Ottobre 2011_Riflettiamoci n.6

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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

7-14 NOVEMBRE TRENTO 2011

all’interno

IL PROGRAMMA DELLA SETTIMANA Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO II NUMERO 3 – OTTOBRE 2011

La PATRIA RiTROVATA


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SOMMARIO IL GIOCO DEGLI SPECCHI IN ONDA SU HISTORY LAB Editoriale Ciao, Giovanna

PRIMO PIANO Italia e Mediterraneo PRIMO PIANO Il Manifesto di Ventotene MEDIA Il lavoro culturale di Ribka Sibhatu ASSOCIAZIONI Afghanistan 2014

14|15 16 17 18|19 20|21 22

Ciao, Giovanna

SOCIETÀ La campagna nazionale L’Italia sono anch’io iMMI/EMMI La memoria corta degli italiani MIGRANTI Clandestini nel cinema americano

Giovanna Collauto è stata una delle fondatrici di questo giornale. E’ morta giovedì 6 ottobre dopo una lunga malattia. Fino al numero scorso aveva collaborato alla redazione di articoli, alla titolazione e all’impaginazione. La sua idea di dialogo, di multiculturalità, di arricchimento reciproco emerge dall’articolo che qui riportiamo, risalente al 2006. In quel periodo stavamo dibattendo sull’importanza di una corretta informazione specie quando si parla di immigrati: come dar voce a chi non ce l’ha, a che destinatari rivolgerci, andare in edicola o meno … Questo giornale è il frutto di quei giorni, di quel confronto e, molto, dei suoi insegnamenti.

MIGRANTI Milton Fernandez e altri ospiti del Gioco degli Specchi 2011 FUSIONI Dolcezze migranti

Questo giornale

CULTURA IN GIOCO La Patria riTrovata,

7 - 14 novembre 2011:

il programma

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik

stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento

Il Gioco degli Specchi

nella prima puntata dei “Lab” In onda su History Lab History

LAB canale 602

digitale terrestre

History Lab è un progetto culturale sperimentale a cura della Fondazione Museo storico del Trentino, realizzato con l’editore televisivo OP.IM. Un laboratorio sui temi della storia e della memoria e un canale televisivo dedicato. Quali i CONTENUTI? Le interviste ai testimoni, i viaggi negli archivi fotografici, i Super 8 si alternano alla presentazione di esperienze associative e alle letture dall’Archivio della scrittura popolare. Su questo tappeto di suoni ed immagini saranno di volta in volta inseriti nuovi programmi. COME? L’obiettivo è quello di favorire la partecipazione di più soggetti. Un primo format pensato con questa caratteristica sono i LAB. Ogni puntata

EDITORIALE

SOCIETÀ Rifugiati nel limbo

sarà dedicata all’attività di un’associazione, con lo sguardo rivolto al “dietro le quinte” delle attività: l’organizzazione, il lavoro dei volontari, la storia delle iniziative. Ed è qui che nasce la collaborazione con Il Gioco degli Specchi. Questa realtà sarà infatti al centro della prima puntata - che andrà in onda a fine ottobre - dedicata all’esperienza, la funzione, le dinamiche dell’associazione. History Lab è sul canale 602 del digitale terrestre. Se il televisore non lo segnala è necessario avviare una nuova sintonizzazione. Tutti gli aggiornamenti sul progetto verranno caricati sul sito www.museostorico.it e sulla pagina Facebook – History Lab.

Un giornale per contribuire, innanzitutto, alla presa di coscienza della realtà dell’immigrazione in Trentino e dei profondi cambiamenti che ne derivano per l’intera comunità provinciale. E’ una piccola comunità, quella trentina, ma in cui oggi sono chiamate a convivere persone di oltre 120 nazionalità, diverse fra loro per lingua, cultura, storia, religione, tradizioni e stili di vita. Prendere coscienza – e conoscenza – di tutte queste diversità é il primo, necessario passo che la società trentina deve saper compiere al suo interno aprendosi nel contempo ad esperienze di altre regioni e province, ad iniziare da quella di Bolzano dove é nata la prima idea di un giornale come questo e dove ogni mese uscirà, in parallelo, un’edizione altoatesina. L’editore e la redazione sono composti da associazioni e persone che prestano la loro opera in spirito di volontaria-

to ma con esperienze, conoscenze e professionalità in grado di trasmettere al lettore i messaggi di fondo di questo giornale: “conoscere” la realtà dell’immigrazione, “capire” come sta cambiando il Trentino e “conoscersi” - fra nativi e migranti - per costruire insieme una società in cui “convivere” meglio tutti. La speranza di questo giornale é di riuscire a raggiungere tutti: non solo gli immigrati, che qui troveranno storie e notizie che li riguardano, oltre alla possibilità di esprimersi, ma anche i molti trentini che hanno a cuore la loro terra e che qui ritroveranno le memorie ancora vive dell’emigrazione e quello sguardo aperto sul mondo che oggi come allora deve saper cercare oltre ogni confine – anche di lingue, culture, religioni e tradizioni - la via per una vita migliore. Giovanna Collauto – Agosto 2006

Una giornalista coerente ed esemplare Per Giovanna fare informazione era innanzi tutto avere il massimo rispetto del lettore. Rispetto che significa attinenza ai fatti, precisione e chiarezza nell’esposizione. Il testo di un articolo - diceva - non deve lasciare dubbi, né per quanto riguarda la forma né per quanto riguarda i contenuti. La titolazione deve servire a far capire cosa si sta per leggere e non essere frutto di fantasia. Odiava i fronzoli e privilegiava la sostanza: meglio un aggettivo in meno ed un dettaglio in più. Prima di dare il nulla osta per la stampa, ogni aspetto doveva essere stato verificato anche più volte, fino all’ultimo, perché “quando una sciocchezza è stampata in diecimila copie è dura inseguire tutti i lettori per rettificare”. Era puntigliosa e rigorosa: prima di tutto con se stessa. Come giornalista era nemica giurata della superficialità, della sciatteria, del pressappochismo. Prima di scrivere di qualsiasi cosa si informava, approfondiva, capiva. Amava il confronto, rifuggiva i preconcetti. La maniacale ricerca della precisione e della completezza l’applicava non solo a quanto era destinato alla stam-

pa: anche nel preparare le trasmissioni radiofoniche era meticolosa e ordinata. Abituata a pensare e disegnare i menabò delle pagine, studiava e limava la scaletta delle trasmissioni, nulla era lasciato al caso, all’improvvisazione, ma c’era sempre spazio per le emozioni che potevano scaturire dal colloquio con l’intervistato. Ai riflettori della ribalta preferiva l’oscuro ma operoso lavoro dietro le quinte: per lei era importante costruire fondamenta, dare solidità ai progetti che ideava e che la portavano a guardare sempre avanti, a cercare continuamente stimoli e nuove prospettive. Spigolosa e ostinata, sincera e indipendente, si è spesso scontrata con chi mal sopportava queste sue caratteristiche, uscendone sempre a testa alta. Coerenza ed onestà intellettuale erano i suoi punti cardinali nel fare comunicazione: e in questo è stata un esempio per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla, di averla come collega e di condividere con lei un tratto del suo cammino nel mondo dell’informazione trentina. Maurizio Tomasi Editoriale


PRIMO PIANO

Primavere arabe o l’occasione che si sta sprecando Qualche giorno fa Nicolas Sarkozy e James Cameron hanno fatto una visita a sorpresa in Libia. I combattimenti per la presa degli ultimi bastioni del Colonnello Gheddafi erano ancora in corso e lo stato di sicurezza del paese non era dei migliori. Probabilmente la decisione di andare così in fretta in Libia è stata dettata non dall’agenda dei due responsabili ma dal tour che il premier turco Erdogan stava compiendo nella regione. Dovevano batterlo sul tempo. “Pisciare” sulla Libia prima dei Turchi e di tutti gli altri, per delimitare il proprio territorio di caccia. Perché, da ormai troppo tempo, è questo che rappresenta l’altra sponda del Mediterraneo per le potenze occidentali, compresa l’Italia: un terreno di caccia. Nel 1999, in una Commissione Stragi che indagava sulle deviazioni dei servizi segreti italiani, l’Ammiraglio Fulvio Martini, ex capo del Sismi, dichiarò: “Organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, per sostituire Bourguiba con Ben Ali.” L’Italia, per proteggere il gasdotto che la collega all’Algeria passando per la Tunisia, ha deciso di prendere in mano il destino del piccolo paese sud mediterraneo. Ma questa non è una eccezione. Anzi è la regola.

*

É dalla loro nascita che le belle democrazie occidentali devono la loro stabilità economica e quindi sociale e politica allo sfruttamento e all’oppressione del resto del mondo. Prima tramite il colonialismo diretto e poi, dopo la seconda Guerra Mondiale, la Carta dei diritti dell’uomo, i bei discorsi, le belle dichiarazioni d’intenti... tramite un sistema complesso di manipolazione, complotti, golpe, guerre civili (o ultimamente guerre etniche) create a tavolino, mantenimento di dittature sanguinarie, disinformazione, assassini, stragi, genocidi... il tutto chiamato neocolonialismo. Poco a poco questo neocolonialismo è passato dall’oppressione a favore delle nazioni più ricche ad un’azione al servizio di un pugno di società private. Petrolio, agricoltura, industrie farmaceutiche, armamenti, tabacco, agroalimentare, comunicazioni, sicurezza... ognuna nel suo campo e per gli interessi di una moltitudine di azionisti senza volto, senza nazione, senza credo o appartenenza, usa il pianeta come dispensa per accrescere i propri profitti e il proprio potere. È in questo clima di relazioni costruite sul profitto e sulla cupidigia che nascono le rivolte arabe. Ognuno ha la propria versione.

