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n.03

Aprile 2010

euro 2,00 OMAGGIO

BRIANZA

P uB B li

Questo spazio è a disposizione per la comunicazione di aziende e istituzioni

Cit À per la pubblicità su Il Giornale della Memoria Associazione Storia & Territorio tel. 0362.285087 mail assostoria@gmail.com

Liberazione. 1945, Partigiani e Fascisti

BRIANZOLI CONTRO

Gli uni in guerra con gli altri, come non era mai accaduto nella storia. A dividerli il fascismo e la dittatura. Sessantacinque anni fa le giornate di lotta che portarono alla pace e alla democrazia. Oltre 230 i morti

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Tagliabue contro i Tagliabue, i Perego contro i Perego, i Villa contro i Villa. Nell’aprile di 65 anni fa, quanti combattono in Brianza, siano essi partigiani o fascisti, sono per la maggior parte brianzoli. In quella tragica primavera scorre molto sangue di chi ha respirato l’aria degli stessi cortili o delle stesse cascine: dagli archivi spuntano oltre 230 nomi. C’è chi, per convinzione o per caso, si trova a militare sotto le insegne della Repubbica sociale italiana, ultimo tentativo di Benito Mussolini di salvare il suo regime. E c’è chi, stanco di guerra e dittatura, e inorridito dalle leggi razziali, sceglie di passare alla Resistenza. Giorni terribili, di morte, di dolore, di cattiveria. Ma anche giorni di coraggio, di fierezza e dignità. Il prezzo della libertà sarà elevatissimo e a volte anche gratuitamente eccessivo. Ecco alcune storie.

In questo numero PAG.2 Il deputato contro la Madonna pellegrina

Nel maggio 1949, le manifestazioni mariane attaccate dal comunista Buzzelli. Dure polemiche PAG.2 Frodi su latte e burro, commercianti alla sbarra

Nell’aprile del 1949 fioccano le condanne per commercianti e agricoltori, sopresi ad annacquare o a usare la margarina PAG.3 1950, l’anno delle carni avariate. Morti e ricoverati

A maggio, a Monza, un’intossicazione al seminario del Pime. A giugno, nozze funestate dal pranzo a Vimercate

servizi a pag.5/11

1980

A Cantù aprile di fuoco

1970 Meda, il calcio è donna

CENTINAIA DI ETTARI PERDUTI FRA VIGHIZZOLO E CARUGO

L’ALTRA METÀ DEL FOOTBALL SI CHIAMA GOMMAGOMMA

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iamme sospette. Anche se aprile è particolarmente secco, i fuochi che si accendono a più riprese nel Canturino fanno davvero pensare a un piano doloso. Un giallo che diventa ancora più giallo perché, durante i primi in-

cendi che distruggono la pineta fra Vighizzolo, Carugo e Brenna, a domare le fiamme ci sono solo i vigili volontari di Cantù. Più volte sollecitata, la Regione non invia mezzi. Un elicottero si leverà solo nei roghi dei giorni seguenti. servizio a pag. 12

aggio 1970: i grandi mondiali messicani, quelli di Riva e Rivera piegati solo da Pelé e Rivelino, sono lì dietro l’angolo. La voglia di calcio però percorre già, in lungo e in largo, tutta la Brianza. Nessuno tuttavia si aspetta

di vedere nascere da queste parti un club femminile. Il football, qui come altrove, è affare di uomini, come canta Rita Pavone. A Meda, un gruppo di ragazze non la pensa affatto così e si organizza con la sponsorship di un’azienda di gomma. servizio a pag. 15

ta precedente, per aver dato i natali, una delle prime in Italia, a un lista civica: i Democratici indipendenti erbesi. Alle amministrative del 1980, Erba fa il bis perché, alla presentazione delle liste, appare un nuovo raggruppamento che come simbolo ha la raggiera tipica di quelle zone del Lario, quel grande fermaglio che fissava i capelli di Lucia

Mondella in ogni iconografia manzoniana che si rispettasse. La lista porta un nome che è un programma, Brianza, ed è critica verso la vecchia politica romana. Scorrendone il manifesto ci si imbatte in un punto davvero singolare: nei concorsi comunali, scrivono gli autonomisti erbesi, dovranno essere pri-

Un giovane di Vedano al Lambro, partito per una delle prime escursioni della stagione, muore in un dirupo PAG.3 Incidente sfiorato di giorno, rissa dura a sera

A Besana, nell’aprile del 1950, un ciclista e un motociclista evitano il sinistro per poco ma fanno a pugni ore dopo PAG.13 1968, un premier in Brianza. Si chiama Moro

ERBA, È BRIANZA LA MAMMA DELLA LEGA La Lega? È nata trent’anni fa a Erba. Scorrendo le cronache elettorali della Provincia di Como dell’aprile del 1980 ci si imbatte in una lista civica che pare proprio la mamma dell’attuale formazione di Bossi. C’era una elezione anche quella volta: a Erba si votava per le comunali. La cittadina dell’Alta Brianza si era già distinta, nella torna-

PAG.3 Primavera 1955, la Grignetta uccide ancora

vilegiati quanti vivono in città da «almeno cinquant’anni». Fatto che guadagna alla neonata lista civica l’appellativo di «razzista». Il movimento, che dichiara «di voler cacciare la mafia dal palazzo comunale», ha un’altra particolarità: scrive tutti i manifesti elettorali in verde. I lumbard di Bossi compariranno anni dopo. a pag. 4

Intensa giornata del presidente del Consiglio in alcune cittadine brianzole: tagli di nastro e riunioni PAG.14 1964, parte la volata dei Giovani giussanesi

La passione per le due ruote spopola: a Giussano si forma un club destinato a far correre centinaia di brianzoli


Il fatto 1949 tensioni a Muggiò

2 Aprile 2010

E

Editoriale

Che cosa ci manca Cari lettori, parliamo un po’ di noi. Il Giornale della Memoria, dopo due numeri letteralmente andati a ruba (10mila copie ciascuno), sembra davvero un esperimento riuscito. Sono oltre 80 gli esercizi commerciali che lo diffondono nella Brianza lecchese, comasca e monzese (l’elenco completo è a pagina 16). La qualità dei contenuti va migliorando, con un apprezzabile ampliamento delle fonti di archivio. Note di plauso e di incoraggiamento ci arrivano da molte parti. Che cosa manca? Poche cose, ma tutte ugualmente importanti. Ve le segnaliamo. 1) Non abbiamo sede. Oggi, ci appoggiamo all’abitazione dei soci dell’Associazione Storia & Territorio. Un giornale come questo ha bisogno di un luogo dove le persone si incontrino per raccontare e mettere in comune la loro memoria. Nelle nostre città abbondano i negozi sfitti e chiusi da anni. C’è qualche anima buona che vuole darcene uno in comodato d’uso per un po’? 2) Sono già arrivate le prime richieste di abbonamento. Un segnale confortante, di stima al nostro impegno. Abbiamo bisogno di moltiplicarle, per crescere ancora. 3) Il nostro intendimento è di continuare a diffondere il giornale gratuito ma la nostra autonomia finanziaria, dovuta ai contributi dei soci, sta per esaurirsi. Cerchiamo imprenditori illuminati che, comprendendo il valore di un progetto sulla memoria di questa terra, investano sul giornale. Idem per le amministraz i o n i p u bbl i c h e d e l l a Brianza: sostenendoci, farebbero della politica un formidabile servizio alla cultura e alla storia del loro territorio. GdM

LA MADONNA PELLEGRINA E IL DEPUTATO BLASFEMO Aldo Buzzelli accusato di frasi irriguardose verso la Vergine durante un comizio per la pace. Duro attacco del Cittadino

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aggio, mese mariano. Mese importante in una ter r a particolarmente devota alla Madre di Cristo come la Brianza. Ancor di più se il maggio in questione è quello di oltre sessant’anni fa, nel 1949. Finita una guerra terribile ne è iniziata un’altra, strisciante e insidiosa, quella Fredda che contrappone l’Occidente al Blocco sovietico. Che cosa c’entra la Madonna e il mese a lei dedicato? C’entra, perché in Italia e in Brianza, in quella fase di contrapposizione ideologica, anche la società e la politica ne risultano potentemente divise fra cattolici e socialcomunisti. In quello scorcio di 1949, anche il culto mariano finisce in qualche modo nel tritacarne della politica. Una forma nuova e un po’ militante di devozione a Maria consiste nel condurre la statua della Vergine nelle comunità e nei luoghi di lavoro, per favorire la preghiera e il culto. Un’iniziativa che andava sotto il nome di Madonna pellegrina. Operazione che fu subito bollata da socialisti e comunisti come ideologica e tesa a sostenere la Democrazia cristiana di De Gasperi, uscita vincitrice dalle elezioni nazionali del 1948. Sono gli anni in cui questi due partiti danno vita ai Partigiani della pace, che hanno di mira sostanzialmente gli Stati uniti, accusati di volere un nuovo conflitto. In quel maggio di sessantuno anni fa, questo rito mariano sollevò in Brianza qualche polemica poli-

Una processione mariana negli anni ’50. In Italia il culto della Vergine è diffusissimo

tica. A raccontarlo è il Cittadino del 21 maggio 1949, quindi il giornale cattolico per definizione. A Muggiò, paese in cui è forte la presenza

di socialisti e comunisti, martedì 17 maggio, l’onorevole Aldo Buzzelli, il leader comunista più influente nel monzese, tiene un comizio in cui si

Il numero

374

è il numero dell’Oratorio maschile di Vimercate quando arriva il telefono, all’inizio del 1949. Frutto della generosità di un cittadino. «All’accorto e generoso donatore la nostra stima per il gesto quanto mai utile», riporta il Cittadino. Servito dal telefono anche l’Ufficio dei Sindacati liberi (la corrente cristiana della Cgil), allora in via Mazzini 19. Il numero qui è il 369. «La praticità del servizio», spiega il giornale, «rende spigliate le comunicazioni sicché i lavoratori non avranno più motivo di lamentele anche nei casi urgenti».

lascia andare a espressioni piuttosto polemiche contro la gerarchia. «In un comizio tenuto nel nostro paese per la pace», stigmatizza un anonimo redattore, «osò pronunciare alcune frasi irriverenti nei ringuardi della religione, del papa, del cardinale arcivesccovo, dei sacerdoti: è un suo stile già sfoggiato altre volte qui a Muggiò e altrove». Ma a Muggiò, secondo il Cittadino, la polemica sfocia nella blasfemia perche il deputato «nel velenoso attacco anticlericale ha volgarmente insultato anche la Madonna, specialmente la Madonna pellegrina, che in questi giorni (e forse per questo) sta concludendo la sua trionfale visita a tutti i paesi della Diocesi, entrando in tutti gli stabilimenti di Milano, anche in quelli nei quali i comunisti giuravano che non sarebbe mai entrata». Non si riportano le affermazioni di Buzzelli ma ci si limita a dire che «ha riso e fatto ridere il pubblico maschile e femminile, irridendo la Madonna». Qualcuno, continuna la cronaca, «ha sottolineato lo scherno applaudendo, trascinando altri a fare altrettanto, trasformando così un comizio per la pace in una manifestazione clericale». Conclusione sibillina: «Non sappiamo quanto abbia giovato tutto ciò agli organizzatori del comizio e alla pace», scrive il Cittadino, «per noi è stata una nuova conferma dello spirito anticlericale che anima il partito comunista e i suoi maggiori esponenti: per tutti dovrebbe essere un serio ammonimento: guai se avessero vinto o se vincessero»

Cinema a Monza

1949 cronaca giudiziaria

IL FILM È SCABROSO? VIETATO AI MINORI DI 21 ANNI

I FURBETTI DEL LATTICINO COMMERCIANTI CONDANNATI

Cinematografo a Monza. Nell’aprile del 1949, le sale cittadine lavoravano a pieno regime. In giro c’era una gran voglia di dimenticare i dolori e le brutture della guerra. Scorrendo il tamburino del Cittadino di fine aprile, troviamo all’Astoria, I corsari della terra, che il settimanale cattolico giudicava «per adulti». Sposarsi è facile ma..., che dal titolo si anunciava come sapida commediola, si guadagna un giudizio lapidario: «Escluso». Al Centrale si proiettava Il soldato di ventura mentre al Corallo si dava Lo sparviero nero. Avventura anche al Nuovo, con Duello col pirata nero, gratificato da un «per tutti» della redazione. Rigorosamente per maggiorenni (allora over 21) le pellicole al Ponti, La sepolta viva, e allo Smeraldo, Anni verdi. Nessun commento per Il massacro di Fort Apache, in scena al Villoresi

Anni duri, quelli del primo dopoguerra. La Brianza, assieme all’Italia, si riprende faticosamente da una guerra spaventosa. Anni in cui molti si arrangiano alla meglio, talvolta in barba alle leggi. La giustizia però è inflessibile, dopoguerra o non dopoguerra. Il Cittadino del 16 aprile 1949 dà conto di alcune sentenze della Pretura di Monza contro allevatori e commercianti brianzoli. Come Egidio S., domiciliato a Roncello, reo di aver venduto «come genuino burro che, all’analisi, risultò contenere il 31,7% di acqua». Una piccola frode alimentare che al sciur Egidio costerà 15mila lire di multa, che all’epoca erano una bella sommetta, e la pubblicazione del decreto su Il Cittadino ma anche su Lambro, il settimanale socialcomunista diffuso nell’area monzese. Pubblico ludibrio assicurato insomma. Di nuovo Egidio S., in concorso con Armando G. sono poi condannati per aver venduto burro «che risultò contenere margarina». Una furbizia contestata anche a una produttrice, Sara C. Per lei 10mila lire di ammenda, per gli altri due, rispettivamente, 4mila e 10mila. Nello stesso numero del Lambro, si pubblica anche una sentenza della Pretura di Desio contro due rivenditori di Lissone, Domenico V. e Maria D.S., condannati per aver scremato indebitamente il latte venduto: 5mila lire di multa. Stesso tribunale e condanna a 5mila lire di multa contro Alessandro M., lattaio di Seregno, reo di aver «annacquato il latte» mentre Valerio Eugenio R.e Luigia L., commercianti di Giussano, si vedranno affibbiare una sanzione di 5mila lire, ancora per il commercio di latte scremato.


GRIGNETTA FATALE PER UN VEDANESE In una delle prime escursioni dell’aprile ’55 due sciagure funestano la montagna. Muore anche il 20enne Antonio Riva

La cronaca

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trade rissose, anche sessant’anni fa. Il Corriere della Sera del 17 maggio 1950 racconta di uno scontro scampato e di una rissa violenta scoppiata molte ore dopo. Protagonista Giovanni T., 29 anni, da Besana Brianza che, percorrendo la strada del paese, «per poco non venne investito da una motocicletta, guidata da un certo Giuseppe B.». Ne nacque un diverbio ma tutto sembrò sul momento finire «in uno scambio di vivaci apostrofi». Dopo qualche ora, i due si rividero e si menarono le mani, tanto che il Beretta finì all’ospedale per le gravi lesioni e il Terenghi passò la notte nella caserma dei Carabinieri.

