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Vedere non significa immaginare ciò che ci hanno descritto

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FARFALLE SULLA NEVE Il Professor Sandri, uomo di mezza età e cardiologo di fama internazionale, aveva ricevuto l’incarico d'inaugurare quell’anno accademico. Erano giorni che rifletteva su cosa avrebbe dovuto dire, ma per il momento era solo convinto della necessità che gli studenti sentissero il battito del cuore, più che vederne l‘anatomia. I suoi pensieri erano tutti concentrati su come dare una veste di parole e concetti a questa ispirazione, quando, girovagando su internet, s’imbatté in uno strano dipinto: un prato innevato accoglieva le orme di molti animali, compreso l’uomo, che la legenda, anch’essa dipinta, elencava. Sorrise di quella che bonariamente definì una tela partorita dalle profondità più recondite del web, ma continuò senza motivo a osservarla, leggendo di tanto in tanto il nome delle impronte che non conosceva. Fu così che a un tratto lesse: “Impronta di farfalla”. “Delle farfalle sulla neve” pensò “che strano, non credo di aver mai letto o visto nulla in proposito. Diamo un'occhiata nei motori di ricerca”. Così vide che solo un sito proponeva qualcosa. Mostrava quello che sembrava essere uno stendardo con dipinte alcune grosse farfalle variopinte in un giardino sotto una fitta nevicata. “Butterflies in the snow. Oregon” lesse oltre il nome dell’autore della foto. Poi tornò al dipinto, che sempre più gli comunicava qualcosa che però sfuggiva agli occhi. “Ecco…c’era qualcos’altro, non è un quadro così…questo dirò alla lezione inaugurale. Ma tu guarda…” esclamò a un tratto tutto contento. L’aula era gremita. I giovani studenti ne affollavano anche l’ingresso, tanto che il professore dovette farsi largo chiedendo più volte permesso. Non aveva portato con sé che un foglietto con pochi appunti, poiché aveva intenzione di tenere la lezione inaugurale a braccio. Nel foglietto c’era scritta anche la cosa più importante: l’indirizzo web che gli avrebbe permesso di mostrare a tutti gli studenti il dipinto.

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“Su gentile richiesta dei miei colleghi mi è stato chiesto di inaugurare l’anno accademico, cosa che mi accingo a fare non prima di chiedere tutta la vostra attenzione. In particolare vi chiedo di rivolgerla al dipinto che vedete sullo schermo alle mie spalle” disse rivolto a tutti gli studenti che fecero immediatamente silenzio. Occhi curiosi cominciarono a frugare quel prato innevato solcato da orme alla ricerca di qualche attinenza con la laurea in medicina. “Che cosa vi suggerisce? Secondo voi perché l’ho proposto? Esprimete la vostra opinione con ordine, alzando prima la mano”. Si alternarono molteplici risposte, che il professore commentava senza mai deludere, ma, al contrario, incoraggiando. D’un tratto, uno studente quasi fuori della porta esclamò: “Sono tutte impronte di animali piuttosto pesanti. Si capisce certamente dall’elenco della legenda, ma anche dal dipinto si vede che le orme sono ben impresse nella neve. Qualcuna, come quella dell’uomo, è addirittura profonda. Le uniche appena visibili sono quelle della farfalla”. “Bravissimo! Adesso siamo sulla buona strada, ma c’è dell’altro: c’è il messaggio dell’artista. Osservate con più attenzione” disse mentre lo studente che aveva data la spiegazione si prodigava, contento e con il braccio destro teso, a indicare il dipinto, nello sforzo d illustrare agli studenti più sfortunati, perché fuori dalla porta, quanto appena detto. “Allora? Vedo tutte braccia ben distese sui banchi e sui fianchi….potrei aiutarvi, ma sono certo che ci arriverete da soli. Non cercate significati solamente nella medicina o nella cardiologia, osservate, osservate bene”. Dopo un po’ una studentessa dalla bella e fresca faccia con un paio di occhialetti tondi, si fece coraggio e alzò la mano. “Le orme di farfalla formano un cuore, professore”. “Oh, siamo arrivati al punto signorina! Formano un cuore! Capite cosa ha voluto dire l’artista che non so quanto sia famoso perché l’ho pescato casualmente dal web? Le impronte che gli altri lasciano nella nostra vita, nel nostro cuore, non le 3


dobbiamo giudicare dalla loro profondità, direi dalla loro violenza, ma dall’importanza che hanno avuta, se cioè hanno prodotto qualcosa in noi. Tutte le orme del dipinto, in particolare quella dell’uomo, sono ben marcate ma non conducono a niente, si perdono nella neve. Solo le esili zampette di una farfalla hanno tessuto una trama”. Qui il professore fece una pausa, poi aggiunse: ”Lasciate, allora, che nevichi nel vostro cuore e che qualche farfallina o…, perché no, farfallone imprima la sua delicata trama”. Si udirono le risate delle studentesse a queste ultime parole, mentre al professore non rimaneva che dire qualcos’altro prima di uscire dall’aula, cosa che fece subito dopo che tutti quei futuri medici e cardiologi si erano presi qualche istante di pausa, dicendo: ”Per il resto ragazzi, il cuore non è altro che un’infaticabile pompa che qualche volta s’inceppa, in altri casi, talvolta sfortunatamente prima del tempo, si ferma, ma mai si ammala di cancro, come, purtroppo, è successo a me. Me l’hanno diagnosticato una settimana fa, quindi quasi in coincidenza con questa lezione. Ho pochi mesi di vita e non terrò nessun’altra lezione. Ci tenevo così tanto a incontrarvi che non ho informato la Presidenza la quale ancora è all’oscuro di tutto. In bocca al lupo ragazzi e mi raccomando, prima di imparare l’anatomia e la fisiologia di un cuore, amatene il battito”. Nell’aula scese il gelo mentre il professore si alzava e si dirigeva verso la porta. Regnava un silenzio palpabile. Stava nevicando su molti cuori.

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IL FILO SOTTILE DEL DESIDERIO Non ricordava neppure il numero degli anni che erano passati dall'ultima volta che aveva visitato quella sterminata casa abbandonata. Tutt'attorno la natura aveva preso possesso. I maestosi noci veleggiavano nel cielo oscurandolo. Si girò e si posero di fronte ai suoi occhi le tre casupole che resistevano sommerse dalla vegetazione. Di fronte alla mole della casa padronale sembravano vecchie pietre rotolate dal fianco della collina. Nella loro piccolezza erano state però capaci di accogliere una famiglia e un somarello magari, che d'inverno spingeva il suo calore oltre il diaframma del pavimento. Giunto all'ingresso della vecchia casa padronale entrò e salì le scale di pietra che portavano alla grandissima cucina. Il vano della porta era impedito da un sottile filo di ragnatela, posto come un sigillo all'altezza delle sue spalle. Si dipanava teso da uno stipite all'altro. Poteva spezzarlo e sarebbe stato normale; ma perché farlo? Meglio rispettare i nuovi inquilini, pensò, e si abbassò per procedere oltre. Intanto, incuriosito, un vecchio ragno osservava la scena e in cuor suo sperava che quello strano visitatore avesse proprio l'accortezza di non spezzare il filo, messo lì più e più volte ma sempre spezzato. La bestiola tirò un sospiro di sollievo vedendolo chinarsi e superarlo, mentre il giovane, fatti i primi passi nella stanza, osservava quanto il tempo avesse conservato dalla sua ultima visita. L'unica modifica alla polvere, che come un sigillo di cera dominava anche ogni più remoto angolo, era la cenere di un fuoco acceso dai cacciatori, forse. All'improvviso il giovane sentì dei colpetti di tosse. Si girò, si rigirò, guardò in alto, in basso ma niente! Era lì lì per pensare di aver immaginato tutto, quando udì di nuovo quei colpetti di tosse e una voce anziana e gentile che diceva: «Buongiorno giovane!». La voce proveniva dalla vecchia cappa fumaria. Si avvicinò, si pose sotto la cappa e guardo in alto. Penzoloni a un filo stava un grosso ragno che si dondolava beatamente come se fosse in un'altalena.

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“Ho detto buongiorno, non si usa dalle vostre parti rispondere?” disse sorridendo sapendo che il giovane non aveva risposto solo per lo stupore. "Certo, buongiorno, anzi mi scusi, ma... " riuscì soltanto a dire il ragazzo con una faccia trasformata in maschera per la sorpresa. “Sorpreso eh? La vita è piena di sorprese mi creda, anche se mi conosce da poco!" disse sorridendo il ragnetto. “Questa lo è di sicuro!” rispose il giovane trasognato nel vedere ben a fuoco quell'animaletto che se ne stava sospeso a mezz'aria grazie a un sottilissimo filo che usciva dalla sua schiena. La sua bella faccina piena continuava a sorridergli come a dire: " Cosa c'è di strano, non ha mai udito o visto un ragno parlare?" “Posso scendere o mi vola via come una mosca?” disse il ragno ridendo. “Certo, prego... no, volevo dire che non scappo via, scenda pure. Vuole una mano... cioè insomma” farfugliò il giovane. “Faccio da solo, faccio da solo non si preoccupi. Sono vecchio ma non ancora bacucco... o na... na... Nabucco forse. Come dite voi?” “Ba... ba... bacucco diciamo” disse balbettando e sull'orlo di darsi del pazzo. Il ragnetto, che non vedeva l'ora di mettere le zampette a terra, scese in un attimo e disse: “Sediamoci, io su questo vecchio legno e lei si prenda quella bella pietra lì, che purtroppo l'ultima volta mi hanno annerita ridendo e scherzando! Se gli dicevo i secoli che ha ne avrebbero avuto certamente più rispetto Ma facciamo due chiacchiere, va’ che è meglio. Sa, è tanto che non parlo con nessuno e ne avrei di cose da dire. Cosa vuole chi va di fretta, a chi non gliene importa... fatto sta che l'ultima persona con cui ho parlato neppure la ricordo”. “Mi dica pure, lo ascolterò volentieri” lo incoraggiò il ragazzo. “Che strano giovane è lei! Sa che l'ho vista prima mentre si abbassava per passare la porta senza spezzare il mio filo? Non tutti lo fanno. Anzi, a essere sinceri, lei è stato uno dei pochissimi. Passano tutti avanti belli pettoruti come se fossero a casa loro. E dire che ci vuole poco, santa pazienza! Basta che si abbassino, insomma! Peggio per loro, sai a me cosa ne viene... Sembra il solito filo 6


messo là, ma se la sapesse tutta...il mio prozio m'insegnò a intrecciarlo, pace all'anima sua. Mi ci sono voluti trentacinque anni per imparare: prova e riprova, prova e riprova e con lui a dirmi quando era lento, quando troppo trasparente, quando troppo appariscente; è basso; è alto...la pazienza di quei giorni!" disse sospirando il ragnetto. Lei deve comprendere che tessere è un'arte e non s'improvvisa, non è cosa di poco conto. Ad esempio sembra che le coordinate più importanti della ragnatela siano quelle concernenti l'installazione materiale, ma in realtà quella è la cosa più semplice; farlo stare su insomma è semplice. Il difficile viene quando affronti il problema nel suo insieme. Devi rispondere a delle domande che fanno tremare i polsi: cosa vuoi catturare? Dove devi metterlo per catturare? Per farle un esempio: prendiamo il dove: perché il filo è lì, mentre la mia ragnatela è qui?”. “Mi scusi, ma è inutile qualsiasi mia risposta: non ho mai tessuto tele” rispose il ragazzo. “Ho messo il filo alla porta e la mia ragnatela qui perché hanno due funzioni diverse: il filo della porta ha una funzione che ora non posso spiegarle; mentre la ragnatela sopra alla sua testa è la ragnatela di cattura, che è costruita in tutt'altra maniera. Lo vede? Alla porta c'è un mono filo, mentre la ragnatela ha una costruzione geometrica ben precisa: è un eptagono quasi perfetto, e dico quasi perfetto perché le mura della cappa mi hanno costretto a un'aberrazione di qualche grado, anche se ininfluente. Capisce benissimo che al di là della struttura c'è stato anche un problema di collocazione. Poteva metterla nella stanza da letto, ma sarebbe stata una cattura troppo selettiva, mentre a me servivano tutti. Oppure nell'angolo delle scale dove c'è molto passaggio, ma rimaneva irrisolto il problema della differenziazione nella cattura ... Ecco, ora almeno capisce perché quando venite nelle nostre case o nei nostri boschi dovreste... beh lasciamo perdere!” e con una zampetta scaccio via quella piccola, non gradita mosca polemica. “Questa però gliela voglio proprio dire. Chi è quel genio che ci ha paragonato al diavolo? La nostra virtù più evidente è la pazienza che è figlia primogenita dell'umiltà!" 7


“Ah... sì, ho letto qualcosa a riguardo, ma anche questo non so proprio dirglielo, mi creda” disse il giovane quasi dispiaciuto. “Pure questo però è forse un argomento pesante e non voglio annoiare proprio lei! Il fatto è che non tutti i ragni catturano insetti! Che Penserebbe ad esempio se le dicessi che io catturo desideri?”. “In che senso scusi?” chiese il giovane “Desideri, sì desideri" "Poi, cosa ne fa?" domandò il giovane. “Poi niente, li avvolgo in un bozzolo e li conservo. Non ci crede? Aspetti che le faccio vedere!” e in lampo salì di qualche metro lungo un filo di ragnatela usato come scala, entrò in una fessura che aveva tutta l'aria di essere l'uscio di casa. Ne uscì poco dopo tenendo tra le zampette un bel po' di piccole sfere bianche e qualcuna nera. “ Queste sono alcune che ho raccolto qui, in questo focolare quando ancora la casa era viva. Posso leggergliene qualcuno, se vuole?" “Certo, faccia pure, ne sono lieto” disse il ragazzo “Senta questa” e raccontò del pastore che desiderava essere un artista. Di un altro grande e grosso che avrebbe voluto essere piccolo come una lepre per dividerne d'inverno il caldo e il silenzio della tana, specie quando fuori infuriava la tormenta. Poi quello della serva che voleva essere principessa e che lo divenne veramente per una serie di circostanze che accadono solo nelle favole. E altri ancora. Quando poi prese l'ultimo disse “Questo guardi è il mio preferito! Il giovane, già divertito da quella piccola raccolta di stranezze umane, si aspettava, come dire, il gran finale, cioè qualche desiderio assurdo, e invece... guardi qua! niente, bianco, bianco, bianco! E nell'ultima riga cosa? Legga". Il giovane si piegò su fianco e stringendo gli occhi lesse ad alta voce “Che stanchezza!” 8


“Sa che cosa è successo?” chiese il ragno. “Non lo immagino neppure” rispose il giovane. “ E' andato a letto e non si è più alzato, l'hanno trovato che sembrava dormisse!" Risero educatamente entrambi divertiti che la morte, quella volta, avesse dovuto chinare la testa al desiderio degli uomini. “Mi dica” riprese il ragnetto in maniera bonaria e con il malcelato intento di coinvolgere il suo interlocutore “ mi dica, lei non ha storie da raccontarmi?”. Il ragazzo abbassò la testa e disegnò con le dita un piccolo cerchio sulla cenere dell'ultimo

fuoco

acceso

in

quel

camino.

“Qualcuna ne avrei, ma sarebbe lungo raccontarle e sono certo che l' annoierei. Meglio che sia lei a parlare, anche perché non credo di aver mai sentito storie così: sembrano uscite da qualche libro di vecchie cronache o dalla fantasia popolare. Mi dica, mica si sarà inventato tutto?” disse il ragazzo cosciente che il ragnetto avrebbe capito l'innocente provocazione. “Eh, magari mi fossi inventato tutto, mi sarei risparmiati anni di lavoro; che poi non è tanto brutto; brutti semmai sono stati gli anni di attesa, quando la casa era vuota come un riccio di castagne; quei giorni pungevano come i loro spini”. “Come avrà capito” disse il giovane " io prima scherzavo. Immagino che le siano stati davvero pesanti quei giorni e se fosse per me lo sarebbero ancora, perché non ho molto da dirle”. “Beh, in fondo ha ragione: meglio tacere e ascoltare se non si ha molto da dire; mica come quelli che si mettevano sotto il camino durante i giorni di Natale e non desideravano niente, niente d'importante! Se sapesse cosa gli passava per la testa mi darebbe ragione. Sembrava che in quei giorni desiderassero tanto per desiderare: chi il caffè alle quattro del mattino, e magari la caffettiera era lì bella piena sulla mensola” disse indicando la parete di fronte su cui era rimasta solo l'ombra di quella che fu una lunga e spessa asse di legno “chi il sigaro dopo pranzo nonostante che ce li avesse a due passi nella sua bella scatolina! Con la neve poi...

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arrivavo a sera che avevo dolore alle zampe per la stanchezza!” disse sospirando il ragnetto. “A proposito delle mie zampe, sa che stavo per perderne una per colpa di qualche parente di quel topolino che da un bel po' se ne va a zonzo per la casa mentre noi parliamo? L'ha alla sua sinistra” e con una zampetta indicò un topolino che spavaldamente scorrazzava per la stanza incurante della loro presenza. “Come accadde glielo spiego subito. Ero uscito per la mia solita passeggiata mensile» disse con il musetto velato da un moto di tristezza «quando all'improvviso sentii arrivare come una furia e alle spalle un grosso topo. Mi afferrò per una zampa, ma in qualche maniera riuscii a liberarmi e a salire sulla parete che avevo a fianco e gli feci marameo. Ancora deve nascere il topolino che fa cena con me! Si figuri che non rinunciavo alle mie passeggiate neppure quando in casa giravano certe massaie che mettevano paura solo a guardarle, tanto erano grosse. Figuriamoci se mi faccio spaventare da qualche topastro. Anzi le dirò che una volta una di quelle massaie mi beccò poco prima dell'alba proprio qui in cucina. Me la trovai davanti ferma e decisa come una statua di marmo che mi guardava con due occhi che non le dico. Prima si mise a urlare che svegliò tutta la casa; poi mi dette la caccia a pestoni tali che tremavano le mura, e dire che sono belle solide. Quando arrivò il marito in pigiama credeva andasse a fuoco la casa, tanto era il baccano che aveva fatto. E glielo disse a sua moglie che ero e sono solo un ragno, ma lei niente, dura come una noce...: “Potrebbe mordere” diceva “ tu non hai visto che ragnaccio sia... ci sono i bambini...” tutto così fino a dire: “E se casca nella minestra di qualche ospite, che figura ci facciamo?” Ecco a quelle parole il marito prese quanto necessario per un po' di cemento e murò la fessura della mia tana.” “E come fece a uscirne?” domandò il ragazzo curioso. “Eh mio caro, ci vogliono delle accortezze per salvarsi la pelle se siamo ragni in casa d'altri. Bisogna sempre farsi una o più vie di fuga come ho fatto io su consiglio del mio prozio”

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Tacquero per un po' entrambi. Il ragazzo prese a spianare con un piede il cerchio che poco prima aveva fatto sulla cenere, mentre il ragnetto colse l'occasione per schiarirsi la voce con due colpetti di tosse. “Certo che è un peccato la rovina della bella chiesa in cima alla collina. Sa dirmi chi è stato l'ultimo parroco?” chiese il giovane riaprendo quel sipario di silenzio che per un attimo era calato. “L'ultimo parroco? L'ultimo parroco era un sant'uomo, mi creda. Inoltre conosceva il latino e il greco e parlava francese» rispose il ragnetto sospirando «Ho anche un suo desiderio nella mia collezione. Vuole che glielo legga? Le interessa?” “Certamente” “Aspetti un attimo che lo cerco. Dovrebbe essere tra gli ultimi, perché con lui se ne sono andati via tutti nel giro di pochi anni. Sa, queste montagne non si addicono più alla vita di oggi. Ah, eccolo qua!” disse il ragnetto allungando una zampetta su un bozzolino che se ne stava nel mucchio. “Anzi non sto ad aprire il mio bozzolino, perché posso dirle a memoria cosa c'è scritto. C'è scritto: “Come posso amare chi mi ha rovinato la carriera?”. Il parroco espresse questo desiderio una notte che rimase in questa casa per via di un moribondo cui era molto legato. Dopo l'estrema unzione si mise qui sotto la cappa e accese una candela, mentre una bella fiamma lo riscaldava. Pregò incessantemente per ore con le mani giunte che tremavano per la tensione delle dita” “Mi scusi” replicò il ragazzo “Ma mi aveva detto che era un sant'uomo, ma dal suo desiderio mi sembra un bel po' rancoroso per via della sua carriera interrotta”. “Non dica sciocchezze...deve conoscere l'uomo e il sacerdote prima di giudicare. Vedrà che proprio il suo desiderio è una sintesi perfetta dell'uno e dell'altro” disse serio, serio il ragnetto. Poi aggiunse: “L'uomo era un modello di umiltà e laboriosità, oltre che di generosità. Deve sapere che se uno dei suoi parrocchiani aveva bisogno di qualcosa o era in difficoltà si faceva in quattro per aiutarlo. Una volta vendette la sua cavallina per aiutare una famiglia bisognosa e così per due anni si è fatto a piedi tutta la sua parrocchia che, come avrà notato, 11


non è raccolta attorno al campanile, ma frazionata in tanti piccoli poderi . Questo la dice lunga sull'uomo e in qualche maniera dice qualcosa anche sul sacerdote. Aveva tutte le carte in regola per una carriera ecclesiastica con i fiocchi: a quei tempi sapere, come lui, di latino e di greco significava poter ambire a una parrocchia ben più importante di questa. E l'avrebbe ottenuta se non fosse stato per la sua avvenenza, che gli attirava addosso molte insinuazioni. Fu il vescovo ad alimentarle per motivi che non conosco. E credo che quando quella notte il parroco si chiedesse come amare chi gli aveva rovinato la carriera si riferisse proprio a lui, anzi ne sono certo. Come sono certo che se il vescovo è beato si deve proprio al parroco che propose, con molta discrezione, la causa della sua beatificazione presso i superiori. Mi ha seguito? Ha capito quello che voglio dire?” “Credo di sì” rispose il giovane “in fondo quel suo chiedersi come amare chi gli aveva rovinata la carriera altro non era che mettere in pratica il precetto evangelico che comanda di amare i nemici. Non c'era rancore nelle sue parole, ma solo una profonda fede. Credo anch'io che sia stato un sant'uomo, ed è un peccato che non sia riuscito a esprimere pienamente, e in una sede adeguata, caratteristiche così nobili. Che fine ha fatto il parroco?” “Glielo dico subito: è morto povero in canna e si è fatto seppellire nello stesso cimitero dei genitori, quindi abbastanza lontano da qui. E dire che al suo funerale c'erano tutti gli abitanti della zona, i quali sarebbero stati ben contenti di seppellirlo in questa parrocchia cui aveva fatto un gran bene”. “E il vescovo?” chiese il giovane «Il vescovo c'era al suo funerale?” “No non si fece neppure vedere” rispose amareggiato il ragnetto, che per allontanare quel ricordo increscioso cambiò improvvisamente argomento e disse:” Le ho detto cosa accadeva di bello qui una volta, oltre le visite sotto la cappa di questo camino? Le feste e i pranzi che seguivano erano molto belli” disse il ragnetto con un moto di nostalgia “vedesse che gran lavoro prima; portavano di tutto e c'era lavoro per tutti. Pensi che una volta ho visto il padrone che sbucciava patate! Poi a tavola succedeva di tutto: i bambini, le risa degli adulti; le discussioni accese; gli scherzi... era bello, bello veramente. E che sbronze si prendevano 12


alcuni, sbronze tali che qualcuno si tratteneva fino al mattino seguente tanto aveva bevuto. Poi, specie se era d'inverno, venivano sotto la cappa e non le dico i desideri di molti alla vista di tutte quelle spose e ragazze. Avrà già capito che non si possono riferire, non sta bene, anche se in qualche maniera farebbero solo ridere un po’”. “E le donne niente desideri inconfessabili?” chiese divertito il ragazzo? “Certamente, ma se delle signore non se ne dice l'età, non possiamo dirne certamente i desideri pruriginosi, non le pare?” “Certo, certo” disse il ragazzo. “Eh...beata gioventù!” disse il ragnetto. “E' vero, ma non sempre!” replicò il giovane. “In parte ha ragione, ma temo che non abbia ben compreso il senso della mia osservazione. Ho detto beata gioventù non perché fossero i giovani o le signorine ad avere desideri un po' particolari, ma al contrario, erano proprio i più anziani ad avere i bollenti spiriti, e se le dico bollenti mi deve credere perché in alcuni erano roventi" A quest'ultime parole del ragnetto il ragazzo prese a ridere. “Ora che ci penso, sa che ho un bel desiderio proprio di quei giorni di festa? Forse lo troverà interessante o le piacerà addirittura. Aspetti un attimo che vado prenderlo perché credo che prima mi sia sfuggito” e salì vorticosamente nella sua casetta per tornarsene subito dopo e dire: " Eccolo qua! Vede? Mi era sfuggito”. Poi aprì con calma il piccolo bozzolo di seta bianca e girando la testa disse: “Questo

è

"Che

cosa

“Ascolti

la

il

desiderio intende

storia,

capirà»

che

io

dire?" disse

chiamo domandò

il

ragnetto

con

del

perché".

il

ragazzo. voce

calma.

Il ragnetto assunse un'aria pensierosa, rarefatta, tanto era assorta. Per qualche istante i suoi occhi, nonostante fossero fissi sulle pietre del camino, si persero in quella sua memoria sterminata, fatta di persone, luoghi e avvenimenti di lì a un passo ad andare perduti. Un bene prezioso a suo modo, affidato a quelle zampette così fragili che sembrava persino impossibile che ne fossero le custodi. Poi, con un filo di voce, disse quasi tra sé "Qui c'erano tante persone una volta. Tante 13


veramente come le ho detto. Non che ci abitassero tutte» e si soffermò un attimo come se stesse aggiustando o mettendo a fuoco una vecchia bobina; poi riprese “Alcune erano qui come... beh diciamo stipendiati, ma spesso abitavano qui perché non avevano dove andare ed erano accolti dal proprietario in cambio del loro lavoro. Tra questi arrivò, al tempo delle castagne se ricordo bene, una signora ancora giovane; dico signora perché con sé aveva una bambina molto piccola. Io pensai che fosse accaduto qualche inconveniente, come si dice, e invece... " si fermò di nuovo a pensare «invece... mi segua la prego” disse come tornando in sé. ”Invece non fece mai parola con nessuno, nessuno sfogo, e non l'ho neanche mai vista piangere, mentre la bambina, quando divenne grandicella, vedesse che lacrimoni specie a Natale! Neanche in quei giorni non venni mai a sapere -intendo dire dai desideri- perché la piccola si sedesse qui, magari dopo essere stata alla finestra con una faccia tale da sembrare essere uscita da una pioggia di mattoni invece che di fiocchi di neve, e non facesse altro che dire: “Perché, perché?» appena si sedeva al fuoco. Io intuivo che si trattava della sua, come dire, mancanza del padre, ma mai ho letto niente in proposito sulla mia ragnatela. Fu un mattino che erano sole, madre e figlia, che dalle labbra della madre venne fuori tutto quanto. Ascolti". Il ragnetto fece una breve pausa come per organizzare in un attimo le idee e riprese il discorso interrotto con una foga nuova, quasi appassionata. “La madre” disse alzando una zampetta " poco prima di chiamare la figlia era a quel vecchio acquaio in pietra che lei ha alle sue spalle. Stava facendo qualcosa, ma si fermò d'un tratto come piantata sulle braccia guardando l'acqua. Poi si voltò di scatto e mise le mani sui fianchi senza asciugarle. Rifletté per qualche istante e allora si asciugò, cioè si asciugò prima di mettere le mani nel suo petto come a rassicurarsi di qualcosa. Io lì per lì pensai che si sentisse male o che avesse qualche malore passeggero. Invece, asciugandosi ancora le mani mentre camminava, giunse alla scala di legno e chiamò la figlia, che comparve di lì a poco. Le disse di sedersi e di ascoltarla molto attentamente. Poi - lei non ci crederà- le disse, in maniera quasi brutale, che era stata una prostituta prima di trovare ricovero in 14


questa

casa.

“Lo

Vedesse

la

faccia

della

immagino”

bambina!

disse

Distrutta il

poverina!” ragazzo.

“La madre, però, non aveva solo questo da dire" disse il ragnetto stringendo le labbra per non sorridere " E' come se la vedessi adesso. Erano sedute una di fronte all'altra. A un tratto la madre prese le ginocchia della piccola e disse: ” Ehi, aspetta! Mica te lo avrei detto se la storia finiva qui!” e gli disse ciò con la franchezza e speditezza tipica del mestiere. E, infatti, subito dopo aggiunse che una sera si presentò da lei un uomo giovane con lo sguardo quasi febbricitante, tanto che lo credeva quasi sul punto di morire “Un signore distinto, educato e di poche parole” disse, che non era stato per sesso che aveva bussato alla sua porta, ma per avere un figlio o una figlia. La madre all'inizio la prese sul ridere, ma poi vista la determinazione dell'uomo e più ancora quell'aspetto disarmato ma deciso nel proposito, lo prese sul serio e dopo un po' di esitazione accettò la proposta». " Come fece a convincerla quel tipo, che le disse?" chiese il giovane. “Non gliel'ho detto ancora?” “No” rispose il giovane. "Ho poco tempo signora, davvero poco tempo: può accettare o rifiutare", così le disse, ricordo perfettamente le parole della madre" aggiunse con foga il ragnetto come immedesimato nella vicenda e con il timore di non essere creduto. Il ragazzo, che fino allora aveva taciuto, si fece attento; la trama portava a una sola conclusione, ma si chiedeva come fosse possibile che quel signore febbricitante potesse

nascondere

chissà

quali

segreti.

"Il bello viene ora" disse il ragnetto abbozzando un sorriso divertito. " La madre trasse dal petto un astuccio e lo porse alla figlia dicendo: " Guarda, tesoro, guarda cosa non mi dette quel signore per aver accettato la sua proposta" e le porse un astuccio di madreperla che poteva contenere di tutto. Secondo lei cosa c'era?»

chiese

improvvisamente

il

ragnetto

al

ragazzo.

“Diamanti, una collana di oro e diamanti forse!” rispose il ragazzo in preda all'impazienza. “No, no... non ci siamo” disse il ragnetto come a rilevare un grave errore. 15


“Sa

cosa

conteneva?

Lo

sa?”

“No, le ho detto quello che immaginavo ci fosse, altro... non saprei” disse con voce rassegnata

il

giovane.

“Una penna stilografica conteneva, una penna stilografica! Lo avrebbe mai pensato?” . Il ragazzo si limitò a un'espressione di stupore senza proferire parola, quasi come volesse stringere sui tempi: il finale lo aveva ormai catturato. “E vedesse come bella... era scura, color liquirizia e la graffa era di oro con incastonati tanti piccoli rubini. Per non parlare del pennino...oh! Vedesse, vedesse...inimitabile, "La

madre

non

e disse

anche niente

quello della

in

penna?"

oro chiese

zecchino!” il

ragazzo.

"Certo, disse che il padre della piccola l'aveva pregata di consegnargliela quando sarebbe stata grandicella abbastanza da capire" disse il ragnetto" ma non solo, la madre aggiunse :” Capisci che non ti ho mentito? Sapessi le volte che ho pensato di venderla! Avrei fatto la signora! Ma era tua, e ora te la consegno. Sono stata molto franca all'inizio perché ero certa che tu, alla fine, vedendo la penna, avresti capito”. "Come

reagì

la

bambina?”

chiese

il

giovane.

“Era ipnotizzata, si alzò senza distaccare un attimo gli occhi dalla penna e salì in camera”. “Della

bambina

ha

saputo

più

niente?”

chiese

il

ragazzo.

“Certo, è tornata qui più volte prima che se ne andassero via tutti. Aveva con sé una macchina che mangiava fogli e faceva tic tac tic tac tac ... " “Una

macchina

per

scrivere,

intende?"

“Sì, credo di sì, ma ciò che importa è che sull'ultimo foglio metteva sempre la firma con quella penna, o almeno credo che fosse la firma; ma lo era, lo era... Oh sapesse» disse sospirando il ragnetto " quanto mi manca quel suo tic-tac! Mi mettevo i miei zoccoletti di legno e ballavo. Deve sapere che quando ero nei miei anni “ 16

ne Beh,

valevo lo

credo

almeno bene!”

cinque disse

il

di ragazzo

ballerini!” sorridendo.