Karim Metref, ospite de Il Gioco degli Specchi 2011

Primo: ascoltare

Chi ci vede un rinascimento arabo, chi ci vede una conseguenza dei piani statunitensi di riorganizzazione dell’area. E altre versioni ancora, troppe per poterle elencare qui. La cosa più probabile è che ci sia un po’ di tutto. Ma qualunque sia l’origine, il mondo ha in queste rivolte una occasione per rivedere questo sistema di cui la crisi economica sempre più grave sta dimostrando l’insostenibilità per sostituirlo con uno basato sul rispetto e sullo scambio tra pari... Ma l’immagine di Sarkozy-Cameron in stile visita coloniale ci dimostra che i paesi della NATO non hanno ancora deciso di coglierla, questa occasione.

CATERINA PASTURA Mediterraneo: il catalogo è questo

Nato in Cabilia (Centro Nord dell' Algeria), dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante di educazione artistica per circa dieci anni in un piccolo villaggio di montagna, impegnandosi per i diritti culturali dei Berberi. Nel 1998 si è trasferito in Italia, attualmente vive a Torino. Animatore e formatore in educazione alla pace, pedagogia interculturale e gestione nonviolenta dei conflitti, collabora con vari enti come formatore e operatore su progetti educativi. Scrive su varie testate cartacee ed elettroniche tra cui Internazionale, Peacereporter e Babelmed. Cura un blog, http://karim-metref. over-blog.org/ e il sito www.letteranza.org.

Mesogea è una casa editrice di Messina che rivolge la sua attenzione interamente al Mediterraneo. Dalla fondazione, nel 1999, nel suo catalogo sono stati pubblicati un centinaio di volumi che comprendono saggi e romanzi, inchieste e poesie, immagini e cronache. Sono la voce di diversi paesi del Mediterraneo per far conoscere in modo diretto un mosaico composito di popoli, culture, storie, saperi. Del comitato di redazione fa parte Caterina Pastura, animatrice culturale e traduttrice, per molti anni libraia. Ospite de Il Gioco degli Specchi 2011.

Vedi nel programma a pagina 12|13

Vedi nel programma a pagina 12|13

Primo piano

di Assou el Barji

di Karim Metref *

"L'Italia dietro il golpe in Tunisia" su La Repubblica del 10 ottobre 1999 * Leggere e l'intervista all'Ammiraglio Martini su La Repubblica dell’11 ottobre 1999.

Italia e Mediterraneo in tempi di rivolte ….quale futuro? Karim viene dall'Algeria già da uomo adulto e vive a Torino, Assou viene a 13 anni dal Marocco, si forma, studia, si laurea a Trento e vi lavora; non si sono parlati eppure hanno pensato e scritto osservazioni analoghe. Vedono entrambi da vicino le ragioni e le spinte della sponda sud del nostro mare e insieme le opportunità che si offrono alla poltica e alla nazione italiana, anche di riscattarsi da impresentabili passati e dare il meglio di sé.

Dalla fine del 2010 il mondo arabo sta conoscendo una forte spinta, endogena e dal basso, a favore della liberalizzazione dei propri regimi politici, un “risveglio” della popolazione della sponda sud del Mediterraneo, che sta portando ad una realtà nuova, con fenomeni di rinascita culturale e fermento politico, con la forte e decisa richiesta di libertà, dignità, eguaglianza nelle opportunità economiche e fine della corruzione, senza mai voler marcare la differenza del mondo arabo rispetto a quello occidentale che vive nella sponda nord del Mediterraneo o individuare in quest’ultimo la causa di tutti i suoi malesseri e quindi considerarlo come bersaglio ispiratore e alleato dei dittatori arabi. Durante le manifestazioni nelle piazze arabe, la rivolta è stata contro i propri regimi, contro i propri despoti, riconosciuti come la fonte primaria di quell’”infelicità araba”. Anche se la popolazione araba, e non solo, era ed è ben consapevole del fatto che la classe dirigente e i governi arabi non sono solo dei regimi corrotti, ma anche delle élite compradores, vale a dire i rappresentanti

locali di imprese, governi e interessi stranieri, in buona parte facenti riferimento al capitalismo occidentale. Una élite chiamata parassita, perché prosciuga le risorse locali per conto dei loro padroni neo ed excoloniali. Nella globalizzazione dei diritti umani, della libertà e della democrazia, l’Italia e con essa l’Europa deve sostenere e favorire il successo di queste storiche rivolte. Lo sviluppo civile, politico e sociale della sponda sud del Mediterraneo rappresenta una formidabile risorsa ed occasione anche per lo sviluppo dell'Italia e dell'intera area mediterranea (Nord e Sud). Per questo l’Italia e l’Europa devono avere il coraggio di rompere con un passato fatto di sfruttamento, traffici leciti e illeciti, complicità con monarchi e dittatori, ingiustizie, violazioni dei diritti umani e silenzi interessati. L’Italia e l’Europa devono avere il coraggio di guardare al futuro e mobilitare ogni risorsa disponibile a sostegno dei cambiamenti in corso. Oltre alla propaganda isterica sulla “minaccia islamica" e sull’"Occidente satanico", oltre alla teoria dello scontro di civiltà, oltre alla vecchia logica delle armi e del muro contro muro, noi sappiamo che un altro futuro è possibile. E devono impegnarsi politicamente, economicamente, socialmente e culturalmente per fare del Mediterraneo un vero mare della pace, della solidarietà, dell’incontro fertile tra persone e culture diverse, del dialogo tra le grandi religioni, della sicurezza comune e dello sviluppo umano per tutti.

In questo processo di riavvicinamento tra le due sponde possono avere un ruolo importante gli immigrati nord africani che risiedono in Italia ed in Europa, che vivendo fianco a fianco con gli autoctoni, nella vita quotidiana, apprendono insieme, pur tra grandi difficoltà, incomprensioni, pregiudizi e diffidenze, ciò che le avvicina e le accomuna, e la crisi economica in corso, oltre ad accentuare talvolta le tensioni della convivenza, dall’altra parte ha riavvicinato ampi strati della popolazione autoctona (che si sente immigrata a casa propria) a quella straniera, portandoli a rompere i muri divisori con cui i sistemi economici e politici si sono ingegnati a tenerli separati, ed a condividere esperienze di solidarietà ideale e materiale tra di loro, in quanto cittadini e lavoratori, al di là dei diversi colori della pelle, delle differenze vere o presunte tra le civiltà. Se vogliamo contribuire a demolire il muro che ancora separa il Nord dal Sud del mondo, come è stato demolito quello tra l’Est e l’Ovest, se vogliamo fermare i massicci movimenti migratori – che, ancora in questi giorni costituiscono il triste epilogo di morti che bagnano di sangue questo Nostro mare – occorre rendere democratica ed umana la globalizzazione dei sistemi economici e finanziari che dominano e governano le scelte politiche degli organismi internazionali e dei singoli stati. Il nostro destino e quello della popolazione della sponda Nord del Mediterraneo non sarà diverso da quello dei popoli del Sud Mediterraneo. O ci impegniamo a progettare insieme delle condizioni di vita migliori per tutti o non ci sarà pace per nessuno.

Coordinamento Immigrati CGIL di Trento

Primo piano

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PRIMO PIANO

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di Michele Nardelli

Caci, Gambotto, Surroz, La nebbia e il granito. Come ho tentato di diventare Altiero Spinelli 001 edizioni, Torino, 2010, è un fumetto che racconta la storia: l'intensa biografia di Altiero Spinelli, uno dei padri dell'Europa.

Una grande eredità e un impegno per l’Italia del futuro

Il Manifesto di Ventotene Il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani lavora per il secondo anno al progetto “Cittadinanza euromediterranea”

“Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato – come da un lontano loggione – la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato le somme finali di quel che andavo meditando durante sedici anni, avevo scoperto l’abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l’ebbrezza della creazione politica, il fremito dell’apparire delle cose impossibili … nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si prestava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file … con me non avevo per ora, oltre che me stesso, che un Manifesto, alcune tesi e tre o quattro amici …”. In queste parole, scritte da Altiero Spinelli mentre lasciava la sua terra d’esilio, l’isola di Ventotene, c’è l’orgoglio di un grande disegno ed insieme il senso profondo della solitudine. E’ lo strano destino che spetterà al vecchio alfiere del federalismo europeo, quello di essere riconosciuto come il padre dell’Europa tanto che alla sua figura è dedicato uno degli edifici che in Rue Weirtz 60 ospita a Bruxelles il Parlamento Europeo e al tempo stesso di non trovare per tutto il suo lungo cammino una piena cittadinanza politica. Ricordato sì nelle cerimonie e persino sui francobolli, ma senza che il federalismo europeo diventasse cultura politica diffusa. Vedo quel mare, comprendo quello stato d’animo. In quello sguardo “europeo ed italiano” si poteva

rintracciare l’orgoglio del riscatto del sud e di un meridionalismo che si era nutrito di oriente (Gaetano Salvemini), c’era il messaggio culturale della coscienza di classe e nazionale (Antonio Gramsci), c’era l’idea federalista del potere diffuso (Silvio Trentin), si scorgeva la coerenza fra i mezzi e i fini che più tardi fu alla base del pensiero nonviolento (Aldo Capitini). Quello stesso mare che accompagnò l’esilio di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e di Eugenio Colorni non ha mai smesso in realtà di inviarci messaggi che però non abbiamo saputo raccogliere. Nel secondo dopoguerra, quando i paesi europei hanno pensato bene di riversare altrove la falsa coscienza dell’olocausto. Negli anni ’90, quando la tragedia di Sarajevo ha chiuso il secolo che proprio lì era iniziato con l’assassinio del 28 giugno 1914 e che diede il via alla prima guerra mondiale. In