1950 Carne avariata. Un morto

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Uno scorcio della Grignetta in una foto d’epoca

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ll’annuncio della primavera, la Grignetta viene subito presa d’assalto dagli amanti delle scalate, specialmente dai giovani sempre smaniosi di cimentarsi arditamente sulle rocce». La cronaca del Cittadino del 9 aprile 1955 non lascia presagire nulla di buono. E infatti racconta di un incidente mortale sulla Via Esposito dei Torrini Magnaghi, «mentre la cordata dei Ragni di Lecco tentava di raggiungere la vetta, d’improvviso si spezzava la corda e il giovane Carlo Rusconi da Valmadrera precipitava sul fondo trovandovi la morte». Ma sulle stesse cime, la sorte aspettava anche uno scalatore brianzolo, Antonio Riva, di Vedano al Lambro che, con un amico era diretto al Rifugio Rosalba. Verso mezzogiorno, in un punto molto pericoloso del sentiero, Riva «scivolava sulla roccia, tentando inutilmente di aggrapparsi agli spuntoni con le mani e di trattenersi con la piccozza». Lo attendeva un burrone di circa 250 metri, in fondo alla Valle dello Scarettone. «Dopo il tragico, pauroso volo, il Riva si sfracellava sulle rocce, mentre il compagno rimaneva quasi pietrificato dallo spavento», racconta il Cittadino. Ripresosi, il superstite correva al Rifugio Porta in cerca di soccorso: «si formava prontamente una nutrita squadra di alpinisti, i quali, saliti sulla Grignetta, incominciavano la faticosa e pericolosa opera di ricerca e di recupero». Verso le prime ombre della sera il cadavere veniva avvistato «ma si doveva rinviare alla giornata successiva l’opera di recupero data l’oscurità e la pericolosità estrema della zona».

La pubblicità

arni killer in Brianza. Ne dà notizia il Corriere della Sera del 27 maggio, che riporta di una intossicazione di massa a Monza, fra i seminaristi del Pime. Ben 33 giovani ospiti del seminario (72 in tutto) devono ricorrere alle cure dei sanitari. Si sospetta una partita di carne guasta. Le cose si fanno più gravi alcuni giorni dopo, il 1 giugno, quando il seminarista Antonio Rendich, 18enne, croato di Spalato, muore in ospedale dove era ricoverato per la gravità dell’intossicazione. Un’altra intossicazione alimentare funesta, alcuni giorni dopo, il 12 giugno, un matrimonio a Vimercate. Ne parla, ancora una volta il Corriere. Vittime gli amici e i familiari di Angelo e Stella Sangalli, rispettivamente di 34 e 37 anni, che festeggiano le loro nozze alla Cascina Angioletta. A sera, i malori. «Gli stessi sposi ed altri sette fra congiunti e invitati si trovano in fin di vita all’ospedale, con sintomi da avvelenemanto provocato, sembra, da un piatto di carni guaste. Il piatto forte era stato offerto dai polli, allevati naturalmente nella cascina». Oltre ai due sposi, altri quattro membri della famiglia Sangalli; Giuseppe, 71 anni, padre della sposa; Rosa di 62, madre; Virginia, 39 anni e un altro Giuseppe, di 33 anni. Fra gli ospiti intossicati Luigia Caglio di Achille, 26enne e i due bimbi Maria Magni, 10enne, e Giuseppe Cogliachi, di 4 anni. Secondo la ricostruzione del giornale la causa dell’avvelenamento potrebbe ricercarsi appunto nel piatto a base di pollo «che sarebbero stato cucinato in recipienti non adatti».

1950 L’incidente

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on Carlo Bianchi, 78 anni, anziano coadiutore di Vimercate, è una delle prime vittime di incidenti stradali a Vimercarte. Il 30 marzo del 1955, il sacerdote, nativo di Lesmo, percorreva una via del paese, stando ai margini della strada. Secondo la ricostruizone del Cittadino del 9 aprile, «era diretto alla propria abitazione, di ritorno dalla chiesa quando, improvvisamente,

piombava su di lui la giardinetta pilotata da Antonio A., residente a Melzo». Subito apparso in drammatiche condizioni ai soccorritori, don Carlo moriva infatti alle 13 presso l’ospedale di Vimercate. «L’investimento», spiegava il giornale monzese, «era stato motivato da una brusca sterzata a destra dell’autista per evitare un autofurgone». Commozione in città.

1949 Stato civile BIASSONO: CHI NASCE, CHI MUORE E CHI SI DICE «SÌ»

Quando c’era l’Autobianchi Quando compare questa pubblicità, sulla Provincia di Como dell’aprile 1980, l’Autobianchi produce ancora a Desio, nei 140mila metri quadri che precedentemente ospitavano la Fabbria Velocipedi e Automobili Bianchi. La fabbria nasce nel gennaio del 1955, come ristrutturazione della Bianchi, ad opera dell’ingegner Ferruccio Quintavalle, che coinvolse Pirelli e Fiat. Tre anni più tardi, i Bianchi cedono le loro quote agli altri partner. Dalle linee brianzole escono 200 utilitarie al giorno. Marchi di successo come la Bianchina e la Giardiniera. Negli anni 80, comincia il declino, fino alla chiusura nel 1992.

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1950 Moto sfiora bici: rissa a Besana

A Biassono, l’aprile del 1949 si presentò un buon mese per le nascite. Come riportava il Cittadino del 30 aprile, con il titolo un po’ altisonante di «Movimento demografico del mese di aprile». Videro la luce. All’uso dell’epoca, essendoci la patria potestà, si riportavano i nomi dei nati seguiti da quelli dei padri, preceduti da un «di» se il genitore era vivente o un «fu» se invece era spirato. Quel mese di 61 anni fa videro la luce Irene Meroni di Mario; Maria Rosa Cossa di Mario; Angelo Merlo di Pietro; Giorgio Meregalli di Emilio e Flavia Lomazzi di Carlo. Tre sole le persone passate a miglior vita, una delle quali, Ambrogio Morganti di soli 33 anni. Morte anche Maria Assunta Viganò fu Carlo, di 72 e Maria Riboldi fu Carlo, di 54. Furono in molti a convolare a nozze, in quella primavera che seguiva di soli quattro anni la fine della Guerra. All’altare andarono Luigi Galbiati con Maria Besana; Angelo Ambrogio Colombo con Adele Sangiorgio; Fiorenzo Corno con Giannina Monguzzi;Marco Zelco con Margherita Villa; Vittorio Gatti con Delfina Mosca. Si dissero sì, in quel mese, anche Pietro Ladillo con Maria Motta; Ambrogio Rossi con Emma Maggioni; Tarcisio Vergani con Rosa Radaelli. Quanti si riconoscessero in questi elenchi, se lo desiderano, possono inviarci foto di matrimonio o di battesimo, il Giornale sarà lieto di pubblicarle e di raccontare le loro storie. Una memoria privata e personale che contribuirà a quella pubblica e collettiva della Brianza.

Aprile 2010

C Colo phone il Giornale della Memoria mensile di divulgazione storica www.giornaledellamemoria.it Registrazione presso il Tribunale di Monza. n. 1975 del 15/02/2010 Direttore responsabile: Giampaolo Cerri Redazione Via Giusti, 32/c 20034 Giussano (MB) tel. 0362.285087 redazione.gdm@gmail.com hanno collaborato: Leandro Cazzaniga, Martina Cerri, Beppe Citterio, Daniele Corbetta, Doranna Fumagalli, Sergio Giussani, Walter Giussani, Annagrazia Internò, Erminia Moretto, Gigi Molteni Daniele Villa Si ringrazia per l’amichevole collaborazione: Pietro Vismara, fotografo Progetto grafico e impaginazione: box313 (www.box313.net) Editore: Associazione Culturale Storia e Territorio Via Giusti, 32/c 20034 Giussano (MB) tel. 0362.285087 email: assostoria@gmail.com Stampa A.G. BELLAVITE Via I maggio, 41 23873 Missaglia (Lc) Stampato su carta ecologica EFC, con inchiostri a base vegetale.


Politica 1980. Prove di Lega alle elezioni comunali

4 Aprile 2010

LA RAGGIERA E IL CARROCCIO A Erba esordisce la lista Brianza, l’antenato del partito di Bossi. Su manifesti scritti in verde il programma: posti comunali solo agli erbesi doc. E ottiene un consigliere

Aprile-maggio ’80, la Provincia di Como, nella pagina dedicata a Erba, apre il dibattito sulle elezioni

ERBA 1980

I

l Carroccio è nato in Brianza. E non tanto quello con cui Alberto da Giussano guidò i comuni lombardi alla vittoria contro il Barbarossa, quanto la creatura politica di Umberto Bossi, uscita trionfatrice alle recente elezioni regionali. La madre della moderna Lega può essere individuata, a buon diritto, nella lista Brianza che prese parte alle comunali di Erba, esattamente trent’anni orsono, nel giugno del 1980. Ne dà conto la Provincia di Como del 4 maggio, nella pagina tradizionalmente dedicata ai comuni del circondario comasco, inclusi quella dell’Alta Brianza. Un servizio di Elio Magni racconta ai lettori del quotidiano che la cittadina brianzola, già assurta alle cronache politiche nazionali nel 1975, con una delle prime liste «indipendenti», quella dei Democratici erbesi indipendenti-Dei, concede il bis ripresentando la «civica» e schierando anche il nuovo raggruppamento denominato appunto Brianza. Il nuovo movimento, scrive la Provincia, «si fa avanti con lo slogan indipedente e sotto il suggestivo simbolo della raggiera delle donne brianzole dell’Ottocento, sopra la scritta “Brianza”». Secondo il quotidiano comasco «lo spirito che infiamma il nuovo gruppo è molto chiaro: recuperare tutte quelle frange che non legano con i vari partiti nazionali e che, fino ad oggi, non hanno subito che delusioni dalla politica con la “P” maiuscola» Obiettivo: «Coagularsi in un movimento in grado di far risaltare i valori e le tradizioni legate alla vera Erba ed alla vecchia Brianza del lavoro e dell’onestà» Non si conoscono ancora i nomi dei candidati della proto-Lega erbese ma ne circola un programma in «12 punti per un comune senza mafia». Come nota la Provincia, «quelli

salienti e dai quali traspare maggiormente lo spirito paesano e brianzolo del gruppo sono il settimo e l’ottavo». Si parla «dei posti di lavoro nei comuni o assimilati» che, secondo la neonata lista civica, «devono essere assegnati esclusivamente a cittadini appartenenti a famiglia che risiedono a Erba almeno da 50 anni» Un programma che suscita subito un coro di proteste da parte di partiti tradizionali: «Questo è qualunquismo bello e buono, hanno sostenuto i politici, quelli della “P” maiuscola», osserva la Provincia, «non appena hanno letto i 12 punti del volantino in carta patinata e scritto in verde» (altro presagio leghista, ndr). Il programma di Brianza prosegue con altri capi-saldi dell’antipolitica. Come quello contro i professionisti dei partiti: «Il Comune», si legge nel manifesto della nuova lista, «sia governato dai cittadini e non semplicemente da uomini di partito» e le commissioni siano composte «da persone competenti, non da sprovveduti con in tasca la tessera di un partito» La civica di centrosinistra, quella dei Democratici erbesi indipendenti, bolla subito come «antidemocratiche» le posizioni di quelli della raggiera. E anche la Provincia, titolando l’articolo, tuttosommato neutrale di Magni, va giù dura definendo «alquanto razzista», nel sommario, il gruppo neocostituito. Di Brianza la Provincia torna a occuparsi solo il 22 maggio, a margine di un articolo più ampio, incentrato sulle chance delle formazioni minori. Titolo: Elezioni, i partiti più piccoli sperano di rosicchiare voti a Dc, Pci, Psi. Nel sommario si fa cenno al fatto che lo Scudocrociato sia «attaccato apertamente dalla lista indipendente Brianza» Intanto si presentano i candidati. Quelli di Brianza calano il loro asso: Max Mandelli «campione di sci

e appartenente alla nazionale di sci alpino» Un vip che viene contrapposto a Mario Del Pozzo, già portiere di Inter e Genoa, in lizza col Pci e a Gaetano Molteni, mediano dell’Erbese. I Liberali invece presentano l’ex-arbitro Sandro Ardemagni, mentre i repubblicani schierano Gianni Padula, presidente della Polisportiva di Erba. Il voto del 9 giugno premia Brianza: 373 voti e un consigliere, Enrico Rivolta, noto per essere stato un

comandane partigiano, in un’elezione che vede prevalere la Democrazia cristiana con 4.521 voti e 14 consiglieri (uno in meno del 1975). Stabili i comunisti, con 1.713 voti e cinque consiglieri sono il secondo partito mentre i socialisti ottengono 1142 voti e tre consiglieri, gli stessi della precedente tornata. Aveva ragione la Provincia: Brianza faceva la corsa sulla Dc. A Erba, trent’anni fa, era solo l’inizio di una lunga storia

In un vecchio libro UMBERTO BOSSI: CON ENRICO RIVOLTA RUPPI SUL SIMBOLO Dell’esperienza di Brianza nella storia ufficiale leghista non c’è traccia. Almeno in quella che si può leggere sul sito della Lega. In un vecchio Quaderno della Padania, edito nel 1989, Bossi però parla di un suo antico rapporto con Erba, dedicando un capitolo di quella pubblicazione, intitolato La scelta del guerriero, a Enrico Rivolta, autonomista erbese e primo consigliere comunale di Brianza. «Lo avevo contattato nel 1980 perché a Erba editava un quindicinale di qualità: Alta Brianza». Di Rivolta, Bossi ricorda il «grande amore che sentiva per la sua Brianza, appestata dagli inviati al soggiorno obbligato». E poi accenna a una riunione milanese, nel 1981 a Milano, «con un imprenditore ex-socialista, che mise a disposizione il suo studio al sabato pomeriggio per cercare di avviare la formazione di un movimento politico federalista». Lo studio, spiega il senatur, era davanti all’Hotel dei Cavalieri e lì, «prima ancora che nascesse la Lega lombarda, Rivolta e i suoi amici tentarono di dar vita a una specie di partito federalista». Ma il sodalizio fra i due non dura: si dividono, a quanto scrive Bossi, per la scelta del simbolo per il quale l’erbese proponeva «una sorta di stringa tricolore», mentre il futuro senatore aveva già in mente la sua Lega autonomista lombarda e Alberto da Giussano. I rapporti, scrive ancora il segretario, si interrompono «per setteotto anni», poi il riavvicinamento. Rivolta fu anche consigliere comunale leghista e la Lega rilevò anche la cooperativa Alta Brianza per farle editare Il Sole delle Alpi, altra rivista federalista. Ma se nella storia ufficiale non pare esserci posto per Brianza, i leghisti erbesi hanno le idee chiare sulle origini: la sede di corso Bartesaghi è intitolata a Rivolta. B.V.