"Certo che lei è strano davvero: non desidera niente e non mi racconta storie. La ragazza ce l'ha? Mi parli di lei” disse il ragnetto con gli occhi che brillavano. “Se insiste, me ne vado” rispose il giovane sorridendo. “Ma no, non se ne vada che leggiamo un altro bel desiderio! Vediamo un po’… ecco, questo della serva che voleva sposare un ricco mercante lo troverà certamente…come dire…sorprendente. Tutto si è svolto come nelle favole, anzi, se non fosse per il finale, in fondo, lo sarebbe una favoletta logora. Deve sapere che molti anni orsono viveva in questa casa una bellissima figlia di contadini che non si era mai abituata alla povertà in cui la relegava il suo stato sociale. Era sempre triste e fantasticava di castelli, cavalli e servitù. Indubbiamente era una gran brava figliola, molto solerte nelle sue faccende e occupava il camino solo alle primissime luci dell’alba. Insomma era sempre la prima ad alzarsi. Il suo desiderio, come ho detto, era sposare un ricco mercante, e fu esaudita. Accadde tutto una domenica di Pentecoste. Lui, un bel giovane con una folta e nera barba, giunse qui con il suo cavallo- un esemplare di maremmano che era una meraviglia, tanto che mi rammaricai molto di non saper cavalcare- e rimase alcuni giorni perché doveva trattare l’acquisto di un appezzamento di terreno. Il fato volle che lei al momento del suo arrivo stesse pulendo la terrazza che dà sul cortile. Ci fu il più classico colpo di fulmine: entrambi non riuscivano a staccare gli occhi l’uno dall’altra, mentre il cavallo emetteva lunghi e profondi nitriti. Poi lui, cavallerescamente, si tolse il cappello e la salutò. Scambiarono qualche parola, ma ormai cupido aveva già scagliate le sue frecce, che andarono tutte a segno perché di lì a poco si sposarono. La vidi partire tutta felice un giovedì di Settembre su un calessino nuovo nuovo, per poi…” il ragnetto fece una pausa e poi scoppiò a ridere. “Per poi?” chiese curioso il ragazzo. “Per poi vederla tornare vestita da gran signora con la scusa di un salutino veloce agli amici che aveva lasciati. Nell’attesa che giungessero dalle loro occupazioni si sedette sotto la cappa e…legga, legga e mi dica se non c’è da ridere!” esclamò il ragnetto porgendogli la piccola pergamena di seta bianca. 17


“Ossignore, potessi tornare” lesse il giovane che non poté fare a meno di commentare dicendo:” Ma come, baciata da una così buona sorte che l’aveva esaudita come poteva rammaricarsi? Non si trovava bene con suo marito?” “No, voglio dire che non credo che lui la trattasse male, è solo che…la conosce quell’aria del Rigoletto che ben descrive donne come lei?” “Sono totalmente digiuno di lirica” rispose il giovane. “L’aria è questa” disse il ragnetto dando un breve colpo di tosse prima d’intonare con una splendida voce da tenore: La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier”. “Sa che ha una gran bella voce? Quando ha imparato a cantare?” domandò il ragazzo. “Da piccolo perché ci educano in tutte le discipline artistiche, poiché non sappiamo ancora in quale casa dovremo svolgere il nostro lavoro e la catalogazione richiede la conoscenza di quasi tutto lo scibile umano e anche oltre, come nello strano caso del somarello” “Come anche gli animali, pardon…volevo dire…” farfugliò il ragazzo per il timore che quella parola avesse potuto offendere il ragnetto. “Certamente anche noi animali esprimiamo desideri, lo strano è come sia capitato nella mia tela. Io credo che sia stato possibile perché la stalla è sotto di noi e il desiderio del somarello fu particolarmente intenso” spiegò il ragno. “Quale desiderio espresse?” “Chiese che ha un contadino gli venisse una bella vescica sulle labbra e sa perché?” “Siamo alle solite, no, non lo so me lo dica lei” “Perché i giorno prima, dopo averlo caricato di legna , il povero somaro procedeva a passo molto lento. Il contadino invece aveva fretta e lo spronava energicamente. Il somarello però non poteva andare più veloce era troppo carico! Fu così che a quel bifolco venne in mente di accendere un sigaro, attizzarlo ben bene e ridendo accostarglielo allo sfintere” disse il ragno scuotendo la testa. “Ma no, non mi dica, che crudeltà inutile” esclamò il giovane. 18


“Ecco ora sa il motivo per cui la bestia espresse quel desiderio di vedere nel bel mezzo delle labbra una bella vescica, nient’altro che un contrappasso” Il ragazzo, capito ciò, scoppiò a ridere, poi chiese se il desiderio si fosse avverato. “Certamente” disse il ragnetto “Gli venne , come le ho detto, proprio nel bel mezzo della bocca. E vedesse che confusione si creò! Vennero i dottori e pure il prete a benedirlo , ma nessuno seppe spiegare l’origine di quella che molti pensavano fosse una pericolosa e contagiosa malattia. Di certo si prese una bella paura e non pensò mai che se ci si comporta a quella maniera con le povere e fedeli bestie non ci si deve meravigliare se ci si svegli con la faccia come il… non mi faccia essere volgare, anche se ne avrei una gran voglia” disse il ragnetto prima di smorzare il tono polemico con un sorriso. Poi, tutto allegro, disse: A proposito di voglie, sa mi andrebbe proprio un bel bicchierino? A lei va?” chiese al giovane. “Certo, ma data l’ora mi raccomando che sia solo un goccio” “Sentirà che bontà, ci sono distillate quindici erbe e la ricetta è segretissima. Ce la tramandiamo da secoli. Sembra che un mio avo, per il terrore che aveva dell’acqua, ne scolò un’intera bottiglia prima di imbarcarsi sulla Pinta alla scoperta di quelle che sarebbero state chiamate Americhe”. “Perbacco…addirittura …il 1492” esclamò” esclamò il ragazzo. “Di cosa si meraviglia, la mia stirpe risale molto più indietro nei secoli. Ma aspetti che vado a prendere bottiglia e bicchieri” disse alzandosi, e afferrato il filo di ragnatela che usava come scala salì, per poi discendere dopo pochi minuti, durante i quali il giovane si dette un’occhiata attorno perché ancora non del tutto sicuro che si trattasse di un sogno. “Eccomi di ritorno” disse il ragno stringendo due minuscoli bicchierini colorati e una boccetta trasparente “Prego, mi dica quando basta” chiese il ragno. Il giovane vista la capienza del bicchiere lasciò che fosse riempito fino all’orlo. “Allora brindiamo al nostro incontro” disse festante il ragno. “Al nostro incontro, certamente” rispose il giovane assaporando quel denso liquore con un deciso retrogusto di mandorla che lentamente lo avvolgeva in una piacevolissima euforia. Capì subito che ciò non era dovuto alla quantità, ma alla 19


presenza di qualche strana erba. Temette per un attimo qualche strana reazione, ma poi prevalse la fiducia che oramai nutriva nei confronti del ragno e disse a lui rivolto che era una vera e propria delizia. “Lei mi è simpatico! Le darò la mia collezione di desideri” disse guardandolo il ragnetto. “Se crede...la prendo ben volentieri” All'entusiasmo del giovane il ragnetto rispose con una velocissima corsa che lo vide salire in casa e discendere in un attimo con le zampette colme di bozzolini, per lo più bianchi. “Tenga e adesso vada. Non voglio rubarle troppo tempo” Si salutarono e il giovane uscì, ma rendendosi conto di non aver chiesto se poteva di nuovo incontrarlo tornò indietro. Su quello stesso legno dove prima sedeva, ora quello strano esserino giaceva immobile. Accanto ad un bozzolo che pareva sfuggito da quelli che gli aveva donato. Lo aprì e lo lesse. "Signore, sono ormai molto vecchio e la casa è disabitata da tempo. Mi hai detto di aspettare che qualcuno rispettasse il sigillo e di consegnargli tutto. E questo farò, ma permetti che venga e lascia che io, ultimo della mia specie, mi ricongiunga ai miei”. Un raggio di sole invadeva la stanza. Quella luce era lì a dire che non c'erano più segreti da svelare. Quel piccolo confessionale di campagna sarebbe stato di lì a poco preda di ragni veri. Quel sacerdote mandato da chissà quale destino se n'era andato lasciando la sua vecchia ragnatela come se fosse una stola di seta. A suo modo aveva preso congedo da un mondo che aveva benevolmente spiato da quella fessura da cui aveva visto il giovane entrare piegandosi per non spezzare il filo. Altresì aveva preso congedo dalla sua ragnatela, con cui aveva raccolte le più segrete istanze delle persone che si erano avvicendate a quella fiamma antica, da sempre incapace però di ardere definitivamente quel colloquio solitario che ogni uomo ha con se stesso se messo in qualche angolo nascosto del mondo come di una casa.

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Si era fatta sera. Quel raggio di luce che prima aveva illuminato la vecchia cucina aveva perso la sua forza. Un tenue crepuscolo calava come un sipario. CapĂŹ d'un tratto che le spoglie del ragnetto non erano lĂŹ per caso. Era stata una precisa scelta quella che si tenessero, a suo modo, esequie pubbliche, cosciente, forse, che tanto nessuno schiaccia un ragno morto.

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CUORE DI CRISTALLO Si chiamava Maria Ranieri, ma per tutti era Cuore di cristallo, la ballerina di danza classica trovata morta in un parco della periferia milanese. Con lei se ne andava la più lunga stagione di balletto che la Scala avesse mai conosciuto. Infatti, dopo la strepitosa carriera, Cuore di cristallo non aveva mai smesso di danzare, sebbene avesse cambiato palcoscenico eleggendo Piazza Duomo a sua nuova scena. Ma facciamo un passo indietro. Fu ribattezzata Cuore di cristallo dalla critica, dopo aver danzato sulle arie di un'omonima opera. Fino allora semisconosciuta, conobbe il successo non giovanissima e lo visse con tutto il suo impegno professionale, che la portò nei più importanti teatri del mondo. Figlia di un ferroviere e di una casalinga, non dimenticò mai le sue origini, vivendo la notorietà con garbo ed equilibrio. Impegnatissima nel sociale, fintanto che cavalcava l'onda del successo, si prestava a ogni richiesta che la vedesse testimonial di campagne in aiuto dei più bisognosi, guadagnandosi le simpatie del grande pubblico, oltre che quelle, già acquisite, della critica. Raggiunti i limiti di età che segnano la fine della carriera di una ballerina, si ritirò dalla scena con il massimo riserbo e dopo pochi anni, ancora nubile, fece dei parchi milanesi la sua dimora, dividendo con i clochards la vita di stenti e le mense della Caritas. Nessuno ha mai saputo il perché di quella scelta. In molti dei suoi innumerevoli amici e fans cercarono di dissuaderla da quel proposito assurdo, ma dovettero rassegnarsi saputo che si era disfatta anche di tutti i suoi averi donandoli a quelli che lei chiamava “i veri ballerini della vita”, i clochards appunto. Ma, come abbiamo detto, non abbandonò mai le scene, aprendo, appena giungevano le calde serate primaverili, la sua personalissima stagione di balletto in Piazza Duomo. Non c'erano più i riflettori a illuminarla, ma i lampioni pubblici; non più i loggioni, ma la scalinata del Duomo accoglieva gli spettatori. Orchestre di fama internazionale furono sostituite da artisti di strada che ben volentieri

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accordavano i loro violini e le loro chitarre con i passi di danza di Cuore di cristallo. Agli inizi di questa sua nuova carriera il pubblico era entusiasta e i giornali non mancavano, come ai tempi della sua carriera da professionista, di comunicare notizia dell'imminente apertura della stagione di ballo all'ombra della Madonnina. I suoi ammiratori accorrevano numerosi e si mescolavano con il pubblico occasionale e i turisti, che non mancavano di fermare la scena con i loro flash. I primissimi anni il comune di Milano mise addirittura insieme un'orchestra composta dai più bravi studenti dei conservatori della città, pur di tenere vivo uno spettacolo di cui parlava sia la stampa nazionale, sia quella estera. Inesorabilmente, però, il tempo esauriva i granelli di sabbia che componevano la clessidra della vita naturale e professionale di Cuore di cristallo. Ogni anno il repertorio dei passi di danza si riduceva, come si riduceva il pubblico. I suoi movimenti apparivano via, via sempre più rigidi, fino a che si ridussero a movenze scimmiesche che la resero uno spettacolo comico che suscitava risate e battute, talvolta pesanti. Molti, che non ne conoscevano la storia, le passavano accanto considerandola pazza, mentre tutti coloro che per esperienza diretta o per sentito dire la conoscevano provavano sentimenti ora di compassione, ora di sdegno verso l'amministrazione che non impediva a quella povera vecchia di esibirsi. C'è da dire che alcuni dei suoi più affezionati fans non la abbandonarono mai e, loro malgrado, si fecero custodi di quella raminga stella agli ultimi bagliori, che i più giovani non esitavano a prendere in giro imitandone non più i passi, ma le movenze. Talvolta si sfiorò addirittura la rissa tra coloro che non l'avevano mai dimenticata e coloro che non l'avevano mai conosciuta. Era un Sabato d'Autunno inoltrato quando i netturbini trovarono il cadavere di Cuore di cristallo. Il rigor mortis aveva completamente vinto quelle membra un tempo quasi sciolte dalla gravità. Giunsero Carabinieri, Polizia, giornalisti, fans, curiosi e gli addetti all'obitorio che, prima di caricarla su un furgone con maniere spicce, tolsero il cartone che aveva su di sé come coperta e la ripulirono dalle foglie con cui amava coprirsi. Il giorno stesso e l'indomani la notizia comparve su 23


tutti i media, che dettero conto di ogni particolare della sua vita, ripercorrendone tutte le tappe. L'eco della sua morte giunse anche all'estero, ma nessuno notò la scritta che compariva all'altezza del cuore sul cartone che la copriva: FRAGILE. HANDLE WITH CARE

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OLIO SU TELA, AUTORE IGNOTO

Ormai erano anni che aveva vinto la paura di volare. Adesso sceglieva sempre i posti vicino all’oblò per godersi il panorama. L’oceano da lassù lo ammirava sempre con piacere per la sua immota e sconfinata vastità. Di tanto in tanto scrutava anche il cielo, ma tornava subito a guardare in basso, sfidando le sue vertigini. Neppure si rese conto quando la sua mente vacillò indietro nel tempo e lo restituì ai tempi dell’università a Firenze. Delle tante reti tese dalla memoria in cui poteva rimanere impigliato, quella che lo rese per alcuni minuti completamente assente fu uno strano fatto accadutogli un mattino che era appena sceso dal treno e aveva imboccato il sottopasso di S. Maria Novella che porta in via del Melarancio. Trascinato da una folla frettolosa di pendolari in quella sotterranea arteria pedonale che distribuiva impiegati, operai e studenti nel centro di Firenze addobbato per l’imminente Natale, s’imbatté nei soliti mendicanti. Seppur studente, spesso dava loro qualcosa, scegliendo di volta in volta quello che gli pareva il caso più bisognoso d’aiuto. Stavolta l’occhio cadde su una giovane donna con un bambino, all’aspetto ancora lattante, che stringeva al seno. Pochi metri prima di essergli a fianco aveva già la moneta in mano, la quale di lì a poco lasciò cadere nel fazzoletto steso a terra di fronte alla donna. Quando si piegò per gettare la moneta, con la coda dell’occhio dette uno sguardo al piccolo, ben protetto da una pesante coperta. La madre –una donna sulla trentina, dalla carnagione chiara e dai lineamenti ben definiti su un volto carnoso, ovale e straordinariamente materno messo in risalto da un velo chiaro che lo racchiudeva non disse niente, sorrise soltanto impercettibilmente, con una calma che tradiva una profonda pace interiore e un nobile distacco. Neppure alzò lo sguardo per vedere chi avesse gettato la moneta, ma continuò a fissare la sua creatura. Con il passare degli anni giunse alla conclusione che quello non fosse il sorriso di chi ha ricevuto, ma di chi in realtà ha donato. Spesso nei giornali e in tv aveva 25


ammirato il sorriso più famoso del mondo, quello della Gioconda, e ironicamente pensava che veramente fosse il sorriso più bello del “mondo”. Ma quello no, niente a che vedere: troppo bello! Era sbocciato con la calma di un fiore, mantenendo le labbra chiuse, come ringraziando di essere stata non tradita nelle attese. Quella che a tutti gli effetti, nella Firenze capitale del Rinascimento, appariva come una crosta di autore ignoto raffigurante una improbabile” Madonna mendicante con bambino” , buttata là in quello scantinato mal illuminato e di passaggio, aveva aperto un solco nella sua memoria. Per giorni lottò con quell’immagine non volendo credere ad altro che a una delle tante mani tese per qualche spicciolo. Fu poco tempo dopo, passando di nuovo sul far della sera nel sottopasso, che la sua razionalità andò in frantumi, a causa delle grida di un vecchio, avvertibili a decine di metri di distanza. “Ma come non vedete la Madonna, ciechi! La Madonna, sì, la Madonna!” urlava il vecchio stringendo con forza il manubrio di una vecchia nera bicicletta a pochi passi dal posto in precedenza occupato dalla madre. I vigili, accorsi prima del suo arrivo, cercavano di calmarlo, ma lui urlava più forte tra le risa dei passanti che non gli risparmiavano battute quali: ”Il bianco frega a quest’ora, S. Giuseppe!”. Il vecchio allora si voltava in direzione della voce che lo aveva offeso e replicava dicendo: ”Pazzi! Pazzi e ciechi!”. Il giovane, pur non volendolo, si era unito al gruppetto di curiosi che assistevano alla scena, ma era l’unico che non ridesse. Di lì a poco salì sul treno che lo avrebbe riportato a casa. Per tutto il viaggio tenne rivolta la faccia al finestrino su cui vedeva impresso il volto di quella Madonna non in trono, non circondata da angeli e neppure dalle vesti sontuose, ma mendicante e incastonato ora nel buio ora nelle luci gialle o arancioni delle zone periferiche e industriali. “Desidera qualcosa, signore?” udì a un tratto. Era l’hostess che sorridente gli aveva rivolto la domanda riportandolo alla realtà. “No. Vorrei del vino, ma meglio di no” disse tornando a guardare dall’oblò l’oceano sottostante. 26


UNO STRANO ALFABETO

Il lungo viale era tormentato da un vento freddo che spirava da nord, ma nonostante ciò brulicava di persone e cavalli, che con il loro nitrito scaldavano il cuore di un giovanissimo spazzacamino. Infatti attaccati com’era lui al carro della vita, li considerava da sempre suoi compagni di lavoro. Spesso, allungando il tragitto che lo avrebbe riportato a casa, faceva brevi zig zag per toccarne la criniera o il muso, non mancando mai di pronunciargli qualche parola, al suono della quale gli animali sbuffavano muovendo la testa insù e ingiù come a dire:” Sì, sì hai ragione”. Di tanto in tanto lo spazzacamino alzava gli occhi ai comignoli fumiganti, capendo al volo se avessero o no bisogno di manutenzione e nel caso ne avessero bussava alle pesanti porte d’ingresso proponendo al proprietario dell’edificio i suoi servizi. Quel giorno, purtroppo, nonostante i suoi sforzi, non aveva ricevuto commesse e questo influiva negativamente sul sguardo cadde sul carretto che vendeva zucchero filato di vari colori. Ne avrebbe mangiato volentieri uno, ma dopo un rapido calcolo si rese conto che non se lo poteva permettere e ciò lo rese ancora più triste e nervoso. “Mammina, mammina perché quel bambino è nero nero?” sentì squittire il giovane spazzacamino facendosi piccolo, piccolo capendo che si parlava di lui. La domanda era stata rivolta a una ricca signora, elegantemente vestita, da una bambina a pochi passi da lui. Lei, come la sua sorellina, era tutta vestita di bianco; entrambe avevano un fiocco rosso che stringeva due bellissime trecce, mentre una gigantesca palla di zucchero filato nascondeva a tratti il loro volto. “Ma cara, quel bambino è così nero perché fa lo spazzacamino. Non vedi che porta sulla spalla la corda e il fascio di pungitopo? Ha la faccia nera nera perché è tutto sporco di fuliggine” spiegò la mamma. “Ossignore, e cosa dirà la sua mammina vedendolo così sporco?” disse la più piccola con serietà. 27


“Sciocchina, quello è il suo lavoro e la sua mammina sarà contenta quando vedrà tanti bei soldini guadagnati. Sapete cosa facciamo adesso?” chiese la mamma alle due sorelline. “No, non lo sappiamo, diccelo per favore!” risposero in coro. “Facciamo una bella sorpresina al povero spazzacamino e alla sua mamma” disse la madre. “Si, sì facciamogli una sorpresa, che bello!” gridarono entusiaste le figlie. “Tenete un soldino e dateglielo per mangiare” disse la ricca signora aprendo un bellissimo portamonete di seta. Alla vista della moneta le bambine allungarono entrambe le mani per afferrarla e non farsi sfuggire il lembo di quello che ai loro occhi era il più bel gioco della giornata. Fu inevitabile che in un primo momento litigassero, ma tutto si risolse quando la mamma ricordò alla più piccolina che il giorno prima aveva dato lei da mangiare al canarino, per cui doveva lasciare il passo alla sorellina, cosa che con un po’ di broncio fece. Con la monetina in mano e saltellando si diressero verso lo spazzacamino che aveva sin dall’inizio capito e sentito tutto. Quando si trovò di fronte quei due angeli vestiti di bianco ebbe la sensazione di essere appena uscito dall’inferno, tanto i suoi laceri e neri stracci risaltavano. “Ciao povero spazzacamino, io sono A.” disse la maggiore “E io sono B. “ e in coro ” la nostra mamma è …Lì” dissero ridendo sonoramente alzando gli occhi al cielo e con le manine giunte dietro la schiena. Riabbassando gli occhi lo guardarono ben in faccia sorridendo, mentre si mordevano il labbro inferiore gongolandosi e fissando il volto nero del bambino nella speranza che il sole del suo sorriso vincesse la caligine della sua pelle grazie a quella battuta. “Io…io invece sono Al…Al..Alfreddo anche se lavoro dentro le cappe dei camini” rispose con una battuta il bambino sorridendo timidamente. Le bambine colsero al volo quel gioco di parole e risero di gusto di quel nuovo amico, anche lui dalla battuta facile. “Sai Alfreddo, dobbiamo darti una cosina” disse la maggiore. 28


“Cosa ?” chiese Alfredo. “Apri la bocca, lascia che ti diamo un soldino da mangiare” disse colei che stringeva la moneta allungando la manina fino a sfiorare la bocca dello spazzacamino che, dopo un istante d’indecisione,

nell’attimo stesso in cui si

aggiustò il cappellaccio sulla nuca, cambiò repentinamente l’espressione della sua faccia, senza che le due sorelline se ne accorgessero, perché tutte prese da quello che consideravano solo un bellissimo gioco. Fu un attimo. Nessun occhio umano sarebbe stato capace di cogliere l’istante in cui Alfredo si avventò sulla manina tesa mordendola, sfoderando così una meravigliosa e sana dentatura cangiante, messa in risalto dalla nera fuliggine che ne copriva il volto. “Ahi, ahi ! Cattivo, cattivo spazzacamino!” urlò la piccola vittima. “Spazzacamino cattivo, cattivo!” si unì gridando la sorella. Alfredo, nonostante le grida, non aveva la benché minima voglia di lasciare la presa, ben deciso a quell’istintivo contrappasso che puniva, con una presa degna di un cane da combattimento, quella che, seppur fraintendendo , era stata ai suoi occhi una grave presa in giro. “Che cosa le stai facendo piccolo delinquente! Lascia subito la presa cagnolino rabbioso” urlò la mamma precipitandosi in difesa delle figlie agitando minacciosa l’ombrello. A quella vista e vedendosi in netta inferiorità, Alfredo dette un ultimo furiosa stretta alla manina e fuggì via dileguandosi senza lasciar traccia, come una voluta di fumo. Giunse correndo in una via deserta, dove la solitudine lo fece riflettere sull’accaduto. “Passi per miei stracci. Passi per la fame. Passi ancora per lo zucchero filato, ma la presa in giro no, proprio no!” disse tra sé arrabbiato “Ne va del mio onore!” aggiunse guardando il cielo e sospirando. “Ehi tu, spazzacamino” si sentì a un tratto chiamare da una finestra al secondo piano di una delle tante case in fila che formavano il viale. “Dice a me, signore?” chiese Alfredo timoroso per quanto accaduto. “Certo a chi altri, quanti spazzacamini vedi?” replicò l’uomo sorridendo. 29


“Ascolta , ho due canne fumarie da ripulire, ma ormai è tardi. Possiamo fissare per domani?” “Certo signore, basta solo che mi dica l’ora” disse Alfredo entusiasta. “Facciamo per domani alle sette giovanotto. Mi raccomando sia puntuale e le darò una bella mancia” “Non ne dubiti signore, alla sei e trenta sarò alla sua porta” rispose meravigliato di aver quel giorno capito che qualunque sia la mano che la fortuna, o la sfortuna, ti offre deve essere azzannata, pardon, afferrata al volo.

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CORPUS CHRISTI

Del signor M, tipo asciutto e longilineo, con paio di baffetti ben curati, nessuno poteva dire che in vita sua avesse mai commesso qualcosa di riprovevole. Qualcuno si azzardava addirittura a dire che avesse ancora la coscienza di un bambino, nonostante i suoi sessanta e più anni di età. Tuttavia questa sua condotta irreprensibile aveva influito sulla sua vita e sul rapporto con gli altri, forgiando un carattere molto solitario e riservato. Religiosissimo, passava lunghe ore in chiesa da solo, ben attento che i suoi monologhi con il Signore, compiuti a fior di labbra, non fossero carpiti da estranei. Per questo, credo, uscisse dalla chiesa appena qualcun altro vi entrava. Questa non era la sua unica stranezza. Infatti, la convinzione di essere diverso, faceva sì che ogni qualvolta offriva la sua candela alla Madonna o a qualche santo, la mettesse sempre separata da quelle già presenti, stando poi ad ammirarla convinto che il suo splendore e la sua cera, avessero un non so che di speciale. Inoltre, durante la messa, al momento dell’eucarestia, faceva sempre sì di trovarsi per ultimo, di modo che potesse godere, anche se per breve tempo, di quella privacy che certamente spetta a chi crede di avere un rapporto privilegiato con Dio. Da ultimo diremo che il Signor M., al momento dello scambio del segno della pace, rimaneva ben piantato sulle sue gambe, voltandosi a destra e sinistra, mai indietro, e quel tanto che era necessario per offrire, a coloro che gli tendevano la mano, appena le dita. Quella Domenica, seguendo il suo personalissimo calendario liturgico, stilato in anni di pellegrinaggio in tutte le chiese della provincia, di cui conosceva storia e origini, nonché parroci cui immancabilmente dava il voto, si era recato alla chiesa del “Gesù eucaristia”, di cui ricorreva la festa dell'edificazione. Si comportò come il solito, cioè per prima cosa occupò un posto nelle prime file di panche, fortunatamente ancora libere; poi si mise a sedere senza degnare di uno sguardo gli

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altri fedeli e infine aspettò, in maniera assai composta, l’inizio della funzione. Ebbe un solo attimo di disorientamento quando vide salire all’altare un vecchio parroco, di cui non sapeva niente. Questi, aggiustato il microfono, disse che quella mattina avrebbe celebrato lui la Messa perché padre S. aveva impegni inderogabili. Il signor M. squadrò da capo a piedi il sostituto, rovistandone ogni piega degli abiti e del viso, alla ricerca di qualcosa che non fosse consono. Cosa che trovò, anzi sentì, perché il vecchio parroco, prima di iniziare la funzione, si soffiò rumorosamente il naso, e questo, secondo il signor M., proprio non si addiceva al clima di raccoglimento che dovrebbe regnare prima di ogni S. Messa. Era da poco iniziata la liturgia della parola, che purtroppo il vecchio parroco accusò un malore. Disse, infatti, che si sentiva poco bene e chiese che qualcuno gli stesse a fianco durante la celebrazione. I fedeli, imbarazzati sul da farsi e non capendo bene cosa stesse accadendo, si guardarono solo l’un l’altro, fino a che proprio il parroco invitò il signor M. a salire all’altare e mettersi al suo fianco. Il signor M. sulle prime fu sorpreso dalla scelta, ma poco a poco se ne fece una ragione tutta sua: il Signore, con quel posto ben in vista che lo distingueva da tutti ponendolo a fianco del celebrante, voleva premiarlo della sua vita irreprensibile e delle sue preghiere. Certo quel riconoscimento sarebbe durato solo lo spazio di una Messa, ma per lui equivaleva a un viatico per il paradiso. Durante la funzione tenne il suo consueto impeccabile comportamento, sebbene un refolo di strani pensieri si facesse strada nella sua mente, suggeriti da quella visuale, cui certamente non era abituato, che poneva di fronte ai suoi occhi i volti degli altri fedeli. Per la prima volta in vita sua li poteva osservare, uno a uno, quei volti che, seppur non avessero un nome, ben riassumevano, con i loro i tratti, una vita; come quello di un ometto piccolo, con un solo dente davanti, rosso in faccia per il troppo vino, che ogni tanto, muovendo entrambe le labbra sembrava gustarne; o quello della robusta signora seduta sulla panca a fianco che accompagnava ogni amen con un bacio al crocefisso che portava al collo; o quello dell’uomo in ultima fila che di tanto in tanto sbadigliava; o meglio ancora quello del tipo basso e tarchiato dai capelli lunghi e neri, pettinati esclusivamente con lo 32


scopo di coprire la calvizie. Tutte queste persone, che da sempre giudicava “gli altri” per via del suo personalissimo rapporto con il Padre, adesso cominciava a sentirli, non fratelli, ma certamente fedeli. Questo suo disagio sarebbe durato lo spazio di un mattino se nell’omelia il parroco non avesse deciso di festeggiare la fondazione della chiesa, consacrata come abbiamo detto al “Gesù eucaristia”, con una lettura adatta all’occasione. Infatti giunto all’omelia il parroco disse:” Fratelli avrei potuto proporvi una mia riflessione questa mattina, ma ho pensato di affidarmi alle parole di un eminente uomo di chiesa per celebrare quest'anniversario. Sarà quindi un’omelia breve ma ricca di contenuti, le cui linee guida potrete trovarle in “ Eucaristia, comunione, solidarietà. Cristo presente e operante nel Sacramento” di Joseph Ratzinger. Il parroco mise molto calore e semplicità nel leggere l’omelia e frequenti erano le sue pause. Di tanto in tanto guardava l’uditorio come a sincerarsi che tutti ascoltassero e seguissero. Il signor M. dal canto suo ascoltava con attenzione, perché quel sermone sembrava un perfetto contesto a quello strano disagio che provava dal momento che si era fatto strada in lui il pensiero che forse non era né ’”unico”, né, per chissà quale strano parto, primogenito. Insomma per la prima volta dubitava di avere un rapporto privilegiato di comunione con Dio. Questo suo dubitare divenne certezza quando il parroco, distogliendo gli occhi dall’assemblea, lo guardò bene in faccia e disse citando Ratzinger:” Accostandomi all’eucaristia io devo guardare totalmente a Cristo, lasciarmi trasformare da lui, persino avvolgere dal suo fuoco divorante. Ma non posso mai dimenticare che proprio in questo modo io mi unisco con ogni altro comunicante: con chi mi sta accanto in quel momento, e forse non mi suscita simpatia. La Chiesa è una non a motivo di un governo centralistico, ma in forza del suo centro comune rappresentato da un solo Signore, che mediante un solo pane la genera come un solo corpo. La sua unità, pertanto, è assai più profonda di quella che ogni altra unione umana potrebbe mai raggiungere. Compresa quale espressione dell’intima unione di ogni singolo con il Signore, l’eucaristia diventa anche al massimo grado un sacramento sociale. Non siamo 33


più soltanto gli uni accanto agli altri, ciascuno per se stesso, ma chiunque “ si comunica” è come se diventasse per me “osso delle mie ossa e carne della mia carne”. Fin qui cari fratelli Il Cardinal Ratzinger, io aggiungo solo che il cristianesimo senza l’eucarestia, senza la comunione, è solo cultura, per cui il suo ambiente naturale sono gli scaffali delle biblioteche o le aule delle università, non le chiese” Il significato dell’omelia e lo sguardo particolare che gli aveva rivolto il sacerdote scossero profondamente il signor M., perché tutto gli aveva data l’impressione che il parroco si fosse rivolto proprio a lui. La sua convinzione di essere una candela che splendeva solitaria e di una luce diversa dalle altre si era liquefatta, per cui alla fine della Messa ebbe solo l’animo di salutare il sacerdote e uscire, senza aspettare, come al solito, che tutti se ne fossero andati per rimanere a tu per tu con il Signore, sull’esempio di Gesù che si allontanava dalla folla per ritirarsi in solitudine a pregare. Inoltre per tutta la giornata non fece altro che rimuginare sull’omelia tra le quattro pareti di casa. Solo a sera uscì per mettere, come al solito, una candela nella chiesa del paese. Ma questa volta non scelse con cura il morsetto libero più in disparte rispetto alle altre candele, ma uno a caso nel gruppo. Stette pochi attimi a osservarne la fiammella e capì, per la prima volta, che non brillava di una luce particolare, ma splendeva come tutte le altre.

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LA CIVILTA’ DEL SORRISO Non era ancora passato un secolo da quando l’ultima rivoluzione aveva definito la Storia precedente come un fiume di veleni da prosciugare, che da ogni angolo della società filtravano gli umori del dissenso. La civiltà che si era affermata, battezzata Civiltà del sorriso, nonostante avesse sostituito in toto ogni aspetto culturale delle civiltà passate, non era però riuscita a imporsi completamente e molte erano le frange di resistenza che ne laceravano il tessuto sociale e culturale. Per facilitare la comprensione del lettore crediamo sia bene, ora, ripercorrere le tappe che permisero il suo fiorire. La Civiltà del sorriso si erse come diga a quell'alluvione di paure e odi che furono i torbidi del ventiduesimo secolo, in cui uomini di Stato, intellettuali e uomini di piazza gareggiarono per arrivare a quella che tutti definivano guerra ineluttabile. E in parte ci arrivarono, anche con l’aiuto di filosofi e uomini di studio, che ridussero la politica a uno sfogo di risentimenti. In questo crescendo di disordini, le idee politiche improntate al più bieco populismo e odio di classe, nonché le risorse della tecnica e le forze più vitali dell'intelligenza, concorsero ad accelerare un processo di decomposizione simile alla lebbra, che staccava dal volto della società brandelli di carne. Crollavano interi blocchi del sistema sociale, tra applausi e grida di hurrà, mentre dietro la cortina di polvere si aggiravano gli spettri della fame e della miseria. Quegli anni, con il loro carico di omicidii, sacrilegi, minacce avrebbero segnato per sempre la fiducia dell'uomo in una qualche forma di società civile, se non si fosse corso ai ripari. Corsa che assunse le forme di una ressa per tutti i cervelli pensanti e i cuori ancora pulsanti (scrittori, statisti, filantropi) attorno a quell'incendio che minacciava di ardere l'intera civiltà. Certo, non mancarono speculatori ed egoisti che si fregavano le mani nella speranza di una grande guerra escatologica che li avrebbe fatti arricchire enormemente, ma questi si riuscì a metterli in un angolo. Da più parti si riteneva imminente l'ingresso nella storia dei cavalli apocalittici e di conseguenza dell'Anticristo, tanta era la pazzia che come un mulinello era 35


penetrata nella direzione del sociale, del culturale e del religioso. Nazioni che si fronteggiavano, classi sociali che si urtavano, guerra agli uomini e sfide a Dio, facevano di quei momenti un esperimento generale dello scompiglio che secondo alcuni si avrebbe avuto quando, preceduto dalla Morte, sarebbe apparso sulla terra il primogenito di Satana. Questa civiltà, che nacque dalla melma dei torbidi sin qui descritti e che fu definita del “sorriso” prendendo a prestito dal simbolismo medioevale la tecnica per veicolare e riassumere lo spirito di quella nuova civiltà, di cui il sorriso umano era il simbolo (in particolare si ricorreva a quello dei bambini che apparivano nei grandi schermi luminosi ricordando, con un ritmo martellante, che un bambino sorride quattromila volte al giorno), fu estrema sintesi del pensiero umano che l’aveva preceduta e poi, come accadeva alle salme dei faraoni, si lasciò che gli stessi artefici della progettazione sigillassero per sempre i labirinti d'accesso alla storia e alla cultura degli uomini appartenuti alle epoche passate. Fu così che predatori di sapere si accanivano alla ricerca di antichi testi, fossero anche umili compendi, turbando il sonno non dei grandi pensatori del passato, ma dei governanti attuali, sempre timorosi che risorgessero gli spiriti indomiti che tante guerre, rivoluzioni e disordini avevano procurato alle civiltà precedenti. Infatti, il pensiero principale che essi avevano, e per cui si ritenevano” buoni padri”, era quello della Concordia e per essa erano disposti a pagare qualsiasi prezzo in termini di libertà. L'individuo non poteva affermarsi e far valere niente che fosse di ostacolo alla concordia sociale, e persino nel privato, nelle «società domestiche», com'erano chiamate le famiglie, tutto era disciplinato capillarmente, mettendo al bando usi e consuetudini, ma anche il senso e il significato di familiarità. Tutta la materia sociale, politica ed economica era racchiusa in testi chiamati «Alfa e Omega», in ultimo ossequio alla razionalità greca che ne componeva la struttura logica interna. Il consulto dei testi era appannaggio solo di coloro che erano qualificati da un lungo studio e una «anima sociale» immacolata e la seppur minima infrazione faceva si che se ne fosse esclusi. Chiusi in una casta che in tutto 36


e per tutto sostituiva quelle religiose del passato, i tutori dell'ordine e della legalità interagivano solo con le più alte cariche, e non si distinguevano per fama o capacità, ma solo per zelo. Il sentimento religioso, che sin dagli albori dell'umanità aveva accompagnato l'uomo, si era via via esaurito sostituito da un ben dettagliato senso scientifico che pervadeva anch'esso, come quello legalistico, tutta la società. I due spiriti, quello legale e quello scientifico, erano stati ribattezzati come «le buone sorelle», mentre la concordia che le univa faceva le veci di quello che il cristianesimo, nella sua forma cattolica, chiamava Spirito santo. Tutti e tre insieme componevano la «Sacra famiglia», una sorta di divinità una e trina, che viveva non in virtù dell'amore che univa legge e scienza- come avrebbe suggerito il passato- ma della concordia che scaturiva dalla loro simbiosi. Diversamente da ciò che si potrebbe pensare, l'economia non era la voce più importante. Questo perché era stata rifondata nel suo essere, estirpando i due grossi tumori del passato: capitalismo e comunismo, le cui metastasi erano state bloccate riducendo il privato e il collettivo in angoli sempre più bui dell’economia fino a scomparire del tutto. La nuova società aveva data anche una totalmente nuova deontologia professionale. In caso di malattia inguaribile, ad esempio, i medici non si prendevano cura dei pazienti nella speranza di un miglioramento inaspettato, ma la malattia era messa a frutto per la collettività, la quale poteva usufruire degli organi del malato terminale, previa una dolce morte. Questo principio dell’"inutile cura" passò rapido nella mente della popolazione grazie a un'intensa campagna d'informazione sul dolore che aveva contraddistinto le società passate e che esse non erano mai riuscite a debellare. E perché non si perdesse la memoria di ciò che l'uomo aveva sofferto prima dell'avvento della Civiltà del sorriso, si lasciava che la natura in taluni casi facesse il suo corso. Quando ad esempio dagli screening sul nascituro si vedeva che c'erano delle malformazioni, si procedeva nella quasi totalità dei casi a risolverle, mentre per alcuni, generalmente quelli che le culture del passato avrebbero definito “casi molto pietosi”, non s'interveniva -e questo 37


