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Trimestrale internazionale di attualitĂ , storia e cultura esoterica Anno XXVIII - Marzo 2016 - n.1


Trimestrale internazionale di attualità, storia e cultura esoterica Anno XXVIII - numero 1 - Marzo 2016 Direttore Editoriale

ANTONIO BINNI Direttore Responsabile LUIGI PRUNETI Segreteria di Redazione ROBERTO PINOTTI SIMONE TADDEI Consulente Legale IVAN IURLO Comitato Scientifico VINCENZO CIANCIO ALDO ALESSANDRO MOLA PAOLO ALDO ROSSI IDA LI VIGNI PAOLO MAGGI RENATO ARIANO hanno collaborato a questo numero MICHELE ANGIULI ANTONIO BINNI RICCARDO CECIONI JEAN-PIERRE CORDIER PAOLO MAGGI VERONICA MESISCA ALDO ALESSANDRO MOLA ANTONELLA OREFICE ELISABETTA PABIS TICCI LUIGI PRUNETI ISABELLA ZOLFINO progetto e realizzazione PAOLO DEL FREO , Direzione, Redazione, Amministrazione: via S.Nicola de Cesarini, 3 ˛ 00186 Roma tel. 06.688.058.31 06.689.3249 fax 06.687.9840 www.granloggia.it of–cinae.granloggia.it of–cinae@granloggia.it direttore.of–cinae@granloggia.it redazione.of–cinae@granloggia.it Reg. Tribunale di Roma n° 155 del 24/3/1989; Autorizzazione postale 50% Finito di stampare nel mese di Marzo 2016 presso: Grafiche Zanini Srl √ Via Emilia 41, 40011 Anzola Dell»Emilia (BO) , Il materiale inviato anche se richiesto non si restituisce. Il materiale da pubblicare deve essere spedito all indirizzo della Redazione di Officinae. La Redazione informa che il contenuto degli articoli della rivista rispecchia le opinioni dei singoli autori. La Redazione di Officinae resta a disposizione degli aventi diritto per le fonti iconografiche di cui non si abbia la reperibilità.


22 - L.Pruneti: Primavera d’intorno 24 - A.Binni: Lettera alla RAI 6 - A.A.Mola: La Massoneria italiana 18 - P.Maggi: L’Arte 22 - M.Angiuli: Perché il Libro sacro sull’ara? 26 - R.Cecioni: È mezzanotte dottor Schweitzer 30 - V.Mesisca: Confer. pubblica del GOI e della GLdI 34 - A.A.Mola: Chiesa e Massoneria 40 - V.Mesisca: L’abito del male 44 - R.Cecioni: Rosslyn Chapel 48 - I.Zolfino: Lasciare i metalli fuori ... 52 - A.Orefice: Napoli, la peste del 1656 56 - E.Pabis Ticci: Linguaggio e comunicazione 60 - J.P.Cordier: GOdF, gli alti gradi del RSAA 70 - L.Pruneti: La maschera e il Carnevale 77 - In Biblioteca 80 - Fregi di Loggia


avifauna italiana vanta una specie che ha suggerito versi a due grandi poeti: Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli. Il fortunato pennuto si chiama Monticola solitarius, anche se tutti lo conoscono col nome volgare di “passero solitario”. A dire il vero il nostro non ha niente da spartire con i passeri giacché, mentre quest’ultimi si limitano a cinguettare, egli si esibisce in vere e proprie serenate, degne di un grande tenore. Grazie a queste doti vocali e alla tendenza al romitaggio, Pascoli gli dedicò una poesia che fu pubblicata nella IV edizione di Myricae, quella del 18971, mentre Leopardi ne fu ispirato nel 1819, quando ancora viveva a Recanati. L’immagine del passero solitario che, lontano dai suoi simili, cantava sul campanile di Sant’Agostino lo colpì notevolmente e forse paragonò fin da allora quel volatile a se stesso, d’altra parte annotò più tardi nello Zibaldone: “Ad ogni filosofo, ma soprattutto al metafisico è bisogno la solitudine”2; chi dunque meglio dell’uccellino “della torre antica” poteva raffigurare il poeta pensatore, solitario e infelice? La celebre poesia, però, la pubblicò molto dopo, tanto che ancora nel 1831 nella stesura fiorentina dei Grandi Idilli non compariva; solo qualche anno più tardi apparve nell’edizione napoletana e chi la lesse si rese conto di trovarsi di fronte a un capolavoro e ancora oggi il lirismo del poeta marchigiano colpisce e avvince. Basti pensare ai versi che descrivono i caratteri salienti della primavera e l’effetto che questa ha sull’uomo: “Ed erra l’armonia per questa valle. / Primavera dintorno / Bril1 “Tu nella torre avita, / passero solitario, / tenti la tua tastiera, / come nel santuario / monaca prigioniera / l’organo a fior di dita; …” G. Pascoli, Myricae (1891-1903), in Pascoli poesie, a. c. di L. Baldacci, Milano 1974, p. 106. 2 G. Leopardi, Zibaldone, premessa di E. Trevi, indice tematico e analitico di M. Dondero e W. Marra, n. 4138, Roma 2007, p. 842.

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la nell’aria, e per li campi esulta, / Sì ch’a mirarla intenerisce il core. / Odi greggi belar, muggire armenti; / Gli altri augelli contenti, a gara insieme / Per lo libero ciel fan mille giri, / Pur festeggiando il lor tempo migliore”3. È vero, la primavera “intenerisce il core” e dona vitalità, speranza, sogni all’animo incupito dall’inverno. La primavera è soglia e inizio di un viaggio che si preannuncia denso di attese e volto verso orizzonti luminosi. Quando l’equinozio bussa alla porta dell’anno e l’Ariete scalpita nello zodiaco, il fiume della vita si rinnova alla sorgente e ogni impresa appare possibile, ogni ostacolo superabile. Forse è anche per questo slancio brioso ed energico che la primavera richiama l’itinerario dell’Apprendista, di colui che, conosciuta l’iniziazione, si accinge a coltivare il proprio giardino di Libero Muratore. Procede, sotto la guida accorta del Secondo Sorvegliante, il cui emblema è la Bellezza, uno dei tre pilastri del Tempio. Per questo abbiamo voluto dedicare l’immagine di copertina del presente numero di Officinae ad Afrodite che della bellezza è l’immagine, di quella bellezza che ora esulta nei campi e brilla nei cieli tersi di marzo. L’augurio per tutti noi è che l’armonia “della stagion che foglia e fiora”4, ci accompagni sempre nel nostro viaggio e che, insieme alla Forza e alla Saggezza, ci permetta di superare i tanti ostacoli e le numerose prove destinate all’iniziato. La notte potrà essere oscura e l’inverno gelido, ma anche il buio e il freddo, sul vasto tavoliere della vita, hanno una funzione positiva, quella di farci apprezzare ancor di più il giorno che verrà e il calore dell’estate che ci attende. 3 G. Leopardi, Canti, in Leopardi tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma 2007, p. 118. 4 Cfr. Compiuta Donzella, A la stagion che ’l mondo foglia e fiora, in Poesia Italia. Il Duecento, a cura di P.Cudini Milano, 1999.


Primavera d’intorno Luigi Pruneti

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Gran Maestro

Lettera alla RAI il S\G\C\G\M\ Antonio Binni

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ettera inviata, il 12.02.2016, ai vertici della RAI dal Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro Ven.mo e Pot.mo Fr. Antonio Binni in merito alla fiction televisiva Il Sindaco pescatore. \ Dilette Sorelle, cari Fratelli, nella fiction televisiva, trasmessa di recente da RAI 1, “Il Sindaco pescatore”, è stato veicolato un messaggio, che ha fatto legittimamente indignare Fratelli e Sorelle. Non solo perché occulto e trasversale. Ma pure, e soprattutto, perché avulso dalla stessa indagine penale apertasi a seguito dell’omicidio, a distanza di ormai diversi anni, purtroppo, ancora senza alcun risultato. Non potendosi lasciare passare sotto silenzio un fatto così gravemente offensivo, quanto del tutto gratuito, abbiamo ritenuto doveroso manifestare l’indignazione di tutta la Comunione e nostra personale, oltre che ai vertici apicali della RAI, pure alla Commissione di Vigilanza del pubblico servizio, doverosamente investita della censura per non avere esercitato il pur dovuto controllo. In allegato, contando di renderVi gentilezza gradita, Vi inviamo copia del testo contenente la ribadita protesta, assunta, con la certezza, di avere correttamente interpretato il desiderio di tutta l’Obbedienza, non disposta a subire ulteriori soprusi. Stante l’importanza della presa di posizione adottata, confidiamo nella più capillare diffusione della notizia oggi partecipata. Assicurando, in ogni circostanza, la più ferma e pronta difesa del buon nome della Comunione, Ci è caro inviare, a ciascuno di Voi, il Nostro più affettuoso Triplice Fraterno Abbraccio. \ – Egregio Dott. Antonio Campo Dall’Orto, Direttore Generale RAI, – Egregio Dott.ssa Monica Maggioni, Presidente RAI, – Egregio Dott. Michele Anzaldi, Segretario Commissione Vigilanza Rai.

Gran Maestro

Gentili Signori, numerosi Fratelli appartenenti alla Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. Obbedienza di Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi, indignati ed esacerbati, mi hanno segnalato che, nella pregevole fiction televisiva “Il Sindaco pescatore”, andata in onda di recente sulla Rete Rai 1, è apparso, sul bavero della giacca del personaggio “don Marra”, figura di losco camorrista-affarista, un simbolo molto caro ai massoni: la squadra e il compasso intrecciati. Simbolo più volte apparso nella rappresentazione televisiva a significare il radicato malaffare di certi biechi personaggi a contrasto, invece, della correttezza, della lealtà e del profondo senso delle istituzioni del protagonista, magistralmente interpretato dall’attore Sergio Castellitto. A nome di tutta la Comunione, oltre che, naturalmente, a titolo personale, protesto energicamente contro il messaggio occulto che si è voluto surrettiziamente trasferire al pubblico. Invero tanto più ingiustificabile e ingiustificato, ove si consideri, come pur si deve, che, nella indagine penale, purtroppo a tutt’oggi ancora priva di un qualsiasi esito, non risulta affatto il benché minimo collegamento fra l’omicidio e una qualsiasi Loggia, seppur palesemente deviata rispetto alla autentica Libera Muratoria, dalla sua nascita, fino ai giorni nostri, in verità, sempre ed uni-

camente al servizio dell’Uomo. Da una fonte di informazione – quale la RAI – per definizione deputata a informare e, soprattutto, a educare il pubblico, non ci si sarebbe, in verità, mai atteso una così grave caduta di stile, prima ancora che un collegamento così palesemente strumentale, oltre che forzato in termini di auto-evidenza. Ci si augura, pertanto, che, in futuro, si vorrà prestare ben altra attenzione ai fine di non distorcere i fatti. L’Obbedienza che ho, infatti, l’onore di rappresentare, da sempre aborre e, perciò, da sempre combatte il malaffare, previlegiando la correttezza e il bene pubblico, per l’affermazione dei quali valori si adopra con tutte le sue migliori energie. In quest’ottica, onoriamo, pertanto, la memoria del “Sindaco pescatore”, additandoLo a esempio di alto senso civico. Con la certezza che la profonda indignazione comunicata con questa nota non potrà non costituire motivo di riflessione e, soprattutto, di ravvedimento operoso nella doverosa salvaguardia dell’uguaglianza di tutti i cittadini, quale scolpita dalla Carta costituzionale frutto, sul punto, del più alto insegnamento massonico – Meuccio Ruini docet - in attesa di ricevere una risposta rassicurante in ordine all’esercizio del dovere di controllo, al fine di evitare il ripetersi dell’episodio, porgo i migliori saluti. Antonio Binni 5


Storia

III parte

La Massoneria italiana tra iniziativa politica e conflitti interni Aldo A. Mola 6


Storia

1902: Émile Combes e i suoi ministri

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olto oltre il separatismo, più o meno transigente durato da Camillo Cavour a Giovanni Giolitti, e anni luce lontano dalle Guarentigie, con l’affermazione dell’inconciliabilità tra la Chiesa Cattolica e lo Stato liberale il Grande Oriente entrava in rotta di collisione non solo con clericali e cattolici, ma anche contro “il partito conservatore d’oggi”. Con l’occhio rivolto alla Francia di Émile Combes, Ferrari intimò il suo “monito severo agli uomini di governo”. Al tempo stesso, per scrollarsi di dosso la vicenda del fratello Nunzio Nasi, bersaglio di un processo politico che trasse motivo da sue leggerezze amministrative, aggiunse che l’Ordine “pur intendendo a far prevalere le proprie aspirazioni” non era “mezzo di conquista degli uffici pubblici”. Per di più, in una circolare che confidava non divenisse pubblica ma invece filtrò all’esterno, Ferrari plaudì alla “lotta titanica contro l’assolutismo e la teocrazia” e schernì “gli snervati inni cantanti le dolcezze di una nuova età in

cui Vaticano e Quirinale provvederanno alla felicità dell’Italia!”: una sferzata non solo contro i conciliatoristi (che costituivano il nerbo della massiccia presenza di cattolici nei consigli comunali e provinciali e nella miriade di enti, istituti e sodalizi della Terza Italia), ma anche contro i liberali preoccupati delle sorti della monarchia, investita da roventi polemiche da parte di anarchici, repubblicani, sindacalisti, socialisti e frange di radicali nostalgici di Cavallotti. Per altro nel febbraio 1905 il Gran Maestro aveva deplorato la repressione zarista della “rivoluzione russa”. Nella denuncia di quel regime, anche per via dei pogrom ai danni degli ebrei, Ferrari usò termini che lasciavano trasparire la condanna contro ogni monarchia, proprio quando Vittorio Emanule III veniva invece elogiato dalle comunità israelitiche italiane per la sua partecipazione alla consacrazione della sinagoga di Roma e per le sue ripetute dichiarazioni a sostegno della libertà di culto. Ma qual era la forza effettiva della Mas-

soneria? La sua consistenza fu passata in rassegna da Gustavo Canti, Gran Segretario del Grande Oriente, nella Relazione all’Assemblea generale del 1906. La Famiglia contava 253 logge (tra territorio metropolitano, colonie e altri paesi) e 37 7


Elena di Montenegro, Principessa di Napoli, nel 1897

Storia

triangoli, contro le 500 della Francia, le 3.000 della Gran Bretagna, le 10.000 degli Stati Uniti d’America (nulla disse della potente Massoneria germanica, forte di circa 80.000 affiliati contro i 15.000 dichiarati da quella italiana). Secondo Canti gli iniziati nel corso del 1905 erano stati 1493, prevalentemente tra i 25 e i 35 anni: 123 fuori confini, 404 nell’Italia settentrionale, 340 nella centrale e 626 in quella meridionale e insulare. D’altronde le logge del Mezzogiorno erano 912 contro le 71 dell’Alta Italia. “Men buona accoglienza – aggiunse il Gran Segretario – faccio a quel 14% che si decide a entrare verso la quarantina; e ho in gran sospetto, lo confesso, quei non più teneri adepti (nientemeno che il 18 per cento) che, varcati i 40, i 50 e magari i 60 anni, cingono il grembiulino dell’apprendista, non so con quanta fede, ma 8

so certo con quanta freschezza di forze e di pensiero”: considerazioni rese anche più amare dalla composizione della Famiglia, formata da possidenti (21%), impiegati (19%), professionisti (15%), militari (10%), insegnanti (8%), operai (5%) e studenti (4%). “La Massoneria – constatò Canti –, organizzazione essenzialmente direttiva, deve influire sulle masse, non contenerle nel suo seno”: riflessione nettamente contrastante con la decisione del Grande Oriente di schierarsi a sostegno del suffragio universale maschile. I dati forniti dal Gran Segretario non trovano però conferma nella matricola dei brevetti di iniziazione firmati dal Gran Maestro, che per il 1905 sommarono a 2329: cioè 836 in più rispetto a quelli dichiarati da Canti. Poco attendibili risultano le fonti ufficiali e quanto ne è stato scritto da alcuni autori22.

Un appunto anonimo su carta del GOdI recita “Il numero dei Fratelli al 31 marzo 1911 è calcolato in base al numero delle Loggie moltiplicato per la media dei Fratelli da essi posseduti al 31 dicembre 1909, sopra indicata”, ovvero una media di 48 scozzesi e di 38 simbolici per ciascuna loggia al 31 dicembre 1909. Poiché al 31 marzo le logge scozzesi erano salite da 275 a 303 e le simboliche da 62 a 76, il redattore dell’informativa concludeva che gli affiliati all’Ordine erano cresciuti da 15.450 a 17.432. Sennonché (come scrivemmo ripetutamente negli anni 1976-1992, e ne conviene anche Conti) dall’elezione di Ettore Ferrari le iniziazioni registrarono un incremento sconcertante: quasi si decuplicarono in un solo anno. Se dal 1895, sotto l’incalzare delle polemiche contro Lemmi, Crispi e Carducci, si era verificata una flessione dei nuovi adepti (dai circa 500 del 1895 ai 312 del 1899), dopo il 1903 la Matricola annotò oltre 2.000 nuovi “fratelli” all’anno. La Comunione passò dalle 3275 iniziazioni complessive degli anni 1895-1902 a ben 28.049 tra il 1903 e il 1914: dati del tutto superiori a quelli forniti dalla Grande Segreteria e ai calcoli approssimativi e fantasiosi emergenti dalla rivista massonica. A parte considerazioni su composizione sociale e orientamento politico-ideologico, la domanda che non trova agevole risposta concerne la formazione dei nuovi iniziati e la durata della loro permanenza in Loggia se, come consta da molti e concordanti documenti (per es. per sorreggere finanziariamente l’ “Idea Democratica”, intervenire a soccorso dei terremotati, sostenere le candidature dei massoni o filomassoni nelle elezioni politiche del 1909 e del 1913...), l’Ordine continuò a computare una media di 15-18.000 membri effettivi per l’intera età giolittiana o, se si preferisce, sino alla vigilia della conflagrazione europea, quando gli iniziati a registro dal 1875 circa al 1900 e quelli ricevuti dall’alba del secolo sommavano a non meno di 40.000 (a parte, come già osservato, quanti erano stati accolti nelle logge del GOI tra il 1898 e il 1904 e malgrado la numericamente modesta emorragia dello scisma del 1908). L’Assemblea generale del 22 febbraio 1906 assunse due decisioni destinate a pesare sul ventennio seguente e,


per molti aspetti, sulle sorti dell’Ordine. In primo luogo, senza dibattito preliminare ma su impellente richiesta delle logge “Popolo Sovrano”, “Avvenire Sociale” e “Cisalpina-Carlo Cattaneo” di Milano (che tante amarezze già aveva riservato ad Adriano Lemmi), l’Assemblea deliberò il nuovo articolo 1 delle Costituzioni: “L’Ordine propugna il principio democratico nell’ordine politico e sociale”, adattamento ovattato dei principi costitutivi dell’officina di Torino. Ferrari fu rieletto Gran Maestro; quale suo aggiunto Adolfo Engel, sostenuto dai simbolici, prevalse su Antonio Cefaly, che dal 29 gennaio si era dimesso dalla giunta perché contrario alla identificazione della Massoneria con la “democrazia Pura”, formula da lui considerata culturalmente vacua e politicamente evanescente. L’Assemblea, inoltre, propose la unificazione dei riti, col pretesto di semplificare. L’allontanamento dalle pratiche rituali era stato constatato dai visitatori esteri, costernati perché i militari si recavano in Loggia in divisa e, a parte il Venerabile e l’Oratore, quasi nessuno indossava abiti da cerimonia. Le tenute si risolvevano in conversazioni e brindisi nella sala dei passi perduti; le iniziazioni venivano sbrigate rapidamente con le formalità minime. In molte Logge la rapidità della progressione nei gradi rispondeva al peso profano degli iniziati. Certi “politici” passavano da Apprendisti a Maestri in pochi mesi. Ne nascevano malumori e contenziosi, deplorati dal Gran Segretario, secondo il quale occorreva liberare la Famiglia dal malessere interno, radicato nella inclinazione a “ripicche personali, per questioni di partito che penetrano nel sereno ambiente dei nostri Templi, per gelosie e ambizioncelle di cariche” e assorbivano, sin quasi a esaurirli, il tempo e le energie del governo dell’Ordine, sommerso dalla pletora di “tavole d’accusa” e di gare meschine, tanto in periferia quanto al centro. 4 - Il movimentismo di Ettore Ferrari contro l’insegnamento della religione Ma qual era il pensiero politico del Gran Maestro? Pittore e, soprattutto, scultore affermato, deputato nel collegio di Spoleto dalla XVI alla XVIII legislatura, Ferrari si era arroccato nel culto di ideali immarcescibili, ma di modesta presa nel quadro della monarchia rappresentativa,

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Giovanni Giolitti

tanto più da quando il Paese aveva iniziato a conciliare progresso economico e ampliamento della partecipazione popolare alla vita politico-amministrativa con il programma minimo del partito socialista, la vastissima presenza di cattolici nelle amministrazioni provinciali e comunali e il ricompattamento dei costituzionali all’insegna del pragmatismo di Zanardelli e, ancor più, di Giolitti. Se nel 1882-1890 era stato eletto, ma sempre in coda alla cinquina dei candidati vittoriosi, nel 1900 si era candidato nel collegio Roma IV, ma, come già detto, era rimasto soccombente nel confronto con il duca Leopoldo Torlonia (“dottore in legge, agricoltore”), nel 1888 rimosso da Crispi da sindaco di Roma per aver reso un omaggio formale a papa Leone XIII, che era anche vescovo della Città Eterna. Mentre Pio X andava oltre l’Opera dei Congressi e apriva la via al voto dei cattolici in collegi troppo rischiosi per la Chiesa, Ferrari tornò alle emozioni degli anni giovanili, quando con Felice Cavallotti, Ulisse Bacci e alcuni antichi carbonari aveva militato nel Circolo dei Diritti dell’Uomo, un sodalizio romano che aveva per obiettivo ultimo la repubbli-

ca. Avvicinarne l’avvento spettava ai militanti, a cominciare proprio da Bacci, segretario della Gran Maestranza dai tempi di Lemmi23. Benché nelle sue file non mancassero parlamentari liberalmoderati e conservatori di lunga esperienza, dal 1906 il Grande Oriente imboccò la via del movimentismo per non farsi scavalcare a sinistra da repubblicani intransigenti, radicali irriducibilmente antigiolittiani e soprattutto dal partito socialista, approdo dei giovani che si proclamavano rivoluzionari e preferivano la concitazione delle sezioni di partito e dei comizi sindacali al silenzio imposto agli Apprendisti liberi muratori nel primo anno dall’ingresso in Loggia. Solo nell’aspetto esteriore il programma di Ferrari coincise con quello dei blocchi popolari (liberali progressisti, radicali e socialisti riformisti) dal 1907 vittoriosi in molti comuni e, ciò che più contò, a Roma, con la lista guidata dall’ex Gran Maestro Ernesto Nathan, come ampiamente documentato da Romano Ugolini. La gracilità complessiva della Gran Maestranza di Ferrari fu anzi tra le cause principali che impedirono ai blocchi popolari di elevarsi da proposta 9


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1902, cartolina indirizzata a Ettore Ferrari

per la gestione delle amministrazioni locali a programma di governo nazionale, capace di imporsi alle elezioni politiche generali. Essa, infatti, anziché mediare tra le diverse anime dei costituzionali e delle sinistre che si stavano separando dal massimalismo, indulse a cercare il dialogo proprio con l’Estrema gonfia di massimalismo anti-istituzionale. Mentre questa rimase estranea all’Ordine, e anzi rese sempre più aspra la sua pubblica avversione nei confronti delle logge, Ferrari allarmò e deluse i moderati, costretti a cercare alleanze più sicure nel confronto con i cattolici liberali, che del resto erano la maggioranza in un Paese nel quale i “non osservanti” erano una esigua minoranza mentre i più erano semmai osservanti senza ostentazione o con discrezione. Nella sua seconda gran maestranza Ferrari perseguì tre obiettivi principali: uno 10

di politica generale (il suffragio universale, proposto sin dagli albori del Grande Oriente, ribadito nel 1870, dal Patto di Roma e nei decenni seguenti); uno concernente la società (l’abolizione dell’insegnamento della “religione” nella scuola dell’obbligo) e uno interno (l’unificazione dei riti). Il Gran Maestro percepì con chiarezza i rischi della linea impressa con la riforma della costituzione dell’Ordine e dai fermenti anti-istituzionali che laceravano molte officine. In sintonia con lui, il 24 settembre 1906 Giulio Bacchetti, capo della segreteria del GOdI (un impiegato d’ordine: altra cosa da Bacci, segretario del Gran Maestro, e dal Gran Segretario dell’Ordine), lo informò che “il F.. Roseo della L.. Popolo Sovrano di Torino” gli “aveva portato le notizie che erano state richieste” e gli aveva dato “verbalmente molte altre spiegazioni:

pare che anch’essi si mettano sulla buona via; hanno fatto una grande selezione di elementi – si ridurranno ad operazione compiuta forse alla metà, ma si saranno tolti d’attorno molta zavorra: a voce poi la informerò più minutamente24”. Le circolari, con formule più allusive che esplicite, e le annate della Rivista massonica (dal n.1 del 1905 nuova testata del bimestrale del Grande Oriente) martellarono sui temi consueti: anticlericalismo, deplorazione dell’assolutismo (anzitutto in Russia), lotta contro il militarismo, evocazione dei martiri del libero pensiero, celebrazioni di date memorabili, come già era avvenuto per il centenario di Mazzini (1905), in morte di Adriano Lemmi (1906) e per quella di Giosue Carducci, da poco insignito del premio Nobel per la letteratura (1907). Nel 1907-1908 Ferrari puntò le fortune dell’Ordine sulla mozione del deputato socialista Leonida Bissolati Bergamaschi che chiese di vietare l’insegnamento della religione “in qualsiasi forma” nella scuola elementare. Tra il 18 e il 27 febbraio 1908 ne nacque l’ultimo grande dibattito parlamentare della Terza Italia (a giudizio di Alberto Aquarone), chiamata a decidere se lo Stato dovesse istruire o anche educare e come; se esso dovesse e potesse sostituirsi alle famiglie o se queste avessero o no diritto/dovere di ottenere l’insegnamento della religione all’interno della scuola pubblica: tutte domande che si erano poste Carlo Bon Compagni, Gabrio Casati, Michele Coppino, Francesco De Sanctis, Guido Baccelli, Ferdinando Martini, Vittorio Emanuele Orlando, ... i tanti ministri (molti dei quali massoni) susseguitisi alla Pubblica Istruzione da Torino a Firenze e alla Minerva in Roma, in sintonia o meno con il dibattito che a tale riguardo durava dalla Rivoluzione francese e dall’alba dello “Stato etico”. La massoneria vi era stata e vi era implicata con filosofi e pedagogisti di prima linea sin da Amedeo Fichte, Johann Heinrich Pestalozzi, Krause, tutti completamente ignorati dalla rivista dell’Ordine a vantaggio di minori e minimi pensatori italiani tra Otto e Novecento, capaci di redigere regolamenti di convitti più che di concepire idee di portata universale. Ferrari cercò di mobilitare consensi a sostegno della mozione Bissolati facendo


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Gaetano Salvemini

leva sulla moltitudine di sodalizi di matrice massonica o nei quali i Fratelli vantavano una presenza significativa. Il 15 giugno 1906 esortò i Venerabili: “In questo mese le Sezioni della Federazione degli Insegnanti debbono eleggere i loro delegati al Congresso di Bologna, che avrà luogo alla fine di settembre. Parimenti i Comitati della Dante Alighieri saranno tra breve chiamati a nominare i loro rappresentanti al Congresso annuale, che si svolgerà a Genova nell’ottobre. Per l’un convegno come per l’altro importa sieno designati uomini di sicura fede liberale. Vogliate dunque occuparvi efficacemente di queste elezioni per mezzo dei fratelli che fanno parte dei due sodalizi25”. Però, contrariamente alle sue attese, la Federazione degli insegnanti registrò la crescente e persino rumorosa avversione nei confronti della Massoneria (animata da Gaetano Salvemini, sempre molto acre nei suoi confronti), mentre i docenti cattolici si organizzavano nella “Niccolò Tommaseo”. Alla “Dante”, che incontrava ostacoli ad ampliare l’area di consenso proprio perché sospettata di essere emanazione diretta dell’Ordine, contesero terreno la “Trento e Trieste” e altri sodalizi irredentistici, repubblicani, che la consideravano strumento del potere governativo e quindi monarchico, e l’assistenzialismo cattolico agli emigranti, su impulso di Geremia Bonomelli e di monsignor Giovanni Battista Scalabrini. Dal 1907 la Associazione Nazionali-

stica denunciò l’ambiguità della Massoneria italiana, accusata di essere sezione locale di una internazionale eterodiretta da poteri occulti, intrinsecamente antinazionali. Per l’Ordine la mozione Bissolati ebbe esito parlamentare e conseguenze interne catastrofiche. Quando Luigi Rava, già sottosegretario alle Poste nell’ultimo governo Crispi e con Saracco all’Agricoltura, di cui fu poi titolare sia nel secondo governo Giolitti, sia con Fortis, venne chiamato alla Pubblica Istruzione da Giolitti nel suo terzo ministero, da Roma il 6 agosto 1906 Ferrari si affrettò a congratularsi con lui: “Illustre e caro amico, col più vivo compiacimento saluto il tuo terzo avvento al Governo dello Stato. Con le mie gradisci le sincere congratulazioni dei nostri amici, che dalla tua assunzione alla direzione del dicastero della Pub.a Istr.e traggono i più lieti auspici

per la coltura ed educazione della patria e per l’affermazione del nostro comune ideale. Nel tuo nuovo e fecondo cammino ti seguirà la fiducia e la simpatia di noi tutti, che conosciamo il tuo valore e la tua fede. Abbimi con fraterno affetto tuo aff. Ferrari26”. Rava, invero, in quei giorni era stato iniziato alla loggia “Roma” della capitale. Il rilascio del diploma sottoscritto da Ferrari, completo della sua firma “ne varietur”, fu registrato nella Matricola sotto la data 10 agosto 1906. L’ingresso in Loggia, però, non gli impedì di condursi in linea con il presidente del Consiglio anziché agli ordini del Gran Maestro. Secondo Giolitti Stato e Chiesa erano due parallele. Respinta fermamente ogni ingerenza della Chiesa nella sfera di piena sovranità dello Stato, questo però era “incompetente” in materia religiosa; dal canto suo il governo non aveva motivo 11