questi anni, nel suo diventare l’abisso dei disperati delle carrette del mare, alla ricerca di un sogno di benessere in un mondo sempre più diviso fra inclusione ed esclusione. E che fatichiamo a raccogliere ora, di fronte ad una primavera nonviolenta che in pochi mesi ha cambiato il volto del Mediterraneo. In ognuna di queste circostanze, l’Europa non c’era, era distratta o guardava altrove. Fra ipocrisia e piccoli calcoli, ci sono stati invece i paesi europei, nell’intento di andare a vedere cosa poteva venirne in termini di influenza politica e di vantaggi economici. Senza nemmeno esitare a muovere i cacciabombardieri contro l’amico di ieri pur di accaparrarsi qualche diritto sulle materie prime. Che pure non riescono a nascondere il vuoto che oggi regna sovrano, tanto sul piano delle scelte comunitarie quanto attorno al fallimento delle politiche di prossimità. Malgrado ciò i paesi europei non sono in grado di far fronte ai fattori di crisi e cresce la percezione che senza un disegno europeo e mediterraneo da soli non ce la possano fare. Ad affrontare una crisi finanziaria che richiede profili sovranazionali ed ancoraggi territoriali. A dare risposte oltre l’emergenza verso flussi migratori che hanno ragioni strutturali. A proporre soluzioni di pace laddove i conflitti diventano sempre più laceranti ed hanno da tempo superato i confini nazionali. Il Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita” guardava lontano. Era in primo luogo una proposta di pace. In quell’agosto del 1941, nel pieno della seconda

guerra mondiale scoppiata ancora una volta nel cuore dell’Europa, Spinelli e compagni pensavano all’Europa politica come soluzione che potesse dare una prospettiva di prosperità e di cooperazione, andando oltre i nazionalismi che la generarono. Un appello a superare l’idea dello “spazio vitale” delle singole nazioni, l’egemonia economica e finanziaria degli Stati. Infine uno spazio culturale aperto al proprio mare, oltre quella dimensione coloniale che aveva portato al nefasto disegno imperiale dell’Italia e delle altre potenze coloniali. Quel disegno non è diventato realtà. Dobbiamo riconoscere che ci sono stati momenti nei quali il progetto europeo è sembrato a portata di mano. Oggi lo avvertiamo più lontano. Lo è soprattutto nella coscienza dei cittadini europei, perché non sono affatto cresciuti uno spazio comune, un senso di cittadinanza, un pensiero europeo. Così come lontana appare quella sintesi fra storie e culture europee e mediterranee che dell’Europa costituiscono la grande ricchezza. O almeno di quell’Europa che nel messaggio mitologico si proponeva di far incontrare oriente e occidente. Con l’itinerario “Cittadinanza Euromediterranea” il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ha cercato in forma inusuale di dare vita ad uno spazio di cultura in questo straordinario spazio geografico. Quel “manifesto” ormai settantenne ci ha accompagnati, come un faro in mezzo alla nebbia di questo tempo incerto, incontrando la primavera.

Il Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita” guardava lontano. Era in primo luogo una proposta di pace. Presidente del Forum per la Pace e i Diritti Umani

Primo piano

Primo piano


Simone Brioni Italia, immigrati, ex colonie

di Maria Rosa Mura

Simone Brioni ha scritto e realizzato con Ribka Sibhatu il documentario “Aulò”, da cui sono tratte queste immagini. È un percorso nella Roma dei nostri giorni con i suoi nuovi cittadini e quelli romani 'da più di sette generazioni', una profonda analisi del ruolo dell'immigrazione e dei nostri rapporti con le ex colonie espressa dalla viva voce e dall'esperienza di Ribka. Simone Brioni insegna presso l’Università di Warwick, nel Regno Unito, e si occupa della letteratura della migrazione e post-coloniale italiana. È al suo secondo documentario sull'argomento, dopo “La Quarta Via” (ITA, 40’, 2009),

Afroitaliane, perché no? Il lavoro culturale di Ribka Sibhatu ospite de Il Gioco degli Specchi

Media

cietà italiana. In Abissinia la cultura orale è, e soprattutto era, dominante, le poesie, “masse” – “aulò”, erano costantemente presenti nella realtà quotidiana tanto che i cantori erano in grado di orientare l'opinione pubblica. “I nostri padri dicono che la metà della guerra la fa il poeta”. In occidente sono i media a creare opinione, una informazione corretta e veritiera è importante, ma quando si parla di immigrati si scade spesso a livelli non degni di veri giornalisti. I media italiani parlano troppo di cronaca nera, associano sempre l'immagine degli immigrati a fatti criminali, ed una delle loro colpe peggiori è quella di indicare la persona con la sua origine, contribuendo a marchiare, per un crimine commesso da un singolo, una intera popolazione o gruppo. Ma anche quando l'informazione si sforza di essere corretta, si avvicina a cercare di capire sinceramente aspet-

tative e vita degli immigrati, risulta monca. “Purtroppo gli elementi per costruire l'immagine degli immigrati sono unilaterali, cioè manca l'opinione dell' immigrato, in un certo senso è come dice un proverbio eritreo: ‘È come se provassimo ad applaudire con una mano sola’. Ribka ricorda che l'immigrazione non dovrebbe appartenere né alla destra né alla sinistra, ma dovrebbe riguardare tutto il Paese. “Non fare attenzione alla complessità del fenomeno migratorio e non lottare per migliorare la condizione degli immigrati e costruire l'immagine più vicina possibile alla realtà del fenomeno vuol dire giocare con il fuoco o precisamente con il futuro dell'Italia.” Un futuro che Ribka Sibhatu cerca di costruire con il suo continuo lavoro culturale, un futuro italiano di cui fa parte a pieno titolo e con lei Sara, la sua bella figlia cresciuta a Roma.

Kaha Mohamed Aden a Pavia

Foto di Edoardo Rebecchi

Foto di Ermanno Guida

Foto di Edoardo Rebecchi

Sara: “Sono romana, francese ed eritrea”

Vedi nel programma a pagina 12|13

gior parte della popolazione locale, soprattutto al di fuori del mondo universitario, sia in Francia che altrove, direttamente o indirettamente mi faceva sentire che io dovevo imparare, e che al tempo stesso avevo poco da dare.” Ribka si rifiuta di adeguarsi a questo stereotipo che vede la donna africana, e in generale l'immigrata, buona solo per lavare le scale, studia con accanimento e cerca di costruirsi una posizione in quell'ambito culturale che sente più congeniale. Si laurea alla Sapienza e intraprende una particolare e importante ricerca di dottorato sull'immigrazione nei media italiani, poi pubblicata con il titolo “Il cittadino che non c'è” (EDUP, Roma, 2004). È convinta infatti che i mezzi d'informazione disinformino e che questo crei gravi problemi non solo agli immigrati, ma a tutta la so-

Quando è arrivata in Italia, ormai molti anni fa, Ribka è rimasta sorpresa, più di ogni altra cosa, dal fatto che gli Italiani non avevano nessuna conoscenza dell'Eritrea. Nel suo paese l'Italia era ben nota a tutti, nei ricordi, nei racconti, nell'edilizia, nei figli lasciati dagli italiani, nella scuola. La scuola italiana dell'Asmara è ancora molto frequentata e vi si studiano gli affluenti del Po così come può succedere a Roma. Gli Italiani invece sembravano non avere nessuna idea di quella terra con cui avevano condiviso quasi 80 anni di storia, non sapevano nemmeno situarla in uno spazio geografico preciso. L'altra realtà che l'ha toccata nel vivo è stata la convinzione, degli europei in generale, che gli africani non avessero niente da dare sul piano culturale “Più vivevo in Europa più mi rendevo conto che la mag-

che si muove tra Mogadiscio e Pavia ed ha come protagonista la scrittrice Kaha Mohamed Aden. Simone Brioni ne parla nel numero monografico di “Altreitalie”, n. 42 (gennaio-giugno 2011): “Gli italiani e l’Africa tra colonialismi e migrazioni”, ricco di saggi interessanti. Segnaliamo anche il libro del compianto padre di Kaha, già alto funzionario nella Somalia indipendente, vittima di Siad Barre e poi esule a Torino: Mohamed Aden Sheikh, “La Somalia non è un'isola dei Caraibi. Memorie di un pastore somalo in Italia”, Diabasis, 2010. Dettagli nel sito www.ilgiocodeglispecchi.org.

Foto di Edoardo Rebecchi

MEDIA

Ribka: il primo ciak di Aulò

Ribka davanti all’Altare della Patria. Roma vive delle persone che la abitano.

Media


ASSOCIAZIONI

di Fulvio Gardumi

Un progetto che parte da Trento

Afghanistan 2014 Quale futuro per un paese devastato da 35 anni di guerra

attivisti e studenti afghani e non. Lo scopo è di gettare le basi di una diplomazia popolare, stimolando la capacità da parte della società civile afghana ed occidentale di elaborare riflessioni e soluzioni. Un portale (www.afghanistan2014.org) si avvarrà del profilo facebook di Unimondo che già conta 15.000 fan. Sono poi previste varie iniziative tra cui un gemellaggio fra università di Trento e di Kabul, incontri tra artisti afghani e italiani e la realizzazione della carta “Afghanistan 2014” sull’esempio della “Carta di Trento per il Tibet”.