senza che i genitori fossero informati- dando poi la responsabilità dell'incresciosa nascita all'errore umano. I bambini che nascevano malformati o con gravi sindromi erano esposti, appena l'età lo consentisse, ma in alcuni casi subito, agli altri genitori e figli per mostrar loro cosa sarebbe la natura se lasciata al suo corso. In particolare i bambini affetti da Sindrome di Down erano mostrati nelle classi durante le lezioni dedicate alla scienza in genere e alla medicina in particolare, per far vedere l'incompletezza e il dolore che genera la natura se non controllata dall'uomo. Certo non tutto filava come i legislatori avrebbero voluto. Sin dall'inizio di questa storia abbiamo detto che il dissenso oramai filtrava dalle paratie ritenute stagne della nuova civiltà. E proprio per combatterlo, nel timore di una ricaduta negli errori e orrori del passato, si erano messe in campo tutte le risorse suggerite dall'intelligence del momento. I vecchi metodi erano stati banditi e sostituiti da una figura tutta nuova per l'individuazione e rimozione del dissenso: gli usignoli. Nelle scuole si dava molta importanza alla preparazione degli alunni, ma più ancora si dava importanza alle loro innate attitudini, che sin dai primi anni scolastici erano investigate e segnalate a un ministero competente. Fu così che ogni bambino era studiato nelle sue peculiarità, cioè quelle che una volta erano chiamate doti naturali. Certo, di queste adesso non si ringraziava la natura, ma solo la felice combinazione di geni che le aveva determinate. Si erano compiuti notevoli studi in questo campo, ma i passi in avanti erano stati ben pochi. La selezione genetica per fini riproduttivi dei bambini più dotati non era mai riuscita a dare la certezza dell'esito finale, tanto che dall'unione di ex bambini prodigio spesso nasceva la mediocrità. Per selezionarli, nelle scuole, fin da principio si era introdotto lo studio di ogni forma di arte, certi che solo quello sfuggente afflato artistico fosse la vena più preziosa da individuare e mettere a frutto, naturalmente per il bene e la concordia della collettività. I migliori in un qualsiasi campo artistico formavano classi a parte; poi un'ulteriore selezione coglieva i germogli artistici più preziosi. Da questi fuoriuscivano gli usignoli, i bambini destinati al "canto", come in gergo si 38


esprimevano i loro mentori sulla falsa riga dell'uso invalso tra i popoli antichi di accecare le povere bestie. Una quasi fredda notte di fine Ottobre uno di essi finì sul tavolo del dottor Parish, coroner all'ospedale della città dove fu trovato morto un usignolo. Siccome le cause del decesso erano sfuggite al primo esame e tutto escludeva un suicidio, si era deciso di eseguire l'autopsia per sapere almeno di cosa o come fosse morto. Il medico che se lo trovò di fronte sul tavolo operatorio era un signore di mezza età dal volto liscio come quello di un bambino, cosa che lo faceva apparire più giovane dei suoi quarantasei anni. Occhi azzurri e carnagione chiara, uniti a una folta capigliatura castana pettinata con cura, ne facevano sicuramente un bell'uomo. Se non fosse stato per la sua indole solitaria e taciturna -cosa che ben si addiceva alle silenziose compagnie cui per professione era legato- sarebbe stato un ottimo marito, mentre era quello che potremmo definire uno scapolone impenitente e convinto. Quando il cadavere arrivò in sala il suo turno di lavoro era agli sgoccioli, ma siccome voleva essere lui a eseguire l'autopsia, sbrigò alcune pratiche che gli permettevano di rimandare tutto al suo turno seguente. Poi, rivolto all'assistente, gli disse che se ne poteva andare: lui avrebbe finito gli ultimi incarichi e aspettato l'altro turno. Rimasto solo, fissò a lungo quel corpo immobile, in particolare ne osservava la faccia, i cui occhi semichiusi lasciavano intravedere due pupille azzurre che ben si addicevano a quel volto molto giovane e dai lineamenti eleganti. Un ciuffo di capelli ne tagliava la fronte coprendo in parte il sopracciglio destro. Le labbra sottili ma ben disegnate erano impercettibilmente discoste l'una dall'altra, dando alla sua espressione una sensazione di fanciullesca serenità. I suoi abiti erano ricercati, ma non troppo: indossava un paio di pantaloni di velluto chiaro color birra e scarpe di cuoio, mentre sotto un ordinario impermeabile si notava una camicia ben stirata di un bel marrone scuro. “Salve amico” disse a un tratto il coroner “sono proprio curioso di sapere cosa diavolo ti è successo, ma lo vedremo al prossimo incontro, cioè fra due giorni. Per oggi il mio turno è finito. Non preoccuparti, che il tempo passa in fretta e non 39


credo che tu abbia impegni urgenti”. Poi, per eseguire le formalità del caso, prese la cartella d'ingresso in ospedale dove, fra le altre generalità, lesse la sua professione: Dipartimento di lotta e prevenzione del crimine. “Ehi, ma allora sei uno importante. Guardiamo se c'è altro” disse correndo velocemente il foglio che aveva tra le mani. “Ecco, segni particolari... cieco dall'infanzia?!”. Il coroner si fece muto: era un usignolo quello che aveva di fronte. Fino allora ne aveva sentito solo parlare, ma mai ne aveva incontrato uno, neppure da vivo. Quello che fino pochi minuti prima era stato un caso di semplice routine, si trasformava lentamente in un caso tutto particolare ed estremamente interessante. Cominciò così una sommaria autopsia partendo dal volto che non presentava nessuno dei segni tipici di una morte violenta. Poi passò alle mani che non presentavano nessuna ferita, macchie anomale o tagli. Infine al busto, alla ricerca di sangue, ma niente! Pensò allora che si trattasse di qualche problema al cuore, ma non risultava niente dalla sua cartella della salute, come constatò. “Ma cosa ti ha ucciso, mica sarà stato il veleno?» si disse incredulo, poi aggiunse: «lo vedremo certamente, ma non oggi”. Intanto nell'ospedale si era fatto silenzio. Il coroner guardò l'orologio appeso alla parete della stanza. Mancavano circa dieci minuti al cambio del turno. Avrebbe avuto ancora tempo per l'ultima sigaretta prima che i suoi colleghi venissero a sostituirlo. Tolse di tasca il costosissimo tabacco, le cartine e l'accendino e posò tutto quanto alla sua destra sul tavolo su cui si era seduto. Quello del fumo era uno dei suoi pochi vizi, per altro ben tenuto sotto controllo, date le pochissime sigarette che al giorno fumava. Gli piaceva rollarsi le sigarette, per questo talvolta si faceva lunghe passeggiate per trovare un negozio che vendesse ancora pacchetti di trinciato aromatizzato. Non distogliendo gli occhi dall'usignolo, prese una cartina dal pacchetto, ne liscio gli angoli e la modellò perfettamente incurvandola con le dita. Poi scelse con cura la quantità di tabacco e la distribuì nella cartina con precisi e calmi movimenti delle dita. Controllò con gli occhi che tutto fosse preciso e sigillò la sigaretta con la saliva. La accese e aspirò profondamente una boccata di fumo. Poi con un gesto istintivo e improvviso fece roteare il polso verso il suo viso 40


e controllò l'ora. Questo movimento generò un cerchio di fumo che lentamente cominciò a salire al soffitto dilatandosi fino a scomparire risucchiato dagli aeratori, che, rilevata la presenza di fumo di sigaretta, si erano accesi diffondendo nella stanza odore di resina di pino. “Perché…perché non diamo un'occhiata a cosa nascondi negli abiti?” disse a un tratto sottovoce iniziando a frugare le tasche dei pantaloni, che risultarono vuote. Poi passò a quelle dell'impermeabile, anch'esse vuote se si eccettua un mazzo di chiavi e un foglietto con scritto che attirò la sua attenzione. Era la prima stesura di una poesia dal titolo "Foglie", che recitava: Ti chiederò il nome passando, come con altri, foglia su foglia; poi con un fiocco di luce su tela grezza e una natura morta come bastone riprenderò il cammino finché il vento non strazi questa povera memoria secca Poco più sotto c'era una nota scritta con mano frettolosa in cui si leggeva :"Mettere ben a fuoco la metafora alberi che s'incontrano in natura /albero della vita, il quale come loro perde foglie/nomi/persone che distaccandosi si seccano scomparendo dalla memoria". “Ma tu guarda, un funzionario dell’anticrimine che scrive poesie. Bene, bene sei un soggetto sempre più interessante” disse continuando a guardarlo. Poi si passò una mano prima sulla bocca, poi sul mento incerto sul da farsi. Non era da lui, coroner con una buona esperienza, arrendersi alle prime evidenze, così frugò ogni indumento in tutti i suoi angoli sgualcendoli, deciso a trovare qualcosa che istintivamente sapeva esserci. D'un tratto sentì, nella manica del soprabito, 41


qualcosa simile a della carta, ma più spessa. Controllò se all'interno della manica ci fossero delle cuciture, magari sdrucite, ma tutto era in ordine. Allora prese un bisturi e con precisione fece un taglio all'altezza del foglio. Con cura lo estrasse dall'apertura appena fatta e si rese conto che era una fotografia. Ritraeva lui e una giovane ragazza su un terrazzo prospicente il mare. La ragazza indossava un maglioncino blu con una camicia dal colletto bianco e questo faceva pensare che la foto fosse stata scattata d'Inverno. I suoi lunghi capelli castani erano raccolti in una coda e sorrideva. Lontano sul mare si intravedeva una vela. Girò la fotografia e, sul retro, notò poche righe ma capaci d'illuminare tutto il caso: “Signore” si leggeva "se è venuto in possesso di questa foto, significa che mi hanno ucciso. Il perché lo troverà scritto nella memoria che ho nascosta nel bavero dell'impermeabile. Lei è la mia ultima speranza, spero che le sue mani e il suo cuore sapranno far buon uso delle informazioni in essa racchiuse. La ragazza che vede nella foto era la mia fidanzata ed è all'oscuro di tutto. Il suo indirizzo è Stanford road, 15. Consegni a lei questa foto e le dica che l'amo e l'ho sempre amata. Se farà quanto le ho detto gliene sarò eternamente grato”. Le poche parole lette che parlavano di un omicidio gettarono il dottore in una ressa di pensieri. L'unico modo per venirne a capo era leggere la memoria contenuta nel bavero del soprabito. Prese di nuovo il bisturi, certo che le pagine o la pagina in esso contenuta fossero state cucite dentro. Invece si trovò di fronte a una cerniera che chiudeva una specie di cappello contro la pioggia. Il cappello era di tela e arrotolato. Lo estrasse e lo spiegò fino a individuare una piccola pallina di carta che subito riportò alle sue forme normali stirandola con le mani. Notò una calligrafia minuta e precisa, che sin dalle prime lettere catturò la sua attenzione. Poi iniziò a leggere: “Se ha seguito le mie istruzioni non è necessario ripetersi, ma qualora fosse venuto solo ora in possesso di questo foglio sappia che nella manica destra è cucita una foto. Io sono uno di coloro che chiamano usignoli. Ho contribuito alla cattura di innumerevoli malviventi, ma il vero malvivente è sfuggito ai miei sensi fino a una banalissima festa di compleanno in cui ebbi l’occasione, rarissima, di 42


parlare con un legislatore e per questo le dico che è lo Stato il vero criminale. Sappia che la malattia che mi ha reso cieco del tutto e che ha permesso che si facesse di me un usignolo fu indotta dall'esposizione ai raggi Coltrane, rapidi e indolori, ma soprattutto ignoti alla popolazione civile. Prima di allora i maestri dei primissimi anni di scuola mi consideravano un poeta di genio, e questo segnò la mia disgrazia. Infatti, prima fui privato degli amici, poi dei genitori e rinchiuso in una classe speciale che avrebbe permesso il fiorire del mio precocie genio poetico, così almeno dissero ai miei genitori. Niente di più falso perché, come le ho detto, fui sottoposto a una seduta settimanale di raggi di cui le ho parlato fino alla completa cecità. Con mille scuse e reticenze, causata la mia cecità, informarono mia madre e mio padre i quali, da sempre cittadini modello, per rendermi utile alla società, nonostante la disgrazia, accettarono di iscrivermi a una scuola per ciechi dove, con tecniche che non sto qui a descriverle, mi resero una perfetta macchina anticrimine, sublimando e sfruttando la mia sensibilità. Circa la mia morte credo sia dovuta al fatto che ultimamente non ho superato il test di affidabilità a cui periodicamente siamo sottoposti, per cui qualcuno dei miei colleghi ha intuito che sono in rapporti con Jessica Poltrow, nota a tutte le polizie dello stato. L'ho conosciuta, ma meglio sarebbe dire riconosciuta, durante un colloquio di routine in uno dei tanti uffici di polizia, ma non l'ho segnalata alle autorità, perché, dopo quel colloquio avuto con il legislatore, ritengo che i veri criminali non siano perseguiti, ma occupino le nostre gerarchie. Dopodiché, la Poltrow, resasi conto del fatto, mi ricontattò. Tutto questo non è sfuggito, come le ho detto, ai revisori, i quali, come è prassi, hanno suggerito la mia eliminazione. Jessica, poco tempo prima, non solo mi aveva fatto pervenire alcuni testi di filosofia, dottrine politiche e un Vangelo, ma mi aveva descritto nei minimi dettagli l’educazione di un usignolo, per questo e per la crudeltà con cui hanno gestito la mia vita le dico che mai è esistita una civiltà feroce come la nostra. Io non so cosa lei possa fare, non la conosco; ma se ancora in lei alberga un briciolo di umanità agisca. Non importa se riuscirà in qualcosa. Alla fine spero che qualcuno riuscirà a far piangere i cultori del sorriso. 43


Con affetto Un usignolo”. Stavolta il dottor Parish non aveva svolta una delle sue solite autopsie: non aveva tagliato carni e organi, ma sezionato un'anima nascosta in ordinario soprabito, e i risultati erano del tutto inaspettati. Quei pochi fogli rappresentavano la malattia che aveva ucciso un giovane funzionario di polizia la cui unica colpa era di aver partecipato a una festa di compleanno e svolto anche lì il suo dovere: la ricerca e il riconoscimento dei criminali, fossero essi annidati nei bassifondi della città o nelle ricche dimore in festa. A quel punto poca importanza aveva il come fosse successo, ma solo il perché: l'ultimo canto dell'usignolo era divenuto troppo scomodo per l'udito dei padroni del sorriso e si era deciso di sopprimerlo, all’oscuro però che lui avesse tenuto nascoste le ultime note della sua melodia. Il dottor Parish si rese conto che fra poco sarebbero arrivati i colleghi a dargli il cambio, per cui avrebbe dovuto riporre il cadavere nel cilindro a magneti. Lo lasciò invece sul lettino con il quale era stato portato. Poi si avviò verso la porta e prima di spengere la luce dette un ultimo sguardo all'usignolo e indossò il soprabito. Sfiorò con le dita un interruttore e la stanza si fece buia. Aprì la porta e uscì lasciandola socchiusa: un fascio di luce proveniente dal lungo corridoio illuminò il cadavere. Il coroner si avviò lento verso la grande porta a vetri dell'uscita principale e quando vi fu giunto vide la sua immagine riflessa. Un timido sorriso si fece strada sul suo volto alla vista del bavero alzato e delle sue mani nelle tasche del soprabito. Queste furono le ultime cosa che vide di se stesso come coroner prima di scomparire in quella prima, vera fitta nebbia di tardo Autunno.

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BLOODY HAIR BAND La serata musicale internazionale aveva reso Piazza Duomo a Milano come un trafficatissimo porto di mare in cui attraccavano, come fossero navi cargo, i più disparati gruppi musicali carichi di suoni, parole e colori. La numerosa folla accorsa, sebbene il freddo Dicembre consigliasse di starsene a casa, aveva fino allora applaudito calorosa e rumoreggiante chiedendo più volte il bis per quelli che riteneva i pezzi migliori. C’era insomma un’atmosfera gioiosa che ben si addiceva alla festività dell’Immacolata, di cui la statua silente della Madonnina, che svettava illuminata a festa, ne era l’emblema. Ma veniamo al concerto. Finito di esibirsi un gruppo etnico, ci si dette un gran daffare per permettere a “Bloody hair”, una non meglio precisata band internazionale, di suonare. In particolare si dovette armeggiare per permettere l’ingresso sul palco due scooter modificati, alle cui marmitte erano state messe due specie di trombe, che suscitarono la curiosità e l’ilarità di quasi tutto il pubblico, il quale, alla loro vista, si fece subito l’idea che si trattasse certamente di musica sperimentale e anche di buon livello data l’eleganza nel vestire dei componenti. Quando gli inservienti ebbero collocato al loro posto quelle strane trombe a motore, la band si mise in fila di fronte al pubblico e, a un gesto del vocalist, fece un profondo inchino. Il pubblico rispose entusiasta con un lungo applauso, cui, fattosi silenzio, seguì però un: “Fuck off Milaanooo” ben esplicitato dal medio di tutti i componenti. Per qualche istante cadde il gelo nella platea; poi si udirono alcune risate dalle ultime file e addirittura qualche: “Braviii”. La gran massa però rimase sconcertata, specie le prime file che si erano ritrovate cinque dita medie sotto il naso. In un modo o nell’altro tutti però riuscirono a superare l’impasse ritenendolo uno dei tanti modi per scaldare l’atmosfera che, di lì a poco, seguendo il tortuoso ragionamento della folla, avrebbe dovuto divenire incandescente, perché si beccarono il secondo fuck, stavolta non con il dito alzato, ma con entrambe le mani su quello che in gergo si definisce il “pacco”. Ma non solo, tutti i musicisti si voltarono e in un italiano quasi comico, tanto era stentato, dissero a tutto il pubblico di baciargli le chiappe. 45


Furono sempre le ultime file composte per lo più da giovani a ridere e addirittura ad applaudire, mentre nelle prime -beh volevo tacerlo, ma per chiarezza adesso devo dire che esse erano occupate dalla Milano bene e da qualche autorità anche religiosa, tutti seduti su comode poltroncine- si faceva strada il desiderio di reagire, ma come farlo senza però passare dai soliti guastafeste musicali? E che musica poi! Ascoltate quale fu il preludio. Finito di presentarsi e di salutare il pubblico a loro modo, i componenti della band presero il loro posto dietro i rispettivi strumenti. Da ultimo il vocalist, che afferrò il microfono e gli dette alcuni colpetti per sincerarsi che l’audio fosse ottimale. Non rimase però del tutto soddisfatto tanto che, rivolto agli altri disse: “Waits boys…”. Poi si massaggio lo stomaco (qualcuno subito pensò che volesse scaldare il diaframma), strinse la gola tra le dita e la palpò e ruttò a tutta forza, con quanta birra aveva in corpo. Il suono lungo e amplificato che ne uscì aveva le sonorità schiumose e pastose della birra, e raggiunse tutto il pubblico in maniera distinta e democratica, dal quale non si alzò nessun grido di sdegno, forse perché come si dice- con gli artisti ci vuole pazienza. Il vocalist, nel silenzio che regnava nella piazza (a dire il vero non tutta, perché qualche angolino rumoreggiava divertito) disse agli altri che il suono era ok e dette il tempo per cui s'iniziò a suonare. Tutti si chiederanno forse che tipo di musica potessero esprimere quella banda tanto stravagante. Io non saprei definirla. Si alternavano percussioni da fabbro delirante a urla incomprensibili, e tutto accompagnato da sventagliate di chitarra elettrica che stordivano. L’unico rumore riconoscibile era quello che usciva dagli scooter, perché le marmitte modificate in tromba sganciavano dei grandi scorreggioni a tutto gas. Io di musica sono ignorante, ma permettetemi di dire che l’unica platea in grado di ascoltarla sarebbe stata quella formata da esorcisti, i quali non avrebbe riconosciuto le note, ma i soliti “noti”. Siccome l’esecuzione fu breve e intensa il nostro resoconto si deve a questo punto avviare verso il finale. Non si era ancora spenta l’eco di un lungo ululato liberato dopo molto tempo di cattività –e questo lo si poteva desumere dall’intensità che raggiunse, tanto che 46


qualche bambino cominciò a piangere e strillare- che tre o quattro colpacci di batteria annunciarono la fine dell’esecuzione. Stranamente gli artisti non si rivolsero verso il pubblico per riceverne gli omaggi, ma gli girarono le spalle e guardarono in alto verso il pinnacolo che ospitava la Madonnina. Qualcuno, lesto di pensiero e parola, disse che l’avrebbero certamente omaggiata, dato che era la Sua festa. E questo, infatti, fecero, ma in perfetta coerenza al loro stile e contenuto artistico: gli strumentisti alzarono in sincrono il dito medio, mentre il vocalist se ne uscì con una sfilza interminabile di feroci bestemmie in italiano, inglese e qualche lingua sconosciuta, introdotte dal più classico “fuck” nella loro lingua madre. Il pubblico, stavolta esterrefatto, cominciò a inveire e si alzò per andarsene, non prima di aver gridato a tutta voce: ”Vergogna”. Quando tutte le prime file erano quasi vuote e le ultime formavano già un serpentone indistinto, la band corse ai ripari annunciando ai microfoni che non era loro intenzione scandalizzare nessuno, ma solo di trascinare il pubblico verso i confini estremi della creatività che, come sappiamo, spesso cozza con quelli rigidi dell’educazione e ancor più dell’etica. Insomma, secondo loro, tutto quanto accaduto altro non era che una provocazione artistica e per dimostrare la loro buona fede dissero avrebbero intonato “O mia bela Madunina” in dialetto milanese, cosa a cui si erano già, evidentemente, preparati. Il pubblico a queste parole, seppur mugugnando, tergiversò sul da farsi. Poi concesse di nuovo fiducia alla band, perché erano o non erano la città più moderna, aperta e multiculturale d’Italia? Il gruppo prese di nuovo posto, ognuno al proprio strumento, mentre il vocalist afferrò il microfono, non prima però di essersi fatto dare un mazzolino di fiori dagli inservienti. Dopo, inginocchiato con gli occhi fissi in direzione della Vergine, dette il segno che s'iniziasse a suonare. Ma appena il vocalist intonò “O mia bela Madunina” una strana luce illuminò il pinnacolo, più intensa del solito, creando un effetto simile a quello che si genera se di notte si apre la finestra di una stanza illuminata. Molti pensarono a uno sbalzo di tensione, ma dovettero ricredersi quando dall’alto videro cadere una lunghissima treccia, la cui appendice, in prossimità del pavimento, si muoveva, arcuata a ricciolo, ora a destra, ora a sinistra 47


come quella di un gatto. Tutte le persone presenti, compresi i componenti del gruppo musicale, rimasero a bocca aperta. Poi il pubblico, compreso quanto stava accadendo, si abbandonò a una lunga risata, interrotta solo da un “che te brillet de lontan…” a mille e più voci, che finì la strofa rimasta nell’ugola strozzata del vocalist fattosi piccino, piccino. Passerà alla storia civile e religiosa quella serata che fece felici tutti, tranne i soliti guastafeste musicali, che se ne andarono prima del tempo in sella ai loro “rombanti” motorini.

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THE LIFE Ogni vita ha il suo destino, ma per il sig. Freeman e il signor Obstain sarebbe più giusto dire che ogni vita ha le sue caselle, stando a quanto accadde quella vigilia di Natale nella fattoria di proprietà del signor Obstain, tutta presa, come il solito, dalle compere, dalle discussioni e dai saluti frequenti cui si accompagnava un sorridente: ”Buon Natale". E quel Natale aveva tutta l’aria di esserlo veramente buono, perché la raccolta di cotone quell’anno era stata eccezionale, sia grazie all’impegno dei coloni, sia grazie all’impegno personale del proprietario. Insomma, tutto era al suo posto quella vigilia, compreso i regali che il sig. Obstain aveva già scelto e consegnati con cura secondo le esigenze di ogni famiglia. Tutto perfetto, anzi un inizio partita perfetto. Ma facciamo un passo indietro. In quella piantagione di cotone il sig. Freeman e il sig. Obstain appartenevano certamente a due diversi mondi: il primo a quello della schiavitù; il secondo a quello della libertà. Costretti entrambi in quel piccolo spazio che era la fattoria, essi erano, a loro modo, gli alfieri delle rispettive comunità, contendendosi le stesse caselle. Ma sarebbe improprio dire che fossero nemici. Erano solo spinti da forze che loro stessi ignoravano e che non potevano controllare. Mediavano con se stessi ogni mossa azzardata che il destino gli metteva di fronte, consci che la partita vera, in fondo, era giocata altrove. Si è obbligati a dire questo a onor del vero perché, appunto, non erano nemici, anzi spesso avevano larghi spazi di amicizia e d’intesa dove cimentarsi ognuno nella propria specialità: il sig. Freeman la mediazione, la pazienza e la capacità di soffrire senza battere ciglio; il Sig. Obstain l’entusiasmo, lo sprezzo del pericolo e l’avventatezza. Quest’ultima lo faceva davvero apparire come un alfiere bianco sempre pronto a far bella mostra di sé, ma non per vanità: per lui ogni occasione era buona per dimostrare il suo valore e il suo coraggio senza con questo scivolare nel narcisismo. Ad esempio, se ce n’era bisogno, era il primo a essere lungimirante, mentre qualora la situazione lo chiedesse si faceva trovare pronto per la modernità, per poi di nuovo scendere in una corsa folle verso le caselle di 49


partenza e assolvere la tradizione da ogni colpa, o almeno da quelle che fino allora gli aveva imputate. La sua fattoria era un modello per i neri, ricca com'era di aperture ai loro diritti tanto da aver creato più di un mugugno nei conservatori; ma era anche una specie di gioco di cui il sig. Obstain era il proprietario e i coloni le pedine, che muoveva a suo piacimento, ma non a capriccio. E sarebbe sbagliato parlare di poca serietà, perché non erano mai mancate le cose necessarie a nessuno dei coloni, si trattasse di cure mediche come delle scuole. Insomma il sig. Obstain era un gran bell’alfiere bianco: impavido, penetrante determinato ad affermare se stesso, ma sempre corretto, un gran signore. Il sig. Freeman era il suo omologo nero. Il colore della sua pelle richiamava le notti d’Africa: immense, silenziose ma talvolta ricche di cori, balli e canti. Un’esplosione di gioia primitiva, ancestrale vissuta in un gruppo che non ammetteva il protagonismo. La tribù, la comunità e il benessere di tutti come standard da conseguire senza inutili eroismi. E pensare che il sig. Freeman avrebbe potuto ben essere un leader. La sua comunità ne aveva gran rispetto. Non per i suoi lunghi discorsi, ma per i suoi lunghi silenzi, che avevano obbligato più di una volta i membri più anziani a chiedere il suo parere, perché spontaneamente avrebbe taciuto, anche se la questione era importante. Il sig. Freeman si muoveva bene a difesa delle pedine, al contrario del Sig. Obstain sempre preso dalle imprese eroiche in solitaria; non minacciava mai i pezzi suoi pari se non necessario, figuriamoci quelli superiori. La sua specialità insomma erano gli spazi stretti, non le grandi diagonali dell’eroismo. Per questo era un ottimo soldato di trincea che sapeva fare il passo indietro di fronte al pericolo se il premio era la sua fama; ma si gettava a corpo morto nella battaglia anche per difendere un solo pedone che gli era stato assegnato. Le sue doti di alfiere nero erano dunque la pazienza, la prudenza e un coraggio ragionato. Quella vigilia di Natale si trovarono, purtroppo, uno di fronte all’altro per motivi solo in apparenza banali. Infatti, scelti con cura famiglia per famiglia, il sig. Obstain aveva già consegnati tutti i regali personalmente, come era suo stile. A 50


quella del Sig. Freeman erano stati consegnati per ultimi perché al sig. Obstain piaceva intrattenersi con il sig. Freeman. Fu un colloquio di poco più di mezz’ora dove i due si scambiarono le relative impressioni sul lavoro, le condizioni della fattoria e le persone che ci vivevano. Poi si salutarono con un'anacronistica stretta di mano e il sig. Obstain se ne tornò a casa a cavallo per non uscirne, come vedremo, mai più. Il sig. Freeman, infatti, vi si recò riportando il dono che aveva appena ricevuto. Bussò alla porta e il sig. Obstain apparve già vestito per la grande cena e la messa seguente. La sua casa era piena di parenti e amici, ma lo ricevé molto cordialmente, quasi felice di quell’inaspettata visita natalizia. L'occhio del sig. Obstain andò subito al pacco che il sig. Freeman teneva in mano. Ne riconosceva la carta, nonostante che l’involucro fosse stato rotto dalla furia dei bambini. “Qualcosa non va sig. Freeman? Non è piaciuto il mio regalo ai bambini?” chiese perplesso il sig. Obstain. “No, al contrario, è piaciuto moltissimo, più di ogni altro; ma è proprio per questo che glielo rendo: è troppo bello, noi non lo meritiamo. Non si offenda se glielo restituisco. Adesso devo andare, sig. Obstain, i miei bambini mi aspettano e lei ha molti ospiti. Buon Natale di nuovo sig. Obstain” “Buon Natale sig. Freeman” disse con un filo di voce il sig. Obstain. Appena uscito dalla porta quell’ospite trasportato lì da un vento che si era fatto gelido, il sig. Obstain si ritirò in camera sua congedandosi da tutti gli ospiti con la scusa di un malore improvviso. Non partecipò né alla cena né alla Messa, ma si chiuse in camera sua. Sul tavolo, al centro, la scatola regalo; ai lati due sedie; il tavolo tirato a lucido rifletteva confusa la sua sagoma. Viveva la scena come ipnotizzato, muto e senza il coraggio di sedersi. Una sola parola gli scorreva nella mente, scritta con abilità calligrafica sublime: tra quattro parentesi graffe color oro campeggiava al centro la scritta “The life”, il nome del gioco. Capì a un tratto di essersi avventurato troppo oltre nella selva dei piccoli pedoni neri la cui unica difesa era il sig. Freeman e il sig. Freeman non aveva esitato ad abbatterlo restituendogli “The life”. 51


Il sig. Obstain uscì molti mesi dopo da casa sua completamente trasformato, ma nessuno seppe perché; anzi nessuno seppe mai che quella notte di Natale il sig. Obstain e il sig. Freeman giocarono una partita a “The life” e che il sig. Freeman aveva vinto.

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ROSARIO Mi chiamo Luca, Luca Martini, ma per tutti, per molti anni, sono stato rosario. Sì, rosario, con l'erre minuscola, perché proprio quella sfilza di grani di madreperla con un uomo appeso alla croce mi dette una nuova vita e un nuovo nome. Fu un battesimo in sordina, niente di preparato o voluto, perché il mio concepimento e la mia nascita furono casuali. Nacqui senza dolore, anzi, ero strafelice, avvolto nella più calda delle coperte: l'alcool. I primi vagiti -me lo ricordo bene- li emisi una sera di Novembre in compagnia di amici. Dopo di allora, ho bevuto per dieci anni, tutti giorni, perdendo moglie, figli, lavoro, amici e... ma santo cielo, ancora non sapete perché mi chiamavano rosario! Beh, se avete pazienza ve lo spiego. Quando il mio alcolismo divenne cronico, i miei familiari e amici cercarono in tutti modi di farmi smettere di bere: mi consigliarono addirittura l'ipnosi, grazie alla quale avrei dovuto sostituire l'alcool con l'acqua. Certo, sulle prime funzionò, ma poi tutto si risolse in sbronze ancora più pesanti. Niente riusciva a svegliarmi dal torpore e dai sogni a occhi aperti che da un quaranta gradi, di qualsiasi cosa, fosse pure alcool denaturato bevuto tutto d'un fiato di primo mattino, scaturivano, fino a che mia madre, disperata, mi disse di tenere al collo la corona del rosarioche certo mi avrebbe protetto- e di recitare un mistero ogni qual volta fossi tentato dalla voglia bere. Avevo provato di tutto, perché non provare con la Madonna? E così me lo misi al collo e per un paio di settimane funzionò ed ero molto felice, anche se con la gola secca. Eh... che brutto affare la gola secca! Ti fa sembrare il mondo piccolo, noioso, quasi inutile, per cui un po' ti controlli e non bevi, ma poi cedi, e bevi di nuovo. E così accadde. Solo che non volevo scandalizzare mia madre, cui l'alcool aveva tolto un figlio e minato la fiducia nella Madonna e in suo Figlio. Tutti coloro che non hanno conosciuto la Sete (sì, quella con la esse maiuscola!) dicono che sia la fame ad aguzzare l'ingegno, ma ne è l'alcool la vera sublimazione. Io, per togliermi da quell'impasse, inventai la bevanda che toglie la sete, rinfranca lo spirito e non delude la madre. Infatti, imparai a bere e a pregare. Prima di ogni un bicchiere recitavo l'Ave Maria, i Gloria e il Padrenostro, 53


dipendentemente dal punto in cui ero arrivato, giorno per giorno, recitando la corona. Sempre, però, quando arrivavo al Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo bevevo un bicchiere per ognuna delle tre persone. In una giornata potevo macinare anche una ventina di rosari. Questo mi accadeva nei bar, perché non mi è mai piaciuto sbronzarmi da solo, così potete immaginarvi quale fosse l'effetto sugli altri avventori, tutti conoscenti, perché il mio paese è piccolo. Non che dessi noia, ma si sa com'è la gente, anche se ti conosce non ti capisce, tutt'al più ti ascolta. E infatti mi ascoltavano, tra una partita di carte e l'altra. I più, ridendo, lasciavano che recitassi le mie corone, gli altri rimanevano indifferenti. Solo qualcuno si faceva il segno della croce e, forse, seppur mentalmente, recitava qualche mistero con me. Ad Iesum per Mariam dicono gli illustri uomini di Chiesa, ed è vero perché quel Gesù crocefisso, che interrompeva la sfilza dei grani di madreperla e che era forgiato nell'oro, divenne a poco a poco il mio più caro amico. Lo notai per la prima volta una notte in un bar, chiudendo un occhio, altrimenti, tanto ero sbronzo, avrei visto con lui fratelli e cugini. Da allora, con lui al mio fianco, sobrio compagno di bevute, trovai un interlocutore capace di ascoltare tutto quanto uscisse dalla mia bocca e dalla mia mente. Che chiacchierate che ci facevamo! Gli confidavo, sottovoce, problemi, speranze , gioie e paure, nonché i fatterelli del giorno. Tutti coloro che assistevano cercavano inutilmente di carpire qualcosa dei nostri dialoghi o, almeno, capire perché ridessimo o ci arrabbiassimo, ma senza mai riuscirci. Si faceva silenzio nel bar appena qualcuno, sfottendoci, diceva: ”Shhhh...parla con Gesù”. Io credo che in fondo, pur sfottendoci, nutrissero una qualche forma di rispetto sia per me, sia per Lui. Solo una volta uno dei giocatori di carte, offendendoci, bestemmiò , come se la carta mancante avesse una qualche relazione con me o Gesù. Mi alzai con calma dal mio sgabello e mi diressi verso di lui con l'intenzione di vendicare l'affronto. Con la lingua che sembrava un appendice di gomma gli chiesi cosa avesse detto. Cosa che lui fece quasi urlando. Mi avventai su di lui per picchiarlo ma, prima che lo facessi, fui colpito dai suoi occhi teneri e delusi. Quell'attimo d'incertezza fece si che un destro mi colpisse in 54


pieno volto facendomi stramazzare a terra sanguinante. Fortuna che gli altri intervennero, altrimenti ne sarei uscito pesto. Inoltre, coloro che mi avevano difeso, mi dettero ragione, tanto che il giorno dopo obbligarono colui che mi aveva colpito a chiedermi scusa, scuse che accettai di cuore, come pervicacemente sostiene il mio amico, Gesù. Non pensate però che ci fossero solo coloro che sfottevano, picchiavano o pregavano. Sul mio conto le voci erano molteplici. La mia amicizia così importante faceva sì che qualcuno mi ritenesse non un alcolizzato, un pazzo visionario, ma uno di quelli che in Russia chiamano “i folli di Dio”. Certo non andavo di villaggio in villaggio come loro, ma di bar in bar sì! Ed è così che iniziò il periodo delle sbronze di suffragio, che mandarono su tutte le furie il parroco, il quale, mandatomi a chiamare, m'intimò di non prendere in giro le povere vedove o i genitori che mi chiedevano preghiere per i defunti o per i figli malati o deceduti, pena l'inferno perché il Vangelo parla chiaro: nel regno di Dio non c'è posto per gli ubriaconi, anche se sedicenti amici di Gesù. Inoltre mi rivolse questa domanda: ”Perché lo fai? Non t'importa di finire all'inferno?” “No!” gli risposi” poi, sbronzo, aggiunsi che io ero per grazia di Dio uomo e cristiano; per vocazione pellegrino, del ceto più basso, di bar in bar: un alcolizzato. Lo so, parafrasai spudoratamente un bellissimo libro, letto distrattamente durante una delle mie solenni sbronze; ma che importa la sua unica preoccupazione fu ricordarmi che l'ubriachezza né con il cattolicesimo, né con l'esicasmo, per cui prima dovevo smettere di bere e poi correre a confessarmi. Sinceramente disattesi quanto mi fu intimato e accettai sempre l'offerta spontanea dei richiedenti preghiere, che consisteva sempre in qualche bevuta gratis. Assolvevo il mio compito con il massimo della dedizione: prima recitavo una corona (che solitamente m'impegnava una bottiglia), poi con il gomito, richiamavo l'attenzione di Gesù, sempre al mio fianco sul tavolo o bancone del bar, sul caso propostomi. Insomma peroravo la causa con fervore, certo che, anche se non subito e nei modi che noi uomini possiamo prevedere, Gesù sarebbe intervenuto (allora pensavo che ciò che fa di un uomo un frate, è la certezza che, 55


qualsiasi cosa accada, c'è Gesù). Quanti santini ho benedetto! Li mettevano in silenzio sotto il crocefisso tutti quelli che facevano mestieri pericolosi o macinavano chilometri con il camion o la macchina. Gente generosa sapete, i camionisti; le migliori bottiglie del bar passavano dalle mie labbra, mentre pregavo per la loro e l'altrui sicurezza! Ecco ora sapete perché mi chiamavano rosario; ma ancora ignorate come smisi di bere, come, in un certo senso, morii. Accadde all'improvviso e con il bicchiere in mano, il primo della giornata. Appena giunsero al palato le prime gocce di alcool, provai disgusto e mi chiesi che senso avesse bere e, seppur già pagato, lasciai il bicchiere pieno sul banco, tra lo sbigottimento del barista e dei suoi clienti, che mi conoscevano. Dopodiché m'incamminai verso il fiume che scorre sotto il paese e una a una gettai nell'acqua tutti grani del rosario che mia madre mi aveva donato. Per ultimo gettai Lui, il mio amico, Gesù. Da allora non ho più bevuto. Adesso tutti mi chiamano con il nome di battesimo: Luca, Luca Martini. Mia moglie e i miei figli sono tornati; mi hanno riassunto al lavoro, mentre mia madre è morta felice, convinta che Gesù gli abbia fatta la grazia, ma nessuno potrà mai comprendere quanto adesso mi senta solo.

