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Trimestrale internazionale di attualitĂ , storia e cultura esoterica Anno XXII - Giugno 2010 - numero 2


  

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2 Linguistica e tsunami

46 L’evocazione della parola e il Golem

4 Il fiore di San Giovanni

52 Cefalolatria...

10 Del Simbolismo: Il Tempio

54 L’ombra del 2012 fra fantasia e realtà

Anna Giacomini

Luigi Pruneti

Sergio Ciannella

16 Un cammino in salita (1910 - 1925) Aldo A.Mola

Massimo Centini

Michela Torcellan

Roberto Pinotti

58 L’Antica Religione

Roberto Visigalli

60 Il morso del vampiro Franca Barbetti

22 I documenti fondatori...

64 Una enclave massonica...

M. Galafate Orlandi

Luca Irwin Fragale

24 Considerazioni sugli stadi iniziatici...

66 Gurdjieff e l’esercizio dello stop

Leo Toscanelli

Raffaele Mazzei

28 Il dionisiaco, ovvero del piacere

68 Sebben che siamo donne, votiamo!

32 Incubi e folletti

70 In Biblioteca

38 Fra Deimos e Fobos

78 1000 Libri

42 Come in alto così in basso

79 Fregi di Loggia

Silvia Malaguzzi

Luigi Pruneti

Aldo Paolo Rossi

Paolo Maggi

Clizia Gallarotti

Recensioni Poesie


Linguistica e tsunami

A

volte parlare di linguistica potrebbe sembrare un gioco ozioso un po’ deviante dalle grosse cose che il momento ci offre come materia di preoccupazione per la sorte del pianeta e come temi di riflessione cosmica. Una quantità enorme di petrolio sta distruggendo un’area vastissima di acqua fino ad oggi incontaminata. Come sarà la vita dopo tanta sciagura? Toccherà anche i nostri mari? Un vulcano islandese getta dalle sue fauci una nube impenetrabile. Volatile ma compatta, oscura e fagocitante quanto l’antimateria. Cesserà? Dove si stempererà in milioni di milioni di scorie capaci di mutare la superficie della terra in altro da sé. Terremoti e maremoti premono sotto la crosta terrestre a trovare vie d’uscita disastrose per le comunità umane che brulicano sulla superficie. Sono casi rari o in questo ripetersi qualche Amleto potrebbe trovare del metodo,

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Anna Giacomini

o almeno una remota legge? Sembra che la terra, un tempo schiva magna mater che serbava i segreti energetici nelle sue profondità, abbia ora la necessità di lasciar fluire in modo terribile e disastroso forze incontrollabili. Si tratta certo di forze che fanno parte di una realtà profonda ed oscura, sono frutto di pressioni e di mutamenti di stato, ma sono pur sempre parte della natura del pianeta. Dunque le oscure e profonde prigioni del vizio, potrebbe dire un massone abituato alle comparazioni simboliche, non sono così tanto sigillate, e il vaso di Pandora è sempre pronto a scoppiare. La terra che potrebbe costituire una sorta di serbatoio stagno di forze distruttrici, vuole ogni tanto dar prova della sua terribilità e forse della sua capacità di vendetta contro le violazioni della sua non più vergine crosta. Allora mette in atto stupefacenti ordalie liberando il suo empito distruttore. Siamo tentati di cercare una colpa

nell’uomo che spesso ignora le leggi della natura e la violenta con uno sfruttamento pericoloso per gli equilibri. Ebbene questo può senz’altro essere vero, ma non può essere l’unica causa. Gli effetti della vendetta di madre terra sono troppo devastanti a fronte delle ipotetiche cause. In questa follia c’è un altro metodo ci direbbe ancora il nostro Amleto. Ora, se scendiamo verso realtà meno cosmiche e più private, assistiamo ad un fenomeno che merita attenzione. Dal macrocosmo rappresentato dalle furie devastanti che senza freno fuoriescono dalle viscere di un pianeta vivente, caliamoci nel microcosmo della nostra società occidentale, tecnologica e cibernetica. Per maggiore esattezza passiamo al mondo della comunicazione che nei nostri tempi è dominante su ogni altra preoccupazione, guardiamo con attenzione alle formule, agli slogan che si lanciano i maitre à pensé del piccolo schermo (alludo a professori senza


cattedra, o alle grandes orizontales di oggi che professano una prostituzione definita ‘gratitudine’ verso il ricco che ha il compito morale di ricoprirle di assegni e di gioielli) e con stupore non potremo evitare di scoprire una sconcertante similitudine tra la voce tonante della terra irata e gli urli televisivi. Infatti il tono dell’espressione è l’urlo, i concetti sono pugni nello stomaco gagliardi e tosti, la forza delle affermazioni un invito alla guerra. Che accada nell’uomo ciò che accade alla terra stessa? Energie latenti e profonde vicine più al magma indifferenziato compresso nel nucleo del pianeta si potrebbero confrontare con la fuoriuscita indiscriminata di insulti, di locuzioni da caserma, con i relativi contenuti di valore morale nullo. Forse si possono davvero confrontare visto che lo scopo di tali esternazioni appare essere solo la demolizione della credibilità dell’interlocutore. Così come uno tsunami o una nube nera che tolga ogni chiarezza e visibilità, o forza brutale che decima e blocca l’uomo nel suo crescere e moltiplicarsi. Il momento storico sembra voler coniugare le esternazioni terribili del pianeta con quanto accade tra gli uomini che tra di loro ormai sembrano saper usare solo la sterile invettiva la presunzione legata

al nulla morale, e il desiderio di apparire a tutti i costi anche a quelli peggiori. È una comparazione forse ardita ma stranamente convincente. La forza della terra con la forza animalesca e prevaricatrice rinvenibile nello stile di chi ci dovrebbe rappresentare politicamente o anche nella sfera del pensiero, formano una coppia sospetta di intrigo e di sotterraneo accordo. Eccoci arrivati alla linguistica. Oggi il dialogo pubblico è invettiva offesa personale, e noi assistiamo alla decadenza forzata di ogni grazia espressiva di ogni eleganza morale, di ogni sciccheria comportamentale, perché tutto finisce in un brodo disgustoso che ormai esprime poco o niente. Solo la Massoneria seguita ad offrire modelli di rispetto reciproco. Con il suo stile illuministico ed equilibrato addita il tono medio come buon stimolante di un pensiero equo ed insegna a tacere o a chiedere la parola con eleganza. Non sono ammesse volgarità o meschinità nel tempio e quando la parola è concessa essa deve essere usata per comunicare pensiero e non per scaricare biliosi umori atri. Come accade spesso l’articolo di fondo che in questo numero ha scritto il Gran Maestro è un campione di stile alto. Con esso il concetto che si comunica può

solo essere elevato ed in più offrire uno stimolo sottile a coloro che ne ascoltano la musicalità. Prosa che si differenzia profondamente dai prodotti cari ad una specie di letteratura non più leggibile perché da disinibita e verace è diventata talmente di maniera bassa da determinare solo disgusto. Lo stesso disgusto che diffonde intorno a sé l’uomo politico, avvolto da un alone da leader, quando coram populo durante una trasmissione televisiva in prima serata pronuncia con accento limpido da vero intellettuale l’iconica frase: Lei vada a farsi... ovvero Ministra non rompa i... Ormai l’invettiva o l’esternazione fine a se stessa sono lo scopo della comunicazione e in questo gorgo affondano gli universalismi, mentre galleggiano sempre più i particolarismi. La Massoneria ripropone ancora i suoi nobili principi e la ricerca della verità nel bel mezzo di un pelago di mediocrità avvilenti. In questo spirito si sciolgono le tematiche trattate in questo numero ove le ricerche delle più remote radici del pensiero umano sveleranno ancora la Tradizione come unica sorgente di conoscenza. Il direttore P.2-3: Tramonto, collez. priv.

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Gran Maestro

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Gran Maestro

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ustode della soglia, antico nume del labirinto mostra a noi la via

dietro dell’universo al sommo lume

che quando della morte è in signoria rinnova della vita il vasto fiume’. Luigi Pruneti, Inno a Giano

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on so quante volte ho affrontato l’affascinante tema del Solstizio d’estate. Spesso ho parlato per immagini ispirandomi alla tavolozza dei ricordi o mischiando le sensazioni che mi offrivano versi d’autori a me cari con quelle suggerite dalle opere dei pittori del Rinascimento, del Seicento, degli Impressionisti, dei Preraffaelliti. Altre volte mi sono limitato a prendere spunto dai culti solari per poi limarli ed usarli come ponti per trattare temi simbolici ed iniziatici. Altre volte ancora mi sono attardato a seguire la traccia plurisimbolica ma lineare del Solstizio: il significato astronomico, i miti dello zodiaco, la caverna cosmica e le porte a Noto e a Borea, Giano, il matrimonio del Sole con la Luna, le feste agrarie della raccolta. Mi sembra di aver esaminato, sezionato, trattato ogni possibile risvolto delle tematiche solstiziali e, per far questo ho attinto ad un gran numero di autori: filosofi, esoteristi, poeti, antropologi, scrittori. La galleria dei miei maestri, in questo campo, è vastissima e comprende i ritratti di Platone e Aristotele, di Wittegenstein e Cam-

panella, di Porfirio e Macrobio, di D’Annunzio e Quasimodo, di Scholem e Eliade, di Guénon e Wirth, tanto per citarne alcuni. Con essi mi sono comportato come Niccolò Machiavelli nell’esilio all’Albergaccio: a tarda ora, quando la Luna, spegnendo il concitato giorno, impone silenzio, dismettevo gli abiti intrisi di sudore e di quotidianità ed indossate vesti leggere e confortevoli, discutevo con i Grandi sulla complessa ed affascinante metafora del Solstizio d’estate. Ancora una volta m’interrogo su questo argomento... è tardi, il tempo mi assilla, una valigia aperta mi ricorda che domani un aereo mi attende per portarmi vicino alle terre degli Iperborei. Che scrivere ancora e soprattutto di nuovo su questo argomento? Di fronte a me la porta dell’estate si spalanca, immagini di una vita mi passano davanti agli occhi: campi biondi di grano, il cielo slavato da un sole trionfante, “la polpa rossa dell’anguria spaccata in mezzo alla tovaglia bianca”. Ascolto il garrire delle rondini al mattino, quando ancora la rugiada consola l’erba, seguito dal frinire delle cicale e, a notte fatta, dal coro monocorde dei grilli che sembrano invocare la

pietosa Selene. Infine, le immagini desunte dal vissuto si compongono, svelando ancora una volta l’arcano di questo evento che, ogni anno, sembra poterti parlare con voce diversa. Avvicinandosi al Solstizio, la complessità della primavera pare aver termine, i contrasti trasformarsi in complementari e questi armonizzarsi per contribuire alla realizzazione di un progetto, per giungere al compimento dell’opera. La frutta matura, distillando zuccheri nella polpa, “nella notte di San Giovanni il mosto entra nel chicco”, ogni cosa occupa il posto che le compete, i quattro elementi sono ritagliati in precisi confini, anche in alto, nell’aria, nell’elemento mobile per eccellenza, tutto sembra definirsi. Nella tavola di topazio del cielo le nuvole sono bianche e compatte come mai, corrono veloci quasi volessero fuggire e quando si raggrumano in torri, montagne e guglie sono sempre nette nei loro confini, la loro è una ribellione effimera e presto sono costrette a dissolversi in fuggevoli tempeste, ove il brontolio del tuono è un lamento e la folgore il tributo del figlio cosmico alla madre terra che si lacera nell’accogliere l’alito della sua incestuosa

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Gran Maestro

passione. Tutto ciò preannuncia la notte magica delle meraviglie di quel 24 giugno, momento drammatico e felice del trionfo dell’Astro e dell’inizio del suo fatale declino; in quell’attimo, infinito e brevissimo, Ianus, il dio “degli inizi” spalanca la porta di Borea, permettendo il passaggio fra ciò che non è ancora e ciò che è, fra le ipotetiche potenzialità dell’essere e il manifestato, al Solstizio d’estate la “soglia del confine fra il mondo dello spazio tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità”1 è violata e il disegno della creazione giunge alla sua perfetta, assoluta realizzazione. Per questo la tradizione popolare ci consegna usi e consuetudini che sono riti di speranza, volontà di trasmutare sogni in realtà, culti apotropaici, sistemiche atte a debellare le forze negative. L’ombra viene meno al Solstizio e l’oscuro, in siffatte ore, può essere consegnato all’abisso per l’intero anno. La Figlia di Iorio, celebre dramma di Gabriele D’Annunzio, testimonia ad esempio l’antico uso delle fanciulle di recarsi al mattino presto a vedere il sorgere del sole. Alcune fortunate avrebbero visto nel disco di fuoco “il capo mozzo [del Battista] e tutto il sangue ribollire”2. Coloro che avrebbero colto questa visione sarebbero state certe di convolare a nozze entro l’anno, come le loro coetanee che, in altri angoli della Penisola avrebbero colto nelle immagini disegnate dal piombo, colato fuso in una bacinella d’acqua, la tipologia dello sposo. Notte straordinaria, notte insonne quella del Solstizio. Luminare in città, fuochi in campagna, sulle aie delle coloniche, nelle radure assediate dai boschi, sul greto di fiumi e torrenti, dove le fiamme specchiandosi, sembrano mutare l’acqua nel cupo sangue della terra. Intorno ai falò si agitano le ombre dei giovani e delle fanciulle che danzano e cantano inneggiando al trionfo della luce, promessa di vita, di prosperità, di gioia. È questo il momento in cui è possibile esorcizzare l’anno mettendo l’uomo al riparo da ogni pericolo; in Piemonte, gli agricoltori intonavano questa semplice strofa: “San Giovanni col su fogo brusa le strighe, el moro e l’ lovo”3, auspicio e desiderio di una vita serena e prospera, nettata dagli angoscianti fantasmi dell’immaginario collettivo.

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Gran Maestro

Negli orti, nei campi o sul limitare dei prati si aggiravano furtive altre ombre, sono quelle di chi, conoscendo i segreti della natura, raccoglieva erbe, frutti e bacche che per qualche ora, in questa magica notte, acquistavano doti straordinarie. Il cardo, l’iperico, l’artemisia, la verbena, la noce ancora verde, il ribes e l’aglio sono le più comuni. Ognuna di queste ha virtù importanti protegge dal malocchio, da sortilegi e malefici, allontana diavoli, streghe ed altre creature della notte, assicura pace, pane, salute, ripara dal fulmine e dalla tempesta, impedisce alla grandine di distruggere i raccolti, vanificando in tragici attimi il lavoro di mesi. Pochi poi, i più esperti e coraggiosi s’insinuavano nei boschi alla ricerca del dono più prezioso della notte del Solstizio d’estate: il fiore di San Giovanni. Spunta improvviso a mezzanotte dalla felce ed è uno spettacolo il solo vederlo. Per alcuni è azzurro come lo zaffiro, per altri è di un rosso acceso, in ogni caso è dotato di una luminescenza incredibile, sembra che una fiamma palpiti nei suoi delicati petali, tanto che la selva al momento della fioritura pare incendiarsi. Raccogliere questo fiore è però difficile e pericoloso, perché il diavolo stesso vuole impedirne la raccolta. Perciò colui che lo vorrà dovrà disegnare con la lama di un coltello mai usato, due cerchi di protezione, uno attorno a sé ed uno attorno alla felce. Il Maligno si avvicinerà comunque e con ogni mezzo cercherà d’impedire l’impresa. Lo blandirà, lo minaccerà, cercherà di spaventarlo trasformandosi in lupo, in orso o in un mannaro con le fauci spalancate e gli occhi di brace. Guai a cadere nella trappola, il raccoglitore dovrà superare la prova concentrandosi sul miracolo del fiore nato da un raggio di sole, da una lacrima di stella e da una goccia del sangue del Battista. Se l’impresa riuscirà, chi tanto ha osato avrà il più incredibile, potente talismano che si possa immaginare. Il male non lo sfiorerà, sarà felice, sicuro in ogni circostanza, potrà superare brillantemente tutti gli ostacoli. Anche noi, Figli della Vedova, abbiamo forse l’opportunità di spiccare quel fiore durante il rito solstiziale. Esso, infatti, fiorisce, davanti a noi quando nel tripode brucia la pergamena con i nostri nomi: prima si accartoccia schioc-

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cando, indi si vela di fiamme facendosi bruna, per ridursi infine in cenere. La combustione della pergamena solstiziale rappresenta un atto simbolico di profondo significato, è un passaggio catartico imposto dal sole trionfante del Solstizio. Creature della notte e spiriti immondi, ombre dell’abisso e demoni tempestari abitano in primo luogo nel profondo dell’uomo, nella sua incapacità di liberarsi dei metalli, di rimuovere le scorie che gravano l’animo, rendendolo opaco e silente. Egoismo, presunzione, indifferenza, pregiudizio, ignoranza, falsità e viltà sono i loro nomi. Essi ci impediscono di valutare noi stessi e di apprezzare gli altri, di cogliere

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nella diversità un valore, di provare l’emozione della fratellanza, di apprezzare quell’amore universale che è la forza sottile dell’universo. Nel rito del Solstizio la rosa di fuoco di San Giovanni albeggiando nei nostri cuori ci ricorda la via maestra, il lungo cammino che volemmo intraprendere per risalire lungo i sentieri della conoscenza e del labirinto guadagnare il centro. Molta strada abbiamo compiuto, insieme abbiamo superato impetuosi torrenti e valicato impervie giogaie, le nostre gerle sono ricolme di frutta e di messi, la Luna, dei sogni maestra, ci invita, però, a proseguire con passo ancor più veloce per approssimarci alla casa del suo luminoso

sposo, il Sole signore del Solstizio. “In me omnis spes mihi est”4. ________________ Note: 1 A. Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Milano 2008, p. 231. 2 G. D’Annunzio, La figlia di Iorio, Milano 1961, pp. 804 - 805. 3 A. Cattabiani, Calendario ... cit, 234. 4 Terenzio, Phorm, 139.

P.4: Il fiore di San Giovanni (rendering), coll. privata; p.5: Il labirinto di Lucca; p.6 e 7: Coppia di bicchieri con decorazioni massoniche; p.8: Giano, stampa da un’edizione della Cosmographia di Sebastian Münster; p.9: Ritratto di Sebastian Münster, olio su tela, Christoph Amberger, ca. 1550.


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remessa In ogni epoca storica, in ogni latitudine l’homo religiosus, ovvero quella parte di Umanità dotata di coscienza del “sacro”e di desiderio di elevazione spirituale, ha espresso questa sua sensibilità attraverso la costruzione di templi. Nella realizzazione di tali opere è stato impegnato il meglio delle qualità umane, sia dal punto di vista tecnico che artistico, come se le Civiltà che le hanno prodotte fossero spinte da spirito emulativo, in una gara di magnificenza e splendore. Ed infatti è facile constatare che i monumenti più belli e prestigiosi consegnati alla posterità, a volte vere meraviglie, siano proprio gli edifici dedicati al sacro. Testimonianze sbalorditive di un incontro tra genialità artistica e scienza sacra, che spesso hanno richiesto l’impiego di enormi ricchezze. Nello spazio e nel tempo, da Oriente a Occidente, dalle più antiche civiltà mesopotamiche ai giorni nostri, il tempio è una traccia costante del cammino umano, che trasmette dappertutto il medesimo messaggio, cioé un invito a staccarsi dalla terra per contemplare il cielo e

collegarsi così con i luoghi alti della realtà metafisica. Quando e perché nasce l’esigenza di costruire templi? Qual’è la loro funzione? Per quanto riguarda la datazione, non si può stabilire un inizio perché sin dai primordi, quasi tutti i popoli conosciuti hanno lasciato traccia di luoghi di culto al coperto, corrispondenti ad una struttura templare. Sulle motivazioni e le finalità la risposta è più articolata e complessa. Il tempio, nella comune accezione, è il luogo dove si venera un Dio, si pratica un culto mediante riti, si sacrifica compiendo l’atto rituale del sacrum facere, offrendo cioè beni preziosi, come esseri umani, animali, ricchezze, prodotti della terra, o semplicemente promesse solenni. Le ragioni della edificazione possono quindi essere di varia natura: il dettame di una religione, il timore di un Dio, il comando di una entità superiore, la devozione verso una divinità, la speranza di protezione e salvezza. Il carattere comune di tali motivazioni è la necessità di mettere in comunicazione il piano materiale, umano, con quello divino, compito questo normalmente riservato alle

religioni che, come dimostra l’etimo latino della parola re-ligare, hanno la funzione precipua di collegare questi due piani. Ma, come si vedrà in seguito, il tempio è anche il luogo dove si riuniscono e lavorano dei laici, gli iniziati alla Libera Muratoria, che attribuiscono fondamentale rilievo alla costruzione e alla frequentazione di questa struttura, pur non riconoscendosi in nessuna delle descritte motivazioni, dal momento che operano nel dominio della razionalità e della intuizione. E tuttavia sono accomunati dalla ricerca del “sacro”, una qualità che non esiste soltanto nella dimensione del sovrannaturale, ma dimora anche nell’essere umano, mescolata alla profanità e il più delle volte da questa oscurato. Costruire un tempio per i massoni è quindi circoscrivere in un recinto sacro, il luogo chiamato Loggia, adatto a sviluppare le virtù, perché l’armonia e la perfezione dell’ambiente invitano a tirar fuori le qualità umane di cui ciascuno è dotato e a produrre pensieri benefici che, quando sono il prodotto di un comune sentire, sincero e ispirato, rappresentano di per

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Simbolismo

sé cosa sacra da coltivare ed utilizzare. Questa opera di separazione è insita nella idea di edificazione del tempio, come indica l’origine di questa parola dal greco temno, che significa appunto tagliare, separare. Il Tempio nell’antica Roma Se si prescinde dalla componente religiosa, che impone precisi canoni costruttivi nei quali si identificano le differenze esteriori dei luoghi di culto, la struttura del tempio rivela una matrice comune, di tipo tradizionale che riporta ad epoche remote, a quando non si avvertiva un netto distacco tra umano e divino e l’opera di edificazione di un tempio era di conseguenza atto consapevole e finalizzato a scopi ben precisi. Tradizioni e riti collegati a questa operazione sacrale, che abbiamo la fortuna di conoscere attraverso fonti documentali classiche, ci rivelano aspetti segreti e misteriosi che l’osservatore distratto, interessato soltanto alla estetica di un edificio di culto non potrà mai cogliere. In una prospettiva spiri-

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tuale il tempio è il centro del mondo, l’omphalos dove l’uomo cerca di riscattarsi dai vincoli del tempo e dello spazio, giacché qui ed ora Dio è presente e con lui il senso di immortalità e d’infinito. Con la sua forma regolare e immobile esprime la perfetta compiutezza del mondo, in una atemporalità che è equilibrio di tutte le cose e che precede la loro reintegrazione nell’unità indivisa dell’Essere. Non solo quindi imago Mundi, ma anche riproduzione sulla Terra di un modello trascendente. Perfettamente consapevoli di queste implicazioni metafisiche, la prima cura degli antichi costruttori era la individuazione del luogo giusto da destinare a tempio, un sito energetico dove fosse percepibile l’influenza di forze telluriche, che tuttora le persone sensibili avvertono nei più importanti insediamenti sacri, traendo così conferma dei poteri di cui era dotata la casta sacerdotale cui si affidava questo delicato compito. Centro poteva essere considerato ogni punto della Terra in cui

riusciva a canalizzarsi questa energia interna, emanazione di un unico nucleo centrale terrestre. Le forze attive dell’ambiente così individuate rappresentavano quell’insieme di caratteri di origine sacrale riconoscibili come genius loci. Si può immaginare che ogni civiltà antica disponesse di mediatori sacerdoti, maghi, sciamani - in grado di reperire questo centro, ma al di là di ogni possibile supposizione, la prova di questa cura speciale viene dalla tradizione romana, erede di conoscenze segrete possedute dagli Etruschi. Fonti documentali descrivono infatti l’opera degli àuguri, incaricati di scegliere, sulle tracce di una precisa geografia sacra, un sito dove osservare gli auspici e trarne la conferma che lì e non altrove andava edificato il tempio. Una volta individuato il centro, occorreva ritagliare una porzione di spazio circolare, simbolicamente una porzione di cielo che delimitasse il recinto sacro, separandolo da quello profano. Lo strumento utilizzato per tracciare


il solco perimetrale era il lituus (lituo), bastone ricurvo in alto per poter meglio trattenere e ritrasmettere le forze ctonie. Strumento quindi di potere magico che non a caso, alla fine del I sec. a.C. venne adottato, con l’aggiunta di una spirale a triplo giro, dalla Chiesa come pastorale vescovile. Sul punto così individuato veniva collocato un asse, il cippus, la cui ombra proiettata sul suolo serviva ad indicare la direzione est/ovest in modo che all’interno del cerchio il lituo potesse disegnare due linee perpendicolari che, passando per il centro, unissero i quattro punti cardinali. Lo scopo di questa operazione rituale chiamata inauguratio, che sia pure in forme diverse si ritrova nella consacrazione di qualsiasi tempio come atto preliminare alla sua funzionalità, era quello di ordinare lo spazio, per sottrarlo al caos e uniformarlo all’armonia spazio-temporale del divino. Il concorso di geometrie curvilinee e rettilinee, allusive rispettivamente al cielo e alla terra e lo sviluppo di questo tracciato, dal quale veniva a delinearsi una pianta quadrata del tempio, esprimeva così la legge definitiva e immutabile presente in ogni architettura sacra, a qualunque tradizione riferita, che si riduce al tema fondamentale della trasformazione del cerchio in quadrato, o meglio, della quadratura del cerchio. Le Cattedrali Gotiche In una continuità ideale di forme significanti, che prescinde dai dettami di un culto o di una religione particolare, così come il tempio romano raccoglie l’eredità della classicità greca, il tempio cristiano utilizza strutture materiali e tradizioni dell’Impero decaduto, per divulgare e rendere potente il nuovo Verbo monoteista. L’attenzione della Chiesa nei secoli successivi è rivolta all’assetto dogmatico, fortemente minacciato da diverse Eresie e al consolidamento del potere temporale, piuttosto che ad una testimonianza evangelica coerente con il Cristianesimo delle origini. Il medioevo riscopre la spiritualità e la traduce nelle pietre e nei colori delle cattedrali gotiche, templi grandiosi e misteriosi perché carichi di segni criptici, spesso indecifrabili. Si

può dire che la cattedrale gotica sia un enigma che suscita stupore e interrogativi. Disseminate in tutta Europa, prodotto inimitabile delle Corporazioni muratorie, si impongono per la loro grandiosità. Insolita quanto incomprensibile ad esempio la visione di enormi cattedrali al centro di piccole cittadine, come spesso si può notare nel Nord della Spagna. Ma l’apparente sproporzione si spiega tenendo presente che per l’uomo medievale questo tempio era simbolo del regno di Dio sulla Terra e come tale vegliava sulla città e i suoi abitanti, trascendendo ogni dimensione fisica. Lo stupore deriva in gran parte dalla difficoltà dei moderni di comprendere che l’atteggiamento del mondo medievale verso le cattedrali era influenzato da una funzione del simbolo diversa da quella che svolge oggi. Nella modernità il simbolo è strumento di conoscenza solo per gli iniziati, mentre la generalità, quando tenta di comprendere il mondo, ritiene necessario reprimere l’ispirazione simbolica. Per l’uomo medievale

Simbolismo il simbolo era l’unica guida fidata, come scriveva Massimo il Confessore l’impulso simbolico consisteva nell’abilità di cogliere all’interno della percezione sensoriale degli oggetti la realtà invisibile dell’intellegibile che sta dietro di essi. Analoga divaricazione si può rilevare a proposito della rappresentazione del bello. Per il medioevo la bellezza era splendor veritatis, immagine intesa quindi non come illusione, ma come rivelazione. L’artista moderno è libero di creare, purché fedele a se stesso, l’artista medievale era invece legato ad una verità che trascendeva l’esistenza umana, la sua opera era quindi realizzata in funzione dell’esperienza religiosa.Il segreto delle cattedrali è nelle proporzioni tra i volumi che, secondo Fulcanelli, conferiscono un carattere magico all’ambiente e alle stesse pietre utilizzate nella costruzione, in particolare alla prima pietra, evocatrice della pietra angolare della Grande Opera filosofale, raffigurata spesso in forma grezza e sembianze

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Simbolismo

luciferine, un diavolo dalla grande bocca aperta, dove i fedeli spegnevano i loro ceri. L’abate Suger compose un trattato sul prototipo delle cattedrali gotiche, l’abbazia francese di St.Denis, in cui descrive la splendida cerimonia di consacrazione, come spettacolo in cui si fondono cielo e terra, le schiere angeliche in cielo e la comunità dei fedeli nel santuario e presenta una visione mistica dell’armonia, che la divina ragione ha stabilito nell’intero cosmo. Il Tempio Massonico Come si è detto sopra, a differenza degli altri luoghi di culto, il tempio massonico non ha alcun fine devozionale, non si rifà a religioni rivelate, non impone restrizioni del sacro. Eppure presenta le stesse caratteristiche fondamentali che si ritrovano in qualsiasi altro tempio: ritaglia e custodisce uno spazio sacro, riceve una consacrazione come nella liturgia dell’antica Roma, ospita lo svolgimento di pratiche rituali, accoglie giuramenti e promesse solenni che evocano il “sacrificio” dei riti religiosi. La sua decorazione richiama simboli e tradizioni diversi, in una sapiente ed armonica combinazione capace di creare la giusta suggestione nei momenti rituali che ivi si celebrano. Il

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modello al quale si rifà è il Tempio di Salomone, sia per quanto riguarda la struttura - pianta rettangolare, due colonne a presidio dell’ingresso, alcuni arredi della tradizione ebraica - sia la storia della costruzione, che vede protagonisti, oltre al committente re Salomone, l’artefice massimo, il Maestro Hiram. Perché il tempio di Salomone? Quale attinenza con i Liberi Muratori ed i loro lavori? Precisato che la Massoneria con questo riferimento non intende recare particolare ossequio alla religione ebraica né privilegiare la sua tradizione rispetto a quella di altre religioni, la ragione principale sta nel fatto che l’edificazione di questo luogo sacro, per la narrazione mitica che l’accompagna, il dettaglio di proporzioni e arredi, l’aura magica che l’avvolge, la sacralità che emana, si propone come emblema della costruzione del tempio, modello assoluto al quale si può ispirare chiunque si cimenti in questa opera di altissimo profilo, probabilmente la più importante realizzazione che può concepire l’essere umano, come avevano ben compreso i Maestri Muratori costruttori di cattedrali e progenitori degli stessi Massoni. La prima considerazione da fare riguarda il luogo della edificazione, Gerusa-

lemme, che è il centro per eccellenza, la cui sacralità è riconosciuta dalle tre grandi religioni monoteiste che convergono in questo luogo ideale, identificandovi la Gerusalemme Celeste, proiezione terrena del divino e quindi punto dove si apre verticalmente un canale di comunicazione tra cielo e terra. La Massoneria non poteva trascurare le implicazioni simboliche e tradizionali che si associano all’idea della costruzione di un tempio in Gerusalemme, né poteva dimenticare che i Templari, veri o presunti fondatori ma in tutti i casi ispiratori dell’Ordine Muratorio, trassero forza proprio da questo centro del mondo, dove svilupparono la fama di sacerdotiguerrieri acquisendo un potere materiale e spirituale riconosciuto in tutto l’Occidente, come in Oriente, le cui radici avevano carattere iniziatico. Il tempio di Salomone non era un gran tempio, almeno se lo si paragona ad altre grandiose strutture dell’antichità, come quelle egiziane e babilonesi. La misura della pianta di circa 36 metri per 12 e l’altezza di 18, facevano affermare allo storico e sacerdote cattolico Giuseppe Ricciotti che la sua ampiezza “era a un dipresso quella di una mediocre chiesa di provincia rispetto a S. Pietro di Roma”.


Ma era dotato di qualcosa di molto più rilevante della grandiosità, l’armonia delle proporzioni, dettate direttamente dal Dio degli Ebrei e quindi la immanenza del sacro nell’edificio, a prescindere da qualsiasi pratica di consacrazione e dedicazione. Il tempio di Gerusalemme supera le vicende storiche che ne hanno segnato i destini, è un luogo dello spirito da ricostruire continuamente secondo quelle misure, che simbolicamente ogni uomo custodisce nel segreto del suo essere. Il re David lo aveva concepito su comando del Signore, il figlio Salomone lo aveva realizzato, ma i Babilonesi lo distrussero, Erode ne costruì un secondo, ancora più ampio e splendente, ma anche questo venne distrutto e definitivamente dai Romani, 70 anni dopo la nascita di Cristo. Un destino? Un monito del Signore? Probabilmente il segno che nulla di materiale su questa Terra è perfetto e può durare nel tempo e che l’opera umana è un continuo ricostruire poiché la stasi è morte, l’edificazione vita. Questa metafora della condizione umana è riprodotta nel Tempio Massonico, dove si può osservare la traccia della incompiutezza in una parete non finita, simbolo della continua ricerca da parte dell’iniziato e dello sforzo di avvicinamento alla verità, che non ha fine. L’opera massonica, intesa come perfezionamento perenne, è un continuo ricominciare, senza pentimenti o nostalgie del passato, come in quei straordinari mandàla che i monaci buddisti costruiscono con pazienza, arte e minuziosità e che appena completati vengono distrutti senza alcuna esitazione, quasi a sottolineare che ciò che rimane è soltanto quello che ciascuno di noi può assorbire nello sforzo di operare. E allora, come il Tempio di Gerusalemme resta nell’immaginario e nella

coscienza di chi cerca il suo Dio, così il Tempio Massonico viene introiettato dall’iniziato ai misteri della Libera Muratoria perché nel suo intimo possa cercare verità e costruire virtù. Una curiosa corrispondenza tra tempio di Gerusalemme e tempio massonico riguarda l’uso dei materiali. Il Libro dei Re (VI, 7) racconta che durante la costruzione ordinata da Salomone era vietato l’uso dei metalli. Le pietre venivano montate senza rifiniture, così come giungevano dalle cave e durante i lavori non si udirono

Simbolismo Simboleggiano la realtà sotterranea, materia pesante, energia solidificata che subisce l’influenza planetaria, in una parola rappresentano un modello d’imperfezione. Nel mito babilonese la dea Ishtar è costretta a spogliarsi di tutti gli ornamenti metallici prima di discendere agli Inferi. Così il profano per essere ammesso nel Tempio deve liberarsi di tutte le scorie per non compromettere l’armonia di un ambiente che esercita la sua influenza solo se immune da materialità. In ogni Tempio Massonico il soffitto raffigura la volta stellata, ad indicare che il lavoro dell’iniziato si svolge sotto l’influenza celeste, in un isolamento che separa la dimensione del “sacro” dalla turbolenza del mondo profano. In questo spazio ordinato si dipana il divenire del massone che non è più nella storia, intesa come mera sequenza di eventi, ma in un laboratorio di idee significative e benefiche. Secondo Guénon, grazie alla comunicazione che si apre tra cielo e terra il piano metafisico non è più irraggiungibile e l’atto rituale dell’iniziato trasforma la storia in mito. Dal caos profano nasce così un’armonia cosmica. ___________ Bibliografia:

martelli, piccone o altro arnese di ferro. Allo stesso modo, i metalli sono banditi dal Tempio Massonico perché questo materiale è spiritualmente inquinante. Se il Tempio Massonico è realizzato ad imitazione del tempio di Salomone, è naturale che ne riproduca alcune regole fondamentali. Ma al di là di questa considerazione, nel conservare questo precetto la Loggia offre un importante spunto di riflessione, che ci riporta alla saggezza degli antichi, ai saperi della “Scienza sacra”. I metalli sono elementi impuri, anche se alchemicamente trasformabili.