Chi sono Razi e Soheila Mohebi

Che ne sarà dell’Afghanistan quando, nel dicembre 2014 le truppe Nato lasceranno il Paese? L’interrogativo preoccupa quanti, afghani e non, hanno a cuore il futuro di quella terra. Dopo la guerra contro i sovietici, una lunga guerra civile, e poi quella contro gli americani, da 35 anni il paese vive nella violenza e il timore è che precipiti in una nuova guerra civile. Per tentare di evitare questo nuovo dramma, Razi e Soheila Mohebi, registi afghani da anni residenti a Trento, hanno lanciato il progetto “Afghanistan 2014”, che sarà curato dall’associazione omonima, dal Forum Trentino per la pace e i diritti umani e da Unimondo. Il progetto si propone di creare uno spazio di dialogo e confronto tra intellettuali, artisti, giornalisti, ricercatori,

Associazioni

Razi e Soheilla Mohebi sono due registi afghani che dal 2007 vivono a Trento, dopo essere fuggiti da Kabul in seguito a minacce e ad aggressioni tese ad eliminarli. Sono arrivati in Trentino invitati dal Festival cinematografico Religion Today e hanno deciso di fermarsi qui, in attesa che la situazione nel loro Paese ritorni ad un minimo di vita democratica. E la loro speranza è riposta nel 2014, anno in cui le truppe Nato si ritireranno dall’Afghanistan. Ma la loro non è un’attesa inoperosa: per questo hanno lanciato il progetto “Afghanistan 2014” di cui parliamo in queste pagine. Razi è afghano di etnia Hazara. Già all’età di 14 anni ha dovuto fuggire in Pakistan quando il padre, attivista politico, è stato incarcerato dai mujaheddin. E’ tornato in Afghanistan ma è stato costretto a fuggire di nuovo, questa volta in Iran. Qui ha conosciuto Soheila, con la quale poi si è sposato. Nel 2001 sono rientrati a Kabul e hanno avviato una casa di produzione cinematografica, la Razi Film House, che realizzava film e documentari oltre a collaborare con tv afghane e europee. All’inizio le

Khaliq Alizada, classe 1964, è un artista che vive a Kabul e nei suoi lavori privilegia i temi dei diritti umani.

cose parevano andare bene, poi dal 2006 sono cominciati gli attentati e la vita è diventata un inferno. Nel solo 2007 sono stati uccisi più di un centinaio di giornalisti. I Mohebi hanno girato un film su queste uccisioni e uno sull’oppio, scatenando le ire delle varie fazioni in lotta. Sono cominciate le minacce e le aggressioni. Due tre volte Razi è stato pestato a sangue e una volta è stato caricato a forza su un’auto, picchiato selvaggiamente e abbandonato morente fuori dalla città. Si è ripreso ma è stato fatto oggetto di un tentativo di avvelenamento, sventato per miracolo. Allora Razi e Soheila sono fuggiti in Iran. Quando sono venuti in Italia per partecipare al Festival Religion Today, a Kabul gli hanno distrutto la casa di produzione e l’hanno diffidato dal tornare. Nel frattempo Razi e Soheila hanno avuto un bambino. A Trento hanno realizzato tre film: “Carcere” nel 2008, “Reame del nulla” nel 2009 e “Gridami” nel 2010, proiettati al Festival di Venezia. Sulla loro vita hanno realizzato un film arrivato secondo al Premio Ilaria Alpi. A Trento hanno creato un gruppo di studenti di sociologia e antropologia, che da tre anni organizza workshop (“Sociocinema”) e rassegne di film. E’ così che è nato il progetto “Afghanistan 2014”. “Ho vissuto 40 anni ma mi sembra di averne molti di più – dice Razi -. Ho vissuto tre vite e ogni volta ho dovuto cambiare totalmente vita, fisicamente e psicologicamente. E’ molto difficile. La quarta vita vorrei viverla in un Afghanistan finalmente nuovo”. Alla domanda come si trova in Italia dà una risposta curiosa: “io sono rimasto mentalmente all’Italia di 50 anni fa, quella che ho conosciuto sui libri e attraverso film come quelli di Vittorio De Sica, l’Italia di personaggi come De Gasperi, così diversi dai politici di oggi …”.

Associazioni


CULTURA IN GIOCO 7-14 NOVEMBRE TRENTO 2011

La PATRIA RiTROVATA

A M M A PROGR

LUNEDÌ 7 NOVEMBRE

GIOVEDÌ 10 NOVEMBRE

SABATO 12 NOVEMBRE

ORE 11.00 BIBLIOTECA COMUNALE, via Roma 55 - Trento INAUGURAZIONE

ORE 18.00 BOOKIQUE, via Torre d’Augusto 29 - Trento

AULA MAGNA FBK, via S.Croce 77 - Trento

Gli ospiti 2011 letture interpretate da Massimo Lazzeri C’è poco da ridere le vignette di Bruno Murer a cura di Trentini nel mondo Onlus

MARTEDÌ 8 NOVEMBRE ORE 16.30 SALA THUN di TORRE MIRANA via Belenzani 3 - Trento Pensando agli italiani di domani

Abitare il vestito, il progetto per la scuola materna di Roberta Bonetti con Elisa Rossignoli Scrivere con la luce: la Trento di oggi mostra fotografica (Centro “L’Area”, APPM Onlus) fino al 13 novembre: h 19,

MERCOLEDÌ 9 NOVEMBRE ORE 16.00 BIBLIOTECA COMUNALE, via Roma 55 - Trento Storia e geografia delle migrazioni

Flavia Cristaldi Alla ricerca delle radici: migrazione trentina e cittadinanza a cura di Trentini nel mondo Onlus ORE 17.30 Michele Colucci L’Italia e la sua emigrazione nel secondo dopoguerra a cura di Biblioteca comunale

Informazioni IL GIOCO DEGLI SPECCHI via S.Pio X 48, 38122 TRENTO Tel 0461 916251 Cell 340 2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org

Cultura in gioco

Sulla strada d’inchiostro reading musicato con i Kepsah diretta Sanbaradio ORE 20.30 BIBLIOTECA COMUNALE di Lavis Via F.Filzi 21 Karim Metref Tagliato per l’esilio a cura di Biblioteca di Lavis

VENERDÌ 11 NOVEMBRE AULA MAGNA FBK, via S.Croce 77 - Trento ORE 10.30 APRE La libreria de Il Gioco degli Specchi Caterina Pastura Mediterraneo: il catalogo è questo ORE 14.30 Teresa Porcella Rossociliegia per bambini di 8-10 anni Ass. Scioglilibro onlus, Firenze ORE 17.30 Silvia Camilotti visita guidata alla libreria del Gioco degli Specchi ORE 21.00 TEATRO S. MARCO via S.Bernardino 8 - Trento

Italia 2011 Serata-spettacolo con Ribka Sibhatu, scrittrice e mediatrice afroitaliana, Gabriele Del Grande, giornalista e fondatore dell’osservatorio sulle vittime della migrazione ‘Fortress Europe’, Milton Fernandez, scrittore, regista e drammaturgo, Karim Metref, animatore politico e culturale, giornalista e scrittore. Conduce Francesca Re di Sanbaradio Musiche a cura dell’Associazione Quadrivium, interpretate dal complesso musicale Bohème e dal gruppo GDiT- Giovani Danzatori iTineranti

ORE 10.00 Aulò, proiezione del documentario con il regista Simone Brioni ORE 12.30 Happy book, aperitivo insieme ORE 15.00 Aulò, replica ORE 16.00 Simone Brioni presenta Babel Hotel, Vite migranti nel condominio più controverso d’Italia Infinito editore, 2011

LUNEDÌ 14 NOVEMBRE AULA MAGNA FBK, via S.Croce 77 - Trento ORE 10.00 Quale Italia? Letture interpretate da Andrea Brunello ORE 16.00 Vincenzo Ongini Nelle scarpe degli altri. Proposte per una didattica dei personaggi ponte con Roberta Bonetti

Giochi Di Specchi In Italia Patria è il luogo in cui ci si sente a casa, che ci si abiti da sette generazioni come da una. Il titolo di questi incontri, “La Patria riTrovata”, riassume due diversi concetti.

Una Patria ritrovata. Sull'idea di patria gli Italiani hanno preferito sorvolare nel dopoguerra, bruciati dal nazionalismo, ancora feriti dalle guerre combattute Contro altre Patrie. Ora la ricorrenza dei 150 dell'unità nazionale la rimette in primo piano e la gran parte degli abitanti del paese hanno dimostrato nel corso di questo anno di aver ritrovato il sentimento di una Patria unita, concepita come patto sociale fondato sui principi espressi nella Costituzione. Sono tornate a sventolare le bandiere tricolori in allegre feste e mai Contro qualcuno.

Una Patria trovata. Da 30 anni a questa parte mentre ancora gli italiani emigravano, si è verificato un fenomeno inverso, cittadini stranieri sono venuti in numero sempre maggiore a vivere in Italia. Nella gran parte dei casi con la famiglia e con l'intenzione di restare a vivere qui se era loro possibile trovare lavoro, casa e sicurezza. Un augurio: di festeggiare l'Italia con un tricolore che non combatta in nessuna parte del mondo, che sventoli a fianco delle stelle europee e della bandiera locale. L'augurio di ritrovare la forza dell'unità e la bellezza dei tanti campanili del paese. Un augurio per i molti che di recente sono arrivati in questa terra, per quelli che la arricchiscono con il loro lavoro e le loro conoscenze, affinchè, senza dimenticare quella in cui sono nati, questa diventi la loro casa. Un augurio anche ai figli di immigrati che in Italia sono cresciuti perchè vi trovino al più presto cittadinanza legale.

É un augurio e un impegno.

TUTTI GLI INCONTRI SONO A PARTECIPAZIONE LIBERA E GRATUITA

La Libreria de Il Gioco degli Specchi AULA MAGNA FBK - via S.Croce 77 - Trento In vendita libri su migrazione e intercultura. Ampia selezione per bambini e ragazzi. da venerdì 11 a lunedì 14 novembre domenica esclusa orario: 10 - 19 a cura della Libreria universitaria Drake venerdì 11 alle 17.30 VIsita guidata a cura di Silvia Camilotti

L'associazione Il Gioco degli Specchi è ente accreditato presso il Servizio sviluppo e innovazione del sistema formativo scolastico e gli insegnanti coinvolti nei vari incontri possono richiedere il riconoscimento di crediti formativi.

