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in carrozza

signori


Quaderno-catalogo n° 15 Collana PInAC Gli Occhi le Mani Assessorato Cultura e Pubblica Istruzione Comune di Rezzato A cura di Elena Pasetti Testi di Francesco Caggio Mariella Foresti Elena Pasetti Filastrocche di Gigi Lunari, C’era una volta un drago, I QUINDICI, 1971 Gianni Rodari, Il treno dei Bambini, Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi 1960 Antonio Carcuro, Il trenino della Vigezzina, www.carcuro.com Citazioni da Adriano Celentano, Il ragazzo della Via Gluck Paolo Conte, Azzurro, Il treno va Simone Cristicchi, Sul treno Francesco De Gregori, Generale Ivano Fossati, I treni a vapore Premiata Forneria Marconi, La carrozza di Hans Mariella Nava, Un treno Timoria, Treno magico Collaborazione alla ricerca dei testi Armando Azzini Nicola Rocchi Segreteria Maria Grazia Morandi Digitalizzazione delle opere Carla Cinelli Grafica Luisa Goglio


otaie, Treni e riatori e viagg stazioni nelle opere nAC della PI

a z z o r in car

signori

Pinacoteca Internazionale dell’Età Evolutiva Aldo Cibaldi Comune di Rezzato Assessorato alla Cultura Rezzato (Bs) Italia


Pinac, pancia con vista Rezzato ha una stazione ferroviaria, e via Matteotti da sempre è un viavai di biciclette e nipotini con destinazione il passaggio a livello. Anche il nonno Paolo, riprendendola dall’asilo nido, portava Anna a vedere il treno. Cosa amano i bambini nei treni? Perché li ritraggono con tanta passione? Ci ho pensato – non tanto come Francesco Caggio, ma ci ho pensato – e sono arrivata a una conclusione. Ai bambini del treno piace quello che attrae anche noi grandi. La rapidità e la sensazione di invulnerabilità. Il fatto di stare dentro, protetti e insieme fuori nel mondo. Essere in movimento e però trasportati, per un po’ sollevati dalle responsabilità della guida. Ci pensa qualcun altro, allentiamo il controllo. Che bello! Sì, ho deciso: bambini e adulti amano il treno per motivi opposti ma convergenti. Chi si sfila i guanti, mette giù paletta e fischietto, sogna, riposa. Chi esplora, moltiplica la visione, allarga gli orizzonti. Chi ama le ferrovie ama il cinema? Il mondo è appena qui fuori, ci siamo in mezzo. No, non è reale, è di là dal vetro. Bisognerà pensarci. Certo il treno è una summa delle posizioni che ci piace a turno assumere nell’esistenza. Capotreno con la paletta: alza e abbassa e dà i comandi. Controllore: tu sì tu no, il biglietto prego. Soprattutto

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viaggiatore, quello che usa il tempo della sospensione per i varchi al quotidiano: lasciarsi portare via, sognare. Perché il treno è soprattutto un grembo magico. È stare nella pancia della mamma ma con vista sul mondo, affacciati a una finestra sicura, curiosi e protetti. Così è anche la nostra Pinac, modellata sulla forma dei sogni dei bambini di tutte le età. Un luogo intenso e raccolto ma aperto al mondo, che coltiva la visionarietà e insieme la conoscenza della realtà. Una finestra e un biglietto per i quattro angoli del mondo, seguendo il doppio binario dell’espressività e dei diritti dei bambini. Fila come un treno la Pinac. Dopo un lungo tratto in galleria, nei seminterrati della scuola Tito Speri che l’ha vista nascere sotto l’occhio vigile e il profilo da rapace del fondatore Aldo Cibaldi, da qualche anno ha guadagnato la superficie trovando casa in via Disciplina. Ma non ha smesso di correre, anzi. Elaborazione dei criteri di acquisizione, catalogazione e digitalizzazione delle opere. Creazione dello staff di artisti e attivazione dei laboratori. Progetti e collaborazioni con tante scuole e comunità vicine e lontanissime. Il viaggio continua.