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UN SEMPLICE PEZZO SULL’UMILTA’ «Parlare dell'umiltà è il tema che mi è stato cortesemente imposto. Tema assai difficile da affrontare. Infatti, come ritenersi in grado di parlare dell'umiltà senza correre il rischio di prestarsi al ridicolo? O come parlare dell'umiltà a una società che rifugge l'ultimo evangelico posto per riposare sugli allori del successo? Vieppiù queste difficoltà aumentano se chi parla dell'umiltà ne parla senza averne fatta esperienza, in mancanza della quale è bene affidarsi a esempi illustri. Una Madre del deserto afferma che non salvano le ascesi o le veglie, né alcuna fatica, ma solo l'umiltà sincera; mentre per Isacco il Siro ciò che il sale è per il cibo, l'umiltà lo è per la virtù, per cui senza di essa tutte le opere sono vane. L'umiltà come coronamento indispensabile di ogni virtù, ma anche esperienza concreta, inserita in un contesto evangelico che di per sé tende a esulare dalla «virtù dell'umiltà» per descrivere, piuttosto, uno «stato d'umiltà» la cui radice cristologica è evidente e si caratterizza per l'abbassamento. Paolo lo ha messo ben in luce nella lettera ai Filippesi quando dice che «Egli si è abbassato per questo è stato innalzato». E il senso e la necessità di quest'abbassamento risulta chiaro anche dai sinottici, laddove si legge che «chi si esalta sarà umiliato, mentre chi si umilia sarà innalzato». L'umiltà di Gesù non fu una qualità di cui Lui ci ha dato l'esempio, ma un vero e proprio cammino di salvezza, il cui primo passo è un abbassamento che Dio attua con due principali strumenti: la tentazione e il peccato. Queste sono le due arterie che portano al cuore del processo che avrà come esito, un giorno, l'umiltà. Tentazione e peccato frantumano il cuore. Qualora l'uomo acconsenta a questa dura pedagogia divina s'infrange lo specchio narcisistico e si allontana il fariseo che è in noi. Se l'umiltà albergasse nel nostro cuore non ci sarebbe bisogno di una pedagogia così severa, a cui Dio ricorre una quando una prima umiliazione non è bastata e la vanagloria s'impossessa dei primi, preziosi frutti della santità. Come scrive Isacco il Siro, Dio permette tentazioni e peccati «affinché trasgressioni e colpe divengano un'occasione di umiltà». 57


In conclusione diciamo che l'umiltà è il vestito di Dio, senza dimenticare che «l'umiltà ottiene cose troppo alte per essere insegnate; essa raggiunge e possiede ciò che la parola non riesce neppure a sfiorare». Posò sul tavolo le poche pagine che contenevano l'articolo per il quotidiano locale. Aveva dovuto scriverle proprio lui, il più giovane frate del convento, per obbedienza. Le mille scuse addotte non erano state capaci di esonerarlo dall'incarico, che aveva svolto attingendo a piene mani dai testi presenti in monastero. Sperava che la sua sintesi fosse comprensibile, ma sapeva che in fondo le uniche parole sensate erano quelle finali, cioè che l'umiltà raggiunge e possiede ciò che la parola non riesce neppure a sfiorare. Tirò un sospiro e si alzò. Dalla finestra della sua cella filtrava la chiara luce del mattino e pochi ovattati suoni giungevano a singhiozzo. Dette un'ultima occhiata ai fogli che giaceva sul tavolo e pensò quanto sarebbe stato più comprensibile, più vero quel piccolo saggio sull'umiltà se avesse avuta a sua disposizione un’esperienza concreta, un esempio preso dalla sua vita quotidiana. Ma ciò non era stato possibile e l'indomani quelle sue parole, che lui considerava al vento, sarebbero state pubblicate, cioè tenute in una qualche considerazione da alcuni, ignorate dalla stragrande maggioranza. Guardò l'orologio e si accorse che di lì a dieci minuti avrebbe dovuto scendere in confessionale per assolvere il voto che aveva fatto e che lo teneva lì per alcune ore al giorno, in attesa di qualche penitente. Uscito dalla sua cella, fece lentamente i gradini che portavano in chiesa, che a quell'ora, come il solito, era vuota. Anche se il tempo nel confessionale passava molto lento, gli dava sempre una sensazione di pace la semioscurità di quella minuscola cella di legno: lo faceva sentire la riparo da tutto e gli dava occasione di praticare la virtù della pazienza in pieno accordo con il parere del suo padre spirituale. Giunto che fu al confessionale ne aprì la porticina e si sede, in attesa. Avrebbe voluto lasciare fuori tutti gli impegni della giornata ma quella relazione sull'umiltà si affacciò di nuovo alla sua mente. Lì, solo, seduto quello su scomodo sedile di legno non poté far a meno di chiedersi cosa fosse in realtà l'umiltà e chi potrebbe definirsi veramente umile. Tutte le pagine lette non erano riuscite a 58


dargliene un'idea precisa e lui, seppur per obbedienza, aveva avuto l'ardire di spiegarlo ad altri. Con un bisbiglio rivolse la sua domanda a Colui che unico poteva dargli la risposta e disse: «Signore cos'è veramente l'umiltà?» Non si aspettava certamente una risposta, ma un'ispirazione, un pensiero che risolvesse il suo cruccio; ma niente, il tempo passava dicendogli che avevano scelto la persona più sbagliata per scrivere qualcosa in merito. D'un tratto udì qualcuno avvicinarsi al confessionale. Dal passo lento giudicò che fosse un anziano, ma appena udite le prime parole che gli furono rivolte si convinse che non poteva avere che una quarantina d'anni. «Mi perdoni, padre, perché ho molto peccato in pensieri parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa» disse l'uomo. «Da quanto tempo è che non ti confessi» chiese il giovane frate. «Da moltissimo tempo, padre» «Che cosa ti angoscia?» «Vede padre, dicono di me che sono un maestro, e dicono bene perché lo sono. Ho ed ho avuto una responsabilità tremenda sulle mie spalle. A coloro che mi hanno ascoltato ho sempre parlato apertamente nelle pubbliche piazze. Ho detto loro che saranno i poveri a ereditare il regno di Dio, ma hanno fatto del denaro l'unico scopo della loro vita. Ho detto loro che felice è chi piange perché saranno consolati, ma i miei si sono dati all'allegria più sfrenata. Ho detto loro che i violenti saranno estirpati dalla faccia della terra, ma i miei hanno scatenato guerre sanguinose. Ho detto loro che saranno esauditi i buoni desideri, ma i miei si sono abbandonati a ogni turpitudine. Ho detto ai miei di avere compassione gli uni per gli altri, ma hanno preferito l'indifferenza. Ho detto loro di mantenere il cuore puro per vedere il fratello, ma proprio loro si distinguono per cecità. Ho detto loro di essere portatori di pace, ma hanno ordito congiure. 59


Ho detto loro di non preoccuparsi delle persecuzioni, ma loro per primi sono stati persecutori Infine ho detto loro di non preoccuparsi delle calunnie e delle parole ingiuriose che avrebbero potuto ricevere, ma cosa ho ottenuto se non calunnia e disprezzo proprio da loro nei confronti degli altri? ». Il frate ascoltava in silenzio quello strano monologo di chi si addossava colpe non sue, o almeno non direttamente sue. Era curioso di vederne la faccia e così, mentre recitava la formula di assoluzione, avvicinò la mano alla tendina che separava i due interlocutori per potere almeno scorgere quello strano uomo dalle grandi responsabilità. «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris et filii...» e non aggiunse altro. La tendina leggermente discosta mostrava una nicchia vuota di fronte a lui. Meravigliato, aprì lo sportello per guardarlo almeno andar via, ma in chiesa non c'era nessuno. Uscì dal confessionale perlustrando con gli occhi tutta la chiesa. Si chiedeva come avesse fatto ad andarsene così di fretta di quando un leggerissimo, inspiegabile refolo di vento fece tremare il piccolo coro di candele accese sotto l'altare. «Signore... Tu... l'esempio...» furono le uniche parole che il giovane frate riuscì a dire.

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UN COLPO SOLO Era l'ultimo carico di bestiame che quel Venerdì entrava nel mattatoio comunale. Il camion, varcato il cancello, si fermò sul piazzale, sotto il sole cocente di fine Luglio. Il camionista dette un sospiro di stanchezza, sebbene il viaggio non fosse stato tra i più lunghi della settimana. “Oh, Franco, anche oggi carne fresca!” disse sorridendo un operaio del macello andando incontro all'autista. “Dai, scarichiamo e poi si chiude” disse serio il camionista dando un colpo secco allo sportello dopo essere sceso. “Il venerdì ha le gambe lunghe, non finisce mai” rispose l'operaio. Franco non commentò, dette solo un'occhiata al carico per accertarsi che nessuna bestia si fosse fatta male. Tutte erano sane, compreso Bufalino, un torello che solo un anziano contadino, con le lacrime agli occhi, era stato capace di far salire. “Ascolta, Mario, occhio a questo che chiamano Bufalino, perché ci ha fatto dannare per caricarlo. Solo un vecchietto ci è riuscito. Erano anni che non mi dispiaceva portare bestie al macello. Questo sembrava aver capito tutto, non c'era verso... poi è venuto quel vecchietto, che ha mala pena camminava, e... vedessi sembrava un agnello”. “Eh... Franco, è come tutti gli altri...messo in corsia è fatta. E poi c'è sempre la corrente, vedessi come camminano! Perché lo chiamano Bufalino? Che è, li portano con nome e cognome ora?” chiese l'operaio distrattamente. “Mah, dice per via di quella stella nera che ha sul petto. Ce l'aveva anche un toro di cui ancora nella campagna dove ho preso questo ancora si parla. Pare sia il frutto di una delle sue monte. Comunque sia, fate attenzione” consigliò Franco. “Marco, chiama il ragazzo che si scarica” urlò Mario mettendo mano ai chiavistelli che fermavano la sponda del cassone dove erano stipate le bestie e calando la pedana di carico e scarico. Bufalino era in fondo e sarebbe stato scaricato per ultimo, perché caricato per primo. Con poche abili manovre gli operai 61


fecero scendere, a uno a uno, i vitelli e li incamminavano verso la stalla dove in un primo tempo sarebbero stati radunati prima di essere uccisi. Quando si arrivò a Bufalino non si fece altro che ripetere gli stessi gesti fatti per gli altri. Il torello si lasciò prendere e portare fuori dal cassone del camion, e scese adagio, adagio la pedana che conduceva alla lingua d'asfalto transennata. Fu qui, però, che ebbe un moto d'incertezza e si fermò. L'operaio che era stato avvisato, temendo qualche noia, mise subito mano al punteruolo elettrico. “Pezzo di merda, oh?!” gridò all'improvviso vedendo il toro impennarsi sulle gambe anteriori e fuggire con un balzo oltre le transenne. Mario, credendosi a mal partito e ricordando le parole di Franco, sgattaiolò via, temendo di peggio, mentre il ragazzo che era venuto per aiutarlo, prima di correre a chiedere aiuto, chiese se si fosse fatto male e, ricevute rassicurazioni, corse all'interno del macello . Di lì a poco comparvero quattro operai armati con quello che avevano trovato lì per lì e, convinti che con le buone prima, le cattive poi avrebbero risolto il problema. Intanto Bufalino si era impadronito di quell'insolito campo di battaglia. Fortuna che dalla direzione dettero subito l'ordine di chiudere i cancelli, evitando così di complicarsi enormemente la vita qualora il toro si fosse perduto nelle campagne adiacenti. Intanto Franco, il camionista, che era andato un attimo in bagno, quando seppe la notizia scosse la testa e fra sé disse che se l'erano cercata. Dal piazzale intanto si alzavano urla tipiche dei mandriani, parolacce e bestemmie che però non smuovevano il toro. Calmo, trotterellava elegantemente ora da una parte, ora dall'altra senza farsi avvicinare, esasperando gli operai che potevano solo, con gesti e urla, cercare di rimetterlo nella corsia transennata dalla quale il torello si teneva a debita distanza. A un tratto Mario, l'operaio che aveva causato con la sua impazienza il guaio, prese il coraggio a quattro mani e si avventò contro il toro con un bastone, colpendolo con tutta la forza di cui disponeva, sulla groppa. Il torello reagì facendo quello che fino allora non aveva osato: caricò l'uomo che solo per un soffio riuscì a mettersi in salvo. Quell'anacronistica tauromachia arrivò dunque a una fase di stallo: la paura che il toro potesse far del male o, peggio, uccidere, prese il sopravvento. Tutti gli operai 62


si rifugiarono dentro il macello, le cui porte potevano essere chiuse in un attimo e tennero consiglio, mentre uno di loro si recava dal direttore del mattatoio per informarlo che non erano riusciti a catturare il toro. Come spesso avviene, le notizie corrono più veloci delle sirene delle Forze dell'ordine. Davanti al cancello si era già radunate tre, quattro persone, che di lì a poco sarebbero triplicate, completando, con la cornice del pubblico, la scena di quell'insolita

corrida.

Infatti

quando

arrivarono

i

Carabinieri,

avvertiti

immediatamente dal direttore, le persone erano già raddoppiate e tutte nutrivano simpatia per un animale che, indubbiamente , stava lottando tra la vita e la morte. I Carabinieri, saputo dell'insuccesso degli operai, non provarono neppure ad avvicinarsi. Fecero un breve giro di telefonate, sperando che qualche veterinario dell'ASL fornisse loro qualche dritta su come ricondurre “alla ragione” quella bestia così attaccata alla vita. Purtroppo la prima idea, cioè quella di addormentarlo sparandogli da lontano una dose di sonnifero, fu scartata perché tutta la carne avrebbe dovuto essere gettata, e questo significava rimborsare il contadino che aveva venduta la bestia. L'unica soluzione era sparargli, abbatterlo nel piazzale e poi trascinarlo dentro il macello. E così si organizzarono, tra le urla costernate di quella piccola folla radunata davanti al cancello, che ormai si era lasciata andare a vere e proprie manifestazioni d'affetto per Bufalino, cui indirizzavano messaggi di solidarietà e d'incitamento a resistere. Intanto il toro si era messo in una posizione di sicurezza vicino al muro di cinta e guardava ora gli agenti, ora gli operai, mentre tutti coloro che volevano sbrigare quell'impaccio nel minor tempo possibile, esaurirono ben presto la lista delle possibili alternative all'uccisione della bestia nel piazzale, tramite un solo colpo con una carabina di precisione, una di quelle usate per l'abbattimento selettivo. Non potendo essere usata da un privato, date le circostanze che richiedevano la massima certezza che nessuno si facesse male, avrebbero dovuto essere le Forze dell'ordine a occuparsene, cosa che fece storcere la bocca a quei due agenti alle prese con quell'insolito fuggitivo. Qualunque fosse la loro volontà, magari quella di liberare la bestia o prendere altro tempo, si trovarono costretti a telefonare in 63


caserma per avvertire un loro collega cacciatore che, a detta dei suoi commilitoni, aveva una mira infallibile e quindi con un solo colpo avrebbe risolto tutto, senza far soffrire inutilmente Bufalino. La notizia della decisione di abbattere il toro si sparse in un baleno: la gente antistante al cancello, se fino allora aveva nutrito simpatia per l'animale, ora provava compassione, tanto che da parte del pubblico più giovane furono indirizzati agli operai, ma più ancora ai Carabinieri, epiteti offensivi. Nuti, il carabiniere cacciatore, giunse dopo poco tempo armato di tutto punto, convinto anche lui che quella fosse la soluzione più rapida e indolore. “Un colpo solo” era il motto che amava ripetere agli amici, come se fosse lui il protagonista del film “Il cacciatore”. Per lui abbattere quella bestia era come abbattere un cinghiale o un capriolo in una delle sue innumerevoli battute di caccia, in ossequio a quel principio che autogiustifica e accomuna gli amanti della caccia, secondo il quale per mangiare bisogna uccidere; principio certamente non fuori luogo in quel macello pubblico. Nuti, per raggiungere un ingresso secondario che lo avrebbe portato in posizione di tiro, si fece strada fra due ali di folla ostile. Superato in cancello e messosi di fronte all'animale, s'inginocchiò, montò il binocolo e carico il fucile. Poi prese la mira e sparò un colpo destinato in mezzo agli occhi. L'animale, sentito lo sparo, mosse improvvisamente di lato la testa alzandola un po'. Il proiettile squarcio l'esofago e parte della trachea, ledendo parzialmente vene vitali, ma non uccise sul colpo l'animale che si mise a correre in direzione dello sparo e dell'unica persona presente in quello che ormai era divenuto il suo territorio. Il carabiniere fu costretto a una fuga precipitosa dallo stesso cancello dal quale era entrato, mentre la gente presente lo guardava disgustata. La corsa del toro intanto aveva macchiato con una scia di sangue il piazzale, aggiungendo così un altro elemento tipico a quella corrida. Bufalino era ancora vivo e determinato a non morire, ma purtroppo stava perdendo molto sangue dalla ferita e questo, di lì a poco, lo avrebbe così indebolito da farlo accasciare al suolo, piegando prima le zampe anteriori poi le posteriori, preparandosi ad affrontare una lunga agonia.

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Gli uomini dicono che ci son incidenti che ti fanno ripercorrere tutta la tua vita. Questo accadde anche per il giovane toro, la cui mente cominciò a proiettare immagini di una storia quasi familiare che, se il lettore avrà pazienza, ripercorreremo, facendo scivolar queste nostre pagine fin negli anni venti. La partenza di buon mattino aveva permesso a quel signorile calesse di percorrere un buon tratto di strada. Il conducente fino allora non aveva incontrato nessuno in entrambi i sensi di marcia. Solo i contadini, intenti nelle loro faccende, avevano interrotto la solitudine del viaggio. A un tratto, svoltando una curva, che il cavallo aveva affrontato con un leggero trotto, Attilio, conducente e proprietario del calesse, s'imbatté in un vecchio ciabattino e il suo piccolo figlio. “Buongiorno” disse Attilio a quegli inaspettati compagni di strada “Sapete dirmi dove si trova il podere Pietralata?” “Sempre dritto, signore, poi svolti alla prima a destra e la strada finirà proprio di fronte alla casa. Anche lei va per Bufalo, eh?” disse il ciabattino dopo aver indicato la strada con il braccio destro teso nella direzione da seguire. “Sì” rispose Attilio “Quello è un affare difficile a farsi. Quando il toro li segue, non hanno soldi per comprarlo; quando hanno i soldi il toro non li segue. Mi dica lei se non è un affare difficile. Secondo me non lo vendono” commentò il ciabattino scuotendo la testa. “Ci provo anch'io ma non mi faccio illusioni. Adesso vado. Grazie per l'informazione; purtroppo vado nella direzione opposta altrimenti vi darei un passaggio” disse Attilio. “Non si preoccupi siamo quasi arrivati” rispose l'uomo con un mezzo sorriso. “Arrivederci e grazie di nuovo” aggiunse Attilio spronando il cavallo. Al podere Pietralata si stava consumando una delle storie più curiose degli ultimi anni. Tutti nella zona parlavano di quello stupendo toro che non ne voleva sapere di cambiare proprietario, nonostante che quelli attuali lo volessero vendere. Il toro, una splendida bestia di quattro anni, aveva rifiutato di lasciarsi condurre altrove perché fino allora si era lasciato guidare fuori dalla stalla solo da coloro che purtroppo non avevano tutti i soldi per comprarlo. Dai possibili acquirenti furono 65


messi in campo tutti gli espedienti, tranne il torcinaso che il padrone aveva rifiutato di adoperare perché voleva che fosse il toro a scegliere senza costrizioni. A Pietralata, insomma, non c'era da estrarre una spada nella roccia, come si potrebbe desumere dal nome del podere, ma un toro nella stalla; chi lo avrebbe condotto fuori si sarebbe guadagnato un nome in tutto il circondario e forse più. C'è da dire che, nonostante questa difficoltà, il prezzo d'acquisto della bestia equivaleva a una fortuna vera e propria, perché da decenni non si era più visto un animale così bello. In più quella sua ostinata volontà di voler scegliere il proprio padrone invece che rivolgersi contro la sua valutazione aveva finito per aumentarla, perché aveva attirato tutti i più facoltosi proprietari e allevatori della zona, desiderosi di cimentarsi in quella che era una vera e propria prova, ma non di coraggio, forza o destrezza, bensì di carattere. Anche Attilio voleva cimentarsi e per questo si era messo in cammino quel giorno, certo però in cuor suo che non sarebbe riuscito. Insomma aveva preso tutta la faccenda allegramente, sicuro che avrebbe allungata la lista dei rifiutati. Il calesse raggiunse una stradina che svoltava a destra rispetto a quella principale che stava percorrendo. La imboccò e dopo poche centinaia di metri giunse a una modesta casa. Gli si fece incontro un uomo di mezza età che subito disse:” Scommetto che è qui per Bufalo”. “Indovinato” rispose Attilio sorridendo “Venga, leghi il cavallo che ce la porto” aggiunse l'uomo incamminandosi verso un angolo della casa. Attilio scese dal calesse e percorse pochi metri a piedi, conducendo il cavallo a briglia. Poi, seguendo le istruzioni del contadino, lo legò sotto l'ombra di un fico gigantesco. “Mi segua, la stalla è dalla parte opposta” disse l'uomo “E' lei il proprietario di Bufalo?” chiese Attilio. “Sì” “Perché lo vuole vendere? Dicono tutti che solo di monte guadagnerebbe una fortuna”

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“La mia fortuna, se riesco a venderlo, sarà l'America. Prima voglio assicurarmi che il toro sarà trattato come merita. Penso anche alla sua, io, di fortuna” I due erano ormai giunti alla porta della stalla. Il sole del mattino, come un riflettore, la illuminava. Quando il proprietario l'aprì, una luce tersa inondò Bufalo e il suo ricovero. Il toro apparve agli occhi di Attilio in tutta la sua bellezza: potenza e armonia ne facevano una bestia che ben si era guadagnata la fama che lo circondava. Attilio ne rimase incantato e senza proferir parola si avvicinò piano piano all'animale senza distogliere da lui lo sguardo. “Posso provare a scioglierlo?” chiese Attilio al contadino “Certo che può, tutti possono, ma finora di quelli che potevano pagare nessuno è riuscito a tirarlo fuori dalla stalla” rispose il proprietario. Attilio fece gli ultimi passi che lo separavano dall'animale in preda all'emozione; allungò la mano e con delicatezza ne carezzò la groppa, poi il collo e infine fino la testa. Non gli importava se il toro lo avesse rifiutato. Era contento di averlo visto, di averci provato. Era valsa la pena aver percorso trenta chilometri. Con molta calma prese con entrambe le mani la corda che teneva il toro legato alla greppia e sciolse il nodo. Poi, quasi sussurrando, disse: ”Dai Bufalo vieni, vieni con me”. Il toro girò lentamente la testa in direzione della porta, ma non si mosse. Guardava Attilio come a volerne sondare le intenzioni “Dai Bufalo vieni” ripeté Attilio carezzandogli il muso. L'animale allora mosse prima una zampa, poi l'altra e si girò di novanta gradi verso l'uscita. Il proprietario del toro , vista la scena, si precipitò verso l'uscita per il timore di rompere l'incanto; Bufalo finalmente aveva scelto! Adagio, adagio Attilio lo condusse fuori dalla stalla con il volto che era una maschera di stupore. Non proferì parola durante quel breve tratto. Solo quando fu fuori, stringendo con tutte le sue forze la corda che lo legava a Bufalo, temendo, come un bambino, che quel regalo del destino potesse volar via come un palloncino, disse: “Quanto?”. “Cento” rispose l'uomo “Sono davvero tanti, ma Bufalo ne vale. Fra una settimana vengo a prenderlo e porto i soldi. Qua la mano , affare fatto!” disse Attilio guardandolo negli occhi. Poi 67


dopo un breve saluto salì sul calesse, con l'intenzione di rientrare a casa quanto prima e gettarsi sul letto, per rimanervi tutto il giorno a sognare a occhi aperti. La settimana trascorse lenta per Attilio. Tutti in paese si chiedevano come fosse riuscito laddove molti, più ricchi ed esperti di lui, avevano fallito. Le supposizioni si sprecavano, mentre il taccuino delle monte aggiungeva ogni giorno qualche nome. Pur fiero della sua conquista, Attilio rimase quello di sempre: un personaggio schivo, non desideroso di essere sulla bocca di tutti. Per questo i suoi pensieri si erano concentrati per l'intera settimana sul come trasportare Bufalo alla sua nuova casa. Il toro lo avrebbe seguito docilmente come si era fatto portare fuori dalla stalla? Era questo il suo cruccio, perché riteneva che l'unico modo per trasportarlo fosse quello di fargli fare l'intero tragitto legato al suo calesse. Avrebbe suddiviso il percorso in tre tappe di circa dieci chilometri l'una per non affaticare troppo la bestia, alloggiando, le due notti necessarie, in una casa di campagna e in una locanda, che aveva una dismessa posta per i cavalli Attilio e uno dei suoi cinque figli partirono molto presto un Lunedì alla volta di Pietralata e di Bufalo, e vi giunsero di primo mattino. Per prima cosa Attilio mostrò i contanti al proprietario, poi si fece accompagnare alla stalla. Bufalo era oramai suo. Si diresse verso l'animale e sciolse la solita corda che lo legava alla mangiatoia. Il toro, come se lo avesse conosciuto da tempo, si lasciò condurre fino al calesse al quale fu legato. “ La prima volta che ci siamo incontrati mi ha detto che sogna l'America. Le auguro di raggiungerla presto e che ci si trovi bene” disse Attilio al contadino che replicò :”Buona fortuna anche a lei”. Poi Attilio e suo figlio presero posto sul calesse e partirono alla volta di casa. Durante l'intero tragitto tutti coloro che erano a conoscenza della vicenda accorrevano a vedere Bufalo e il suo nuovo proprietario lasciando le loro occupazioni. I più assistevano in silenzio, altri giocavano sulla cifra sborsata, che lentamente cresceva fino a divenire esorbitante. Inoltre, quando ormai erano vicini a casa, ci fu anche un momento di tensione. Quel particolare convoglio, fatto da due uomini, un cavallo e un toro s'imbatte in una lunga fila di uomini e bestie che 68


procedevano nella stessa direzione e le cui bandiere socialiste garrivano al vento. Attilio non era la corrente della decisione prese da mezzadri e braccianti per patrocinare la causa di nuovi patti agrari, perché le accese lotte legate alla questione di nuovi rapporti tra mezzadri, braccianti e proprietari terrieri suscitavano in lui solo l'interesse necessario per rimanerne al corrente, per cui non erano mai state da lui affrontate con lo spirito bellicoso dell'epoca, di cui quella lunga processione di tori e vacche ne era l'esempio concreto. Infatti, tutti quegli uomini andavano in paese per legare, qua e là in tutte le vie e persino sul sagrato della Chiesa, le bestie, che avrebbero defecato e orinato fino a che i proprietari terrieri non avessero ceduto alle loro richieste. E' sì che non si era in Inverno, ma in Luglio inoltrato, per cui uno si può facilmente immaginare quale sarebbe stato l'effetto che tutto ciò avrebbe avuto sul paese: mosche e puzza. Era, in fondo, una forma di protesta non violenta, in cui non si prendeva il proprio avversario per la gola, ma per il naso. Tutto ciò era stato deciso all'insaputa di Attilio il giorno prima, cioè quando lui si stava organizzando per trasportare il suo prezioso carico. Certamente tra coloro che componevano la carovana molti erano al corrente della vendita e della cifra sborsata per Bufalo, e ciò lo rendeva agli occhi dei mezzadri, e ancor più dei braccianti, un sicuro nemico di classe. I contadini, che procedevano discutendo accanitamente, quando videro avvicinare il calesse con il toro si volsero incuriositi. Attilio procedeva a passo d'uomo mentre superava a una, a una tutte le bestie. Quando fu vicina a quella che formava la testa della carovana disse buongiorno al contadino che la guidava. “Buongiorno padrone” rispose sarcastico l'uomo, poi aggiunse: ”Con quello che ha pagato la bestia si compra la terra per venti famiglie”. Attilio stava per rispondere che solo lui nella zona teneva in vita contratti antidiluviani che esigevano poco più di un terzo dai suoi contadini, mentre tutti gli altri li avevano adeguati alla mezzadria. Ma tacque nella speranza di superare quanto prima ogni polemica. “Vero bufalo?” riprese il contadino che, fatto cenno di fermarsi a tutti gli altri, si era avvicinato al toro. “Ho avuto solo il piacere di tirarlo fuori dalla stalla, ma 69


non tutti i soldi per portarlo nella mia” disse amareggiato. Attilio provò simpatia per quell'uomo fortunato solo a metà, e in uno dei suoi caratteristici slanci di generosità, cercò di lenirne la delusione e l'amarezza. “Senta, è sua la vacca che porta?” “Sì, è la più bella della zona” rispose il contadino. “Certo che è bella. Bene” disse Attilio” la faremo coprire da Bufalo, e chissà se anche lei avrà quel colpo di fortuna che si merita. Beninteso, non voglio un soldo”. Il contadino alzò leggermente la tesa del cappello e guardò Attilio. La proposta era davvero irrinunciabile, ma l'astio dovuto alla differenza di classe lo fece titubare. Poi, rotto ogni indugio, disse secco: ” Affare fatto!” senza accennare al benché minimo grazie, cosa che metteva al riparo la sua coscienza socialista. Attilio mise di nuovo mano alle redini e ripartì, non prima di aver salutato tutti i partecipanti alla protesta con un braccio alzato. Lentamente giunsero a casa. Bufalo fu messo nella sua nuova stalla, tirata a lucido per l'occasione. Davanti al cancello si era radunata una piccola folla di curiosi: mercanti di bestiame, sensali, fattori e contadini si era dati appuntamento per vedere Bufalo arrivare. Nell'attesa i figli di Attilio non avevano perso l'occasione per attribuirsi un qualche merito sull'affare. Chi diceva di aver spronato il padre all'acquisto, chi aveva dato notizia della messa in vendita del toro, chi, infine, aveva dato consigli al padre su come comportarsi di fronte a Bufalo. Solo uno se ne era stato zitto in disparte. Era Stefano, colui che aveva tirato a lucido la stalla. Sembrava uno dei tanti curiosi invece che il bifolco della famiglia. Gli animali della proprietà erano la sua mansione quotidiana, comprese le otto vacche che al momento occupavano la stalla. Nonostante non lo desse a vedere era il più emozionato: quella splendida bestia sarebbe stata di lì a poco nelle sue mani e in cuor suo sperava ardentemente di emulare la fortuna del padre. Nonostante fosse la sua mansione, lasciò che fosse il padre a sciogliere Bufalo dal calesse e condurlo alla sua greppia, rimandando alla notte l'incontro personale con Bufalo, che avvenne oltre le undici, dopo l'ultima visita al toro fatta da suo padre e quando tutti se ne erano andati a letto. 70


Quando Stefano uscì dalla sua camera oramai tutti dormivano. Giunto che fu alla porta della stalla, l'aprì con l'accortezza di non fare rumore. Al lume di un acetilene, si diresse verso bufalo che ruminava placidamente. “Ciao Bufalo, non sono potuto venire prima perché quei rompicoglioni non volevano andarsene a letto” disse rivolto al toro, che lentamente girò la testa verso di lui per poi tornare a rivolgere lo sguardo verso la parete che aveva di fronte. “Come va, tutto Bene? Il viaggio ti ha stancato, non è vero? Ma vedrai che con me ti troverai bene, non ti farò mancare nulla. Visto, visto quante mogli hai ora? Sono tutte tue”. Intanto nella mente di Stefano si faceva strada la voglia di scioglierlo e provare se Bufalo lo incoronava. Lo trattenne in un primo momento il timore che, sciogliendolo, non fosse stato capace di rilegarlo alla mangiatoia, ma poi il desiderio di provarci ebbe il sopravvento. Incurante del rischio che si assumeva, fece alcuni passi verso la corda che teneva legato Bufalo e la sciolse. “Dai Bufalo vieni, vieni con me” disse rivolto al toro che solo in un primo momento ebbe un moto d'indecisione. La bestia lo guardava come in procinto di muoversi, ma non fece un passo. “Dai Bufalo vieni, cos'è non ti fidi, ci conosciamo troppo poco? Va bene bufalo non insisto” disse Stefano strattonando leggermente la corda nell'ultimo tentativo di smuovere il toro “Vedrai che con il tempo diverremo grandi amici, fidati. Adesso vado, ci vedremo domani mattina. Buonanotte Bufalo” e se ne andò, anche se sarebbe più appropriato dire che tolse il disturbo, che si protrasse per mesi senza che il toro manifestasse alcuna intenzione di assecondarne un capriccio che di lì a poco sarebbe divenuto una vera e propria passione. Infatti, all'insaputa di tutti gli altri, compreso Attilio, scese per mesi tutte le notti a intrattenere Bufalo con monologhi in cui gli confidava tutte le sue più segrete istanze. Talvolta, ubriaco, raccontava al toro storielle piccanti, come si farebbe tra vecchi amici, abbandonandosi a crasse risate, ma resta il fatto che il toro non ne voleva sapere e oppose sempre la sua indifferenza ai tentativi di Stefano di fargli fare qualche passo, se non in direzione della porta, certamente in direzione del suo cuore.