PrimaRadio Piemonte 7 e 14 OTTOBRE in diretta interviste agli ospiti del Gioco degli Specchi 2011 nel corso del programma “Simply Book. La libreria alla radio”, alle ore 18.30 e 19.30. Si possono anche ascoltare su www.primaradio.it i podcast con le interviste. A cura del libraio Davide Ruffinengo (www.profumiperlamente.net) ZUGLIANO (UD) 15 OTTOBRE - ORE 18.00 Centro di accoglienza per immigrati e richedenti asilo "Ernesto Balducci" Zugliano (Ud) "La Patria riTrovata" incontro/ dibattito con don Pierluigi Di Piazza, responsabile e fondatore del Centro; Božidar Stanišić, presidente con volontari e ospiti a cura del Centro di accoglienza e di promozione culturale Ernesto Balducci MESSINA 20 OTTOBRE - ORE 18.30 “Città mediterranee nella deriva liberista” presentazione del libro curato da Salvatore Palidda, interventi dell'antropologo Berardino Palumbo (università di Messina) e dello storico Giovanni Raffaele (università di Messina) a cura della casa editrice Mesogea BRESSANONE (BZ) 25 OTTOBRE ORE 15.00 - 18.00 presso Kassianeum, Via Bruno 2, Bressanone “Testimonianze”, incontro interculturale con immigrati Conduce Fernando Biague a cura del Centro di Ricerca e Formazione sull’Intercultura

ROMA 26 OTTOBRE Bottega del Mondo DOMUS AEQUA, via di Sant'Eufemia,9 Aperitivo con il Calendario interculturale e Assaggenda 2012 della Sinnos editrice, in occasione della manifestazione "Fa' la spesa giusta" BERGAMO 28 OTTOBRE - ore 20.45 Cineteatro Qoelet, Via Leone XIII, 22 “Da sudditi a migranti: la parabola postcoloniale italiana.” Interviene il prof. Alessandro Triulzi (università di Napoli, L'Orientale) Incontro conclusivo della rassegna Lontano Presente. Ex colonie italiane - ottobre 2011 LAVIS 3 NOVEMBRE - ore 17.00 Biblioteca comunale, Via F.Filzi 21 Stefano Zangrando presenta “Libri in viaggio”, la mostra bibliografica itinerante de Il Gioco degli Specchi a cura della Biblioteca comunale di Lavis RIVA DEL GARDA 5 NOVEMBRE - ore 21.00 Biblioteca civica, P.zza 3 Novembre 5 “CantodiVino” con Lucilla Giagnoni a cura della Biblioteca civica di Riva FIRENZE 12 NOVEMBRE - ore 17.30 Libreria Cuccumeo, via Enrico Mayer 11/13r, Firenze “E noi, migrando...” Lettura-laboratorio di immagini in viaggio, a partire da “Migrando” di Mariana Chiesa Mateos, Orecchio acerbo per bambini di 7-10 anni a cura del Presidio del libro Associazione Scioglilibro onlus, www.scioglilibro.it

ROBERTA BONETTI, VINICIO ONGINI

Concorso

Libri, percorsi, proposte per un progetto dell’inclusione nella scuola

In occasione della settimana si indice un concorso per la promozione della lettura, “Libri a tutto gas”.

“Abitare il vestito”, il progetto per bambini, genitori, insegnanti della scuola materna, iniziato nel 2010 col sostegno della Fondazione Cassa Rurale di Trento e curato da Roberta Bonetti (università di Bologna, Associazione Mani Altri Sguardi), si conclude con Laboratori-seminari con il corpo docente della scuola dell’infanzia e primaria: prima con Vinicio Ongini, lunedì 14 novembre, ore 16, AULA MAGNA FBK, via S.Croce 77, Trento e poi con Andrea Canevaro, 29 novembre ore 16, Biblioteca comunale, via Roma 55, Trento.

Libero e aperto ai residenti in provincia prevede due sezioni, per le scuole o gruppi anche informali e per singole persone, considerate secondo l'età: bambini, ragazzi e giovani, adulti. Per la prima sezione si richiede un resoconto del lavoro svolto a partire da uno o più libri, per la seconda un consiglio di lettura accuratamente motivato. Premi? Molti. Libri ovviamente. RISTO3 collabora a questo nutrimento.

INFO presso l’associazione il Gioco degli Specchi Si ringraziano per il sostegno dato, la partecipazione e collaborazione: Comune di Trento, assessorato alla Cultura, turismo, politiche giovanili; Biblioteca comunale centrale Trento; Provincia Autonoma di Trento; Forum per la Pace e i Diritti umani; Regione Trentino Alto Adige/Suedtirol; IPRASE; Biblioteca comunale di Lavis;Trentini nel mondo Onlus; Centro di aggregazione giovanile “L'Area”, APPM Onlus; Fondazione Museo Storico del Trentino; Fondazione Bruno Kessler; Fondazione Cassa Rurale di Trento; Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto; Azienda per il Turismo Trento, Monte Bondone, Valle dei Laghi; Unipol; Libreria universitaria Drake; Risto3; Sanbaradio; Bookique, caffè letterario; Curcu&Genovese.

Cultura in gioco


SOCIETÀ

*

di Lavinia Brunelli

Problemi in Alto Adige, dove sono cominciate le dimissioni dalle strutture di accoglienza

Rifugiati nel limbo Nel mese di settembre ci sono stati in Alto Adige i primi casi di dimissione dei rifugiati dalle strutture di accoglienza in cui erano ospitati. La dimissione è avvenuta in base alla normativa che disciplina l’accoglienza dei rifugiati; suscita tuttavia alcune problematiche di tipo sociale, riguardanti sia il futuro di queste persone che quello della società nel suo complesso. Il caso è avvenuto a Merano nella Casa Arnica gestita dalla Caritas Diocesi di Bolzano – Bressanone. La struttura di accoglienza ospita 65 richiedenti asilo, ovvero persone che hanno avviato la procedura per ottenere lo status di rifugiato. Coloro che non hanno ricevuto il riconoscimento da parte della Commissione Territoriale preposta ad esaminare le domande di asilo e non hanno fatto ricorso, non possono più essere ospitati nelle strutture di accoglienza. Sono potuti restare coloro che avevano presentato ricorso presso il tribunale competente e chi non era espellibile per gravi motivi di salute. Che ne sarà però delle persone dimesse? Non hanno documenti per lasciare il paese e quindi è facile avanzare l’ipotesi che soggiorneranno irregolarmente sul territorio.

molti si avvalgono di questa procedura, anche perché il rimpatrio costituisce la miglior alternativa all’espulsione coatta, che viene effettuata in maniera sistematica dalle forze di polizia austriache. I rifugiati in generale non hanno tuttavia alcuna intenzione di ritornare nel proprio paese perché significherebbe ritornare ad una condizione disagiata. L`unica via percorribile pare dunque quella della permanenza illegale sul territorio italiano con tutte le conseguenze che essa comporta. L`aspetto di maggior rilievo è il fatto che le persone diventano “senza tetto”, costrette a vivere in ripari di fortuna, quali edifici abbandonati, parchi e nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie e delle autocorriere. Il disagio creato è doppio poiché riguarda sia i diretti interessati che la società nel suo complesso che si trova a far fronte a situazioni di convivenza difficili. Per mesi i richiedenti asilo sono ospitati in apposite strutture in cui la Caritas non solo offre vitto e alloggio, ma anche corsi di lingua (che in provincia di Bolzano sono sia di italiano che di tedesco) ed un rapporto umano con gli operatori. Si impiegano risorse sia in termini economici che umani, che le dimissioni sembrano vanificare.

Servirebbe almeno un permesso che consenta un percorso di inserimento sociale

Per queste persone esiste in realtà un’alternativa alla clandestinità, rappresentata dal Rimpatrio Volontario Assistito, ovvero dal ritorno nel proprio paese di origine su base volontaria con l`aiuto dell`Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Si tratta di un`opportunità raramente colta dai profughi ospitati in Alto Adige che forse ignorano tale possibilità o mancano di informazioni precise: probabilmente pochi sanno davvero come funziona o pensano sia solo un aiuto per il viaggio di rimpatrio. Per ovviare a tale situazione, gli operatori delle strutture di accoglienza e della consulenza profughi della Caritas si adoperano nel fornire informazioni. Nella vicina Austria, al contrario,

Una volta abbandonata la struttura, le persone dimesse diventano “senza tetto”; si sostiene che la situazione di irregolarità sia la causa principale di “homelessness” (Tosi, http://eohw.horus.be/code/EN/ pg.asp?Page=1149, 22.09.2011, “The Mediterranean Model: homeless immigrants, informal housing, illegal immigration in Italy”, European Research Conference, Pisa 16 settembre 2011). Facilmente tale condizione diventa permanente poiché è molto difficile regolarizzarsi. L’impasse che si crea è deleteria anche per la società nel suo complesso, in quanto si forma in seno ad

Lavoratori immigrati in Alto Adige. Il sogno di lavorare nella bellezza e nella pace.

essa una “polarizzazione tra i residenti con pieni diritti di cittadinanza e una classe di stranieri marginalizzata” senza alcun diritto civile e politico o forma di protezione sociale. La marginalizzazione di alcuni gruppi, intesa sia in senso fisico che sociale, genera degrado, le cui prove sono concrete: persone che dormono in luoghi pubblici in condizioni igieniche disastrose e fenomeni di microcriminalità che risultano difficili da arginare. Tali fenomeni costituiscono terreno fertile per la retorica della sicurezza e dell`ordine pubblico e per la nascita di sentimenti xenofobi, i quali a loro volta fomentano un

clima di insicurezza e malcontento, innescando così un circolo vizioso. La condizione di illegalità sembra nascere dunque negli interstizi creati dallo scollamento tra l’ambito normativo e la realtà. Quali le soluzioni? Le organizzazioni sociali presenti sul territorio non possono offrire soluzioni sostenibili e definitive a questo problema, per il quale servirebbero misure per eliminarlo alla radice. É indispensabile quanto meno che queste persone siano munite di un permesso per poter iniziare un percorso di inserimento sociale.