Mariella Foresti Assessore alla Cultura e pubblica Istruzione

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Attraversare e sconquassare paesaggi, occhi e fogli 1. All’inizio c’è stupore, sempre Solo un primo avvertimento: forse, affinché ci sia un movimento che porti a una produzione in ambito artistico (sia esso grafico pittorico, plastico…) che richiami, affascini e che faccia stare in tensione e con attenzione a noi che la osserviamo, ci deve essere stato un attimo di stupore da parte di chi l’ha prodotta: stupore di chi disegna, dipinge e scolpisce qualcosa; stupore poi che resta nell’opera e arriverà a chi guarda, osserva, scruta e scandaglia l’opera prodotta. Sì, stupore; stupore che dapprima prende e fa silente il soggetto che guarda qualcosa, come per un attimo perso, rapito, dubbioso, interrogante, quasi disorientato; lo stesso soggetto poi, invece, viene sollecitato e spinto, dallo scossone avuto, a capire, a comprendere, a interrogarsi su ciò che lo ha stupito fino al punto di volerlo fare proprio e di restituirlo; in molti casi producendo qualcosa, appunto. Lo stupore rimanda a meraviglia e sorpresa, sbalordimento; diciamo: “quel paesaggio mi ha riempito di stupore”; e ancora: “mi sono arrestato perché preso, colto da stupore”. È proprio per la centralità dello stupore nel sorreggere produzioni affascinanti; proprio per la rilevanza della conservazione e sviluppo della capacità di stupirsi che dovrebbe essere sostenuta dall’educazione, che si propone all’attenzione, come primo fra i lavori esposti, quello di Sabrina Rossi, I bambini rimangono a bocca

aperta: davanti a loro c’è una vecchia locomotiva a vapore”, Pavia, 19731. “A bocca aperta” rimasero per decenni migliaia, milioni di persone vedendo arrivare nelle stazioni un nuovo tipo di “animale”, di “mostro”, di “entità aliena e inquietante”; ancora oggi, per le versioni più sofisticate e raffinate di macchinari, dopo decenni di vita con i macchinari che ormai sono più numerosi degli umani, bambini e adulti nati e cresciuti fra e con macchinari restano a “bocca aperta”. I bambini del disegno che attorniano un perentorio corpo rettangolare rosso sostenuto da potenti e decise ruote nere (con un’evidenza grafica e coloristica che emana energia e sicurezza insieme) paiono alzare le mani; come disarmati, come festosi e festanti, come arresi e appunto stupiti, a bocca aperta!, da tanta enigmatica, massiccia presenza. Enigmatica; certo. Perché lo stupore per questo “drago” sta, come per altre macchine, in una certa enigmaticità; intanto, che entità è una macchina? È anche un po’ umana? Non è proprio partorita dall’uomo? Ma che tipo di parto è se, pur avendo alcune caratteristiche dell’umano, umana non è una macchina? O forse lo è perché, pur di metallo, conserva l’anelito, la tensione, l’osare della mente dell’uomo. È Rosa Giglio che nel suo lavoro La vecchia locomotiva a vapore, 1972, Pavia, fa esclamare a un personaggio del suo lavoro: “Quanti meccanismi”. Il treno, ma non solo, è parto della mente dell’uomo che può creare – come un nuovo, pagano dio –

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qualcosa lasciando la sua impronta non solo nel movimento, ma anche nella strutturazione del corpo della macchina che tanto allude alla perfezione, così decantata, del nostro corpo umano. E il treno ha qualcosa che affascina ancora oggi chi lo frequenta; è il mezzo che ha inaugurato la possibilità di spostamenti veloci, di una velocità nel viaggio così irruentemente nuova, e così elegantemente barocca per le sue forme e per il suo andare che resta fascinoso e struggente; perché siamo nel contemporaneo e ormai già nell’antico: un antico che non solo resiste, ma si rinnova e si attualizza: resta, nonostante tutto, la nostra “carrozza” di elezione. E della carrozza, pur così umana per la presenza di un cocchiere (guardare bene, per esempio, la profusione di particolari del cocchiere che tiene i cavalli che vanno scomparendo dal nostro guardare dell’opera di Roberto, Senza titolo, 1984, Rezzato), per la vitalità dei cavalli, per il lavoro manuale che chiedeva e restituiva, il treno ha conservato questo andare lievemente ondeggiante, sbilanciato, in forse, anche se sui binari; è, il treno, memoria e nostalgia dinamica e motorizzata dello sbalzare curvilineo e fatto rotondeggiante dalla curvatura di nostra madre terra del nostro secolare andare. Ce lo ricorda, in un arabesco sottile e dinamico, l’opera di Anna Novakova, Ecco la mia famiglia, Repubblica Ceca, in modo molto evidente, dove quasi sbalzato, per esempio, seguiamo l’andare del cavallo e dell’orizzonte, seguendoli con gli occhi, ma anche, quasi, col corpo. Come per le non più presenti e attive carrozze, la forma, la struttura, le modalità di funzionamento visibili e corposamente avvertite, le sonorità e i modi di attraversare e striare nostra madre terra, di arrugare il suo corpo, rendono il treno e il suo viaggiare agli occhi dei bambini, ma non solo, un’esperienza eccentrica ed

