nel 2010, a un prezzo estremamente basso – circa $ 5,00 per piede quadrato. La costruzione è stata in gran parte mantenuta e riutilizzata e The Plant ha contribuito a dare nuova vita a un quartiere degradato diventando una nuova centralità urbana.(12) E così via. (13) Le vertical farms realizzate possono essere capannoni anonimi che sfruttano prevalentemente o totalmente la luce artificiale dei led, o scatole rettangolari traslucide come quelle delle Sky Green Farms di Singapore che raccolgono il più possibile la luce naturale del clima equatoriale.(14) Aniconiche, mute, del tutto non figurative, oppure disponibili ad assumere sembianze già esistenti. Guardando gli esempi realizzati possiamo dedurre che, separata dall’immaginario del grattacielo avveniristico, vertical farm è nei fatti una nuova “funzione” urbana estremamente adattabile e che, a differenza di tante altre funzioni molto più esigenti e vincolanti dal punto di vista spaziale, ha la possibilità di essere localizzata in contenitori privi di particolari qualità: perfino sottoterra, perfino completamente ciechi. Proprio per questa sua adattabilità la nuova funzione diventa estremamente interessante se pensiamo all’enorme quantità di svuotamenti e di dismissioni che la crisi di questi anni ha generato nei tessuti urbani delle nostre città e alla parallela crisi del sistema del commercio in generale e della rete della grande distribuzione in particolare. Poiché è sempre più difficile pensare di intervenire sul patrimonio dismesso con le logiche del mercato espansivo e utilizzando funzioni tradizionali, la vertical farm apre quindi prospettive affascinanti di utilizzo e rigenerazione degli spazi esistenti nella logica di mantenerli il più possibile, senza particolari trasformazioni fisiche, ma concependoli come luoghi dove installare nuove attrezzature impiantistiche adeguate allo scopo di produrre cibo fresco. E se è vero che la produzione indoor non potrà mai riproporre la ricchezza di declinazioni che nasce dal rapporto costruito nei secoli tra cibo e terra, è altrettanto vero che le nuove tecnologie di coltivazione controllata e non inquinante, potrebbero sostituire con indubbi benefici tutta quella parte di filiera del cibo spazzatura che tanti danni sta generando alla salute del pianeta e dei suoi abitanti. In una innovativa visione di sistema finalizzata a coordinare le politiche evitando la frammentazione degli ultimi decenni, potremmo pensare di attribuire al suolo agricolo – spesso pregevolissimo- ancora

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presente nel nostro Bel Paese il ruolo di generatore di prodotti speciali, di grande qualità sia dal punto di vista alimentare che dal punto di vista (strettamente connesso) paesaggistico: oppure quello altrettanto importante di riserva ecologica finalizzata alla conservazione della biodiversità. Le coltivazioni indoor e senza suolo potrebbero invece essere insediate in punti strategici delle città, per recuperare spazi dismessi e in disuso, riqualificando i contesti sociali e di vicinato e generando nuovo senso per le comunità che abitano i quartieri. Partendo da un’attenta considerazione delle specificità dei luoghi, vertical farm potrebbe diventare un efficace strumento per salvare il paesaggio, liberando il suolo fertile di cui ancora disponiamo dalle mire dello sfruttamento intensivo, per lasciarlo invece al suo ruolo di generatore di riequilibrio e valorizzazione ambientale, alimentare e culturale. In conclusione Quello della vertical farm può essere un contributo importante al progetto della sostenibilità a condizione che non diventi soltanto un nuovo brand dell’economia multinazionale e globalizzata, una nuova forma di marketing finalizzata al profitto di pochi, una nuova modalità di controllo dei semi e dei brevetti in grado di radicalizzare il processo (già drammaticamente evidente) di esclusione delle popolazioni dai loro diritti essenziali. A fronte del contesto in cui ci troviamo, alla crisi ambientale e alimentare e alla loro urgenza, la battaglia per il cibo deve assumere come contenuti forti e prioritari la rinascita delle comunità locali, le differenze dei contesti, la biodiversità sociale, l’equità. La tutela dei paesaggi. Più che mai siamo in grado di affermare che il cibo è un bene comune nel quale prende forma un patrimonio di consapevolezza collettiva. L’agricoltura urbana può essere uno strumento potente per reinterpretare e rigenerare il senso dello spazio pubblico e dei paesaggi abitati, il loro essere luoghi di tutti e per tutti, luoghi della responsabilità, della cittadinanza attiva e della partecipazione consapevole, all’interno di un sistema di valori che ci chiede, a voce sempre più alta, di essere ridefinito alla base, in vista di un nuovo patto tra la nostra specie e il pianeta che la ospita. L’agricoltura urbana insieme alle nuove tecnologie non può quindi essere separata dalla sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo e di un nuovo modello di polis che ci veda tutti, ciascuno con il suo ruolo, corresponsabili del nostro destino e di quello dei territori che abitiamo, protagonisti dei paesaggi e dei loro esiti a tutti i livelli.


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MARIA CLAUDIA PERETTI

Figg. 1-2. Growing Underground - Colture idroponiche realizzate nei tunnel dismessi della metropolitana di Londra.

Fig. 3. Green Spirit Farm - New Buffalo.

Fig. 4. Green Spirit Farm - New Buffalo.

Fig. 5. Nuvege - Kyoto.

Fig. 6. Nuvege - Kyoto.

Fig. 7. Nuvege - Kyoto.

Fig. 8. Sky Green Farms - Singapore.


VERTICAL FARM: UNA NUOVA FUNZIONE

Fig. 9. The Dragonfly Tower - Vincent Callebaut Architects.

Fig. 11. New Vertical Farm - Vincent Callebaut Architects.

Fig. 10. Toronto Sky Farm - Gordon Graff.

Fig. 12. Londra Tower Farm - Xome Arquitectos.

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MARIA CLAUDIA PERETTI

NOTE 1. Tra tutti vedi i dati forniti dalla FAO ( Food and Agricolture Organization of the United Nations): al link http://www.fao.org/economic/ess/en/#.VGI3BMlApW8 si può scaricare il rapporto “Food and Nutrition in numbers 2014”. 2. Dickson Despommier è un microbiologo ecologista e professore emerito di Salute Pubblica e Ambientale presso la Columbia University. Per ventisette anni conduce ricerche sul parassitismo cellulare e tiene docenze su Malattie Parassitarie, Ecologia Medica ed Ecologia. L’idea della vertical Farm viene formulata nel 1999 e pubblicizzata attraverso una folta serie di conferenze, video e pubblicazioni. Per trovare documentazione consulta il sito http://www.verticalfarm.com/. Nel 2010 viene pubblicato il libro:The Vertical Farm: Feeding the World in the 21st Century. Thomas Dunne Books 3. Vedi l’inchiesta di Repubblica pubblicata online al link: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/10/06/news/la_guerra_per_il_cib o _ c h e _ v e r r 2 - 9 6 0 0 2 5 7 0 / L’inchiesta, scritta a più mani, indaga sul fenomeno della speculazione finanziaria legata a prodotti alimentari e sul fenomeno del Land grabbing, letteralmente accaparramento di terra “… ovvero l’acquisto o la locazione a lungo termine di estensioni terriere da parte di investitori stranieri. Il fenomeno emerge con forza alla fine del 2006, a seguito di un improvviso shock dei prezzi che fa impennare vertiginosamente il Food-Index mondiale, ovvero l’indice di borsa sui prezzi degli alimenti agricoli primari (grano, riso, cereali...). Si scopre così grazie al lavoro di alcune Ong che mettono insieme i dati rilevati individualmente, che nel solo 2006 sono stati sottoscritti (quelli conosciuti) 416 maxi contratti di “accaparramento di suolo” in 66 paesi del mondo (quelli monitorati) per complessivi 87 milioni di ettari di terre coltivabili. Per intenderci sulla portata ci basta fare un paragone: l’intera superficie coltivabile italiana è inferiore a 17 milioni (considerando anche orti, giardini e parchi pubblici). 4. Il diritto al cibo come bene comune da sottrarre alla logica speculativa delle regole finanziarie e al-

lo strapotere di poche multinazionali detentrici dei brevetti dei semi è al centro dell’azione e della filosofia di una parte importante del pensiero contemporaneo sviluppato in direzione ecologica, per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Basti tra i tanti ricordare Carlo Petrini e Vandana Shiva, Slow Food e Terra Madre 5. Tra la forma e l’organizzazione spaziale del territorio e gli esiti dello sviluppo sociale e della qualità della vita di chi lo abita c’è un rapporto strettissimo e non disgiungibile. La forma del disagio, delle povertà, della malnutrizione è l’interfaccia speculare dell’assetto territoriale, delle politiche urbane e dei modelli di uso dello spazio che quindi può essere utilizzato come criterio di misurazione del benessere della popolazione, o del suo malessere nelle varie forme. Tra i numerosi testi che affrontano il tema della giustizia spaziale si ricordano: Lefebvre,H. (1978), Il diritto alla città, Marsilio Soja, E. (2010), Seeking Spatial Justice, University of Minnesota Press, Minneapolis 6. http://plantagon.com/ 7. Vedi l’esempio dell’urban farm per il Pasona Group a Tokio progettato da Konodesign (http://konodesigns.com/portfolio/Urban-Farm/). Attorno a un edificio preesistente è stata aggiunta una facciata vegetale a doppia pelle,all’interno della quale sono ospitate più di 200 specie di frutta, verdura e riso che vengono raccolte e servite nella mensa dell’azienda. Le coltivazioni occupano il 20% della superficie degli uffici. 8. Vedi l’esempio progettato nel 2005 da Soa per Rennes chiamato Tour Vivante. (http://www.soaarchitectes.fr/en/#/en/projects/show/27). 9. http://plantagon.com/urban-agriculture/verticalgreenhouse/standalone-greenhouse<< 10.Vedi il filmato divulgativo in: http://youtu.be/ sea76FnYljs 11.http://growing-underground.com/ 12.www.plantchicago.com/ 13.Anche gli impianti del Green Spirit Farms presenti a New Buffalo, Detroit e Medina (Ohio in corso di costruzione) occupano magazzini e strutture preesistenti dismesse e rifunzionalizzate con l’agricoltura urbana. http://www.greenspiritfarms.com/index.html 14.http://www.skygreens.appsfly.com/home


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TINO GRISI

RUOLO E SEGNO DELLA PRODUZIONE DI CIBO NELLA CITTÀ CONTEMPORANEA

Considero questa presentazione del tutto sperimentale. Si tratta della proposta di un percorso, del soffermarsi su figure della coltivazione in ambito urbano, non sulle sue politiche e tecniche: uno spiraglio aperto alla contemporaneità, tuttavia un anacronistico sguardo al passato attraverso la visione del futuro.

1. SUGGESTIONI Crystal Palace Il palazzo di cristallo fu costruito dall’ingegner/ giardiniere Joseph Paxton durante sei mesi in Hyde Park, a Londra, quale fantasmagorica sede della prima Esposizione universale, nel 1851. «Come un’inaudita fiaba, giunse ovunque la notizia che col vetro e col ferro si voleva costruire un edificio che coprisse diciotto iugeri di terreno. Hyde Park offriva al suo centro un esteso prato libero, attraversato solo nel suo lato più corto da un viale di magnifici olmi. Molte voci allarmate si levarono a difesa di questi alberi, sostenendo non dovessero essere sacrificati per un capriccio della fantasia. Coprirò gli alberi con una volta! fu la risposta di Paxton il quale progettò così la navata trasversale del padiglione con una botte alta 112 piedi per ospitare l’intero gruppo di alberi. L’aver lasciato i magnifici filari di olmi nel transetto aveva avuto molta importanza. In questo spazio vennero condotte tutte le magnificenze di cui disponevano le ricche serre inglesi. Piumate palme del sud si mescolavano alle corone di olmi vecchi cinque secoli; in questo bosco incantato erano ordinati: sculture, bronzi e trofei di altre opere d’arte. Al centro, un’imponente fontana di cristalli e vetro» (Lessing, 1900). Garden City La città giardino di Ebenezer Howard (1902) si basa sulla teoria detta dei tre magneti e individua un’entità città-campagna capace di riassumere in

sé i benefici della vita urbana come di quella agreste: «Possiamo considerare la città e la campagna come due calamite, ciascuna protesa ad attrarre gli uomini verso se stessa, una contesa in cui interviene una nuova forma di vita partecipe della natura d’ambedue. Ciò può essere illustrato da un diagramma con tre calamite, dove i principali vantaggi della città e della campagna sono espressi assieme agli svantaggi corrispondenti, mentre i vantaggi della città-giardino appaiono liberi dagli svantaggi di ambedue…La società umana e le bellezze della natura sono fatte per essere godute insieme. Le due calamite devono fondersi in una sola…La città e la campagna si devono sposare» (Howard, 1902). Howard propone la struttura della città-giardino, disegnando una serie di anelli concentrici il cui nucleo è costituito da un parco. Attorno vi sono le fasce residenziali, una cintura verde che le separa dalla zona industriale e, all’esterno, il terreno agricolo. Abitazioni e parti manifatturiere occupano un sesto del terreno; il resto è destinato a coltivazione: l’autosufficienza è la peculiarità essenziale della città-giardino. Orti di guerra Durante la seconda guerra mondiale, l‘Italia mise a coltura tutta la terra disponibile, intensificando al massimo grado l’autarchica battaglia del grano. Si decise di coltivare anche le aree edificabili nelle città e di trasformare i giardini in orti e campi. Il frumento andava seminato e cresciuto in tutti i terreni di proprietà comunale, dagli incolti a quelli piantumati a verde ornamentale. Alla coltivazione provvedevano gli stessi abitanti o i giovani delle organizzazioni di partito; nessun particolare recinto chiudeva gli orti, affidati al rispetto dei cittadini. L’appello alla coltivazione come sostegno dell’attività bellica non è del resto una prerogativa dei regimi totalitari: la colorita propaganda dei Victory Gardens accompagnò le armate alleate in entrambi i conflitti mondiali.


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Fig. 1. Thomas Abel Prior: Interno del Crystal Palace nel 1851.

Urban Farming Squint/opera, agenzia di comunicazione worldwide, nella prima decade del nuovo millennio ci mostra una visione di città coltivata su tutte le sue coperture e nelle strette verticali delle facciate. Idilliaca nei suoi bordi idroponici disponibili a una flânerie nell’Arcadia, la metropoli-fattoria si lascia, al centro, vedere dall’alto come una composizione di parcelle agricole solcate da baracche e trattori, superimposta a un costruito che scema via via, verso le strade sottostanti.

2. ESPERIMENTI Public Farm 1 Public Farm 1 è un progetto ideato da Work Architecture Company per il MoMA di New York, nel 2008. Nato da un’esperienza di ricerca quadriennale alla Princeton University sul rapporto tra urbanistica ed ecologia, funziona come segmento di fattoria urbana, utilizzando l’energia solare e il riciclo dell’acqua, bensì fornendo, allo stesso tempo, uno spazio di socialità all’aperto. Qui si combinano programmi ludico-educativi, creando un senso di appartenenza comunitaria attorno all’esperienza condivisa di crescita del cibo. PF1 è formata come un piano piegato composto da tubi di cartone, destinati a ospitare i vasi per la coltura dei vegetali. La maggior parte dei cilindri crea una copertura ombreggiante, mentre alcuni elementi si estendono

fino a terra per diventare colonne, ognuna connotata da un programma funzionale diverso: posti a sedere, punti di ricarica per apparecchi elettronici e anche un bar. Abbiamo di fronte una sorta di manifesto architettonico e urbano di reinvenzione della città come laboratorio di crescita e apertura verso l’esperienza sensibile della natura. Urban Farmers Le ampie e omogenee superfici sottoutilizzate dei tetti industriali offrono la possibilità di installare fattorie in grado di fornire cibo direttamente all’interno della città. L’agricoltura urbana si accosta alle potenzialità inespresse dello spazio cittadino: è uno strumento per trasformare la sua capacità produttiva, un mezzo di crescita della città come ambiente di vita. Conceptual Devices propone nel 2013 a Basilea la fattoria acquaponica in copertura concepita come un insediamento composto da elementi standardizzati, due moduli prefabbricati corrispondenti alle caratteristiche principali del programma agricolo: la serra per la crescita di pesce e verdure; i container per le altre attività, quali stoccaggio, amministrazione e servizi. I componenti modulari possono essere “paracadutati” sul tetto esistente e venire organizzati in diverse configurazioni a seconda delle esigenze, dimensioni e specificità del sito. In sintesi si tratta di un edificio generico per una necessità specifica: offrire la possibilità di produrre cibo in cima a qualsiasi edificio a copertura piana.


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Fig. 2. Vista di Public Farm 1 (Work Architecture Company).

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Fig. 3. City Farm a Chicago.

Chicago City Farm Qui, dai primi anni del secolo, le fattorie occupano siti urbani vacanti o trascurati, trasformandoli in paesaggi coltivati che possono contribuire alla rivitalizzazione complessiva dei blocchi edificati circostanti. Si tratta di un’idea di trasformazione metropolitana in grado di migliorare la stabilità economica e la sicurezza, incoraggiando l’impegno comune degli abitanti per la qualità della vita. City Farm appare quindi un autentico risvolto applicativo di ricerche economiche e sociologiche, fattivo nel misurare l’impatto della produzione alimentare locale sulla struttura della città.

3. PROGETTI Urban Food Jungle Food Jungle di Aecom (2012) è un concept di produzione sostenibile di cibo con intrattenimento, istruzione e cucina, basato sul sistema acquaponico per la coltivazione interconnessa all’allevamento di pesci, attraverso una serie di vasche dove si genera acqua ricca di nutrienti. L’acqua viene fatta circolare fino alla sommità di elementi a colonna, fertilizzando una varietà di piante che a loro volta filtrano e ripuliscono il liquido; questo, attraverso discen-

denti, torna negli stagni alla base, dando vita a una sorta di lussureggiante baldacchino commestibile. Tutto il processo si svolge all’interno di un giardino d’inverno, interamente vetrato, dove si trovano spazi per dimostrazioni culinarie e la vendita, ambienti ludici e il pubblico si muove a livello terreno come lungo passerelle aeree. Si ottimizza inoltre l’uso della luce naturale diretta, collocando strategicamente le piante in zone microclimatiche specifiche per ciascuna specie. Center for Urban Agriculture Cibo, acqua ed energia sono al centro del progetto “Centro per l’Agricoltura Urbana” di Mithun per Seattle. Il termine edificio vivente viene accostato a quest’idea di creare una struttura funzionante quale un organismo, in grado di sopravvivere con la sola interfaccia dell’ambiente circostante. Le sue caratteristiche agricole includono zone per la coltivazione di ortaggi e cereali, serre, giardini pensili e anche un allevamento di pollame. La costruzione verticale consente di corrispondere a circa mezzo ettaro di habitat naturale e terreni agricoli. Con l’obiettivo dell’autosufficienza, il Centro è progettato per essere completamente indipendente dalla rete idrica cittadina, generando e fornendo la propria acqua potabile attraverso il filtraggio e rici-


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Fig. 4. Urban Food Jungle di Aecom.

clo naturale di acque grigie e piovane. L’energia è raccolta attraverso celle fotovoltaiche in copertura e facciata. Il tutto viene collegato a 318 piccoli appartamenti locabili a prezzi accessibili (affordable housing). Agritecture Lo studio francese Soa conia il termine agritettura riguardo a una serie di proposte di texture urbana vivente, una costruzione ramificata capace di attivare legami multipli con il contesto e reinventarsi via via, mutando nel tempo senza perdere la propria essenza complessa. Un progetto esemplare consiste in una fattoria rassomigliante a una classica serra ricavata sopra le case di un quartiere esistente ampliate da un sistema di logge e porticati (rooftop farming, 2012). La sopraelevazione dialoga con lo sviluppo lineare orizzontale delle costruzioni. Pertanto, lo skyline dell’azienda è variegato in alcuni punti, mentre il porticato è inscritto nella regolarità della parte inferiore dell’edificio e ne conserva il carattere rigoroso. Il programma è diviso in tre categorie principali: zone di coltura, aree di lavoro – sviluppate in copertura – vani tecnici posti all’estremità delle costruzioni. Lo spazio dedicato alle colture è suddiviso sotto le serre in policarbonato che hanno struttura portante me-

tallica leggera e dove gli ambienti si differenziano per il microclima, consentendo la coltivazione lungo tutti i periodi dell’anno. La fattoria musicale (2012) si presenta invece come una struttura ibrida con un programma funzionale multiplo. Il progetto propone una sintesi inedita tra fattoria verticale e programmi culturali: non solo introduce la produzione agricola complementare nel cuore della città, altresì mette in scena questa innovazione attraverso il sostegno all’eduzione artistica e musicale. In occasione di un concerto all’aperto o durante una visita alla galleria educativa, gli utenti sono invitati a scoprire le produzioni di cibo e a interrogarsi sulle questioni ambientali legate all’agricoltura. Questa virtù pedagogica appare cruciale in un momento in cui la catena alimentare è relativamente resa opaca ai sensi del consumatore.

4. INSTALLAZIONI St Horto St Horto, di Ofl e Federico Giacomarra (2013), è il primo prototipo di orto interattivo che ambisce a creare una sinergia fra architettura, natura, musica e tecnologie social per favorire un’esperienza senso-


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Fig. 5. Agritettura dello studio Soai.

Fig. 6. Dettaglio dell’installazione St Horto (Ofl+Giacomarra, foto Ugo Salerno–AnotherStudio).


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Fig. 7. Il sistema Orto Perpetuo di Conceptual Devices (foto Ottavio Montanari).

riale completa. All’interno dell’installazione si è immersi in uno spazio caratterizzato da una successione di triangolazioni piene e vuote lungo un percorso con funzioni soprattutto didattiche. In trentuno vasche a tre lati si alternano ambiti per la coltivazione, arpe sonore, sedute per il ristoro e fonti di illuminazione interattiva. La combinazione di oltre novanta nodi costruttivi permette di ottenere layout differenziati, dove la superficie utile per la coltivazione varia per farla risultare di agevole utilizzo da un punto di vista ergonomico (altezza e profondità idonee alle operazioni colturali) quanto a livello didattico e divulgativo (osservazione in maniera semplice dell’orto e dei suoi settori d’interazione). In più, una musica appositamente composta è generata in tempo reale da un processore, ma la melodia si rende palese solo con l’intervento umano. Sono infatti installate delle fioriere sormontate da arpe sonore e sensori in grado di rilevare il tocco della mano: fioriere, arpe e ortaggi, se toccati, producono note consonanti con la musica, consentendo improvvisazioni. Toccando una sola volta nell’arco di alcuni secondi ogni fioriera, l’orto entra in risonanza, suonando la melodia senza successive manipolazioni. Altra caratteristica di St Horto è la sua integrazione con il web degli oggetti. Viene infatti dotato di una tecnologia che permette a distanza il monito-

raggio delle piante e la gestione dell’irrigazione. È possibile attivare l’irrigazione attraverso dei messaggi Twitter definiti a priori, inviabili da chiunque voglia contribuire alla gestione del giardino. Empathy Garden Evoluzione del progetto St Horto, Empathy Garden (Federico Giacomarra, 2014) è uno spazio ibrido: un punto di incontro, un luogo per promuovere la cultura sostenibile della coltivazione urbana e stimolare riflessioni su aspetti eco-sistemici. Il concetto chiave del progetto è la nozione di empatia quale capacità di percepire il mondo al di fuori di noi stessi, sentendoci come sua vera parte. I moduli base sono sei, con dimensioni variabili, formati dalla combinazione di quattro differenti tipi di taglio, per i laterali delle fioriere, e otto tipi di nodi, con altrettante variazioni ottimizzate, per la giunzione degli elementi. Il risultato è una superficie totale interattiva di 300 mq composta da 50 moduli e 90 elementi nodali. Orto Perpetuo Orto Perpetuo (Conceptual Devices) è un elemento indoor commestibile dove far crescere frutti e ortaggi. Combina un sistema idroponico realizzato attraverso delle semplici scatole e una lampada a led


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Fig. 8. Immagine per il Padiglione austriaco a Expo 2015.

da 14 W. La sua caratteristica modulare consente di adattarne le dimensioni: un modulo (65×95 cm) può crescere fino a 24 piante contemporaneamente, consumando meno di 50 W. Orto Perpetuo è una riflessione sui colori e le texture dei giardini commestibili, un adattamento dell’agricoltura per interni attraverso metodi di coltivazione fuori-di-suolo consentiti dall’aiuto della luce artificiale.

5. FUTURAMA Eco-City 2020 Il progetto di Ab Elis per una città nel cratere di una cava di kimberlite della Siberia più remota (2010) sogna la creazione di un eco-sistema autosufficiente che si fa scudo delle profondità del pianeta per sperimentare le condizioni di un’esistenza luminosa e protetta. Lo scavo a cielo aperto ha lasciato un antro gigante di quasi un chilometro di diametro e una profondità di 550 metri nel permafrost. Il progetto propone di creare un nuovo tipo di sviluppo urbano utilizzando il cratere per trasformarlo in Eco-City. Coprendo la cava con una cupola trasparente, per via della temperatura positiva del terreno, il clima di nuova formazione all’interno della volta risulterà assai più mite rispetto all’esterno. Lo spa-

zio nella cupola sarà suddiviso in tre livelli: al livello più interno è prevista una fattoria verticale per la coltivazione di prodotti agricoli; il livello intermedio sarà occupato da un parco alberato in grado di purificare l’aria; la quota superiore, infine, è quella della città vera e propria, comprendendo residenze, funzioni amministrative e strutture comunitarie. Utilizzando la differenza di pressione tra aria fredda e calda, lo spazio-cupola è ventilato naturalmente. La soluzione permette lo sviluppo di una città senza strutture coibenti poiché la loro funzione sarà svolta dalle pareti del cratere. Con la creazione di un centro urbano della produzione alimentare, si elimina poi l’impatto delle intemperie sull’agricoltura e i prodotti potranno essere subito disponibili in loco. Expo 2015 L’allestimento del Padiglione austriaco all’Esposizione Universale di Milano è il risultato di un concorso europeo. La proposta del gruppo Penda prevedeva un progetto modificabile dai suoi visitatori, i quali avrebbero potuto piantare erbe, ortaggi e frutta per tutta la durata della manifestazione. Entro la fine dell’Expo, il padiglione sarebbe diventato fonte di alimenti biologici cucinati e serviti nel ristorante. La


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struttura è infatti solo una cornice per il cibo e i visitatori sono i principali progettisti i quali decorano il padiglione con piante di loro scelta. L’edificio si sarebbe trovato quindi in variazione costante, trasformandosi da telaio strutturale in una griglia completamente assorbita dalla natura. Vincitore del concorso è stato il progetto breathe.austria (capogruppo Klaus K. Loenhart). Il padiglione funge da contenitore per la realizzazione di un paesaggio vegetale; tramite un sistema di raffreddamento evaporativo, la sua forma circoscritta riproduce la biosfera. La percezione spaziale è creata soltanto dalla vegetazione che, con il fogliame, genera nei 560 mq della costruzione un’area di evaporazione pari a 43.200 mq. Il suolo è terreno per le radici e spazio per gli impianti tecnici, mentre uno specchio d’acqua fa da filtro e raccoglie l’acqua piovana. Nonostante la superficie limitata si crea così un ambiente capace di offrire al visitatore l’esperienza di una foresta, controllata da cicli d’acqua gestiti da sensori dell’umidità installati a varie dislocazioni e altezze. Spazio e allestimento confluiscono uno nell’altro, evidenziando la disponibilità e la percezione dell’aria come alimento essenziale e bene comune.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E INTERNET 1. Lessing J. (1900), Das halbe Jahrhundert der Weltausstellungen, L. Simion, Berlin. Howard E. (1902), Garden Cities of To-Morrow, S. Sonnenschein & Co., London. www.squintopera.com 2. www.publicfarm1.org www.conceptualdevices.com www.cityfarmchicago.org 3. www.aecom.com mithun.com www.soa-architectes.fr 4. www.federicogiacomarra.com www.conceptualdevices.com 5. Grisi, T. (2011), “Vita nella Terra”, Progettare architetturacittàterritorio, n. 02/11, pp. 24-29. Grisi, T. (2015), “Il pianeta del cibo”, Progettare architetturacittàterritorio, n. 01/15, pp. 65-73.