R.Guénon , Il regno della quantità e i segni dei tempi, Milano,1982. Burckhardt, L’arte sacra in Oriente e in Occidente, Milano, 1976. G.Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, 1960. M.Eliade, Il sacro e il profano, Torino, 1973. M.L.Bianca (a cura di), Il tempio, Roma, 1999. B. Merz, I luoghi alti, Milano 1985. O.V.Simson, La cattedrale gotica, Bologna, 1988.

P.10: Tempio di Apollo a Corinto; p.11: Desert sky, coll. privata; p.12: Il Pantheon a Roma; p.13: Coppia di Gargoyles in funzione durante la pioggia; p.14: Menorah, mosaico di età romana; p.15: Bassorilievo con Ištar, Museo del Louvre (10-12-13, foto Paolo Del Freo).

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esordio della Serenissima Gran Loggia d’Italia1 avvenne in tempi calamitosi. Dal 1907 imperversava la prima grave crisi finanziaria del secolo, con pesanti ripercussioni non solo su banche e industrie ma, di riflesso, sui movimenti politici e le correnti culturali di tutti i Paesi. Essa alimentò i dubbi sulla possibilità di conservare elevato il ritmo dell’accumulazione e concentrazione dei capitali, degli investimenti, della produzione di benessere e, di conseguenza, sulla stabilità istituzionale e sociale. Gli spettri si moltiplicarono. Da mera fabula la finis Europae e il tramonto dell’Occidente presero forma. I riflessi più acuti si ebbero sulle relazioni internazionali. La guerra russo-giapponese del 1904-1905 aveva generato nell’Impero zarista la prima rivoluzione costringendo ad aumentare le spese per l’ordine pubblico e la repressione proprio quando le risorse dovevano far decollare l’industrializzazione. In realtà i rivoluzionari bloccavano o quanto meno ritardavano l’avvento della borghesia. Se mai vi fosse un giorno albeggiato, il salto dalla società agricola a quella comunista sarebbe stato inevitabilmente traumatico. Se in passato il carcere duro e la deportazione erano sembrate misure sufficienti, col 1905 in Russia crebbero le esecuzioni capitali per reati politici. Le tensioni interne all’Impero si rifletterono anche nei pogrom ai danni degli ebrei, nel clima segnato dalla pubblicazione e diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion. Le potenze dell’antico concerto europeo imbrigliarono le tensioni con la conferenza di Algeciras presieduta dal decano della diplomazia, l’italiano Emilio Visconti Venosta. Vent’anni dopo il congresso di Berlino, che nel 1884-85 aveva ripartito le aree di espansione coloniale, le cancellerie convennero che non era saggio compromettere la pace nel Continente quando si era ancora lontani dall’esaurimento delle chances nella spartizione degli spazi extraeuropei. Malgrado l’ascesa dei Giovani Turchi l’impero

ottomano rimaneva il gran malato d’Oriente, perciò il suo immenso territorio costituiva una riserva per l’estrazione di materie prime e quale sbocco per le esportazioni. Le missioni archeologiche facevano da rompighiaccio per i servizi d’informazione degli Stati più agguerriti. L’Italia non andò immune dalla ventata di nazionalismo che fece da risposta alla internazionalizzazione del capitale. Lo si colse nelle repentine trasformazioni dei movimenti più rappresentativi e meglio organizzati. Nelle file socialiste s’impennò l’ala massimalistica e rivoluzionaria, corriva a riannodare

legami con anarchici e a militarizzarsi. In nome della pace universale perpetua e della società senza classi i rivoluzionari si armarono per annientare fisicamente l’avversario con il bagno di sangue purificatore, che oggi sembra un motto di spirito ma all’epoca fu parola d’ordine. Dal canto suo il patriottismo che aveva alimentato democratici e radicali ora si riconobbe nel nazionalismo: un coagulo di correnti dalle matrici diversificate ma convergenti nel rifiuto del positivismo borghese e delle riforme, declassate a riformismo. Per assicurarsi il monopolio dell’“idea nazionale”

Storia i nazionalisti vezzeggiarono i militari, frustrati dalle sconfitte nelle guerre coloniali e dalla routine di caserma. Era accaduto nella Francia dell’affaire Dreyfus. Andava e venne replicato in Italia. Con la condanna del modernismo papa Pio X mirò a disciplinare le organizzazioni sociali cattoliche. Per l’eterogenesi dei fini, la Pascendi accentuò la politicizzazione dei cattolici e suscitò la reazione degli anticlericali che se ne mostrarono infastiditi accusando la chiesa e il variegato movimento cattolico di aspirazioni neoguelfe: un termine anacronistico e improprio, non solo perché sull’altro versante non vi era alcun ghibellino ma anche perché il guelfismo di metà Ottocento si era quasi completamente disciolto nel liberalismo risorgimentale e postunitario, alimentando i conciliatoristi, che svolsero un ruolo più influente di quanto sia stato riconosciuto dalla storiografia, indulgente a privilegiare e ad enfatizzare le minoranze rumorose perdendo di vista il peso delle forze maggioritarie. Per mostrare quanto fossero “laici” alcuni massoni s’affrettarono ad abbracciare Romolo Murri, che prete era prima durante e dopo la sua militanza nella Democrazia Cristiana, la sospensione a divinis, l’elezione alla Camera... Non era bastata la lezione di Ausonio Franchi, che prima di fare il massone era stato e tornò a essere don Cristoforo Bonavino2. Anche i repubblicani esasperarono i toni. Proprio quando il governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) con il massone Nunzio Nasi alla Pubblica Istruzione pubblicava e diffondeva I Doveri dell’Uomo mostrando la compatibilità tra il pensiero di Mazzini e l’Italia di Vittorio Emanuele III e parecchi repubblicani insediandosi alla Camera prestavano il previsto giuramento di fedeltà allo Statuto e protestavano, anche nel loro ambito gonfiarono improvvisi i turgori antimonarchici, in gara con quelli dei nazionalisti. Le ripercussioni più vistose della crisi si registrarono nelle file dei socialriformisti,

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dei radicali e di quei liberali progressisti che da tempo costituivano vivaio di “blocchi popolari” ispirati ai principi del progresso e fondati sulla pratica del referendum quale metro dell’azione amministrativa. Verso la fine del decennio si registrò dunque una sterzata verso il movimentismo. Ne furono espressione le riviste letterarie e tante espressioni artistiche (su tutte svettò il futurismo) più chiassose che incisive. L’impressione però prevalse sulla realtà, tanto che divenne e rimane luogo comune l’affermazione, del tutto infondata, secondo la quale la “cultura” fu antigiolittiana: asserzione veridica se per cultura s’intendono l’autocontemplazione ombelicale e il profetismo del vuoto, ma inconsistente se per tale s’intende l’insieme del sapere che dà consistenza alla vita sociale e allo Stato. La Massoneria italiana riverberò al proprio interno quanto avveniva al di fuori. Con l’aggravante di chi sapeva per esperienza e quindi doveva evitare di ripetere gli errori del passato. Come è stato ricordato nel convegno per il centenario del 1908, dalla nascita (1861-62) il Grande Oriente d’Italia non aveva mai avuto pace. Il suo più autorevole gran maestro, Adriano Lemmi, dopo

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lungo assedio dall’interno dell’Ordine fu costretto a cedere il maglietto ma rimase Sovrano del Rito Scozzese Antico e Accettato per tutelare la Tradizione. Chi lo aveva combattuto per calcoli politici non se ne contentò. Dette vita al Grande Oriente Italiano (1898), eterodiretto dal Grande Oriente di Francia che subitaneamente lo riconobbe. Sei anni dopo, nel 1904, la ricomposizione dello scisma si sostanziò nella incorporazione senza verifica di sorta degli iniziati/affiliati del G.O. Italiano, la cui matricola rimane ignota. Sappiamo che in quegli anni il Grande Oriente d’Italia iniziò da 2 a 3.000 apprendisti l’anno. Quanti ne reclutò l’organizzazione concorrente? Di più? Di meno? Aveva un modesto numero di Logge, ma si dichiarava democratica e quindi molto aperta; al tempo stesso, però, era militante e quindi incline ai metodi settari, a cominciare dalla rigorosa tutela degli affiliati, al segreto, che non è affatto una peculiarità della massoneria ma fa parte di tutte le istituzioni religiose e politiche dai primordi dell’umanità ed era prevalente anche in Italia tra Otto e Novecento. Quanti modernisti lo rimasero in segreto dopo la scomunica? Quanti borghesi

erano affiliati alla rivoluzione? Quanti militari leggevano di nascosto Mazzini? In breve, nessuno sa quali massoni, con quale formazione e con quali propositi siano entrati a far parte del Grande Oriente d’Italia guidato da Ettore Ferrari, antico membro di un circolo rivoluzionario la cui storia rimane da scrivere. Tra i documenti che invitano a riflettere vi è il Regolamento interno della Loggia “Popolo Sovrano” di Torino, eretta per l’ “attuazione di un programma francamente democratico, col concorso delle frazioni pure della Democrazia” e i cui membri erano tenuti a un Atto di fede, il quale potrà essere pubblicato nel mondo profano in qualunque tempo, modo e forma”. I suoi affiliati e fratelli visitatori s’impegnavano a lottare “contro ogni privilegio sociale e politico” andando oltre il “principio anticlericale”. Attilio Cabiati ricordò che vi si era tenuti a rifiutare monarchia, religione e servizio nell’esercito regio. Nel 1909 la Rivista Massonica smentì che questi fossero i capisaldi suoi o di logge alla sua obbedienza, ma la documentazione dice che la Popolo Sovrano di Torino e, all’altro capo d’Italia, la Avvenire sociale di Cosenza non erano


affatto un’eccezione. A quel punto, del resto, la catastrofe della linea politica imboccata a da Ettore Ferrari con la riforma della Costituzione del Grande Oriente era ormai realtà acclarata. Lo stesso anno Lenin pubblicò Materialismo ed empiriocriticismo: condanna senz’appello dei riformisti, che però in Italia continuavano a leggere l’Inno a Satana di Carducci e a battere il pugno sul tavolo ritmando lugubremente “Oberdan, Oberdan...”. La storia che non passa finisce in tragedia. *** La creazione della Serenissima Gran Loggia d’Italia pose al centro della vita massonica italiana i due capisaldi della legittimità e della regolarità nel quadro della legalità. Molti massoni avevano conservato la mentalità dei cospiratori come se ancora dovessero fare i conti con Ferdinando II di Borbone o con il papa-re. Volevano contare al governo, in Parlamento e persino a Corte ma al tempo stesso si riservavano di cospirare. Lo si vide bene quando nel 1911 Ettore Ferrari disertò la celebrazione del cinquantenario del regno d’Italia, che ebbe per regista il senatore e già presidente della Camera Tommaso Villa, fresco di radiazione dal Grande Oriente. Nell’Italia di Giolitti e Luigi Luzzatti, la Massoneria non poteva più essere contemporaneamente al governo e contro le istituzioni se non sfiorando il ridicolo. Non poteva proclamarsi repubblicana e proporre quale modello Edoardo VII d’Inghilterra, Gran Maestro, capo della chiesa anglicana, re di Gran Bretagna e imperatore delle Indie. Eppure codesta ambiguità durò e si ripresentò nel corso del Novecento e oltre: molti furono i Gran Maestri repubblicani aspiranti a sedere a fianco del Duca di Kent e suoi successori. Perciò la Gran Loggia nel 1910 indicò una via diversa: legittimità e regolarità nell’ambito della legalità. A suo conforto valevano i nomi di alti esponenti quali Alessandro (Sandrino) Fortis, Giovanni Camera, Camillo Finocchiaro Aprile, Giovanni Francica Nava, Leonardo Ricciardi, a tacere del Primo Gran Sorvegliante, il principe don Romolo Ruspoli, e del Gran Porta Stendardo, generale Giovanni Ameglio3. Nel 1910, l’anno della fondazione della Gran Loggia, la vita pubblica italiana ebbe uno scossone. Presidente del Consiglio in successione a Giolitti, Luigi Luzzatti ritenne possibile mutare d’un colpo la cornice e il quadro. L’assillo era la formazione della dirigenza: un tema che costituisce

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una autentica gloria del pensiero, attestata dai nomi di Gaetano Mosca e Roberto Michels. L’interrogativo era e rimase: come nasce, si forma e dura una élite? Luzzatti propose di ampliare il diritto di voto e di rendere parzialmente elettivo il

Senato. In tal modo - obiettò Giolitti - sarebbe stata screditata e scardinata la Camera Alta, unico vero partito dello Stato, senza alcuna garanzia che gli elettori avrebbero dato vita a una nuova dirigenza scegliendo i componenti della Camera Bassa. Bisognava

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dunque conservare la cornice e ripopolare il quadro con nuove figure e colori, secondo il gusto del tempo, cioè degli elettori: ma sempre nel rispetto delle istituzioni. La questione del rapporto cornice/dipinto, élitescittadini (elettori) era fondamentale per uno Stato che contava appena cinquant’anni e per l’Ordine massonico che per identità e vocazione si conferiva il ruolo di formare classi dirigenti e dar nerbo all’élite al di là dei cangiamenti di governi e maggioranze. A quello scopo nel 1877 Adriano Lemmi aveva alzato le colonne della Propaganda Massonica. Con lo stesso obiettivo Raoul Palermi (sulla scia, è da credere, di Saverio Fera) nella Matricola della Gran Loggia sagacemente studiata da Marcello Millimaggi lasciò in bianco lo spazio dei destinatari di molti diplomi. Neppure la Gran Loggia si trovò pronta all’appuntamento delle prime elezioni con il suffragio universale maschile. Fera le aveva assicurato il consenso del Convento mondiale dei Supremi Consigli. Suoi Sovrani Gran Commendatori ad vitam erano il conte Goblet d’Alviella, James Richardson, Barton Smith e J. Morris Gibson: le due Giurisdizioni degli USA, il Canada e il Belgio, a conferma della universalità dei Fratelli d’Italia. I quali però dovevano conquistarsi all’interno del paese il credito che nessuno dall’estero poteva prestare. Appena cinque anni dopo la fondazione la Gran Loggia dovette misurarsi con la tragedia della conflagrazione europea e l’esplosione dell’interventismo dilagante con manifestazioni isteriche di patriottismo in competizione con i nazionalisti e quel d’Annunzio che incitò a purificare col fuoco la Città Eterna dalla a suo avviso nefasta presenza di Giovanni Giolitti, lo statista più saggio, niente affatto pacifista ma contrario a precipitare nell’avventura bellica un’Italia che aveva bisogno di investire in infrastrutture e scuole e ospedali e uffici e bonifiche per colmare il divario tra le diverse Italie e che avrebbe potuto ottenere molto (assai più che “parecchio”) con trattative diplomatiche e star fuori dalla guerra come fecero Svezia, Danimarca, Spagna, Portogallo... Come tante volte accadde nella storia, Fera declinò e morì (29 dicembre 1915) proprio quando più v’era bisogno della sua saggezza. Dopo l’intervento in guerra, mal preparato e peggio attuato dal quartetto SalandraSonnino-Martini-Barzilai, il raziocinio cedette alla retorica del fronte interno, fomite

della tracotanza poi dominante per anni. Nel timore di essere tacciati di scarso amor di patria e persino di alto tradimento in troppi casi i massoni s’accodarono al coro degl’ “interventisti intervenuti” e inseguirono l’eroe del giorno, come fece Palermi quando s’affrettò a distribuire brevetti e sciarpe e catechismi. Il cammino della Gran Loggia rimase in salita anche nel dopoguerra. Molto se ne è scritto, ma la documentazione ora disponibile consentirà valutazioni più equilibrate. Su un punto occorre insistere: il


Grande Oriente non ebbe affatto la palma dell’antifascismo. Alla vigilia del suo insediamento (31 ottobre 1922), Domizio Torrigiani telegrafò il plauso al governo Mussolini, che del resto era di unione nazionale (comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari, demosociali, democratici ...e i dioscuri della Vittoria, Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel) e sorse con il sostegno di molti massoni di entrambe le Obbedienze. E su un secondo punto occorre dire una parola chiarificatrice: la legge sull’apparte-

nenza dei pubblici impiegati ad associazioni, che ebbe per bersaglio la Massoneria, indotta infatti a sciogliersi dopo la sua approvazione definitiva al Senato (novembre 1925), nacque per volontà di Mussolini deciso a prendere sotto controllo governo, partito nazionale fascista e Gran Consiglio nel cui ambito i massoni rimanevano numerosi e autorevoli. Va però ricordato che essa fu approvata con relativa facilità perché i deputati socialisti, repubblicani, cattolici (cioè del partito popolare) e i liberali di Giovanni Amendola, a differenza della pattuglia di Giolitti e dei comunisti, avevano disertato l’Aula e si erano accampati su un inutile “Aventino”. Dinnanzi a quella diserzione di campo si comprende che Raoul Palermi tentasse di salvare il salvabile proponendo di camuffare l’Ordine liberomuratorio con i panni dell’Ordine Nazionale Italico di Cultura e Beneficenza San Giovanni di Scozia. Forse aveva letto troppe volte il passo dell’Antico Testamento nel quale si narra quanto a lungo Abramo abbia chiesto all’Altissimo di salvare almeno alcuni tra gli abitanti di Sodoma e Gomorra prima che fossero annientati dalla tempesta di zolfo. D’altronde Palermi non inventava nulla di straordinario. Anche prima che le Logge fossero costrette a sospendere i lavori e a sciogliersi tanti massoni affluirono nei Rotary Club, la cui presidenza onoraria venne assunta da Vittorio Emanuele III affinché il duce avesse chiara la soglia da non superare. Ma poi sopraggiunse la crisi del 1929 e la storia ancora una volta virò corso. In nome dell’Italia tanti massoni in sonno collaborarono con il governo. Una storia ancora da scrivere. _______________

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Note: (*) Sintesi della relazione svolta al Convegno Nazionale Cento Anni fra squadra e compasso (Montesilvano, Pescara, 21 marzo 2010) nel Centenario della Gran Loggia d’Italia. 1 Si rinvia agli Annali della Gran Loggia d’Italia di Luigi Pruneti, in corso di pubblicazione. 2 Se ne trova appena un cenno in M. Novarino, Storia del Rito Simbolico Italiano (1859-1925), Firenze, 2009, p.42. 3 Sue lettere in Giovanni Giolitti, Il Carteggio, II, 19061928, a cura di Aldo A. Mola e Aldo G. Ricci, prefaz. di Francesco Cossiga, Foggia, 2010.

P.16: Danzatrice, bronzo, 1911, collez. priv; p.17: Testa monumentale, 1920, New York; p.18: Salzburg, interno anni 1910/1920; p.19: Parigi, interno anni 1910/1920; p.20/21: Bassorilievo art Decò (New York) e coppia di danzatrici fine art Nouveau (Vienna).

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on ci addentreremo in uno studio particolarmente approfondito, non faremo supposizioni fondate su racconti leggendari, ci soffermeremo invece su quei documenti storici che segnano il percorso evolutivo dei rituali e che ce ne offrono una visione d’insieme. Fin dai tempi più remoti i rituali ebbero la funzione di regolare la vita sociale e politica dei popoli, alcuni di essi, giunti fino a noi con il nome di “rituales”, disciplinavano gruppi di uomini al fine di raggiungere uno scopo comune. Essi consistevano in formule la cui esecuzione da parte dei partecipanti veniva detta “celebrazione” perché conteneva parole ed atteggiamenti propri del Gruppo di appartenenza. Anche la più antica massoneria di mestiere possedeva regolamenti e statuti che, come vedremo successivamente, divennero sempre più organici e dettagliati. Il primo di essi è rappresentato dagli Statuti di Bologna, il cui titolo originale è Statuta et ordinamenta societatis magistrorum muri et lignamiis. Si tratta di Ordinamenti che risalgono al 1248 e che ci offrono la visione delle regole con le quali la massoneria, quella della società dei muratori e carpentieri, assumeva una veste legale e regolava in tal modo la propria attività da un punto di vista sia materiale che etico. Gli statuti di cui parliamo non sancivano soltanto norme con le relative sanzioni in caso di loro inosservanza, essi definivano anche i rapporti di solidarietà, di reciproca assistenza e di beneficenza verso i bisognosi. Le Constitutiones Artis Gemetrie Secundem, altrimenti dette Poema Regius, risalgono al 1390 circa, trattano dei doveri morali e consistono in istruzioni per il buon comportamento dell’operaio. Nei versi 20 e 24 incontriamo per la prima volta la parola masonry che a molti autori ha fornito l’opportunità per formulare l’ipotesi che il Regius narrasse gli obblighi di un iniziato. Lo storico Gould si spinse addirittura oltre affermando che alcune regole ivi contenute sembrava che non riguardassero dei semplici operai e muratori, bensì i notabili dell’epoca. A distanza di pochi decenni appare il manoscritto Cooke (1410-1420 circa), che viene conservato presso il British Museum sotto il nome del suo primo editore, Matthew Cooke, e sembra si tratti della trascrizione di una compilazione risalente ad oltre un secolo prima. Il manoscritto, che si divide in due parti, veniva parzialmente letto prima di ogni


riunione di muratori ed era accompagnato da narrazioni della storia della corporazione. La prima parte è composta da 19 articoli e narra la storia della Geometria e dell’Architettura, mentre la seconda fornisce un elenco dei Doveri, cioè consigli di ordine morale e religioso seguiti subito dopo da quattro regole che riguardavano invece la vita sociale dei muratori. Il manoscritto in questione sembra voler conferire al mestiere muratorio una patente di nobiltà lasciando intendere che i costruttori possedevano profonde radici sia culturali che tecniche. Dalla Carta di Colonia (1535) in poi le logge iniziarono ad accogliere nelle loro file anche uomini non istruiti nelle arti muratorie purché essi fossero di elevata moralità e cultura. Si trattava dei cosiddetti “muratori ammessi”, uomini che si erano particolarmente distinti nello studio e nel lavoro. In questo documento si mescolano elementi sia di carattere morale che operativo, i quali unitamente alle altre fonti manoscritte inglesi risalenti al XVII secolo e note sotto il nome di “Old Charges”, ci aiutano a conoscere meglio le nostre origini. Gli Statuti di Strasburgo, invece, risalgono all’anno 1563 e sono composti di 73 articoli nei quali vengono stabilite le norme che dovranno regolare l’attività dei tagliatori di pietre stabilendone i diritti ed i doveri. Qui troviamo per la prima volta elementi che, successivamente, diventeranno parte integrante dei catechismi prima e dei rituali veri e propri dopo. Gli Statuti definiscono in maniera generica le regole della solidarietà e nell’articolo 13 sembra che vogliano proteggere i segreti del mestiere mentre l’articolo 54 prima definisce il saluto ed i toccamenti segreti, poi continua narrando che l’apprendista, terminato il suo periodo di lavoro e pertanto dichiarato libero, doveva promettere sulla sua parola d’onore e con un giuramento che mai avrebbe rivelato il saluto massonico ed il toccamento perché, in caso contrario, avrebbe perso il diritto a praticare il lavoro muratorio. Alla fine del XVII secolo, in Scozia, William Schaw nella sua qualità di “Generall Wardene of the said Craft” di Giacomo VI, scrisse le nuove Costituzioni che presero il titolo di The statutis and ordinanceis to be obseruit be all the maister maissounis within this realme. Era il 28 dicembre 1598. Dopo i primi sei articoli di carattere prevalentemente deontologico, veniva illustrata

la condizione degli apprendisti attribuendo altresì precisi obblighi a carico dei maestri. Arriviamo così agli “antichi catechismi” che, manoscritti o a stampa, concernevano soprattutto il modo di dare “la Parola del Muratore” considerata all’epoca una vera e propria iniziazione. Seguivano una serie di domande che venivano rivolte all’iniziato affinché, con le sue

risposte, desse la prova di aver ricevuto la “Parola”. Si trattava di una istruzione in forma di dialogo, un insegnamento catechistico che aveva lo scopo di verificare le qualità massoniche dell’interlocutore, mentre l’azione che si svolgeva nel corso della “riunione” o “loggia”, oggi “tornata”, non aveva soluzione di continuità con il banchetto, esso era la naturale prosecuzione dei lavori lo stesso che noi oggi conosciamo con il nome di “agape”. In questi catechismi ritroviamo molte delle pratiche rituali tuttora in uso quali il giuramento, la segretezza, la cerimonia di ammissione, ed ancora segni, posizioni, parole, cioè tutto quello che rese possibile la trasformazione definitiva della massoneria da operativa a speculativa andando infine a costituire il patrimonio tradizionale giunto fino a noi. Questa era l’epoca in cui una folta schiera di uomini di cultura, appartenenti alla nobiltà e alla buona borghesia, venivano “accettati”, ma a differenza del passato, ora entravano a far parte integrante delle logge anche se non avevano mai levigato alcuna pietra e

Fonti portavano, come sostiene lo storico della massoneria Gould, all’interno delle logge elementi dell’antico Ordine dei Rosa-Croce. Stava nascendo una rinnovata Libera Muratoria la quale, anziché usare gli strumenti del mestiere nel modo in cui lo aveva fatto fino a quel momento, li usava simbolicamente e conferiva loro quella valenza esoterica che sarà successivamente fonte di insegnamento e monito al tempo stesso. Per loro mezzo il pensiero si tradurrà in azione e svilupperà in questi nuovi muratori quelle capacità che per lungo tempo erano rimaste allo stato latente. Con il trascorrere degli anni i Catechismi assumeranno una forma sempre più compiuta e, poco alla volta, si arricchiranno con la narrazione di pratiche rituali, e le domande e risposte saranno collegate tra loro da nessi temporali e consequenziali. A partire da quel momento il colloquio che non si svolgerà più tra due soli membri della loggia, non si tratterà più soltanto di istruzione, sarà la drammatizzazione di un rituale che coinvolgerà più persone che assumeranno una funzione particolare, un ruolo specifico. Nacquero così i primi veri e propri rituali che, strutturatisi poco alla volta in una lenta e progressiva evoluzione e con successive modifiche ed arricchimenti, sono arrivati fino a noi. La loro esecuzione avveniva all’interno di un locale pubblico ma “appartato”, lontano da sguardi profani. Quello spazio che oggi noi consideriamo sacro lo diventava anche all’epoca nel preciso momento in cui sul pavimento venivano tracciati i simboli dell’arte muratoria. Dalle lunghe letture dei Doveri, dall’ invocazione o preghiera di apertura, dalla narrazione della storia leggendaria dell’arte di costruire e del corpo di regole volte a governare le corporazioni, si era così passati a forme di dialogo tra più partecipanti e le “riunioni” dei muratori avevano preso sempre più le sembianze di cerimonie vere e proprie che veicolavano il rituale, ne determinavano lo svolgimento temporale e attribuivano, come abbiamo visto, un ruolo attivo a tutti i partecipanti che lo avrebbero dovuto svolgere nei modi e nei tempi stabiliti. P.22: Squadra e Compasso nei giardini davanti al George Washington Masonic National Memorial, Alexandria, USA; p.23: Lampadina massonica.

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i si chiede spesso quale possa essere mai l’universalità della Massoneria quando ci si soffermi su due principi costitutivi della stessa allorché si inizia un profano: 1) il rispetto di tutte le credenze e 2) la tolleranza. Parrebbe che l’universalità della ragione, pur rivendicata dalla Massoneria nel medesimo contesto, si risolva infine in una proclamazione di principio, propria di quell’epoca culturale in cui la Massoneria moderna è nata, ma destinata a non aver seguito e a lasciare il campo ai due principi appena ricordati, che meglio corrispondono al diffuso nuovo ‘Illuminismo’ occidentale. Questa conclusione parrebbe ancor più persuasiva quando si consideri come sia condiviso tra gli odierni Liberi Muratori un atteggiamento relativistico, e persino soggettivistico, nell’interpretazione del simbolismo massonico in generale e della simbologia di Loggia nello specifico. Capita di sentir dire durante i lavori muratori o anche al di fuori di essi che l’interpretazione dei simboli sul cammino iniziatico è libera e soggettiva e che le posizioni culturali dei Fratelli sono tutte degne di rispetto, se non addirittura sacre. A parte il pilatesco conformismo di simili posizioni che in nulla si distinguono dal più anemico relativismo profano, e che già per questo dovrebbero mettere in sospetto una mente libera per aspirazione e liberata dall’iniziazione, qui s’impongono sia una riflessione di fondo e sia alcune precisazioni. Cominciamo da quest’ultime. Che la Massoneria lasci l’iniziato libero, di fronte ai simboli che ne compongono l’edificio e ne caratterizzano la ritualità, vale semplicemente nel senso che nessuno viene costretto a credere ad asserti dogmatici per farne parte; ciò però non toglie che vi sia una Tradizione iniziatica e una competenza profana riguardo ai simboli che non si possono bellamente ignorare trincerandosi dietro il proprio “sentir così”. La Massoneria non può essere ridotta ad una scuola per esercitazioni personali ed estemporanee su questioni e cose che nulla, proprio nulla, hanno di personale e che anzi costituiscono un patrimonio comune. Che, infine, dopo una lunga ascesi con e nella simbologia massonica si possa essere in grado di aggiungere un prezioso riflesso personale a quel patrimonio è ben altra cosa da un’incompetente e presuntuosa rivendicazione di sovranità soggettiva illimitata. Lo stesso dicasi della tolleranza, che si risolve davvero

in conquista iniziatica quando si fa consapevolezza di quanto vasto e capillare sia il ‘lavoro’ di autotrasformazione e di come la soggettività profana debba cedere il passo a ben altre realizzazioni. Altrimenti la tolleranza si risolve spesso nel proteggere, con

Ciascuno può avere un’opinione, ma qualcuno merita bastonate. Proverbio cinese un’assunzione incontestabile ormai per il pensiero occidentale - e come virtù civile essa ha un ben alto valore -, la propria indolenza nei confronti di quel lavoro, della diuturna fatica di “essere uomo” (Kant) e non semplicemente di esistere. E veniamo alla questione di fondo, ricordando innanzi tutto in modo essenziale alcuni passaggi rituali preliminari dell’iniziazione. Il primo passaggio richiesto a chi voglia far parte della massonica istituzione, dopo essere stato debitamente preparato

in apposito luogo, è nel Gabinetto di riflessione dov’egli col testamento attesta e testimonia ulteriormente, prima di abbandonare la sua condizione di profano, la sua attitudine alla vita e alla disciplina liberomuratorie. Non mi soffermo di più sul testamento muratorio per ragioni di spazio, ma spero che i corsivi sopra usati siano sufficienti ad istradare i Fratelli perspicaci sul significato che annetto a quel primo gesto attivo di un profano che sta per essere ricevuto Massone e su cui spesso ho sentito più di una interpretazione durante i Lavori. Seguono i tre viaggi simbolici nel Tempio, le purificazioni, le raccomandazioni al rispetto delle “credenze” diverse dalle proprie e al dovere della tolleranza, gli ammonimenti e i reiterati inviti a ritirarsi se non si è nella piena e libera condizione di sancire l’appartenenza finale all’Istituzione. È essenziale comprendere che in tal caso è la Massoneria che parla massonicamente ad un profano, non ad un fratello. Ciò che ora viene detto non costituisce certo dottrina per un fratello1, si tratta invece di una studiata modalità con cui la Massoneria si presenta a colui che, fino all’ultimo, ha ancora la possibilità di ritirarsi e che, dunque, viene ulteriormente saggiato. Poiché egli ha ancora la possibilità di ritirarsi, non

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Massoneria gli può essere stato detto ancora niente di stretta pertinenza massonica. Non sempre purtroppo si ha l’avvertenza di non saldare con la vita strettamente iniziatica quel rito di passaggio; esso appartiene a tale vita come un pronao appartiene all’interno di un tempio: serve a passare dal fuori al dentro, ma non è il dentro. Il rispetto di tutte le “credenze” e la tolleranza che in tale passaggio s’illustrano e si richiedono, al profano che intende farsi massone, hanno un carattere di condizione necessaria, ma non fanno parte dell’attiva vita iniziatica se non in una forma successiva, da essa illuminata e trasformata. Una prima considerazione che s’impone è, infatti, che tutte le credenze poiché sono culturalmente ereditate, o comunque soltanto elaborate con mentalità profana, sono di fatto contingenti rispetto alla Massoneria, non c’è dunque motivo di preferire questa o quella. Ciò che si richiede è che, quale sia la nostra condizione profana, la nostra disposizione al libero giudizio e ai buoni costumi sia presente, ma non si presume affatto che sia esercitata davvero la libertà2. Anzi, si presume il contrario; e ne è piena attestazione il duplice valore simbolico della pietra grezza che, se svela, all’iniziato (ormai) la sua condizione d’imperfezione, lo informa anche di una restituita malleabilità ed esorbitanza materica per realizzarvi un progetto questa volta davvero attivo e non per imprimervi rispo-

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ste reattive alle pressioni delle circostanze profane (come fino ad allora gli era avvenuto). Viene insomma detto all’iniziato che egli è stato sagomato e squadrato dalla vita profana e che soltanto morendo a quelle forme precedenti c’è possibilità di una nuova e libera (perché iniziatica) conformazione. Qui vale la pena d’insistere. Ci si deve chiedere perché, infatti, ci sia bisogno di una nuova nascita. Che cosa non va o non è sufficiente nella prima nascita? Se non si riesce a rispondere in modo serio e profondo a questa domanda, si ripeterà, come uno stanco ritornello, il motivo della rinascita iniziatica. E i ritornelli troppo cantabili e ripetuti, se all’inizio danno un po’ di brio, poi stuccano e stancano quanti abbiano l’esigenza di cantar davvero. La mia risposta massonica a quella domanda (nei limiti ora concessi) è che di una rinascita c’è bisogno per comprendere appieno la contingenza della prima nascita e, dunque, per non idolatrarla, per non assolutizzarla. Ciò di cui non ci si accorge nel relativismo profanamente diffuso, e che ormai pare aver sedotto anche molti massoni, è che si fa in tal modo un assoluto del relativo! “Io sono così, ho questa provenienza, queste tradizioni, queste credenze, e tu le devi rispettare” - a volte si aggiunge (ma è aggiunta in genere formale, atta solo a rafforzare la nostra richiesta di rispetto) “come io rispetto te e le tue convinzioni”. Non ci si accorge quasi mai di quanto

banale, povero e, comunque, antimassonico - perché idolatrico - sia un tal ragionamento che fa di ogni credenza (del tutto contingente e arbitraria) un idolo3. Se si chiedesse, infatti, il perché della cosa si riceverebbe in genere la riaffermazione della cosa stessa più una nuova, anzi vecchia, perorazione su diritti, persona, rispetto ecc. Verrebbe da chiedersi: e uno si fa massone per reiterare gli stanchi rosari della cultura profana?! Che cosa ha a che fare la pietas che si deve - questa sì e davvero - ad ogni vivente sotto il cielo con l’impegno indefesso, il diuturno (e, mi verrebbe da dire, anche notturno) lavoro a cui il massone deve disciplinarsi per liberarsi da lacci e laccioli della vita profana? Che cosa ha a che fare un requisito minimo di convivenza civile con l’impegno che si contrae nell’iniziazione a farci consapevoli e progettuali rispetto alle nostre vite? Perché restare, anche da iniziati, così petulantemente egoici? E, soprattutto, per dirla con Montaigne (e Pascal lo ripeteva), che cosa ha a che fare realizzarsi come uomo liberato con l’essere nato di qua o di là dai Pirenei e, dunque, sentirsi chiamato in causa a difendere il di qua o di là, secondo i casi? Poiché, dunque, ogni iniziale spazio culturale è, di fronte alla Massoneria, alle sue finalità e ai suoi compiti, soltanto una posizione contingente, quel che davvero conta è chi saprà divenire l’iniziato nel e col lavoro di Loggia, nell’uso degli strumenti dell’Arte e sotto le sollecitazioni dei Fratelli.