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Oramai erano passati diversi anni dall'ingresso di Bufalo nella famiglia di Attilio, mentre la salute di quest'ultimo era andata lentamente peggiorando. Aveva fatto della sua camera, e in particolare della finestra di essa, il suo osservatorio. Da lì gestiva tutti gli affari più spinosi durante i febbrili mesi primaverili, estivi e autunnali. I suoi figli, quando la questione era della massima urgenza, a volte irrompevano in camera sua, ma di solito gli veniva chiesto solo di affacciarsi, qualora non fosse già da ore incorniciato tra i quattro lati della finestra. Anche quel mattino si trovava seduto al suo posto di “lavoro”, mentre i suoi figli erano nell'aia in, come si dice, tutt'altre faccende affaccendati: Bufalo era scappato dalla stalla. Tutti i tentativi finora compiuti per ricondurvelo erano andati a vuoto. Adesso era il momento della fune, che si cercava di mettergli al collo, cosa che avvenne. “Oh, ora sì, un po' di tiro alla fune! Guardiamo chi vince il salame. Son cinque contro uno, se perdono non fanno certo una bella figura. Uno, due , tre... via.” disse Attilio scuotendo la testa come a dire che la gara era già segnata non tanto dallo strapotere del toro, quanto dall'incapacità dei figli, sebbene in evidente superiorità numerica. Intanto i cinque uomini, con le spalle rivolte all'ingresso della stalla, tiravano il toro verso di essa con tutte le loro forze, ma uno scarto secco del toro verso destra li gettò tutti a terra. “Vai, il salame l'ha vinto bufalo. Bravo Bufalo. Guardiamo cosa inventano ora. Il bastone? E stai fresco ad adoperare il bastone con Bufalo. Io non ci penserei nemmeno, lui lo fa! Lo fa! Eppure dovrebbe conoscerlo. Vai, vai, picchialo, picchialo...ecco un colpo bel forte sulla groppa e...da..., da..., da..., da..., dai Bufalo... prendilo..., prendilo..., prendilo..., 'orca miseria Bufalo te sfuggito per un pelo. Mi dispiace” disse Attilo picchiando il pugno sul davanzale della finestra. Attilio, che fino allora aveva assistito alla scena senza intervenire, non riuscì più a trattenersi e sbottò :”Chiamate la Ginona e fatela finita...”. I cinque figli, che non si erano neppur immaginati di rivolgersi al padre per ricondurre il toro alla ragione, alzarono tutti quanti la testa in direzione della finestra della camera di Attilio. Avrebbero voluto, per orgoglio, usare maniere più forti con bufalo ma 72


quell'intervento del padre, la cui cospicua eredità era in ballo come la sua salute, li fece recedere dalle loro intenzioni. “Vado io a chiamarla” disse Stefano che, sebbene anche lui desiderasse usare le maniere forti, non voleva che al toro accadesse niente di grave, ancora convinto d'ingraziarselo. La Ginona era, come dice il nome, una donna alta e robusta che, durante la battitura del grano di qualche anno prima, sfidò tutti gli uomini a tirar fuori Bufalo dalla stalla. Da cosa nascesse quella sua sicurezza nessuno l'ha mai capito, fatto sta che dopo tutti i tentativi compiuti dagli uomini fu il suo turno e vi riuscì. Dall'insorgere della malattia del padre in poi, quando Bufalo aveva la luna di traverso e ne combinava una delle sue, era lei a essere chiamata per calmarlo e sempre ci riusciva. Anche quel pomeriggio arrivò in bicicletta, coprendo in brevissimo tempo i pochi chilometri che separavano la sua casa da quella di Attilio. Per lei era sempre un piacere essere chiamata a causa di Bufalo, a cui voleva un gran bene e che chiamava il suo birbante. Appena giunta appoggiò la bici al muro di casa e si diresse in fretta verso la stalla. “Birbante, birbante, birbante, un giorno o l'altro li farai impazzire quest'uomini” disse al toro che se ne stava tranquillo a pochi metri dalla porta del suo ricovero. Poi aggiunse, rivolta alla finestra di Attilio:” Buonasera. Anche oggi vi ha fatto confondere, ma ora ci penso io. Vieni qua, sai; vieni qua!” intimò al toro mentre ne prendeva la grossa corda che penzolava dal suo collo, non prima però di avergli dato sonori sculaccioni. “Non si fa birbante! Forza vieni con me” disse al toro che si lasciava condurre mansueto come un agnello dentro la stalla. Ma quando furono fuori dallo sguardo di tutti, la Ginona cambiò completamente tono e sottovoce, in maniera complice, disse al toro: “ Qualche volta ti farai male, Bufalo. Smettila. Non gli far perdere la pazienza, loro non sono né come me , né come il sor Attilio. Stai attento”. Il toro la guardava calmo mentre veniva di nuovo legato. Ruminava qualcosa e questo sembrava voler dire che non era affatto preoccupato. Preoccupato per la sua salute e la sua età lo era invece Attilio. Gli specialisti che si erano alternati al capezzale del suo letto lo avevano avvertito: il suo cuore 73


stava cedendo. Le medicine potevano solo rimandare quella che era una morte annunciata. Per questo Attilio chiamò a casa sua il notaio per redigere il testamento. Ciò che lo preoccupava non era tanto la divisione dei suoi beni, ma la fine di Bufalo: chi ne avrebbe avuta cura? Stefano era vero, gli voleva un gran bene, ma non era corrisposto. Solo il notaio poteva dargli il consiglio giusto. Egli giunse una sera quando oramai era buio e fu fatto salire in camera di Attilio, dove per l'occasione era stato portato un tavolo e una sedia in più. La questione fu analizzata in tutti i suoi vari aspetti e, a notte fonda, si giunse alla conclusione che era bene vincolare l'intera proprietà fino alla morte di Bufalo. Dopo sarebbero state fatte le parti. Qualsiasi atto riguardante la proprietà che non rispettasse questo vincolo sarebbe stato nullo. Bufalo era stato messo al sicuro e questo rasserenò molto Attilio, che riprese il suo solito buon umore. Tra l'altro quella notte il caso gli dette l'occasione per sfoderarlo. Fu sulla porta, poco istanti prima che il notaio si congedasse. Attilio aveva voluto accompagnarlo fuori e mentre si scambiavano gli ultimi saluti si udì in lontananza un grido: ”Vagabondi!” “Ha sentito notaio, una volta passavano ad accendere le luci, oggi danno la buonanotte” disse Attilio con il sorriso sulle labbra. Il notaio non poté fare a meno di ridere e chieder chi fosse o cosa fosse accaduto. “E' lui, Falchetto, ha sicuramente beccato qualcuno. Adesso le spiego. Lo chiamano così perché trova sempre il modo e il tempo giusti per gridare quello che ha sentito. Viaggia come il vento con la sua bicicletta e si trova sempre nel posto giusto al momento giusto. Una volta durante un'omelia del Vescovo, tenuta all'aperto per le tante persone intervenute alla funzione, se lo videro calare come dal cielo. Quando fu all'altezza del gruppo dei fedeli, il Vescovo -lo so perché c'ero anch'io- disse :” Fate silenzio nel vostro cuore, ascoltate la voce del Signore,” ecco, non fece a tempo a finire queste parole che, continuando a pedalare, arrivò falchetto e zac, beccato con l'epiteto che ha appena udito. Eh... comizi, discussioni, litigi... lui arriva sempre” “Ma ha qualche problema, di mente intendo dire” chiese il notaio.

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“ Forse, ma è un bravo ragazzo. Ha questa... come la vuole chiamare notaio... stravaganza? Ma non ha mai fatto del male a una mosca. E poi, mi creda c'è delle volte che fa ridere i morti” Il notaio sorrise di nuovo e dopo l'ultimo saluto se ne andò, ben attento a non dire qualcosa che non lo esponesse al rischio di essere ghermito. L'ultima crisi cardiaca mise alle corde lo stanco cuore di Attilio, che dopo pochi giorni si congedò da questa vita per entrare, come spesso diceva essendo credente, nei pascoli del cielo. La crisi lo colse quando il sole incrinava, con i suoi ancora deboli raggi, il marmo nero della notte. Inutile fu la corsa a chiamare il medico; quando giunse Attilio era già spirato. Il funerale avvenne sotto una pioggia battente che non fu capace però di tenere lontani i tanti amici, parenti e conoscenti. Fu tumulato nella cappella di famiglia, anche se avrebbe preferito la nuda terra, da sempre sua intima amica. Due giorni dopo fu aperto il testamento e fu chiarito che l'intera proprietà passava ai figli , ma che Bufalo doveva rimanere nella stalla fino alla sua morte naturale, pena l'annullamento di quanto previsto nel testamento. I figli, che desideravano ognuno ricevere la propria parte subito, rimasero un po' amareggiati dal fatto che tutto ruotasse attorno a un paio di corna che fino allora avevano dato loro solo grattacapi. Inoltre l'età di Bufalo era tale che le monte, fino allora fonte di un cospicuo reddito, si sarebbero per forza di cose fatte più rare fino a esaurirsi del tutto. Di tutti i figli, solo Stefano riuscì a inghiottire con facilità quell'inatteso e amaro boccone. Non aveva ancora rinunciato del tutto a conquistare Bufalo. Anche la notte successiva al funerale, senza cambiarsi d'abito e al lume della solita acetilene, scese nella stalla con l'idea assurda di confortare Bufalo dicendogli che, ora che suo padre era morto, non si doveva preoccupare, che lui gli avrebbe garantito tutto quanto era necessario. Intavolò come il solito un lungo monologo stavolta sulla morte, al quale il toro assisté ruminando indifferente. Quella notte non provò a scioglierlo. Si limitò a carezzarne la groppa e a guardarlo negli occhi, poi, dopo un ultimo saluto, si ritirò in camera sua. 75


Dopo la morte di Attilio, quella famiglia, che fino allora era stata una trottola carica di energia e in perfetto equilibrio, grazie a quel sottile ma sicuro perno che era Attilio, cominciò a sbandare visibilmente: i contrasti sul modo di condurre gli affari si acuirono e non sempre trovavano una soluzione, essendo scomparsa ogni forma autorevole di arbitrato. La vecchia madre non poteva, né sapeva tener a freno il protagonismo dei figli, che non volevano godersi l'eredità, bensì condurla ognuno a modo loro. Ma il testamento parlava chiaro: fino alla morte di Bufalo le cose dovevano rimanere perfettamente come Attilio le aveva lasciate Fu la follia a stracciare il testamento e quanto esso prevedeva. Né Attilio, né il notaio avrebbero potuto immaginare che essa si sarebbe impossessata della mente di Stefano, il più affezionato a Bufalo; nessuno dei due - ma più ancora Attilionon si erano resi conto della passione morbosa che Stefano nutriva verso Bufalo. Le sue visite notturne, di cui tutti in famiglia erano a conoscenza, le avevano sempre interpretate nel segno dell'amicizia che si può instaurare tra un uomo e un animale domestico, categoria che solo obtorto collo aveva annoverato anche Bufalo, perché il toro non si lasciò mai intenerire dalle tante dimostrazioni d'affetto e amicizia che Stefano gli aveva prodigato. Fu un'afosa notte di Agosto che Stefano perse il lume della ragione. Entrò come il solito nella stalla quando tutti se ne erano andati a letto e, rivolto al toro disse:“ Che piacere vederla signore. Va tutto bene? Mangiato? Bevuto? Sa, mi sono reso conto che nonostante i miei sforzi tra noi due non c'è quell'amicizia che dovrebbe esserci, e questo dipende da lei. Io, in questi anni , ho fatto di tutto perché lei assecondasse il mio affetto, ma non ho mai notato alcun suo interesse nei miei riguardi. E dire che mi sono prodigato con lei più che con ogni altro animale di questa maledetta stalla. Ma ora basta. Ora io prendo la corda, la sciolgo e lei farà due passi con me, con le buone o con le cattive. Il tempo della pazienza è finito, mio caro. Non ne ho più, capito? Non ne ho più!” disse con la mascella congestionata per lo sforzo di non mettersi a urlare. Poi aggiunse:” Non puoi trattarmi come tutti gli altri, io sono diverso, io...io...ti voglio bene” disse con un tono supplichevole facendo spazio subito dopo a un attimo di silenzio. “Se solo io 76


fossi stato corrisposto... che coppia saremmo stati. Fiere, mostre, monte con le più belle vacche della regione invece che farti tutte quelle che ti erano presentate. Ti meritavi il meglio, mi meritavo il meglio ed è tutta colpa tua se non ce lo siamo preso!”. La corda che teneva legato il toro alla mangiatoria era oramai sciolta. Stefano cominciò a tirare in maniera tale che l'animale girasse su se stesso e si indirizzasse verso la porta della stalla. Bufalo con il collo cedette verso sinistra solo qualche centimetro, poi con un colpo secco raddrizzò la testa e non volle più saperne. Quell'ultima umiliazione cancellò l'esigua luce di razionalità che illuminava la mente di Stefano. Legò di nuovo il toro e fece alcuni passi verso l'uscita della stalla. Prima di varcarla si voltò livido e disse:” Bene, te la sei cercata.” Il mattino seguente Stefano si alzò che era ancora buio e siccome non c'era più il padre a dirigere i lavori della giornata, poté senza noie decidere di spaccare alcuni tronchi con l'ascia. Tutti, quando sentirono i primi colpi, si chiesero perché avesse deciso di svolgere un lavoro così pesante nel mese più caldo dell'anno, con la legna per l'inverno ben riparata. Però nessuno gli disse niente, e lasciarono che facesse quello che desiderava. Verso le nove del mattino, la madre lo vide comparire in cucina e consumare in silenzio una frettolosa colazione. Poi uscì di nuovo alla volta della stalla impugnando l'ascia. Prese la corda che legava Bufalo e si assicurò che fosse ben legata. Aspettò qualche minuto e poi si mise a urlare a squarciagola aiuto. Di lì a un attimo i colpi si abbatterono feroci su Bufalo lacerandone la carne fino alle ossa. Il toro cercava di divincolarsi ma senza successo, finché l'ascia non colpì all'intersezione della testa nel collo quasi distaccandola. Il toro trovò la forza per un ultimo cavernoso muggito e stramazzò a terra con un tonfo sordo. “Se non io nessun altro, mio caro” disse gelido Stefano pulendosi la faccia con il polsino della camicia da alcuni schizzi di sangue, mentre mani e pantaloni ne erano imbrattati. I fratelli di Stefano accorsero di lì a poco, ma in ritardo. La follia di Stefano aveva avuto tutto il tempo per eseguire il suo piano. 77


“Mi ha aggredito, mi ha aggredito stringendomi alla mangiatoia e cercando di schiacciarmi. Fortuna che con me avevo l'ascia con cui spaccavo la legna altrimenti mi avrebbe ucciso” disse urlando Stefano a tutti coloro che erano accorsi. Poi aggiunse: ”Sembrava impazzito, caricava con la testa come impazzito, capite? Appena ho avuto un po' di spazio ho dovuto colpirlo, ho dovuto!”. I suoi fratelli assistevano in silenzio a quella ricostruzione, non dubitando delle parole di colui che fino allora era stato il custode e l'amico di Bufalo. Poi, il più giovane disse sottovoce: ”Io me la sentivo che questa bestiaccia prima o poi sarebbe impazzita, troppo strana!” Gli altri fratelli rimasero in silenzio, guardando il corpo martoriato di Bufalo che giaceva a terra. La notizia sparse in un baleno. La morte violenta di Bufalo era un fatto totalmente inaspettato, tranne che per la Ginona, la quale, venuta a conoscenza del fatto, fu tra i primi ad accorrere. La donna provò lo stesso dolore che avrebbe provato se gli fosse morto un caro figlio. Giunse alla stalla inforcando la bicicletta con cui era solita accorrere per ricondurlo alla sua mangiatoria se scappato, o calmarlo se aveva la luna di traverso. Stavolta però non appoggiò la bicicletta al muro della stalla ma la lasciò cadere a terra in malo modo e corse da Bufalo. La scena che si mostrava ai suoi occhi era così atroce che non riuscì a trattenere un urlo di dolore mentre si copriva le mani con gli occhi. “Ti avevo avvertito birbante, ti avevo avvertito. Perché non mi hai dato ascolto, perché? Oh, mio Dio, mio Dio...povero, povero il mio birbante che cosa ti hanno fatto!” gemeva Gina. “Che cosa gli ho fatto? Cosa voleva fare lui a me, Gina! Per un pelo non mi ammazza!” ma Gina neppure lo ascoltava, sapeva che mentiva. Sapeva che Bufalo era stato ucciso. Ma a che pro fare scenate, il toro in fondo non era suo e non aveva alcun diritto da far valere. Gina, dopo un ultimo saluto a Bufalo s'incamminò verso la porta della stalla con il volto rigato di lacrime, decisa in cuor suo di non mettere mai più piede in quella casa che per lei era divenuta maledetta per via di quel sangue innocente versato.

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A un tratto il flusso d'immagini che percorreva la mente di Bufalino s'interruppe. Il rumore di alcuni prudenti passi lo riportarono alla realtà. Era il carabiniere che lentamente si avvicinava, pistola alla mano, con l'intenzione di sparargli in testa e porre fine a quella lunga agonia. Giunto a una decina di metri prese la mira, ma una frazione prima che partisse il colpo il toro ebbe un ultimo guizzo di vita e si alzò sulle gambe anteriori. Il carabiniere ebbe solo il tempo di sparare alla cieca tutti colpi che aveva nel caricatore e tornare al sicuro. I proiettili penetrarono a casaccio nella carne di Bufalino spegnendo le ultime poche forze di cui disponeva. A un tratto il toro emise un lungo doloroso muggito d'addio alla vita che fece tappar gli orecchi ad alcuni di coloro che erano venuti per vederlo. Dalla folla si alzarono grida di dolore e applausi di scherno, mentre il carabiniere, cambiato il caricatore e intenzionato a porre fine a quella faccenda che cominciava a scocciarlo, si diresse, cauto, nuovamente verso il toro che giaceva a terra in una pozza di sangue. Non ci fu nessuna reazione da parte di Bufalino, per cui gli fu facile mirare in mezzo agli occhi e sparare. Poi fece cenno con la mano agli operai di venire a prenderlo. Uscirono in due con una corda, mentre un terzo si mise alla guida di un piccolo trattore, con cui avrebbero trascinato il toro dentro il macello. Lo legarono per una zampa posteriore e fecero cenno a colui che guidava il mezzo di partire. Il corpo inerme di Bufalino lentamente veniva portato via, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, prima di essere inghiottito e smontato pezzo a pezzo per farne carne anonima per il reparto macelleria di qualche supermercato. Però quella stessa lunga scia di sangue che imbrattava l'asfalto del piazzale ebbe il tempo, prima che fosse spazzata via dagli idranti, di dipanarsi come inchiostro rosso nella mente di coloro che avevano assistito a tutta quella brutta faccenda. Difficilmente dimenticheranno, perché certe vite non si cancellano con un colpo, un colpo solo.

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SECONDA CLASSE Il diretto per Firenze era stato annunciato con cinque minuti di ritardo, così Gianni P. ebbe occasione di dare un’occhiata agli altri viaggatori, che come lui passeggiavano pigramente nei pochi metri che la banchina concedeva loro. In maggioranza era composta di studenti del secondo o terzo anno di università che si recavano a qualche lezione tenuta nel tardo mattino. Pochi impiegati, nessun operaio. Insomma non la caratteristica folla di pendolari assonnati. D’un tratto scorse un volto conosciuto, ma per la notevole differenza di età e posizione sociale, rimase a lungo incerto se fosse il caso di salutarlo. Si trattava, infatti, del noto e stimato professore Mario D., a suo tempo direttore di uno dei più importanti Archivi di Stato d’Italia. La sua figura, alta e longilinea, la sua canizie disposta come corona ai lati della testa, e quei raffinati occhiali dalla montatura color oro, lo mettevano in imbarazzo, nonostante che a suo tempo fosse stato uno dei relatori della sua tesi. Ma di tempo ne era passato molto dagli studi universitari, per cui dubitava persino se si ricordasse di lui. Fu però l’incrociarsi dei loro sguardi a dargli coraggio. Il professore assunse infatti lentamente l’espressione di chi incontra un volto conosciuto, nonostante che non ne ricordi il nome. Gianni P. si avvicinò sorridendo al professore, il quale adesso pareva ricordare, ricambiandolo con un timido sguardo di sorpresa . “Che bello vederla professore! Si ricorda di me? Sono Gianni P. ed ho avuto il piacere di averla come relatore della mia tesi. Prima della discussione le ho fatte svariate visite nel suo ufficio in Archivio” “Se non ricordo male lei mi sia stato presentato dal mio collega Professor Luigi M.” rispose con un sorriso cordiale il professore. “Certamente, immagino che stia andando al suo ufficio. Come vanno le cose? E’ tanto che non ci rimetto piede” “Si , vado proprio là ma non mi chieda altro perché adesso frequento l’Archivio solo come studioso: sono in pensione da un pezzo. Inoltre non abito più a Firenze, ma qui, su queste colline”. 80


“Anch’io mi sono trasferito, ma un po’ più lontano, in provincia di Perugia. Adesso vado a Roma.” “Bene” disse il professore “lei è ancora giovane, fa bene a viaggiare” “Si avvisano i gentili passeggeri che il diretto per Firenze è in arrivo sul secondo binario. Ferma anche a…” gracchiò d’un tratto l’altoparlante della stazione “Professore, vedo che è solo, se non la disturba e non ha qualche altro impegno potremmo fare il viaggio insieme fino a Firenze. Magari saprà darmi alcuni buoni consigli su uno studio che ho intenzione di proporre a qualche casa editrice” disse l’uomo sperando che la risposta fosse positiva: Il dividere la cabina con un famoso studioso solleticava il suo amor proprio. “Certo, ben volentieri. Avevo alcune carte da leggere, ma niente d’importante” Il treno intanto si era fermato e le porte si erano aperte. I due viaggiatori, data la scarsa presenza di altre persone , salirono facilmente e subito trovarono uno scompartimento vuoto, dove, spogliatisi dei loro soprabiti, si accomodarono, uno di fronte all’altro. “Mi diceva che va a Roma per proporre uno studio. Di cosa si tratta?” chiese il professore con sincero interesse “ si tratta di qualcosa inerente la sua tesi?” “No professore, tutt’altro argomento sebbene storico anch’esso. Ho compiuto alcune ricerche sulla cronologia biblica e a mio parere ci sono aspetti molto interessanti che la storiografia ha trascurato” rispose Gianni P. con aria affettata che tradiva un po’ la sua personale convinzione che gli studi compiuti avrebbero rivoluzionato l’intero argomento, costringendo gli esperti a cancellare intere pagine , se non libri, sino allora scritti sulla materia. “Vede” disse poi rivolto con aria seriosa al professore “a mio parere nello studio della cronologia del Vicino Oriente Antico c’è un errore di quasi cento anni; ciò è dovuto a un molto approssimativo calcolo che si è fatto sui regni di Giuda e Israele. Insomma la Bibbia, nella sua parte storica e cronologica è attendibile, ma solo se si rispetta fedelmente.”

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“Mah, non saprei che risponderle” disse il professore allargando di poco le braccia” le mie competenze in materia sono davvero limitate. So solamente che se intende rivoluzionare la datazione esistente le occorre consultare i papiri e trovare conferme astronomiche. Finora ha trovato nessuna conferma?” “Per il momento no, ma conto di approfondire e migliorare i miei studi in questo senso qualora una casa editrice sia interessata al mio lavoro. Oddio, mi accontenterei anche di un importante quotidiano” “Nel qual caso, nel caso cioè che non si tratti di case editrici, si rivolga a riviste specializzate, non vada a casaccio. Lei ha bisogno del supporto di uno studioso”. Si fece un attimo di silenzio nello scompartimento e questo dette modo all’ex laureando di osservare da vicino la faccia del professore. Era certamente invecchiato. La sua espressione si era fatta mite e stanca. Ben poco c’era rimasto dell’energia di quindici anni prima, di quando cioè lo frequentava assiduamente. Aveva inoltre assunto un tono dimesso e distaccato, come chi ha portato a termine un compito che li ha impegnati a lungo. E adesso che albergava nella sua memoria un tesoro inestimabile di nozioni e riflessioni- cioè l’essenza preziosa di anni e anni di studio- tutto sembrava perdersi in una sfuggente malinconia, invece che farlo sentire come chi riposa in luogo elevato e carpisce con solo sguardo tutti i particolari del panorama che ha attorno. Sa” proferì a un tratto il professore rompendo un imbarazzante silenzio “ la Dottoressa C. se l’è portata via il cancro; nel giro di un mese” “Ma cosa mi dice professore. Così giovane!” “I medici non hanno potuto fare niente. Ha lasciato il marito e due bambini. Lei pensa mai alla morte? Forse no, è ancora molto giovane. Io invece non c’è notte che non pensi lei e a tutte le persone che conoscevo e che mi hanno preceduto in questo ineluttabile passo. Nella mia vita ho dedicato tutto il mio tempo allo studio e così poco tempo a interrogarmi su altre e ben più importanti questioni. Come lei ben sa, ho scartabellato migliaia di documenti scritti da persone decedute da secoli e mai come ora avverto in quelle pagine il mistero che ci circonda. Adesso quell’inchiostro che verga ogni pagina mi parla di un uomo, sia esso semplice 82


auditore o Lorenzo dei medici con il suo “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia…” che ha oltrepassato confini a noi ignoti, lasciando in poche righe solo qualche traccia della sua esistenza. A volte mi trovo a sfiorare con le dita quelle righe, come se fossi un cieco, nella speranza di conoscere qualcosa di chi le ha scritte. Mi sforzo d’immaginarmi che faccia avesse, dove abitasse, chi erano i suoi figli, mentre fino a poco tempo fa erano solo documenti, pagine da catalogare, solo un retto e un verso, numero di filza e fondo.” Il professore d’un tratto s’interruppe e guardò fuori dal finestrino, dove velocemente scorrevano le immagini del paesaggio. “Non so che dirle” disse l’ex studente “l’idea della morte non l’ho mai affrontata fino ad ora. A mio parere è solo l’incidente conclusivo, il quale è, nel contratto che ammettiamo sia la vita, un elemento certamente non accidentale. Non c’è vita insomma senza la morte. Ogni cultura- e questo lei certamente me lo insegna- ha costruito intorno a questo evento sovrastrutture che al singolo , però, non hanno mai risparmiato la solitaria fatica di affrontarla” “Sa cosa ho fatto in quest’ultimo anno?” disse il professore cambiando repentinamente argomento. “No, mi dica” rispose Gianni P. spiazzato dall’inaspettata domanda, che di colpo aveva troncato una discussione che gli permetteva di esprimersi al meglio e fare buona impressione sul professore. “Ho acquistato una nuova casa, una bella casa, molto antica, con annessa una chiesa dove spesso mi reco a riflettere. Non sono mai stato credente e forse non lo sono tuttora, però quel luogo mi dà la tranquillità di cui ho bisogno. Inoltre, non ci crederà, ho seguito il consiglio di mia moglie e sono andato al canile dove ho preso due trovatelli che sono il mio svago. Uno è un meticcio con sangue Akita-inu, s’immagini. Passo intere giornate con loro e faccio lunghe passeggiate e così mi distraggo”. “Niente più studi storici professore, intendo di un certo spessore?” chiese l’uomo.

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“Per lo più mi dedico anch’io alla Bibbia, ma mi concentro principalmente sul Nuovo Testamento, trascurando però le sottili questioni filologiche ed esegetiche. E’ il messaggio che m’interessa. Vede “disse poi con estrema gravità guardando negli occhi il suo interlocutore e stringendo tra le mani le sue ginocchia, mentre il busto, leggermente curvato in avanti, toglieva equilibrio alla testa, che sussultava seguendo i movimenti della carrozza “tra poco saremo arrivati a destinazione; si apriranno le porte ed entrambi scenderemo dopo questo breve viaggio in cui lei mi ha tenuto compagnia. La vita pressappoco è così. L’importante è non farsi trovare dalla notte che ci aspetta come le vergini stolte del Vangelo. Che la nostra lucerna sia accesa e che non abbiano a dirci: “Non vi conosciamo” Il resto, mi creda, non ha importanza, è solo apparenza che ci inganna. Devo lasciarla io scendo a Campo Marte. In bocca al lupo per i suoi studi e si ricordi delle mie parole. “ Il professore si alzò lentamente e, indossato il suo leggero soprabito, salutò il suo compagno di viaggio con sorriso e un gesto della mano. Solo molti anni dopo e il completo fallimento delle sue ricerche Gianni P. comprese, più che il messaggio contenuto nelle parole, il tono grave che il professore aveva dato loro: da oratore consumato qual era aveva mentalmente letto l’epilogo di una breve lezione sulla vita tenuta in seconda classe di tardo mattino e alla quale aveva assistito soltanto lui, Gianni P., senza neppure rendersene conto.