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Spesso chi dice di ispirarsi direttamente alla Bibbia per le proprie azioni quotidiane viene guardato con sospetto, se non altro per via di pessime interpretazioni letterali dei suoi insegnamenti. Il fatto è che, come tutte le fonti tradizionali, anche il libro per eccellenza deve essere accostato con qualche cautela, e se non altro adeguatamente comparato al probabile contesto da cui trae originariamente i propri spunti. Una regola che vale per tutti i precetti, inclusi quelli sul rapporto fra città e campagna. Leggiamo per esempio nel Libro dei Numeri: «avranno le città per abitarvi e il contado servirà per il loro bestiame, per i loro beni e per tutti i loro animali. Il contado delle città […] si estenderà per lo spazio di mille cubiti fuori dalle mura della città tutt’intorno» (Numeri, 35:1-4). E in altra parte della Bibbia, del tutto autonomamente compare, per bocca di uno dei più ascoltati profeti, quella che suona come una specie di sanzione per i trasgressori della regola: «Guai a quelli che aggiungono casa a casa, e uniscono campo a campo, fino a occupare ogni spazio, e diventano i soli proprietari in mezzo al paese!» (Isaia, 5:8). Cosa ci raccontano, provando a interpretarle in termini contemporanei, queste antiche prescrizioni e minacce di punizione divina? A occhio e croce, e senza allontanarci troppo dall’oggetto specifico, si tratta di indicazioni per una sorta di sviluppo sostenibile, dove la città e la campagna vedono riconosciuto un ruolo complementare, e devono mantenere ciascuna un certo equilibrio, sia interno che in relazione al contesto. Forse è eccessivo arrivare a riferirsi direttamente al dibattito contemporaneo sul cosiddetto consumo di suolo, ma di sicuro possiamo rilanciare in generale il tema, arrivando a qualcosa di più: il Libro dei Numeri prima, e il profeta Isaia poi, ci dicono che dovremmo evitare di allargarci troppo, con la nostra conquista del pianeta trasformato in macchina, a esclusivo uso e consumo dell’umanità. Un processo ormai arrivato a livelli abbastanza estremi con una progressiva urbanizzazione che vede la gran mag-

gioranza degli esseri umani abitanti in città sin dai primissimi vagiti del nuovo millennio (Unfpa, 2007). Al punto che secondo molti scienziati ci troviamo all’alba di un Antropocene, che segna la fine dell’Olocene, era geologica in cui abbiamo vissuto sinora (Sample, 2014). Il nuovo paradigma è ovviamente e indubbiamente legato agli impatti che l’azione dell’uomo sull’ambiente ha accumulato nel corso delle generazioni, e che oggi per esempio emergono nelle tante crisi che chiamiamo cambiamento climatico, o problema energetico, o sicurezza alimentare e via dicendo. Se gran parte dell’opinione pubblica, anche quella più consapevole e scientificamente informata, tende a individuare i motivi di tutto questo nel modello di sviluppo e crescita urbano-industriale così come viene praticato da un paio di secoli, forse è il caso di precisare come si tratti di una semplice, per quanto traumatica, accelerazione di quanto già in corso da molto, molto più tempo. L’alba dell’antropocene sarebbe per così dire stata annunciata dall’aurora del nostro passaggio dalla ecosfera alla tecnosfera, avvenuto circa diecimila anni fa con la nascita dell’agricoltura, degli insediamenti stabili all’origine delle città, e della civiltà come l’abbiamo sempre conosciuta. Questo antichissimo passaggio, che innesca di fatto quanto oggi definiamo urbanizzazione tendenziale del pianeta, è in fondo il medesimo che fa intuire agli estensori della Bibbia quelle loro raccomandazioni ad andare coi piedi di piombo, nell’esplorare le nuove frontiere. Perché da subito la sinergia fra città e campagna, apparentemente alla ricerca di un equilibrio interno ed esterno, si rivela assai imperfetta. Per esempio uno dei nostri principali studiosi di urbanistica (Astengo, 1966), quando prova ad esplorare le radici più profonde dell’idea di città e territorio organizzati per le necessità umane, nota un approccio magico-religioso tendente a conformarsi ai ritmi dell’universo, o almeno provarci. Ma come ben sappiamo, moltissime delle grandi


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civiltà urbane del passato sono collassate proprio per una sottovalutazione del proprio impatto sull’ambiente naturale, in particolare riguardo allo sfruttamento regionale delle risorse a fini di produzione agricola. Dal sistema della Valle dell’Indo di Mohenjo Daro, alla rete dei pueblos delle tribù Anasazi nel sud-ovest degli attuali Stati Uniti, agli Incas in Sud America, ai Sumeri agli antichi Egiziani, per migliaia di anni si succedono con vario successo questi esperimenti di convivenza fra insediamenti agro-urbani umani e risorse naturali, risolvendosi in molti casi con la vera e propria cancellazione di intere civiltà dalla faccia della terra, per pura insostenibilità ambientale, e/o incapacità a adattarsi a mutate situazioni come il cambiamento climatico nella Valle dell’Indo circa 4.000 anni or sono (Giosan et. al., 2012). Il rapporto città/campagna in questa prospettiva si può leggere anche come interazione al tempo stesso virtuosa e ad elevato impatto, perché nella concentrazione cittadina si elaborano e perfezionano le conoscenze che nel territorio vasto colonizzato e trasformato, in continua espansione (si pensi solo alle centuriazioni romane e ai sistemi urbani primigeni che definiscono insieme alle grandi arterie stradali) sfruttano in modo quantomeno imperfetto le risorse naturali. Proprio nelle città, o soprattutto nelle città, insieme alle conoscenze nasce anche un barlume di coltura altamente tecnologica e in ambiente artificiale, evolvendo dagli orti, attraverso i giardini pensili, ai primi esperimenti a clima controllato delle serre romane e rinascimentali. Ma si tratta in un primo tempo di una pura intuizione, del significato profondo dell’agricoltura urbana. Anche quando l’esplosione demografica urbana e di crescita generale della rivoluzione industriale, le intuizioni degli utopisti (per ovvia assenza di informazioni a proposito) sulla necessità di contenere gli impatti della macchina produttiva sul territorio certamente producono quegli interessanti modelli insediativi che, da Robert Owen a Ebenezer Howard, arricchiscono la cultura urbanistica e ambientale, ma certamente non emerge appieno la potenzialità di alcune innovazioni tecnologiche ampiamente disponibili (Hall, Ward, 1998; Huges, 1919). In pratica l’idea di insediamento umano e la modellistica della pianificazione territoriale basata sulle green belt, le fasce di interposizione agricola come antidoto alla conurbazione, la stessa disciplina dei parchi e della landscape architecture da cui deriva ad esempio gran parte della cultura americana della città, di fatto si evolvono senza tenere davvero conto di un fatto che col senno di poi non può fare a meno di saltare all’occhio: esistono in realtà due tipi di artifi-

cializzazione/urbanizzazione del territorio, uno della città costruita, e un altro dell’agricoltura industrializzata. In questo senso, si può sostenere che i diecimila anni di storia dell’insediamento stabile dell’uomo sul territorio siano da giudicare un sostanziale fallimento: l’umanità continuando a usare a man bassa per la propria sopravvivenza e sviluppo le risorse, taglia il ramo su cui sta seduta, e lo fa di gran lena. Esistono però notoriamente due modi di sbagliare: uno diabolico, persistendo nell’errore, e l’altro umano, ammettendo lo sbaglio e cercando rimedio. E il rimedio più a portata di mano si riassume brevemente come segue: l’uso del territorio a fini agricoli, per nulla attento alla natura, ha finito per minacciare gravemente la biodiversità e la nostra sopravvivenza come specie, all’inseguimento di ritmi impossibili di produzione alimentare, bisogna cambiare rotta. La soluzione sta nel liberare le campagne dall’agricoltura, trasferendo in città questa forma ormai sostanzialmente industriale di trasformazione, e applicando in ambienti controllati tutte le tecnologie più avanzate. In sintesi ancora più estrema, dall’equazione città = densità nasce il concetto della cosiddetta vertical farm, e «se le cose non cambiano vedremo letteralmente dissolversi i terreni agricoli sotto il carico di tecnologie troppo onerose, applicate senza alcuna preveggenza né programmazione ecologica» (Despommier, 2011: 136). Concettualmente, si tratta in fondo solo di rendere un po’ più coerente, e ponderato dopo diecimila anni di esperimenti non proprio riusciti, il nostro passaggio dall’ecosfera alla tecnosfera, concentrando anche la produzione alimentare negli ambienti urbani, là dove già abbiamo concentrato tutte le altre nostre attività impattanti e in genere la nostra esistenza. Quella transizione dal campo coltivato all’edificio agricolo, abbozzata nei giardini pensili e nelle prime elementari serre, oggi si rende assai più a portata di mano con la relativa facilità di progettare e realizzare fabbricati dove «produrre alimenti al chiuso garantisce i consumatori dalle incertezze degli eventi naturali, consente di ripristinare gli ecosistemi – per esempio boschi – nelle ex superfici agricole, e assorbire i gas serra. La produzione al coperto consente inoltre di risparmiare sino al 98% dell’acqua, il 70% dei fertilizzanti rispetto ai metodi tradizionali, con rese molto superiori» (La Monica, 2014). Ma i veri problemi iniziano quando dal dire si passa non tanto al fare, ma a definire come, esattamente, attuare quel trasloco dallo spazio aperto a quello chiuso: così come un tempo si disboscava, si


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appoderava, si modificava insomma il territorio, adesso si deve pensare a come sarà, quel contenitore chiuso. Dickson Despommier, sulla base di ragionamenti che ovviamente nulla hanno a che vedere con l’architettura o l’urbanistica, ma guardano soprattutto all’incremento massimo della produttività per unità di superficie, riassume così assai sommariamente le caratteristiche di massima di un fabbricato di agricoltura tecnologica al coperto: oltre a sfruttare al massimo lo spazio disponibile (per esempio sovrapponendo a strati verticalmente le superfici coltivate), deve garantire ottima illuminazione naturale per le colture, schermatura e protezione dall’ambiente esterno, possibilità di produrre e sfruttare energia elettrica. Questo tema dell’energia introduce altri aspetti di contestualizzazione urbana dell’attività agricola tecnologica, e che condizionano poi localizzazione e caratteristiche degli impianti, dallo sfruttamento dei rifiuti urbani, all’inserimento nel ciclo delle acque, dall’opportunità implicita in genere di partecipare ad altre reti, come quella di trasformazione e distribuzione alimentare. Ecco, tutti questi aspetti, o se vogliamo potenzialità, o criticità, rappresentano anche le possibili prospettive di lettura della miriade di idee e progetti rapidissimamente accumulati attorno allo slogan vertical farm. Dato che le premesse del modello, come ampiamente chiarito, sarebbero di liberare superfici oggi utilizzate per sfruttamento intensivo in agricoltura, restituendole al recupero di biodiversità, forse è meglio riassumere in termini precisi e piuttosto analitici anche cosa può significare, in una prospettiva progettuale spaziale, una intensificazione spostata verso l’ambiente urbano: «intensificazione significa aumentare il numero di funzioni e attività su una singola superficie sovrapponendole le une alle altre; abbiamo una intensificazione verticale di norma realizzando un edificio o comunque delle piattaforme, da usare anche per verde e agricoltura, abbiamo una intensificazione orizzontale alternando in periodi diversi di tempo su una unica superficie svolgimento e accesso di varie attività; è intensificazione anche l’uso in orti o frutteti di affiancare alberi grandi, alberi più piccoli, cespugli, colture a foglia, a radici e tuberi, idroponia, itticoltura, animali da cortile; è intensificazione l’uso delle cosiddette pareti piantumate, di vario tipo; infine sono da considerare intensificazione colture multiple, aggiunte provvisorie stagionali, tetti verdi coltivati, colture in seminterrati come quelle dei funghi» (Viljoen, 2005: XIX). In realtà certe fantasie che si sono scatenate, sia nei progetti che nell’immaginario collettivo, a pro-

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posito della ancora molto cosiddetta vertical farm, paiono cogliere assai parzialmente questi spunti, più orientate a una interpretazione libera (a volte casuale) del tema. Una brevissima rassegna di tipologie progettuali può partire ad esempio dalla fabbrica giardino dell’indiana Hero MotoCorp (McDonough, 2014), dove una committenza industriale attenta all’immagine, nonché a certi aspetti tecnologici legati all’ambiente di lavoro, opera sin dall’uso del termine garden factory un approccio ideologico. In altri termini, se si esclude l’aspetto sperimentale innovativo, di agricolo, e di verticale non c’è moltissimo, soprattutto in proporzione agli altri obiettivi del tutto preponderanti di una classica fabbrica modello in ambiente suburbano. Su una superficie complessiva di oltre 80.000 metri quadrati, l’impianto sfrutta la vegetazione per attenuare alcuni impatti visivi, dai giardini e green buffers all’area vera e propria della catena di montaggio, sino al tetto, anche con funzioni di regolazione delle temperature. Un verde con funzioni ambientali, energetiche, che si inserisce virtuosamente nel ciclo delle acque, e anche (infine) nella produzione alimentare rivolta per il momento alla mensa dei lavoratori, e si sostiene in prospettiva anche al territorio locale. Appare però evidente come, a partire da tutti quegli ettari di fatto sottratti anziché restituiti alla biodiversità, alla centralità degli aspetti produttivi industriali, al medesimo modello di fabbrica extraurbana monofunzionale, degli scopi di massima della vertical farm resti assai poco: qualche sperimentazione tecnologica, la logica del chilometro zero e della distribuzione diretta (ma molto privatizzata, discrezionale, chiusa), in un sistema che ricorda più una specie di castello medievale assediato, che non un ideale borgo complementare alle sue campagne e alla natura. Dal sobborgo giardino, per quanto industriale anziché residenziale, al grattacielo, simbolo principe della città densa contemporanea per eccellenza, la Urban Skyfarm dello studio Aprilli (Robarts, 2014) riassume al massimo livello tutto l’immaginario collettivo attuale riguardo all’agricoltura tecnologica sviluppata in verticale. Concepita per la città di Seul in Corea, ma ovviamente replicabile anche con varianti minime altrove, la skyfarm si ispira formalmente e strutturalmente a un albero. Da un tronco centrale appoggiato alle fondamenta/radici si allargano otto diramazioni raccordate le une alle altre per motivi strutturali. Ciascun ramo sostiene 60-70 piattaforme/foglie per le colture. 145.000 metri quadri complessivi di superficie di pavimento, di cui 44.000 destinati a colture all’aperto, e 9.000 a colture in spazi interni. Un impianto solare da 3.200 metri quadrati sul tetto produce elettricità. Alla base della struttura impianti per depu-


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razione e riciclo delle acque utilizzate nelle colture, un’area dedicata alla vendita diretta dei prodotti, e anche altri spazi pubblici, caffetterie, terrazze panoramiche. Appare abbastanza importante, quindi, l’integrazione funzionale col resto della città, sia in quanto complemento del parco o della piazza, sia per l’interfaccia commerciale distributivo del mercato contadino urbano. Rispetto alla garden factory, poi, salta davvero all’occhio la vera centralità dell’aspetto agricolo produttivo vero e proprio. Piattaforme di coltura orientate nel modo migliore l’esposizione alla luce naturale, e dotate di sistemi di riscaldamento e illuminazione LED per creare le condizioni ambientali ideali alla coltura anche indipendentemente da buone o cattive situazioni atmosferiche (la non interferenza raccomandata da Despommier, 2011). Invece del terreno, teoricamente scaricato dalla pressione agricola e lasciato a riformarsi biodiversità, Skyfarm usa sistemi idroponici. Le sezioni più esposte all’esterno sono sfruttate per alberi da frutto e altri tipi di vegetali che necessitano di maggiore esposizione a aria e luce solare. Nelle fasce meno esposte, essenze che sopportano meglio la coltura all’interno, come le erbe aromatiche. In tutto questo sciorinare coerenze e aspetti positivi, forse resta in ombra il vero rovescio della medaglia: chiunque investa in una megastruttura sperimentale del genere pretende una contropartita, probabilmente non solo economica. Uno degli aspetti di questa contropartita potrebbe essere il rapido accantonamento degli interfaccia spaziali e funzionali con la città, del resto già resi esigui dalla stessa organizzazione fisica verticale, in cambio dello status di cittadella dell’innovazione. In altre parole, se la segregazione della fabbrica giardino era di tipo suburbano classico, con l’azienda agricola dei cieli il problema sarebbe assai simile a quello del controllo militare del territorio (Minton, 2009) tipico di alcune forme di privatizzazione urbana a cavallo tra XX e XXI secolo. Tutte questioni superate dall’approccio prevalentemente sociale e di ricerca sul campo dell’associazione Growing Power con sede centrale a Milwaukee, Wisconsin, il cui progetto architettonico commissionato allo studio Kubala Washatko (Kubala Washatko, 2014) non rappresenta né un punto di partenza né d’arrivo particolare. Perché Growing Power ha al proprio centro ben altro, ovvero un obiettivo di riqualificazione urbana socialmente sostenibile attraverso lo strumento dell’agricoltura tecnologica integrata col sistema dell’acquaponia (itticoltura e letti di verdure). La questione edilizia è del tutto secondaria, operando da molti anni in varie forme di riuso di contenitori dismessi, con adattamenti minimi, mentre è centrale una vera integrazione urbana in senso lato. Il progetto di architettu-

ra Kubala Washatko prevede un edificio di cinque piani affacciato a sud, per circa 2.500 metri quadrati complessivi, con serre che consentono di produrre verdure e erbe aromatiche sull’arco di tutto l’anno. A quanto si classifica in senso molto stretto vera e propria vertical farm, la sede centrale di Growing Power (una associazione con presenza in varie zone del paese e del mondo) aggiunge aule didattiche, spazi per conferenze, impianti di trasformazione, magazzini, frigoriferi, carico e scarico merci: un sistema multifunzionale di attività legate alla produzione urbana alimentare sostenibile. Fine delle vertigini da grattacielo fortezza agricola, fine dell’enfasi sull’high-tech, e spazio al vero senso e scopo delle colture urbane a forte intensificazione: la ricerca di una autentica sostenibilità, cittadina e territoriale/ambientale. Con questi obiettivi di massima, ovviamente tutti da definire meglio ed eventualmente modulare e contestualizzare, la vertical farm sganciata dalla centralità del progetto di architettura e tecnologicoedilizio inizia, quantomeno, un fruttuoso percorso di sperimentazione nel tessuto umano, economico, spaziale della città, nel quadro delle cosiddette infrastrutture verdi a cui appartiene di diritto. Infrastrutture che aggiungendosi e spesso sostituendosi a quelle tradizionali delle reti grigie idriche, fognarie ecc. mirano sia ad una maggiore sostenibilità urbana, sia ad inserire l’urbanizzato entro la rete ambientale più ampia regionale, sfruttando tutte le possibilità offerte sia da spazi aperti che da tecnologie innovative, che si tratti di serre, orti urbani, tetti verdi e simili. In particolare, secondo l’ente che discende in modo diretto dall’associazione originaria per la città giardino (TCPA, 2008), un’area o quartiere urbano che voglia dirsi sostenibile, o solo meno impattante sul sistema naturale, deve organizzarsi proprio attorno a questo tipo di rete, e su di essa costruire la propria struttura. Da un punto di vista solo puramente tecnico, ad esempio, infrastrutture verdi composite mettono a disposizione di cittadini e imprese una serie di vantaggi riguardo a efficienza energetica, gestione delle acque, mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, che ridurranno costi e miglioreranno la sicurezza da eventi meteorologici estremi. Come marginalmente accennato ad esempio, nei due progetti citati di garden factory e sky farm, ma con respiro infinitamente maggiore, queste reti rappresentano anche uno spazio continuo gradevole per cittadini e visitatori, contribuendo al benessere sociale ed economico della comunità nel suo insieme, aumentano i valori immobiliari (d’uso e di scambio, meglio sottolineare entrambi gli aspet-


DALLA VERTICAL FARM ALLE INFRASTRUTTURE VERDI

ti). Offrono un ambiente di elevata qualità tale da attirare nuove imprese e che si rivolge direttamente anche al turismo, al tempo libero, all’intrattenimento e ai settori legati alla salute. Costituiscono la base di attività economiche e innovazione: ad esempio le energie da fonti rinnovabili come i carburanti da biomassa dai boschi che fanno parte delle infrastrutture verdi, o la lavorazione e distribuzione degli alimenti prodotti localmente in modo sostenibile. Solo in quanto parte integrante e integrata di queste infrastrutture, che in pratica altro non sono se non una forma composita e complessa di quanto abbiamo già definito intensificazione urbana verticale e orizzontale (Viljoen, 2005), i sistemi di coltura tecnologica ad alta densità possono provare a rispondere ad alcune questioni aperte. La prima e fondamentale, alla base della riflessione puramente produttiva sulla vertical farm, è quella di provare concretamente a liberare superfici dalle pratiche agricole industrializzate, consentendo un recupero della biodiversità (Despommier, 2011). La seconda, appena citata, è quella di costituire la nuova base, o almeno una base complementare, per una forma urbana e territoriale sostenibile. La terza e ultima consiste nell’evitare il rischio che, come già accaduto prima con l’industria, poi con il classico grattacielo terziario sede centrale della grande corporation, i contenitori edilizi di colture tecnologiche ad elevata densità non diventino cittadelle chiuse e inaccessibili (Minton, 2009) con la scusa della sicurezza, dei brevetti, della risorsa strategica o altro, ma risultino sia al proprio interno funzionalmente articolati, accessibili, e ampiamente inseriti nel tessuto urbano e territoriale. Infine, come ben esemplificato dagli obiettivi e dalla storia di Growing Power, la vera e propria integrazione urbana deve essere al tempo stesso fisica e sociale, ovvero rispondere effettivamente alle vere emergenze alimentari, come quelle dei cosiddetti deserti alimentari urbani, ovvero declinare correttamente lo slogan del chilometro zero o filiera corta. Oggi più che mai appare di vitale importanza «riconoscere come critica la questione dell’insicurezza alimentare, e l’importanza di una agricoltura urbana sostenibile. Metodi sostenibili di produzione alimentare, come quello delle vertical farm, risultano fondamentali per la sopravvivenza stessa del genere umano» (Besthorn, 2013: 198).

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Besthorn F.H. (2013), “Vertical Farming: Social Work and Sustainable Urban Agriculture in an Age of Global Food Crises”, Australian Social Work, Vol. 66, n.2 Despommier D. (2011) The Vertical Farm: Feeding the World in the 21st Century, Picador, New York. Giosan L., Clift P.D., Macklin M.G., Fuller D.Q., Constantinescu S., Durcan J.A., Stevens T., Duller G.A.T., Tabrez A.R., Gangal K., Adhikari R., Alizai A., Filip F., VanLaningham S., Syvitski J.P.M.(2012) “Fluvial landscapes of the Harappan civilization”, Pnas – Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States, vol. 109, n. 26, maggio http://www.pnas.org/content/109/26/E1688/1. Hall P., Ward C. (1998), Sociable Cities: the legacy of Ebenezer Howard, John Wiley & Sons, Chichester. Huges W.R. (1919), New Town: a proposal in agricultural, industrial, educational, civic and social reconstruction, The New Town Council, J.M. Dent & Sons, Londra-Toronto. Kubala Washatko Architects (2014), Growing Power Vertical Farm http://www.tkwa.com/. La Monica M., “Tech entrepreneurs set their sights on urban farming”, The Guardian, 15 luglio. McDonough W. & Partners (2014), Hero MotoCorp Garden Factory and Global Parts Center, http://mcdonoughpartners.com/. Minton A. (2009), Ground control: fear and happiness in the twenty-first century city, Penguin Books, Londra. Robarts S. (2014), “Urban Skyfarm concept would provide inner city farming space”, GizMag, 15 luglio http://www.gizmag.com/aprilli-design-studiourban-skyfarm/32954/. Sample I. (2014), “Anthropocene: is this the new epoch of humans?”, The Guardian, 16 ottobre TCPA – Town and Country Planning Association (2008), The essential role of green infrastructure: eco-towns green infrastructure http://www.tcpa. org.uk/.

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IL RAPPORTO CIBO-CITTÀ: UNA RELAZIONE DA RIPENSARE E PROGETTARE VERSO STRATEGIE ALIMENTARI URBANE

1. LE CITTÀ COME MOTORI DEL SISTEMA DEL CIBO La storia del fenomeno urbano è da sempre legata a quella della dei sistemi di produzione e approvvigionamento di cibo. Come descrive Jared Diamond (1997) le prime società complesse si sono formate laddove era presente un certo numero di specie vegetali e animali addomesticabili, a partire dalle quali si sono sviluppate agricoltura e allevamento, rendendo possibile la produzione del surplus alimentare necessario per l’istituzione di figure non direttamente coinvolte nella produzione di cibo, come sacerdoti e guerrieri (per esempio nella regione del Medio Oriente conosciuta come mezzaluna fertile). La crescente strutturazione della società si è accompagnata ad una complessificazione del modo in cui essa organizza e trasforma lo spazio, portando a territori sempre più complessi, al centro dei quali si trovavano insediamenti stabili di dimensioni sempre più grandi, nei quali si concentravano le funzioni di rango superiore, cioè le città (Dematteis e Lanza, 2011). Nonostante la produzione di cibo all’interno della città sia da sempre presente e in alcune parti del mondo assuma proporzioni considerevoli (Mougeot, 2010), le aree urbane sono considerate dal punto di vista ecosistemico dei parassiti (Odum, 1988), che generalmente consumano quanto viene prodotto altrove. Tuttavia è possibile affermare che le città costituiscano il motore principale dei sistemi alimentari alle diverse scale, dal locale al globale, per almeno due ordini di ragioni: materiali, legate alla preponderanza quantitativa della domanda di cibo che proviene dalle città, e immateriali, connesse al ruolo centrale delle città nell’indirizzare le tendenze economiche, politiche e culturali. 1.1 Le città hanno fame Per quanto riguarda il primo aspetto, come è noto, da alcuni anni (nel 2007) la distribuzione demografica globale ha varcato una soglia simbolica di

grande importanza, con il sorpasso della popolazione urbana su quella rurale. Oggi (2015) quasi il 55% della popolazione mondiale vive in città e si prevede che nel 2050 questa percentuale superi il 65%, con oltre 6 miliardi di persone concentrate nelle aree urbane. La maggior parte di queste, inoltre, sarà concentrata in grandi megalopoli con più di 10 milioni di abitanti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, nelle quali le relazioni con i territori di produzione del cibo saranno rese particolarmente complesse dalla grandissima concentrazione di popolazione urbana in territori ristretti (Raisson, 2012). È dalle città, quindi, che proviene la maggior parte della domanda di cibo a livello mondiale e le aree urbane costituiscono i nodi principali delle reti materiali e immateriali costituite dai flussi di materie prime, prodotti finiti, scarti, lavoratori, informazioni, legate all’alimentazione. Effettuando un salto di scala, è interessante osservare come le città abbiano storicamente costituito anche l’elemento chiave dell’organizzazione dei territori rurali produttivi, la cui struttura agraria è stata per secoli determinata, oltre che dalle caratteristiche morfologiche e climatiche, dalle relazioni spaziali con la domanda di cibo proveniente dalla città, come descritto all’inizio del XIX secolo dal celebre modello di Von Thünen, che metteva in relazione le scelte produttive degli agricoltori con la distanza dai mercati urbani. Oggi questo rapporto di prossimità fisica dei cittadini con il cibo che consumano si è in gran parte interrotto in molte parti del mondo, a causa della progressiva globalizzazione dei mercati alimentari, sempre più condizionati dalle grandi economie di scala delle multinazionali dell’agroindustria. Siamo di fronte ad una “deterritorializzazione” delle pratiche alimentari (Morgan et al, 2006), che non riguarda solo la distanza fisica dei luoghi in cui viene prodotto il cibo che consumiamo, ma coinvolge anche una prossimità di natura immateriale, legata alla progressiva perdita di saperi e consapevolezza nei


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confronti del cibo e del sistema economico, culturale e territoriale che si produce intorno ad esso. La separazione cognitiva tra il consumatore urbano ed il cibo è ben descritta nel volume Hungry City, dell’architetto e accademica inglese Carolyn Steel (2006), che riporta una riflessione di George Orwell sulla completa assenza dell’agricoltura nei romanzi – di ambientazione radicalmente urbana – di Charles Dickens, nei quali tuttavia il cibo viene citato spesso e con grande dovizia di particolari.1 1.2 Il peso politico e culturale delle città Questa questione rimanda al secondo aspetto per cui le città possono essere considerate i principali motori dei sistemi alimentari ad ogni scala, ovvero il ruolo che esse rivestono di centri della produzione dei fenomeni culturali, delle decisioni politiche e dei processi economici che condizionano ciò che accade nel mondo, anche riguardo al cibo (Rossi e Vanolo, 2010). Le città sono infatti sedi delle grandi multinazionali dell’industria agroalimentare, delle grandi istituzioni internazionali che decidono le politiche economiche e monetarie globali, delle società finanziarie che indirizzano l’economia capitalista globalizzata; dell’industria culturale che condiziona le tendenze e i gusti su scala mondiale. In città, però, non sono solo centri di produzione della deterritorializzazione del cibo citata sopra, nei contesti urbani, infatti si sviluppano anche i principali movimenti di opposizione al sistema liberista, globalizzante e capitalistico dominante (Painter e Jeffrey, 2011), compresi molti di quelli che contestano i processi che hanno portato all’attuale diffusa deterritorializzazione dei sistemi alimentari (Holt-Gimenez, 2011). Prima di continuare, è utile sottolineare come l’attribuzione alle città di un ruolo dominante nel determinare le caratteristiche dei sistemi territoriali del cibo alle diverse scale non voglia in nessun modo sottovalutare né la complessità e la diversità interna dei territori rurali, né la crescente difficoltà a definire un territorio come urbano o come rurale

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(Woods, 2011), né tantomeno restringere l’importanza dei territori rurali, in relazione con le città, a soli spazi di produzione o di fruzione ricreativa. 1.3 Il cibo in città Cambiando prospettiva, ad essere influenzate dai sistemi alimentari sono anche la forma interna e l’immagine della città, ancora oggi in stretta relazione con i flussi e dalle pratiche legati alla distribuzione, alla vendita e al consumo di cibo. Basti pensare al ruolo che storicamente hanno svolto i grandi mercati alimentari nei centri delle città principali, alcuni celebrati dalla letteratura, come Les Halles a Parigi2 e oggi destinazioni turistiche internazionali, come il mercato de La Boqueria di Barcellona. Analogamente, oggi, la forma e la vita urbana risentono dei mutamenti delle pratiche di consumo, soprattutto di cibo, sempre più fondate sulla grande distribuzione, in gran parte concentrata lungo i principali assi viari automobilistici e fuori dai centri storici. È proprio sul cibo come asset strategico che alcune città stanno oggi puntando per posizionarsi nella competizione urbana internazionale, per quanto riguarda sia l’attrattività turistica, sia la valorizzazione delle eccellenze sui mercati internazionali. Uno dei casi più interessanti a questo proposito è quello di Torino, dove la valorizzazione delle eccellenze alimentari locali è stata integrata con l’avvio di politiche urbane indirizzate a garantire a tutti i cittadini l’accesso ad un cibo di qualità, attraverso un percorso di superamento dell’immagine e della struttura socioeconomica post-industriale della città, anche attraverso la definizione di politiche alimentari strategiche (Dansero et al, 2014a).

2. VERSO NUOVE GEOGRAFIE DEL CIBO Nel paragrafo precedente si è visto come i nodi principali del sistema del cibo globale siano costituiti dalle città, che rappresentano al tempo stesso i bacini principali di domanda di cibo, tali da deter-

“It is no merely coincidence that Dickens never writes about agriculture and writes endlessly about food. He was a cockney, and London is the centre of the earth in rather the same sense that the belly is the centre of the body. It is a city of consumers, of people who are deeply civilized but not primarily useful” (Steel, 2006, p.53). 2 Una delle più importanti descrizioni letterarie dell’importanza di un mercato per la vità di una città è quella che Emile Zola fa de Les Halles parigine, definite non a caso nel titolo del romanzo come “Il ventre di Parigi” (1873): “E Florent rimirava i grandi mercati uscir dall’ombra, scuotere il sonno in cui li aveva veduti allungare senza fine i loro palazzi traforati. Tutti quegli edifici prendevano corpo, colorandosi di un grigio verdognolo, ancora più giganteschi con la loro prodigiosa alberatura che reggeva la distesa infinita dei tetti. Le loro forme geometriche si intersecavano l’una sull’altra; quando ogni lume fu spento all’interno, ed i mercati furono inondati dalla luce del giorno, apparvero quadrati, uniformi, come una macchina moderna e smisurata, che so, un’enorme macchina a vapore, una caldaia che dovesse servire alla digestione di un popolo, un ventre gigantesco, bullonato, ribadito, fatto di legno, di vetro e di ferro, di una eleganza, di una potenza da motore meccanico azionato dal calore del combustibile, e dalla furia fremente e vertiginosa delle ruote“.


