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Periodico dell’associazione Il Gioco degli Specchi - ANNO I NUMERO I - gennaio - marzo 2010

Storie italiane


Perché Il Gioco degli Specchi diventa giornale

Riflettiamoci di Mirza Latiful Haque C’è la necessità da parte delle varie associazioni d’immigrati e degli immigrati stessi di riuscire ad avere un loro spazio tramite un proprio giornale, che permetta ai molti stranieri residenti in regione di partecipare attivamente alla vita sociale e di integrarsi pienamente nel tessuto della comunità locale. La realizzazione di un giornale è un passo importante attraverso il quale noi immigrati vogliamo fare sentire la nostra voce all’interno di una società che va evolvendosi in una direzione multiculturale. Vogliamo cosi dimostrare la nostra volontà di costruire “un futuro migliore” insieme alla popolazione locale.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI Periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” In attesa di registrazione presso il tribunale di Trento direttore responsabile: Fulvio Gardumi direttore editoriale: Mirza Latiful Haque

redazione: via San Pio X, 48 - 38122 Trento info: tel 0461-916251, fax 0461-397472 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org stampa: Effe e Erre litografia snc, via Brennero 169/17 - 38121 Trento logo: Sonia Lunardelli per Mugrafik progetto grafico e realizzazione: www.progettirizoma.it info@progettirizoma.it 2 - Il Gioco degli Specchi

di Fulvio Gardumi

Un giornale che parla di immigrati, fatto soprattutto da immigrati e che si propone come punto di incontro e di confronto tra chi ha le proprie radici in Italia e chi ha le radici altrove ma ora si trova qui e sta costruendo qui il suo futuro e quello dei suoi figli. Questa era l’idea – anzi il sogno - di Mirza Latiful Haque, un giovane proveniente dal Bangladesh e residente a Bolzano, che nove anni fa aveva provato a lanciare il “Corriere degli immigrati”. Ne aveva stampato due numeri ma poi si era scontrato con difficoltà burocratiche. Per questo aveva raccontato il suo sogno ad alcuni amici trentini e insieme hanno cercato il modo per realizzarlo. Ce n’è voluto del tempo, perché l’impresa è tutt’altro che facile, ma quello che vedete qui oggi è il primo tentativo. Lungo la strada si è cercato di mettere meglio a fuoco gli obiettivi: quello che si vorrebbe realizzare è un periodico che diventi la voce della ricchezza multiculturale del Trentino Alto Adige. Per fare questo c’è bisogno delle idee e della collaborazione di tutte le persone che credono in un’informazione diversa, non basata sulle paure e sui pregiudizi, ma aperta ai tempi nuovi e in sintonia con una società dai molti colori, arricchita dagli apporti più diversi. Questo primo numero è monografico ed è dedicato alla letteratura cosiddetta migrante (anche se la definizione non piace a molti, e la usiamo solo per farci capire): in queste pagine parliamo degli scrittori che nella settimana 2-8 novembre scorso hanno partecipato a Trento alla settima edizione de Il Gioco degli Specchi, intitolata “Riempire il mondo di storie”. Ma per il prossimo numero stiamo organizzando un gruppo di giornalisti e di collaboratori con l’intento di creare un qualcosa di nuovo, che faccia circolare storie e problemi, punti di vista ed esempi di integrazione, iniziative riuscite e speranze deluse, idee e notizie. La periodicità inizialmente sarà trimestrale. L’ “editore” è l’Associazione Il Gioco degli Specchi di Trento, che da anni opera per valorizzare le potenzialità positive dei fenomeni migratori. Il giornale sarà inviato ai soci e a tutte le persone sensibili a questi temi interessate a riceverlo. E vorremmo che i lettori fossero i primi collaboratori, con suggerimenti, proposte e idee.

Assessorato alla Cultura e Turismo


primo piano

Un día sin mexicanos

Come accade nel provocatorio film di Sergio Arau, il 1 marzo in Italia una giornata senza il lavoro degli immigrati? di M.Rosa Mura

el 2010 Il Gioco degli Specchi continua il suo lavoro con molti e molti progetti N culturali. Nonostante l’impegno in tante iniziative, da tempo vivo come inadeguata ai bisogni la nostra attività. Vedo infatti dilagare una sempre peggiore atmosfera razzista, dal parlamento ai discorsi sugli autobus, dalle parole ai fatti.

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ono cresciuta e mi sono formata nel secondo dopoguerra, si parlava molto del razzismo di cui erano state vittime gli ebrei. Mi chiedevo sempre come aveva potuto la civile e colta società tedesca accettare la disumanità di quella poltica. C’erano certamente i ‘volontari carnefici’, gli indifferenti ed anche le persone compassionevoli. Sono stati troppo pochi quelli che hanno reagito. Dominava l’indifferenza per la sorte degli altri? Il senso di inutilità di una azione individuale?

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me pare che ci troviamo da anni ormai di fronte allo stesso bivio, noi civili e colti italiani. Molte persone vengono private dei diritti fondamentali sul territorio del nostro paese nella nostra sostanziale indifferenza di nazione, nonostante si levino le voci di denuncia di molte e rilevanti associazioni e di autorevoli testimoni. Spesso, tragica ironia, le vittime sono le stesse persone che sono fuggite fino in Italia, fino in Europa, nella speranza di trovare qui il riconoscimento di diritti che il paese in cui erano nati non garantiva loro. Se non vogliamo che la nostra nazione scivoli definitivamente nella barbarie di cui già siamo testimoni, dobbiamo far sentire la nostra voce. Se a parlare saremo in tanti forse riusciremo a rendere concrete le garanzie che la nostra Costituzione concede e che la Dichiarazione dei diritti umani pretende per ogni essere umano.

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er il 1 marzo è stato indetto uno scioperodegli immigrati. Nel momento in cui scrivo non ne prevedo l’esito. La proposta di uno sciopero vero e proprio presenta difficoltà rilevanti, dato che parliamo anche di lavoro nero, del rischio di perdere il lavoro e insieme la possibilità di restare in Italia. Gli immigrati sono i primi interessati a far sentire quanto è importante anche economicamente la loro presenza, sappiamo però quanto sia ricattabile chi non ha documenti o lavora in ambienti familiari o addirittura malavitosi.

#pacom

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in ogni caso una proposta di grande significato, perchè pone una domanda netta: cosa sono 24 ore in questo paese senza il lavoro degli immigrati? È una domanda che impone di uscire dall’ipocrisia di chi ne usa le braccia, ma non li vuole.

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ono gli italiani più fortunati e protetti che devono dichiarare continuamente quale importanza abbia per loro il lavoro degli immigrati, devono evidenziare la ricchezza culturale ed economica che la loro presenza produce. Italiani che ritengono un vantaggio vivere in una società pluralista e collegata con tutto il mondo, che rifiutano e temono una nazione che colpisce i più deboli, li emargina e non li tratta secondo principi minimi di umanità, che rifiutano l’equazione clandestino=criminale perchè falsa, che hanno memoria storica dell’emigrazione italiana.