Saverio Fera

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di aumentare gli avversari delle istituzioni. Pertanto, la scuola pubblica doveva assicurare l’insegnamento della religione nell’istruzione elementare se richiesto dalle famiglie, ma in luoghi e ore stabilite dall’autorità scolastica e con personale debitamente vagliato e “patentato”: una condizione, quest’ultima, che suscitò il sarcasmo degli anticlericali, secondo i quali, pur di ottenere la “patente” per “insegnare catechismo” (comportante un emolumento), anche docenti agnostici e atei se ne sarebbero forniti. Vero. Ma arbitri ultimi della “lealtà” dell’insegnamento nel caso sarebbero state le fa12

miglie, alle quali lo Stato non aveva titolo per sostituirsi quando si trattava di libertà di coscienza e diritto/dovere di educare i figli. A favore della mozione Bissolati votò il 13% dei deputati (60 contro 347): socialisti, repubblicani, alcuni radicali “intransigenti” nel cui novero i massoni figurarono come il meno sta nel più. Non ebbe sorte migliore l’emendamento propugnato da Vittorio Moschini, antico seguace di Zanardelli, che tentò una mediazione attenuando il rigore di Bissolati. Tra i deputati sicuramente affiliati alla massoneria (è però impossibile stabilire

se all’epoca ancora e quanto “attivi”) al momento del voto dieci risultarono assenti (nomi di peso quali il socialista Andrea Costa, Scipione Ronchetti, Rocco Santoliquido, Rosario Pasqualino Vassallo...), undici votarono contro (altrettanto rappresentativi: Alessandro Fortis, il principe Romolo Ruspoli, Giovanni Camera, sottosegretario di Stato, Leonardo Bianchi, Giovanni Francica Nava, Emilio Faelli...). A favore si schierarono appena in 17 (Camillo Finocchiaro Aprile, Salvatore Barzilai, Agostino Berenini, Ubaldo Comandini, Errico De Marinis, Ferdinando Martini, Riccardo Luzzatto, Ludovico Fulci, che l’8 marzo 1908 pronunciò a Messina il vibrante discorso La scuola laica e il pensiero di Giordano Bruno su invito del locale fascio giovanile “Roma Nuova”,...). Alcuni di essi, repubblicani intransigenti o socialisti, erano e sarebbero rimasti all’opposizione sino alla Grande Guerra e quindi non costituivano alcuna minaccia nuova per la maggioranza giolittiana; altri si dichiararono favorevoli alla mozione, ma per motivi di principio, senza ostilità preconcetta nei confronti del governo né, meno ancora, del suo presidente. Fu il caso di Finocchiaro Aprile, che, infatti da Giolitti fu chiamato al ministero della Giustizia nel suo IV governo, quando, per altro, già aveva ripudiato il Grande Oriente e si era schierato con la Gran Loggia d’Italia. La forza della Massoneria era consistita sino a quel momento anche nell’alo-


ne che ne circondava l’influenza sul potere, dalla Corona al governo, agli uffici ministeriali e parlamentari e alle amministrazioni locali, a tacere del mondo finanziario e imprenditoriale e alla vastissima rete di istituzioni culturali, scientifiche e di cattedre universitarie, presidenze di scuole e convitti. Più che per la sua consistenza effettiva, l’Ordine incuteva rispetto (e sospetto) per la leggenda aurea (o nera), alimentata da chi, come Felice Cavallotti, aveva polemicamente asserito che la Camera contava trecento deputati massoni e che il governo Crispi era un “conclave di 33\”, cioè di membri di grado supremo del tenebroso Supremo consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato che ha per insegna “Ordo ab Chao”, dalle molteplici traduzioni possibili (l’Infinito primigenio? Le Tenebre? La Rivoluzione?) Il voto sulla mozione Bissolati e sull’emendamento Moschini mise a nudo la realtà: la Massoneria contava sulla fedeltà del 3,9% dei deputati in carica. Il governo, invece, comprendeva un solo ministro massone, Luigi Rava, per di più fresco di iniziazione e occulto, mentre Carlo Schanzer, titolare di Poste e Telegrafi, figlio di un alto dignitario scozzesista, non aveva ostilità preconcette nei confronti dell’Ordine, ma non ne era accertata l’affiliazione né in Italia né all’estero e comunque non prendeva ordini da Ferrari. 5 - Il grande scisma: dall’interno del Supremo Consiglio alla nascita della GLdI L’insofferenza nei confronti del Gran Maestro da tempo serpeggiava in molte Logge, sia sulla questione dell’insegnamento della religione sia, e ancor più, sul progetto di unificazione dei riti, che, veduti i proponenti, si sarebbe risolta nella subordinazione degli scozzesi ai simbolici o nel loro naufragio in una ritualità impoverita. Il 19 gennaio 1908 il Gran Segretario Rosario Bentivegna, 33° grado del Rito, deplorò la circolare inviata dalla loggia “XX Settembre” di Firenze sull’interpretazione dell’art. 52 degli Statuti generali, una questione niente affatto marginale: la durata sessennale del Gran Maestro e della Giunta. Bentivegna non contestò il merito, ma la forma: la circolare risultava sottoscritta “da tre fratelli, dei quali nessuno riveste ufficio per cui possa legalmente e massonicamen-

Achille Ballori

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te firmare in luogo e vece del Venerabile” in vista della “discussione del punto 6 dell’ordine del giorno dell’ imminente Assemblea Generale: Comunicazioni relative alla unificazione dei Riti”. In poche settimane la Massoneria italiana precipitò in una crisi destinata a dividerla in due Obbedienze distinte e contrastanti. La scissione nacque dalla somma di tre concause. In primo luogo, vi incise la lunga crisi interna del Supremo Consiglio. Morto Lemmi, gli era subentrato il vicario, Achille Ballori, clinico illustre. Il 23 febbraio 1908, pochi giorni prima dello smacco della mozione Bissolati, il Supremo respinse fermamente la proposta di fusione dei riti votata dall’Assemblea e propugnata da Ferrari, Gran Maestro solo sui gradi “azzurri” (Apprendisti, Compagni, Maestri), non sulla scala scozzese, di cui faceva parte. Per non entrare in conflitto con il Gran Maestro, Ballori si dimise da Sovrano. In secondo luogo il 6 marzo la Giunta esecutiva del GOdI invitò il Grande Orato-

re, custode della Tradizione, a mettere sotto accusa i deputati che avevano votato alla Camera contro la direttiva del Gran Maestro: Giovanni Camera, Dario Cassuto, Alessandro Fortis, Leonardo Bianchi, Giovanni Francica Nava, Santi Funari, Carlo Pascale ed Enrico Guerritore Broya. Il 21 marzo il Supremo rielesse Sovrano Ballori, che però insisté nelle dimissioni e fu sostituito dal Luogotenente, Saverio Fera, in veste di Reggente. Il 1 aprile, presieduto da Fera, il Supremo accolse il ricorso di Fortis e respinse la richiesta di procedere contro i deputati che non avevano approvato la mozione Bissolati. In terzo luogo l’Ordine tentò di interferire nel Rito. Nella seduta del Grande Oriente, il 27 aprile, Ulisse Bacci, portavoce di Ferrari, biasimò aspramente la condotta del Supremo. Questo, in risposta, assunse la pienezza dei poteri. Il primo maggio Fera annunciò a tutte le Potenze massoniche regolari e riconosciute il nuovo governo del Rito per i successivi nove anni (egli stesso quale Sovrano, 13


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Filippo Turati

1908: alta moda femminile

Giovanni Miranda, Giovanni Camera, Francesco Pellicano, Leonardo Ricciardi, Cesare Pastore, Carlo Peretti e Romeo Boselli Donzi come grandi dignitari) e ribadì il fermo rifiuto della fusione tra i riti, accampata sin dal 25 febbraio su mandato di Ferrari. Tra il 24 giugno e il 15 luglio la scissione del Supremo Consiglio divenne realtà: presenti Ferrari, Nathan e due membri onorari, la pattuglia scozzesista fedele al GOdI riconobbe Sovrano Ballori. La parte più numerosa del Supremo confermò invece Fera, che fu radiato dal Grande Oriente d’Italia, nel quale, del resto, ormai non si riconosceva, come tutti i suoi seguaci. Con i poteri della carica, Fera implementò il Consiglio Supremo da lui governato. Secondo le costituzioni del rito, il 21 14

marzo 1910 questo dette vita alla Serenissima Gran Loggia d’Italia, che si proclamò unico legittimo corpo massonico indipendente per l’Italia e le sue colonie, così come, sull’altro fronte, continuarono a fare sia il Grande Oriente sia il corpo scozzesista rimastovi incluso. Da quel momento in Italia vi furono due Comunità liberomuratorie diverse e spesso contrapposte non solo su questioni propriamente massoniche, ma anche con riferimento alla vita pubblica e politica. Secondo alcuni, regista occulto del grande scisma fu Giovanni Camera, già sottosegretario alle Finanze nel II ministero Giolitti e nel governo Fortis27. Con abilità pari all’attivismo, Fera ottenne il riconoscimento da parte del sovrano del Rito scozzese nel Belgio, il pre-

stigioso conte Eugène Goblet d’Alviella, e, ciò che ancor più contò, dei Supremi Consigli degli Stati Uniti d’America (James D. Richardson, della Giurisdizione Sud, con sede a Washington; e gen. Sam C. Lawrence, della Giurisdizione Nord, con sede a New York) e, nel 1912, del Convento mondiale dei Supremi Consigli (1912), ai quali non gli fu difficile dipingere il Grande Oriente d’Italia come associazione impeciata di politica anziché rispettosa dei landmarks secondo i quali la Massoneria non si immischia in questioni religiose e di partito. Dal 1908 alla costituzione della Gran Loggia d’Italia tra i maggiorenti della sua Comunità Fera annoverò figure di indiscutibile merito massonico (e non solo): Alessandro Fortis, Giovanni Camera, Camillo Finocchiaro Aprile, Romolo Ruspoli, Giovanni Francica Nava, Enrico Pegna, Leonardo Bianchi, Leonardo Ricciardi, il valdese Teofilo Gay, il pastore protestante William Burgess, Giovanni Miranda, il celebre chimico e senatore Emanuele Paternò di Sessa, sempre a fianco di Lemmi, Dario Cassuto, Vincenzo Bellini, Gino Cremona e il generale Giacomo Sani28. Con lieve modifica, Fera rialzò l’insegna originaria del Supremo Consiglio scozzesista “en Italie” costituito a Parigi il 16 marzo 1805 quale legione sacra a sostegno del futuro viceré d’Italia, Eugenio di Beauharnais, poi Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia insediato dal Supremo a Milano il 20 giugno 1805: “Universi terrarum orbis architectonis ad gloriam ingentis”, anziché “Universi terrarum orbis architectonis gloria(m) ingenii”, formula arcana, diversa da quella, molto nitida, adottata dal Convento di Losanna il 13 settembre 1875: “Ad Universi terrarum orbis Summi Architecti Gloriam - Deus meumque jus”. Nelle circolari egli ribadì: “Alle imprecazioni ed alle personali invettive che, con animo tutt’altro che fraterno e con fini tutt’altro che massonici, qua e là furono lanciate contro il Supremo Consiglio e contro taluni di essi non rispondiamo (…) ce lo vieta la carità fraterna”. Ricordò che “il defunto Padre dalla Massoneria”, Adriano Lemmi, aveva ordinato di respingere la riforma delle Costituzioni pretesa da Ferrari e che il Supremo Consiglio, “custode delle tradizioni e delle dottrine dell’Ordine, appositamen-


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Messina, il terremoto del 1908

te convocato, il 17 marzo 1906” all’unanimità aveva dichiarato che l’ “aggiunta” (cioè il “il principio democratico nell’ordine politico e sociale” quale scopo della massoneria, NdA) non doveva in alcun modo “impedire l’ingresso e la permanenza nell’Ordine degli appartenenti alle varie gradazioni del Partito liberale, comunque si muovano dentro o fuori delle patrie istituzioni, purché avversi al clericalismo anche modernizzato o alla reazione comunque dissimulata”. La separazione tra i componenti del Supremo Consiglio spaccò verticalmente l’Istituzione e, ciò che più conta, mutò antichi rancori in odio immarcescibile. Anche studiosi pacati, come Oreste Dito, scrissero pagine intrise di fiele più che di indignazione. In risposta a una fraterna lettera inviatagli da Fera, il 25 maggio rispose: “Nella mafia, nella camorra, nella teppa, nelle sacrestie, al cenno di un capo si prostra la massa delinquente o superstiziosa e ignorante degli affiliati. Nella Massoneria, ch’è scuola di principii e laboratorio di moralità, le libere ed oneste coscienze s’elevano sdegnose, implacabili a protestare contro chiunque voglia farla servire ad immondi interessi di setta. Ed è la civile protesta fustigatrice

de’ mercanti nel tempio. Verrei meno al mio dovere di massone, di padre, d’insegnante, di cittadino se consentissi nella delittuosa balaustra rimessami29”. Le Logge avevano sempre registrato conflitti interni o tra diverse officine di uno stesso Oriente o “valle”, per i più disparati motivi, solitamente superati con defatiganti mediazioni a livello locale e con interventi del governo dell’Ordine; ma dal 1908 migliaia di Massoni profusero tempo ed energie a combattersi accanitamente da due opposti versanti, il GOdI e la GLdI, con brevi pause di ombrose trattative per la ricomposizione della Famiglia, una sola volta (e non completamente) unificata, tra il 1890 e il 1895, gli anni centrali della gran maestranza di Adriano Lemmi. La scissione della comunità liberomuratoria italiana avvenne proprio mentre riprendeva più aspra la polemica antimassonica da parte dei cattolici (non solo i clericali, ma anche i conciliatoristi ormai pronti ad accedere alle urne per sostenere liberali moderati, fossero pure “fratelli”, come Fortis, Cassuto e altri, in cambio dell’appoggio dei liberali a candidati cattolici altrettanto moderati), dei repubblicani intransigenti, dei socialisti e di avversari nuovi, ma ancora più staffilan-

ti, come il filosofo Benedetto Croce, che marchiò a fuoco l’ideario massonico, a cominciare dall’umanitarismo pacifistico, antistorico e inconsistente, “cultura ottima per commercianti e maestrucoli elementari24”. Era infine imminente l’offensiva più distruttiva: quella dei nazionalisti. Le frange di Massoni che indagavano sulle origini dell’iniziatismo (Arturo Reghini, in cerca delle radici pitagoriche della Libera Muratoria, ed Edoardo Frosini fondatore del Rito Filosofico) e di quelli impegnati nel raccordo tra Massoneria e teosofia (fu il caso di Giovanni Amendola, iniziato nella stessa loggia di Bartolomeo (Meuccio) Ruini, furono messe ai margini dell’Ordine dal15


Ernesto Nathan

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la pubblicazione dei due volumi del Libro del massone italiano di Ulisse Bacci (1908-1911), centone fantasioso su iniziatismo, esoterismo ed erbario ereticale nella prima parte, compilazione tendenziosa nella seconda sulla presenza massonica in Italia, con speciale attenzione per gli anni dal 1870 a fine Ottocento. Per il ruolo e gli avalli accordatigli dai grandi maestri e per la diffusione propiziata anche attraverso la Rivista Massonica l’opera codificò l’immaginario degli affiliati e nocque alla ricerca critica avviata da Dito (solo più tardi ripresa da Giuseppe Leti, Gildo Valeggia, Pietro Buscalioni nell’opera rimasta inedita per quasi settant’anni), a tutto vantaggio di chi, come Alessandro Luzio, indagò la storia della Libera Muratoria alla luce dei documenti, piegandola però ai suoi pregiudizi antimassonici. Nel 1909 (quando alle elezioni i deputati cattolici risul16

tarono decuplicati) e nel 1910 il Grande Oriente poté compensare le delusioni della politica parlamentare con i successi dei blocchi popolari, segnatamente con quello al governo della Città Eterna. La lotta pro e contro il Serpente Verde in quegli anni ebbe molti veicoli, in specie le riviste satiriche, quali “L’Asino” di Guido Podrecca e Gabriele Galantara (affiliato alla “Propaganda massonica”) e “Il Mulo” dell’israelita convertito Rocca d’Adria (pseudonimo di Cesare Algranati). Il “Foglio Volante n. 19” dell’ “Unione Popolare” (29 marzo 1909) fu tutto dedicato alla demolizione delle eventuali larghe intese tra elettori cattolici e candidati massoni. Dal canto suo Ferrari inviò ripetutamente circolari per orientare il voto degli affiliati del GOdI, sempre più simile a un ventaglio che si stava chiudendo. Non giovarono molto la campagna

contro la condanna a morte e la fucilazione di Francisco Ferrer y Guardia, né, meno ancora, la disapprovazione dell’accoglienza riservata da Vittorio Emanuele III e dal governo (Giolitti-Tittoni) allo zar di Russia in visita di Stato in Italia e per motivi di sicurezza ricevuto non a Roma o in altra città ma nel Castello Reale di Racconigi, in Piemonte. Ignaro delle complesse motivazioni della politica estera del regno, Ferrari ancora una volta deplorò il regime zarista in termini meramente ideologici e retorici. Molto più realisticamente, Ernesto Nathan si recò invece a rendere omaggio allo zar della Terza Roma in nome della Città Eterna, perché così esigeva lo Stato. 6 - Nathan in conflitto con la Chiesa di Pio X Lo stesso Nathan, però, il 20 settembre 1910 determinò il tracollo della rappresentatività istituzionale della massoneria con il discorso pronunciato per l’evocazione della breccia di Porta Pia. Sindaco della Città Eterna disse: “Un’altra Roma, prototipo del passato, si rinchiude in un perimetro più ristretto delle mura di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero, nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l’aria libera abbia a risolverla in polvere. Da lì, dal fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell’ignoranza (…). Come nella materia cosmica in dissoluzione, quella città, alle falde del Gianicolo, è il frammento di un sole spento, lanciato nell’orbita del mondo contemporaneo”. Lanciò strali contro il Concilio Ecumenico Vaticano I e il dogma dell’infallibi-


lità “che, ereditata dalla tradizione, passata nei costumi, si manifesta purtroppo oggi nell’ignoranza popolare che dinanzi all’apparizione di un’epidemia appende voti alla Madonna e scanna i sanitari; quella infallibilità che incita il Pontefice a boicottare le legittime aspirazioni umane, le ricerche della civiltà, le manifestazioni del pensiero, lo muove ad architettare nuovi scuri per escludere la luce del giorno (…). Nella Roma di un tempo non bastavano mai le chiese per pregare, mentre invano si chiedevano le scuole; oggi le chiese sovrabbondano, esuberano; le scuole non bastano mai! Ecco il significato della breccia, o cittadini. Nessuna chiesa senza scuola! Illuminata coscienza per ogni fede, ecco il significato della Roma d’oggi”. Nel discorso, che suscitò un’onda di indignate proteste da parte dei quotidiani cattolici e la costernazione di molti liberali, Nathan capovolse i termini e i toni usati nella conclusione di Vent’anni di vita italiana attraverso all’“Annuario” 31, ove aveva evocato la costruzione della scuoletta di Pianosinatico per iniziativa del curato e per opera dei parrocchiani che si tassarono due lire al mese (pari alla quota che i Massoni versavano alla loggia) e che ogni giorno festivo “silenziosi salivano a passo a passo, ognuno carico di una grossa pietra”, sino a quando, anche col concorso di un ministro del re e di un sottosegretario, “una domenica si sentirono le campane della chiesa suonare a festa, e sul tetto di un nuovo edificio si vide sventolare la bandiera tricolore. La scuola nuova era coperta!”. Lì Nathan aveva parlato la lingua di Carducci di La chiesa di Polenta e del “fratello” Giovanni Pascoli: voci universali. Il 20 settembre del 1910 a Porta Pia Nathan espresse invece temi e toni di una esigua minoranza, lungimirante quanto si voglia, ma incompatibile con il ruolo di sindaco di Roma mentre l’Italia progrediva grazie alla conciliazione silenziosa e alla laicizzazione altrettanto pacata. _______________ Note: 22 Novarino scrive che nell’ultimo Ottocento bussarono alle porte del Tempio” mediamente un migliaio di profani all’anno (cit., p.34), ma

poi conviene con altro autore che le iniziazioni nell’ultimo quinquennio dell’Ottocento furono poche centinaia all’anno e raggiunsero il picco di 475 solo nel 1900. 23 Sui conforti religiosi ricevuti da Ulisse Bacci (6 ottobre 1946-22 dicembre 1935) negli ultimi giorni v. Giandomenico Mucci S.J., Ulisse Bacci in un carteggio inedito, “La Civiltà Cattolica”, quaderno 3487, 7 ottobre 1995, pp. 44-50. Tra i suoi ultimi desideri, l’ex segretario di Lemmi, Nathan e Ferrari espresse quello di “vedere il Papa...se non mi mandassero indietro”. Negli stessi anni l’ex sovrano e gran maestro della GLdI, Raoul Vittorio Palermi, tentò ripetutamente di essere ricevuto in Vaticano.

Storia

24 AP. Bacchetti (grado 33°) fu membro aggregato del Supremo Consiglio del Rsaa. 25 AP. 26 AP. 27 Giovanni Camera e il giolittismo salernitano, a cura di Italo Gallo, Salerno, Avagliano, 1999. 28 Luigi Pruneti, La Tradizione massonica scozzese in Italia, Roma, Edimai, 1994; ID., Annales. Gran Loggia d’Italia. Cronologia di storia della Massoneria italiana ed internazionale, Roma, Atanor, 2013; ID., (a cura di), Risorgimento & Massoneria, Roma, Atanor 2013 e L’eredità di Torquemada. Sommario di storia dell’antimassoneria, Acireale, Gruppo Editoriale Bonanno 2014. 29 AP. 30 Valerio Meattini, Benedetto Croce e la mentalità massonica, Bari, L’Arco e la Corte, 2011. 31 Il discorso non è incluso in Anna Maria Isastia, Scritti politici di Ernesto Nathan..., cit. Lo si trova in Alessandro Levi, Ricordi della vita e dei tempi di Ernesto Nathan, cit., pp. 236237; anche secondo Levi, la protesta della Santa Sede mise in allarme il presidente del Consiglio, Luigi Luzzatti, che, “se poté pensare a misure di rigore contro il Sindaco della Capitale (e non si poteva certo destituirlo), non osò tuttavia mettere in esecuzione un provvedimento di tal genere, che avrebbe scatenato una tempesta nel paese, allora orientato a sinistra”: ove Levi confonde la “minoranza rumorosa”, cioè gli anticlericali militanti, con quella elettorale. In un opuscolo (Roma Papale e Roma Italiana, Roma, tip. Centenari, 1910) Nathan pubblicò il discorso, il rescritto pontificio al cardinale Pietro Respighi e la sua replica (24 settembre). Vi rivendicò: “Tutto si muove, si evolve, si allarga e gli uomini volgono gli occhi in su alla ricerca della fede, illuminata dal sapere. Se ho offeso la legge auguro di rispondere dinanzi al Tribunale; se ho offeso i doveri dell’ufficio mio, spetta il giudizio alla cittadinanza; se ho offeso la religione, la coscienza tranquilla, senza intermediario, risponderò innanzi a Dio”. La cittadinanza si pronunciò nelle elezioni politiche del 1913, che sancirono la sconfitta della maggioranza bloccarda e, dopo le dimissioni anticipate della Giunta Nathan, il successo dei moderati nelle elezioni amministrative del 1914. Su Fer-

Giovanni Pascoli

rari v. Anna Maria Isastia (a cura di), Il progetto liberal-democratico di Ettore Ferrari. Un percorso tra politica e arte, Milano, Franco Angeli, 1997. Approfondimenti sulla Massoneria italiana all’inizio del Novecento in Fulvio Conti (a cura di), La Massoneria italiana da Giolitti a Mussolini, Viella 2014 (ivi i saggi di Laura Cerasi e Alessandra Staderini); ID., (cura di), La Massoneria a Firenze dall’età dei Lumi al secondo Novecento, Bologna, il Mulino 2007 (ivi i saggi di Anna Pellegrino, Dall’Unità a fine Ottocento: la presenza massonica fra umanitarismo e anticlericalismo, e di Laura Cerasi, Democrazia, patriottismo, politica di massa: la massoneria in età giolittiana); ID., (a cura di), La massoneria a Livorno dal Settecento alla repubblica, Bologna, il Mulino, 2006 (ivi in specie i saggi di Alessandro Volpi, Donatella Cherubini, Liana Elda Funaro e Angelo Gaudio); ID.,(a cura di), Massoneria e cultura laica in Sardegna dal Settecento ai giorni nostri, Roma. Viella, 2014 (ivi in specie i saggi di Marco Pignotti e di Aldo Borghesi). V. altresì Pier Luigi Ballini, Le elezioni amministrative nel 1889. Il primo sindaco eletto: Francesco Guicciardini in”Quaderni Sidney Sonnino”, 3, Lotta politica ed élites amministrative a Firenze, 1861-1889, a cura di Pier Luigi Ballini, 2014, pp.237-91. Cenni sintetici in Vittoria Bianchi, Un secolo di Grande Oriente d’Italia, Bonanno, Acireale, 2014. P.6/17: Per le illustrazioni vedi testo e didascalie delle figure.

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Arte

L’Arte Paolo Maggi

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olte delle parole che noi oggi utilizziamo hanno attraversato millenni di storia. Tranne rare eccezioni, nel tempo, hanno modificato il loro suono e a volte hanno conservato solo una vaga somiglianza con la loro primitiva radice fonetica. Spesso anche il significato che noi diamo loro non è più quello originario, ma è il frutto di una lenta deriva semantica. Un utilissimo esercizio per la mente è quello di liberarci dal significato imposto dalla storia alle parole che oggi usiamo e di riscoprirne il loro senso archetipo. È un esercizio antidogmatico, perché spesso i significati delle parole ci rendono schiavi. E oltretutto può capitare di imbatterci in sorprese inaspettate. C’è una parola molto usata nel linguaggio comune che ha subìto più delle altre una profonda metamorfosi nel corso dei secoli: la parola arte. Tutti noi oggi, quando pensiamo all’arte, pensiamo a un’attività legata strettamente alla sfera creativa ed emozionale della mente umana, che genera forme di espressione estetica attraverso la musica, la pittura, la scultura o le lettere. Questa parola è molto antica e deriva dalla radice ar- che in sanscrito significa andare verso, ma anche adattare, fare, produrre. È una radice che ritroviamo, quasi intatta, nel latino ars. Diversa è la radice della parola greca Τέχνη ma, sia la parola greca che quella latina avevano il doppio significato di tecnica e di arte. Originariamente, quindi, la parola arte aveva un’accezione pratica: indicava l’abilità in un’attività produttiva, la capacità di costruire oggetti. Non che tutt’oggi l’artista manchi di capacità tecniche per generare i suoi manufatti, ma non vi è dubbio che l’aspetto tecnico della produzione artistica è attualmente considerato del tutto secondario. E dunque, in antico, il concetto di arte era molto più estensivo rispetto a oggi e sotto la sua definizione ricadevano molti campi dell’attività umana. Ora di questa idea originaria dell’arte resta assai poco. E se ancor oggi parliamo di artigiani, per carità, guai a confonderli con gli artisti. Chi ha descritto con grande chiarezza che cosa fosse l’arte nel passato è stato Aristotele. E la sua definizione, nata dall’idea antica di un’attività squisitamente operativa, è tuttora attuale, ancorché ignorata dai più. L’arte, dice Aristotele, è figlia dell’esperienza ed è il

Arte

punto di incontro fra molte competenze empiriche. Se provassimo ad applicare questa definizione al giorno d’oggi, forse vedremmo molte cose sotto una luce diversa, perché sono molteplici i campi della conoscenza umana che si generano dall’esperienza e collegano fra loro diverse aree di competenza. Questa idea di arte era ancora militante durante il Medioevo che, come tutti noi ricordiamo, distingueva le arti in liberali (che includevano non a caso architettura e medicina) e meccaniche. E anche questo nasceva dall’idea di Aristotele, che già allora parlava di una radice comune da cui nasce la scienza e l’arte. “L’esperienza è per gli uo-

mini solo il punto di partenza da cui derivano scienza ed arte. L’arte nasce quando da una molteplicità di nozioni empiriche venga prodotto un unico giudizio universale che abbracci tutte le cose simili tra loro. Infatti l’esperienza si limita a ritenere che una certa medicina sia adatta a Callia colpito da una certa malattia, o anche a Socrate o a molti altri presi individualmente; ma a giudicare, invece, che una determinata medicina è adatta a tutti costoro considerati come un’unica specie (ossia affetti, ad esempio, da catarro o da bile o da febbre), è compito riservato all’arte”. E la medicina, secondo la visione aristotelica, allora come ora, è arte per ec19


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cellenza. Anche gli anglosassoni ne sono consapevoli e, a dispetto del loro spesso esasperato scientificismo, la definiscono tuttora medical art. Questo perché, è innegabile, gran parte della medicina nasce da un sapere empirico. Ma anche perché l’arte medica nasce tipicamente dall’incontro fra diverse discipline del sapere empirico: la scienza, la tecnica, la cultura, l’organizzazione sociale e politica. E il medico deve interessarsi di tutte queste discipline rimanendo sempre altro da ciò, restando un punto d’incontro e sintesi di questi diversi saperi, secondo la definizione che dà dell’arte Aristotele. Ma non facciamoci troppo distrarre dalla medicina e torniamo all’arte, perché guardare le attività dell’uomo alla luce dell’idea aristotelica di arte può riservarci ancora qualche interessante sorpresa. Se è vero che l’arte è sapere empirico, vi è un grande motore che muove ogni sapere empirico: è la cosiddetta euristica. A stretta definizione di vocabolario l’euristica è un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito, al fine di generare nuova conoscenza. Una definizione che a me piace particolarmente è: “regole semplici, pratiche, facili da utilizzare che 20

rendono facile la vita”. Ma a dispetto dell’apparente semplicità (e, forse, banalità) di questa definizione, l’euristica ha un grande e occulto potere nell’evoluzione dell’uomo. Infatti, al pari dell’evoluzione, che opera sugli individui di qualsiasi specie, l’euristica lavora di generazione in generazione, con le sue tacite e inspiegabili regole. È quella che Popper definisce epistemologia evoluzionistica. Ma in questo caso non si tratta di una competizione tra le idee, quanto piuttosto tra uomini e sistemi basati su determinate idee. Un’idea non sopravvive perché ha più successo di un’altra, ma perché l’uomo che l’ha adottata è sopravvissuto. Così come la saggezza che ci è stata trasmessa dai nostri nonni è di molto superiore a quella che si impara nelle scuole per manager. Purtroppo noi ascoltiamo sempre meno i nostri nonni. Se in tutto questo fin ora non sono stato sufficientemente chiaro (e ciò è assai probabile), facciamo l’esempio più classico di come l’euristica ha lavorato nella storia dell’uomo: i grandi capolavori architettonici dell’antichità. Dalle piramidi alle grandi cattedrali gotiche, agli occhi di noi moderni queste opere appaiono ancor oggi di fattura perfetta. E spesso ci chiediamo come sia stato possibile realiz-

zarle con nozioni tecniche e matematiche di gran lunga inferiori rispetto alle nostre (peraltro le piramidi sono nate ancor prima che Euclide formulasse le sue teorie). E così, di volta in volta ipotizziamo l’intervento di sapienti e misteriosi maestri giunti da chissà dove e chissà come, di illuminazioni divine o, addirittura di menti extraplanetarie. I fatti, ovviamente, stanno in maniera molto diversa. Gli architetti di allora che, per la cronaca, erano chiamati Maestri Muratori, non si affidavano ad approfondite conoscenze matematiche, ma all’euristica: metodi empirici e ottimi strumenti di lavoro, trasmessi da bocca di Maestro a orecchio di Maestro, perfezionati e arricchiti di generazione in generazione nel corso di molti secoli, verificati nella pratica, scartando di volta in volta ciò che portava a fallimento. Secondo lo storico della scienza Guy Beaujouan, prima del XIII secolo, non più di cinque persone in tutta Europa sapevano fare una divisione. Tuttavia gli architetti erano in grado di prevedere la resistenza dei materiali senza sapere cosa fossero le equazioni. E hanno costruito edifici che sono per la maggior parte ancora in piedi, se non sono stati bombardati da qualche imbecille nei secoli successivi. Potenza dell’euristica. L’architetto francese del XIII secolo Villard de Honnecourt, con il suo Livre de portraiture, una raccolta di disegni corredati da annotazioni, ci tramanda come venivano costruite le cattedrali: una serie di regole empiriche, che saranno successivamente ordinate da Philibert de l’Orme nel ‘500 nei suoi trattati architettonici. Tra questi vi era grande uso della simbologia, come il trucco del triangolo: per visualizzare mentalmente questa figura geometrica si immaginava una testa di cavallo. Ma possiamo ben immaginare che la maggior parte delle regole che questi antichi Maestri utilizzavano non sono mai state scritte. Era una saggezza figlia dell’euristica sperimentale e, si sa, gli esperimenti insegnano molto di più delle teorie. Gli stessi architetti romani costruivano con poca matematica e molta euristica, non fosse altro perché la numerazione romana si prestava assai poco alle analisi quantitative. Se guardiamo al De architectura di Vitruvio, scritta 300 anni dopo gli Elementi di Euclide, vi troviamo pochissima geometria formale e, ovviamente, nessuna


menzione ad Euclide. Con l’eccezione del teorema di Pitagora, che era citato. Vi è un corpo di conoscenze nella storia dell’uomo che era trasmesso da Maestro ad Apprendista e trasmesso solo in questo modo, graduando opportunamente le conoscenze con un attento processo di selezione. E torniamo per un momento alla medicina per fare una rapida considerazione: forse l’arte che ancor’oggi più si avvale dell’euristica, e si avvicina alla modalità di trasmissione della conoscenza dell’antica architettura, è proprio la medicina. Tuttora una gran parte della medicina resta un apprendistato da maestro ad allievo senza il quale le nozioni teoriche e la tanto celebrata medicina basata sulle evidenze sarebbero totalmente inutili. Ma questa rivisitazione del concetto di arte non può non includere l’Arte Reale. Chiunque abbia analizzato con attenzione il corpus simbolico e rituale della Massoneria, che si dipana nei diversi Gradi dell’Ordine e del Rito, sia egli, per così dire, un addetto ai lavori o uno studioso esterno, riceve inevitabilmente la sensazione che si tratti di una immensa costruzione tanto complessa quanto dotata di una assoluta coerenza interna, in cui nulla è lasciato al caso. Ogni simbolo, ogni rituale, ha una sua logica e collegamenti su vari livelli con tutto ciò che lo precede e ciò che lo segue. Vi è un preciso progetto interno di cui, progressivamente, comprendiamo il senso, passando di Grado in Grado, ma che ci appare chiaro nel suo costrutto complessivo, solo alla fine del percorso. E spesso neppure questo è sufficiente: bisogna ripetere il percorso più e più volte, dal basso in alto e dall’alto in basso, per ricostruire il funzionamento di tutti i suoi sofisticati e complessi ingranaggi. Anche in questo caso non si può non domandarsi chi è stato il sapiente orologiaio che ha ideato un cotale raffinato marchingegno: misteriosi e invisibili maestri? Illuminazioni divine? Civiltà evolute giunte dallo spazio? E anche in questo caso la spiegazione è molto più semplice: le misteriose e potenti regole dell’euristica. Una sapienza pratica e sperimentale, sopravvissuta non perché le sue idee hanno avuto un successo sociale (qualche volta sì, è accaduto anche questo), ma perché sono sopravvissuti i suoi Maestri, che si sono succeduti di generazione in generazione, perfezionan-

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do e arricchendo il loro patrimonio di conoscenze, eliminando ciò che di volta in volta appariva inutile o dannoso, lavorando con un approccio pratico, empirico e sperimentale. Ecco perché gli antichi sostenevano che la sapienza massonica non è un bagaglio di nozioni ma ha l’essenza di un movimento. Certo, perché questa sofisticatissima struttura prendesse la forma attuale non potevano bastare i trecento anni trascorsi dalla Grande Riforma del 1717 (che pure non son pochi). Si è trattato di un processo millenario, che ha coinvolto l’esperienza ereditata dalle più antiche scuole iniziatiche. E, in questo, la rivendicazione di antiche origini da parte della Libera Muratoria non è un illegittimo vanto, ma una chiara evidenza storica. Mai altra

arte può definirsi tale, in senso aristotelico, quanto l’Arte Reale. _______________ Bibliografia: Aristotele, Opere, Metafisica, Bari, 1988. Taleb NN. Antifragile: Things That Gain from Disorder, New York 2012. Beaujouan G. Par raison penombre: l’art du calcule et les savoirs scientifiques medievaux. Variorum Publishing 1991. Beaujouan G. Reflections sur les raports entre theorie et pratiques au moyen age. D. Reidel Pub.Co 1973.