Inverigo è libera: partigiani Lariani Ticinesi in posa. Da Taccuino degli anni difficili, edizioni, Istituto «Perretta»

5 Aprile 2010

Sessantacinque anni fa la Liberazione, fra pagine esaltanti ed errori

Da Vimercate ad Arcore, da Seregno a Mariano, da Lissone a Cantù, i partigiani precedono gli Alleati liberando intere città. Giornate eroiche ma con un alto tributo di vite umane

Q

uarantacinque, anno orribile eppure meraviglioso. Anno della repressione più violenta e delle fucilazioni, delle insurrezioni, dei plotoni d’esecuzione e dei processi sommari ma anche della guerra finita, della Liberazione, della libertà, della fine dell’occupazione. A guardare quello scorcio di ’900, avendo la Brianza come riferimento geografico, si provano sentimenti contrapposti: pietà e orgoglio, ammirazione e orrore. Da qui non passò il fronte, come in altre zone d’Italia. La dissoluzione del fascismo e la ritirata tedesca arrivarono prima delle truppe alleate. Per contro, le città brianzole conobbero, come altrove del resto, la spietatezza degli occupanti, la ferocia degli italiani che militavano sotto Salò ma anche la durezza dei tribunali speciali e delle esecuzioni sommarie dei resistenti decise contro gli ordini degli alti comandi partigiani. In meno di 150 giorni, fra Erba e Muggiò, fra Vimercate e Cantù, si registrarono oltre 230 morti, quelli che abbiamo censito consultando le poche fonti disponibili, legate al lavoro di alcuni storici locali. I nomi di questi uomini e di queste donne, per la maggior parte brianzoli, si trovano nell’elenco e nella carta che segue.

La mappa brianzola del Sangue dei vinti - come direbbe lo scrittore Giampaolo Pansa - in cui abbiamo però inserito anche quello dei vincitori. Un bilancio pesante, dovuto a diversi fattori. Uno, certamente, fu l’acquartieramento di truppe. Arcore, Cesano, Meda, Cantù ospitavano reparti numerosi, italiani e tedeschi, perché su tutta l’area milanese convergevano da più parti le truppe in ripiegamento. Un altro è legato alla consistenza dell’organizzazione partigiana. Una resistenza cui davano lo spunto ideale i pochi antifascisti storici della zona, socialcomunisti e cattolici, ma le cui fila furono ingrossate dai tanti cui il disastro della guerra, la barbarie delle leggi razziali avevano aperto gli occhi. Con loro anche molti militari rientrati dopo l’8 settembre e tanti giovani che rifiutarono di assecondare i colpi di coda del fascismo morente, diventando renitenti alla leva. Un ruolo decisivo, nella formazione di un così ampio schieramento antifascista, lo ebbero anche le grandi fabbriche dell’area milanese più prossime alla Brianza, come gli insediamenti di Sesto, in cui lavoravano molti brianzoli, che vissero là gli scioperi della primavera 1944. Una resistenza molto attiva, anche militarmente, quella legata al Pci, ai socialisti e anche ad alcuni

nuclei repubblicani come le Brigate Mazzini, attiva in pianura come in montagna. Un’altra, quella cattolica, più attendista, più intenta a tessere reti organizzative, più proiettata sul dopo, dato per imminente. In mezzo, strutture autonome, come la Brigata Puecher, che militò e pagò un prezzo altissimo nell’Alta Brianza, un mix di cattolici, laici ed ex-militari. Questo movimento riuscì a liberare città e paesi, evitando che la ritirata tedesca, che passava per queste strade, si trasformasse in un bagno di sangue e, che la marcia degli ultimi fascisti sulle orme del Capo, fosse ancora più cruenta di quello che era stata sin lì. Insorsero Vimercate, Monza, Cesano, Seregno, Mariano, Cantù e molti altri centri. Una resistenza che scrisse pagine eroiche, talvolta sublimi. Giancarlo Puecher Passavalli, ad esempio, poteva starsene nascoto nella villa paterna a Erba, anziché mettersi a capo di un gruppo di partigiani. Ricco, bello, colto, decise che era venuto il momento di agire «per amore dell’Italia». Uno che a poco più di 20 anni, affrontò il plotone d’esecuzione a testa alta, abbracciando e rincuorando i militi che l’avrebbero di lì a poco ammazzato. O i 37 che morirono sulla BergamoComo, per fermare una colonna fascista che cercava di raccordarsi a Mussolini.

Partigiani della Puecher e garibaldini uccisi, uno dietro l’altro, in tre scontri, negli ultimi giorni di conflitto, fra il 26 e il 27 aprile. Una strage «casuale», secondo alcune ricostruzioni. Un sacrificio, secondo altre, perché i partigiani avrebbero voluto impedire il transito della colonna dai centri abitati temendo il bombardamento alleato. Pagine tragicamente fiere, scritte dai tantissimi resistenti, specialmente comunisti, che solo per aver distribuito un volantino furono deportati nei campi di sterminio nazisti Pagine crude, quella dell’attentato omicida o della giustizia sommaria sui fascisti che, oggi, lasciano perplessi ma che, probabilmente, a ferite ancora aperte, a violenze appena patite, ebbero un loro perché. Ci furono anche pagine indegne, di efferatezza gratuita, di rancori personali covati, di istinto predatorio incontrollato. Pagine scritte dai chi della Liberazione si fece scudo. Episodi che per anni ci si è rifiutati di riconoscere per un malinteso senso della memoria, quasi che gli errori e gli orrori di alcuni potessero mettere in discussione l’onore e il sacrificio di tanti. Nelle pagine che seguono raccontiamo quattro storie di Brianza - un partigiano, un fascista, una famiglia ebrea, la moglie di un deportato che ci riconsegnano in parte quegli anni e quella immane tragedia

BRIANZA 1945

IL PREZZO DELLA LIBERTÀ


Utimi fuochi. Resistenza e fascisti nella resa dei conti finale

6 Aprile 2010

R

Riflessione sui fatti

La memoria e le scelte Brianzoli che ammazzano brianzoli. Sessantacinque anni fa, questa terra conobbe l’incubo di gente nata nelle stesse strade, che aveva respirato la stessa aria di cortile o di cascina, schierata su fronti opposti, sotto bandiere diverse, pronta a uccidersi. Brianzoli contro brianzoli: per ritrovare momenti in cui la storia ha armato la mano degli uni contro gli altri, bisogna risalire al 1300, quando i Catari allignavano qui e spesso corse il sangue. I giorni convulsi del 1945, videro i Perego contro i Perego, i Tagliabue contro i Tagliabue, i Villa contro i Villa. Fra aprile e maggio, fu un susseguirsi di attentati, fucilazioni, omicidi, esecuzioni sommarie dei vinti. Tante, troppe anche per le crudeltà di cui brigatisti neri, questurini di Salò e Ss italiane spesso brianzoli anche loro - si erano macchiati nell’anno e mezzo precedente. Non che le macerie fumanti di una guerra possano favorire l’esercizio del garantismo ma è certo che, in molte esecuzioni, si rintraccia un’efferatezza che spaventa ancora, dopo tanti anni. Ricordiamo, tutti insieme, quanti in quei giorni persero tragicamente la loro vita, perché siamo convinti che, nell’ora estrema della morte, tutti siano uguali. Lo impone quel sentimento di umana pietà che dovrebbe caratterizzare ogni società civile. Le scelte, quelle no, non furono tutte uguali. Da una parte, anche con tutte le attenuanti del caso (il senso dell’onore, l’Italia invasa ecc.) si difendeva un regime violento, che aveva condotto il Paese a una guerra disastrosa e all’ignominia delle leggi razziali; dall’altra si combatteva per costruire un Paese libero. Ricordare oggi tutte quelle vite troncate, quel sangue corso, quell’odio provato serve a far memoria di quanto bestiale sia la guerra e di quanto sia stato elevato il prezzo di ciò che abbiamo costruito in questi 65 anni: libertà, diritti, stabilità, benessere, pace. GdM

BRIANZA CONT Abbiamo censito i caduti dell’anno della Liberazione. Un elenco di oltre 260 persone, per la maggior parte brianzole, ordinato per il luogo di uccisione. Indicate anche l’età e, quando nota, la distinzione fra morte in scontro e fucilazione 1945 e dintorni

LA MAPPA DELLA GUERRA

le vittime

Tavernerio

ALBIATE Confalonieri Giuseppe, 20, partigiano, 25-04-45. ALZATE BRIANZA Meroni Attilio, 22, partigiano, 26-04-45, scontro. ARCORE Ampusi Mario, partigiano, 18-03-45; Cereda Emilio, partigiano, 02-02-45, fucilato; Colombo Pierino, partigiano, 02-02-45; Motta Aldo, partigiano, 0202-45, fucilato; Pellegatta Renato, partigiano,02-02-45, fucilato; Ronchi Luigi, partigiano, 02-02-45, fucilato AROSIO, Caslini Felice, 18,partigiano, 26-04-45. BALLABIO Ambrosini Esterina in Gatti, 41, civile, 04-09-45; Moretti Alfonso, 31, GNR, 04-09-45. BARLASSINA Marconato Generoso, partigiano; 25-04-45; Barzago, Magni Ezio, 23, civile, 28-04-45; Saccà Franco, 22,X Mas, 21-05-45 BARZANÒ Maggioni Augusto, 21, GNR, 25-04-45,disperso. BIASSONO Messa Carlo Giuseppe, 25, civile PFR, 19-05-45; Zardoni Andrea Luigi, 42, civile PFR, 15-05-45; Zardoni Andrea Luigi, 42,civile, 05-05-45, fucilato. BRUGHERIO Terruzzi Luigi, partigiano, 25-04-45. BULCIAGO Colombo Giuseppe, 27, partigiano, 27-04-45; Conti Angelo, 23, partigiano, 27-04-45; Conti Luigi, 42, partigiano, 26-04-45; Donghi Attilio, 21, partigiano, 27-04-45; Filigura Giuseppe, 27, partigiano, 27-04-45; Fumagalli Carletto, 20, partigiano, 26-04-45; Girelli Germano, 23, partigiano, 26-04-45; Preda Giovanni, 20, partigiano, 26-04-45; Radaelli Annibale, 25, partigiano, 27-04-45; Redaelli Mario, 22, partigiano, 26-04-45; Stellari Enrico, 19, partigiano, 26-04-45; Zappa Carla, 21, partigiana, 27-04-45. CANTÙ Colombo Giuseppe, 29, GNR, 02-05-45; Argenziano Roberto, 19, SS italiane; 28-03-45; Bettini Corrado, 38, SS italiane, 26-04-45; Casartelli Luigi, 22, partigiano, 13-05-45, ferite; Cetti Achille, 36, gerarca PFR, 18-05-45, fucilato; De Filippi Noemi in Cetti, 44, civile PFR,18-05 45,moglie ex Podesta Como; Falagiani Gino, poliziotto Rsi, 18-05-45, fucilato; Frà Ugo, 34, BN, 02-0545, fucilato; Giuseppe Anglieri, 20, partigiano, 26-04-45; Longoni Angelo, 20, partigiano, 26-04-45; Marzorati Anna Maria, 67, civile PFR, 12-05-45, fucilata; Mitidiero Alfredo, 31, SS italiane, 04-0445; Mutti Marco, 49, SS italiane, 26-04-45; Pennisi Umberto, 31, SS italiane, 26-04-45; Peverati Liliana, 21, SS italiane, 04-04-45; Ronchetti Olga, 40, civile PFR, 18-05-45, fucilato; Rosati Annibale, 43, SS italiane, 26-04-45; Sambruni Carlo Mario, 48, squadrista, 12-05-45, fucilato; Spazzini Giovanni, 52, partigiano, 28-04-45; Vailati Dante, 52, BN, 28-04-45; Veronesi Enrico, 55, civile, 13-05-45, fucilato. CAPRIATE Galbusera Carlo, 23, partigiano, 28-04-45. CARATE Arvati Guerrino, 29, fascista, 17-05-45, fucilato; Caretto Mario, 16, SS italiane, 26-04-45; Consonni Gianni, 24, militare, 28-04-45, assassinato; Guagliumi Giovanni, 57, civile PFR, 09-05-45, fucilato; Maggioni Erminio, 40, civile PFR, 09-05-45, fucilato; Marchese Giovanni, 50,civile PFR, 09-05-45, fucilato; Portada Fabio, 31,medico, 15-03-45. CASATENOVO Beretta Natale, 26, partigiano, 03-01-45, fucilato; Colombo Gabriele, 23, partigiano, 03-01-45, fucilato; Farina Angelo, 29, partigiano, 13-01-45; Ferrario Ermenegildo, 30, paritigiano, 13-01-45. CAVENAGO Besana Luigi, 21, partigiano, 26-04-45. CESANO M. Borghi Carlo, 21, partigiano, 25-04-45; Busana Agostino, 15, SS italiane, 25-04-45, fucilato; Busnelli Luigi, 20, partigiano, 10-03-45; Calastri Giuseppe, 39, BN, 27-04-45, ucciso; Casiraghi Giovanni, 34, BN, 29-04-45; Colombo Alfredo, 43, BN, 26-04-45; Colombo Giuseppe, 21, partigiano, 25-04-45; Correngia Ferdinando, 43, BN, 29-04-45, fucilato; Ferrabue Luigi, 64, partigiano, 22-04-45; Fioroni Nerina, 19, BN, 29-04-45; Giomé Giuseppe, 40, BN, 29-04-45, fucilato; Giovannetti Carlo, 53, v.urbano, 29-04-45, fucilato; Lanosa Fedele, 35, BN, fucilato; Mandelli Mario, 35, BN, 29-04-45, Mangano Giuseppe, 63, BN, 29-04-45, fucilato, Mauri Agostino, 41, BN, 03-05-45, disperso, Pessiana Caio, 56,BN, 25-04-45, fucilato; Picozzi Mario, 36, BN, 29-04-45, fucilato; Pozzi Natale, 42, BN, 2604-05, fucilato; Riviera Giovanni Alfredo, 27, BN, 29-04-45; Tognon Giovanni, 22, partigiano, 2704-45, Viganò Olivo, partigiano, 25-04-45. CUSANO Balconi Giacomo, 33, partigiano, 26-04-45. DESIO Casati Ferdinando, 45, BN, 04-05-45, fucilato; Colleoni Vittorio, 21, GNR, 12-07-45; Gianrusso Giovanni, 49, BN, 04-05-45, fucilato; Grilli Giovanni, 39, BN, 04-05-45, fucilato; Kunze Otto, 51, industriale, 01-05-45, fucilato; Lattuada Luigi, 16, BN, 22-04-45; Meroni Giosue, 41, BN, 12-05-45; fucilato; Muzzi Cesare, 40, BN, 22-04-45; Tabbia Edoardo Luigi, 37, BN, 03-05-45, fucilato; Viganò Isidoro, 48, BN, 01-05-45, fucilato; Zucchelli Ada Caterina, 21, 07-05-45, fucilata. ERBA Galli Guido, 24, GNR, 27-04-45, fucilato; Gregori Leonardo Giuseppe, 45, esercito Rsi, 02-05-45, fucilato; Mambretti Gustavo, 28, BN, 02-05-45, fucilato; Mori Arturo, 46, GNR, 01-05-45, fucilato; Patacchia Agostino, 30, poliziotto, 01-05-45, fucilato; Sacchetti Luigia in De Angeli, civile PFR, 30-09-44; INTROBIO Redaelli Vincenzo, 19, BN, 13-04-45; INVERIGO Redaelli Franco, 23, GNR, 04-05-45. LISSONE Arzani Ennio, 29, BN, 29-04-45; Gislon Fausto, 42, falegname, 18-05-45, fucilato; La Cava Alessio, 23, Muti ardito, 16-06-44; Mapelli Guglielmo, 37,GNR, 17-05-45; Mori Luciano, 45, militare Rsi, 30-04-45; Tempini Giuseppe, 55, ex-maresciallo Cc, 03-05-45, ucciso; Veronelli Alfredo, 52, militare Rsi, 14-05-45. LURAGO D’ERBA Campodonico Bortolo, 20, GNR, 27-04-45; Dossena Giuseppe, 35, GNR, 26-04-45; Zanotti Aurelio, 46,GNR, 27-04-45, disperso. MACHERIO Gatti Giuseppe, 25, partigiano, 26-04-45. MARIANO Bruschi Angelo, 31, vicequestore, 02-06-45; Camnasio Gianfranco, 25, militare Rsi, 20-04-45, disperso; Camnasio Luigi, 49, civile PRF, 28-04-45; Canesi Giuseppina, 37,civile, 26-04-45; Gobello Giuseppe, 35, SS italiane, 30-04-45; Nube Mario, 25, poliziotto, 28-04-45; Pallavicini Pasquale, 37, civile, 18-04-45; Parelli Gino, 23, SS italiane, 30-0445, fucilato; Petrillo Giuseppe, 38, autista, 12-05-45, fucilato; Pozzi Luigi, 17, SS italiane, 26-04-45, ; Saluppo Dante, 26, vigile fuoco, 12-05-45; Scano Davide, 45, SS italiane, 28-04-45; Vismara Ernesto, 34, poliziotto, 28-04-45; MERATE Mocenigo Soranzo Maria in Medici del Vascello, 48, 1105-45,civile fascista, scontro; Perego Ernesto, BN, 08-05-45. MONZA Beretta Riccardo, 24, Marina, 10-01-45, caduto; Brioschi Giovanni, 18, GNR, 26-02-45, Colombo Lino, 27, bersagliere, 29-09-44;