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extraordinaria; anche oggi che, più spesso di una volta, i piccoli usano aerei e navi e automobili. Quello allora che affascinava e affascina è il movimento veloce lungo la terra e l’andar via di occhi, di linee, di volumi, di prospettive, di proporzioni e paesaggio; tutto va per aria, nel vapore del treno, nel suo sfrecciare e nel suo compattare il paesaggio. A dirlo bene, a dire di questa con-fusione del mezzo in movimento, con il suo stesso moto e l’intorno che trascina anche chi vi sta dentro, è l’opera, straordinariamente eloquente e condensata insieme, di Victor Diaz, Senza titolo, Lima, Perù, che addensa nelle macchie dinamicamente interconnesse della sua composizione, tutto il sentire di chi va e si sente andare; rosso violento di potenza, energia e furore del moto. Furore ed energia che può invece tenere più fermi, estatici, meravigliati, dubbiosi, stupiti e con gli occhi dalle sopracciglia inarcate altri bambini: Fabio Revelli, La stazione, Arma di Taggia, ci riporta alla presenza magica e indiscutibile del capostazione che ha il potere di indirizzare una così grande meraviglia! Più alto di tutti quelli che sono intorno al flessuoso e sciolto, libero e vagante giocattolo del treno. Eh, sì! Il treno è anche un giocattolo per e dei bambini che vorrebbero da sempre fare gite di svariate e incalcolate lunghezze; vedasi per questo anelito alle gite il ricamatissimo lavoro di Roberta Cava, La carrozza dei turisti a Merano, 1977, Pavia e ancora il mosso e affollato lavoro di Gerda Wallnofer, Andiamo in ferie, Bolzano. Infine, per tornare quasi all’inizio di questo discorso, il lavoro costellato di coriandoli piovigginosi e quasi danzato per l’incontro fra due teorie di personaggi In gita abbiamo visto


una locomotiva vecchia e ci siamo saliti che Simona Bolduri di Pavia disegna con garbo e tatto, ma anche tratto, gentili e decisi insieme. Ed anche il geometrico, assertivo lavoro, fatto di sentinelle macchinose e meccaniche che guardano dall’orizzonte, di Davide Bernini, Gita scolastica, 1972, Pavia. Ma i bambini hanno sempre avuto il desiderio, ovviamente, di guidare; ma poi cosa può succedere? Tanto il treno va da solo!!! E forse è facile anche guidarlo da piccoli. E allora ecco il succedersi di treni fatti solo per i piccoli, anche ormai liberi dai lacci degli adulti, di Diego Goffrini, 1982, Rezzato e di Anna Emiliana Ghirardi Cozzaglio, 1982, Rezzato, di Marina Frossi, 1982, Rezzato… tutti in viaggio, gioiosi… chissà cosa li attende, e cosa vedranno. Bisogna che si stia in tensione e in attenzione; o no? Certamente, e guardate bene i bambini di Irmgard Szyperskj, Il treno, Germania. Attoniti, colti da stupore? Andare, errare, vagare portati da… gioia degli occhi, ma anche del corpo che viene cullato, ninnato, assecondato e arrotolato dall’andare del treno; ce lo dice il lavoro di Laura Nava, 1972, Pavia, dove si affrettano a salire dentro un cubo ruotato felici visitatori/gitanti, lavoro che, non a caso, si intitola Com’è bello farsi trasportare dal locomotore. Titolo di una possibile filastrocca, perché, come sappiamo, da sempre si è giocato con i bambini a inventare filastrocche su cosa e su quanto di questa cosa i treni, i battelli, le navi, i bastimenti portassero o potessero portare; e allora ecco per tutti un grande, meraviglioso serpente colorato, un richiamo ad un gioco dell’oca dondolante e sonoro che ci regala (fischia il capostazione al lato? E cosa?) Michela Stevanato, con Un treno carico di filastrocche, Rezzato 1982… siamo già quasi nella

danza… ma la troveremo dopo. Anche i treni danzano e con essi i viaggiatori; o viceversa? Apre una pista e incuriosisce la teoria delle bambine che giocano al treno di Francesca D’Incà, 1971, Belluno; il lavoro ci conferma che da sempre nel gioco i bambini rifanno, riprendono, reinventano, ricostruiscono il loro mondo rispetto a tutti i suoi variegati aspetti e differenziate articolazioni. Ma dove vanno le bambine, fiori fra i fiori? Dove va questa processione seria e compunta? Quindi è dell’andare che è magico richiamo il treno, e tutti gli altri mezzi per muoversi (forse è questa presenza desiderativa che lascia apparire nel trasognato lavoro di Iva Prokleskova, La mia famiglia, 1995, Repubblica Ceca, un treno come insediato nelle testa del ragazzo). Ma come si muovono treni, navi, aerei e automobili? Chissà se c’è qualcosa che li apparenta all’andare stesso delle bambine: il magismo del pensiero potrebbe certamente trovare dei nessi.