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Se questo lavoro si svolge davvero, allora la lolla si separa spontaneamente dal chicco. Non ci s’identifica più con le proprie credenze, non ci si sente più alfieri della propria provenienza, ma ci si vede impegnati in una nuova progettazione senza ostinati attaccamenti e chiusure preventive. In realtà, la Massoneria tollera tutte le ‘‘credenze’’ perché ritiene di poterle trasformare tutte; e questo è il punto: chi è stato iniziato o si trasforma in un uomo capace di attingere a risorse interiori, grazie al suo rispecchiarsi nei simboli e interagendo con i principi massonici e i lavori di Loggia, oppure non avanzerà di un passo, per il solo fatto di aver attraversato un rito simbolico4, anzi, potrebbe essere per lui l’inizio di un processo drammatico di controiniziazione (disturbo nel corso dei Lavori, atteggiamento costante da bastian contrario, interventi estemporanei e chiaramente provocatori tanto per far sentire che si è vivi, inopportuna dialettica contrappositiva con i Fratelli... e cose del genere, fino alla maldicenza, diffamazione, calunnia e tutte le altre meschinità legate all’autoidolatria). Altra cosa, ovviamente, è il rispetto che si deve alle convinzioni dei Fratelli che pro-

gressivamente - non lo si dimentichi: la Massoneria è progressiva - in loro si generano come risultato dei Lavori di Loggia e di uno stile di vita consono alla Grande Opera. Poiché in tal caso il rissoso io della vita profana è già da un pezzo impallidito, per lasciare il posto ad una personalità che continua ad elevarsi, di rispetto e credenze e simili discorsi non è neppure questione, perché è di ben altro che si parla e ogni vero iniziato lo sa. Opportunamente ne taccio perché sarebbe inutile ripetere a parole quel che è stato vissuto ad un livello ben più profondo, e se vissuto mai fosse stato sarebbe non solo inutile, ma dannoso, farne parola. Come si vede, l’effettuale vita massonica e la meditazione che attivamente trasforma rendono del tutto inutile l’interrogativo iniziale: come sia possibile far convivere universalità della ragione e varietà delle credenze, per il semplice motivo che vengono a scomparire i termini conflittuali dell’opposizione. Nella metamorfosi iniziatica non si parla più di ragione (in senso culturale), ma d’intelligenza trasformatrice e non si parla più di credenze, ma di stadi raggiunti in quel processo di trasformazione, stadi che

non solo non si è più disposti a difendere a spada tratta, ma che volentieri abbandoniamo quando, nella comunanza della vita massonica e nell’attivo sforzo di autosuperamento, raggiungiamo sintesi di intelligenza e di vita più alte in valore. _________________ Note: 1 Anche lo scavare oscure e profonde prigioni al

vizio ed elevare templi alla virtù, se è pur nobile scopo, non può essere caratterizzante la Massoneria (come ho cercato di chiarire in Dal fondo della tradizione sempre in Officinae, nel paragrafo dedicato a Lessing). Ben altro chiede la Massoneria ai suoi iniziati, né potrebbe contentarsi di quel che qualsiasi uomo dabbene farebbe comunque, iniziato o non iniziato! 2 Ovviamente qui non è più questione di libertà civile, l’amore per la quale era un requisito per essere ricevuto massone. Si tratta del farsi libero e non dell’essere riconosciuto libero giuridicamente. 3 Anche qui, e ovviamente, non è questione che non si debba mancar di rispetto, ci mancherebbe altro, ma, e di nuovi, questo vale sempre e non è una peculiarità massonica. Quel che si biasima qui è l’uso del ‘rispetto’ per finalità che portano ad un’appartenenza stagnante e non dinamica all’interno della Massoneria. 4 Altro discorso sarebbe se le prove che caratterizzano l’iniziazione si fossero conservate come vere e proprie prove. P.24: Compasso; p.25: Illustrazione da una delle opere di Giordano Bruno; p.26: Insegne Massoniche, GLDI, Roma; p.27: Il Tempio, tarsia lignea, collez. privata.

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cosa universalmente nota che Dioniso, divinità dell’olimpo greco greco, sia lo scopritore del vino e pertanto un riconosciuto benefattore dell’umanità per aver donato agli uomini questa bevanda ricca di piacevoli e misteriose caratteristiche psicotrope. Le fonti riferiscono della sua mitologica esistenza trascorsa nei boschi fra canti, danze e festeggiamenti sfrenati dall’ebbrezza etilica in compagnia di Sileno, satiri e menadi muniti di cimbali, tibie e tamburi. Per questo Dioniso è celebrato come dio della gioia capace di dissipare la tristezza e far nascere il riso negli dei e negli uomini e come tale referente naturale di ogni eccesso compiuto in nome del piacere. Tuttavia, esplorando la sua iconografia emergono risvolti misterici raffinati che arricchiscono questa figura di valenze anagogiche insospettabili caricando nel contempo il suo nettare di impreviste funzioni spirituali. Proveniente forse dalla Tracia Dioniso e il suo culto si ambientano in epoca assai remota nelle isole dell’arcipelago greco, note per la produzione di vino, per passare, in epoca classica, nell’Attica dove anfore e strumenti per la mescita e la consumazione del vino recano l’immagine di un dio barbato, abbigliato come Zeus ma contraddistinto dal kantharos, caratteristico strumento potorio e suo immancabile attributo. Un repentino cambiamento dell’aspetto del dio si registra tuttavia nella stessa arte greca del V sec. suggerendo, con il diverso orientamento estetico, un possibile mutamento delle valenze spirituali del nume. In quest’epoca alla figura paterna austera e virile un po’ caricaturale evocante i riti propiziatori del mondo rurale subentra un Dioniso glabro ed efebico dalle chiome femminee e dalla bellezza ambigua. Un effetto della crescente tendenza nei costumi maschili ellenici a non escludere i rapporti omosessuali dalla sfera delle esperienze affettive? La critica diffida di questa spiegazione semplicistica propendendo piuttosto per una diversa percezione religiosa del dio più consona alla raffinata civiltà attica e alle sue articolate necessità spirituali. Diodoro siculo (IV, 5, 2-4) suggerisce come il dio impersoni l’esperienza etilica e come pertanto la sua ambigua immagine debba necessariamente riflettere la gamma degli effetti del vino capace di far affiorare la gioia o la tristezza, la creatività o la brutalità e di indurre l’estasi mistica o la cieca violenza

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a seconda della quantità ingerita, del temperamento e della struttura fisica dell’individuo. Tale idea, apparentemente scaturita dall’osservazione della realtà effettuale, presenta in realtà interessanti spunti intellettuali destinati a diventare oggetto del dibattito filosofico e morale che, nato nella Grecia classica, sopravvive sino alla contemporaneità grazie alla mediazione degli umanisti. Ma procediamo per gradi. Intorno al 1497 Michelangelo scolpisce un Bacco, oggi al Bargello, che presenta il nume in tutto il suo fascino ambiguo e ammiccante. Non sono mancati negli anni gli storici dell’arte che hanno ceduto alla facile tentazione di spiegare l’ebbra sensualità

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della scultura come un’ennesima prova dei gusti omoerotici dello scultore fiorentino ma il richiamo al codice mitologico invita a non trascurare le possibili implicazioni concettuali di tale scelta. La levigatezza del marmo, la nudità e persino le strategiche mutilazioni inseriscono quest’opera nel novero dei ‘falsi’ del giovane scultore educato nel giardino di San Marco fra i frammenti lapidei romani della collezione di Lorenzo il Magnifico. Sappiamo tuttavia che, con i segreti della scultura, Michelangelo assorbiva nell’ambiente mediceo i temi del pensiero platonico che nel suo giovane genio divenivano fondamenta di una tormentata spiritualità, causa e fine allo stesso tempo della sua

personalissima visione artistica. Per comprendere dunque quale valore avesse Bacco per Michelangelo è forse utile domandarsi chi fosse Dioniso per Platone. Il tema del furor dionisiaco è presente in numerosi passaggi dell’opera platonica. Nel Fedro il filosofo distingue due generi di furor: uno come sintomo di patologia e l’altro indotto da una virtù divina capace di trasportare l’individuo su un piano superiore. Nello Ione afferma come i buoni poeti sono in grado di poetare solo se in preda al furor dionisiaco e dunque non più padroni della propria mente. In questo stato essi si farebbero portatori di un prodotto molto più elevato rispetto alle loro stesse capacità poiché attinto come api in volo dalle fonti melliflue che scorrono nei giardini e nei boschetti abitati dalle muse. Nell’opera del filosofo greco Dioniso non sembra affatto presentato come il dissoluto dio dell’ubriachezza, l’animatore di festini orgiastici e l’immorale principio legittimante di ogni genere di eccesso ma piuttosto la personificazione dell’ispirazione poetica. È possibile non solo il gusto di creare un’opera all’antica ma proprio tali considerazioni abbiano giocato un ruolo significativo nella scelta del soggetto che Michelangelo attraverso il suo Bacco poteva esprimere l’idea che l’artista altro non fosse che un interprete privilegiato del disegno divino. In questa chiave anche il vino merita forse una riconsiderazione. Se al dio per Platone va ricondotto il furor creativo dei poeti, il vino, suo inscindibile attributo, più che una piacevole bevanda, potrebbe verosimilmente rappresentare il mezzo offerto dallo stesso per raggiungere lo stato di grazia necessario all’arte. Nel primo libro delle Leggi Platone sente la necessità di affermare come sia necessario osservare una regola nella consumazione del vino poiché esso, bevuto in quantità eccessiva, non solo non aiuta la creatività ma cancelli i sensi, la memoria, le opinioni e l’intelligenza riducendo l’uomo ad una condizione miserrima(XIV). Ed è proprio il concetto di controllo degli istinti che nell’opera è suggerito dall’evidente contrasto fra il satiro dall’atteggiamento intemperante e il Bacco dalla divina eleganza. Infatti laddove l’ibrido non controllando la sua avidità afferra con foga l’uva, il dio con aggraziato gesto di virtuale condivisione con lo spettatore mostra un elegante distacco consono alla sua natura superiore. Il corpo efebico ma muscoloso ed elegante e il volto giovanile reso un po’ femmineo


dal diadema di grappoli, il Dioniso di Michelangelo non evoca nemmeno lontanamente lo sfrenato dio silvano animatore di orgiastici baccanali, piuttosto ricordando sia per l’aspetto che per l’atteggiamento il dio Apollo, personificazione della divina misura. Un passo dei Saturnalia di Macrobio stabilisce fra le due divinità un esplicito parallelo non privo di riflessi etici ( I, 18, 1-12). Lo scrittore romano riprendendo gli argomenti platonici invita a bere con moderazione sotto il controllo del simposiarca, una sofisticata figura cui nel simposio era affidato il delicato compito di stabilire tempi modi delle bevute e grado di diluizione del vino con l’acqua. Il passo continua con la celebrazione delle qualità psicotrope del vino capace di indurre rilassamento ma soprattutto di far affiorare tutte le deviazioni e gli stati affettivi che grazie alla bevanda troverebbero espressione cessando così di esercitare il loro peso oppressivo. Come in psicanalisi l’affiorare di nodi e problemi faciliterebbe la possibilità della correzione risvegliando l’autocoscienza del soggetto. Per Macrobio tuttavia il simposio non è solo un’occasione di utile terapia collettiva ma anche il luogo in cui, attraverso la definizione dei propri limiti e delle proprie

reazioni, si acquisisce la conoscenza di sé e si impara a praticare l’esercizio dell’autocontrollo. L’idea è che non sia salda la continenza di colui che nella vita non ha messo alla prova se stesso confrontandosi con il pericolo di perdersi nella ricerca del piacere. Come un valoroso guerriero l’uomo davvero evoluto non cerca protezione nella fuga e nell’astensione ma difende con forza d’animo la temperanza e la continenza (II, 8, 4-9). È possibile che a Michelangelo profondo conoscitore dell’Antichità non sfuggissero le interessanti implicazioni morali esposte da Macrobio sul valore del vino e sull’identità della divinità in questione. Analogamente l’arte funeraria romana ricchissima di immagini di Bacco potrebbe aver esercitato il suo fascino su Michelangelo influenzandone la scelta e caricandola di ulteriori implicazioni filosofiche. Elaborati sarcofaghi infatti presentano Bacco circondato dalle stagioni alludendo alla ciclica rinascita della natura che particolarmente evidente nella complessa trasformazione dell’uva in vino avrebbe nel dio il logico referente. Lo stesso mito della sua genesi presenta Dioniso come il dio dalle numerose nascite. Concepito dall’amore adulterino fra Zeus e Semele in seguito alla morte della madre

Storia dell’Arte il feto fu trasferito, al sesto mese di gravidanza, nella coscia del padre da cui, a gestazione compiuta, sarebbe stato nuovamente partorito4. Come ‘inventore’ del vino e divinità dalle numerose nascite Bacco diveniva l’espressione mitologica della speranza umana che questa eterna palingenesi potesse riguardare anche la vita terrena. È possibile che Michelangelo attraverso i rilievi funerari avesse conosciuto anche questa dimensione di Bacco e che la decisione di scolpire il suo derivasse anche dal fascino delle implicazioni metafisiche del soggetto. Non è forse un caso che l’opera abbia visto la luce proprio a Roma dove ovunque rovine e reperti archeologici esprimevano con insopprimibile vitalità le speranze di una religiosità finita con la civiltà che l’aveva generata ma non per questo meno capace di esercitare sugli eruditi e sugli artisti un richiamo nostalgico forse ma certo irresistibile.

P.28: Dioniso, terracotta, Laura De Santi, collez. priv; p.28 e 29: Affresco dalla villa dei Misteri, Pompei; p.30: Dioniso, Michelangelo (vd. testo); p.31: Pampini (p.28 e 31 foto Paolo Del Freo).

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a sempre l’immaginario collettivo è stato popolato da figure elusive, da presenze ora malvagie, ora protettive, di natura difficilmente definibile. Di volta in volta sono state considerate demoni o spiriti disincarnati, oppure forze della natura afferibili alla dimensione del sacro. Nella Bibbia sono spesso associate a bestie inquietanti, come lo sciacallo e lo struzzo, animale quest’ultimo impuro1, tanto che in Michea si legge: “Me ne andrò scalzo e nudo, manderò ululati come gli sciacalli, urli lamentosi come gli struzzi”2. Il valore negativo di siffatte fiere era tale che i traduttori alessandrini le appellarono “sirene”3, cosicché Giobbe esclama: “fratello sono divenuto delle sirene e compagno degli struzzi. La mia pelle annerita si stacca e le ossa mi bruciano dall’arsura”4, mentre Isaia afferma che, nella Babilonia devastata dai Medi “vi faranno tana le fiere e i gufi riempiranno le case, vi si annideranno le sirene e i demoni vi faranno le ridde”5. Gli iranici, conquistatori della fertile Mesopotamia, credevano, a loro volta, in esseri abominevoli e misteriosi associati dalla demonologia zaratustriana alle mosche, simbolo di corruzione, pestilenza, morte. La loro oscura signora era la perversa Nasu che poteva essere esorcizzata con complesse formule: “E tu dirai ad alta voce queste parole deprecatorie dei demoni ed altamente salutari: La volontà del Signore è legge di santità [...] Va’ in perdizione progenie del nemico [...] Va’ in perdizione o Druj! Va’ in perdizione nella regione del nord per non più dare alla morte il vivente mondo del santo spirito”6. Nell’età classica poi, accanto alle striges7, apparvero incubi e fauni, sileni e ninfe, naiadi, satiri e demoni senza nome che, in taluni casi, divennero ispiratori di filosofi8. Questi esseri costituirono una pletora di divinità inferiori e di entità a metà fra l’umano e il divino ed a loro si unirono i geni dei luoghi, i penati e i lari, oggetto di culto fin dai primordi. Su questo straordinario popolo dissertarono i più celebri scrittori dell’antichità, cosicché non solo Plinio, ma anche Tito Livio e Cicerone trattarono l’argomento. Virgilio poi, cultore del tema9, sottolineò la volubilità e l’ambivalenza di simili figure. Se alcune, infatti, apportavano disgrazie e malattie, altre mostravano atteggiamenti amicali ed erano in grado di rivelare l’ubi-

cazione d’immense fortune. Leggiamo, ad esempio, nella Cena di Trimalcione lo strano caso di un uomo che, grazie ad un incubo, divenne facoltoso. La storia è nota: Ermerote rivela ad un commensale di nome Encolpio un’incredibile vicenda: “Vedi quello laggiù, l’ultimo dell’ultima mensa? Oggi possiede i suoi ottocentomila sesterzi. E’ venuto su dal nulla, appena ieri portava le fascine sulle spalle. Ma, a quanto si dice in giro, ed è voce comune, è riuscito ad acchiappare la berretta di un incubo e così si è procurato un tesoro. Mica lo invidio: se gli dei lo hanno favorito, tanto meglio per lui”10. Ma chi erano in realtà queste presenze così misteriose e al tempo stesso tanto concrete da condizionare la vita degli uomini? Porfirio cercò di fornire una risposta definendole “una classe di esseri intermedi tra l’uomo e gli dei, che si compiace di assumere quante più forme possibili, da quella del-

l’uomo a quella di animali”11. Più tardi il Cristianesimo respinse la loro supposta origine divina12, e le considerò demoni13, capaci, come si legge negli Atti degli Apostoli di offrire “spirito di divinazione”14. Per il Talmud invece erano spettri15 che solo la Legge, poteva cacciare16. Le considerazioni di area ebraico - cristiana furono raccolte dall’età volgare17 che, fin dall’alto medioevo, considerò demoni e spiriti elementari delle realtà oggettive e comuni. Sigeberto di Gembloux narra, a tal proposito, di uno spiritus malignus insediatosi a Magonza nell’858; ogni notte quell’essere senza volto, con grida, colpi violenti ed incendi improvvisi, impediva alla popolazione di prendere sonno. Ai danni materiali si aggiunsero presto quelli morali, giacché la discordia si propagò fra la gente, di conseguenza gli amici divennero nemici ed anche i parenti iniziarono a guardarsi in

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cagnesco. Per cacciare la mala entità si organizzò una solenne processione, accompagnata da scongiuri, preghiere, penitenze e benedizioni. Lo sforzo corale risultò comunque inutile. Il folletto, in vero, aveva evitato l’acqua santa rifugiandosi sotto la sottana di un prete e, da quello strano nascondiglio, accusò l’ignaro protettore di illecite tresche amorose. Per tre anni ancora egli imperversò indisturbato, poi all’improvviso, scomparve18. Di natura bonaria fu invece l’essere citato nelle Gesta Karoli Imperatoris, (882 - l’883). Questo spiritello, di natura indubbiamente giocherellona, ottenne da un fabbro il permesso di trastullarsi, durante la notte, nella fucina. Era così felice di armeggiare con incudine, martelli, pinze e lime che ogni mattina, prima di andarsene, lasciava in dono all’artigiano compiacente un boccale di vino, frutto di continue incursioni nella cantina del vescovo. La cosa andò avanti per un certo periodo fino a quando l’alto prelato riuscì a catturarlo in forma umana ed a punirlo con la fustigazione19.

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Altre presenze sono testimoniate a Citeaux20, Modena e Bologna, ove ogni esorcismo si rivelò inutile giacché, come scrissero celebri demonologi21, “gli incubi non temono né scongiuri, né gli esorcismi e gli oggetti sacri non li spaventano”. La città italiana più interessata dai folletti fu comunque Pavia. Uno di questi prese dimora nella casa dei Boccoselli, rivelandosi gentile e servizievole altri, invece, infatuandosi di fanciulle giovani e belle, provocarono diversi problemi. Le cronache riportano la storia emblematica di un incubo che s’invaghì di una nobildonna particolarmente avvenente. Spesso le appariva, sotto l’aspetto di un giovane dai lunghi capelli biondi che la colmava di gentilezze. Quando però lo spirito si accorse che i suoi sforzi erano vani, fu divorato da rabbia e gelosia ed iniziò a tormentare colei che lo aveva respinto. La sua protervia divenne tale che, un giorno, l’assalì sul sacrato della chiesa di San Michele, denudandola davanti alla folla sbigottita. A Firenze, sulla fine del XIV secolo, si verificò un episodio simile. Questa volta lo spiritello

s’innamorò perdutamente di un’orfana veneziana di quattordici anni ed avvampò di livore allorché seppe che ella, insensibile al corteggiamento, aveva deciso di convolare a nozze con un giovane del luogo. Iniziarono a quel punto dispetti, scherzi e molestie di ogni genere. Il motivo di tanta lussuria cercò di spiegarlo Paracelso22 nel Liber de nymphis, sylphis, pygmeis et salamandris et caeteris spiritibus. L’autore affrontò il complesso argomento, asserendo, al pari di Michele Psello, che gli spiriti elementari o “elementali” si dividono in quattro categorie, a seconda dell’elemento al quale appartengono. Vi erano essenze dell’aria, dette silfidi o silvestri, quelle dell’acqua, chiamate ondine o ninfe, gli gnomi o pigmei abitanti della terra ed infine le salamandre o vulcani, creature del fuoco23. Théophraste Bombast von Hohenheim, inoltre, influenzato come il Nolano24 dal neo platonismo cabalisticheggiante25, sentenziò che gli “elementali”, nati dal caos, tendono, per avvicinarsi a Dio, ad unirsi all’uomo26. In ciò il medico alchimista sembra accostarsi al Libro di Enoc27 e alla storia degli angeli caduti i quali, accoppiandosi con le donne, generarono i giganti. Un tale argomento affonda le proprie radici nella Genesi stessa, dove si legge: “Quando gli uomini iniziarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero”28. Questo aspetto veterotestamentario è presente non solo nel già citato Libro di Enoc, ma anche in altre opere pseudoepigrafiche o apocrife fra le quali il celebre Libro dei Giubilei che recita: “gli angeli del Signore, chiamati “vigilanti” [scesero sulla terra] ad insegnare ai figli dell’uomo”29. In seguito però peccarono “insieme con le figlie dell’uomo perché avevano cominciato ad unirsi con le figlie della terra e ad essere impuri [...]30”. Una così ragguardevole tradizione non poteva essere dimenticata, di conseguenza pervase buona parte del Cristianesimo tanto che lo stesso Agostino la inserì, sotto altra forma, nel De Civitate Dei, scrivendo: “In tutti i luoghi si è creduto, e tale credenza è stata confermata dalla testimonianza diretta o indiretta da persone assolutamente degne di fede, che silfi e fauni, a cui si dà, in generale, il nome di incubi, abbiano molestato frequentemente le donne, chiedendo e ottenendo il rapporto sessuale. Vi sono anche demoni chiamati dusi o elfi dai Galli, che


regolarmente si abbandonano a tali pratiche: il fatto è stato confermato da autorità così attendibili che sarebbe vergognoso non prestarvi fede”31. Il satirismo accomuna i folletti ai jin o djinn, spiriti di livello inferiore sui quali la Sura di al-Higr (XV secolo) offre alcune informazioni, individuando, ad esempio la loro origine nel “fuoco del samun”32. Sui jin, inoltre, vi è un’immensa letteratura in lingua araba, tanto che il solo Muhamad ben Ishaq ben Abi Yaqub al Waraq (995) ricordò ben sedici opere sull’argomento33. Ritorniamo però a Paracelso e alle sue teorie sugli elementali. Esse ebbero sicuramente successo e furono condivise da un altro celebre alchimista Giuseppe Francesco Borri (1627 - 1691), amico del marchese Massimiliano Palombara e protetto della regina Cristina di Svezia. Egli, negli Scritti Alchemici e magici, esaminò le “quattro specie di natura spirituale”34 che il de Villars, nel secondo dialogo de Le comte de Gabalis (1670), raffigurò così: “Gli Elementi sono abitati

da creature perfettissime [...] L’Aria è popolata da un’innumerevole moltitudine di esseri dalla figura umana, un po’ fieri d’aspetto ma in realtà docili, ed i Mari ed i Fiumi sono abitati allo stesso modo dell’Aria. Gli Antichi Saggi hanno chiamato Ondine o Ninfe questa specie di esseri [...] La Terra è popolata fino quasi al centro dagli Gnomi, [...] Quanto alle Salamandre, abitatrici ardenti della Regione del Fuoco, servono ai Filosofi [...]”35. Ai tre autori che abbiamo appena ricordato dovremmo affiancarne altri per i saggi e gli scritti inerenti al nostro argomento. Fra questi mi limito a rammentare Emanuel Swedemborg (1688-1772), Helena Blavatsky (1831-1891) e Gérard Encausse, meglio conosciuto come Papus che, nel Traité méthodique de magie pratique, considerò gli “elementali” dotati di “Psichismo embrionale, [e ...] capaci di assumere forme umane [...] in determinate circostanze e verosimilmente in presenza di energie medianiche”36.

Fantasy Bisogna menzionare infine Sir Arthur Conan Doyle, celeberrimo scrittore e convinto assertore della esistenza del piccolo popolo. E’ nota, infatti, la sua disavventura avvenuta quando prese per buone le fotografie, scattate nello Yorkshire, da due cugine: la quindicenne Elsie Wright e l’undicenne Frances Griffiths. Le immagini raffiguravano, vicino alle donne, delle fatine e uno gnomo. Questo ultimo, vestito con calzamaglia e corsetto, fu addirittura immortalato nell’atto di offrire un fiore ad una di loro. I ritratti furono portati nel 1919 da Polly Wright alla Società Teosofica di Bredford e giunsero, tramite Edward Gardner, a Sir Arthur. Egli in un primo momento ne mise in dubbio l’attendibilità, giacché gli esseri fotografati sembravano bidimensionali. Più tardi però i negativi furono inviati alla Kodak che li considerò privi di manipolazioni37. Di conseguenza il padre di Sherlock Holmes mise da parte ogni perplessità e, nonostante il parere contrario del sensitivo Sir Oliver Lodge e di Arthur Wrigth, padre di Elsie38, pubblicò le foto sullo “Strand Magazine” di Londra. L’insigne autore morì nel 1930, certo che le fotografie di Cottingley, fossero la prova dell’esistenza del piccolo popolo. Solo nel 1982 Geoffrey Crawley, del “British Journal of Photography” affermò di poter dimostrare che quelle vecchie immagini erano dei falsi. Tre anni più tardi le due cugine, ormai anziane, confessarono che lo gnomo e le fate erano figurine di carta, sostenute da grossi spilli. Si trattava dunque di uno scherzo, organizzato alle spalle dei grandi, colpevoli di ironizzare sull’esistenza delle fate39. Sir Arthur Conan Doyle non fu però l’unico a credere negli spiriti elementali, giacché anche Evans Wentez, e Robert Kirk furono, fra i moderni, dello stesso parere. Quest’ultimo, in The Secret Commonwealth of Elves, Fauns and Fairies, li considerò esseri pericolosi, in quanto apportatori di sventure e capaci di rapire umani. Secondo alcuni egli stesso ne fu vittima, dato che la sua presunta morte, avvenuta nel 1962, sarebbe stata un escamotage, ordito per mascherare un’inquietante sparizione40. Va poi ricordata la tradizione popolare, solida, consolidata e diffusa che ancora oggi ritiene case, boschi, brughiere, specchi d’acqua e regioni dell’aria popolati da fate, folletti, troll, gnomi e coboldi. Siffatta genia, chiamata comunemente the good people o

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Fantasy la buona gente, è considerata con un’inquieta attenzione, tanto che è ancora diffusa l’usanza di offrirle “cibi sacrificali”. Una simile consuetudine è chiamata in Germania Windfuttern e consiste nel gettare farina nel vento41. Una volta, quando domandai ragione di questo rito così particolare mi fu risposto: “I folletti?! Si forse non esistono, sono solo leggende, ma sa nel dubbio è meglio tenerli buoni”. _______________ Bibliografia: * P. Andronico Tosonotti, L’esoterismo, Milano 1997. * M. Antoni C. Lapucci, I proverbi dei mesi, Milano 1985. * Apocrifi dell’Antico Testamento, a.c. di P. Sacchi, vol. I, Torino 1989. * G. Batini, L’Italia a mezzanotte, Firenze 1968. * M. Biliorsi, Storie di luna piena, Firenze 1991. * M. Biondi, Misteriose presenze, Milano 2005. * G. Bonomo, I folletti nel folklore italiano, in Saggi e ricerche in memoria di Ettore Li Gotti, Palermo 1961. * I. Brandozzi, Dizionario dialettale di Ascoli Piceno e dei territori limitrofi, Ascoli 1983. * K. Briggs, Fate, gnomi, folletti e altri esseri fatati, Roma 1975. * G. Brown, Misteri, Milano 1996. * P. Caini, Fantasmi, tra leggende tradizioni e interpretazioni, parte I, in Archeomisteri, I quaderni di Atlantide, a. III, n. 18, Novembre - Dicembre 2004. * P. Caini, Fantasmi, tra leggende, tradizioni e interpretazioni (conclusione), in Archeomisteri. I quaderni di Atlantide, a. IV, n. 19, Gennaio - Febbraio 2005. * B. Capone, Attraverso l’Italia misteriosa, Milano 1978. * B. Capone, Quando in Italia c’erano i Templari, Torino 1981. * B. Capone L. Imperio, E. Valentini, Guida all’Italia dei Templari, Roma 1997;. * C. Caselli, Lunigiana ignota, La Spezia 1933. * R. Cavendisc, Enciclopedia del soprannaturale, Milano 1994. * J. Chevalier A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, voll. 2, Milano 1997 * J-E Cirlot, Dizionario dei simboli, Milano 1996. * J. Collin De Plancy, Dizionario infernale, Milano 1969. * G. Conti, Firenze Vecchia, vol. II, Firenze 1928. * M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta, Milano 1993.

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Fantasy

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rari di orrore e smarrimento, Roma 2004, p. 152.