IL RAPPORTO CIBO-CITTÀ: UNA RELAZIONE DA RIPENSARE E PROGETTARE

minare la struttura dell’offerta agricola, e i centri di produzione culturale e politica dai quali partono le decisioni e le tendenze in grado di influenzare il sistema ad ogni scala. Se è nelle città, che si manifesta con maggiore evidenza la disconnessione tra consumatori, cibo e territorio che caratterizza il sistema agroalimentare globalizzato, è a partire dai centri urbani che si sviluppano oggi anche molte pratiche, politiche e idee in direzione di una “geografia alternativa del cibo” (Wiskerke, 2009). Secondo Wiskerke (ibid.), questo sistema territoriale alimentare alternativo a quello dominato dalle economie di scala e dall’agrindustria globalizzata si fonderebbe su tre punti principali (figura 1): le reti agroalimentari alternative (alternative food network), gli acquisti pubblici (public procurement) e le strategie alimentari urbane (urban food strategies). 2.1 Le reti agroalimentari alternative (Alternative Food Network) Con la definizione di alternative food network (AFN nella letteratura internazionale sul tema) si intendono quelle filiere che connettono produzione e consumi agroalimentari alternative alle filiere convenzionali, al servizio della grande distribuzione, nelle quali il potere dei due vertici della catena (produttori e consumatori) di condizionare i prezzi, le modalità di produzione, i luoghi e le pratiche di vendita è ridotta al minimo (Goodman et al, 2012). Le tipologie di AFN (farmers market, gruppi di acquisto solidale, orti collettivi, vendita diretta in azienda etc.) ed il significato che essi assumono varia naturalmente in modo considerevole a seconda del contesto geografico e dei rapporti con il sistema convenzionale, dal quale non sempre sono separati da un confine netto (Watts et al, 2005). Si pensi al diverso significato dell’ “alternatività” di un mercato contadino in una grande città degli Stati Uniti rispetto ad una città italiana, dove il rapporto tra il centro urbano e la campagna produttiva non si è mai completamente interrotto. Pur essendo dunque complicato definire univocamente gli AFN, è possibile identificare alcune parole chiave a partire dalle quali distinguerli dalle reti convenzionali, spesso combinate tra loro nei diversi casi. Ad esempio, la filiera corta (sia in termini di distanza tra produzione e consumo, che di passaggi della filiera), le relazioni faccia a faccia tra produttori e consumatori (vendita diretta) e tra consumatori (gruppi di acquisto), la volontà di ridurre le esternalità negative della filiera, in termini ambientali, sociali ed economici, la consapevolezza dell’atto di produrre e acquistare cibo come componente di un sistema territo-

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riale a diverse scale (Goodman et al, 2004; Dansero e Puttilli, 2013). 2.2. Gli acquisti pubblici Il secondo elemento delle geografie alternative del cibo descritte da Wiskerke è il public procurement, ovvero, nel caso del cibo, l’acquisto, direttamente da parte delle pubbliche amministrazioni oppure attraverso le società private incaricate della gestione dei servizi, di grandi quantità di prodotti alimentari, destinati alle mense scolastiche, ospedaliere o degli uffici pubblici. Seguendo il filone di dibattito, ricerca e politiche legato ai cosiddetti acquisti pubblici verdi, o green public procurement, è possibile infatti individuare nelle grandi quantità di cibo servito quotidianamente nelle mense pubbliche un fattore economico tanto forte da potere essere in grado potenzialmente di modificare la struttura dell’offerta, nel caso qui discusso, attraverso una maggiore richiesta di prodotti locali e/o biologici. Nonostante l’Italia sia all’avanguardia nell’adozione di capitolati d’acquisto per le mense pubbliche orientati in questa direzione (Morgan e Sonnino, 2006), questo punto rimane critico, a causa della rigidità della struttura agraria, non sempre e non ovunque in grado di soddisfare localmente i parametri richiesti dai capitolati. 2.3 Le strategie alimentari urbane Il terzo elemento di questa geografia alternativa del cibo, in realtà parzialmente comprensivo dei due precedenti, sono le politiche di natura multisettoriale e spesso strategica che molte città nel mondo stanno dedicando al cosiddetto sistema urbano del cibo. Secondo la definizione di Pothukuchi e Kaufman (1999) un sistema alimentare urbano è costituito dalla filiera delle attività connesse alla produzione, trasformazione, distribuzione, consumo e post consumo del cibo, nonché le istituzioni e le attività di regolamentazione connesse. Tutte le città dedicano alle diverse componenti di questo sistema politiche specifiche, rivolte alle diverse fasi della filiera: produzione (agricoltura urbana e periurbana, artigianato e industria alimentari), distribuzione (flussi di merci in città, piattaforme logistiche), vendita (regolamenti sui mercati e le attività commerciali), consumo (regolamenti sulle attività che somministrano cibo, mense pubbliche) e postconsumo (politiche per la raccolta e la gestione dei rifiuti). In alcuni casi, come si è già sottolineato, il cibo diventa uno strumento strategico a disposizione delle città, che a partire dalla sua valorizzazione intraprendono percorsi di costruzione di una nuova immagine o di posizionamento nella competizione urbana nazionale e internazionale (Dinnie, 2011).


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In alcune città del mondo, tuttavia, ci si è resi conto della necessità di integrare queste politiche alimentari settoriali, trasferendo la prospettiva di sistema dall’analisi alle politiche, e promuovendo strategie alimentari urbane di scala metropolitana, se non veri e propri piani del cibo. Anche se non sempre definiti con precisione, gli obiettivi ai quali il sistema alimentare urbano dovrebbe tendere secondo queste strategie sono ricorrenti: maggiore sostenibilità ambientale, giustizia socio-spaziale, diffusione ed accessibilità di cibo salutare e di qualità, relazioni equilibrate e di sostegno reciproco tra aree urbane e aree rurali (Morgan, 2009). Le città dove dapprima si sono adottate strategie integrate rivolte al sistema del cibo a scala urbana appartengono a contesti geografici e socio-culturali nei quali i problemi derivanti dall’affermazione del sistema alimentare agroindustriale deterritorializzato sono maggiormente evidenti3, ad esempio l’America del Nord (es. Vancouver, Toronto, il Regno Unito (es. Bristol, Londra, Edimburgo) e alcuni paesi nordeuropei come i Paesi Bassi (es. Utrecht, Rotterdam, Amsterdam), caratterizzati da una forte disconnessione tra sistemi produttivi agricoli e consumatori, elevati tassi di malattie legate all’alimentazione, scarso accesso a cibo fresco (food desert). In molti casi, la definizione di queste politiche, spesso partecipata, e il monitoraggio della loro attuazione è stato affidato ad organismi, definiti food policy council o food commission, che riuniscono gli attori del sistema alimentare urbano, con il compito di creare degli spazi di azione e dibattito politico intorno alle politiche collegate al cibo (Schiff, 2008). In Italia, fatta eccezione per alcune esperienze pionieristiche, come quella del processo di costruzione di un Piano Locale del Cibo di Pisa, su scala provinciale ( Di Iacovo, Brunori, Innocenti, 2013), è solo negli ultimissimi anni che alcune città hanno iniziato a lavorare alla definizione di politiche alimentari integrate di scala urbana. Tra queste, con diversi gradi di avanzamento, partecipazione e complessità del processo, ci sono Bergamo (Forno e Maurano, 2014), Torino (Dansero et al, 2013) e Milano4. A questi processi verso politiche integrate per il sistema del cibo, si affiancano una serie di progetti più specifici, volti a rafforzare e riequlibrare le connessioni tra la città consumatrice e la campagna produttiva, come i programmi di natura bioregionalista

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in atto a Firenze (Magnaghi e Fanfani, 2010) o Milano (Faravelli e Clerici, 2013).

3. CONCLUSIONI L’obiettivo di queste pagine era quello di presentare una semplice rassegna del ruolo che le aree urbane hanno nell’indirizzare le dinamiche politiche, economiche e culturali legate al cibo, ad ogni scala, sia come nodi centrali del sistema capitalistico globalizzato che ha portato a quella che si può definire una deterritorializzazione del cibo, sia come luoghi di emersione culturale e politiche di pratiche che vanno in direzione di geografie alternative del cibo, fondate sulla sua riterritorializzazione consapevole. Una riflessione approfondita, potrebbe naturalmente mettere maggiormente in evidenza gli aspetti critici e le debolezze di questa dicotomia (geografie del cibo convenzionali vs geografie del cibo alternative), che assume significati, valori e contenuti molto differenti a seconda delle prospettive e dei contesti territoriali analizzati. Ciò che si vuole qui sottolineare, limitatamente al contesto italiano, sono però alcuni spunti di riflessione (e auspicabilmente d’azione) legati al tema dell’incontro di Iconemi, ossia i paesaggi dell’alimentazione. Uno degli aspetti più evidenti (in Italia per fortuna ancora solo in parte) di quella che abbiamo definito deterritorializzazione delle pratiche e dei sistemi del cibo è infatti proprio la disconnessione tra il cittadino consumatore e il paesaggio della campagna produttiva. Una disconnessione fisica, legata al fatto che le campagne intorno alla città producono solo in minima parte il cibo che nutre la città stessa, e una disconnessione simbolica, dovuta all’affievolimento della cultura e della pratica contadina e dell’identificazione con il paesaggio rurale locale. È anche intorno alla ricostruzione di un legame fisico e simbolico tra i cittadini (non solo urbani) ed il paesaggio agrario locale, che vada oltre la semplice fruizione ricreativa, che si possono costruire strategie alimentari urbane sostenibili e fondate sulla consapevolezza del fatto che, parafrasando Wendell Berry, “mangiare è un atto territoriale” (Dansero et al, 2014).

Non approfondiamo in questa sede quanto accade in molte città del Sud del mondo, dove le esternalità negative dell’insostenibilità ambientale, sociale ed economica del sistema alimentare globale sono altrettanto evidenti, ma dove le strategie alimentari urbane assumono caratteri specifici. 4 www.cibomilano.org


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Fig. 1. Le dimensioni della geografia alternativa del cibo secondo Wiskerke (2009, pag. 376).

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ADANELLA ROSSI*

IL RUOLO DELLE CITTÀ NELLA COSTRUZIONE DI SISTEMI ALIMENTARI SOSTENIBILI. L’ESPERIENZA DEL PIANO DEL CIBO DI PISA

LA NECESSITÀ E LA COMPLESSITÀ DELLA TRANSIZIONE DEI SISTEMI ALIMENTARI

All’interno della più ampia problematica della transizione verso la sostenibilità è cresciuta negli ultimi due decenni l’attenzione rivolta ai problemi legati al cibo, per le criticità che nel tempo lo sviluppo dei sistemi globali di produzione e consumo ha generato. Criticità che sembrano destinate ad accentuarsi di fronte alle nuove sfide che vengono dalla crescente precarietà sul piano ambientale e dalle nuove dinamiche socio-economiche (usi alternativi delle risorse, fenomeni migratori, nuove povertภcambiamenti nei modelli alimentari), le quali creano rispetto alla produzione e all’accesso al cibo nuova competizione e nuove forme di esclusione. La sostenibilità dei modelli alimentari dominanti è così divenuta oggetto di un crescente dibattito. Un dibattito che si è arricchito nel tempo di nuove prospettive rispetto alla stessa problematica globale della sicurezza alimentare, di pari passo con il crescere dell’evidenza dei legami tra le pratiche di produzione e consumo di cibo e molteplici ambiti della vita umana e sociale. Le pratiche alimentari entrano infatti in relazione con la salute, con le attività economiche, con il rapporto con le risorse ambientali, ma anche con la cultura, con questioni di etica e di giustizia sociale, con la qualità della vita e le relazioni sociali. All’ampliarsi e approfondirsi del dibattito ha contribuito la mobilitazione attorno alla problematica da parte di nuovi attori sociali. La ricerca di nuovi modelli con cui gestire la transizione dei sistemi alimentari ha inizialmente coinvolto prevalentemente il mondo scientifico, i tecnici, le grandi istituzioni e organizzazioni internazionali e parzialmente le imprese. La centralità dei temi legati al

cibo ha tuttavia progressivamente coinvolto movimenti del cibo, organizzazioni della società civile, ONG impegnate sulle tematiche alimentari e della sostenibilità. Questi attori in misura crescente hanno cominciato a manifestare la loro posizione sulla problematica e/o a tradurre il bisogno di altri modelli e la volontà di azione diretta in iniziative concrete. In particolare, il diffondersi di nuove reti attive attorno al cibo1 e le relative nuove pratiche di relazione diretta tra produzione e consumo hanno dato concreta espressione alla nuova sensibilità e ai nuovi bisogni legati al cibo emergenti dalla società e hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, dei mezzi di comunicazione, del mondo della cultura, dei politici e degli amministratori sulle diverse implicazioni delle pratiche alimentari, su alcune particolari criticità dei modelli dominanti e sulla necessità/possibilità di alternative. Ciò ha favorito un ulteriore fiorire di iniziative, coinvolgenti una molteplicità di attori, pubblici e privati, attorno alle problematiche delle diete alimentari, dell’educazione, dello spreco, della produzione di rifiuti, della necessaria riconversione dei processi produttivi, del valore della stagionalità e della provenienza locale dei prodotti. Queste crescenti riflessività e mobilitazione sociale attorno al problema sono indubbiamente espressione di un bisogno di cambiamento e di apertura in tal senso. Allo stesso tempo, tanto nelle azioni che coinvolgono gli attori istituzionali quanto nelle iniziative che emergono dal basso, si stanno evidenziando la complessità di questo cambiamento e la conseguente necessità di supportarne adeguatamente la gestione. I processi di produzione e di consumo sono infatti condizionati da una pluralità di componenti – riferibili ad aspetti di natura tecnico-tecnologica, culturale, economica, organizzativa,

* Ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-Ambientali, Università di Pisa. 1 In letteratura si parla di “Alternative Food Networks” (Goodman et al., 2011) o di “Civic Food Networks” (Renting et al., 2012).


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giuridica, istituzionale –; una transizione verso modelli alimentari più sostenibili richiede un approccio che tenga conto di queste dinamiche di sistema. Un cambiamento di questa portata va evidentemente al di là della sfera di azione e responsabilità individuale, tanto dei cittadini-consumatori quanto dei singoli imprenditori, e presuppone un’innovazione ben più importante, che vada a toccare più in profondità la regolazione del sistema.

LA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA GOVERNANCE ALIMENTARE

Il numero crescente di attori interessati ad una diversa organizzazione delle pratiche alimentari – portatori di nuove istanze e spesso anche dell’esperienza di nuovi percorsi –, ma, dall’altra parte, anche la complessità dei processi che sottostanno ad un radicale cambiamento dei modelli di produzione e consumo, porta a vedere la questione in termini di governance. Emerge in tal senso la necessità di dar vita ad una nuova governance alimentare, attraverso una ridefinizione della sua composizione e delle modalità di interazione tra gli attori/gli ambiti coinvolti. Il primo passo in questa riconfigurazione è la creazione di condizioni di democrazia alimentare (Hassanein, 2003), attraverso una governance che sappia realmente dare spazio a tutti i bisogni e a tutte le visioni. La mobilitazione attiva di segmenti crescenti della società e i nuovi percorsi intrapresi da parte delle imprese devono poter trovare espressione nella rappresentazione degli interessi e nei momenti decisionali, rispetto ad un sistema finora dominato dalle grandi corporation dell’industria alimentare e del settore distributivo, che hanno di fatto dettato le regole del sistema e hanno condizionato in profondità i modelli di comportamento nei vari ambiti (produzione, consumo). Gli attori pubblici hanno sostanzialmente avvallato questi processi, supportando questo modello di sviluppo dei sistemi alimentari con quadri normativi coerenti, e piegando ad esso anche altre politiche locali, come la pianificazione territoriale e le politiche per il commercio. Il modello è dunque quello di una multi-stakeholders governance che porti a incorporare nei meccanismi di regolazione altre logiche, rispondenti ai reali bisogni e alle potenzialità della società. Una governance quindi che sappia reintegrare le scelte inerenti l’economia nella società, che sappia conciliare interesse privato e pubblico e abbia come principio di riferimento il perseguimento del bene comune.

Fig. 1. La governance locale del cibo.

Ci sono diversi livelli coinvolti nella gestione delle questioni attinenti il cibo, passando dalla scala macro a quella micro. Essi sono evidentemente interconnessi nei processi di cambiamento, ma fanno riferimento ad ambiti di relazione e a piani di azione diversi. L’esperienza dimostra come la scala locale sia un livello particolarmente significativo per la messa a punto di nuovi sistemi di governance. Nei territori si può trovare flessibilità, diversa relazionalità tra i vari attori pubblici e privati coinvolti, e quindi anche possibilità di sperimentare soluzioni innovative attorno alla nuova “geografia del cibo” (Wiskerke, 2009) (Fig.1). In modo più specifico, gli ambiti urbani e metropolitani rappresentano contesti di particolare rilevanza. Nelle città già oggi si concentra più della metà della popolazione mondiale e trovano massima espressione i problemi legati al cibo. In esse la diffusione di nuovi approcci culturali e tecnico-operativi è pertanto più che mai urgente. Dall’altra parte, è in questi stessi contesti che trovano espressione molti dei percorsi innovativi per la transizione nelle pratiche alimentari. È infatti nelle relazioni tra cittadini e sistemi produttivi rurali, peri-urbani e urbani che prendono corpo soluzioni alternative per l’approvvigionamento alimentare e che si generano e vengono fruiti nuovi valori sociali e ambientali. All’interno delle comunità urbane il cibo diviene non più solo mezzo di soddisfazione di un bisogno, ma anche mezzo di apprendimento e di interazione. È all’interno delle reti che in questi contesti si sviluppano attorno al cibo che i diversi attori coinvolti nelle pratiche di produzione e consumo mostrano di poter assumere una comune condizione di “cittadinanza alimentare” (Wilkins, 2005), fino a sviluppare


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nuovo civismo, ispirato a nuovi valori (es. sobrietà, sufficienza, solidarietà, inclusione sociale) (Renting et al., 2012). Il livello locale è quello che al momento mostra le maggiori potenzialità per una riconfigurazione della governance anche rispetto alla necessità di considerare tutti i settori e ambiti coinvolti nella transizione verso sistemi alimentari sostenibili. Le sollecitazioni che vengono dal basso spingono infatti verso un superamento degli approcci settoriali e specialistici tradizionalmente adottati nei decenni passati nella gestione delle varie problematiche inerenti produzione, distribuzione e consumo di alimenti. Queste erano di fatto affrontate dalle politiche agricole, dalle politiche urbanistiche, dalle politiche del commercio, dalle politiche educative, della salute e del welfare (messe progressivamente in campo per affrontare le criticità del sistema), dalle politiche per la gestione dei rifiuti. Le iniziative alternative già in atto sui territori sono espressione di visioni decisamente più integrate, secondo le quali un rapporto sostenibile con il cibo sul territorio non può prescindere da scelte coerenti nella gestione delle risorse naturali coinvolte, nella scelta dei modelli distributivi da sostenere, nel supporto fornito alle attività agricole (presenti o potenziali), nella cura della cultura da diffondere, nella gestione della produzione (prima che dello smaltimento) di rifiuti. Dal territorio vengono inoltre esperienze di sperimentazione di connessioni intersettoriali estremamente innovative, in cui le attività agricole mettono a disposizione delle comunità, altre funzioni integrandosi con le politiche sociali, dell’istruzione e della sanità. Un approccio integrato alla politica per il cibo, volto a obiettivi di sostenibilità e resilienza delle comunità locali, va peraltro oltre la stessa integrazione tra settori di intervento, considerando in modo trasversale e all’interno di una visione sistemica tutte le dimensioni che, come detto in precedenza, sono coinvolte nelle pratiche di produzione, distribuzione e consumo di cibo. Le piattaforme locali di governance possono dunque creare un ambiente favorevole al verificarsi dei processi complessi che sottostanno ad una transizione verso sistemi alimentari sostenibili.

LA COSTRUZIONE DI STRATEGIE INTEGRATE PER IL CIBO A LIVELLO LOCALE

Attraverso lo sviluppo di nuova relazionalità tra tutti gli attori coinvolti, le strategie urbane devono contribuire a creare condizioni per azioni coerenti e

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coordinate attorno al cibo. A tale scopo, possono essere individuati i seguenti ambiti essenziali di azione (Di Iacovo et al., 2013): • costruire nuova conoscenza rispetto ai temi legati al cibo e alle problematiche emergenti, favorendo l’incontro e l’integrazione tra fonti diverse di conoscenza; l’obiettivo è lo sviluppo di una nuova conoscenza collettiva; • ridefinire assetti normativi e regolamentari, direttamente o indirettamente collegati alla gestione del cibo, capaci di orientare le scelte dei diversi attori; l’obiettivo è la costruzione di un nuovo senso comune, ispirato a principi e obiettivi condivisi; • favorire la predisposizione di infrastrutture, materiali o immateriali, a supporto di nuovi approcci nella gestione del cibo (es. adeguate cornici istituzionali e quadri normativi coerenti, specifici spazi di interazione pubblico-privato e strumenti di relazione inter-istituzionale, reti di comunicazione tra attori locali, strutture di micrologistica per i circuiti locali di produzione e consumo). Tutto questo implica intervenire anche (e ancor prima) sulle competenze, sugli strumenti e i metodi di lavoro, sia per gli attori pubblici che per i privati. Pur nella diversità dei contesti e dei relativi percorsi, le numerose esperienze attivate a livello internazionale volte a riorganizzare le politiche locali per il cibo attraverso la realizzazione di strategie urbane hanno affrontato le suddette aree di azione (Harper et al., 2009).

IL PERCORSO VERSO IL PIANO DEL CIBO A PISA2 Tra queste esperienze si inserisce anche il progetto avviato nel territorio della provincia di Pisa, in Toscana, nato da un intervento di ricerca-azione condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa in accordo con l’Amministrazione Provinciale. L’azione ha coinvolto le amministrazioni dei singoli Comuni, il mondo delle imprese e varie organizzazioni della società civile e ONG in una riflessione sulle problematiche del cibo a livello urbano, e ha avviato un percorso per la costruzione di una politica integrata e la definizione di una strategia mirata di azione. Questa iniziativa assume particolare valore anche in considerazione del suo carattere innovativo nel panorama italiano, in cui rappresenta un’esperienza

2 Molti dei contenuti delle parti che seguono sono stati tratti dai materiali redatti per il progetto, come ad esempio il rapporto del Laboratorio di Studi rurali Sismondi (2011); in parte essi sono già stati riportati in una pubblicazione (Di Iacovo et al., 2013).


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pilota utile per avviare sperimentazioni anche in altri territori. Sulla base della diretta esperienza come membri del gruppo di ricerca-azione, di seguito ne facciamo una descrizione ed un’analisi critica. La strutturazione del percorso Il progetto avviato nel 2009 nell’area pisana si è inserito in un contesto ricco di esperienze e di sperimentazioni attorno alle pratiche agro-alimentari. Queste sono state il frutto dei processi di cambiamento sviluppatisi nelle ultime due decadi, fino alle dinamiche più recenti. Già dagli anni ’90 infatti parte del tessuto agricolo si è riorientato verso la diversificazione produttiva, in particolare sui mercati della qualità, e verso la multifunzionalità. Anche grazie all’appoggio fornito dalle Amministrazioni pubbliche, questi percorsi hanno contribuito allo sviluppo di nuova attenzione sui valori dell’agricoltura locale e del cibo presso la cittadinanza. Più di recente, il quadro è stato fortemente arricchito dalle molteplici esperienze animate dalle reti alternative del cibo. Queste hanno portato a nuove relazioni tra mondo agricolo e comunità urbane, che hanno trovato espressione sia sul mercato (le varie iniziative di filiera corta: mercati dei produttori, negozi di vendita diretta, gruppi di acquisto solidale), sia più in generale in una nuova relazionalità, basata su un approccio condiviso (Rossi et al., 2010; Brunori et al., 2011). Nell’insieme queste iniziative hanno favorito il formarsi di una diversa cultura alimentare nell’area e il crearsi di un contesto favorevole allo sviluppo di nuove forme di collaborazione attorno al tema del cibo. È in questo quadro che si colloca l’azione di sensibilizzazione e di supporto messa in atto dalla partnership tra Università e Amministrazione provinciale. L’obiettivo era promuovere, attraverso un approccio di tipo partecipativo ed un percorso di mediazione, la produzione di nuova conoscenza condivisa intorno al cibo e alle problematiche legate alla sua gestione in forma sostenibile, lo sviluppo di una visione comune su cui impostare il percorso di cambiamento, l’individuazione di regole e infrastrutture volte a facilitare nuovi approcci collettivi sul piano operativo. L’azione ha preso avvio con alcuni momenti di stimolo alla riflessione pubblica sui temi chiave che ruotano intorno al cibo e sull’opportunità di costruire una strategia urbana per il cibo. Nel corso del 2009 e del 2010 sono state organizzate allo scopo diverse iniziative pubbliche, che hanno visto una partecipazione attiva di cittadini e di attori appartenenti al mondo della ricerca, della produzione, della distribuzione, del terzo settore, della pianificazione

Fig. 2. I temi del cibo.

territoriale, dell’educazione. Queste iniziative hanno indubbiamente contribuito a creare tra i partecipanti nuova consapevolezza non solamente sulle tematiche in oggetto ma anche sulla molteplicità di percorsi già esistenti sul territorio, sulle potenzialità presenti come anche sulle criticità da affrontare. A sostegno di questa azione di sensibilizzazione, e sulla base anche delle suggestioni raccolte, alla fine del 2010 attraverso un atto politico formale si è provveduto a dare una veste ufficiale al percorso, definendone gli obiettivi di fondo (Provincia di Pisa, 2010). È stata quindi avviata una serie di incontri di approfondimento con gruppi di specifiche categorie di attori, con l’obiettivo di far emergere i punti di vista specifici e i possibili contributi al progetto complessivo. Questi momenti hanno reso possibile la composizione del quadro delle competenze e delle aree di azione delle diverse istituzioni pubbliche, nonché gli interessi e gli ambiti di azione degli altri soggetti. Attraverso le varie discussioni sulla problematica è anche emersa una sua articolazione in ambiti di intervento, rappresentata in una sorta di mappatura dei temi e delle pratiche che si legano al cibo (Fig. 2). Nell’ottica di accrescere gli spazi di democrazia, accanto all’interazione diretta sin dall’inizio è stato creato un luogo di confronto, di lavoro virtuale e di comunicazione esterna attraverso la predisposizione di una piattaforma web 2.0 (pianodelcibo.ning.com). Questa ha permesso di condividere contenuti e riflessioni sia all’interno di gruppi tematici che in modo più trasversale, ha favorito la continuità del dialogo sul tema, con esiti positivi in termini di nuove acquisizioni comuni, e ha dato ulteriore visibilità al percorso, favorendo l’adesione di nuovi soggetti.


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Quest’attività di confronto ha dato supporto alla definizione dell’architettura istituzionale del percorso verso il Piano del cibo, portando a individuare gli specifici strumenti per la sua attuazione – la Carta, la Strategia, l’Accordo di programma, l’Alleanza per il cibo, il Piano vero e proprio –, di seguito descritti. La Carta del cibo contiene i principi di riferimento per la costruzione di nuove visioni ed obiettivi di lavoro. È dunque uno strumento di condivisione e allineamento, finalizzato a coordinare gli interventi sul cibo da parte dei diversi attori sul territorio provinciale. In particolare, essa richiama i concetti di sicurezza alimentare e di dieta sostenibile; assume i principi della democrazia alimentare nelle modalità operative e ne ridefinisce gli attori; fissa gli obiettivi multipli del Piano del cibo e ne individua gli strumenti nel coordinamento delle politiche già disponibili nelle comunità.3 La Strategia per il cibo definisce, invece, percorsi, azioni, modalità organizzative, attraverso cui tradurre i principi contenuti nella Carta nel processo che porta alla definizione del Piano. In tal modo essa fornisce indicazioni per orientare i soggetti privati e pubblici nel loro operato. Il principio guida è creare un contesto coerente per le scelte nei vari ambiti. A tale scopo, la strategia individua gli obiettivi specifici da raggiungere attraverso il Piano con riferimento ad alcune aree-obiettivo trasversali: obiettivi di salute, di conoscenza, di equità, di sostenibilità, di innovazione, di organizzazione. Il raggiungimento degli obiettivi della Strategia spetta dunque agli attori coinvolti mediante un uso appropriato dei propri spazi di manovra ma all’interno di un approccio integrato. La strategia infatti individua per i singoli obiettivi gli strumenti già disponibili per le pubbliche amministrazioni e per i soggetti istituzionali, i quali, superando un approccio specialistico e settoriale, vengono ad essere utilizzati in modo più coordinato e coerente. La necessità di disporre di strumenti istituzionali di co-decisione e di interazione tra i diversi interlocutori ha portato all’individuazione di specifici luoghi di innovazione istituzionale. Riguardo al primo aspetto, i principi e gli obiettivi individuati nella Carta e nella Strategia del cibo sono stati tradotti in un accordo formalizzato – l’Accordo di programma sul cibo –, volto a coordinare l’azione dei vari interlocutori pubblici nello svolgimento dei propri compiti istituzionali.