La

26 26aprile aprile

Albese con Cassano

Lipomo

3 Orsenigo Alzate

Capriano Intimiano

L

27 27aprile aprile

27 27apr ap

27 27aprile aprile

Cantù

2-18 2-18maggio maggio Vertemate con Minoprio

88

Arosio

Figino Serenza

Mariano Comense

Cermenate

26 26aprile aprile

Carimate Lazzate

30 30aprile aprile

Lentate sul Seveso

Misinto

Cabiate

66

Meda

25 25aprile aprile

Barlassina Seveso Cesano Maderno

26 26aprile aprile

Desio

25 25aprile aprile

B. Masciago

27 27aprile aprile Nova Milanese

22 12 12maggio mag-

11

25 25aprile aprile 24 24aprile aprile

11

33maggio maggio

30 30aprile aprile

22

Colombo Pietro, partigiano, 16-03-45, fucilato; Colombo Silvio, 42, militare, 29-09-44; Dell’Orto Luigi,29, partigiano, 16-03-45, fucilato; Gambarini Amerigo, medico militare, 25-05-45, fucilato; Gatti Giuseppe, 25, partigiano, 25-04-45, scontro; Gino Gatti, 46, GNR maggiore, 28-04-45; Grassi Ernesto, 42, partigiano, 25-04-45; Inzoli Angelo, partigiano, 16-03-45, fucilato; Jovino Antonio, Xmas, 27-04-45; Maccalli Mario, 19, GNR allievo, 01-01-45, caduto; Malfasi Giuseppe, partigiano, 16-03-45, fucilato; Martino Luigi, 33, m.llo ANR, 07-04-45,ucciso posto di blocco; Marzetti Tarcisio, 19, GNR allievo, 01-01-45, caduto; Mengoni Carlo, partigiano, 26-04-45; Michelini Vittorio, 22, partigiano, 25-01-45; Paleari Gian Carlo, B.N, 05-05 45, fucilato; Pintonello Luigi, 20, 14-06-45; Ratti Alfredo, 22, partigiano, 25-01-45; Riboldi Alberto, 43, partigiano, 09-04-45; Saltarella Mario, 41, GNR, 30-04-45; Signoretti Romolo, 36, GNR, 03-05-45, fucilato; Vignati Gianfreda, partigiano, 12-03-45, fucilato. MUGGIÒ Volontieri Carlo, 36, partigiano, 11-05-45, ferite. NIBIONNO Giussani Costante, 28, partigiano, 26-04-45. NOVA M.SE Perego Virginio, PFR, 12-05-45, disperso;, Balboni Giacomo, 33, partigiano, 26-04-45, scontro; Crippa Bruno, 25, civile, 26-04-45; Pagani Giuseppe, 23, civile, 26-04-45; Poldemengo Enrico, 35, partigiano, 26-04-45. OGGIONO Riva Giuseppe, 19, militare, 30-05-45. OLGIATE MOLGORA Mandelli Enrico, 26, partigiano, 26-04-45; Nava Pietro, 41, BN, 26-04-45; Ripamonti Pietro, 29, partigiano, 26-04-45. ORNAGO Besana Luigi, 21, parti-

11


TRO BRIANZA Partigiani

fucilato

Asso Caslino d’Erba

Valmadrera

Canzo

Nazifascisti

Eupilio Cesana Brianza

Erba

Galbiate

Longone al Segrino

fucilato

Muggiono

Olginate

Molteno

26-27 aprile

25 25aprile aprile

25 25aprile aprile

Airuno

Costa Masnaga

Lurago

Bulciago Lambrugo Nibionno

Inverigo

Olgiate Molgora

Sirtori

Verduggio con Colzano

Brivio

Barzanò

27 27aprile aprile

Calco

Briosco Besana Giussano

Robbiate

Osnago

26 26aprile aprile

8

Lomagna

Paderno d’Adda

Triuggio Albiate Seregno

Merate

Cernusco Lombardone

22

Carate

1

Lesmo

Carnate

Verderio Inferiore

Usmate Velate

Sovico

Bernareggio Macherio Arcore

22febbraio febbra-

Biassono

Busnago

55 Vimercate Lissono

Bellusco

Villasanta

Monza Muggiò

Questa carta non riporta tutti gli avvenimenti della lotta di Liberazione in Brianza. Ne abbiamo indicati alcuni, significativi come fatti d’arme o simbolici delle dure giornate di lotta di quello scorcio di 1945. Nella legenda soprastante: i due schieramenti, contrassegnati dalla stella o dall’ascia bipenne, e le diverse situazioni in cui gli uomini in campo hanno perso la vita.

25 25aprile aprile

Cavenago Concorezzo Agrate

16 16marzo marzo

combattimento

33gennaio gennaio

28 aprile 18 maggio Verano

fucilato

insurrezione

Missaglia Casatenovo

37

I partigiani della Brigata Puecher cercano di bloccare una colonna fascista che arriva da Brescia, via Bergamo. In tre scontri, a Rovagnate, Bulciago e Lurago d’Erba muoiono complessivamente trentasette uomini

Monticello Carugo

disperso

Civili

30 30aprile aprile

11

scontro a fuoco

25 25aprile aprile

Bosisio Parini Merone Rogeno

Albavilla

rile prile

disperso

Civate

Proserpio

Ponte ambro

scontro a fuoco

Cambiago

30 30aprile aprile

66 55

giano, 26-04-45; Ronco Giacomo, 20, partigiano, 26-04-45; Saronni Giovanni, 25, partigiano, 26-

Silvano, 19, GNR, 24-04-45; Magni Angelo, 24, GNR, 03-05-45, fucilato; Mario Mangani, 49, gior-

04-45; Sesana Augusto, 24, partigiano, 26-04-45, scontro. OSNAGO Manzoni Arturo Emilio, 45,

nalista, 30-04-45; Perego Bruno, 19, BN, 29-03-45, disperso; Tagliabue Giuseppe, 47, civile, 26-04-45, custode Casa Fascio; Tagliabue Rodolfo, 36, civile antifascista, 26-04-45. SOVICO Sala Elisa, 20, partigiana, 17-02-45, fucilata. VAREDO Agostoni Carlo, 55, civile, 25-04-45; De Ponti Pasquale, 24,

GNR maggiore, 26-04-45; Perego Paolo, 32,ex BN, 15-05-45. PESSANO Barzago Angelindo, partigiano, 09-03-45, fucilato; Beretta Angelo, partigiano, 09-03-45, fucilato; Gibellini Alberto, partigiano, 09-03-45, fucilato; Viganò Angelo,20, partigiano, 09-03-45; Cesana Claudio, 20, partigiano, 0903-45; Cesana Dante, 25, partigiano, 09-03-45; Mauri Giuseppe, partigiano. ROBBIATE Bazzigaluppi Luigi, 47, GNR, 24-05-45, fucilato. ROVAGNATE Belotti Giovanni, 39, partigiano, 26-04-45, Bonacina Luigi, 22, partigiano, 26-04-45; Brusadelli Marco, 24, partigiano, 26-04-45; Conti Mario, 29, partigiano, 26-04-45; Crippa Fiorenzo, 26, partigiano, 26-04-45; De Capitani Arturo, 24, partigiano, 26-04-45; Fumagalli Ugo, 27, partgiano, 26-04-45; Giudici Felice, 26, partigiano, 2704-45; Locatelli Carlo, 37, partigiano, 26-04-45; Magni Aristide, 23,partigiano, 26-04-45; Magni Ezio, 23, partigiano, 26-04-45; Motta Francesco, 19, partigiano, 26-04-45; Rigamonti Enrico, 20, partigiano, 26-04-45; Riva Emilio, 23, partigiano, 26-04-45; Riva Luigi, 25, partigiano, 26-04-45; Sironi Alessandro, 18, partigiano, 26-04-45; Spinelli Mario, 31, partigiano, 26-04-45; Valsecchi Luigi, 24, partigiano, 26-04-45; Mauri Erminio, 25, partigiano, 26-04-45; Sala Ugo, 23, partigiano, 26-04-45. SEREGNO Bersani Giuseppe, 46, civile, 03-05-45; Dall’Orto Enrico, partigiano, 25-04-45; Frigerio

civile, 25-04-45; Farina Giovanni, 60,civile, 25-04-45; Spinelli Francesco, 58, civile, 25-04-45 VEDANO Bonfanti Enrico, 24, partigiano, 27-04-45, scontro; Bonfanti Marco, civile, 26-04-45. VIMERCATE Vaghi Enrico, 53, gerarca, 28-04-45, Erba Pietro, 36, BN, 30-04-45, Farinacci Roberto, 53, gerarca, 28-04-45; Parma Orazio, 40, civile, 26-04-45; Veronesi Enrico, 54, BN, 30-04-45; Vigitello Natale, PFR, 26-04-45; Vigliano Luigi, esercito Rsi, 19-02-45; Villa Luigi, 32, BN, 27-04-45; Vismara Ernesto, BN, 01-05-45, fucilato; Zanotti Aurelio, BN, 03-05-45, fucilato; Varisco Giovanni, 31, partigiano, 01-05-45, ferite Legenda: X Mas Decima Mas, reparto di Marina utilizzato su terra ferma; BN Brigate Nere; PFR Partito Fascista Repubblicano; GNR Guardia Nazionale Repubblicana. Fonti: Archivio caduti Repubblica sociale italiana - www.laltraverita.it; Resistenza in Brianza di Pietro Arienti edizioni, Bellavite editore.

7 Aprile 2010

C

Di chi si parla

Mussolini, ultimo atto Caduta, ripresa e fine del fascismo in Italia in dieci date. 25 luglio 1943: il Gran Consiglio vota l’ordine del giorno De Bono-Grandi che sfiducia Benito Mussolini. Fra i dirigenti fascisti contro il Duce anche il genero, Galeazzo Ciano. Mussolini viene fatto arrestare dal Re e condotto prigioniero a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Nominato, presidente del Consiglio, il maresciallo Badoglio annuncia la continuazione del conflitto. 8 settembre 1943: l’Italia firma l’armistizio di Cassibile con gli Alleati. I Savoia fuggono a Brindisi, già in mano angloamericana, i Tedeschi piegano le sporadiche resistenze di militari italiani e prendono il controllo del Paese. 13 settembre 1943: un commando di paracatudisti tedeschi libera Mussolini e lo conduce in Germania. 18 settembre 1943: Mussolini annuncia, per radio, da Monaco, la nascita della Repubblica sociale italiana. 27 settembre 1943: il Duce stabilisce la sua dimora a Gargnano sul Garda. Per gli antifascisti è la Repubblica di Salò. 10 gennaio 1944: a Verona, si processano e si fucilano i gerarchi fascisti traditori. Ucciso anche Ciano. 15 luglio 1944: Mussolini si reca in Germania a visitare le quattro divisioni italiane che i Tedeschi stanno addestrando. 16 dicembre 1944: Mussolini torna a parlare in pubblico. Lo fa a Milano, in un comizio al Teatro Lirico. Migliaia di persone per le strade. 25 aprile 1945: gli Alleati premono ormai su Milano; i Tedeschi si accordano per la ritirata. Mussolini, sentendosi tradito, decide di partire alla volta di Como. 26 aprile 1945: il Capo del fascismo viene intercettato mentre a Dongo, a bordo di un blindato tedesco, tenta di passare in Svizzera. 28 aprile 1945: a Giulino di Mezzegra, Mussolini viene fucilato assieme a Claretta Petacci. Lo stesso giorno, i corpi dei due, assieme a quelli di altri gerarchi fucilati, vengono esposti a Piazzale Loreto, nel luogo dove, mesi prima, erano stati fucilati alcuni partigiani. La folla infierisce sulle salme, che vengono poi issate a testa in giù sulla pensilina di un benzinaio.


Il capo partigiano. Ad Arosio blocca le ritorsioni

8 Aprile 2010

C L

Libri Di chiper si parla capire

Il O cardinal bella ciao Montini in libreria

Titolo Titolo TitoloTitolo TitoloLa ResiOltre ai già citati talia: assegnata Lira stenza in Brianzaalla di Piel’oscar dellaemoneta tro Arienti La memoria Italia: assegnata alla Lira dimenticata di Norberto l’oscar della moneta Bergna (per entrambi, legItalia: Lira gere le assegnata schede dellealla pagine l’oscar della moneta seguenti), ci sono altre opeItalia: assegnata alla Lira re che aiutano a capire che l’oscar della moneta cosa accadde in Brianza fra Italia: assegnata alla Lira l’8 settembre 1943 e giorni l’oscar della moneta di fine aprile 1945 che Italia: assegnata allaconLira dussero alla Liberazione. l’oscar della moneta Taccuino degli anni Italia: assegnata alladiffiLira cili, curato da Daniele l’oscar della moneta Corbetta l’Istituto di Storia Italia:per assegnata alla Lira l’oscar della moneta contemporanea «Pier AmaItalia: assegnata alla to Perretta» di Como conLira la l’oscarLibri, dellaèmoneta Nodo uno di questi. Italia:sua assegnata Lira Nella secondaalla ediziol’oscar monetadavvene, offredella un quadro

ro ampio del fenomeno resistenziale in Alta Brianza e Valassina, attraverso 302 pagine dense di racconti personali, testimonianze e foto d’epoca. Lettura esaltante è Una pagina di Resistenza in Brianza - La Brigata Puecher, lunga testimonianza di Irene Crippa, letterata e partigiana, recentemente ripubblicato da Bellavite editore. Libro toccante sia perché ha la forza del racconto di chi ha vissuto in prima persona, sia per la storia personale della Crippa, morta in solitudine e indigenza a Renate, negli anni Sessanta. Da non perdere anche Testimonianza di donne monzesi dall’antifascismo alla Resistenza, un libro del 1984, edito da Nuova Luna, che offre i ritratti della Liberazione in rosa, con prefazione di Tina Anselmi, figura nobile della Prima Repubblica. Quasi introvabile, I giorni della insurezione, un libretto che narrà i giorni intensi della Liberazione a Cantù. Lo firmò nel 1993 Gianni Paini, storico fotocronista della città del pizzo, scomparso pochi anni fa. Fra i nuovi titoli, da segnalare due saggi dello storico Giorgio Vecchio per l’editrice InDialogo dell’Ambrosianeum: La Resistenza delle donne 1943-45, (123 pagine, euro 12,50) e Le suore e la Resistenza (382 pagine, 18 euro). Due lavori che pongono l’accento su profili spesso poco noti della lotta di Liberazione.