2. Attraversamenti e sconquassi A proposito del trascinamento, della sconnessione, del richiamo, dell’andar via con il corpo, la mente e gli occhi che il treno e i mezzi di trasporto sempre sollecitano, fra le opere in mostra, abbiamo alcune che colgono maggiormente l’andare dei mezzi lungo il corpo della terra, attraverso i paesaggi, altre che invece enfatizzano, quasi gridano, sbalzano il precipitare e lo sconquassarsi del normale ordine percettivo al passare dei mezzi. Le une ci restituiscono un fluire che rende il treno una sorta di nuovo fiume che taglia il paesaggio, le altre ne conservano e ne restituiscono la magica, potente presenza che rimuove e sposta

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staccionate, case, alberi, montagne e persone; persone ovviamente trascinate dallo spostamento d’aria e dal richiamo energetico del mezzo. Vediamo le prime quiete ed estatiche visioni del “treno che passa e va” mentre io o noi sono o siamo qui, fermi, estatici, meravigliati, ma solidamente dentro il paesaggio, ben piantati a terra; presi, ma non trascinati, non spostati. C’è l’ordinato e campeggiato, ben delineato, tranquillo e rassicurante Filobus con l’autista di Tiberio Aicardi, Arma di Taggia, Imperia: il bambino ha perfettamente ragione. Cosa c’è di più “anziano”, di più pacificato, di più condotto e ordinato in precise linee composte e senza ardimenti di un filobus? Il filobus è l’eco di una città ordinata che si avvolge sulla sua vita quotidiana che deve o dovrebbe scorrere senza intoppi e pochi imprevisti, se non quello dei fili fuori posto, facilmente ricollocabili. Di questa quotidianità dello scorrere del tempo, in uno spazio composto e ordinato, è testimonianza il lavoro di Emanuele Cecchinato, Il treno, Domodossola,1968. A volte ci capita, anche da adulti, di avvertire il paesaggio come in lontananza, come distanti e non presi nel vortice della vicinanza e della compromissione emotiva; un paesaggio detto “armonioso”; paesaggio che avvertiamo, aneliamo, ci creiamo e ci costituiamo per stare nel tempo e nello spazio in una momentanea, beata, pomeridiana quiete che ci placa e ci ricostituisce; eh, sì! Se il treno procede composto a segnare un secondo, più evidente orizzonte ai nostri occhi, se le montagne stanno ferme, anche se già ondeggianti in un verso contrario a quello del treno, dando una prima lieve, sopportabile scossa alla nostra visione, se l’andare degli uccelli segue quello del treno, muovendo folate di impercettibile venticello

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azzurro, allora tutto “è perfetto”; sopportabile. “Ordine” della composizione (e della visione?) si rintraccia anche nel lavoro di Kry Tynti, L’aereo e il treno, 2006, Cambogia; composizione che sembra farsi astratta e asciugata con accenti di un linearismo geometrizzante. Ordine, questo di Kry Tynti, divagante e aperto; come lievemente attraversato da un muoversi composto: volano, leggeri e sfarfallati, quattro uccelli gialli che planano avendo la larga pianura come appoggio. Le nuvole paiono aprirsi, gentili, disfatte, sfilacciate e sventate all’arrivo dell’aereo. Anche qui traiettorie di movimenti fra loro opposti, ma paralleli e assorti; sospesi nell’aria, memoria calligrafica, due uccelli quasi sovrapposti e diversamente colorati spostano i piani. C’è ordine sotto i cieli, pur nei diversi piani del cielo! Continuiamo a costruire ordini e corrispondenze; contenitori e cornici; sfondi, orizzonti e appoggi; costruiamo continuamente paesaggi perché il mondo sia godibile; e godibile lo è. E variegato, ma ordinabile, seppur mosso; e questo lo ritroviamo nello scivolare dinamico, teso, ma composto e definito, del treno di Jean Metsch, Ginevra, Svizzera, 1965 che ci restituisce, anche, la sontuosità quasi sacra, con accenti mistici, seppur piena ed evidente, del suo paesaggio; paesaggio possente che riempie i vuoti del viadotto, solo una vana cornice allo straripare della montagna e delle sue infinite pieghe! Precisione “svizzera” del disegno?! Certamente occhi espansi e innamorati. Innamorati ci sembrano anche gli occhi di Muto, Il treno, 1969, Giappone il cui paesaggio se ne va, macchia, chiazza, diluizione di fumo e nuvole, insieme al treno oltre e al di là, scivolando dal foglio che si espande coloristicamente2.