P.18: Vienna, tetto della Domkirche St. Stephan; p.19: disegno della architettura del Duomo di Milano; p.20: Disegno gemetrico; p.21: Architettura della cattedrale di Strasbourg.

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Perché il Libro sacro sull’ara? Michele Angiuli

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L

a presenza del Libro Sacro all’interno dei Templi Massonici ha sempre destato un sentimento di perplessità anche in considerazione della ferma laicità propugnata dalla Libera Muratoria. Nella quasi totalità dei Templi, infatti, il Libro Sacro è posto sull’Ara – questa ultima a forma principalmente triangolare – e è in particolare adagiato nella parte inferiore di questa ultima (guardandola dall’alto in corrispondenza della base del triangolo). È opportuno evidenziare come l’Ara, con le caratteristiche ora succintamente descritte, vada a riflettere il Delta triangolare posto all’Oriente. Detto Delta tuttavia presenta sulla sua base inferiore una scritta in ebraico, Jahwet, o in alternativa un Occhio. Quale è, quindi, il legame tra i due triangoli (l’Ara e il Delta) e tra il Libro Sacro e la scritta Jahwet o, in alternativa, l’Occhio? Per rispondere a questa domanda bisogna partire da una immagine, riportata di seguito, e costituente anche essa un particolare Delta. Qui si vede nella parte bassa una umanità in lotta perenne mentre solo una parte di essa comprende l’inutilità di questa lotta e, in ordine o, me-

glio ancora, in armonia, si indirizza verso il Punto, verso l’Uno, adempiendo al suo scopo: “Il ritorno a casa” come lo definisce Hermann Hesse. A questa immagine si associa in maniera consequenziale la frase Ad ordo ab caos. Verso l’Armonia, il Punto, partendo dal Caos. Ma quale è il mondo del Caos? È il mondo della materia, della natura, del Bianco e del Nero, del Bene e del Male. È il mondo dove l’uomo crede di detenere la capacità e il potere di distinguere il Bene e il Male. È appunto su questa convinzione presuntuosa di poter distinguere il bene dal male che è sorto il sistema delle religioni: va ricordato che tale parola deriva da religo che sta a indicare relegare, richiudere al suo interno, definendo in modo unilaterale e obbligatorio il metodo di pregare, di pensare. Religo sta anche a indicare il termine trattenere: fermare in basso, non consentire agli uomi-

ni di capire e ricercare l’Armonia. È stata e è anche questa una delle mansioni principali delle Religioni: trattenere l’Umanità e impedirne la sua elevazione e il suo miglioramento. Nella Bibbia, in particolare in Genesi, il suo Primo Libro, si parla del Paradiso Terrestre e al suo centro è posto l’Albero della Vita Eterna; nei pressi di esso è posto un altro albero, quello della “Conoscenza del Bene e del Male”. Solo nell’ipotesi di non cogliere i frutti di questo ultimo albero a Adamo e Eva viene concessa la vita eterna. Essi tuttavia coglieranno il frutto di questo albero (credendo quindi di poter distinguere il Bene e il Male) e verranno cacciati dal Paradiso. Alcune leggende, in particolare asiatiche, e che possono essere collegate temporalmente allo stesso periodo di stesura della Bibbia (a parere dello scrivente ne facevano anche parte ma 23


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successivamente ne furono espulse), parlano che i due presuntuosi, scacciati, portarono con sé un ramo dell’albero della Conoscenza; giunti sulla terra lo piantarono e da esso nacque un nuovo albero. Sotto l’ombra di questo albero furono concepiti e nacquero Caino e Abele e sotto di esso Caino uccise suo fratello. Ritengo che questa leggenda, questo mito, vada così interpretata: con l’acquisizione da parte dell’uomo della presunzione di poter distinguere tra il Bene e il Male, comparve per esso la dimensione Tempo con la nascita, la vita, la morte. Quale è il mondo dove fu esiliato l’essere umano? È il mondo del Bene e del Male, dell’esi24

stenza del tempo (nascita, vita, morte), della lotta continua tra gli uomini, tra nazioni, tra schieramenti politici, tra religioni in quanto ciascuno ritiene di conoscere e detenere il Bene. Molte volte nel Delta, in particolare nella sua parte inferiore, quella che nella analogia con il grafico allegato corrisponde agli uomini in lotta, viene scritta la parola Jahwet, in ebraico. Giova qui ricordare come nasca questa divinità nella religione ebraica: Mosè nel suo ritorno verso la terra promessa fa sosta nel Sinai ove trova moglie, la figlia di un re locale, e adotta come propria divinità quella adorata dal suo novello suocero come Dio della guerra, Jahwet.

Quindi possiamo dedurre che Jahwet sovrintende al mondo delle lotte, delle guerre tra gli uomini. Alcuni brani dei Vangeli canonici, quelli riconosciuti, parlano di Lucifero “principe di questo Mondo” – il mondo del bene e del male – e a conferma lo stesso Lucifero appare a Gesù nel deserto promettendogli: “tutto ciò che vedi, la città, sarà tua” in cambio, ovviamente, del suo schierarsi con il principe. Va detto che il termine “principe” non è da intendersi solo come “padrone”, ma anche come “principio, regola”, così come del resto lo interpreta Giosuè Carducci nella sua Ode a Satana: “A te (Satana), de l’essere Principio immenso, materia e spirito, ragione e senso [...]”. (Con il termine L’essere è da intendersi l’intero Creato e con il termine Principio è da intendersi Regola). Possiamo quindi collegare Jahwet con Lucifero o addirittura farli coincidere? E farli coincidere anche con il Demiurgo? In alcuni Delta la scritta in ebraico di Jahwet è sostituita da un Occhio. Si vuole soltanto ricordare che quando Lucifero fu cacciato dal Paradiso, perse lo smeraldo posto al centro della sua fronte a forma di Occhio. L’occhio quindi posto nella parte bassa del Delta sta appunto a ricordare il potere del Principe, Lucifero, sul Mondo della materia, il mondo della lotta tra gli uomini, il mondo del Bene e del Male, il mondo del Tempo. Quel Delta si riflette sul pavimento a scacchi per il tramite dell’Ara e su questa è posta la Bibbia, in corrispondenza della scritta Jahwet o dell’Occhio. Lascio quindi a voi lettori la conclusione di cosa possa effettivamente rappresentare il Libro Sacro sull’Ara. Chi di noi ha potuto visitare a Napoli la Cappella del Princi-


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pe di San Severo, Raimondo di Sangro, ha potuto ammirare delle opere scultoree meravigliose. Una di esse, posta lungo il lato maggiore dell’ambiente principale, e di fronte al “Cristo Velato”, è denominata “Lo Zelo della Religione”; questa è costituita da un uomo anziano che conduce in una mano una fiaccola accesa, rappresentante la Conoscenza, e è accompagnato e aiutato nella sua opera da un fanciullo, la Ragione. L’uomo con un piede schiaccia un Libro Sacro, chiuso, e da questo fuoriescono delle serpi. Il significato di questa scultura è abbastanza chiaro: la ricerca della conoscenza solo per il tramite della Ragione, e del suo spirito trainante, il dubbio, abbandonando invece i perfidi insegnamenti, obblighi, imposti dal Libro Sacro. Per concludere, con il dare al Libro Sacro la sola valenza di libro simbolico e trasmettitore di messaggi allegorici, sgra-

vandolo da quel macigno di sacralità, si farebbe un primo importante passo verso l’annullamento della dimensione temporale (nascita, vita e morte) per addivenire a quell’eterno presente adimensionale dell’Uno, del Punto, di quell’Altrove, così come lo interpreta il grande uomo di scienza Albert Einstein, così come lo definisce un altro famoso scienziato, Minkowski, relativista anche egli, e così come ce lo ricorda il regista Sorrentino nel recente film La grande bellezza. Consentitemi di citare una frase di Russel: “... La conoscenza richiede coraggio: il coraggio di guardare l’inferno negli occhi”. Coloro che hanno capito o intuito, con la conoscenza effettuata esclusivamente con l’ausilio della ragione, hanno la forza di sfidare l’inferno guardandolo negli occhi ma per fare questo occorre grande coraggio. Siamo quindi arrivati alla stessa conclusione già raggiunta da Nietzsche:

“Al di là del bene e del male”. Bisogna quindi avere il coraggio di abbandonare la ricerca presuntuosa e ossessiva di uno schieramento “giusto” da contrapporre a uno “sbagliato”, cosa questa che ci costringe a abbracciare un modo di essere, di pensare, in qualsiasi campo (dal religioso al culturale, al sociale, e così via). È necessario quindi incominciare a porsi al di sopra del pavimento a scacchi, prendendo le distanze dal bianco e dal nero, ricordando che più in alto ci si pone per osservarlo, più lo stesso pavimento apparirà un unico ammasso di colore grigio. Per fare questo, tuttavia, così come detto da Russel, occorre avere grande coraggio, il coraggio di sfidare l’inferno.

P.22: Roma, Tempio Nazionale della GLdI; p.23: Mosaico massonico e, sotto, illustrazione latomistica; p.24: Napoli, Cappella san Severo (vd. testo) e, a dx, oggetti massonici; p.25: Pavimento a scacchi (p.22, 24 e 25 foto di Paolo Del Freo).

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Riccardo Cecioni

Ăˆ mezzanotte dottor Schweitzer 26


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S

chweitzer a Maria: “ non esito a confidarle questa verità che ho messo tanti anni ad accettare: la felicità non esiste ... Ma se lei è degna di questa felicità, capisce allora che non ne ha diritto: che deve assumere una parte del fardello del dolore umano ... Allora, si abbandona la felicità e si sceglie la gioia”. Padre Carlo a Maria: “La felicità passa come un sovrano in una sfilata! Uno lo aspetta per tanto tempo ... D’un tratto, il cuore batte più rapido ... Ecco! Troppo tardi ... è già passato ... La felicità non si lascia vedere che di spalle” e ancora: “L’eroismo consiste nel credere ancora all’idea dopo che si è visto gli esseri miserabili che la incarnano”. Così Gilbert Cesbron fa dire ai due personaggi nel suo dramma teatrale È mezzanotte dottor Schweitzer, dove descrive le ultime due notti di libertà del dottor Albert Schweitzer durante l’agosto del 1914 nel Congo Francese presso il suo ospedale a Lambaréné. Quando ero un ragazzetto e frequenta-

vo la Scuola Media Inferiore o il primo anno del Ginnasio, dopo lo svolgimento dei compiti scolastici che impegnavano tutto il pomeriggio, ci aspettava la cena: era una festa perché la nonna ci allettava sempre con i suoi manicaretti semplici,

ma gustosi, da consumarsi intorno alla tavola nel tinello, tutti insieme, con i racconti di ciascuno che riferiva della propria giornata. Con la fragranza degli odori e dei sapori, era di fatto un Consiglio di Ammini27


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strazione con le sue direttive, i piani e le strategie per il giorno, o i giorni successivi. Ed eravamo noi tutti insieme, granitici nella nostra unione e compatti nella nostra famiglia. Non avevamo ancora la TV: ma avevamo la radio che tranquilla diffondeva il Giornale Radio delle ore 20.00, a seguito della puntata giornaliera di Classe Unica o le chiacchierate simpatiche del Convegno dei Cinque. Ma dopo di questo c’era lo spettacolo della serata, che variava tra i programmi di Silvio Gigli o altri conduttori, gli stupendi concerti offerti dalla Martini & Rossi e la serie meravigliosa del teatro. Non si vedeva nulla dall’apparecchio, ma si sentivano le musiche di 28

fondo e soprattutto le voci magnifiche degli attori con il loro tono, i silenzi che parlavano, la cadenza, le sospensioni, la maestria professionale e l’ottimo italiano non ancora reso incomprensibilmente biascicato dalla mania del dialetto a tutti i costi. Tramite la voce di Baseggio, di Carraro, di Cervi, di Randone, di Ricci, della Adani, della Lojodice, della Morelli, della Pagnani e dei tanti altri ottimi attori, la nostra fantasia, che non aveva ancora bisogno dello schermo, vedeva le scene, gli ambienti, i colori, le azioni. Le nostre celluline grige, per dirla alla Poirot, si attivavano e si esercitavano nel costruire le immagini dalle parole, nel percepire odori e profumi sorti dalle scene ri-

costruite, ma soprattutto nel porre ogni suono, percepito, sotto critica per l’indispensabile immagazzinamento di dati. Così una sera, negli anni ‘50, alla radio fu trasmesso un dramma ambientato in Africa allo scoppio della Prima guerra mondiale. Non so cosa sia stato ad attrarmi: il nome leggendario del protagonista o le voci degli attori, le musiche di Bach che accompagnavano lo svolgersi della trama e sottolineavano gli stati d’animo, il dramma realmente vissuto e narrato magistralmente attraverso il dialogo dei personaggi, l’ingiustizia umana o cosa altro. L’opera, composta nel 1951 da Gilbert Cesbron, mi ha subito affascinato, ha tormentato la coscienza del ragazzetto che ero, ha suscitato sgomento e ribellione contro l’accaduto: è rimasta impressa, anche se assopita, negli archivi della mia mente. Ogni tanto veniva svegliata dal torpore del rimessaggio, quando mi veniva voglia di riascoltare qualche disco, assolutamente un padellone in vinile, con incise musiche suonate magistralmente all’organo dallo Schweitzer stesso. Assopita poi fino all’altro giorno quando, consultando i verbali delle riunioni 1965 del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato, mi sono imbattuto nella relazione del Sovrano Gran Commendatore Ven.mo e Pot. mo Fr. Giovanni Ghinazzi che riportava una sua accorata lettera di condoglianze per la morte del dottor Albert Schweitzer alla figlia di costui e la risposta commossa e fiera da essa pervenuta. A mio parere sono importantissime dimostrazioni di sentimenti, documenti che non devono assolutamente rimanere sconosciuti al mondo, ma soprattutto agli appartenenti alla nostra Istituzione. In poche righe di due lettere, in poche semplici ma vibranti righe, si delineano tre figure che non sono passate sulle terra senza lasciare la propria e ben definita impronta: – Un eroe pluridecorato dell’aviazione italiana, un leone il cui ruggito aveva ancora la forza di indirizzare Fratelli recalcitranti sulla via del bene dell’umanità, un uomo d’arme che rispettava il profondo pacifismo del medico missionario e ne ammirava l’opera; – Un missionario che aveva impegnato tutta la sua vita per sostenere il peso almeno di una parte delle sofferenze del


genere umano, rinunciando probabilmente ad agi che le capacità personali e la carriera gli avrebbero procurato, pur di realizzare il suo ideale in soccorso dei propri simili; – Una donna che, nello spirito e nel pensiero del padre, aveva dedicato tutta se stessa nel sostenere la filantropia paterna di cui aveva condiviso fatiche, delusioni e gioie; una donna la cui tempra le permetteva di ammirare nella giusta dimensione il valore della Libera Muratoria. \ Dal verbale della riunione del Supremo Consiglio del dicembre 1965, estratto dalla relazione del Sovrano Gran Commendatore: “... Vogliamo per inciso – e anche per dovere d’informazione – significarVi che, nell’occasione della morte dell’Eminente scienziato Albert Schweitzer, inviammo alla figlia, dott.ssa Rhena Eckert la seguente lettera: “Gentile Signorina, apprendo con vivo dolore, dalla stampa, il decesso del Suo Grande Genitore e non mi pare quasi vero che un così Nobile Cuore abbia potuto cessare i Suoi battiti. Tutti eravamo ormai abituati a pensare al Dott. Schweitzer come un simbolo di ogni più alto valore umano e spirituale e pertanto immanente e imperituro. Ma le leggi cosmiche, per gli imperscrutabili disegni divini, sono incoercibili anche nei riguardi di ciò e di chi vorremmo fosse imperituro. Io non so se Suo Papà fosse Massone, né forse mi interessa indagarne, perché la risposta avrebbe solo un carattere formale. Ciò di cui sono certo si è che ogni Suo sentimento e ogni Sua azione hanno sempre avuto il crisma dei dettami della nostra universale Dottrina. L’umanità ha perduto uno dei suoi più Grandi Apostoli, tanto più grande in quanto del tutto disinteressato verso ciò che è materiale e tutto proteso verso lo spirituale, di cui pareva un simbolo divino su questa terra. Desidero significarLe, Gentile Signorina, che la Gran Loggia d’Italia abbruna le sue insegne in omaggio al Grande Scomparso e, per mio modesto tramite, Le porgo le più sentite condoglianze. Voglia accogliere i sensi della più alta e devota stima, F.to Giovanni Ghinazzi”

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La Signorina Rhena Eckert si compiacque di risponderci con la seguente lettera: “Signore, profondamente commossa dalla Vostra testimonianza di cordoglio alla morte di mio padre Albert Schweitzer e del bell’omaggio che gli rendete, vorrei esprimerVi tutta la mia riconoscenza. Vi prego di trasmetterla anche ai Membri della Gran Loggia d’Italia. È per me un grande conforto che anche Voi prendiate parte al nostro lutto.

Mio padre non era Massone, ma contava molti amici tra i Massoni. Egli ci ha lasciato, ma la sua opera continua e sono persuasa che il suo ricordo sopravviverà e che il suo esempio continuerà a ispirare le menti e i cuori. Vi prego di gradire, Signore, l’espressione della mia distinta stima. F.to Rhena Eckert-Schweitzer” P.26/28: Il dottor Albert Schweitzer (Kaysersberg, 14 gennaio 1875-Lambaréné, 4 settembre 1965; p.29: Il S.G.C.G.M. Giovanni Ghinazzi (1915-1986).

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Conferenza pubblica del GOI e della GLdI Report dell’evento celebrato alla Rassegna “I Martedì Letterari” di San Remo Veronica Mesisca

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a Rassegna “I Martedì Letterari” del Casinò di San Remo ha dedicato il primo appuntamento dell’anno alla celebrazione del Settantesimo Anniversario della Costituzione della Repubblica Italiana (1946-2016), volutamente reso solenne con un evento storico: il primo incontro pubblico dopo oltre cent’anni delle due maggiori Istituzioni Massoniche italiane in onore di Meuccio Ruini, padre della Costituzione della Repubblica italiana, laureato in filosofia del diritto a Bologna, il 5 Maggio 1901 iniziato Massone nella R.L. “Rienzi” di Roma, fulgido esempio di “servitore dello Stato”, pure nella sua ininterrotta veste di tutore della Carta repubblicana. Il prof. Aldo Alessandro Mola, eminente storico italiano della Massoneria, nell’occasione, è stato artefice e guida dell’epocale incontro tra le due Istituzione, chiamate a mostrarsi al pubblico, poiché – come chiarisce il moderatore dell’incontro – la Massoneria, oggi, è l’associazione pubblica più conosciuta e, al tempo stesso, più misteriosa e temuta del mondo. Da tre secoli, infatti, se ne parla molto, ma se ne conosce ancora poco. Perciò, proprio in occasione del Settantesimo della Repubblica, è parso opportuno presentare al pubblico le voci dei vertici iniziatici delle due maggiori istituzioni latomistiche del Paese, ovvero i Gran Maestri della Gran Loggia d’Italia, dott. Stefano Bisi, e della Gran Loggia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, prof. avv. Antonio Binni, invitandoli, innanzitutto, a illustrare il rapporto tra la società civile e l’architettura propria dell’Arte Reale. I relatori, in risposta al quesito, hanno mostrato come la Costituzione italiana sia di fatto impregnata di principi latomistici fin dalle sue stessa fondamenta. In particolare l’attenzione è caduta sull’Art. 2, ove viene espressamente dichiarato che: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo [e] richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà”. I diritti, nell’ottica prescelta dai Padri costituenti, non sono, quindi, concessi, ma riconosciuti dallo Stato all’uomo-cittadino come qualità innate, dunque, pre e super statuali ... diritti che, nello stesso articolo della Carta, vengono, peral-


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tro, espressamente legati a precisi doveri di solidarietà, in termini assolutamente identici a quanto accade nelle Istituzioni massoniche. L’Architettura della Repubblica Italiana – il cui stemma, tra l’altro, è stato disegnato dal Fratello Paolo Paschetto, vincitore nel 1948 del concorso pubblico approvato dall’Assemblea Costituente – come non si è mancato di notare, si fonda, inoltre, sul lavoro, principio senza il quale non è possibile creare alcuna società vitale e vivibile, esattamente come avviene nella comunità massonica, dove il lavoro si dipana dal centrale impegno operativo volto al bene civile, nodo cruciale del Libero Muratore che, lungo il percorso iniziatico, si riconosce chiamato a essere umile costruttore di un futuro migliore, indirizzato all’evoluzione e al progresso collettivo. Già da queste prime risposte è apparso chiaro che la Massoneria, per sua intrinseca natura progressiva, non può che rendersi promulgatrice di sviluppo anche sotto il profilo scientifico, inteso come ricerca libera, svincolata da in-

teressi di mercato e/o gestito da aziende mosse esclusivamente dal profitto. Tuttavia, è altresì d’obbligo per il Libero Muratore che i traguardi tecnico-scientifici conseguiti siano soggetti e orientati a un uso consapevole e cosciente, ponendo quindi l’uomo in equilibrio tra la conoscenza acquisita e la morale circa le modalità di suo utilizzo. Necessità particolarmente avvertita quando si tratta di affrontare i problemi e le implicazioni etico-morali delle nuove tecnologie. Specie in tema di bioetica, affrontata con convegni aperti al pubblico ove viene offerto ascolto a ciascuna voce – ovviamente autorevole in materia – in un luogo di confronto laico che propone, senza imporre, attraverso domande e risposte atte a supportare la ricerca di un’etica comunemente condivisa fra i diversi punti di vista tra loro confliggenti. L’arte della costruzione di vie armoniche – proseguono i due vertici iniziatici – è nobile arte costruttiva di ponti che amplifica la conoscenza, poiché solo l’ignoranza dell’altra sponda è, per il Libe-

ro Muratore, causa di distruzione del benessere sociale. Da ciò nasce l’odierno, ma antico, impegno a promuovere la cultura, come ben dimostrano nel passato noti esempi, quali i Ministri della Pubblica Istruzione Michele Coppino che nel 1877 riuscì a rendere l’istruzione pubblica obbligatoria e gratuita, seguito poi da Francesco De Santis – anch’egli Massone – che estese l’insegnamento dell’educazione fisica anche alle bambine. Eppure, asseriscono gli illustri relatori, nonostante gli sforzi, il Paese vive ancora in una catastrofe educativa, probabilmente dovuta alla mancanza di autentici maestri, intesi, ovviamente, non quanto docenti, sia pure egregiamente preparati nella specifica materia di insegnamento, ma come uomini capaci di educare primariamente se stessi. Difatti, solo acquisendo capacità di autocritica si può trarre fuori da sé (ex-ducere) la coscienza propria di ognuno, quale direttore morale poiché intrinsecamente munito di criteri universali di discernimento tra il bene e il male. 31


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Questo dovrebbe essere l’obbiettivo principe scolastico: creare uomini capaci di ascoltare la propria coscienza ... una coscienza libera, indi critica, ragionevole e illuminata. Sebbene, ancor più della luce propria, come ricorda Goethe, per il Libero Muratore sia importante il dialogo e il confronto con il prossimo. La filosofia dell’ascolto è, difatti, il vero cuore della dottrina massonica. I Gran Maestri sull’argomento rimarcano che, ancor oggi, non è frequente trovare un luogo ove persone differenti si ritrovino a parlare educatamente fra loro, ma uno alla volta. Sembrano ovvietà, eppure nemmeno nel Parlamento del nostro Paese si parla più a turno! In generale, allo stato attuale, in Italia esiste una libertà di espressione spesso mal-usata o abusata, se non strumentalizzata per prevaricare il prossimo ... come afferma Umberto Eco, nell’odierna società il pensiero di un premio Nobel vale quanto quello di un blogger. Proprio per codesto motivo è indispensabile responsabilizzare la coscienza di ciascuno, non solo delle menti illustri, ma anche dei giovani, dei blogger, come di coloro che troppo spesso offrono al riso del profano il grembiule, la medaglia o il collare, ponendo i simboli massonici al pari di maschere carnevalesche. Ma il collare del Gran Maestro, nascosto nelle fasce di un neonato nel periodo delle persecuzioni fasciste, ha una storia, an32

che di lacrime, che non può essere compresa nel suo profondo significato da una fotografia esibita in rete. La comunicazione è uno strumento che può e deve essere usato in maniera migliore. In Loggia, non si fanno complotti, specificano i vertici iniziatici, ma si comunica educatamente il proprio pensiero, perché ciò che unisce i Massoni è unicamente la passione di incontrarsi e confrontarsi in un terreno neutrale, ove regna indiscusso solo l’amore per l’uomo e per la sua patria, tra l’altro esplicite prerogative richieste al postulante che voglia accostarsi all’Istituzione. Da qui scaturisce il necessario precetto massonico di Uguaglianza e Fratellanza che riconosce ogni uomo come figlio dell’unico cielo, libero di esprimersi, seppure sempre in termini responsabili. Su richiesta del prof. Mola, viene poi affrontata la tematica del diritto di associazione, riconosciuto anch’esso come inviolabile dall’Art. 18 della lex legum. Premettono i relatori che il fenomeno dell’associazionismo è unico nel tempo e nello spazio perché l’uomo ha intrinseco bisogno di creare strutture capaci di perdurare oltre la finitudine mortale. L’associazionismo, in fondo, è la storia di un popolo perché è la dimostrazione vivente della pluralità dei bisogni più nobili degli uomini, a motivo che non esiste praticamente settore nel quale l’uomo non si sia associato per dare voce ed esistenza alle

proprie istanze più elevate. Ovvio, pertanto, che l’ordinamento giuridico non possa omettere di considerarlo. Nei confronti dell’associazionismo, inteso come insopprimibile esigenza umana, l’ordinamento giuridico può assumere, in astratto, tre atteggiamenti: ignorarlo completamente; regolamentarlo più o meno minuziosamente; oppure sopprimerlo completamente. L’atteggiamento dell’indifferenza costituisce la regola quando il fenomeno associativo è ancora ai suoi albori. Quando, però, il fenomeno attecchisce nel contesto sociale ecco che allora l’ordinamento giuridico prende partito. La storia presenta esempi di diversi atteggiamenti. Curiositatis causa viene ricordato Adriano che, da libero cittadino, si fa iniziare ai maggiori riti esoterici del tempo, ma da imperatore si trasforma in autore del decreto di morte di tutte le associazioni misteriche del suo impero, proprio perché ben consapevole che l’uomo libero, ieri come oggi, non può che incutere paura al potere accentratore e autoritario. Allo stato attuale, la Repubblica italiana, pur riconoscendo, in linea di principio, le associazioni come il luogo dove si estrinseca e si realizza la personalità dei cittadini, è però ancor oggi priva di una norma regolatrice effettiva, tanto da avere fatto affermare ai più autorevoli giuristi che il tema delle associazioni, oggi, è


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materia di pertinenza più che del giudice, del legislatore. Manca, in sintesi, una legge sulle associazioni così come esiste in Francia fin dal 1902. I due Gran Maestri esprimono, quindi, la necessità di una legge sulle associazioni su impulso del Parlamento italiano, che permetta anche alle associazioni massoniche di vivere sotto lo scudo della legge, differenziandosi così da tutti quei “gruppuscoli” che, abusivamente, si appropriano della denominazione di istituzioni massoniche. Il secondo comma del richiamato Art. 18, come è noto, è stato introdotto verosimilmente con l’intento di colpire la Massoneria. Nella sua equivocità ha offerto il destro per infangare la reputazione di singoli Liberi Muratori, fermo rimanendo che non si comprende con quale diritto possa venir richiesto ad un amministratore pubblico a quali associazioni appartiene, finendo per valutare il suo operato non tanto in base alla propria capacità di amministrare il bene pubblico, quanto al suo essere o meno un Massone. La privacy è una legge, ma nel nostro Paese pare valere per tutti, eccezion fatta per i Massoni. Su quest’ultimo punto non si insiste per evitare di innescare polemiche, mossi dalla convinzione che la verità sa difendersi da sola.

Viene, poi, ribadito che nelle Logge non si parla mai di partiti politici, sebbene talvolta si ritenga utile affrontare temi di filosofia della polis, unicamente perché ogni Libero Muratore è parte della comunità ed è, nel contempo, chiamato ad essere attento cittadino, rispettoso della società civile nella quale vive. Infatti, il compito del Massone è lavorare, non per l’oggi che chiama in causa la politica di partito, ma per il futuro. Giunti, così, al termine della conferenza che ha chiamato i Gran Maestri a mostrare pubblicamente i principi dell’Istituzione in relazione a quelli della Repubblica italiana, essi si permettono solamente di aggiungere come nota finale che i Liberi Muratori, che rappresentano nella Loro figura, si dichiarano orgogliosi della propria identità ... e non per i meriti passati – di cui comunque la Libera Muratoria può oggettivamente farsi vanto – ma per l’opera che ogni sera ciascun singolo membro della Comunione compie nelle proprie Logge ... per quel tentare di rendersi uomini giusti, uomini che non alzano steccati di filo spinato, ma lavorano nel proprio intimo alla costruzione di ponti umanitari, necessari, oggi più che mai, non solo all’Italia, ma all’Europa. A conclusione del convegno che ha

gettato un seme di speranza alla più ampia libertà, i due Gran Maestri esplicitano che in Massoneria non esiste la parola potere, ma solo la parola servizio. Nel dare conto, sia pure soltanto sommariamente, di un evento che supera il fiato corto della mera cronaca, vogliamo concludere queste note sottolineando una evidenza, tuttavia non inutile alla chiarezza. Ricostruendo le risposte fornite dai due Gran Maestri alle diverse domande via via Loro rivolte dall’autorevole moderatore, abbiamo dato voce alle stesse in termini volutamente unitari perché l’autentica dottrina massonica è una e una soltanto. Sicché univoca non poteva che essere l’illustrazione dei principi che ispirano e reggono le due più importanti Comunioni italiane, senza, ovviamente, che codesta impostazione unitaria abbia, però, da parte di nessuna delle due Obbedienze, comportato la benché minima rinunzia alle proprie rispettive specificità e caratteristiche ... Absit iniuria verbis, particolarmente quella della mixité, irrinunciabile da parte della Nostra Comunione. P.30: Sanremo, il Casinò municipale; p.31/33: Aldo A. Mola, Il SGCGM della GLdI Antonio Binni e il GM del GOI Stefano Bisi.