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l primo marzo è la data in cui in Romania si festeggia il ritorno della primavera con un piccolo antico simbolo, il Martisor, due fili intrecciati, uno bianco e l’altro rosso, a volte con un piccolo portafortuna. A partire da questa data, proiettiamoci anche noi verso la primavera. Italiani o immigrati non abbiamo magari smesso di lavorare, ma continuiamo a dichiarare pubblicamente che vogliamo lasciarci alle spalle questo inverno di paure, reali o indotte, di muri e di gabbie, di isolamento e freddo, di disumanità. Continuiamo ad aspirare ad una primavera in cui si guarda la realtà senza ipocrisie, i problemi si riconoscono, si analizzano, si affrontano e si risolvono nel rispetto delle persone e della dignità di tutti. Il Gioco degli Specchi - 3


cultura in gioco Pagine a cura di Erika Gardumi

INGY MUBIAYI KAKESE

ELVIRA

INCONTRARE L’“ALTRO” A SCUOLA, PER IMPARARE A SCEGLIERE

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Quando sono andata ad incontrare i ragazzi delle scuole mi ha sorpreso che tutti avessero letto il mio libro, proprio tutti. Forse anche perché si trattava del mio primo libro, un romanzo autobiografico sulle mie memorie adolescenziali durante la guerra, che ho scritto riprendendo i toni che potevo aver usato allora nei miei pensieri. Penso che l’abbiano trovato vicino a loro, che li abbia coinvolti per questo. ome si parla a dei ragazzi? Io di solito con i ragazzi – come anche di fronte a cose più serie – ho un atteggiamento informale, e uso delle parole semplici, perché penso che in fondo sia la spontaneità quella che fa passare molto di più i messaggi.

lvira Mujcić è nata nel 1980 in Serbia, da piccolissima si è trasferita a Srebrenica (Bosnia) da dove è fuggita a dodici anni a causa della guerra. Ora vive a Roma e ha già scritto due romanzi sulla sua esperienza. Che, ci racconta, è un vissuto che ha bisogno di continue interpretazioni e di un tocco di ironia.

ata da madre egiziana e padre congolese, Ingy Mubiayi Kakese vive a Roma da quando aveva quattro anni. Studiosa di civiltà arabo-islamica, insegnante e traduttrice, molto interessata alla cultura della migrazione, ha scritto diversi racconti sul tema. E ci spiega come le storie aiutano a costruirsi una visione del mondo, soprattutto a scuola.

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o conosciuto l’associazione Il Gioco degli Specchi perché si interessava di letteratura della migrazione; ho trovato geniale il nome perché è davvero esplicativo di ciò che significa incontrarsi: cercare cioè di dare un’immagine di sé all’altro in modo che non sia più altro, ma l’incontro diventi un rispecchiarsi, un trovare delle similitudini. Come in uno specchio.

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rovo davvero molto interessante il fatto di andare nelle scuole, perché credo che sia il lavoro fondamentale da fare ora per avvicinare le civiltà. Partendo dai giovani e togliendo quella sovrastruttura di (pre)concetti che viene dall’esterno e li condiziona. Gli adulti hanno la possibilità di difendersi, invece i ragazzi sono spesso in balìa delle informazioni che gli arrivano. E’ importante che a scuola invece le esperienze arrivino non mediate, in modo che i ragazzi si formino delle strutture e da grandi siano in grado di scegliere liberamente.

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uando incontro i ragazzi di una scuola, non voglio arrivare con una risposta ma in qualche modo porre altre domande con la mia storia. Io mi presento come persona, non mi porto una civiltà dietro, l’incontro è tra me e loro. Ho sempre avuto l’idea che la cosa migliore sia parlare di storie. Soprattutto spingere loro a raccontare le proprie. Perché attraverso la creatività escono fuori le contraddizioni che si vivono.

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ella vita di tutti i giorni i ragazzi si pongono delle domande, e gli arrivano tante risposte tra le quali rischiano di scegliere la più facile, la più immediata. Invece attraverso la creazione di storie, di un immaginario, probabilmente riescono a trovare risposte diverse a queste domande, risposte personali e libere

4 - Il Gioco degli Specchi

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anche l’ironia. Dovendo affrontare un argomento pesante come la strage di Srebrenica e la guerra in Bosnia, ne voglio parlare senza retorica, perché la retorica è

MARIANGELA SEDDA MONOLOGHI MIGRANTI

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ariangela Sedda, sarda, vive a Cagliari dove ha insegnato nelle scuole medie superiori. Ha scritto molti racconti e vari testi teatrali. Nel nostro incontro ci racconta come le storie di emigrazione, piuttosto che di immigrazione, permeano l’intera sua opera.

La migrazione nella mia letteratura salta fuori un po’ dappertutto. A partire dai romanzi, poi nei testi teatrali e per la radio. Nel 1987 scrissi per la radio Fantacronaca del regno Sardo, un testo che parlava di quando i Savoia nel 1799 sono stati costretti ad emigrare in Sardegna, cacciati da Napoleone e dalla rivoluzione francese. Il racconto narra questa emigrazione in una terra che i Savoia possedevano già da parecchio tempo, ma non avevano mai vissuto. Images of History


cultura in gioco

MUJCIĆ

ciò che allontana di più le persone giovani, e non solo loro. A volte mi capita di raccontare episodi di guerra con ironia e qualcuno si mette a ridere, poi si scusa. Ma io credo sia una cosa positiva perché chi ha vissuto la guerra ci ha anche riso sopra, e quindi è giusto che trasmetta anche quello; la guerra è uno di quei punti in cui uno sente davvero la vita perché è l’unica cosa a cui ti viene da attaccarti.

LUCA BRAVI I ROM E I PRECONCETTI DELLA NOSTRA CULTURA

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uando mi fanno notare che sono una giovane testimone mi sento spiazzata. Puntualmente io mi sento molto vecchia; quando la vita cambia in modo così repentino e vivi tante cose ti ritrovi un giorno a pensare: Oddio, ma quanto ho vissuto!

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l mio ruolo di testimone è particolare non perché sono giovane, ma perché sono dentro una Storia che sta ancora avvenendo. Risulta più difficile leggere quanto è successo. Al momento sto cercando di farlo per me, prima con un libro autobiografico, poi con un romanzo che cerca di rispondere a dei punti di domanda miei (che forse farà porre delle domande anche agli altri). Tuttora si fanno molti revisionismi sulla Bosnia. Scrivere della mia esperienza è un’interpretazione continua: per me il mio ruolo di testimone è proprio questa ricerca

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oi ho scritto Sotto la Statua del re, una storia per l’infanzia dove alcuni personaggi sono emigrati. Infine c’è il romanzo epistolare Oltremare, trasmesso da Rai International nel 1999, il quale racconta la storia di un’emigrazione dalla Sardegna all’Argentina attraverso la corrispondenza di due sorelle, una emigrante e una rimasta nella natìa Italia. Una scelta decisamente fuori moda, quella del romanzo epistolare, ma ne ero consapevole. Questa storia continua in Vincendo l’ombra, uscito nel 2009.

