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n.02 Marzo 2010

euro 2,00 OMAGGIO

BRIANZA

P uB B li

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1970, allarme inquinamento per il fiume della Brianza

LA PRIMA MORTE DEL LAMBRO: FLORA E FAUNA SONO DISTRUTTE Acque schiumose e maleodoranti in molti punti a causa degli scarichi industriali. Proteste diffuse, il comune di Monza mobilita gli esperti

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l Lambro arriva a Monza biologicamente morto. Lo dicono i tecnici, incaricati dal comune delle verifiche di flora e fauna. Lo testimonia una coraggiosa inchiesta del Cittadino, che ha seguito il corso del fiume da Monte San Primo, alla sorgente, fino all’ingresso nella città della Corona ferrea. Siamo nel 1970: fra i cittadini si va facendo largo una sensibilità nuova verso i temi dell’ambiente e della natura; si scopre la parola «ecologia» e un termine inglese, smog, che è un misto fra i vocaboli fumo e nebbia. Le acque schiumose e maleodoranti di quel fiume, distrutto dagli scarichi forsennati di decine di aziende, preoccupano un numero crescente di brianzoli e di amministratori locali. Si insediano le commissioni, parlano gli esperti e anche gli imprenditori comprendono che così non si può andare avanti. Si comincia, poco alla volta, a disinquinare.

In questo numero PAG.2 1950, nostalgici a Lissone. Quei pellegrinaggi a Dongo

Un gruppetto neofascista organizza trasferte sul Lago di Como per onorare il Duce. Polemiche in città PAG.3 1970, azienda caratese lancia un nuovo mezzo audiovideo

Alla Orion Film nasce un apparecchio che vuol rivoluzionare le proiezioni di video didattici nelle scuole PAG. 3 1950, L’Otto marzo finisce a spintoni alla Gavazzi di Desio

Comizio della onorevole Gina Fanoli (Pci) per la festa della donne. Ma si parla di politica e ne nasce una zuffa

servizi a pag.8/10

Desio 1970

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MEMORABILE QUEL DEBUTTO GDM, UNA FESTA PER 10MILA

Insediatosi in febbraio, il grande biblista indirizza ai fedeli ambrosiani la sua prima lettera pastorale l’8 settembre

Brianza

CAJANI: UNA VOCE BRIANZOLA FRA BAGLIONI E LA CASELLI

organ alias Marco Castoldi da Muggiò è oggi l’artista brianzolo più famoso, nel bene e nel male. Quarant’anni fa però un desiano purosangue si accingeva a gareggiare ne Un disco per l’estate, kermesse in cui si sfidavano le

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PAG.4 1980, Carlo Maria Martini nuovo arcivescovo di Milano

migliori ugole italiane. Nel maggio del 1970, il 24enne Giancarlo Cajani, commerciante, partecipa con una sua canzone alla gara che vede ai nastri di partenza Bobby Solo, Dorelli, Caterina Caselli, Mino Reitano e un giovanissimo Baglioni. servizio pag. 11

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iecimila copie volate vie in un paio di settimane. Telefonate, mail, richieste di abbonamento: il numero uno del Giornale della Memoria ha registrato un successo oltre ogni previsione. Grazie alla disponibilità di molti volontari, cui va il sincero

ringraziamento della redazione, che hanno portato il giornale da un capo all’altro della Brianza. E grazie anche ai quasi cinquanta esercizi commerciali (leggete l’elenco a pagina 16) che hanno voluto «adottarci», diventando nostri distributori. GdM

REGIONALI, HA VINTO LA DC Una pioggia di voti da Erba a Muggiò: la Brianza è sempre più bianca. L’8 giugno del 1970, quando il ministero degli Interni dirama i risultati dei comuni brianzoli sparsi fra le province di Milano e Como, lo Scudocrociato, al governo nazionale, può gioire: la terra briantea, un po’ ovunque, attribuisce alla Democrazia cristiana percentuali ben su-

periori alla media lombarda, che si attesta intorno al 40% dei consensi. Si è votato domenica 7, per eleggere, per la prima volta, i consigli delle Regioni italiane, da poco istitituite. Ancora non si è capito bene a cosa serviranno, ma a Casatenovo come a Cesano, a Erba come a Mariano, la maggioranza dei cittadini torna a

scegliere il partito dei cattolici. Quello comunista, il Pci, che su base nazionale è il secondo schieramento in Parlamento, si deve accontentare del primato nella sola Limbiate e del secondo posto quasi dappertutto. Alle sue spalle il Partito socialista italiano, cui mancano, da destra, i non pochi voti ottenuti dal Partito Socialista Uni-

tario di Saragat e, da sinistra, i consensi del Partito socialista di unità proletaria-Psiup. I laici del Partito Liberale e del Partito Repubblicano registrano, in Brianza, accoglienza piuttosto tiepida, così come non sfonda il Movimento sociale italiano mentre crollano definitivamente i monarchici. A pagine 6 e 7 i risultati di 46 comuni.

PAG.5 1980, orrore a Monza. Ucciso l’uomo della diossina

Un commando terrorista di Prima Linea fredda, sotto casa, Paolo Paoletti, direttore dell’Icmesa di Meda. PAG.12 1950, debutto a metà per il primo sciopero generale

Il 22 marzo, Cgil e Pci proclamano l’astensione dal lavoro contro il ministro Scelba. Picchetti e qualche rissa ma, alla fine, tutto liscio PAG.14 1971, Giuliano Fabbrica in vetta al Pizzo Cengalo

Lo scalatore del Cai di Seregno, con un gruppo di lecchesi, apre una nuova via sui 3.300 metri della montagna


1950 omaggio a Mussolini

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Editoriale

Il nucleare a Seveso Giorni fa, recandomi a Milano con il treno delle Nord, mentre riguardavano le bozze del primo numero del giornale, non ho potuto far a meno di ascoltare la conversazione dei miei compagni di viaggio. Erano tre giovani, due ragazzi e una ragazza, poco più che ventenni, di Lurago d’Erba. Brillanti e carini, discutevano del più e del meno. Lei studiava in Cattolica, loro entrambi al Politecnico, probabimente ingegneria. Quando il treno è arrivato alla stazione di Seveso, uno di loro, guardando fuori, si è rivolto agli altri dicendo: «Ma sapete che una ventina d’anni fa, qui è esplosa una centrale nucleare?». Gli altri due hanno gettato un occhio meno distratto a quello che si poteva osservare dal finestrino. «Mmmh, non si direbbe», gli ha risposto l’altro. Un dubbio che ha spronato il primo a spiegare come del fatto gli avesse parlato il padre. Dopo poco la conversazione si è spostata su altri argomenti. Di una vicenda che, 34 anni fa, scosse l’Italia intera, in tre giovani brianzoli - futura classe dirigente di questa terra - rimane una nozione clamorosamente sbocconcellata. Della catastrofe ambientale che ha addirittura dato il nome a una direttiva della Commissione europea, non resta più nulla. Di una tragedia che ha colpito famiglie intere - da chi ha avute abbattute le case a chi ha abortito con il terrore di partorire figli deformi - non c’è la minima traccia nella memoria di tre studenti di atenei d’élite. Men che meno, si ricorda ma tutti stavolta - che il direttore dell’Icmesa, la fabbrica della diossina, Paolo Paoletti, fu la prima vittima del terrorismo in Brianza. Ucciso a Monza, nel febbraio di trent’anni fa, da quella Prima linea che oggi è diventata un film con attori di grido. G.C.

DALLA BRIANZA A DONGO, PELLEGRINI NOSTALGICI

Un gruppetto di lissonesi si reca segretamente sul luogo della morte del Duce. La notizia circola e scoppia un caso

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a guerra era finita da poco, con il suo carico di sangue e dolore, eppure in Brianza la nostalgia del vecchio regime allignava ancora. Nel marzo del 1950, a Lissone, c’era infatti chi si recava in pellegrinaggio sul Lago di Como, a Dongo, dove Benito Mussolini aveva finito i suoi giorni, giustiziato dal plotone partigiano del comandante Valerio. Un piccolo gruppo di lissonesi in camicia nera (ma nascosta) raccolti davanti al muretto contro il quale il Duce aveva, secondo alcuni storici, stretto a sé Claretta Petacci, nel momento fatale. Secondo quanto riportarono le cronache dell’epoca - il Cittadino del 25 marzo del 1950 - il gruppetto depose omaggio floreali, commuovendosi al ricordo dell’epilogo del Ventennio, in quella stradina verdeggiante poco distante dal lago. La storia - dalla Marcia su Roma alla Spada dell’Islam, dalle bonifiche alla battaglia del grano - aveva scelto, per la sua tragica conclusione, quel pezzetto amabile di Lombardia, fra la quiete delle montagne e lo spettacolo del Lago. Ricordi ancora vicini nel tempo, la cui ferita non si era rimarginata certo a nemmeno sei anni da Piazzale Loreto, quando i corpi di Claretta e del suo Ben penzolarono orribilimente dalla tettoia del benzinaio. Il gruppo di nostalgici brianzoli, di ritorno dall’omaggio al Capo del fascismo vissero, si scrisse, un momento di esaltazione e pare che volessero intonare Giovinezza mentre si avviavano a recuperare l’auto che li aveva condotti fin lassù. Quindi fecero ritorno in paese, a confidare agli amici l’audacia del loro gesto. Il fatto non rimase confinato alla chiacchiera da bar ma, come spes-

L’azienda

Una scena di Fascisti su Marte, film satirico diretto e interpretato da Corrado Guzzanti

Il numero

86mila

sono gli apparecchi telefonici presenti a Monza e nella Brianza nel 1970. Ne dà notizia il Cittadino, riportando gli interventi dell’annuale assemblea degli industriali brianzoli, riuniti martedì 20 settembre all’Istituto tecnico commerciale Mosè Bianchi. Il presidente, Vittorio Casanova, si lamenta pubblicamente del servizio telefonico della città e del circondario, definendolo «lacunoso». Eppure quello sarà l’anno della teleselezione.

A CARATE L’HIGH TECH TELEVISIVO

Tecnologia made in Brianza, anzi made in Carate. Il Cittadino del 31 gennaio 1970, nell’inserto L’opinione di Seregno, dà conto di una novità tecnica destinata a rinnovare la didattica nelle scuole italiane. Si tratta di un «modernissimo apparato audiovisivo», denominato Visual 70, che è realizzato dalla Orion film diretta dall’ingegner Luigi Giachino e che, spiega il giornale, «vanta un’esperienza ventennale nel settore». Si tratta di un apparecchio «munito di schermo incorporato e con proiettore sonoro», destinato «a facilitare notevolmente la proiezione dei film ad uso didattico». Laddove prima occorreva un’aula apposita, ci sarà dorinnanzi Visual 70 e «si potrà assistere alle proiezioni in qualsiasi aula senza bisogno di oscurare l’ambiente». Imminente, secondo l’articolista, l’ingresso dell’apparecchio prodotto a Carate nelle scuole italiane, grazie all’approvazione data dal ministero della Pubblica istruzione. « Già fin d’ora sono in corso di preparazione alcuni filmini adatti ai programmi scolastici», assicura il giornale.

so succede, passò di bocca in bocca, scandalizzando molti. Quelli che del Ventennio ricordavano solo il disastroso esito della Guerra, cui anche Lissone aveva pagato un caro prezzo. Sul Cittadino apparve una ferma condanna che pareva l’identikit dei nuovi fascisti. «Quel signore col cappello a larghe tese», si scrisse con un certo sdegno, «quell’altro dalle frasi roboanti e sgrammaticate e quel piccolo gerarca scaduto SI DIANO PACE, rientrino di buon animo nel nuovo spirito democratico».

Il paese

NEL ’50 A VIGANÒ BRIANZA IL SACERDOTE PIÙ ANZIANO Grandi feste in alta Brianza. Il Corriere Lombardo del 31 gennaio 1950, racconta di come una piccola comunità, quella di Viganò, si sia stretta intorno al proprio parroco, don Vittorio Gaffuri, il più anziano sacerdote della diocesi. Fatto che, al quotidiano milanese della sera, doveva parere straordinario, tanto da dedicare all’evento alcune righe colorite in cui si parla di «un centro prettamente rurale le cui strade non sono ancora percorse da tranvai e rare sono le automobili, tagliato fuori com’è da ogni importante arteria». Un paese dove «si campa beatamente fno a lungo e l’esempio lo sta dando il parroco, che in questi giorni ha celebrato i suoi 90 annidi vita, 66 dei quali dedicati alla vita sacerdotale». Insomma, in Brianza, lontano dal logorio della vita moderna e col conforto della fede, si campa bene e a lungo.