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Chiesa e massoneria

Il Cardinal Ravasi e i Massoni: il dialogo tra Chiesa e Loggia non parte da zero

Aldo A. Mola

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I

n poche settimane si sono susseguiti, intrecciandosi, tre eventi che hanno riportato la Massoneria italiana al centro dei “media”. Il 26 gennaio 2016 si è svolto a San Remo l’incontro pubblico tra i Grandi Maestri della Gran Loggia d’Italia (GLdI), Antonio Binni, e del Grande Oriente d’Italia (GOdI), Stefano Bisi, con una presenza di pubblico ampiamente superiore alle previsioni1. Quindici giorni dopo, “Il Sole 24 Ore” ha pubblicato con rilievo l’articolo di Roberto Galullo, “La Massoneria marcia verso la loggia unica”, con riferimento a presunti accordi tra il GOdI e la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI), sotto il maglietto del dott. Fabio Venzi, in vista del riconoscimento del GOdI da parte della Gran Loggia Unita d’Inghilterra: “annuncio” subito (quanto invano) smentito sia dal Gran Maestro Stefano Bisi, sia dall’avv. Giuseppe Bentivegna in qualità di legale rappresentante della GLRI con nota comparsa ne “Il Sole 24 Ore” il 14 febbraio. Lo stesso giorno, nel

supplemento domenicale il quotidiano della Confindustria, da anni silente sul tema, ha pubblicato “Cari fratelli massoni” del cardinale Gianfranco Ravasi2. Con l’autorevolezza della porpora e della vasta cultura, l’Autore prende spunto dal libretto Dichiarazione circa le associazioni massoniche (23 novembre 19833, ripercorre sinteticamente le scomuniche pontificie della Libera Muratoria e altri documenti cattolici poco irenici e approda alla equilibrata conclusione che le “varie dichiarazioni di incompatibilità tra le due appartenenze alla Chiesa e alla massoneria non impediscono, però, il dialogo come è esplicitamente affermato nel documento dei vescovi tedeschi che già allora (1980, NdA) elencavano ambiti specifici di confronto con la dimensione comunitaria, la beneficenza, la lotta al materialismo, la dignità umana, la conoscenza reciproca. Si deve inoltre superare l’atteggiamento di certi ambienti integralisti cattolici che - per colpire alcuni esponenti anche gerarchici della Chiesa a loro sgraditi -

ricorrevano all’arma dell’accusa apodittica di una loro appartenenza massonica. In conclusione, come scrivevano già i vescovi di Germania, bisogna andare oltre ‘ostilità, oltraggi, pregiudizi’ reciproci, perché ‘rispetto ai secoli passati sono mutati il tono, il livello, e il modo di manifestare le differenze’. Che pure continuano a permanere in modo netto”: aggiunta doverosa perché l’una (la Chiesa) è una religione, l’altra (la Massoneria) no. Sarebbe ingeneroso osservare che la pronuncia del cardinale parrebbe dettata anche dal fastidio per le reiterate insinuazioni di massonofagi su suoi contatti con “mondi” lontani dall’ortodossia. Non solo. Chi amministra il sacramento della confessione ed è chiamato a “sciogliere” i peccati in terra è bene ne abbia cognizione e conosca anche i più “lontani” e refrattari. Come prevedibile, l’articolo del cardinale ha suscitato plausi negli uni e indignazione in altri, in specie, appunto, negli ambienti integralistici. La sua importanza è innegabile, non solo per me35


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todo ma anche per merito, giacché suona molto diverso dal giudizio estemporaneo, ma negativo, espresso dal vescovo di Roma, Francesco, nei confronti delle “lobbies massoniche”, poi reiteratamente evocate da parlamentari e da giornalisti a proposito di vicissitudini rilevanti o meno della cronaca politica, anche con riferimento a scandali bancari e a supposte interferenze di “poteri forti”, interni ed esteri, sulla vita pubblica italiana; coro nel quale spiccò l’ “a 36

solo” di Ferruccio de Bortoli che si spinse a denunciare “l’odore stantio di Massoneria” in (per lui) oscure manovre politiche apicali. A cospetto del polverone di annunci, smentite, insinuazioni e controdichiarazioni, per fare “più luce” (come invocò morendo il massone Goethe) tre osservazioni s’impongono per collocare le apprezzate considerazioni del cardinal Ravasi in un contesto storico non rimpicciolito a cronaca spicciola.

Anzitutto, anche in Italia l’Inquisizione non imperversa più da tempo. Nei Paesi “occidentali” chi oggi entra in Massoneria non rischia la tortura né la vita. Gli accadeva nei paradisi del socialismo reale (URSS e Stati vassalli, cari a tanti comunisti nostrani, incluso un ragioniere di Penne poi asceso a varie fortune) e capita ancora nei regimi fondamentalisti islamici, che, fermi al Medio Evo, vietano le Logge sotto pene gravissime. Nei suoi ultimi anni Pio XII espresse ferme condanne della Massoneria e persino del Rotary Club, intimando ai cattolici di uscirne. Ma quella di papa Pacelli era ormai una battaglia di retroguardia, destinata a essere rapidamente superata nell’età (con tutti i suoi limiti, equivoci e ambiguità) di Giovanni XXIII, John Kennedy e Nikita Kruscev, sintetizzata nella formula del “dialogo”. In secondo luogo, la maggior parte degli euro-americani coniuga sempre più tolleranza con indifferenza, tanto per le “porte sante” quanto per le statue erette tra fine Ottocento e inizio Novecento a ricordo degli eretici suppliziati (Arnaldo da Brescia, fra’ Dolcino, Giordano Bruno...). Siamo dunque in pieno clima di “libera loggia in libero Stato”? Anche troppo, lamentano le Comunità massoniche legittime e regolari, perché, in assenza di una tutela giuridica del loro nome, chiunque può abusare di insegne quali Grande Oriente o Gran Loggia. Neppure su questo terreno, però, siamo all’anno zero, proprio perché l’informazione (cartacea o per internet, pur caotica e confusionaria) consente a chiunque davvero lo voglia di distinguere i “soggetti” storici da imitazioni scadenti e spesso truffaldine. Vero è, però, che in un Paese quale l’Italia, più devoto ai santi che al Dio uno e trino, le cappelle rurali sono più affollate delle cattedrali. Perciò pullulano le massonerie sedicenti e quelle “di frangia”, così denominate da Massimo Introvigne4, e bersagliate dal polemico Inimica vis di don Ennio Innocenti, esperto di neognosticismo5. Il ritardo della “cultura” si somma a quello della politica, cioè del legislatore, che si trincera dietro la propria incompetenza (giuridica, non solo dottrinaria) ad avallare l’albero genealogico delle diverse Obbedienze e, quindi, le tante rivendicazioni di legittimità e regola-


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rità. Ne consegue che in Italia la Massoneria è conosciuta (poco e male) ma non riconosciuta. Eppure proprio lo Stato, così cauto dinnanzi alle Logge, ha stipulato e vara nuove “intese” con un ampio ventaglio di “religioni”, senza entrare nel merito delle loro “verità” e/o “promesse” per l’al di qua e ancor meno per l’al di là. La Repubblica si limita ad accertare i requisiti amministrativi di chiese e confessioni religiose a cospetto delle leggi ordinarie, senza esprimersi sui loro fondamenti teologici, dottrinari, catechistici né sui loro riti. Altrettanto potrebbe quindi fare con le Comunità massoniche, mettendole al riparo da ardimentose inchieste giudiziarie, da sospetti di chissà quali pratiche orrorose e dalla ricorrente tentazione di alcuni magistrati di pretendere la lista degli affiliati, fatalmente destinata a finire in pasto al pubblico, come è ricorrentemente accaduto (e non solo ai tempi di Agostino Cordova). Secondo alcuni lo Stato dovrebbe far propria la legge sulle Associazioni emanata in Francia nel remoto 1901,

tanto più che la Massoneria non è né una religione né un partito, ma un Ordine iniziatico: non insidia né pretende; chiede solo la libertà di essere se stessa come è da tre secoli. Il passo va compiuto anche perché alcuni partiti presenti in Parlamento vietano, senza argomenti plausibili, ai propri iscritti di associarsi a Logge massoniche, così introducendo un vulnus che investe l’intera società e i fondamenti della democrazia. Orbene, per l’articolo 49 della Costituzione i cittadini “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”: ma chi ne accerta la democraticità interna? Perché mai partiti che adottano regole illiberali al proprio interno ottengono finanziamenti dallo Stato, cioè dai cittadini? Da 70 anni questa è una domanda senza risposta. Sono i pubblici poteri stessi a lasciare che circolino e dominino pregiudizi deplorevoli e volgari. L’ha messo a nudo la ministra per le riforme, Maria Elena Boschi, che nel corso di un dibat-

tito parlamentare si è ritenuta libera di sibilare “Massone lo dice a sua sorella” a chi insinuava un’influenza liberomuratoria su fatti di cronaca, manco che, declassato a epiteto, “massone” possa suonare come insulto nel Paese che alle Logge ha dato Vittorio Alfieri e Giuseppe Garibaldi, Giosue Carducci ed Enrico Fermi, fior di politici, generali e il padre della Costituzione, Meuccio Ruini6. L’immobilismo normativo è alla radice del (finto?) scalpore suscitato dal cardinale Ravasi. Sessant’anni orsono in Francia, che sul piano delle libertà è sempre di decenni più avanti dell’Italia, molti ecclesiastici dicevano altrettanto, anzi di più di quanto egli abbia ora concesso. Nel 1961 per un pubblico confronto sulla compatibilità tra Chiesa cattolica e Massoneria il gesuita Michel Riquet fu accolto in una Loggia a Parigi “a maglietti battenti”, onore riservato solo ai grandi dignitari dell’Ordine, presente il giurista cattolico Alec Mellor, non iniziato ma autore del celebre I massoni, nostri fratelli 37


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separati. Era la vigilia del Concilio Ecumenico Vaticano I, al quale il messicano Mendez Arceo, vescovo di Cuernavaca, propose l’abolizione della scomunica dei Massoni latae sententiae, cioè senza accertamento della loro posizione personale, una sorta di “esecuzione sommaria” senza istruzione processuale, per puro pregiudizio. Dunque non si parte da zero. Nel suo importante articolo-appello il cardinal Ravasi non ne fa menzione, eppure nel lontano 19 luglio 1974 il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ferenc Seper, scrisse al pari grado John Joseph Krol, presidente della conferenza episcopale degli USA, che ormai si poteva “insegnare e applicare l’opinione di quegli autori” secondo i quali la scomunica colpisce “soltanto i cattolici iscritti ad associazioni che veramen38

te cospirano contro la Chiesa”: cosa che di rado i Massoni hanno fatto, sia perché per statuto non si occupano di religione né di partiti, sia perché semmai (come molti cattolici, del resto) avversarono il potere temporale dei papi, non la Chiesa in quanto tale. Il “documento” del cardinale Seper costituì “un punto di arrivo dopo un lungo lavoro periferico e assolutamente informale di chiarificazione, di contatti, di migliore conoscenza – dall’una e dall’altra parte – della genuina impostazione originaria della Massoneria speculativa moderna”. A scrivere parole così pacate e solenni fu il gesuita Giovanni Caprile per l’Enciclopedia italiana. Era il 1978. Quasi quarant’anni orsono. Con il paolino Rosario F. Esposito e il salesiano don Vincenzo Miano, padre Caprile dialogò ripetutamente con una delegazione di Mas-

soni del grande Oriente, formata da un ebreo (Pellegrino Ascarelli), un valdese (Augusto Comba, storico insigne) e Giordano Gamberini, già vescovo della chiesa gnostica, per nove anni Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e traduttore del Vangelo di San Giovanni per la “Bibbia Concordata”: uno spiritualista che soleva farmi notare quanto siano rare in Italia le chiese dedicate allo Spirito Santo. Dunque, per riflettere sull’invito del cardinal Ravasi al dialogo tra Chiesa e Massoneria non si parte dalla scomunica fulminata da Clemente XII nel 1738, dalla pena di morte decretata l’anno seguente dal cardinale Ercole Firrao ai danni dei Massoni, né dalle condanne ribadite da Pio IX o Leone XIII, come la Humanum genus ripubblicata da Guglielmo Adilardi per l’editore Pontecorboli. La Dichiarazione voluta il 23 novembre 1983 da Joseph Ratzinger non cancellò il passo compiuto dal suo predecessore, Seper, né reinserì nominativamente la Massoneria tre le associazioni “scomunicate” dal codice di diritto canonico che riformò quello varato nel 1917 da Benedetto XV, in piena guerra mondiale e mentre la Russia, preda della rivoluzione, precipitava sotto il tallone dei bolscevichi che decretarono l’incompatibilità fra la Terza internazionale comunista e le Logge. Dai tempi di padre Riquet il mondo ha camminato in fretta, ma qualcuno (soprattutto in Italia) è rimasto fermo ai pregiudizi del passato remoto. Bene ha fatto, quindi, il cardinal Ravasi a rimettere in moto le lancette: queste, tuttavia, debbono ripartire non dallo scontro ottocentesco tra clericali e anticlericali né dalle dispute pro o contro il monumento di Giordano Bruno in Campo dei Fiori, “ove il rogo arse” (difeso da Mussolini dopo i Patti Lateranensi, quando alcuni fanatici ne chiedevano la rimozione)7, bensì dalla pronunzia del prefetto Seper. E ciò, per non disperdere come foglie secche quarant’anni di dialoghi, di approfondita reciproca conoscenza e di quotidiano esercizio di tolleranza e di pazienza operato da studiosi come il gesuita José A. Ferrer Benimeli, da tanti ecclesiastici di varie confessioni cristiane, sulla traccia dell’incontro di Aquisgrana tra p. Gruber e il massone Lennhoff (giugno 1928), concordi nel fare argine contro il materia-


lismo di Stalin e il nazismo in ascesa, da don Franco Molinari, assistente all’Università Cattolica e rimpianto autore di La Massoneria, cattedrale laica della fraternità (1981) e, tra altri, da Paul Pistre, sempre generoso direttore della “Lettre aux Catholiques amis des Maçons” (Tolosa)8. _______________ Note:

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1 Oltre settecento persone. Nell’occasione è stato diffuso il Quaderno dei Martedì Letterari del Casinò di Sanremo, Ideali e uomini della Massoneria per la Costituzione a cura di Marzia Taruffi, per memoria dell’incontro dei Grandi Maestri il 26 gennaio 2016 (ed. De Ferrari, Genova, ora in II edizione riveduta e corretta). 2 Rileviamo che, come di consueto, il cardinale si firma semplicemente “Gianfranco Ravasi”. In questa sede non entriamo nel merito degli articoli comparsi a commento dell’asserito preludio al re-riconoscimento del GOdI da parte della GLU d’Inghilterra e di quanto al riguardo ha asserito Giuliano Di Bernardo nell’intervista rilasciata a “Libero” (22 febbraio 2016), ove l’ex Gran Maestro chiama a conforto di proprie curiose asserzioni l’impossibile testimonianza di alcuni estinti, così come gli lasciamo la responsabilità dei giudizi su Fabio Venzi, sul Grande Oriente, ecc. 3 In fronte reca Congregazione per la Dottrina della Fede. In frontespizio. Testo e commenti, Prefazione di S.E. Mons. Kuis F, Ladaria S.I., Introduzione di S.Em. Card. Giancarlo L. Muller (2015). 4 Introvigne ha curato il fascicolo A trent’anni dalla “Dichiarazione sulla Massoneria”, fascicolo di “Cristianità”, a. XLI, ottobre-dicembre 2013. 5 Roma, Sacra Fraternitatis augigarum Urbis, 2015, Terza ed. 6 Per un profilo di Meuccio Ruini massone e presidente della Commissione dei Settantacinque, che approntò la bozza della Costituzione repubblicana rinviamo al citato Quaderno dei Martedì Letterari del Casinò di San Remo, comprendente un dotto commento di Tito L. Rizzo. 7 Una ricca rassegna dei documenti pontifici antimassonici in Gran Loggia d’Italia, Inimica vis. La sindrome antimassonica in tre secoli di scritti e testimonianze di antimassoneria a cura di Annalisa Santini e Serena Guidi, intr. Di Luigi Pruneti, Bari, Giuseppe Laterza, 2010. 8 Rue du Docteur Bernardbeig 7, 31100 Toulouse (Francia).

P.36-37: Venezia, 1790, la chiesa della Maddalena; p.34/39: Il Delta, elemento simbolico comune nella Chiesa e nella Massoneria.

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L’abito del male Riflessioni sul Vizio nella Iliade di Shakespeare Veronica Mesisca

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ella Londra teatrale a cavallo del Seicento montava Sir William Shakespeare, giunto nel mezzo del cammin della sua vita con alle spalle una ventina d’opere di cui circa la metà svolte in compagnia dei vari Re Giovanni, Riccardo, Enrico e, ultimo, il giovane principe Amleto. Ormai esperto di oscenità inscenate, il celebre drammaturgo di Stratford UponAvon pare voler rivolgere la sua indagine, non tanto all’atto malvagio in quanto tale, ma alla sua propria fonte nell’animo umano, da Aristotele filosoficamente riconosciuta nei vizi capitali, spesso apostrofati come peccati, seppur impropriamente, visto che, nell’esserne etimologicamente a capo, ne fungono da causa antecedente. Lasciata quindi la Danimarca e, con essa, tutta una serie di contesti storici, il prologo maligno è ambientato nell’epica città di Ilio, che offre al microscopio della ribalta londinese – non meno di quanto aveva offerto con Omero – il vizio come protagonista principale del testo immediatamente successivo al famoso essere o non essere ... perché poi, se essere, cosa essere? Sulle peripezie di un’incerta definizione, il caleidoscopico capolavoro di Troilo e Clessidra propone una caricatura dell’uomo come connubio di eroiche virtù innalzate su oscure – e non abbastanza profonde – prigioni al vizio ... segrete da cui il recluso carcerato evade, travestito con l’aristotelico abito del male, ogni qual volta sfugge all’occhio vigile del suo coscienziale secondino. Nell’opera del bardo letterato, i virtuosi eroi vengono singolarmente caratterizzati attraverso i propri (mal-)costumi, cromaticamente sfaccettati nei colori della dissolutezza, precedendo così di quasi duecento anni l’Antropologia pragmatica di Kant, ove il filosofo tedesco, parimenti al drammaturgo inglese, costruisce uno dei suoi ultimi e più dilettevoli trattati attorno alla domanda su cosa sia l’essere umano. Se comprendere il divino è impossibile, abbracciare l’uomo nella sua interezza diventa ovvia missione per la ragione kantiana che qualifica temperamenti e malattie dell’anima con variopinta e caricata precisione, tanto che il lavoro filosofico del Settecento degenera, nel secolo successivo, in quella analisi psicopatologica che, nell’identificazione medica del male con la malattia, impaluda il libero arbitrio

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nella normalità sociale. Difatti, dopo la lezione illuminista e l’avvento industriale, la visione morale, propria di una religione ormai in disuso, viene soppiantata da una concezione robotica dell’essere umano, derubando la società non tanto della categoria di male – come sostiene il cardinale arcivescovo Ravasi – poiché esso esiste ancora in forma patologica, quanto del concetto di volontà coscienziale implicante la libera scelta consapevole. L’atto malvagio, in pratica, a fine Ottocento è scientificamente incatenato all’antropologia umana di una società che, non avendo più la libertà di escluderlo, con il supporto aristotelico, ha normalizzato il vizio a una misura standard su cui poter gettare le basi per la costruzione della moderna concezione di mercato e di sviluppo commerciale ... La favola delle api di Bernard de Mandeville prende forma: il vizio privato è tramutato in virtù pubbli-

ca e il male in bene di consumo, principio di sostegno economico – indi amministrativo – della polis moderna, tenuta in piedi, come la mitica città della Troia shakespeariana, da una crescente “febbre invidiosa di pallida ed esangue emulazione. Non [dal] suo vigore”. Il grembo omerico in Shakespeare assume esplicita parodia di un sociale che offre la porta dell’infernale atto dacché avente per eroi le stesse fiere dantesche, trasfigurate, nella tragedia, in un Ettore con il “fegato chiazzato” d’ira come il mantello della lonza, un Achille il cui “cuore [del leone è] malato di superbia” e, infine, Aiace che “abbaia” per lo stomaco invidioso della lupa. Complice della corruzione organica degli eroi è il Tempo che, in un mondo privo di scelta morale, si tramuta da padre di un futuro inconoscibile, ergo fonte salvica di libero arbitrio – reale o presunto, poco importa nella vicenda –, in un “vizioso e 41


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capriccioso” costumista che, nel dubbio e nell’incertezza del domani, trae il filo usato per tessere l’abito al male. L’uomo, nella fretta d’essere, distrugge il divenire. Solo la pazienza, quella “dea, [che] non impallidisce meno dell’[essere mortale] di fronte alla sofferenza”, diventa, quindi, nell’analisi shakespeariana, la “virtù fissa” in grado di arginare la corruzione temporale, frenando le viziose brame personali, di fatto interessate più alla conquista dell’onore, quale encomio del valore, che al suo esercizio. La sola conquista dovuta all’uomo virtuoso è la dignità, intrinsecamente bastevole alla consapevolezza di meritare quell’onore che “cammina per una via così stretta che ci si passa solo uno per volta, tenendosi sulla retta via”, ovvero quella giusta. Tenendosi, appunto, con pazienza, 42

intesa come perseveranza – letteralmente “continuità del fare” –, l’unica in grado di “conservare all’onore il suo fulgore” visto che “il Tempo ha sulla schiena una bisaccia, in cui ripone elemosine per l’oblio” e i meriti reclamati per la virtù passata (“la buona nascita, il vigore del corpo, il merito in servizio, l’amore, l’amicizia, la carità, …”) sono tutti suoi indiscussi sudditi che “trasform[ano] i cherubini in diavoli, ciechi alla verità” . Per codesto motivo, secondo Sir Williams, il valore vero – pertanto eroico – dell’essere mortale emerge solo al momento del mancato ottenimento del riconoscimento di medaglie, titoli, aumenti di paga e quant’altro testimoni le passate imprese, poiché “ottenere è comandare, non avere costringe a pregare, [e con] costan-

za, la cui purezza non si scorge quando la Fortuna arride [eguagliando] il saggio e lo stolto”, ma nel momento in cui “colei che tutto dispone è indisposta”. Difatti, “è alla prova della sfortuna che si saggiano gli uomini”, quando la Sorte, “accigliata, manda vento e tempesta [così] che Distinzione, col suo ampio e potente ventaglio, sbuffando su tutti, spazza via chi è leggero, e solo ciò che ha massa e materia resta, ricco di virtù”. Codeste parole, di fatto ricamate sul detto aristotelico secondo il quale la virtù risplende nelle disgrazie, diventano argomento di Agamennone per incentivare gli Achei a “saggiarsi” in guerra ... se non fosse che, nel suo esercito, il “Cavalier Valore [va morendo] nei risi e nelle dicerie” proprio per mano dei suoi prodi eroi che, con l’invidiosa diffamazione chi ha loro grado superiore, si dilettano a nutrire l’inosservanza, strozzando ogni onore. Tuttavia, appena l’uomo di buoni costumi (ergo vestito con il bene, aduso ad atti benevoli) concede inconsciamente l’ora d’aria viziata al proprio prigioniero, il male trae occasione per generare il caos e confonderlo... difatti, mancando di rispetto a “grado, priorità, collocazione [… e] ruolo”, malamente mescola “l’ordine gerarchico, ch’è scala ad ogni più elevata meta”, inducendo così una “maligna confusione [in cui] la forza diverrà il diritto, o, piuttosto, il diritto ed anche il torto” e nel disordine ove “tutto e il contrario di tutto dive[nta] materia di paradosso, […] la Giustizia stessa perde il suo nome”. La viziosa malattia, che nel caos della tragedia è ormai irrimediabilmente evasa dalle sue oscure prigioni, infetta a uno a uno ogni virtuoso “Fedele in Amore”, persino il giovane principe Troilo, figlio di re Priamo, che, da promettente e saggio paladino, perdendo di vista il reale oggetto di valore, cederà la promessa Cressida alla parte greca, esponendosi così alle ovvie fiamme dell’ira che lo renderanno non “più padrone di sé stesso” quando l’amata, venduta ai diletti lussuriosi del campo straniero, mancherà di una fedeltà non di diritto all’infedele atto, smerciando il proprio cuore a colui che le dimostrerà di saper mantener il pegno. Come è dubbio il diritto del principe Troilo, primariamente colpevole di non tener fede alle promesse, parallelamente è incerto il diritto del fratello Paride che,


macchiato del “gentil ratto” della sua bella Elena a cui “rifà il trucco con il sangue dei compatrioti”, in nome dell’onore continua a reclamare la donna vilmente sottratta e che, forse, insinua Shakespeare, “non vale ciò che costa tenerla”… La pace, se ha un valore, ha anche un prezzo. La resa di Elena è armistizio a patto della perdita di diritti e onori che i “virtuosi” principi troiani non sono disposti a pagare, nonostante Cassandra profeticamente ammonisce loro che “il male non estingue il male”, pertanto è vano impegnare il proprio onore “nel gusto di una contesa [sperando di] rende[rla] sacra”, poiché “gli dei sono sordi ai voti avventati [delle] offerte impure”. Ma i paladini, “inadatti ad apprendere la filosofia morale” di Aristotele – secondo il drammaturgo – in nome del diritto e dell’onore, non ascoltano ... d’altronde “voluttà e vendetta hanno orecchie più sorde delle vipere alla voce di una decisione veritiera”. La tragedia esalta il carattere strumentale del diritto, poiché l’uomo, incapace di tenere a bada i propri appetiti, perde di vista la funzione di ricerca e affermazione della verità e della giustizia divina, rivendicata dalla parte achea con il diritto di legittimità secolare, mentre dalla parte Troiana in onore della legittimità individuale ... omericamente, la ragionevolezza illuminata di Atena contro la fedele passione di Venere. Tuttavia, così come la giustizia è prerogativa della divinità somma, il diritto che serba in seno appartiene solo a Zeus che, non a caso, non prende parte al conflitto umano. L’uomo ha solo un diritto naturale e, cavillando legalmente, può supportare quello pubblico o il privato, così come può costituire società strutturate nel rispetto di legislature religiose che sfidano il potere temporale o, viceversa, può decretare razionali legislature statali che bandiscono dalle regole civili l’irrazionalità delle leggi teoclaste ... eppure, l’uomo non può muovere guerra in nome di un diritto che, seppur ragionevole e illuminato, non sarà sacro, inviolabile e, tantomeno, sarà un diritto universale ... anche perché, se così fosse, sarebbe universalmente valido, quindi incapace di essere fonte – reale – del conflitto umano. Forse, allora, non c’è alcun virtuoso valore nella guerra...

Letteratura

Gli eroi dormono il sonno dei giusti, ma Sir Williams nutre il dubbio che conserva svegli… perché poi, se non c’è uomo che possa punire uomo, società che possa giudicare altra società, allora, per Dio (della Ragione o della Fede), chi applicherà la frusta ai pensieri e al cuore la disciplina perché non siano risparmiati gli errori e i peccati non restino impuniti, moltiplicandosi? Shakespeare non dà risposta. Si limita ad ammonire la coscienza di ciascuno nel sussurro profeticamente vero di Cassandra: “non è cosa santa fare del male per essere giusti” … ma è tardi, ormai la notte cala su qualsiasi valore negli eserciti di Oriente e di Occidente, parimenti le-

gittimati a spargere sangue per una causa “giusta”, votata a un Sacro che, come Zeus, rimane sordo al loro credo. _______________ Bibliografia: William Shakespeare - Troilo e Clessidra, a cura di I. Plescia con Introduzione di N. Fusini, Ed. Universale Economica Feltrinelli, I Classici, 2015. http://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/shakespeare/troilo_e_cressida/pdf/troilo_p.pdf. La Sacra Bibbia, Sir. 23, 2-3. P.40: Frontespizio di un volume del XVII sec. contenente opere di W.Shakespeare; p.41/43: Varie illustrazioni sul teatro elisabettiano.