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Allo stesso tempo, attraverso la costituzione di un’Alleanza locale sul cibo, è stato creato uno spazio di incontro e di azione per gli attori privati (privato d’impresa e sociale). Si tratta di uno spazio con funzione di confronto, per raccogliere e coordinare le istanze provenienti dai diversi portatori di interesse presenti sul territorio, e di raccordo tra area pubblica e privata, per favorire l’interlocuzione, la partecipazione in modo formale alla definizione del percorso verso il Piano del cibo e un’azione di controllo della coerenza tra gli strumenti adottati e le azioni intraprese. A tale scopo il ruolo dell’Alleanza è riconosciuto dagli stessi soggetti pubblici firmatari della Strategia. Alla fine del percorso, il Piano del cibo sarà finalizzato ad organizzare gli interventi e le politiche che i soggetti locali decidono di attivare come modalità integrate di azione. Esso, quindi, dovrà fornire il dettaglio operativo con il quale si darà scansione, anche temporale, agli interventi che consentono di implementare la Strategia. L’attuazione del percorso Questa è dunque l’architettura istituzionale attraverso la quale la partnership tra attori pubblici e privati del territorio pisano ha strutturato il percorso per la realizzazione di una strategia integrata per il cibo, guardando alle esperienze realizzate a livello internazionale ma anche alle specificità – economiche, istituzionali e sociali – del contesto. Tra strumenti già realizzati ed operativi ed altri ancora in corso di realizzazione, a fine 2014 l’attuazione di questo percorso è ancora in atto e, come prevedibile, si è mostrato non privo di difficoltà. La Carta è stata sottoscritta da 23 dei 39 Comuni della Provincia. Questa non completa adesione testimonia la difficoltà di realizzare in un’unica soluzione e all’interno di un unico processo un progetto così ambizioso e complesso nella sua attuazione pratica. Pur lavorando alla creazione di conoscenza collettiva e all’allineamento attorno ad obiettivi condivisi, alcune realtà territoriali non hanno voluto/potuto assumere l’impegno. Importante fattore in tal senso è la diversità di caratteristiche socio-economiche delle Municipalità, e la relativa diversa percezione della rilevanza/urgenza della problematica. Conta inoltre la diversa attitudine ad assumere una prospettiva collettiva, tanto nel valutare che nell’affrontare il problema.

3 Queste includono: pianificazione territoriale, organizzazione del commercio, educazione, prevenzione della salute, politiche ambientali, gestione dei rifiuti, gestione degli acquisti pubblici, formazione e informazione, politiche sociali, politiche agro-alimentari.


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L’Accordo di programma, pur avendo ottenuto il favore delle varie Amministrazioni comunali in sede di presentazione, è stato rallentato nella sua formalizzazione dal venir meno della cornice istituzionale provinciale, a seguito del riordino dei livelli di governo in atto in Italia. Questo ha indubbiamente depotenziato l’azione di coordinamento e di animazione svolta dall’Amministrazione provinciale; dall’altra parte, tuttavia, ha sollecitato una responsabilizzazione delle Municipalità, che ha portato all’individuazione di un nuovo soggetto leader in una rete sovracomunale già operante sul territorio. La sua entrata in azione è tuttavia stata rimandata a dopo la definizione del nuovo assetto istituzionale. Per l’Alleanza per il cibo la scala territoriale molto ampia non è risultata adeguata sul piano operativo. Gli ultimi passi del progetto sono stati quindi rivolti a sperimentarne il possibile percorso di strutturazione e l’attività partendo da ambiti spaziali e di governance più definiti. A tale scopo, sempre attraverso l’azione di supporto del gruppo di ricercaazione ma con un forte coinvolgimento attivo di membri della società civile, a fine 2013 è stata promossa la costituzione di un Consiglio del cibo in un contesto più ristretto, all’interno del tessuto urbano di Pisa. Il contesto è particolarmente interessante per la grande complessità di azioni, sensibilità e attori che vi trova espressione attorno alle problematiche legate al cibo. Nell’iniziativa è confluita gran parte degli interessi e degli obiettivi già individuati in sede di definizione degli strumenti per la strategia integrata, con l’obiettivo di stimolarne, supportarne e monitorarne l’attuazione. Il Consiglio, costituitosi come associazione formale, è stato riconosciuto da parte dell’amministrazione comunale (attraverso il Consiglio Territoriale di Partecipazione) e nel corso del 2014 ha cominciato ad agire concretamente su alcuni specifici ambiti, di particolare attualità e rilevanza nella vita cittadina (gestione orti urbani, costituzione di un parco cittadino attraverso un percorso partecipato finanziato dalla Regione Toscana, attività culturali sui temi del cibo, adesione a iniziative promosse da specifici gruppi). Nella prospettiva di una crescita dell’operatività del Consiglio si renderà in particolare necessario definire la possibile articolazione dei diversi livelli di governance, a partire dalla dimensione sub-comunale, passando per il livello comunale o sovracomunale, fino ad arrivare alla rappresentatività per un territorio più ampio. In tal modo questa iniziativa, avviata su scala ridotta, costituisce un’esperienza pilota da sviluppare all’interno del più ampio progetto della strategia integrata per il cibo a livello provinciale.

A supporto del processo complessivo, nel corso del 2012-2014 il gruppo di ricerca-azione ha portato avanti alcuni percorsi di approfondimento. Uno di questi è stato il rafforzamento dei legami tra ambito urbano e sistema agricolo peri-urbano, attraverso una raccolta di istanze dagli agricoltori. È stata inoltre messa in atto un’azione di facilitazione nella creazione di una rete tra le aziende locali, all’interno della cornice dell’agricoltura civica, definita in modo partecipativo (Lyson, 2004). Questo percorso ha portato all’elaborazione di una Carta dell’agricoltura civica nella provincia di Pisa.

OSSERVAZIONI IN CORSO D’OPERA: GLI ELEMENTI DI CRITICITÀ, OVVERO LE ATTENZIONI DA TENERE E LE ESIGENZE DI SUPPORTO

Come detto in apertura, il percorso verso la definizione di una strategia integrata di gestione delle problematiche legate al cibo si configura come spazio di costruzione e sperimentazione di un modello innovativo di “governance collaborativa“ (Ansell e Gash, 2008), volto a coordinare l’azione dei soggetti pubblici e privati secondo i principi della democrazia alimentare e della sostenibilità. L’obiettivo ambizioso di tale spazio di interazione è il superamento della tradizionale divisione di ruoli e ambiti di intervento, tra Stato, Mercato e società civile, a vantaggio di forme più ibride di compartecipazione e cogestione, volte al coordinamento di tutte le risorse disponibili in funzione della cura del bene comune. Essa è dunque espressione di processi di innovazione sociale di estrema importanza nel prossimo futuro per la resilienza delle comunità locali. Lo sviluppo di questi processi non si mostra tuttavia scontato. Al riguardo, seppur a fine 2014 sia ancora in itinere, l’esperienza avviata sul territorio pisano fornisce alcune utili indicazioni. La lettura del percorso, ancora vitale dopo più di cinque anni ma non ancora giunto a realizzare pienamente gli obiettivi fissati, fa intuire la complessità della gestione di processi multi-attoriali di ampio respiro, volti a innovare radicalmente visioni e prassi consolidate, riorientandole verso nuovi obiettivi. Affrontare una riorganizzazione di questo tipo implica la sviluppo di nuova conoscenza condivisa e la co-costruzione di nuove ipotesi di lavoro e di nuovi strumenti utili allo scopo; tuttavia, i processi di interazione necessari richiedono tempo, metodi appropriati e un forte supporto di facilitazione e mediazione. Un approccio multi-attoriale presuppone in primo luogo la presenza di condizioni istituzionali e operati-


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ve che facciano sì che tutti i diversi interessi trovino realmente espressione (al di là quindi della retorica sulla partecipazione) e si sviluppino processi di interazione efficaci. Si evidenzia, al riguardo, l’importanza di individuare e sperimentare forme innovative di gestione della stessa democrazia (ad esempio attraverso l‘introduzione di forme di democrazia deliberativa). Accanto a ciò, come evidenziato nello studio dei processi di innovazione sociale, emerge come un adeguato supporto metodologico ed efficaci azioni di ‘brokeraggio’ svolgano un ruolo cruciale per favorire il reale coinvolgimento di tutti i portatori di interesse, la loro fattiva partecipazione e interazione (Howells, 2006). Si rendono necessarie a tal fine azioni di facilitazione per far dialogare mondi diversi e favorire la messa in comune delle rispettive risorse; azioni di facilitazione per far emergere le specifiche visioni e istanze, supportando anche l’espressione degli attori più deboli, e azioni di mediazione costruttiva per giungere a obiettivi condivisi; azioni di mediazione per il superamento delle possibili aree di resistenza o di attrito che la rottura degli specialismi e dei settorialismi spesso porta con sé, in particolare da parte pubblica; come anche azioni per il superamento di resistenze al confronto e all’integrazione in azioni comuni con i soggetti pubblici, non infrequenti da parte delle espressioni della società civile. Si tratta di lavorare alla creazione o al rafforzamento del capitale umano, in particolare tra le istituzioni; allo sviluppo di una nuova cultura istituzionale, nonché ad una nuova cultura della collaborazione tra attori pubblici, imprese e società civile; nel complesso, allo sviluppo di un nuovo capitale sociale, orientato ai valori della cittadinanza e del civismo. Il processo di coinvolgimento attivo dei vari attori, con progressiva attribuzione di ruoli e responsabilità, è particolarmente importante nelle iniziative che vedono un ruolo prevalente della Pubblica amministrazione in fase di promozione e definizione dei percorsi. Le esperienze realizzate a livello internazionale mostrano la minor tenuta dei percorsi promossi dall’alto in cui non si realizzi appieno il coinvolgimento dei vari attori (compresi gli attori pubblici di livello inferiore) ed in cui non si creino condizioni di autonomia nella gestione delle iniziative. Una declinazione ulteriore di questo aspetto è dato dall’importanza di far sviluppare la componente istituzionale all’interno dei partenariati pubblico-privati nella sua natura amministrativa-gestionale, al di là della connotazione politica, che per quanto possa essere più visionaria può risultare anche meno stabile. Una continua azione di monitoraggio sull’utilità delle strutture e infrastrutture create (ruoli, compi-

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ti, processi, metodi di lavoro) e sull’efficacia delle azioni intraprese nei vari ambiti rispetto agli obiettivi condivisi appare altrettanto determinante per la durata e l’efficacia dei percorsi. Un alto livello di “riflessività istituzionale” (Wolfe e Gertier, 2002), attraverso un’interazione aperta ai necessari aggiustamenti negli approcci e nei metodi di lavoro, costituisce un elemento essenziale per realizzare forme efficaci di governance collaborativa. Tutto questo appare importante nei processi di transizione verso sistemi più sostenibili, nell’ottica di realizzare percorsi in grado di mobilizzare efficacemente le risorse disponibili nei territori e di rispondere al meglio alle esigenze delle comunità locali. Le varie politiche di ordine superiore (sviluppo rurale, innovazione, welfare, sanità, etc.) dovrebbero guardare alla valenza di questi modelli di sviluppo che emergono dai territori e, nella definizione e implementazione delle varie azioni e misure, supportarne e valorizzarne i processi di innovazione sociale assumendone le logiche (interdisciplinarietà, multi-settorialità, compartecipazione pubblico-privata, attività di rete) e incontrandone i bisogni (brokeraggio, animazione, sperimentazione).

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ADANELLA ROSSI

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STEFANO OLIVARI

AGRICOLTURA URBANA A MIRAFIORI, TORINO: DALLO “SPONTANEISMO” ALLA PROGETTAZIONE PARTECIPATA

L’Obiettivo di Miraorti è stato riflettere sulle future trasformazioni dell’area di Mirafiori sud, lungo il torrente Sangone, attraverso un percorso di progettazione partecipata del territorio. Nel primo anno si è giunti a capire cosa fare, nel secondo si è compreso come, arrivando a definire quattro scenari di trasformazione focalizzati sulla sostenibilità ambientale e sull’agricoltura civica, produzione agricola che coinvolge attivamente i cittadini. La ricerca/azione ha attivato percorsi decisionali inclusivi per supportare le amministrazioni nella redazione dei progetti esecutivi, ma, come spesso accade nei percorsi di ricerca, il lavoro sul campo ha contribuito anche a ridefinire gli obiettivi stessi della riqualificazione per far sì che questa possa inserirsi in un quadro unitario a scala di quartiere e territoriale. Essersi presi il tempo di osservare, parlare con le persone, capire quale significato attribuiscano ai luoghi e attraversare il sito in lungo e in largo vivendo per due anni nel quartiere, ha arricchito la nostra visione d’insieme. Abbiamo fatto un passo indietro e siamo partiti cominciando a coltivare in punti diversi del quartiere. Coltivare, insegnare nelle scuole, ripulire un angolo del quartiere, incontrare le persone, discutere: cercare cioè di vivere come soggetti sociali la materia della nostra ricerca, o, come suggerisce la sociologa Elisabeth Pasquier,: « coltivare il proprio campo di indagine ». Mettendo da parte per un momento le richieste istituzionali, abbiamo riflettuto sul senso e sul contesto, su come tenere coese le unità territoriali di un’area di 70 ettari e le singole azioni di riqualificazione, in modo da produrre un progetto coerente e non una somma di interventi disgiunti, presunti necessari. Si è concepita così l’idea del Parco Agricolo del Sangone, un grande contenitore in cui connettere situazioni geografiche distinte, caratterizzate da molteplici usi, pratiche agricole diverse, e tanti soggetti. A partire da questo quadro abbiamo tracciato scenari differenti per ogni area, tutti legati da un tema comune: la produzione agricola a diverse scale:

individuale, collettiva e aziendale; il fine è creare sinergie tra città e campagna, cosicché la vicinanza con la città non comprometta più il futuro di queste terre ma diventi piuttosto una risorsa e un volano per lo sviluppo sostenibile e fruttuoso delle frange urbane. Miraorti nasce rimettendo in discussione i progetti preliminari di riqualificazione delle aree lungo il Sangone comprese tra il mausoleo della Bela Rosin e il Castello del Drosso, legati ai fondi del termovalorizzatore. Tali opere prevedono la realizzazione di una pista ciclabile e lo spostamento di alcuni orti (una piccola parte rispetto a quelli presenti sull’area), con la costituzione di nuovi orti regolamentati su uno spazio agricolo adiacente. Attraverso il percorso di ricerca si è arrivati a definire un quadro, ben più complesso, di parco agricolo, dove la pista ciclabile è una delle condizioni necessarie per rendere l’area fruibile e non più il cuore del progetto. Le soluzioni immaginate coinvolgono anche aree non interessate dai fondi del termovalorizzatore ma facenti parte dello stesso sistema territoriale, in modo da delineare un progetto di paesaggio organico e coerente. Un’ulteriore sfida è stata cercare di comprendere come in un momento di crisi economica sia ancora possibile affrontare delle riqualificazioni urbanistiche e in quale forma; immaginare quali possano essere i soggetti attuatori idonei, dimostrando la fattibilità economica delle operazioni previste dal nostro progetto. Per questo motivo, affianco al progetto, è stato necessario mettere a punto uno studio di fattibilità economica riguardante le operazioni previste. L’agricoltura, oltre ad essere il modo più vantaggioso di utilizzare e preservare il territorio, è anche l’unica soluzione per la gestione di aree molto vaste, in quanto la sola che permette delle entrate che coprano parte dei costi di gestione. Una trasformazione tradizionale che preveda in un’area verde un “parco urbano attrezzato” non solo avrebbe oggi pochissime


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Fig. 1. Parco del Sangone, mappa delle relazioni.

Fig. 2. Parco Sangone.

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Fig. 3. Mappa Parco Sangone.

probabilità di reperire i fondi per la realizzazione, ma le risorse comunali non basterebbero certamente per garantirne la costante manutenzione. Per queste ragioni il parco agricolo è un’ottima risposta: appoggiandosi il più possibile sull’esistente, opera una trasformazione degli usi invece di una trasformazione fisica, valorizzando le risorse attraverso azioni minime come la riconversione dell’agricoltura, l’istituzionalizzazione degli orti spontanei, la rinaturalizzazione delle sponde e la creazione di nuove partnership tra pubblico e privato. Utilizzando gli esiti del lavoro sul campo (le attività di animazione nel quartiere), l’indagine sociologica e l’analisi degli strumenti di governance possibili, si è giunti alla progettazione definitiva delle due aree a maggiore complessità (orti spontanei e Parco Piemonte) e ad ipotizzare uno scenario di gestione per l’area agricola e le sponde del Sangone. Per quanto riguarda gli orti regolamentati della Bela Rosin, area già riconvertita e strutturata, sono già state realizzate la maggior parte delle azioni previste come trasformazione fisica degli spazi comuni e la creazione di un comitato. Conclusosi il periodo di ricerca/azione, il prossimo passo sarà federare tutti i soggetti coinvolti in-

torno agli scenari proposti perché si arrivi alla graduale realizzazione del Parco Agricolo del Sangone. Siamo molto ottimisti, e il nostro ottimismo ci pare avere solide basi: quando il progetto è cominciato era nell’aria un cambiamento, a livello sia culturale che amministrativo, e oggi, a due anni di distanza, la città di Torino con il progetto Tocc raccomanda e stimola l’attuazione di nuove forme di gestione di aree agricole ed aree verdi, con progetti di collaborazione pubblico-privato che prevedono la concessione di terreni comunali, predisponendo di fatto tutti gli strumenti necessari perché questi scenari possano realizzarsi.

SCENARIO ORTI SPONTANEI Gli orti urbani spontanei di Mirafiori, come quelli di tutta la città, tendono a scomparire progressivamente sotto il peso dell’urbanizzazione. Ad oggi a Mirafiori sono ancora molto diffusi, circa un migliaio (da qui il nome miraorti). Orti che in questo periodo di crisi economica ritrovano una vocazione sociale molto forte, rappresentando un luogo di integrazione per le persone in difficoltà e un rifugio per molti anziani con molto tempo libero inutilizzato. Rinunciare a questa risor-


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sa sarebbe una grave perdita per la città sia dal punto di vista sociale, sia per l’impoverimento degli usi dello spazio urbano e sia in termini di salute pubblica venendo a chiudere quella naturale palestra che permette attività motoria costante a molti anziani. Sull’area compresa tra strada del Drosso e il torrente Sangone vi è un progetto preliminare della Provincia di Torino (ora passato all’ufficio Grandi Opere del Verde di Torino) che prevede la creazione di una pista ciclabile e la sistemazione delle aree verdi attigue, al tracciato della pista con lo sgombero di una parte di orti urbani e la realizzazione di 70 orti regolamentati. Trattandosi di fondi limitati solo una parte degli orti verrebbero sgomberati generando una situazione di evidente disparità: alcuni ortolani dovranno abbandonare il proprio orto e attendere gli anni del cantiere per poi entrare in graduatoria nella speranza di ottenere un orto regolamentato di 100 mq a pagamento, mentre altri, con la fortuna di possedere un orto più lontano dal tracciato della pista ciclabile, continuerebbero a coltivare orti che possono superare i 500 mq di grandezza e zappare il loro terreno lavorato e concimato negli anni, disponendo di capanni, pergole, spogliatoi e dépandances di vario genere, senza essere soggetti ad alcun tipo di regolamentazione o pagamento. Non è difficile immaginare come questa prospettiva possa portare inevitabilmente a situazioni di malcontento e conflitto. Altro aspetto critico del progetto preliminare, è il posizionamento dei nuovi orti su terreno agricolo (un seminativo tra i pochi rimasti attivi in città). Gli orti, pur essendo aree verdi, comportano un minimo di interventi infrastrutturali, come la rete idrica e il battuto di cemento sul quale poggiano i capanni, opere di urbanizzazione che, se pur minime, sono difficilmente reversibili e segnano un punto di non ritorno compremettendo irrimediabilmente l’uso agricolo di tali campi.- motivo per cui soluzione più idonea sarebbe la riqualificazione di quelli già esistenti. A partire dallo stesso budget del progetto preliminare, miraorti ha immaginato un’alternativa. Per farlo, il primo passo è stato quello di coltivare 2 orti: -anche noi felicemente abusivi tra gli abusivi- il primo, un orto abbandonato trasformato nell’orto collettivo di quartiere; il secondo, l’orto della Signora Elvira convertito in orto condiviso e coltivato insieme a lei. In questo modo abbiamo potuto cogliere dall’interno le dinamiche sociali e ci siamo confrontati in scala 1:1 con le questioni relative alla riqualificazione dell’area (la presenza di materiali impropri, lo smaltimento dell’amianto, la presenza di opere in cemento, le recinzioni). Dopo l’esperienza sul campo è stata ipotizzata come soluzione più idonea una riqualificazione dal bas-

so che permetta agli ortolani di mantenere l’orto, a condizione di effettuare loro stessi parte delle opere di bonifica e di adeguarsi ad una serie di norme per la regolamentazione dell’area. Un processo graduale che consentirebbe loro di regolarizzarsi e al contempo di riqualificare un’area grande il doppio rispetto a quella prevista dal progetto preliminare della Provincia realizzando 190 orti (estendibili a 400 se frazionati) anziché 72, con il medesimo budget. La riconversione di questi orti urbani, a differenza di quelli regolamentati, non comporterebbe costi di gestione per il pubblico, l’area sarebbe aperta a tutta la cittadinanza per usi diversificati, grazie ad un accordo tra ente pubblico (città di Torino) ed ente gestore, con il ruolo del facilitatore del processo. Per verificare la disponibilità degli ortolani ad associarsi e aderire allo scenario proposto, insieme ad un gruppo di sociologi è stato svolto un approfondito lavoro di indagine. I risultati molto positivi sono stati la condizione necessaria per proseguire la progettazione e giungere a un progetto definitivo per l’area, comprensivo di computo delle opere dell’investimento e di piano economico finanziario per l’ente gestore.

SCENARIO ORTI REGOLAMENTATI Gli orti regolamentati in Torino sono 330, solo in Mirafiori se ne contano 102, situati a ridosso del torrente Sangone, nelle vicinanze del Mausoleo della Bela Rosin. Pur trattandosi di un’area già riqualificata, ci è sembrato necessario e interessante lavorare presso questi orti, anch’essi passati da una situazione di abusivismo ad una regolamentata. Per comprendere il funzionamento e le eventuali criticità di questa sperimentazione abbiamo avviato iniziative di animazione con il fine di sensibilizzare gli ortolani a pratiche ecosostenibili e sollecitarli a prendersi cura degli spazi comuni attraverso pratiche aggregative aperte al quartiere (realizzazione di compostiere collettive, eventi ricreativi, attività con le scuole). Diverse le problematiche riscontrate, tra cui: degrado delle aree comuni usate come discarica, spazi comuni inutilizzati, carenza di manutenzione, uso di materiali impropri negli orti (modalità reiterata dai precedenti orti spontanei), scarsa sensibilità alla sostenibilità ecologica negli orti (es. irrigazione eccessiva), chiusura verso il quartiere, assenza di piante e alberi che rendano gli orti gradevoli, mancanza di funzioni e azioni di controllo con conseguenti irregolarità nella conduzione (mancanza del rispetto del regolamento, subaffitto) e orti abbandonati per i quali non si è provveduto ad una nuova assegnazione, nonostante la lunga lista di attesa.


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Fig. 4. Orti.

Fig. 5. Orti.

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Il lavoro di analisi svolto sul campo ha permesso di delineare un’ipotesi integrata a livello di riqualificazione, regolamentazione e gestione dell’area. Il lavoro svolto durante il primo anno ha prodotto una serie di indicazioni che interessavano 4 livelli distinti. Ecco le principali indicazioni ricavate: • necessità di apportare modifiche al regolamento cittadino del 1986, per favorire la mixité sociale. Miraorti ha collaborato con la città di Torino indicando le criticità e suggerendo modifiche recepite dal nuovo regolamento comunale sull’assegnazione e gestione degli orti urbani approvato nel marzo 2013. Il nuovo regolamento cittadino consente ai cittadini usi diversificati negli orti regolamentati (orti collettivi e orti famigliari) e l’utilizzo di aree verdi (sino a 2500 mq) da parte di associazioni e cooperative per attività rivolte all’orticoltura e alla didattica. • a livello gestionale, miraorti ha proposto alcune modifiche al regolamento di gestione della Circoscrizione 10. Nel maggio del 2012 è stato così approvato un nuovo regolamento, migliorando diverse anomalie che non facilitavano un corretto uso dell’area. • necessità di incrementare la coesione del gruppo di orticoltori attraverso attività collettive. Nel 2011-2012 sono state così già state finanziate dalla Circoscrizione 10 attività di animazione -una domenica al mese- in cui momenti conviviali (barbecue, vin brulé, merende, pic-nic) hanno accompagnato azioni di sensibilizzazione ecologica (compost, rotazioni, pacciamatura, annafiatura) e la creazione di gruppi di acquisto (per concimi e piante). Miraorti ha peraltro facilitato la creazione di un comitato di ortolani che ora si interfaccia con la Circoscrizione. • miglioramento fisico dei confini e degli spazi comuni: da novembre 2012 sono cominciati lavori di riqualificazione come la creazione di un giardino di piante aromatiche (coinvolte le scuole del quartiere) e la piantumazione di 200 metri lineari di siepe mista e di un frutteto collettivo. Il cantiere si concluderà con la realizzazione di una pergola e di un orto didattico.

PARCO PIEMONTE Il Parco Piemonte si trova all’incrocio tra c.so Unione Sovietica e Strada Castello di Mirafiori, ne fanno parte anche un’area agricola di 7 ettari e la cascina Casotti Balbo. Sino a quando questa rimase attiva, i prati irrigui venivano utilizzati per la produ-

zione di fieno grazie a un sistema di canali seicentesco, realizzato contestualmente al Castello di Mirafiori, tuttora attivo benché in disuso. Dal 2009, anno in cui sono stati sfrattati i contadini affittuari della cascina (link a l’ultima contadina di mirafiori) l’area è rimasta “in attesa”, ed è passata attraverso controverse vicende, tra cui un contrastato tentativo di essere urbanizzata, che hanno avuto il merito di riportare l’attenzione su quest’area semisconosciuta della città. Il progetto partecipativo sul futuro del Parco Piemonte e l’organizzazione di un convegno in occasione del Festival Smart City 2012 hanno riaffermato il valore dell’area dal punto di vista paesaggistico e una ferma volontà da parte di amministrazioni e cittadinanza affinché l’area rimanga agricola. Ora, di proprietà della Città di Torino, l’area agricola, insieme ad un piccolo edificio di 50 mq chiamato Cascina Piemonte, sono in procinto di essere messe a bando per una concessione d’uso che ne salvaguardi e potenzi la vocazione agricola (in linea con la delibera Tocc). Per l’area agricola di Parco Piemonte abbiamo lavorato alla definizione di un progetto che sperimenti un’agricoltura di tipo urbano e che leghi la produzione agricola a una diversificata offerta di servizi rivolti a singoli cittadini, famiglie, gruppi, scuole e organizzazioni del terzo settore. Servizi che riguarderanno l’agricoltura nelle sue diverse forme e funzioni e che genererebbero legame sociale. Questi gli usi previsti: • area di agricoltura sociale a favore di soggetti svantaggiati per la produzione biologica e la raccolta diretta (in collaborazione con Coldiretti Torino) • area di orti urbani di tipologie e dimensioni diverse per l’auto-produzione, accessibili a tutti • area a prato stabile per la produzione di fieno per la mini-fattoria della cascina, dove attivare percorsi didattici e formativi rivolti alla cittadinanza. La trasformazione presterà una particolare attenzione all’aspetto paesaggistico: gli spazi verranno organizzati in modo da valorizzare le tracce del paesaggio agrario preindustriale, caratterizzato dal sistema dei canali e dalla classica piantata della pianura padana, con filari di gelsi e salici lungo i canali maritati alla vite.

Stefano Olivari, paesaggista responsabile del progetto insieme ad Isabella De Vecchi.


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Fig. 6. Orti regolamentati.

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Fig. 9. Cascina Piemonte.

Fig. 9. Cascina Piemonte.