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o poi scritto storie di emigrazione anche per il teatro: il monologo Scavi. Storia di miniere; successivamente un adattamento per il palcoscenico di Fantacronaca del regno Sardo, L’esilio del Re. E infine Dal Vapore ti scrivo, storia di una donna emigrante che scrive alla sorella dalla nave che la porta verso l’Argentina, raccontando quello che succede dal ponte di terza classe. Oltre alla storia della migrazione della protagonista non mancano personaggi meticci, degli emigranti, che portano con sè tante altre storie.

Pedrosimoes7

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uca Bravi è un giovane storico dell’università di Firenze che indaga sulla storia degli zingari nel XX secolo. Invitato da AIZO (Associazione Italiana Zingari Oggi) a partecipare a Il Gioco degli Specchi 2009, Luca ci spiega alcuni degli stereotipi sui Rom, di origine fascista.

Il mio campo di ricerca riguarda soprattutto Rom e Sinti, quelli che comunemente vengono chiamati “gli zingari”. In particolare mi occupo della ricostruzione storica del periodo dell’internamento nei campi di concentramento nazi-fascisti, in Germania e in Italia. Il punto di vista storico spiega l’origine degli stereotipi che sono applicati a questa minoranza, direttamente provenienti dalle persecuzioni razziali.

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onostante siano la minoranza più diffusa in Europa (in Italia sono meno, circa 150.000, lo 0,2% della popolazione) la loro storia non è conosciuta quasi da nessuno. Invece alla luce degli eventi tutti gli stereotipi potrebbero essere riconsiderati. Il motivo principale per cui i Rom e i Sinti sono stati internati in passato è un motivo di razza. Gli scienziati nazi-fascisti pretesero di dimostrare con metodi loro che queste persone sono diverse costitutivamente, hanno cioè nel sangue – e quindi acquisiscono per eredità – il nomadismo e l’essere asociali.

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n Italia sono state internate molte altre etnie e gruppi sociali sotto il fascismo, ma a Rom e Sinti le etichette sono rimaste addosso anche successivamente, tanto che negli anni ’80 vennero creati per legge i campi nomadi per accoglierli. Tuttora i Rom vengono considerati dei nomadi, anche se la metà di loro sono nati e vissuti in Italia. Questo isolamento imposto nei campi nomadi rafforza lo stereotipo che li vede persone asociali e li ghettizza due volte.

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ndare nelle scuole ci permette di scalfire questi stereotipi, ed è un problema abbastanza pressante per l’Italia. Forse in questi mesi si sta muovendo qualcosa a livello governativo ed è un bene perché abbiamo davvero bisogno di fare un passo culturale in avanti.

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cultura in gioco

sono nate e vivono in un Paese che continua a trattarle da straniere e a guardarle con sospetto. Tanto più se, come lei, portano il velo: perché “è difficile – spiega – far capire che quella del velo è una scelta di fede”. Forse perché di fede, in questo Paese, ne è rimasta poca… o magari perché a certe parti politiche fa comodo usarla per seminare paura, divisioni, pregiudizi?

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Moriza

Il pianto di Sumaya S

do – sarà diverso: saranno da subito cittadine italiane perché figlie di madre italiana. Sì, perché proprio alcuni giorni prima di venire a Trento la loro mamma, Sumaya, aveva ricevuto la notizia che aspettava da 31 anni, ovvero da quando era nata nel 1978 a Perugia: la notizia che finalmente sarebbe diventata “cittadina italiana”. “E quando l’ho ricevuta – confessa – ho pianto per mezz’ora”: di gioia e di sollievo, ovviamente, per sé e per le sue bambine, per non dover più continuare a mettersi in coda per rinnovare il permesso di soggiorno nel Paese dove è nata.

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ia leggendo il libro di Sumaya che parlando poi con lei, si resta colpiti dal suo carattere deciso, dal suo tono vivace, dal senso dell’umorismo che certamente la aiuta ad affrontare le incomprensioni, le critiche, le difficoltà che purtroppo continuerà ad incontrare anche da “cittadina italiana” finalmente riconosciuta, ma che da molti continuerà a non essere considerata tale. Sumaya sa che lei e tanti altri “nuovi italiani” continueranno ad essere “accettati solo in certi posti di lavoro e dovranno impegnarsi cinque volte di più”. Ma sa anche che “adesso siamo nella fase in cui molti figli di immigrati stanno uscendo dall’Università, ragazzi e ragazze spesso con master ad altissimo livello” e si chiede: “saprà la mia Italia usare queste teste, sarà capace di cogliere in noi la creatività, la forza, il dinamismo che tanto servono a Alì Ben Abi Talib, IV Califfo dell’Islam questo Paese meraviglioso e che noi vogliamo e possiamo dargli?”. Chissà che non venga il giorno in cui Sumaya potrà piangere di nuovo, di sollievo e di gioia, se non per sè almeno per le sue figlie e per il suonostro Paese.

Nata in Italia, “cittadina” 31 anni dopo di Giovanna Collauto umaya Abdel Qader, autrice del libro “Porto il velo, adoro i Queen”, è venuta a Trento con le sue due bambine, Dana e Lin. Per loro – dice sorriden-

a parte sua Sumaya di paure e pregiudizi non sembra averne, visto che manda le sue bambine a scuola dalle suore: una scelta condivisa con suo marito, anche lui musulmano ed anzi ideatore e primo presidente dell’associazione GMIGiovani musulmani d’Italia, perché “le suore – scrive Sumaya nel suo libro - ci danno sicurezza nell’educazione”. Ma anche questa scelta non è stata capita, da molti è stata criticata ed è stata anche difficile da realizzare. Forse perché una scelta come questa è considerata (nella migliore delle ipotesi) troppo “nuova”, prematura. Eppure proprio in apertura del libro di Sumaya si legge la frase del IV Califfo dell’Islam Alì Ben Abi Talib: “Educate i vostri figli per un tempo diverso dal vostro”.

Educate i vostri figli per un tempo diverso dal vostro

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el suo libro Sumaya racconta quell’assurda trafila ed altre storie vissute da lei e da altre donne che, come lei, 6 - Il Gioco degli Specchi


immi emi

Quante storie in viaggio sui bus

Foto Dino Panato

Sui mezzi pubblici di Trento cartelli colorati con brani che parlano di immi-emigrazione di Paolo Piffer

– Salire sull’autobus è come fare il giro del mondo, delle lingue. Trento

Arabo, russo, cinese, serbocroato si mischiano col dialetto trentino e gli accenti meridionali, mai persi, questi ultimi, nonostante decenni di permanenza al nord. E “Il Gioco degli Specchi”, l’associazione culturale che da anni (in precedenza come Atas cultura) organizza festival di letteratura migrante, rassegne cinematografiche all’insegna del meticciato, corsi universitari, tavole gastronomiche dai tanti sapori, è salita sugli autobus cittadini, a Trento.

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er tutto il mese di febbraio un centinaio di cartelli appesi dentro una cinquantina di bus riportano brani presi da romanzi, racconti, poesie che parlano di emigrazione, la nostra, quando noi eravamo gli “albanesi”, per citare un gran libro di Stella, o di immigrazione. “Vite in viaggio”, non poteva che chiamarsi così l’iniziativa. Maria Rosa Mura, l’infaticabile presidente del Gioco degli Specchi, commenta: “Certo è un’idea che abbiamo avuto per cercare di sensibilizzare tutti su questi temi. E per uscire maggiormente all’esterno, ancora di più rispetto a quanto fatto finora. L’autobus ci è proprio sembrato un buon veicolo di trasmissione di tante storie. Questi cartelli colorati vogliono invitare a una nuova primavera di convivenza”.