In questa dialettica treno/paesaggio è anche profondamente immersa, come morbidamente e pienamente con un colorismo quasi fauve, la visione di Maria Rosa Bertola, Piove, Brescia, 1960; un paesaggio grondante colore,…ma nel quale ridono le lucciole dei finestrini del treno, notturno, con le sue calde lucine.

lo rende volumetrico e drammatico con quell’accenno di sbuffi nuvolosi che lo arrotondano un po’. I binari sono anche, però, una frontiera, un confine che segna un al di qua e un al di là rispetto al suo tracciato; dire: “al di là della stazione”, “dietro la stazione” è sempre allontanante e un po’ avventuroso.

Più curiosamente vicine, come fatte di un persistente stupore bambino, timido per certi aspetti, ma trasognato e insieme precisamente svagato e arruffato, gentilmente prossimo all’oggetto della visione, eppure lievemente distanziati fra timore, riverenza e un primo osare minuto e catturato, sembrano le visioni recuperabili in tre opere. In quella di Marco Barale, Il trenino, 1984, Pavia il nero deciso del locomotore porta giù il treno nel suo andare che è sempre anche un po’ un cadere; ma ancora come non rimirare il conduttore che è lì a fare il suo lavoro di avvertimenti e divieti con una ben precisata paletta? Anche lui è un po’ in bilico; come le ruote del vagoncino per merci; saldi stanno i tre viaggiatori curiosi e protetti dalla scia nera del fumo, memoria di una caduta cometa che cerca di raggiungere il sole. E questo parallelismo, questa sorpresa di linee e spessori, questo andare “verso e/o contro”; questa lieve sbavatura che dà al mondo la presenza del treno e del percepirlo andare nel paesaggio, si ritrova anche nell’opera di Luigi Zinno, Il trenino, 1962, Napoli: sui binari ben piantati a terra, segnati da un’alternanza cromatica costruttivamente armoniosa si appoggia, quasi tangenziale, un treno fatto di e a casette, quasi! E come le casette, sì quelle più lontane, fuma e disegna il cielo. È questo che meraviglia del fumo: disegna il cielo, e disegnandolo ne fa almeno due, lo divide, lo restringe ma lo amplifica allo stesso tempo,

Più chiaro si fa il sogno della percezione dell’andare con Assunta Cammarota, Trenino in campagna, 1985, Napoli che ci regala un’ardita curva celeste del treno, quasi da trapezista di un circo equestre; di un treno che se va, va verso l’orizzonte, lo buca, lo attraversa e si arrotola, con il suo fumo, nell’aere; l’andare è come un po’ volare, rompere con le geografie lineari e rettilinee, ortogonali; è diventare leggeri e quindi un po’ piumati; e se piumati, anche morbidamente amplificanti le geografie. Siamo in cielo e in terra? O siamo in una terra che si dilata e si arrotonda per l’andare del treno? O siamo verso un cielo che pare cadere e incontrare la macchina? Certo la geografia non è più la stessa da quando ci sono i treni, ma non solo. Abbiamo detto che i binari sono una frontiera, un segno nel paesaggio che ha mutato il paesaggio; come ogni via di comunicazione segmenta, articola, confina e segna il paesaggio con nuovi orizzonti che lo dilatano, lo approfondiscono, lo rimpiccioliscono, lo sdoppiano in piani e livelli che rendono il vedere mobile, sconnesso, più ardito, con tutto quello che ne consegue in termini di rappresentazione. Allora viene da chiedersi: il paese di Maurizia Pedrana di Rezzato è attraversato dal treno o è guardato dal treno che va su un lungo, leggero ponte di binari scavalcando campi, case e inizi di colline? Certo è che il paese è

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tutto un insieme di piccioli e raccolti contenitori, siano esse casette siano essi vagoni; mentre felici stanno, come in festa, i suoi abitanti bambini e gli alberi da frutta fioriti. Eh, sì! Il treno irrompe, passa e rumoreggia facendo festa e richiamando tutti quelli che starebbero dentro le loro case; è una banda che arriva, è un carico di umanità e di oggetti che viene salutato, ma saluta anche!, mentre corre chissà dove: buon viaggio! Chissà che nel prossimo treno non ci sia anch’io! Perché è questo fondo di avventura che rende “festa” il passaggio del treno. È la disposizione ad andare che abbiamo da sempre: memori del nostro lontano nomadismo pericoloso ma intrigante, mentre siamo forti della nostra sedentarietà. Per altro i mezzi di trasporto paiono coniugare un po’ le due cose: ti portano, ti fanno un nomade parzialmente sedentario. Si potrebbe non scendere dal treno, guardando in corsa il mondo, ma stando seduti. Nel movimento, eppure fermi; gioia altalenata dell’essere trasportati. Ora, la festa di cui si diceva poco fa è persistentemente presente anche nelle altre rappresentazioni di “treno nel paesaggio” e “paesaggio con treno” che sono, come si diceva sopra, tutte diversamente collocate nello sghimbescio del correre del treno e nello scivolare del paesaggio che esplode di piani, colori e campiture e prospettive; ardito come il treno che lo segna. Quasi miniature per la minuzia dell’attenzione al paesaggio che si dispiega facendosi scenario festoso all’andare della macchina e dei suoi eventuali viaggiatori; quasi miniature forse per non perdere proprio niente come quando si continua, dal di dentro di un mezzo di trasporto a dire: “guarda qua, guarda là”; passando da sorpresa a sorpresa, sembrando nuova e inedita ogni cosa, troviamo opere