L’Italia del futuro è l’Italia dei diritti (per tutti) Negli ultimi decenni l’Italia ha avuto un cambiamento radicale sulla presenza ed il contributo degli immigrati lavoratori. Purtroppo questo cambiamento così veloce non è stato accompagnato da un adeguamento adatto alla nuova situazione demografica. Si continua sempre a livello politico a speculare in modo irresponsabile sul fenomeno dell’immigrazione. Spinti dall’esigenza partitica e politica, tanti politici continuano a mandare messaggi negativi e distruttivi che non salvaguardano la convivenza tra italiani e immigrati. La normativa sull’immigrazione è sempre più stretta e rigida e con pochissimi strumenti per l’integrazione. Questi messaggi politici arrivano tutti i giorni a tutti gli immigrati che sono in contatto con colleghi di lavoro, compagni di classe o vicini di case di etnia italiana. Già in questi ambienti non mancano la diffidenza e i

di Abdelazim Alì Adam Koko

pregiudizi: con le parole dei rappresentanti del popolo si rischia di far esplodere una situazione già difficile. Per un miglioramento della situazione attuale lo Stato dovrebbe adoperarsi per fornire più diritti sociali e anche politici. La partecipazione alla vita sociale e politica è un riconoscimento reciproco sia per i nuovi italiani che per gli italiani di origine. In quest’ottica si devono analizzare i bisogni della seconda generazione di immigrati, ma finora il legislatore italiano è rimasto sempre lontano da un atteggiamento serio e responsabile. Ormai la politica è quella che cerca di ottenere voti dando meno diritti all’immigrato e facendo credere di darne di più agli italiani: in realtà non è che, colpendo gli immigrati, gli italiani acquistino più diritti. Anzi, dalla guerra fra poveri hanno tutti da perdere.

Consulenza Profughi Caritas di Bolzano

Società

Società


SOCIETÀ

IMMI/EMI dall’Archivio Associazione Trentini nel mondo onlus.

di Patrizia Toss

Campagna nazionale promossa da 19 associazioni della società civile

L’Italia sono anch’io adesivo A4.pdf 14/06/2011 12:31:05

Proposti due disegni di legge di iniziativa popolare per la cittadinanza e il diritto di voto In Italia vive una fetta di popolazione che ancora oggi non gode dei diritti politici e di cittadinanza: si tratta di uomini e donne di origine straniera che lavorano e partecipano alla vita economica e culturale del paese, ma che non possono prendere parte ai processi decisionali. Sono infatti discriminati da una legge sulla cittadinanza ormai superata e dall’esclusione dal diritto di voto, anche a livello amministrativo. Mentre gran parte del mondo politico discute su tematiche che ruotano esclusivamente attorno al binomio immigrazione-sicurezza, la società civile si trova ad affrontare quotidianamente problematiche complesse inerenti a nuove forme di cittadinanza e partecipazione o alla necessità di pensare nuove strategie di convivenza all’interno delle città. La condizione delle seconde generazioni, ovvero i figli di immigrati, nati o cresciuti in un paese diverso da quello di provenienza dei genitori, rappresenta un esempio particolarmente emblematico. Si tratta di persone che si riconoscono nella cultura e nei valori della società in cui sono cresciuti, nonostante non venga loro riconosciuto automaticamente il diritto alla cittadinanza. La legge sulla cittadinanza attualmente in vigore è stata infatti emanata quasi 20 anni fa e non ha tenuto minimamente conto dei cambiamenti derivanti dal fenomeno dell’immigrazione. Il criterio fondamentale del nostro ordinamento è tuttora quello dello jus sanguinis, ovvero dell’acquisto della cittadinanza per discendenza o filiazione, mentre il principio dello jus soli, ovvero dell’acquisto territoriale, è presente solamente in via residuale. Due sono gli aspetti che evidenziano l’inadeguatezza di questa normativa:

1) la mancanza di un riconoscimento automatico della cittadinanza per gli immigrati di seconda generazione, che produce in questo modo condizioni di disuguaglianza di opportunità e di incertezza identitaria, 2) le condizioni particolarmente restrittive per la naturalizzazione degli immigrati. La cittadinanza per naturalizzazione può essere richiesta solamente dopo una residenza di almeno 10 anni e, nel suo iter, si scontra con l’eccessiva lunghezza dei procedimenti amministrativi. Questa situazione, unita al mancato diritto di voto dei cittadini extracomunitari, rappresenta una grave mancanza all’interno del sistema democratico delle nostre istituzioni. L’articolo 3 della Costituzione, che stabilisce il principio dell’uguaglianza tra le persone, deve quindi porre la nostra società di fronte ad una sfida nuova e complessa, quella del riconoscimento dei diritti di questi nuovi cittadini. A questa sfida hanno cercato di dare una risposta le 19 organizzazioni della società civile che si sono unite per promuovere la campagna nazionale “L’Italia sono anch’io”, le cui finalità sono culturali ma anche concrete, grazie alla presentazione di due proposte di legge d’iniziativa popolare. La proposta di legge sulla cittadinanza prevede che chi nasce in Italia da almeno un genitore legalmente presente da un anno sia italiano, lo ius soli per minori non nativi e che vanno a scuola, e la cittadinanza dopo 5 anni per gli adulti. La seconda proposta prevede il riconoscimento del diritto di voto in città, province e regioni per stranieri in possesso di titolo di soggiorno da 5 anni per il conseguimento del suffragio universale nelle comunità locali. Si riconosce in questo modo al diritto di voto il ruolo di strumento più alto di responsabilità sociale e politica.

Contatti Comitato nazionale info@litaliasonoanchio.it | 348 655 41 61 | http://www.litaliasonoanchio.it/ Raccolta firme alla Libreria del Gioco degli Specchi - per gli orari vedi programma

Società

Una coppia di emigrati trentini in Belgio.

Scritte contro gli immigrati, anche italiani, sui muri in Germania.

La memoria corta degli italiani

di Fulvio Gardumi

E quando non si sa dove si va, è bene sapere da dove si viene*

Spesso diciamo che gli xenofobi nostrani, quelli che vorrebbero rispedire a casa tutti gli immigrati e che fanno di tutto per rendere loro la vita impossibile, non ricordano che anche i nostri genitori hanno patito lo stesso atteggiamento ostile nei paesi stranieri in cui sono emigrati. A volte giustifichiamo questa mancanza di memoria col fatto che sono passati ormai 40-50 anni dalle ultime emigrazioni italiane. In realtà, rileggendo in questo periodo i giornali trentini degli ultimi 25 anni mi sono reso conto che le sofferenze dei nostri emigrati erano anche di recente più vive che mai e assolutamente uguali a quelle che patiscono gli stranieri che oggi lavorano da noi. Una serie di servizi di ‘Vita Trentina’ sulla situazione degli emigrati trentini in Germania a metà anni ‘80 forniva un quadro drammatico, assai simile a quello che cominciavano a vivere qui da noi i primi stranieri che stavano arrivando (della serie: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”). Allora una fase di crisi chiudeva molte fabbriche e i tedeschi trovavano un capro espiatorio negli immigrati. Quanto è monotona e ripetitiva la storia! Sui muri comparivano le scritte “Auslaender raus!” (“Fuori gli stranieri!”) e i partiti più conservatori, compresa la democristiana Cdu, proponevano progetti anti stranieri come incentivi al rientro in patria (in realtà una truffa contro i diritti acquisiti), abbassamento da 16 a 6 anni dell’età per il ricongiungimento dei figli, divieto alle mogli di raggiungere i mariti emigrati … C’era addirittura chi proponeva un esame del cranio dei bambini per stabilire l’età esatta! Ci sono sempre le fantasie più accese in questi casi, come da noi chi proponeva di prendere le impronte dei piedi. (In Svizzera all’epoca andava anche peggio: gli immigrati che volevano portare i figli con sé dovevano nasconderli perché se venivano scoperti scattava il rimpatrio …). Naturalmente non tutta la società tedesca (o svizzera) era xenofoba. Gli stessi sindacati tedeschi riconoscevano che la manodopera straniera era indispensabile e che i posti di lavoro occupati dagli stranieri erano quelli rifiutati dai tedeschi. Anche la Chiesa tedesca invitava ad un atteggiamento non basato sulla paura e sull’irrazionalità. Uno slogan era “Diverse culture, stessi diritti per un futuro comune”, un altro “Superare

le paure per vivere l’uno accanto all’altro” (anche qui, quante analogie con quanto stiamo vivendo oggi in Italia!). I bambini in questa situazione sono quelli che soffrono di più, sballottati come pacchi postali, fanno un po’ di scuola in Italia e un po’ in Germania, e questo causa difficoltà di apprendimento e anche psicologiche: non sanno più chi sono. Spesso non proseguono dopo la scuola dell’obbligo e vanno subito a lavorare, impoverendosi culturalmente. Parlano il tedesco meglio dell’italiano, ma hanno amici solo italiani, il che li ghettizza. I rapporti in famiglia sono spesso tesi: i genitori non comprendono la mentalità dei figli cresciuti in Germania e questo crea spaccature e drammi. Per aiutare questi immigrati italiani ci sono associazioni come la Trentini nel Mondo e le Acli, con assistenti sociali e consulenti, e ci sono le missioni cattoliche (erano 100 in Germania a metà anni ‘80, con 134 preti e 50 suore, tra cui 16 preti trentini). Oggi da noi si vuole vietare che gli immigrati musulmani abbiano le loro moschee… La Germania ha superato quel periodo e oggi riconosce pubblicamente il contributo dato dagli emigrati allo sviluppo tedesco. Tre anni fa la cancelliera Merkel ha chiamato a Berlino i rappresentanti dei lavoratori di tutte le nazionalità per la “Festa del ringraziamento”, in occasione della quale ha ringraziato formalmente gli operai italiani e delle altre nazioni per l’aiuto dato nella ricostruzione del Paese. Questo ci dice che anche in Italia potrà fra non molto esserci un governo che, anziché speculare sulle paure della gente e far pagare agli immigrati colpe non loro, riconosca al contrario il loro positivo contributo e li ringrazi. Non tutte le speranze sono perse.