4 Giobbe 30, 29. 5 Isaia 13, 21 - 22. 6 R. Seligman, Lo specchio della magia, Roma 1972,

p. 44. 7 G. Bonomo, Caccia alle streghe, Palermo 1971, p. 43 e segg. 8 N. Lico’, Occultismo, Milano 1978, p. 178. 9 Georgiche II, 507. 10 In C. Lapucci, Dizionario delle figure fantastiche, Milano 1991, pp. 147 - 148. 11 M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta, Milano 1993, p. 112. 12 1 Corinzi, 10, 20. 13 Così anche nei Vangeli Gnostici. Cfr. Vangelo dell’Infanzia arabo siriano, X, 1, in I Vangeli apocrifi, a.c. di M. Craveri, Torino 1990, p. 119; Vangelo dell’Infanzia; Vangelo di Nicodemo I, 1 ... cit. p. 303; Vangelo Armeno XVI 2, ... cit, p. 179; Vangelo di Nicodemo I, 1 ... cit. p. 303; Vangelo di Filippo, 62, ... p. 523. 14 Atti 16, 16-18 15 Talmud, a.c. di S. Cavalletti, Milano 1992, p. 72. 16 Ibidem p. 84. 17 R. Seligman, Lo specchio della magia ... cit, p. 45. 18 N. Lico’, Occultismo... cit, p. 177. 19 P. L. Pierini R., Manuale magico degli spiriti folletti, Viareggio 1989. 20 M. G. P. Arnaldi, Pratiche prodigiose et arcane operazioni per comandare gli spiriti folletti et conoscere da li stessi la sapienza et li secreti, Fiorenza 1609, pp. 39 -40, in P. L. Pierini R., Manuale ... cit. 21 Fra questi ricordo Sinistrati, Manghi e Tilbury. 22 A. Nataf, I Maestri dell’Occulto, Roma 1996, p. 154. 23 C. Marchiaro, Demonologia, Torino 1980, p. 87; C. Di Maria, Enciclopedia della magia e della stregoneria, Milano 1967, p. 399. 24 L. Pruneti, La via segreta. Scritti di simbologia iniziatica e di esoterismo, Bari 2005, p. 129; P. A. Riffard, L’esoterismo, vol. II, Antologia dell’esoterismo occidentale, Milano 1996, p. 1070. 25 C. Lapucci, Dizionario ... cit, p. 17. 26 L. Petzoldt, Piccolo dizionario dei demoni e degli spiriti elementari, Napoli 1995, p. 188. 27 Nel Manoscritto di Lamec che fa parte dei documenti di Qumram, si narra come Lamec, padre di

Noé, ebbe dalla moglie Bathenosh, un figlio alquanto strano, tanto che egli pensò “che quel concepimento fosse dovuto ai custodi sacri”. Nonostante le rassicurazioni della sposa egli rimase incerto, tanto che pregò il padre Matusalemme di visitare Enoc. M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta ... cit, p. 112. 28 Genesi 6, 1-2. 29 Libro dei Giubilei, IV, 15, in Apocrifi dell’Antico Testamento, vol. II, a. c. di P. Sacchi, Milano 2002, p. 140. 30 Libro dei Giubilei IV, 22. Ibidem, p. 142. 31 M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta ... cit, p. 28. 32 Il Corano, a.c. di L. Bonelli, Milano 1976, Sura XV, 27, p. 232. 33 M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta ... cit, p. 90. 34 http://www.levity.com/alchemy/borri.html. 35 P. A. Riffard, Dizionario dell’esoterismo, Genova

1987, pp. 180 - 181.

36 Paranormale, dizionario enciclopedico, vol. I, Mi-

lano 1992, p. 322. 37 Mistero e realtà. Almanacco del soprannaturale nei secoli, Milano 1997, p. 361. 38 Arthur Wrigth giunse ad affermare “non riusciv[o] a capire come un intellettuale del calibro di Conan Doyle potesse farsi ingannare dalla nostra Elsie, che a scuola è l’ultima della classe”. G. Brown, Misteri, Milano 1996, p. 93. 39 Mistero e realtà ... cit, pp. 361 - 362. 40 M. Del Amo Freixedo, Abitanti occulti del pianeta ... cit, p. 44. 41 L. Petzoldt, Piccolo dizionario ... cit, pp. 188 - 189.

P.32: The King’s men, 1996, Utah (foto Paolo Del Freo); p.33: Divinità azteca; p.34-35: Nachtmahr, Johann Heinrich Füssli, olio su tela, 1802; p.36-37: Maschere africane.

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“Costoro non vedono volentieri gli estranei e non fanno cordiale accoglienza a chi venga da fuori”

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l contatto con lo straniero è ambiguo e conflittuale, anche quando il principio dell’ospitalità sembra un tratto caratterizzante di un popolo: ancora una volta, l’archetipo di questa relazione può essere nell’Odissea, dove la dea Atena, sotto l’aspetto di una nobile fanciulla, Nausica, avverte Odisseo che i Feaci, abili naviganti e intraprendenti in mare, in patria trattano gli stranieri in modo non amichevole. Le mura di una città suscitano nello straniero, vagabondo, mercante o soldato, che le scorge da lontano, e incutono stupore e timore; a chi vive entro la cinta offrono sicurezza e contribuiscono a dissipare la paura. Infinite sono le descrizioni dei sistemi di difesa delle città che le letterature dei vari popoli ci hanno tramandato. Non a caso Archiloco ha sintetizzato l’archetipo urbano della fortificazione sentenziando: “La volpe conosce infinite astuzie, il porcospino ne sa una sola, ma la più necessaria” La teoria della “grande congiura” rappresenta una spiegazione dell’epidemia decisamente più “accettabile” e ‘‘ragionevole’’ di quanto non lo siano il castigo divino, le perfide congiunzioni astrali, la malignità delle comete, le esalazioni putride del terreno ed altre consi-

(Omero. Odissea, VII, 32-33)

mili ragioni motivabili con la fisica o la teodicea. Dare un nome ai colpevoli, scoprire le ragioni del loro agire, individuare le loro strategie, descrivere le armi che essi utilizzano significava perlomeno tentare una difesa, mutare la passività in attività, esorcizzare il terrore trasformandolo in odio. Ciò significava portare la guerra sul piano del sociale, territorio più consono alla lotta, piuttosto che scendere a impossibile contesa contro Dio e la Natura. L’idea della “grande congiura’’ si presenta già nel mondo classico (greco e romano) con le stesse caratteristiche di liturgia del sospetto e della vendetta tipiche dei temps du desespoir del medioevo. Le varie raffigurazioni delle strutture difensive presentano tutte un elemento costante: dato che il nemico è lo straniero, colui che viene dall’esterno, queste sono necessarie per respingere la paura fuori dalle proprie mura, per mitigare il naturale senso di insicurezza con il ricorso ad un imponente spiegamento di protezioni, per attutire con opportune precauzioni il ricorrente senso del pericolo ed esorcizzare l’insopportabile ansia di una fine spaventosa tenendo sempre vivo il simbolo dell’infinito spavento. Sarebbe impossibile tracciare una storia delle città senza ricorrere costantemente al complesso delle

relazioni che intercorrono fra il dentro e il fuori le mura, senza tener conto dei passi fortificati, dei ponti presidiati, dei porti protetti e muniti, delle porte difese da innumerevoli congegni di sicurezza, delle torri ben fornite di uomini armati, delle continue interruzioni precauzionali delle vie di comunicazione. Quando, però, questo complesso sistema difensivo si stravolge e si rivolta contro chi lo ha messo in atto ed a lui ha affidato tutte le sue speranze di sicurezza, allora Deimos (il Timore) e Fobos (la Paura) diventano gli dei implacabili del terrore, generano la disperazione, gli uomini smarriti e naufraghi, comprendono che non vi è più alcuna offerta adatta a conciliare le due tremende personificazioni dello spavento, salvo accettare al passivo l’ineluttabile fine. Mai gli uomini avevano dovuto sperimentare questa infinita disperazione nei propri mezzi difensivi. A introdurre ciò nella storia dell’umanità si incaricò la peste: un nemico invisibile, invincibile, inafferrabile che s’era annidato entro le mura donde non fu mai più possibile stanarlo; fu allora che le porte, i bastioni, le torri, i fossati divennero inservibili e restarono a presidiare una città impotente, annichilita dallo stupore che nulla potesse servire ad allontanare la paura ed essere

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l’analogo di quelle mura che per millenni avevano attutito le ansie degli abitanti. La città assediata dall’interno non è più difendibile ricorrendo a complesse opere militari, nè le leggi “scolpite nel cuore dei cittadini” potevano ancora valere. Quando il nemico è fra noi non è possibile non sospettare che esso abbia l’appoggio di qualcuno dei nostri. E’ così che le leggi, perfettamente in grado di tenere a bada - in tempo di pace - i vari corpi estranei alla società (criminali, disadattati, diversi ...) divengono - in tempo di guerra - più rigide, inappellabili, prive di misericordia. E’ però solo nei tempi della disperazione che il sistema giuridico si stravolge e si frantuma, non è più in grado di fornire garanzie, non accetta ragioni, non costruisce e non spiega i dati, ma si limita ai soli fatti interpretati secondo la logica del “ogni evento ha un responsabile”. Si tratta di scovare i colpevoli (l’antica scansione dialettica, tipica della Grecia arcaica, per cui la nozione di causa è uguale a quella di colpa) e punirli secondo l’ineluttabile legge naturale del contrappasso. Essi, i colpevoli, pur abitando la città, non ne fanno parte, sono l’archetipo stesso dello Straniero, colui del quale si ignorano lingua, usi e costumi, mentre si sa per certo che da questi si deve sempre attendere una cieca ferocia omicida ed una inconciliabile furia distruttiva. Costoro rappresentano quella marea fluttuante di emarginati, diversi, disintegrati, devianti che popolano gli spazi lasciati deserti dal mondo dei normali. Sono l’inesauribile

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serbatoio dal quale estrarre i “capri espiatori” nei tempi negati alla speranza. Ebrei e moriscos di cui non si condividono le credenze religiose, non si comprende la cultura ed a cui si invidiano eventuali ricchezze o riuscite sociali, i miserabili ed i vagabondi la cui scandalosa esistenza rinnova costantemente nella memoria dei benestanti un tremendo senso di colpa, i lebbrosi colpiti da un male che troppo tarda a portarli alla tomba e la cui presenza costantemente accresce l’indice della paura e il senso dell’ impotenza contro la malattia, gli eretici destabilizzatori dell’ordine politico e religioso, ed infine le streghe. Se il volto della miseria e la maschera della disperazione sono proprie dei perseguitati, il problema autentico è quello di disegnar il ritratto dei persecutori. Abituati come siamo a scorrere sui libri di storia le lunghe teorie dei “potenti” che hanno fatto abuso della loro autorità contro il popolo, ci dimentichiamo spesso che quella stessa gente costretta, suo malgrado, ad ammettere fra sé i diversi, fu appunto quel popolo che chiese a gran voce che s’accendessero i roghi vendicatori. Fu lo stesso popolo a volersi vendicare, non dei potenti, ma di quella parte di se stesso che non poteva accettare. La vendetta del popolo non è mai indirizzata verso i veri responsabili dell’oppressione, della fame e delle miserie, ma colpisce, a boomerang, la parte dei disperati, dei diseredati, degli affamati e dei miseri. Chi abbia letto con attenzione anche solo alcuni verbali dei processi per stregoneria [e gli analoghi contro

gli appestatori, untori, lebbrosi, congiurati di Satana o al soldo di potenze straniere] non può non essersi accorto, con meraviglia, che è quasi sempre la mucca di un povero a rifiutare il latte o la moglie di un bifolco a diventare sterile, che la tempesta cade sempre sui campi di chi non ha di che sfamarsi, che il sortilegio dell’impotenza colpisce molto di frequente il villano, che è il figlio del contadino a morire di maleficio e la sua intera famiglia di peste, che, infine, al Sabba, a cui partecipano gli abitanti di uno stesso paese, danzano in girotondo (come sarà poi al processo) gli accusatori, lesi nella salute e nella proprietà dagli accusati, i quali a loro volta scambiate le parti, avranno gli stessi identici motivi per ritorcere contro di quelli le stesse imputazioni e i medesimi sospetti. L’onnipresente Satana non vendica i torti subiti dai deboli, risparmia i potenti ed evita di colpire gli oppressori, ma in compenso soffia sul fuoco di una rissa colossale fra miserabili in cui tutti s’azzuffano accanitamente contro tutti. Lungimirante è la miopia del “povero”, il quale ha maggior soddisfazione nella disgrazia di un invidiato vicino che nella morte del tiranno. E’ anche per questo che è difficile credere in uno spirito della vendetta evocato in difesa dei diritti dell’oppresso, mentre è più facile accettare che la “disperazione” possa richiamare dai recessi dell’ istinto le Erinni cieche dell’odio. Ma è un odio individuale, la sorda rabbia del vinto, l’astio che non sa dove sia il suo telos e non può placarsi nello sfogo. L’odio


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collettivo scoppierà quando l’ortodossia, il conformismo sociale e il lealismo politico non lasceranno più alcuno spazio al “diverso” (il quale nel frattempo ha imparato a sentirsi tale). Sono questi i “tempi negati alla speranza”, ossia quando gli ebrei e i moriscos verranno forzatamente battezzati per trasformarli da infedeli in eretici (e di conseguenza per poterli sottoporre alla giurisdizione inquisitoriale), quando gli “eretici” saranno inseguiti dovunque troveranno rifugio, quando senza più misericordia verso l’errore, verrà coniata una nuova definizione di eresia tanto ampia da poter servire anche (e fondamentalmente) per colpire sia la superstizione delle streghe che il dissenso degli eterodossi. Con un’arma tanto ben confezionata la controffensiva al venefico contagio (anche l’eresia e la stregoneria sono spesso definite ‘malefica peste’) diveniva automatica. Le paure che avevano popolato le menti di un popolo abituato a individuare i colpevoli delle sue sofferenze fra gli emarginati dal corpo sociale, non potevano che ritornare ancor più massicce in tempo di pestilenza: Ma anche fuori dai tempi del contagio si fa spazio l’idea della grande congiura. Nel 1321 scoppiò e si propagò in tutta la Francia, dal Sud all’Ovest, una terribile persecuzione contro i lebbrosi e gli Ebrei, accusati di aver avvelenato i pozzi. Dopo la sanguinosa vendetta, voluta ed eseguita o direttamente dal popolo o con il suo attivo consenso, i lebbrosi vennero legalmente segregati a vita e separati dal resto del corpo sociale. “Si diceva - scriveva

un anonimo cronista del XIV secolo - che gli ebrei fossero complici dei lebbrosi in questo crimine: e per questo molti di loro furono bruciati insieme ai lebbrosi. Il popolino si faceva giustizia da sé, senza chiamare né il prevosto né il balivo: chiudeva la gente nelle case, insieme col bestiame e le masserizie, e appiccava il fuoco”.1 La cosa si ripete in modo ancor più feroce in tempo di peste. Quando nel 1347 le galee genovesi, provenienti da Costantinopoli, portarono a Messina il contagio, e la peste si propagò rapidamente in tutta Europa, allora ci si ricordò nuovamente della grande congiura. Mutarono i mandanti (al posto del re di Granada si sostituiscono via via varie potenze straniere nemiche), restarono costanti i finanziatorimediatori (gli Ebrei), mentre si arricchì di nuove categorie sociali la massa degli esecutori (lebbrosi, mendicanti, poveri, folli, eretici e streghe). Un intero mondo di emarginati è assunto al ruolo di capro espiatorio. Nessuno, fra gli appartenenti al ceto popolare, può essere certo di salvarsi dalla persecuzione, proprio perché le guerre, le carestie e le epidemie possono da un momento all’altro far sì che chiunque possa precipitare nel baratro delle classi emarginate. Ogni rapporto sociale sarà, allora, avvelenato dal sospetto, ogni momento della vita segnato dal timore di una probabile denuncia; si ingenera, quindi, un diffuso senso di insicurezza e sulle macerie di una società frantumata dall’intolleranza sorgerà lo spazio storico della disperazione. Il Satana che è dentro di noi, il

demone che abita in ogni uomo, si risveglia ogniqualvolta ci si sente braccati, impossibilitati a chiamare in causa il diritto, incapaci di tollerare il sopruso e l’arbitrio. Non è facile evocare un tale demone dalla coscienza collettiva di un’intera società, bisogna aver sostituito i valori con la confusione, aver proliferato le norme fino al vuoto formalismo, aver fatto del politico lo spazio dell’abuso e della sopraffazione, svuotato la fede dell’emozione d’amore, mortificata e derisa l’intelligenza. Se questo riuscì al potere fu anche perché l’inquisizione religiosa e i tribunali civili, da questo tragicamente emanati, seppero trasformare in disperazione l’inquietudine sociale. _______________ Note: 1 Dom M. Bouquet, Recoeuil des historien de la Gaule... Parigi, 1877-1904. Specie i libri XX, XXI e XXIII contengono le diverse cronache della presunta congiura Ebrei/lebbrosi per avvelenare i pozzi. In breve: Jean l’Archêveque fa pervenire a Filippo V la confessione di uno dei capi dei lebbrosi il quale ammette di aver ricevuto da un ebreo, dietro una somma di denaro e promesse di importanti cariche a vittoria ottenuta, il veleno per inquinare le fonti idriche. Manco a dirlo gli ingredienti del veleno sono dal più al meno gli stessi che ritornano nelle confessioni delle streghe. L’organigramma della grande congiura era così strutturato: il re di Granada, non potendo vincere i cristiani con la forza, ricorre all’astuzia assoldando degli Ebrei i quali a loro volta assoldano i lebbrosi, dopo aver fatto loro abiurare la religione ed averli legati a Satana. A compenso dell’intero affare gli Ebrei si sarebbero prese le ricchezze dei nobili e dei facoltosi cristiani e i lebbrosi ne avrebbero ereditato le cariche nobiliari o religiose. P.32: Bi Ngma Yong (l’Esercito di terracotta), partic; p.39/41: La Grande Muraglia Cinese.

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ono certo che qualcuno, dopo aver letto il titolo dell’articolo avrà arricciato il naso: cosa c’entra il principio su cui si fonda la concezione magica del mondo, “come in alto, così in basso”, con la nascita di una teoria scientifica? Queste due concetti sono talmente lontani tra loro da sembrare ossimori. Eppure il loro accostamento non è poi così peregrino. Cercherò di spiegare il perché. La teoria micro-macrocosmica è un’antica e possente costruzione teorica che unifica le leggi che governano il corpo umano e la sua psiche con quelle che governano il pianeta Terra, e queste due con quelle che governano l’intero universo. “Come in alto così in basso”: quello che accade in ogni luogo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande è soggetto alle stesse regole. Già i primi filosofi greci considerano l’universo come un immenso corpo unico, composto da quattro elementi essenziali: acqua, terra, fuoco e aria. I quattro elementi sono la struttura fondamentale tanto del corpo umano quanto dell’intero universo e, di conseguenza, tutto è soggetto alle stesse regole. I Pitagorici poi, si spingono ancor più nel piccolo e, arditamente, postulano per primi la teoria atomica; tutto l’universo è costituito da unità fondamentali: gli atomi, e sono loro la struttura elementare tanto dei corpi viventi, quanto della materia inanimata Ma forse il primo filosofo a parlare organicamente della teoria micro-macrocosmica, è Platone. Nel Timeo, il grande pensatore ci fa notare che la struttura del nostro corpo ricorda molto quella della Terra: dentro di noi scorrono le acque, rappresentate dai fluidi corporei, vi è l’aria nei polmoni, Il nostro scheletro può essere ragionevolmente accostato alla terra e alla pietra, e se cerchiamo qualcosa che ricordi il fuoco, non ci è difficile rintracciarlo nelle energie che emanano dalla nostra mente. Platone era peraltro molto colpito dal fatto che la forma sferica della testa fosse nettamene diversa dalle forme allungate che caratterizzano il

resto del corpo, quasi a segnare una diversità strutturale fra corpo-materia e mentedivinità. È nello stesso Timeo che Platone ci descrive l’universo come un grande essere vivente, dotato persino di un’ anima collettiva, l’Anima mundi, appunto. Sulla visione micro-macrocosmica del mondo si basa la teoria degli umori, che domi-

nerà per secoli la medicina occidentale: il corpo umano è come la Terra: vive bene se i suoi elementi fondamentali, aria, acqua, terra e fuoco sono in equilibrio armonico tra loro: lo squilibrio di queste componenti porta alla malattia, Ed è compito del medico riconoscere la rottura di un’armonia e porvi rimedio riportando in equilibrio il sistema. Il padre della teoria degli umori è Ippocrate, che la enuncia ispirandosi alla filosofia di Empedocle, ma verrà poi perfezionata dal suo genero, Polybos, e dallo stesso Aristotele. Secondo la teoria degli umori, la terra corrisponde alla bile nera o atrabile, che ha sede nella milza, il fuoco alla bile gialla, o collera, con sede nel fegato, l’acqua al flegma

Scienza che ha sede nella testa, e infine l’aria al sangue la cui sede è il cuore. E se può sembrarci strano quest’ultimo accostamento, non dimentichiamoci che, prima delle scoperte di William Harvey, i medici erano convinti che le arterie trasportassero aria, e non sangue! Insomma, la teoria del micromacrocosmo affascina tutto il mondo antico, mette tutti d’accordo e rappresenta il presupposto teorico a cui si ispira gran parte della filosofia, ma anche della scienza e della medicina dell’antichità. Va tutto bene, almeno fino al Medioevo, quando la teoria cade in una crisi profonda e viene allontanata dai salotti buoni della cultura, perché puzza un po’ troppo di zolfo eretico, con la sua esplicita ispirazione al panteismo e all’animismo. Nel Rinascimento, però, il principio del “come in alto, così in basso” ritorna trionfalmente alla ribalta: con la caduta di Costantinopoli nel 1453 arriva a Firenze il Corpus hermeticum. Si diceva che il documento fosse ancor più antico dei testi di Platone, e che traesse diretta ispirazione dall’antica saggezza egizia. Che l’autore fosse stato lo stesso dio Toth, o qualcuno molto più vicino ai giorni nostri, il documento suscita grande curiosità ad ogni livello, tanto che Cosimo dè Medici, con massima urgenza, ne commissiona la traduzione a Marsilio Ficino, che completa l’opera nel 1471. Il testo esercita una straordinaria influenza su molti intellettuali dell’epoca, da Pico della Mirandola a Giordano Bruno, passando per lo stesso Marsilio Ficino. Ne trae ispirazione certamente l’occultismo, ma anche la scienza dell’epoca. Nella visione ermetica del mondo, ogni cosa nell’universo è legata da complessi rapporti di interdipendenza e influenza reciproca. E il corpo umano non fa eccezione, perché la sua salute e il suo destino sono sotto l’influenza degli astri. La dottrina ermetica determina una rivoluzione silenziosa (e a tutt’oggi ampiamente misconosciuta) nella scienza di quei tempi, che finirà per abbandonare il metodo di

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Scienza studio della natura insegnato nelle università, noto come “filosofia naturale” e adotterà un approccio empirico ispirato proprio alla tradizione magico-alchemica. La filosofia naturale, propugnata dagli accademici dell’epoca, era una dottrina dogmatica che non si basava sulla sperimentazione ma, in puro stile aristotelico, sull’autorità della tradizione. I filosofi naturali non riconoscevano alcuna dignità al metodo sperimentale. Molti maestri della rivoluzione scientifica, invece, ispirati dalle dottrine ermetiche, adottano e sviluppano il metodo sperimentale inaugurando una stagione nuova della scienza. Insomma, possiamo dire serenamente che senza la dottrina ermetica avremmo dovuto aspettare ancora molto per avere Leonardo, Galileo e Newton. Forse l’antico scienziato che più direttamente si ispira alla dottrina micro-macrocosmica è il medico Paracelso. Egli è assolutamente certo che le forze del firmamento influiscano fisicamente e psicologicamente sull’uomo. L’uomo, secondo lui, è un microcosmo completo che contiene in sé tutto l’universo: “non vi è nulla in cielo né sulla Terra che non esista anche nell’uomo, e Dio, che è in cielo, esiste anche nell’uomo, e i due sono Uno”. E, con il suo colorito linguaggio il medico svizzero ci dice: “I miei scritti non sono come quelli degli altri medici, compilati sulle tracce di Ippocrate e Galeno ...io non cito verbalmente le autorità mediche ma faccio appello alla sperimentazione e alla ragione... e le fibbie delle mie scarpe hanno più scienza di Galeno e di Avicenna”. E se qualcuno pensa che Paracelso fosse solo un ciarlatano, ricorderò sommessamente che egli, introducendo in medicina l’uso dei composti chimici, scoprì lo zinco, usò l’ossido di ferro nei sanguinamenti di superficie, i sali mercuriali per le lesioni cutanee della lue, l’acetato di piombo (la buona vecchia acqua vegeto-minerale) come astringente nelle ferite locali e come anti infiammatorio, il potassio azotato come diuretico, lo stagno nelle infestazioni da vermi intestinali, lo zolfo come antifebbrile. E iniziò l’era del-

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l’anestesia utilizzando il laudano, un derivato dell’oppio. E scusate se è poco per un alchimista. Molti altri scienziati di quel periodo attingono a piene mani dalla teoria micromacrocosmica: William Harvey scopre il sistema circolatorio e comprende che il

cuore ha il ruolo di pompare il sangue in tutti i tessuti. Nel suo libro De motu cordis lo scienziato paragona il cuore, motore centrale della vita umana, ad un “sole del microcosmo”. Copernico, nel sostenere la teoria della centralità del sole, invoca nientemeno che l’autorità di Ermete Trismegisto. Chi poi volesse andare a leggere direttamente gli scritti di Keplero, si troverebbe di fronte ad un linguaggio assolutamente magico-ermetico e leggerebbe di “anime motrici”, del Sole come sede della vita e come immagine del Dio Padre. Certo, se rileggiamo le teorie di quell’epoca

con gli occhi della scienza moderna potrebbe venirci da sorridere. Ma è’giusto ridere delle teorie che hanno preceduto le attuali? Certamente no. È sulle macerie delle nostre idee passate che fondiamo quelle odierne. La conoscenza scientifica, si sa, si muove sempre per teorie: oggi nasce una teoria nuova, basata sulle conoscenze attuali, domani, alla luce di ulteriori scoperte, questa teoria sarà sostituita da un’altra. Su questa base Karl Popper ha costruito la sua teoria della provvisorietà delle conoscenze scientifiche: il nostro sapere è sempre provvisorio, è eternamente in movimento. Una teoria è valida non perché più vera di un’altra, ma perché resiste più a lungo ai tentativi di falsificarla. Peraltro ormai, le teorie, in qualsiasi campo della scienza, tendono a durare sempre meno: basti leggere una rivista scientifica di qualche anno fa per accorgersi di quanto rapido sia il turn-over delle nostre conoscenze. Talvolta è sufficiente rileggere articoli di 15-20 anni fa per avere l’impressione di essere tornati indietro di centinaia di anni. E sorridere, quasi come si può sorridere rileggendo Newton che, quando parlava della legge di gravità descriveva il centro del Tempio come un focolare per offrire sacrifici, perpetuamente acceso e attorno al quale gli adepti si riunivano. Dunque è opportuno rileggere con grande rispetto le teorie micro-macrocosmiche, perché sono state molto più che una raccolta di formule magiche: esse hanno rappresentato un potente motore per il progresso della conoscenza umana in un’epoca in cui i due universi, quello della scienza e della magia, non si escludevano a vicenda, come accade oggi, ma convivevano pacificamente, tanto che spesso era difficile distinguere l’uno dall’altro. Ma cosa resta oggi del “come in alto, così in basso” nel patrimonio scientifico moderno? Molto più di quanto si potrebbe pensare. Non c’è dubbio che, dalla scoperta degli atomi in poi, l’ipotesi che materia animata e inanimata, corpo umano e astri celesti, fossero costituiti dalle stesse strutture fondamentali, ha avuto una clamorosa conferma. Dunque, almeno nell’infinitamente piccolo, gli antichi filosofi hanno


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avuto ragione: tutto soggiace alle stesse leggi: le reazioni chimiche che avvengono nelle nostre cellule sono uguali a quelle che avvengono in qualsiasi parte dell’universo. Ma sembra che persino la parte della teoria micro-macrocosmica circondata da una sinistra aura di stregoneria, quella alla quale, con tutta la buona volontà, a molti di noi riesce davvero difficile credere, sia stata inaspettatamente rivalutata da alcune recenti teorie della fisica. Insomma, sembra proprio che eventi che accadono in una parte lontana del cosmo possano influenzare il resto del sistema senza che alcuna energia si

trasmetta materialmente. è quanto afferma, ad esempio, il teorema di Bell. Anche David Bohm, nella sua teoria olonomica della fisica quantistica, ipotizza che ogni parte dell’universo possa improntarsi alle strutture ed ai processi del tutto. Se questo fosse avvalorato sarebbe come dire che aveva ragione Paracelso quando sosteneva che ogni parte contiene il tutto. Del resto, Fritjof Capra ne Il tao della Fisica aveva anticipato questa tendenza già alcuni anni fa. Dunque le ultime teorie scientifiche starebbero inaspettatamente rivalutando l’intero patrimonio di idee degli scienziati premoderni,

tanto che David Roy Griffin parla di un “reincantesimo della scienza”. Insomma, quel semplice e geniale aforisma, “come in alto, così in basso” potrebbe ancora riservarci sorprese ma, in ogni caso, ci ricorderà sempre che, come dice Einstein, “Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste autorità e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dei”. P.42: Carta da gioco rinvenuta in una trincea austriaca durante la I Guerra Mondiale; p.43: Il dio Thoth sotto forma di babbuino; p.44-45: Bassorilievi egizi, Luxor.