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LA CASCINA PADANA FULCRO TERRITORIALE DELL’ASSETTO RURALE

LA CASCINA PADANA: UN ORGANISMO COMPLESSO

Nell’ambito del paesaggio rurale della pianura lombarda centro-orientale, come, del resto, di quello dei territori contermini, la cascina – qualunque ne sia la struttura o la tipologia, indubbiamente diversa a seconda dell’area geografica di appartenenza e dell’epoca di costituzione – rappresenta un elemento comune, diffuso, e imprescindibile dallo stesso tessuto territoriale agrario, quale fulcro funzionale di attività produttive e centro di vita sociale, economica, culturale costanti in ogni tempo, sebbene differenti di epoca in epoca. In tale veste essa rappresenta il punto focale di processi di organizzazione e di riorganizzazione di porzioni di territorio di entità diversa e diversamente modulate in sintonia con le condizioni fisiche locali, con le diverse capacità economiche e tecnologiche, con i distinti retaggi culturali, singoli e collettivi, con le differenti condizioni sociali e politiche caratteristiche di ciascun momento storico, e così via. Un organismo complesso, dunque, denso di significati, frutto di processi di valenza tanto economico-produttiva quanto di portata più schiettamente sociale, che riflettono di solito situazioni o retaggi consuetudinari precedenti. Ma anche sotto l’aspetto costruttivo, la cascina, così come siamo soliti considerarla oggi, rappresenta in modo esemplare il risultato delle articolate e diverse dinamiche storiche ed economiche che hanno investito, lungo i secoli, i sistemi produttivi dell’agricoltura padana. E sebbene in molti, in ambito locale, si siano applicati nel tempo allo studio della cascina, mettendone il luce molti degli aspetti di cui essa è testimone, con un ricorrente e di solito privilegiato riguardo per quelli di natura socio-culturale, antropologica, economica, tecnologica, o di valenza più schiettamente architettonica riferita alle forme edilizie attuali, si deve osservare come sia forse rimasta un po’ nell’ombra l’analisi tipologica della cascina, soprat-

tutto, rapportata alla sua vicenda evolutiva nella storia dell’agricoltura locale. Se si eccettua, infatti, il sempre valido, articolato e tuttora istruttivo lavoro di Cesare Saibene pubblicato dall’editore Olschki nel lontano 1955, relativo alla casa rurale nella pianura e nella collina lombarda, non sembra che l’argomento specifico abbia trovato ulteriori approfondimenti altrettanto significativi su base locale. Questo importante nesso, invece, se analizzato in chiave diacronica, potrebbe rappresentare il percorso privilegiato per comprendere l’evoluzione, soprattutto formale e tipologica, di questo elemento fondamentale del paesaggio agrario locale; evoluzione di cui ancora troppo poco sappiamo, dalle sue origini fino ad oggi. Sarebbe auspicabile, infatti, che una nuova campagna di studi, centrati su questo specifico aspetto, possa in futuro restituire l’immagine della cascina, nelle sue evidenti e sostanziali differenziazioni tipologiche riscontrabili nell’ambito dell’attuale pianura lombarda centro-orientale – di secolare tradizione agricola e, successivamente, anche zootecnica –, privilegiando il suo inscindibile legame con la storia del paesaggio agrario locale, di cui ha rispecchiato indubbiamente le trasformazioni subite nel tempo. Bisogna, infatti, riconoscere che tale modalità di analisi rappresenti il metodo più sicuro e interessante per affrontare il complesso problema delle origini della cascina, anche nella sua declinazione di ambito locale. Potrebbe essere un ulteriore stimolante motivo per tener desta l’attenzione su un patrimonio, non solo materiale, ma anche di straordinario valore identitario, culturale e sociale che, come è ben noto, versa in una fase di inarrestabile declino, poiché non più rispondente alle necessità produttive di un’agricoltura ormai molto diversa da quella esercitata nei secoli passati od anche soltanto nei decenni appena trascorsi. Eppure della cascina – sia essa di area cremonese, cremasca, bergamasca o bresciana –, straordina-


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ria e vitale componente del paesaggio agrario locale, tanto consueta nella nostra campagna da costituirne la normalità, non si conosce granché della storia evolutiva: ancora nell’ombra ne rimangono, di fatto, gli albori, poco o nulla si sa della sua primitiva struttura edilizia, della sua trascorsa organizzazione, delle presumibili modalità di aggregazione, della sua distribuzione sul territorio durante i secoli medievali. Manca, ancora, un’organica serie di studi che sappiano delinearne le mutazioni avvenute nel tempo, in diretta relazione con le modifiche impresse agli assetti agrari e alle produzioni agricole caratteristiche delle diverse epoche. Tutto ciò ha finito per condizionare la gran parte dei pur pregevoli approcci dedicati alla cascina apparsi in sede locale negli ultimi decenni che hanno appuntato, di solito, l’attenzione su quanto può essere oggi osservato e analizzato sul territorio planiziale lombardo centro-orientale, in un’ottica, per così dire, “fissista”, sovente dimenticando che le tipologie edilizie rurali oggi rilevabili – ed in particolar modo quelle di area più schiettamente basso-padana: cremonese e bresciana specialmente – sono in genere il frutto delle radicali riorganizzazioni e modifiche subite a partire per lo più dai primi decenni del XIX secolo – sebbene si conoscano diversi episodi di robusta riorganizzazione dei complessi edilizi avviata già dalla seconda metà del secolo precedente –, trascurando le realtà pregresse sottese a questo loro aspetto finale, che si devono spesso presumere piuttosto diverse nelle forme e nelle dimensioni. In altre parole si vuole segnalare la carenza – con poche e localizzate eccezioni – di una solida analisi tipologica, strutturale, organizzativa dell’insediamento rurale locale – tanto sparso quanto accentrato – in chiave diacronica e diatopica, attraverso cui riconoscervi le diverse stratificazioni assestatesi nel tempo in conformità e simultaneità con le diverse scelte produttive aziendali che, dal canto loro, hanno trasformato altrettanto profondamente gli assetti e i paesaggi della nostra campagna. Ne è così scaturita, per fare un esempio paradigmatico, l’immagine della cascina cremonese “a corte chiusa” che, se può essere ritenuta corretta e aderente alla realtà a patto che se ne circoscriva la valenza storica agli ultimi due secoli o poco più, come già si diceva, diviene, invece, una figura del tutto ipotetica e priva di riscontri concreti se estesa all’immagine dell’insediamento rurale nostrano tout court, senza, cioè, precise distinzioni temporali. Relativamente meno soggette a simili considerazioni appaiono, invece le piccole cascine di area cremasca o bergamasca planiziale, che spesso mantengono tipologie assunte nei secoli XVII e XVIII –

sebbene anche di queste non si sappia quasi nulla rispetto alle origini –, con generalmente contenute e poco sostanziali modifiche, se non quelle subite negli ultimi decenni, sovente volte a assegnare loro una destinazione decisamente residenziale. Anche in questi casi, tuttavia, si deve rilevare come non sempre la mano di progettisti incauti o di committenti poco inclini alle soluzioni conservative, nonché la permissività di strumenti urbanistici inadeguati e di amministrazioni locali disattente, abbiano saputo garantire a questi fragili edifici il mantenimento dei loro caratteri tradizionali più schietti, quantomeno nell’aspetto esteriore. Il rischio maggiore, relativo all’edificato rurale tradizionale, è dunque quello di vederlo scomparire in breve tempo, demolito o trasformato in modo incongruente e sbrigativo, ancor prima di averne conosciuto in modo consono al suo valore culturale, sociale, economico-territoriale e paesaggistico, i trascorsi storici, l’evoluzione formale e tipologica in stretta connessione con le trasformazioni territoriali che hanno plasmato il paesaggio planiziario dal medioevo ad oggi, quantomeno.

LA RICERCA DI NUOVE DESTINAZIONI PER UNA CONSERVAZIONE ATTIVA

La ricerca di nuove destinazioni da assegnare a questi monumenti della nostra campagna che appaiano compatibili, se non altro, con la loro struttura formale, è uno degli argomenti all’ordine del giorno del dibattito che impegna da tempo l’urbanistica, l’architettura del paesaggio, la tutela del territorio e dei suoi caratteri costitutivi, ma che appassiona sempre di più anche una larga fascia di pubblico divenuta particolarmente sensibile a questo genere di problematiche. In questa specifica prospettiva si sono poste da tempo le diverse voci della società civile a vario titolo interessate ai molteplici aspetti espressi dal fenomeno rappresentato dalla cascina – con particolare riguardo per i temi paesaggistici, tipologici, urbanistici, produttivi, conservazionistici, turistici, culturali, storici, sociali, iconografici ed altro ancora – con l’intento di richiamare l’attenzione degli amministratori locali, dei tecnici del settore, delle associazioni di categoria, del mondo della scuola e di quello accademico, delle associazioni ambientaliste, del pubblico più vasto, sull’importanza dei differenti significati che ancora la cascina può interpretare nella società locale odierna, in una visione complessiva cui soltanto uno sforzo culturale articolato e congiunto può restituire una validità condivisa ed accettabile.


LA CASCINA PADANA FULCRO TERRITORIALE DELL’ASSETTO RURALE

Fig. 1. Una caratteristica cascina, ormai abbandonata, dell’alta pianura bergamasca (Cologno al Serio – BG).

Fig. 2. Un esempio di grande cascina cremonese a corte chiusa. Cascina Castello a Acqualunga Badona (Paderno Ponchielli – CR).

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Fig. 3. La lunga teoria delle campate di Cascine Capri (Palazzo Pignano – CR), tramezzate dalla ‘lòbia’, realizzate intorno alla metà del XIX secolo per dare alloggio alle famiglie dei salariati.

Fig. 4. L’enorme aia ammattonata di una grande cascina cremonese, con la serie delle case dei salariati sullo sfondo (Lagoscuro di Stagno Lombardo – CR).


LA CASCINA PADANA FULCRO TERRITORIALE DELL’ASSETTO RURALE

È auspicabile, infatti, che una visione integrata delle diverse problematiche, quanto mai attuali ed urgenti, che il “fenomeno cascina” pone alla società attuale, possa delineare nuovi scenari in grado di assorbire od attenuare, quantomeno, la contrapposizione spesso sorta tra le diverse posizioni riguardanti questo argomento: da quella “storicistico-vicolistica” a quella più “evolutivo-processuale”, se così si può dire. Le più avanzate pratiche di pianificazione territoriale hanno ormai acquisito il concetto di paesaggio quale prodotto della plurisecolare interazione tra l’opera dell’uomo e il proprio ambiente fisico e naturale, così come viene percepito dalle popolazioni locali, superando il concetto di paesaggio sotto il mero profilo estetico, e tale diverso atteggiamento culturale pretende nuove modalità di approccio alla progettazione e al governo del territorio, di cui il paesaggio è un’espressione immediata e qualificante. La salvaguardia dei sistemi paesaggistici quali espressione dell’identità culturale di un territorio prevede una loro valutazione quali organismi complessi, che divengono nello stesso tempo documenti storici e ambientali di straordinaria importanza. Ma una salvaguardia intelligente del paesaggio, che non rischi di trasformarsi in un’inutile ingessatura dello stesso – peraltro di quasi sicura effimera durata – deve prevedere una conoscenza profonda dei processi che l’hanno prodotto e trasformato nel tempo, poiché i paesaggi evolvono, si modificano e si stratificano di pari passo con le esigenze espresse dalle popolazioni che agiscono nel loro ambito, di cui rispecchiano fedelmente anche le capacità di buon o di cattivo governo del territorio. Per mantenere efficienti questi paesaggi, tutelandone nel contempo gli elementi fondamentali, è indispensabile, innanzitutto, che chi vi abita e vi opera possa continuare a farlo potendovi ricavare un reddito commisurato ai propri sforzi e alle proprie giuste aspettative, ma è anche necessario che coloro ai quali è demandato il compito di pianificare e governare il territorio di propria competenza sappiano cogliere le istanze da questo espresse, e le sappiano correttamente interpretare e indirizzare verso il tanto declamato “sviluppo sostenibile”, che non può e non deve essere declinato solo in prospettiva economica, ma anche (e almeno in pari misura) in prospettiva di crescita sociale e culturale, affinché la nozione di sostenibilità possa avere effetti compiuti, e ciò anche in sintonia con l’idea di paesaggio quale patrimonio collettivo nel quale ogni comunità umana vissuta in una determinata epoca si rispecchia o si è rispecchiata, le cui tracce, sedimentatesi nel tempo, rimangono sovente riconoscibili, interpreta-

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bili ed apprezzabili da parte delle generazioni successive. Nell’ambito, dunque, di paesaggi agrari come i nostri, soprattutto se intensamente sfruttati e sottoposti ad una dinamica veloce, sensibile al rapido mutare delle esigenze economiche e produttive di una determinata società, anche la cascina, che di tali contesti in passato è sempre stata il fulcro funzionale per antonomasia, non può che modificare il suo assetto strutturale, la sua organizzazione interna, la destinazione delle sue varie parti e persino il suo valore simbolico: tutti fattori che si riflettono inesorabilmente sul suo aspetto formale, non solo esteriore. Pertanto, ritenendo obiettivamente improponibile l’idea di una salvaguardia globale, nelle sue forme originarie, di un patrimonio edilizio rurale di antica concezione, che troverebbe ostacoli di vario genere, considerata anche la sua estrema dispersione sul territorio, non resta che operare una scelta – basata su un ventaglio di parametri non solo di ordine morfologico, formale o tipologico, ma anche di altro genere, che considerino aspetti legati alla collocazione topografica, all’accessibilità, alla qualità del contesto, al mantenimento di funzioni congrue con la sua destinazione e così via – e appuntare le attenzioni e gli sforzi per la conservazione di quanto possibile, compatibilmente con le spesso necessarie mutazioni di ruolo e di funzione degli edifici. In tal caso divengono strategiche le scelte di ridestinazione degli spazi divenuti obsoleti, che nelle grandi cascine – come quelle della Bassa, che sono anche le più esposte al rischio di abbandono per inidoneità di gran parte delle loro strutture edilizie alle nuove necessità – sono in genere rappresentati da barchesse, portici, stalle, fienili, rustici, case dei salariati. Scelte che richiedono, oltre a qualche sforzo di tipo progettuale e a precise volontà di ordine pianificatorio, anche supporti di altro genere, quali l’induzione e la facilitazione di forme attive di salvaguardia che riguardino, per esempio, processi o modelli produttivi del fondo agricolo di tipo tradizionale, ma anche alternativi o di nicchia, produzioni di qualità o altro, che consentano un autosostentamento accettabile, oppure incentivi di ordine fiscale, prevedendo ad esempio agevolazioni per chi intenda affrontare tali soluzioni, o di sostegno economico condiviso da istituzioni pubbliche, fondazioni, amministrazioni locali che, nei casi di maggior pregio architettonico, tipologico o di contesto, possono legittimamente essere richiesti ad una società evoluta e ricca, che può ben destinare una parte del suo reddito alla conservazione del proprio patrimonio storico-paesaggistico, in analogia con quanto avviene, più pacificamente, per i monumenti di più assodata rilevanza.


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Fig. 5. Le addizioni strutturali di vario tipo aggiunte nel tempo al corpo originario di una cascina della campagna alto-cremonese dallâ&#x20AC;&#x2122;alta torre colombaria (Trigolo - CR).

Fig. 6. Esempio di forzoso reimpiego, secondo le esigenze attuali, di una barchessa ottocentesca in stile (Lagoscuro di Stagno Lombardo â&#x20AC;&#x201C;CR).


LA CASCINA PADANA FULCRO TERRITORIALE DELL’ASSETTO RURALE

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Fig. 7. Lavori di ristrutturazione ai fini residenziali di un piccolo nucleo rurale della campagna cremasca.

Già fin d’ora, in molte regioni d’Italia – e senza dubbio anche nell’ambito della pianura lombarda –, sono noti molteplici e ben assestati esempi di ridestinazioni di edifici rurali, dismessi dalla loro originaria funzione, ad usi di tipo residenziale, turistico, ricettivo od alberghiero, ricreativo o aggregativo, didattico, museale, ma anche artigianale, commerciale o del terziario avanzato ovvero in altra misura produttivo, che andrebbero fatti meglio conoscere affinché divengano modelli da replicare quando se ne offrano le condizioni. Gli esperimenti e le modalità di riconversione e di riorganizzazione degli spazi edilizi – ma anche di quelli rurali circostanti – ormai da tempo messi in atto da privati cittadini, dai rappresentanti di alcune branche dell’associazionismo sociale, come può essere, da noi, l’Associazione “100 cascine”, da imprenditori agricoli o agrituristici appartenenti alle nuove generazioni, che abbiano intrapreso scelte aziendali e percorsi commisurati alle diverse possibilità di produzione diversificata, di commercio o di altro tipo di offerta maggiormente richieste dal mercato o dalla popolazione, possono rappresentare un buon punto di partenza per effettuare alcune riflessioni sul futuro delle cascine, anche in relazione al mantenimento di una produzione agricola profondamente diversa da quella finora ritenuta tradizio-

nale e che finisce per caratterizzare il paesaggio agrario locale attuale e futuro. Un censimento effettuato una dozzina d’anni orsono dal Settore Territorio della Provincia di Cremona ha posto in risalto alcuni aspetti dello straordinario patrimonio insediativo ed edilizio rurale che, a quella data, annoverava nel territorio dell’attuale provincia di Cremona poco meno di 4300 tra cascine e aziende agricole più genericamente definite, tanto disseminate nella campagna quanto appartenenti al tessuto edificato di paesi, frazioni o località di quel territorio provinciale, nonché di differente valenza architettonica, tipologica, fondiaria, produttiva, conservativa, e così via. Alla stessa data circa 3300 di esse risultavano abitate, oltre 3000 mantenevano la loro destinazione agricola attiva, 1600 delle quali a indirizzo zootecnico. Tuttavia, già in quegli anni, circa 800 complessi apparivano slegati dalla loro destinazione originaria, mentre poco più di 400 unità versavano in abbandono. Solo 46 cascine apparivano, invece, vincolate da un qualche strumento di tutela. Pur non disponendo, al momento, di analoghi dati relativi ad altri ambiti territoriali della pianura lombarda, non pare, però, azzardato supporre che situazioni non molto diverse da quella tracciata siano condivise anche dai territori provinciali limitrofi,


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sicché si deve assistere, ogni giorno di più, al degrado o alla perdita di qualcuno di questi elementi nodali dell’economia agricola nonché dei paesaggi rurali locali venutisi evolvendo lungo i secoli. È, dunque, piuttosto prevedibile che sempre più di frequente dovremo abituarci ad una sorta di “paesaggio dei ruderi” che andrà caratterizzando progressivamente gli spazi agricoli. È, anche questo, un aspetto che può stimolare l’attitudine a interpretare il paesaggio e i suoi inarrestabili cambiamenti, a tener desta un’attenzione attiva e partecipata ai processi evolutivi di una società in movimento che, come già si avvertiva, il paesaggio riflette con grande fedeltà, offrendo chiavi di lettura del momento storico attuale di grande efficacia. Non bisogna credere, infatti, che tale fenomeno, comune a tutte le epoche storiche, porti con sé una connotazione inevitabilmente negativa. Tutte le società, nel corso dei secoli, hanno assistito al crearsi di “paesaggi dei ruderi”, via via sostituiti da nuovi contesti: per quanto riguarda il nostro paese ne sono diffusa testimonianza le molte opere pittoriche, risalenti ad epoche diverse, costellate di rovine di edifici di diverso tipo che, al di là della loro natura di genere (ma anche di quella più classicista o aulica) e dell’inscindibile mediazione artistica, rappresentano una concomitante mutazione di indirizzi, soprattutto produttivi e insediativi, in risposta a intervenute nuove necessità economiche e sociali di cui il paesaggio agrario ha

sopportato senza dubbio le maggiori ripercussioni, specie nelle epoche passate, quando l’economia agricola rivestiva un ruolo prevalente e non di rado pressoché totalizzante. Come si vede, l’argomento appare denso di conseguenze che comportano un approccio culturale consapevole e ponderato relativo al paesaggio nella sua veste di documento storico e sociale così come è stato declinato in sede locale, alla ricerca di un possibile dibattito tra passato, presente e futuro, di cui le nostre antiche cascine e i nuovi paesaggi agrari venutisi affermando rappresentano gli estremi di un confronto dialogico interessante. Un confronto che non dev’essere mai trascurato nelle pratiche di pianificazione di vasta o di minuta area, affinché anch’esso entri nei processi decisionali, che hanno valenza storica, e nei modi di identificazione territoriale delle popolazioni che vi abitano, come segno riconoscibile di una metamorfosi condivisa tra le varie componenti della società locale. Anche di questi risvolti l’incontro Terre, acque e cascine: il sistema rurale, un paesaggio costruito in via d’estinzione? svoltosi il 5 Novembre 2014 presso l’Urban Center di Bergamo, nell’ambito dell’iniziativa ICONEMI Bg del 2014, ha voluto essere un momento di riflessione, quale contributo alla comprensione di un fenomeno, dalle evidenti implicazioni culturali, che è stato e che rimane tuttora rappresentativo di una società dalle forti radici agricole.


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GLI ANTICHI CANALI LOMBARDI: UN SEGNO DEL GENIUS LOCI A RISCHIO DI SCOMPARSA

Secondo Eugenio Turri (1998), gli iconemi (finalmente un neologismo intelligente!) “sono gli elementi che maggiormente incarnano il genius loci di un territorio e la sua anima vera e profonda, sono il riferimento visivo di forte carica semantica del rapporto culturale che una società stabilisce con il proprio territorio”. Tra questi, certamente vi sono gli antichi canali lombardi, incluse le rogge bergamasche. Di seguito, per meglio intenderci, parleremo piuttosto del genius loci, che è incarnato dai canali storici lombardi. La pianura lombarda, così come oggi si presenta ai nostri occhi, non esisterebbe senza i canali, che hanno avuto un’importanza enorme nello sviluppo del territorio e del paesaggio, dell’economia e del diritto, della scienza e della tecnica. È una storia, che parte da lontano, ossia dalla colonizzazione romana, come dimostra l’esempio della Muzza, subisce una pausa d’arresto nell’alto Medioevo, ma riprende con fervore straordinario subito dopo la pace di Costanza (1183) tra i Comuni e l’Impero: segno che la tradizione romana (una civiltà di grandi costruzioni civili!) è ancora vitale. È questa una stagione medioevale caratterizzata da un’incredibile fioritura, che vede la Lombardia all’avanguardia nella navigazione interna, nell’irrigazione e nella bonifica, con opere talora gigantesche, come il Naviglio Grande e la Muzza, ma sempre geniali; sono gli ingegneri lombardi, che esportano queste tecniche nel resto d’Europa. Nonostante la decadenza dell’Italia dopo il Rinascimento, il primato dei canali lombardi si conserva per secoli, fino all’Ottocento, come testimoniano Elia Lombardini, nelle “Notizie naturali e civili della Lombardia” (1844) e Benjamin Nadault de Buffon nel trattato “Des Canaux d’arrosage de l’Italie septentrionale” (1843 – 1844).

I canali storici lombardi rappresentano un modello di gestione razionale delle acque, fondato sulla multifunzionalità, poiché sono nello stesso tempo irrigatori, colatori e spesso anche navigabili, in questo imitando i meravigliosi equilibri della natura, mentre la modernità separa e specializza, alla ricerca dell’efficienza settoriale ed a scapito degli equilibri complessivi. La grande tradizione idraulica lombarda ha prodotto anche sistemi per la misura e la dispensa delle acque, nati prima della rivoluzione scientifica del Seicento e rimasti per secoli (fino alla metà dell’Ottocento) ineguagliati per precisione in tutta Europa. Si tratta degli edifici magistrali milanese e cremonese, presto estesi con poche varianti alle altre province del Ducato di Milano. Essi consentono di misurare l’acqua come un mucchio di fieno, come i mattoni da fabbrica, come un monte di terra, per dirla come Romagnosi (1823) e in tal modo le attribuiscono un valore economico preciso, in un mondo che a lungo la spreca, perché non sa misurarla. Il più grande idraulico bergamasco, Antonio Tadini (1816) riassume in termini efficaci il divario, che si riscontra in Italia tra quest’area più avanzata, con agricoltura intensiva, che valorizza l’acqua per uso irriguo e il resto del Paese, che la spreca. Mutatis mutandis, è un insegnamento che vale anche oggi, ossia per l’attuale crisi dell’acqua nel mondo. I mutamenti in corso nel mercato internazionale dei prodotti alimentari, dopo la grande siccità del 2008, ci fanno capire l’importanza strategica della nostra agricoltura irrigua, anche nella fascia urbanizzata pedemontana, a cui appartiene il comprensorio della media pianura bergamasca. Il primato della Lombardia nella costruzione dei canali, a partire dal Duecento, si riflette sull’intera società. Giustamente Giuseppe Bruschetti (1834) scrive: la vera storia dei canali d’irrigazione di un dato paese si collega in molti punti colla di lui storia


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civile, politica ed amministrativa. È logico che in Lombardia il diritto delle acque si sviluppi con grande anticipo rispetto alle altre nazioni europee (basti pensare all’istituto giuridico della servitù d’acquedotto!). Non meno importanti sono gli aspetti organizzativi; i protagonisti della costruzione e gestione dei canali sono in parte pubblici (per i vettori primari) e in parte privati (per le reti di distribuzione) ed insieme realizzano un singolare esempio d’economia mista, che appare ancor oggi attuale. Fino agli inizi del Novecento, la società lombarda sembra ancora consapevole dello straordinario valore storico e culturale dei propri canali, anche nel senso degli iconemi di Turri. Non solo l’ancora numerosa popolazione rurale, ma anche quella urbana è a contatto quotidiano con la rete dei canali, grandi e piccoli, che attraversavano gli abitati, spesso sorti attorno alle loro rive. La copertura della fossa interna dei navigli milanesi nel 1930 segna l’inizio di una nuova era: quella di una modernità, che non si afferma in continuità, ma mediante una rottura con la tradizione: il genius loci del territorio scompare nel sottosuolo, diventa invisibile, allontanandosi dalla gente. È un fatto emblematico di straordinaria rilevanza, perché rappresenta il tradimento non solo della storia lombarda, ma anche della cultura italiana, al cui centro si colloca da sempre la bellezza. Non a caso la memoria di questo infausto evento riemerge periodicamente nella coscienza dei Milanesi, come il rimorso di una cattiva azione. Nei decenni successivi il resto della Lombardia, inclusa la Bergamasca, segue questo percorso di oscuramento fisico e spirituale delle proprie radici storico - culturali, non soltanto con le molte, spesso stolte coperture di magnifici canali, a fronte di vantaggi risibili, ma attraverso un più sottile processo di decadenza, che lentamente consuma i valori storico – culturali, cambiando forme e materiali, fino a sfigurare i segni del passato. Il confronto fra il vecchio e il nuovo, a contatto senza alcuna armonia, è stridente, offende e addolora (Di Fidio M., 2005). Anche negli addetti ai lavori si oscura il ricordo di una storia, che è stata grande. Ripenso talvolta a questa storia, quando, accompagnando la mia nipotina bergamasca di ritorno dall’asilo di Scanzo, incrocio la Roggia Borgogna nel punto in cui, tumultuosa all’uscita da un tunnel, genera la Seriola dei Prati; le spiego che il costruttore della roggia è il grande Colleoni, duca di Borgogna e lei mi dice, con stupefacente, istintiva precisione, che la Borgogna è la mamma della Seriola. Ma non si potrebbe mettere almeno un cartello, come si usa davanti agli edifici storici?

Dopo l’ubriacatura della modernità, nella seconda metà del Novecento, si sviluppa, nell’intero Occidente, una reazione, attraverso il movimento ambientalista, in cui peraltro si affermano soprattutto le ragioni della natura, piuttosto che quelle della bellezza, della storia e della cultura; è l’impostazione anglosassone e germanica, che sembra prevalere. Anche in questo ambito siamo stati inferiori alla nostra vocazione storica; toccherebbe infatti all’Italia, grazie alla sua tradizione, conciliare natura e cultura, ma finora non ci è riuscita. Il risultato è sotto i nostri occhi: basta leggere i programmi di sostegno allo sviluppo rurale dell’Unione Europea, che stanziano risorse anche per i canali rurali, nel quadro della nuova funzione ambientale dell’agricoltura. Qui troviamo soprattutto obiettivi come “la protezione degli ecosistemi”, “la tutela della biodiversità”, “la gestione efficiente delle risorse naturali”, “la promozione d’infrastrutture verdi”, la “rete dei siti Natura 2000”, “l’attuazione della Direttiva – Quadro europea sulle acque”, ecc. Ma questa è sostanzialmente un’altra storia, che incrocia solo in parte l’identità degli antichi canali lombardi! Da qui la difficoltà di reperire risorse concrete per la loro conservazione, il restauro e la valorizzazione, nell’ambito di programmi concepiti con altre finalità. Avendo dedicato una vita alla difesa dell’ambiente, logicamente mi spiace, ma devo ammettere la retorica con cui sono presentati, come una panacea, molti programmi ambientali, carenti sul piano storico – culturale. Questi strumenti non sono fatti sulla misura dei canali storici italiani, perché patrimoni di questa importanza non esistono negli altri Paesi europei. Al contrario, l’impianto della normativa europea appare molto adatto alla riqualificazione ecologica dei canali colatori della Germania, dove l’irrigazione è marginale e viene comunque praticata con sistemi diversi. In controluce possiamo leggere la capacità dei nostri soci-rivali in seno all’Unione e la nostra pochezza. Questo discorso introduttivo sull’importanza e i pericoli, che corrono i canali storici lombardi serve a far capire la necessità di una nuova strategia, che faccia emergere la peculiarità di uno straordinario patrimonio storico – culturale e la sua valenza nazionale ed europea, chiamando lo Stato italiano e l’Unione europea a farsi carico di una parte delle spese per la sua conservazione e valorizzazione. Ma per arrivarci, la strada è lunga, perché bisogna innanzitutto riprendere contatto con il genius loci, che


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Fig. 1. Lavori di copertura della Fossa interna dei navigli a Milano, in via Senato (1930).

Fig. 2. La Roggia Serio a Torre Boldone lambisce Casa Palazzolo, oggi sede di una casa di riposo, gestita dalla Congregazione delle Suore Poverelle. La foto evidenzia l’equilibrio e la bellezza dell’antica associazione tra rogge, edifici, orti e giardini, e ci fa capire i valori che abbiamo perduto con la stolta politica delle coperture negli abitati.


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Fig. 3. Un disegno del partitore di Scanzo tra la Roggia Borgogna e la Roggia Pedrenga, tratto dal vecchio cabreo della Roggia Borgogna (1826), conservato dal Consorzio di bonifica bergamasco.

sembra sepolto nella coscienza di molti contemporanei, come la Roggia Borgogna nel sottosuolo di Scanzo.

IL RICUPERO STORICO-CULTURALE DEI CANALI STORICI LOMBARDI: RIEMERSIONE DEL GENIUS LOCI

Nella storia che stiamo narrando, c’è un momento in cui il processo di oscuramento dei valori storico – culturali dei canali lombardi sembra rallentare e si avvia un processo di segno opposto, che porta alla riemersione del genius loci nella coscienza dei Lombardi, in forme diverse, ma sinergiche, che via via si rafforzano. Forse sono troppo ottimista e certo nessuno sa come andrà a finire; questo è il bello della Storia con la S maiuscola, perché nel suo piccolo ciascuno di noi può sentirsi un attore e, comunque vada, può avere la soddisfazione di dire: ho combattuto la buona battaglia. Il luogo dove matura la possibile inversione del processo è ancora Milano, baricentro dell’intero sistema dei canali lombardi. Qui, verso la fine del No-

vecento, sorge un movimento culturale (l’Associazione “Amici dei Navigli”), che riscopre il valore storico – culturale dei navigli, perseguendo un’idea forte, capace di affascinare anche i cittadini moderni, ossia il ripristino della navigabilità, per fini di diporto. Questo movimento coinvolge le istituzioni e porta ad iniziative d’avanguardia, sul piano progettuale, organizzativo ed operativo; molti interventi interessanti sono in corso di realizzazione, collegati ad Expo 2015. È un approccio, che potrebbe avere riflessi più ampi, sull’intero sistema dei canali storici lombardi, inclusi quelli bergamaschi. L’attenzione iniziale al ricupero delle alzaie, come piste ciclopedonali e dei vecchi manufatti della navigazione (conche, pontili, approdi, ecc.), oggi in disuso e spesso in rovina, si è progressivamente estesa al patrimonio storico – culturale complessivo dei navigli milanesi e pavesi, incluso l’ambiente circostante. Inizialmente sono stati elaborati molti progetti particolari, per iniziativa di Comuni, Province, Parchi regionali e della stessa Regione. Infine, all’intero sistema dei 5 navigli storici (Grande, di Bereguardo, Pavese, della Martesana, di Paderno), è stato dedicato uno specifico piano, che approfondi-


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Fig. 4. La Roggia Curna all’altezza della via Astino, con la rampa di discenderia per la manutenzione del canale. La sistemazione, da parte del Consorzio di bonifica, evidenzia il rispetto dello splendido ambiente circostante. Il canale ha perso la storica funzione irrigua ed acquisito una nuova funzione come canale di gronda, ma la modernità si pone in continuità con la tradizione, a differenza di molti interventi del passato.

sce 10 ambiti disciplinari e rappresenta un unicum a livello europeo: il piano direttore (in inglese “master plan”) dei Navigli. Collegata a questo progetto è la costituzione, nel 2003, di una Società denominata “Navigli Lombardi”, che ha come finalità il coordinamento degli interventi identificati dal piano direttore (opere di ricupero e valorizzazione, servizi, attività accessorie). Anche al di fuori del territorio fra Ticino ed Adda, all’inizio del nuovo millennio si riscontra una diversa sensibilità verso il valore storico – culturale degli antichi canali irrigui, come testimoniano i recenti lavori di sistemazione della Roggia Curna, nel parco dei Colli di Bergamo, da parte del Consorzio di bonifica, che costituiscono un modello da seguire in futuro, anche per il ricupero di tante situazioni di degrado. Dopo quella dei navigli, nell’intero territorio regionale si diffonde una seconda iniziativa, collegata alla rete dei percorsi ciclo – pedonali lungo fiumi e canali: i musei delle acque, costituiti dai consorzi di bonifica. Finora sono 6: 1. Il Museo “Mulino di Mora Bassa” (Vigevano), costituito dal Consorzio Est Sesia nel 2000.