DESIO, 8 MARZO CON RISSA ALLA GAVAZZI

1970, la protesta RISCHIO CEMENTO, VOLONTARI AI SINDACI: MANTENETE I VINCOLI

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il Giornale della Memoria

Nel fabbrica, il discorso della deputata comunista Fanoli. Contestazione e scontro. Così la festa del 1950 degenera

mensile di divulgazione storica Registrazione presso il Tribunale di Monza. n. 1975 del 15/02/2010 Direttore responsabile: Giampaolo Cerri

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resce la sensibilità ambientale in Brianza intorno agli anni ’70. Le cronache riportano le attività del Gruppo Natura e civiltà che fa opera di sensibilizzazione diffondendo l’omonimo Bollettino. A marzo di quell’anno a preoccupare è «una azione in corso da parte di alcuni comuni, atta a fare annullare alcuni vincoli emessi dal ministero della Pubblica istruzione per la conservazione del paesaggio e delle rive dei laghi briantei». Secondo il Bollettino, «il motivo è speculativo, affinché sia libera la lottizzazione incontrollata». Gli antesignani degli attuali ambientalisti lanciano l’allarme: «Se questi vincoli verranno tolti per far comodo solo a una esigua minoranza che insiste, volta solo ad interessi egoistici e a facili e immediati guadagni, la bellezza dei laghi della Brianza verrebbe distrutta per sempre». Proteste anche contro «la riammissione, in provincia di Como ed altrove, della barbara usanza dell’uccellagione». E polemiche sul fatto che il 1970 «è l’Anno internazionale della Protezione della natura».

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1971, bianco e nero UN 80ENNE CAMPIONE D’ONESTÀ E I FURBI DELLE FALSE RACCOLTE

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olidarietà e furbizia (nel nome della solidarietà). Succede a Seregno nella primavera del 1971. Il 27 marzo si ha notizia di un gesto di grande onestà: un ottantenne, Carlo Besana, abitante in via Verdi 209, si era recato a riscuotere «la sua modesta pensione di vecchia di lire 62.700 bimestrale». A casa, contando i biglietti ricevuti alla Posta, si accorge di avere 100mila lire in più. Per il pensionato non agiatissimo, quasi il doppio di quanto dispone ogni due mesi. Quanti avrebbero fatto spallucce! E invece, il signor Besana non ci pensa due volte, si rinfila il cappotto e riprende la via dell’ufficio postale per riconsegnare la cifra non dovuta a un impiegato che immaginiamo in ambasce. «Il fatto non sarebbe assurto agli onori della cronaca», scrive il Cittadino, «se non fosse la prova che per

molta gente l’onestà vale molto di più di un gruzzolo posseduto o guadagnato con coscienza». Di segno completamente opposto la notizia che si puà leggere, di nuovo sulle pagine del giornale monzese, il 24 aprile 1971. Notizia che parla di furbi intenzionati a far soldi usando come paravento motivi caritativi. La Lega per la lotta contro i tumori è infatti costretta a diramare una diffida perché in città sono segnalati dei falsi volontari «che girano per le case di Seregno, qualificandosi come mandati dalla Lega contro i tumori, richiedendo oblazioni e offrendo oggetti vari». Confidando sul buon cuore della gente, i falsari cercano di riempirsi le tasche. «La Lega», si legge, «diffida codeste persone e nel frattempo precisa la sua estraneità».

hanno collaborato: Leandro Cazzaniga, Martina Cerri, Beppe Citterio, Daniele Corbetta, Doranna Fumagalli, Sergio Giussani, Walter Giussani, Annagrazia Internò, Daniele Villa

Progetto grafico e impaginazione: box313 (www.box313.net) Editore: Associazione Culturale Storia e Territorio Via Giusti, 32/c 20034 Giussano (MB) tel. 0362.285087 email: assostoria@gmail.com

La curiosità

tto marzo agitato a Desio. Alla fabbrica Gavazzi, la direzione concede all’onorevole Gina Fanoli, deputata comunista della zona, di poter tenere un discorso celebrativo all’interno del cortile dello stabilimento. I problemi iniziano quando la Fanoli, anziché stare sui diritti delle donne, ricorda i fatti di Modena del mese di gennaio, quando la polizia aveva sparato sui dimostranti uccidendone cinque. Dal pubblico, un anonimo, si rivolge all’onorevole con questa espressione: «Ehi biondina, dica le cose vere come sono accadute e non travisi». Frase che scatena la bagarre, con alcuni militanti che assalgono il disturbatore. «Volò qualche pugno», riporta il Cittadino del 18 marzo, nella rubrica Spinte e spunti, a commento di una ricostruzione di altro segno, diramata dalla stampa più orientata a sinistra. Ma il ferito più grave, scrisse il giornale, è una militante comunista, «una nanottola che ci coccola col nome di partigianella: partì all’assalto come un piccolo carro armato per poter schiaffeggiare l’oramai immobile interrompente. Ma, ahimé, nella sua foga», prosegue l’articolo, «non vide un ostacolo anticarro rappresentato da un piede improvvisamente alzato per cui, per poco, questo piccolo panzer si rovesciava e ne aveva la peggio».

Redazione Via Giusti, 32/c 20034 Giussano (MB) tel. 0362.285087 redazione.gdm@gmail.com

Stampa A.G. BELLAVITE Via I maggio, 41 23873 Missaglia (Lc) Stampato su carta ecologica EFC, con inchiostri a base vegetale.

Quella miracolosa brillantina Prima ancora della mitica Linetti, negli anni ’50, i brianzoli conobbero un altro prodotto dalle virtù taumaturgiche, la brillantina Rinova che, sui giornali dell’aprile 1955, veniva scritta esattamente come il suo marchio: RI-NO-VA! Articoli che si mescolavano alle cronache, senza esplicito riferimento al fatto che si trattasse di pubblicità, anche perché allora la legge non poneva divieti. «Uomini e donne di tutta la città parlano con sincero entusiasmo della famosa brillantina», si leggeva, «avevano capelli grigi che li facevano sembrare 10 anni più vecchi. Oggi invece, dopo pochi giorni, i capelli sono nuovamente del primitivo colore».

1970 stato civile

NASCERE E SPOSARSI A LISSONE

Fra le notizie di Stato civile di Lissone, del 14 marzo 1970, troviamo anche quella, tristissima, della scomparsa di una bambina di soli dieci giorni, Elena Scaccabarozzi. La piccola, racconta Il Cittadino con struggente delicatezza, era «venuta a tener compagnia al fratellino e si pensava di battezzarla per Pasqua», invece improvvisamente,«si aggrava, viene portata all’ospedale di Vimercate e spicca il suo volo per il cielo per essere angelo tutelare di papà Pietro e della mamma Maria Carla che, desolati, ne piangono la dipartita». È invece festa grande nelle famiglie di altri neonati: Antonella Capozzi, Francesca Marenzi, Maurizio Lissoni, Lucia Salmaso, Marco Cereda, Davide Sironi, Franco Vena, Silvia Bramani, Angelo Molteni, Gaetano Marana, Nicoletta Marta, Alberto Galimberti, Daniele Cerizzi, Cristina Beretta, Enrico Cesana. Nello stesso periodo, ancora a Lissone, alcune giovani coppie convolano a nozze: Umbero Scaraveglieri con Carmela Laganà, quindi Roberto Palin con Beatrice Mapelli, Nevio Jacovino con Claudio Motta, Giuseppe Turrini con Livia Fumian. La redazione invita questi lissonesi, oggi quarantenni, e queste coppie, che festeggiano quattro decenni di matrimonio, a inviarci foto e testimonianze.


1980, s’insedia l’Arcivesco Martini

4 Marzo 2010

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Di chi si parla

Da biblista a pastore Torinese, classe 1927, Carlo Maria Martini è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1944 all’età di 17 anni, ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1952. Laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana nel 1958, continua gli studi in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico, dove insegna Critica testuale. Eletto arcivescovo di Milano il 29 dicembre 1979 da papa Giovanni Paolo II, viene da lui consacrato il 6 gennaio successivo e il 10 febbraio 1980 fa l’ingresso in diocesi ambrosiana come successore del cardinale Giovanni Colombo. Creato cardinale il 2 febbraio 1983, tre anni dopo diventa presidente Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa. Nel 2002 lascia l’Arcidiocesi per raggiunti limiti di età e si trasferisce a Gerusalemme per studiare e pregare. Nel 2009 torna nel convento di Gallarate per curare il morbo di Parkinson che lo affligge. Nel portale della Diocesi, www.chiesadimilano.it, tutti i documenti dei 22 anni di arcivescovato.

IL SILENZIO DELL’ASCOLTO In febbraio il gesuita scelto da Giovanni Paolo II prende possesso della Cattedra di Ambrogio. A settembre, la prima lettera pastorale con cui richiama alla contemplazione

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nsediatosi a capo della Chiesa ambrosiana il 10 febbraio del 1980, Carlo Maria Martini rende nota la sua prima lettera pastorale l’8 settembre dello stesso anno, nel giorno della Natività della Madonna. Si intitola La dimensione contemplativa della vita. Quella dimensione cui il gesuita si sarebbe dedicato nel 2002 quando, lasciata l’arcidiocesi per raggiunti limiti d’età, si ritira a Gerusalemme. Da allora Martini ha scritto diversi libri: Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole,(In Dialogo, 2008); Le ali della libertà. L’uomo in ricerca e la scelta della fede, (Piemme, 2009) e Qualcosa di così personale. Meditazioni sulla preghiera, (Mondadori, 2009). Ma sarà quella sua prima lettera pastorale a rivelare alla Chiesa e ai fedeli ambrosiani la sua spiritualità. Ecco alcuni passaggi di quel documento (...) Questo discorso sulla dimensione contemplativa della vita si dirige a ogni uomo e donna che intenda condurre un’esistenza ordinata e sottrarsi a quella frattura tra lavoro e persona che minaccia oggi un poco tutti. (...) Lo sfondo generale di questa situazione è costituito da una cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo prevalentemente prassistico, tutto teso al «fare», al «produrre», ma che genera, per contraccolpo, un bisogno indistinto di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Ma entrambi gli orientamenti rischiano di rimanere superficiali. Sia l’attivismo frenetico, sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una «fuga» dal reale. Per far evolvere cristianamente questa situazione, non basterà risvegliare una ricerca di preghiera. Occorrerà anche purificare, orientare, cristianizzare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le generiche contrapposizioni tra azione, lotta, rivoluzione, da un lato, e contemplazione, silenzio, passività, dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento cristiano sia all’azione, sia alla contemplazione. Quanto qui diremo sull’impegno per rendere più cosciente la dimensione contemplativa della vita va dunque inteso nel quadro dell’impegno generale per un’armonica crescita dell’uomo, homo faber e homo sapiens, secondo la sua piena misura e capacità. (...) Ma pare venuto il momento di ricordare, in vista di una sequela di Cristo più intensa e armonio-

Il cardinale Carlo Maria Martini, torinese, 83 anni, vive fra Gerusalemme e Gallarate

sa, che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce la preghiera vocale e comunitaria; che non si dà azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo dell’uomo che in Cristo è stato rinnovato ed esaltato; che proprio la coscienza e la libertà delle singole persone, con le loro convinzioni, le loro speranze e i loro propositi, costituiscono l’autenticità e il pregio di ogni esistenza associata nel nome del Signore. (...) Se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio:

«Se la Parola è venuta, ci deve essere il silenzio »

il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’e il silenzio. Se, com’è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliero e disperso (cfr. Lc 1, 20-22). «La Parola zittì chiacchiere mie»: così Clemente Rebora, nobile spirito di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi della sua conversione.

Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità. L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo; tutto è preferibile all’essere posti implacabilmente, quando ogni voce tace, davanti all’orrore del niente. Ogni ciarla, ogni lagna, ogni stridore è bene accetto se in qualche modo e per qualche tempo riesce a distogliere la mente dalla consapevolezza spaventosa dell’universo deserto. L’uomo «nuovo» - cui la fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena e la carità un cuore capace di amare l’Invisibile - sa che il vuoto non c’è e il niente è eternamente vinto dalla divina Infinità; sa che l’universo è popolato di creature gioiose; sa di essere spettatore e già in qualche modo partecipe dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, di amore, di felicità che sostanzia la vita inesauribile del Dio Trino. Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva solitario sulle cime dei monti (cfr. Mc 1, 3; Lc 4; 42; 6, 12; 9, 28), aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre. Nessuno fraintenda, però: l’uomo «vecchio», che ha paura del silenzio, e l’uomo «nuovo» solitamente convivono, con proporzioni diverse, in ciascuno di noi. Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni, di clamori, che assordano il nostro giorno e perfino la nostra notte; ciascuno è interiormente insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde. In questo chiasso, l’uomo nuovo che è in noi deve lottare per assicurare al cielo della sua anima quel prodigio di «un silenzio per circa mezz’ora» di cui parla l’Apocalisse (8, 1); che sia un silenzio vero, colmo della Presenza, risonante della Parola, teso all’ascolto, aperto alla comunione. (...)Per intercessione di Maria, modello di preghiera silenziosa, invoco questo dono su di me e su tutti voi. + CARLO MARIA Arcivescovo

«Il niente è vinto dalla divina Infinità»


1980, il terrorismo in Brianza

ORRORE A MONZA, ASSASSINATO L’UOMO ICMESA

Paolo Paoletti, direttore dell’impianto della diossina, freddato da un commando di Prima Linea. Lavorava alla bonifica

Riccardo Scamarcio nel film La prima linea, ispirato alla vita dell’ex terrorista Sergio Segio

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a Golf verde è nel cortile. Paolo Paoletti, prima di metterla in moto, apre il cancello che dà su via Leyva a Monza. Martedì 5 febbraio, giornata fredda. Marco, suo figlio, otto anni, è stato appena lasciato da una vicina, che lo accompagnerà a scuola. Anna Laura, sua moglie, è già sul pulman per Vimercate, dove insegna in un istituto tecnico. Paoletti apre il cancello, pensando alla giornata che l’attende alla palazzina di Via San Carlo, a Seveso, sede dell’Ufficio speciale, quello che da quattro anni sta seguendo tutte le operazioni di bonifica dei terreni investiti dalla diossina dell’Icmesa. Piero Paoletti, dello stabilimento killer della Givaudan di Ginevra era infatti il direttore e ora, ultimo e unico rappresentante dell’azienda svizzera, collaborava con il ministero della Sanità. Da giorni, lavora alla messa a punto degli ulteriori interventi di bonifica della zona A, più inquinata, a partire dalla riapertura di via Vignazzola che, con il parere della commissione presieduta dal senatore Cimmino, si annunciava imminente. Preso fra i suoi pensieri, l’uomo non fa caso a quell’uomo che sta in piedi, vicino al cancello che ha appena aperto per metà. Quanto vede la pistola, grossa, nera, con i proiettili che luccicano nel tamburo, c’è solo il tempo di chiedersi perché. Una fiammata, un’altra e un’altra ancora. Sono le 8,10 e Piero Paoletti, 39 anni, toscano di Orbetello, chimico e dirigente d’azienda è già steso a terra, morto sul colpo, per una pistoletta che lo ha raggiunto alla gola. L’omicida rinfodera l’arma e si ricongiunge velocemente ad altre due persone che lo attendono poco distante, un uomo e una donna.