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l Golem è una creatura, in particolare, un essere umano, fatta in modo artificiale in virtù di un atto magico, mediante l’uso di nomi sacri”, così, con estrema semplicità, Gershom Scholem (La Cabala, Roma 1982, pag. 353) definisce il Golem, di cui abbiamo la più antica indicazione nella letteratura veterotestamentaria ebraica e poi in tutta una serie di tradizioni di origini rabbiniche che ha diffuso nella dimensione narrativa processi mitici destinati a sfumare in leggende senza tempo. La forma più antica della parola Golem è rintracciabile nei Salmi: “I tuoi occhi videro il mio Golem, nel tuo libro erano scritti tutti i giorni a me destinati prima che ne esistesse uno” (139,16). Indubbiamente, il mito del Golem risulta collegato alle statue e agli automi dotati di propria autonomia che sono presenti nella cultura ellenica e araba e che hanno contribuito alla formazione di numerose leggende in cui mito e tecnologia si amalgamano indissolubilmente. Nella tradizione talmudica il Golem è qualcosa di informe e imperfetto che nella filosofia medievale corrisponde alla materia senza forma. Ad esempio, in una legenda talmudica, Adamo è infatti chiamato anche Golem, che viene anche tradotto con “embrione”. Poiché il termine richiama il verbo avviluppare, piegare, sembra corretto ritenere che esso indichi una cosa avvolta su se stessa, quindi ancora informe; allora il sostantivo può essere utilizzato per riferirsi a ciò che non è ancora perfetto, che è privo di sviluppo, l’esistenza che precede l’essenza. In genere “Golem” indica la materia senza essere: Adamo, nella tradizione cabalistica medievale, è così chiamato nelle prime dodici ore della sua formazione: “Dodici ore ebbe il giorno. Nella prima ora la sua polvere fu raccolta; nella seconda fu impastata in una massa informe (Golem); nella terza i suoi arti furono modellati; nella quarta un’anima gli fu infusa; nella quinta egli si alzò e stette in piedi; nella sesta egli diede agli animali il loro nome; nella settima Eva diventò la sua compagna; nell’ottava essi andarono a letto in due e ne discesero in quattro (cioè con Caino e la sua sorella gemella, mentre Abele e la sua sorella gemella nacquero dopo il loro peccato); nella nona gli fu ordinato di non mangiare dall’albero; nella decima egli peccò; nell’undicesima fu processato; nella dodicesima

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venne espulso dall’Eden e se ne andò” (Sanhedrin, 38 b). Il Golem è una figura che è presente nei libri fondamentali della mistica ebraica: Zohar (Libro dello splendore), risalente al XIII secolo e il Sefer Jezira (Libro della creazione). In linea on la tradizione che affida alla parola il principio creativo, questo essere prenderebbe vita dal nome di Dio e da altre lettere (che debbono però avere un significato particolare), che gli vengono scritte sulla fronte o su un foglio che poi gli viene posto nella bocca. Il procedimento inverso ha invece la funzione di far “morire” la creatura, arrestandone ogni forza. Le versioni della leggenda Sulla base della primitiva versione ebraica sul Golem, sono sorte nel corso dei secoli alcune leggende che, in qualche caso con versioni diverse danno della mitica creatura un’immagine che non è mai univoca: in alcuni casi è un fedele servitore del rabbino che l’ha forgiato, in altri è un difensore degli ebrei, anche se poi nella tradizione letteraria più recente ha assunto connotazioni in antitesi con il primitivo modello e certamente condizionato dal background culturale di figure come la creatura del dottor Frankenstein. Una tra le più antiche fonti sul Golem risale al IX secolo; in essa l’inquietante essere assume connotazioni alquanto originali,

poiché è di sesso femminile, è plasmato dal mistico filosofo Salomon ibn Gabirol (10211058) ed è utilizzato come servo. Il suo costruttore, accusato di stregoneria dalla corte del re di Spagna, fu però condannato a distruggerlo. La tradizione moderna che lo riguarda ha inizio verso la metà del XV secolo con Elijah di Chelm, al quale fu attribuita la creazione di un uomo realizzata con l’intervento divino. La versione più nota è quella ambientata nel ghetto di Praga e che attribuisce la creazione del Golem al rabbino Jehudo Löw ben Bezalel, risalente tra la fine del XVI secolo e l’inizio del successivo, ai tempi di Rodolfo II (1552-1612). L’affermazione della leggenda alla corte dell’imperatore del Sacro Romano Impero non è casuale se si considera che Rodolfo II fu protettore degli ebrei e appassionato di arti occulte e alchimia: peculiarità certamente correlate per la creazione del Golem. Basti qui ricordare le metafore alchemiche che sono presenti in una figura come quella creata dalla semplice argilla, forse espressione di uno stadio iniziale della ricerca di purificazione (cioè quello della materia bruta) diretta a dirigerlo verso stadi più alti che comunque nelle varie versioni della leggenda non sono indicati. Ricordiamo che la versione della leggenda precedentemente indicata, ha origine nella saga polacca del rabbino

Elija Ba’al Schem di Chelm - successivamente attribuita a Jehuda Löw Bezalel - in cui il Golem svolgeva il ruolo di protettore del popolo ebraico. Le motivazioni di questo scontro di attribuzione possono infatti essere dovute alla notorietà del rabbi Löw e il suo legame con Rodolfo II che, come detto, condusse una politica illuminata nei confronti degli ebrei favorendo la diffusione della loro cultura. La versione polacca della leggenda venne riportata in auge da Jakob Grimm (1785-1863) in un articolo del 1808 (Gedancke: wie sich die Sage zur Poesie und Geschichte verhalten) pubblicato sulla rivista Zeitung fuer Einsiedler, che contribuì a diffondere la figura del Golem in vari strati culturali della società. Decisamente inferiore, anche se enfatizzata eccessivamente, l’interpretazione letteraria fornita da Gustav Meyrink (1868-1932) nel suo libro Der Golem (1995): con quest’opera, l’autore conobbe un notevole successo, gettando le basi per la realizzazione di altri romanzi ispirati alle scienze occulte e esoteriche. Lo scrittore austriaco, che alcuni definiscono “iniziato”, anche in relazione ai suoi rapporti con la Loggia Teosofica Stella Azzurra di Parigi, nel I capitolo del suo libro, traccia una descrizione delle modalità che sono all’origine della formazione del Golem, lasciando intravedere in modo chiaro che

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Tradizione la versione ebraica risulta vivificata dalle interpolazioni narrative frutto dell’immaginazione dell’autore. “Viene di solito relegato nel campo delle leggende, fino a quando nelle nostre viuzze non avviene qualcosa che di colpo lo fa rivivere. Per un po’, allora, tutti quanti non fanno che parlare di lui, e circolano le più iperboliche e mostruose dicerie. Si gonfiano, si gonfiano sino all’inverosimile e alla fine si dissolvono nella loro stessa incredibilità. L’origine di questa storia risale al diciassettesimo secolo. Si dice che un rabbino, basandosi su alcuni scritti della Cabala che in seguito andarono perduti, riuscì a dar vita al cosiddetto Golem, un uomo artificiale che gli faceva da servitore, suonava le campane della sinagoga e si occupava al posto suo dei lavori più pesanti. Non era proprio un uomo come noi, ma un essere oscuro, una sorta di creatura vegetale che prendeva vita solo durante il giorno grazie all’influsso di una magica formula scritta su un biglietto che gli veniva posto dietro i denti e che attirava su di lui le forze sideree vaganti nell’universo. Una sera, dopo la consueta preghiera, il rabbino dimenticò di togliergli dalla bocca il sigillo e si dice che il Golem sia stato colto da una furia selvaggia e abbia preso a correre alla cieca attraverso i vicoli bui, distruggendo tutto ciò che incontrava. Finché il rabbino riuscì a gettarglisi contro e a distruggere la formula magica. Il Golem sarebbe allora crollato a terra. Di lui non restò nulla, al di fuori della piccola statua d’argilla che ancora oggi si può vedere nella vecchia sinagoga”. In genere, si possono identificare alcuni punti importanti nello sviluppo della leggenda: a) Il mito si basa su usi e costumi ebraici più antichi, secondo i quali era possibile resuscitare i morti mettendo loro in bocca una pergamena con il nome di Dio; togliendo la pergamena, si allontanava da loro la vita; b) Il mito si collega a leggende di tradizione non ebraica legate all’uomo alchemico, che ha la sua espressione più emblematica nell’homunculus di Paracelso (in un’edizione del Sefer Yezirah del 1502 si usa il termine homunculus in relazione al Golem); c) Il controllo del Golem - che cresce di giorno in giorno - è indispensabile per evitare che si rivolti contro il suo creatore, in questo

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senso “all’idea del Golem si unisce il motivo nuovo del potere scatenato dagli elementi che possono portare alla distruzione e al caos” (G. Scholem, op. cit., pag. 354). La parola che crea Nelle pur diverse versioni della leggenda del Golem, abbiamo comunque una costante:

il potere della parola. Si tratta, come è noto, di una valenza che rimanda alla creazione della vita da parte di Dio (Gv 1,1), ma che rivela comunque tutta una serie di connessioni anche all’esterno della tradizione religiosa. Infatti la parola può essere anche “magica” e avere il potere di trasformare, ma anche di dare la vita alla materia informe. La parola non è solo un elemento fondamentale di comunicazione, con un ruolo pratico e intellettuale molto preciso, ma è carica di valenze simboliche, dotate di una loro specifica forza evocativa. Proprio perché la parola permette di cogliere la realtà nella sua essenza, ha un valore simbolico determinato ad estendersi oltre l’apparenza del significato, producendo immagini e suggestioni che stimolano il nostro immaginario. La potenza creatrice e la forza magica della parola sono “presenti in tutte le cosmogonie mitiche; l’impressione provata di fronte a tutto ciò che è inconsueto, stupefacente, atto a suscitare timore o am-

mirazione trova forma nella parola e, attraverso la parola, si obiettiva in un’essenza divina, questa è inizialmente una potenza indifferenziata, divisa, universale” (E. Cassirer, Linguaggio e mito, Milano 1961, pag. 101). Il fatto di utilizzare la scrittura con tale frequenza da renderla uno strumento abituale del nostro comunicare, ha privato la parola del suo autentico valore naturale. Invece, la storia della scrittura indica con numerosi esempi “come sia sempre ritenuto possibile agire sul reale a partire dalla manipolazione dei simboli, e come anzi l’uomo sia giunto a nutrire un terrore sacro di quei simboli e del loro potere, quasi che, ormai tracciati, essi potessero da sé‚ soli, e senza intervento di altri, scatenare la loro azione” (G.R. Cardona, Antropologia della scrittura, Torino 1981, pag. 154). Preghiere e digiuni precedono la scelta dell’argilla sulla quale sarà pronunciato il Chem hemphorasch (nome ineffabile e tremendo, noto solo agli iniziati) e che in seguito servirà per modellare il Golem, mentre una processione si chiuderà intorno alla materia ancora informe, recitando duecento forme dell’alfabeto segreto. Secondo la più diffusa tradizione leggendaria, per dare vita a quella creatura è necessario scrivere sulla sua fronte le tre lettere dell’alfabeto ebraico aleph, hem, thaw, formando così la parola emeth, verità, mentre per distruggerlo basta cancellare la prima lettera, ottenendo meth che significa morte. “Pur affermando che l’atto creativo sia interamente magico, il primo importante quesito che ci si deve porre è se il rabbino crea un essere puramente magico o se, rispettando l’etimologia della parola adamah-terra, egli riesca a porre in vita una creatura rispettando il mitologema delle origini. La creazione del primo uomo simboleggia la capacità divina di fare luce su ogni lato oscuro del fenomenologico, rischiarando ciò che era vero sia nella quotidianità che nel presente assoluto, in ciò che può dirsi esclusivamente presente. Nel rito si instaurava un rapporto dialettico tra i concetti tragici di essere e apparire, di apollineo e dionisiaco” (R. Bertoni, La leggenda del Golem. Nascita di un mito moderno, Firenze 1997, pag. 14). Il Golem è frutto di un procedimento letterario e alchemico strutturato secondo modelli esoterici tipici di opere come il Sefer


Yezirah: testo mistico che conduce nella parte più profonda del simbolismo ebraico. In questo senso, “con le lettere vengono forgiate innumerevoli catene analogiche, che cingono la totalità dell’essere nel saldo vincolo della conoscenza, e negli anelli di queste catene sono stati congiunti dagli esegeti ebrei, con inesauribile pazienza, nel corso di indagini secolari (...) il cabalista agisce sulla materia dell’alfabeto con lo spirito con cui l’alchimista tramuta i metalli” (G. Busi - E. Loewenthal, Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo, Torino 2006, pag. 367). Nel caso del Golem il processo di conversione tra la vita e la morte è poi effettuato con facilità con il semplice spostamento di una lettera: emeth (verità) scritta sulla fronte del Golem -> cancellazione della prima lettera (aleph) -> ameth diventa così meth (morte). Facilmente si comprende che “la parola emeth attribuisce senso a un oggetto artistico autonomo; nella parola/verità si legge il soffio, lo spirito che i chassidim erano in grado di insufflare alla statua, a un corpo che, in nome della verità, tendeva a esprimere la propria identità con l’essere colto nella sua pienezza ontologica e metafisica. Creando attorno a sé, un proprio ordine delle cose, l’essere assurge a divenire tanto l’oggetto che il soggetto di una visione, di ciò che appare come elemento di raccordo tra la rappresentazione drammatica del rituale e la vita. Nell’espressione letteraria di questo epos artistico il rabbino diviene colui che è in grado di rendere vivo il processo di ideazione” (R. Bertoni, op. cit., pag. 21). Comunque, la parola è all’origine del processo che attiva il meccanismo attraverso il quale la materia assume una propria vitalità, anche se il tipo di “vitalità” ha peculiarità diverse secondo le scelte narrative della leggenda. Emblematicamente, nella versione polacca, il Golem ha soprattutto le caratteristiche delle rappresentazione psichica, mentre nella variante praghese risulta configurato secondo il modello dell’automa, con toni riconducibili al servo che è totalmente in balia del suo creatore. Infatti, non dobbiamo dimenticare che dare la vita con l’ausilio della parola è un modus operandi tipico del creatore divino che, oltre

ad avere un archetipo nel “soffio” giudaicocristiano del Genesi, si rinviene anche in molte culture del passato: “Particolarmente famosi sono gli idoli e le statue cui gli antichi affermavano di aver dato il potere della parola. Tra i greci e gli arabi queste attività sono talvolta collegate a speculazioni astro-

logiche relate alla possibilità di trarre la spiritualità delle stelle in esseri inferiori. Lo sviluppo dell’idea del Golem nel Giudaismo, tuttavia, è lontano dall’astrologia: è connesso piuttosto all’esegesi magica del Sefer Yezirah e alle idee del potere creativo della favella e delle lettere” (G. Scholem, op. cit., pag. 352). In fondo non va dimenticato che nel climax culturale cinquecentesco le attività dirette alla costruzione di entità come il Golem erano percepite come connesse alla magia” (M.G. Losano, Storie di automi, Torino 1990, pag. 51). Nell’essere autonomo creato dal rabbino si amalgamano il sublime e il grottesco, che convivono i una finzione in cui la morte e la vita si inseguono instancabilmente, cercando di prevalere l’una sull’altra. Con il semplice meccanismo della parola, la polvere può conformarsi e diventare materia, così come la forma finita potrà nuovamente ridursi in polvere. Fantoccio impastato e amalgamato miscelando sapientemente i

Tradizione quattro elementi e conteso tra ameth e meth, vive e muore rispondendo alle bizze del suo creatore che usa la parola come un guinzaglio magico. Ma il Golem continua ad essere semplicemente “materia” informe e difficilmente controllabile. È solo massa che anela la forma, ma quando la raggiunge resta allo stadio embrionale, senza futuro. C’è in tutto questo inseguire l’equilibrio dell’apparenza un atto che non è solo magico, ma acquista toni sacrali codificando il sapere rabbinico nel linguaggio del mito. Ne consegue che “il rito che si pone alle origini della leggenda, è celebrativo della figura umana, della sua corporeità, simboleggiata da una statua, destinata a divenire un modello gnoseologico rappresentativo di un’autentica esperienza conoscitiva. Il procedimento ideativo che trasporta dalla materia informe alla visione della statua si prefigura essenzialmente magico. La mitopoiesi supposta come complementare tra il racconto di Adamo e il Golem introduce a una realtà operante in cui si celebrano i valori apotropaici contenuti nella visione estatica” (R. Bertoni, op. cit., pagg. 13-14). L’estasi però si infrange quando il rabbino (che sta al Golem come Dio sta all’uomo) non intende perdere il contatto con la sua dimensione antropocentrica e teme che la creatura possa diventare incontrollabile, invocando un’autonomia pericolosa per l’artifex e i suoi simili. E così, tutto ritorna terra, luogo in cui l’arroganza che fu già di Prometeo, si disperde inesorabilmente, senza però spegnersi definitivamente. Ritorna così il Golem a invocare una possibile forma, simile a quella del suo creatore, per cercare di entrare nel meccanismo della vita e fingersi uomo. Il Signore modellò l’uomo Nel mondo ebraico, il Golem con caratteristiche tali da renderlo “reale”, così come ancora oggi ci appare nelle versioni letterarie, cinematografiche e teatrali che ne hanno utilizzato il mito, risale al XII secolo, ma non vi sono indicazioni concrete di eventuali benefici ottenibili da questo essere. La sua creazione è piuttosto una dimostrazione della capacità umana di dare forma a una creatura autonoma, mediando le conoscenze mistiche con quelle eminentemente an-

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Tradizione tropologiche. In effetti, il Golem esprime chiaramente il desiderio dell’uomo di possedere la potenza creatrice di sentirsi semplice materia, sentendosi simile a Dio e addirittura credersi capace di superarlo in un estremo atto di superbia antropocentrica. Il mito della creazione presenta alcuni temi caratteristici: il modellamento -> l’animazione basata sulla parola -> la ribellione -> la distruzione della creatura. Il modellamento effettuato con la terra e l’argilla rimanda al Genesi: “... il Signore modellò l’uomo con la polvere del terreno” (2,7); secondo una rappresentazione tradizionale, Dio è spesso raffigurato mentre sta plasmando come un vasaio la sua creatura (Rm 9,20-22). Il topos della reazione dell’essere creato contro il suo creatore è stato definito “complesso di Frankenstein”, cioè “il timore della rivolta della creatura contro il creatore riflette il motivo, anch’esso molto diffuso, della rivolta contro Dio: il peccato originale e la disubbidienza e quindi la ribellione al creatore. La creatura diviene quindi maledetta, all’impulso irresistibile che ha portato alla sua creazione si associa il senso di paura e di disagio per l’inevitabilità delle conseguenze che essa comporta” (M. Izzi, I mostri e l’immaginario, Roma 1982, pag. 166). Nel Golem rintracciano i temi

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relativi alla creazione di Adamo, ridimensionati al fine di renderli armonicamente “possibili” all’interno dell’esperienza dell’uomo. Nel Genesi, come abbiamo già visto nei capitoli precedenti, troviamo due descrizioni della creazione dell’uomo. Nella prima (1, 26) è detto che Dio creò l’uomo a propria immagine e somiglianza, senza peraltro definire il metodo adottato, ben espresso invece poco oltre: “... il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (2, 7). Secondo Reik è in questa parte che si offre lo spunto alla nascita del mito del Golem: “ogni traccia dell’elemento femminile è scomparsa: anzi la donna è completamente esclusa dal processo creativo, e ricompare solo come un sottoprodotto dell’uomo, tratto da una costola (o forse dalla coda, visto che la parola ebraica tsela ha ambedue questi significati), come ci racconta più avanti il Genesi (2, 18-25). La donna viene esautorata dalla sua caratteristica più peculiare, il potere generativo, che viene addirittura conferito al maschio” (T. Reik, Psicoanalisi della Bibbia, Milano 1968, pag. 172). Nel Golem ritroviamo dunque anche il malcelato tentativo del maschio di riappropriarsi, del primario potere femminile della creazione. Nell’essere goffo e malfermo che si aggirava nel ghetto, come nei labirinti dell’immaginario collettivo, si espri-

merebbe allora la voglia di rivalsa del maschio affetto dal complesso di inferiorità per la maternità negata? Numerosi psicoanalisti sono convinti che l’humus del mito risieda proprio in questa istanza e che di conseguenza la creazione del Golem, oltre ad essere un tentativo di emulare Dio, sia anche la risposta maschile al potere della maternità. Isolato dalla tradizione esoterica più profonda che lo caratterizza, il Golem diventa soprattutto creatura da sfruttare, da adibire a mansioni scomode e pericolose. Si tratta di una rappresentazione più volte rinvenibile nella cultura talmudica, che, con varie tonalità, si è espressa all’interno della magia medievale: “Se i giusti volessero creare un mondo, potrebbero farlo. Combinando le lettere degli ineffabili nomi di Dio, Rava riuscì a creare un uomo e lo mandò a Rav Zera. Questi gli rivolse la parola; poiché l’uomo non rispondeva, il rabbino gli disse: Sei una creazione di magia; torna alla tua polvere. Due maestri solevano ogni venerdì studiare le Leggi della Creazione e creare un agnello di tre anni, che subito preparavano per cena” (Sanhedrin, 65 b). Si narra che due amorain si avvalessero per dare la vita del Sefer Yezirah (Libro della creazione), un testo costituito da due libri esoterici, il più antico dei quali (datato dal 200 all’800 a.C.) è un’opera considerata taumaturgica e molto popolare nel periodo talmudico.


Il Sefer Yezirah è una sorta di grammatica che considera le lettere dell’alfabeto ebraico “alla stregua di elementi, ma non di un semplice alfabeto bensì della Creazione stessa. Fondamenti della Creazione da intendere, se vogliamo, nel senso dello stoikheion greco, cioè elementi base, contenenti l’attributivo originario e primordiale della parola, di cui Platone, si dice, avrebbe metaforicamente inteso il segno, o suono, in senso fisico. Lettere-elementi, che accrediterebbero la tesi del kabbalista provenzale Isacco il Cieco secondo cui la causa delle lettere deriverebbe direttamente dall’Unico Nome” (A.D. Grad, Iniziazione alla Kabbala ebraica, Padova 1986, pag. 97). Per i mistici ebrei la creazione del Golem non andava però intesa solo come atto simbolico, effettuato in cerimonie collettive con la funzione di evocare l’atto divino della nascita del primo uomo. I partecipanti al rito prendevano un po’ di terra dal suolo e formavano una sorta di statua che poi seppellivano, quindi camminavano intorno al simulacro combinando le lettere dell’alfabeto fino a formare il nome segreto di Dio. A quel punto il Golem sarebbe sorto dalla terra prendendo vita, ma quando il nome di Dio era recitato al contrario la creatura perdeva la sua energia e ritornava alla terra. Secondo una leggenda ebraica, anche il profeta Geremia avrebbe creato un Golem con i suoi discepoli; ma alcuni commentatori sono convinti che in questo mito si riflettano antiche tradizioni sulla lotta contro il culto delle immagini, espressa con la demonizzazione dell’essere creato e destinato a ribellarsi al suo stesso creatore: in questo modo il Golem indica metaforicamente che l’idolatria conduce alla morte dell’anima. Pur con i limiti del comparativismo, è stata suggerita una relazione tra la figura del Golem e gli ushabti, ‘‘coloro che rispondono’’, egizi: statuette di terracotta o legno poste nelle tombe a costituire il corpus di servizio del defunto, destinate cioè ad eseguire i lavori che sarebbero toccati al defunto ed evocati attraverso una formula magica:”Oh Ushabti, se io sarò chiamato, se sarò incaricato dei lavori che si fanno nella città dei morti (...), cioè coltivare i campi, far scorrere l’acqua dagli argini, trasportare la sabbia da oriente ad occidente, allora di’ tu: Eccomi qui” (W.M.F. Petrie, Shabtis, Londra 1935; F.G. Roc, The ushabti: its origin and significance, Londra 1915). Tradizioni relative all’utilizzo di statue che era possibile animare magicamente sono

Tradizione

del resto presenti in molti paesi e nella sostanza ricalcano il modello visto per il Golem. Dal XVII secolo si affermò anche l’idea che questa creatura potesse crescere quotidianamente, diventando difficile da controllare: non rispondeva agli ordini e quando gli era imposto di cancellarsi la lettera aleph, che portava scritta sulla fronte, della parola emeth si rifiutava di farlo. Quest’ultimo fatto rivela “che la crescita del mostro non è solo un fatto dimensionale, ma rispecchia un incremento dell’autocoscienza e della tendenza a cercare la libertà dal padrone”( M. Izzi, op. cit., pag. 171). In tal senso la creatura dimostra di essersi appropriata delle prerogative tipiche dell’antropocentrismo dell’uomo che le ha dato la vita: vuole essere come il “suo dio”, libera da ogni condizionamento e provvista di autonomia. Nelle leggende medievali derivate dalla Cabala il Golem, cresciuto a dismisura, risulta così

grande che quando è cancellata la lettera aleph dalla sua fronte si trasforma in una montagna d’argilla che schiaccia il suo creatore. Per la psicoanalisi egli è l’immagine del creatore: immagine di una delle sue passioni, le quali, divengono così forti che finiscono per schiacciarlo. Anche su un piano simbolico il significato non cambia, il mito mostra quanto sia pericolosa e innaturale l’azione creatrice effettuata senza senso dal comune mortale, poiché l’uomo, parafrasando Mefistofele, ha in sé la libertà del primo gesto - qualunque sia - ma sarà per sempre schiavo del secondo.

P.46-48-49: Fotogrammi dalle pellicole ‘Der Golem, wie er in Welt kam, 1920, diretto da C.Boese e P.Wegener e ‘Le Golem‘ diretto da J.Duvivier, 1936; p.47: Praga; p.50: Lapidi nel vecchio cimitero ebraico (attivo dal 1439 al 1787) a Praga dove è sepolto Judah Loew ben Bezalel, il creatore del Golem; p.51: Ritratto di un Rabbino, Praga, fine XIX sec.

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Archeologia

A

ll'inizio dei tempi il culto dei teschi si inserisce nel più vasto ambito del culto dei morti, cioè la più antica forma religiosa della spiritualità umana, attestata con sicurezza a partire da 70 mila anni prima della nostra era, all'epoca del Paleolitico Superiore e continuata fino alle soglie dell'Età dei Metalli (V-III millennio). Se il corpo era seppellito, in grotta o sotto le abitazioni, il teschio riceveva un trattamento diverso e forse era portato con sé dalla comunità nei suoi trasferimenti. Era praticato un uso detto “doppia sepoltura”, che consisteva nel lasciar scarnificare il corpo e riservare il rito funerario, rinviandolo in un secondo momento, alle sole ossa. Una volta separato dal reMichela Torcellan sto, il teschio veniva collocato in luoghi appositi, circondato da conchiglie e cosparso di ocra rossa. Non conosciamo i dettagli di questi antichissimi culti, ma il significato simbolico è evidente: il colore rosso è significativo della vita, le conchiglie la racchiudono e il teschio in sé rappresenta qualcosa di duraturo che evoca il ricordo del volto del defunto. Questa pratica è attestata in una zona che va dalla Turchia a Israele, in quella che sarà in seguito la parte centrale della cosiddetta “Mezzaluna fertile”. Ne sono testimonianza gli scavi di Catal Huyuk (Turchia) databili attorno al 7000 a.C. e quelli di Gerico (Israele) tra l'8700 e il 6500, ma anche molti esempi analoghi tra la Siria e la Giordania. I teschi erano sottoposti a un trattamento di ricostruzione facciale con l'applicazione di gesso, pietre, conchiglie, colori, in modo da trasformarli in una specie di ritratto o scultura su teschio. Del tutto diverso appare invece l'uso dei primi Celti che conservavano i teschi dei nemici uccisi, ma anche quelli dei loro capi: in questi casi il cranio era ritenuto capace di infondere coraggio e valore in battaglia, oltre ad assumere un valore intimidatorio. La religione cristiana, proprio per ciò che si è appena detto, sembra quanto di più lontano si possa immaginare da simili tradizioni. Il corpo è solo un fragile involucro

Cefalolatria: l’antichissimo culto dei teschi

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D

Antonio c’è

al 15 al 20 febbraio 2010 nella Basilica del Santo di Padova si è svolto un evento religioso di ampia risonanza: l'ostensione del corpo di Sant'Antonio (Lisbona 1195-Padova 1231) nell'occasione della sua sistemazione definitiva nella tomba monumentale del XVI secolo da poco restaurata. Nel periodo dei lavori la preziosa reliquia era stata spostata nella prospiciente Cappella di San Giacomo. L'evento ha attirato circa 200 mila pellegrini da tutto il mondo, con un tempo di attesa di sette-otto ore circa. Una coda lunghissima si è snodata silente e composta per le vie di Padova, al solo scopo di vedere lo scheletro del Santo anche per pochi secondi, dato che i custodi raccomandavano a tutti di non fermarsi, ma di camminare veloci. Il Santo taumaturgo, dottore della Chiesa ma protettore dei poveri, fondatore di istituti di assistenza medica ed economica, in vita e in morte considerato “il santo di tutti”, colui a cui si può chiedere qualsiasi grazia, anche la più frivola, ha come sempre fatto un miracolo, quello della sua stessa presenza, in quell'ora anche fisica. Una basilica aperta a tutti che vive di lui, respira con lui, dove lui è presente sempre e comunque, si è riempita di gente disposta a soffrire qualunque disagio pur di vedere per pochi attimi le sue ossa, uno scheletro nudo in una bara di cristallo, senza gli ornamenti che spesso vengono collocati sui corpi santi, come mitrie e pastorali, stoffe preziose e maschere d'argento. Niente di tutto questo. Antonio era diretto ed essenziale, combattivo e qualche volta


scomodo. Il suo modo di essere rimane; le sue ossa sono solo ossa, il suo teschio che conteneva una mente prodigiosa ora osserva e si fa osservare senza fronzoli, come era nel suo carattere. Nessun favoritismo, nessuna visita fuori orario per alti prelati o personaggi politici. Per chi vuole vederlo solo ore di coda rassegnata, anche sotto la pioggia battente, tutti uguali, cattolici e ortodossi, anche atei che rimangono tali ma lo amano, perfino l'imam che guida la locale comunità musulmana. E per chi non riesce a sobbarcarsi una tale fatica c'è la web cam che trasmette per sei giorni, senza sosta, l'immagine di quello scheletro con un fiume umano che gli scorre attorno e tutto il mondo può seguire in tempo reale, soprattutto in America Latina. Così c'è chi prega davanti allo schermo di un computer e parla con lui guardandolo negli occhi, o meglio nelle orbite vuote del suo teschio. Se qualcuno si chiedesse se il culto dei teschi ha ancora un senso nel mondo contemporaneo qui troverebbe la risposta. Riscattato dai retaggi trogloditici e dagli strascichi pagani della religiosità popolare, superate le istanze spiritistiche dei gruppi occultisti, abbandonate per sempre le componenti templareggianti, ora, nella civiltà globalizzante e informatizzata, il mondo ritrova un'ancestrale e mai sopita attrazione per i resti mortali di uno straordinario personaggio, legato in modo indissolubile a una città, ma condiviso con tutto il pianeta, quasi che una forza “altra”, forse la sua stessa titanica personalità, guidasse gli eventi e volesse in questo modo collegare il passato più cupo e remoto con il futuro più entusiasmante.

che va deposto nella tomba in attesa della resurrezione. Eppure... In realtà fin dal trionfo della religione cristiana, prima nel 313 (editto di Milano, emanato da Costantino) e poi nel 391 (divieto teodosiano di praticare il paganesimo), si assiste al fenomeno della ricerca delle reliquie dei martiri. Vengono intrapresi viaggi in terre lontane, come quello leggendario di S.Grato vescovo di Aosta, che nel V secolo sarebbe partito alla volta della Palestina alla ricerca del cranio di S. Giovanni Battista, riportandolo a Roma e avendone in premio la mandibola da conservare nella sua città. Quella del teschio del Battista è una reliquia ambitissima al punto che ne sono attestati una decina di esemplari, come a Roma nella chiesa di S.Silvestro in Capite e ad Amiens in Francia, oltre ad altri frammenti minori. Spicca su tutti quello conservato a Damasco nella basilica bizantina a lui dedicata, sorta sulle rovine del tempio di Giove e trasformata nella Grande Moschea a partire dal 705 per volontà del califfo AlWalid. La reliquia è tuttora venerata dai musulmani e si trova in una grande tomba a cupola rivestita di seta verde, il colore sacro a Dio. Del resto la scoperta nell'anno 813 di un cranio attribuito a S.Giacomo Maggiore sulle coste della Spagna sta all'origine della nascita di uno dei più celebri santuari del Medioevo, Santiago de Compostela, verso il quale si dirigevano folle di pellegrini da tutta Europa. Il teschio quindi, più di ogni altra parte del corpo, è oggetto di venerazione e si crede che la protezione del santo nei confronti della comunità sia più efficace. Quindi il valore “sociale” del teschio nell'Europa cristiana non è molto diverso da quello che gli era attribuito nella preistoria. E' significativo che all'epoca delle crociate, quando la caccia alle reliquie era diventata più frenetica, con l'aggiunta dell'oriente mediterraneo quale campo di ricerca, alcuni concili cercassero di porre freno a questa attività e al commercio che ne derivava. Era considerato normale che si smembrassero i corpi santi, affinché un maggior numero di persone usufruissero dei benefici elargiti dalle reliquie e il teschio, in quanto sede della vista e della parola, era ritenuto più pregevole. La suggestione era tale che nel processo contro i Templari cominciato nel 1308 il culto del teschio, il cosiddetto Bafometto, divenne addirittura un capo di imputazione, anche se non vi sono certezze su cosa fosse in realtà. Le ipotesi spaziano dal reliquiario a forma di testa, come ce n'erano tanti, a una vera testa forse mal conservata e attribuita

Archeologia al primo Gran Maestro, fino a un oggetto trovato in oriente e collegato a qualche pratica eretica. Sta di fatto che sul Bafometto si è favoleggiato a lungo. L'Inquisizione sembrerebbe dover porre fine a queste pratiche. Un'istituzione che indagava anche, e soprattutto, sui pensieri, come poteva accettare la persistenza di retaggi arcaici? Eppure... Infatti la religiosità popolare ha una potenza e una costanza che nessun tribunale potrebbe contrastare. Così il culto dei teschi si nasconde in certe catacombe segrete, frequentate da pie donne lontano dagli occhi dei difensori dell'ortodossia. A Napoli si afferma allora una pratica singolare, quella di “adottare” un teschio. Lo scenario è quello di antichi ossari, di morti ignoti a cui nessuno pensa più, le cosiddette “anime pezzentelle”. Questi teschi vengono lucidati e infiorettati, soprattutto se, grati del trattamento, si sono fatti conoscere in sogno dalla devota, la quale gli racconta tutte le sue angustie e lo prega di aiutarla. Spesso funziona e gli aneddoti sugli interventi di queste anime, ora non più dimenticate, sono numerosi. Si ripete così l'antica storia del “morto riconoscente”, tipica della narrativa horror. Erano numerosi i sotterranei napoletani meta di questi pellegrinaggi prima della proibizione vescovile nel 1969: soprattutto Fontanelle e Purgatorio ad Arco frequentati in maniera assidua, ma anche S.Gaudioso dove si trovavano i colatoi a forma di sedile per la decomposizione e S.Gennaro. Ne rimangono attualmente le visite guidate, che inseriscono questi luoghi di macabra attrazione all'interno di itinerari storici nel sottosuolo pluristratificato della città. Chissà se le “anime pezzentelle” gradiscono il cambiamento. Essere fotografati, ma non amati, è tutta un'altra cosa. _______________ Bibliografia P.De Ciuceis, Napoli sotterranea, in Napoli Sport, 1.3.2010 M.Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol.1, L.Filangeri, Arte e culto dei morti nel Mesolitico nel Vicino Oriente, in Paleolithic Art Magazine, ottobre 2003 A.Giacomini, Chinon. L’estremo messaggio templare, Bari, 2004 J.Ries, Introduzione, in Le civiltà del Mediterraneo e il Sacro, Trattato di Antropologia del Sacro, vol.3, Milano, 1991 L.V. Thomas. Il sacro e la morte, in Le origini e il problema dell'Homo religiosus, Trattato di Antropologia del Sacro, vol.1. Milano, 1989 P.52: Cripta nel cimitero di Marville, Lorena; p.52-53: I resti di sant’Antonio durante l’ostensione a Padova.