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che ci sbalzano sempre un “po’ più in là”; dinamiche o ardite o scompaginate… Quella di Sergio Bonometti, Parate, Rezzato, che accentua fino a uno stordimento di affollamento il paesaggio messo in moto su più livelli (vedi le linee e gli spazi di appoggio di aereo, barche, squadre di militari, treno), mentre scivola lungo il fiume che corre ad incontrare il precipitare del treno in corsa portato da una rovente e decisa linea rossa. Apoteosi del convergere e del divergere dei diversi e stratificati cammini. Anche qui è festa! E poi c’è il lavoro di Assunta Piccinelli, La fiera, Rezzato, che riesce a restituirci tutte le montagne rimpicciolite, con occhio quasi da tavola medievale, sia perché si possano addensare lanose macchie bianche che fanno presepe di richiamante dolcezza sia perché sono lì proprio per esser attraversate dal treno che arriva, veloce dall’angolo del paesaggio, di scorcio, diagonale in bilico e ondoso. Macchina meravigliante e articolata come tutte le altre della fiera: quando è fiera, tutto è in movimento, scorre, luccica, balugina e si scuote. E ogni cosa pare ancora più colorata; anche qui è festa degli occhi, per Assunta e per noi, ma non solo, anche per le sue compagne di viaggio, Anna Rosa e Virginia Tognoli sempre di Rezzato. Compagne che enfatizzano ancor più la festosità collettiva al passaggio del treno annegando nel rosso processioni di abitanti presi, forse, nel saluto rituale al treno; certamente, non pochi, danzanti. E questo fino al parossismo coreutico e trascinante del lavoro di Donatella Rossi, Passa il treno, 1966, Lucca che ci trasporta, insieme con i suoi personaggi, in un mondo realisticamente reso surreale; siamo piegati, scossi e mossi dalla grande massa d’aria del treno che si arrotola fra le gambe in uno sferragliare ammagliato di rumori e suoni prepotentemente richiamati. Solo due tacchini restano ignari. Incontriamo anche il


lavoro di Ezio Gino Arrighi, Rezzato, 1969, che dispiega piani multipli e diversificati nel suo approfondire, come a cannocchiale, la visione di un paesaggio che si va costituendo come un atlantemondo; è un tripudio di micro mondi che si stratificano l’uno sull’altro fino alla corona di alberi e all’azzurro compatto del cielo dove vigila, presenza fascinosa, enigmatica, un elicottero: una vera apparizione, più fissa, quasi ieratica dell’allegro, dinoccolato treno. C’è poi il lavoro di gruppo Attività rurali, U.S.A.,1967 che ingrandisce, dilata il paesaggio e guarda dall’alto con ardite visioni di incroci, scorci, rimandi e connessioni di superfici, volumi in un accostamento esaltato dalle pezzature di colore e dalle partizioni decise del foglio che emergono dal dipanarsi incrociato di strada e strada ferrata; quasi un’astrazione. Anche Roberta Corbellini, Rezzato, 1969, rovescia la sua mappa gioiosamente collettiva e comunitaria, un intero paese è fuori casa intorno al cadere, allo scorrere, allo scivolare dei sagomati e aerodinamici vagoni che paiono venire fuori dal foglio verso o contro di noi; infine, ma non ultimo, è l’ingegneristico lavoro del piccolo Marcello Mutti, Sul trenino del Bernina, 2006, Brescia. Il lavoro è mappa, è progetto, è memoria dislocata su più livelli e su più piani di esperienza e apprendimento; è sapere degli occhi, della mano e dell’intelletto astratto che si combinano insieme con una sintetica perentorietà di tratto che annoda, sì annoda, la macchina al paesaggio e viceversa. Marcello non si smentisce nell’altro lavoro, Guardo i treni, 2006 in cui le linee disegnano una mappa ingorgata, convulsa e presa con un occhio di una sinteticità istantanea, un flash dilatato e contratto insieme. Nella stessa area di sinteticità, di gesti volitivi, decisi e perentori, di sguardi plurimi, scorciati, fra avvicinamenti e allontanamenti