Salgono su una 128 grigio metallizzato e se ne vanno indisturbati, mentre la gente, richiamata dai colpi, li osserva dalle finestre. Qualcuno fa in tempo ad appuntarsi anche la targa della macchina: Miy59289. rubata a Milano, il giorno precedente. Così, con semplicità criminale, il terrore entra in Brianza, in una mattinata di febbraio di trent’anni fa. In Italia si spara, dappertutto e da tempo, ma quassù molti si sentono irragionevolmente al sicuro, come se la violenza, la morte e la follia possano fermarsi pochi chilometri più in giù. «Anche Monza è stata bagnata dal sangue di una delle innumerevoli vittime della spirale di terrore instaurata negli ultimi anni dai professionisti dell’eversione politica», scriverà pochi giorni più tardi, sul Cittadino, un giovanissimo Michele Brambilla, oggi firma di punta de La Stampa di Torino. Invece, come spiegherà una vo-

ce femminile all’Ansa di Milano, Prima linea ha cercato e colpito in Brianza un bersaglio di grande significato politico: il direttore di una fabbrica associata, nell’immaginario colletivo, alla quintessenza del capitalismo più irresponsabile. «Buongiorno signorina», sussurrerà quasi la terrorista, «siamo di Prima Linea e rivendichiamo l’uccisione di Paolo Paoletti, avvenuta questa mattina a Monza. Seguirà comunicato». Ma intanto il mondo s’accalca intorno al povero corpo. Giungono da Milano, arrivano dal commissariato, dal consiglio comunale: il cortile della palazzina a tre piani che per dieci anni ha visto il dirigente fare l’andirivieni con Seveso, osserva ammutolito quella folla agitarsi presa dal panico, intorno al cadavere. Da Vimercate torna anche lei, la signora Paoletti, al secolo Anna Laura Horloch. È toscana di Firenze, ha scelto di seguire il mari-

to su in Brianza, per il lavoro di lui. E accanto a lui ha vissuto i giorni duri dell’incidente, quando quel sabato di luglio, il reattore dello stabilimento, a Meda, era esploso. Era con lui, in ferie, quando dalla fabbrica l’avevano avvertito: «Dottore, dottore, è successo un disastro». E vedendo, ora, il corpo insanguinato, probabilmente la donna ricorda il marito che correva dal sindaco di Seveso, Francesco Rocca, e di Meda, Fabrizio Malgrati, andando a cercarli a casa. Per poi recarsi tutti insieme dai Carabinieri di Meda. E l’indomani correre in macchina a Ginevra, con i campioni del terreno da far analizzare e tornare di filata con il responso: nella nube sprigionata c’era diossina. E mentre le autorità si accalcano intorno a lei e il mondo intero le crolla addosso, forse, ripensa a quando i carabinieri, un giorno di luglio, vennero in quella casa e portarono Paolo in carcere. A Monza e poi a Desio, per un lungo caldissimo mese, quando tutto e tutti erano contro di lui. Pensava che fosse finita, Anna Laura, sperava che con quella paura, quella vergogna, quel dolore privato, tutto fosse finito. Che in qualche modo, il suo uomo, il padre del suo Marco, lavorando duramente alla bonifica, apprezzato e stimato da tutti per il suo impegno e la sua dedizione, avesse riscattato quei giorni e quelli del dolore altrui, delle case abbandonate, delle gravidanze interrotte, della rabbia e della paura. Chi avrebbe potuto pensare, all’orrore che, all’alba, si mette su un’utilitaria e che, dalla periferia milanese, si spinge fin lì, ad aspettare un cancello che si apre e un uomo che si affaccia, assorto nei suoi pensieri? Chi avrebbe pensato di vederselo strappare così, tre tonfi sordi in una mattina di febbraio? Chi avrebbe immaginato di dare a Marco, una notizia del genere? Perché ancora ignaro, a scuola Marco Paoletti, segue la lezione. A Monza, nel pomeriggio di quel giorno, la stanca liturgia dell’indignazione: consiglio comunale straordinario, corteo dei lavoratori in sciopero. Una giornata tragicamente normale, 40 anni fa. Per il resto, alle 18, su Raiuno, c’è anche Happy Days, mentre al cinema Centrale danno Apocalipse Now

Shock all’Hensemberg «HA FINITO DI UCCIDERE» Più o meno alla stessa ora dell’omicidio ma il giorno dopo, alcuni studenti attaccano accanto al portone dell’Istituto tecnico Hensemberg di Monza, un manifesto così intitolato: «Povero Paolo, hai finito d’ammazzare». Firma uno sconosciuto Collettivo per la controinformazione. Segno della follia dei tempi che non arma solo le mani dei terroristi ma alberga nelle teste di ragazzi a malapena diciottenni. La preside, coraggiosamente, lo stacca e lo manda in Procura. Monza però aveva già detto altro. Emanuele Cirillo, sindaco, tra i primi ad arrivare sul luogo del delitto parlà di un terrorismo «crudele, feroce, incoerente, esce dai canoni della stessa delinquenza: è qualcosa di più e di peggio. È l’uomo che cessa di essere uomo per diventare bestia». Anche l’Azione cattolica dirama un comunciato, «richiamando fortemente il valore intangibile della vita umana, celebrato e annunciato solo pochi giorni fa nelle comunità cristiane». L’Ac invita «tutti i fratelli nella fede e gli uomini di buona volontà a intensificare gli sforzi per costruire una convivenza civile fondata sul valore della persona umana, del rispetto del dialogo come metodo politico». Fa eco un nota del Movimento popolare, ambito di impegno politico degli aderenti a Comunione e liberazione. Quelli di Mp parlano di un’ideologia che «non si commuove davanti alla morte, spesso ne ha bisogno perché in fondo l’uomo non pesa e non conta se non come strumento per un potere e per un ricatto», assicurando la loro presenza «per proclamare e difendere la dignità di ogni uomo, che per noi ha preso luce e consistenza nell’incontro con l’avvenimento cristiano, ma il cui valore è ben presente nel fondo di ogni uomo».

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D

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Di che si parla

Seveso, 10 luglio ’76 Alcuni chili di diossina (una decina) volatilizzati nell’aria e dispersi dal vento verso Seveso. Sabato 10 luglio, alle 12,37, esplode una valvola di sicurezza del reattore A-101 dell’Icmesa di Meda, stabilimento chimico della società svizzera Givaudan, controlata Roche. La diossina è un potente veleno, usato fino a pochi anni prima dagli Americani in Vietnam come defoliante: a Meda lo si usa per produrre diserbanti. Nell’area interessata vivono circa 100mila persone. Seguirono sfollamento di cittadini dalla zona più a rischio, denominata «zona A», abbattimenti di case, di animali, profonda bonifica dei terreni. Il governo consentì alle donne in stato interessante di interrompere la gravidanza. Chi non lo fece però partorì bambini sani. Molte persone ebbero danni temporanei alla pelle - cloracne - e più permanenti alla tiroide

Prima Linea, 16 morti Quasi 900 persone coinvolte in tutt’Italia, Prima Linea nasce nel 1977 da un gruppo di fuoriusciti di Lotta continua, Potere operaio e Azione rivoluzionaria. Un gruppo che sceglie la lotta armata ma, differenziandosi dalle Brigate Rosse, respinge la clandestinità per mantere un raccordo con i movimenti più estremi della sinistra italiana. In quattro anni, furono uccise 16 persone e ferite molte altre. Fra le vittime, anche i giudici Emilio Alessandrini e Guido Galli, uccisi a Milano. L’organizzazione si sciolse a Barzio (Lecco) nel 1981. Al gruppo e alla vita di uno dei suoi leader, Sergio Segio, il regista Renato De Maria ha dedicato un discusso film, intitolato La prima linea.


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7 giugno. Le prime elezioni regionali

È DC DA ERBA Lo Scudocrociato domina in Brianza con percentuali superiopiù votato con oltre il 40 per cento dei consensi. Il Pci vince a Prima Giunta BASSETTI PRESIDENTE Si eleggeva il Consiglio regionale lombardo nella elezione del 1970, la prima dopo la nascita dei nuovi enti amministrativi. Dall’urna uscì una maggioranza abbastanza forte per il partito che governava l’Italia, vale a dire la Democrazia cristiana. Ai primi di luglio il nuovo Consiglio riunito elegge, proprio dalle fila scudocrociate, il primo presidente dell’assemblea: è un avvocato 41enne di Seregno, Gino Colombo, segretario della Dc milanese e già membro del Consiglio nazionale del partito dal ’69. In regione ha raccolto più di 28mila preferenze, di cui 548 a Monza. Ma ci vorranno ancora due settimane per eleggere il presidente della Giunta: sarà Piero Bassetti, classe 1928, bocconiano, già consigliere comunale e assessore a Milano.

BRIANZA 1970

LISTA

VOTI

LOMBARDIA DC 2.138.141 PCI 1.210.068 PSI 648.696 PSU 376.436 PLI 310.324 MSI 195.791 PSIUP 188.585 PRI 125.767 PDIUM 31.119 UN.AUT. D’IT. 3.389 LISTA

VOTI

%

40,90 20,53 12,41 7,20 5,94 3,74 3,61 2,41 0,60 0,06 %

ALBIATE DC 1.223 PCI 451 PSI 300 PSU 128 PLI 89 MSI 49 PSIUP 114 PRI 33 PDIUM 15 UN.AUT. D’IT. 6

50,79 18,73 12,46 5,32 3,70 2,03 4,73 1,37 0,62 0,25

ALZATE BRIANZA DC 889 PCI 297 PSI 220 PSU 144 PSIUP 101 PLI 36 MSI 23 PRI 11 PDIUM 8

52,42 17,18 12,72 8,33 5,84 2,08 1,33 0,64 0,46

ARCORE DC 3.643 PCI 1.551 PSI 1.183 PSU 390 PLI 314 MSI 211 PSIUP 132 PRI 96 PDIUM 25 UN.AUT. D’IT. 8 BARZANÒ DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

1.105 408 186 120 109 91 32 20 7

48,23 20,53 15,66 5,16 4,16 2,79 1,75 1,27 0,33 0,11

53,18 19,63 8,95 5,77 5,25 4,38 1,54 0,96 0,34

BARLASSINA DC PCI PSI PSU PSIUP PLI MSI PRI PDIUM UN.AUT. D’IT.