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om’è noto nel 2009 il film catastrofico di Ronald Emmerich 2012, realizzato con effetti speciali senza precedenti, ci ha presentato lo scenario allarmante di una prossima apocalisse in cui l’improvvisa e inattesa recrudescenza di un’attività solare di particolare intensità innesca nel nucleo centrale della Terra una sorta di sconvolgente processo del tipo “effetto forno a micro-onde”, per il quale il magma del nocciolo del pianeta, surriscaldandosi progressivamente, causa un aumento di pressione ed il graduale e sistematico sfaldamento della crosta terrestre e quella alla base delle masse continentali in particolare. L’effetto è devastante: in USA salta la caldera dello Yellowstone e si frammenta la Faglia di Sant’Andrea facendo scivolare la California nel Pacifico; e un po’ dovunque terremoti, colossali eruzioni vulcaniche, immani tsunami di portata planetaria, abbassamenti e innalzamenti delle zolle tettoniche terrestri si manifestano senza preavviso, mentre intere metropoli sprofondano, le masse oceaniche inghiottiscono la terraferma e le vittime si contano ovunque a miliardi. Roma viene distrutta come Parigi e Rio de Janeiro, con il premier in carica (che non è Berlusconi, per la cronaca) ed il Papa (che non è Ratzinger) che scel-

gono di restare al loro posto fra la gente ad attendere stoicamente la fine. Anche il presidente USA (un nero che non è Obama) farà lo stesso. Nobile, seppur patetico e poco credibile. Beninteso, nondimeno la catastrofe non coglie del tutto impreparati certi ambienti istituzionali in tutto il mondo. Infatti, ben oltre i pur significativi calcoli astronomici e matematici dei Maya, che per il dicembre del 2012 indicano la fine dei cicli del tempo dell’uomo, il fenomeno viene compreso e previsto scientificamente con un certo anticipo da alcuni scienziati che peraltro vengono utilizzati nella attuazione pratica e riservata di un piano segreto di emergenza teso a salvare limitati ma definiti quantitativi dell’umanità con la costruzione di alcune “arche” atte a preservare campioni di flora, fauna e di popolazione umana selezionata per il dopo-catastrofe. Essendo impossibile prevedere il dove ed il quando degli effetti distruttivi di eruzioni, terremoti e tsunami di portata planetaria, la scelta delle autorità è cinicamente obbligata e a senso unico: silenzio assoluto sui fenomeni incombenti in nome dell’ordine pubblico e dell’incapacità di gestire una crisi di tale estensione, eliminazione di chiunque avendo compreso il tutto si azzardi a dare l’allarme innanzi tempo innescando il caos generale e segreto

totale sulla realizzazione di un piano di salvaguardia di minoranze selezionate. L’intero scenario è realisticamente dominato dall’intelligence, dai militari e dai politici in nome del segreto di stato. E va da sé che - come da sempre avviene immancabilmente in ogni evento epocale - i potenti e i ricchi (grazie ai cui finanziamenti nella fattispecie le “arche” vengono realizzate) in buon numero si salveranno comunque a scapito dell’uomo comune. E quando il fato infine si compie, dall’olocausto globale si salveranno solo alcune “arche” e limitate aree della superficie terrestre per un mondo nuovo pieno di rinnovata speranza per un futuro migliore. Lieto fine nonostante tutto. Fantascienza e puro spettacolo teso ad esorcizzare i timori della fine del mondo, si dirà. Certo. Solo che... Forse non è proprio tutto pura e semplice fantasia. Anzi. Già prima dell’uscita della pellicola di Emmerich, infatti, erano filtrati alcuni dati dalla comunità scientifica internazionale, e non propriamente rassicuranti. Vediamo dunque di cosa si tratta. Prima, però, chiariamo un punto una volta per tutte. I Maya non hanno previsto nessuna catastrofe o fine del mondo. Hanno

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solo individuato con i loro calcoli matematico-astronomici per il dicembre del 2012 il termine conclusivo di più cicli cronologici alla base della loro storia del mondo e dell’uomo. In altri termini, si chiude un ciclo (che coincide con la chiusura di cicli minori in esso compresi) e se ne dovrebbe quindi, a rigor di logica, aprire semplicemente un altro. Quale sia e cosa presagisca nessuno sa o ha detto. Tornando alla comunità scientifica, a suo tempo in Italia ha fatto molto discutere la pubblicazione (in un’intera pagina del giornale) da parte del quotidiano La Repubblica dei dati di fonte NASA raccolti da alcuni scienziati che prevedono per i prossimi anni (non necessariamente il 2012, dunque, ma comunque nell’arco di circa un decennio) un picco anomalo dell’attività solare. Sia chiaro, il fenomeno non è nuovo, è ciclico con un periodo variabile di vari decenni e si è verificato più volte nella storia senza conseguenze particolarmente allarmanti. L’enorme energia solare liberata in tali “picchi” non ha infatti incenerito nessuno sulla Terra e non lo farà neanche domani. Però adesso le cose stanno diversamente. La nostra civiltà oggi è fondata sull’elettronica e l’informatica. E potrebbe innescarsi con estrema probabilità uno scenario tutt’altro che roseo. Infatti una tale emissione solare potrebbe con estrema facilità mandare in tilt l’intera rete satellitare che ammanta la Terra a varie quote orbitali. Si

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tratta di migliaia e migliaia di satelliti, che una volta “accecati” e resi inservibili avrebbero l’effetto di azzerare la maggior parte delle telecomunicazioni sul nostro pianeta. Addio dunque alla telefonia cellulare, alla TV via satellite, ad internet. E forse non è tutto. Se l’emissione fosse poi di inusitata potenza, infatti, si potrebbe perfino ipotizzare la compromissione delle strumentazioni elettroniche e perfino degli apparati elettrici in genere, condensatori e batterie comprese. Avete letto bene. Il film di Emmerich ha comunque preso spunto da una serie di elementi oggettivi. Notoriamente esistono gruppi catastrofisti che accusano enti istituzionali o grandi gruppi industriali di costruire grandi strutture protette ed interrate di non chiara destinazione in America, Europa e Australia per attuare un non dichiarato “piano di emergenza” a protezione di governi e catena di comando in caso di scenari catastrofici globali non meglio identificati e di avere ad esempio - edificato alle Isole Svalbard nell’Artide la “Banca Mondiale dei Semi” a salvaguardia della flora terrestre sempre in una eventualità del genere; e così pure vi è chi punta l’indice contro sismologi e vulcanologi che a dispetto dell’apparentemente intensificarsi dei fenomeni tellurici su scala globale continuano a sottostimare la questione viceversa in apparente crescita. Ciò in nome di questioni di ordine pubbli-

co. E vi è anche chi ha attirato l’attenzione sulla possibilità dell’avvicinarsi ai pianeti interni del Sistema Solare (Terra compresa) di masse con orbita anomala provenienti dalla Nube do Oort oltre Plutone. Che si tratti di un pianeta come il fantomatico Nibiru tanto di moda su internet, ovvero di quello indicato col nome di Eris o anche di un preteso corpo stellare di piccole proporzioni (la famigerata Nemesis o la “nana bruna” che costituirebbe il compagno occulto del Sole in un insospettato sistema binario), a tale intruso si dovrebbero far risalire tutta una serie di anomalie geologiche, idrosferiche ed atmosferiche ultimamente segnalate e in apparente crescendo, verosimilmente dovute proprio a tale interferenza. Prove concrete e definitive? Quasi nessuna. Però nessuno può escludere nulla. Di qui gli spunti per una pellicola quale 2012. Ma tornando allo scenario che si potrebbe dire il meno catastrofico in assoluto, chiunque è in grado di capire che l’eventuale azzeramento della rete satellitare e delle strumentazioni elettroniche ed elettriche sarebbe davvero una catastrofe globale di portata colossale: il caos sarebbe infatti totale e completo nelle comunicazioni, negli approvvigionamenti, nel settore energetico, sanitario e in quant’altro. Infatti si tornerebbe brutalmente alla tecnologia di fine Ottocento - inizio Novecento, con le grandi città fatalmente ridotte a


Filmografia

trappole dove la concentrazione delle masse innescherebbe all’ordine del giorno comportamenti devianti e violenti. Lo stato di diritto entrerebbe in crisi e ci si dovrebbe difendere da soli. L’esistenza sarebbe ancora vivibile nelle campagne e nei piccoli centri, su base curtense e pratica, con la creazione di “comunità di sopravvivenza” e rivalutando il singolo e le sue precipue capacità e conoscenze individuali a livello sia culturale che tecnico. E prima di tornare alla “normalità” precedente al globale “impasse” così prodottosi occorrerebbero decenni. Considerate in effetti l’immane

sconquasso che una banale eruzione in Islanda ha avuto di recente sui collegamenti aerei e sulla vita di tanti. Semmai c’è da chiedersi se un evento seppur destabilizzante che riportasse la nostra realtà fasulla a base di cellulari, internet e TV a dimensione d’uomo e di singolo sarebbe poi davvero un gran male. Nondimeno chi vive la Massoneria nei suoi principi concreti non dovrebbe in effetti farne un dramma. Anzi. Non preoccupatevi troppo per il film di Emmerich, dunque. A preoccupare è semmai quest’altro scenario, meno fantastico e ben più verosimile. Si verificherà?

Già, ma anche nel caso chi mai oserebbe ammetterlo e preannunciarlo innescando così il panico universale? Forse le cose alla gente vanno dette per metafora. E se un tempo venivano usate le parabole, oggi viene invece usata Hollywood per dire senza dire. Come forse non a caso recita sibillinamente e significativamente lo slogan sul poster del film 2012, “Eppure fummo avvisati. Tutti”. Solo che nella pellicola nessuno viene avvisato. Emmerich invece lo ha fatto. P.54/57: Fotogrammi dal film ‘2012’.

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Reminiscenze

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M

olti si cimentano in scritti e discussioni per definire cosa sia stata secoli fa la ‘‘stregoneria’’, pochi comprendono ciò che oggi rimane, dopo secolari persecuzioni di questa tradizione che ha seguito il cammino dell’Uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra. Anche la nostra Obbedienza, non più tardi di un anno fa, a Triora, ebbe modo di discutere con buoni risultati di questo fenomeno, con il grande contributo di studiosi e affermati antropologi. Si discusse di streghe e stregoneria nella storia, soprattutto del periodo delle grandi persecuzioni, come fosse un fenomeno accidentale di un certo periodo storico e non come una “fede” vissuta da parte di parecchi di loro. Resta assolutamente vero che la maggior parte delle presunte “streghe” cadute nella voragine dell’inquisizione, non erano altro che povere persone malnutrite e vessate, “erbarie” che cercavano di lenire i mali fisici, levatrici la cui colpa aberrante, secondo i “santi” inquisitori, era di lenire la sofferenza delle partorienti: questo era un grave peccato davanti al loro Dio. Per questo, nel medioevo, la “Strega” era diventata un simbolo di resistenza pagana, affermando il diritto a desiderare una felicità terrena, in opposizione ai mistici straccioni che offrivano il cielo in cambio di una vita di sofferenze e ingiustizie, subite a gloria di un Dio troppo lontano o completamente assente. Poi, come sempre accade nella storia umana, tutto procede per adattamento. Oggi, ciò che un tempo veniva chiamata “stregoneria”, ha riscoperto un nuovo vigore, proprio perché nata con l’Uomo e a sostegno dell’Uomo, non imponendo nulla di ciò che non poteva comprendere. Al suo posto è nata la “tradizione Wicca”. Tradizione questa, formata da “piccoli misteri”, e per certi versi, scimmiottante la vera e potente Antica Religione, mantenendone unicamente i cicli lunari e la cosiddetta “Ruota dell’Anno”, formata dalle Feste legate all’agricoltura: 31 Ottobre (Samhain), 2 Febbraio (Imbolc), 1 Maggio (Beltane), 1 Agosto (Lughnassad). Vi sono poi le Feste legate al Sole e al suo movimento, parliamo degli equinozi e dei solstizi: Yule (datata intorno al 21 dicembre, Ostara(datata intorno al 21 Marzo), Litha (datata intorno al 21 Giugno e Mabon (datata intorno al 21 Settembre). Questa tradizione neo-pagana nasce da Gerald Brosseau Gardner nella metà del XX secolo, ma questo personaggio non fu il solo “padre fondatore”. Egli, come altri con lui e dopo di lui, attinsero a piene mani da discipline già preesistenti e da


Reminiscenze

studi compiuti sul territorio da eminenti studiosi come Charls Godfrey Leland (autore del noto Etruscan - Roman Remains in Popular Traditions tradotto in italiano col nome di Il tesoro delle Streghe: i segreti della magia Etrusco-Romana e del più discusso Aradia: the gospel of Witches tradotto in italiano col titolo Aradia, il vangelo delle Streghe. Altra autrice fondamentale nella costruzione delle radici della Wicca è certamente Margaret Alice Murray, egittologa e studiosa di stregoneria, che pubblica molti testi sulla stregoneria, tra i quali God of The Witches nel 1931 e tradotto in italiano col titolo Il Dio delle Streghe, caposaldo delle sue teorie. Altro personaggio importante Wiccan, sicuramente, fu Doreen Valiente, già Grande Sacerdotessa di Gerald Gardner. Da questo periodo in poi la Wicca ormai afferma il diritto di esistere come religione, non più solo come puro esercizio spirituale. Ma con l’immettersi anche di personaggi del calibro di Aleister Crowley, la Wicca subisce forti “contaminazioni” di carattere magico-evocativo, per niente inerenti alle radici dell’Antica Religione. Questa è una differenza fondamentale che merita di essere approfondita. La spiritualità, come sappiamo, mira alla conoscenza e allo sviluppo dello “spirito” dell’individuo, con tecniche diverse e variamente elaborate. La religione ha invece lo

scopo di accompagnare l’uomo nell’esperienza diretta col Divino, sperimentata dall’individuo in prima persona. Per mia conoscenza, la grande differenza tra l’Antica Religione e la “wicca” è che nella seconda si possa “accedere” ad una pletora di divinità pagane, mentre nell’Antica Religione si riconoscono due principi generanti: il principio femminile ed il principio maschile, con un “neutro” che rappresenta l’equilibrio, cioè l’Androgino. Vi fu un tempo in cui l’uomo non era nemico della natura, un tempo in cui egli viveva nelle vene e nella carne della Grande Madre, della quale si nutriva, e alla quale ritornava. Nella storia dell’Antica Religione, l’individuo, anche nella morte, viene rappresentato come un feto nel grembo materno, che ripercorre le tappe evolutive della rigenerazione, in simbiosi con la natura. Egli è l’universo e per questo motivo non teme la morte. Nell’Antica Religione vi è il desiderio di fondersi con le forze elementari, compiere riti e feste scanditi dai ritmi lunari e solari, identificarsi con gli animali o gli alberi al punto di fondersi in essi, di chiedere la felicità come diritto naturale, senza pregare, per averla, potenti o sacerdoti di qualsivoglia religione. P.58: Rebis con squadra e compasso; p.59: Eretici, streghe e roghi dell’Inquisizione.

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Horror

È

stato detto che un santo è una persona che ad ogni bivio che si apre davanti ai suoi passi sceglie la via migliore. Così come un uomo veramente malvagio è colui che sceglie sempre la peggiore. Nel 1897, l’irlandese Bram Stoker pubblicò il più famoso romanzo dell’orrore in lingua inglese: “Dracula”. Nacque così un personaggio leggendario: Il conte Dracula. Si documentò sui libri, alla ricerca di leggende e tradizioni sui vampiri, e quello che trovò fu il principe Vlad Tepes III Dracula, un personaggio crudele, vissuto veramente quattro secoli prima in Romania. Il principe Dracula nacque in Transilvania, nel 1431, figlio di una principessa ungherese e di Vlad Drakul, principe di Valacchia, il cui soprannome era Tepes (Impalatore), dovuto alla crudeltà con la quale eliminava i suoi nemici. Dal padre ereditò il nome Drakul, che indicava l’appartenenza all’Ordine del Drago, un ordine cavalleresco voluto da Sigismondo re d’Ungheria per combattere le eresie; per molti invece Dracula voleva dire Diavolo, per la fama sinistra che lo accompagnava. Il principe Dracula era un uomo crudele e spietato, che fece impalare i suoi nemici in ogni angolo del paese, compreso quello che è ancora conosciuto come il Castello di Dracula. Ovunque andasse seminava morte e distruzione e sicuramente per questo il suo nome è diventato sinonimo di essere misterioso e malvagio. Narra la storia che alla sua morte la sua testa, da sola, fu esposta alla folla ad Istanbul, invece il suo corpo decapitato fu sepolto in un monastero sull’isola del lago Snagov, vicino Bucarest. Un secolo fa è stato trovato uno scheletro, con i vestiti di velluto rosso e bottoni d’argento con emblemi tipici di sepolture nobili, che non hanno però permesso una vera identificazione, anche se c’è chi sostiene che tra gli oggetti portati al Museo di Bucarest e poi spariti, ci fosse un anello con inciso il simbolo del Drago; invece si dice che nel 1931, 500 anni dopo la sua nascita, quando la tomba è stata riaperta, al posto del cadavere decapitato di Vlad III sia stato trovato lo scheletro di un cavallo; questa incertezza sulla fine del suo corpo non ha fatto altro che alimentare la leggenda di un vampiro,

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Horror

di un non-morto costretto in eterno tra la vita e la morte. Sono state catalogate ben 55 specie di vampiri e, di queste, moltissime sarebbero originarie dei paesi dell’Africa e dell’Est Europa. Sappiamo bene che si tratta solo di leggende sorte intorno a loro, come esseri che vivono succhiando il sangue degli uomini e possono provocare pestilenze, rendere sterili, uccidere chi li nomina, sostituire i cuori, trasformarsi in animali ecc. Personaggi negativi dunque, eppure sempre presenti, che ci affascinano con i loro racconti, forse perchè condannati all’eternità, quindi padroni di quell’immortalità cui l’uomo da sempre aspira. Il vampiro si nutre del sangue dei vivi, che è principio vitale; nella tradizione esoterica con il sangue anche le informazioni genetiche dell’individuo verrebbero trasferite, ma la vittima dovrebbe esserne consenziente, anche inconsciamente, e per questo la figura del vampiro sarebbe, a modo suo, seducente ed il contatto con lui avrebbe qualcosa di erotico. Una creatura quindi che dà corpo alle tensioni della società costituendo una minaccia erotica e misteriosa in grado di sfoderare un fascino perverso e scuotere la sessualità repressa e soffocata. Figura che tra incarnazioni storiche e folklore millenario affonda le proprie radici nella psiche umana, alimentata da due paure ancestrali fuse nell’immagine del cadavere che ritorna a suc-

chiare il fluido vitale dell’umanità: il terrore della morte e la corrispondenza fra sangue, vita ed energia riproduttiva. Il redivivo non accetta la morte, la sepoltura, la quiete della tomba e la decomposizione, bensì tormenta e ossessiona l’inconscio dei sopravvissuti, che cercano di dimenticarlo, sempre tornando nella comunità per aggredire giovani fanciulle (simbolo della vita) suggendone il sangue (ossia la vita stessa). È il rifiuto della dimensione del corpo raggelato nel cadavere, la difficoltà di accettare l’inaccettabile, l’impossibilità di adattarsi alla morte. Nel corso della nostra storia più recente hanno sempre avuto un peso preponderante tanto la paura della morte quanto la perdita d’identità nella società. Si è cercato di trattare tali argomenti per vie indirette, in un’ottica simbolica e onirica, per mantenere quella giusta e rassicurante distanza verso tematiche traumatizzanti. Ecco il perché della fortuna, letteraria prima e cinematografica poi, della figura del vampiro, così come di altri famosi mostri. Questi mostri caratterizzati dalla propria immortalità, vivono consciamente tale situazione con dolorosa sofferenza. Il vampiro è l’emblema di tale stato: solo, condannato a vivere nell’oscurità della notte o di una bara, alla ricerca continua di una compagna con cui condividere tutto ciò. Ma l’immortalità e la solitudine del mostro è strettamente

legata al fatto che per sopravvivere ha bisogno di distruggere il prossimo, di dissanguarlo per vivere a sue spese, sminuendo il significato della vita altrui. È molto spesso un personaggio estremamente sensuale, aristocratico e decadente, personificazione di una nobiltà parassitaria che vive di rendita succhiando il sangue dei propri simili. Dotato di fascino e bellezza fisica si adopera per conquistare il cuore, la mente, l’anima della vittima designata, normalmente una giovane donna dal passato oscuro e tormentato (Eros e Thanatos) e si accompagna spesso ad un’altra persona trasformata in demone dal suo morso e sottoposta ad una lenta e inarrestabile decadenza fisica, che si contrappone alla sempre giovane e florida immagine del vampiro. Il vampiro, il non-morto, colui che ancora non ha trovato una sua posizione razionale all’interno delle grandi categorie elaborate dall’uomo per dominare il mondo circostante (non fa parte né del mondo dei vivi, né del mondo dei morti), è la personificazione di ciò che è irrazionale, non classificabile, quindi non comprensibile dalla ragione, sfuggente e per questo pericoloso. La vittima rappresenta l’homo faber, dedito al lavoro, visto come fonte di soddisfazione dei propri bisogni, che crede profondamente in una morale ed etica religiosa e soffoca le proprie

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Horror emozioni e sentimenti sotto comportamenti razionali, dettati dal buon senso ma anche da limiti autoimposti, dalla moderazione alla repressione sessuale. Ma un qualcosa di incontrollabile cova dentro di lei, un’energia di cui non conosce razionalmente l’origine: superstizioni e passioni emergono a livello di coscienza sotto forma di presenze demoniache, sintomi di quella parte della sua personalità oscura, libera, anarchica e sfrenata, tenuta repressa dalla società contemporanea. La vittima è lusingata, circuita, contagiata dalle arti di seduzione del vampiro: prima le toglie tutto quello che ha, le proprie sicurezze e convinzioni, poi le dà tutto quello che le serve. Suadente, affascinante, insinuante, persuasivo s’incunea tra le debolezze della vittima per attrarla inesorabilmente a sé. Assistiamo all’ennesima personificazione del vecchio conflitto tra il Super Ego e l’Es, il “principio di realtà”, l’agire secondo i dettami della logica e della propria cultura di riferimento, e il “principio di piacere” basato sull’appagamento istantaneo dei propri bisogni e desideri più intimi, del conflitto tra mortificazione ed appagamento, tra apollineo (la Creatura di intelletto, moralità, nobiltà, “da sempre in cammino sulla via della propria elezione”) e dionisiaco (il Dio delle baldorie e dell’appagamento fisico, il lato scatenato della natura umana). Nel caso del vampiro viene seguito un procedimento fatto di allusioni e desideri repressi: “Hai una fame che non viene mai saziata ed un bisogno che non viene mai appagato” sussurra il vampiro alla vittima, durante la fase della seduzione, portandola in una dimensione di completo appagamento fisico, di esaltazione mistica e psichica. “Andare in posti dove non sei mai stata, provare cose che non hai mai provato; io posso darti tutto questo , un mondo ove nessuno ti giudica per quello che provi.”

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Questa è la grande tentazione! Labile è il confine tra dovere, potere e volere e assai debole è la resistenza alle tentazioni degli istinti, dell’inconscio che preme dal profondo della psiche, soprattutto se privati di strumenti di difesa quali la fede in Dio. Ma il contagio cui è sottoposta la vittima segna anche un nuovo inizio che provoca in lei un forte senso di disorientamento. “So che all’inizio spaventa poter fare quello che si vuole” la rassicura il vampiro. Poter fare ciò che si desidera, in qualunque momento, ovunque,

impunemente, senza dover rendere conto di nulla a nessuno è il potere, la forza che offre la nuova dimensione. Ma tutto ha un prezzo e il suo è la condanna alla giovinezza eterna, al disprezzo dell’altrui vita per potersi sfamare, ad un mondo fatto di buio, notte, ombre, solitudine. La luce non perdona le creature dell’ombra come i vampiri, condannate alla tenebra, a rifuggire soprattutto il chiarore dell’alba e lo splendore del sole meridiano. Questo processo di metamorfosi e di sdoppiamento si articola generalmente

in un’unica sceneggiatura: l’uomo diventa immagine mostruosa di se stesso, una creatura mista umana e vampira, in cui convivono e lottano tra loro natura e cultura, ordine e caos, logica e passione, desiderio di libertà e inibizioni represse. Le nostre reazioni ai mostri sono contrastanti: la lotta tra la parte buona e quella cattiva di uno stesso individuo è uno dei motivi ricorrenti. In questo modo ci rendiamo conto che quello che vediamo sotto forma abnorme non è semplicemente una manifestazione esteriore del Male, ma di qualcosa di mostruoso che sta dentro di noi. Come si risolve tale conflitto? La morte del vampiro per mano della vittima designata in un sussulto di lucidità, potrebbe far pensare ad un ritorno all’ordine. In realtà il ritorno all’ordine è solo apparente, perché il virus trasmessole dal vampiro cova al suo interno, pronto a manifestarsi quando meno se lo aspetta. Nulla muore, tutto si trasforma e l’incubo del ritorno è sempre presente! Un secondo aspetto ricorrente legato al tema del vampiro è quello della malattia. Nel Nosferatu di Murnau le didascalie ci raccontavano di come la gente vedeva in quelle morti misteriose l’effetto di una terribile epidemia. L’analogia con il mondo delle malattie incurabili, di fronte alle quali il medico e lo scienziato manifestano tutta la loro impotenza, piegandosi alle forze della superstizione e delle credenze popolari, ritorna nelle immagini dei topi e dei loro derivati, i pipistrelli. Allo stesso modo i due fori lasciati sul collo delle vittime sono segni di malessere che evocano “la morte nera” e anche, grazie all’origine africana del vampiro, l’AIDS, ovvero la peste dell’era moderna. L’universalità e la permanenza del mito del vampiro si spiegano dunque per il fatto che questo personaggio è la somma di una costellazione di simboli poiché rievoca ciò che è al cuore stesso dell’esistenza, il sangue, la vita, la morte,


così come il sogno di immortalità, che ciascuno di noi culla inconsapevolmente. Non è strano pertanto che a priori un personaggio come il vampiro personifichi molti dei nostri desideri, i nostri timori e le nostre ossessioni, indipendentemente dalla nostra cultura, la nostra lingua, la nostra appartenenza geografica e l’epoca nella quale viviamo. Il fascino del Vampiro sta nella sua eccentricità e sostanziale diversità dagli esseri umani che si manifesta nel suo ambiguo rapporto col tempo: egli vive una sua vita particolare, nel buio della notte, alla ricerca di sangue fresco (mentre di giorno deve nascondersi, spesso in una bara per evitare la luce del sole che gli sarebbe fatale), come nutrimento dello spirito e della carne. E’ il capovolgimento dei normali bioritmi dell’essere umano che lo imparenta alle creature della notte e, perchè no, anche all’universo di quella minoranza d’umanità che vive intensamente le ore notturne, alla ricerca di emozioni violente e piaceri proibiti, mentre dedica al sonno buona parte delle ore del giorno. Vampiri, la cui tenace volontà di vita supera le barriere della morte e che il sangue altrui preserva dalla dissoluzione del corpo. Un altro motivo dell’inspiegabile fascino che circonda un personaggio certamente condannabile va ricercato in una considerazione di tipo psicologico: il vampiro, nonostante la sua immortalità, nonostante l’energia mentale, la forza fisica superiore, la straordinaria sensualità che possiede, è condannato, come stato d’animo di fondo, all’infelicità. Ebbene, questa infelicità, quasi inevitabilmente, attira la simpatia delle vittime che con partecipazione emotiva provano per lui una segreta ammirazione. Un’altra sfumatura del fascino che promana da questa figura è l’eterna giovinezza che gli deriva dalla sofferenza e dalla perdizione di anime candide. Il fascino del peccato trionfa , trascinando il lettore in amplessi sognati che di giorno, al pari del vampiro, non osa confessare. Mito moderno che coniuga l’etica e l’estetica, le istanze della carne e dello spirito, alla ricerca di un stabilità senza la quale l’uomo contemporaneo vaga nella notte senza fine alla ricerca di un qualcosa di introvabile. Il Vampiro della letteratura non è altro che la metafora di un tipo umano purtroppo estremamente diffuso nel nostro mondo, che si nutre dell’energia altrui, della forza vitale dei suoi simili. È una creatura insoddisfatta di se stessa che ha necessità di sottrarre energia perché ritiene di non avere riserve proprie per affrontare il mondo che la circonda. È qualcuno che,

Horror

pur ancora in vita, si sente già ‘morto’, perché è segretamente convinto di essere una nullità, e si illude di nascondere questa sua vergogna agendo in modo tale da umiliare o raggirare gli altri ad ogni buona occasione. Ogni sua azione, ogni sua parola, ogni suo comportamento configurano un “furto di energia” e le sue modalità di appropriazione dell’energia vitale sono molteplici e vanno dalla negazione dell’affetto, di un sorriso, del saluto, dell’attenzione, della risposta a una domanda, del riconoscimento di un merito fino alla violenza psicologica ed alla privazione della libertà di pensare, o addirittura di vivere. Il Vampiro è soggetto a regole ferree: nel rubare l’energia deve concedere in cambio alla sua vittima un “dono di potere”, qualcosa che renda la vittima in qualche modo consenziente. Il “dono di potere” che il Vampiro ci fa più frequentemente è quello di prestarsi ad accordarci “protezione”. Ma su cosa? Sui nostri vizi, sulle nostre bassezze, sulla nostra vergogna, su quanto di peggio l’uomo possa esprimere. E’ importante sottolineare quanto sia diffuso il fenomeno del vampirismo morale ma quanto la sua ampiezza e la sua diffusione non bastino a legittimarlo. Perchè quando, coscientemente od in modo istintivo, qualcuno si sottrae a questo meccanismo perverso, quando qualcuno non si dimostra disposto a lasciarsi rubare energia ed a rubarla agli altri, viene immediatamente notato come un essere diverso, “strano”; viene additato come uno sciocco autolesionista ovvero, al contrario, come un infido tessitore di occulte trame... In ogni caso una

persona che è meglio isolare! Quindi, nel tentare di evitare il morso dei vampiri, dobbiamo prestare attenzione a non fare passi falsi ed a riconoscerci tra di noi. Come vincerli allora? Con il Sentimento. Nel mondo dei Vampiri, qualunque sentimento profondo è qualcosa di irrisorio, sconosciuto, complicato e indecifrabile, oltre che inutile. I Vampiri vorrebbero farci intendere che credere nei propri sentimenti voglia dire solo provare grandi passioni poetiche o commuoversi facilmente, ma invece può voler dire tante altre cose, che sono l’esatto contrario di quelle che mette in pratica il Vampiro: rispondere con gentilezza a qualcuno che è gentile con noi e con riconoscenza a qualcuno che disinteressatamente ci ha dato qualcosa, cercare di offrire opportunità ed occasioni a chi non ne ha, essere tolleranti verso chi sbaglia in buona fede, saper apprezzare un merito e premiarlo con un riconoscimento anche simbolico, ma reale quanto quel merito, saper scorgere dentro l’animo umano i segni dell’onestà e della rettitudine e sapersi comportare di conseguenza, non esitare neanche un attimo a fare qualunque cosa per salvare una vita e non tollerare mai che si compiano violenze contro gli innocenti.... e tante altre cose . Il giorno in cui ci sveglieremo senza i sentimenti, saremo diventati noi stessi Vampiri. P.60-62: L’attore Bela Lugosi (nome d'arte dell’ungherese Béla Ferenc Dezso Blaskó), nato a Lugoj nel 1882, uno dei primi ‘vampiri’ cinematografici; p.63: Il vero castello del Conte Vlad in Transilvania; p.63: Il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck in ‘Nosferatu, eine Symphonie des Grauens’, film diretto da F.W.Murnau, 1922.