che muovono il nostro occhio seguendo viaggiatori e mezzi con tutto il loro precipitoso andare sono i lavori di Tsutae Yamamoto, Il treno, 1969, Giappone, di Petr Florycek, La mia famiglia, Repubblica Ceca che si muovono su registri che rammemorano un espressionismo contratto e, a volte, surreale: come se i bambini oscillassero fra presa sulla realtà e rovesciamento di questa presa all’interno, dentro, sull’asse di un’immaginazione con occhi interni. Hoshino Kenji, Sopraelevata, Giappone, 1969, e Brigitte Ostinelli, Mezzi di comunicazione, Francia, pur diversamente, ci offrono lavori di notevole complessità compositiva. Il primo accatasta con una precisione da urbanista un agglomerato cittadino ai piedi di una sopraelevata che è, come tutte le sopraelevate, una nuova, diversa tipologia di montagna: una montagna aperta, dinamica, ma limite agli occhi e all’orizzonte, anzi nuovo orizzonte che chiede di alzare lo sguardo davanti a tanta maestà che non si piega neanche in presenza di aperture e di arcate più o meno attraversabili: intrighi sempre più intrecciati di sguardi e prospettive. La seconda ci restituisce tutta la geografia sovrapponendola e accostandola apparentemente e certamente su un unico piano, ma disegna una complessità di intrecci, rimandi e compresenza che ben restituiscono il nostro nuovo ordine, o il nostro perenne disordine o caotico ordine in cui siamo immersi ormai da tempo: immersi, presi, richiamati da cieli, terre e mari, posti all’incrocio e al richiamo di questi. Più volte si è accennato al “precipitare” che si ritrova in molti lavori dei bambini; è nel lavoro di Masahiro Minamide, Treni, 1969, Giappone, che questo senso, questo ricordo, richiamo e colpo d’occhio che rimanda ad un andare precipitando nel vuoto, nel

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verso di… un orizzonte lontano ci viene pienamente sollecitato. Il bambino guarda come dall’alto, un po’ di fronte, scorciato e di sbieco, diagonalmente e taglia l’area dei binari e ci restituisce la potenza d’impatto della macchina, la voglia di andare appena appena frenata. Se l’andare è un “andare verso”, se è andare incontro e contro, se l’andare suggerisce incontri e scontri e precipitazioni di linee, volumi, rumori in un fragoroso impatto che dilaga nello spazio e nel tempo, allora dobbiamo, per recuperare tutto questo, soffermarci sull’opera di Osamu Tanba, Neve, 1966, Giappone; il mondo, complice la neve, è scivolante e scivolato con tutte le sue parti in e da un vortice che sposta e fa cozzare ogni cosa. Silenziosa catastrofe gentile dell’instabilità del mondo.

Francesco Caggio Pedagogista, collabora con l’Università Milano-Bicocca

Qui si prescinde dal contesto in cui l’opera è stata realizzata: si presume che sia a seguito di una gita scolastica; quello che è interessante è come la bambina ha restituito la consegna eventualmente avuta dall’insegnante.

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Certo che qui gioca evidentemente la tecnica; ora va detto che non ho discusso degli incroci fra tecniche, titoli, cultura dei paesi in cui sono stati prodotti i lavori, le eventuali consegne degli insegnanti e le età degli alunni; tutte queste variabili certamente hanno influenzato la produzione. Va comunque notato che a parità di tecniche o di età i risultati sono diversi, perché ad esser diversi sono gli occhi; ma per ora chiudiamo qui…

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I treni dei bambini

Volete sapere come sono i treni dei bambini e delle bambine quando dall’esperienza diretta o dal loro immaginario emotivo prendono forma e colore sulla carta? Come corrono le strade ferrate, quali territori attraversano, quanti e quali viaggiatori affollano le stazioni? La PInAC con la mostra Signori in carrozza, apre l’autunno 2007 proponendo una significativa antologia sul tema: opere prodotte a partire dagli anni ’60 fino al 2006, provenienti da Italia, Francia, Cambogia, PerÚ, Usa, Giappone, Germania, Svizzera, Repubblica Ceka. Gli autori e le autrici hanno dai 6 ai 14 anni.