2. La “Casa dell’acqua” (Paullo), costituita dal Consorzio Muzza – Bassa Lodigiana nel 2007. 3. L’Ecomuseo “Terre d’acqua tra Oglio e Po” (Viadana), costituito dal Consorzio di Navarolo nel 2010. 4. Il Museo della Bonifica (Chignolo Po, costituito dal Consorzio Est Ticino Villoresi nel 2012. 5. Il Museo delle acque italo – svizzere (Somma Lombardo), costituito dal Consorzio Est Ticino – Villoresi nel 2014 (data prevista). 6. Il Museo – Emeroteca delle acque (Castano primo), costituito dal Consorzio Est – Ticino - Villoresi nel 2015 (data prevista). Si osserva che anche nell’area bergamasca potrebbero essere costituiti musei delle acque, per esempio valorizzando i caselli accanto alle antiche opere di derivazione dal Serio (Roggia Comenduna a Cene, Roggia Borgogna a Villa di Serio). Se ne era parlato già nel 1998. L’idea di fondo, che sostiene i musei delle acque, è la valorizzazione del patrimonio storico – culturale dei canali lombardi, spesso in collaborazione fra


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Fig. 5. L’edificio del Museo “Mulino di Mora Bassa” a Vigevano, nei luoghi leonardeschi. In primo piano si vedono i canali, in cui sono stati riprodotti vari sistemi storici per la misura e la dispensa delle acque, in cui si esercitano le scolaresche.

Figg. 6a-6b. A sinistra, l’antico edificio con l’opera di presa dal fiume Serio della Roggia Comenduna, in località Ponte di Cene; a destra, particolare dei dispositivi di manovra delle paratoie. Questo casello idraulico potrebbe ospitare un Museo delle acque bergamasco, che illustri le grandi rogge storiche (Serio, Morlana, Borgogna).


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Figg. 7a-7b. A sinistra, la sala delle riunioni del Luogo Pio Colleoni (Bergamo alta), nell’antica dimora cittadina del grande condottiero bergamasco, che ospita l’archivio storico di questa istituzione, in cui sono integrati i documenti dal 1476 ad oggi, inclusi i fondi delle Rogge Curna e Coda colleonesca. A destra è presentata una pagina del cabreo della Roggia Curna, che testimonia i numerosi usi extragricoli (ruote idrauliche, lavanderi, ecc.) delle acque convogliate dai canali rurali bergamaschi.

consorzi di bonifica, comuni e parchi regionali o locali. Questa iniziativa appare vitale, essendo in espansione in tutto il territorio regionale. Si segnalano perfino singoli comuni, come quello di Moglia, nell’Oltrepò mantovano, che ha costituito un “Museo lineare delle bonifiche”. Forte appare il desiderio delle comunità locali di riscoprire la propria storia, che spesso non è fatta solo di successi e primati (pur presenti e si è visto a quali livelli!), ma anche di fatiche e sofferenze (si pensi al paludismo e alle inondazioni!).

locale, che possono essere rielaborati per le esigenze museali.

Il segreto del successo delle strutture museali dei consorzi di bonifica sta appunto nella loro capacità di raccontare storie affascinanti, che coinvolgano i visitatori. Un museo che assomigli a un catalogo astratto di canali, manufatti e macchine idrauliche, anche se ben illustrato, è adatto solo agli ingegneri, così come un catalogo di specie ed ecosistemi acquatici è adatto solo ai naturalisti. Tutte queste cose vanno bene, purché siano inserite in un racconto, che veda come protagonista l’uomo; la gente ha bisogno di riconoscere la propria storia e identità; una comunità entra in crisi, quando non sa più raccontarsi. E questo vale a livello sia locale sia nazionale. Come si vede, il tema del genius loci e degli iconemi è sempre centrale

In questo campo, un’iniziativa di grande rilievo è stata assunta dall’Associazione Est Sesia, che esercita le funzioni di consorzio di bonifica, a cavaliere fra Piemonte e Lombardia. Essa ha costituito l’Archivio storico delle acque e delle terre irrigue Est Sesia, con due sedi dedicate: a Novara ed a Vigevano: quest’ultima conserva gli archivi storici dei canali della Lomellina, con documenti che risalgono al Rinascimento, ossia all’epoca di Ludovico il Moro e Leonardo da Vinci. Finora si tratta dell’unico, vasto archivio storico riordinato e digitalizzato da un ente di bonifica; tuttavia, altri fondi archivistici sulla bonifica e sull’irrigazione sono integrati in archivi storici più vasti (dei Comuni, dello Stato, ecc.), a loro volta oggetto di riordino. Nella Bergamasca, si segnalano il fondo della Roggia Serio, integrato nell’Archivio storico del Comune di Bergamo, presso la Biblioteca Angelo Maj e i fondi delle Rogge Curna e Coda colleonesca, integrati nell’archivio storio del Luogo Pio della Pietà Colleoni, sempre in Città alta.

In molte strutture museali, si prevede di ospitare l’archivio storico del consorzio di bonifica. Le due iniziative sono complementari e si sostengono a vicenda: l’archivio fornisce al museo materiali preziosi sulle opere, le tecniche idrauliche e la stessa storia

A sua volta, quella degli archivi storici della bonifica e dell’irrigazione si configura come un’iniziativa di ampio respiro. Basti riflettere che tali archivi non custodiscono soltanto storie locali, ma spesso documentano un patrimonio storico – culturale di straordinaria rilevanza. Il primato storico italiano è misconosciuto anche perché le fonti di documentazione, tra cui gli archivi storici sulle acque, sono trascurate.


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Presso l’URBIM (Unione Regionale delle Bonifiche, delle Irrigazioni e dei Miglioramenti fondiari) è in corso di studio il progetto “La civiltà dell’acqua in Lombardia”, presentato a Mantova lo scorso 31 ottobre e volto al riconoscimento, da parte dell’UNESCO, del sistema a rete lombardo per l’irrigazione e la bonifica, inclusi musei ed archivi storici. Il sotto - progetto ASBI (Archivio Storico della Bonifica e dell’Irrigazione) prevede il censimento, il riordino e l’inventariazione di tutti gli archivi storici della bonifica e dell’irrigazione esistenti nel territorio regionale, conservati da soggetti pubblici o privati, nella prospettiva di costituire un archivio digitale centrale. Si ricorda che, secondo il Codice dei beni culturali (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42), dopo 40 anni gli archivi degli enti pubblici diventano storici (e quindi beni culturali, patrimonio della nazione!) e come tali devono essere riordinati, corredati da strumenti di ricerca e predisposti per la fruizione culturale da parte di tutti gli studiosi, che ne abbiano interesse; quindi tutti i documenti anteriori al 1974 sono considerati storici. Ma, nel settore delle acque, spesso anche gli archivi privati sono antichi e a loro volta suscettibili di rientrare nei beni culturali, previa dichiarazione della Sovrintendenza archivistica, che certifichi il loro “interesse storico particolarmente importante”, di fatto equiparandoli agli archivi storici pubblici, soggetti a tutela, ma anche a valorizzazione, mediante incentivi dello Stato e della Regione. È questo il caso dell’Archivio della Roggia Morlana a Bergamo, che possiede pergamene del Medioevo. Il Consorzio di bonifica bergamasco, oltre alle proprie carte, custodisce l’archivio storico della Roggia Borgogna (Amministrazione principe Giovanelli) e si è fatto carico di un’iniziativa complessa, ossia una fondazione, che associ tutti gli archivi storici dei canali bergamaschi, per coordinare le operazioni di riordino e valorizzazione. Si consideri che, oltre agli archivi già citati, ne esistono altri, facenti capo a Comuni (Treviglio e Brignano) ed a soggetti privati, tuttora attivi nell’irrigazione (Compagnie delle Rogge Guidana e Coda di Serio, Associazione delle Rogge Sale, Donna e Antegnata). Questa benemerita iniziativa merita l’attenzione e il sostegno della società bergamasca. Si ricorda che tutti gli archivi storici, come beni culturali della Nazione, beneficiano di contributi, da parte dello Stato (Sovrintendenza archivistica), della Regione e delle Fondazioni bancarie. Non si può dire che manchino le risorse, quanto piuttosto l’attenzione, da parte delle istituzioni interessate e della

società civile, in passato spesso lontane da questi temi, come se essi interessino solo pochi esperti. In realtà si dovrebbe capire che la tradizione culturale è uno degli strumenti più potenti, che oggi ha l’Italia per affermarsi in Europa e nel mondo. Infine, va ricordata un’ultima, importante iniziativa culturale, collegata alle precedenti: La Biblioteca Idraulica Italiana. Si tratta di un progetto culturale, avviato nel 2008 dalla BEIC (Biblioteca Europea d’Informazione e Cultura), in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano – Facoltà di Agraria. Essa comprenderà a regime circa 800 pubblicazioni (per il momento solo digitali) di autori italiani, in prevalenza tra il Cinquecento e la fine dell’Ottocento. Su questo imponente patrimonio scientifico e tecnico, sono stati già realizzati, con la collaborazione di chi vi parla, alcuni studi monografici, dedicati alla scuola idraulica italiana: “La lingua delle acque” (testo storico – linguistico), “Idraulici italiani” (collana di 32 biografie di idraulici italiani, tra cui il bergamasco A. Tadini), “Idrometria” (monografia storica sui sistemi per la misura e la dispensa delle acque), “Idraulica fluviale” (monografia storica sulle corrosioni e i ripari fluviali). La Biblioteca Idraulica Italiana è strettamente legata agli archivi storici. L’una raccoglie, in modo tendenzialmente esaustivo, gli scritti degli idraulici italiani, pubblicati a stampa nel corso dei secoli, dai trattati sistematici agli studi e perizie particolari. Gli altri raccolgono documenti cartacei (manoscritti e dattiloscritti, mappe e disegni), in prevalenza non pubblicati, che si riferiscono alla rete dei canali e delle opere idrauliche; la parte più importante del materiale storico-archivistico (antiche mappe, cabrei, inventari), dopo la digitalizzazione, potrebbe confluire nella Biblioteca Idraulica. La Biblioteca Idraulica Italiana costituisce un supporto utile anche ai musei dei consorzi di bonifica e in particolare all’attività di ricerca sulle storie locali legate alle acque, a cui tutti sono fortemente vocati, poiché contiene numerose notizie legate al territorio ed alle opere idrauliche. I grandi idraulici italiani, oltre ai trattati, pubblicano spesso perizie su questioni particolari. Accanto ai personaggi maggiori, c’è una folla di personaggi minori, che hanno lasciato scritti su argomenti locali. La costruzione di una rete di musei, che copra l’intero territorio di bonifica, ossia la pianura lombarda, suggerisce di non chiudere le singole strutture museali nelle storie locali, ma di assegnare anche, a ciascuna di esse, un tema d’interesse generale, a partire da elementi locali, che giustifichino questa vocazione; per esem-


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toriamente il Museo di Roggia Mora (Vigevano). Tutte le iniziative in precedenza illustrate (progetto navigli, musei dell’acqua, archivi storici e biblioteca idraulica italiana) sono già stati avviati, sia pure con gradi diversi di avanzamento. I Bergamaschi sono chiamati a fare la loro parte e lo devono innanzitutto a se stessi. Mi piacerebbe che l’anno prossimo ci incontrassimo per discutere sulle cose fatte.

BIBLIOGRAFIA Bruschetti Giuseppe (1834), Storia dei progetti e delle opere per l‘irrigazione del Milanese, Giuseppe Ruggia, Lugano. Di Fidio Mario (2005), Il consorzio di bonifica bergamasco e la sua storia, Studio Lito CLAP, Bergamo. Di Fidio Mario, Gandolfi Claudio (2013), La lingua delle acque, Biblioteca europea d’informazione e cultura, Milano. Lombardini Elia (1844), in Cattaneo Carlo, Notizie naturali e civili della Lombardia, Giuseppe Bernardoni, Milano. Fig. 8. Il frontespizio della “Lingua delle acque”, la prima monografia, di carattere storico – linguistico, pubblicata dalla Fondazione Europea d’Informazione e Cultura nell’ambito del progetto “Biblioteca Idraulica Italiana”, a cui si collega il progetto “Archivio Storico della Bonifica e dell’Irrigazione”.

pio, se il museo è collocato in un’antica chiavica, perché non presentare anche una storia generale delle chiaviche lombarde? Ma anche la Biblioteca Idraulica Italiana e con essa la storia della scienza e della tecnica, è interessata ai musei delle acque. Si rifletta in particolare sulla possibilità per i musei di riprodurre, in scala reale o su modello in legno, antichi manufatti idraulici, di cui purtroppo non si trovano più tracce sul territorio, ma solo testimonianze scritte; è il caso degli edifici magistrali per la misura e la dispensa delle acque. Su questa strada si è già collocato meri-

Nadault de Buffon Benjamin (1843 – 1844), Des Canaux d’arrosage de l’Italie septentrionale dans leur rapports avec ceux du Midi de la France ; traité des irrigations envisagées sous les divers points de vue de la production agricole, de la science hydraulique et de la législation. Carilian – Goeury et V. Dalmont, Paris. Romagnosi Giandomenico (1823), Della condotta delle acque secondo le vecchie, intermedie e vigenti legislazioni dei diversi Paesi d’Italia, colle pratiche rispettive loro nella dispensa delle acque, Tipografia di Commercio, Milano. Tadini Antonio (1816), Del movimento e della misura delle acque correnti, Tipografia Sonzogno, Milano. Turri Eugenio (1998), Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio ed., Venezia.


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CASTELLO DI MALPAGA: UN MODELLO DI SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE

SCOPRIRE MALPAGA Malpaga è una frazione di Cavernago, piccolo paese a soli 15 chilometri da Bergamo e 10 dall’aeroporto “Il Caravaggio” di Orio al Serio. Si trova, inoltre, a soli 5 minuti dall’uscita Seriate dell’autostrada A4 che in 50 km porta a Milano. Proprio al centro del Borgo si erge il Castello di Malpaga, l’antico maniero medievale che il Condottiero Bartolomeo Colleoni, Capitano Generale della Repubblica di Venezia, trasformò in magnifica residenza e corte principesca durante il XV° secolo. Tutt’attorno si estendono 330 ettari di campi che da oltre 700 anni mantengono intatta e inalterata la loro vocazione agricola originaria. A Ovest il confine naturale è tracciato dal fiume Serio con il suo Parco Naturale.

RIVALUTAZIONE DEL TERRITORIO: IL RITORNO ALLA VITALITÀ

Il progetto di rivalutazione del Borgo di Malpaga restituisce all’antico feudo un ruolo di spicco nell’ambito storico-artistico del territorio bergamasco, rivalutando in chiave moderna la tradizione agricola, da sempre elemento portante di Malpaga. Obiettivo primario è sostenere il rilancio dell’antica fortezza del Colleoni la cui costruzione risale al XII° secolo, e la valorizzazione della sua lunga e gloriosa storia. In parallelo con la rivalutazione storica, artistica e culturale del territorio, viene data particolare attenzione agli obiettivi più qualificanti e complessivi del progetto che sottolineano una visione lungimirante e d’insieme: • Il recupero globale dell’antico feudo; • La creazione di un modello basato sulla sostenibilità ambientale ed economica; • L’attività di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica su modelli di sviluppo e di crescita auto-sostenibili.

PER MALPAGA: IL SIGNIFICATO DEL PROGETTO

PeR Malpaga, il nome del progetto di riqualificazione del Borgo di Malpaga, contiene un acronimo: PeR significa Progetto e Rinascita. Il progetto si pone come un atto di amore e di profondo rispetto per un Borgo che occupa uno spazio importantissimo nella memoria storica del territorio bergamasco. Il progetto si compone di diverse aree tematiche, tutte interconnesse tra di loro, andando a creare un circuito virtuoso: • Agricoltura innovativa Da più di 700 anni negli stessi campi si coltiva la terra nel pieno rispetto della tradizione locale. Il progetto ha previsto l’introduzione di un forte spirito innovativo, grazie alla sperimentazione e alle tecniche di coltivazione più moderne, efficienti ed ecologiche, in atto dal 2011. • Energia rinnovabile Parte delle coltivazioni sono destinate al Polo energetico con l’obiettivo di creare un eco-villaggio autosufficiente, producendo direttamente in loco, a impatto zero e solo da fonti rinnovabili, l’energia necessaria per il sostentamento dell’intero Borgo. • Recupero del Borgo storico Tutto il Borgo (campi agricoli compresi) sono vincolati dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali e ambientali. Il ripristino degli edifici esistenti segue quindi un rigoroso spirito filologico e conservativo utilizzando, dove possibile, materiali originari come antiche tegole e mattoni conservati scrupolosamente nel corso dei secoli. • Valorizzazione storica L’intento è far rinascere uno dei luoghi più belli della bergamasca: un gioiello medieval-rinascimentale come il Castello di Malpaga e la storia del suo valoroso Condottiero Bartolomeo Colleoni, attraverso iniziative turistiche con valenze molteplici e differenziate.


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Fig. 1. Locanda dei Nobili Viaggiatori, Malpaga.

Fig. 2. Antica ghiacciaia del 1400 recuperata in modo conservativo. Locanda dei Nobili Viaggiatori, Malpaga.


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Fig. 3. Castello di Malpaga.

• Strutture ricettive Parte dei caseggiati che verranno ristrutturati saranno adibiti a strutture ricettive legate al turismo. La possibilità di soggiornare nel Borgo di Malpaga porta alla rinascita di questo luogo dall’atmosfera unica. • Cultura e formazione Il progetto ha l’obiettivo di trasformare il Borgo in un modello di studio ed un laboratorio all’avanguardia sulle diverse tematiche che lo caratterizzano. PeR Malpaga si propone di diventare un modello di riferimento in termini di innovazione, massima integrazione e rispetto ambientale per ciascuna delle aree tematiche.

PERCHÉ AGRICOLTURA INNOVATIVA? La Società Agricola Malpaga Srl, azienda di spicco nel panorama agricolo della provincia di Bergamo, pone al centro del piano un sistema innovativo di ottimizzazione di particolari modelli di coltivazione che rispettano i disciplinari dell’agricoltura blu. Da più di 700 anni si mantiene inalterata la vocazione agricola insita nel Borgo e nei suoi campi e attraverso il progetto di riqualificazione PeR Malpaga

si vuole creare un modello eco-sostenibile ed autonomo. Dall’agricoltura tradizionale si passa a quella conservativa, apportando una minima lavorazione al terreno per rispettare il più possibile la sua vocazione naturale ed evitare il suo impoverimento provocato da arature profonde: l’obiettivo chiave dell’innovazione agricola a Malpaga è il completo rispetto degli equilibri ambientali. La coltivazione si suddivide in due utilizzi: una prima porzione di terra è destinata alla coltura di prodotti per l’alimentazione (mais e altri cereali bio), una seconda sezione alimenta un impianto a biogas (mais trinciato, triticale e sorgo) e una centrale a biomasse (miscanto). L’impianto di irrigazione a pioggia, posto lungo tutta l’estensione dei campi, consente un risparmio idrico di circa il 30%, massimizzando l’efficienza dell’acqua distribuita e riducendo notevolmente gli sprechi. Il prodotto agricolo viene utilizzato al 100%, entrando in un circuito che gli permette di nascere e morire nella stessa terra: il digestato, ovvero lo scarto dell’impianto a biogas dato dal liquame e dalla frazione solida del cereale immesso nelle vasche del biogas, viene reimmesso nei campi come fertilizzan-


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te attraverso l’impianto di irrigazione e come ammendante di supporto al terreno, diventando così concime naturale a km 0. Proprio perché considerata all’avanguardia su questo fronte, la Società Agricola Malpaga srl, in partnership con la Provincia di Bergamo, dedica una parte dei campi alla sperimentazione e selezione di nuovi ibridi di cereali, ospitando ogni anno convegni e workshop dedicati agli agricoltori della zona.

ENERGIA RINNOVABILE: UN’ECCELLENZA A LIVELLO NAZIONALE PeR Malpaga ha come obiettivo quello di creare un eco-villaggio autosostenibile in termini di elettricità e della fornitura di acqua calda. Tutto ciò è possibile grazie alla realizzazione di un centro di produzione di energia rinnovabile con la completa integrazione tra due impianti, a biogas e a biomasse, unica in tutta Europa. L’impianto a biogas con potenza 1 MegaWatt elettrico viene alimentato esclusivamente dalla produzione dell’azienda agricola. A pochi metri dall’impianto a biogas sorge la centrale a biomasse dalla potenza di 2,5 MegaWatt termici e 400 KiloWatt elettrici, anch’essa alimentata totalmente da materiale d’origine vegetale: il miscanto, prodotto dall’azienda agricola, e residui agro-forestali. Obiettivo di questa installazione è di produrre acqua calda per l’intero Borgo Colleonesco. Il calore in eccesso viene recuperato e convertito in energia elettrica. Entrambi gli impianti si inseriscono nel pieno rispetto del luogo e del paesaggio rurale anche grazie all’attuazione di una sapiente mitigazione ambientale: una fascia di forestazione realizzata con la piantumazione di 4.000 nuovi alberi di specie autoctone. Il polo energetico del Borgo di Malpaga è assolutamente innovativo e all’avanguardia, un’eccellenza a livello nazionale ed europeo per l’unione di diverse caratteristiche: • Autosostenibilità Vengono utilizzate colture a Km 0. Ciò favorisce una cospicua riduzione di inquinamento dovuto al trasporto del prodotto. • Massimizzazione del prodotto Il prodotto agricolo viene sfruttato al 100%. Nasce e muore nella stessa terra. • Finalità Un polo energetico a sostegno di un Borgo storico costituisce una finalità nobile. • Emissioni Rispetto ad un impianto tradizionale si contribuisce ad un notevole risparmio di petrolio (1700 ton-

nellate all’anno) e ad una riduzione sensibile di CO2 nell’atmosfera (circa 4900 tonnellate all’anno). Infine il bilanciamento tra le emissioni degli impianti e le piantumazioni delle colture nei campi azzerano la produzione di anidride carbonica.

RECUPERO DEL BORGO STORICO: UN RESTAURO CONSERVATIVO

Il progetto PeR Malpaga prevede il recupero del Borgo storico nel pieno rispetto filologico con una ristrutturazione degli spazi esistenti mantenendo l’integrità e la bellezza originaria del luogo. L’obiettivo primario è realizzare un modello di tutela ambientale e integrazione di tecnologie innovative all’avanguardia sotto ogni profilo. Gli interventi di recupero sono stati definiti in base ad un attento studio a monte del progetto. Grazie al ritrovamento di importanti documenti storici legati al Feudo del Colleoni, è stato possibile individuare la destinazione di alcuni spazi per determinare attività da rielaborare in chiave moderna e realizzare le ristrutturazioni di edifici, piazze, pavimentazioni in modo molto rigoroso. Gli interventi punteranno all’utilizzo di: • Tecnologie innovative nella ristrutturazione; • Agricoltura impiegata come risorsa energetica a km 0; • Ristrutturazione degli spazi esistenti finalizzati ad una pluralità di destinazioni (turistica, ludica, storica, abitativa, alberghiera e terziaria) riutilizzando i materiali originari per valorizzare la bellezza e naturalezza del luogo, come le vecchie travature di copertura, le antiche tegole e mattoni, conservati scrupolosamente nel corso dei secoli.

VALORIZZAZIONE STORICA Al centro del Borgo si erge il Castello di Malpaga, abitato un tempo da Bartolomeo Colleoni, condottiero e Capitano Generale della Repubblica di Venezia del quindicesimo secolo. I numerosi affreschi presenti sia all’interno che all’esterno del Castello di Malpaga testimoniano in maniera vivida gli usi e i costumi dell’epoca: un patrimonio da proteggere e conservare grazie ad un attento restauro. La rivalutazione storico-artistica lo renderà un polo d’attrazione turistico-intellettuale; l’intento è far rinascere uno dei luoghi più belli della bergamasca attraverso iniziative turistiche con valenze molteplici e differenziate:


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• Visite guidate aperte al pubblico (scuole, famiglie, gruppi) presso il Castello di Malpaga per diffondere la storia che accomuna il Colleoni con la provincia di Bergamo; • Appuntamenti fissi durante l’anno con rievocazioni storiche per diffondere la vita, gli usi e i costumi del medioevo; • Visite agli impianti ad energia rinnovabile (biogas e biomasse) per scuole, famiglie e gruppi per diffondere una cultura ecosostenibile; • 14 km di piste ciclabili che costeggiano il fiume Serio e collegano il Castello di Malpaga con i paesi limitrofi, per diffondere uno stile di vita sano ed ecologico; • Strutture ricettive come la Locanda dei Nobili Viaggiatori: ristorante di tradizione gastronomica bergamasca e B&B che permette di soggiornare e gustare piatti prelibati in un contesto ambientale unico.

STRUTTURE RICETTIVE Il progetto PeR Malpaga punta alla ristrutturazione degli spazi esistenti per adibirli a strutture terziarie, residenziali e ricettive: • Una struttura congressuale che offrirà spazi per convegni, mostre, seminari e workshop; • Un albergo “di charme” e un’area benessere in stile campagnolo, sapientemente integrati con il territorio agricolo circostante e direttamente affacciati sul Castello; • Una trattoria nello stile “locanda del viaggiatore” per promuovere la tradizione gastronomica locale; • Un ristorante di alto profilo per soddisfare le esigenze dei palati più raffinati e dei veri e propri turisti gourmet; • Appartamenti di prestigio per chi ama vivere in un contesto naturalistico protetto, senza rinunciare però ai servizi ed alle attrattive della città, raggiungibile in pochi minuti d’auto; • Botteghe di specialità enogastronomiche locali e di mestieri di un tempo per diventare un punto di riferimento per turisti ed appassionati.

CULTURA E FORMAZIONE Il progetto PeR Malpaga si presta ad offrire spunti interessanti di visite guidate per privati e scolaresche, con lo scopo di aprire le porte alla conoscenza della storia e della cultura del territorio bergamasco.

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Luogo magico dove atmosfera e storia si fondono in un binomio indissolubile, il Castello di Malpaga si apre a percorsi didattici con visite guidate di un’ora all’interno degli splendidi Saloni; durante la settimana le scuole possono aderire al programma “Una giornata al Castello”, con guide qualificate e competenti che accompagnano le classi alla scoperta della storia medievale. Il progetto ha l’obiettivo di trasformare il Borgo in un modello di studio all’avanguardia sulle diverse tematiche che lo caratterizzano: • Energia Rinnovabile Visite guidate agli impianti ad energia rinnovabile e workshop per divulgare l’importanza dell’energia pulita. • Agricoltura Innovativa Si organizzano periodicamente giornate di studio in collaborazione con la Provincia di Bergamo ed enti del settore, per diffondere gli avanzamenti e gli aspetti innovativi dell’agricoltura contemporanea alle aziende agricole. • Valorizzazione Storica Oltre alla possibilità di effettuare visite guidate, il Castello ospita al suo interno eventi, rievocazioni, convegni a tema e mostre. • Strutture Ricettive Verranno organizzati percorsi enogastronomici autoctoni con corsi di cucina e di gestione di un orto e laboratori organizzati dalle antiche botteghe dedicate ai mestieri di un tempo, come la lavorazione della ceramica e del ferro battuto. Il circolo virtuoso messo in moto dal progetto Per Malpaga può diventare un modello di studio ed un laboratorio all’avanguardia su diversi temi sensibili di ampio respiro proprio perché si avvale del coinvolgimento e della collaborazione di molteplici realtà sparse nel territorio: • Provincia di Bergamo per studi innovativi condivisi; • Parco del Serio per percorsi naturalistici condivisi; • Turismo Bergamo per l’inserimento della tappa “Malpaga” all’interno di percorsi turistici da proporre ai visitatori e alle agenzie incoming; • Circuito Colleonesco che unisce la Cappella Colleoni, Luogo Pio e Castello di Malpaga (le dimore abitate da Bartolomeo Colleoni); • I Comuni bergamaschi con castelli (Cavernago, Urgnano, Martinengo, Romano di Lombardia, Cologno al Serio, Pagazzano, Brignano) per promuovere l’ecomuseo dei castelli bergamaschi; • L’Università di Bergamo per la realizzazione di un circuito turistico di tipo S-Low di carattere internazionale;


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• Circuito delle Dimore Storiche Private di Bergamo; • Associazioni culturali e sportive del paese per la creazione di attività congiunte da offrire al

Fig. 4. Polo energetico, Malpaga.

Fig. 5. Piste ciclabili, Malpaga.

pubblico (Malus Pagus, Associazione Giovani Cavernago/Malpaga, Gruppi di cammino Cavernago, Malpaga Calcio Tamburello, Sezione Calciatori Malpaga).


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Fig. 6. Visite guidate in abiti d'epoca, Castello di Malpaga.

Fig. 7. Sala Colleoni interamente affrescata dal Fogolino, Castello di Malpaga.