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utobus numero 3, direzione nord verso Gardolo: “Se affondiamo non se ne accorgerà nessuno, noi non esistiamo. Ecco la realtà Feven”. Restai sconvolta e in preda al panico. Mansou aveva ragione, fino alla sera prima mi sentivo alla fine del mio lungo viaggio e ora la meta tornava a sembrarmi lontana, irraggiungibile. Eravamo un rottame in mezzo al mare, senza carburante, in balia di quell’immensa distesa d’acqua”. Brano tratto da “Libera” di Feven Abreha con Raffaele Masto (Sperling & Kupfer; 2005). Sul retro del testo, l’avviso del corso di letteratura della migrazione nell’Europa occidentale in programma dal 16 febbraio al 25 maggio alla Facoltà di Lettere in piazza Venezia, ogni martedì dalle 16 alle 18. Corso aperto al pubblico e tenutoda Stefano Zangrando, ricercatore in Letterature comparate e docente a contratto dell’Università di Trento.

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utobus numero 8,verso sud: “Fu duro il mio primo inverno da emigrante. In compenso quell’inverno scoprii l’uti-

lità, il senso, la bellezza dei portici… Il confronto fra l’isola e la città, fra il nord e il sud, mi veniva spontaneo. D’accordo, la terrazza ti promette aria libera e vento. Ma il portico ti regala riparo, quando serve, e protezione. Vivevo in un mondo capovolto, questo era il fatto e, tutto sommato, cos’erano i portici se non terrazze capovolte?”. A scrivere è Maria Rosa Cutrufelli. Tratto da “Terrona”, pubblicato nel 2004 da Città Aperta. “Vite in viaggio”, appunto, dal sud al nord Italia o dall’Africa all’Europa. Due esempi di scrittura itinerante. Dal quotidiano “Trentino” del 2 febbraio 2010. Per gentile concessione dell’editore.

un pezzo di carta azzurrognolo Nel mese di febbraio sugli autobus di Trento hanno dondolato i cartelli di “Vite in viaggio”. Avevano la pretesa di far intuire un’esperienza, un’emozione in poche righe e di invitare a leggere e guardare più da vicino queste vite. Eccone un altro: “Silvia faceva quello che poteva, insegnava spagnolo e correggeva traduzioni. Girava la città come una forsennata, saltando da un tram all’altro, agguerrita più che mai. Io mi occupavo della casa e cercavo di districarmi tra carte e certificati, cercando di ottenere quel benedetto permesso di soggiorno che mi avrebbe consentito di trovare un lavoro qualsiasi. Consumavo intere mattinate nell’Ufficio Stranieri della questura, masticando bile, anelando come niente al mondo a quel pezzo di carta timbrato alla buona che si facevano ripagare col sangue.” Milton Fernandez, L’argonauta, Michele Di Salvo Editore, Napoli, 2007. Le sofferenze per ottenere il permesso di soggiorno sono destinate anche a chi è nato e cresciuto in Italia. Per questo la rete G2-Seconde generazioni, i figli degli immigrati, lancia per il 2010 la campagna “Accompagnami in questura” e invita gli amici a condividere le loro difficoltà quando si presentano negli uffici pubblici, la questura ed i commissariati, ma anche l’ufficio cittadinanza e le aziende sanitarie. Per saperne di più puoi vedere il sito, http://www.secondegenerazioni.it/, cercare il gruppo su face book o scrivere a generazioniseconde@gmail.com. Il Gioco degli Specchi - 7


appuntamenti cultura in gioco

Quando el sciùr dutùr l’è un négher Ironia e leggerezza negli scrittori che vivono sospesi tra diverse identità di Fulvio Gardumi

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l bel faccione nero, bonario e sorridente, incorniciato da una barba quasi bianca e da capelli crespi brizzolati, un fisico massiccio tipico di chi ama le lasagne e la ‘cassuèla’: il dottor Kossi Komla-Ebri, anzi “el sciùr dutùr” come lo chiamano a Erba, dove fa il chirurgo nell’ ospedale cittadino, ne ha di storie comiche da raccontare. Comiche perchè lui ha imparato

a sorriderne, anche se di per sé sarebbero tristi. Come quella volta che il vecchio parroco ammalato aveva chiamato il medico e quando lui aveva suonato al portone della canonica, la perpetua si era affacciata alla finestra e vedendo un nero gli aveva detto: “la Caritas è 50 metri più avanti”. E al suo secondo scampanellio, la donna si era quasi arrabbiata a ripetergli che per l’elemosina doveva rivolgersi alla Caritas. O come quella volta che in treno un signore distinto gli aveva chiesto “Tu venire da Africa?” e alla sua risposta che sì, era originario del Togo, quello gli aveva detto con fare comprensivo: “Forse nel vostro dialetto lo chiamate Togo, ma noi in Italia lo chiamiamo Congo”.

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uando indosso il camice bianco sono el sciùr dutùr, ma quando sono fuori dall’ospedale sono un negro, un ‘négher’ come dicono in Brianza. Il mio dramma è vivere questa doppia identità e per farvi fronte ho cominciato a scrivere”, ha spiegato Kossi Komla-Ebri nella serata organizzata dal Gioco degli Specchi il 6 novembre scorso al Teatro San Marco di Trento e condotta da Massimo Cirri di Caterpillar. Con lui altri nove scrittori, di diversa origine e provenienza, che hanno raccontato il loro rapporto con la lingua italiana e con la mentalità del paese Mariangela Sedda e Adrian Bravi che li ospita.

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ossi è autore di numerosi libri, tra cui famosi quelli dedicati agli “I mba ra zz ismi”, neologismo coniato da lui stesso 8 - Il Gioco degli Specchi

Elvira Mujcic e Kossi Komla-Ebri

e che sta a metà strada tra imbarazzo e razzismo. “L’ironia è l’arma più innocente che si possa usare per mettersi in rapporto con gli altri”, secondo Kossi, “e naturalmente bisogna usare anche l’autoironia, perché se prendi in giro solo gli altri si offendono”. E a proposito di autoironia, il medico afro-brianzolo ha ricordato che dopo la laurea in Medicina a Bologna, al momento di scegliere la specializzazione, il suo primario lo aveva sconsigliato di iscriversi a ginecologia, perché “con quella brutta faccia nera spaventi le donne”. “Così ho scelto chirurgia - ha spiegato - perché i pazienti che opero sono addormentati e non mi vedono”.