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GLI AMANTI Il conduttore, un attimo prima di andare in onda, dette un colpo di tosse per schiarirsi la voce. “Benvenuti al consueto appuntamento con “In cinque minuti”. Questa volta i nostri ospiti, alla mia sinistra il dottor Ferri, ginecologo dell’ospedale S. Giacomo e alla mia destra padre Giustino, maestro dei novizi nel convento di Belvedere, parleranno di un argomento molto complesso: la figura di Gesù. Ognuno dal proprio punto di vista: il dottor Ferri agnostico, autore di alcuni articoli e un breve saggio sull’argomento e padre Giustino, profondo conoscitore delle Sacre Scritture. Come i nostri radio ascoltatori già sapranno, gli ospiti hanno cinque minuti per esporre il proprio parere. Cominciamo dal Dottor Ferri. Prego dottore” “Innanzi tutto buonasera a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori. Come autore del saggio “Gesù, tra mito e storia”, voglio subito mettere in chiaro che una cosa è capire chi era davvero Gesù, un’altra accettare passivamente quanto la tradizione ci ha finora imposto. Premetto che nel corso degli anni ho letto svariate volte tutti e quattro i Vangeli, resi in forma scritta decine di anni dopo la crocefissione, per cui ho un’idea precisa del personaggio di cui stiamo parlando e che si divide tra storia e mito. Per quanto riguarda la nascita di Gesù, è nato a Betlemme o a Nazareth? Luca dice che è nato a Betlemme durante un viaggio da Nazareth per tornare al luogo di nascita di Giuseppe in occasione del censimento di Quirino; Matteo fa cenno al problema del luogo di nascita, ma non dice dove. Scrive che “sarà chiamato il Nazareno”, tradotto con "di Nazareth". Gli altri tacciono sull'argomento. Il famoso censimento, che potrebbe far luce almeno sulla data di nascita, avvenne sotto Erode nell'anno 760 Era di Roma, cioè sei anni dopo la data di nascita tradizionale di Gesù, che si presume sia l'anno Zero o anno primo dell'era cristiana. Tale censimento non è confermato da Flavio Giuseppe, un ebreo romanizzato, che scriveva di fatti ebraici a lui contemporanei. E Gesù era un ebreo a tutti gli effetti, uno intransigente e ortodosso, quasi fanatico, come potrebbe dimostrare l'episodio 85


del Tempio e la cacciata dei mercanti, che arrivò a dare fastidio ai farisei, i quali detenevano il potere religioso con la compiacenza romana. Essi erano "colpevoli" ai suoi occhi di aver chinato il capo ai dominatori romani, abbandonando la "vera" fede in un momento in cui tutti gli ebrei "veraci" desideravano ripristinare l'Alleanza con Dio che assicurava loro la Terra promessa in cambio della dedizione alla divinità. Ritengo che Gesù non sia entrato in Gerusalemme non con una pacifica calca di derelitti, malati e poveracci, come c’è tramandato dai Vangeli Canonici, ma accompagnato probabilmente da una piccola schiera armata per rivendicare il diritto del popolo ebraico di governarsi da solo. Infatti, la sera prima dell'ultima cena Pietro sfodera la spada che teneva al fianco e taglia l'orecchio di una guardia inviata dai sommi sacerdoti. La crocefissione, del resto, era una punizione che era comminata ai lestes, i Briganti (così ad es. erano chiamati i partigiani dalle truppe di occupazione nazista e dai fedeli di Mussolini) e a chi tramava contro lo stato romano e l'autorità dell'Imperatore. Questo era un esempio di "Chi era Gesù", cioè un ribelle di Roma che fu crocefisso perché si era dichiarato Re dei Giudei e che prima del 325 d.C., data del Concilio di Nicea, Yehoshua Ben Youssef, vero nome del personaggio storico Gesù, non era Dio. Infatti, fu l'influenza gnostica a fare si che l'Aeon si calasse nel corpo mortale di Lui, riconoscendone la doppia essenza di uomo e dio. E fu un editto a imporre questa visione, rendendo di fatto eresie tutte le predicazioni di altri Padri della Chiesa che sostenevano il contrario. Fu allora che Yehoshua Ben Yousef divenne Iesus-Christos, un nome greco-romano. Quel che io ho capito è che all'inizio, al tempo di Gesù, i suoi seguaci costituivano una setta ebraica ortodossa che individuava in Lui il Messia, cioè colui che, secondo l'ebraismo, arriverà sulla terra a salvare il popolo ebraico, e solo "quel" popolo, "il popolo eletto". Potremmo chiamarli messianisti, poiché non esisteva ancora il termine "cristiano". Essi pensavano che in Gesù si esaudisse la profezia di 86


Isaia resa circa mille e cinquecento anni prima, che annunziava la venuta del Messia. A parte il fatto che a quei tempi molti erano speranzosamente indicati come possibili Messia (tra cui Giovanni, suo cugino, colui che lo battezzò nel Giordano), e Messiah è la parola ebraica che viene tradotta in greco come Christos, con lo stesso significato: L'Unto. E l'Unzione era solo per i Re e per i Consacrati del Signore. Giovanni annunciò la venuta del Messia "il quindicesimo anno del regno di Tiberio", cioè nel 782 era romana, quando il cugino Yehoshua aveva ventotto anni. A seguito di ciò, io penso, Yehoshua si convinse di poter ridare la libertà agli ebrei e si recò a Gerusalemme con un folto seguito a sostenere le sue convinzioni. Per questo fu condannato alla croce. L'episodio della lavatura delle mani di Pilato è un’infiltrazione successiva dei seguaci di Gesù filo-romani, il cui capostipite fu San Paolo. A lui dobbiamo la diffusione del Messianismo ebraico di Gesù e la conseguente ridenominazione in cristianoi, i seguaci dell'Unto. Le edulcorazioni del linguaggio di Gesù, come pure delle Sue idee, furono opera di Paolo, uno che non incontrò mai Yehoshua Ben Yousef e anzi, prima della sua conversione improvvisa sulla via di Damasco, era un filo-romano dedito alla cattura di quella setta ebraica. Paolo è infatti il nome iniziatico che assunse Saul, e fu colui che estese la parola di Gesù ai gentili, cioè i non-circoncisi, i cittadini dell'Impero. Quindi il Messaggio di Gesù, il sacrificio sulla croce per redimere l'intera umanità da parte del Figlio di Dio, è opera delle predicazioni di San Paolo e delle decisioni prese "a tavolino" durante il Concilio di Nicea. Era l'epoca di Costantino, che per editto dichiarò il cristianesimo, la religione ufficiale dell'Impero romano, conquistandosi con questa mossa "politica" il favore di Roma e di Bisanzio. Da allora il cristianesimo ha svolto un’importante opera di guida illuminata per tutti i deboli e gli oppressi, di qualunque razza o paese di provenienza. E questo non mi è difficile riconoscerlo” 87


“Grazie Dottor ferri. Adesso la parola a Padre Giustino”. “Buonasera a tutti gli ascoltatori e alle gentili ascoltatrici. Dico subito che eviterò di fare una critica puntuale a quanto detto da dottor Ferri. Credo siano sufficienti solo alcune precisazioni. Innanzi tutto riguardo al Vangelo di Giovanni, esso non ha assolutamente influssi gnostici: Giovanni scrive a Efeso, città della nascita dello gnosticismo , per cui, casomai, ne è un precursore. Il Vangelo da lui redatto è dunque ortodosso. Il secondo punto riguarda la crocefissione, essa era la pena capitale e veniva comminata a chi era semplicemente reo di tale pena. I due ladroni crocefissi con Gesù erano veramente ladri e non dei lestes In ultimo Gesù è stato condannato per lesa maiestas ovvero per aver insultato Tiberio dicendo di essere “il re dei giudei”. Ovviamente fu una scappatoia legale per giustificare Pilato agli occhi di Tiberio stesso, visto che conosciamo benissimo il motivo per cui è stato crocefisso . Detto questo permettetemi di cambiare radicalmente approccio al problema. Spesso l’opinione che si ha di Gesù è solo un sentito dire, magari da importanti cattedre. Questo non è una novità. Infatti in Luca 9 si scrive che anche Gesù era cosciente del clamore che sempre si genera attorno alla sua figura, ma Egli riporta subito il problema al suo punto focale chiedendo ai suoi discepoli chi fosse secondo loro. Infatti in Luca 9,20 Gesù chiede: “Ma voi, chi dite che io sia? “Questa è la domanda fondamentale che qualsiasi cristiano o non credente interessato alla nostra fede deve farsi. Bisogna fuggire dal clamore, dalla ressa delle opinioni anche autorevoli, e rifugiarsi nel silenzio della meditazione personale. Non c’è una via che conduce a Cristo, ma innumerevoli stretti sentieri che, proprio perché stretti, obbligano a inerpicarsi da soli. Ciò che mi decise a pronunciare i voti, infatti, fu una di queste amene passeggiate nelle Scritture. In una profezia di Daniele, di cui per comodità degli ascoltatori ne ho portato un breve estratto, leggiamo:” Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; 88


il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate. A mio parere queste poche righe condensano tutto il problema, inglobando sia l’aspetto profetico sia quello gesuano in senso stretto. Infatti, a meno che non si voglia sostenere che il libro di Daniele sia successivo al 70 d.C., cosa molto improbabile, se non impossibile, è evidente e storicamente accertato che la città, cioè Gerusalemme, fu veramente distrutta e l’unto Gesù, l’agnello senza macchia, cioè senza colpa come richiede il testo citato, ucciso. Siamo quindi di fronte a una profezia realizzatasi. Dovete sapere però che non tutto è così lineare, ma che stranamente esistono non due testi o fonti di questo versetto, bensì due opposte traduzioni. Infatti gli ebrei, ancora in attesa del Messia traducono, facendo dire a Daniele l’esatto contrario, cioè che “la città distruggerà il principe che verrà”. I radio ascoltatori si chiederanno giustamente se non sia il caso di verificare i testi biblici originali. Mi dispiace deluderli ma non esistono più: della Bibbia esistono solo copie per cui non è possibile fare chiarezza. So che quello che sto per dire è grave, ma siccome è mia convinzione che non si tratta di una semplice traduzione sbagliata, mi chiedo e vi chiedo: Chi mente e perché? A chi dà fastidio questa profezia? Per altro essa non è avulsa dal contesto evangelico perché il Sinedrio era ben cosciente della minaccia che essa costituiva per l’intero regno ebraico. Infatti in Gv. 11,48 si legge:” Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Vedete siamo proprio nel cuore della profezia citata, perché, seppur con altre parole si dice quanto Daniele secoli prima aveva scritto, cioè “un principe che verrà distruggerà la città e il santuario”. Questo era la grande paura dell’establishment ebraico, paura che a mio parere li consigliò di consegnare Gesù 89


a Pilato per prendere le distanze dalla sua predicazione ed evitare, almeno così pensavano, l’avverarsi delle parole di Daniele. Gesù non fu quindi uno dei tanti messia, ma il Messia, prova ne è la profezia citata e i Vangeli che parlano della distruzione di Gerusalemme e del suo omicidio. Se il moderatore mi concede qualche minuto in più, voglio parlarvi anche di un altro sentiero possibile, anche questo beninteso da percorrersi in solitaria. “Glielo permetto ma mi raccomando di non sforare troppo dal tempo concesso” disse il moderatore guardando il grosso orologio appeso alla parete. “Grazie sarò telegrafico. Sappiate che Gesù fu arrestato impiegando una coorte romana di circa seicento uomini. La coorte aveva giurisdizione solo per i casi più importanti, avendo i romani lasciato l’amministrazione ordinaria della giustizia al sinedrio. In particolare la coorte era mobilitata nel caso che l’ordine pubblico fosse minacciato. Chiaro è che quest’ultimo fosse in pericolo solo a causa di rilevanti movimenti popolari e non nati quindi da semplici fatti cronaca. Se per l’arresto di Gesù si ricorse alla coorte significa dunque che Gesù aveva coinvolto un’ ampia fetta dell’opinione pubblica. Ma come ha potuto , nell’Israele dell’epoca, in cui era forte l’aspettativa di un re messia che gli avrebbe reso la libertà, coinvolgere la massa uno che predica l’amore per i nemici, cioè gli odiatissimi romani? Posto così il problema la risposta è una sola: era impossibile. E allora come accadde quanto si legge sempre in Gv. 11,48 cioè “se lo lasciamo fare tutti crederanno in lui?”. Capite cosa significa quel tutti? Non aveva coinvolto solo una più o meno grossa fetta dell’opinione pubblica , ma tutti! Come è potuto avvenire ciò se non grazie ai miracoli che Gesù compiva? Ecco perché la folla, che non l’avrebbe seguito sulla via dell’amore, lo seguì su quella dell’onnipotenza. Ecco questi sono due sentieri che si possono seguire inerpicandosi da soli su quella via stretta di cui parla Gesù, via che , proprio perché stretta non permette di camminare affiancati ad altri. Per cui tornando all’inizio del mio intervento, dobbiamo stare lontani dal clamore delle opinioni facendoci noi la nostra opinione, magari tenendo sempre fermo il prezioso suggerimento del magistero”

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“Bene” concluse il moderatore “sono certo che i nostri ascoltatori sapranno valutare al meglio quanto detto e farsi, come dice padre Giustino, ma credo che il dottor Ferri sia d’accordo, una loro opinione. Non mi resta che salutare il nostro pubblico e invitarlo al prossimo appuntamento che avrà come argomento la caccia, con in studio un rappresentante della Lipu e uno della Federcaccia. Buona serata” Padre Giustino si alzò lentamente e subito porse la mano al suo interlocutore, che la strinse calorosamente sorridendo. Poi, prendendo altresì congedo dal moderatore, si avviò fuori dallo studio. La serata era tiepida e il cielo terso lasciava vedere ampi spazi di firmamento. Aggiustandosi il bavero del soprabito si trattenne un attimo a contemplarlo. “Padre, aspetti” si sentì chiamare all’improvviso. “Chi è? Ah è lei dottore” rispose fermandosi per dare il tempo a Ferri di raggiungerlo. “Sa mi ha colpito quanto ha detto. Ma è vero che non esistono copie originali della Bibbia?” “No, sono andate tutte perdute perché nel Medioevo, nonostante che si sia codificata addirittura anche l’esatta pronuncia della singole parole, se ne fece incetta e furono distrutte. Un bel danno non trova?” “Certamente, che peccato!” “Mortale” disse secco e sorridendo padre Giustino ”Personalmente non darei l’assoluzione finche non ne fosse ritrovata almeno una copia. Beninteso, rimarrebbe la pena accessoria di centinaia di Ave Maria” “Mi sembra il minimo” commentò il dottore ridendo. “Senta padre” chiese Ferri facendosi serio “Chi è un frate?” “Un frate? Un frate è uno che dice :” Tanto c’è Gesù”. “Non capisco, può spiegarsi?” chiese confuso Ferri. “Certamente. Vede tutte le persone dicono:” Tanto c’è”…tanto c’è il conto in banca, tanto c’è l’eredità, tanto c’è il potente di turno e così via. E’ il nostro modo per sentirsi sicuri e non in balia degli eventi. Certo ad alcune persone, i disperati, è preclusa questa locuzione rassicurante, ma nella gran parte della nostra società quel 91


“tanto c’è” permette a moltissimi di dormire tranquilli. Ecco noi frati diciamo : Tanto c’è Gesù. E’ lui che ci dà pace e sicurezza o, se vuole, che fa dormire anche a noi sonni tranquilli. Inoltre ci fa amare la vita anche in mezzo alle bufere. Non so se mi sono spiegato” “Certo è stato chiarissimo. Sa anche un ateo, pur non dormendo sempre dorme sonni tranquilli, può amare la vita, anzi io amo la vita più di qualsiasi altra cosa al mondo” “E perché la ama, può dirmelo?” chiese padre Giustino. “Vede io sono medico ginecologo e il mio lavoro consiste nel farla nascere, nel farla sorgere. Per me ogni primo vagito è il canto più bello di cui l’uomo è capace. Benché sia un pianto mi riempie ogni volta di gioia. Conosce quanto Tagore diceva a proposito di ogni nuova creatura?” “No, mi dica”. “ Diceva che ogni bambino che nasce porta con sé la notizia che Dio non si è stancato degli uomini. Pur non conoscendo alcun Dio, ma nutrendo un grande amore per la vita nascente, questa frase mi ha spinto a studiare, con risultati non proprio brillanti direi”. Padre Giustino rifletté un attimo, poi disse:” Sono parole molto belle e vere quelle di Tagore. Capisco che per lei siano state di stimolo alla ricerca, per la quale tenga presente quanto a suo tempo ha detto Bacone, il filosofo, cioè che un po’ di filosofia inclina la mente dell’uomo all’ateismo; ma la profondità in filosofia lo avvicina alla religione. Questo credo valga anche per il cristianesimo. Sa io amo la vita anche per un altro motivo oltre alla presenza costante del Maestro. E’ un motivo opposto al suo. Quando nella casa di riposo vicina al convento qualcuno sta per morire io accorro ad accompagnarlo nell’ultimo passo, per cui io non assisto come lei al sorgere della vita, ma al suo tramonto. Non ne carpisco i primi tenui raggi, ma gli ultimi emessi prima della tenebre . A volte la vedo svanire tra le lacrime, altre in un sorriso ineffabile. Essa in quei momenti mi appare come la cosa più preziosa al mondo, per la quale mai ci potrebbe essere riscatto”

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Il dottor Ferri aveva ascoltato in silenzio quelle parole che li avevano resi amici. Erano due grandi esperti della vita, anzi due suoi appassionati amanti. “Mi creda padre è stato un vero piacere averla incontrata. Credo che leggerò le scritture di nuovo, ma con un altro spirito, cercando, come consiglia lei, di farmene una mia personale opinione” disse il dottor Ferri. “Nel qual caso tenga ben a mente il Prologo al Vangelo di Giovanni e la sua prima lettera, ne costituiscono il miglior compendio”. “Arrivederci Padre” disse porgendo stavolta lui per primo la mano . “Arrivederci dottore” rispose il frate stringendola con forza, sempre più convinto – ma era come al solito una sua personalissima opinione- che la vita disegna strane e grandi curve pur di unire i suoi estremi, che stavolta erano un vagito e un ultimo respiro.

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L’AURIGA In una notte di fine estate, in una piazza italiana, cui la luce lunare e un'arietta tiepida facevano da cornice, si incontrarono, per puro caso, un vetturino, un cavallo e due turisti giapponesi che si erano perduti (cercavano un indirizzo, ma ignoravano addirittura di aver sbagliato città). I due venuti dall'oriente in quell'angolo d' Italia, guardavano la bella piazza prima di accorgersi che non erano soli. Tirarono un sospiro di sollievo quando si accorsero del vetturino, da cui andarono per avere informazioni. L'uomo fumava assorto un mozzicone di sigaro e osservava i due turisti incuriosito data la tarda ora. Che si fossero persi era evidente, ma non poteva certo immaginare che a quell'ora cercassero addirittura un albergo fuori città. In un buon inglese, i due turisti chiesero informazioni al vecchio, non rinunciando a dare occhiate compassionevoli al cavallo che, con il suo pelame opaco, la criniera inesistente e una lordosi penitenziale, formava una sincrona coppia con il vetturino fermo con l'abbigliamento ai primi del '900. Il vetturino, con un po' d'inglese e molto italiano, rispose alle loro domande circa l'albergo e il paese e disse loro di accomodarsi che ce li avrebbe portati lui. I due turisti, dopo un timido sorriso in risposta alla generosità del vecchio, si persero nei calcoli della convenienza, certamente non economica, ma quella che nasce dal buon senso: come potevano accettare la corsa fatta da una bestiola che poteva morire di lì a due passi, tanto era mal ridotta? Il vetturino, dal canto suo, con gesti decisi li invitava a salire e a non temere né la sua età, né quella del cavallo, ancora capace - a suo dire- di correre come un fulmine se necessario. «No problem, no problem» ripeteva con un sorriso sicuro il vecchio. La coppia cedé all'invito del cocchiere, certi che fosse meglio per loro, vista l'ora e la situazione, accettare quel mezzo di fortuna. Magari, per rispetto della vecchia bestia, avrebbero intimato al cocchiere di procedere lentamente: nessuno sforzo quindi. Inoltre tutto suggeriva loro l'onestà dell'uomo, che a quell'età e con quel cavallo non poteva certo dirsi lì per truffare gli sprovveduti. E così aprirono lo 94


sportello della carrozza e salirono: prima la signora, poi il marito, che non poté fare a meno di notare sia gli ottoni lucidissimi della maniglia sia l'ottimo stato della carrozza e farlo notare alla moglie, nel tentativo di far apparire la faccenda nient'affatto rischiosa: da un uomo così preciso non c'è che aspettarsi del bene disse alla moglie che annuì deglutendo. «Oh, Metello» si udì nella piazza deserta. A quell'incitamento al lavoro il cavallo reagì stancamente, come cigolando sulle vecchie zampe; ora un passo ora un altro, coprì i primi metri della strada a fatica. I due turisti, dimenticando gli ottoni lucidi, la carrozza e la gentilezza del vecchio tirarono un sospiro di pentimento misto ad angoscia: si chiedevano come fosse possibile, senza portarne il ricordo per sempre, inaugurare il loro viaggio in Italia con la morte della povera bestia. I minuti che occorsero al cavallo per percorrere la piazza furono interminabili. Inoltre il vetturino, tra lo sconcerto dei due turisti, non mancava di indicare i palazzi che a suo giudizio erano degni di essere ammirati. Cosa che, date le condizioni della bestia, appariva agli occhi dei due turisti di un cinismo o una follia inaccettabili. Stavano quasi per ordinare al vetturino di fermarsi e farli scendere, quando, svoltato un angolo e imboccata una dritta e ampia via, furono distolti dai loro pensieri da due vigorosi e improvvisi strappi che il cavallo dette al cocchio. I due clienti si guardarono l'un l'altro chiedendosi cosa fosse stato a interrompere quella processione di piccoli e incerti passi con cui il cavallo fino ad allora li aveva spinti. Poi , d'un tratto, il cavallo inalò una quantità inverosimile di aria, tanto che i suoi polmoni si videro gonfiarsi a dismisura. A questo fece seguito un getto potente, con cui espulse tutto quanta l'aria. Il cavallo scosse la testa come a liberarsi dalle briglie e nitrì con tutta la forza di cui disponeva, emettendo un suono che infranse la coltre di silenzio in cui era immersa tutta la via. Si accese addirittura la luce in qualche finestra, per poi subito spegnersi. Ora la bestia non si trascinava più sulle scarnite zampe, ma procedeva a un passo ritmico cui ben presto fece seguito un trotto veloce, poi velocissimo. Il suo pelame era divenuto lucido e la sua nera criniera un folto e lungo ornamento a un esemplare che non 95


avrebbe certamente sfigurato nelle manifestazioni e nelle mostre. Sembrava in piena corsa agonistica quando il vetturino disse: “Allacciatevi le cinture e reggetevi! Si volaaaa. Dimenticavo signora , se sento urlare suo marito significa che ha sbagliato la presa” disse il cocchiere compiacendosi della battuta e calzandosi il cappellaccio prima di spiccare il volo. A questo punto della storia non è importante descrivere cosa accadde in volo, ma cosa accadde il mattino seguente, quando i due giapponesi presero la malaugurata decisione di rivelar a tutti ciò che era loro successo, compreso il Commissariato di polizia del paese in cui si trovava l'albergo cercato. Perché nonostante quell'avventura ci arrivarono all'albergo e ci pernottarono, sebbene come chi sceso da un aereo si fosse imbarcato su un cavallo, anzi un cocchio con gli ottoni lucidi, lucidi. Ecco di questo si parlava, all'ora di chiusura, al bar «L'angolo». Bar che era veramente situato all'incrocio di due strade e per questo, senza troppa fantasia, così era stato chiamato dal proprietario. Nel bar si stavano consumando, anzi, si erano già consumati gli ultimi focolai di polemiche, opinioni e supposizioni circa l'accaduto, senza che qualcuno, comprese le autorità, avesse detto se i giapponesi avessero bevuto, mentissero o dicessero la verità. Infatti, la questione si era trascinata per circa un mese tra mille polemiche, complice sia l'ostinata resistenza dei giapponesi nel dire che avevano volato per giungere all'albergo «Aurora», sia la morte improvvisa -anzi la notte stessa dell'accaduto- di cavallo e cocchiere, trovati inspiegabilmente senza vita nei loro rispettivi letti: uno in camera, l'altro nella stalla. Alla scomparsa del loro principale testimone i due turisti avevano reagito salendo sul palazzo più alto della piazza del paese dove avevano spiccato il volo e mostrarono, a chi assisteva alla scena, un lenzuolo con scritto “Unicolno, unicolno” suscitando l'ilarità della folla che lentamente si era radunata e dalla quale partivano strali del tipo: “Diteci la verità, siete andati a Siena e avete preso un colpo di sole sulla torre del Manga!”.

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Insomma per un intero mese non si era fatto che parlare di tutto questo e, se volessimo dare delle cifre, dovremmo dire che il partito dell'unicorno, seppur agguerrito, era in netta minoranza. Nel bar «L'angolo» anche quella sera tutti avevano detto la loro, tranne “Penna” (soprannominato così per via dei suoi trascorsi nella stampa locale). Avvezzo a poche righe e alla precisione nel descrivere i fatti, se ne era stato in disparte e in silenzio. Era come un bicchiere opaco lasciato per tutta la sera in disparte sia dall'avventore sia dai clienti. Nessuno aveva voluto conoscere la sua opinione fino alla domanda del proprietario del bar che gli chiese: “ Penna com'è che non hai detto nulla?“ “Perché la faccenda non è chiara, non è chiara per niente” rispose secco senza distogliere gli occhi dal giornale che stava leggendo. “Toh, sei anche tu del partito dei ciuchi volanti?” commentò sarcastico l'avventore continuando a lustrare i bicchieri appena lavati. “Sarà stato un ciuco, come dici tu, ma io ci andrei pianino a dire che è tutta fantasia. Vedi, tu sei giovane e tante cose non le puoi sapere”. “Quali cose Penna?” chiese quasi sfottendo il barista che intanto aveva strizzato l'occhio all'altro unico cliente di quella tarda ora. “Cose da nulla, da nulla... ma che fanno pensare” disse indifferente all'accento ironico che traspariva dalle domande del giovane barista. “Dai Penna, non ti far pregare! Dicci tutto. Offro io, prendi un birrino" “No ora è tardi, domani forse” rispose alzando la testa e guardandolo bene in faccia con due occhietti scavati nelle rughe. “Poi che c'è da dire... se avessi sentito come il vetturino declamava l'Apocalisse quando era più giovane capiresti che qualcosa di strano c'è. Era il capitolo sui cavalli, ora non mi ricordo... uno nero, uno rosso... uno verde e uno bianco, mi sembra. Lo stavano tutti ad ascoltare. Una volta fece capannello con il vescovo a discutere di quelle pagine”. L’Apocalisse? Ci manca la fine del mondo ora” disse l'avventore scuotendo la testa e dando maggior lena allo straccio con cui lustrava i pochi bicchieri ancora nel cestello... 97


“Sì, era bravo davvero, sai” replicò calmo Penna. “Poi - aggiunse grattandosi la testa- tanti anni fa girarono un film in cui era prevista una scena con delle botticelle... sì insomma... cavalli e carrozze. La girò lui e quattro suoi amici. Prima di girare la scena sai cosa fecero per divertirsi? Una corsa nelle vie della città dove c'era il set. Vedessi che roba! Meglio di Ben Hur. Era tutto un sorpassarsi! Ora l'uno ora l'altro con quei cavalli che sembravano macchine tanto erano precisi nel rispondere ai comandi e veloci. Gli stranieri, per farti capire, scendevano dalle grondaie con l'assegno in bocca pur di comprare uno di quei cavalli, ma nessuno ne vendé uno. E pensare che avrebbero fatto i signori anche vendendone uno soltanto”. “Davvero Penna? Quando è successo?” chiese il barista interrompendo il lavoro che stava facendo. “Mah, quaranta, e più anni fa. Tu non eri nato. E ti dico anche che quando aveva bevuto un po' diceva che aveva corso all'olimpiade del 776 avanti Cristo, la prima di cui si abbia memoria scritta, capisci? Ecco perché tutti lo chiamavano «L'auriga». Mi è dispiaciuto che di questo soprannome nessuno abbia scritto niente sul giornale. Stavo quasi per scrivere al direttore, ma poi ci ho ripensato, a che pro farlo? Di chiacchiere su questa storia se ne son fatte sin troppe. Scommetto che non sapevi niente di quello che ti ho detto”. “No Penna, non sapevo niente, ma di qui e dire che ha fatto volare due giapponesi alle due di notte ce ne corre, via Penna... ” disse il giovane barista come per esortarlo a un maggior realismo. Poi aggiunse “E' troppo grossa e... vai eccolo! buonasera Sguesh”. disse rivolto a un cliente che inutilmente cercava di entrare aprendo una porta che già era stata chiusa dal barista che aveva intenzione di andarsene a casa. “Aspetta che aproooo!” quasi urlò incamminandosi verso la grande porta a vetri. Sguesh era alticcio, per non dire ubriaco, anche quella sera. Molleggiava sulle gambe come era suo solito quando aveva bevuto o diceva di averlo fatto magari con la scusa che fuori era un gran freddo. Infatti anche quella sera si stringeva nel 98


cappottino leggero che indossava come alibi. Appena entrato disse che faceva freddo e che: “Un bicchierino di bianco ci vuole proprio”. Se lo fece versare fino al punto ritenuto sufficiente e poi esclamò: “Sguesh” per dire che il vino era bastante. Accompagnò la parola col solito gesto secco del polso e con le dita della mano destra strette l'una con l'altra come in un saluto militare. “Se è da stamani che bevi avrai certamente fatto sguesh e risguesh” disse sorridendo il barista, mentre Penna ebbe una smorfia di ilarità e scosse la testa. “Allora di cosa si discute stasera?” chiese Sguesh. “Di ciuchi che volano” rispose il barista. Poi aggiunse “Ma potrebbero essere anche qualcos'altro, vero Penna?” “Potrebbe, io non lo so.” “Dammi retta Penna, oggi se vola qualcosa sono i piccioni, quelli volano!” e prendendo le chiavi dopo aver sistemato le ultime cose aggiunse “Sguesh, io chiudo. Penna, andiamo a letto” mentre con tono gentile disse all'altro cliente che ormai si era fatto tardi e che il bar chiudeva. Tempo di spegnere le luci e tutti erano lungo la via deserta, spazzata da un leggero venticello. Il rumore della serranda che si abbassò apparve un po' a tutti come il sipario su una vicenda che aveva infiammato la fantasia di molti. Quel rumore brusco diceva che ormai gli ultimi focolai di opinioni e polemiche si erano spenti, in attesa di qualche altro piccolo o grande incendio che ravvivasse lo stanco ménage tra la città e i suoi abitanti. Quello di Penna, in fondo, era stato l'ultimo tentativo di salvare il partito dell'unicorno. Tentativo andato non a buon fine, ma, come vedremo, non del tutto inutile. “Penna, vieni qua” disse Sguesh ormai all'angolo della strada “Ho da dirti una cosa” “E' tardi Sguesh, proprio due parole” rispose Penna guardando l'orologio. “Anche meno di due, ascolta!” disse invitandolo con una mano ad avvicinarsi “Come sai mio nonno faceva il ciabattino, insomma aggiustava e faceva le scarpe, ma poi...” “Dai Sguesh, falla corta” disse stizzito Penna. 99


“Insomma conosceva bene anche quello che fa le scarpe ai cavalli... come si chiama? “ “Maniscalco si chiama, maniscalco” disse Penna in procinto di perdere la pazienza. “Ecco, bravo Ma -ni-scal- co. E' importante sai, senza il maniscalco i cavalli ...insomma non camminano. Ecco , mio nonno conosceva il maniscalco del cavallo che dicono che sia volato, il cavallo dell'Auriga, insomma”. “Toh, e tu come che sai che lo chiamavano così? Neanche sul giornale c'era scritto” chiese sorpreso Penna. Sguesh rimase un attimo come assorto. Poi disse “ Mio nonno me l'ha detto, anzi da bambino mi diceva sempre di portare uno zuccherino a Metello. Ma lasciamo andare. Il fatto è che le cose bisogna saperle, non si può chiacchierare e basta come hanno fatto tutti. Bisogna saperle ed io le so Penna” disse queste ultime parole con una lucidità che sorprese Penna, tanto da farlo dubitare che fosse ubriaco, perché il suo tono era tranquillo, freddo, insomma del tutto diverso da quello chiacchierone sin lì usato da Sguesh. “Che sai” chiese serio Penna. “ Mi hai detto di farla corta ed io te la faccio corta. Sotto lo zoccolo della zampa posteriore destra il cavallo aveva una stella d'oro, Penna, una stella d'oro”. Sguesh si strinse nel cappottino e lentamente si girò, lasciando Penna nello sconcerto. “Ti ho detto tutto cronista- disse Sguesh voltandosi di nuovo-, ora sta a te risolvere il caso, e un modo c'è. Io vado a letto”. “Ascoltami” chiese Penna con gli occhi sbarrati “Ma sei ubriaco o che?” e come risposta ebbe un laconico: “Sgueshhhh...” che lasciò Penna ancor più attonito. Un dubbio si era ormai fatto strada nella sua mente. Tutto quanto aveva riferito sull'Auriga al barista e che lo induceva a credere ai due giapponesi aveva trovata la sua conferma nelle parole di Sguesh, un alcolizzato. Che fare? Credere o meno alle parole di un ubriaco? E ammesso che dicesse la verità come provarla? Il cavallo era stato cremato, per cui la sua eventuale stella d'oro era sicuramente andata perduta, e di giorni ne erano passati tanti. Ma se quel pazzo ubriaco aveva

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detto quella storia incredibile proprio ora un motivo doveva esserci come doveva esserci il modo di sincerarsi di ciò che Sguesh aveva detto. “Aspetta un attimo, vecchio rincoglionito!” disse ”Se il cavallo aveva una stella d'oro sotto lo zoccolo l'avrà sicuramente battuta con forza nel trotto e se l'ha battuta con forza può darsi che abbia lasciato traccia nel selciato! Potrebbe essere ancora lì l'impronta”. Convinto che quella fosse la soluzione s'incamminò velocemente verso la strada in cui si diceva che il cavallo avesse preso il volo. Intanto si frugava nelle tasche alla ricerca dell'accendino che lui, nonostante non fumasse, portava sempre con sé. Giunto alla via la osservò con attenzione. Calcolò all'incirca il punto dove il cavallo poteva aver raggiunto la sua massima corsa e si piegò. Accese l'accendino e comincio a guardare il selciato in contro luce ala ricerca di tracce. A un tratto gli sembrò di vedere brillare. Si mise gattoni e percorse con l'accendino acceso alcuni metri, fino a quando non trovò una vera e propria stella ben impressa in terra . Cosa che lo spinse a procedere più speditamente alla ricerca dell'altra. E ogni volta che ne trovava una aumentava la sua andatura. Non volendo stava mimando la corsa del cavallo, quando a un tratto un refolo di vento fece sollevare una carta lungo la strada. Il foglio si alzò in un volo di pochi centimetri. “Bravo Penna. Ha preso il volo proprio in codesto punto” si sentì dire alle spalle. Era Sguesh che dall'inizio della via aveva assistito a tutta la scena “Proprio in codesto preciso punto. Sei un segugio Penna!” disse sorridendo Sguesh «Ascolta, te l'ho chiesto prima e ora te lo richiedo: ma sei ubriaco o prendi in giro?» «Sgueshhhh...» rispose mimando, con il braccio teso verso il cielo, un aereo, anzi, un cavallo che prende il volo.