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DALLA GESTIONE DELLE RISORSE NATURALI ALL’EDUCAZIONE ALLA SCOPERTA DEL TERRITORIO

Scopo della presente relazione è di proporre una chiave di lettura in grado di porre in relazione temi di natura globale con una serie di realtà locali che permetta di interpretare concretamente il motto “Think global, act local”. Per questa ragione, la frase attribuita a Albert Einstein “Quando tutte le api saranno morte all’umanità resteranno 4 anni di vita” indica con nettezza uno dei concetti base dell’ecologia: l’esistenza di una serie complessa di relazioni tra esseri viventi che li rendono interdipendenti. L’esempio delle api, soggette negli ultimi anni a forti morie, è significativo proprio in relazione alla funzione di insetti impollinatori che esse svolgono e che hanno effetto non solo sulle le specie vegetali coltivate, ma anche per le specie selvatiche. Il Parco del Serio, ha cercato, in questi anni di promuovere la presenza all’interno del territorio dell’area protetta di diversi apiari, che possono costituire non solo un’occasione per lo svolgimento di una piccola attività economica, ma anche uno strumento didattico per approfondire la conoscenza del ruolo ecologico delle api e le conseguenze dell’uso in agricoltura dei pesticidi sulla loro vita e su quella delle altre specie che compongono la catena alimentare. Una delle postazioni è stata inserita all’interno dell’Orto botanico “G. Longhi” di Romano di Lombardia a pochi passi da una sezione dedicata alla scoperta di antiche varietà di frutti, in modo da rendere immediatamente visibile la relazione insetto – albero da frutto. Più in generale quale può essere il ruolo di un’area protetta regionale nell’ambito dell’Expo 2015? Il Parco ha scelto di declinare alcuni dei temi che costituiscono quel patrimonio culturale immateriale, che sarà il vero lascito dell’esposizione universale, tenendo conto del fatto che la specie umana, in ogni luogo del nostro pianeta, ha bisogno di alcune essenziali risorse naturali per sostenere la propria vita: cibo, energia, acqua e territorio. Se si inizia l’analisi partendo dalla disponibilità e dalla distribuzione del cibo nasce subito una delle pri-

me dicotomie tra sud e nord del mondo tenuto conto che il cibo oggi prodotto globalmente sarebbe in grado di sfamare tutti gli oltre 7 miliardi di persone che vivono oggi sul nostro pianeta. In realtà da una parte ci sono oltre 800 milioni di persone che soffrono di malnutrizione e dall’altra oltre 500 milioni sono obese. Ecco quindi che il tema della malnutrizione, che può essere percepito come qualcosa di “lontano”, può divenire vicino ad ognuno di noi se messo a confronto e analizzato in relazione ai nostri stili di vita. “Quando si parla di fame e morte, l’unica cifra accettabile è pari a zero”, ha dichiarato José Graziano da Silva, direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), nella Committee for World Food Security (CFS). La sfida “Zero Fame” ha come cardini 5 obiettivi: 1. Un Mondo dove tutti hanno diritto e accesso a cibo in quantità sufficiente per tutto l’anno 2. Eliminare la denutrizione durante la gravidanza e la prima infanzia. Abbattere per sempre le carenze alimentari infantili 3. Sostenibilità di tutti i sistemi alimentari dappertutto 4. Maggiori opportunità per i piccoli coltivatori, specialmente donne, che producono la maggior parte del cibo prodotto su scala globale. Raddoppiare produttività e reddito degli stessi. 5. Tagliare le perdite del cibo dopo la produzione, fermare lo spreco e consumare in modo responsabile. Tali obiettivi sono strettamente legati ai meccanismi che regolano i costi dei beni alimentari di prima necessità. Ecco che allora occorre governare e valutare con la massima attenzione alcuni importanti fattori: - Aumento delle biomasse verdi utilizzate per la produzione di biocarburanti. - Variazioni dei costi dei carburanti utilizzati per i mezzi agricoli.


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- Impatto dei cambiamenti climatici sulle rese per ettaro. - Aumento del consumo di carne con conseguente incremento del consumo dei mangimi e sottrazione di aree precedentemente coltivate con cibi immediatamente destinati al consumo umano. - Impatto degli strumenti finanziari che operano speculazioni sugli alimenti. - Sussidi degli stati a determinate produzioni alimentari. All’interno del Parco del Serio tali fenomeni sono osservabili e stanno modificando i paesaggi agricoli a fronte dell’utilizzo di terreni da destinare all’ottenimento di biomasse destinate alla produzione di biocarburanti come nel caso della colza (Brassica napus) e di combustibile come nel caso del miscanto (Miscanthus giganteus). Ciò diviene per il Parco occasione didattica per provare a riflettere sui comportamenti alimentari propri del singolo individuo, nei propri ambiti famigliari: tengo conto della piramide alimentare, quali prodotti acquisto, pongo attenzione e prediligo la stagionalità e la provenienza locale, valuto che le modalità delle produzioni tengano conto del contesto territoriale, provo ad acquistare e conservare gli alimenti evitando sprechi, indirizzo i miei consumi verso un minor consumo di carne. Sono questi alcuni dei temi sui quali poter intervenire per incidere sulla propria impronta ecologica. Ma per produrre cibo è necessario poter disporre e utilizzare diverse risorse naturali ed energia, esercitando quindi un determinato impatto ambientale sugli ecosistemi. A livello globale le ricerche e i programmi di sviluppo delle imprese in favore di tecnologie per la produzione di energia pulita, ottenuta in modo rinnovabile, stanno crescendo di anno in anno. Anche in questo caso è necessario però porre attenzione alla complessità e saper valutare come anche da questo tipo di produzioni possano derivare impatti ambientali di natura paesaggistica e sulle componenti floro – faunistiche. Si tratta di far comprendere come sia necessario valutare la validità di singoli progetti confrontandone costi e benefici. Impianti fotovoltaici, centrali a biomassa, centrali mini idroelettriche e impianti a biogas quindi sono portatori di opportunità ma anche di minacce. Ottenuta l’energia necessaria per condurre i propri mezzi, ogni azienda agricola ha la necessità di derivare acqua per l’irrigazione delle proprie colture. Anche in questo caso il confronto tra situazioni globali e locali è significativo in quanto emerge come in ogni contesto l’acqua rappresenti una risorsa rinnovabile ma non sempre presente in maniera

sufficientemente abbondante. In questo senso la pianura irrigua tipica del Parco del Serio rappresenta un vero e proprio ecomuseo all’interno del quale poter osservare le rilevanti opere antropiche presenti per garantire e regolare la presenza di acqua, tramite la costruzione di molteplici opere di ingegneria idraulica quali palate, rogge, briglie, derivazioni e arginature. A questi ambiti si affiancano le relitte zone umide, ambienti rari e ricchi di biodiversità, come le lanche, antichi percorsi del fiume oggi abbandonati, posti ai lati del corso principale del fiume, dove crescono lembi di boschi igrofili, costituiti da salici e ontani neri, gli stagni e i prati che vengono sommersi durante le piene del fiume. Si pone in questo senso evidente da una parte la necessità dell’uomo dell’utilizzo dell’acqua e dall’altra la consapevolezza dell’importanza del suo mantenimento in una certa quantità d’acqua (Minimo Deflusso Vitale) in grado di garantire la permanenza degli habitat necessari per la vita degli organismi acquatici. Oltre l’aspetto quantitativo va però valutato anche quello qualitativo e anche in questo senso il territorio del Parco del Serio presenta al suo interno diversi esempi di impianti di depurazione per il trattamento delle acque reflue. Anche in questo caso la visita e la conoscenza di questa tipologia di impianti, soprattutto nel caso di società private, può ben trasmettere il principio europeo “Chi inquina paga” che impone l’obbligo di internalizzare i costi ambientali tra quelli propri dell’operato di ogni singola azienda. Altra risorsa fondamentale è costituita dal territorio stesso inteso come suolo disponibile. In questo senso la normativa regionale sta assumendo i primi provvedimenti atti a gestire e contenere il cosi detto “consumo di suolo”, inteso come l’insieme degli interventi che prevedono un cambio di destinazione d’uso dei suoli e una loro trasformazione. Qui il ruolo del Parco deriva in particolare dalla propria normativa di carattere paesistico, in particolare il Piano Territoriale di Coordinamento che disciplina e detta norme alle quali i diversi P.G.T. (Piani di Governo del Territorio) dei 26 comuni facenti parte della Comunità del Parco, devono obbligatoriamente adeguarsi. La normativa del Parco tende in particolare a indirizzare le scelte dei Comuni al fine di evitare la realizzazione di nuovi insediamenti, soprattutto nel caso di zone agricole o di maggior tutela, con l’intento di evitare processi di riduzione degli habitat naturalistici e una loro frammentazione e favorendo invece gli interventi di recupero e riqualificazione dell’esistente. Per analizzare più complessivamente la serie di pressioni che si sono descritte finora è utile reperire


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Fig. 1. Impronta Globale.

dati globali che ci consentono di valutare alcuni trend attraverso indici macro descrittori. Tra questi di grande interesse è l’impronta ecologica, che misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Questo indice si basa su una chiara consapevolezza: la produttività della Terra non è infinita e quindi in un’ottica di sviluppo sostenibile, non è possibile consumare più di quello che la biosfera è in grado di produrre ogni anno. Ciò sta avvenendo già dai primi anni 90 del secolo scorso e quindi attualmente stiamo intaccando il nostro “capitale” che è ciò che dovremmo preservare per le generazioni future (fig. 1). L’impronta ecologica, inoltre, mostra valori fortemente diseguali (fig. 2) con un impatto pro capite sbilanciato fortemente a favore degli abitanti del nord del Mondo. In questo senso è necessario chiedersi se nei paesi più sviluppati sia possibile per ogni individuo ridurre i livelli di consumo, sia tramite cambiamenti dei comportamenti individuali sia tramite la sottoscrizione e il rispetto, tramite adeguate politiche, di obiettivi di sostenibilità (Protocollo di Kyoto, Convenzione sulla Diversità Biologica,...). Allo stesso tempo è utile anche provare a cambiare il proprio modo di pensare e valutare nuove modalità per produrre cibi e au-

mentare la produzione di cibo per ogni ettaro coltivato utilizzando nuove tecnologie. In ogni caso dobbiamo considerare che le nostre valutazioni non si possono basare su uno stato di fatto statico in quanto la popolazione mondiale è ancora in aumento (fig. 3) con un conseguente incremento dell’impronta ecologica globale sulla nostra biosfera. A questo dato possiamo raffrontare quello relativo ad un altro indice, l’Indice di Vita del Pianeta (Living Planet Index), basato sull’andamento della dinamica di popolazione di circa 1300 specie tra vertebrati terrestri, marini e di acqua dolce. Esso mostra un chiaro decremento di valore a partire dagli anni 70 del secolo scorso ed evidenzia come l’azione dell’uomo stia portando moltissime specie verso l’estinzione (fig. 4). Da questo punto di vista è bene sottolineare che i passaggi tra le diverse ere geologiche che si sono susseguite nella storia del nostro pianeta sono già stati caratterizzati da grandi fenomeni di estinzione di massa, con percentuali che hanno raggiunto il 50 % di tutte le specie viventi per esempio al termine del Permiano circa 250 milioni di anni fa (fig. 5). La grande differenza rispetto al passato è però che l’estinzione di massa in atto a partire dagli ultimi 10000 anni e oggi in fase di ulteriore incremento, è connessa non a eventi o mutamenti climatico – am-


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Map 5: FOOTPRINTS ACROSS THE WORLD, 2003 Total national footprints as a proportion of the global footprint are indicated by country size. National per capita footprints are indicated by colour. More than 5,4 global hectares per person 3,6-5,4 global hectares per person 1,8-3,6 global hectares per person 0,9-1,8 global hectares per person Less tha 0,9 global hectares per person Insufficient data

Fig. 2. Impronta ecologica planisfero.

bientali, ma all’azione diretta dell’uomo e alla sua capacità di alterare gli ecosistemi terrestri e marini. In particolare le maggiori cause di estinzione sono quelle provocate dalla distruzione, alterazione e frammentazione degli habitat, dall’introduzione di specie alloctone (specie non storicamente presenti in un dato areale di distribuzione e immesse volontariamente dall’uomo) e dalla caccia. Tutte queste minacce su numerose specie sono ben osservabili a scala locale in particolare per quanto concerne la realizzazione di nuove infrastrutture, l’immissione di inquinanti nelle acque, l’abbandono di rifiuti e l’introduzione di specie alloctone, come nel caso di varie specie di pesci, della nutria (Myocastor coypus), del gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii) e di numerose specie vegetali. Emerge allora con sempre maggiore chiarezza la necessità di uscire da un’ottica settoriale e comprendere come Ambiente, Territorio ed Economia costituiscano materie fortemente connesse l’una all’altra per poter raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sempre più sostenibile. Emblematica in questo senso l’assegnazione nel 2004 del premio Nobel per la Pace a Wangari Maathai “per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”. In questo senso una politica attenta alla sostenibilità dovrebbe prevedere in maniera chiara quali sono gli obiettivi da raggiungere, quantificarli, indicare quali sistemi di monitoraggio adottare per valutare l’efficacia delle azioni intraprese, prevedere delle sanzioni in caso di mancata applicazione delle misure obbligatorie e indicare le fonti di finanziamento per porre in atto le diverse azioni e i tempi necessari per la loro realizzazione.

Per un’area protetta il compito istituzionale principale di tutela della biodiversità (flora e fauna) si è negli ultimi decenni ampliato e comprende per un parco fluviale regionale come quello del fiume Serio la tutela idrogeologica, geomorfologica, la gestione del patrimonio boschivo, la riqualificazione delle aree degradate, la promozione di forme di agricoltura con basso utilizzo di pesticidi, la gestione dei siti della Rete Natura 2000 e delle aree comprese nella Rete Ecologica Regionale, il recupero e la valorizzazione del patrimonio architettonico, la realizzazione di percorsi pedo ciclabili, piazzole e strutture per la fruizione pubblica, la gestione della viabilità e della mobilità sostenibile, l’acquisizione di terreni da destinare a nuovi habitat naturali, la prevenzione degli incendi, la vigilanza, l’educazione, comunicazione e informazione ambientale. Le azioni principali che il Parco del Serio attua per raggiungere gli obiettivi sopra esposti riguardano: gli interventi di riqualificazione e rinaturalizzazione fluviale, la gestione delle denunce di taglio piante con appositi decreti nei quali è prevista per i diversi privati l’obbligo della messa a dimora di nuove piantine sostitutive di quelle tagliate, la bonifica di aree degradate, la promozione di un marchio dei prodotti agroalimentari per le aziende agricole che producono nel Parco con una particolare attenzione al contesto paesaggistico ambientale che connota i campi da esse coltivati, la realizzazione di interventi di forestazione in aree di particolare pregio (asta fluviale del Serio, teste e aste di fontanili, argini di rogge e canali …), il rilascio di autorizzazioni paesaggistiche e le prescrizioni relative alle modalità di realizzazione di interventi in grado di variare lo sta-


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Fig. 3. Grafico evoluzione popolazione nella storia.

to dei luoghi e modificare il loro aspetto, la realizzazione o la semplice sistemazione di percorsi ciclabili e sentieri atti a favorire la mobilità dolce e la scoperta del territorio con “lentezza”, l’acquisizione di terreni utilizzati dal Parco per realizzare aree boscate o nuove zone umide, l’azione di vigilanza, controllo e monitoraggio ambientale attuata dalle G.E.V. (Guardie Ecologiche Volontarie) e infine le lezioni e le uscite sul territorio attuate dai diversi esperti del Parco relativamente ai temi dell’educazione alla sostenibilità. In particolare la modalità di lavoro attuata in ambito educativo parte dal cosi detto triangolo dell’educazione ambientale “Dal sapere, al saper fare, al saper essere” utilizzando l’esperienza in natura come vettore del fenomeno di formazione della personalità del bambino e dell’adulto. Tutte le attività sono pensate al fine di responsabilizzare i singoli partecipanti circa l’importanza delle loro azioni nei confronti di se stessi e degli altri e hanno la finalità di sviluppare le capacità di relazionarsi agli altri e di compiere lavori di gruppo. Ecco che la semplice osservazione della presenza di una bellissima farfalla come l’occhio di pavone (Inachis io) può divenire immediatamente uno spunto di riflessione. Scoprire che i bruchi di questa specie si nutrono di foglie di

ortica, che costituisce la sua pianta nutrice, significa poter guardare con occhi nuovi una pianta tanto “bistrattata” e riconoscerne il ruolo ambientale. A questo punto per il bambino e per l’adulto diventa chiaro che per tutelare quella farfalla serve tutelare anche l’ortica e questo è l’elemento di “novità” che deriva dalla comprensione delle relazioni esistenti in natura. L’elemento che differenzia il lavoro sul campo proposto dal Parco rispetto alle esperienze di laboratorio scolastiche è la modalità di lavoro; non è possibile ricreare all’esterno le condizioni controllate che si possono mantenere in laboratorio. Vi sono una serie di fattori fisici, chimici e climatici che fanno variare i risultati ottenibili e costringono a ragionare circa la validità delle metodologie attraverso le quali si opera. La difficoltà e il pregio di queste attività sta nel fatto che mettono in gioco competenze diverse e costringono i ragazzi a utilizzare competenze di tipo trasversale superando la “vecchia” concezione delle materie “a compartimenti stagni”. Se durante un’uscita si osserva un’area degradata si può ipotizzare una sua riqualificazione; ciò imporrà però un studio approfondito dell’area dal punto di vista storico, paesaggistico, geologico, floristico e zoologico; bisognerà inoltre conoscere il P.G.T. (Piano di Governo del Territorio) e i vari strumenti di


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Fig. 4. Andamento storico indice globale di biodiversitĂ .

Fig. 5. Extinction Intensity.

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Fig. 6. Bre.Be.Mi. (Asse autostradale Brescia Bergamo Milano) nel tratto tra Romano di Lombardia e Bariano. Da Google Earth.

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Fig. 7. Occhio di Pavone.

Fig. 8. Riforestazione testa fontanile a cologno al Serio.

pianificazione territoriale che insistono sull’area; a questo punto, si potrà ideare insieme un progetto di ripristino e ci si dovrà quindi relazionare con le pubbliche amministrazioni per poterlo realizzare e infine si dovranno divulgare i risultati ottenuti tramite idonei strumenti comunicativi (siti internet, depliant, cartelloni, bacheche, comunicati stam-

pa,...). Il metodo che il Parco propone ai suoi fruitori è questo: porsi problemi partendo dall’osservazione di un fatto concreto e provare a ideare delle soluzioni. è chiaro che le proposte daranno indicazioni dei comportamenti da attuare mettendosi “in gioco” in prima persona e in definitiva esprimeranno il risultato di un processo cognitivo. In questo modo


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Fig. 9. Paesaggi dellâ&#x20AC;&#x2122;acqua: uno scorcio suggestivo.

Fig. 10. Palata Menasciutto.

IVAN BONFANTI


DALLA GESTIONE DELLE RISORSE NATURALI ALL’EDUCAZIONE

può nascere nei bambini e anche negli adulti il bisogno di riscoprire il proprio territorio, conoscerlo ed imparare ad apprezzarlo. In particolare il Parco del Serio, nell’ambito del Sistema dei Parchi di Regione Lombardia, attua in relazione a Expo 2015, il progetto didattico “Dall’Expo al Po” volto a estrinsecare alcuni dei temi propri dell’esposizione proponendo tre assi didattici principali: • L’AgriCultura: intesa come l’economia locale di un territorio “estremo” o semplicemente periferico si è sviluppata nei secoli riuscendo a sostenere intere comunità; • I Binomi territoriali: gli esempi di coltivazioni abbinate ad uno specifico ambiente naturale indispensabile per la sopravvivenza di una specie focale e quindi per il mantenimento della biodiversità; • il Capitale umano: attraverso i racconti orali e il coinvolgimento di testimoni diretti delle trasformazioni del territorio che siano detentori di un sapere materiale “tradizionale”, o, al contrario, ideatori di nuove professioni legate alla green economy. Il Parco ha provato a declinare a scala locale questi temi: • L’Agricultura è divenuta l’attività “In cascina con la Pavoncella” per scoprire la sapienza dell’agricoltore all’interno di alcune delle aziende agricole che operano nel Parco.

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• Il Binomio territoriale è stato individuato nella presenza della rondine in relazione all’utilizzo delle cascine per la propria nidificazione. • Il Capitale umano è quello concreto delle persone che vivono e operano ogni giorno all’interno del territorio del Parco. Per concludere può essere utile tornare a ripensare la frase “Think global, act local” comprendendo che forse oggi, in un mondo sempre più ricco di relazioni, temi e problemi globali e locali si intersecano e ciò che succede a livello locale è la base del macro fenomeno che osserviamo a livello globale: un motivo in più per sentirci sempre più responsabili e protagonisti dei cambiamenti che vogliamo.

RIFERIMENTI SITOGRAFICI http://www.areaparchi.it/ http://www.ersaf.lombardia.it http://www.footprintnetwork.org http://www.livingplanetindex.org/home/index http://www.parcodelserio.it/ http://www.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Page &childpagename=Ambiente%2FRegioneLayout&pagename=MBNTWrapper&cid=11944548 51528 http://www.worldometers.info/it/ http://www.worldwatch.org/


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LORENZO BERLENDIS

RIPARTIRE DALLA TERRA PER COSTRUIRE NUOVI PAESAGGI DELLA MENTE

LA TERRA FA ACQUA Il raffronto con tutti i dati che ci pervengono da autorevoli fonti del mondo scientifico ed accademico convergono in un’unica triste direzione: la Terra non ce la fa! Che ci si riferisca alla temperatura oceanica, i cui dati globali combinati ci mostrano impietosamente una decisa impennata negli ultimi 50 anni; che si indaghi la crescita, ugualmente impressionante, del livello dei mari; che si consideri il livello di emissione di Anidride Carbonica, la risultante non cambia. Il pianeta sta correndo sull’onda di un surriscaldamento globale verso catastrofi climatiche sempre più frequenti. Con tutto ciò che ad esse si accompagna. Gli effetti causati dalle attività umane, dentro una variabilità propria del sistema Terra, sono comunque immani. Se dovessimo invertire radicalmente, a partire da domattina, stili di vita, modalità di trasporto e, soprattutto, modalità di conduzione dell’agricoltura, applicando alla lettera i dettati dei vari protocolli internazionali a proposito di emergenza clima conterremmo il surriscaldamento entro i 2 gradi, alla scadenza di metà secolo, con buone ‘chances’ di arrestarla in capo al 2100. Diversamente correremmo tranquillamente verso i 5-6 gradi. La comunità scientifica tutta, salvo ormai rarissime eccezioni, concorda nel prevedere effetti a catena sconvolgenti anche con l’innalzamento di un solo grado.

QUALE AGRICOLTURA Altrettanto onestamente occorre ammettere che le attività umane legate alla conduzione di questo modello unico globale di agro-industria sono responsabili per oltre il 15% delle emissioni totali e quindi degli effetti correlati. Più del sistema mondiale dei trasporti. Questa agricoltura energivora quanto idrovora è corresponsabile della crisi entropica di cui andiamo parlando da anni. Viene dissipa-

ta nel sistema di produzione globale del cibo una ‘quota‘ di energia tripla di quella prodotta/ricavata. Non solo una contraddizione, bensì un insulto alla saggezza che il genere umano ha sviluppato in 10 mila anni di agricoltura, un delitto contro le future generazioni. E stiamo parlando di sistema-cibo che fa aumentare il novero dei sotto e malnutriti, al ritmo di 100 milioni l’anno, dati Fao. Quasi un miliardo di esseri umani soffre di sottonutrizione, altrettanti soffrono di patologie correlate alla ipernutrizione. Questo sistema di produzione imperniato sulle grandi estensioni monocolturali, sulla drastica riduzione delle specie coltivate, e quindi della biodiversità (abbiamo perso in mezzo secolo il 75% delle specie, sempre dati Fao), sull’iperconsumo di energia da combustibili fossili ci sta portando dritti al capolinea.

UN BIVIO. NUOVI PARADIGMI Siamo ad un bivio. Serve fare scelte consapevoli e coerenti. Mantenere gli attuali livelli di consumo e di spreco, supportando il modello unico proposto dall’agro-industria o pensare ad altre strade? Siamo, evidentemente, per la seconda ipotesi. Queste altre strade possono essere trovate, prima che percorse, se ci liberiamo da un complesso di convinzioni e preconcetti che abbiamo, più o meno inconsapevolmente, accumulati e sedimentati. Mito della crescita infinita, illimitatezza delle risorse, linearità dei processi sono alcuni dei cardini sui cui si è basato il pensiero che ci ha portati in questa situazione di ‘emergenza’ ambientale, economica, sociale. Una rivalutazione delle economie di sussistenza, del valore della conservazione, della fine della crescita intesa come consumo di materie prime, suolo, riserve energetiche sono perni di un ragionamento necessariamente più fine che ci mette in condizione di ripensarci, ricollocarci, individuare strade del cambiamento dei territori,


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La revisione delle modalità con le quali produciamo, trasformiamo, trasportiamo, distribuiamo il cibo, su tutte. La rivalutazione critica dell’agricoltura e delle agricolture allude a un ritorno alla centralità della ‘terra’.

IL RITORNO... AL FUTURO DELLA TERRA Il ‘ritorno alla terra’ racchiude in sé un valore immenso che spesso è banalizzato e confuso con un ingenuo auspicio di un impossibile ritorno ad un passato irreplicabile. è un riavvicinamento ai ritmi naturali dai quali la cultura meccanicista ci ha allontanati. è una rivoluzione copernicana che ci invita a rimettere al centro dell’operare umano il valore aggiunto del saper fare e della manualità, riconsiderare i tempi dell’attesa come parte significativa dello svolgersi temporale, rivalutare il silenzio e l’”otium”come opportunità di conoscenza, riequilibrare il susseguirsi dei pieni e dei vuoti. Valori forti di un mondo contadino e rurale che la cultura industriale o post-industriale ci ha abituato a disprezzare come retaggio di un passato da cui ci si è affrancati. Passa anche attraverso questo ripensamento critico la possibile via d’uscita, nel senso della sostenibilità ambientale ed equità sociale, dall’afasia di quella crisi entropica (che tra i primi abbiamo prefigurato) la ri-considerazione dei ‘territori’ come entità complesse e fondamentali. Territori capaci di interrogarsi e ripensarsi, a partire dalla produzione-trasformazione-distribuzione delle risorse, CIBO in primo luogo. Quindi capaci di una riconsiderazione radicale di tutto ciò che attiene a: vocazione agro-alimentare, collocazione geografica e mobilità, reti di relazione e nuove soggettività, gerarchie sociali e decentramento dei poteri, scambi economico-commerciali su base solidale e mutualistica. Tutto ciò fondato e giocato sulla CENTRALITÀ DEL CIBO. Cibo come motore di cambiamento.

LA VIA DELLA BIODIVERSITÀ La biodiversità è la nostra ASSICURAZIONE per il futuro. La biodiversità rappresenta la più ingente ed esclusiva ricchezza dei territori e delle comunità. L’agricoltura di piccola scala fondata su cicli chiusi è l’unica capace garantirne conservazione e diffusione. Biodiversità non intesa in senso riduttivo o conservativo ma come approccio alla difesa delle specie, dei contesti ambientali, delle tradizioni, dei sa-

peri e delle identità locali che pongono in essere le condizioni perché la salvaguardia e la propagazione della biodiversità stessa abbia successo. La difesa della biodiversità nel senso più lato e sistemico del termine passa anche, per Slow Food, attraverso un approccio alla produzione-trasformazione-distribuzione del cibo fondate sul concetto del BUONO, PULITO E GIUSTO. La bontà di un cibo, la rivalutazione del gusto, il piacere della convivialità sono la ‘porta d’ingresso’ verso una riconsiderazione, oserei dire epistemologica, dell’approccio al consumo, perché in questo modo esso perde la connotazione negativa del termine. Un cibo non può’ essere ‘buono di per sé’, non lo può essere in termini olistici se la sua coltivazione nuoce all’ambiente e al territorio in cui è prodotto, non lo può essere se non è frutto di un approccio sistemico fondato sulla sostenibilità di tutta la filiera, sul rispetto dei ritmi biologici, sulla stagionalità, sulla prossimità. Nemmeno può essere buono se non sottende il rispetto degli attori della filiera, rispetto per le loro tradizioni, rispetto per i loro saperi, rispetto per la dignità del loro lavoro. Per cui esso deve essere capace di garantire una remunerazione equa a chi lo produce e deve accompagnarsi ad azioni che pongano al centro il ‘valore’ ambientale, sociale, tradizionale, organolettico di un prodotto in luogo della mera considerazione del prezzo finale. Obiettivo che può essere raggiunto unicamente attraverso l’educazione di coloro che devono trasformarsi da consumatori in co-produttori. Attori responsabili e consapevoli del fatto che quel che si mette in tavola ‘può cambiare il mondo’.

LA MONTAGNA SCRIGNO DI BIODIVERSITÀ Dentro questo capovolgimento prospettico imperniato su: • difesa della biodiversità, • recupero di manualità, artigianalità e dei saperi locali, • nuova frugalità e lotta allo spreco, • rispetto di tempo, tempi e stagioni. La montagna può dire molto. Ci dicono le ricerche che nella fascia insubrica sia concentrata oltre il 50% della biodiversità continentale. La montagna ‘nasconde’ una ricchezza immensa. Ricchezza che i sistemi produttivi che hanno segnato il novecento hanno messo in secondo piano. Ricchezza e geodiversità la cui specificità è stata negata nei fatti. Per cui si son voluti trasferire, anche in montagna, moduli produttivi agricoli e insediati-


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vo-urbanistici incompatibili con la natura di ambienti e territori non omologabili. Per cui essa è divenuta, dentro questa logica, luogo residuale. Buono per la compensazione nel fine settimana, valvola di sfogo di ritmi e modi ‘urbano-centrici’ di mangiare, muoversi, e abitare.

INVERSIONE PROSPETTICA L’inversione prospettica per cui la ‘montagna’ da luogo della residualità e dell’abbandono sia considerata insostituibile scrigno di biodiversità naturale e umana, nuova occasione di imprenditorialità multifunzionale per le giovani generazioni, è la condizione perché essa diventi motore di riscossa territoriale. Il primo passo, in questa direzione, consiste nel concorrere alla ricostruzione di una identità che possa restituire alle comunità alpine quell’orgoglio di appartenenza, spazzato via dai processi di omologazione consumistica, necessario per superare la subalternità e per aprirsi ad un confronto profondo con altri territori e culture. La ricomposizione delle comunità locali passa attraverso la consapevolezza che la costruzione della propria identità passa principalmente attraverso agricoltura e cibo. Meglio, attraverso la costruzione di Comunità del Cibo in cui fare cooperare gli attori della filiera del cibo, in particolare agricoltori, ristoratori e operatori turistici, puntando alla realizzazione di patti di territorio che garantiscano uno sbocco remunerativo ai prodotti e un’offerta turistica di alto profilo.