* proverbio africano da Ahmadou Kourouma, Aspettando il voto delle bestie selvagge, Edizioni e/o Immi/Emi


MIGRANTI

di Giulio Bazzanella

Trapezisti senza rete

Il cinema americano scrive le storie dei clandestini Nel finale del “Pellegrino” (1923), Charlot – liberato da uno sceriffo indulgente – si allontanava nel deserto seguendo, come un acrobata apolide, la linea di confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Alambrista, equilibrista per necessità, è anche il lavoratore clandestino che scivola fra i varchi delle frontiere, le falle degli apparati normativi e le pieghe dell’illegalità, cimentandosi nel proprio rischioso esercizio come un trapezista senza rete. Per l’appunto “Alambrista!” è il titolo che il regista Robert M. Young volle dare, nel 1975, ad uno dei primi film sulle condizioni di vita, o piuttosto di sopravvivenza, dei messicani che si infiltravano negli Stati Uniti senza documenti e copertura legale, cercando un’opportunità nell’infido mercato del lavoro nero. Il fenomeno, già consistente all’epoca della realizzazione di “Alambrista!”, ha registrato in tempi più recenti una crescita esponenziale, almeno da quando il governo messicano, dichiarandosi impossibilitato a far fronte ai propri impegni, aprì nel 1982 la crisi debitoria internazionale i cui effetti si sono propagati nei decenni successivi. Nel 1983, con “El Norte” (USA/GB), Gregory Nava mostrò come il confine fra il Messico e gli USA costituisse la barriera su cui si abbatteva la pressione dell’intera America Latina, prendendo a spunto la fuga di una coppia di sposi da un villaggio guatemalteco, distrutto dall’esercito, alla volta del lontano miraggio di Los Angeles (un’avventura intrapresa, fino a oggi, da mezzo milione di cittadini del Guatemala). Il film, in cui s’intrecciavano significativamente lo spagnolo, l’inglese e il quiché, fu iniziato nel Messico di José Lopez Portillo, fra ricatti, sequestri e minacce, venendo poi completato per forza maggiore in California: l’icastica evidenza grafica della contrapposizione fra l’opulenza di San Diego e la miseria pressoché feudale di Tijuna lo elevava comunque, al di là dell’aneddoto di partenza e dei compromessi realizzativi, al ruolo d’asciutta prova testimoniale dei crimini passati sotto silenzio nel confronto fra i paesi rampanti e le periferie del mondo civilizzato, considerate sbrigativamente come il “giardino di casa” dai loro potenti vicini. Com’era prevedibile, allorché l’economia americana manifestò i primi sintomi d’una fase recessiva, talmente capillare da mettere in discussione la stessa supremazia degli USA, la polemica politica sull’incremento annuale delle presenze irregolari negli

Migranti

Stati Uniti attinse livelli di estrema violenza: i film prodotti in anni più recenti ne prendono atto, inquadrando ormai il tema dei flussi migratori nel più vasto dibattito sui limiti d’un modello di sviluppo dalle ricadute non più gestibili, perfino nell’ambito delle nazioni più avanzate, mediante i consueti ammortizzatori sociali. Parte integrante di tale modello è, oltre alla migrazione obbligata d’intere popolazioni, quella praticata dalle aziende stesse: le runaway factories spostano infatti i loro siti di produzione nelle aree dove abbonda mano d’opera a basso costo, priva di tutela sindacale, di assistenza sanitaria e di garanzie contrattuali. La zona di confine fra il Messico e gli Stati Uniti è un esempio privilegiato della strategia delle multinazionali, che l’hanno disseminata di maquiladoras, gli stabilimenti nei quali le maestranze locali assemblano prodotti d’alta tecnologia, che vengono poi riesportati in regime di esenzione fiscale. “Maquilapolis”, firmato nel 2006 da Vicky Funari e Sergio De La Torre, è un film commissionato dall’ITVS col sostegno del Sundance Institute Documentary Fond, che documenta l’impari lotta di alcune operaie, esposte alle sostanze tossiche impiegate nella lavorazione industriale, per strappare qualche concessione a una proprietà priva di volto e con sede legale all’estero. Le operaie vanno considerate le vere autrici del film, a cui hanno cooperato per la sceneggiatura, le riprese e il montaggio, ritraendo dall’interno una vertenza che si è purtroppo risolta col trasferimento della produzione nella malleabile Cina, la nuova frontiera del cheap work. La globalizzazione è a un tempo il tema e il presupposto produttivo di “Maquilapolis”, in cui le lavoratrici e gli operatori dell’informazione si scambiano le reciproche competenze avvalendosi della medesima rivoluzione mediatica che innerva la delocalizzazione degli investimenti e la trasmigrazione dei flussi finanziari. Sempre più comune è d’altronde fra i documentaristi americani la prassi di confondersi fra i clandestini e calcare con loro, al seguito della guida o coyote di turno, i tragitti desertici che conducono all’interno degli Stati Uniti. “Mojados” (Tommy Davis, 2004) procede così, passo dopo passo, lungo il percorso di 120 chilometri che unisce il Messico al Texas, cercando di dribblare le incursioni delle pattuglie confina-

ALAMBRISTA

THE PILGRIM

rie; “Dying to Get In” (Brett Tolley, 2005) illustra per Discovery Channel il cammino dei migranti nel sud dell’Arizona, dove si calcola che circa 3000 emigranti siano finora deceduti, paragonandolo al gauntlet, l’antica punizione militare che costringeva i condannati ad avanzare tra due file parallele di soldati che li percuotevano; “Walking the Line” (Jeremy Levine e Landon Van Soest, 2006) introduce gli spettatori alle regole della border war, la guerra tra clandestini e vigilantes; “Crossing Arizona” (Dan DeVivo e Joseph Mathews, 2006) pedina gli sventurati che attraversano a migliaia il deserto di Sonora e finiscono nella tenaglia della polizia e delle milizie civili, o muoiono per gli stenti e la disidratazione: l’intensificazione dei controlli, caldeggiata dai politici, ha per conseguenza il dirottamento dei migranti fra le sabbie dove affiorano le ossa delle donne e dei bambini che hanno tentato vanamente di raggiungere i familiari, lavoratori illegali in America.

EL NORTE

CROSSING ARIZONA

( 1. Continua ) Pagina a cura di FORMAT/Centro audiovisivi della Provincia

ALAMBRISTA

EL NORTE

Migranti


MIGRANTI

di Maurizio Tomasi

specchi 2011 degli gioco del ospiti Teresa Porcella ospite del Gioco degli Specchi 2011

Intervista allo scrittore Milton Fernandez

Instancabile animatrice culturale, ha insegnato per diversi anni letteratura per l'infanzia all'università e lavora nell'editoria come progettista e autrice. Attualmente è editor per Motta Junior. Ha studiato danza, violino, canto e recitazione; ama leggere a voce alta a grandi e a piccoli. È Presidente dell'associazione Scioglilibro, Presidio del Libro di Firenze, e responsabile della sezione ragazzi del Festival letterario di Gavoi, in Sardegna. Nel marzo di quest'anno ha aperto a Firenze “Cuccumeo”, libreria per ragazzi, non vietata agli adulti.

L’Italia è già una realtà multietnica e interculturale “I cambiamenti sono in atto malgrado tutto e malgrado tutti quelli che non li vogliono accettare” Milton Fernández è nato a Minas, Uruguay. Si è laureato in Arte Drammatica presso l’Accademia Nazionale di Montevideo e vive in Italia dal 1985. Alterna al suo mestiere di docente frequenti incursioni nella drammaturgia e nella narrativa e dal 2010 è tra i fondatori della casa editrice Rayuela. In italiano ha pubblicato "Fattebenefratteli" (Terre di Mezzo Editore), racconto contenuto nella raccolta dal titolo “Radici e ali” che gli è valso il premio per il “Concorso Terre di mezzo” nel 2001; nel 2007 è risultato vincitore del concorso "Lo sguardo dell'altro" con il romanzo "L'argonauta", ripubblicato per Rayuela edizioni nel 2011.Del 2010 la pubblicazione del suo secondo romanzo, “Sapessi, Sebastiano…” Il suo blog: http://miltonfernandez.wordpress.com

In questi anni, che trasformazioni ha notato negli italiani nei confronti di chi viene da fuori? Quando sono arrivato ero io a portarmi dietro tutti i miei pregiudizi legati a quello che avevo vissuto e che non volevo vivere altrove. Non volevo adattarmi e mi sembrava strano che i militari non fossero indegni come da noi. Ricordo la mia avversione nei confronti delle divise. Quando venne da me un vigile urbano per fare le opportune verifiche sulla mia reale residenza a Milano, risposi alle sue domande in maniera secca e addirittura seccata, soprattutto quando mi chiedeva della dittatura. Quando chiuse il suo blocchetto e se ne andò, passarono pochi minuti prima che tornasse indietro, per spiegare che lui stava dalla mia parte. Ne seguì un lunga chiacchierata che sciolse il clima di diffidenza da parte mia. Indubbiamente in quegli anni c’era solidarietà per chi veniva da quella parte del mondo, per chi fuggiva dalle dittature. I problemi sono iniziati più tardi, con l’arrivo massiccio di migranti da diversi paesi, quando cioè l’immigrazione cominciò a creare delle difficoltà. Una situazione che si aggravò con la crisi economica, che creò una sorta di guerra psicologica contro quelli che arrivavano e venivano percepiti come concorrenti nell’occupare posti di lavoro. Dà una valutazione positiva della sua esperienza di migrazione in Italia? Nel mio caso direi proprio di sì. All’inizio il rapporto con gli italiani era di curiosità, di cordialità. Ho compreso che la migrazione è, con la guerra, l’evento che può segnare di più una persona ma che può anche arricchirla se sa viverla interamente. Il mio appartamento a Milano era diventato un punto di riferimento per chi arrivava in quella città da tutto il Sud America. Li ospitavo ed era abbastanza facile trovare per loro dei lavori temporanei. Il momento più pesante era quando ci si recava in Questura per il permesso di soggiorno. Ricordo che c’era grande fratellanza fra quelli che arrivavano e chi già c’era. E in quel periodo notai in me un cambiamento: cominciavo a sentirmi sempre più latinoamericano, rispetto a prima, quando invece mi sentivo prima di tutto uruguayano. Alla luce della sua esperienza come vede l’Italia del futuro?

Quando e perché è arrivato in Italia? Sono arrivato nel 1983 dopo aver vissuto per un lungo periodo sotto la dittatura militare. Per noi che lavoravamo nel teatro, le prospettive erano molto difficili. Non c’era libertà di espressione, ogni cosa veniva vagliata, censurata. Quando partii l’intenzione era di stare lontano per un po’ di tempo, in attesa di un cambiamento che era già nell’aria ma tardava ad arrivare. Quelli come me che arrivavano in un altro paese lasciavano le valigie pressoché intatte, perché l’idea era di far ritorno appena possibile. Poi, invece, sono ormai quasi trent’anni che vivo in Italia.