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TAVERNA LA VELA Era proprio una brutta notte quella che il signor M., agente di commercio, stava passando perso tra le viuzze del porto di T. Acqua e vento sferzante non davano tregua. Nonostante tutto doveva assolutamente raggiungere il numero 12 di Via dei Giullari e concludere un affare che sin dal primo contatto telefonico considerava a rischio. Tuttavia le necessità dell'azienda avevano avuto il sopravvento sul suo istinto e, nonostante le sue resistenze, aveva dovuto cedere alle insistenze del direttore commerciale. Erano da poco passate le dieci, quando il freddo e la stanchezza gli consigliarono un bicchierino. All'angolo male illuminato della via che stava percorrendo, vide una vecchia insegna luminosa che, penzolante, funzionava a intermittenza. "Taverna la vela" lesse con difficoltà. Tra sé pensò che per un bicchierino un bar valesse l'altro e, fatte alcune decine di metri, entrò nel locale, non prima di averne osservate da fuori le condizioni attraverso l'ampia porta vetri sferzata dalla pioggia. "Buonasera signore" disse il gestore che, nascosto da un paravento dai vetri colorati, lo udì entrare grazie a una fila verticale di campanellini attaccati a una vecchia striscia di cuoio posta quasi a contatto con la porta. Il signor M., superata quella minuscola anticamera, si trovò in un locale piccolo ma pulito. Fiocamente illuminato, presentava vaste zone d'ombra. L'arredamento era semplice: mura senza intonaco lasciavano che le pietre, intervallate da qualche mattone, sprigionassero un certo calore, mentre i tavoli di legno scuro e le sedie impagliate facevano sembrare il tutto veramente accogliente e tipico. Il signor M. si trovò di fronte un ometto calvo con dei baffetti bianchi, tutto intento a lustrare con scrupolo un calice appena lavato. Al saluto del barista rispose che neppure volendolo quella si poteva definire una buona serata e, sedutosi in uno degli sgabelli di legno accanto al banco tirato a lucido, disse: " Mi dia qualcosa di suo gusto, giusto per il freddo". "Aspetti che credo proprio di avere quello che fa per lei" rispose il gestore andando verso una cantinetta a parete che era lì vicino, da cui, dopo un'accurata scelta, prese 102


una bottiglia che conteneva un modellino di trireme greca ormai quasi del tutto macerato dall'alcool. "Guardi che spettacolo! Vele consumate e scafo ormai quasi del tutto corroso. Un grande invecchiamento! Vedrà che sapore!" esclamò entusiasta il gestore mentre tornava dietro al banco. "Come vedrà che sapore ?" pensò l' agente lasciando che comunque gli riempisse il bicchiere con quel liquore denso e ambrato contenuto in quella bottiglia polverosa, che effettivamente lasciava trasparire uno scafo. “Sono anni che aspetto di aprirla e credo che lei sia la persona giusta cui per primo farla assaggiare” disse l'ometto tutto sorridente. Udite quelle parole e non considerandosi un avventore, ma solo uno spinto lì dalla necessità, guardò in controluce calice e contenuto e lo assaggiò con un piccolo sorso. Il sapore era buono, simile a un passito. " Adesso vada a gustarselo in saletta, al buio insieme agli altri e... si goda lo spettacolo!" disse gentilmente e sorridendo quello strano cameriere. In un primo momento l'agente di commercio pensò di bere al banco e andarsene, ma la faccenda ormai lo aveva incuriosito. Dette una rapida occhiata attorno e vide una saletta piena di gente immobile, come ipnotizzata, dove regnava il silenzio più assoluto. Ogni tanto qualcuno di loro aveva dei sussulti, ma non si udiva parola. " Che succede?" disse tra sé un po' intimorito, ma determinato a capire in che razza di posto fosse capitato. S'incamminò incerto verso quella stanzetta semibuia, dove scelse il tavolo più vicino all'ingresso, uno dei pochi ancora liberi, forse perché tra i più illuminati. Si sedette e bevve tutto d'un fiato. Lentamente l'alcool fece effetto, ma non quello tipico. Nella sua mente, infatti, cominciarono a formarsi suoni e immagini. La scena che si stava producendo nel suo cervello era di una grande battaglia di mare, una di quelle dell'antichità. D'un tratto pochi ma chiari ordini lo scossero: "Le due triremi a destra convergano al centro. Ordinate ai rematori una forte spinta! Timoniere barra a destra!" sentì urlare. Sorrise stupito al ricordo delle parole del barista. "Certo, vedrà che sapore!" disse con un filo di voce prima di essere catturato completamente dalla battaglia che si proiettava nella sua mente. 103


UNA SCOMODA EREDITA’ C'era una volta in una bellissima città, che viveva gli anni del suo massimo splendore destinato a essere ricordato nei secoli, un palazzo stupendo, sicuramente il più bello fra i tanti palazzi sorti entro le antiche mura. Ci abitava una ricchissima signorina che faceva parte della classe sociale dei nuovi ricchi, sorta grazie all'intraprendenza e i commerci. Il fatto di non poter vantare nobili origini non costituiva un problema per lei, come per nessuno della sua classe, poiché era stata fatta quasi tabula rasa della classe nobiliare con una serie di leggi eversive che avevano cambiato profondamente il tessuto sociale. Brava signora, non c'è dubbio: perfettamente inserita, rispettata e talvolta anche ammirata, specie quando, senza guardare a spese, addobbava il suo splendido palazzo in onore di qualche festa religiosa o civile. Non era certo un gran sacrificio giacché il palazzo gli era stato lasciato dal padre in eredità, oltre a una vera e propria fortuna. Tuttavia il bellissimo e sorridente volto con cui il destino aveva salutato il suo ingresso nella vita era -se così si può dire- deturpato da un piccolissimo neo di nome Gigi, che nella vita si era dovuto sempre accontentare invece della benevola accoglienza fatta dal padre della ricca signora, il quale aveva nutrito nei confronti di Gigi un rispetto tale che qualcuno giudicava quasi riconoscenza. Il motivo era ed è rimasto ignoto. Alcuni avevano azzardato l'ipotesi che fosse il suo fratellastro; altri che fosse un talismano portafortuna; altri ancora che gli avesse salvato la vita durante uno dei suoi numerosi viaggi oltralpe. Fatto sta non si seppe mai perché avesse lasciato espressamente scritto che dopo la sua morte tutto il suo patrimonio passasse alla figlia, tranne una stanzina al pianoterra del palazzo, dove Gigi il rigattiere stipava, perché no, la sua di fortuna. Direte voi: "E allora? Dov'è il problema?" Il problema è che, sebbene i magnati fossero stati cacciati dalla realtà, il loro spirito aleggiava negli animi dei nuovi ricchi. . La vanità insomma non si sconfigge con le leggi. E la signorina Serbelloni ne aveva tantina o, meglio, tanta quanta ne serve per trasformare il semplice nome e cognome di battesimo e in un interminabile sfilza di secondi e terzi nomi . Infatti aveva deciso, dopo la morte del 104


padre di chiamarsi Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. In pubblico, però, non si faceva certo chiamare così, ma nella targa all'ingresso del palazzo non aveva potuto fare a meno di scrivere tutto e in bello stile. Di nuovo direte voi: "E allora, che c'è di male?" C'è che il padre lasciando quell'unica stanzetta al rigattiere aveva giocato di fino, vincolando il testamento, pena la nullità, con una clausola che prevedeva non solo la coabitazione forzata, ma anche un unico indirizzo, cioè un'unica targa. E così sotto a Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si leggeva un laconico Gigi. Scenetta questa che non era certamente sfuggita alle previsioni del padre, che conosceva assai bene la figlia e, più in generale, lo scalpitare della ricca gioventù di città, attratta proprio da ciò che i loro avi avevano detestato: il fascino e il potere della nobiltà. I molti che si erano recati al capezzale del vecchio morente, se ne erano tornati a casa sconcertati dalle sommesse risa del vecchio Serbelloni, il quale pochi istanti prima di morire, in un accesso di risa, aveva addirittura sputacchiato nell'orecchio del confessore, riuscendo a dire solamente e con un filo di voce: «Lei l'aspetti parroco; stia a vede' che succede». Il parroco non dormì per una notte intera al pensiero che il vecchio avesse giocato qualche brutto scherzo alla signorina Serbelloni, persona di cui si poteva dire solo bene e religiosissima. Il giorno dell'apertura del testamento, però, ogni timore fu fugato e la signorina Serbelloni non fece nessuna storia riguardo alla coabitazione forzata. Anzi era contenta. Fu il passare dei mesi a svelare il terribile scherzo paterno. Infatti non fu certamente il lavoro che svolgeva Gigi il rigattiere, né la sua povertà o la sua stessa presenza a creare quel che di lì a poco turbò la quiete della città stessa , ma, semmai, quell'assurda disparità di onomastico. Fin dalle prime feste, date con pompa magna, gli invitati, pur facendo sinceri complimenti alla padrona di casa, non potevano fare a meno di chiedere chi fosse quel Gigi che terminava l'interminabile sfilza di primi secondi e terzi nomi che la signorina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si era data dopo la morte del padre. La signorina, inizialmente, rispondeva con garbo, raccontando la vicenda del 105


testamento, ma poi, di festa in festa, cominciò a essere rosa da quel tarlo scomodo di nome vanità ed entrò nel vortice della competizione, dando feste sempre più belle nel tentativo di oscurare, pensa un po', uno di nome Gigi. Ma niente, quel nome, implacabile come una mannaia, gli calava sull'amor proprio. Infatti, a ogni festa c'era sempre qualcuno che chiedeva: "Chi è Gigi?". E questo accadde anche durante una cena luculliana, in uno dei pochi momenti di silenzio. E quella fu la volta che sputò tutto sul piatto e in parte sulla tovaglia. Si giustificò dicendo che gli era andato qualcosa di traverso, e noi sappiamo cosa! Ma è quello che accadde in seguito che ha dell'incredibile. Come ho detto in precedenza, con le leggi anti-magnati, i nobili furono espulsi dalla res pubblica, ma non eliminati fisicamente. I più se ne erano andati proprio, e i pochi che erano rimasti raramente scendevano in città. Tra questi ce n'era uno che, invece di vivere il famoso splendido isolamento, aveva accettato la nuova situazione economica, politica e culturale . Era un signore di mezza età, calvo e con una barba che seguiva il profilo del volto. Tarchiato e grassottello passava le sue poche giornate libere da impegni proprio in città, fermandosi a parlare con tutti gli artigiani e commercianti, prendendo così ogni tipo d'informazione. Frugale nei pasti, si può dire che si nutrisse di novità, che ingurgitava avido assieme a qualche bicchier di vino di qualche osteria dove di buon grado giocava a dadi o a carte con chi era disponibile. Un uomo semplice, nonostante che la sua famiglia vantasse ascendenti nel patriziato romano. Ma ciò non gli si poteva attribuire confondendosi, come accadeva, tra la folla. Inoltre non aveva gli svaghi tipici dei nobili, ma anche lui, come ispirava la città, si dedicava all'arte: era un po' falegname, un po' fabbro, un po' ceramista e un pizzico pure poeta. Non aveva moglie, né molti soldi, ma era considerato il miglior partito della città e oltre, per via del titolo di marchese che lo inseriva all'interno di quella ristretta cerchia che forma quella che oggi diremmo essere l'aristocrazia nera. Aveva ricevuto offerte di matrimonio provenienti anche da regni d'oltralpe. Ma dopo il primo abboccamento c'era sempre stata qualcosa che gli aveva fatto dire di no. 106


Troppe erano le cose a cui avrebbe dovuto rinunciare e la mano offerta non le conteneva tutte. Anche la nostra Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, che come abbiamo detto era una signorina, gli aveva messo gli occhi addosso e, pur non vantando alcun titolo, si faceva forte dei quattrini, tanti, veramente tanti. La prima volta che s'incontrarono fu nella piazza principale durante il Palio di S. Giovanni, in una splendida giornata estiva. Fu un colloquio veloce quanto basta per un invito alla sua prossima festa. Il marchese fu costretto a parteciparvi avendo declinato tutti gli inviti ricevuti durante la settimana. Stavolta non riuscì a trovare scuse adeguate e disse di sì con estrema gentilezza e con quella voce che coniugava magnificamente la semplicità delle parole con l'innato accento nobiliare. La cadenza del suo parlare era morbida e calma, tanto che le sue parole uscivano come sfere perfette dalle sue labbra; e forse per questo motivo tutti, dal ricco al povero, erano contenti di fermarsi a fare due chiacchiere con lui. La festa a cui il marchese era stato invitato dalla Serbelloni era in realtà una cena. Vennero ospiti da tutta Italia e vi partecipò anche qualche nobile straniero di passaggio. Inutile parlare dei piatti che furono preparati: c'era di tutto da tutto il mondo conosciuto e oltre. Quella era l'occasione che la contessa non poteva lasciarsi scappare. Con quella cena voleva dire chiaramente al marchese :«Non ho titoli, ma ne posso comprare e mantenere uno alla grande!». Per cui basta un pizzico di fantasia per capire che cosa non fu capace di mettere in tavola. Il nobiluomo giunse con po' d'anticipo, pur avendo lasciato a malincuore un intarsio che gli aveva procurato più di un grattacapo. Aveva percorso quasi tutta la città a piedi e giunto al palazzo fu attratto dalla lucina fioca che usciva dalla stanzetta di Gigi. Il rigattiere era tutto preso dall'inventario: controllava ogni pezzo e ogni prezzo che all'occorrenza cambiava: se era molto che non lo vendeva diminuiva la cifra, mentre se di quell'articolo c'era stata richiesta lo aumentava. In quel momento era alle prese con un manico di picca. Lo stava guardando incerto perché essendo scheggiato malamente non poteva servire più come tale: "Madisse- è buono come manico di scopa, lo venderò a un soldino!" e canticchiò una filastrocca sui soldini che sarebbero ristorato le sue misere tasche. Il nobiluomo lo 107


guardava non come si potrebbe pensare, cioè con compassione. Lo abbiamo già detto, non era tipo da perdersi in certi argomenti o pensieri. Al contrario, vedeva in lui uno che nutriva la sua stessa passione per l'artigianato, sebbene coltivata diversamente. Il signore avrebbe voluto fermarsi a parlare, ma il tempo stringeva e gli sembrava oltremodo scortese giungere in ritardo. Lo lasciò al suo lavoro promettendosi di venirlo a trovare forse l'indomani stesso. Intanto si accontentò dell'indirizzo. "Gigi, palazzo Serbelloni" memorizzò salendo le scale illuminate da torce multicolori che davano l'impressione di entrare in un altro mondo dopo la fioca lucina che avvolgeva Gigi. Qui lascio al lettore di sbizzarrirsi sugli arredi, le persone, la cena e gli argomenti per giungere subito al sodo. La Serbelloni si aspettava la domanda che la mandava in bestia, cioè :«Chi è Gigi?» ma stavolta non ci fu. Nessuno gli rivolse contro quella splendida cena, per cui leggera come una farfalla volò verso il momento più atteso: il gran ballo. Lo attendeva perché poteva avvicinare quello che considerava il suo futuro marito, tanto era sicura di farcela. Voleva ingaggiarlo in un corpo a corpo da cui, era certa, ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Gli invitati si disposero su due file contrapposte: donne da una parte uomini dall'altra; sarebbe stata la musica a unirli con arco voltaico di note. Iniziarono le danze e il marchese sfoggiò una buona abilità, o meglio un'abilità sufficiente a non sfigurare. Ma nonostante tutto quello sfarzo non poteva fare a meno di pensare a Gigi: quella sua lucina fioca, fioca, la sua filastrocca e il manico di picca gli danzavano nella mente più delle note della musica. Pensava a questo, ma non dimenticava di rivolgere cortesi sorrisi alla padrona di casa. Quando furono vicini il suo sorriso si fece ancora più garbato e disse continuando a ballare: "Mi scusi... " "Certo, le pare..." disse la Serbelloni. Poi la danza li allontanò. Al secondo giro il signore aggiunse:" Posso chiederle..." "Tutto quello che vuole mio caro" replicò facendo gli occhioni dolci, dolci sicura che la domanda avesse per oggetto un anello di fidanzamento. E poi di nuovo via 108


con il ballo fino a che giunse il punto interrogativo finale: “Chi è Gigi?". La Serbelloni cominciò a tremare cambiando più colori: dal rosa pallido al rosso pomodoro. Il suo corpo s'irrigidì, le mani si chiusero a pugno e crollò a terra in preda a una crisi isterica. Il povero signore non sapeva più cosa fare né dove guardare. " Signorina ho chiesto solo chi è Gigi?!" disse costernato . Il pover'uomo guardava a destra e sinistra e quasi urlando si giustificava con gli altri invitati... La Serbelloni pareva indiavolata. Quella cena si era trasformava in girone dantesco, in cui un diavolo di nome Gigi infieriva sulla povera signorina per punirla chissà quali colpe. Quel nome proprio era un tridente feroce che penetrava senza tregua la carne della padrona di casa. E più le persone cercavano di far tacere il pover'uomo e più lui pronunciava quel nome :"Gigi, Gigi" esasperando così tanto la Serbelloni che giunse a digrignare i denti a chiunque si avvicinasse. Poi una decina di uomini e un e un giovane frate ridotto allo stato laicale- che colse subito l'occasione per dire che aveva subodorato la presenza del maligno alla terzo piatto di quaglie, quando aveva detto: "Sento odor di bruciato"- la portarono via di peso . E' inutile parlare sulla costernazione dell'ospite d'onore, che guardandosi attorno con le braccia aperte continuò per alcuni interminabili minuti a dire : «Gigi, ho detto solo Gigi». Concentriamoci invece sui fatti che seguirono. La Signorina si riprese, ma in malo modo, cioè decise che quella coabitazione doveva finire: o lei o Gigi. Cominciò a togliere la vecchia targa su consiglio del leguleio e sostituirla con una nuova in cui compariva solo il suo nome e cognome. Lo aveva pagato bene per dargli ragione, ma Gigi glielo disse chiaro: "Non le compete!" e sfoderando una copia del testamento di fronte al giudice civile ebbe ragione. La marchesa non si dette certo per vinta e oltre a cogliere ogni pretesto per toglierla di nuovo mise due paggi all'ingresso principale con il compito di annunciare agli ospiti e visitatori occasionali che quello era il palazzo di Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. . La storia andò avanti così a lungo che dovettero intervenire le autorità perché l'auditore fiscale innumerevole volte non aveva potuto svolgere i suoi uffici. 109


Sembra che del caso ne fu investita addirittura la Segreteria di stato. E pure lei la considerò una bella gatta da pelare. Il parere che espresse, proprio perché non sapeva che pesci prendere, fu che si facesse appello al popolo. Si sarebbe indetta una gara dalla quale sarebbe uscita la targa che i cittadini preferivano. E qui a onor del vero bisogna dire che nonostante la decisione apparisse come presa dalla Segreteria, sembra però che sia uscita dallo scrittoio del principe, sempre ben disposto a dare una mano e talvolta titoli alle famiglie più facoltose, desideroso com'era di circondarsi, al pari delle altre corti europee, di marchesi e duchi. E poco importa se ciò metteva a repentaglio il fragile mosaico del suo regno, nato proprio grazie alla rivolta contro i feudatari e signorotti locali, perché alla vanità, seppur spacciata per ragion di stato, non si comanda. La Serbelloni pensava di aver già vinto, mentre il povero Gigi per notti pensò cosa fare. Se ne stava rintanato nella sua stanzina rimuginando il problema; un indirizzo alla sua aziendina ci voleva: "Dove trovano Gigi se non qui! Tutti sanno che abito qui!" sbottò una notte insonne dando un calcio a una scarpa vecchia, che poi soccorse amorevolmente. "Io né vo via, né cambio indirizzo!» furono le sue ultime parole. Intanto la contessa aveva commissionato una ceramica nella miglior bottega artigiana della città. E un cuor suo era convinta di aver già vinto. E quando giunse il giorno del verdetto sfoderò il suo umore migliore, convinta che quella gara altro non fosse che un esorcismo e che ciò l'avrebbe liberata da quel diavolaccio di nome Gigi. Tutto il popolo e tutte le autorità si radunarono di fronte a palazzo Serbelloni-Gigi. Un velo di seta copriva la targa della contessa, mentre uno straccio, il migliore che il destino gli aveva messa disposizione, quella di Gigi. La prima a scoprire l'opera fu la contessa. Era una ceramica stupenda che raffigurava scene di caccia ed era arricchita da motivi floreali e piccoli accenni ai miti greci. Appena visibile fu accolta come un figlio atteso e bellissimo. Un: "Ohhhh..." si alzò corale verso il cielo insieme alla soddisfazione della contessa, che guardava Gigi come dal paradiso. Gigi dal canto suo non aveva smaltito l'arrabbiatura delle sere precedenti. Anzi ,l'aver sciupato la miglior piastra di rame 110


del suo magazzino lo aveva spinto alla sua miglior grafia, tanto che quando mostrò il suo lavoro tutti si meravigliarono di come Gigi scrivesse . Niente di particolare aveva scritto, ma non avendo il becco di un quattrino si rifugiò nell'ironia:" Come la vien da i' mare" scrisse" e la ci ritorna, Gigi!" anche il punto esclamativo ci mise. Se prima c'era stato un :"ohhh..." lungo lungo, ora c'era una risata generale e un applauso caloroso. Due fazioni si erano formate e in fondo ce n'erano di motivi: chi amava l'arte non poteva che sostenere la Serbelloni; chi amava l'ironia non poteva che appoggiare Gigi. La faccenda, che aveva coinvolto il popolo, aveva finito per dividerlo trasversalmente. La faccenda tornò di nuovo sul tavolo della Segreteria che non riuscì a risolvere quell'imprevedibile ex equo. Perciò decise che tutto doveva rimanere come prima e che il testamento fosse rispettato alla lettera. Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare dette su tutte le furie. Gridò allo scandalo e prese a male parole il ceramista. Ma non ci fu nulla da fare: con un motuproprio del principe la faccenda fu cassata. Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare , come i magnati prima di lei, se ne andò dopo aver venduto il palazzo a un conte cui la presenza di rigattiere non disturbava affatto. Il popolino, rappresentato da un diavolaccio di nome Gigi, aveva di nuovo cacciato, temporaneamente, legge alla mano, quella che di lì a poco sarebbe divenuta la nuova feudalità. Gigi, invece, non solo continuò il suo lavoro di rigattiere, ma si fece un nuovo amico: il marchese fu visto più volte attardarsi in quella stanzetta illuminata fiocamente di cui Gigi era divenuto il padrone indiscusso. Ciò che li univa non erano certamente i soldi, le amicizie o i titoli, ma quella strana simpatia che a volte nasce tra realtà opposte, ma profondamente rispettose l'una dell'altra. Diversa sorte è toccata al palazzo: alcuni a tutt'oggi lo chiamano palazzo Serbelloni; altri palazzo di Gigi non essendosi mai sanata nel popolo la frattura creata con quella gara pubblica vinta dall'ostinazione di un umilissimo rigattiere e persa , in fondo, per un eccesso d'amor proprio, che molti sinteticamente chiamano vanità.

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CESIRA Levante, piccolo paese di quattromila anime, collocato nel fondo di un lago prosciugatosi nella notte dei tempi e per questo ricco di fossili, era famoso per le sue piccole e grandi aziende florovivaistiche e per la passione dei suoi cittadini per il giardinaggio, tanto che nel mese di Maggio si teneva un’importante manifestazione che attribuiva ai fiori più belli ricchi premi. I giardini privati in quel periodo erano lussureggianti e i proprietari prestavano loro ogni cura necessaria, grazie anche a un fitto passaparola con cui le informazioni e le esperienze circolavano liberamente tenendosi ben distanti dall’invidia. Tutto sarebbe stato armonico se non dovessimo riferire della presenza di Cesira, detta anche “cesoia”, una donnina anziana e minuscola, secca e dritta come un chiodo e dal naso aquilino che la faceva assomigliare a qualche vecchio e strano fossile di cui la zona, come abbiamo detto, era ricca. La sua passione era sì il giardinaggio, ma non aveva mai coltivato un fiore, li aveva sempre colti nei giardini altrui, per cui era considerata dai proprietari alla stregua di un insetto nocivo, contro cui non era stato trovato un rimedio, se non quello d’inveirgli contro ogni volta che s’intrufolava nei giardini e… zac, coglieva i fiori più belli per poi portarli alla statua della Madonna collocata nella chiesa di paese. Questa era anche la giustificazione che disarmava sempre tutti coloro che, è proprio il caso di dirlo, la coglievano non con le mani nel sacco, bensì con il fiore in mano. Qualcuno certamente andava in collera e furioso minacciava bestemmie, cioè l’esatto contrario di quanto la religiosissima Cesira si attendeva da quel suo strano ufficio per conto di nessuno, giacché il parroco aveva preso le distanze e scaricata ogni responsabilità sulla vecchietta, di cui solo blandamente aveva preso le difese adducendo il motivo della sua condotta all'età. I familiari di Cesira dopo ogni colpo erano ritenuti responsabili e non poche volte si erano trovati di fronte i proprietari dei giardini minacciosi e urlanti che quella storia doveva finire o sarebbero andati per via legali denunciandola. Sua figlia la consegnò addirittura alle mani di un

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bravissimo psichiatra che non poté fare altro che prescrivere una dose massiccia di anti-compulsivo, che Cesira, facendo finta d’ingoiare, in realtà sputava. Quel mese di Maggio tutti attendevano la fioritura della pianticella esotica acquistata direttamente dal signor Carlo grazie a un costosissimo viaggio in Oriente. La sua costituiva la novità dell’anno e quindi gli abitanti di Levante si può dire che non parlavano d’altro. Del resto tutto prometteva bene perché alle amorevoli cure si era aggiunta una favorevolissima stagione. E, infatti, di lì a poco la pianticella produsse un fiore bellissimo e altrettanto raro che costituiva la meraviglia di tutti e l’orgoglio del suo proprietario. Il fiero riesenschnauzer che faceva la guardia al giardino e alla casa del signor Carlo garantiva da ogni intrusione, o almeno così si pensava. La notizia era da qualche tempo giunta alle orecchie finissime di Cesira che di tanto in tanto era stata vista aggirarsi nei paraggi senza però dare tanto nell’occhio. Fu al momento della fioritura che le sue visite s’infittirono, ma questo, data la presenza del cane, non destava nessun timore, anzi, suscitava battute ironiche sulla fine che avrebbe fatta Cesira avventurandosi nel giardino di Carlo che, protetto dal cane, dormiva sonni tranquilli, turbati solo dalle fitte telefonate di coloro che si complimentavano con lui. Fu durante una pennichella che avene il fatto, meglio, il colpo, di cui la vittima si sarebbe accorto solo una o due ore dopo se non avesse udito il consueto: ”Ruuurrr” con cui il cane salutava l’arrivo di uno stretto familiare. Il saluto del cane però non fu accompagnato dall’apertura della porta d’ingresso, né da alcuna voce conosciuta. Il signor Carlo insospettito si alzò e si diresse in giardino, dove il cane giaceva immobile sotto una magnifica ortensia. Rassicurato, stava per richiudere la porta quando gli venne in mente di dare uno sguardo al suo gioiello. L’urlo fu una via di mezzo tra un ululato e un barrito: ” Cesiraaaaaa, maledettaaaaa…noooo…nooooo!” gridò gettandosi all’inseguimento in mutande dopo aver assestato un calcione alla povera bestia. E qui bisogna dire che il cane non aveva nessuna colpa, anzi si era comportato secondo lo standard della razza, perché pochi sono al corrente che un riesenschnauzer sa sempre quello che si deve fare, tanto che molti ebrei durante i rastrellamenti devono la loro vita 113


proprio a questi cani, che sebbene li avessero scovati né gli abbaiarono contro né li aggredirono, ma li lasciarono andare. Nel nostro caso lo vedete il cane assalire una vecchietta che coglie un fiore per Maria? No, proprio no. E bisogna anche dire che Cesira durante i suoi sopralluoghi non si era sbagliata circa l’indole del cane. La mole, quei suoi baffoni neri e le lunghe sopracciglia anch’esse nere, le mettevano sì soggezione, ma al contempo le davano l’impressione di un vecchio sergente burbero ma all’occasione buono come il pane, per questo trovò il coraggio di entrare nel giardino. Ma adesso torniamo in strada. Carlo, svoltato l’angolo che immetteva in un’ampia strada, scorse di lontano Cesira che sembrava volasse tanto era contenta. Incurante della sua mise, iniziò a correre all’impazzata non prima di aver cacciato un urlaccio che intimava alla vecchietta di fermarsi. Cosa che Cesira si guardò bene dal fare, anzi si mise a correre pure lei in direzione della chiesa che non era molto distante. Sapeva che se l’avesse raggiunta sarebbe stata salva: chi picchierebbe un’innocente vecchietta in chiesa? Fu una corsa al fotofinish ma Cesira vinse. Entrata in chiesa fece un ultimo sforzo e andò a rifugiarsi ai piedi della statua della Madonna. Quando Carlo la raggiunse con voce dolce e occhi tenerissimi gli disse: ” L’ho colto per la madonnina”. Carlo era fuori di sé. Digrignava i denti e a tratti allungava le mani con l’intento di strozzare la vecchietta che continuava a sorridere. “Dammi il fiore Cesira” disse sordo Carlo con gli occhi fuori dalle orbite. “No, è della madonnina“ “Dammeloooo” gridò come impazzito Carlo. Tutto quel trambusto fece accorrere il parroco che alla vista di Carlo in mutande e fuori di sé dalla rabbia intuì subito cosa era successo e se ne sentì in parte responsabile poiché la statua si trovava nella sua chiesa. “Non urliamo su, siamo in chiesa! Cesira cosa hai combinato?” “Guardi reverendo, guardi quant’è bello! Chissà come sarà contenta la madonnina. Aspetti che lo metto nel vaso”. “No Cesira, restituisci il fiore a Carlo e chiedigli scusa”. 114


“Ma come?” “Forza Cesira non fare storie”. Cesira allungò il corpicino senza vita di quello che a tutti gli effetti poteva considerarsi il figlio di Carlo tante erano state le cure che gli aveva prodigato, il quale lo prese non più in preda all’ira ma al dolore che gli velava di lacrime gli occhi. “Vada a vestirsi Carlo e ricordi che il perdono è la principale virtù cristiana. E tu Cesira devi smetterla. Non si rubano i fiori per la Madonna . si comprano o si coltivano”. “Oh, la madonnina” disse Cesira voltandosi e abbracciando le gambe della statua posta su un piedistallo “gli voglio tanto, tanto bene. Reverendo, ci andrò in Paradiso? Per questo gli porto i fiori perché voglio andare in Paradiso”. “Tu forse ci andrai Cesira, però ne mandi un centinaio all’inferno se non la smetti di cogliere i fiori nei giardini altrui. Adesso vai a casa e recita due corone per penitenza”. Cesira fece qualche passo verso l’uscita e si voltò per un ultimo bacio alla madonnina. La statua, a causa degli slanci affettivi di Cesira, si era mossa dalla sua base e improvvisamente rovinò addosso a Cesira. La cosa strana fu che la testa della Madonna andò precisa precisa a cozzare con quella della vecchietta andando in frantumi. Il resto del corpo fortunosamente rimase integrò. All’urto Cesira stramazzò a terra incosciente. Il sacerdote, convinto che Cesira ci fosse rimasta secca, non cercò neppure di rianimarla, ma si precipitò in sacrestia a telefonare al pronto soccorso, cui chiese con urgenza un’autombulanza. Tornato poi dalla povera Cesira la trovò dolorante ma cosciente. “Cesira, come stai?” chiese il parroco. “Oh madonnina, madonnina! Che cosa è successo?” “Ti è caduta la statua sulla testa” rispose il sacerdote. “Si è rotta?” “Per ora non vedo sangue. Ti è andata bene” “Non chiedevo della mia, ma di quella della madonnina”. “Solo la testa è andata in frantumi” “Visto padre, la madonnina mi ha benedetto” disse sorridendo Cesira. 115


“Se è così l’ha fatto con una mano piuttosto pesante. E’ una benedizione sufficiente per tutta la vita” rispose il parroco ancora incredulo che Cesira fosse viva. “Sa reverendo quando ero svenuta sognavo di essere in un giardino pieno di fiori. Vedesse belli! Oddio quanto erano belli! Di tutte le varietà e specie. Però quando allungavo la mano per coglierli veniva un angiolino e con il ditino mi faceva segno che non era possibile”. “Ma che eri in Paradiso Cesira?” disse il parroco ridendo e sollevato sentendola ragionare con lucidità. “Penso di sì, ma se non si possono cogliere fiori e darli alla madonnina che ci vado a fare in Paradiso?” chiese perplessa. “Quando sarai in Paradiso la Madonna saprà certamente apprezzare le tue intenzioni e non sarà necessario coglierli. Oh finalmente è arrivata l’autoambulanza” disse il parroco alzando gli occhi sui due uomini che stavano entrando in chiesa con la barella. “Ora Cesira ti porteranno all’ospedale per dei controlli. Avvertirò io i tuoi figli, non preoccuparti, Pensa a riposare”. “Sì reverendo. Sa, quando mi dimetteranno credo che li comprerò i fiori. Non sta bene prenderli nei giardini degli altri”. “Dio voglia Cesira, Dio voglia” rispose il parroco sempre più convinto che quel colpo fosse stato provvidenziale. “Si sposti padre che la mettiamo in barella” dissero i due infermieri dopo aver fatto tutto quanto era necessario. “Reverendo” disse Cesira al parroco che gli stava accanto stringendo gli la mano” pensa che sarebbe una buona idea mettere ai piedi della madonnina un vassoio con caramelle, cioccolatini e gomme da masticare? Sa per i bambini”. Il parroco a quelle parole chiuse gli occhi sconsolato. Poi disse: ”No Cesira, non mi sembra per niente una buona idea”. “Insomma ci pensi. Potrei portare tutto io, ha visto quanti bar e negozi di generi alimentari ci sono in paese?”. 116


Il DRAGONE SCORREGGIONE E I PESCIOLINI MUSICI

Si dice muto come un pesce, ma è poi sempre vero? Nella nostra storia, infatti, i pesciolini cantano e ballano, tanto che sono conosciuti come “i pesciolini dalla livrea di note” o “musici”. Essi abitano il lago dell'Arpa a cento corde, dove il mattino inizia molto presto fra canti e balli. E' una società ben organizzata, la loro, e votata alla pace e alla concordia. Su tutti regna un'anziana regina, una trota, vedova del più saggio pesce che abbia mai nuotato in quelle acque: un luccio. Quello che però rende felici quelle sponde sono le migliaia di pesciolini, di ogni forma e colore. Essi attraversano i ghiaiosi fondali e la superficie, non mancando mai di fare salti spericolati per aria a cui seguono grandi spanciate. Su tutti loro veglia una vecchia carpa che si occupa anche della loro istruzione. Come in tutte le realtà, anche allo stagno dell'Arpa a cento corde c'era un problema, un grosso problema e per grosso intendo in tutti i sensi: un drago scoreggia fuoco. Imperversava su quella placide acque da qualche annetto e nessuno riusciva a liberarle. I pesciolini si sa, poverini, possono ben poco. Tutta la loro capacità di resistenza è la sopportazione di quegli enormi, dispettosi boati che facevano salire notevolmente la temperatura delle acque, oltre che intorbidarle e ammorbarle. Ad ogni scorreggia, volutamente fatta a pelo d'acqua, l'armonia e la pace veniva interrotta per una buona mezz'ora. Tra l'altro, il drago sceglieva sempre i momenti più belli per rovinarli. Matrimoni, compleanni, feste civili, religiose (sì, i nostri pesciolini sono pure oranti) e tutti momenti di festa erano rovinati da degli enormi, infiammati e pestilenziali “sbraaaang” che uscivano dall'enorme intestino del drago, il quale ogni volta se la rideva, con la sua vociaccia rauca, dello spavento che faceva prendere a tutti. Un giorno nella polla del Gran Consiglio si tenne una riunione per risolvere il problema. Le idee furono molte, ma nessuna apparve risolutiva fino a quando un avannotto timido timido non propose di rivolgersi alla solitaria tinca, stimata da tutti per la sua vita ascetica. Fu così che una delegazione di pesciolini risalì buona 117


parte del fiume che alimentava il lago e raggiunse la sua grotta. Il problema le fu illustrato nei dettagli, nella speranza di coinvolgerla in una questione che niente aveva a che vedere con la meditazione e l'ascesi. “Bene, bene, bene...e così abbiamo a che fare con un dragone scorreggione. La soluzione potrebbe esserci, ma richiede pazienza, non molta a dire il vero, ma ci vuole un po' d pazienza. La prossima volta che scoreggia dovete pedinarlo e vedere dove, dal momento che dal suo ano escono fiamme, va...come dire...insomma... a rinfrescarsi un po'. Dopo vi dirò cosa fare” “Grazie, grazie mille faremo ciò che ci ha detto e in pochi giorni le riferiremo”. Da quel giorno i pesciolini organizzarono pattuglie che perlustravano il lago per farsi un idea dei luoghi che potessero essere di gradimento al drago e anticipare così i tempi. Poi organizzarono una festa in costume e fecero sì da dargli il maggior risalto possibile, creando ad arte un clima di festa in tutto il lago, cosa che certamente non sarebbe sfuggita al drago che, infatti, capì al volo quello che si preparava e per giorni non si liberò dai suoi gas naturali e mangiò verdura e carne in gran quantità, pregustando il momento in cui si sarebbe sfogato. E' così fu. Un grosso, enorme “sbraaang” rovinò la festa, ma il drago -e questo è l'importantenon si accorse che si stava preparando la sua di festa. Infatti, uno dei luoghi precedentemente valutati dai pesciolini come adatto a rinfrescare le sue chiappe, si rivelò azzeccato. Il drago prima fu visto svolazzare leggero leggero e sorridente vicino al canneto di ponente, poi scendere nelle acque e immergere il suo deretano, cosa che fece salire in aria molto vapore oltre che una puzza insopportabile. I pesciolini corsero subito a riferire tutto quanto alla tinca, la quale rispose loro:”Bene, bene, bene...adesso che sappiamo la cosa per il momento più importante, non dovete fare altro che procurarvi un po' di fango al canneto di levante. Quest'ultima cosa fatela quando alla sera spira il vento e le foglie delle canne intonano una sorta di valzer. Mi raccomando: solo quando udrete il valzer raccogliete il fango. Per adesso fate questo, poi vi dirò.” I pesciolini seguirono alla lettera le istruzioni della tinca e aspettarono per giorni 118


che le foglie delle canne intonassero un valzer. Appena lo udirono raccolsero una bella quantità di fango e tornarono dalla tinca. “Bene, bene, bene adesso dovete, dopo la solita festa in cui immancabilmente il drago scoreggerà, creare ad arte una situazione di pericolo e far sì che il drago accorra, perché se è vero che gli piace rovinare le feste, immagino che ancor più gli piaccia rendere ancor più difficili le situazioni complicate. Questo perché dobbiamo essere sicuri di una cosa: il drago deve sforzarsi al massimo in quella che sarà la sua seconda e ultima scoreggia Pensateci voi. Fate un po' come volete. L'importante è che lo facciate scorreggiare con sforzo. Prima di questo però, mandate alcuni di voi al luogo del suo ristoro con il fango raccolto e un mazzolino di fiori freschi. Quest'ultimi potete sceglierli secondo i vostri gusti, l'importante è che siano freschissimi, colti in giornata. Quando il drago immergerà le sue chiappe per rinfrescarle metteteglieli...metteteglieli dietro, mi capite?” “Sinceramente no, non la capiamo. Dietro la nuca?” “No, dietro...” rispose la tinca. “Allora dietro la coda” replicarono i pesciolini. “Ma no, no dietro...sì, insomma...dietro” esclamò la tinca indicando con la mano cosa intendesse per dietro. I pesciolini scoppiarono in una risata: finalmente avevano capito cosa intendesse la santa tinca e si fecero attenti alle altre indicazioni sul da farsi, perché la faccenda li aveva presi. “Messi dietro,incollate e sigillate con il fango raccolto e create, nuovamente ad arte e come vi ho detto, una situazione di pericolo. Mi raccomando, il difficile dell'operazione sta tutto qui: la seconda scoreggia con i i fiori nel dietro. Qui non dovete assolutamente fallire! E' la parte cruciale del piano, superata questa non vi rimane che alzare gli occhi al cielo e godervi lo spettacolo”. I pesciolini lasciarono tra mille ringraziamenti la tinca e corsero a casa a preparare il piano in ogni minimo dettaglio. Decisero che per prima cosa avrebbero provocato la prima scorreggiona con una festicciola in onore della regina; poi avrebbero provocato la seconda con un finto incendio alla biblioteca dell'alborella 119


pesciolina a modo e molto pudica- che certamente avrebbe stuzzicato a dovere la testa, il cuore e l'intestino del drago. Superate queste due fasi preliminari, un gruppo scelto tra i giovani più valenti si sarebbe preoccupato d'infiorare l'ano del drago e sigillarlo con il fango. Non crediate che per i più valenti s'intendessero i più forti; no, proprio no, ma solo quelli dal tatto più delicato e che sapevano usare le mani come un chirurgo, tanto che alcuni di essi furono donne. Con il piano ben a fuoco, non restava che occuparsi dei preparativi per la festicciola e in seguito di quelli del finto incendio, cose che fecero in quattro e quattr'otto. Alle prime note musicali della festa, infatti, fece segurito il trombone del drago, che , come sapete, partoriva solo uno “sbraaaang” terribilmente disarmonico. Dopo lo scoreggione, il drago, come al solito, se ne volò al suo bidet per rinfrescarsi e lì lo aspettava il commando perfettamente mimetizzato con i muschi del lago. Lo videro arrivare svolazzante e sorridente, fiero dell'impresa e adagiarsi sulla sua ansa. Si alzarono i soliti vapori mentre il drago biascicava una vecchia canzone tutto tranquillo. Ci fu solo un momento che sospettò qualcosa e si guardò sotto ai fianchi perché insospettito da alcuni lievi pruriti alle natiche, ma pensò che fossero i gamberetti di cui era ricco il lago. Compiuta l'impresa, infilato cioè un bel mazzo di camelie laddove doveva essere infilato e sigillato con il fango, il commando se ne ritornò in paese a riferire che tutto era compiuto. Alla notizia che la parte più delicata - intendo delicata in tutti i sensi- era stata portata a termine ci fu un hurrà generale. Fu breve, però, perché si pensò subito a realizzare la fase successiva: l'incendio alla biblioteca dove la signorina alborella era bibliotecaria. La signorina si era preparata la parte a dovere, facendo numerose prove, per cui gli venne proprio naturale gridare nella piazza antistante la biblioteca:” Al fuoco, al fuoco! Oddio che ne sarà dei nostri preziosi manoscritti!” mentre i fumi di sterpaglia uscivano da un braciere posto vicino a una finestra. L'udito finissimo del drago non ebbe incertezze nel riconoscere il pericolo e la voce della signorina alborella:”Oggi è un giorno che non dimenticherò mai! Prima una bella festicciola, adesso grida di aiuto” detto questo si alzò in volo trasecolo dalla felicità. Pensava però che fosse un peccato aver scorreggiato poco prima, ma 120


si consolò al pensiero che ciò che conta è la qualità, non la quantità. Sarebbe stata una scorreggina rispetto a quelle che era solito fare, ma vuoi mettere la soddisfazione! In ogni caso fece di tutto per mettere insieme quanto più gas potesse e si massaggiò la pancia, mentre volava svelto, raggranellando un bel po' di butano. Giunse così in un attimo alla biblioteca e disse con la sua vociaccia rauca:”Principessa, lasci che l'aiuti io, il cavaliere scorreggiante” e detto questo si fermò proprio sopra l'edificio, alzò la gamba sinistra di quel tanto che bastava per ottenere dalla posizione il massimo beneficio in termini di sforzo e...niente, ci fu solo uno stranissimo, insolito colpo di singhiozzo che stupì il drago, il quale un istante dopo divenne, dal rosso fuoco che lo caratterizzava, di un bel bronzo carico e...booommm, uno scoppio lo fece saltare in aria e dissolversi in una fontana di colori, neanche fosse un fuoco d'artificio. I pesciolini rimasero incantati dallo spettacolo pirotecnico e applaudirono a lungo. Poi si congratularono con tutti quelli che erano stati coinvolti nell'operazione. In particolare si congratularono con il commando, che passò alla storia come “gli uomini dalle mani di fata”, e con la solitaria tinca. Furono insigniti con molte onorificenze dalle stesse mani della regina, felice fino all'estasi di aver ridato al suo regno la pace, la serenità e l'aria buona che non guasta mai.