E L’UFFICIALE ALPINO DISSE: NESSUNA VENDETTA Dalle alleanze con gli ex-Cc ai prigionieri espatriati in Svizzera: storia di Carlo Folcio, comandante della piazza per il Cln di Beppe Rivolta

I

n quei momenti è facile fomentare l’odio. Lo fa chi non sa cosa vuol dire usare le armi contro una persona». Carlo Folcio, nativo di Inverigo, ufficiale alpino in Abissinia, aveva 32 anni nel 1945 e comandava i partigiani Lariani-Ticinesi di Arosio, legati al Corpo volontari per la libertà, formazione che raggruppava laici e cattolici, collegato al governo di Badoglio. Prima di morire, nel 2005, ha reso a Daniele Corbetta una bellissima testimonianza che è stata inserita nel Taccuino degli anni difficili, edito dall’Istituto di Storia contemporanea «Perretta» di Como. Racconta di una resistenza in pianura, fra Arosio, Carugo e Cabiate, dopo un tentativo di acquartierarsi in montagna, all’Alpe Viceré di Erba, durato solo otto giorni: «C’è chi la pensava in una maniera, chi la pensava a un’altra, chi ha la mamma...siamo tornati a casa». Folcio ricorda la collaborazione clandestina con i Carabinieri trasformati in Guardiana nazionale repubblicana da Mussolini - «erano dalla nostra parte: mi proteggevano, ci davano le armi». Fino a fargli conoscere in anticipo anche gli orari delle perlustrazioni. Come quella volta, nell’inverno

Reparto del Battaglione Puecher a Erba. Da Taccuino degli anni difficili. Ist. Perretta, Co

1944, quando dalla caserma di Cabiate fecero sapere che una certa notte non sarebbero usciti. Folcio e i suoi approfittarono per sparare alle finestre del capo fascista locale, un certo Comi, «alcuni colpi di avvertimento». Il giorno dopo, sulla facciata della palazzina «apparve un cartello che recitava: “Qui non vivono solo i fascisti, qui vivono gli operai”. Fatto sta che Comi, a Mariano, non si è più visto». Il gruppo compie sequestri di materiali - coperte, viveri - poi inviati a quelli della Puecher che stavano in montagna, oppure trasferisce

ex-prigionieri inglesi dai boschi di Carugo alla Svizzera. Una notte, Folcio con un compagno, Natalino Tagliabue, ne portarono due fino a Nesso, sul lago, dove una barca li avrebbe trasbordati. Li fecero salire sulle canne delle bici e pedalarono per diversi chilometri: «Eravamo tutti e quattro armati: se ci avessero beccati ci avrebbero fucilati sul posto». E nei giorni della Liberazione, la formazione paga il suo prezzo: Caslini, un giovane di Arosio, ucciso dai tedeschi in ritirata, da una colonna che attraversava il paese.

Mario Radaelli, 21 anni, di Lambrugo, invece era corso a Bulciago in aiuto di quelli delle Brigata Puecher, che a Rovagnate avevano avuto un primo scontro con i fascisti della Divisione Etna in ritirata sulla Bergamo-Como. Cadrà insieme ad altri 36 nella notte fra il 26 e il 27 aprile. E anche il comandante Folcio rischierà: mentre lui era alla macchia le Brigate Nere avevano minacciato la moglie di portarle via il primogenito, Luigino, se non avesse rivelato il suo nascondiglio. «Ogni volta che sentiva arrivare una macchina, correva alla finestra terrorizzata». Giorni tremendi, quelli della fine aprile 1945, in cui erano tesi anche i rapporti con i partigiani comunisti: «Erano giovani e troppo imprudenti: negli ultimi tempi se qualcuno avesse sparato un colpo i tedeschi avrebbero reagito». Ad Arosio, alla fine, tutti rispettarono la sua consegna: lasciar ritirare i Tedeschi. Non fu facile neppure impedire le vendette: «A Mariano ne hanno ammazzati sette», ricorda il capo partigiano, «e a Carugo c’erano quelli che volevano fucilare i fascisti ma io e il ragionier Turri ci siamo opposti». Si voleva giustiziare una guardia, rea di aver fatto arrestare due giussanesi, di cui uno era finito al muro. Folcio lo sottrasse all’esecuzione sommaria, facendolo scortare in carcere. Così in più di una circostanza, avendo in odio gli eccessi: «Altri hanno cercato di vendicarsi tagliando i capelli alle donne.Purtroppo anche tra i partigiani c’era qualche disgraziato che non agiva da uomo». Comandante della piazza nei giorni dell’insurrezione e presidente del Cln nei quattro anni successivi, Carlo Folcio, alpino e comandante partigiano, cercò sempre «di calmare gli animi e riportare la pace»

Il fascista. Monzese, 20 anni, freddato sulla Valassina

IL CUOCO DI SALÒ UCCISO ALLA FERMATA DEL TRAM Silvano Frigerio ripiegava dal Garda verso Como. Fatale l’idea di passare da casa: gli spararono un colpo alla nuca

N

el giugno del 1944, la classe 1926 fu chiamata alle armi. Silvano Frigerio, che il 2 compiva 19 anni, sarebbe dovuto partire ma aveva un piede rotto, ingessato, e l’arruolamento fu evitato. Mesi dopo, però, la polizia lo fermò per le strade di Monza, dove viveva. Controllati i documenti, vu inviato immediatamente al Distretto militare: o la divisa della Repubblica sociale, o il carcere. E la scelta era possibile solo perché Mussolini, il 28 di quell’anno, anniversario della Marcia su Roma, aveva amnistiamo i renitenti. Come racconta Norberto Bergna nel suo La memoria dimenticata, Frigerio segue i consigli degli amici e veste la divisa grigioverde. Lo inquadrano nella Legione M, la Guardia del Duce e lo spediscono sul Garda, appunto a vegliare sull’incolumità del Capo del fascismo. Ma a Salò, proprio per via di quel piede infortunato, Frigerio lavora in cucina, come spiega in una lettera che indirizza alla madre, a Monza. Avrebbe voluto raccontargli altro, Silvano. Della paura, dell’incertezza, del sentire la fine vicina, col fronte che avanzava. O forse voleva sempli-

cemente salutarla, la madre, quando, avuto l’ordine di spostarsi a Como con la Legione che doveva là ricongiungersi al Duce per acquartierarsi in Valtellina, decise di deviare verso Monza. «Pensò di fare una sosta a casa, dove la famiglia risiedeva in via Manzoni», scrive Bergna. O forse pensava di consegnarsi, di dire basta a quella guerra che non era la sua. Arrivato a Seregno in treno, la mattina del 24 aprile, Frigerio si reca alla fermata del tram all’angolo della Valassina. A due passi c’è la Casa del Fascio.

Indossa l’uniforme, la M di Mussolini luccica sul bavero della giacca con il fascio repubblicano. In attesa che arrivi, sferragliando, il tram, Frigerio si china sul sacco che ha poggiato ai suoi piedi per prendere qualcosa. È in quel momento che uno dei due uomini che stavano passando in bicicletta, scende dal mezzo, gli si avvicina velocemente, e gli spara alla nuca. E dopo l’esecuzione, l’oltraggio della depradazione: «Il secondo individuo frugò nello zaino abbandonato a fianco del povero Silvano, tolse il portafoglio e lo alleggerì di tutti i soldi ivi contenuti: la decade e tutti i documenti». Con veloci pedalate gli assalitori ritornarono verso il rione Lazzaretto. Frigerio non morì sul colpo, tanto che alcuni passanti lo portarono alla vicina Abbazia degli Olivetani. Lì, secondo le testimonianze, il legionario monzese spirò, dopo aver fatto in tempo a sussurrare: «Sono di Monza, non ho fatto niente, sono innocente». Cinquant’anni dopo, Francesco De Gregori scriverà una canzone che sembra raccontarlo: Il cuoco di Salò. Che dice: «Ma qui si fa l’Italia o si muore/dalla parte sbagliata/in una bella giornata di sole»


LA SOLITUDINE DI MARIA, MOGLIE DI SOVVERSIVO NARA/USHMM

Il marito, il gappista Michele Robecchi, fu arrestato e deportato a Dachau. Lei cercò drammaticamente di seguirlo fino al confine

1945, liberatori. Truppe alleate fanno il loro ingresso in un campo di concentramento nazista

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aria Galletti, da Muggiò, nell’aprile del 1945 vide la fine di uno strazio che le aveva spezzato la vita. Suo marito, Michele Robecchi, bergamasco, era morto alla fine dell’anno precedente a Dachau. Partigiano, era stato arrestato a Saronno e da qui, dopo una sosta a Bolzano, era stato internato nel lager. Quel marito con cui Maria aveva condiviso la scelta della lotta di liberazione. Lo raccona un libro del 1984, Testimonianze di donne monzesi dall’antifascismo alla

resistenza, edito dall’Associazione Novaluna ma altre testimonianze si trovano sul sito dell’Anpi di Muggiò (www.digilander.libero. it/anpimuggio). La decisione è del 8 settembre del 1943: «Mio marito mi disse: “Maria, è giunto il momento, dobbiamo muoverci” e io ricordo di averlo abbracciato forte, con affetto e orgoglio. Subito dopo, però, ho avuto paura, paura di qualcosa che non sapevo ma che sentivo sarebbe accaduto. Così incominciammo la nostra lotta».

Michele era un gappista: elettricista alla Breda, organizzava la resistenza in fabbrica, distribuiva volontini, sabotava i materiali destinati alla Germania. Finché tedeschi e fascisti scoprirono la rete clandestina, arrestando molti ma non Robecchi che però dovette lasciare la fabbrica, sbarcando il lunario con piccoli lavori d’artigiano, quasi in clandestinità. Nel frattempo continuava la lotta. E Maria con lui: faceva la staffeta, trasportando documenti e armi. Insieme alla cugina Augusta Merati. «Portavamo misteriose borse a Cantù senza conoscerne il contenuto», ricorda, «solo dopo abbiamo saputo che c’erano bombe a mano e volantini». Finché un giorno, il cerchio si chiuse anche intorno a Robecchi, che finì a San Vittore. La signora Galletti lo seppe da un tizio che gli riportò la bicicletta del marito e un biglietto autografo che diceva: «Mi portano via». Corse inutilmente al carcere milanese: i sovversivi erano stati trasferiti allo scalo Farini per lasciare la città. «Con il cuore in gola mi feci portare allo scalo», racconta la donna, «inutilmente: la stazione era deserta: il treno era partito da circa dieci minuti. Allora, piangendo in silen-

zio, tornai a casa». Poi qualcuno le disse che il convoglio era a Sesto. Altra corsa. Maria cerca fra i vagoni in partenza: «Nel freddo gelido di quella mattina, trovai una lunga serie di carri bestiame con le porte tutte sprangate e le finestrelle, in alto, sbarrate da filo spinato. Bussavo alle porte di tutti i vagoni col mio pacchetto in mano. “È qui Michele Robecchi?”chiedevo. “No, non è qui” rispondevano voci soffocate». Altre notizie arrivarono dal campo di smistamento in Alto Adige. Maria racimolò i soldi per il viaggio ma i bombardamenti avevano messo fuori uso la linea del Brennero. E poi la notizia che Robecchi era stato trasferito in Germania. Poi giunse la primavera e con la primavera la gioia della liberazione e la fine della guerra. «Tornerà?», si chiedeva. Arrivava ogni tanto a Milano o a Monza qualche superstite dei lager e raccontava cose terribili. Finché un giorno, giunge la notizia che alcuni deportati sono arrivati a Milano e subito ricoverati al Niguarda. Un altra corsa, l’ennesima. Maria Galletti percorre lentamente le camerate, ha con sé una foto del marito. Si aggira fra i letti: «I ricoverati, pallidi e scheletriti , mi guardavano da sotto le coperte con i grandi occhi impauriti e non dicevano nulla. Nessuno, probabilmente, l’aveva incontrato o conosciuto». Finché una suora la conduce in ufficio, per consultare un elenco di sopravvissuti. Ma quella lista riporta i nomi di quelli che da Dachau non ritorneranno e Robecchi è fra questi. «Mi sembrò di precipitare in un abisso». Un malore poi si riprende: a casa l’aspettano i due figli piccoli. «Senza più lacrime ma sempre singhiozzando scesi adagio le scale e uscii in strada. Solo in quel momento capii di essere sola: lui non sarebbe più tornato»

I deportati. A febbraio 1945, un’inutile fuga a Seregno

I GANI, COSÌ SPARISCE UNA FAMIGLIA EBREA Cinque israeliti milanesi, sfollati in Brianza per sottrarsi alle persecuzioni, finirono nel lager di Birkenau per una spia

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ster e Regina Gani furono viste, per l’ultima volta, l’11 febbraio del 1945 a Bergen Belsen, campo di concentramento nazista dove finivano soprattuto le donne. La loro tragedia e quella di tutta la famiglia Gani, ebrei milanesi sfollati da Milano nell’autunno del 1943, comincia però a Seregno. A raccontarlo è Pietro Arienti, nel suo Viaggio tra i luoghi della Resistenza in Brinza, edito dalla Spi Cgil nell’aprile scorso. I Gani sono di origine greca. Giuseppe, il capofamiglia era nato nel 1895 a Giannina e, trasferitosi in Italia alla fine della Grande Guerra, sposa a Milano un’ebrea ellenica: Speranza Zaccar. Siamo nel 1925: Giuseppe Gani ha un’attività piuttosto florida di commercio: esporta tessuti. Nel ’26 nasce Regina, due anni dopo, Ester e, nel 1928, Alberto. La vita, nella casa di Corso Vercelli 9, scorre senza problemi. Tutto sembra crollare il 5 settembre 1938, quando un regio decreto introduce l’antisemitismo in Italia. I Gani «sono costretti ad inoltrare domanda per poter rimare in Italia (1939), per poter conservare personale di servizio ‘ariano’ (1939, 1941)». I figli vengono espulsi dalle scuole. Nel ’43, Gani realizza che la situazione sta precipitando e sfolla i suoi a Seregno, portando la sua famiglia in affitto dai Mazza, che li ospitano in alcuni locali della trancia di cui sono proprietari. Intanto, a Milano, gli sequestrano l’appartamento e tutti i beni. Alla Banca Commerciale fanno altrettanto, con tutti i suoi averi: 1.228,80 lire, incamerate poi dallo Stato.