1.387 620 359 290 139 127 104 57 12 4

44,76 20,01 11,58 9,35 4,49 4,10 3,36 1,84 0,39 0,13

BERNAREGGIO DC 2.361 PCI 1.712 PSI 925 PSU 267 PSIUP 206 PLI 137 PRI 113 MSI 84 PDIUM 17 UN.AUT. D’IT. 5

40,52 29,38 15,87 4,58 3,54 2,35 1,94 1,44 0,29 0,09

BESANA DC 4.465 PCI 941 PSI 888 PSU 329 PLI 239 PSIUP 201 MSI 79 PRI 76 PDIUM 24 UN.AUT. D’IT. 14

61,54 12,97 12,24 4,53 3,29 2,77 1,09 1,05 0,33 0,19

BIASSONO DC 2.569 PCI 784 PSI 521 PSU 199 PLI 164 PSIUP 101 PRI 65 MSI 60 PDIUM 16 UN.AUT. D’IT. 11

57,22 17,46 11,60 4,43 3,65 2,25 1,45 1,34 0,36 0,24

BOVISIO MASCIAGO DC 2.821 PCI 1.349 PSI 803 PSU 492 PLI 331 MSI 233 PSIUP 162 PRI 127 PDIUM 18 UN.AUT. D’IT. 8

44,47 21,26 12,66 7,76 5,22 3,67 2,55 2,00 0,28 0,13

Arnaldo Forlani, al centro, segretario della Democrazia Cristiana nel 1970

BRIOSCO DC 1.468 PCI 364 PSI 329 PSU 102 PSIUP 81 PLI 35 MSI 32 PRI 19 PDIUM 9 UN.AUT. D’IT. 2

60,14 14,91 13,48 4,18 3,32 1,43 1,33 0,78 0,37 0,08

CABIATE DC PSI PCI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

1.959 593 318 176 114 75 61 33 13

58,62 17,74 9,52 5,27 3,41 2,24 1,83 0,99 0,39

CANTÙ DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

9.596 3.577 2.279 1.427 777 669 312 275 98

50,48 18,82 11,99 7,51 4,09 3,52 1,64 1,45 0,52

CARATE BRIANZA DC 4.729 PCI 1.475 PSI 1.105 PLI 616 PSU 932 MSI 231 PSIUP 204 PRI 156 PDIUM 51 UN.AUT. D’IT. 14

52,70 16,44 12,31 6,87 4,37 2,57 2,27 1,74 0,57 0,16

CARUGO DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

1.417 286 241 175 121 77 58 26 14

59,35 11,65 9,82 7,13 4,93 3,14 2,36 1,06 0,57

CASATE NOVO DC 3.620 PCI 398 PSI 384

72,28 7,95 7,67

PLI 219 PSU 179 PSIUP 93 PRI 57 MSI 40 PDIUM 18 UN.AUT. D’IT. 3.389

4,37 3,57 186 1,14 0,80 0,36 0,06

CESANA DC PCI PSI PSU PSIUP PLI PRI MSI PDIUM

71,56 8,29 6,61 5,82 4,03 1,57 0,90 0,78 0,45

639 74 59 52 36 14 8 7 4

CESANO MADERNO DC 8.832 PCI 4.348 PSI 1.618 PSU 1.299 PRI 697 PLI 531 PSIUP 475 MSI 428 PDIUM 81 UN.AUT. D’IT. 20

48,19 23,72 8,83 7,09 3,80 2,90 2,59 2,34 0,44 0,11

ERBA DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

4.344 1.341 1.132 797 751 422 365 248 48

45,98 14,19 11,98 8,44 7,95 4,47 3,86 2,62 0,51

GIUSSANO DC 5.767 PSI 1.616 PCI 1.458 PLI 612 PSIUP 531 PSU 487 MSI 174 PRI 108 PDIUM 44 UN.AUT. D’IT. 14

53,35 14,94 13,49 5,66 4,91 4,51 1,61 1,00 0,41 0,13

INVERIGO DC PSI PCI PSU PLI PSIUP

51,52 14,67 11,53 8,20 4,85 4,66

2.167 617 485 345 204 196


7

A A MUGGIÒ

Marzo 2010

L

Quelle sigle scomparse

ri a quelle ottenute in Lombardia dove è il partito Limbiate ed è seconda forza in tutto il territorio MSI PRI PDIUM

107 61 24

LENTATE DC 3.236 PCI 2.341 PSI 1.024 PSU 365 PSIUP 228 PLI 141 PRI 115 MSI 73 PDIUM 17 UN.AUT. D’IT. 3 LESMO DC 1.298 PCI 397 PSI 325 PSU 134 PLI 92 PSIUP 79 MSI 51 PRI 36 PDIUM 8 UN.AUT. D’IT. 4

2,54 1,45 0,57

42,90 31,04 13,58 4,84 3,02 1,87 1,52 0,97 0,23 0,04

53,55 16,38 13,41 5,53 3,80 3,26 2,10 1,49 0,33 0,17

LIMBIATE PCI 6.305 DC 4.654 PSI 1.951 PSU 917 PSIUP 762 PLI 642 MSI 409 PRI 210 PDIUM 77 UN.AUT. D’IT. 20

39,54 29,18 12,23 5,75 4,78 4,03 2,56 1,32 0,48 0,13

LISSONE DC PCI PSI PLI PSU PRI PSIUP MSI PDIUM UN.AUT. D’IT.

48,33 17,24 10,38 7,61 6,66 3,95 3,32 1,73 0,64 0,15

8.497 3.030 1.824 1.337 1.171 694 584 305 112 26

MARIANO COMENSE DC 4.489 PCI 1.647 PSI 1.524 PLI 478 PSU 471 PSIUP 383 MSI 148 PRI 92 PDIUM 46

48,38 17,75 16,43 5,15 5,08 4,13 1,60 0,99 0,50

MEDA DC 5.196 PCI 2.232 PSI 1.338 PSU 662 PLI 405 PSIUP 325 MSI 235 PRI 182 PDIUM 51 UN.AUT. D’IT. 7

48,87 20,99 12,58 6,23 3,81 3,06 2,21 1,71 0,48 0,07

MERATE DC PSI PCI

58,09 12,07 11,08

4.101 852 782

PLI PSU PSIUP MSI PRI PDIUM

441 385 230 146 90 33

6,25 5,45 3,26 2,07 1,27 0,47

28.951 13.337 8.341 6.030 5.421 2.478 2.272 2.134 419 68

41,69 19,20 12,01 8,68 7,81 3,57 3,27 3,07 0,60 0,10

MUGGIÒ DC 3.786 PCI 3.495 PSI 892 PSIUP 397 PSU 350 PLI 272 MSI 158 PRI 102 PDIUM 32 UN.AUT. D’IT. 8

39,89 36,82 9,40 4,18 3,69 2,87 1,66 1,07 0,34 0,08

OGGIONO DC PSI PCI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM

57,65 11,58 10,37 5,92 5,43 4,73 2,37 1,34 0,62

MONZA DC PCI PSI PSU PLI MSI PRI PSIUP PDIUM UN.AUT. D’IT.

2.241 450 403 230 211 184 92 52 24

PADERNO DUGNANO DC 7.851 PCI 6.985 PSI 2.036 PSU 1.185 PSIUP 887 PLI 511 PRI 434 MSI 409 PDIUM 72 UN.AUT. D’IT. 20

38,50 34,26 9,99 5,81 4,35 2,51 2,13 2,01 0,35 0,10

RENATE DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM UN.AUT. D’IT.

996 332 186 88 77 67 30 18 6 2

55,27 18,42 10,32 4,88 4,27 3,72 1,66 1,00 0,33 0,11

SEREGNO DC PCI PSI PSU PLI MSI PRI PSIUP PDIUM UN.AUT. D’IT.

10.115 3.739 2.546 1.090 1.004 813 606 595 122 44

48,93 18,09 12,31 5,27 4,86 3,93 2,93 2,88 0,59 0,21

SEVESO DC 4.438 PCI 2.027 PSI 967 PSU 712 PLI 317 PSIUP 210 MSI 193 PRI 150 PDIUM 58 UN.AUT. D’IT. 16

48,83 22,30 10,64 7,83 3.49 2,31 2,12 1,65 0,64 0,18

SOVICO DC 2.153 PSI 600 PCI 542 PLI 132 PSU 124 PSIUP 82 MSI 58 PRI 47 PDIUM 16 UN.AUT. D’IT. 3

57,31 15,97 14,43 3,51 3,30 2,18 1,54 1,25 0,43 0,08

TRIUGGIO DC 2.284 PCI 578 PSI 421 PSU 179 PSIUP 75 PLI 75 MSI 31 PRI 30 PDIUM 21 UN.AUT. D’IT. 2

61,80 15,64 11,39 4,84 2,03 2,03 0,84 0,81 0,57 0,05

VAREDO DC 2.820 PCI 1.279 PSI 1.023 PSU 394 PRI 229 PLI 208 PSIUP 161 MSI 123 PDIUM 33 UN.AUT. D’IT. 12

44,89 20,36 16,28 6,27 3,65 3,31 2,56 1,96 0,53 0,19

VEDUGGIO DC 1.053 PSI 420 PCI 399 PSIUP 75 PSU 75 PLI 55 MSI 29 PRI 14 PDIUM 8 UN.AUT. D’IT. 3

MSI PRI PDIUM

12 4 3

1,43 0,48 0,36

VERDERIO SUP. DC 362 PCI 188 PSI 57 PSIUP 32 PLI 10 PSU 8 MSI 5 PDIUM 3 PRI 2

54,27 28,19 8,55 4,80 1,50 1,20 0,75 0,45 0,30

VERTEMATE DC 882 PCI 269 PSI 137 PSIUP 87 PSU 62 PLI 28 MSI 22 PRI 17 PDIUM 5

58,45 17,83 9,08 5,77 4,11 1,86 1,46 1,13 0,33

VIGANÒ DC PCI PSI PSIUP PSU PLI MSI PRI PDIUM

392 97 58 28 25 16 9 6 5

61,64 15,25 9,12 4,40 3,93 2,52 1,42 0,94 0,79

VILLASANTA DC PCI PSI PSU PLI PSIUP MSI PRI PDIUM UN.AUT. D’IT.

3.187 1.025 670 410 305 130 89 74 16 8

53,89 17,33 11,33 6,93 5,16 2,20 1,50 1,25 0,27 0,14

49,41 19,71 18,72 3,52 3,52 2,58 1,36 0,66 0,38 0,14

VIMERCATE DC PCI PSI PSU PLI PSIUP PRI MSI PDIUM UN.AUT. D’IT.

5.793 2.769 1.395 493 421 373 198 156 24 13

49,79 23,80 11,99 4,24 3,62 3,21 1,70 1,34 0,21 0,11

VERANO DC 2.048 PCI 485 PSI 458 PSU 117 PSIUP 111 PLI 111 MSI 88 PRI 34 PDIUM 17 UN.AUT. D’IT. 3

58,99 13,97 13,19 3,37 3,20 3,20 2,53 0,98 0,49 0,09

VERDERIO INF. DC 471 PSI 132 PCI 127 PSIUP 51 PSU 20 PLI 18

CERNUSCO SUL NAVIGLIO MAGGIORE DC 2.138.141 40,90 PCI 1.210.068 23,14 PSI 648.696 12,41 PSU 376.436 7,20 PLI 310.324 5,94 MSI 195.791 3,74 PSIUP 188.585 3,61 PRI 125.767 2,41 PDIUM 31.119 0,60 UN.AUT. D’IT. 3.389 0,06

56,21 15,75 15,16 6,09 2,39 2,15

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Le parole della storia

I DATI DI QUESTE PAGINE SONO STATI RACCOLTI DA:

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Alle regionali del 1970, partecipano i grandi partiti che 24 anni prima avevano gestito il passaggio dalla monarchia alla repubblica. C’è la Democrazia Cristiana-Dc, partito cattolico e centrista, che governa a livello nazionale ininterrottamente dal 1948, anno in cui vinse le elezioni politiche contro i due principali partiti d’opposizione il Partito socialista italiano-Psi e il Partito Comunista Italiano-Pci, uniti nel Fronte popolare. Anche loro concorrono separatamente per il nuovo consiglio regionale, solo che i rapporti di forza sono invertiti: i comunisti, all’epoca ancora fautori del socialismo reale che domina in mezzo mondo, sono la prima forza. Il Psi, che ancora pendola fra riformismo e massimalismo, è il terzo partito italiano. Ci sono poi due altre liste che si richiamo al socialismo: quella del Partito socialista unitario-Psu, che raccoglie la tradizione socialdemocratica italiana (e che alle politiche precedenti s’era unito al Psi) e il Partito socialista di unità proletaria-Psiup, nato nel 1964 da una scissione da sinistra del Psi, dopo la scelta di quel partito di andare al governo insieme allo scudocrociato. Alla destra della Dc, troviamo il Partito liberale italiano- Pli, erede dell’omonima tradizione, ma anche il Partito repubblicano italianoPri, che custodisce gli ideali mazziniani. Non mancano neppure i savoiardi del Partito di unità monarchica-Pdium e, alla destra estrema, il Movimento sociale italianoMsi che, per il suo irrisolto rapporto con il fascismo, viene definito «fuori dall’arco costituzionale», volendo intendere con questa espressione i partiti che si riconoscono nella costituzione del 1946 e quindi antifascisti. L’Unione degli autonomisti d’Italia cerca di proiettare su base nazionale le istanze già note in Val d’Aosta, Alto Adige e Sardegna.