Migranti

L’Italia multietnica e multiculturale del futuro esiste già. I cambiamenti sono in atto malgrado tutto e malgrado tutti quelli che non li vogliono accettare. Non si può fermare la storia, che si impone e va avanti comunque. Recentemente ho avuto occasione di lavorare a Verona e sono stato a contatto con bambini di diverse nazionalità e c’erano ragazzi di colore che parlavano il dialetto veronese. Non c’era antagonismo, non c’era intolleranza, fra di loro. Come l’arte che “non si fa ma esiste ed avviene”, così sta succedendo con la presenza di stranieri in Italia e tutti, un po’ alla volta, accetteremo questa realtà, che rappresenta una ricchezza per tutti, a tutti i livelli.

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Gabriele Del Grande ospite del Gioco degli Specchi 2011 È nato nel 1982 Gabriele Del Grande: un giovane bamboccione? No, passa il tempo a cercare notizie, a verificarle, a scriverle, sui giornali, sul suo blog, aperto nel 2006, come osservatorio sulle migrazioni: http://fortresseurope.blogspot.com. Lui stesso è divenuto ormai un punto di riferimento importante sia per chi ha bisogno di aiuto sia per chi cerca informazioni. Ha collaborato al documentario Come un uomo sulla terra di Andrea Segre e pubblicato per Infinito editore di Roma Mamadou va a morire, 2007, Roma senza fissa dimora, 2009, Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti, 2010. Questi testi, tradotti in molte lingue, sono il frutto di anni di inchie-

ste e di viaggi per ricostruire con la maggior precisione possibile il quadro dei fatti, per lanciare allarmi di fronte a situazioni insostenibili o a crimini veri e propri. Il suo è un appello alla responsabilità di fronte a situazioni che non si possono ignorare, che non si può far finta di non vedere: i migranti africani trattenuti nelle carceri libiche dopo l'accordo con l'Italia, gli eritrei trasferiti in prigioni nel sud della Libia con container, assiepati in scatole di ferro attraverso mille chilometri di deserto, i morti in mare anche per mancanza di soccorso, i respinti senza che venga controllato il loro diritto all'asilo. Dopo i pericoli del deserto e del mare gli arrivi in

Italia possono significare CPT con insurrezioni e scioperi della fame come nuove prigioni in cui sono inghiottiti profughi che non vengono creduti: rimpatriati esuli tunisini o 'stranieri' ormai italianizzati, sposati, con figli e lavoro. Tutti rimandati verso paesi dove subiscono ritorsioni e rischiano la vita. CPT che per converso offrono affari lucrosi quando non permettono vere truffe e costano molto di più, con le espulsioni, di una civile accoglienza. Si possono ignorare questi fatti? come diceva il comandante Russo che ha salvato in condizioni difficili 350 naufraghi :“non ci si poteva girare dall'altra parte”.

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Flavia Cristaldi e Michele Colucci due studiosi ci parlano di storia e geografia delle migrazioni Alla ricerca delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza è il titolo di un libro, di una mostra e del video finalista al Concorso Memorie Migranti del 2011 promosso dal Museo Regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino. Il lavoro, condotto da Flavia Cristaldi con Ester Capuzzo (entrambe dell’Università “La Sapienza” di Roma), riguarda gli effetti della legge che riconosce la cittadinanza italiana a chi era emigrato da territori al tempo appartenenti all’impero austriaco. L’associazione Trentini nel mondo onlus, direttamente coinvolta, ne promuove la conoscenza anche al Gioco degli Specchi 2011. Di emigrazione si occupa anche lo storico Michele Colucci (università della Tuscia) che concentra la sua attenzione sul secondo dopoguerra e su quel lavoro italiano in movimento che si è diretto in ogni parte del mondo. Lo presenta Alessandro de Bertolini, ricercatore della Fondazione Museo storico del Trentino. Vedi nel programma a pagina 12|13

Migranti


Dolcezze migranti Le testimonianze dell’uso del miele risalgono alla preistoria e si ricavano da graffiti rupestri indiani, mentre vasetti di miele antichi di migliaia di anni sono stati trovati nelle tombe egizie ed etrusche. Il miele rimase l’unico dolcificante fino a circa tre secoli fa, quando iniziarono le importazioni di zucchero di canna dalle Americhe. La canna da zucchero fu ‘addomesticata’ in Nuova Guinea vari millenni avanti Cristo e poi ci vuole un mappamondo per seguirne il percorso. Arriva nelle Filippine, in India e in Indonesia. La diffusione in Europa comincia intorno al 1100 seguendo l’espansione degli Arabi, ma con usi di lusso e limitati. Coltivazioni di canna da zucchero sono testimoniate in quell’epoca in Sicilia, a Cipro, a Malta ed in Spagna, nella zona di Granada, dove anche ora esiste l’unica piantagione europea. La grande necessità d’acqua della canna sposta la produzione verso le coste dell’Atlantico, in Portogallo, per seguire poi le rotte della colonizzazione e approdare in America con Cristoforo Colombo. Nel 1500 lo zucchero di canna comincia a comparire sulle mense delle ricche famiglie europee. La pianta viaggia invece verso le nuove terre scoperte da James Cook nel Pacifico e nell’Oceano Indiano, dalle Hawaii alle isole Mauritius e Réunion. Ma la canna necessita anche di molta manodopera: per questo

la sua diffusione è strettamente collegata allo schiavismo e alle imponenti deportazioni di africani portati in America. Abolita la schiavitù, non sono migliorate le condizioni di vita dei lavoratori. In molti paesi del sud del mondo la produzione è ancora legata alla piantagione del grande proprietario terriero o della multinazionale, la raccolta è ancora prevalentemente manuale: si tagliano con il machete le canne, si separa il gambo dalle foglie e dalle estremità. Il suo mercato poi risente molto delle condizioni climatiche, di politiche protezionistiche, di accordi commerciali preferenziali, con conseguenze pesanti per i paesi che dipendono da questa monocoltura. Negli anni delle guerre napoleoniche, quando la Francia subisce l’embargo e non ha più accesso ai prodotti importati dalle colonie, Napoleone avvia un programma di ricerca per avere dolcificanti alternativi. Si trova quindi il modo di migliorare antiche intuizioni e di estrarre saccarosio dalle barbabietole, un vegetale a basso costo ed adatto ai climi europei. In pochissimi anni lo zucchero da barbabietola assume un ruolo economico di primaria importanza. Il miele viene relegato ai margini del mercato, mentre si sviluppa il commercio internazionale dello zucchero dei due tipi, con il Brasile come primo produttore.

La miniera della lingua

Vandali, vandalismo, atto vandalico “Non abbiamo il petrolio, noi. Non abbiamo il gas, non abbiamo l’oro, non abbiamo i diamanti, non abbiamo le terre rare, non abbiamo le sconfinate distese di campi di grano del Canada o i pascoli della pampa argentina. Abbiamo una sola, grande, persino immeritata ricchezza: la bellezza dei nostri paesaggi, la bellezza dei nostri siti archeologici, la bellezza dei nostri borghi medievali, la bellezza delle nostre residenze patrizie, la bellezza dei nostri musei, la bellezza delle nostre città d’arte.” Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo: Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia, Rizzoli. Stella e Rizzo non parlano di discendenti del popolo che assaliva e distruggeva i territori dell’impero romano da nord fino all’Africa e poi ancora fino al sacco di Roma del 455 d.C, ma lo rievocano per atti di distruzione violenta loro imputati e rimasti nella memoria collettiva. Vandalismo come sinonimo di devastazione insensata e totale, in spregio ad ogni bellezza e cultura. Incivili e rozzi vennero considerati anche gli ostrogoti e noi ancora diciamo “parlare ostrogoto”, un’altra traccia di quei passaggi di popoli impossibili da capire.

Fusioni

© Patryk Dwórxink - Compfight.com

Nessun problema per queste migrazioni


…il Segno che portA verità ti SArà negAto…

gli dArò lA liStA coi noMi dei pezzi groSSi e l’ArMA del delitto… e Sono convinto che lA giuStiziA fArà il Suo corSo…

Andrò dA MuhMud bey Abd el SAlAM, queStore dellA zonA di qASr el nil. un uoMo oneSto e con lA SchienA drittA

lui eSce Alle tre per AndAre AllA StAzione di rAMSeS… prende il treno delle quAttro Meno un quArto per AndAre A cASA… SArà quello il MoMento in cui lo incontrerò…

MA c’è un Altro ScenArio: pezzi AncorA più groSSi di quelli nellA liStA lo chiAMerAnno…

Tavola da “Metro” di Magdy El Shafee, Il Sirente, Monterotondo (RM), 2010, tr. Ernesto Pagano Per gentile concessione dell’editore.

perché, AllA fine… A neSSuno intereSSA lA verità!

queStA StoriA deve eSSere cAncellAtA

inoltre… libererAnno il contAbile per ASSenzA di prove Sufficienti… e lA StoriA verrà SpAzzAtA viA…

oddio, AdeSSo hAi MeSSo SottoSoprA i Miei piAni

MuhAMMud bey...

il cASo MiSbAh è StAto trASferito in un Altro tribunAle… dA queSto MoMento non dovrete più occupArvene

“Noi diciamo che è troppo e vogliamo giustizia” è il motto di Nasser riportato nella fermata della metropolitana del Cairo dedicata al presidente. Lungo i percorsi della metro si svolge la storia di un giovane ingegnere egiziano che non vede possibilità di lavorare e di far valere le sue capacità, ovunque corruzione, casta politica in affari con la criminalità, repressione. A questi aspetti politici si intrecciano vicende personali di amicizia ed innamoramento. Magdy El Shafee ha subito un processo per questo lavoro del 2008 che è stato ritirato dalle librerie.

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