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Rosslyn Chapel Ai compagni di zingarate Riccardo Cecioni

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rima di affrontare l’argomento del titolo, allo scopo di evitare ogni malinteso e per non causare facili delusioni, voglio chiarire che nel buttar giù queste note (da tempo richiestemi dal nostro gruppo di compagni di zingarate, che ormai aveva perso ogni speranza) non è mia intenzione di dare una descrizione nei minimi particolari e di inserirmi così in quel filone letterario che da un po’ di tempo ci sommerge con tutta una massa di libri, libercoli, saggi e pamphlets su quest’opera architettonica che senza dubbio è unica nel suo genere. Piuttosto cercherò di descrivere alcune mie impressioni, alcune delle considerazioni che ogni questione fa sorgere inevitabilmente al primo contatto: chi volesse saperne di più può leggersi una delle pubblicazioni in commercio, molto più esaurienti di queste due righe. Circa una decina di anni fa Marco mi accennò a una chiesetta, vicino a Edimburgo in Scozia, piena di “simboli massonici”, costruita nel XV secolo: per descriverla meglio mi prestò un libro che trattava l’argomento: libro che naturalmente lessi tutto d’un fiato e – al termine – ne comprai una copia da tenere a portata di mano. Il libro, tra l’altro, dichiarava che la cappella conteneva una quantità numericamente insolita di “simboli massonici”. Quindi Donatella e io decidemmo di andare a Edimburgo per vedere la Cappella di Rosslyn direttamente, incuriositi anche dal fatto che non era molto ben precisato il carattere e la natura dei simboli sopra accennati. Naturalmente Marco, col diritto del primo scopritore, mi aveva estorto l’insana promessa che al ritorno avrei relazionato a tutti gli amici: finora non ho buttato giù nemmeno un rigo, ma oggi è il momento. Un particolare va affrontato subito, per non pensarci più: abbiamo potuto constatare che dei “simboli massonici”, tanto declamati dagli autori del libro, molti (almeno 53) sono “marchi” dei maestri che hanno operato nella costruzione dell’opera architettonica e scultorea. È interessante una nota in merito riportata da A. Sinclair nel suo Rosslyn, la cappella del Graal a pag. 181. “In quel periodo, nelle corporazioni, cominciavano a sorgere differenze tra costruttori operativi e teorici, con le loro maestranze se-

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mispecializzate. Dopo parecchi anni di esperienza e apprendimento, un artigiano poteva diventare muratore libero, registrato come membro di una corporazione di una città o di un’istituzione. Costoro avevano un particolare contrassegno con cui firmavano i loro lavori”. E in molti di questi, sulle pietre di Rosslyn, si possono riconoscere segni a noi ben noti e familiari. Gli altri simboli, disseminati nelle decorazioni dei capitelli, degli archi, delle formelle, del soffitto, sono effettivamente ciò che noi siamo abituati a definire “simboli massonici”, ma molti vanno identificati a senso, cercando di ritrovare i nostri nella rappresentazione tipica di seicento anni fa e di interpretare i loro alcuni dei quali oggi se n’è forse perduta la chiave di lettura. Comunque la curiosità destata e l’aspettativa non si sono dimostrate superiori alla vista reale della chiesetta, con la ricerca e la scoperta dei particolari, con le successive riflessioni da questi provocate e con le domande che a frotte si presentavano alla mente: domande alle quali quella poca o molta co-

noscenza a nostro bagaglio automaticamente dava risposte che cozzavano immancabilmente fra di loro, nel confronto fra le immagini di altri Templi similari e quelle che ci si presentavano agli occhi. In questa cappella, unica realizzazione del progetto iniziale del quale rappresentava solo il coro, si trovano decorazioni che, se interpretate in un certo modo non convenzionale, rischiano di entrare in conflitto e stravolgere una bella fetta delle nozioni storiche conosciute. Comunque interrogativi che urlano la loro necessità di ricevere risposte. Vi è tutta una serie di immagini, a tutto tondo o lievemente scalpellate senza lasciare alcuno spazio libero sulle superfici, che sono lì a mostrarsi nel loro enigma, chiaro e incomprensibile a un tempo. Vi sono lavori di intarsio a trapano, come quello che illumina impreziosendolo il fusto di una colonna, la Colonna “Boaz” o dell’Apprendista, indubbiamente senza termine di paragone per la forma, per il fregio, per il simbolismo in esso riportato; opera unica nel suo genere, opera per la quale la leggenda nar45


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ra l’uccisione dell’Apprendista scultore per mano del Capomastro: forse perché l’Apprendista aveva usato delle macchine ancora proibite al suo livello, oppure perché aveva operato di fatto in un grado che non gli competeva, ma soprattutto in assenza del suo maestro e senza il suo consenso. Se stravolgi le regole, tue e solo tue saranno le conseguenze! Dalla parte opposta, nella navata qui chiamata “deambulatorio”, svetta la Colonna “Jakin”, anch’essa elegantemente scolpita a trapano, luminosa nelle sue linee solo apparentemente semplici. Che dire poi dell’immagine incombente, quasi maniacale, dell’Uomo Verde che dall’alto dei capitelli o dei portali dirige e controlla ogni passo dei visitatori? Di lui che vigile sorveglia il racconto che la tradizione nordica e templare ha voluto indicare ai secoli che si rincorrono in una spirale continua? Tale volto, a memento del visitatore, spiega che qui sono raffigurate le piante utili all’uomo, come un erbario di pietra. Automaticamente il mio pensiero si volge a un’altra immagine che in tutt’altro atteggiamento mi guardava da una crepa in un muro di Castel del Monte: in una delle stanze al piano superiore, alcuni giochi di luce sulla superfìcie corrotta dal tempo e dall’incuria formavano l’immagine di un volto di fanciulla, un volto amico, dallo sguardo dolce e illuminato da un sorriso radioso, quasi una 46

raffigurazione apotropaica, predisposta appositamente per il pellegrino di tale tempio. A volte gli occhi e la mente fanno strani abbinamenti e confronti! Rosslyn Chapel è una costruzione tutto sommato piccola: misura non più di tre o quattro decine di metri in lunghezza e conseguentemente anche la larghezza non è eccessiva, mostrandosi pertanto armoniosa nella propria dimensione orizzontale e accordandosi perfettamente anche con l’altezza della selva di pinnacoli istoriati che movimentano le linee del tetto e dei contrafforti. Vi è inoltre una linea di pensiero che indica Rosslyn Chapel come punto di partenza (o di arrivo) in un circuito che lega simbolicamente e fisicamente le grandi cattedrali gotiche di Francia, in un disegno che si dice essere stato progettato dall’Ordine del Tempio, sulla forma della costellazione della Vergine. In effetti i riferimenti ai Templari sono molteplici in Rosslyn anche se il periodo di edificazione è decisamente successivo all’epoca di vita dell’Ordine. Mi sorge a questo punto una domanda: finora nessuno ha fatto riferimento a circuiti similari di cattedrali in altre “terre templari”, magari in Puglia? In quella regione, in periodo precedente e in ordine architettonico romanico, queste opere, ove esercita il sacro, sono state costruite, ispirate, istruite proprio da quei medesimi Cavalieri, spesso sopra templi

o edifìci già esistenti. Teniamo presente inoltre che, in antitesi con la leggenda francese sulle origini dell’Ordine Templare, proprio in Puglia, a Trani, esistono documenti autentici relativi alla famiglia di Ugo de’ Pagani (nome che nella traduzione francese diventa Ugo de Payns) che lo annoverano fra i primi monaci guerrieri. Accennavo a un possibile circuito pugliese: come ignorare le Cattedrali di Troia, Trani, Molfetta, Bitonto, Altamura, Ruvo? Per non parlare poi del Santuario di S. Maria di Sovereto: quest’ultima era stata inserita – all’ultimo momento – nel programma di una zingarata dello scorso giugno da Donatella alla quale, frugando nei suoi ricordi, era tornato in mente di aver sentito parlare di un luogo speciale e lo aveva proposto alla compagnia in modo irrifiutabile. Eretta nell’undicesimo secolo e legata al culto atavico della Vergine Nera e dell’Acqua, la piccola chiesa presenta innumerevoli tracce templari, nonostante lo scempio perpetrato dalla ristrutturazione settecentesca. Addirittura conserva ancora un centro, nelle sue viscere, vero e proprio “onfalo” di forze, la cui presenza e la cui potenza è segnalata senza possibilità di errore proprio dal rinvenimento in loco di una tavola lignea, dai caratteri di stile bizantino, raffigurante una Vergine Nera col Bambino. Nera, anche se nel Settecento, non avendo compreso il messaggio, han-


no pensato bene di sbiancare la pelle di entrambi credendo di renderli più accettabili, secondo i gusti dell’epoca: un Michel Jackson ante litteram! Poi nel 1972 – alla luce di una fede ignorante, cieca e bigotta – è stato completato l’oltraggio. È stato deturpato e nascosto ancora di più il messaggio esoterico. Hanno inchiodato sulla tavoletta originale due sfacciate corone d’oro che spezzano l’andamento armonioso degli elementi compositivi dell’immagine e alterano il più profondo e velato significato. I segnali da leggere sono spesso davanti ai nostri occhi, ma non è detto che si sappiano sempre vedere! Tra questi tipi di segnali vari, eclatanti e manifesti sono a esempio anche gli gnomoni diffusi in innumerevoli monumenti religiosi e non, un po’ da per tutto, fra i quali S. Petronio a Bologna e la Cattedrale di Chartres, meta della nostra prima zingarata. Questi gnomoni, oltre alla funzione strettamente legata alle fasi astronomiche, agrimensorie e edificatrici, hanno il compito di segnalare che in quel luogo si manifestano fenomeni di importanza vitale e rigeneratrice. Anche qui sono soltanto un indice per porsi in presenza della manifestazione. A seguito di tutte le considerazioni fatte, a mio parere la chiesetta pugliese potrebbe costituire uno degli anelli della catena del “circuito” ipotizzato prima. Non so se tracciando linee che uniscano i luoghi di tali cattedrali si possa descrivere la forma di una qualche costellazione, dal nome appropriato, magari legato all’acqua, ma senz’altro fra tante raffigurazioni astronomiche una che possa assomigliare al tracciato si può sempre trovare. Tornando a Rosslyn Chapel, va considerato che fin dall’inizio è stata il centro, il crogiuolo di tutta un’attività di Logge “massoniche” di muratori, scalpellini, maestri d’ascia o carpentieri, di fonditori, di vetrai e di molti altri rami del costruire: un centro delle principali scuole scozzesi di artigianato, volute e tutelate dalla famiglia Sinclair che nel corso di secoli è stata annoverata fra i massimi imprenditori delle terre del Nord. Naturalmente il passo fra l’attività “libera” e quella “accettata” non si è fatto attendere a lungo, cosicché l’edificio può a ragione essere considerato uno dei luoghi del-

Simbolismo

le prime istituzioni latomistiche di Scozia. Il suo mistero, reale o voluto, racchiuso negli ornamenti, nelle linee architettoniche, nelle tracce dei racconti popolari, nei documenti pervenutici intatti, hanno dato vita a tutta una serie di saggi letterari, di scritti, di ricerche in generi e toni più o meno seri, più o meno fantasiosi anche se su base storica, che hanno contribuito a pubblicizzare questa Opera, ma soprattutto a determinare il successo editoriale dei vari scrittori presso un pubblico che sovente vuole essere spinto a credere pigramente più che a ragionare. Potrei scendere nei particolari della cap-

pella, descriverli e spiegarne alcuni significati, ma non sarebbe che una immagine mediata dai miei occhi, dalla mia capacità di guardare e vedere, di comprendere: il tutto sigillato dai miei limiti e quindi strettamente soggettiva e non universale. Preferisco avervi incuriosito un po’ (se ci sono riuscito) su Rosslyn Chapel o sulla Puglia, come su qualunque altro luogo nel quale si possa ammirare, sognare e ascoltare una pietra che narra la sua vita. P.44-45: Scozia (Midlothian), Cappella di Rosslyn, XV sec.; p.4647: Andria (BA), Esterni ed interno di Castel del Monte (tutte le foto dell’articolo sono di P.Del Freo).

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Massoneria

Lasciare i metalli fuori della porta del Tempio Isabella Zolfino

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uale deve essere lo spirito di un Fratello che, essendosi macchiato di una qualunque colpa massonica, si vede comminare una pena come prevedono i nostri Statuti Generali? Nel verbale del 30° giorno del 3° mese dell’anno di Vera Luce 5804, 50° Tavola tracciata a partire dalla data di fondazione della Loggia Les Amis de l’Honneur Français all’Oriente di Portoferraio si può leggere: “Il sacco delle proposizioni, di ritorno all’Oriente, ha recato due proposte tramite le quali si chiede che un Fratello della Loggia venga severamente ripreso a causa di una scena scandalosa che ha avuto luogo durante l’ultima Tornata e di cui è stato l’autore. Questo ha provocato un altro Fratello che, in conformità ai suoi doveri e animato dal suo consueto zelo e dal suo amore per la Massoneria, gli ha indirizzato un giusto rimprovero”. Non si sa in cosa sia consistita la condotta scandalosa per la quale si chiede

un provvedimento disciplinare e nemmeno chi sia il Fratello accusato della mancanza, di certo c’è solo che il fatto è avvenuto durante la Tornata e quindi, all’interno del Tempio e a lavori aperti. Leggendo il verbale, si possono evincere ulteriori informazioni che danno modo di supporre che, a proposito delle proposte ritrovate nel sacco delle proposizioni, una potesse essere a firma del Fratello Oratore dal momento che, non appena il Venerabile ha informato la Loggia del loro contenuto, questo ha chiesto di coprire il Tempio per non assistere alla discussione e alla conseguente deliberazione sull’argomento. Il Venerabile accorda naturalmente la richiesta e il suo posto viene occupato da un altro Fratello che, col consenso generale, si decora provvisoriamente col suo gioiello dell’Oratore. Il verbale ci informa che la Loggia si anima di una ampia discussione in merito a quanto avvenuto, che l’argomento è molto dibattuto ma anche che viene affrontato in modo fraterno e partecipa-

to; molti Fratelli prendono uno dopo l’altro la parola per dare il loro contributo nell’intento di illuminare l’Officina sui fatti, sulle circostanze o anche solo per far conoscere la propria opinione sul tipo di punizione da infliggere al Fratello accusato. Non c’è comunque, e in nessun caso, alcun dubbio sul fatto che debba essere applicato un provvedimento disciplinare. Ma come correggere il Fratello, quale tipo di provvedimento adottare? La questione è sufficientemente discordante e l’Oratore, alla fine, la compone e ne tira le conclusioni. Il Fratello accusato è palesemente colpevole ed è anche chiaro a tutti che l’attentato è stato commesso a danno della Massoneria attaccandone i principi fin nel profondo della loro essenza. È necessario quindi che la Loggia ne faccia un esempio, esempio che deve ai suoi figli, alla sua salvezza, a se stessa e a tutti i Massoni. Purtuttavia, non volendo scostarsi dalla moderazione e dall’indulgenza che deve caratterizza49


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re tutti i Veri Massoni, viene proposto, con consenso unanime, di decidere per voce dello scrutinio se escludere questo Fratello dai Lavori di Loggia per 5, 7 o 9 mesi. La decisione viene posta a votazione e la gran maggioranza si pronuncia per 9 mesi, decisione da far conoscere in tutte le Valli, sottolineando che questa correzione fraterna avrebbe prodotto su questo Fratello l’effetto salutare voluto e, quest’ultimo, dopo il tempo fissato, sarebbe ritornato a sedere tra noi perfezionato in saggezza e arricchito in qualità 50

massoniche. Il Fratello Oratore, rientrato in Loggia e ripreso il proprio posto al termine della delicata discussione, manifesta all’Officina, con una emozione veramente sincera, quanto fosse addolorato nel vedere che le circostanze avevano imposto alla Loggia lo spiacevole dovere di pronunciare un giudizio così severo nei confronti di un suo membro e il suo rammarico nell’aver dovuto giocare suo malgrado un ruolo in questo infelice affare. Nel verbale della Tornata successiva, quello del 1° giorno del 4° mese dell’anno 5804 di Vera Luce, viene però riportato che il Fratello accusato, e verso il quale la Loggia aveva deliberato di prendere il provvedimento di escluderlo dai Lavori di Loggia per 9 mesi, manifestasse la propria sorpresa in merito alla deliberazione presa nei suoi confronti e dichiarasse che quest’ultima fosse contraria a quanto stabilito dai Regolamenti. Ecco allora i metalli e la profanità entrare nel Tempio. La natura umana è tale per cui si cerca sempre di giustificare se stessi cercando i difetti negli altri. E come avviene tuttora nelle nostre Logge dove alcuni Fratelli parlano di Regolamenti e di Statuti senza conoscerli o avendo di essi solo una parziale e superficiale conoscenza, così fece il Fratello della Loggia Les Amis de l’Honneur Français all’Oriente di Portoferraio che, ben due secoli fa, volle ergersi arrogantemente a giudice di se stesso tirando in ballo i Regolamenti che, a suo

dire, avrebbero dimostrato la sua innocenza. Proclamò di non aver commesso alcuna colpa e quindi di non avere niente di cui doversi scusare dando, irriverentemente, lezioni a chi invece aveva fatto tesoro di quanto prescritto nelle antiche e immutabili leggi che ci governano e alle quali abbiamo tutti noi prestato solenne giuramento. Ma quale migliore istruzione di quella impartita in totale umiltà e serenità? Il Venerabile perciò, in puro spirito di giustizia e molto fraternamente, fece dare lettura dei Regolamenti tanto declamati dal Fratello accusato nello spirito di verificare se effettivamente ci fosse davvero qualche difetto in merito alla giustezza della deliberazione; si ascoltarono le osservazioni di molti illuminati Fratelli e, chiarito ogni minimo aspetto della questione che avrebbe potuto dar luogo a qualche pur minima incertezza o ambiguità nel giudizio, fu stabilito che non sussisteva alcun dubbio su quanto affermato fino a quel momento: un membro dell’Officina sarebbe uscito per stare vicino al Fratello giudicato al fine di consigliarlo a venirsi a giustificare in merito ai Regolamenti da lui stesso tanto invocati. Al Fratello giudicato, rientrato nel Tempio, venne concesso di pronunciare la sua difesa; poi, dopo averlo invitato a coprire nuovamente il Tempio, la Loggia si predispose per deliberare definitivamente. Si ascoltò l’opinione di tutti i Fratelli e si propose, infine, di passare allo scrutinio per decidere sulla punizione: si lasciò spazio alla possibilità che la pena potesse essere applicata come proposto, diminuita o solo riportata nei verbali. Ma lo scrutinio produsse 16 palle nere per confermare il giudizio e 5 palle bianche per diminuire la pena; perciò l’ordinanza che condannava il Fratello colpevole d’essere escluso per 9 mesi dai Lavori di Loggia fu confermata nella sua interezza nello spirito di fare il Bene sia al Fratello accusato che a tutta l’Officina. Passano i 9 mesi di esclusione e il Venerabile invia un Fratello per comunicargli che la Loggia è pronta ad accoglierlo di nuovo nel suo seno. Ma il Fratello è malato ed è molto dispiaciuto di non poter rispondere all’invito fraterno di po-


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ter tornare a sedere fra le Colonne. Nella Tornata successiva, comunque, il Fratello ormai ristabilito si annuncia alla porta del Tempio e gli viene accordata l’entrata. Presenta ai suoi Fratelli una corta tavola nella quale dimostra il sentimento più massonico e la devozione più perfetta; dimostrando in questo modo il suo sincero pentimento e di aver compreso il suo errore. L’Officina lo accoglie perciò nel modo più fraterno e gli testimonia nei modi consueti il sentimento di soddisfazione di vederlo tornare accresciuto nelle sue qualità massoniche. Questi fatti succedevano più di due secoli fa e noi abbiamo raccontato di un Fratello che ha sbagliato, che è stato punito e che ha accettato di emendare la sua colpa facendo tesoro di quanto ha potuto comprendere nel periodo di tempo che la Loggia lo ha tenuto lontano dal suo seno lasciandolo a meditare sull’errore commesso. Che cosa ci autorizza a ritenere che, per

il Massone del terzo millennio, le cose possano essere diverse e quanto prescritto nei nostri Statuti abbia perso di attualità e non sia più valido o applicabile? Il Massone sa che non è cambiato niente da quel tempo. L’uomo nasce e muore sempre allo stesso modo, il rispetto dei giuramenti prestati richiede sempre lo stesso senso di responsabilità verso se stesso e verso gli altri, l’amore per il bello e il giusto sono valori intramontabili, la nostra è una Sacra Immutabilità. Chi ha scelto di percorrere questa strada lo ha fatto per libera scelta, ha deciso di aderire a questa Istituzione in tutta libertà e senza alcuna costrizione, ha avuto tutto il tempo necessario per riflettere sul passo che si accingeva a compiere visto che dal momento della proposta, avvenuta per mezzo del sacco delle proposizioni tacite, fino a quello della decisione finale dell’Officina ad accoglierlo nel suo seno passa molto tempo. Non solo, ma in ogni momento, anche durante la stessa cerimo-

nia della sua iniziazione, il proposto ha avuto tutte le occasioni possibili per tirarsi indietro, in tutta libertà e senza alcuna conseguenza. E allora, perché alcuni Fratelli stentano a fare proprio patrimonio quanto previsto dagli Statuti e dai Regolamenti interni, Statuti e Regolamenti peraltro accettati in piena coscienza e con solenne giuramento? Perché nutrono l’arbitraria convinzione che le regole possano essere aggirate e adattate alle proprie esigenze? Perché si autoconvincono che è la Massoneria che deve adattarsi all’uomo e non viceversa, dimenticando che hanno giurato di accettare le sue regole? C’è una possibile risposta a questo: per essere un vero Massone è indispensabile possedere, fra le varie qualità, anche quella di riuscire a gestire un tassello importante e molto impegnativo: essere capaci di lasciare i metalli fuori della porta del Tempio. P.48/50: Vari edifici e decori massonici; p.51: Firenze, palazzo Roffia, tempio della GLdI (p.51 foto di P.Del Freo).

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Napoli, la peste del 1656

Antonella Orefice

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Storia

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l 1656 fu per Napoli un anno terribile, sulla città iniziò a gravare l’ombra minacciosa della peste. Secondo alcuni testimoni di quei giorni, furono dei soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna a portare il morbo nella città ai primi giorni di gennaio. Uno di essi fu ricoverato nell’ospedale dell’Annunziata, dove gli venne diagnosticata la peste dal medico Giuseppe Bozzuto, ma quando costui diede l’allarme, fu imprigionato e messo a tacere perché, a parere del viceré García de Avellaneda y Haro, Conte di Castrillo, il medico aveva diffuso notizie false. Bozzuto morì di peste in carcere, ma i suoi colleghi, onde evitare di finire anch’essi imprigionati, non denunciarono la malattia, tantomeno provvidero a distruggere tutto ciò che era appartenuto ai deceduti. E così il morbo si diffuse rapidamente e con esso le credenze sulla sua origine: secondo alcuni erano stati gli Spagnoli a portare la peste in città per punire i Napoletani per la sommossa del ’47 capeggiata da Masaniello. Secondo altri la punizione era divina e a questa si aggiungeva la profezia di un nuovo diluvio universale e della fine del mondo con il passaggio della cometa del 1653. Grave colpa delle autorità vicereali fu

quella di permettere un massiccio esodo da Napoli verso le province. Almeno una terza parte della popolazione era fuggita, contribuendo al diffondersi dell’epidemia in ogni terra del Regno. Solo negli ultimi dieci giorni di maggio l’epidemia fu ufficialmente riconosciuta e fu costituita una Deputazione della Salute. Tra i primi provvedimenti fu istituito un cordone sanitario con la proibizione per chiunque di entrare o uscire da Napoli senza i “bollettini di sanità” firmati dai Deputati della salute. Poi fu utilizzato come lazzaretto l’ospedale di S. Gennaro ubicato vicino alla chiesa della Sanità, facilmente raggiungibile da ogni quartiere e più vicino alle grandi caverne dove venivano seppelliti i morti. Somme considerevoli vennero spese per comprare medicinali, quali aceto e verderame per disinfettare tutto ciò che veniva toccato, sedie per trasportare gli ammalati e tela per fabbricare cappucci e lenzuola1. Misure drastiche furono istituite per i trasgressori. Misure drastiche, ossia la pena di morte. Non fu certo in quell’occasione che la pena di morte fu risparmiata a una popolazione già decimata dalla letale epidemia. A furor di popolo i presunti ‘un-

tori’ venivano braccati e poi fatti a pezzi per le strade già sormontate di cadaveri. Le autorità mandavano a morte i responsabili delle bolge assassine e gli sciacalli che si aggiravano nelle case svuotate dalla morte. Quattrocentosessantamila furono le vittime della epidemia, secondo la stima dei Bianchi, e tutti seppelliti nelle cave sotterranee: la più famosa Cupa Lautrec, nella zona in seguito indicata con il nome del cimitero del Pianto e della Pietà, e l’altra sottostante il “Rione Mater Dei”, detta Grotta delle Fontanelle. Terribile la scritta posta sulla lapide che faceva da sigillo: tempore pestis 1656 non aperietur. Anche la Confraternita dei Bianchi della Giustizia subì delle perdite umane considerevoli. Le continue processioni, la chiamata a raccolta nei luoghi di culto e il votarsi estremo della più disparata gente alla salvezza divina aveva provocato una veloce diffusione dell’epidemia. I confratelli, che mai si negarono all’assistenza anche dei morenti di peste, ne risultarono in gran numero contagiati, tanto che in quell’anno terribile furono costretti a sospendere i loro esercizi spirituali per mancanza di sacerdoti. Nel registro redatto nell’anno 1656, lo scrivano Antonio Mena ha riportato una ine53


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dita e dettagliata descrizione della peste, offrendoci un’impagabile testimonianza storica tristemente sofferta2. Descrizione della peste del 1656: Nel qual tempo mentre era infinita la pestilenza non andarono li nostri fratelli alle giustizie infra. fol. 114 Dal di della contrascritta tornata s’ interpose di venire tanto alle tornate, quanto a tutti li nostri soliti esercitii per causa della peste che fu nella nostra città di Napoli quale ancorchè fusse cominciata nel mese di marzo del predetto anno, essendino morte da quando per quando diverse persone di tale infezione, e particolarmente nello spedale della Annunziata, ma non conoscendosi contaggio per la poca prattica che se ne aveva per essere stata la nostra città libera per lo spatio di anni 137, perché non se ne fece caso fino al mese di maggio di questo anno, mentre a cinque di questo mese cominciò a farsi sentire alla gagliarda nel quartiere lavinaio nimeno fu stimato per allora contaggio; con dire esserino falsi pestilenziali, fra questo mentre la nostra città veramente pia, vedendo che Dio benedetto pareva volesse castigarci si pose in devozione, et vedendosi altro per Napoli se non che processioni e le chiese piene di ogni sorte di persone a frequentare li Santissimi Sacramenti della penitenza e Santissima Eucharestia. Quale commercio e moltitudine di gente fu qui stimata dannosissima e causa del’ 54

infettione generale di tutta la città mentre verso al fine del mese di maggio si sentì una mortalità grande e tuttavia andava crescendo e renpendo per la città. A quel tempo incorse una voce che alcune persone andavano seminando e spargendo polvere velenose, qual’erano poi causa di detta mortalità, onde nelle piazze del Mercato fu pigliato dalla gente di quel quartiere. Una donna forastiera che andava cercando l’elemosina uno disse che andava seminando detta polvere, quale in detto loco ammazzarono e poi per la detta piazza la strascinarono; come anco il giorno seguente pigliarono un soldato sotto il medesimo colore e lo volevano similmente ammazzare. Il che fu impedito dalle persuasioni di diverse persone religiose e devote e persone le quali lo portarono alle carceri della Vicaria dove per li maltrattamenti e ferite avute da tal gente fra poche ore se ne morì. Per le suddette cause sdegnato il Vicerè essendino principii di rivoluzioni ne furono fatte giustiziare diverse persone parte al Mercato e parte nella piazza della Selloria con titolo di sollevazione della città. Furono fatti anco morire due altre persone uno arrotato, e l’altro appiccato al Mercato con titolo che fussero andati seminando polvere velenose; come il resto sta annotato nel libro delle giustizie del presente anno.

A queste giustizie andò sempre la compagnia con molto rischio e pericolo dei nostri fratelli e fu conseguenza di grandissima edificazione della città anche fu necessario passare per mezzo la strada della Conceria e poi nel largo del Mercato dove s’eseguivano, nelli quali luoghi il contaggio faceva stragge crudelissima attualmente. Verso la metà poi di giugno cominciavano a morire molti de nostri fratelli quali arrivarono al numero di ventiotto fra li quali ci fu il Nostro Padre Cappellano Don Giuseppe Pacifico, che per le sue rare qualità e (…) fu di grandissima afflitione ai pochi fratelli rimasti. Continuando poi il contaggio a fare stragge crudelissima sino alal fine di luglio del presente anno morendone in alcune giornate del detto mese sino al numero di 19mila persone un giorno per la quantità che morivano non si poteva dar loro sepoltura essendosi riempiti tutti li luoghi fatti a quest’effetto si che si ridussero fra pochi giorni insepolti piè di ottantamila cadaveri quali essendo stati lungho tempo insepolti in mezzo delle strade e dentro le case fu cosa miracolosissima non si condagesse l’aria essendo divenuta la nostra città, delizie del Europa, sepolcro e cimitero puzzolente non vedendosi altro per le strade che cadaveri morenti et infermi spiranti: tanto che in alcuni luoghi come il borgo di San Carlo fuori la porta di San Gennaro essendo piena detta strada sino alla chiesa di Sant’Antonio di cadaveri putrefatti fu necessario che vi accatastassero in diverse cataste e poi furono bruggiati. Medesima solutione come per la cura delli sudetti nfermi dal contaggio fu aperto uno spedale, nel curtile della Chiesa di San Gennaro, dietro Santa Maria della Sanità, luogho in altro tempo fabricato a quest’effetto nel quale furono da principio et molta charità essendosi fatta procurare Dalli deputati della Città d’ogni cosa necessaria si per la cura, come anco per altrettante, oltre poi provvisto di molte persone religiose quali volontariamente si esposero in agire di quel’anime con evidente pericolo della loro vita, dandoli poi sepoltura in detto loco capace per tale effetto, ma perché in pregresso di tempo crescendo il numero dei morti fu necessario pigliare più luoghi attorno di detta Chiesa cioè con certe cose e portarli nelli quali con fatica e favore li poveri infetti dal


male potevano essere curati essendo che vi andavano molte persone di qualità e Religiosi a farsi curare non potendo avere governo e comodità nelle loro case e questi si che col tempo cominciò a mancare il Governo tanto delli rimedi, quale il vitto per tale effetto, si che si ridusse il vitto con una parsimonia e comunale si aperse anco in alcuni spetali del borgo del’Oreto nella castre e Chiesa delli figlioli di S. Maria del’Oreto e una con l’istesso ordine di sopra furono governati. Li ammalati poi che morivano per la città furono seppelliti dal principio del luogho detto la grotta degli Sportiglioni per la strada che va a Poggioreale, ma per la moltitudine furono fatte molte fosse per la città e particolarmente avanti al largho delle Pigne furono anco pieni alcuni fossi di morti che ve ne erano casse piene come avanti la Chiesa di San Carlo fuori la Porta di San Gennaro alla chi Chiesa di Santa Maria Maggiore al Fico, et a diversi altri luoghi, circa poi l’amministrazione delli sacramenti da principio del contaggio con grandissima charità furono amministrati a tutti senza cautela, ma in pregresso di tempo per la morte quasi di tutto il clero commorante a quel tempo in questa Città, e buona parte dei religiosi con fatica si poterono curare, si bene credo che pochi morissero senza quell’direnare. Furono poi dal S. Vicerè Conte di Castilla fatti uscire 500 schivi dalle galere per poter supplire di seppellire delli cadaveri non potendosi riparare dalla gente destinata dalla Città a tale effetto per esserne tutti morti, come anco succede a detti schiavi, quali pochi ne scamparono la morte, come anco fecero uscire dalle prigioni molti carcerati per la vita, quali parte ne morivano e parte si davano in fuga. Verso il mese poi di agosto di detto anno cominciò a mancare il coraggio, se che al primo di settembre si vedde affatto mancare e miracolosamente estinto affatto per la processione della S.S. Vergine e delli nostri Fratelli si bene attorno la città et altri luoghi convicini andava sempre sapendo et il miracolo maggiore fu che ancorchè si facessero guardie grandissime per la Città a non fare entrare nessuno per uno in ogni conto per essere la Città grande, et havendo molte entrate non si potè rimediare a ogni cosa sicchè giornalmente entravano gente che fuggivano il male da loro paesi ne per questo per la Dio Grazia si vede pu-

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lulare il male nella nostra città. Il numero delli morti in Napoli per quella gente fare casati dal numero delle case con fare scrivere tutti li morti dicono arrivassero al numero di quattrocentosessantamila persone per la città e borghi e così essendo le cose ridotte a buon termine parve bene al alcuni de nostri fratelli zelanti procurare di riunire quelli pochi fratelli rimasti nella città, acciò si pigliasse qualche espediente quello si dovesse fare per ripigliare gli esercitii della nostra Compagnia, e così a 2 di ottobre 1656 fu dal fratello Giovanni Battista Marciano che consegnò a fratello zelantissimo della nostra Compagnia circa il governo di essa, e particolarmente in detto tempo (ritrovandosi assenti tanti il Padre Governatore fratello Gennaro Quaranta, quale si salvò nella Città di Amalfi, quanto il fratello D. Carlo di Bologna similmente assentatosi. Il suddetto effetto quale poi se ne morì con il contaggio in istessi luoghi dove vi era rifuggiato). Chiamati li fratelli che nella sua giornata si ritrovassero nella Compagnia quali uniti in detti luoghi li fu proposto dal suddetto fratello Marciano che si dovesse fare circa il ripigliare li nostri esercitii, come anco per la morte del Padre Cappellano vi fosse procurare di procedere con loco, e così parve a tutti li fratelli ivi congregati che già che Nostro Signore haveva fatto gratia di fare terminare il contaggio con si evidente miracolo era bene si fossero ripigliati gli esercitii della nostra Compagnia. Circa poi del Cappellano vi fosse procura-

to trovare persona atta a tale officio e fra tanti si fosse trovato per li fratelli della nosta Compagnia et essendosi offerti a ciò il fratello Don Benedetto Capece Padre Teatino, come anco altri religiosi. Parve anco ai nostri fratelli qui congregati, che stante nel mese di Agosto di detto anno era questo il giorno e per il contaggio non si era potuto procedere alla nova elettione come di tutti gl’altri officiali, e così fu concluso che si dovesse procedere a detta elettione del Governatore e Consiglieri in detta giornata. Furono deputati a pigliare li voti nostri novanta. Dentice è nostro Cappellano Maggiore solamente. Al primo scrutinio non vi fu elettione e nemmeno al secondo, sicchè ritrovandosi alla sorte, come comanda il nostro Governo, uscì numero novanta Governatore si procedè poi all’elettione delli Consiglieri quali nemmeno essendo eletti al primo e secondo scrutinio, si osservò come di sopra e uscì il fratello Dentice et il fratello Montoya, e così fattosi detta elettione si stabilì ripigliare li nostri soliti esercitii , tanto di venire alle tornate, tanto di andare alle giustizie occorressero si bene per la sicurezza de fratelli si interruppero le questure per qualche tempo. Li fratelli che intervennero a detta consulta et elettione furono l’infrascritti fratelli. A 2 di ottobre 1656. P.52: Napoli, chiesa dei SS. Cosma e Damiano; p.53: A.Leto, olio su tela, Veduta del golfo di Napoli con pescatori; p.54: Napoli, cimitero delle fontanelle (‘O campusanto d’ ‘e Funtanelle); p.55: Popolani napoletani in una stampa del XVIII sec.