La famiglia israelita sente la situazione farsi difficile: Gani sposta i suoi alla Ca’ Bianca, una cascina fatta di due cortili chiusi, «abitata da numerosi nuclei familiari di umili origini», scrive Arienti. Qui, Luigi Casati, contadino e antifascista, che vive con la famiglia al pian terreno, ospita Speranza con i figli, mentre Giuseppe si sposta in via Volta, presso una delle figlie sposate dell’agricoltore. Esistenza misera: Casati divide patate e verdure, le uniche vivande, anche con i fuggiaschi. Ma la loro presenza finisce per dare nell’occhio, a fine agosto, probabilmente per una delazione, una squadra fascista irrompe nell’appartamento del Casati e porta via la signora Gani con i figli e anche tre sorelle Casati. A notte, anche Giuseppe Gani viene arrestato: lo trovano al Dosso. Il 20 agosto la famiglia Gani al completo torna a Milano ma non nella bella casa di Corso Vercelli: per i cinque si aprono le porte di San Vittore. Dopo un mese sono nel campo di smistamento bolzanino di Gries, dove restano per due settimane e dal lì, via treno, per quattro giorni, in condizioni disperate, sono trasferiti a Birkenau. Per i genitori, Giuseppe e Speranza, e per il piccolo Alberto, di soli sette anni, quella è la tappa finale: per loro c’è subito la camera a gas e il forno crematorio. Ester e Regina procedono per Bergen Belsen. Poco più che bambine, «furono fra le 59 persone che superarono la selezione, come recitano i documenti tedeschi conservati nell’archivio storico del museo di Auschwitz. Furono destinate al lavoro da schiave o a qualche postribolo nazista». Nessuna notizia di loro dal febbraio di quel 1945

9 Aprile 2010

BRIANZA 1960

La comunista. Muggiò, staffetta e sposa


10 Aprile 2010

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Di cosa si parla

Resistenza su internet Per capire che cosa fu la Resistenza in Italia, molte notizie si trovano anche internet. Nel portale dell’Istituto naziona italiano per la storia del movimento di Liberazione in Italia (www.italia-liberazione.it) si trova materiali storico di notevole valore anche perché l’Inismli mette in rete il patrimonio dei singoli istituti regionali. Ancora molto attiva, l’Associazione nazionale partigiani italiani-Anpi (www.anpi. it), presente anche in Lombardia. In particolare, in Brianza, si segnalano tra le più vivaci, sul web, le associazioni di Monza (www.anpmonza.it) Lissone (http://anpi-lissone.over-blog.com), Carate (http://anpicaratebrianza. blogspot.com). E proprio il sito dell’Anpi lissonese contiene una parte storica, ricca di fotografie, relative al periodo fascista.

Arienti, storico della Resistenza

LA MEGLIO GIOVENTÙ DELLA BRIANZA Il movimento partigiano scrisse in questa terra pagine importantissime ed eroiche

S

eregnese, classe 1961, Pietro Arienti si è avvicinto alla ricerca storica ormai una quindicina di anni fa, muovendo i primi passi nell’Associazione Seregn della memoria. «Sono quelle cose un po’ irrazionali», ci scherza su, «quelle passioni latenti, a cui cominci a dar sfogo e che poi ti prendono sempre di più». E lavorando sull’origine e sulla storia della sua città, finisce per imbattersi nel periodo resistenziale. «In molti mi parlavano di una resistenza brianzola tutto sommato risibile», ricorda, «di pochi fatti, esauritisi in pochi giorni. E invece, addentrandomi nelle fonti e negli archivi ho scoperto ben altro». Intanto fra i diversi saggi che ha firmato, il suo La resistenza in Brianza (ripubblicato da Bellavite, nel 2006) resta l’opera fondamentale per capire chi e perché, in questa terra, decise di dire basta al fascismo. Come si sviluppa la resistenza brianzola dopo l’8 settembre’43? Ci sono due resistenze diverse. Quella in montagna, in Valssassina e nei monti del comasco e del Lecchese in genere - dove troviamo un po’ tutti: ci sono i cattolici, gli ex-militari, ci sono i garibaldini legati al Partito comunista, i socialisti, i laici di Giustizia e Libertà. In pianura, ci si organizza per capire come agire ma dopo il marzo del 1944, il quadro cambia. Vale a dire? I grandi scioperi di primavera, alla Falck e alla Breda, dove sono moltissimi gli operai brianzoli, e le repressioni che ne conseguono, convincono i resistenti della pianura a cambiare strategia: i gruppi clandestini, necessariamente pochi e isolati, non possono prevalere con lo strapotere nazifascista, meglio creare una rete di partigiani che svolgono la loro vita normalmente ma che sono pronti a mobilitarsi su indicazioni dei comandi, per singoli obiettivi, riprendendo poi la vita di tutti i giorni. Nascono così le Squadre di azione partigiana-Sap. Che cosa si faceva in pianura? C’è chi si preoccupava di far uscire pezzi dalle fabbriche, per costruire armi rudimentali, chi aiutava i renitenti o gli sbandati, chi disarmava i fascisti. E anche le azioni militari, contro uomini e strutture, crebbero di intensità e di livello, col passare dei giorni, fino alle azioni clamorose, come quella del Campo di volo di Arcore, in cui, in due riprese, furono distrutti ben cinque aereosiluranti. E la gente in Brianza che cosa faceva? Da che parte stava? Era diffusa un’avversione al fascismo, sia per il disastro della guerra cui Mussolini aveva condotto l’Italia, sia per l’atteggiamento odioso dei molti reparti di stanza nelle nostre cittadine. Le Brigate nere spesso requisivano le cose a loro

il libro QUELLI CHE DISSERO DI NO La Resistenza in Brianza 1943-1945 Pietro Arienti Ed. Bellavite, 2006, euro 14 È senza dubbio il lavoro più completo sul movimento resistenziale in Brianza. Pietro Arienti, con il rigore dello storico, ha analizzato gli archivi storici delle Resistenza, enucleando gli episodi salienti di quella brianzola. Dalle grandi mobilitazioni delle fabbriche della Bassa Brianza, all’aggregarsi degli antifascisti in pianura, alle squadre partigiane alla macchia sui monti dell’Erbese, fino ai gruppi in armi nella zona dell’Adda. Ne esce il quadro completo del movimento partigiano in questa terra, comprese le sue varie flessioni militari e politiche: dai garibaldini alle Brigate Matteotti, dalle Brigate Mazzini, agli autonomi, alle Fiamme Verdi.

discrezione, oppure consumavano nei bar senza pagare. Prepotenze che irritavano molto i brianzoli, che sono miti e mediamente accoglienti, ma che non tolleranno le prepotenze a casa loro. Antifascimo diffuso ma che non si tradusse in adesione al movimento partigiano... Vero, ma perché la forte tradizione cattolica rendeva difficile il ricorso alle armi e alla violenza. Eppure ci furono formazioni e par-

tigiani cattolici... Certo, ma prevalentemente in montagna e tutti improntate, da un punto di vista militare, all’attendismo fino alle giornate delle insurrezioni, cui partecipano massicciamente. Fra quelle giornate e per alcuni giorni di maggio, in molte zone delle Brianza, i fascisti pagano un prezzo piuttosto alto: si registrano moltissime esecuzioni sommarie. Bisogna pensare che in queste zo-

ne, i fascisti si macchiarono di crimini orribili. Fucilazioni, torture, decine e decine di deportati, spesso a causa del lavoro delle spie. Furono giorni di odio che oggi, dopo 65 anni, non riusciamo neppure a immaginare. Inevitabile che succedesse ciò che è accaduto e che comunque non è comparabile con quanto è successo altrove, come in Emilia. Inoltre, come risulta da alcuni documenti, la sorte di alcuni capi fascisti era già segnata ben prima della loro cattura. Senza dimenticare l’ultimatum dato ai repubbichini da Sandro Pertini, a nome del Comitato nazionale di Liberazione Alta Italia: «Arrendersi o perire». Chi combatteva sino alla fine, sapeva a che cosa andava incontro. C’è una figura che l’ha colpita maggiormente? Sì, Giulio Galli, un antifascista di Seregno che non avrebbe mai pensato di fare il partigiano finché, un giorno, due brigatisti neri lo fermarono, perché aveva la cravatta rossa. Lui l’aveva indossata senza pensarci ma questi lo menarono e gliela tagliarono. Il giorno dopo era in montagna, in Valtellina. Aveva deciso di dire basta. Il racconto di quello scatto d’orgoglio, quel sussulto di dignità mi hanno sempre colpito. Resto convinto che la Resistenza sia stata uno dei pochi gesti davvero nobili della nostra storia

«E IL DON SI INGINOCCHIÒ DAVANTI AL PLOTONE» I giorni immediatamene successivi alla Liberazione a Cantù, nel ricordo di Gigi Molteni, memoria storica cittadina

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igi Molteni, canturino doc, classe 1929, è la memoria storica della città. Dopo aver passato la mano, qualche anno fa, del mobilificio di famiglia, si dedica, instancabilmente, alla storia di Cantù, raccogliendo fatti, materiali, testimonianze del passato. Molteni, in quell’aprile di sessantacinque anni fa era un ragazzino ma ricorda «tutto e molto bene». «Pochi giorni dopo l’insurrezione - ché Cantù si liberò da sola, il 27 aprile, è bene ricordarlo - arrivò in piazza un camion dei partigiani della Val d’Ossola», dice Molteni, «e subito fu attorniato da una gran folla eccitata: erano giorni di euforia e di tensione assieme, avevamo assistito a un repentino trapasso di poteri». Si fermò nel bel mezzo di piazza Garibaldi e chi si avvicinò poté osservare che sulle fiancate del camion erano appese, stampate in grande, le immagini dei partigiani fucilati e torturati dai nazifascisti. Erano venuti dal Piemonte a spiegare ai canturini di che cosa si fossero macchiati quelli che stavano dalla parte dei molti prigionieri trattenuti nell’ex-convento di Santa Maria dove, secoli prima, c’erano le carceri di Maria Antonietta». I comandi partigiani giudicavano forse troppo tiepido il clima antifascista cittadino. «In effetti, non è che in queste zone fosse accaduto molto, prima dell’insurrezione», ricorda. «Certo, c’era il questurino Saletta che aveva terrorizzato Como e dintorni, ma qui la città era piena di truppe, italiane e tedesche, c’erano industrie sfollate, e altre come l’Aereonautica Lombarda, militarizzate. I partigiani avevano poca possibilità di manovra». Anzi, a Cantù c’era chi, con questa presenza, aveva fatto affari: «Ma sì, l’economia del baratto», spiega, «chi si faceva aggiustare i pantaloni e pagava con i viveri, oppure certi mobilieri, incaricati dai Tedeschi di produrre camere con il legname sequestrato ne trattenevano una parte, senza contare i casi di ragazze fidanzate con i soldati». Nell’ex-convento, nei giorni dopo la Liberazione, si svolsero i processi ai fascisti imprigionati. «Il 28 sera, avevano già ucciso, in via Ettore Brambilla, nei pressi dello stabilimento Cattadori, Dante Vailati, fascista molto noto in città». Di lì a poco, le prime condanne a morte. «Una mattina, si sparse la notizia che avrebbero fucilato il giovane Dante Rizzi, esponente di una famiglia nota e fascistissima. Lo condussero sul ciglio del campo adiacente il convento, davanti a una folla eccitata ma, mentre il plotone era schierato, si precipitò sul campo il parroco, don Tacchini, implorando i partigiani di non sparare. Dinnanzi al prete che si inginocchiò davanti alle armi spianate, i comandanti sospesero l’esecuzione». Rizzi morì nel suo letto ma nel 2003. Forse per questo imprevisto, si ricorse a un metodo diverso per altri fascisti accusati, come Giuseppe Colombo, e il milanese Ugo Frà. «Colombo era chiamato il Puntin perché titolare della trattoria Al ponte», prosegue Molteni, «era accusato di essere una spia. Dicevano che la sera, accompagnasse i brigatisti neri all’uscita dei cinema, indicando renitenti e antifascisti». I due furono fatti uscire per essere trasferiti a Milano «ma poco oltre, davanti alla cartoleria Citterico, gli spararono. “Avevano tentato la fuga” si disse».


Bergna, storico della Rsi

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PER L’ONORE DEI FASCISTI UCCISI

Aprile 2010

La memoria dimenticata di quanti, in Brianza, scelsero Mussolini. A caro prezzo

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egli anni ’50-60’ ho avuto modo di conoscere le famiglie di alcuni caduti della Repubblica Sociale Italiana: il loro dolore, a volte nascosto, clandestino, mi ha spinto a ricercare e scriverne la storia». Risponde così Norberto Bergna, seregnese, classe ’44, quando gli chiedi perché, da anni, si dedichi pervicacemente all’indagine storica sulle esecuzioni sommarie di fascisti negli anni di Salò fino al maggio-giugno del 1945. Da certificati di morte, da verbali d’arresto, da carteggi privati, persino dagli appunti vergati sul retro di foto d’epoca ingiallite, ha ricostruito la storia di tanti brianzoli finiti tragicamente, spesso semplicemente per aver voluto scegliere, fino all’ultimo, la parte sbagliata.