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alla sua storia emerge anche uno spaccato della storia recente dell’immigrazione in Italia. Quando è arrivato in Italia 35 anni fa gli africani erano visti di buon occhio, almeno a Bologna, dove lui ha frequentato l’Università grazie a una borsa di studio del cardinale Lercaro. Kossi ha ricordato che quando andava in giro in tram, con un amico si divertiva a imparare la lingua italiana indicando col dito e nominando quello che vedeva: “albero”, “macchina”, “casa”… E addirittura i passeggeri bolognesi prendevano parte al gioco. Ma allora gli africani erano pochi. Chi era mal visto a quell’epoca erano i greci, “perché venivano da un paese dominato da una dittatura, erano malvestiti e sporchi e parlavano una lingua incomprensibile”.


cultura in appuntamenti gioco

Mia Lecomte e Ingy Mubiay Kakese

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econdo Kossi, però, chi è nero resterà sempre “diversamente visibile”, mentre pian piano gli immigrati dell’est come gli albanesi, i romeni, gli ucraini eccetera si mimetizzeranno con la popolazione italiana. Chi è di colore diverso sarà sempre chiamato “extracomunitario” anche se è “da 35 anni in Italia, ha la cittadinanza italiana, moglie e figli italiani, lavora e paga le tasse in Italia, ha mangiato quintali di spaghetti e pizza, si è sorbito 35 Festival di Sanremo e altrettante se non più numerose crisi di governo e ha tifato per gli azzurri…”.

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arma dell’ironia e dell’autoironia è anche alla base della filosofia di vita e della scrittura di Elvira Mujcic’, bosniaca di Srebrenica, arrivata in Italia come profuga durante la guerra nei Balcani, quindi per caso, e poi rimasta “per scelta”. “La vita nei campi profughi della ex Jugoslavia era terribile e per sopravvivere bisognava prenderla con una certa ironia, addirittura con una qualche dose di cinismo, elementi tipici della cultura balcanica. Ho cominciato a scrivere per me e a raccontare queste cose. Il mio editore vorrebbe cose patetiche e strappalacrime, ma io preferisco sorridere”. “Ho scoperto di essere musulmana a 12 anni, quando è scoppiata la guerra e hanno cominciato a insultarmi, offendendo Maometto ed Allah. Io non sapevo chi fossero e ho chiesto a mia nonna se fossero nostri parenti…”

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nche Sumaya Abdel Qader, nata a Perugia da madre kuwaitiana e padre palestinese, ha il suo bel daffare a dimostrare che è una persona come tutti noi anche se porta il velo e c’è chi continua a farle le domande più strane, tipo se sotto il velo ha i capelli o perché tutti quelli che hanno il velo sono terroristi. Nel suo perfetto italiano ha raccontato che quando frequentava le elementari era scoppiata la guerra del Golfo e la maestra le aveva chiesto di spiegare ai suoi compagni perché Saddam aveva invaso il Kuwait. “Io non sapevo neppure chi fosse Saddam e del Kuwait avevo solo sentito parlare da mia madre. Figurarsi se sapevo perché era stato invaso…”. Sumaya si dice “confusa” perché i suoi zii la accusano di essere diventata come noi, mentre noi la accusiamo di essere “come loro”.

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hi invece ha fatto il percorso inverso, cioè è tornato in Italia dalla terra di immigrazione dei nonni, l’Argen-

Marisa Fenoglio e Božidar Stanišić

tina, è Adrian Bravi. Dopo aver combattuto nella guerra delle Falkland-Malvinas, di cui dà una descrizione nel suo più recente libro “Sud 1982”, ha deciso di lasciare Buenos Aires e di visitare il paese dei suoi padri, Recanati, patria di Giacomo Leopardi. E qui si è fermato. Di madrelingua spagnola, ha raccontato la difficoltà di scrivere correttamente in una lingua per molti aspetti molto simile, ma piena di “falsi amici”, cioè di parole uguali ma con significati diversi. Ha ricordato che Trotzky in esilio soleva dire che la lingua è una spada quando sei in patria e diventa uno scudo quando sei in un paese straniero (diversa l’immagine sulla lingua proposta da Kossi: quando uno emigra lascia la sua lingua madre come un uccello che lascia le sue piume e quando impara un’altra lingua nella nuova terra è come se gli ricrescessero le piume per re-imparare a volare).

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ulle difficoltà di esprimersi in un’altra lingua ha portato qualche gustoso aneddoto anche Bozidar Stanisic, poeta bosniaco che dal 1992 vive in Friuli. Un giorno alla presentazione di un suo libro in una città del Veneto è intervenuto l’assessore alla cultura e lui lo ha salutato chiamandolo “assassino” anziché “assessore”. Oppure a chi gli diceva di sentirsi “onorato” della sua presenza, rispondeva che anche lui si sentiva un “onorevole”. Stanisic ha lasciato Sarajevo “per non prender parte a una guerra fratricida” e per fortuna ha “conosciuto il volto solidale dell’ Italia”.

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a serata che ha riunito dieci scrittori sul palco del San Marco è stata ricchissima di spunti, di cui è impossibile riferire qui anche solo di passaggio. Alcuni di loro ci hanno rilasciato interviste che pubblichiamo in altre pagine di questo giornale.

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el complesso però il messaggio che è emerso è che la migrazione è un fenomeno esistito da sempre: “l’umanità è nata in Africa secondo gli studi più accreditati – ha detto Massimo Cirri in apertura – ma da lì si è mossa ed ha raggiunto tutti gli angoli del mondo. Altrimenti vi immaginate quanto saremmo stati stretti tutti in uno stesso punto, Obama accanto a Borghezio?”. Il Gioco degli Specchi - 9


immi emi

A tu per tu con Marisa Fenoglio La scrittrice racconta la sua migrazione: le impressioni di un gruppo di studenti

agazze, venerdì prossimo vi porterò al liceo Rosmini dove potrete incontrare Marisa Fe“R noglio: si ferma in città in occasione del Gioco degli Specchi e sarà disposta a rispondere a qualsiasi domanda voi vorrete porle”.

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mmetto che quando la nostra professoressa ci ha fatto questo annuncio non ero troppo entusiasta dell’idea; l’ultima volta in cui avevo partecipato ad un incontro del genere io frequentavo le scuole medie e l’unico ricordo che ho sempre avuto di quell’evento è solo quello di una terribile noia: mi aspettavo che la cosa si ripetesse. Invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.

L’

impressione che mi ha fatto all’inizio dell’incontro non è stata delle migliori: a prima vista l’ho subito as-

la scrittrice Marisa Fenoglio Nasce ad Alba dove trascorre l’infanzia e la giovinezza. Si trasferisce, nel 1957, appena sposata, in Germania, dove vive tuttora. Sorella dello scrittore Beppe Fenoglio, ha scoperto tardi la passione e il talento per la scrittura. Da sempre legata ai temi dell’emigrazione, dello straniamento, della differenza linguistica: elementi che caratterizzano la sua vita e la sua produzione narrativa. Il suo primo romanzo “Casa Fenoglio” (Sellerio) è del 1995. Autrice ache di un dramma radiofonico. Suoi anche “Vivere altrove” (1997), “Mai senza una donna” (2002). “Viaggio privato” (2004) e “L’alfabeto della luna che sorride. Racconti del vecchio Piemonte” (Araba Fenice, 2004 e 2005). Austinevan 10 - Il Gioco degli Specchi

sociata ad una di quelle nonne o vecchie zie che raccontano la loro storia al giovane nipote per far sì che si renda conto che un tempo non c’erano tutte le comodità di adesso, che dovrebbe apprezzare ciò che ha e via dicendo.