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VOLO RADENTE ORE DIECI La notizia aveva preso il posto di qualsiasi altra chiacchiera. Angelo si era buttato da un viadotto dell'autostrada. Tutti lo conoscevano, tutti piegavano labbra e testa in segno di rammarico ogni volta che si parlava di lui e della sua vita. Ragazzino esemplare, adolescente sereno e uomo impegnato in qualsiasi iniziativa che soccorresse il prossimo o potesse renderlo felice, anche se per poco. Non c'era uomo o donna che mai si fosse lamentato di una qualche sua azione. Il parroco lo aveva eletto sin da piccolo a lettore domenicale. Fino alla trentina la sua vita era stata sui binari della bontà, onestà e gratuita nel fare il bene, finché la locomotiva del destino e il suo segreto macchinista non previdero una fermata del tutto inaspettata in un negozio di animali. Lo gestiva un'avvenente signora a lui coetanea. Angelo si era fermato al negozio per osservare un bellissimo esemplare di Ara di cui s'invaghì. Le visite al negozio si fecero via via sempre più frequenti e il desiderio di scioglierlo dal trespolo a cui era legato era sempre più forte. Durante queste visite ebbe modo di conoscere la titolare e stabilire un'amicizia che lentamente divenne passione. Angelo riuscì a donare la libertà al pappagallo portandoselo a casa dopo averlo acquistato, ma perse la sua: prima si fidanzò, poi convolò a nozze con grande gioia della comunità che da sempre aveva frugato nella sua vita affettiva di scapolo. Nessuno capì che la moglie e titolare del negozio aveva catturato e incatenato, con le sottili reti dell'amore, il suo più bell'esemplare. Il matrimonio fu una scelta quanto mai infelice. Angelo non seppe mai farvi fronte. Lui sapeva dedicarsi agli altri, non all'altra ,sebbene moglie. Imboccò prima il tunnel dei litigi, poi quello dei tradimenti reciproci e infine quello dell'alcool. In poco tempo di Angelo non ci rimase che il nome, perché spesso si trovò coinvolto in risse tra ubriachi, in furti e in truffe. I suoi anziani genitori non ressero al dolore e prima la madre, poi il padre morirono, lasciandogli un'onesta eredità che Angelo sperperò con le prostitute e l'alcool. Uscito dal tunnel dell'alcolismo, godette di pochissimi giorni di luce, perché di lì a 122


poco la sua mente trovò rifugio nella caverna tetra della follia. Fintanto che non lo rinchiusero in una struttura sanitaria gridava a tutti di essere non solo Angelo, ma un angelo. Non crediate che tutti ridessero della sua follia. Quelli che erano stati da lui beneficiati sospettarono che fosse tutto vero ricordando il tempismo con cui li aveva soccorsi. Gli altri al sentire che da giovane, nella sua testa, prima di addormentarsi, udiva fortissimi squilli di tromba, ai quali lui rispondeva accendendo la luce e consultando la Bibbia per conoscere il messaggio, si sprecavano in battute. Pochi a lungo andare cominciarono a dire:”Povero Angelo che fine hai fatto!”. Quando fu ricoverato, solo i parenti più stretti andavano a trovarlo, i quali via via che le sue condizioni miglioravano si rallegravano, come si rallegravano gli infermieri e i dottori nel leggere le sue poesie, segno quest'ultimo di una normalità alle porte. Un dottore in particolare gli fu molto vicino e si preoccupò di raccogliere in un volume tutti i suoi versi e pubblicarli. La silloge, titolata dallo stesso Angelo “Volo radente ore dieci,” ottenne un discreto successo editoriale, tanto che una sua poesia fu letta anche in un programma radiofonico nazionale. Si tratta di “Pane azzimo” e questo è il componimento Sull’altare di pietra offrono pane azzimo sacerdoti muti in preziosi paramenti logori. Svettano campanili spogli per una liturgia del silenzio di minuscoli cuori fedeli tra acuti archi di carne ed essenziali scrigni lignei intrisi di tenere cere. Ardono fiammelle centesimali, spiccioli quotidiani 123


di vedove evangeliche per un quotidiano eucaristico di vele lontane dall'onda fredda del salterio teologico. Purtroppo la poesia non ridette ad Angelo il suo passato, ma gli dette solo un'enorme nostalgia della stesso. Fu con l'auto che raggiunse il viadotto autostradale più alto e fu senz'ali che da lì si gettò stringendo in mano una copia di “Volo radente ore dieci” . Quel che resta di Angelo è solo una fotografia che lo ritrae con un cielo azzurro alle spalle. Così sembra abbia deciso un fotografo a cui fu chiesto scegliere la migliore. “È quella più a fuoco” disse.

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LES ITALIENS S'incrociarono casualmente all'ufficio brevetti di Dortmund un italiano dalla valigia di cartone e un tecnico tedesco. Nella fredda sala d'attesa non scambiarono neppure una parola, nemmeno quando l'italiano -un uomo robusto sulla sessantina, con un paio di larghi pantaloni e gilet azzurro di panno economico- si avvicinò al macchinario che il tecnico tedesco teneva accanto al suo canarino in gabbia. Era da molto che osservava quel marchingegno che aveva un entrata ad imbuto con su scritto ferro e un uscita cilindrica con scritto oro, entrambi scritti in tedesco. L'italiano, curioso, anzi, sinceramente interessato a capire se la sua intuizione era giusta, cioè se la macchinetta in via di brevetto trasformasse il ferro in oro, si era fatto piano piano vicino e l'osservava. Tuttavia quando l'emigrante intese osservarne e toccarne i particolari, il geniaccio tedesco gli si fece sotto con il dito indice bello teso a dire di no, che non era possibile. L'uomo non si scompose e si rimise a sedere in compagnia del suo canarino, a cui ogni tanto prodigava qualche parolina in italiano. D'un tratto lo sportello si aprì e comparve un funzionario assonnato che chiese chi fosse il primo dei due. Il tedesco indicò se stesso per dire che lui era giunto prima, per cui era il suo turno. Poggiò la macchinetta sul marmo dello sportello e brevemente illustrò la sua invenzione, per poi dimostrare che era tutto vero, cioè che era vero che il suo ingegno aveva fatto sì che si potesse trasformare il ferro in oro. Lo fece traendo di tasca un minerale ferroso e imboccandolo nella fessura a imbuto, quella d'ingresso. Si udi dapprima il rumore di una piccola mola, poi un sibilo e infine un fischio, simile a una pentola a pressione e...voilà il ferro era diventato oro!. Il funzionario non stava più nella pelle e si prodigava nei complimenti, i quali sortivano l'effetto di far quasi imbarazzare l'inventore tedesco, più avvezzo al rigore matematico che alle lodi. Appena finita questa scenetta patriottica -sì, perché il funzionario aveva legata la scoperta alle sorti della patria, della Germanial'italiano si sentì chiamare per nome, cioè sentì dire:”Italiano!?” L'uomo, che aveva 125


appena finito di mangiare un pezzo di pane e salame, stava riponendo un lucido coltellino tascabile nel taschino del gilet, ma si alzò subito afferrando all'istante una gabbietta con canarino. Il tedesco si fece da parte, anche perché doveva compilare il classico modulo con cui avrebbe registrata la scoperta, mentre il quasi certamente contadino italiano si riassettava i baffi prima di poggiare la gabbietta sul solito marmo dello sportello e aprire la gabbietta, dalla quale il canarino uscì saltellando dal legnetto interno al margine dello sportellino e di lì alla spalla del contadino. Ci fu un attimo di silenzio. L'italiano osservava di sbieco la bestiola e un paio di volte gli solleticò il beccuccio. Poi si fece serio e con il dito della mano destra fece un paio di gesti, come un direttore d'orchestra. Il canarino allora si effuse nel canto con una voce da baritono. Il pezzo era il famosissimo “Nessun dorma” eseguito sino alla fine senza una stecca. L'inventore tedesco seguì tutta l'esecuzione a bocca aperta, a cui faceva specchio quella del funzionario. Quando il canarino finì il suo canto deglutì e così fecero i due tedeschi. Il funzionario iniziò a balbettare, mentre il tecnico tedesco si avvicinò alla bestiola con un calibro, con il certo scopo di prendergli le misure dell'ugola. Ma come lui aveva impedito che l'italiano verificasse le sue ipotesi sul suo marchingegno agitandogli sotto il naso il dito indice, così fece l'italiano, a cui immancabilmente fu dato il modulo da compilare. Eh, i tedeschi saran pure geni della tecnica, ma i miracoli della natura li devono lasciare a noi, les italiens.

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FESTA DI LAUREA Il mio è un piccolo paese dove ancora ognuno conserva una propria personalità, che gli altri possono a loro piacere modificare seguendo il corso ora lento, ora agitato delle chiacchiere. Nessuno spicca per qualche dote particolare che l’abbia reso grande oltre i confini amministrativi e tutti sono considerati per la posizione sociale che sono riusciti a strappare in loco. E’ così che ancora qui esiste quello che viene definito lo scemo del villaggio. Il suo nome è Mario. Quasi analfabeta e con un leggero ritardo mentale, lavora come facchino in un emporio. Fu assunto per la compassione del titolare, una persona molto religiosa che ha tappezzato l’intero negozio con le immagini di santi e Madonne. Non che Mario non sia un gran lavoratore, o che sia incapace di esserlo, ma veramente sembra che il titolare fu mosso a pietà dal momento che nessun altro voleva assumere Mario, nonostante che avesse un gran bisogno dovendo mantenere l’anziana madre e pagare l’affitto. La sua condizione, però, non ha sempre suscitato compassione. E’ stato più e più volte l’oggetto di brutti scherzi. Come quello che gli tirarono per via della sua pietà verso i morti che lo portava ad ogni funerale o veglia funebre, qualora un compaesano fosse spirato. Perché, stando al detto, è vero che ogni villaggio ha il suo scemo, ma è anche vero che ha i suoi idioti, i quali, nel caso nostro, inscenarono la morte di uno di loro attirando l’inconsapevole Mario alla veglia funebre. Poi fecero in modo che restasse solo, a tu per tu con il morto, a recitare le sue preghiere e…fecero tornare in vita il defunto spaventando il povero Mario fino alla crisi nervosa, curata con il ricovero in una struttura specializzata. Credete che Mario se la sia legata al dito? Nient’affatto, ha sempre pensato e detto che quella esperienza lo ha ammonito per il giorno del giudizio, in cui tutti risorgeremo per la gloria o il castigo eterno. Sì Mario è, al pari del suo titolare, molto religioso. E se capita a volte di veder celebrare Messa a un sacerdote che sa comunicare con i gesti la sacralità del ruolo che ricopre, guardando Mario a una funzione religiosa si percepisce il senso profondo dell’essere cristiani. Non c’è un solo atto che non 127


compia con fede sincera e devozione, sia che reciti il Pater, sia che faccia la comunione o stringa una mano altrui in segno di pace. Mario sa trasmettere la gioia se lo incontri a Messa. Nel suo quotidiano, invece, vedi che si sforza di esercitare la virtù, in primis quella della pazienza. Infatti, quando gli tirarono l’altro brutto scherzo di mettergli una dose di cocaina nell’ape e lo ricattarono per mesi dicendo che se non avesse fatto tutto quello che gli avrebbero ordinato lo avrebbero denunciato, prese tutto con la massima calma, quasi certo che quello altro non fosse che una prova, un esame da parte di Dio. Non sapeva che scrivere come un bambino di prima elementare e, ne sono certo, non aveva mai letto in vita sua un libro. Il suo vocabolario era il dialetto stretto, incomprensibile oltre la regione di appartenenza, ma tutto per lui era una prova dell’Onnipotente, un esame insomma che, a mio parere, passava sempre a pieni voti, fosse stata la pazienza, l’umiltà o la carità a essere oggetto di verifica. Una volta, sappiate, i soliti buontemponi presi dai fumi dell’alcool, dovuti alla festa della birra che si teneva in paese, si decisero per un altro scherzo, il quale ebbe come oggetto le limitatissime nozioni scolastiche di Mario, semi-analfabeta abbiamo detto. Uno di loro era ed è un avvocaticchio con una laurea presa in anni e anni di fuori corso, perché più attratto dalla compagnia allegra che dagli studi. Le sue conoscenze però erano notevoli, grazie alla sua bravura nel gioco del golf che gli aveva permesso d’incontrare e fare amicizia con qualche personalità di spicco, tra cui il direttore di un importante quotidiano. Il nostro amico pensò bene di tirar fuori dall’armadio il suo vestito di laurea con tanto di cappello e costringere il povero Mario ad indossarlo. Poi gli scattarono la foto e, grazie al direttore del quotidiano, la pubblicarono gratuitamente a tutta pagina. Naturalmente non mancarono di tessere gli elogi al neo-dottore con un lungo articolo. La notizia, essendo tutti all’oscuro dello scherzo, fece il giro del paese quel mattino di settembre che vedeva il povero Mario sull’importante quotidiano. Pure il parroco rimase attonito. Solo il datore di lavoro scosse la testa avendo fatto in 128


fretta a capire che si trattava dell’ennesimo scherzaccio, il quale si sarebbe risolto in una gran risata, cosa che puntualmente avvenne. Pure io in un primo momento ho sorriso, ma poi sono stato colto da un certo timore al pensiero che spesso la giustizia e la serietà di Dio si celano in quello che umanamente appare agli occhi come una barzelletta. Chissà che tutti gli esami sulle materie di Dio, cioè la carità, la pazienza, l’umiltà o la fede non abbiano fatto di Mario, lo scemo del villaggio, il Dottor Mario, laureato a pieni voti in scienze divine all’insaputa di tutti, perché, ripeto, spesso è nella barzelletta che si nasconde la serietà di Dio.

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STATALE 69 L’idea di trasferirsi in auto da Roma a Bologna, percorrendo le statali, adesso non gli pareva così brillante come la sera precedente. Era stata la sete d’idee a spingerlo ad evitare treno e autostrada. Voleva scovare, nei paesi in cui le statali s’incuneano, l’ispirazione per il suo nuovo film. In particolare sperava che la Toscana gli desse l’idea che cercava. Per questo si era già fermato più volte a guardare la campagna e aveva consumato un paio di caffè nei bar che aveva incontrato lungo la strada. Erano state, però, tutte soste in cui non aveva potuto incontrare e parlare con la gente del luogo, così aveva deciso di darsi una scorciatina ai capelli e farsi radere dal primo parrucchiere che avesse incontrato. Fu lungo la Statale 69, nel tratto in cui divide a metà un paesetto anonimo della Toscana di cui dopo pochi giorni non ricordava neppure il nome, che sulla destra incontrò, proprio sul bordo della strada, un’insegna con sù scritto “Parrucchiere” . Diresse allora la macchina nell’area di sosta poco più avanti e parcheggiò. Sceso dalla vettura osservò attentamente la modesta piazza e la chiesa certamente ricostruita dopo la guerra. Guardò l’ora al cellulare e vide che erano le quattro el pomeriggio. Temette che il negozio fosse chiuso, ma fortunatamente, giunto di fronte alla porta d’ingresso in legno e dipinta con un celeste molto tenue, vide che non solo era aperto ma che c’era già un cliente. Prima di entrare osservò per un attimo la porta composta dal vano d’ingresso e un altro pannello più grande. Entrambe le parti erano occupate quasi del tutto da vetri. Il telaio della porta e del pannello era solo lo stretto necessario a sorreggerli. Inoltre i vetri erano parzialmente oscurati da una veneziana verdolina che però non impediva la vista del cliente e dei due titolari, uno sulla cinquantina, l’altro oltre i settanta. “Buongiorno signore” si sentì dire appena aperta la porta e immediatamente dopo che un campanellino d’ottone aveva squillato. “Buongiorno a lei. Crede che possa sistemarmi barba e capelli? Sa sono di passaggio” “L’ho capito subito che non era del paese, qui ci conosciamo tutti. Vero Gregorio, 130


diglielo al signore da quanto tempo ci conosciamo, diglielo” esclamò all’orecchio del cliente battendo la mano con cui impugnava le forbici sulla sua spalla. Gregorio, nonostante fosse seduto e avesse il busto coperto da una mantellina azzurra, appariva un uomo sulla cinquantina pure lui, alto e magro. L’estesa calvizie metteva in risalto il suo importante naso aquilino. “Ehhh, anni e anni. L’asilo insieme abbiamo fatto” rispose. “L’asilo da chi, da chi Gregorio?” disse l’altro proprietario sulla settantina- un ometto anch’egli calvo e con indosso una sgargiante camicia hawaiana- mentre imbeveva d’acqua un asciugamano. “Dalle monache, da chi? All’epoca c’erano solo loro” precisò Gregorio. “Signore, non stia in piedi. Si sieda. Guardi, guardi quante riviste ci sono” disse il parrucchiere più giovane”. Poi, allontanadosi da Gregorio, che dal grande specchio a parete seguiva tutta la scena, aggiunse:” Ma niente donne nei giornali! Qui vengono anche i bambini. Se vogliono le donne nude e organizzare gli scherzi ci sono gli altri negozi di parrucchiere. Vadano lì a farsi i capelli” disse in ultimo il titolare più giovane ritornando a curare la testa di Gregorio. La faccenda degli scherzi aveva incuriosito molto il regista, così chiese di quali scherzi parlasse. “Bisogna essere senza cervello per pensare certe cose! Senza cervello!” esclamò il parrucchiere battendosi sulla tempia la mano destra che impugnava le forbici “ma dico io, come si fa a nascondere nella mazzetta dei giornali del campanaro una rivista porno, ma m’intenda: porno, porno mica storie! Che farà quello se non portarla in chiesa? E così ha fatto, l’ha messa dove il prete tiene i gionali per tutti. Poi che è successo? E’ successo che la povera Tonina, una vecchina con la corona del rosario sempre in mano, è andata a prendere Famiglia Cristiana e s’è ritrovata fra le mani la rivista. Pensa che sia finita qui? Aspetti, viene il bello. La Tonina come faceva a pensare allo scherzo, come faceva poverina! Ha fatto due più due: se le cose che ha visto nella rivista le tengono in chiesa - ha pensato- vuol dire che si possono fare. Così appena ha visto il prete, che si era fermato a parlare con alcune persone di fronte al bar, sa cosa gli ha detto? Gli ha detto:” Mi scusi padre, 131


ma se quello che si vede qui si può fare perchè non me lo avete detto quando ero giovane?” Lo immagina il casino che è venuto fuori? Solo perchè il prete ha la testa sulle spalle non siamo andati a processo, perchè le nipoti della Tonina erano veramente tinte male”. Il regista in cuor suo avrebbe voluto ridere, ma non lo fece perchè certo che il parrucchiere si sarebbe offeso, tanta era la veemenza dell’accusa nei confronti degli organizzatori dello scherzo. Si limitò così a dire che era uno scherzo pesantuccio, effettivamente, ma , ripeto, avrebbe voluto ridere. “Splat” si udì a un tratto. “Splat, splat”. Tutti si voltarono verso l’origine del suono. Era il parrucchiere più anziano, verosimilmente il padre di quello più giovane, che stava dando la caccia all’unica mosca presente. Al momento la stava fissando sulla spalliera dell’altra sedia di lavoro. La puntava con il braccio alzato e l’asciugamano dietro la spalla, pronto al tiro. “Splat. Orcoboia l’ho mancata. Streghina, ma ti prendo, ti prendo” “Sai che pensavo Valerio” disse Gregorio. “Che pensavi?” rispose il parrucchiere più giovane. “Se io mi faccio allungare i capelli da una parte della testa e poi mi faccio il riporto, c’è un modo per tenerli fermi?” “Ah, non lo so io. Se vuoi farli crescere per sei o sette anni si può fare. Come si può fare se hai intenzione di tenerli fermi con una molletta da bucato attaccata all’orecchio. Lo vedi? Lo vedi che hai una strisciolina di capelli debole, debole da una parte e dall’altra. Come fai? L’unica soluzione, se non vuoi fare il clown, e tenerli corti o il parrucchino” “E’, mica male l’idea del parrucchino. Fatti ricciolo Gregorio” disse il padre di Valerio che ancora era intento a scovare la mosca. “Sì, il parrucchino...se si potesse far qualcosa con i miei...” “No, nulla, niente, non si può fare niente che non sia una buffonata” esclamò Valerio spazientito. Poi aggiunse:” Glielo dica anche lei signore; vede?” disse prendendo tra le mani la testa di Gregorio e girandola da una parte in maniera tale che il regista potesse valutare la gravità della calvizie “vede che ha solo due capelli 132


per parte? Che vulo riportare, la pazienza? Tutte le volte la stessa storia, duro però!” “Splat, splat! Orcoboia com’è furba questa streghina!” si udì e di nuovo tutti si girarono verso il padre di Valerio. “Senta” disse il regista scendendo di macchina ”ho visto la facciata della chiesa. Mi sembra che sia molto recente rispetto a qualche edificio adiacente, mentre avrebbe dovuto essere almeno contemporanea. Mica per caso fu distrutta durante la guerra, l’ultima guerra intendo”. “Certo” rispose il più anziano”qui ci fu proprio il fronte. S’immagina che cosa ha significato per noi avere la ferrovia a ridosso del paese? Lo ridussero in macerie, compresa la chiesa. Solo tre edifici subirono danni gravi ma rimasero in piedi. Ecco perchè la chiesa sembra recente rispetto a loro. Prima del fascismo e della guerra era una bella chiesa. Aveva dodici pinnacoli, uno per apostolo. Se non fosse stato per Mussolini li avrebbe ancora ”. “Fu pesante la dittatura?” chiese il regista. “Come nel resto d’Italia, nè più ne meno” rispose Valerio “mio nonno me ne parlava spesso, ma è dagli altri che sono a venuto a sapere che nel libro nero dei fascisti del luogo erano scritti solo tre nomi, gli altri son diventati anti-fascisti dopo, a cose fatte. Erano un calzolaio, un fabbro e un contadino. Tutti gli altri guardarono al piatto di pastasciutta con Mussolini; ma vollero il prosciutto dopo la caduta, mentre il calzolaio, il fabbro e il contadino rimasero tali e senza medaglie, quelle se le son prese gli altri. Così va il mondo, caro il mio signore, così va il mondo. Babbo diglielo te, diglielo te che gli fece fare il nonno di Sguazzino” disse stizzito. “Sa” disse il padre”quando il fascio cadde ci fu la caccia ai collusi con il regime. Chi potè scappare lo fece, ma chi non lo potè cadde nelle mani della gente inferocita. Una negoziante -non faccio il nome perchè ancora viva- era stata una sostenitrice della buon anima e aveva un negozietto. La gente gli dette l’assalto! Tutto gli portaron via, tutto! Anche i bambini portaron via quello che poterono. Fra questi c’era anche quello che noi chiamiamo Sguazzino. Prese un’automobilina e 133


la portò a casa. Quando suo nonno la vide, lui, lui che era stato nella lista nera fin dall’inizio del fascismo e aveva sopportato l’insopportabile, sa cosa disse? Disse :“Riportala dove l’hai presa! Se non hai i soldi per comprarla riportala dove l’hai presa”. Capisce? un calzolaio!” Il regista mosse leggermente la testa e piegò le labbra in segno d’approvazione. “Che pasta d’uomo eh?” chiese Valerio. “Certo” rispose laconico il regista. “Ecco Gregorio, sei servito. La barba te la fai da solo?”. “Sì, quella me la faccio da solo” rispose. “Ora ti do una bella spruzzata, così profumerai per tutto il giorno” disse Valerio impugnando non più le forbici ma una vecchia boccetta di vetro simile a cristallo e con una pompetta di gomma. Poi iniziò a spruzzare girando intorno a Gregorio come se stesse dando un antiparassitario a una pianta. “Signore si accomodi sull’altra sedia mentre io do una spazzatina in terra” disse Valerio mentre toglieva la mantellina a Gregorio, il quale si alzò e si dette un’occhiata allo specchio. “Insomma niente riportino, non si può fare” domandò ancora Valerio. “No, nein, nada, niet in cinese non te lo so dire ma se me lo chiedi un’altra volta lo imparo!” quasi urlò il parrucchiere. “Va bene, domandare è lecito” “Domadare un paio di volte sì, è lecito, ma le solfe non sono lecite, Gregorio!” “Splat, splat, splat” di nuovo si udì e tutti si girarono per vedere se uno dei colpi fosse andato a segno. “Madonnina santa! Ma ti prendo, ti prendo streghetta” disse il vecchio guardando la povera mosca volar via e seguendola con lo sguardo. Intanto il regista si era seduto e aspettava che Valerio gli mettesse il grembiule. “Come li facciamo signore?” domandò il parrucchiere. “Io pensavo a una sforbiciatina davanti e dalle parti, oltre che la sfumatura” “Va bene. La barba dato che è in viaggio se la vuole fare?” “Ma sì, facciamo anche la barba. Anzi iniziamo proprio da quella”. 134


“Come vuole” disse Valerio prendendo schiuma, pennello e un vecchio rasoio dal manico di madreperla. In un attimo il regista si trovò completamente copertro il volto di schiuma. Adesso per seguire quanto accadeva nel negozio aveva solamente il grande specchio che curiosamente lo faceva sentire come al cinema. Vedeva Valerio muovere abilmente il rasoio mentre discorreva delle cose più disparate ma sempre interessanti; vedeva il vecchio dar la caccia alla mosca e Gregorio seduto che sfogliava distrattamente una rivista e rispondeva talora a Valerio, tal’altra a suo padre. Chissà perchè all’improvviso si fece silenzio. Si udiva solo a tratti il ronzio della mosca e lo splat del colpo che la voleva morta. Il regista osservava tutto grazie allo specchio che come un grande schermo gli metteva di fronte tutto ciò che accadeva alle sue spalle. Fu così che vide il vecchio farsi concentratissimo, caricare il colpo gettandosi l’asciugamano dietro le spalle e avvicinarsi pianissimo a Gregorio, che era intento a sfogliare un’altra rivista. Il vecchio, giunto a pochi passi da Gregorio, sferrò il colpo e uno splat molto più forte degli altri si udì nella stanza. “Ohhh, ma sei impazzito!” urlò Gregorio portando istintivamente la mano destra sulla pelata. “Fermo, fermo, fermo” disse il vecchio parrucchiere “che adesso vediamo se era maschio o femmina. T’ho presa steghetta o streghino! Eccola qui!” esclamò raccogliendo la mosca dalla testa lucida e in parte bagnata di Gregorio. “Vede, vede signore?” chiese il vecchio al regista stringendo tra le dita la povera bestiola oramai morta. “Mi’ è una mosca di quelle nuove. Non è nè maschio, nè femmina” esclamò il padre di Valerio tutto contento che la caccia fosse andata a buon fine. Il regista intanto era scoppiato a ridere e continuava a seguire tutto sullo specchio che sempre di più gli appariva uno schermo dove si proiettava un film comico. Rise di gusto, forse troppo di gusto, tanto che dopo un po’ pensò di scusarsi con Gregorio, il quale non si risentì, ma disse solo che era un vecchio pazzo con la camicia hawaiana. Il regista, uscito dal negozio tutto profumato come Gregorio, non segnò nel suo 135


taccuino altro che questo: Statale 69.

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WELCOME Salve, mi chiamo Giovani, Giovanni P. e mi occorre un po’ del vostro tempo perché ho da raccontarvi una storia singolare di un uomo con un cane. Non temete, non è semplicemente presa dai fatti di cronaca e il cane non è morto di stenti sulla tomba del suo padrone. Anzi si è ambientato benissimo nella famiglia che l’ha adottato dopo la morte del suo proprietario. Tuttavia la storia è singolare. Seguitemi Ogni comune è confinante con un altro, a meno che non sia un’isola. E tutti i comuni sono soliti –magari è di legge, ma lo ignoro- mettere cartelli di benvenuto scritti nelle lingue più conosciute che nel nostro caso sono l’italiano, l’inglese, il francese e il tedesco. Anche tra i comuni di Monte S. Maria Tiberina e Città di Castello ne esistono due: uno per i viaggiatori che dal primo comune entrano nel secondo e uno viceversa. Dovete sapere però che proprio sul confine in questione un signore molto alto, con una faccia dall'espressione molto mite e timida, ha costruito anni or sono la sua minuscola casa gialla. La casetta ha un giardino ben curato e sorge in una lingua di terra, dove un fiumiciattolo fa un’ansa. Accanto ha una cascatella, mentre di fronte un folto gruppo di pioppi rende il tutto molto suggestivo nelle mattine di nebbia. Se uno tenesse in considerazione le dimensioni della casetta, penserebbe che fosse abitata da gnomi, nel senso che è veramente minuscola. Invece no, il suo proprietario abbiamo detto era alto, longilineo e ci viveva da solo in compagnia del suo cane, un incrocio di Labrador. “Fin qui niente di particolare, un uomo, un cane, una casetta e un confine” direte voi. Aspettate a giudicare perché c’è dell’altro, c’è la storia. Sì, perché una storia che si rispetti è sempre racchiusa in quelle poche righe che gli scrittori veri sanno far lievitare ad arte fino a scrivere romanzi interminabili. Anch’io, nonostante non sia uno scrittore, avrei potuto dilungarmi e inventarmi situazioni e descrivere minuziosamente, ad esempio, il paesaggio, ma sono certo che il racconto avrebbe perso in intensità e immediatezza, perché tutto, in fondo, si risolva in un saluto. 137


Dovete sapere che l’uomo di cui stiamo parlando era solito passeggiare con il suo cane lungo la strada che da Monte S. Maria Tiberina porta a Città di Castello e viceversa. Io ci passo spesso e nelle più svariate ore del giorno. Sempre, quando lo incontravo, l’uomo, continuando a camminare, alzava la testa e sorridendo salutava con la mano, mentre il suo cane si fermava e scodinzolava. Questo sia che percorressi la strada in un senso o nell’altro. Io non so chi sia e sono certo che neanche lui conosceva me. Del resto l’ho incontrato a bordo di macchine di amici sedendo dietro e lui e il suo cane hanno egualmente salutato. Con la sua morte, quindi, non c’è più nessuno che alza lo sguardo da terra mentre cammina; nessuno ti sorride più e ti saluta con la mano e nessun cane si ferma, ti guarda e ti scodinzola. Adesso c’è solo un cartello fisso che in una direzione o nell’altra ti dice: Benvenuto, Welcome, Au revoir, Au Wiedershen come in tutti gli altri comuni d’Italia, forse del mondo. Prima no, tutto era fluido e dipendente dalla direzione e lunghezza di una passeggiata. I confini dell’uno o dell’altra cittadina, in fondo, non esistevano, come giusto che sia per l’amicizia, la cordialità e l’ospitalità, sebbene espressi con un semplice saluto con la mano e lo scodinzolare di un cane. Riposa in pace uomo del confine.

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INDICE

Farfalle sulla neve

2

Il filo sottile del desiderio

5

Cuore di cristallo

22

Olio su tela aurore ignoto

25

Uno strano alfabeto

27

Corpus Christi

31

La civiltà del sorriso

35

Bloody hair band

45

The life

49

Rosario

53

Un semplice pezzo sull'umiltà

57

Un colpo solo

61

Seconda classe

80

Gli amanti

85

L'auriga

94

Taverna la vela

102

Una scomoda eredità

104

Cesira

112

139


Il dragone scorrreggione e i pesciolini musici

117

Volo radente ore dieci

122

Les italiens

125

Festa di laurea

127

Satale 69

130

Welcome

137

140


141

Per dei calci non dati  

Quello che vorreste scrivere con due parole sulla vostra lapide è l'esatta sintesi della vostra vita.

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