Vale a dire? Le formazioni partigiane brianzole, quelle cattoliche e quelle garibaldine, se ne stavano prevalentemente sui monti della Valsassina e dell’Alta Brianza ed erano numericamente esigue. In pianura operavano le squadra di azione partigiana-SAP e i GAP, gruppi di fuoco di ispirazione comunista, prevalentemente con attentati e sabotaggi mordi e fuggi, ma anche loro potevano contare su pochi militanti scarsamente armati. Fu nei giorni di aprile, quando diventa ormai a tutti chiaro che la sorte del fascismo è segnata, che in molti si fanno «patrioti». Partecipano alle insurrezioni, agli assalti, alle occupazioni dei locali del partito fascista e alle esecuzioni spesso per motivi poco nobili. Talvolta anche a scopo di rapina, come successe a Silvano Frigerio, 19enne di Monza, il 24 aprile, a Seregno, mentre cercava di raggiungere casa. . Ma anche i fascisti non erano certo tutti degli idealisti... Certo, accanto ai fascistissimi della prima ora, squadristi Marcia su Roma, e ai giovani cresciuti nel clima della GIL(Gioventù Italiana del Littorio) con il culto della patria e dell’onore, c’era di tutto: impiegati comunali obbligati alla tessera del partito che finirono, come tutti gli iscritti dal giugno 1944, nelle Brigate Nere perché non potevano far altro. Ma anche renitenti alla leva, arrestati, che

Vimercate, 27 aprile. Il plotone d’esecuzione partigiano fucila il gerarca fascista Roberto Farinacci

specifico quelli non erano partigiani ma malavitosi comuni.

il libro QUEI MORTI DI CUI NESSUNO PARLA La memoria dimenticata Storie mai scritte della Guerra Civile 1943-45 in Brianza Norberto Bergna, edizioni Madm Brianza Viva (nelle Biblioteche)

Il muro di cemento bucherellato è quello di un viadotto di Seregno (via dello Stadio), contro il quale furono fucilati due prigionieri fascisti. Era la notte tra il 2 e il 3 maggio 1945 e la guerra era finita. Due delle trentatré storie di fascisti, per la maggior parte brianzoli, uccisi nella lunga stagione della Repubblica sociale italiana. Bergna collabora con l’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della Rsi, l’Istituto storico della Rsi e il sito www.laltraverità.it, che ha censito oltre 45mila uccisi, dispersi, morti in combattimento.

preferirono alla prigionia la divisa ed un servizio vicino a casa. Oppure sfollati milanesi e non solo, che pensarono di arruolarsi per assicurare pranzo e cena alle famiglie, spesso numerose. E ci furono anche personaggi che andavano a sequestrare il maiale macellato di frodo e si portavano a casa la fila di salamini. Alcuni di costoro furono poi i primi a tradire, continuando a rubacchiare con il fazzoletto rosso al collo. Quei reparti furono protagonisti di retate, rastrellamenti, fucilazioni. Qui operò la triste Brigata nera Aldo Resega, si ricorda il famigerato questurino Bruschi ad Inverigo, le torture alla Villa Reale di Monza. I fascisti della Brianza non furono quasi mai protagonisti di violenza gratuite: le fucilazioni furono purtroppo l’applicazione delle leggi di guerra nei riguardi di persone spesso catturate in flagranza di reato o con le armi in pugno o co-

me rappresaglia di agguati mortali. Come nel caso dei quattro disertori delle SS italiane fucilati nei pressi di Cantù-Asnago, che avevano venduto le armi vantandosi nei bar del paese del loro gesto: dopo il processo a loro carico la legge imponeva la condanna a morte e nonostante l’interessamento del Commissario prefettizio, Molteni, non fu possibile sospenderne l’esecuzione. Lo stesso Molteni che nel dicembre 1943 era andato personalmente al comando tedesco di Monza a prelevare 10 ostaggi che rischiavano di essere passati per le armi. E di Bruschi che cosa dice? Che i poliziotti facevano il loro ingrato mestiere di questurino. Tra i misfatti di cui fu accusato Bruschi vi fu l’arresto e la fucilazione al cimitero di Cremnago di un gruppo di giovani, alcuni di Seregno, che avevano compiuto rapine e grassazioni in quella zona: ma nel caso

Nessun accanimento, quindi? In linea di massima direi di no, anzi, accadeva che i fascisti dei paesi brianzoli trattassero sostanzialmente bene i loro concittadini antifascisti, una volta che venivano fermati, magari per crearsi delle credenziali, come un alibi a guerra finita. Infatti la caccia ai renitenti alla leva veniva affidata a reparti che venivano da fuori, come i legionari della Ettore Muti di Milano. Si cercava di non creare turbative all’interno del paese dove ci si conosceva tutti, e magari si era anche imparentati o si abitava nello stesso cortile. Chi furono i fascisti uccisi? Gente che pagò soprattutto la propria coerenza e la propria idealità. Furono giornate in cui volarono gli stracci: a morire furono i piccoli, gli inermi. Molti, ai più alti livelli in Brianza e non solo, ne uscirono indenni, processati o epurati, ma senza un graffio. Avevano saputo muoversi per tempo, conquistandosi la benemerenza degli avversari. C’è stato un carattere «brianzolo» nei fatti tragici dell’aprile 1945? L’aspetto economico può avere infl uito in certe eliminazioni arbitrarie e senza processo. Ma le cause furono molteplici, anche fortuite. La verità è che bastava trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nella mia ricerca figurano anche i morti per servizio nei ranghi dell’esercito in grigioverde della Repubblica sociale dove confl uirono ragazzi, anche non fascisti, solo perché in quel momento lo stato nel quale vivevano li aveva chiamati di leva

BRIANZA 1945

Fra aprile e maggio dell’ultimo anno di guerra, in Brianza si scrivono pagine sanguinosissime. Forse più che altrove. Perché? Perché da queste strade passarono le truppe tedesche e fasciste in ritirata verso Como e perché Milano e la valle del Po erano l’ultimo baluardo del fascismo repubblicano come ebbe a dire Mussolini durante il discorso del Lirico. Furono giorni convulsi, in cui molti persero la testa. E spesso i motivi di tanta ferocia non furono solo politici.


12 Aprile 2010

Cronaca 1980, aprile di fuoco nel Canturino

INCENDI IN PRIMAVERA FINISCONO IN CENERE LE PINETE DEL POLLIROLO A metà mese, una serie di roghi devasta i boschi di Cascina Amata. Per tre giorni sono i vigili volontari di Cantù a far fronte. Giallo su cause e mancati soccorsi

CANTÙ 1980

A

ltro che Canadair pronti a scaricare tonnellate d’acqua, altro che elicotteri pronti a bombardare di schiumogeno la linea del fuoco. C’è stato un periodo in cui, in Brianza, se un incendio aggrediva i boschi, a muoversi erano solo i vigili dell fuoco volontari. E non parliamo dell’800 ma di fatti di cui ricorre, proprio in questi giorni, il trentesimo anniversario. Il 12 e 13 aprile del 1980, come riporta la Provincia di Como, tutto il Canturino fu sconvolto da violenti incendi che, nel volgere di due giorni, distrussero centinaia di ettari boschivi a Pollirolo fra Cascina Amata, Carugo e Mariano. Uno scempio. «La bella pineta di abeti» scrive il quotidiano comasco nella Cronaca di Cantù del 17 aprile, «situata fra Cascina Amata, Mariano, Carugo e Brenna è andata distrutta per il 40 per cento». Il tono è costernato: «Migliaia di abeti sono arsi come fuscelli nel breve volgere di poche ore», annota un anonimo giornalista, «e uno dei più importanti patrimoni della flora del Canturino è andato perduto. Per ripristinare un bosco di questo tipo», prosegue, «occorreranno almeno venti o trent’anni». Incendi che non si circoscrivono a questa, pur vasta area. Lo stesso articolo segnala fuochi «nel Vallone di Cucciago, fra il paese e l’Abbazia di Vertemate, proprio a ridosso della linea ferroviaria Como-Chiasso, e nella zona della Montina, fra Cuggiago e Cantù Asnago». Il giornale, secondo lo stile prudente dell’epoca, non formula alcuna ipotesi ma appare evidente che il caldo eccezionale e il sottobosco asciutto non potessero essere all’origine di fuochi così ampi e così diffusi, in zone anche relativamente distanti fra loro. Eppure l’ipotesi del piromane e del dolo, l’idea che quei roghi fossero appiccati ad arte, non compare nelle cronache di quei giorni. Il dibattito, nei giorni successivi, si accentra quasi esclusivamente sulla inefficienza degli interventi di spegnimento e sul fatto che a un’emergenza di protezione civile (espressione allora desueta) fosse stata contrastata solo dai vigili volontari di Cantù. Per quanto, più volte le autorità locali avessero «interpellato la Regione, nelle ore in cui i roghi si facevano incontrollabili, per far alzare in volo degli elicotteri anticendio». «Più volte», riporta una cronaca del 15, «il comandante del distaccamento avrebbe interpellato la Regione e richiesto l’intervento dell’elicottero. Ma la richiesta è stata inascoltata». Dunque, oltre al giallo sulle cause, un giallo sul

mancato intervento, oltretutto alla metà di aprile e non nel pieno dell’estate, quando altre emergenze avrebbero giustificato l’impegno dei mezzi di soccorso altrove. «I pompieri di Cantù fanno quello che possono», commenta sconsolato il giornale lariano, «hanno a disposizione solo una campagnola in quanto le autobotti non possono essere impiegate, mancando le strade di collegamento a questi boschi». Fatto sta che per tre giorni, il fuoco la fa da padrone, distruggendo flora e fauna. E non solo gli animali residenti nei boschi brianzoli. Come spiega lo stesso articolo, a farne le spese, sono anche migliaia di api, le cui arnie venivano collocate in questi boschi proprio nel periodo tardo primaverile. «Grazie a un accordo fra il Consorzio apicoltori di Como e un analogo consorzio in Emilia Romagna», scrive il giornale, «moltissimi apicoltori emiliani portano in quelle zone i loro animali». Altro filone di polemica, sempre

nei giorni successivi agli incendi, si concentra sulla mancanza di servizi e opere antincendio in queste aree della provincia comasca. «Mentre nelle zone montane e collinari le azioni di intervento sono state notevolmente potenziate», scrive, il 17 aprile, Emilio Magni, «nulla è stato fatto per proteggere le pinete della zona di Cantù, Carugo, Brenna e Mariano». Si parla di barriere tagliafuoco in mezzo ai boschi, di mezzi antincendio. Si cita addirittura un convegno del 1971, organizzato dalla Provincia e dal Gruppo naturalistico Brianza. Intervenendo a quei lavori, il capo distaccamento dei Vigili, l’ingegner Lazzeri, aveva già lanciato un allarme: quel pezzo di Brianza era davvero inerme rispetto alla minaccia degli incendi. Non finisce qui. Il 25 aprile si ha notizia di nuovi fuochi. Scoppiano ancora nel Pollirolo, già piagato dai tre giorni di fiamme. «Quanto non era stato distrutto nei tre giorni di fiamme», osserva mestamente il cronista, «è stato completato

ieri». E sempre martedì 24, di pomeriggio, i fumi dei roghi si levano dalla Montina, a ridosso della strada che collega Cantù a Cermenate, fino a provocare una serie di temponamenti, per fortuna lievi, fra le auto in transito, tanto che i Carabinieri devono chiuderla. Nella stessa giornata, fiamme anche in località La Chiocciola, nei pressi di Carimate e in Val Mulini, fra Cucciago e Fizzo Mornasco. Stavolta, forse anche per le proteste dei giorni precedenti, a domare gli incendi arriva un elicottero della Forestale, la cui azione, riporta la Provincia, è ostacolata dal lungo tragitto fra il Lago di Como e i luoghi dove il bosco brucia. Di nuovo, non una parola sulle cause. Anche se, anche in questo caso, lo sviluppo dei roghi, la loro dislocazione e la quasi contemporaneità del loro propagarsi porta esclusivamente alla pista del dolo. Qualcuno, in quelle calde giornate di 30 anni fa, si è divertito a incenerire i più bei boschi della Brianza

Esposto degli ambientalisti CARO PRETORE, CHI SPEGNE I FUOCHI? I gravi incendi dell’aprile di 30 anni fa ebbero anche un risvolto giudiziario. Nella cronaca di Cantù della Provincia di Como, il giorno 20, si può leggere di un esposto al Pretore. A presentarlo un gruppo di volontari di Lomazzo riuniti nel Centro ecologico, affiliato all’associazione ambientalista Kronos 1991. Al centro del documento, dopo le polemiche dei giorni precedenti, il tema degli interventi antincendio. Gli ambientalisti corredarono l’atto con un estratto della legge 4 del 1975 relativa alla vigilanza antincendio. In particolare, all’articolo 7 recitava che l’avvistamento e lo spegnimento

degli incendi rientrano, in primo luogo, fra le competenze delle autorità locali, in particolare dei comuni, delle stazioni dei Carabinieri e di quelle della Forestale. Nella grande battaglia di metà aprile, secondo le cronache, furono invece solo i vigili del fuoco volontari di Cantù a vedersela con gli incendi che si espandevano nei boschi a grandissima velocità. Insomma, gli ambientalisti del Canturino interpellavano il pretore per sapere perché gli altri enti deputati non fossero intervenuti. E probabilmente per spingere le istituzioni a dotarsi di un servizio più stabile e più efficace.


Politica 1968, il premier Aldo Moro a Desio e Seregno

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«L’ITALIA COME LA BRIANZA»

Aprile 2010

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Dalla Fuci a Via Caetani

Qui e sotto, in due foto di Pietro Vismara, i momenti della visita di Moro a Desio e Seregno

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iazza Roma, Corso del Popolo, Piazza Vittorio Veneto, Via Cavour e Piazza Cadorna. Il centro di Seregno è un fiume di folla acclamante e desiderosa di abbracciare il Presidente del Consiglio. È il 20 aprile 1968, e il Primo Ministro risponde al nome di Aldo Moro. Si tratta di un sabato davvero speciale per molti cittadini dei comuni alle porte di Monza: il leader della Democrazia cristiana visita la bassa Brianza, spendendo parole d’elogio verso i suoi abitanti e inaugurando significative opere pubbliche, destinate a durare nel tempo. Il momento storico è cruciale: siamo in piena campagna elettorale, Moro è il Primo Ministro uscente e le elezioni del 19 maggio incombono all’orizzonte. Il Cittadino di sabato 27 aprile 1968 riporta due differenti cronache dell’evento, dando spazio in particolare agli avvenimenti accaduti a Desio e Seregno. Da entrambi i resoconti emerge la confusione, lo stato di agitazione e di euforia che la visita di questa fondamentale figura politica suscitò nei presenti. Né si manca di evidenziare il lato umano di Moro: «…il Presidente […] ha stretto le mani a molta gente, si è trattenuto a colloquio con quanti gli erano vicino, ha abbracciato ed accarezzato i bambini accompagnando ogni suo gesto con un senso di umana cortesia…». Il momento delle presentazioni, dei saluti e delle strette di mano alle autorità civili e religiose si esaurisce: finalmente l’onorevole può regalare parole che rimarran-

Il 20 aprile del 1968, accompagnato da Vittorino Colombo, il leader democristiano visita le due cittadine. È un bagno di folla. Molti discorsi, tagli di nastro e strette di mano. di Daniele Corbetta

no per molto nella memoria di chi le ha ascoltate. È una giornata da segnare in rosso sul calendario: Moro, dal balcone del municipio di Desio, si rivolge a centinaia di persone, ringraziandole per la presenza. Quindi tira un sommario bilancio sull’operato del governo Dc e fotografa la situazione: «Il frutto del nostro lavoro si vede soprattutto qui in queste comunità operose nelle quali l’azione dei singoli e correlativamente l’azione aderente alla realtà appassionata dei pubblici amministratori han-

no saputo creare una realtà nuova, esemplare». Parole forti, che riempiono d’orgoglio i protagonisti brianzoli. E continuando: «…vorremmo che in tutto il paese vi fosse il benessere, il livello di civiltà, il livello d’umanità che ho potuto riscontrare a Desio». Terminata la breve orazione, al presidente del Consiglio spetta l’ennesimo bagno di folla: teatro dei fatti sono le scuole medie ed elementari di via Stadio, dove avviene il taglio del nastro tricolore. L’ultima tappa nella città dell’Autobianchi è l’ospedale, reso opera-