NUOVA AGRICOLTURA E ‘TRIPLICE ATTITUDINE’ In questa direzione risulta passaggio obbligato il riconoscimento dei nuovi contadini come custodi del territorio. Attori che fondino il loro operato sulla costruzioni di reti comunitarie e si propongano come interpreti di una nuova agricoltura fondata su una triplice funzione: • salvaguardia e presìdio del territorio, • coltivazione della biodiversità locale, • implementazione aziendale delle attività educative e di accoglienza. Un esempio specifico può essere declinato a proposito delle produzione casearie che rappresentano, in tutto l’arco alpino, una forte risorsa anche identitaria. Dentro le coordinate della sostenibilità, essa si esplicita nella difesa di: • ruolo di presìdio del territorio attraverso la difesa

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degli spazi aperti e dei prati stabili, dei tratturi e degli edifici rurali storici, • pratiche tradizionali di alpeggio, • alimentazione del bestiame con foraggio locale, • cura del benessere animale e reintroduzione di razze rustiche, • produzione e trasformazione del latte crudo attraverso valorizzazione di marchi storici e nuove denominazioni, • creazione di reti distributive dirette, • valorizzazione dei casari ‘esperti’ per percorsi di formazione in alpeggio per giovani. Quanto sopra dentro un contesto più ampio che deve comportare necessariamente: • abbreviazione delle filiere, lavorando e sulla de-intermediazione e sulla moltiplicazione delle azioni volte alla istituzione di piattaforme di distribuzione, ovvero all’incontro tra produttori e co-produttori; • semplificazione burocratica garantite alla nuova imprenditorialità giovanile in agricoltura; • facilitazione del credito per i giovani imprenditori agricoli, soprattutto rispetto ai tempi di restituzione, i tempi/redditi del lavoro agricolo non sono commisurabili con i redditi della finanza o della produzione industriale; • de-settorializzazione dell’agricoltura, segnatamente di montagna, per farla uscire da quella sorta di ‘isolamento finanziato’ nel quale è stata relegata, • ri-accoppiamento dei sistemi insediativi e di quelli produttivi dentro la salvaguardia e valorizzazione delle risorse locali, • distrettualizzazione e integrazione verticale e orizzontale dei sistemi produttivi, di consumo e distribuzione con investimenti e de-tassazioni per favorire innovazioni di sistema, • applicazione effettiva dei dettati di leggi esistenti, scarsamente messi in azione (vedi Direttiva UE 128/2009,...) o revisione e semplificazione di norme sovrabbondanti che demotivano l’apertura di una nuova imprenditorialità agricola.

UN ESEMPIO DI BEST PRACTICE: I PRESÌDI SLOW FOOD I Presìdi Slow Food italiani sono oltre 200 e coinvolgono oltre 1600 piccoli produttori: contadini, pescatori, norcini, pastori, casari, fornai, pasticceri. I Presìdi sono progetti avviati da Slow Food, a partire dal 1999, per aiutare i produttori a uscire dall’isolamento, superare le difficoltà e trovare un mercato diverso, più sensibile al valore dei loro prodotti. I Presìdi Slow Food hanno affermato con forza valori fondamentali: la tutela della biodiversità,


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dei saperi produttivi tradizionali e dei territori, che oggi si uniscono all’impegno a stimolare nei produttori l’adozione di pratiche produttive sostenibili, pulite, e a sviluppare anche un approccio etico (giusto) al mercato. I Presìdi possono intervenire per salvaguardare: un prodotto tradizionale a rischio di estinzione ma per l’avvio di un Presidio occorre poi verificare due aspetti: la sostenibilità ambientale dell’intera filiera (il “pulito”) e la sostenibilità socio-economica (il “giusto”). In concreto i Presìdi Slow Food: - hanno effettivamente contribuito a salvare numerose razze animali, specie vegetali, formaggi, pani e salumi che rischiavano l’estinzione; - hanno contribuito alla salvaguardia di ambienti e paesaggi agrari legati a (piccole) produzioni tradizionali; - hanno aiutato centinaia di produttori affinché potessero proseguire la propria attività, favorendo il contatto tra consumatori interessati alla qualità e disponibili a pagare un prezzo equo e remunerativo; - sono un modello anche per altri piccoli produttori per impostare progetti legati non più solo all’eccellenza qualitativa, ma anche alla produzione per il consumo quotidiano; - sono un bacino molto importante di saperi e esperienze a disposizione di altri produttori tramite scambi e collaborazioni.

UN MODELLO DI NUOVA SOCIALITÀ: LE COMUNITÀ DEL CIBO DI TERRA MADRE Un accenno ulteriore, in chiusura, alle Comunità che nel nostro movimento associativo costituiscono

l’unità di base dell’Associazione stessa: le Comunità del Cibo, dell’Apprendimento, della Memoria, di Terra Madre per usare un’accezione onnicomprensiva non sono associazioni di produttori, accordi o cordate territoriali in riferimento a questo o quel prodotto. Sono progetti politici di riconsiderazione dei territori alla luce della produzione-trasformazionedistribuzione-consumo...di cibo, cibo assunto come ‘motore di cambiamento’ sociale ed economico nella prospettiva della sostenibilità ambientale e della equità sociale. Progetto in cui trovano unità d’intenti produttori, trasformatori, artigiani del cibo, volontari, ricercatori, tecnici, chef, ristoratori, decisori locali, amministratori, associazioni attraverso un’attitudine ad interrogarsi su quali siano le vie d’uscita dall’ socio-economica in cui la crisi ha stretto territori e comunità, Progetto che, come suo cardine principale, prevede la diffusione di una cultura innovativa. Cultura trasmessa attraverso azioni educative mirate alla costruzione della consapevolezza, segnatamente per le giovani generazioni, che quel che mettiamo nel piatto può cambiare il mondo. Il volano, la scintilla, per generare un progetto possono anche essere costituite da un prodotto, o da una filiera, ma considerati in una prospettiva sistemica capace di coniugare: - ricchezza e complessità dell’offerta agro-gastronomica: il BUONO, - sostenibilità ambientale e riqualificazione del paesaggio rurale: il PULITO - equità sociale e adeguato riconoscimento economico nelle filiere: il GIUSTO. ALIMENTARE I PAESAGGI I PAESAGGI DELL’ALIMENTAZIONE


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ALESSANDRA FERRARI

BERGAMO VERSO EXPO 2015: LO SGUARDO DEGLI ARCHITETTI

Buonasera a tutti, è con grande piacere che l’Ordine degli Architetti che rappresento, partecipa alla tavola rotonda conclusiva di questo ciclo di incontri. Come Presidente dell’Ordine mi si chiede di esporre in che maniera il territorio di Bergamo si stia preparando all’EXPO 2015. Mi si chiede di chiarire quali opportunità e quali scenari si prospettino, definendo la chance dell’Expo come una favorevole circostanza epocale. A partire dal 1º maggio 2015, gli organizzatori prevedono per Milano un flusso di circa 20 milioni di persone e con enfasi, inevitabile in certe circostanze, descrivono Expo come uno straordinario evento universale che darà visibilità alla tradizione, alla creatività e all’innovazione nel settore dell’alimentazione, raccogliendo tematiche già sviluppate dalle precedenti edizioni, riproponendole alla luce dei nuovi scenari globali, al centro dei quali c’è il tema del diritto ad una alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutto il pianeta. La produzione alimentare tramite coltivazioni e allevamento ha trasformato radicalmente la vita degli esseri umani nel corso dei millenni. Li ha costretti a ragionare su come fosse necessario inventare tecniche di sfruttamento pianificato della terra. Questo processo inevitabile e decisivo portò una rivoluzione non solo nell’alimentazione, ma anche nelle abitudini di vita: nacquero infatti i primi insediamenti fissi, che dopo un’infinità di vicissitudini storiche diventarono le nostre città. Col tempo l’uomo ha compreso che il sostantivo che descrive ogni aspetto dell’attività alimentare, non è la «produzione» in quanto tale ma la «trasformazione». Passare da uno stadio ad un altro implica avere a che fare con terra, acqua, vegetazione, lavoro dell’uomo, tempo, meteorologia, chimica, economia, edilizia, meccanica, elettronica, trasporti, comunicazione… con il piacere, con la storia. Questa immensa dinamica di vita si può definire trasformazione dell’ambiente.

L’architettura è uno strumento di osservazione delle trasformazioni del mondo. Ed il nostro ambiente, naturale e sociale insieme, è un aggregato di parti che agiscono anche indipendentemente, ma mai scollegate. Per Expo c’era da condividere questa idea : un sito geografico definito come volano al fine di creare attività trasformative in tutti i territori della Lombardia. Al contrario, i territori non milanesi sono stati considerati alla stregua di stoccaggio di persone. Immaginando di potermi sedere sul cancello d’ingresso del sito dell’Expo, quando la mia gamba destra è all’interno dell’Expo, quella sinistra a quale territorio appartiene? L’Ocse attribuisce a Milano un agglomerato metropolitano pari a 9 milioni di abitanti: è la città Regione. Oggi tutto il mondo va verso il policentrismo territoriale, Milano senza la Lombardia non esiste. Expo avrebbe dovuto avviare un processo di place branding con la partecipazione di tutti i professionisti del territorio. Aldilà di facili considerazioni su illegalità, errori e burocrazia eccessiva che non vanno affrontati in questa sede, resta ad oggi l’assoluta impossibilità a collaborare. L’Ordine degli Architetti della Provincia di Bergamo non è stato invitato a partecipare, ancora oggi è quasi impossibile per un professionista visionare il cantiere. Qualcuno potrebbe obiettare che il resto del territorio non interessato dall’evento Expo dovrebbe proporre la propria partecipazione senza esserne invitato ma ad oggi nessuno sa neanche quale sia il processo trasformativo dell’area interessata. Si ipotizza che a partire dal 31 ottobre 2015 si avvii la procedura di gara per interventi di trasformazione e gestione dello spazio. Questo è grottesco! È come se l’area destinata ad Expo dovesse essere poi «bonificata» dopo l’esposizione circense. Chi ha partecipato, come me, alla presentazione del Padiglione Zero tenutasi alla Sala Consiliare di Bergamo con la presenza del Curatore


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ALESSANDRA FERRARI

Rampello, il mese scorso, ha sentito parlare di percorsi emozionali caratterizzati da riferimenti simbolici forti: ci sarà l’albero della vita, elementi e alimenti compresi 12 paesaggi che rappresenteranno l’armonia che scaturisce quando l’uomo è in sintonia con la natura; raffigurazioni di animali, e magari anche…la donna cannone. Aldilà di facili ironie, auguro mille fortune di successo ad Expo e a chi ha organizzato gli eventi ma questa occasione è già stata parzialmente persa; per integrare il territorio, migliorarlo dove necessario, avviare un processo partecipativo intellettuale e professionale permanente. Cosa resterà, allora? Resterà l’eredità di uno straordinario sistema di relazioni intellettuali, promozionali, professionali, commerciali. Un tutto composto di molte parti che va implementato. Un avvio di ragionamenti sull’intero territorio che descriva come all’interno della filiera dell’alimentazione ci siamo anche noi come Architetti: il paesaggio, la produzione alimentare, il commercio, la trasformazione edilizia, il consumo del cibo, il sistema turistico. È notizia di ieri che il quartier generale della Germania durante i sei mesi dell’Expo sarà posizionato tra Busto Arsizio e Gallarate, in provincia di Varese. Il territorio varesino ospiterà l’intera delegazione tedesca, uno staff composto da oltre 150 persone, che coordinerà il padiglione tedesco in occasione dell’Esposizione universale. Questo è un modo di partecipare e consolidare relazioni. Già da anni l’Ordine di Bergamo ha al suo interno un settore che cura l’internazionalizzazione. Ho pensato anche a questo nei mesi scorsi quando mi sono interrogata su cosa Expo potesse significare per tutto il territorio di Bergamo. L’obiettivo è il medesimo per ognuno di noi «rafforzare il brand Bergamo», attraverso l’integrazione di cultura, turismo e commercio, come ha ribadito l’assessore al Commercio, Turismo e Terziario della Regione Lombardia Mauro Parolini. Nel padiglione Italia di Expo saranno indicate la rappresentazione delle 4 «potenze» caratterizzanti il nostro paese: saper fare, bellezza, capacità di superare i limiti, futuro. Gli architetti del territorio bergamasco quotidianamente articolano la propria vita nella sfida del saper fare, del saper interpretare e valorizzare la bellezza del nostro territorio, nella capacità di superare i tanti e pesanti limiti imposti alla nostra professione.

L’Ordine di Bergamo da tempo propone discussioni su tematiche della ‘sostenibilità’ a prescindere da Expo. Voglio ricordare che il mese scorso si è tenuto un convegno Organizzato dal mio Ordine coinvolgendo la Consulta dell’intera Regione, sul “paesaggio smart” come risorsa per incentivare lo sviluppo delle economie alternative. Sono state analizzate le modalità con cui i sistemi di marketing territoriale possono contribuire allo sviluppo di un comprensorio, aumentandone le potenzialità e l’attrattiva, valorizzandone le caratteristiche specifiche con spunti di riflessione offerti da modelli virtuosi già attuati sul territorio italiano, che hanno saputo avviare e guidare il rilancio di interi comprensori territoriali con conseguenti ricadute benefiche. Expo è un’occasione per una maggiore riflessione su tematiche che già sono parte del nostro agire. L’iniziativa più articolata, che si terrà a maggio, tratterà il tema del rapporto tra l’Energia e l’Abitare e l’Architettura. È un grande evento organizzato per favorire una riflessione sull’Energia necessaria per progettare consapevolmente l’Abitare contemporaneo. I dialoghi, caratterizzati dalla multidisciplinarità vedranno coinvolti architetti, designer, filosofi, artisti, antropologi, ed in una giornata come questa l’Architettura diventa la grande protagonista della città di Bergamo. Un particolare fine è quello di riflettere su tematiche riguardanti la professione capace di coinvolgere la città e il territorio, in modo da rendere più noto all’opinione pubblica il ruolo determinante sociale e culturale dell’architetto. Ci tengo a dare risalto ad un ulteriore particolarissimo evento che stiamo organizzando, ovvero “Studi aperti”. In collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Parigi, gli studi professionali si aprono all’incontro tra architetti e cittadini di Bergamo e Provincia su tematiche legate al modo di interpretare l’alimentazione tramite l’arte e l’architettura: un’ enorme rete territoriale in cui gli studi diventano straordinari luoghi espositivi e di promozione di eventi. Il contributo che l’Ordine dà al territorio, sempre ed quindi anche in occasione di Expo, è quello di tutelare e sviluppare, incentivando la nascita di un opinione diffusa che renda il territorio stesso un Osservatorio permanente delle trasformazioni partecipate.


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GIUSEPPE BASSI

BERGAMO VERSO EXPO 2015 LO SGUARDO DEGLI INGEGNERI

Ringrazio innanzitutto il Comune di Bergamo, e direttamente i colleghi che curano e promuovono l’iniziativa, perché la loro proposta e il conseguente dibattito è sempre un efficace veicolo di pubblica diffusione di concetti e di riflessioni. Gli incontri, aperti a tutta la cittadinanza, aiutano la maturazione nell’affrontare il tema della costruzione della città, e della scelta delle modalità e dello stile di vita, temi che sono competenza di tutti, non solo di ingegneri o architetti. Ripeto – perché nel discorso su EXPO è importante – il tema non si esaurisce come portato di una esclusiva professionale: , ma invece questapiuttosto è proprio una competenza della società nel suo complesso. Come, del resto, il patrimonio di ciò che oggi la società dispone e può esibire (ville villini case palazzi impianti strade ecc. ecc.) non è il risultato della qualità, o della scarsità, di una categoria professionale o di due, ma il “combinato disposto” della cultura, dei desideri, degli obiettivi di tutti gli attori che partecipano in qualsiasi modo e determinano la costruzione del territorio. È una riflessione che non possiamo non fare sul tema di Bergamo che va incontro all’EXPO 2015. L’accoglimento di una esposizione mondiale, delle opere connesse nonché dei milioni di individui che tra qualche mese potranno fisicamente conoscere le nostre terre – e che difficilmente avrebbero potuto farlo o lo avrebbero fatto senza di essa – non può essere argomento esclusivo per addetti ai lavori: per un risultato concreto e durevole vi deve essere un coinvolgimento adeguato di larghissimi strati della società, e noi come professionisti e come addetti ai lavori abbiamo il dovere di studiare il fenomeno nella sua complessità e nella sua completezza. Per prepararmi e fornire un contributo positivo al tema proposto da ICONEMI in merito ai rapporti tra la comunità bergamasca e EXPO 2015 ho chiesto in segreteria all’Ordine tutte le comunicazioni su EXPO giunte dalle amministrazioni locali, dai nostri consigli nazionali o dalle consulte regiona-

li, o da altri soggetti pubblici o privati che ci hanno interpellato. Nel frattempo mi ero preparato una scaletta di appunti, significativi da uno specifico punto di vista, quello degli iscritti al mio Ordine, e cioè progettisti, direttori dei lavori, urbanisti, tecnologi, informatici, manager, responsabili dei procedimenti, tecnici, tutti coloro che si possono definire operatori della conoscenza in generale. Bene: per quanto riguarda le comunicazioni pervenute all’Ordine su EXPO il risultato comunicatomi è stato... “ZERO”: sì proprio così, una cartella vuota, nulla dal Comune nulla dalla Provincia nulla dalla Regione et cetera et cetera. A pochi mesi dalla sua apertura, a una categoria professionale si chiede pubblicamente di fare il punto su come la comunità bergamasca va incontro a EXPO, e la cartelletta di come ci si va – perlomeno per quanto riguarda il coinvolgimento delle forze professionali – è vuota, priva di documenti, di passi, di iniziative... Ho preso atto... e di conseguenza riposto i miei appunti. Parto perciò da altro, anche perché gli interventi a ICONEMI dell’incontro di oggi 7 novembre e quelli dell’incontro del 5 novembre scorso, per quanto mi riguarda, hanno superato di molto le aspettative e fornito una serie di spunti veramente intriganti e da non tralasciare. Sono stati esposti – da punti di osservazione differenti e non coordinati tra loro, ma non per questo non connessi – argomenti e osservazioni varie, e vorrei cercare di trarne al termine dell’intervento un senso unitario in un quadro organico, se esiste, e cercare di capire se le opportunità da cogliere sono state colte o meno. L’EXPO – fin dalla presentazione e dal suo affidamento nel 2008 nella gara vinta contro Smirne – ha aperto grandi orizzonti, e per l’intera comunità italiana – sia economica che professionale che culturale – anche opportunità fantastiche.


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GIUSEPPE BASSI

Tra gli elementi distintivi dell’offerta vi era la sottolineatura per le “water way“: quale tema migliore per noi dei percorsi d’acqua? E da questo vorrei partire, dagli interventi del Professor Ferlinghetti e dell’Ingegner Di Fidio che hanno trattato diffusamente e magistralmente del segno sul territorio delle opere idrauliche. Quale tema più di quello dell’acqua e dei suoi corsi – e, vorrei sottolineare, soprattutto per noi bergamaschi – meglio permette di percorrere trasversalmente aspetti strategici e significativi della nostra vita, come la costruzione del territorio nei e dai secoli scorsi – non solo quello agricolo, ma anche quello urbano –, come l’evoluzione dell’organizzazione sociale e dell’economia e dello stile di vita delle popolazioni? Ma di più: quale tema potrebbe essere più centrale nella edificazione della città del futuro, nelle realtà metropolitane desertificate, nella tematica dello stop al consumo del territorio, nella consapevolezza della necessità di conservare e tramandare una “idea di vita” senza la quale siamo sempre e solo stranieri in qualsiasi punto della terra? E già qui – avrete già compreso – ci troviamo subito a un punto critico delle opportunità sorte per EXPO, perché sui corsi d’acqua infatti c’è stata retromarcia quasi completa. Il tema era un punto vincente della candidatura di Milano, e di per sé avrebbe potuto costituire – per la sua ampiezza e complessità – una chiave per aprire la porta del futuro del nostro territorio, ma come sapete è rimasto solo il tema vincitore, non vi è stata declinazione di progetti e di opera sulle vie d’acqua. Peccato: immaginate dar seguito concreto, e riportare alla luce, disinquinare, connettere, valorizzare, cioè mettere a disposizione della Bergamo contemporanea del lavoro, del tempo libero, dell’ambiente, tutto il reticolo dei corsi d’acqua e delle rogge nella realtà bergamasca, sia in un ambito cittadino che in un ambito extra cittadino, sia in ambito agricolo o turistico che in ambito industriale o paleoindustriale. Rimettere agli onori del mondo il patrimonio idraulico della terra bergamasca, modificato, utilizzato, edificato sapientemente dall’uomo (ma in seguito dallo stesso uomo talvolta umiliato...), rimettere in circolazione – anche in ambito turistico, e quale migliore occasione di EXPO – questo tesoro sepolto, bene questa sarebbe stata una grandissima opportunità che tuttavia è andata persa. Ma dalle vie d’acqua passiamo alle vie di terra. Un afflusso stimato di 21 milioni di visitatori, molti dei quali dall’estero, la loro necessità di muoversi

nell’ambito regionale e quindi l’enorme afflusso di denaro che ciò comporta, potevano senz’altro costituire una spinta economica poderosa a riorganizzare il sistema dei trasporti lombardo. Per esempio partendo dalle grandi opere di scorrimento veloce via gomma che attraversano la regione: il quadro però è lontano dall’esser completo, per esempio la Pedemontana in parte è ancora cantiere, in parto nemmeno lo è, mancano i collegamenti verso Milano per connettere e dare un senso alla BreBeMi, la quale a sua volta è aperta ma non completata nelle infrastrutture necessarie per essere considerata pienamente funzionante. Né si è affrontato in modo esaustivo il tema del collegamento tra Bergamo e Treviglio, la cui economia ora per molti aspetti si rivolge più facilmente al bacino di influenza di Milano piuttosto che a quello di Bergamo. Ma il trasporto però non è solo su gomma, dal mondo arrivano per lo più in aereo: vi è un problema che da anni si pone, e certo valeva la pena che fosse affrontato e possibilmente ridotto per l’in occasione di EXPO 2015, prima cioè di accogliere i milioni di persone che arrivano dall’estero e da altri continenti nei nostri aeroporti. La pianificazione e miglior resa del sistema aeroportuale – che di fatto è al servizio non solo del turismo ma di tutta la economia del Nord Italia – è indispensabile per dare un senso logico e completo all’organizzazione territoriale tutta del nostro Paese, ma questa pianificazione non c’è, come dimostrano le ben note vicende polemiche tra SEA SACBO e gli altri gestori aeroportuali. Trovare una nuova vocazione, uno spirito, un senso alla città e al territorio della bergamasca, un senso oggi perso perché il mondo si è ormai definitivamente trasformato e chi non è riuscito a capire in tempo la trasformazione ne ha pagato salate conseguenze, ciò non può prescindere dalla definizione della strategia dei collegamenti con il resto del mondo, e quindi dalla strategia del sistema aeroportuale. E oltre alla gomma e al volo aereo deve essere affrontato contestualmente anche il sistema dei trasporti su rotaia. Mi spingo oltre: è proprio su in questo comparto che poteva essere canalizzato l’investimento maggiore, considerato il certo e grandissimo incremento di utilizzatori dei mezzi pubblici. Il sistema di trasporto veicolare in un territorio già congestionato come il nostro non può più essere unico, e meno che meno centrale: va sviluppato il sistema dei trasporti veloci, certo anche qui senza commettere errori irrimediabili sull’ambiente e per quanto riguarda la resa economica, ma l’esperienza


BERGAMO VERSO EXPO 2015: LO SGUARDO DEGLI INGEGNERI

di tutte le metropoli al mondo indica che non vi è alternativa possibile alla diffusione del trasporto pubblico veloce su rotaia. Il panorama che abbiamo intorno è poco incoraggiante: tutti sanno che il collegamento con Milano è fermo in quantità e qualità a tempi addirittura ottocenteschi. E in più vi sono deficit per aspetti specifici di mancata organizzazione territoriale che noi tutti paghiamo quotidianamente – chi con minore giro economico chi con maggiori disagi per spostamenti essenziali. Mi riferisco per esempio al collegamento rapido tra l’aeroporto e il centro città (problema non solo bergamasco, basti pensare al collegamento inesistente per decenni tra Linate e il centro di Milano), o all’estensione della rete metropolitana già funzionante a Milano verso direzioni e zone maggiorente fruibili per l’utenza bergamasca (per esempio oltre Gessate), o ancora alla necessità di realizzare rapidamente collegamenti su rotaia che portino al polo del nuovo ospedale, il cui ambito di pertinenza va molto al di là del confine cittadino. Con EXPO per quanto riguarda i trasporti vi poteva essere anche un altro ambito di concrete opportunità: la riqualificazione e il recupero a un ambito urbano di assi di scorrimento stradale che nati con lo scopo di collegare rapidamente le periferie con il centro, si trovano oggi invece a essere inglobati in una cortina continua di edificazioni, pur ai margini dalla vita della città: penso ai bellissimi progetti illustrati di infrastrutture recuperate e diventate green way a Boston, o a New York. Infine vorrei fare un accenno al tema del coinvolgimento, perché abbiamo sentito anche il Dottore rappresentante della Provincia che ha parlato degli incontri presso le scuole, e non vi deve essere mistero su coinvolgimento e collaborazione perché gli Ordini sono enti di diritto pubblico: purtroppo la realtà è che la comunità professionale bergamasca nella stragrande maggioranza dei casi non ha partecipato all’edificazione di EXPO. Il meccanismo degli affidamenti, delle gare, della partecipazione alla predisposizione del sito e delle forniture è da rivedere completamente e in modo severo, perché non vi è stato alcun interessamento degli enti preposti, nessun tentativo di coinvolgimento – pur solo morale e non economico –, nessun incentivo a mettere a disposizione le professionalità migliori per la alla realizzazione di questo enorme investimento. In anni che indicano chiaramente una contrazione nella richiesta dei servizi professionali e in particolare di quei servizi che derivano da investimenti

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nel settore immobiliare e delle opere civili, bene in questi anni la gestione di EXPO non ha avuto alcun ruolo di trascinamento positivo anche da un punto di vista economico, mentre con rammarico leggiamo sui giornali quasi quotidianamente il suo trascinamento in scandali, appalti truccati, e altro non di gradevole. E questo lo dico con rammarico non solo perché poteva essere un’altra cosa e non lo è stato, ma anche perché siamo spettatori, da anni, di una continua colpevolizzazione esasperata del mondo professionale, di una persecuzione dei professionisti, del ruolo che svolgono nel meccanismo della società, e dei valori che tradizionalmente rappresentano. Assistere oggi a questo continuo esplodere di scandali dovunque, nei quali sono presenti tutti con l’eccezione proprio dei professionisti iscritti agli Ordini (come nel caso di EXPO) non ci fa gonfiare il petto: ma francamente non possiamo evitare di fare i confronti con chi invece vi è in mezzo, quotidianamente pontifica dai media e poi combina pasticci che arrecano a tutta la società costi enormi a tutta la società. A questo punto Ttirerei le conclusioni di questa carrellata rapida sulle opportunità di EXPO cercando di trarre un senso unitario a tutte queste svariate osservazioni. EXPO 2015 poteva offrireoffriva grandissime opportunità, che avrebbero potuto significare grande avanzamento della nostra società: opportunità di miglioramento infrastrutturale, di pianificazione territoriale e di riqualificazione, di crescita economico del settore terziario e dei servizi (che, visto il panorama dell’economia globalizzata, è l’unico comparto che realisticamente può attrarre le forze giovani qualificate professionalmente e far ricrescere con diversa prospettiva l’economia bergamasca), tutte opportunità lasciate cadere. Ma la cosa non finisce qui, perché EXPO può ancora significare grande opportunità per il futuro, e vorrei che questa parola fosse declinata insieme a un’altra espressione, scenari territoriali, perché se l’occasione non è stata colta oggi, ciò non significa che la riflessione non sia stata fatta, da tutti i soggetti, coinvolti o meno. Lo scenario richiede un progetto, a medio e lungo termine: questo compito spetta prima di tutto agli attori politici, non voglio invadere il campo, ma francamente per ora non se ne vede l’ombra. Noi, e qualche riflessione tecnica, tuttavia, da parte nostra possiamo farla. Prima di tutto occorre capire su cosa punta la società bergamasca per essere attrattiva: manifattura, turismo, quale edilizia, ecc.


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E poi, per quanto riguarda noi: le professioni hanno un ruolo? In sostanza si ritiene che siano un elemento positivo o un elemento parassitario? Si risponda chiaramente e finalmente, e poi, però, coerenza. Certo lo scenario che l’occasione delle riflessioni imposte da EXPO suggerisce è quello di una Bergamo che si attrezzi deve attrezzare a diventare soggetto attrattore: sicuramente deve irrobustire la propria offerta nel “mercato” lombardo, soprattutto a maggior ragione oggi nel confronto con l’area a ovest di Milano (ora EXPO, ma poi qualcos’altro che in situ si realizzerà) che costituirà sicuramente un polo di attrazione antagonista al polo a est di Bergamo e Brescia. Ma può diventare protagonista per una qualità della vita che è potenzialmente in grado di offrire a tutta la metropoli lombarda e che invece non è possibile avere in altre zone del territorio lombardo. Ovviamente per concretizzare ciò è necessario tanto tanto lavoro: i temi non solo infrastrutturali, non solo ambientali, non solo di riqualificazione del rapporto con l’aeroporto, ma anche quello della con-

creta attuazione della smart city, i temi della organizzazione di una città universitaria che oggi non c’è, i temi della offerta culturale e museale che è rimasta ferma troppo a lungo e solo nei prossimi mesi ripartirà, i temi della stessa riqualificazione delle periferie, e anche altro ancora, sono tutti da sviluppare. Ma certo la categoria che qui rappresento non si sottrarrà all’impegno di dare il proprio contributo senza complessi e di concerto con tutte le componenti attive della società, a partire dagli amministratori locali da qualunque parte politica provengano, nella convinzione, richiamata in inizio di intervento, che solo una mobilitazione di larghissimi strati della società permetta di cogliere le opportunità di rinascita e crescita del territorio. I conti si fanno alla fine, abbiamo pazienza e fiducia nella comprensione da parte di tutti che solo con questo grande sforzo congiunto risolveremo i problemi che affliggono la società e l’economia bergamasca, alla quale, indipendentemente da ciò che è stato, EXPO 2015 e i suoi milioni di visitatori non possono che far bene. Grazie per l’attenzione.


Finito di stampare nel mese di giugno 2015

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Iconemi 2014 Alimentare i paesaggi i Paesaggi dell'alimentazione  

Nuovi sguardi verso EXPO 2015 a cura di fulvio adobati, maria claudia peretti, marina zambianchi www.iconemi.it

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