Inquinamento a livelli record

8 Marzo 2010

ALLERTA LAMBRO, IL FIUME È MORTO Quarant’anni fa in Brianza comincia a diffondersi una nuova sensibilità ambientale. Preoccupano aria e acqua mentre la situazione del Figlio delle Alpi appare quasi compromessa

BRIANZA 1970

N

on c’erano le polveri sottili ad aggredire i nostri polmoni, forse perché il pm10 era un dato noto solo ai tecnici di laboratorio e, con tutta probabilità, non si era usi misurarne la presenza nell’aria che respiravamo. La parola inquinamento cominciavamo a conoscerla proprio in quegli anni, così come il termine «ecologia». Non era l’aria a preoccupare all’inizio del 1970 ma l’acqua. Anche perché gli effetti nefasti degli scarichi - schiume, solidi, morie di pesci erano molto ben visibili, al contrario dei veleni pulviscolari di certe lavorazioni. A preccupare, nel febbraio di quarant’anni fa era il Lambro, ridotto a cloaca. Davvero una situazione aldilà del tollerabile se anche il Cittadino, foglio cattolico e moderato, inizia a occuparsene sempre più spesso. Nell’edizione del 21 febbraio, il giornale monzese sguinzaglia il collaboratore Sergio Nava a osservare, a fotografare e a raccontare il fiume dalle sorgenti, da Monte San Primo a Piano di Rancio fino alla città della Corona ferrea. Ne esce un reportage che, malgrado il biancoenero e l’invecchiamento della carta di quattro decenni, impressiona ancora. E se quando le acque del Lamber entrano nel Lago di Pusiano niente sembra preoccupare - la natura è intatta e lo sguardo si riposa su gorghi e salti del fiume che scende a valle, in mezzo a un profumo di vita - nel tratto a valle, le cose cominciano a cambiare, e molto. All’ombra della storica basilica di Agliate, l’antico fiume, il figlio del-

Un’immagine attuale del Lambro nei pressi di Milano dopo una piena

le Alpi citato da Plinio, mostra un aspetto preoccupante anche all’occhio del profano. «Le acque melmose», scrive Nava, «rilfettono a fatica il romantico scenario che le fiancheggia». Ma il colore non è il solo elemento che trasforma il fiume: «La fitta coltre schiumosa provocata dagli scarichi industriali ha anche la particolarità di puzzare tremendamente». In uno dei punti più suggesttivi della Brianza, a due passi da una delle chiese più belle, testiomonianza di

un romanico che tutto il mondo guarda, il Lambro è già morente. Più a valle, il «cronista verde» del Cittadino, armato di macchina fotografica, indugia sulle acque in zona Taboga, tradizionale mete di comitive nelle domeniche e nei giorni di festa. «Hanno dovuto cedere imponenti contro un nemico micidiale: la puzza», va giù duro l’articolista, ricordando come, non molti anni prima, proprio in quel punto, il corso del Lambro facesse funzio-

nare molti mulini mentre, oggi, «passa ora acqua pregna di scorie chimiche». Ma è da quel punto in avanti, verso Monza, che il fiume spaventa. Da certe rogge che ne alimentano le acque, spiega il giornale monzese, arriva l’aggressione più dura alla vita residua del corso d’acqua e quello che scorre sotto i ponti monzesi «è ormai un fiume morto», come le schiume grigie che vi galleggiano testimoniano. Ma anche le analisi di laboratorio

1971 Industriali SCARICO SELVAGGIO ADDIO, ORA LE AZIENDE SI METTONO IN REGOLA Il Cittadino, nell’edizione del Meridiano Lissonese del 10 aprile 1971, annuncia che «gli imprenditori di Monza e Brianza acconsentono alle opere contro l’inquinamento». Si parla di un nuovo servizio di consulenza offerto dall’Associazione industriali di Monza e Brianza agli associati che vogliono mettere a norma gli impianti produttivi, per quanto riguarda gli scarichi aerei e reflui. Si cita una commissione presieduta da un accademico di Pavia, il professor Paolo Berbenni, direttore dell’Istituto di chimica idrogeologica e di una «un servizio gratuito di consulenza tecnica, allo scopo di fornire alle ditte interessate le migliori indicazioni in materia di depurazione degli scarichi industriali». È il segno che ormai fra i cittadini e nella politica si è diffusa la coscienza che il problema ambientale non può essere più rimandato. E anche la classe imprenditoriale accetta responsabilmente di investire in quella che, molti decenni dopo, sarebbe stata definita la sostenibilità. Pochi giorni prima, il 3 aprile, ancora il Cittadino aveva dato

notizia di un’importante decisione del Mediocredito Lombardo presieduto dal professor Giordano Dell’Amore «ridurre le tasse al 5% il tasso di interesse dei prestiti contratti per la realizzazione di impianti antinquinamento da parte di medie e piccole industrie, in considerazione dell’importanza di tali impianti ai fini del miglioramento delle condizioni ambientali, soprattutto in Lombardia». L’articolo si chiude con una chiosa un po’ polemica del giornale monzese che, nell’incipit, aveva definito «lodevole» l’iniziativa. Riferendosi all’importanza degli ammodernamenti citati, il giornale aggiunge: «Specialmente se nella pratica troverà riscontro quanto è scritto sulla carta e che cioè di norma il Microcredito stesso agevolerà le ditte interessate senza esigere garanzie reali e con procedure snelle». Come se fra il valore di certi annunci e la concreta applicazione, passasse una buona dose di burocrazia e richieste patrimoniali molto esose. Manzonianamente si potrebbe scrivere che queste sono le banche, o meglio erano le banche del 1971.


confermano quelle a vista. Lo stesso Cittadino cita i lavori di un certo prof. Vendegna sulle acque del fiume all’ingresso di Monza. Dati desolanti: l’ossigeno 65% della saturazione. Il Bod cioè Biochemical oxygen demand, che indica il fabbisogno di ossigeno di un’acqua per ossidare le sostanze organiche degradabili in essa presenti, tramite i microrganismi aerobici, 40 milligrammi per litro; il residuo fisso a 180° è pari a 510/690 mg/l; le tracce dei detersivi sono fra 1,0/1,4 mg/litro come Alchibenzensolfonati-Abs, sostanze tipiche dei saponi non biodegradabili dell’epoca. Una situazione che finisce, inevitabilmente, per allarmare le autorità. Il Cittadino del 12 dicembre, riporta infatti l’allarme del Comune di Monza,che convoca una riunione col sindaco Vittorio Pavia. Al tavolo, secondo quanto riporta il giornale monzese, ci sono «gli assessori Galbiati e Penati, il segretario generale Caimmi, il vicesegretario generale Cerutti, l’ufficiale sanitario Scaglione, il dott. Arnoldi, l’ing. Rausa, l’avvocato Perfetto e il perito Monguzzi». Si affronta il problema a 360 gradi. A cominciare dalla fognatura di cui si esaminano «le possibili carenze» e viene prospettata «l’opportunità di adottare norme particolari per gli allacciamenti e per le caratteristiche degli scarichi». Ma quello che emerge dal tavolo del sindaco è la carenza legislativa: mancano regole certe per combattere l’inquinamento e colpire gli inquinatori. Non manca, in quell’inizio di inverno del 1970, la volontà politica perché evidentemente si è diffusa, anche fra la gente di Brianza, la consapevolezza che le cose non possono essere lasciate al loro corso. «Pur potendo contare su un apparato legislativo carente», si scrive, «è stata espressa la ferma intenzione di normalizzare la situazione per quanto riguarda il territorio monzese con l’auspicio che l’inquinamento del Lambro, a monte fuori dai confini sia posto rimedio in sede regionale». Insomma, lo storico fiume non si riporta in vita agendo su un pezzo del suo corso a valle ma intervenendo su tutto il suo lungo fluire. E soprattutto, il Lambro deve diventare un’emergenza regionale, visto che il nuovo ente è nato e si è insediato dal giugno dello stesso anno. Alla riunione comunale,

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DA MONTE SAN PRIMO A MONZA

Marzo 2010

Pusiano Eupilio

Erba

L

Cesana

Albavilla

La scoperta dello smog

Bosisio Rogeno

Alserzo

Merone

Monguzzo

Anzano

Costamasnaga

Lurago

Nibionno

Lambrugo Inverigo

Veduggio

Arosio

Briosco

FIUME LAMBRO

Besana Giussano Verano

Casatenovo Triuggio

Carate Albiate Sovico

Macherio

Correzzana

Lesmo Arcore

Biassono Vedano

Il Lambro, nel 1970, presentava problemi di inquinamento crescenti man mano che scendeva a valle dalla sorgente. I primi segnali, soprattutto dovuti agli scarichi civili, si registravano sui laghi ma la situazioni precipitava quando il corso del fiume raggiungeva la Brianza più industrializzata, da Inverigo in giù, e stavolta per via degli scarichi delle imprese. Già ad Albiate la situazione appariva compromessa e il Lambro entrava a Monza oramai biologicamente morto.

i tecnici esibiscono nuovi dati sulla presenza della fauna nel fiume. Tutto bene a Megrelio, Barni e Lesnigo. Quando il Lambro scende più giù, ad Asso, S.Calocero, Caslino e Ponte Lambro, comincia l’impoverimento e la scomparsa di alcune forme di vita. Già nei laghi, il Pusiano «cantato» da Emilio Gadda e l’Alserio, «la Nelle estati degli anni ’50, i laghi (qui Segrino) e i fiumi brianzoli si trasformavano spesso i luoghi di balneazione

Villasanta

Monza

fauna si impoverisce sempre più e compaiono le forme di vita più resistenti alla mancanza di ossigeno», scrivono. Da lì in poi, la situazione si fa drammatica di ansa in ansa, di pescaia in pescai. Il rapporto parla chiaro: «A Monza e fino a 15 chilometri a monte di Milano, l’inquinamento è fortissimo e prevalentemente di

Le parole della storia

natura tossica». Alle stazioni di Carate e Canonica e Monza, continuano i biologi, «non si registra dal 1967 più alcuna fauna e il Lambro arriva alla città di Milano come morto». I latini l’avevano chiamato Lampros cioè lucente e trasparente ma quel fiume morto e maleodorante non riluce più

Natura minacciata PUSIANO E ALSERIO SOS TARTARUGHE Paura per le tartarughine dell’alta Brianza. L’allarme lo lancia il Cittadino del 20 giugno 1970, che rivela come la rarissima specie sia minacciata dall’inquinamento. Piccole colonie di esse abitando dove si forma il Lambro (Ponte Nuovo), in zone acquitrinose poco lontano dal Lago di Pusiano e nel Lago di Alserio. La specie Emys orbicularis , della famiglia delle Emididi, è rarissima perché, oltre alla minaccia ambientale , «impiega circa 20 anni a raggiungere la piena maturità sessuale». Di dimensioni ridottissime -14-16 centimetri di lunghezza – hanno una «corazza è di colore bruno verde sul dorso con piccole macchie gialle, il piastrone invece è giallo chiaro». L’autore dell’articolo assicura che questa tartaruga, oltre che in Italia, è diffusa nell’Europa meridionale. Difficile, quasi impossibile osservarle «se non appostandosi con il binocolo», le tartarughine dei laghi brianzoli «nuotano veloci nelle acque torbide e fangose e stanno immobili sulle rive a godere il sole».

La parola nacque in un convegno scentifico londinese sulla salute pubblica nel 1905: smog, ovvero smoke, cioè fumo, e fog, vale a dire nebbia. In Inghilterra era il prodotto di qualche secolo di Rivoluzione industriale e tanto carbone bruciato per produrre energie e riscaldare gli ambienti. In Italia, negli anni ’70, con l’affermarsi della prima sensibilità ecologista, si scopre che quella coltre che abbraccia le città del Triangolo industriale (Milano, Genova e Torino) non è propriamente foschia ma un coctayil di veleni derivati dalla combustione. Il Wwf, la cui sezione italiana apre i battenti nel ’66, avvia le sua campagne di sensibilizzazione


10 Marzo 2010

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Il passato che torna

La lezione di Villasanta

BRIANZA 1970

Non ci sono parole per definire l’orrore del Lambro che ribolle di gasolio. Le anatre incatramate dall’onda oleosa lavate dai vigili del fuoco ci ricordano i gabbiani morenti di tanti disastri ambientali a largo delle coste oceaniche. In ogni caso un salto indietro. Come hanno documentato queste pagine: 40 anni fa i brianzoli si resero conto che così non si poteva più andare avanti, che quel fiume morto e maleodorante era un disastro innanzitutto per loro e per i loro figli, che le ragioni dell’impresa, del lavoro, del benessere di tutti, dovevano coniugarsi con quelle della natura. Da quegli anni, per il Lambro, si fecero molte cose, fino a renderlo nuovamente vivo. Speriamo che l’orrore dello sversamamento di Villasanta susciti in tutti un nuovo amore alla natura e al paesaggio di questa terra. GdM

Domani avvenne

PARCO E VOLONTARI LE NUOVE SENTINELLE ANTINQUINAMENTO Convenzione fra regione ed ente Parco attribuisce a quest’ultimo la vigilanza del Lambro. Primo passo verso il contratto di fiume. In passato, sul risanamento piani e crisi

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rima che l’incuria e forse il dolo degli uomini producessero lo scempio del gasolio che annerisce le acque del Lambro, come ci è toccato di vedere in questi giorni, Regione Lombardia e Parco Valle del Lambro avevano siglato un accordo importante per la tutela del fi ume. A gennaio è stata infatti firmata una convenzione fra le due istituzioni che riconosce, spiega un comunicato «il Parco come ente coordinatore e attuatore degli interventi di regolazione idraulica e di rinaturazione lungo tutto il bacino del Lambro». La riqualificazione del fi ume è infatti , spiega il presidente Emiliano Ronzoni, «la vera innovativa scommessa del Parco per arrivare a un fi ume più pulito, più naturale, più vivo». La convenzione, che è probabilmente un anticipo del «Contratto di fi ume» vero e proprio, conterrà tutte le azioni che, nella condivisione con i comuni e le Associazioni, concorreranno a far rinascere il fi ume. «Già sono arrivati finanziamenti per oltre 5 milioni di euro», fanno sapere da Ponte, sede del Parco, «e altri ne arriveranno se sapremo portare a termine un percorso che è fatto di assunzione concreta di responsabilità». Ronzoni osserva che «sarebbe il primo caso in Italia in cui un Parco viene riconosciuto come una sorta di autorità idraulica di bacino. Per essere pronti all’appuntamento il Parco si è dotato di un Dipartimento di riqualificazione fl uviale che già oggi si avvale di competenze qualificate, della collaborazione con il Politecnico di Milano e del prezioso apporto di conoscenza e esperienza di associazioni ambientaliste locali». Al risanamento del Lambro si la-

Il caso ECOLOGIA FA BUSINESS

La Cementeria di Bulciago in una foto tratta da La Brianza, De Biasi e Gadda Conti, ed. Lea, Roma 1961

vora da molti anni. Le cronache del luglio 1988, parlano di un provvedimento del Governo, su proposta dell’allora ministro dell’Ambiente, il socialista Giorgio Ruffolo. Si trattava di «un piano quinquennale per i bacini idrografici Lambro, Seveso e Olona». Il piano prevedeva nel quinquennio 1988-92 interventi per un ammontare di 4.800 miliardi di lire (2.400 milioni di euro) su un’area dichiarata ad alto rischio, che comprende circa la metà del territorio della Lombardia.