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Urbanistica

Una enclave massonica: le ‘Paparelle’ di Cosenza Luca Irwin Fragale

N

on si parlerà della toponomastica ossequiosa a quelle figure di maggiore spicco nella storia massonica cosentina. Ogni città ha molte delle sue vie intitolate a questo o a quel Fratello, vuoi per un intenzionale omaggio, vuoi per la considerevole percentuale di benemeriti uomini politici o artisti legati a questa Istituzione. Si parlerà invece di un singolo rione la cui stessa nascita - e struttura - ha probabilmente vegliato sulla formazione di alcuni esponenti di una generazione cresciuta su quel poggio: le ‘Paparelle’, appunto, o più esattamente via Alfonso Salfi, così intitolata in onore dell’avvocato che fu sindaco della città nell’ultimo lustro dell’Ottocento. La denominazione ‘Paparelle’, oggi invalsa anche - se non addirittura in primo luogo - per indicare il rione di via Salfi, era infatti preesistente alla costruzione dei fabbricati che a quest’ultima danno vita, e indicava con maggior precisione la zona immediatamente più a nordovest, lungo il pendio che, alle spalle del Convento di San Francesco di Paola, digra-

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dava verso il Crati. Il fondo dove sorgerà il Convento - sul luogo di una chiesetta preesistente sotto il titolo della Madonna di Loreto - era stato donato dai De Matera ai francescani Minimi, proprio assieme al fondo piantato a ulivi denominato ‘Paparelle’. La zona che ci interessa, invece, resta chiusa tra la suddetta chiesa, il giardino a pianta triangolare del palazzo Ferrari d’Epaminonda e le fabbriche della nota filanda Mollo - adiacente l’omonimo palazzo cinquecentesco - nonché, successivamente, il vistoso Palazzo Rendano; e rimase né più né meno un’altura erbosa nella porzione più settentrionale del Colle Triglio - uno dei sette colli cosentini - fino alla costruzione del primo edificio ad opera dei proprietari dell’intero appezzamento, ovvero la stessa famiglia Salfi: non è il caso di ripercorrere qui la biografia del più illustre tripuntinato di questa casata, né la sua opera letteraria, ma ci limitiamo a ribadire come questi, Francesco Saverio Salfi, sia stato trait d’union assolutamente essenziale all’introduzione della Massoneria napoletana a Cosenza e dintorni. Egli fece parte di società patriottiche

come la Jerocades, ispirata all’omonimo abate calabrese, morto nel 1805, che di ritorno da Marsiglia diffuse le idee massoniche nella sua regione. E fu così in relazione con i patrioti cosentini iscritti alle ‘vendite’ carbonare, benché i suoi contatti con Murat non siano poi stati sufficientemente influenti a condurre quest’ultimo sulla via dell’emanazione di una sperata carta costituzionale. Palazzo Salfi fu dunque il primo edificio a occupare il rione. Qualcuno vi intravede un omaggio all’architettura pompeiana ma non è fuori luogo, a nostro avviso, leggervi una simbologia massonica: le due colonne nel pronao richiamano molto meglio le colonne J e B di un Tempio massonico, né si può escludere che nello stesso edificio fosse ospitata una Loggia, almeno valutando i ricordi di chi, avendovi vissuto, ricorda decorazioni affrescate raffiguranti le ben note nappe a frastagli, d’ordinanza nei vecchi catechismi latomistici. Questo edificio ospitò pure Bonaventura Zumbini e, fino al 1935, gli ultimi esponenti della famiglia Salfi: il pittore Enrico e, prima di lui, il suddetto Alfonso cui la via è ora intitolata. Tra i sindaci di Cosenza,


infatti, quest’ultimo fu punta massonica, in carica fino al 25 marzo 1900, poi dimissionario (con il Fratello Pasquale Rossi assessore alla Sanità, vicino al Libero Pensiero). Rivinse nel 1904 proteggendo i vari raggruppamenti di area liberale e nel 1913 gli successe l’avvocato Ambrogio Arabia con una giunta radical-massonica che restaurò le finanze sperperate dalle giunte cattoliche e riordinò il servizio annonario con il calmiere. Il censimento comunale del 1827 registra in questo fondo due fontane pubbliche una delle quali è ancora attiva - e una grotta, come a dire simbolicamente gli elementi dell’acqua e della terra. Tutto questo rione, inoltre, ha sempre avuto due soli accessi, due sole posterle di comunicazione con il resto della città vecchia, neanche fosse uno di quegli antichi ghetti ebraici che tuttora presentano tale carattere di esclusione e preclusione dal mondo esterno. Si tratta di due accessi denominati archi ma che in realtà non sono tali, in quanto si tratta di semplici passaggi sovrastati da tramezzi rettilinei in muratura. Tuttavia servono perfettamente allo scopo di restituire un forte senso di riservatezza, se non a sottolineare un concetto esoterico, caro all’ideologia massonica, di ‘passaggio’ inteso come cammino da un sistema profano ad uno iniziatico. Questi due archi sono poi ‘amplificati’ da una sorta di eco architettonica: un terzo arco ribassato e il triplice imponente sistema di archi a tutto sesto - i più datati nonché i più ampi - che dal fianco della chiesa di rito ortodosso intitolata al SS. Salvatore (ad angolo retto con quella di S. Francesco di Paola) si susseguono rapidamente immettendo sul Corso Plebiscito dal retro dell’ex convento. Una loro remota funzione di collegamento tra il fondo in questione e la via sottostante è assai fededegna nonostante il rilevante dislivello e la separazione consolidata tra i due piani: tale accesso, infatti, conduce - lungo il perimetro del suddetto convento - alla stretta gradinata che risale verso il fianco del Palazzo Salfi, e che sbuca tra il primo e il secondo arco che delimitano lo stesso. A sinistra, infatti, si passerebbe sotto il raddoppio della prima posterla, ovvero sotto l’arco ribassato che riporta verso il ponte sul Crati indicando la stretta discesa delle ‘Paparelle’ che guadagna il fianco dei palazzi Scola e Palumbo; mentre a destra si supererebbe il tramezzo, ovvero la posterla che unisce Palazzo Salfi all’altro corpo di fabbrica laterale, destinato ad abitazione. È questo un varco largo poco più

di due metri, che mette in comunicazione il vicolo delle Paparelle con lo slargo innanzi al palazzo. Infine, è il caso di menzionare il cosiddetto ‘arco di Sensi’, aggettante tra Palazzo Sensi - appartenuto alla nota famiglia di diplomatici ed ecclesiastici - e le più modeste fabbriche dei ‘pignatari’. Ancora nel 1903 in questo fondo si ergeva il solo Palazzo Salfi nonché una ‘bottiglieria e trattoria’, al numero 24 di via Paparelle e, nonostante i tempi ancora acerbi, un autogarage: forse il primo a Cosenza. Tra il 1908 e il 1919 sorge nel rione pure il piccolo Teatro Eden, modesto ritrovo all’aperto, che ospitava per lo più spettacoli canzonettistici e di varietà, nonché il caffèconcerto estivo Jolanda: altra conferma del fatto che già nel 1916 l’urbanizzazione della zona poteva dirsi completata, come risulta pure dal coevo Sommarione della zona urbana di Cosenza, custodito presso l’Archivio di Stato di Cosenza. Appaiono qui i primi proprietari: Vellucchi Francesco di Fedele, Scornajenghi Michele fu Filippo, Fragale Giovanni di Costantino, Cundari Alberto di Giuseppe, Sensi Francesco di Giuseppe ed Andreotti, Mannelli Francesco fu Antonio, Caputo Luigi, Carlo e Berardino fu Francesco, mentre ancora in costruzione risulta essere a quell’epoca la dimora di Vivacqua Eugenio. I Lombardo, Pietramala e Landolfo appaiono invece quali affittuari dei Naccarato. Nel tempo, il rione s’è arricchito dei fabbricati dei Caligiuri, Cerrito, Riggio e Rogato, e dei nobili alto-jonici Chidichimo e Blefari-Melazzi. Tale resta la situazione fino all’approvazione del Piano regolatore Gualano del 1935, benché la planimetria presenti ancora la deviazione compiuta in cima al colle dall’unica strada che lo percorre: l’occhiello finale, cioè, si presentava più stretto, tagliando in diagonale dai palazzi Pastore e Loizzo/Naccarato verso il Palazzo Fragale/Scornajenghi. Loizzo, dunque, Cerrito, Fragale e Scornajenghi. Cognomi che non poco hanno dato alla causa massonica cosentina. I Loizzo, dal comune capostipite Luigi, trasferiscono da Montalto su questo colle le proprie speranze massoniche che ben consolideranno per tutto il secolo in seno al Grande Oriente d’Italia: la stessa tradizione massonica di casa Loizzo è sottolineata nella parte attiva avuta in occasione della ripresa dei lavori nel ‘43. Michele Scornajenghi, proveniente da Dipignano, oltre che massone risulta affiliato alla sezione cosentina della Federazione Internazionale del Libero Pensiero.

Urbanistica Tra il settembre del ‘14 e il dicembre del ‘15 si trasferisce in questo rione anche l’orefice Giovanni Fragale, il quale da poco aveva aperto la sua gioielleria in città, nel tratto di Corso Telesio antistante la piazzetta del vecchio municipio. Tutti e tre i suoi figli maschi varcheranno le soglie dei Templi massonici, inaugurando una tradizione massonica familiare mai del tutto abbandonata. ________________ Bibliografia: Archivio di Stato di Cosenza, Genio Civile. Danni bellici. Archivio di Stato di Cosenza, Sommarione della zona urbana di Cosenza, 1916 Il Centro d’Azione per gli sviluppi del Mezzogiorno, in Corriere del Sud, 10 gennaio 1945 Le nostre rivelazioni sulla Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato, ne La Vespa, a. I, n. XV, 23 maggio 1944, f. 2r A. C. e M. D., L’Istituto Medico “Fragale” e le sue attività, in Corriere del Sud, anno X, n. 2, 21 aprile 1952, p. 2 Cambareri R., La Massoneria in Calabria dall’Unità al Fascismo, Cosenza, 1998 Cordova F., Massoneria in Calabria. Personaggi e documenti. 1863-1950, Cosenza, s.d. Corigliano F., Cosenza dal 1930 al 1950. Memorie di vita quotidiana. Personaggi ed avvenimenti, Cosenza, 1994 Corona A., Dal bisturi alla squadra. La Massoneria italiana senza cappuccio, Torino, 1987 Corriere del Sud, anno III, n. 135, mercoledì 25 luglio 1945 e anno X, n. 5, 24 maggio 1952 Costanzo L., Dalla loggia alla congrega. Massoni e massoneria nella Cosenza post-unitaria. Il caso Camillo Oliveti, Cosenza, s.d. Cronaca di Calabria, anno LVII, n. 21, 5 aprile 1959 De Sanctis G.B., Francesco Saverio Salfi. Patriota, critico, drammaturgo, Cosenza, 1970 Dito A., Storia della massoneria calabrese. CatanzaroCosenza-Reggio Calabria, Cosenza, 1980 Dito O., L’influenza massonica nella storia calabrese. Dal 1799 a’nostri giorni, Cosenza, 1988 Dito O., La massoneria cosentina, Cosenza, 1978 Fragale L. I., Filofascismo e antifascismo nelle Logge. Ricognizione su un caso minore, in Hiram, n. 1, aprile 2009 Fragale O., Lettera aperta a “uno qualunque”, in Corriere del Sud, 24 dicembre 1944 Giuliani G., Cosenza 1943, st. Montalto Uffugo, 1998 Loizzo E., Confessioni di un Gran Maestro, a cura di Kostner F., Mendicino, 2000 Paolino F., Cappelle gentilizie e devozionali in Calabria 1550-1650, st. Villa San Giovanni, 2000 Rubino G., Teti M. A., Cosenza, Bari, 1997 Sergi P., Stampa e società in Calabria, Castrolibero, 2008 Sergi, P., Quotidiani desiderati: giornalismo, editoria e stampa in Calabria, Cosenza, 2000 Stancati E., Cosenza e i suoi quartieri. I luoghi della nostra storia, n. 4, Cosenza, 2002.

P.64: Cosenza in una foto recente.

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Canzone perduta

Gurdjieff e lÂ’esercizio dello stop Raffaele Mazzei

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osa ci resta quando vogliamo capire e non capiamo. Quando si sgretolano certezze e si fa strada il tormento del dubbio. Cosa ci resta quando la lucidità della coscienza entra in un sonno sonnambolico ed una lancinante nostalgia di noi stessi, desiderati migliori di come siamo, si spande come tossico nel nostro corpo. A noi cercatori d’oro dell’eternità, ierofanti dell’impossibile, indomiti utopisti, machiavellici artisti del reale. Supremi speculatori dell’insondabile. Difettosa élite di una sacralità perfettibile. A noi, quando tutto si spoglia e tutto lasciamo, cosa resta, deposte le iperboli dell’ego? Resta la nostra nudità assoluta. Il silenzio anecoico di un universo abissale in cui percepiamo a fatica un frammento d’armonia. Il senso di continuità e di contiguità dell’uno nell’altro, delle anime nelle anime. La possibilità estrema ma non impossibile, a forza di errori, di migliorare in forma e sostanza la nostra goffaggine. La speranza operativa di servire a qualcosa in questa vita rapida che qui e adesso, nella potenzialità di una scheggia di sacralità, ci dona un tempo eterno. George Ivanovich Gurdjieff, la cui scuola esoterica ha influenzato insigni personaggi come Frank Lloyd Wright, René Daumal, Katherine Mansfield, Peter Brook e Franco Battiato, insegnava ai suoi discepoli l’“esercizio dello stop”. Mentre uno era intento alle quotidiane incombenze (cucinare, pulire il pavimento, magari scrivere un articolo) Gurdjieff improvvisamente diceva: ‘stop’. L’allievo si doveva subito fermare nella posizione assunta in quel preciso istante. Come morto, come una statua, senza battere nemmeno un ciglio. L’esercizio era finalizzato a liberare consapevolezza, a scorgere se stessi con lucidità e trasparenza. Il blocco improvviso dell’ unità psicofisica creava un sorprendente disorientamento. Quando il corpo si ferma anche la mente si ferma. E nel silenzio dirompente e completo di un attimo, poteva nascere un’occasione di meditazione. Ricorda Osho nel suo From Personality to Individuality a New York, mentre offriva una presentazione delle danze, Gurdjieff scelse una situazione veramente particolare. In un certo momento della danza tutti i danzatori venivano in avanti fino all’orlo del palcoscenico. Giusto allora, nel momento in cui vennero, danzando, in avanti, e si trovarono tutti in fila, col primo di loro proprio sul bordo, Gurdjieff disse “stop!” La prima persona cadde, la seconda cadde,

Canzone perduta

L’uomo può nascere, ma per nascere deve prima morire e per morire deve prima svegliarsi. G.I. Gurdjieff

la terza cadde...tutta la fila cadde, gli uni sugli altri. Eppure ci fu silenzio completo, nessun movimento. Un uomo del pubblico, vedendo questo, ebbe la sua prima esperienza di meditazione. Era uno spettatore, non era lui a danzare. Ma la vista di tante persone che si fermavano di colpo e poi cadevano, come se fossero improvvisamente congelate, senza nessuno sforzo per cambiare la propria posizione...Sembrava come se tutti fossero improvvisamente rimasti paralizzati ...Quell’uomo, che era semplicemente seduto lì, nella prima fila, senza rendersene conto si fermò lui pure, congelato nella posizione in cui si trovava: le palpebre immobili, il respiro fermo. - in fondo era solo venuto lì per assistere a una danza, ma che tipo di danza era mai questa ? - improvvisamente sentì nascere in sé un nuovo tipo di energia. E c’era silenzio...e si sentiva pieno di consapevolezza. E così divenne un discepolo”. Ecco, proprio da questo straniamentoribaltamento si apre la possibilità di poter ri-iniziare. Di rinascere alla nostra esistenza cristallizzata. Oggi proviamo a regalarci uno stop d’ascolto e di silenzio. Usiamoli come attrezzi per martellare l’invisibile. Per spezzare l’armatura iper razionale dell’ego. Ascolto e silenzio: uno stato femminile di passività attiva che ci può condurre al cambiamento. Ascolto e silenzio, uno stato di imminenza simile ad una partitura trattenuta che sta per risuonare nella testa e nel cuore (pensiamo a Beethoven, fisicamente sordo ma spiritualmente udente). Pensiamo a un istante prima dell’incipit orchestrale. A un istante prima della Creazione. Quell’istante adesso siamo noi. Pensiamo, infine, a una canzone. Una canzone fatta di pause. Di sottintesi. Di parole, di metafore e di allusioni. Una canzone che canta nell’anima e che proviene dalla nostra stessa anima. Non trovo miglior chiusura che affidarmi a un verso di Paolo Conte: Qui, tutto il meglio è già qui, non ci sono parole per spiegare ed intuire e capire, Madeleine, e se mai ricordare. Tanto, io capisco soltanto il tatto delle tue mani e la canzone perduta e ritrovata come un’altra vita ... Ma tutto il meglio è già qui, non ci sono parole ... [Sul sito www.raffaelemazzei.it si possono vedere ed ascoltare i brani citati all’interno dell’articolo] P.66: Silenzio! Rendering digitale; p.67: La quiete della sala, collez. priv.

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Sebben che siamo donne... ...votiamo!

I

Clizia Gallarotti

l massone, l’uomo col senso della misura. Quando? Sempre. In ogni occasione. A ogni provocazione, contro ogni indifferenza, davanti a ogni indignazione. Talvolta è una tortura: costringersi a tacere, obbligarsi a esprimere un’opinione, rassegnarsi a fare una scelta. Il lungo esercizio dell’apprendista si deve tradurre nella capacità di non lasciarsi coinvolgere in aride discussioni - quelle che poi sempre portano ai dissapori, alle animosità, alle acredini che rimangono e calcificano; la maestria si deve esplicare nella capacità di analisi prima, di sintesi poi, per dare conferma col comportamento adeguato e la parola quando necessaria. E così, ciclicamente, ci troviamo immersi nella inverosimile pantomima che precede e segue immediatamente un evento elettorale. Ho reminiscenze di ancestrale ingenuità per le quali vorrei considerarla un’occasione bella, costruttiva, edificante e vivificante. Il “momento civile” per eccellenza, l’occasione per rimeditare il passato e guardare con costruttivo ottimismo a domani. Stavolta è anche la prima occasione di voto per mio figlio, col pensiero sorridente di andare al seggio con lui, per sbirciare il suo orgoglio mentre sfodera carta d’identità e scheda elettorale nuove fiammanti, per spiare la sua consapevolezza, per dare qualche risposta ai suoi ultimi dubbi se chiede. Tutto comincia ben prima. I ragazzi con la scuola avranno fatto negli anni una visita all’aula consiliare del Comune, o forse addirittura in gita a Roma avranno assistito dal loggione a una seduta alla Camera dei Deputati. E lì, dopo l’ abbagliante deferenza in divisa degli uscieri, avranno visto a volo di uccello alcune storiche bellezze, quadri arazzi specchi affreschi scalinate tappeti; nessun Paese al mondo può vantarne tante: ben conservate ma invisibili a chi ci

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vive in mezzo, avvezzo ad aver tutto dovuto. Le notano però i ragazzi, che quotidianamente invece vanno a scuola in uno squallido edificio di periferia, che dopo vent’anni già ha la palestra inagibile e il cortile sterrato senza una pianta, i banchi sghembi e tutto fuorché ergonomici (non si capisce perché in un ufficio un ispettore del lavoro possa sanzionare se il PC non è disposto così e così, o se le sedie non hanno almeno 5 rotelle, e poi i nostri figli debbano stare 5-6 ore al giorno con orrende luci tremolanti al neon di un colore qualsiasi, lavagne e gessetti ‘deamicisiani’, su sedie che neppure più i rigattieri raccatterebbero). Ma i giovani sanno riconoscere il bello, ne sono attratti naturalmente anche se a noi sembrano a volte così sciatti, e forse penseranno che si tratti davvero di un bel privilegio, quello di poter vivere lì in mezzo, pagati bene, apparentemente rispettati, eventualmente anche temuti: una bella prospettiva anche per il loro futuro. C’è da farci la firma, e magari cominciare a guardarsi attorno per capire come infiltrarsi il più presto possibile, che tanto quello è un mestiere come un altro, e a quanto pare sul carrozzone c’è posto per tutti. Se provassimo a spiegare che la politica è un servizio da prestare al Paese e agli altri cittadini, a termine, e magari senza privilegio alcuno, ci prenderebbero per matti, e abbandonerebbero subito ogni idea di partecipazione. Dicevo, dunque, una seduta della Camera dei Deputati: non è una questione di sfortuna - bensì pressoché la norma - i ragazzi assistono a una lite furibonda, parole fuori luogo, discorsi anacronistici e senza capo né coda, gente che entra ed esce a piacimento, persone che sonnecchiano o smanettano sui loro blackberry.... Insomma, che noi vogliamo o no, questi ragazzi un’idea se la fanno. Hai voglia poi cercare di rettificare,


di spiegare che bisogna comunque avere rispetto dei nostri parlamentari, perché ci rappresentano! Poi è la volta della sfilata di comizi in città, o conferenze sui più disparati allettanti argomenti scovati a bella posta per impressionare l’elettorato. Allora ti prodighi a dire che bisogna ascoltare tutti, perché è utile conoscere per poi eventualmente criticare, perché l’ascolto è comunque una manifestazione di civiltà. Ma come fai ad ascoltare senza reagire le più becere volgarità a destra e a manca? Come fai a lasciar offendere e vilipendere impunemente la storia, la bandiera e anche il nome stesso del tuo Paese? I personaggi che ormai abitualmente si incontrano e si ascoltano in queste occasioni non ricordano più le parole di Gorgia: “...non c’è nulla al mondo di così terribile come la parola; essa è un potente sovrano, poiché con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile riesce a portare a compimento opere divine o miserevoli”; e quindi senza nulla e nessuno che ponga un freno salutare brandiscono selvaggiamente le loro scimitarre di anatemi, promesse sconsiderate, apologie di teorie e ideologie improvvisate. Ma non è finita: a 18 o 20 anni ci si rende conto benissimo di quante risorse buttate alle immon-

che la destra non c’è più; da una parte e dall’altra è sottesa un’aspirazione più o meno dichiarata ad essere “centro”, ma è difficile da entrambe le parti individuare la caratteristica di contenuto politico per le vicendevoli contaminazioni; da una parte e dall’altra restano visibili solo gli opportunismi e i biechi collaborazionismi. L’ago della bilancia si è spezzato. Ideali? Uguali a fanatismi. Meccanismi elettorali? Arzigogolati marchingegni pari a trappole infernali per cui puoi solo lecitamente sospettare che il tuo voto, qualsiasi sia, potrà venir manipolato. E se si scoprisse la parola “liberal”? Qualcosa che ricordi che la filosofia della libertà è la madre di tutte le democrazie? Che incarni quegli ideali di libertà, democrazia e unità nazionale su cui son nate la nazione prima e la repubblica poi? Qualcosa che riassuma senza troppe sbavature nell’attualizzazione gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità cardini e suggello del credo massonico? Qualcosa attento alle questioni sociali ma nel contempo custode del rispetto dei diritti individuali? Un’aspirazione ogni volta fatta abortire dall’evoluzione degli eventi. Sforzarsi di spiegare ad un giovane di oggi come quest’idea abbia inciso durante i primi cinquant’anni di storia

dizie siano gli stampati elettorali e gli spot e i cartelloni: c’è qualcosa che non collima con le tiritere che si sentivano dall’asilo quando si veniva sollecitati a costruire il presepe con le lattine di sprite e lemonsoda o con i tappi di bottiglia, col concorso per il miglior disegno sulla vita ecocompatibile e piena di arcobaleni. Però certo venire invitati a qualche cena o aperitivo pre-elezioni, tra sfarzi approssimativi e cibarie a volontà, per un giovanissimo è un’occasione “mondana”: perchè non partecipare, e magari abboccare a qualche proposta di gratuita collaborazione per raccogliere consensi? Consensi a cosa? Il programma dov’è? Non ha importanza: tu insegna dove fare la croce che al resto ci pensiamo noi. Si continua a parlare di sinistra, ma poi si dice che la sinistra è morta; si continua a parlare di destra, ma poi si dice

della repubblica è un’impresa senza pari, perché obiettivamente non esistono termini attuali di paragone ai quali fare riferimento per illustrarne in qualche modo i contenuti. Forse la globalità impone azioni e reazioni che avremmo voluto evitare per non essere intaccati dalle mille tentazioni che propone. Forse l’immediatezza della comunicazione impedisce di mediare sensazioni, sentimenti, impulsi, che non hanno modo di sedimentare per produrre la migliore sintesi. Però non possiamo esimerci. Non di fronte ai giovani che si aspettano da noi indicazioni, anche se fingono di evitarle come la peste giudicandole obsolete. E allora da brava massaia mi viene in mente il modo, e sorrido tra me pensando alle tre fate della bella addormentata che fanno la torta in un vortice di allegria pensando alla loro protetta che

l’Occhio di Minerva compie gli anni: un cucc.no di zucchero, q.b. di sale. Perché sì, anche nei dolci ci vuole un pizzico di sale, per togliere quel che di “sciocco”, perché è un catalizzatore che quando entra in contatto con le papille gustative della lingua e del palato le eccita rendendole più recettive ed esalta il gusto, e poi consente di montare le chiare a neve, favorisce la lievitazione, rende morbido il gelato, buonissimo il margarita di tequila... Riusciamo, per i nostri giovani, a ricostruire il contenuto della parola Patria, indipendentemente dalle guerre, dalla storia, dai sacrifici passati? Oggi Patria deve esistere ugualmente anche fuori da velleità di predominio, di supremazia, di forza; lasciamo ai libri i triti argomenti e sforziamoci di ridare connotazione al concetto di Patria, ormai inesistente e vacuo per ogni giovane, che lo confonde con nazione. Quindi cosa potrà fare un massone, e cosa potrà cercare di trasmettere se anche questo è un suo compito? Parlare o tacere? Smussare o indignarsi? Sposare una causa con la coscienza sporca di chi è consapevole che nasconde l’inganno perché nasce sugli equivoci e sulle connivenze, o combattere perché una o tante verità trovino il pertugio per rivelarsi? Rassegnarsi all’evidenza conclamata di un’ignoranza imperante e vantata o esser disponibile a uno o molti confronti dai quali uscirà perdente perché un galantuomo non affonderebbe mai la lama su un avversario “scoperto”? Una cosa deve farla di sicuro questo povero massone: con la lucidità e la capacità di discernimento, che sono l’espressione dell’intelligenza del cuore che ci permette di essere in perfetta armonia con il nostro essere interiore nell’ora della scelta e della discriminazione tra il bene e il male del momento, deve ricordarsi che la dignità del suo pensiero porta il suo nome e cognome, che ci mette la faccia e deve poter guardare dritto negli occhi chiunque gli chieda conto della irreprensibilità sua e delle persone che sostiene e che ha votato. L’ideale massonico che ci accomuna pretende competenza, riservatezza, saggezza, onestà intellettuale e lungimiranza. E non ammette deroghe. Forse riusciamo a riportare un po’ di poesia anche in questo - oggi ingrato compito civile della scelta politica, interpretando la poesia secondo il suo étimo greco poiéo che significa fare, comporre, creare; che trasforma la parola in azione, che traduce le idee in imprese. Cum grano salis però, quel granello che - solo - rendeva efficace l’antidoto al veleno. Con buon senso e misura.

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oscanelli - Lei ha dato un titolo enigmatico alla Sua raccolta poetica (Sub Rosa), perché? Meattini - Lei giudica enigmatico il titolo, per me invece il titolo è del tutto chiaro. Indica il velame necessario per certi contenuti poetici, anzi fa già parte del contenuto, non lo incorpora ma vi è completamente fuso. Toscanelli - Potrebbe spiegarsi meglio, tenendo conto che l’orientamento della Rivista e quello dei lettori di essa non sono certo sordi a temi e ad un atteggiamento di fondo nei confronti della realtà che Lei - così mi è sembrato dopo ripetute letture - ha a cuore? Meattini - Con piacere e anche con gratitudine per l’interesse che una Rivista orientata in modo iniziatico ha nei miei confronti. Si pensi, per fare l’esempio più conosciuto e di più alto valore, alla Comedia (che a giusto titolo fu poi detta divina). La Divina Commedia non avrebbe potuto - neppure se lo avesse voluto - esprimere direttamente il suo reale contenuto poetico perché questo contenuto non è né Farinata, né il conte Ugolino, neppure è Beatrice, così come non è il destino umano terreno e ultraterreno, ma la “potenza della visione’’. Il modo come quei temi sono stati visti e vissuti dalla prodigiosa anima di Dante. Le metafore, le allegorie, i quattro significati dell’Opera che imparammo a

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scuola sono soltanto espedienti, ulteriori spostamenti interpretativi, per capire ciò a cui ha posto mano e cielo e terra. Dove non è da leggere soltanto l’orgoglio di Dante, ma il significato iniziatico profondo che per il viandante esperto ciò che è in alto è in basso e viceversa. Ma, ripeto, neppur questo è il contenuto del viaggio più vicino all’inesprimibile che mente occidentale mai intraprese; il contenuto è la potenza della visione. Badi bene, una visione protratta per un numero incredibile di versi. Per questo Dante per me è ancora più possente di Shakespeare, anche se quest’ultimo è più letto e più conosciuto. Shakespeare parla di ciò che tutti noi vediamo e viviamo, Dante accenna al risvolto della nostra vita... Toscanelli - Risvolto? Meattini - Sì, è un termine che mi viene in mente adesso e che ovviamente non rende ragione della cosa perché anch’esso finisce per avere un significato metaforico, trasposto. Non è che ci sia la vita e il risvolto della vita, ma in alcuni momenti noi possiamo sentire che la nostra vita è la vita di ognuno, possiamo sentire in noi quel fondo da cui emergiamo e in cui siamo profilati, come individualità, dalle forze segrete che muovono tutto: il cielo e le altre stelle, come dice giustappunto l’alta fantasia di Dante che però di fronte al


supremo disvelamento confessa di non aver più possa, potenza di penetrazione e capacità di afferrare. Toscanelli - Già, “questa vita che è la mia/ come di un altro”, è uno dei vissuti profondi del Suo dire poetico. Mi permetta però d’insistere, Lei apre la Sua raccolta poetica con un richiamo alla rosa a cinque petali e la chiude con un canto della rosa che però - Lei lo dice con i versi di Borges - “no tiene/ la forma de la rosa”, non è chiedere un po’ troppo ai Suoi eventuali lettori? Meattini - Mi auguro di no, perlomeno non credo che sia chiedere troppo ai lettori di questa Rivista. Vede, io ho vissuto un’infanzia in aperta campagna, in un podere isolato. Ho avuto il tempo e il modo di affinare i miei sensi fino al punto - se vuole può prendermi per pazzo - di travasarmi, addirittura di essere quel che mi circondava: i fiori tremuli del pero, il sole che schianta le stoppie, il corrucciato (e proprio per questo bellissimo) castagno autunnale, la nebbia che rampa al colle, le foglie che l’autunno indora e l’inverno strema, le innumeri stirpi canore, i misteriosi forteti, gli animali tutti. E tenga presente che ho vissuto vicino all’antichissima Saturnia e a Sovana, al suo passato etrusco e cristiano, quando il cristianesimo era un’esperienza radicale e sconvolgente per la vita umana. Di tra le tombe di Sovana, sentivo parlare di Mastarna e altri nomi antichissimi udivo evocanti un mondo che richiedeva un impegno di immaginazione grandissimo per appropriarli a chi li ebbe, alla vita che potrebbe aver vissuto, ai suoi amori dolori desideri. E a Saturnia c’è l’impronta dello zoccolo (sulla pietra!) del cavallo del paladino Orlando che d’un balzo superò le mura per portare in salvo il prode accerchiato dai saraceni... Toscanelli - Ma si sta parlando della rosa... Meattini - Che appunto non è la rosa, come Borges dice, ma il modo di vivere tutte quelle cose di cui Le parlavo e di sentirle carne della propria memoria. Lei capisce che per chi ha vissuto in tal modo resta poco tempo per lasciarsi coinvolgere dall’ossessione del presente e dal proprio essere nel mondo. Senza questo respiro lunghissimo e immane io non potrei vivere, sarei un uomo avvilito e prostrato; se solo il mio presente dovesse interessarmi, mi creda, non avrei molti interessi nella vita. Voglio però darLe qualche indizio in più. Sul portale del duomo di Sovana, che anche Lei conosce bene, su quel capolavoro di portale, che fa accedere ad un luogo dove ho respirato sacrali silenzi e ho

avuto estatiche ‘assenze’ di tempo, come mi è accaduto soltanto a Sant’Antimo, ci sono delle roselline a cinque petali che sempre mi incuriosirono... Toscanelli - ... su cui il Suo postprefatore, Novello Rivalsi, impronta il cosiddetto “uomo di Leonardo” per i cinque punti terminali che indicano l’uomo a braccia tese e a gambe divaricate... Meattini - ...sì, ed è una giusta sovrapposizione, perché in effetti la Rosa è un modo d’indicare la completa fioritura umana, l’estrema ricapitolazione nella mente e nel cuore umani della realtà. Toscanelli - Lei parla però anche del Vino. È anche questo un modo per alludere al Suo fulcro interiore? Meattini - Il Vino, il Vino del mistico Khayyàm, non è che la fluidificazione della Rosa. Siamo di fronte a due metafore estreme ed inesauribili. La Rosa è il Vino rappreso e il Vino è la Rosa fluidificata. Insieme questi due simboli accennano al manifestarsi della vita segreta e al suo imprigionare la memoria... Toscanelli - ... nel senso che la memoria non può più liberarsi di queste esperienze? Meattini - Sì, ma di nuovo, stiamo usando un linguaggio che cerca di forzare i limiti del linguaggio ordinario. In verità, la memoria non vuole e non può liberarsi di quelle esperienze perché esse sono così vitali, così prorompenti, da far apparire la vita opaca senza il loro conforto. Sono i veri colori del mondo, i suoni più profondi, i profumi più accattivanti, i più coinvolgenti sapori, le cose che si toccano da vero. Insomma, i referenti più vitali dei nostri cinque sensi, della rosa a cinque petali. Toscanelli - Senta, lo spazio che ci è concesso non è più molto, mi dica perché dovrei leggere i suoi versi? Meattini - Perché non li ho scritti io! Vede, io ricordo una quantità enorme - se mi confronto con le memorie del nostro tempo, tutte pressoché disavvezze al ricordo - di versi altrui, ma non i miei, che scrivo di getto. Io non ho avuto per molti anni la più pallida idea di averli scritti certi versi, li ho ritrovati a volte fra carte così dimenticate che mai avrei rinvenuto senza il provvido caso. Quei versi li ha scritti il mio fulcro vitale e l’estasi dei miei sensi. Sono anche Suoi, se gli piacciono. Suoi, come miei. Toscanelli - E questa magari è una traccia iniziatica? Meattini - Lei non crede?

Intervista

P.70: Tudor rose, lastra sepolcrale, Oxford; p.71: Vecchie bottiglie, collez. priv. (foto paolo Del Freo)

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Recensioni

Peripatetikon, ovvero itinerario Esoterico dalla Massoneria al Pitagorismo

Sergio Urbano, Edizioni Atanor, 324 pagine. Prefazione a cura del Professor Luigi Pruneti, Sovrano Gran Commendatore - Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia degli ALAM- Palazzo Vitelleschi. Postfazione a cura del Reverendo Padre Sandro Barlone, Preside dell’Istituto di Scienze Religiose della Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Come dice volentieri l’ Autore quando lo si incontra : “Si può perfettamente essere Pitagorico senza essere Massone, ma molto più difficilmente essere Massone senza, almeno parzialmente, essere Pitagorico...” . Voluto e pensato ad illustrazione di questo assioma , il Peripatetikon, proposto come un ‘Itinerario Esoterico dalla Massoneria al Pitagorismo’, intreccia in un primo tempo, e in poi svolge sul campo aperto di una libera riflessione, l’Aureo Filo di Arianna dei Misteri dell’ Antico Mediterraneo ; ciò in un contesto che vuol integrare la Massoneria Simbolica Tradizionale come se ne fosse l’ imprescindibile peristilio e la porta di accesso, lasciando nel contempo molto poco spazio alla ricorrente ipotesi di un qualsivoglia ‘Primato Londinese’ in materia di tramandato Iniziatico

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Occidentale. Pervicace invece nonché costante il richiamo al Pensiero Classico, al suo equilibrio, alla sua illuminante Spiritualità e soprattutto, tale un Carmen di esortazione, ad una sua impellente attualità nel voler arginare e combattere l’odierno e putrescente degrado della nostra Civiltà Europea. In filigrana, persistente e ribadito come una linea di rotta, il concetto Antico Romano di una Laicità che lungi dall’ opporsi alla Religiosità, al contrario ne esalta senza esclusione di sorta né predominio di alcuna, le più diversificate espressioni. Sergio Urbano tesse senza indugio ma con meticolosità un ricco arazzo in cui viene riscritta la precisa cartografia del Mondo Mediterraneo Arcano, ripristinando i Valori Sacrali della Classicità sotto gli auspici di un Ecumenismo profondo e super partes, utilizzando in ciò chiavi di lettura infinitamente più moderne, quali superano di gran lunga lo stretto recinto della pura intellettualità e vanno invece a sfociare in una Regola di Vita quotidiana molto pragmatica da applicare sull’ Individuo e sulla nostra Società . Attraverso una sua molto personale sensibilità, l’Autore sintetizza aspetti Wirthiani, Reghiniani, Guenoniani e Bruniani ma anche Evoliani del Pensiero, portandoli a confluenza in una immagine d’insieme imperniata sulle necessarie coerenza e coesione ogniqualvolta si vuol approdare ad un autentico ‘Discorso Tradizionale’ . Inevitabili peraltro le sfumature autobiografiche di questo autodefinitosi ‘Marrano Italo - Iberico’ che nel contempo confessa una sua percezione ‘quasi sciamanica’ del Pitagorismo e d’altro canto inneggia alle lezioni del Buddismo Mahayana e del

Francescanesimo... Tre sono le tappe di questo ‘Viaggio di Risveglio’ al quale il Lettore viene invitato. La prima parte è dedicata alla pulsione trascendente verso il Sacro secondo l’approccio proprio che ne fa il Classicismo, e ai suoi metodi. La seconda parte, in funzione di questo approccio, analizza ‘da dentro’, senza nessuna spropositata indulgenza ma con grande consapevolezza, il ‘Mondo Massonico’, fruendo dal vantaggio offerto da una esperienza più che trentennale dell’Ars Regia nell’ambito di svariati Orizzonti Obbedienziali in Italia come all’estero.Il terzo e conclusivo pannello corrisponde all’esercizio imparziale e contemplativo ad opera di un Adepto Pitagorico nei confronti della ‘Civiltà’ post-industriale e globale alla quale apparteniamo. In quella parte come nelle precedenti , il Dovere dell’ Iniziato rimane nell’interagire, facendo raggiare fuori l’Opera abbozzata dentro... ***

Il numero d’oro

M.C.Ghyka, Arkeios, Roma, 2009, pp.403.