Q

uella mattina all’incontro si presentò un’elegante signora dall’aria seria ed altezzosa, che quando iniziò a parlare mi diede l’ennesima prova che tanto l’aspetto quanto i pregiudizi e gli stereotipi ingannano: una donna arguta, ironica e disponibile al confronto con noi ragazzi. Chiara, ironica, sincera e spontanea al 100%, Marisa Fenoglio ha reso entusiasmante la mia mattinata. Tanto è vero che la stessa sera ho deciso di andare all’incontro conclusivo, organizzato dal Gioco degli Specchi, che vedeva come protagonisti una decina di scrittori.

È

stata proprio l’ironia che ha caratterizzato questi due incontri e che li ha resi particolarmente interessanti e piacevoli. Con un modo di fare molto gentile e sempre con il sorriso sulle labbra ci ha raccontato la sua vita , le sue paure e le sue emozioni. Ha cominciato a parlare della sua esperienza di migrazione contenuta nel libro e le sue parole si sono fuse, in armonia, con la nostra personale lettura, evocando immediate immagini, ricordi ed impressioni.

C

ol volto e coi gesti trasmetteva, a noi ragazzi, le sensazioni provate sulla sua pelle e faceva sì che noi potessimo rivivere la sua vita immaginandocela: nuovi posti, nuove abitudini, nuova lingua e la difficoltà nell’abituarsi alla nuova gente. L’autrice ha risposto a tutte le nostre domande con molta semplicità, utilizzando un linguaggio alla portata degli studenti, attirando la loro attenzione.

“Anche il suo tedesco è...notevole. [...] Lei, che parla così bene il tedesco, ce la farà. Una lingua può diventare patria” da Vivere Altrove


immi emi

I

l discorso della Fenoglio mi ha colpito molto emotivamente, perché l’ho ricollegato a delle esperienze avute con alcuni compagni di classe stranieri. Uscita dalla scuola, percorrendo la strada verso casa, ho cercato lo sguardo degli extracomunitari per leggere nei loro occhi e sul loro volto la solitudine e il sentimento di estraneità di chi deve affrontare una nuova realtà per vivere in mezzo a chi ti esclude.

I

l problema principale è quello della lingua: non conoscendola è impossibile crearsi una vita sociale in un nuovo ambiente e ciò ostacola l’integrazione. Collegato alla lingua è il rischio della ghettizzazione, aggravato anche dal fatto di non avere punti di riferimento. Sono d’accordo con l’affermazione che, anche se privilegiata, nessuna immigrazione può essere facile. L’ autrice di “Vivere altrove” è stata molto chiara nello spiegare la sua emigrazione “privilegiata”, ma non meno sofferta.

S

econdo Marisa il contatto con un’ altra cultura può rappresentare all’inizio un vero e proprio shock. Le attività di routine della vita quotidiana vengono tutto d’un tratto sconvolte. Niente è più come prima, e anche una silenziosa boscaglia di pini che si scorge dalla finestra può diventare un vero e proprio tormento. Io mi aspettavo una donna molto diversa da come è in realtà. Leggendo il suo libro mi aspettavo una donna innanzitutto più anziana, che avesse voluto incontrare gli studenti per raccontare loro le sue sofferenze, le sue difficoltà, la mancanza dell’ Italia. E invece no. Davanti a me c’era una signora di piacevole aspetto che parlava con disinvoltura e con un linguaggio limpido e chiaro e senza fronzoli. Questo è ciò che ho apprezzato di più: il suo modo di esprimersi e di arrivare dritta al punto. ILARIA VACCARI MICHELA CRISTOFARO ROBERTA FELICETTI MARCELLA ZANDONAI ARIANNA ISEPPI SERENA BERTOLDO CHIARA MAZZOLA LARA PETRALIA CHIARA DANDREA CHIARA MAZZURANA ELENA LORENZINI ELISA PASQUALINI della IVB Liceo Linguistico Da Vinci - Trento

Božidar Stanišić: la chiave del ritorno Toledo, la chiave nella mano-Toledo, ključ na dlanu è la poesia che dà il nome alla raccolta, in una preziosa edizione bilingue, di quelle che Božidar Stanišić chiama le Heliøs sue “ne pjesme-non poesie”. Come in Marocco le ‘chiavi del ritorno’ avrebbero potuto aprire le case abbandonate dagli arabi in Andalusia, qui la chiave è quanto resta, tramandata di padre in figlio per secoli, dell’antica casa di Toledo da cui sono stati cacciati quegli ebrei che navigano verso oriente e si fermano nei Balcani, gli ebrei sefarditi di Sarajevo. Siamo immersi nella Bosnia dalle molte anime, in quella che era la terra della convivenza, la Bosnia ricca dell’incrocio tra tante culture in cui l’autore è felice e orgoglioso di essere nato, nonostante la sofferenza che gliene è venuta. Questi versi discutono dentro di lui i motivi del suo pacifismo e dell’ordine o disordine del mondo, ma la chiave degli esuli resta il tema dominante. Il dolore del viaggio senza fine e senza possibilità di ritorno, o peggio ancora l’esser costretti a desiderare di andare lontano, il lutto della lontananza che si affaccia nei gesti e nel paesaggio quotidiano, nella primavera e nello scricchiolio della neve, nel volo libero degli uccelli. Dopo il suo rifiuto di imbracciare il fucile, l’autore è arrivato in Italia nel 1992 ed è merito della Associazione culturale -Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), creata da Pierluigi Di Piazza l’aver visto e segnalato la presenza di un poeta in mezzo a quell’umanità che altri considerano massa informe di immigratiextracomunitari-clandestini-criminali. Il Gioco degli Specchi - 11


cultura in gioco

A scuola con Kossi

Oltre gli “imbarazzismi”, la lezione dei porcospini di Giovanna Collauto

Il medico scrittore Kossi Komla-Ebri con alcuni dei molti studenti incontrati a Rovereto

7 novembre, ultimo giorno de “Il GioL co degli Specchi”. E’sabato

Al Liceo Rosmini di Rovereto il suono della campanella segna la fine dell’”incontro con l’autore”, il medico-scrittore Kossi Komla-Ebri, ma nell’Aula magna affollata di studenti nessuno si alza; anzi, gli chiedono di continuare; Kossi continua per un po’, poi conclude e i ragazzi si alzano, ma molti di loro per andare a stringergli calorosamente la mano. “Per loro - spiega un insegnante - è come incontrare un vecchio amico, l’hanno già conosciuto in classe attraverso i suoi libri, ad iniziare dagli ‘Imbarazzismi’”.

L

’incontro è dunque andato così bene anche grazie ai bravi insegnanti che lo hanno preparato. E il resto lo ha fatto e lo fa Kossi Komla-Ebri: con quello che ha scritto e dice, con il dialogo che sa aprire con i ragazzi; e con la sua sincerità, innanzitutto.