«Il piano», dichiarò a Repubblica il ministro, «è particolarmente importante perché cerca di disinquinare un’ area in cui vivono 5 milioni di italiani, un’ area che pesa anche sull’ inquinamento del Po e dell’ Adriatico». Ma sempre secondo le cronache di quegli anni - ancora Repubblica del 3 marzo 1989 - il Giunta regionale lombarda, capitanata dal dc Bruno Tabacci, andò in crisi proprio sull’attuazione di quel Piano e sulla ripartizione dei relativi interventi sul territorio

Fare affari con l’inquinamento. Nell’aprile del 1971, come dà conto, si capisce che per disinquinare aria e acqua ci vorranno ingenti investimenti, imprese, capitali. Quanto basta per farci una fiera. A Milano la mettono subito in calendario: si svolgerà dal 14 al 19 novembre di quell’anno e sarà intitolata «Prima Mostra-convegno antinquinamento». A realizzarla è il Comis, sotto la presidenza del senatore avvocato Mario Dosi.

Lotta ai fumi SEREGNO, IL SINDACO DICHIARA GUERRA AL RISCALDAMENTO FUORILEGGE La notizia arriva in luglio (del 1970), tanto che il Cittadino del 18, nell’attacco, può usare un pizzico di ironia: «Con questo caldo, scrivere di riscaldamento...». Siamo a Seregno e si parla di un’ordinanza del sindaco emanata nel maggio dell’anno prima, per intervenire sull’inquinamento prodotto dagli impianti in base al diverso tipo di combustibile utilizzato. Un provvedimento non nuovo ma che evidentemente molti fanno fatica ad applicare. «L’ordinanza n.21», scrive il giornale, «commina sanzioni pecuniarie e minacciava di impedire l’uso degli impianti alimentati con combustibili non rispondenti

a precise caratteristiche». Ma cosa stabiliva l’ordinanza? Dei parametri relativi soprattutto ai combustibili. Per il distillato di petrolio, come allora veniva chiamato il gasolio, olio combustibile con viscosità fino a 5° Engler a 50°C e contenuto di zolfo non superiore al 3 per cento. Per gli oli con viscosità 3-5° Engler a 50°C è obbligatorio l’impiego del preriscaldatore, così da ottenere una viscosità di 3° Engler all’uscita dello stesso. E perché ancora si usava in molti impianti il vecchio carbone - micidiale come inquinante e infatti oggi vietatissimo - il sindaco di Seregno, corroborato dai tecnici, stabiliva una serie di paletti.

Il coke metallurgico e il gas dovevano avere «materie volatili fino al 2 per cento e contenuto di zolfo non superiore all’1 per cento»; «l’antracite propriamente detta con materie volatili fino al 10 per cento e cottenuto di zolfo non superiore al 2 per cento». Materiali volatili più alti sono ammessi per «impianti dotati di ampie camere di combustione e di mezzi meccanici di ricaricamento», mentre l’utilizzo dei cosiddetti agglomerati, mattonelle e ovuli, soprattutto per stufe destinati ai singoli locali, i materiali «volatili fino al 13 per cento e contenuto di zolfo non superiore al 2 per cento».


1970, a Un disco per l’estate

un desiano fra baglioni e bobbY solo

Giancarlo Cajani, giunto alla ribalta con Tuffati con me, oggi è imprenditore del turismo ma non smette di cantare di Sergio Giussani

La discografia di Giancarlo Caiani con la Arlecchino di Milano. Ultimo a destra: Tuffati con me

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e quella che si è chiusa è stata una delle edizioni sanremesi più segnate dalle polemiche lo si deve senza dubbio anche a un brianzolo di Muggiò: Marco Castoldi, in arte Morgan, con la sua incauta intervista a Max sull’uso delle droghe. C’è stata però un’epoca in cui gli artisti brianzoli avevano un’immagine più soft e certamente più genuina. Il Cittadino del 23 maggio 1970, per esempio, tesseva le lodi di un artista in grande ascesa.

«Giancarlo Cajani il cantante che vola», si scriveva, celebrandone l’imminente partecipazione a Un disco per l’estate - grande concorso di quegli anni con tutti i big nazionali, da Claudio Baglioni a Caterina Caselli a Bobby Solo a Mino Reitano - «è desiano purosangue, di 24 anni». «Dopo un’esperienza acquisita in un famoso locale dalla luce soffusa all’ombra del Duomo di Milano», scriveva il giornale monzese, «è entrato nell’ingranaggio della po-

polare manifestazione canora per la quale ha inciso appositamente il suo Tuffati con me, oramai inserito in tutti i juke boxes». Giancarlo Caiani, senza la «j» che si usava nell’italiano di quarant’anni fa, vive ancora a Desio, si occupa di turismo ma continua a suonare per passione, con frequenti partecipazioni alle trasmissioni di revival su Antenna3, Telelombardia. «Prima di giungere a Un disco per l’estate», ricorda, «avevo vinto concorsi per dilettanti e quindi, sotto

1970 Muggiò e Seveso

la guida del maestro Amadori, avevo studiato per perfezionare il mio timbro di voce fino ad essere preso in considerazione da una casa discografica milanese con cui incisi una decina di dischi». «Ai tempi», dice Caiani, «ero l’unico in zona a partecipare a manifestazioni canore di questo tipo, non credo ci fossero altri concorrenti che risiedessero in Brianza». L’unica voce brianzola nel circo canoro quindi, anche se l’artista di Desio confessa che, sin dagli esordi, ha sempre considerato il canto come una passione e non come una professione: «Non mi ritengo certo “animale da palcoscenico”», si schermisce, «la differenza la si vede una volta saliti sul palco, e quello è un dono innato». Degli inizi rimpiage solo lo steoreotipo positivo del musicista che, all’epoca, era visto come «una persona genuina, che cantava per divertire e divertirsi, proponendo musica di qualità e comunicando messaggi profondi». Secondo Caiani, oggi «il mondo della musica sta vivendo un momento di crisi ma», osserva, «ogni generazione ha il suo momento e sento che i giovani hanno bisogno di comunicare: la figura del cantautore, modello anni ’60-’70, sta tornando». Segue con interesse i talent-show, stile Amici e X-Factor, perché crede «permettano a chi ha davvero la passione per la musica di potersi esprimere e crescere artisticamente». E giura che neanche in quel lontano ’70 «si è mai montato la testa». «Bisogna capire i propri limiti e arrivare fin dove è possibile», dice con grande serenità

1970 Seregno

«SPETTACOLI SCOLLACCIATI», IL TEATRO MILANES FA DISCUTERE

IL CINEFORUM? COL MAESTRO

on era stato un venerdì come tanti altri, per la città di Muggiò, quello del 6 novembre 1970. Al teatro Zenith, infatti, era andato in scena La famm comincia a mezzanott, della compagnia teatrale milanese diretta da Piero Mazzarella. Le vendite dei biglietti, per accaparrarsi i posti migliori, erano iniziate alcuni giorni prima, presso il Bar Commercio di piazza Garibaldi e il Bar Sport di via San Rocco. La recita era stata un successo: il talento di Mazzarella, spesso troppo semplicemente etichettato come un attore comico dialettale, si era rivalato anche allora capace di trasmettere valori profondi soprattutto attraverso la sua ironia. Eppure quando la compagnia, nelle settimane seguenti, si esibisce a Seveso, la pièce lumbard riscuote alcune sonore critiche. Alcuni cittadini autodefinitisi «vecchi cattolici», che avevano polemizzato già per la proiezione in città del film Teorema di Pier Paolo Pasolini, prendono carta e penna e scrivono al Corriere di Seveso, inserto locale del Cittadino. «Non è ora di finirla?», scrivono. «Non si è ancora spenta l’eco delle polemiche suscitate doverosamente e giustamente in merito alla proiezione del film di

e lo immaginate oggi Gabriele Muccino che viene a dibattere con le poche decine di spettatori di un cineforum? Quarant’anni fa poteva accadere di incontrare, a Seregno, uno dei registi più stimati della scena cinematografica italiana. Fu così il 10 novembre del 1970 al teatro San Rocco. Si trattava di Ermanno Olmi che nel 1962 aveva vinto il premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia, con la sua opera d’esoridio, Il posto, ambientato nella vicina Meda. Come raccontanto le cronache, il regista che avrebbe vinto la Palma d’oro a Cannes, otto anni dopo, con L’Albero degli zoccoli, si intrattenne con gli appassionati a discutere sulla sua ultima fatica dell’epoca: I recuperanti. Il dibattito, dagli aspetti più tecnici cari ai cinefili, si allargò «alle difficoltà e ai disagi che una guerra può S.G. creare».

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Pasolini che subito, rincorrendo a un teatro comico dialettale del quale non critichiamo gli attori come tali ma certa trama sboccata e saporosa comunque di doppisensi, si è ancora impartita, questa volta a tutti gli spettatori, una lezione della quale avrebbero fatto a meno». I censori vanno giù duro: «Fanciulle alla moda con abiti ridotti ai minimi termini e più», dettagliano, «situazioni familiari abnormi, accenni tutt’altro che vaghi ad invereconde propensioni maschili ed altre hanno provocato rimostranze fra quei genitori (vecchi cattolici?) i quali avevano diritto ad un sano divertimento che non lasciasse nel cuore dei loro figli torbidi ricordi forieri nei più deboli di future situazioni non desiderabili». Si parla di «attori indubbiamente dotati ma non si ricorderanno per le loro trame e per quelle innocue scenette da ringhiera e da cortile tipiche della Milano popolare». Moralisti? Neanche a parlarne, rifiutano di porsi «sul piedistallo di un puritanesimo falso e bugiardo» e garantiscono di mobilitarsi «solo ed esclusivamente per una questione di morale generale e di buon gusto». «Perché ricercare il tutto esaurito», si chiedono, «ricorrendo a fatti e frasari inopportuni?». S.G.

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Che cosa accadeva

Un anno a suon di rock Il 28 febbraio 1970 Adriano Celentano e Claudia Mori vincono la XX edizione del Festival di Sanremo con la canzone Chi non lavora non fa l’amore. È il 26 agosto quando sull’Isola di Wight oltre mezzo milione di giovani si riunisce per assistere all’Isle of Wight Festival 1970, all’interno del quale suonano molti artisti tra cui i Doors, Miles Davis e Jimmy Hendrix. Quest’ultimo verrà ritrovato morto nel suo appartamento di Londra il 18 settembre. Non sono tutt’oggi precisamente conosciute le cause. Il 1 ottobre a Milano il concerto dei Rolling Stone al Palalido crea non pochi disagi dati dalla presenza di soli 6mila biglietti. La polizia è costretta ad intervenire per fermare la folla di persone che non è riuscita a entrare. La fama che accompagnava gli Stones nel tour europeo del ’70 era diabolica e inquietante, reduce dall’esibizione di Altamont il gruppo rappresentava il lato oscuro del rock, con chiari riferimenti all’uso delle droghe e al culto di Satana. Lucio Battisti pubblica l’album Emozioni


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MUGGIÒ, DESIO, SEREGNO 1950

Marzo 2010

Mobilitazione generale di Cgil e Pci

QUEL GIORNO CHE MEZZA BRIANZA SCIOPERÒ Il 22 marzo del 1950, come in tutta Italia, manifestazioni per l’uccisione di tre braccianti in Abruzzo. Picchetti, botte, resistenze. Da Muggiò ad Arcore, la cronaca della giornata

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eppone abitava in Brianza. Nel 1948, il Partito comunista italiano poteva contare a Monza e nel circondario su di un seguito importante. Alle elezioni del 1948 vinte, in tutt’Italia, dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, il Fronte Popolare, che riuniva comunisti e socialisti, aveva registrato risultati importanti in quello che poi diventerà il capoluogo e in molti importanti comuni brianzoli (vedi box sotto). Ma sarà proprio due anni dopo, nel marzo del ’50, che Pci e Cgil dettero la prima vera prova di forza sul territorio brianteo, con lo sciopero generale proclamato il 22 marzo. La mobilitazione fu in tutta Italia e seguì un fatto di cronaca piuttosto grave: l’uccisione di due militanti della Cgil da parte dei carabinieri a Lantella, presso Vasto, in provincia di Chieti (vedi colonnino a fianco), avvenuta il giorno precedente. Alla fine del ’49, la Cgil di Giuseppe Di Vittorio aveva infatti lanciato in tutta Italia il Piano per il lavoro. E nella primavera del ’50, manifestazioni e scioperi avevano agitato le campagne italiane, repressi con decisione dal ministro degli Interni del tempo, Mario Scelba. Il 9 gennaio, a Modena, la polizia aveva aperto il fuoco durante il tentativo degli operai di prendere le Fonderie Riunite serrate dalla proprietà in risposta agli scioperi. Bilancio tragico: sei morti e 50 feriti. Quindi il cruento epilogo della manifestazione abruzzese, che spinse il sindacato a giocare la carta dello sciopero generale. La Brianza non fece eccezione, con una seria di scioperi, più o meno violenti, con picchettaggi e reazioni, anche decise, da parte delle maestranze più vicine alla Dc. La notizia dello sciopero arrivò nelle sezioni comuniste e nelle camere del lavoro brianzole il 21 marzo sera. I militanti fecero passare la voce di casa in casa, gli attivisti si riunirono nei circoli e nelle case del popolo: l’agitazione sarebbe scattata a sera, con l’inizio del turno di notte di alcune fabbriche, proseguendo il giorno successivo. Come riportano le cronache dell’epoca, a Muggiò, un’auto con altoparlanti comincia a girare le vie cittadine nel tardo pomeriggio, invitando allo sciopero. E l’azione si intensifica a sera quando, intorno alle 22, alcune centinaia di persone uscirono dal cinema