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Linguaggio e comunicazione Elisabetta Pabis Ticci

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I

l linguaggio è una facoltà umana naturale e, allo stesso tempo, complessa, profonda. Alle persone che sono esterne allo studio del linguaggio tutto appare semplice, perché le fatiche del suo apprendimento sono seppellite nell’oblio neonatale. Prima di parlare di comunicazione è necessario fare una breve riflessione sulla parola e la lingua, questa ultima intesa come idioma proprio di una comunità. Lingua: sistema linguistico convenzionale, esterno all’individuo e fissato nel tempo dalla società dove si vive e operiamo, cresce con l’esperienza, con la cultura, con il contatto sociale. Platone sosteneva che “il linguaggio non è un sistema chiuso, ma mobile, aperto e storico”. Un sistema di segni espressivi come quello della lingua presuppone un notevole sviluppo intellettuale, quindi il valore convenzionale attribuito ai segni è il risultato di una lenta, ma progressiva evoluzione che ha coinvolto tutte le strut-

ture che concorrono alla produzione della parola. Parola: è individuale e interiore, perché è il suono scelto dall’uomo per dare corpo al suo pensiero. L’uso della parola è individuale, perché ogni persona esprime il proprio pensiero con termini a lui congeniali: il politico usa la parola – magari vuota – ma di effetto; il retore è un cultore della parola elegante. J.J.Rousseau “notava che se gli uomini hanno avuto bisogno della parola per imparare a pensare, hanno avuto ancor più bisogno di saper pensare per trovare l’arte della parola.” Sull’origine del linguaggio ci sono varie ipotesi che si sono avvicendate nell’arco della storia dell’uomo, una è quella naturale: l’osservazione della gestualità del bambino fornisce naturalmente il mezzo comunicativo ( il dito, la voce) e la necessità di comunicare spinge l’uomo a trovare il nome dell’oggetto indicato. Il linguaggio in questo contesto è nato per volontà umana di comunicare e per questo

motivo viene trasmesso per tradizione. Alla visione naturalistica si contrappone la teoria soprannaturale, secondo la quale Dio, all’atto della creazione, avrebbe infuso nell’uomo legge morale e linguaggio. Questa teoria che possiamo definire teologica è su base biblica “[...] ora il Signore Dio, avendo formato dalla Terra tutte le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, li condusse da Adamo perché giudicasse qual nome porre a essi, che qualunque nome Adamo ponesse a ciascun animale esso fosse il suo nome [...]” Genesi (I, 3-14). Se prendiamo a esempio il mito della Torre di Babele (la confusione delle lingue) possiamo ipotizzare la sostanziale uniformità di nascita e di successiva differenza dei modelli verbali: anche alcuni Padri della chiesa, Agostino d’Ippona (354-430 d.C.) in particolare, ribadisce questa teoria: “Dio ha dato all’uomo la ragione, dalla quale discende la capacità di parlare arricchita dall’espressione mimica”. Questa visione appare logica anche 57


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per l’uomo moderno, immerso in una serie di diversità di espressioni linguistiche. Nell’impossibilità di seguire le orme del linguaggio con un ragionamento storico, per mancanza di dati esatti di riferimento, ammessa la facoltà innata dell’uomo a comunicare, possiamo però dedurre che l’uomo è giunto alla parola articolata per tappe lente, solo dopo aver raggiunto uno stadio molto avanzato di maturazione fisiologica e intellettiva. La maturazione fisiologica riguarda sia le strutture dell’apparato fonatorio e in particolare le corde vocali situate nella laringe sia le “aree” dei due emisferi cerebrali, in particolare quelle deputate alla decodificazione e successiva produzione del linguaggio. Molti autorevoli autori non sono ancora concordi circa l’esatta localizzazione delle aree, le correlazioni tra queste e i processi mentali: senza entrare in particolari specifici possiamo definire però che memoria, analisi, sintesi, immaginazione, creazione e giudizio e altre funzioni ideative e coscienti sono i processi mentali che porteranno alla comprensione e successiva riproduzione del linguaggio. Ho ritenuto opportuno prendere come esempio della maturazione delle corde vocali nell’uomo una breve sintesi liberamente tratta dal libro La galassia della mente di Rita Levi Montalcini dove 58

l’autrice presenta l’evoluzione da Lucy all’Homo sapiens. “Il linguaggio, come mezzo di comunicazione, potrebbe aver avuto inizio con l’Homo habilis, “l’uomo capace di produrre manufatti”: in questo le circonvoluzioni dei lobi frontali sono disposte come quelle dell’uomo moderno e così anche l’area di Broca che presiede al linguaggio; la parte inferiore del lobo parietale, nel quale si trova l’area di Wernicke, è già molto sviluppata nell’Homo habilis. Nell’Homo erectus la massa celebrale è più grande di quella dell’habilis: le sue modalità di comunicazione dovevano essere superiori a quelle dell’habilis, ma fino a quel momento i suoni emessi da questi progenitori della specie umana erano indistinti o grida per comunicare esperienze legate alla realtà quotidiana. Queste ipotesi sono basate sul fatto che le corde vocali di questi nostri lontani antenati, come nelle scimmie odierne, sono situate in una posizione tale da non consentire l’emissione di suoni articolati. Nell’Homo sapiens le corde vocali erano in posizione più favorevole all’emissioni di suoni: il sistema della comunicazione del linguaggio è caratterizzato da una evoluzione praticamente illimitata che ha sviluppato nell’arco di millenni anche concetti astratti, la trasmissione orale e scritta del pensiero”. In questi ultimi anni della nostra era

il prof. Antonio Ottaviani, direttore della Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università degli Studi di Milano definì, a suo tempo, considerando la voce strumento essenziale per la comunicazione, come “il risultato di una complessa azione simultanea e coordinata dall’apparato respiratorio che fornisce dai polmoni l’aria necessaria per mettere in vibrazione le corde vocali situate nella laringe, e di un sistema di risonanza costituito dalla struttura anatomica soprastante che caratterizza il timbro e il colore della voce. A questi aspetti tecnici, vanno poi aggiunte le caratteristiche psico-affettive di ciascun individuo, maschio o femmina che sia, allo stesso modo uguali e diverse, per via della diversa modificazione della laringe stessa, cosiddetta “muta”, che avviene nella pubertà e che è molto più evidente nel maschio. La scatola laringea maschile aumenta maggiormente e assume una posizione diversa, ne consegue che la voce dell’uomo è più profonda e più potente”. Da quanto fino a ora esaminato forse le prime comunicazioni non furono del tutto intenzionali come avvengono attualmente, ma furono ricevute e soprattutto comprese, perché senza comprensione la comunicazione non potrebbe esistere: in maniera schematica la comunicazione avviene quando c’è un comunicante, il mezzo e un ricevente. Il suo-


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no che veniva emesso è un segnale acustico e, come avviene nei bambini, questi suoni sono prodotti dalle corde vocali per imitazione, quando però un suono diviene un simbolo, cioè ripetuto e accettato da una intera comunità, avviene la sua definitiva fissazione per uno specifico significato. Il cammino percorso dagli uomini verso il linguaggio è nella massima parte ancora avvolto nel buio. Le riflessioni sulla parola-suono-segno hanno una lunga tradizione che percorre l’intera storia della filosofia occidentale, iniziata nell’antichità classica e che troverà interessanti sviluppi nelle prospettive filosofiche dell’empirismo inglese, in particolare con Francesco Bacone (1561-1626) e John Locke (1632-1704). Quest’ultimo classifica l’uomo come essere socievole naturalmente portato a esprimere il suo pensiero grazie all’apparato vocale. Francis Bacon delinea le caratteristiche dell’uomo di scienza, il desiderio per la ricerca, la pazienza, il dubbio, la prudenza nell’asserzione, la prontezza nel ricredersi, la sollecitudine nell’ordinare, pur non avendo mai ritenuto di intraprendere un’indagine vera e propria sull’origine del linguaggio; nella prefazione alla Storia naturale possiamo leggere che “tutte le lingue umane devono ritrovare la loro

originaria unità prebabilonica nel grande libro delle creature nel quale si è conservata intatta, quella lingua parlata uscita in tutti i confini della terra prima della confusione di Babilonia conseguenza determinata dall’ambizione umana.” I segni naturali, a esempio i gesti usati dai sordi, insieme agli ideogrammi, ai geroglifici, secondo Bacone, appartengono al linguaggio con lo stesso diritto delle parole e delle lettere: i geroglifici e i gesti sono emblemi che corrispondono in qualche modo alle cose, mentre i caratteri ideografici sono arbitrari, ma accettati per consuetudine quasi per un tacito patto in qualsiasi contesto sociale. La futura semiotica avrà un ulteriore sviluppo con il contributo della scuola filosofica razionalista sia francese, a opera di René Descartes, (1596-1650) sia di quella tedesca con Gottfried Wilhelm Leibniz, (1646-1716); la semiologia invece si identificherà in forma quasi definitiva nelle opere e nelle riflessioni del linguista ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913). Da quanto esposto fino a ora in questo breve “viaggio” sulla genesi del linguaggio possiamo definire che la comunicazione è scambio e condivisione di informazioni tra due o più persone attraverso la parola, i gesti e i suoni, ma sopratutto è confronto di esperienze, emozioni , ide-

ali, perché la nostra voce reca impresse inconfondibilmente le caratteristiche essenziali del carattere, del temperamento, della sensibilità di una persona, indipendentemente da ciò che viene detto, perché è difficile contraffarla, mascherare non tanto i sentimenti che essa esprime, quanto la natura spirituale e profonda della persona alla quale appartiene. La comunicazione diretta, personale e di presenza è l’unico mezzo di trasmissione completa del pensiero e delle informazioni ciò non vuole dire che sia da rifuggire il mezzo tecnico di trasmissione: significa solo che è indispensabile saperlo usare, senza divenirne ridicolmente l’apprenti sorcier. ______________ Bibliografia: La galassia della mente, Rita Levi Montalcini Baldini Castaldi Dalai. L’istruzione cristiana, Sant’Agostino, Mondadori. Episodi e personaggi dell’antico testamento Dizionari dell’arte Electa. Foniatria e logopedia oggi, O. Schindler, Omega. Il linguaggio e la sua organizzazione, V. Mastrangeli, Giunti Lisciani. I disturbi del linguaggio, L. Pizzamiglio, Etas libri.

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Rito

Gli alti gradi del RSAA ed il Grande Oriente di Francia Jean-Pierre Cordier

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ella prefazione all’opera pubblicata dal Supremo Consiglio, Gran Collegio del Rito Scozzese Antico Accettato Grande Oriente di Francia, in occasione del suo bicentenario1, il Gran Maestro in carica del Grande Oriente di Francia, Alain Bauer, sottolineava come il Rito Scozzese Antico Accettato fosse una success story, una riuscita. È di questa “riuscita” che tratteremo qui di seguito, rievocando il passato per capire meglio il presente e tentare di delineare l’avvenire. Bisogna precisare anzitutto che il RSAA viene praticato in modo minoritario in seno alle Logge simboliche, ove prevale il Rito francese, e in modo maggioritario in seno agli alti gradi, ove coabita con altre quattro giurisdizioni, offrendo così ai membri del GODF una scelta diversificata per proseguire il loro percorso iniziatico al di là del grado di Maestro. Questa specificità francese struttura un paesaggio massonico originale, ma talvolta sconcertante per l’osservatore esterno. Per rimanere nel nostro ambito di competenza, limiteremo la nostra osservazione ai soli alti gradi del RSAA, amministrati dal Supremo Consiglio, Gran Collegio del Rito Scozzese Antico Accettato-Grande Oriente di Francia, che ne è responsabile. Dopo avere ricordato in quali condizioni il RSAA si è inserito in seno al GODF, percorreremo le grandi tappe della sua evoluzione, durante il XIX secolo sino ai nostri giorni, infine vedremo la specificità del Supremo Consiglio del RSAA in seno al GODF e concluderemo, tentando di trarne alcuni insegnamenti. Come il Rito Scozzese Antico ed Accettato giunse al Grande Oriente di Francia Si sa che gli alti gradi appaiono in Francia fin dall’inizio della Massoneria, nel 1730 circa, nella straordinaria fioritura che caratterizza l’inizio del XVIII secolo. Si sa anche che un personaggio romanzesco e intrigante, nato a Cahors nel 1717 e negoziante, riceve dalla Gran Loggia di Francia nel 1761 una patente per diffondere la Massoneria in tutte le parti del mondo e, particolarmente, “i sublimi gradi della massima perfezione”, cioè gli alti gradi in uso in seno all’Obbedienza.

Scozzese

Etienne Morin, poiché è di lui che si parla, arriva a Santo Domingo nel 1763 e installa il Rito di Perfezione in 25 gradi, come praticato all’epoca. Otto gradi supplementari arrivano una ventina di anni più tardi, per completare l’apparato e il primo Supremo Consiglio al mondo vede la luce nel 1801, a Charleston, nella Carolina del Sud. Un anno dopo, il Supremo Consiglio appena creato scrive alle Gran Logge e ai Consigli degli Alti Gradi del mondo intero per fare conoscere questa fondazione e si dota di nuove costituzioni, note come le Grandi Costituzioni del 1786, rivendicando il patrocinio, probabilmente molto ipotetico, di Federico il Grande, re di Prussia. Alexandre de Grasse-Tilly, militare e figlio del Luogotenente Generale di Marina messosi in evidenza durante la guerra di indipendenza degli Stati Uniti, munito del 33° grado scozzese, membro del Supremo Consiglio creato a Charleston e “Gran Commendatore a vitam del Supremo Consiglio delle Iles du Vent et sous le Vent del Rito Scozzese Antico Accettato in 33 gradi”, ritorna in Francia nel 1804 e si affretta a fare conoscere le proprie qualità allo scopo di affermare

la sua autorità. La sua intenzione è chiara, desidera installare in Francia questo nuovo rito di cui sarebbe stato, beninteso, il capo incontestato. Questo progetto si scontra presto contro la volontà del Grande Oriente di Francia e scatena una situazione conflittuale alla quale Napoleone I, poco incline a accettare la divisione massonica, fattore di disordine e di instabilità, mise fine imponendo la fusione dell’Obbedienza e della Giurisdizione, create da De Grasse Tilly, con il Grande Oriente di Francia. Un concordato viene firmato il 5 dicembre 1804 al termine del quale una nuova organizzazione si forma sotto l’egida del Grande Oriente di Francia, che annette di fatto il Rito Scozzese Antico Accettato a partire da questa data2. Così inizia la storia del secondo Supremo Consiglio al mondo, quello del Grande Oriente di Francia. Una storia tormentata, complessa, dove la perpetuazione della pratica degli alti gradi fu più volte contestata. Questo dibattito percorre tutto il XIX secolo, i cambiamenti di organizzazione si avvicendano, finché gli alti gradi scozzesi raggiungono un’autonomia e una legittimità istituzionale con la firma di una convenzione approvata dal 61


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Convento del 1946, di cui parleremo più avanti. La lunga marcia del Rito Scozzese Antico Accettato in seno al Grande Oriente di Francia3 Il Concordato del 5 dicembre 1804, precedentemente menzionato, concede al Grande Oriente di Francia, “senza nessuna ambiguità” sottolinea André Doré, il possesso completo del rito e dei diritti relativi, con il compito di amministrarli. Il Grande Oriente, preoccupato di assicurare un’uguaglianza di trattamento tra i differenti riti in uso, creò il 25 maggio 1805 un Gran Direttorio dei Riti destinato a permettere una supervisione dell’insieme. Questa decisione suscita l’ira degli “scozzesi” i quali, a fronte della propria incapacità di far ammettere la loro egemonia sull’insieme degli alti gradi, denunciano fin dal 1805 il Concordato firmato meno di un anno prima. La situazione confusa che ne consegue trova il suo epilogo alla fine del Primo Impero e il 13 novembre 1814 il Grande Oriente, riunito in assemblea generale, proclama la centralizzazione dei riti che era stata decisa il precedente 16 agosto e 62

riprende l’esercizio di tutti i diritti che gli appartengono su tutti i riti. Il Gran Direttorio dei Riti viene sciolto e il 12 settembre 1815 nasce un nuovo dispositivo, articolato intorno a un Supremo Consiglio dei Riti, che sostituisce il precedente Gran Capitolo Generale, e a un Gran Concistoro dei Riti. Il Supremo Consiglio dei Riti esercita il potere dogmatico, secondo la terminologia dell’epoca, sul Rito francese, il Rito di perfezione e il R.S.A.A.; il Gran Concistoro dei Riti, composto di 33 membri, è esclusivamente incaricato dell’attribuzione dei gradi più elevati; il 32° e il 33°grado. Nel 1818 il Grande Oriente di Francia intraprende una riforma costituzionale che termina soltanto nel 1824 con un’adozione finale nel maggio 1826. Al termine di questa riforma, sono create 5 camere, tra le quali una Camera degli Alti Gradi o Supremo Consiglio dei Riti. Il Gran Concistoro dei Riti scompare e viene creato un Gran Collegio dei Riti, con autorità dogmatica e composto di 36 ufficiali titolari e di 27 aggiunti. Tutti i Fratelli titolari del 32° e del 33° grado fanno parte del Gran Collegio e ogni rito riconosciuto dal Grande Oriente ha la sua sezione in seno al Gran Collegio

dei Riti. Questo nuovo Gran Collegio è l’unico abilitato al conferimento del 33° grado o di qualsiasi altro grado equivalente di altri riti. Inoltre, delibera e decide su ogni domanda di aggregazione di nuovi riti e su tutte le questioni relative al “dogma” e al rituale di ogni rito riconosciuto dal Grande Oriente. I suoi atti iniziano con: “Alla gloria del G\A\D\U\ il Gran Collegio dei Riti, a nome del Grande Oriente di Francia, e in virtù dei poteri ricevuti, stabilisce”. Le diverse revisioni statutarie che il Grande Oriente metterà in atto negli anni successivi saranno senza effetto pratico sugli alti gradi fino al 1854, quando il Principe Murat imporrà una nuova organizzazione praticamente costruita attorno alla propria autorità. La Camera del Supremo Consiglio dei Riti scompare a favore del Consiglio del Gran Maestro. Il Gran Collegio dei Riti sopravvive, con caratteristiche così definite: “esiste, inoltre, in seno al potere centrale, una Camera superiore che, con il nome di Gran Collegio dei Riti, Supremo Consiglio per la Francia e colonie francesi, possiede esso solo il diritto di iniziare agli ultimi gradi della Massoneria. La composizione e le mansioni di questa Camera sono determinate dagli statuti generali.” Sembra evidente, dai fatti, che l’attività del Gran Collegio dei Riti sia stata ridotta alla sua più semplice espressione a seguito di questa riforma, poiché nell’aprile 1856 il Gran Maestro e il suo Consiglio dovevano decidere in merito alla creazione di un Istituto Dogmatico e in merito alla “ricostituzione” del Gran Collegio dei Riti. Ridotto allo stato di esecutore dell’Istituto Dogmatico, peraltro in mano al Gran Maestro, il Gran Collegio dei Riti vede il proprio ruolo esautorato in merito al diritto di conferire il 31°, 32° e 33° grado. Limitato a 33 membri, tutti di 33° grado, tra i quali il Gran Maestro e i suoi due aggiunti avevano di diritto le tre prime cariche, il Gran Collegio si coopta da sé medesimo. L’autoritarismo del Principe Murat4 e la posizione che adotta in qualità di senatore votando in favore del potere temporale del Papa creano un clima di forte tensione all’interno dell’Obbedienza sino a quando, nel 1862, l’imperatore Napoleone III nominerà con decreto imperiale il


Scozzese

Maresciallo Magnan per porlo al vertice del Grande Oriente di Francia. Al suddetto Maresciallo, non massone, è conferito immediatamente il 33° grado e egli entra nelle sue funzioni l’8 febbraio 1862. Una delle sue prime decisioni consiste nell’abolizione dell’Istituto Dogmatico e una nuova Costituzione, con revisione di quella del 1854, è messa in opera disponendo che il Grande Oriente “Supremo Consiglio”, sia composto: da un Gran Maestro che, «nel caso in cui l’Imperatore non giudicasse opportuno nominarlo», sarà eletto per 7 anni

dall’Assemblea Generale e sempre rieleggibile, da un Consiglio dell’Ordine di 33 membri eletti per tre anni, rinnovato ogni terzo anno e dotato di un presidente scelto per un anno dal Gran Maestro fra i suoi membri, da tutti i presidenti delle Camere, inclusi quelli degli Alti Gradi. Il Gran Collegio non è altro che una Camera fra altre in seno a un Grande Oriente dove solo il Gran Maestro dispone del «potere esecutivo e dirigente». La seconda metà del diciannovesimo se-

colo è contrassegnata da una successione di modifiche regolamentari in seno al Grande Oriente di Francia e da una forte contestazione in merito all’esistenza stessa degli Alti Gradi da parte di Camere simboliche essenzialmente prese dalla lotta politica e ignoranti del contenuto e dunque dell’interesse iniziatico dei predetti alti gradi. Questa contestazione prende forma con svariate proposte di soppressione nel 1865, 1869, 1872 e soprattutto nel 1873, senza tuttavia raggiungere il proprio scopo. In reazione a tutto ciò, viene convocata 63


Rito

una riunione del Gran Collegio dei Riti e dei Presidenti delle Camere degli Alti Gradi prima del convento del 1874 il quale adotta, sembra per trovare un po’ di tregua, un testo che ristabilisce una Camera Consultiva degli Alti Gradi con autorità dogmatica, lasciando al Consiglio dell’Ordine il compito di amministrarli. Questo progetto, scartato dal Gran Maestro de Saint Jean, in virtù dei poteri ereditati da Murat e da Magnan, rimase inascoltato, e il Gran Collegio dei Riti, sempre presieduto dal Gran Maestro, entra a partire da questa data in un periodo di letargìa, a mala pena agitato dal Convento di Losanna del 1875, al quale non fu invitato. Questo Convento di Losanna stabilì, con un appoggio – bisogna ricordarlo – di una rappresentanza molto li64

mitata, le regole del Rito Scozzese Antico Accettato; le quali, ricordiamo ancora, non furono ratificate da alcuna delle potenze massoniche firmatarie. A partire del 1883, si assiste a una ripresa dell’attività del Gran Collegio dei Riti il quale non impedisce che nel 1885, a seguito di varie manovre, l’Assemblea Generale del GODF voti la dissoluzione e poi la ricostituzione del Gran Collegio, ridotto a otto membri attivi e cinque onorari. Il periodo di appannamento che segue si accompagna, paradossalmente, a un ritorno di interesse per il lavoro nelle Camere degli alti gradi sotto l’impulso di Fratelli desiderosi di una riflessione simbolica e filosofica e senza dubbio abbastanza stanchi della politicizzazione delle Logge. Fu così che da 35 Capito-

li e 13 Consigli Filosofici nel 1885, si passa a 48 e 17 nel 1900, 78 e 28 nel 1914, 75 e 35 nel 1922. Una interessante e illuminante polemica sopravviene nel 1922. In una lettera inviata alle sue Camere, il Gran Collegio dei Riti sottolinea la propria qualità di Supremo Consiglio. Questa affermazione suscita una viva reazione da parte del Consiglio dell’Ordine del GODF, che gli nega questo diritto, ribadendo la sua proprietà del Rito e la sua qualità di Supremo Consiglio dopo il Concordato del 1804, trascurando tuttavia il fatto che, nella tradizione scozzese, un Supremo Consiglio è composto unicamente da massoni del 33° grado, e ciò non era il caso del Consiglio dell’Ordine. Come descrive André Doré “una dialettica sottile ma speciosa del Grande Oriente, che tentava di giustificare un titolo e un potere che, in realtà, appartenevano al Gran Direttorio dei Riti e, per filiazione diretta, al suo successore, il Gran Collegio”. Il Gran Commendatore Camille Savoire non mancò di sottolineare questa contraddizione storica nella lettera inviata il 20 novembre 1923 al Consiglio dell’Ordine: “[...] contestando al Gran Collegio il titolo e la qualità di Supremo Consiglio, il Consiglio dell’Ordine non indica qual è, in seno al Grande Oriente, l’organismo o il corpo massonico incaricato di assumerne il ruolo e la funzione, i quali, conformemente alle tradizioni e agli usi della massoneria universale, sono affidati a un corpo composto unicamente da Massoni che possiedono il 33° grado”. Sottolineando la necessità di affrontare una revisione delle regole che reggono gli alti gradi, Camille Savoire continua proponendo: “di studiare, in completo accordo con il Consiglio dell’Ordine e il Gran Collegio dei Riti, uno Statuto che, mantenendo in modo assoluto l’unità del Grande Oriente di Francia, rispettando e consacrando l’autorità dell’Assemblea Generale e del Consiglio dell’Ordine che ne è l’emanazione sull’insieme dei Massoni della federazione, qualunque sia il loro grado, dà alle Camere superiori, sotto l’egida del Supremo Consiglio, una situazione analoga a quella di cui godono tutte le altre Obbedienze massoniche del mondo”. Questa lettera nervosa contribuì a una revisione degli statuti, favorevole al Gran


Collegio, poiché il Convento di settembre 1924 restituì agli alti gradi il loro legittimo posto enunciando che: “il Gran Collegio dei Riti, Supremo Consiglio del Grande Oriente di Francia, è incaricato in questa qualità in seno alla federazione, in merito a tutto quanto concerne l’organizzazione e l’amministrazione dei gradi e delle Camere superiori al 3° grado, per tutti i riti che possiede il Grande Oriente. Gli è vietata, così come a tutte le Camere di cui ha l’amministrazione, qualsiasi ingerenza nell’amministrazione e nell’organizzazione delle logge e il funzionamento dell’Assemblea Generale. Disapproverà e reprimerà qualsiasi tentativo che rischiasse di nuocere al principio di unità del Grande Oriente di Francia o all’autorità sovrana dell’Assemblea Generale o al Consiglio dell’Ordine che ne è l’emanazione. Stabilisce l’importo delle tasse da pagare per le lettere capitolari, le patenti costitutive, le tasse dei capitoli e dei consigli, le capitazioni da incassare per gli aumenti di grado e i giuramenti dopo il terzo grado. Amministra finanziariamente le Camere superiori e stabilisce, in accordo con il Consiglio dell’Ordine, le capitazioni da pagare annualmente al Grande Oriente per queste stesse Camere. È l’ausiliare del Consiglio dell’Ordine, obbligatoriamente consultato per questioni in merito a rituali, quaderni di istruzioni, tradizione massonica e, facoltativamente, per tutto le questioni che potrebbero essergli sottoposte dal Consiglio dell’Ordine. Il Gran Collegio dei Riti concede le lettere capitolari e le patenti costituzionali per i capitoli e i consigli, le quali dovranno essere controfirmate dal Presidente del Consiglio dell’Ordine”. Queste disposizioni chiarivano, e di molto, dopo più di un secolo di rapporti tanto ambigui quanto tumultuosi, i rispettivi ruoli dell’Obbedienza simbolica e della giurisdizione degli alti gradi. Dopo la tragica interruzione dovuta alla Seconda guerra mondiale, le Obbedienze ritrovano, non senza difficoltà, forza e vigore, e il 13 gennaio 1946, il Grande Oriente e il Gran Collegio, prendendo atto della singolarità della situazione francese rispetto alle obbedienze estere, firmano una convenzione che consacra l’indipendenza del Gran Collegio senza rompere il legame con il Grande Oriente. L’esposizio-

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ne dei motivi precisa le motivazioni di questa convenzione con grande chiarezza: “Attualmente, la massoneria universale si compone di due rami: la massoneria simbolica e quella degli alti gradi. La prima, rappresentata dalla massoneria anglosassone, non riconosce le obbedienze che comprendono gradi superiori al 3°. La seconda, rappresentata dalla Federazione dei Supremi Consigli, non riconosce le obbedienze che comprendono i gradi simbolici. Il GODF possiede un’organizzazione in contraddizione con i suoi princìpi generali poiché, per ragioni storiche, che non è il caso di trattare in questa sede, comprende sia i gradi simbolici, di competenza esclusivamente del GODF, sia i gradi superiori per i qua-

li si è delegata l’amministrazione al Gran Collegio dei Riti”. Per quanto riguarda lo spirito della convenzione, esso è definito con la medesima chiarezza nei quattro primi articoli del testo: Articolo I: Il GODF conserva la proprietà dei titoli di cui è il possessore in virtù dei trattati intercorsi con le potenze massoniche alle quali appartenevano. Articolo II: Il GODF autorizzerà le Camere simboliche che lo compongono a lavorare conformemente a uno dei rituali regolari di questi riti o a quello di una potenza massonica estera riconosciuta come regolare dall’Associazione Massonica Internazionale. Articolo III: II Grande Oriente concede 65


Rettificato), prima che ogni sistema degli alti gradi non divenisse autonomo rispetto agli altri. Ormai, il RSAA è amministrato da un Supremo Consiglio di 33 membri cooptati dopo consultazione dei 33° gradi delle regioni da cui provengono.

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al Gran Collegio dei Riti l’uso esclusivo di questi riti nelle Camere degli alti gradi da esso amministrate. Articolo IV: Il Gran Collegio si impegna a non creare alcuna Camera simbolica e a elevare ai gradi superiori soltanto i membri attivi delle logge del Grande Oriente. Da parte sua, il Grande Oriente di Francia si impegna a non creare Camere superiori al 3°grado. Con questa convenzione, il Gran Collegio dei Riti diventava una giurisdizione massonica autonoma e questa autonomia ebbe il pregio particolare, come sottolineato da Yves Hivert-Messeca5, di favorire, nella seconda metà del XX secolo, il dinamismo del Gran Collegio dei Riti in tre direzioni principali: - L’internazionalismo: il Gran Collegio 66

Il posto e il ruolo degli alti gradi del Rito Scozzese Antico Accettato in seno al Grande Oriente di Francia oggi

dei Riti fu uno dei capiscuola degli Incontri Internazionali degli Alti Gradi Scozzesi, il primo dei quali fu organizzato a Bruxelles nel 1976. - La conservazione dell’insieme dei riti praticati negli Alti Gradi del GODF, oltre il RSAA. - L’approfondimento del cammino scozzese con il passaggio obbligatorio attraverso logge di perfezione autonome a partire dal 1982, il risveglio dei concistori e la creazione dell’areopago di ricerche “ Sources” nel 1977. La fine del secolo scorso sarà segnato dal risveglio dei quattro ordini del Rito francese nel marzo 1996 che provoca un cambiamento del Gran Collegio, che divenne temporaneamente una struttura comune ai tre riti all’epoca praticati (RSAA, Rito francese e Rito Scozzese

Le difficoltà di relazione tra il RSAA e il GODF che hanno caratterizzato, come abbiamo visto, tutto il XIX secolo, vedranno ancora alcuni sussulti alla fine del secolo scorso e sfoceranno il 17 dicembre 1998 con un protocollo di accordo che, senza rimettere in causa la convenzione del 1946, pone l’accento sulla comunanza dei valori tra le due parti e l’armonizzazione dei modi di funzionamento. Il protocollo conclude menzionando che “ Il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia è il garante dell’autonomia del Supremo Consiglio. Qualsiasi contenzioso verrà regolato dalla commissione paritaria”. Una nuova convenzione, ratificata nell’agosto 2010, avrebbe precisato e interpretato la convenzione del 13 gennaio 1946 invalidando la clausola addizionale del 17 febbraio 1962 e il protocollo d’intesa del 1 dicembre 2008 precedentemente menzionato. Questa convenzione, che costituisce attualmente la legge delle parti, riafferma la sovranità della Giurisdizione, i diritti e gli obblighi reciproci dell’Obbedienza e della Giurisdizione, la gestione concertata dell’azione esterna e il ricorso a una commissione paritaria chiamata a riunirsi almeno una volta all’anno per confermare il funzionamento delle relazioni dei contraenti. Il Supremo Consiglio, Gran Collegio del Rito Scozzese - Grande Oriente di Francia è oggi, senza alcuna contestazione possibile, il legittimo conservatore del rito dopo la sua introduzione in Francia e dopo il concordato firmato nel 1804 con il Grande Oriente di Francia. Se la pratica degli alti gradi in seno al Grande Oriente si è in seguito ampliata


e diversificata, poiché cinque giurisdizioni degli alti gradi, come già menzionato, convivono oggi al suo interno6, il Supremo Consiglio rimane di gran lunga il più importante, con circa 8400 fratelli ripartiti in 200 logge di perfezione, 130 capitoli, 89 areopaghi e 31 concistori7.