In questo nostro affascinante e strano mondo, dove tutti siamo pronti a discutere ed a rimaneggiare idee, dove le certezze sono sempre


meno, il numero può offrire un sicuro approdo perchè coglie l’essenza delle cose ed offre una profonda conoscenza delle forze che reggono l’Esistenza. Nel mondo circolano una gran quantità di idee che troppo spesso sono costituite soltanto da parole vuote, circolano invece troppo pochi numeri che ci potrebbero aiutare nel prenderne le “misure”. Matila C. Ghyka misura il Creato seguendo la “legge del numero”, quale fondamento vivificante di tutta l’avventura intellettuale dell’Uomo. Il “numero”, che nella dottrina pitagorica viene considerato come l’ elemento costitutivo della realtà, che per Platone era il limite dell’illimitato perchè nonostante la sua esistenza non fenomenica veniva percepito come qualcosa di reale, e che per Aristotele consisteva in una forma speciale di esistenza non separata dal sensibile e fondata sulla sua dimensione geometrica. Se per Pitagora i numeri rappresentavano il fondamento di ogni cosa e sosteneva che la realtà poteva essere compresa soltanto se la si fosse ridotta ad una quantità misurabile attraverso l’Aritmetica, per Platone il numero era il generatore e l’essenza stessa dell’Armonia, il fondamento dell’universo e quindi dell’Uomo. Nell’ambito della speculazione sono state sviluppate queste e molte altre concezioni del numero, l’autore ce ne parla rivolgendo una particolare attenzione a quello che è universalmente conosciuto come il ‘numero d’oro’ mostrandoci quanta importanza esso abbia avuto sia nel sapere “profano” che in quello “esoterico”. Si tratta di un numero algebrico inteso non come unità, bensì come relazione tra segmenti di retta che in natura riscontriamo negli animali, ad esempio nel Nautilus, un mollusco cefalopode il cui rapporto tra il diametro di una spira e quello della successiva è 1,618033989..., oppure nei semi di girasole che crescono secondo spirali opposte ed il rapporto tra una rotazione e la successiva è pari anch’essa a 1,618033989...: ‘la Proporzione Divina’. Analoghe relazioni le troviamo anche nelle misure del corpo umano, tributo vivente dell’onnipresenza del numero d’oro. La divina proporzione, come appunto è stato chiamato il numero d’oro, la ritroviamo anche nell’architettura che, fin dai tempi dell’antica Grecia, influenzò fortemente per le sue proprietà estetiche. L’autore ci ricorda poi come l’armonia ritmica, tanto musicale che prosodica e la nota armonica tramite la quale l’universo sta vibrando, che può produrre lo stato di estasi e fa “vibrare”

il compositore, lo scrittore e l’artista, perchè è dall’universo che l’uomo ha origine. Il numero d’oro è un modello di armonia al quale si sono da sempre ispirati gli artisti di ogni epoca, perchè conferisce valore estetico ad ogni creazione umana che lo rispetti, quasi fosse un codice genetico comune tra tutte le forme di vita della terra. Siamo al di là di ogni possibile coincidenza. Continuando nella nostra lettura l’autore ci fa partecipi della sua “concezione” armonica della vita che definisce come “la facoltà che permette di percepire e assemblare i rapporti giusti secondo successioni in cui i sillogismi concatenano i concetti come le medie platoniche riempiono l’intervallo fra due numeri e dalle quali le analogie scaturiscono facilmente come proporzioni logiche evidenti di per sé”. Matila C. Ghyka ci offre una visione completa del mondo osservato attraverso la geometria pitagorica, una attenta analisi effettuata secondo un rigoroso metodo scientifico con le sole eccezioni di quando esprime giudizi apodittici sui templari le cui pratiche, effettuate nell’ambito di non meglio identificati rituali segreti, vengono definite abominevoli, ed anche sulla Massoneria di cui traccia una breve storia che si rivela lacunosa quando non inesatta tanto da renderne una immagine distorta, priva di ogni fondamento storico e sicuramente non corrispondente alla verità. Tutto questo e molto altro ancora in un libro ricco di dissertazioni che il numero d’oro armonizza, una lettura avvincente che ha il merito di proporre in termini accessibili a chiunque una materia che troppo spesso utilizza un linguaggio non comprensibile. ***

La Massoneria e il fascismo in Europa

Helmut Reinalter, Freimaurerei und europaischer Faschismus, StudienVerlag, InnsbruckWien-Bozen, 2009,pp.120.

Helmut Reinalter, docente all’Università di

Recensioni Innsbruck, autore di numerosi autorevoli studi di storia della Massoneria, più volte relatore in convegni di storia anche in Italia e direttore della rivista “Zeitschrift fur Internationale Freimaurer-Forschung” (ed.StidienVerlag: www.studienverlag.at) ha curato un ampio panorama di ricerche sull’ascesa del fascismo, delle sue varianti in Italia, Germania, Francia e Spagna tra le due guerre, e delle loro pesantissime ripercussioni sulla Massoneria dei diversi Paesi nei quali le Logge furono costrette a sciogliersi e i loro affiliati vennero perseguitati, processati, condannati al carcere e talora persino alla pena capitale. José A. Ferrer Benimeli vi tratta di Franco e la Massoneria; André Combes di Massoneria francese e fascismo tra il 1919 e il 1939 (con cenni alla tragedia comportata dall’invasione e alla dominazione germanica nel 1940-44),

Marcus G. Patka affronta un tema innovativo, l’Austrofaschismus, non meno acre, ideologicamente aggressivo e violento di quello nazionalsocialista, ampiamente perlustrato da Rulf Melzer e da Armin Phahl-Traughber. In premessa (Vorwort) e nell’introduzione (Einleitung) il curatore espone le premesse metodologiche della raccolta e offre un’ampia analisi delle radici religiose, filosofiche ma anche economiche e sociali dell’“antimas-

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sonismo assoluto’’, inasprito dal crollo, a causa della Grande Guerra, di quella Vecchia Europa che si era ispirata a tolleranza e a riforme liberali. Il quadro complessivo non poteva ignorare il caso italiano. Lo esamina Aldo A. Mola in Massoneria e massoni in Italia all’ascesa del fascismo e durante il regime (pp.70-87) con molteplici novità documentarie sulla sorte dei circa 50-60.000 affiliati delle due organizzazioni massoniche costretti a sospendere i lavori quando venne approvata la legge sull’appartenenza dei pubblici impiegati alle associazioni, più nota come legge “contro la Massoneria” come ricorda il Catalogo della mostra sull’Antimassoneria (Udine, 10-18 aprile 2010) prefazione di Luigi Pruneti, Inimica vis. La sindrome antimassonica in tre secoli di scritti e di testimonianze (a cura di Annalisa Santini e Serena Guidi ed. Gran Loggia d’Italia - Giuseppe Laterza, 2010). ***

Alchimia, la magia della sostanza H.Gebelein, Edizioni Mediterranee, Roma, 2009, pp.416.

Quando sentiamo parlare di Alchimia la nostra immaginazione corre immediatamente ai vari significati che tale parola ha assunto nel linguaggio figurato venendo accomunata

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all'idea di falsificazione ed inganno. Forse perchè questo era l'aspetto con cui si presentava agli occhi profani, forse perchè ha da sempre coltivato la disciplina del segreto. Niente di tutto questo risponde a verità, in realtà l'alchimia è sempre stata ben altra cosa. Essa ha rappresentato la preistoria della chimica, è stata, ed è tuttora, una disciplina esoterica e simbolica che Helmut Gebelein contribuisce a far uscire dalle nebbie che l'hanno sempre avvolta, per assumere il giusto ruolo che le compete nella storia. soltanto sperimentazione ma anche il tentativo di perfezionamento dell'uomo attraverso un metodo scientifico, che al contempo integrava cristianesimo e scienze naturali. L’autore prende in esame le pratiche alchemiche nei loro caratteri specifici, sottolineando come la loro trasmissione avvenisse per via esoterica. L'alchimia pratica e l'alchimia spirituale hanno costituito due aspetti distinti della ricerca e gli strumenti utilizzati sono autentici attrezzi da lavoro che diventano successivamente immagini simboliche, costituendo il linguaggio Universale degli Esoteristi. Egli traccia innanzitutto la storia dell'alchimia e le teorie alchemiche affinchè il contenuto dei capitoli successivi trovi una giusta collocazione nel tempo, infatti, proseguendo ci narra la ricerca della pietra filosofale o polvere di proiezione, quella sostanza miracolosa atta a produrre la trasmutazione ed a creare, con altri composti, il rimedio di tutti i mali. Il racconto continua con la storia di alchimisti celebri quali Raimondo Lullo che, nel secolo XIV, cerco di sistematizzare in modo meccanico principi e regole e, per raggiungere lo scopo, inventò una macchina

del pensiero. Gebelein analizza quindi i rapporti che intercorrono tra l’alchimia e la religione, dove gli esperimenti si mescolano ad esperienze mistico-religiose che offrono il senso della purificazione e caratterizzano una larga parte delle pratiche alchimistiche e prosegue individuando i legami che queste pratiche hanno avuto con la letteratura, la musica, la pittura ed anche a quelli con la medicina, che sono ben evidenziati quando cita Ippocrate il quale si espresse in termini alchemici a proposito dei massaggi quando affermò la necessità di sciogliere (solve) e legare (coagula). Ogni giorno, quando viviamo la realtà quotidiana, l'alchimia ci offre la possibilità di migliorarci, di comprendere chi siamo, cosa vogliamo, cosa possiamo fare per noi stessi e per gli altri, perchè in ultima analisi, sia per l’alchimista pratico che per quello spirituale, l’oggetto degli esperimenti di trasformazione è la Vita. Ulteriore esempio dei molteplici contenuti dell’alchimia lo troviamo infine nel Papiro di Leida che non è soltanto un ricettario tecnico per la pratica realizzazione di un’opera d’arte, perchè vi sono indicati anche i procedimenti chimici per la lavorazione dei metalli e non mancano neppure alcune nozioni simboliche ed esoteriche. La nascita della chimica, cioè di una ricerca


scientifica sulle sostanze organiche ed inorganiche e sulle leggi che ne governano la composizione e la trasformazione, portò al tramonto dell'alchimia, la quale ancora oggi si pone come antidoto ecologico alla tirannia della tecnologia. Helmut Gebelein non ci narra soltanto la nascita e l'evoluzione dell'alchimia, egli parla all'Uomo comunicandogli un messaggio che viene da lontano ed i cui contenuti tuttora sopravvivono. ***

La reliquia del Gran Maestro

Massimo Centini, Piemme 2010, pp.222

Quello tra la Sindone e i Cavalieri Templari è un rapporto particolarmente problematico, che spesso fa storcere il naso agli studiosi. Massimo Centini, con rigore e senza enfasi, ha raccolto nel recente volume La reliquia del Gran Maestro. Indagine sulla Sindone e i Cavalieri Templari un’ampia documentazione sull’argomento, facendo un po’ d’ordine e separando la storia dal mito e della leggenda. Il binomio Sindone-Cavalieri Templari è problematico e pericoloso. Problematico perché i metodi dell’analisi storica e culturale spesso devono fare i conti con un’endemica scarsità di fonti; a ciò si aggiunga che un certo numero di fonti sono oltretutto attraversate da un corpus di miti e leggende prodotte dalla storiografia del XIX secolo. È pericoloso perché contrassegna il lino di Torino con toni mitici che, nel corso dei secoli, hanno condotto lontano anni luce dalla realtà. In un vortice di ricostruzioni più adatte alla sceneggiatura di un film con Indiana Jones che all’indagine dello storico o dell’archeologo, Sindone, Graal (in misura minore l’Arca dell’Alleanza) e Templari sono diventati una sola cosa. Questi soggetti risultano così inscindibili e parte integrante di una storia “altra”, parallela, che, a detta di un certo numero di studiosi ancora condizionati dalle riletture mitiche effettuate dalla cultura del Romanticismo, sarebbe stata volutamente oscurata per motivi sempre diversi. La storia dei Templari, di cui spesso il grosso pubblico conosce solo i tratti maggiormente inquietanti, cioè quelli più tragici o avventurosi, è caratterizzata da peculiarità che sono soprattutto di ordine politico, finanziario, giuridico e inquadrate in uno scacchiere geografico dominato da istanze in cui, tragicamente, gli

aspetti materiali avevano un peso molto superiore a quelli spirituali. Dobbiamo inoltre ricordare che la caratura esoterica che ha contrassegnato (e ancora contrassegna) l’esperienza dei monaciguerrieri, è soprattutto il frutto di un processo successivo alla loro presenza oggettiva nella storia tra XII e XIV secolo. Infatti, si tratta dell’effetto della rilettura in chiave mitica dell’epopea dei Templari e delle loro relazioni con la Sindone: tutto ciò ha determinato uno stravolgimento sia dell’immagine autentica del Sacro Lino che del ruolo storico dei Cavalieri Templari. Eppure, questa distorsione funziona da sempre, perché soddisfa quell’urgenza di mistero che continua ad essere uno degli elementi del moderno successo incontrato dalle vicende che hanno come protagonista questo ordine cavalleresco, creato intorno al 1120 con la funzione di difendere la Terra Santa, costituito da monaci-guerrieri e che raggiunse un potere straordinario. L’ascesa, e soprattutto l’autonomia, dei Templari ebbero un effetto deleterio, poiché furono l’origine della loro fine. Una fine che ha una data ufficiale: 18 marzo 1314, il giorno del rogo di Parigi. ***

Sub Rosa

V. Meattini, Albatros il Filo, Roma 2010

La poesia è tornata. Le parole s’essenziano di gocce di vita, medicina rara e costosa, della Visione che distilla / nel core il dolce del vino e della rosa di Khayyàm, di Ungaretti e ancor prima di Dante. Queste pagine dense, questi versi di mano lieve - ripreso il filo del discorso che da Omero in poi di volta in volta ogni poeta raccoglie riverberano suggestioni e atmosfere d’altra poesia: in particolare la palpabilità della parola magica di Borges e l’instancabile ricerca della vita interiore che impegnò il canto di Kavafis. E tuttavia qui non s’ode il frastuono di antiche battaglie; tacciono le voci di Antiochia, le acclamazioni di gloriosi re, il tonfo dei corpi caduti, il tintinnio dei ferri. Non v’è traccia del tempo dilatato della Storia; si vive invece il tempo dell’istante, dell’attimo vibrante, al ritmo costante del pulsare di epifanie divine.

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Nell’intermittenza di luci ed ombre, nella vita che romba, freme, schiocca, frusta, frulla, improvvisamente / cede la trama, s’apre lo squarcio: è il tempo del Miracolo. Il rumore della Storia sfuma in un tenero strepitio e si placa nell’infinito silenzio della luce che schianta, in un tempo sospeso che è quello dell’In-Canto. In questa immersione rapida e profonda s’intravede la speranza di un Dio possibile (il Dio in cui dio crede); possibile ma non dicibile giacché svanisce a tentarlo / nel più profondo il fondo. Quella luce infatti non smeriglia ma acceca la vista: è un pensiero sì grande che strema la mente, che tuttavia può conservarne impressa l’essenza. Allora è possibile quantomeno vivere una vita autentica, scavalcare il giorno troppo corto, la stagnante monotonia del quotidiano, spogliarsi dell’inutile e di ciò che ingombra, ed essenziarsi. È il Segreto velato, e non dis-velato, che il poeta porge, nella mano aperta: la rosa, immagine del mondo, vita segreta, la unica rosa, grazia che riscatta i giorni e le cose perdute, la risorgente rosa. Nella speranza di poter cogliere il suo Segreto bisogna scavare, cercare e osare parole ancora vive, affondare la vanga e scavare. Scavare finché la terra cede anche di poco e poi scendere. Scendere dove tu non possa perdermi: Sub Rosa. Raffaella Bisceglia

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Poesia

Iniziata solitudine

Hoparlatoconunaviola

nella tromba della fama.

Intarsiata di solitari scogli con porti e panchine frequentati da temerari e sognatori di nuove civiltà

Devi riempire il tuo cuore d'amore, fratello, batterti per l'immortalità di ogni cosa vivente, avrai un senso di intensa commozione e di gioia esplosiva.

Quando l'interlocutore è l'Assoluto, per ottenere la salvezza dal terrore del tempo e assenza di significato, la messa in gioco è totale.

equipaggi variopinti di diseredati in cerca di capitani fedeli e carte che riproducono rotte tra costellazioni morte da tempo tra vite sepolte derubate dal senso convengono sensibilità vendute ad ambulanti di intelletti viscere umane intente a imbrattare il futuro doniamo oggi stille d'azioni immacolate consapevoli d'adornare colonne indegni di templi ritualizziamo la luce e la rinascita sotto rami d'acacia giuriamo libertà e giustizia fedeltà e tolleranza ma i nostri astrusi alfabeti si fanno bui per i più camminiamo soli su sentieri irti di ostacoli intricati di versioni vulgate purgate e restitute nudi ci offriamo alla vita che scorre fili di esperienze su trame di pensieri qualunque che riproduce generazioni istruite in aule di sapere e in aule d'affinata animalità iniziati e sempre più soli seminiamo tra i deserti perdiamo i maestri stoniamo la sinfonia dell'Universo l'eggregore interrompe il suo flusso e noi cercandoci ancora più nudi della creazione pesiamo la viltà dei metalli che imbrigliano l'ali violando il volo quanto grande è il cielo che “move il sole e tutte l'altre stelle” quanto superbo il contattarlo partecipare della sua luce obliando la lusinga della nostra imperfezione ampi deserti distendono ampie superfici rammentano il lavoro tra cori profani straniero in terra arida coltivo zolle brune e assetate mentre tra le ciglia s'imbriglia un germoglio d'acacia. Pietro Alacchi Francesca Tucci

Devi entrare nel terzo regno che la ragione non conosce, fratello, udire i battiti del cuore della terra immergerti nelle regioni del cuore e anche senza capirle, senza abbracciarle a pieno, naviga e nuota con esse. Devi intendere lo spazio della poesia come atopia, fratello, luogo che non appartiene al dominio della realtà né al non esistente. Fratello, dobbiamo essere fratelli di ogni cosa vivente, diventeremo così pieni d'amore da non temere più il dolore e la morte. Di tutto questo ho parlato con il viola di una viola. Remo Toigo ***

Mia quotidiana lotta con l’Angelo Morte, dov'è il tuo pungiglione? Non lasciarmi nell'angoscia, si agitano sinistre acque 'eternamente fredde' sterminati viali con file di lampioni fuggono nell'oscurità pieni di fremiti serali in ragnatele di fili. Non appare luce innaturale, rivelatrice, che annunci la presenza divina. Jusepe de Ribera narrò la vita e la morte nella 'Allegoria', nel segreto cercando di trovare la sua anima

E' il momento massimo Dell'impegno e del conflitto, Giacobbe ha saputo evocarlo con la violenza della sua richiesta di benedizione ..... noi?

Remo Toigo ***

Metafore Perpetua metafora è questa, instabilità che si trasforma in una metamorfosi perpetua. Semplice torrente all'inizio che si getta nel mare, immagine di esso che si precipita a ricevere le acque, con passo assetato, e beve .... e beve .... la sua rovina si tramuta in farfalla con onde invece di ali. -Le immagini non si deformano, di una farfalla è la fine; farfalla egli dice, non alata, ma ondosa. Il mare sarà lampada di Teti. Centauro spumoso diviene l'oceano nel confondersi con il torrente, perché è mare e fiume; come ad un vitellino che ardisca lottare contro il toro. Nuova immagine nasce dal mare: il padre delle acque è incoronato di alghe bianche e spume verdi. Remo Toigo

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R.L. ‘4 Giugno 1270 Raniero Gatti’ Oriente di Viterbo

ata spontaneamente dalla R.L. Fargnoli, questa Loggia ha preso avvio grazie al desiderio dei suoi membri di crescere guidati dallo spirito massonico che permea la città stessa. Se ne trovano tracce in molti siti: dentro la città vecchia, portoni scolpiti, finestre decorate con simboli massonici, sculture raffiguranti Fratelli scomparsi eseguite da altri Fratelli, tombe nel cimitero monumentale di San Lazzaro; segni nella parte nuova della città, edifici che indicano chiaramente l’appartenenza massonica di chi li ha costruiti. La Loggia prende il nome dal giorno in cui avvenne l’episodio che vide la ribellione del popolo

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R.L. ‘La Fenice’ Oriente di Pieve a Nievole

l mito della Fenice, con il fascino della sua simbologia, ha resistito all’usura del tempo, ha attraversato i millenni ed è giunto fino a noi ancora capace di proporsi con interesse. È comprensibile e denso di significato che una Loggia abbia voluto assumere il mito della Fenice a motivo ispiratore e abbia deciso di denominarsi La Fenice se si pone mente all’asserzione che ‘la Libera Muratoria è avanti tutto progressiva’. Il Massone che con mente aperta persegue il nuovo, consapevole che ‘la Libera Muratoria è una istituzione che ha il suo principio di base nella ragione’ e che ‘non impone alcun limite alla ricerca della verità’, vive l’avventura cui si aprì lo spirito umano

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Viterbese alla spavalderia del potere costituito e dal condottiero Raniero Gatti, organizzatore della ribellione stessa. Il distintivo di Loggia riporta oltre al nome il Palazzo Papale e la Loggia, le iniziali R.G. riferite al Capitano del Popolo ed una tegola. La tegola, simbolo della rivolta, ha inoltre il significato di coprire, proteggere, riparare dall’intrusione di profani e di annullare le influenze esterne. Con la tegola il Segreto, simbolicamente è al sicuro quindi il lavoro nella Loggia può svolgersi con la massima serenità, tranquillità ed efficienza.

fin dallo scoccare della prima scintilla di intelligenza. Innumerevoli volte la Fenice è morta e poi rinata, la sua morte sulla pira è stata sempre l’inizio di una nuova vita più illuminata della precedente. Il Libero Muratore trova nella Tradizione e nei suoi riposti insegnamenti, nei suoi simboli e nella ritualità con cui ad essi ci si avvicina, la guida sicura per meglio intendere e interiorizzare il mito della Fenice, nel suo andamento ciclico di morte e rinascita, perenne e mai casuale.

R.L. ‘Excalibur’ Oriente di Trieste

a base del Gioiello di Loggia è di forma circolare ed in essa campeggia sullo sfondo il pavimento a scacchiera del Tempio. Al termine di questa viene rappresentata una roccia, nella quale è infilzata la spada Excalibur. La spada, archetipo delle più antiche tradizioni occidentali è sinonimo di forza e di bellezza, da usare come difesa e con saggezza; la giustizia è raffigurata con la spada in pugno, per dividere il bene dal male. La spada è quindi un simbolo massonico. Excalibur, la spada più famosa della storia europea è una spada infissa della roccia - pietra grezza - all’interno

della quale noi possiamo cercare la Luce della conoscenza, ovvero la pietra levigata. Sul bordo dell’anello esterno, i 7 Nodi d’Amore presenti nel Tempio, rappresentano il forte e indissolvibile vincolo che unisce i Fratelli. Il motto della Loggia ‘Excalibur’ rispecchia l’insieme del gioiello con questa frase in lingua latina: Nec te quiesiveris extra (Non cercare te stesso al di fuori di te)

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atrix, matrice cioè utero; deriva dal latino mater, ‘madre’. Omnium Matrix nel senso che indipendentemente da uomini o azioni, conserverà sempre la capacità generatrice; il concetto di una matrice comune a tutti significa che la cellula primigenia -totipotente-reca in sé la capacità di svilupparsi in cellule differenti a seconda delle esigenze di crescita dell’organismo. Quindi si vuole sottolineare sia la continua ‘vitalità’ della Loggia, sia le diversità che

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Il nome distintivo della nostra Officina richiama quello di Themis/Qemiz, la titanica figlia di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra); amata da Zeus, diede alla luce le Ore, le Moire, Dike (Giustizia), Eunomia (Legalità), Irene (Pace). Themis ‘dal buon consiglio’ è la personificazione dell’ordine naturale; È raffigurata spesso con una benda sugli occhi, simbolo dell’imparzialità, con una bilancia in mano, simbolo dell’equità, e talvolta con una spada nell’altra mano, simbolo dei castighi che da lei deve temere chi agisse male. Per quanto riguarda il gioiello di

R.L. ‘Omnium Matrix’ Oriente di Milano si andranno a sviluppare nell’Officina grazie alle differenze che Sorelle e Fratelli sapranno esprimere, necessarie alla crescita degli individui e allo sviluppo della Loggia. Il gioiello esprime il concetto di ‘centralità’ ponendo al suo centro un lapislazulo. Questo è stato scelto sia per il suo colore, sia per la sua composizione. Il

colore richiama appunto l’acqua, ed esprime ancora una volta il concetto del principio (macrocosmo), sia il liquido amniotico che avvolge l’uomo alla sua nascita (microcosmo).

R.L. ‘Themis’ Oriente di Verona Loggia, le singole lettere della trascrizione possono esser intese come cifre dell’acronimo T.H.E.M.I.S., che sta per: Templum Hiram Erexit Magnum Imperante Salomone e componendo il quadrato della Terra e il cerchio del Cielo - siamo arrivati alla stilizzazione del geroglifico wrt, simbolo di faraonica maestà. I colori nelle vele sono quelli dell’Ordine Massonico e seguono la disposizione

cardinale degli elementi nel Tempio: il Nero/Terra al Nord, il Bianco/Aria al Sud, il Blu/Acqua all’Ovest, il Rosso/Fuoco all’Est. Con i riferimenti a Egitto, Israele, Ellade, Roma e alla Massoneria stessa, si vuole cosi sintetizzare la quintessenza della tradizione esoterica mediterranea.

ad oggi l’elenco delle Logge già pubblicato... R\L\ Cartesio Or\di Firenze R\L\ Nino Bixio Or\di Trieste R\L\ Scaligera Or\di Verona R\L\ Minerva Or\di Torino R\L\ Sile Or\di Treviso R\L\ Luigi Spadini Or\di Macerata R\L\ Enrico Fermi Or\di Milano R\L\ Kipling Or\di Firenze R\L\ Pisacane Or\di Udine R\L\ Salomone Or\di Catanzaro R\L\ Teodorico Or\di Bologna R\L\ Fargnoli Or\di Viterbo R\L\ Minerva Or\di Cosenza R\L\ Giovanni Pascoli Or\di Forlì R\L\ Iter Virtutis Or\di Pisa R\L\ Triplice Alleanza Or\di Roma R\L\ Zenith Or\di Cosenza R\L\ Audere Semper Or\di Firenze R\L\ Federico II Or\di Jesi R\L\ Ad Justitiam Or\di Lucca R\L\ Horus Or\di Pinerolo R\L\ Mozart Or\di Roma R\L\ Jakin e Boaz Or\di Milano R\L\ Prometeo Or\di Lecce R\L\ Venetia Or\di Venezia R\L\ Garibaldi Or\di Castiglione R\L\ Petrarca Or\di Abano Terme R\L\ Delta Or\di Bologna R\L\ Eleuteria Or\di Catania R\L\ Anita Garibaldi Or\di Firenze R\L\ Eleuteria Or\di Pietra Ligure R\L\ La Fenice Or\di Forlì R\L\ Astrolabio Or\di Grosseto R\L\ Risorgimento Or\di Milano R\L\ Goldoni Or\di Londra R\L\ Augusta Or\di Torino R\L\ Horus Or\di R.Calabria R\L\ Voltaire Or\di Torino

R\L\ Fidelitas Or\di Firenze R\L\ Ermete Or\di Bologna R\L\ Athanor Or\di Cosenza R\L\ Monviso Or\di Torino R\L\ Cosmo Or\di Argentario Albinia R\L\ Trilussa Or\di Bordighera R\L\ Logos Or\di Milano R\L\ Concordia Or\di Asti R\L\ Ausonia Or\di Torino R\L\ San Giorgio Or\di Milano R\L\ Valli di Susa Or\di Susa R\L\ Cattaneo Or\di Firenze R\L\ Mozart Or\di Genova R\L\ Carlo Fajani Or\di Ancona R\L\ Aetruria Nova Or\di Versilia R\L\ Magistri Comacini Or\di Como R\L\ Uroboros Or\di Milano R\L\ Libertà e Progresso Or\di Livorno R\L\ Ugo Bassi Or\di Bologna R\L\ Navenna Or\di Ravenna R\L\ Hiram Or\di Sanremo R\L\ Cavour Or\di Vercelli R\L\ Per Aspera ad Astra Or\di Lucca R\L\ Dei Trecento Or\di Treviso R\L\ La Fenice Or\di Livorno R\L\ Aristotele II Or\di Bologna R\L\ La Prealpina Or\di Biella R\L\ Erasmo Or\di Torino R\L\ Fedeli d’Amore Or\di Vicenza R\L\ Ros Tau Or\di Verona R\L\ Giordano Bruno Or\di Firenze R\L\ Hiram Or\di Bologna R\L\ Garibaldi Or\di Toronto R\L\ Sagittario Or\di Prato R\L\ Giustizia e Libertà Or\di Roma R\L\ Le Melagrane Or\di Padova R\L\ Luigi Alberotanza Or\di Bari R\L\ Antares Or\di Firenze

R\L\ Cidnea Or\di Brescia R\L\ Fratelli Cairoli Or\di Pavia R\L\ Nazario Sauro Or\di Piombino R\L\ Antropos Or\di Forlì R\L\ Internazionale Or\di Sanremo R\L\ Giordano Bruno Or\di Catanzaro R\L\ Federico II Or\di Firenze R\L\ Pietro Micca Or\di Torino R\L\ Athanor Or\di Brescia R\L\ Chevaliers d’Orient Or\di Beirut R\L\ Giosuè Carducci Or\di Follonica R\L\ Orione Or\di Torino R\L\ Atlantide Or\di Pinerolo R\L\ Falesia Or\di Piombino R\L\ Alma Mater Or\di Arezzo R\L\ C. B.Conte di Cavour Or\di Arezzo R\L\ G.Biancheri Or\di Ventimiglia R\L\ Sibelius Or\di Vercelli R\L\ C. Rosen Kreutz Or\di Siena R\L\ Virgilio Or\di Mantova R\L\ Ausonia Or\di Siena R\L\ Mozart Or\di Torino R\L\ Vincenzo Sessa Or\di Lecce R\L\ Manfredi Or\di Taranto R\L\ Cavour Or\di Prato R\L\ Liguria Or\di Orspedaletti R\L\ Saverio Friscia Or\di Sciacca R\L\ Atanor Or\di Pinerolo R\L\ Ulisse Or\di Forlì R\L\ 14 Juillet Or\di Savona R\L\ Pitagora Or\di Cosenza R\L\ Alef Or\di Viareggio R\L\ Ibis Or\di Torino R\L\ Re Salomone e Front.Nuove Or\di Milano R\L\ Ab Initio Or\di Portoferraio R\L\ Emanuele De Deo Or\di Bari R\L\ Melagrana Or\di Torino R\L\ Aurora Or\di Genova

R\L\ Silentium et Opus Or\di Val Bormida R\L\ Polaris Or\di Reggio Calabria R\L\ Athanor Or\di Rovigo R\L\ G. Mazzini Or\di Parma R\L\ Giordano Bruno Or\di R.Calabria R\L\ Lux Or\di Firenze R\L\ Etruria Or\di Siena R\L\ Athena Or\di Pinerolo R\L\ Palermo Or\di Palermo R\L\ XX Settembre Or\di Torino R\L\ La Silenceuse Or\di Cuneo R\L\ Corona Ferrea Or\di Monza R\L\ Clara Vallis Or\di Como R\L\ Giovanni Bovio Or\di Bari R\L\ EOS Or\di Bari R\L\ G. Ghinazzi Or\di Roma R\L\ D.Di Marco Or\di Piedimonte Matese R\L\ Oltre il Cielo Or\di Lecco R\L\ San Giorgio Or\di Genova R\L\ G.Papini Or\di Roma R\L\ Anita Garibaldi/Alpi Giulie Or\di Livorno R\L\ Melagrana Or\di Cosenza R\L\ Il Nuovo Pensiero Or\di Catanzaro R\L\ M’’aat Or\di Barletta R\L\ Costantino Nigra Or\di Torino R\L\ Umanità e Progresso Or\di Sanremo R\L\ Fenice Or\di Spotorno R\L\ Ferd.Rodriguez y Baena Or\di Milano R\L\ G.Bruno - S.La Torre Or\di Roma R\L\ XI Settembre Or\di Pesaro R\L\ Il Cenacolo Or\di Pescara R\L\ Humanitas Or\di Pistoia R\L\ Gaspare Spontini Or\di Jesi R\L\ Vittoria Or\di Savona R\L\ Archita Or\di Taranto R\L\ Zodiaco Or\di Pinerolo R\L\ La Fenice Or\di Chieti


 

      

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Officinae Giugno 2010