Un’immagine aerea dello stabilimento Carrozzi di Bellusco, uno dei teatri dello sciopero

Le prime urne LO SCUDO CONTRO GARIBALDI

Fu lo scontro elettorale più duro e difficile della storia repubblicana. Dopo le consultazioni del giugno ’46 per l’elezione della Costituente, gli italiani furono chiamati alle urne per eleggere il Parlamento e scegliere indirettamente la forza politica cui affidare il governo degli anni seguire. In Brianza, fino a quel momento la Dc di De Gasperi e il Pci di Togliatti alleato ai socialisti di Nenni si equivalevano. Anzi, fra le due forze della sinistra storica, il rapporto di forza era invertito. A Monza, nelle elezioni della Costituente , la Dc aveva sì avuto 19.465 voti ma i socialisti si erano attestati a quota 13.723 mentre i comunisti avevano raccolto 6.693 consensi. Alle prime politiche i due partiti si uniranno sotto le insegne di Garibaldi e del Fronte Popolare Nel voto del 18 aprile, dopo una campagna elettorale dai toni molto aspri ma senza violenze - se si eccettua un ceffone che il parroco di San Fruttuoso assestò a un militante socialista che voleva strappare manifesti - il partito di De Gasperi si affermò sia Monza sia in Brianza. In città, dove andò a votare ben il 97% degli aventi diritto, la Dc ottene il 57% dei consensi mentre i socialcomunisti rimasero al 29,47. Più forte l’affermazione nel territorio brianteo: dove lo scudocrociato arrivò al 60,49% e il Garibaldi stellato del Fronte ottene il favore del 30,22 % dei cittadini

dell’oratorio per la proiezione serale. In alcuni comuni, proprio quella notte, anonime mani pennellano sui muri della case slogan antigovernativi, inneggiando alla mobilitazione «contro le leggi liberticide». Con i primi turni delle fabbriche brianzole, lo sciopero entra nel vivo: con un’abile regia, gli scioperanti si presentano a picchettare i cancelli delle principali aziende del territorio.

Alla Bianchi di Desio, i manifestanti arrivano intorno alle 9,30: urla, improperi, spintoni. Il gruppetto di scioperanti è piccolo - riportano le cronache dell’epoca, specialmente quelle del Cittadino - e quanti sono alle macchine, sopraffatti da tanta veemenza, decidono che è meglio sospendere il lavoro e uscire. Poco dopo, il gruppo si sposta alla Gavazzi. In testa c’è il segretario della Camera del lavoro e un mi-

litante molto noto che, si scrisse, era soprannominato Gussina. Sarà proprio quest’ultimo protagonista dell’irruzione. Raggiunta alla centrale elettrica dello stabilimento, il sindacalista toglie la corrente ai macchinari mentre i suoi compagni urlano allo sciopero. Il Cittadino, giornale cattolico e filodemocristiano, offre anche una ricostruzione pittoresca del Gussina che entra «scamiciato e bestiemmiando» nel reparto della


tessitura, urlando alle operaie di uscire. E invece, a sorpesa, le donne non si lasciano sopraffare: non vogliono saperne delle sciopero e restano incollate alle macchine. Una determinazione alla quale i manifestanti non sono preparati, tant’è vero che, dopo un’oretta di inutili pressioni, lasciano il campo e la produzione riprende. Non è così alla Gubra, dove i sindacalisti, rinforzati da alcuni scioperanti della Bianchi, e guidati da un altro militante molto in vista, Panze detto Partigianella, riescono a far uscire gli operai. In quella convulsa giornata di marzo, accade spesso che, temendo danni alle macchine o il trascendere dei confronti, siano gli stessi direttori di stabilimento a sospendere il lavoro. È così alla Targetti e alla Formenti di Seregno con la promessa, fatta a mezza voce, di pagare comunque la giornata perduta. Fatti che i Carabinieri della tenenza di Desio si limitano a osservare un po’ alla lontana, probabilmente in osservanza di un ordine che arriva dal ministero degli Interni. E d’altra parte, aldilà delle violenze verbali e di qualche scaramuccia, l’azione dei militanti comunisti non è mai trascesa. Salvo, proprio a Desio, dove Carlo Cattaneo, militante democristiano che si è fermamente opposto allo sciopero, viene duramente malmenato da alcuni manifestanti riconducibili alla Camera del lavoro. Episodio simile, ma più blando, si svolge alla Ronzoni di Seregno, dove a un lavoratore che si oppone allo sciopero viene strappata di mano la bici e scaraventata lontano. Nella stessa cittadina, alla Bellù, un certo signor Verdi, anche lui poco incline ad aderire, finisce per essere malmenato. Astensione riuscita alla Trincia Villa e alla Copitra dove, secondo le cronache, ad aprire le porte agli scioperanti sarebbe stata la portinaia, notoriamente militante. Alla vicina Pio Colombo, ce n’è anche per un’operaia, strattonata fino a strapparle il grembiule. In alcune aziende, proprietari e direttori decidono invece di schierarsi dalla parte dei lavoratori che non vogliono scioperare: e il corteo dei manifestanti trova i cancelli sprangati. Alla Magnoni, sempre a Seregno, alla blindatura degli ingressi si risponderà sdradicando il campanello. Poco più in là, al Saponificio Silva, stessa scena: urla, insulti ma poi i manifestanti lasciano il campo. Ovviamente ci sono anche aziende dove la mobilitazione registra immediate adesioni, come nel caso della Dell’Acqua. Sciopero riuscito, con le buone o con le cattive, in tutti gli stabilimenti di Cavenago, alla Carozzi di Bellusco, alla Sacit di Arcore, all’Industria milanese Calze di Busnago, alla Brivio di Cornate, alla Manifattura di Bernareggio. Mobilitazione a macchia di leopardo in altre aziende del territorio. Ambienti democristiani, nei giorni successivi, diffondono alcune percentuali relative alle maestranze «non aderenti». A Trezzo, la Ditta Rolla vide il 100% dei lavoratori alle macchine, alla Castellini, ci si fermò al 90 mentre alla Perego e alla Sicka si scese al 50. Record di scioperi alla Bassetti, dove le adesioni toccarono quota 60%. Spostandosi alla

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Nella foto, un manifesto del terzo congresso della Cgil, che si svolse a Napoli (1952)

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Luoghi della storia

A Lantelle la miccia Il Piano del lavoro lanciato da Giuseppe Di Vittorio alla fine del 1949 puntava soprattutto a sostenere i lavoratori dell’agricoltura. In particolare, si reclamava, tra l’altro, l’applicazione in agricoltura del cosiddetto Lodo De Gasperi, che introduceva una nuova ripartizione dei dei raccolti fra proprietari e mezzadri a favore di questi ultimi. Altro nodo riguardava la messa a coltura di possedimenti ex-boschivi. Il ministro degli Interni, Mario Scelba, usò la mano pesante, reprimendo in tutta Italia le manifestazioni, anche perché convinto che, dietro il sindacato, si agitasse l’anima eversiva dei Pci. A Lantelle, borgo di mille anime, della provincia teatina più prossima al Molise, le agitazioni erano cominciate già alcuni giorni prima di quel drammatico 21 marzo. Quel giorno, però, i braccianti tentarono di assalire il municipio, alla cui difesta stava un pugno di carabinieri. Negli scontri, due scioperanti furono raggiunti da colpi mortali di moschetto.

Alla Camera L’AUTORIZZAZIONE NEGATA La domanda di autorizzazione a procedere porta la data del 30 maggio 1950 e la firma del Guardasigilli dell’epoca, Attilio Piccioni. Il ministro trasmette alla presidenza della Camera gli atti di una denuncia che arriva dalla Pretura di Monza contro il deputato Aldo Buzzelli del Pci.v Al parlamentare si contestano le contravvenzioni agli articoli 18 e 113 del Testo unico di pubblica sicurezza del 1931, relativamente a un comizio non autorizzato, tenuto a Muggiò, durante gli scioperi del 22 marzo. L’atto della Camera mostra la richiesta del procuratore di Monza, Lepore, che fa riferimento al rapporto dei Carabinieri di Lissone, il numero 60 del 24 marzo. Scriveva il magistrato che Buzzelli «teneva un pubblico comizio in occasione dello sciopero generale indetto in quel giorno, comizio di cui non era stato dato tempestivo preavviso al questore di Milano». Il deputato monzese «effettuò senza incidenti il comizio non potuto impedire dalla forza pubblica, perché questa veniva richiamata in altro luogo da disordini che stavano accadendo». La Commissione risponde il 30 settembre, relatore il deputato Capalozza, rigettando all’unanimità la richiesta, «in ottemperanza alla costante prassi seguita in proposito». Questa volta comunisti e democristiani avevano votato assieme.

Gilera di Arcore, fabbrica di notevole tradizione sindacale, si registrarono 70% di scioperanti, così come alla Falk. In controtendenza invece la Veribelli, dove tutti lavorarono regolarmente, così come alla Lamperti di Vimercate mentre al Lanificio, nella stessa cittadina, scioperarono solo 35 dipendenti su 100. Fallisce invece la mobilitazione alle Torciture riunite di Carnate e alla Gargantini di Bernareggio. La mobilitazione culminò nella

mattinata del 22, con un comizio che il deputato del Pci, Aldo Buzzelli, tenne nella piazza principale di Muggiò. Non essendo il comizio autorizzato, i carabinieri lo denunciarono al Pretore di Monza. Lo sciopero generale rappresentò forse l’apice delle tensioni politiche che arrivavano dal ’48. A differenza di altre zone del Paese (si registrò un morto a Parma, uno ad Avezzano e uno a S.Severo), in Brianza non scorse il sangue.

Per trovare mobilitazioni di quella portata, occorrerà attendere il 1969 con l’Autunno caldo che porterà, l’anno successivo, alla concessione dello Statuto dei lavoratori. Ma probabilmente, lo scontro interno alle fabbriche briantee accelererà anche il processo di separazione in seno al sindacato (già iniziato con la Libera Cgil di Giulio Pastore) e che condurrà, pochi mesi dopo, il 30 aprile dello stesso anno, alla nascita della Cisl.


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Giuliano Fabbrica, classe ’46, in un momento della spedizione al Cengalo nel febbraio 1971

SEREGNO 1971

Alpinisti brianzoli

FABBRICA DI CORAGGIO

Trentanove anni fa, il seregnese Giuliano Fabbrica apre una nuova via sui 3.300 metri del Pizzo Cengalo. Con un gruppo protagonista di altre grandi imprese di Daniele Corbetta

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d inverno inoltrato, nel febbraio del 1971 cinque ragazzi partono per aprire una via sulla parete nord del Pizzo Cengalo, monte delle Alpi Orientali sito lungo la linea di confine tra l’Italia e la Svizzera, la cui vetta supera i 3.300 metri. Il più giovane fra questi, all’epoca venticinquenne, di cognome fa Fabbrica, e di nome Giuliano, nato a Robbiano, ma seregnese d’adozione. È proprio lui che, con le parole e con gli occhi, mi racconta quel mitico passaggio che parte da lontano e riporta ad un alpinismo dal sapore leggendario, irripetibile. La mente del gruppo si chiama Gianni Rusconi che, con il fratello Antonio, ha già all’attivo altre salite invernali: i due da tempo stanno progettando in gran segreto la salita al Cengalo. «In quel periodo», spiega Giuliano, «nessuno doveva sapere quello che stavamo organizzando, altrimenti altri alpinisti avrebbero cercato di “rubarci la via”, organizzando l’ascesa prima di noi: l’obiettivo era ambito da molti. Così si andava in Val Bondasca, con il binocolo si studiava il percorso, poi si perlustrava da sotto la montagna». Siamo nell’autunno del 1970 e nei mesi precedenti il «Gianni» ha messo a dura prova la qualità di Giuliano, testando le sue capacità, la resistenza e non per ultimo il co-

raggio: «Durante l’estate, Gianni mi portò con sé, allenandomi e tenendo d’occhio i miei progressi. Non solo: era d’obbligo abituarsi a viaggiare con carichi pesanti sulle spalle, così la domenica si andava a camminare sui Corni di Canzo con zaini pesantissimi. E all’epoca pesavo 60 chili…». Nel frattempo la fase preparatoria non conosceva sosta: il sabato e la domenica erano i giorni designati per l’oscuro lavoro, che consisteva anche nel costruire una caverna di ghiaccio, un igloo, posizionato alla base del Cengalo, campo base per l’attrezzatura dei cinque temerari, che uscendo allo scoperto, fissarono per il 26 dicembre la data d’inizio dell’ascesa. Gianni Rusconi, Antonio Rusconi, Giorgio Tessari (appartenenti al Cai di Valmadrera), il tedesco Heinz Steinkotter e il nostro Giuliano Fabbrica erano dunque pronti per la partenza. «Lavoravo in un negozio d’abbigliamento», continua Giuliano, «e sotto Natale il mio aiuto al gruppo fu piuttosto limitato. Ripresi il giorno di S. Stefano, ma il 3 gennaio eravamo già di ritorno, sconfitti dal maltempo. La neve non ci diede tregua. La voce della spedizione sul Cengalo si sparse, ma il distacco organizzativo era ormai incolmabile ed eravamo decisi a riprovarci». Il 4 febbraio fu il giorno giusto, entrato di diritto nella memoria

alpina. «Il Cai di Seregno mi lasciò di stucco: si presentarono 18 persone a Bondo, che ci aiutarono a raggiungere a piedi l’igloo, trasportando il materiale necessario per la partenza». I cinque, armati di immensi zaini farciti di

corde, cibarie e del restante necessario, affrontano la scalata del Pizzo Cengalo, la cui parete nord è completamente dimenticata dal sollievo del sole. Fabbrica racconta la sua storia con grande semplicità, divertendosi mentre parla e dimo-