Di chi si parla

tivo poco tempo prima e tutt’oggi, a più di quarant’anni di distanza, importante polo ospedaliero brianzolo. Il corteo del premier si sposta a Seregno, dove c’è grande attesa. L’inserto seregnese del Cittadino sottolinea come sia la prima volta che un presidente del Consiglio calchi il suolo di questa città e usa toni trionfalistici: da «grandiosa folla» a «tripudio», passando per «omaggio indimenticabile». Assieme ad Antonio Colombo, sindaco di Seregno, alla giunta comunale e a monsignor Gandini, si trovava Vittorino Colombo, sottosegretario delle Finanze. Nativo di Albiate, Colombo è probabilmente la mente della visita del leader dc in terra brianzola. Anche a Seregno si tagliano nastri: Moro inaugura la Palestra Civica e dedica un breve discorso, rivolgendosi ai giovani: «Vogliamo che le generazioni giovani abbiano tutto l’entusiasmo generoso di cui sono capaci e costruiscano il mondo nuovo per il quale noi abbiamo lavorato, ma che essi in definitiva costruiranno». L’ultima tappa è il plesso delle Scuole Cadorna, all’epoca sede dell’Istituto tecnico Mosè Bianchi: Moro inaugura, poi ritorna su via Cavour, imbocca via San Rocco e scompare all’orizzonte di via Briantina. Se ne va lasciando non poca emozione fra i brianzoli. Per brevi e significativi istanti la politica ha abbandonato la sua connotazione locale, assurgendo a quella nazionale. E i brianzoli non si sono tirati indietro, accogliendo nel migliore dei modi il cosiddetto «cavallo di razza»

Aldo Moro, leader storico della Democrazia Cristiana, nasce a Maglie, comune in provincia di Lecce, nel 1916. Laureato in giurisprudenza all’Università di Bari, nel 1938 è Presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Da questo momento la vita del politico pugliese è un susseguirsi di incarichi: da presidente del Movimento Laureati dell’Azione cattolica a vicepresidente della Democrazia cristiana, partito nel quale rimarrà fino alla morte. Nel 1948 sale in Parlamento, come sottosegretario degli esteri nel governo De Gasperi. Rieletto alla camera nel ’53, diventa ministro di Grazia e Giustizia nel ’55 (Governo Segni). In seguito è ministro della Pubblica Istruzione (governi Zoli e Fanfani) e segretario nazionale della Democrazia cristiana (1959). Dal dicembre del 1963 a giugno ’68 è presidente del Consiglio, carica che poi ricoprirà nuovamente per circa due anni tra il 1974 e il 1976. Fra un mandato e l’altro assume il ruolo di ministro degli Affari Esteri (Rumor), senza dimenticare la passione per l’insegnamento universitario, esercitato in un primo momento a Bari ed in seguito a Roma. Sul sequestro Moro e sulla sua morte sono state dette e scritte milioni di parole: rapito il 16 marzo 1978 da un commando delle Brigate Rosse, fu ritrovato senza vita 55 giorni dopo, in via Caetani a Roma. Era il 9 maggio del 1978, dieci anni dopo la trionfale visita in Brianza.


14 Aprile 2010

Sport 1964, i Giovani ciclisti giussanesi

DALL’ ORATORIO AL TOURMALET PER AMOR DI BICI L’uggia per il calcio, la voglia di avventura, la passione incontenibile per le due ruote. Così nasce una società sportiva di Daniele Corbetta

Volata del campionissimo giussanese degli anni Sessanta, Giuseppe Valagussa

GIUSSANO 1964

U

na storia d’altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore…». Francesco De Gregori canta così la storia di Sante e Girardengo, nella celebre Il bandito e il campione. Giovanni Mauri non è un campione, né tanto meno un bandito ma condivide con i due leggendari personaggi la passione per la bicicletta. La sua storia è legata a quella del Gruppo Sportivo Giovani Giussanesi, associazione nata nel lontano 1964 e tutt’ora attiva sul territorio: Giovanni contribuì alla sua formazione e a distanza di quarant’anni ne è ancora parte integrante. Anticonformismo e voglia di praticare nuove strade: questa la scintilla, come ricorda Giovanni. «All’inizio degli anni ’60 negli oratori dominava il calcio, sembrava si potesse giocare solo con il pallone. Così iniziammo a pensare alla bicicletta, per fare qualcosa di diverso».

All’idea seguì la passione, o viceversa probabilmente. Nel 1962, presso l’oratorio di Giussano, uno sparuto gruppo di ragazzi si diede un ambizioso obiettivo: scalare le grandi montagne, le cime e i passi epici raggiunti dai ciclisti professionisti nei Giri o nelle grandi classiche. Stelvio, Izoard, Rolle, Gavia e Tourmalet furono avvisati, i giussanesi stavano arrivando: «Si partiva in bici, “all’avventura”», ricorda Giovanni, «con zaini enormi sulle spalle che per una decina di giorni non avremmo abbandonato. L’occorrente era tutto al suo interno, non c’erano auto, ammiraglie, meccanici. Solo noi, la bici e la strada da percorrere». Dopo un paio d’anni di scalate, l’impegno si fece più concreto: «Nel ’64 decidemmo di fondare un gruppo», ricorda Mauri, «che affiliammo alla Federazione ciclistica italiana. Crescendo i nostri obiettivi cambiarono, ora volevamo far andare altri ragazzi in bici,

Anni di successi QUANDO VINCEVA VALAGUSSA Il Gruppo Sportivo Giovani Giussanesi prende vita nel gennaio del 1964. Il primo presidente fu Alessandro Agrati e tra i consiglieri/fondatori troviamo anche Giovanni Mauri, figura storica per longevità all’interno dell’associazione. Tra il ’64 e il ’65 ci fu l’affiliazione alla Federazione ciclistica italiana, alla Federazione Italiana Sport Disabili e la scelta dei colori sociali: bianco e verde. Nel ’66 uno dei primi storici traguardi: la vittoria ad Oggiono dell’esordiente Giuseppe Valagussa, diventato in seguito motore trainante del Gruppo. Altre tappe importanti sono la partecipazione ai Giochi della gioventù del 1969, la Gran fondo degli anni ’70 e la creazione nel 1986 di una gara a livello nazionale per atleti non vedenti, con la presenza di importanti campioni a livello internazionale. L’anno d’oro per il ciclismo di Giussano è il 2000, con ottime prestazioni nel campionato italiano esordienti e in quello allievi. Risultati che rimarcano l’ambizione del Gruppo: diffondere la passione per il ciclismo nei giovani tra i 7 e i 18 anni. Per farlo, durante l’anno sono organizzate gare a carattere nazionale, provinciale e nazionale.

trasmettere la nostra passione a quanta più gente possibile». Nacque così il Gruppo Sportivo Giovani Giussanesi: in primis furono due o tre i ragazzi che correvano, ma il numero era destinato a crescere. La sede si trovava in un locale dell’oratorio di Giussano «a metà strada fra uno scantinato e un deposito di rifiuti», sorride Giovanni, «che noi ripulimmo e rimettemmo a nuovo». L’associazione inizia così a muovere i primi passi a livello regionale,

ma lanciata verso il palcoscenico nazionale. Nel 1969 il G.s. Giovani Giussanesi organizza una gran fondo, con partenza e arrivo a Giussano. Dal suo scheletro nascerà nel ’73 la prima edizione del Giro Cicloturistico di Lombardia, una gran fondo nazionale di circa 240 chilometri, sempre organizzata da Mauri and company: «Per la granfondo arrivava gente da tutta la Lombardia, ricordo ben 140 iscritti. La partenza era alle ore sei del mattino, altrimenti gli ultimi sarebbero arrivati a sera inoltrata». Si prendeva la direzione verso Lecco, passando dal «mitico» Ghisallo, costeggiando il lago (Colico, Bellano, Menaggio) e salendo al Passo d’Intelvi. Non solo gare, allenamenti e progettazione di eventi, ma anche scuola di ciclismo, volta ad essere «scuola di vita»: Mauri non nasconde di credere nel ruolo fondamentale dello sport nella formazione dei ragazzi. «Molti di loro sono venuti da noi piccolissimi, che quasi non sapevano andare in bicicletta. Uno di loro è Mario Mantovan, poi campione Brianteo juniores nel 1983 e professionista nella Carrera di Chiappucci e Pantani». Storie di un ciclismo scomparso da parecchio tempo, caratterizzato da una grande forza di volontà: «Per insegnare ai più giovani ci allenavamo: tre mattine a settimana ci si svegliava alla cinque e si faceva il Giro di Monticello, come eravamo soliti chiamarlo, anche due o tre volte prima di tornare a Giussano e di andare al lavoro». Sempre autofinanziandosi. Nel ’69 arrivò la prima ammiraglia, una Ford Aglia di vent’anni. Ora, sotto la presidenza di Rocco D’Aprile, i Giovani Giussanesi annoverano al loro servizio circa 70 biciclette, due furgoncini e altrettante ammiraglie informazione pubblicitaria

TRE SECOLI DI BICI A maggio una mostra storica sulle due ruote in cinque città della Brianza Un itinerario a “tappe” in alcuni comuni del territorio brianteo, in piazze storiche in cui nel weekend verrà allestita l’esposizione delle biciclette d’epoca con relativa guida-spiegazione: arriva Pedalando nella storia, allestimento che unisce i nostri trascorsi culturali e sociali, la tradizione, la passione del collezionismo e il lavoro a temi di estrema attualità come la salute, lo sport, il benessere , l’ambiente e l’eco-mobilità. I materiali esposti ci sono stati gentilmente forniti dalla collezione di “Marina degli Aregai Spa e dal Museo della Bicicletta, sempre di Aregai (Imperia) e rappresentano le tappe storiche più importanti che ha avuto lo sviluppo della bicicletta dal 1700 a oggi. Sarà un’esposizione itinerante:

1-2 maggio: Mariano Comense, Piazza Roma 8-9 maggio: Monza, Piazza Trento e Trieste 15/16 maggio: Desio, Via Garibaldi 22/23 maggio: Giussano, Piazza Roma 29/30 maggio: Agrate Brianza, Piazza Carducci I Comuni sopra menzionati hanno aderito con piacere mettendo a disposizione le loro migliori location e tutto il supporto tecnico necessario per il buon esito della manifestazione in cui si potranno ammirare i modelli più rappresentativi apprezzando , quindi, l’evoluzione tecnologica di questo mezzo di trasporto.


Sport/2 1970 Boom del calcio femminile

MADÒ E LE ALTRE DIECI STELLE

15 Aprile 2010

Nata a maggio, la squadra del Gommagomma vince il primo scudetto del football in gonnella, capitanata da un’inarrestabile bomber svizzera: Madeleine Boll di Daniele Corbetta

G

igi Riva trascina a suon di reti il Cagliari al primo e unico scudetto della sua storia; neanche due mesi dopo sarà Pelè a guidare il Brasile alla conquista dei Mondiali 1970. A novembre dello stesso anno il Meda è campione d’Italia. Ebbene sì, le ragazze della Gommagomma si aggiudicano il campionato nazionale di serie A: la stella è la giovanissima svizzera Madeleine Madò Boll. L’avventura delle ragazze medesi prende il via venerdì 1 maggio 1970, presso la sede della fabbrica Gommagomma, che darà il nome alla squadra. Si tratta di una presentazione in pompa magna, presieduta dall’allora sindaco di Meda, Fabrizio Malgrati, e dalle autorità locali dell’epoca, corredata dalla sfilata delle majorettes e dall’esibizione della banda (venuta da Casale Monferrato), terminate entrambe in piazza Municipio. E le atlete? Via di corsa, nel pomeriggio c’è l’esordio in campionato, proprio contro la formazione milanese della Snia Ambrosiana. Il Cittadino di sabato 9 maggio 1970 regala ai lettori la cronaca della prima partita, disputatasi otto giorni prima: «…era presente un numerosissimo pubblico (oltre 3mila persone) che si è divertito e appassionato, applaudendo, incitando e sostenendo le ragazze…».

La Gommagomma gioca meglio, ma ad andare in vantaggio è la formazione ospite: ci vorrà una magia della Boll per rimettere la situazione in parità e fissare il risultato sul definitivo 1-1. Un punto e qualche rammarico, ma sei mesi dopo le medesi saranno campionesse italiane, con 5 punti di vantaggio sulla Gabbiani Piacenza. La splendida protagonista della cavalcata brianzola è l’elvetica Boll: ala sinistra, classe da vendere, ribattezzata dagli addetti ai lavori la «Gigi Riva del calcio femminile» e chiamata dalle compagne Madò, diminutivo italianizzato di Madeleine. Il Cittadino non usa mezze

misure definendola «…la fuoriclasse del campionato e una delle più forti giocatrici del mondo…». Ma quanti anni ha Madeleine? Solo sedici e un passato curioso: a tredici anni, grazie ad una licenza, fu tesserata per la squadra giovanile maschile del Sion. La ragazzina ci sapeva fare e i gol non tardarono. Proprio il suo talento la portò ad a scendere in campo con una selezione regionale, dove fu scoperta la strana storia di questo cannoniere e le fu annullato il tesseramento con i colleghi di sesso opposto. Dovette così abbandonare i compagni e approdare in Italia, nel pri-

mo campionato di Serie A organizzato dalla FFIGC, dove seppe rilanciarsi vincendo lo scudetto al primo tentativo. Altro talento è Carmela Varone, centrocampista diciottenne, chiamata la «Ferrante del calcio femminile». Il paragone tra la medese e il difensore viola, vicecampione del Mondo 1970, nasce dalla folta acconciatura di entrambi. Romano, Cannone, Pessina, Zoli, Cottini, Barbieri e Colombo sono alcuni dei nomi delle altre ragazze della rosa, tutte tra i 16 e 21 anni: la chioccia del gruppo è Clara Epicoco, 30enne, mediano

L’altra metà del pallone I PRIMI MATCH NEGLI ANNI ’30 Il primo club calcistico femminile prende vita a Milano nel 1933. Tra difficoltà organizzative, impedimenti del Coni e il lungo conflitto Mondiale si dovette attendere il 1968 per la nascita di un campionato ufficiale, sotto l’egida della Federazione Italiana Calcio Femminile (Ficf). Due anni dopo si ha il primo scisma: dieci società abbandonarono la Ficf e istituirono la Federazione Italiana Giuoco Calcio Femminile (Figcf). È il 31 maggio 1970; nel frattempo la Federcalcio maschile respinge le richieste di affiliazione al Coni (Comitato olimpico nazionale italiano) della federazione femminile. Nelle annate ’70 e ’71 si prosegue così su due binari distinti: entrambe le federazioni femminili organizzarono un campionato. Quello della neonata Figcf, composto da 13 squadre e a carattere nazionale (da Torino a Reggio Calabria passando per Roma), vinto dalla Gommagomma e in seguito dalla Gabbiani Piacenza, e quello della Ficf, a cui parteciparono ormai solo sei squadre del centro/nord Italia, vinto prima dal Real Torino e poi dalla Juventus. La stagione 1986 spazza via unificazioni, scissioni, ricongiungimenti e cambi di sigle: il calcio femminile entra ufficialmente a far parte della Figc (Federazione Italiana Gioco Calcio), inserito nella Lega nazionale dilettanti, dove si posero le basi per la riorganizzazione delle attività e per la creazione della Divisione Calcio Femminile, attualmente in vigore.

MEDA 1970

Un’immagine di gruppo della Gommagomma di Meda, al primo raduno. Foto, Piero Vismara


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Il Giornale della Memoria n.03-2010