Scozzese

La base dell’organizzazione del Supremo Consiglio poggia su una Costituzione in tre articoli e un Regolamento Generale che tratta delle sue modalità di funzionamento. Consapevole del peso della storia e profondamente impregnato della tradizione antica alla quale si ricollega, il Supremo Consiglio è una organizzazione in movimento che non solo vigila sulla vita armoniosa delle sue Camere e sulla conduzione dei suoi membri attraverso i diversi gradi del percorso scozzese, ma che anche, per mezzo di colloqui, conferenze, pubblicazioni8, continua a scavare il solco di una riflessione iniziatica che si basa su rituali e simboli e propone l’ interrogativo filosofico come imperativo categorico di una necessaria e sana igiene intellettuale. Questa vocazione è stata particolarmente riaffermata nel corso del 2015, da noi proclamato “Anno dello Scozzesismo”, per ricordare il bicentenario dell’organizzazione nata nel 1815 in seno al GODF per organizzare la pratica del RSAA, come abbiamo già visto, ma anche, e soprattutto, per rendere testimonianza dell’importanza del nostro rito, della sua spiritualità, della ricchezza del suo insegnamento e dei valori che gli sono propri. Con questo intento un grand colloque, riunito lo scorso 7 novembre nel Tempio Arthur Groussier del Grande Oriente di Francia, ha tra gli altri interventi consentito di ascoltare il Gran Maestro Sovrano Gran Commendatore Antonio Binni esporre la propria visione della Massoneria scozzese nel XXI secolo. Il Supremo Consiglio del R.S.A.A. ha, peraltro, vocazione a affermare il suo posto nell’ambito di uno scozzesismo mondiale caratterizzato da una proliferazione nella quale si conta circa un migliaio di Supremi Consigli sparsi nel mondo, e dalla divisione. Per riprendere la classifica stabilita da Je-

an-Pierre Donzac e Pierre Piovesan9, il mondo scozzese può essere suddiviso in tre famiglie: Le giurisdizioni che hanno dato alle proprie pratiche un significato particolarmente cristiano. Le giurisdizioni fedeli allo spirito di Charleston ma che rimangono nell’orbita delle obbedienze dette “regolari”. Le giurisdizioni che si riconoscono in ciò che viene denominata la “massoneria liberale”, nella quale predomina l’influenza francofona e latina. Il Supremo Consiglio del RSAA si ricollega senza ambiguità alla terza famiglia, quella che, senza rinnegare l’ispirazione del Convento di Losanna del 1875, si riconosce nella Dichiarazione di Ginevra del 2005, la quale afferma la complementarietà tra il processo iniziatico proprio del rito e l’ideale umanistico che la completa. Questa posizione all’interno del mondo scozzese è condivisa con una quarantina di Giurisdizioni, tra le quali il Supremo Consiglio della Gran Loggia d’Italia, che partecipano ogni due anni agli Incontri

Internazionali degli Alti Gradi Scozzesi. Dopo avere narrato la storia e le caratteristiche della Giurisdizione francese del R.S.A.A. del Grande Oriente di Francia vorremmo, per concludere, interrogarci sul nostro ruolo a livello iniziatico, qui e ora, nella realtà storica contemporanea. Il mondo occidentale al quale apparteniamo attraversa già da numerosi anni un periodo difficile che viene attribuito per comodità alla persistenza di una situazione di crisi. Per comodità, perché in effetti siamo molto lontano dalla crisi, nel senso letterale del termine. La krisis dei Greci designa in realtà un punto di arresto, mentre noi siamo caduti in una situazione che si caratterizza per una dissoluzione dell’insieme dei punti di riferimento: crisi dei valori fondanti, ma anche crisi delle norme e crisi di identità. Il decentramento dell’asse del mondo che conosciamo, segnato dalla globalizzazione, rimette in discussione il modello economico sul quale vivevamo dalla fine della Seconda guerra mondiale, 67


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basato sulla supremazia dell’Occidente. Il nostro continente europeo, indebolito da una crescita debole, colpito da un’incapacità di mobilitare i propri sforzi in maniera coesa, vede diminuire nettamente la propria influenza. Parallelamente, l’instabilità del mon68

do dopo il crollo del blocco sovietico, la decrescita della leadership americana, la moltiplicazione dei conflitti, la persistenza di una situazione di tensione nel Medio oriente e la crescita dell’Islam radicale fanno pesare una minaccia permanente sopra le nostre teste, generando un senso di inquietudine e di insicurezza che corrompe tutto il corpo sociale, favorendo un disincanto propizio a ogni avventura populista, demagogica e autoritaria. Numerosi esempi, in seno al nostro spazio europeo, dimostrano purtroppo questa deriva, irta di ogni genere di pericoli. Nello stesso tempo, assistiamo a uno sconvolgimento che il nostro mondo non aveva più conosciuto dal Rinascimento. I cambiamenti geopolitici e economici precedentemente citati si accompagnano a evoluzioni considerevo-

li nel campo della genetica, degli equilibri ecologici e dei mezzi di comunicazione provocati dalla rivoluzione matematica. Senza dubbio siamo all’alba di un “nuovo-nuovo mondo” come dice l’antropologo Georges Balandier, di cui facciamo fatica a capire i contorni. Quale può essere l’apporto della nostra Massoneria scozzese degli alti gradi in questo incerto contesto? Dobbiamo essere lucidi e consapevoli sia dei nostri limiti, sia delle carte vincenti di cui siamo possessori. Non possediamo ovviamente alcuna formula magica per risolvere i problemi della nostra società complessa, problemi che sfuggono del resto in larga misura dall’ambito di competenza e di intervento di un ordine iniziatico quale è il nostro. Ciò che possiamo proporre a coloro i


quali desiderano unirsi a noi si limita, alla fine, a alcune proposte semplici ma essenziali: - Siamo i custodi vigili, i conservatori, di una storia, di un patrimonio, di una tradizione, di pratiche che abbiamo la responsabilità di perpetuare e di trasmettere. - Apriamo una strada agli esseri umani in cerca di un senso per una spiritualità distaccata dai dogmi e dalle superstizioni. - Proponiamo un cammino personale di lavoro, di riflessione e di miglioramento individuale in ambito collettivo. - Offriamo una socialità particolare che si appoggia su uno scambio socio-culturale, filosofico, politico e religioso. - Veicoliamo i valori di empatia, di altruismo, di comprensione e di esigenza intellettuale. Non possediamo in effetti, come unica certezza, altro se non la “saggezza dell’incertezza” come scrive Milan Kundera. Ciò contribuisce a dare senso alla nostra vita e alla validità dell’impegno che abbiamo contratto il giorno in cui abbiamo ricevuto la Luce. Questa è la strada che propone, ricca della sua storia e dei valori che trasmette, il Supremo Consiglio, Gran Collegio del Rito Scozzese Antico Accettato ai membri del Grande Oriente di Francia che lo raggiungono, in questa alba del ventunesimo secolo.

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re du Grand Collège des Rites» in «l’Ecossais » numeri 1 e 2. Si può leggere anche, per un più ampio approfondimento, i contributi di Pierre Mollier «1804 -1826: naissance et essor du Suprême Conseil» e di Yves Hivert-Messeca «Du Grand Collège des Rites d’hier (1826) au Grand Collège du REAA d’aujourd’hui (2004)» in «Deux siècles de Rite Ecossais Ancien Accepté en France» Editions Dervy 2004.

te Ecossais Ancien Accepté en France» Editions Dervy 2004.

7 Al 30 giugno 2015.

2 «Le Rite Ecossais Ancien Accepté des Hauts Grades» – Jean-Pierre Donzac e Pierre Piovesan - Editions Maçonniques de France.

4 Lucien, Napoléon, Charles Murat (1803-1878), figlio di Joachim Murat, Maresciallo dell’Impero, fu nominato Gran Maestro del GODF dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851 che vide l’ascesa di Napoleone III. Gran Maestro molto autoritario, si scontrerà nel 1859 con la maggioranza dei membri del Grande Oriente e si ritirerà dalla Gran Maestranza per lasciare il posto al Maresciallo Magnan (Dictionnaire de la FrancMaçonnerie a cura di Daniel Ligou – Presses Universitaires de France).

3 Gli sviluppi che seguono sono ripresi, per quanto riguarda il periodo 1804 -1946, dai due articoli di André Doré intitolati «courte histoi-

5 «Du Grand Collège des Rites d’hier (1826) au Suprême Conseil, Grand Collège du REAA d’aujourd’hui (2004)» in «deux sièclès de Ri-

Jean-Pierre Cordier 33° Très Puissant Souverain Grand Commandeur Suprême Conseil, Grand Collège du REAA–GODF ______________ Note: 1 «Deux siècles de Rite Ecossais Ancien Accepté en France» Editions Dervy 2004.

6 Oltre al Supremo Consiglio del RSAA, il Gran Capitolo Generale del Rito francese, il Gran Priorato Indipendente - Rito Scozzese Rettificato, il Supremo Gran Capitolo dell’antica massoneria di York, Massoneria dell’Insegna e dell’Arco Reale, il Grande Ordine Egizio – Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraïm. 8 Il bollettino del Supremo Consiglio “Perspectives Ecossaises”, la rivista “l’Ecossais”, i “Cahiers de Perspectives Ecossaises». 9  «Le Rite Ecossais Ancien Accepté des hauts grades » - AMHG 2014.

P.60: Cravatta con aquila del 32° grado, collez. privata; p.61: Medaglia del RSAA; p. 62: Medaglia del GOF; p.63, 66 e 69: Sede e tempio del GOF a Parigi; p.64: Philippe d’Orleans; p.65: Pubblicazione del Museo Massonico del GOF; p.67: GOF, illustrazione massonica; p.68: GOF, documento massonico e, in basso, Sigillo del GOF (le foto alle pagg. 63, 66 e 69 sono di Paolo Del Freo).

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La maschera e il Carnevale Luigi Pruneti

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ascherine, coriandoli, stelle filanti e anche evasione, eccesso, business, tutto ciò è il carnevale: la festa più lunga e dissacrante dell’anno. Sfilate, spettacoli, carri allegorici … nel carnevale c’è proprio tutto e tutto è in linea col consumismo contemporaneo; eppure, questo caos di colori, di suoni, di stupore, di trasgressione, che pare una parentesi dedicata al solo edonismo, ha antiche radici liturgiche. Il carnevale moderno risale al nostro Rinascimento; celebri erano le spettacolari sfilate organizzate in città come Firenze, ove i cortei, i veglioni, la baldoria, rallegravano il grigio febbraio. Nel 1490 Lorenzo de’ Medici volle contribuire ai “trionfi carnascialeschi” con la Canzona di Bacco, tributo al carpe diem oraziano e manifestazione dell’ansia del secolo così ben analizzata da Alberto Tenenti1. Declamava allora il figlio di Piero il gottoso: “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, / sia: di doman non c’è certezza. / Questo è Bacco e Arianna, / belli, e l’un dell’altro ardenti: / perché il tempo fugge e inganna, / sempre insieme stan contenti. / Queste ninfe ed altre genti / sono allegri tuttavia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certez-

za”. Sette strofe di ottonari, composte per essere cantate in coro, sessanta versi da musicare2, per testimoniare l’amore per la vita e il timore della morte che a gran passi stava avvicinandosi al Magnifico3, una canzone per celebrare un momento dell’anno durante il quale, sotto il volto dell’allegria, la vita e la morte si davano la mano. Sembra strano ma è così: il carnevale dei coriandoli e delle stelle filanti ha origini inquietanti e rappresenta il dramma della fine e dell’inizio, la tragedia del ritorno al caos, all’indifferenziato, passaggio necessario per permettere una nuova creazione4. Questi giorni di bisboccia si pongono al termine di una stagione di paura e di speranza: l’inverno; di paura per l’inclemenza e l’inerzia produttiva, di speranza perché è il periodo durante il quale nel sotto terra, regno dei defunti, il seme si preparava a farsi pianta e di conseguenza a donare vita agli uomini. È l’attimo del ritorno dei morti, dei riti, propiziatori e apotropaici, dell’accoglienza e dell’espulsione, dell’abbondanza vissuta nel timore della fame5. Con la fine di febbraio e il debutto di marzo, il periodo buio, cominciato qua-

ranta dì dopo l’equinozio d’autunno6, aveva fine, era il momento in cui sorgeva una nuova alba; la creazione si riproponeva, sotto le spoglie della rinascita primaverile; era il periodo in cui, per le civiltà agrarie l’anno aveva di nuovo inizio7, come era in uso in molte regioni d’Italia e d’Europa fino agli albori dell’età moderna8. Il risveglio, l’incipit di un ciclo novello, era un atto di ri-fondazione, un’eco della creazione, pertanto doveva avere per premessa il ritorno al caos, all’indistinto, da qui la necessità di un tratto di follia collettiva, durante il quale le regole sociali, i rapporti gerarchici, le consuetudini erano dimenticate e – in taluni casi – sovvertite. Era l’approdo all’illud tempus mitico, alla “regressione nell’informe” di cui parla Mircea Eliade9, regressione che implica il ritorno embrionale a una nuova esistenza10. Il celebre storico delle religioni, in una delle sue opere più significative, enuclea il reflusso al caos seguito da una nuova creazione11 presso gli Assiro-Babilonesi, gli Israeliti, l’Islam, i Mandei e gli Yezidi12. Non a caso, annota Alfredo Cattabiani, le feste carnascialesche si compiono sotto il segno dei Pesci “a indicare l’immersione simbolica del visibile nell’invisibile, nel 71


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non differenziato, poco prima della rinascita che coincide astronomicamente con il passaggio del Sole dall’emisfero meridionale ‘infero’, del cielo a quello settentrionale. Vi regna l’umido come principio di fusione delle parti nella totalità nell’oceano cosmico infinito, nell’indistinto, nell’illimitato”13. Festa dunque di regressione il carnevale, ma anche rito esorcistico che per René Guénon serve a esternare e di conseguenza a rimuovere gli istinti più bassi dell’uomo14. Vi è nella sua impronta originaria un qualcosa di negativo; una forza oscura sembra essere la radiazione 72

di fondo di questa celebrazione dell’eccesso, d’altra parte il caos al quale si richiama ha come significato nativo: spaccatura, abisso, vuoto15, con connotazioni luciferine o demoniache, ben illustrate da William Blake nel Libro di Urizen16. Un’impronta simile la ebbero i Saturnali e i Baccanali che, da alcuni punti di vista, sono i progenitori del nostro carnevale. I primi, che Domiziano fissò fra il 17 e il 23 dicembre17, prevedevano il sovvertimento dell’ordine sociale, giochi gladiatori, sacrifici, scambio dei doni e festeggiamenti spesso licenziosi. Durante i

giorni dedicati a Saturno, il Kρόνος greco, era per sorteggio nominato un Saturnalicius princeps18 che indossava abiti dai colori accesi e una maschera: egli rappresentava la divinità infera signora dei defunti e dei semi, pertanto, il princeps patrocinava la fertilità della terra. I Bacchanalia, ebbero una storia più complessa. Il culto greco di Dioniso si originò in Tracia ed esternava un carattere proprio della religiosità di siffatta regione: “la mania, l’orgiasmo, ossia l’esaltazione e il furore religioso degli adoranti (e specialmente delle donne adoranti:


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Mainàdes). I quali esaltati dal vino, eccitati da una danza incomposta e da una musica rumorosa, si sentivano quasi transumanti e come invasi da un nume (éntheoi, enthousiasòs)”19. Il culto di Dioniso, comunque, non era estraneo alla Grecia e all’intero bacino mediterraneo e, infatti, non era che un’eco della religiosità agraria comune e condivisa da un’area geografica vastissima; di particolare ebbe, soprattutto, “un orgiasmo più veemente e un più impetuoso entusiasmo”20. Per questa appartenenza a un comune denominatore culturale

il culto di Dioniso si diffuse nella Penisola – terra propizia alla vite21 – e fu qui che il dio venne chiamato Bacco. Tale religione misterica attecchì da prima nei territori della Magna Grecia, poi in Etruria, per approdare infine nell’Urbe intorno al II secolo a.C. Secondo Tito Livio, questo culto oscuro giunse a Roma dall’Etruria: “Huius mali labes ex Etruria Romam veluti contagione morbi penetravit”22. Nel XXXIX libro di Ab Urbe Condita, lo Storico racconta il proseguo della vicenda: nel 186, il console Postumio Albino condusse

un’indagine sui baccanali e ottenne rivelazioni importanti da una liberta di nome Hispala Fæcenia, l’inchiesta proseguì e il magistrato si convinse che la conventicola dei baccanti praticasse culti orgiastici, frodi, stupri di gruppo, omicidi. Il magistrato ne informò il Senato che colpito dalla gravità della vicenda promulgò il senatus consultus de Bacchanalibus che estirpò i riti dionisiaci da tutti i territori sotto diretta giurisdizione romana o federati23. I fedeli perseguiti furono circa 7000 e i responsabili della setta vennero condannati a morte. Da allora i Baccana73


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li scomparvero, mentre furono consentiti e sopravvissero i Liberalia: culti pubblici dedicati a Bacco con finalità propiziatorie che prevedevano canti e danze24. La festa dei bimbi mascherati rivela, perciò, aspetti antropologici molto articolati e per un certo verso inquietanti. Se con l’andare del tempo la celebrazione di fine inverno perse gli aspetti sacrali delle origini, ne acquistò altri di carattere sociale: di rivolta concessa, di licenza autorizzata. Per alcuni studiosi, infatti, il carnevale si sarebbe configurato come il permesso, in una società ove le regole di comportamento morale erano ferree, di dar sfogo ad aspirazioni, desideri, sogni e pulsioni represse. Le frustrazioni dettate da un contesto castale, fortemente gerarchizzato, potevano esplodere in comportamenti libertari dove ciascuno, per pochi giorni, poteva espurgare ogni vincolo e manifestare ciò che era imprigionato nella profondità del proprio animo. In questa operazione di autoliberazione aiutava notevolmente la maschera e il travestimento. Scrive Corinne Morel: “si noterà che la maschera delle feste di Carnevale, generalmente brutta e ghignante, rappresentando le infime tendenze dell’essere e con la sua funzione di velare il volto dell’individuo che la mette, è paradossalmente una perfetta rivelazione di ciò che nasconde in sé colui che la porta, ovvero certe tendenze sepolte che egli abitualmente maschera […] Di conseguenza, la maschera, se da un lato dissimula, dall’altro può […] avere una funzione rivelatrice. Essa dà all’individuo la piena libertà di dare libero sfogo a tutti i desideri repressi, compresi i più 74

pericolosi e minacciosi per il proprio io”25. Durante il carnevale era ed è concesso di trasformarsi in qualunque personaggio, anche in quelli più eversivi, temuti e odiati, a esempio nel diavolo. Colui che sceglie questa identità provvisoria, vuole per un attimo trasformarsi in chi considera il “peccare” un dovere, vuole per un giorno diventare il signore delle tenebre ma anche della carnalità e del piacere, vuole infrangere per qualche ora quella normativa morale impostata sulla rinuncia, sul timore, sulla minaccia che condiziona e ha condizionato la sua vita. Altre maschere, poi codificate dalla Commedia dell’arte, pur rappresentando personaggi del folclore locale, conservano aspetti demoniaci. È il caso di Pulcinella, vestito di bianco al pari di un fantasma e dal volto nero come Satanasso. Ancor più esplicita è la figura di Arlecchino, il cui nome deriva da Hölle König (re dell’inferno), mutato prima in Helleking, poi in Harlequin, un demone citato già nel XII secolo nella Storia ecclesiastica di Oderico Vitale e poi sovrapposto all’immagine del servo, ora astuto ora stupido, già presente in Plauto e in seguito ripreso in numerose tradizione locali, fra le quali emerse quella bergamasca di Zanni, un bifolco protagonista di avventure e disavventure di ogni genere. La contaminazione fra diavolo e poveraccio non deve stupire: già nel Medioevo il diavolo assume tratti di comicità e spesso viene burlato dall’umano che si avvale dei suoi servigi senza pagare pegno; era in fin dei conti un modo per esorcizzare l’inquietante presenza. Buon testimone di siffatta tendenza è Dante nel XXI canto

della Divina Commedia. Qui Harlequin è italianizzato in Alichino e nella V Bolgia dell’VIII Cerchio, con i colleghi Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libocco, Draghignazzo, Farfarello, Grafficane, Ciriatto “sannuto” e Rubicante “pazzo”26, è chiamato a svolgere la funzione di guardiano e di tormentatore dei dannati. Già il nome dei diavoli è irriverente e comico, una comicità che nel canto successivo è esaltata dalla zuffa fra Calcabrina e Alchino: i due avvinghiati nella lotta, precipitano nel “bogliente stagno” dal quale sono tratti “ch’eran già cotti dentro dalla crosta”27. Da un punto di vista iniziatico il carnevale rappresenta l’emergere delle forze psichiche negative, è l’esplicitazione dei metalli che albergano dentro l’uomo. Il carnevale trasforma tradizione, simboli e archetipi in farsa e opera, cioè un ribaltamento dei termini: le rappresentazioni sceniche con le loro pantomime invertono la funzione demiurgica del teatro28, abbattono i valori della gerarchia iniziatica, in nome di un appiattimento egalitario dei valori che non si possono né surrogare, né imitare. Il carnevale trasforma in farsa il dramma iniziatico. La ritualità “si snatura in una liturgia fastidiosa e incomprensibile, tanto da mutare il rito in una rappresentazione fastosa e vuota, il simbolo a sua volta diventa un ornamento, il grado una carica onorifica”29, atta a incensare l’ego dei cacciatori di titoli altisonanti, che surrogano con l’orpello il poco o il niente che alberga dentro di loro. “Tutto ciò è accompagnato da una subcultura sloganistica, impastata di frasi fatte, di dichiarazioni di principio di vaniloqui, di affabulazioni, desunte da un’aneddotica di bassa lega”30. Il risultato finale è l’incomprensione del significato stesso di via iniziatica “che i suoi ipotetici adepti cercano disperatamente di reinterpretare nell’ambito delle proprie personali aspirazioni”31, dettate dalla vanità e dalla ricerca dell’utile: ciò comporta la distruzione dell’intellettualità e la scomparsa della spiritualità32. Le contraffazioni pseudo-iniziatiche33 sono, pertanto, rappresentate dal carnevale e dalle sue atmosfere realizzate con nastrini colorati, con lo sfavillare dei lustrini, con la cartapesta dei carri, col divertimento imposto da una festa della maschera e dell’apparenza, consuma-


ta sotto i cieli plumbei di febbraio. Basterà uno scroscio d’acqua per abbattere la ritualizzazione dell’esteriorità, destinata, comunque, a terminare con l’ammonimento del Mercoledì delle ceneri: “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”34. Per l’iniziato, diventare cenere e, come tale, disperdersi nel vento, significa smarrirsi lungo il cammino che volle tentare e, non correggendo la rotta, ritornare alle lande della profanità. Chi domanda la via dell’Oriente per poi seguire un diverso itinerario è come colui che, nelle Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, indossando una veste di lino bianco e una fascia vermiglia, professò la luce, ma coltivò le tenebre. A quel punto il suo destino fu già segnato: quando giunse alla “bilancia degli artisti”35 precipitò in un baratro senza fine: quello del proprio fallimento. ______________

Antropologia

Bibliografia: M. Andrieux, I Medici, Milano 1963. E. Baldini G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa, Roma – Bari 2012. M. Battistini, Simboli e allegorie, Milano 2002. A. M. Carassiti, Dizionario etimologico, Città di Castello (PG) 1997. A. Cattabiani, Planetario. Simboli, miti e misteri di astri, pianeti e costellazioni, Milano 1998. G. De Turris, Introduzione all’edizione italiana, in Manifesti Rosacraciani. Fama Fraternitatis, Confessio Fraternitatis, Nozze chimiche, a. c. di G. De Turris, Roma 1990, p. 11. U. Dorini, I Medici e i loro tempi, Firenze 1989. F. Cardini, I giorni del sacro. Il libro delle feste, Milano 1983. M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino 1967. M. Eliade, Occultismo stregoneria e mode culturali. Saggi di religioni comparate, Firenze 1982. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino 2001. A. Famiani, Sacri segni. Simboli e linguaggi della scultura religiosa nell’Etruria, Arcidosso (GR) 2016. R. Fattore, Feste pagane. Alla riscoperta della Ruota dell’Anno e della dimensione magica del Tempo, Forlì 1999. R. Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova 1987. R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano 1982. R. Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma 1972. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Mila-

no 1994 J. R. Hale, Firenze e i Medici. Storia di una città e di una famiglia, Milano 1980. H. Lamer E. Bux W. Schone R. Bosi, Dizionario della civiltà classica, Milano 1959. Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, traduzione di G. P. Spano, introduzione di G. Arthos, commento critico di M. Hennell e I. Wyatt, Roma 1975. F. Lubker, Il lessico classico. Lessico ragionato dell’antichità classica, Bologna 1989. A. Miles, Storia del Natale, tra riti pagani e cristiani, Bologna 2010. C. Morel, Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Firenze 2006.

L. Pruneti, Il sentiero del bosco incantato. Appunti sull’esoterico nella letteratura, Bari 2009. L. Pruneti, La morte del Magnifico e i nuovi orizzonti del Rinascimento, in “Rosa Mystica”, n. 1, ottobre 2014. L. Pruneti, La sacralizzazione del tempo e i calendari massonici, in “Officinae”, a. XV, n. 1, marzo 2003. L. Pruneti, La via segreta. Scritti di simbologia iniziatica e di esoterismo, Bari 2005. L. Pruneti, Scritti massonici, Bari 2007. A. Tenenti, Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento (Francia Italia), Torino 1977.

R. Pettazzoni, La religione nella Grecia antica fino ad Alessandro, Torino 1953.

Note:

L. Pruneti, L’Anno Massonico, in “Officinae”, a. XV, n. 2, giugno 2003.

1 Cfr. A. Tenenti, Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento (Francia Italia), Torino 1977.

L. Pruneti, Annus Mundi, Calendario Massonico, in “Officinae”, a. XV, n. 3, settembre 2003.

2 La Canzona di Bacco fu musicata alla fine del

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18 H. Lamer, E. Bux, W. Schone, R. Bosi, Dizionario della civiltà classica, Milano 1959, p. 666. 19 R. Pettazzoni, La religione nella Grecia antica fino ad Alessandro, Torino 1953, pp. 75-76. 20 Ibidem, p. 78. 21 A. Famiani, Sacri segni. Simboli e linguaggi della scultura religiosa nell’Etruria, Arcidosso (GR) 2016, p. 323.

Antropologia

22 T. Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 9. 23 Il decreto del Senato fu inviato, inciso su una tavola di bronzo, a tutte le popolazione federate. Una di queste lapidi è giunta fino a noi ed è conservata al Museo di storia dell’arte di Vienna. Si tratta di un documento di estrema importanza da un punto di vista linguistico, in quanto testimonia l’evoluzione del latino. Sulla tavola bronzea, a esempio, si legge: “ubei facilumed gnoscier potisit”; la stessa frase nel periodo augusteo sarebbe stata scritta così: “ubi facillime nosci posset”. H. Lamer, E. Bux, W. Schone, R. Bosi, Dizionario della civiltà classica … cit, p. 98. 24 F. Lubker, Lessico ragionato dell’antichità classica, Bologna 1993, p. 379. 25 C. Morel, Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Firenze 2006, p. 527. 26 Inferno, canto XXI, vv. 118-123. 27 Inferno, canto XXII, v. 150 28 R. Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova 1987, p. 248 e segg.

Quattrocento da un anonimo autore fiorentino e, nel 1994, da Angelo Branduardi. 3 Sugli ultimi anni di vita e sulla morte di Lorenzo il Magnifico cfr. L. Pruneti, La morte del Magnifico e i nuovi orizzonti del Rinascimento, in “Rosa Mystica”, n. 1, ottobre 2014, pp. 9-10; U. Dorini, I Medici e i loro tempi, Firenze 1989, p. 134; M. Andrieux, I Medici, Milano 1963, p. 337; J. R. Hale, Firenze e i Medici. Storia di una città e di una famiglia, Milano 1980, p. 63 e segg. 4 F. Cardini, I giorni del sacro. Il libro delle feste, Milano 1983, p. 34. 5 E. Baldini, G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa, Roma – Bari 2012, p. 41 e segg; C. A. MILES, Storia del Natale, tra riti pagani e cristiani, Bologna 2010, pp. 218-219. 6 Il 1 novembre, il giorno di Samain, capodanno celtico. 7 “A Roma il 14 o il 15 marzo, veniva portato in processione un uomo coperto di pelli di capra, colpito con lunghe verghe e chiamato Mamurio Veturio. Ritenuto il mitico fabbro che aveva costruito undici scudi a imitazione di quello sacro donato da Giove a Re Numa Pompilio e per questo ritenuto colpevole di sacrilegio Mamurio era in realtà la personificazione dell’anno vecchio (Veturio da vetus = vecchio), il quale veniva scacciato alle idi di marzo per far posto al nuovo anno”. R. Fattore, Feste pagane. Alla riscoperta della Ruota dell’Anno e della dimensione magi-

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ca del Tempo, Forlì 1999, p. 26. 8 L. Pruneti, La via segreta. Scritti di simbologia iniziatica e di esoterismo, Bari 2005, p. 102; cfr. L. Pruneti, La sacralizzazione del tempo e i calendari massonici, in “Officinae”, a. XV, n. 1, marzo 2003; L. Pruneti, L’Anno Massonico, in “Officinae”, a. XV, n. 2, giugno 2003; L. Pruneti, Annus Mundi, Calendario Massonico, in “Officinae”, a. XV, n. 3, settembre 2003. 9 M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino 1967, p. 72. 10 Ibidem, p. 41. 11 Cfr. M. Eliade, Occultismo stregoneria e mode culturali. Saggi di religioni comparate, Firenze 1982, p. 100 e segg. 12 M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino 2001, pp. 363-367. 13 A. Cattabiani, Planetario. Simboli, miti e misteri di astri, pianeti e costellazioni, Milano 1998, pp. 263-264. 14 R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Milano 1994, pp. 132-135. 15 A. M. Carassiti, Dizionario etimologico, Città di Castello (PG) 1997, p. 58. 16 M. Battistini, Simboli e allegorie, Milano 2002, p. 176. 17 F. Lubker, Il lessico classico. Lessico ragionato dell’antichità classica, Bologna 1989, p. 332.

29 L. Pruneti, Scritti massonici, Bari 2007, p. 101. 30 Ibidem, p. 101. 31 Ibidem, p. 102. 32 R. Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma 1972, p. 129. 33 R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano 1982, p. 238. 34 Cfr. Genesi 3.19: “Con il sudore del tuo volto mangerai pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere sei e in polvere ritornerai”. 35 Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, traduzione di G. P. Spano, introduzione di G. Arthos, commento critico di M. Hennell e di I. Wyatt, Roma 1975, p. 101-102; cfr. L. Pruneti, Il sentiero del bosco incantato. Appunti sull’esoterico nella letteratura, Bari 2009, p. 76; G. De Turris, Introduzione all’edizione italiana, in Manifesti Rosacraciani. Fama Fraternitatis, Confessio Fraternitatis, Nozze chimiche, a. c. di G. De Turris, Roma 1990, p. 11.

P.70/73: Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559, Kunsthistorisches Museum, Vienna (intero e particolari); p.74 e 76: Arlecchino; p.75: Pulcinella.


L’eredità di Torquemada. Sommario di storia dell’antimassoneria dalle scomuniche alla P4 Luigi Pruneti, prefaz. di Aldo A. Mola, Tipheret – Gruppo Editoriale Bonanno, Acireale–Roma 2014, pp. 483, €. 35,00.