1986, una nuova scuola ALPITEAM, L’ARRAMPICATA DIVENTA RECUPERO SOCIALE Una scuola d’alpinismo diversa dalle altre. Nasce nel 1986, per iniziativa di Felice Damaggio, Alpiteam, scuola lombarda di alpinismo, che coltiva una singolare diversità. La compongono persone che desiderano mettere sempre in discussione le proprie attività, caratteristica che spesso porta a realizzare progetti innovativi. Come quella di mettersi a disposizione di ogni gruppo o comunità che desiderino andare in montagna, anche se non si tratta di soci Cai. Una particolarità che non piace agli organi centrali del Cai, i quali decidono di non riconoscere la scuola. Ma Felice e i suoi amici vanno dritti per la loro strada, anzi per il loro sentiero. Nel 1987, Alpiteam esordisce in attività di volontariato: gli istruttori progettano e organizzano un corso all’Arca di Como, comunità per il recupero dei tossicodipendenti cui viene insegnata l’arrampicata. Un’iniziativa che spinge l’allora vicesegretario del Cai Gabriele Bianchi, consapevole dell’importanza del progetto, a riconoscere Alpiteam come «scuola sperimentale d’alpinismo». Un’esperienza, quella di chi fugge la dipendenza dalle sostanze sulle pareti prealpine, la cui fama ha fatto il giro del mondo. Nel 2002, anno internazionale delle montagne, le dedicano anche un film, Il silenzio dentro, che partecipa anche alla sesta edizione del Cervino International film festival. Info: alpiteam@cnsasa.it


Sulla stampa E IL CITTADINO FESTEGGIA L’EROE CHE VIVE IN VIA TASSO Le cronache locali diedero grande spazio all’impresa di Giuliano Fabbrica, eletto a simbolo dell’orgoglio della città di Seregno. Era sabato 20 febbraio 1971 quando Il Cittadino diffuse la notizia: «Un valente giovane di Seregno, Giuliano Fabbrica, 24 anni, è tra i cinque scalatori che hanno aperto sulla parete nord del Pizzo Cengalo (…) una direttissima battezzata “via Attilio Piacco”». Segue la cronaca dell’evento, con tanto di descrizione delle fasi salienti della scalata. Il pezzo si chiude con i complimenti allo scalatore di Robbiano: «A Giuliano Fabbrica, la nostra redazione porge le congratulazioni più fervide per la brillante impresa portata a termine». Né mancano di esprimersi le autorità seregnesi dell’epoca: il sindaco Giancarlo Mariani e l’assessore allo sport Ferruccio Busini: «A nome dell’amministrazione comunale e di tutti i cittadini seregnesi e nostro personale formuliamo le più vive congratulazioni per la sua grandissima riuscita impresa alpinistica». E ovviamente non «buca» l’intervento nemmeno il Cai di Seregno, nella persona di Giancarlo Allegria, più volte citato con affetto da Fab-

strando tutto il suo entusiasmo: «Nella fase preparatoria e nel percorso che mi ha portato all’attacco della parete», rivela lo scalatore, «ero gasatissimo. Mi chiedevo come fosse possibile che un alpinista del calibro di Gianni Rusconi avesse scelto proprio me per partecipare ad un’esperienza del genere, quasi non riuscivo a crederci». Poi la scalata: «L’inizio è stato molto duro; in breve tempo compresi che ero chiamato ad assolvere il mio ruolo al 100%, tutti i giorni. A differenza di altri sport non era permesso tirarsi indietro, neanche per un minuto, ne avrebbero pagato tutti le conseguenze». Ma come è possibile che ad un ragazzo così giovane, perlopiù all’esordio, non sia venuto neanche un dubbio sulle proprie capacità? Non si sia abbandonato neanche per un secondo alla paura, allo scoramento o alle difficoltà? La risposta di Fabbrica, che mi guarda drit-

brica: «Noi amanti della montagna, preferiamo operare nel silenzio, nell’ombra», scrive Allegria, «siamo, per natura, contrari ad ogni sorta di pubblicità. Ma, di fronte a quanto fatto dal nostro giovane socio Fabbrica Giuliano, sentiamo il dovere di congratularci pubblicamente con lui per la grande impresa compiuta, unitamente ai fratelli Rusconi, Tessari, Steinkotter». L’elogio del Club alpino seregnese non termina qui: «La sua passione», prosegue la nota del presidente, «le sue sofferenze, i suoi sacrifici, e la sua intima gioia, siano d’esempio e contribuiscano a portare nuovi giovani in montagna». Le celebrazioni non finiscono qui: la presa del Pizzo Cengalo non è cosa di tutti i giorni. Il sabato seguente, 27 febbraio 1971, il giornale monzese può offrire ai lettori un’intervista allo scalatore, rientrato in città. Eccone l’incipit: «L’eco della stupenda e superba impresa compiuta dal ventiquattrenne Giuliano Fabbrica, abitante in via Tasso, con altri cinque amici nella conquista del Pizzo Cengalo, non si è ancora spenta in città…». Erano i tempi in cui degli eroi si poteva dire anche l’indirizzo.

to negli occhi: «Ho sempre avuto una fiducia ceca in Gianni (Rusconi, ndr). Ero tranquillo, mi dicevo “tanto c’è il Gianni”, andrà tutto come previsto. Lui mi ha scelto per partecipare a questa impresa, significa che ce la posso fare». Rusconi, il mentore del compositore, supervisore della partituta. I due si conobbero nel 1968, quando il seregnese si iscrisse alla scuola d’alpinismo del Cai di Valmadrera, di cui Rusconi era istruttore. Le qualità del giovane non passarono inosservate, il corso sfociò in amicizia, a cui seguì un addestramento personale. E proprio il rapporto tra questi uomini è la chiave di volta del successo dell’impresa. Fabbrica più che la soddisfazione per quello che è stato fatto, ama ricordare il gusto di stare insieme e la perfetta armonia che si era creata tra i cinque scalatori. La scalata durò dodici giorni, nei quali gli alpinisti trovarono un sin-

cronismo perfetto nei movimenti, a partire dallo stare in tenda, un minuscolo riparo dove spesso capitava di dover dormire seduti. Dove per bere una tazza di the ci si impiegava un’ora facendo sciogliere la neve, e ci si cibava di salame, pane secco, grana e biscotti. Fabbrica ricorda le ore d’attesa con gli occhi puntati sui capocordata, spesso Gianni ma anche Steinkotter, i più esperti, interrotte soltanto da una fetta di bresaola estratta dal taschino e da qualche espressione nel dialetto lecchese. La sera, in bivacco, prima di coricarsi, tocca di nuovo alla musica: con la piccola armonica, Fabbrica suona due o tre canzoni, prima di abbracciare, esausto, il buio della notte. «Durante la salita della parete trovammo bel tempo», ricorda lo scalatore, «ma una volta giunti al termine della via si scatenò una tormenta. Della vetta ricordo ben poco, eravamo allo

stremo delle forze, debilitati dalla dissenteria, senza cibo e in mezzo alla bufera. Così non ci godemmo la cima e iniziammo la discesa per la via normale». L’arrivo alla Capanna Luigi Giannetti non fu dei più agevoli: neve e nebbia accompagnarono i cinque, che poterono tuttavia rifocillarsi per ripartire l’indomani. Mercoledì 16 febbraio 1971 la Via Attilio Piacco era tracciata. «Iniziai a capire cosa avevamo fatto», rammenta, «la stanchezza mi passò di colpo, ero freschissimo. Realizzai che io, un signor nessuno, ero stato catapultato in una realtà che potevo gestire». Nell’estate dello stesso anno, lo stesso gruppo a eccezione di Steinkotter, sostituito da Elio Scartabelli e Rino Zocchi, scalò il Monte Sant’Elia in Alaska, percorrendo la via tracciata dal Duca degli Abruzzi nel 1891. Il capolavoro arrivò nel 1973, con la prima invernale del grande «diedro Philipp-Flamm» («tutti tentavano, noi ci siamo riusciti», osserva), che porta sulla parete ovest della Civetta, sulle Dolomiti. Il segreto? «Niente di particolare, credo solo che si siano incontrate persone semplici e determinate, con grosse capacità tecniche, voglia di soffrire e di stare insieme. E consapevoli dei rischi della salita, sapendo bene che in montagna è vietato barare». Si parla anche di rinunce e sacrifici. Di quando Giuliano appallottolava fogli di giornale per allenare i muscoli delle mani e la madre glieli stirava per continuare, delle corse nei campi prima di andare al lavoro, del continuo esercizio fisico in casa con ciò che si trovava, del faticoso acquisto dell’attrezzatura, della paraffina strofinata sui vestiti per renderli impermeabili e delle serate senza uscire con gli amici: la storia di un alpinismo che non c’è più. Ma tutto ciò fa parte della vita del dandy de Milan, appellativo datogli dai ragazzi di Valmadrera. Fabbrica oggi ha i capelli grigi, ma negli occhi non c’è malinconia: «Non appena smetterò di lavorare», dice, «tornerò al mio grande amore» . Al quale non è mai riuscito dire di no

1922, Cai Seregno QUEI QUATTRO AMICI CON LA PASSIONE PER LE VETTE Una sezione seregnese del Club Alpino Italiano nasce il 2 luglio 1922, per opera di Giuseppe Bellù, Antonio Trabattoni, Alfonso Rossi e Alessandro Silva. I 65 soci iniziali sono protagonisti di gite, escursioni e mostre fotografiche, assolute novità per l’epoca. Nel 1936 si cambia nome in Centro Alpinistico Italiano e inizia a diffondersi l’idea di costruire un rifugio in alta montagna. Fu scelta la Valmalenco, meta classica per i seregnesi: nel 1938 nacque così il rifugio «Elia e Antonio Longoni», fratelli seregnesi caduti durante la Grande Guerra. Nel 1946 gli affiliati sono 255: nello stesso anno è costruito lo Sci-Cai, la prima sezione a iscriversi alla Federazione Sci. Nel 1970 arriva anche il Gruppo Alpinistico Giovanile, tra i primi in Italia. L’anno d’oro è senz’altro il 1971, quando il presidente è Giancarlo Allegria, protagonista di un prezioso sostegno alle iniziative di scalata. Si apre una via invernale sulla parete nord del Pizzo Cengalo (Fabbrica) e la spedizione «Valmadrera Alaska» (sempre Fabbrica). Il 1974 vede nascere la sottosezione di Albiate, che poi si staccherà. Ma lo stesso anno riserva anche la tragica morte sul Pizzo Diavolo di Renzo Cabiati, 20enne all’epoca. Nel 1975 Giuliano Fabbrica (nella foto, il secondo da sinistra), Felice Damaggio e Camilla Sala istituiscono la Scuola d’alpinismo «Renzo Cabiati». Oggi i soci sono 572 e diverse le attività: sci, snowboard, escursionismo e mountain-bike.

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Altri protagonisti

Cassin, il re delle Grigne È morto nell’agosto scorso nella sua casa di Lecco, alla bellissima età di 100 anni.Ma la sua leggenda, per gli appassionati delle montagne lombarde, durerà in eterno. Riccardo Cassin, veneto, stabilitosi nel 1926 a Lecco si forma sulle pareti delle Grigne. Pratogonista indiscusso, negli anni ’30, della stagione dei «sesto grado», Cassin arrampica sulle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali. Nel 1934 conquista la Piccolissima delle Cime di Lavaredo. L’anno dopo scala il fantastico spigolo sud-est della Torre Trieste e, con Vittorio Ratti, apre una via di estremo ardimento sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Nel 1937 punta sul Pizzo Badile. In tre giorni completa l’ascesa dell’enorme parete nord-est. Una salita con un tempo impossibile che costa la vita, per sfinimento, ai comaschi Molteni e Valsecchi, morti lungo la discesa. Fra 4 e il 6 agosto 1938, con Tizzoni ed Esposito, attacca il massiccio del Bianco, compiendo la prima salita dello sperone Walker della parete nord delle Grandes Jorasses. Nel dopoguerra, viene clamorosamente escluso dalla spedizione nazionale al K2 capitanata da Ardito Desio ma si rifà nel 1958 guidando quella che porta sulla vetta del Gasherbrum IV, Walter Bonatti e Carlo Mauri. Nel 1987, a 78 anni, Cassin ripeté la salita al Badile.


Un giornale

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mensile gratuito di divulgazione storica della Brianza. n.02 Marzo 2010