A

d una ragazza che gli chiede se gli “Imbarazzismi” non rivelino talvolta un’eccessiva suscettibilità dello “straniero”, risponde che è vero: “perché quando si subisce in continuazione si diventa ipersensibili e poi perché - ammette - i pregiudizi ci sono da tutte e due le parti”. Anzi, “più andremo avanti e più ci saranno imbarazzi da gestire”, aggiunge Kossi sottolineando come la situazione in Italia sia oggi molto peggiore di quella del 1974, quando era arrivato lui, ventenne, dal Togo all’Università di Bologna: “perché oggi c’è la sindrome da invasione” che moltiplica le paure e le difficoltà dell’incontro.

12 - Il Gioco degli Specchi

e difficoltà, appunto, che Kossi non nasconde né minimizza. Cita invece Schopenauer per la sua metafora dei due porcospini che d’inverno condividono la stessa tana: “fa freddo, si avvicinano, nel farlo si pungono, ma contemporaneamente provano calore e allora cercano di trovare una posizione in cui lo scambio sia piu forte del danno”. E “così è – commenta Kossi – per l’incontro fra civiltà: trovare il punto di contatto, la posizione che consente di scambiarsi valori, di costruire insieme senza pungersi e danneggiarsi vicendevolmente”.

M

a come trovarla questa posizione? Non certo con misure come “il pacchetto sicurezza e i respingimenti in quel ‘mare nostrum’ che oggi è diventato un “mare-mostro”, sottolinea Kossi. Un mostro che inghiotte, insieme a tante vite umane, le stesse basi della nostra pretesa di civiltà.

D

’altra parte gli stessi immigrati che vivono in Italia devono “imparare a farsi accogliere, essere cittadini attivi: nei consigli di quartiere, nelle consulte e riunioni di genitori, nelle associazioni di volontariato, perché è solo così, impegnandosi insieme nel quotidiano, che i pregiudizi cadono”.

L

a lezione dei porcospini insegna, infatti, che a cercare la posizione giusta bisogna essere in due. I ragazzi del Liceo Rosmini di Rovereto sembrano averla apprezzata, forse perché con essa Kossi Komla-Ebri ha saputo comunicare loro una cosa di cui oggi c’è particolare bisogno: la spinta a cercare sempre e comunque l’incontro con l’”altro”, anche a costo di “pungersi”, per non rinunciare alla speranza di un futuro migliore.


AleReporter

fusioni na e alle ricette della tradizione. Ne sono venute fuori storie bellissime, indissolubilmente intrecciate con le espressioni dialettali che le esprimevano. Di qui la commistione forte tra cucina, lingua e memoria. E’ stato come scorgere l’impatto tra due culture e il loro reciproco adattarsi attraverso i racconti delle occasioni nelle quali alcuni cibi venivano consumati. Un universo di racconti prevalentemente femminile, che riguarda però la donna come centro della vita familiare.

MARINETTE PENDOLA E

Ricette di interazione culturale

R

accontare la storia di una comunità multietnica attraverso le sue ricette. La cucina non è stato il punto di partenza per Marinette Pendola, ma con l’avanzare delle sue ricerche sulla comunità italo-tunisina di appartenenza ha trovato nella cucina il filo che tesseva insieme la cultura (le culture) e il quotidiano.

All’inizio è stata una scelta familiare: ho cominciato a raccogliere le ricette della tradizione della nostra comunità per mia figlia, prima che andassero perse. Poi mi sono accorta che la cucina era un segno tangibile di una Mescolanza, era un nuovo mix tra le 3 tradizioni: siciliana, tunisina, francese.

N

e ho parlato con il mio gruppo, “Il Gruppo della Memoria”, un gruppo di recupero della memoria storica della comunità italiana in Tunisia (tra le più numerose dell’Africa Settentrionale). Siamo insieme giunti alla conclusione che anche la cucina racconta la Storia. Di lì è cominciata la ricerca vera e propria. Ho intervistato altre donne e uomini della comunità, raccogliendone le memorie legate alla cuci-

infine ho raccolto tutte queste storie, coordinandole all’interno di un quadro più ampio di studi socio-linguistici che nel frattempo avevo intrapreso: sono diventate una memoria narrata della mia comunità. Avevo cominciato il mio lavoro per me e la mia famiglia, mi sono ritrovata a scrivere per molti.

L

a stessa cosa è successa con il mio successivo romanzo: ho cominciato a scriverlo di getto. Solo alla fine mi sono resa conto che non era una cosa mia, molti avevano bisogno di sentire questa voce. E il romanzo ha parlato a molti: a quelli che hanno sentito il bisogno di ripercorrere la loro storia, ma anche a tutti quelli che si sono interrogati sull’emigrazione italiana dei secoli passati, di fronte ai temi quantomai attuali dell’immigrazione.

I

l Gioco degli Specchi ha saputo raccogliere molto bene questo duplice aspetto: sentire delle storie che parlano di altri, ma che inevitabilmente parlano di tutti noi in prima persona. Il Gioco degli Specchi affronta interessanti temi: razzismo, integrazione, contatto con le altre culture: cose che la gente della mia comunità ha affrontato 50 anni fa. Per me esisteva una sola scuola, ed era completamente multietnica.

intervista a cura di Erika Gardumi

la ricetta

A tavola tra Sicilia e Tunisia di Marinette Pendola COSTINE DI MAIALE CON CECI “Le costine, dette anche spuntature, sono ottenute dalla punta delle costole del maiale. Questa ricetta abbina modalità tunisine con una carne non consumata dai musulmani” Ingredienti (4 persone): ½ kg di costine – 1 barattolo di ceci – 1 cipolla piccola – ½ kg di bietole – ½ cucchiaino di coriandolo e carvi – 2 cucchiai di passata di pomodoro – 1 peperoncino (facoltativo) – sale q.b. – poco olio d’oliva. Esecuzione 1. Insaporire la carne con le spezie e il sale e tenerla da parte. 2. Pulire le verdure. Tagliare finemente la cipolla. Tagliare la bietola separando la parte bianca dalle foglie: la parte bianca va tagliata a strisce non troppo grosse, mentre le foglie possono essere tagliate grossolanamente 3. In un tegame, far rosolare la carne, aggiungere la cipolla, la passata di pomodoro (eventualmente anche il peperoncino) e la parte bianca delle bietole. Prima di aggiungere ognuno di questi ingredienti, lasciar rosolare qualche minuto e mescolare man mano che vengono aggiunti nuovi elementi. Unire un bicchiere d’acqua e far cuocere per una mezz’oretta a fuoco lento 4. Trascorso questo tempo, mettere nel tegame le foglie di bietole e i ceci. Aggiustare di sale e far proseguire fino a quando la carne non risulti ben cotta. N.B.: • A fine cottura, l’acqua deve essere del tutto evaporata. Se così non fosse, fare andare il fuoco allegramente a tegame scoperto per qualche minuto. Il sugo finale deve risultare denso ma non troppo ristretto per permettere d’intingere il pane. • Questo piatto invernale va servito semplicemente accompagnato dal pane. Si tratta infatti di un piatto unico. Il Gioco degli Specchi - 13


associazioni

Dalla Siberia al Trentino

Intervista a Nadia Kouliatina, fondatrice di “Donne immigrate Agorà” di Idil Boscia

niziamo il viaggio nelle associazioni con “Donne imImigrate Agorà”, onlus nata

nel 2004 e formata da donne, principalmente dell’est, che lavorano per lo più nei servizi alla famiglia. Ne parliamo con la

T S

Courtny

fondatrice, Nadia Kouliatina, russa nata in Siberia. utto inizia con una scommessa...