I

l volume recensito, come, con felice sintesi, esplicita il suo appropriato sottotitolo, ripercorre la storia di quasi tre secoli di ordinaria discriminazione dei Liberi Muratori dalle società civili nelle quali sono vissuti, frutto di ignoranza, pregiudizio, incapacità di innalzarsi da un humus culturale dogmatico e illiberale, irrispettoso della indipendenza del pensiero. Motivazioni che, nel tempo, hanno via via alimentato accuse, tanto più infondate, quanto più strumentali figlie, quasi sempre, del calcolo politico, se non addirittura basate sull’ignoto per essere rimasti “noti”, al solo Clemente XII, i motivi “giusti e legittimi” che hanno inaugurato la sequela delle successive plurime scomuniche. In tutto ciò risolvendosi, sin-

teticamente, l’anti-massoneria. Termine recente, avendo poco più di centoventi anni. Clamorosa testimonianza di un autentico monstrum giuridico, per essere state le sanzioni del potere – tanto laico, quanto religioso – sempre irrogate in termini retroattivi, in aperta, quanto clamorosa, violazione del principio cardine nullum crimen, nulla pæna sine prævia lege sul quale si fonda ogni diritto punitivo. Sindrome alimentata dalle “rivelazioni” di Massoni assonnati, imitatori, spesso modesti, del maestro del genere Marie Joseph Gabriel Antoine Jogand-Pagès, noto con lo pseudonimo di Léo Taxil, forgiatori di calunnie mendaci e di inganni fraudolenti che, nella pubblica opinione, hanno comunque lasciata radicata la convinzione della identità fra i due lemmi Massoneria-male perché, alla Libera Muratoria, è rimasta legata l’idea di essere causa determinante e decisiva di ogni tipo di trame e di ogni genere di complotti, crisi economiche comprese. Naturalmente, sempre sulla scorta di prove artefatte, spesso perfino ridicole, alle quali, incredibilmente, si continua però a prestar fede. Anche dai moderni “gazzettieri” di carducciana memoria che, auto-elevatisi a baluardo della democrazia, continuano a essere velenosi contro l’istituto massonico. Pure in presenza di esiti negativi di inchieste, pure oltremodo costose, conclusesi con un nulla di fatto che, anziché arrendersi all’evidenza, ascrivono invece a indagini insabbiate a causa di indebite pressioni sulla magistratura compiute da non meglio identificati massoni. Senza poi neppure interrogarsi sulla loro colpa originaria di essersi, per interessi di parte, prestati, senza pudore, a creare la notizia al fine di distogliere l’attenzione della pubblica opinione da problemi, invece, gravi e reali. In questo complesso e variegato ribollire di notizie artefatte, di rivelazioni dettate da smanie di protagonismo, con conseguenti accuse funzionali rispetto a speci-

fiche finalità di volta in volta dettate dai venti impetuosi della storia, naviga l’A. con l’acribia dello zelante indagatore, assoluto padrone delle fonti, alle quali, sistematicamente, cede la parola, per lasciar parlare i fatti in tutta lo loro auto-eloquenza. Senza tuttavia astenersi dal commento, sferzatamente mordace, quando occorre. Spesso. Ferma la conclusione che l’anti-massoneria è del tutto inidonea a privare la Libera Muratoria della sua capacità formativa e realizzatrice. Nelle Logge, ancor oggi, infatti, continuano a formarsi uomini liberi e cittadini virtuosi, i cui alti ideali costituiscono una sicura garanzia di democrazia reale. Del resto, a voler dar credito alla Storia, la Massoneria, anziché morire per omicidio, può morire unicamente per suicidio, perché i germi in grado di distruggerla esistono solo al suo interno, dove continuano ad avere peso i “metalli” e, tra essi, preminente quella cagna che latra, profanamente rinominata invidia. Anche se si deve poi aggiungere che, se la Libera Muratoria continua a sopravvivere malgrado i Massoni da ben oltre due secoli, questo è un dato di fatto che, oltre a far riflettere, deve pure significare qualcosa. Il saggio in commento è opera densa di significato, complessa e stimolante, oltre che guida preziosa, atta a smascherare una clamorosa mistificazione, soprattutto utile, sia al Massone che sull’argomento voglia formarsi un’idea approfondita, sia allo studioso che nel volume trova una felice sintesi dell’argomento, sia al lettore curioso, non superficiale. L’A., infatti, è forse lo storico più autorevole della materia, per certo non lineare e dunque difficoltosa, proprio a causa degli intrecci e dei continui rimandi che la compongono e la sostanziano: argomento al quale il Nostro ha profuso tutte le sue predilezioni di profondo studioso. Ripercorrere il contenuto dell’opera che si dipana in oltre quattrocento pagine,

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arricchite da un utilissimo “indice dei nomi”, da una “bibliografia” imponente, oltre che dall’indicazione di “quotidiani e periodici” ai quali l’A. ha fatto capo per dare conto della circostanza che la Massoneria, ancor oggi, non gode di buona stampa, è semplicemente impossibile. Così come sarebbe irriguardoso farne un’epitome anche non superficiale. Equivarrebbe, infatti, a svilire l’opera. Non rimane pertanto che rivolgere una raccomandazione alla lettura del saggio, per esserne indubitabile il ricavo del profitto dal profilo culturale per il profano e dal rafforzamento dei propri convincimenti per il Libero Muratore. A questa scelta, sia, tuttavia, permessa al recensore una eccezione dedicata al capitolo XX dell’opera nel quale l’A. illustra la posizione della Chiesa dopo “oltre un secolo e mezzo di scomuniche e invettive” da parte dei papi. L’argomento è, infatti, troppo attuale e interessante per non dedicargli almeno qualche considerazione, oltre che per fissarne anche punti fermi, non inutili. Da quest’ultimo angolo prospettico, va ribadito che la Massoneria non è una religione. Per definizione, pertanto, non può contrapporvisi. Il che esclude a sua volta che possa costituire una eresia. Né è una apostasia, poiché non richiede, né la rinuncia alla pratica confessionale, né la devozione alla stessa. La massoneria, semplicemente, si limita ad assumere il proprio adepto con il proprio credo, fissando la estraneità dai lavori delle questioni religiose, al pari di quelle politiche, come possibili e comunque probabili motivi di ostacolo all’insorgere e al mantenersi fra i propri associati del vincolo di fratellanza. Fermo questo assioma, l’onestà intellettuale impone ora di chiedersi se sia legittima la “doppia appartenenza”, una volta che viene negata dalla voce cattolica, da profilo del sostenuto carattere relativistico della dottrina libero muratoria. Mentre, infatti, quest’ultima – così si assume – impone di mettere in questione le proprie idee accettando le ipotesi che possano essere anche false, la Chiesa, invece, insegna che talune verità, in quanto di origine divina, non possono essere messe in discussione e, dunque, sotto esame. Il che marcherebbe, appunto, la sostanziale differenza fra le due rispettive dottrine. Infatti, come conviene ribadire, mentre la professione massonica ammette la

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revisione e perfino l’abbandono di ogni verità raggiunta, quella cattolica, all’opposto, insegna, invece, una dottrina che almeno su alcuni punti non è negoziabile. Codesta contrapposizione fra relativo e assoluto, tuttavia, non convince, frutto com’è di un autentico fraintendimento del pensiero massonico. Non potendoci, data la sede, permetterci di esaminare funditus l’argomento, ci limiteremo ad alcune osservazioni, quale traccia utile per ricostruire un’opinione personale che meriterebbe, per certo, uno sviluppo ben più ampio e articolato di quello permessoci, avuto riguardo alla natura di queste note. Innanzitutto, alla tesi contraria qui in esame, va obiettato che anche nella pratica massonica esistono insegnamenti insuscettibili di revisione e di abbandono come frutto della discussione. Sarebbe, a esempio, inevitabile riconoscere natura anti-iniziatica a qualsiasi affermazione che andasse di avviso contrario al trinomio “libertà uguaglianza fratellanza”. Quanto dire, altrimenti, che, se, per definizione, il massone è figlio del dubbio, non è parimenti men vero che il massone ha, a sua volta, valori non negoziabili proprio perché irrinunciabili. Risponde inoltre a verità che, contrariamente a quanto si sostiene dalla voce cattolica, l’opinione dei fratelli, anche se maggioritaria, non si impone mai a chi ha una veduta diversa, legittimato perciò a conservarla. Come, infatti, perspicuamente scrive l’A.: “non è imposto a nessuno di rivoluzionare o di destabilizzare il proprio pensiero” (p. 345), sia esso profano, sia esso di religione. Di pensiero puro e semplice, perché i fratelli “sono chiamati a esporre le proprie idee che non sono passibili di commenti” (op. cit.) per essere “il dibattito e il contraddittorio […] banditi su qualsiasi argomento” (ivi). Di religione, perché, come conviene ribadire, le questioni religiose sono, per definizione, escluse dagli argomenti che si affrontano nelle logge. Ammesso che se ne riconosca l’esistenza – tema sul quale intendiamo ritornare per rimettere l’argomento quantomeno in discussione non sembrandoci, contrariamente a quanto si opina invece pacificamente, così piena e sicura la sua sussistenza – risponde a verità che il metodo massonico “si limita a norme comportamentali, a una educazione all’ascolto” (ivi), ai tempi odierni così necessaria, a un “invito alla riflessione” (ivi), senza essere

sommersi dal rumore del mercato, indispensabile se si vuole avere contezza del senso della propria vita e della sua dignità. Considerato che fuori dalla Loggia vige, pertanto, la libertà del confronto senza restrizioni e, dunque, anche il polemico contradditorio sui rispettivi credo religiosi, è legittimo e coerente trarre il corollario conclusivo che “l’etichetta di relativismo” non è fondata. Come scrive l’A. “altrimenti la stessa andrebbe applicata a qualsiasi società aperta che auspica la pluralità di opinioni e la sinergia fra culture e tradizioni diverse” (p. 346). Per restare in argomento, ci si conceda, da ultimo, di considerare fondata la tesi dell’A., quando questi scrive che è “pressoché irrealizzabile” insistere nel tentativo di dialogo tra Massoneria e Chiesa cattolica “come impostato dagli anni sessanta in poi” (p. 344), ossia attraverso il dialogo fra qualificati rappresentanti delle due sponde, per un motivo, ancora una volta condiviso, “semplice” (ivi). Infatti, mentre la chiesa cattolica è un soggetto unico con una propria “struttura gerarchica universale, un’unica guida riconosciuta, una dottrina precisa” (ivi) che, anche quando registra al suo interno voci dissonanti e posizioni anche contrastanti non sono tuttavia mai tali da incidere sulla sua sostanziale unità, la Massoneria, invece, è “un arcipelago di isole grandi e microscopiche, tutte acefale che, al loro interno, hanno orizzonti collettivi affatto dissimili e spesso mutevoli” (p.344 cit.). Donde una impossibilità di dialogo per la non esistenza di un soggetto: la Massoneria, anche se ciò non deve, però, far perdere quantomeno la speranza – operosa – di un’intesa con singole specifiche Obbedienze, fondata sulla disponibilità al confronto, sul reciproco rispetto, sul comune riconoscimento di concordanze sul terreno del servizio all’uomo. Concludendo queste note, dopo di avere ribadito l’assoluto valore del contenuto del saggio, ci piace sottolineare che la scrittura, che lo ammanta, è di qualità elegante, di pregio, perché arriva subito al Lettore con una capacità non comune di rendere attuali ambienti e circostanze lontane nel tempo. In estrema sintesi. Un libro da leggere. Un libro, soprattutto, da studiare e sul quale meditare. Antonio Binni


Il figlio della strega P.A.Rossi e M.Ghione, prefazione di I.Li Vigni, 210 pagg, 23.00€, Castel Negrino editore.

H

ans Jakob Christoffel von Grimmelshausen scrive, vicino alla metà del Seicento, il Der abenteuerliche Simplicissimus Teutsch o L’avventuroso Simplicissimus, uno Schelmenromane (avventure di furfanti) o farsesco e ironico romanzo picaresco che dir si voglia. Il Simplicissimus tratteggia – in un affresco storico di amplissimo respiro – le peripezie del protagonista, tale Melchior Sternfels von Fuchshaim durante la Guerra dei Trent’anni, il conflitto che divampò e divorò l’Europa centrale durante la prima metà del XVII sec. Volendo si potrebbe tentare anche una qualche esegesi esoterica visto che, nello svolgimento dei fatti, Simplicius – nella fortezza di Hanau – a un certo punto della narrazione viene costretto a vestire i panni dell’asino, quasi novello Pinocchio o Lucius di Apuleio e con i lunghi orecchi ci rammemora il Matto, la prima carta degli Arcani maggiori. Sempre negli stessi anni – circa un paio di decenni prima – viene scritto, forse da tale Valentin Andreæ, il ‘trittico’ Rosicruciano della Fama, della Confessio e de Le Nozze chimiche, già trattati peraltro ottimamente da Paolo Aldo Rossi in alcuni scorsi numeri di Officinæ. Da quel momento la dottrina dei Rosa+Croce prende via via vigore e, come un fiume carsico, serpeggia in modo sotterraneo venendo occasionalmente ancor oggi qua e là alla luce. Ebbene, è in questo milieu storico–culturale che il pregevole testo del professor Rossi e Marco Ghione si inserisce, ci proietta e ci immerge. Tutti conoscono oggi Giovanni Keplero – al secolo Johannes von Kepler – come astronomo e astrologo insigne; fu matematico e astronomo imperiale nella magica Praga di Rodolfo II: la città di Rabbi Loew e del Golem, di John Dee e dell’Alchimia e – appunto – di Tycho Brahe e Keplero, padroni delle stelle e del loro linguaggio; fu Kepler infatti che diede corpo con esattezza matematica alle intuizioni di Copernico e al lavoro del Galilei, enunciando varie leggi fra cui quella fondamentale delle orbite ellittiche; fu lui che diede la spallata finale e definitiva che fece cadere la falsa visione antropocentrica,

con buona pace di Tolomeo e di religioni varie. Fu Keplero uno dei primi scienziati ‘moderni’ o forse fu uno degli ultimi grandi sapienti capaci di coniugare scienza e fede, magia e pragmatismo, mensura matematica e filosofia? Chissà, non ci cimentiamo, ma lasciamo all’attento lettore il difficile giudizio. Il figlio della strega – èdito nel 2015 per i tipi dell’editore Castel Negrino – descrive la vicenda che si dipana intorno al processo che subì la madre di Keplero, durato ben sei anni: da qui l’accattivante titolo dell’opera. Katharine Guldenmann, vedova di Henrich Kepler, fu – all’epoca – accusata di stregoneria dalla Chiesa protestante e il figlio dovette, a un certo punto,

assumerne la difesa, facendo anche valere le sue conoscenze acquisite alla corte imperiale di Praga; fu certamente spinto dall’amor filiale, ma anche dalla preoccupazione di come una eventuale condanna avrebbe potuto riflettersi molto negativamente sulla sua posizione e la sua carriera. Come è d’uso e consuetudine nei testi redatti dal professor Paolo Aldo Rossi, tutte le vicende e i fatti non sono affidati ad una semplice narrazione, ma sono documentati con assoluto rigore e minuzia, lasciando poco o nulla all’interpretazione o a ipotesi fantasiose; a tal scopo l’Autore si avvale, nella seconda parte del volume, di Marco Ghione – dottore in Giurisprudenza – per una attenta e qualificata lettura degli atti processuali; completano il volume una decina di pagine di robusta ed esauriente bibliografia e la preziosa prefazione della dott.sa Ida Li Vigni. Nel desolante quadro odierno di effimera paccottiglia narrativo-letteraria e di inconsistente pseudo–saggistica, è questo invece un volume di cui senz’altro si può raccomandare una proficua e scorrevole lettura. Nel 1632 la Guerra dei Trent’anni, poc’anzi citata, fra le infinite devastazioni distrusse anche il cimitero di Ratisbona dove le mortali spoglie di Keplero riposavano. Rimase solo la lapide con l’epitaffio da lui voluto: mensus eram cælos, nunc terræ metior umbras. mens cælestis erat, corporis umbra iacet [Misuravo i cieli, adesso fisso le ombre della terra. La mente fu nel firmamento, il corpo riposa nell’oscurità]. Paolo Del Freo

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R.L. Sub Rosa Oriente di Monza

L

a rosa, per struttura e forma, è simbolo di completezza e perfezione. Da Oriente a Occidente, dalla Cina all’antico Egitto, dalla Persia alla Grecia, dai Sumeri all’antica Roma, la rosa ha rappresentato, ovunque e da sempre, il tempo ciclico, la totalità, l’infinito, l’eterno ritorno. In Occidente la sua rappresentazione si è perpetuata nella tradizione letteraria, artistica, architettonica e iniziatica: dal Roman de la Rose ai Fedeli d’Amore di Dante, da Apuleio al simbolismo templare e rosacruciano, alle favole di Perrault e dei fratelli Grimm. Persino nell’araldica di varie casate – tra cui York, Lancaster e Tudor – la rosa è stata spesso protagonista. Nell’iconografia cristiana, come pure nei rosoni delle cattedrali romaniche e gotiche, la rosa è di frequente rappresentata in relazione alla simbologia astrale del cerchio: ruota

del sole, cerchio delle virtù, girotondo degli angeli e dei martiri. Richiama l’armonia platonica delle sfere, la rivoluzione celeste dei pianeti nei segni dello zodiaco col loro influsso sulla vita dell’uomo. La rosa è il simbolo per antonomasia della realtà in divenire, della manifestazione in fieri e, per traslato, indica il perpetuarsi della vita umana. Il cinque indica la fine di un ciclo (4) e l’inizio di uno nuovo (4+1). La rosa a cinque petali è perciò la rappresentazione della transizione dallo stato profano a quello sacro e cioè dell’elevazione spirituale dell’uomo. Nell’antichità la rosa era anche il fiore dedicato a Horus, dio del silenzio per Greci e Romani. Pertanto, già nell’antica Roma e poi nel Medioevo, quando veniva posta una rosa su un tavolo, i presenti erano obbligati a non divulgare quanto era stato detto o ascoltato. In seguito la rosa a cinque petali fu spesso utilizzata per ornare i confessionali con la scritta sub rosa, cioè ‘sotto il sigillo del silenzio e della discrezione’. Un monaco benedettino del XV secolo scrisse Sint vera sint ficta, sub rosa tacita dicta. L’Ouroboros racchiude e completa il fregio: anche questo simbolo antico e comune a tradizioni iniziatiche e spirituali occidentali e orientali, rappresenta – come la rosa – il tempo ciclico, la totalità, l’infinito, l’eterno ritor-

I Fregi ad oggi pubblicati R∴L∴ 14 Juillet Or∴di Savona R∴L∴ 4 Giugno 1270 R.G. Or∴di Viterbo R∴L∴ Ab Initio Or∴di Portoferraio R∴L∴ Ad Justitiam Or∴di Lucca R∴L∴ Aetruria Nova Or∴di Versilia R∴L∴ Alef Or∴di Viareggio R∴L∴ Aleph Or∴di Lecce R∴L∴ Aletheia Or∴di Roma R∴L∴ Alma Mater Or∴di Arezzo R∴L∴ Anita Garibaldi Or∴di Firenze R∴L∴ Amantia Or∴di Valona R∴L∴ A.Garibaldi/A.Giulie Or∴di Livorno R∴L∴ Antares Or∴di Firenze R∴L∴ A.Toscano Or∴di Corigliano Calabro R∴L∴ Antropos Or∴di Forlì R∴L∴ Araba Fenice Or∴di Vibo Valentia R∴L∴ Arbana Or∴di Tirana R∴L∴ Archita Or∴di Taranto R∴L∴ Aristotele II Or∴di Bologna R∴L∴ Armonia Or∴di Rieti R∴L∴ Astrolabio Or∴di Grosseto R∴L∴ Athanor Or∴di Brescia R∴L∴ Athanor Or∴di Cosenza R∴L∴ Athanor Or∴di Pinerolo R∴L∴ Athanor Or∴di Rovigo R∴L∴ Athena Or∴di Pinerolo R∴L∴ Atlantide Or∴di Pinerolo R∴L∴ Audere Semper Or∴di Firenze R∴L∴ Augusta Or∴di Torino R∴L∴ Aurora Or∴di Genova R∴L∴ Ausonia Or∴di Siena R∴L∴ Ausonia Or∴di Torino R∴L∴ Avvenire Or∴di Avola R∴L∴ Bereshit Or∴di Sanremo R∴L∴ C. B.Conte di Cavour Or∴di Arezzo R∴L∴ C. Rosen Kreutz Or∴di Siena R∴L∴ Carlo Fajani Or∴di Ancona R∴L∴ Cartesio Or∴di Firenze R∴L∴ Cattaneo Or∴di Firenze R∴L∴ Cavalieri del Tempio Or∴di Roma R∴L∴ Cav.dell’Ord.S.Andrea Or∴di Roma R∴L∴ Cavour Or∴di Prato R∴L∴ Cavour Or∴di Vercelli R∴L∴ Chevaliers d’Orient Or∴di Beirut R∴L∴ Cidnea Or∴di Brescia R∴L∴ Clara Vallis Or∴di Como

80

R∴L∴ Concordia Or∴di Asti R∴L∴ Corda Fratres Or∴di Padova R∴L∴ Corona Ferrea Or∴di Monza R∴L∴ Cosmo Or∴di Argentario Albinia R∴L∴ Costantino Nigra Or∴di Torino R∴L∴ Dalmatia Or∴di Spalato R∴L∴ D.Di Marco Or∴di Piedim.Matese R∴L∴ Dei Trecento Or∴di Treviso R∴L∴ Delta Or∴di Bologna R∴L∴ Eleuteria Or∴di Catania R∴L∴ Eleuteria Or∴di Pietra Ligure R∴L∴ Emanuele De Deo Or∴di Bari R∴L∴ Enrico Fermi Or∴di Milano R∴L∴ Eos Or∴di Bari R∴L∴ Epidamnus Or∴di Durazzo R∴L∴ Erasmo Or∴di Torino R∴L∴ Ermete Or∴di Bologna R∴L∴ Etruria Or∴di Siena R∴L∴ Excalibur Or∴di Trieste R∴L∴ Falesia Or∴di Piombino R∴L∴ Fargnoli Or∴di Viterbo R∴L∴ Fedeli d’Amore Or∴di Torino R∴L∴ Fedeli d’Amore Or∴di Vicenza R∴L∴ Federico II Or∴di Catania R∴L∴ Federico II Or∴di Firenze R∴L∴ Federico II Or∴di Jesi R∴L∴ Fenice Or∴di Massa Marittima R∴L∴ Fenice Or∴di Roma R∴L∴ Fenice Or∴di Spotorno R∴L∴ Ferdinando Palasciano Or∴di Roma R∴L∴ Francesco Nullo Or∴di Varsavia R∴L∴ F.Rodriguez y Baena Or∴di Milano R∴L∴ Fidelitas Or∴di Firenze R∴L∴ Filistor Or∴di San Severo R∴L∴ Fra Pantaleo Or∴di Castelvetrano R∴L∴ Fratelli Bandiera Or∴di Cosenza R∴L∴ Fratelli Cairoli Or∴di Pavia R∴L∴ Fratelli d’Italia Or∴di Piombino R∴L∴ G.Ghinazzi Or∴di Roma R∴L∴ G.Ghinazzi Or∴di Vibo Valentia R∴L∴ G.Mazzini Or∴di Livorno R∴L∴ G.Mazzini Or∴di Parma R∴L∴ G.Biancheri Or∴di Ventimiglia R∴L∴ G.Bruno-S.La Torre Or∴di Roma R∴L∴ G.Papini Or∴di Roma R∴L∴ Galahad Or∴di Roma

no, la perfezione. Il fregio della Loggia vuole perciò essere simbolo programmatico: il lavoro massonico che ognuno si impegna a fare deve tendere al massimo sforzo, in continuità e costanza, per dare un senso alla propria vita con una tensione ideale verso il raggiungimento della perfezione. E questo lavoro sarà ancora più proficuo se verrà svolto sub rosa, cioè con umiltà e riservatezza.

R.L. Montsegur Oriente di Pinerolo

I

l fregio di Loggia è costituito da una delle varianti della croce dei Cavalieri dell’Ordine del Tempio e porta il nome distintivo della località di Montsegur, luogo simbolo della crociata persecutoria contro i catari e il catarismo. Tale scelta si rifà alla celebre battaglia di Montsegur, dove i Templari presenti non presero parte alla medesima o si schierarono, morendo a difesa degli assediati andando incontro a morte certa per una causa nella quale non avevano interessi alcuni. E così per commemorare e onorare lo spirito di tutti coloro che sono morti per difendere le proprie idee, convinzioni e ancor di più i loro amici, la Loggia Montsegur si fregia di tale nome e del simbolo della croce templare.

La sequenza dei Fregi è in ordine alfabetico per denominazione di Loggia e successivamente per Oriente.

R∴L∴ Garibaldi Or∴di Castiglione R∴L∴ Garibaldi Or∴di Cosenza R∴L∴ Garibaldi Or∴di Mazara del Vallo R∴L∴ Garibaldi Or∴di Toronto R∴L∴ Gaspare Spontini Or∴di Jesi R∴L∴ Gianni Cazzani Or∴di Pavia R∴L∴ Giordano Bruno Or∴di Bari R∴L∴ Giordano Bruno Or∴di Catanzaro R∴L∴ Giordano Bruno Or∴di Firenze R∴L∴ Giordano Bruno Or∴di R.Calabria R∴L∴ Giosue Carducci Or∴di Follonica R∴L∴ Giosue Carducci Or∴di Partanna R∴L∴ Giovanni Bovio Or∴di Bari R∴L∴ Giovanni Pascoli Or∴di Forlì R∴L∴ Giovanni Risi Or∴di Firenze R∴L∴ Giustizia e Libertà Or∴di Piombino R∴L∴ Giustizia e Libertà Or∴di Roma R∴L∴ Goldoni Or∴di Londra R∴L∴ Graal Or∴di Livorno R∴L∴ Hercules Or∴di Cagliari R∴L∴ Herdonea Or∴di Foggia R∴L∴ Heredom Or∴di Torino R∴L∴ Hiram Or∴di Bologna R∴L∴ Hiram Or∴di Sanremo R∴L∴ Hispaniola Or∴di Santo Domingo R∴L∴ Horus Or∴di Padova R∴L∴ Horus Or∴di Pinerolo R∴L∴ Horus Or∴di Reggio Calabria R∴L∴ Humanitas Or∴di Pistoia R∴L∴ Humanitas Or∴di Treviso R∴L∴ Ibis Or∴di Torino R∴L∴ Il Cenacolo Or∴di Pescara R∴L∴ Il Nuovo Pensiero Or∴di Catanzaro R∴L∴ Iliria Or∴di Fiume R∴L∴ Internazionale Or∴di Sanremo R∴L∴ Ipazia Or∴di Genova R∴L∴ Iter Virtutis Or∴di Pisa R∴L∴ Jakin e Boaz Or∴di Milano R∴L∴ Janua Coeli Or∴di Napoli R∴L∴ Kipling Or∴di Firenze R∴L∴ L’Aurore de Lombardie Or∴di Milano R∴L∴ La Fenice Or∴di Bari R∴L∴ La Fenice Or∴di Chieti R∴L∴ La Fenice Or∴di Forlì R∴L∴ La Fenice Or∴di Livorno R∴L∴ La Fenice Or∴di Pieve a Nievole

R∴L∴ La Fenice Or∴di Rovato R∴L∴ La Prealpina Or∴di Biella R∴L∴ La Silenceuse Or∴di Cuneo R∴L∴ Le Melagrane Or∴di Padova R∴L∴ Leonardo da Vinci Or∴di Taranto R∴L∴ Les 9 Soeurs Or∴di Pinerolo R∴L∴ Libertà e Progresso Or∴di Livorno R∴L∴ Liburnia Or∴di Fiume R∴L∴ Liguria Or∴di Ospedaletti R∴L∴ Logos Or∴di Milano R∴L∴ Luce e Libertà Or∴di Potenza R∴L∴ Luigi Alberotanza Or∴di Bari R∴L∴ Luigi Spadini Or∴di Macerata R∴L∴ Lux Or∴di Firenze R∴L∴ Lux Solis Or∴di Cosenza R∴L∴ M’’aat Or∴di Barletta R∴L∴ Magistri Comacini Or∴di Como R∴L∴ Manfredi Or∴di Taranto R∴L∴ Melagrana Or∴di Cosenza R∴L∴ Melagrana Or∴di Torino R∴L∴ Metamorphosis Or∴di Udine R∴L∴ Minerva Or∴di Cosenza R∴L∴ Minerva Or∴di Torino R∴L∴ Montsegur Or∴di Pinerolo R∴L∴ Monviso Or∴di Torino R∴L∴ Mozart Or∴di Castelvetrano R∴L∴ Mozart Or∴di Genova R∴L∴ Mozart Or∴di Roma R∴L∴ Mozart Or∴di Torino R∴L∴ Navenna Or∴di Ravenna R∴L∴ Nazario Sauro Or∴di Piombino R∴L∴ Nigredo Or∴di Torino R∴L∴ Nino Bixio Or∴di Trieste R∴L∴ Oltre il Cielo Or∴di Lecco R∴L∴ Omnium Matrix Or∴di Milano R∴L∴ Orione Or∴di Torino R∴L∴ Palermo Or∴di Palermo R∴L∴ Paolo Ventura Or∴di Lamezia Terme R∴L∴ Parmenide Or∴di Salerno R∴L∴ Per Aspera ad Astra Or∴di Lucca R∴L∴ Petrarca Or∴di Abano Terme R∴L∴ Pietro Micca Or∴di Torino R∴L∴ Pisacane Or∴di Udine R∴L∴ Pitagora Or∴di Cosenza R∴L∴ Pitagora Or∴di Guidonia R∴L∴ Polaris Or∴di Livorno

R∴L∴ Polaris Or∴di Reggio Calabria R∴L∴ Principe A.DeCurtis Or∴di Rovato R∴L∴ Principi RosaCroce Or∴di Milano R∴L∴ Prometeo Or∴di Lecce R∴L∴ Re Salomone /F.Nuove Or∴di Milano R∴L∴ Rinascita Or∴di Crotone R∴L∴ Risorgimento Or∴di Milano R∴L∴ Ros Tau Or∴di Verona R∴L∴ S.Giovanni Or∴di Bass.d.Grappa R∴L∴ Sagittario Or∴di Prato R∴L∴ Salomone Or∴di Catanzaro R∴L∴ Salomone III Or∴di Siena R∴L∴ San Giorgio Or∴di Genova R∴L∴ San Giorgio Or∴di Milano R∴L∴ Saverio Friscia Or∴di Sciacca R∴L∴ Scaligera Or∴di Verona R∴L∴ Sibelius Or∴di Vercelli R∴L∴ Sile Or∴di Treviso R∴L∴ Silentium et Opus Or∴di Val Bormida R∴L∴ SmiDe Or∴di Stra R∴L∴ Stupor Mundi Or∴di Taranto R∴L∴ Sub Rosa Or∴di Monza R∴L∴ Teodorico Or∴di Bologna R∴L∴ Themis Or∴di Verona R∴L∴ Trilussa Or∴di Bordighera R∴L∴ Triplice Alleanza Or∴di Roma R∴L∴ Ugo Bassi Or∴di Bologna R∴L∴ Ulisse Or∴di Bergamo R∴L∴ Ulisse Or∴di Forlì R∴L∴ Umanità e Progresso Or∴di Sanremo R∴L∴ Uroboros Or∴di Milano R∴L∴ Valli di Susa Or∴di Susa R∴L∴ Venetia Or∴di Venezia R∴L∴ Verum Quærere Or∴di Prato R∴L∴ Vincenzo Sessa Or∴di Lecce R∴L∴ Virgilio Or∴di Brescia R∴L∴ Virgo Or∴di Roma R∴L∴ Vittoria Or∴di Savona R∴L∴ Voltaire Or∴di Torino R∴L∴ XI Settembre Or∴di Pesaro R∴L∴ XX Settembre Or∴di Torino R∴L∴ Zenith Or∴di Cosenza R∴L∴ Zodiaco Or∴di Pinerolo


via San Nicola de’ Cesarini, 3 — 00186 Roma

Officinae 2016 Marzo  

Officinae - rivista trimestrale della Gran Loggia d'Italia - 2016 marzo

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