ì, di fare qualcosa per me e per il Trentino. Volevo unire le donne, parlare con loro di problemi e diritti, aiutarle a vivere sul territorio. Pensavo sarebbe stato facile, invece molte vedevano l’associazione di volontariato quasi come una setta. Ma c’era un bisogno assoluto a cui potevo venire incontro, avendo la possibilità di fare tante cose e conoscendo cultura e mentalità italiana e trentina. Così, piano piano, i contatti si sono allargati.

Q D

uali corsi avete proposto?

i formazione professionale, per l’accesso ai servizi, di cucina, per accudire gli anziani, per risolvere problemi di lavoro, per la conoscenza dei propri diritti... per dare l’opportunità di vivere in serenità in Trentino conoscendo la mentalità del posto. Ci sono poi attività per i figli, come lingua, danza, disegno, doposcuola, regia.

C C

osa vorreste per loro?

he se tornassero un giorno nel loro Paese avessero un ricordo positivo dell’Italia, il Paese in cui la loro vita è cambiata. Dopo avere iniziato un po’ a intuito in base ai bisogni che vedevamo, abbiamo fatto passi avanti: abbiamo capito l’importanza di portare la nostra cultura e di lavorare sull’immaginario riguardante le donne dell’est, che è importante siano apprezzate e rispettate.

Q L

ual è la particolarità della vostra associazione?

’essere composta solo da donne immigrate e non italiane. In questo senso siamo la prima associazione a livello nazionale ed europeo. Non è una chiusura, ma una necessità: tra di noi c’è un orientamento, un aiuto, un sostegno, una ramanzina quando serve... Dopo un inizio difficile, ora si vede un gruppo di persone che fa volontariato e tante altre con molta voglia di imparare. Così ci stiamo allargando sul territorio per sostenere le donne, ma a beneficio delle famiglie italiane.

Desideriamo dar vita a una pubblicazione periodica che diventi la voce della ricchezza multiculturale del Trentino.

Associazione Il Gioco degli Specchi Se condividi le finalità dell’associazione, sei interessato alle sue attività e vuoi sostenere questa particolare iniziativa, ti proponiamo di diventare socio (la quota sociale è di 15 euro). Manda la tua richiesta di adesione ed il tuo indirizzo a: info@ilgiocodeglispecchi.org oppure a: IL GIOCO DEGLI SPECCHI via S.Pio X 48, 38122 TRENTO, tel 0461-916251, fax 0461-39747 14 - Il Gioco degli Specchi


spunti

Italiani dall’altra parte del mondo Un documentario racconta la loro vita in Patagonia

Beltrán, Rio Negro, Patagonia Argentina: la cinepreruota lentamente lungo tutta la linea dell’orizzonte Lnel uissatentativo di trasmettere il senso di quella immensità

che si trova di fronte. La luce, il vento, la piccolezza dell’uomo, i campi di girasole e di mais a perdita d’occhio ben la trasmettono, poi, in questo ambiente austero, germinano le storie. “Ci penso sempre e non so cosa deve essere stato quello sradicamento per mio padre, arrivare da Bergamo fin qui, dove non c’era assolutamente niente. “

I

l Circulo Italiano è il ritrovo, dove si ricorda l’origine della propria famiglia, scrivendo il nome proprio e quello del paese sulle pareti, dove sono state dipinte gigantesche regioni italiane. Molti vengono dall’Italia, partiti dopo la guerra, quando non c’era lavoro e le aziende più importanti invece lavoravano qui, come la Saipen che vi ha costruito importanti opere idrauliche.

O

ppure erano i più grandi di molti figli ed a soli 17 anni avevano il dovere di andarsene e scaricare dalla famiglia l’obbligo del loro mantenimento. Altri invece sono arrivati in Patagonia per migrazioni interne, da Buenos Aires, lasciando il lavoro edile per costruire invece con orgoglio un frutteto come non ce n’è altri, cercando un clima più salubre per il figlio malato, un posto tranquillo per non imbarbarirsi in una città divenuta pericolosa. Vivono in una pace inimmaginabile, con ritmi lenti accuratamente radiografati, si dedicano alla passione del teatro o alla raccolta di resti e ricordi per un piccolo museo, pe-

scano e si scambiano ricette. Si lamentano delle formiche e delle carpe, e peccato che ci siano le zanzare. on è un luogo fuori del mondo, ci si viene perchè la Patagonia è di moda, per fare grandi investimenti in terreni e colture intensive. Oppure per cercare un lugar en el mundo, il proprio luogo, la ‘casa’, quella sognata e che si può raccontare stanza per stanza anche se i disastri economici dell’Argentina ne hanno allontanato il sogno.

N

Era el azul (Era il blu)

Regia: Alberto Valtellina e Sergio Visinoni Con: Hugo “Loco” Cognini, Walter Corona, Carlos “Conejo” Pedranti, Fabio “Tano” Ghilardi, Clara Corona, Moni Gundín, Eduardo Montangero Produzione esecutiva: Angelo Signorelli per Lab 80 film – TUC Produzione: Lab 80 film e Centro Studi Valle Imagna Durata: 74 minuti. Anno: 2008

Parlare italiano?

A

ndrea si abbuffò di patate, poi marciò deciso verso il magazzino degli attrezzi, sollevando il fiasco, in un brindisi allegro al contadino.“Cin cin, patriota”, gli fece da lontano, “dove hai nascosto la marmellata di albicocche?”

Q A

uesta frase è in italiano? Certo ma anche in tante altre lingue:

ndrea LATINO-GRECO ANTICO - si abbuffò DIALETTI SUD - patate SPAGNOLO SUDAMERICANO - marciò FRANCESE/GERMANICO - magazzino ARABO - attrezzi FRANCESE - fiasco GERMANICO - brindisi TEDESCO - contadino PROVENZALE - cin cin INGLESE dal CINESE - patriota FRANCESE, LATINO e GRECO marmellata PORTOGHESE-LATINO-GRECO - albicocche SPAGNOLO-ARABO. Horia Varlan Il Gioco degli Specchi - 15


Tavola da Kurden People, Marina Girardi, Comma 22, Bologna, 2009 Per gentile concessione dell’autrice

“Io vado madre, se non torno sarò fiore di questa montagna, frammento di terra per un mondo più grande di questo.” Goran (1904-1962)

Una giovane e due ragazzini guardano l’affannarsi dei giovani curdi che cercano di eludere la sorveglianza della polizia greca e di nascondersi sui camion che si stanno imbarcando per l’Italia. I ragazzini ridono delle ‘formiche’ agitate che vedono nel porto, la ragazza è più pensosa. Conosce la storia di questo popolo, sa qualcosa del luogo da cui vengono, dei motivi che li hanno spinti fino a quel tragico gioco a guardie e ladri.

Il Gioco degli Specchi INFO: tel 0461.916251 fax 0461.397472 cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org

Numero 1_Riflettiamoci  

Esce il secondo numero del nostro periodico

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