Ecco il repertorio selezionato: Treni a vapore e treni elettrici, treni visti da sopra e da sotto, treni di fianco, treni in dettaglio. T reni fermi nelle stazioni, treni che corrono sui valichi montani, treni che costeggiano specchi d’acqua, treni che traversano

pianure e paesi, treni che viaggiano sopra le case. Treni urbani affollati e trenini sperduti. Treni passeggeri e treni merci. T reni sotto la piogga, sotto la neve e treni baciati dal sole alto, treni sotto un cielo rosato al tramonto. T reni da ammirare come pezzi da museo e treni da prendere al volo per andare in vacanza. T reni per la famiglia che viaggia, treni da festeggiare e treni solo per la fantasia. T reni su rotaie contorte, treni diritti come una freccia, treni dai molti vagoni tondeggianti, treni con un solo vagone e un capostazione con la paletta. Treni lunghi e treni corti. Treni astratti e treni fotografici, treni di tutti i colori e treni neri neri. Treni che incontrano parate militari, treni accolti da folle danzanti,

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treni che salutano i contadini nei campi, treni che accolgono bambini festanti. T reni che fischiano dal fumaiolo sbuffante, treni che sferragliano sulla strada ferrata, treni che vociano dai finestrini, treni che ritmano e cadenzano il viaggio, treni che cantano filastrocche canzoni. Treni che odorano di fumo e carbone, di ferro e di legno. E poi palette, cappelli, valigie e fischietti, massicciate e traversine, tralicci fili elettrici e banchine, ciotoli e scambi e stazioni. Disegnati con matite o pennarelli, colorati con pastelli a olio o gessi policromi, incisi nell’adigraf, dipinti a tempera o ad acquarello, su carte bianche rosa gialle grigie verdi e nere. I treni dei bambini... Non resta che prepararsi per il viaggio. SIGNORI IN CARROZZA, si parte!

Elena Pasetti Direttrice PInAC

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C’era una volta un drago...

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C’era una volta un drago terror della foresta, un corpo tutto squame, sul capo una gran cresta. Due occhi rossi gialli ed un vocione roco, due fauci sempre aperte a sputare fumo e fuoco.

Ma un giorno un saggio mago lo prese per il collo e in un secchione d’acqua lo mise un poco a mollo. Sbollito dagli ardori gli disse: “Adesso tu ti metti a fare il bravo e di guai non ne fai più!”. 16

Com’è bello farsi trasportare dal locomotore Laura Nava, 7 anni, Pavia 1972. Pastelli, cm 33x48 741


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Gita scolastica Davide Bernini, 8 anni, Pavia 1972. Pastelli, cm 35x48 2820

Al posto delle zampe gli mise quattro ruote, al posto del vocione un fischio a quattro note. 18


Il trenino Marco Barale, 5 anni, Pavia 1984. Pennarelli, cm 32,5x48 2179

Le fauci bene chiuse legate per benino e infine sulla testa gli sistemò un camino. 19


I due occhi rossi e gialli li trasformò in due fari, e infine mise tutto su un paio di binari.

La vecchia locomotiva a vapore Rosa Giglio, 8 anni, Pavia 1972. Pastelli, cm 33x48 3174

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Allora il saggio mago tornò a casa sereno, aveva ucciso il drago ed inventato il treno. G ig i L u na r i

AttivitĂ  rurali Lavoro di gruppo, 7 anni, USA 1967. Tempera, cm 49x72 2089

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Il treno va, scomparirĂ , con le sue ruote rotonde

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Senza titolo Kry Tynti, 14 anni, Battambang (Cambogia) 2006. Matite colorate, cm 29,5x21 4794

dietro alle nuvole bionde... Pa o l o C o nte ,

Il t r eno va

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‌ Mi lascio trasportare da questo serpentone, lo sferragliare pigro delle sue giunture è una musica dolce che mi fa dormire, leggere, sognare...

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Senza titolo

Il trenino

Gino Ezio Arrighi, 11 anni, Rezzato (Bs) 1969.

Luigi Zinno, 6 anni, Napoli 1962.

Tempera, cm 50x37

Pennarelli, cm 50x70

3045

744


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Mezzi di comunicazione Brigitte Ostinelli, 14 anni, Vernier (Francia) s.d. Pastelli, cm 35,5x50

Senza titolo Roberta Corbellini, 10 anni, Rezzato (Bs) 1969. Pastelli, cm 37,5x50 2265

3320

Corre questo treno, corre fra la terra e il cielo e non si ferma mai, verso una stazione... Simone Cr is tic chi,

S u l t r e no

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Il trenino della Vigezzina

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Sul trenino del Bernina Marcello Mutti, 6 anni, Brescia 2006. Pennarelli, cm 19,5x13 4905

Parte puntuale ogni mattina da Domodossola va a Re dove il monarca però non c’è.

Fischia e canta tutto felice Dio lo guarda e lo benedice perché ogni giorno dell’anno va sui monti senza affanno.

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Il treno Muto, 8 anni, Kyoto (Giappone) 1969. Tempera, cm 38x54 786

Il treno

Mai si ferma non si stanca, sale e sale mai arranca

Emanuele Cecchinato, 6 anni, Domodossola 1968. Pastelli a cera, cm 48x65,5 746

sopra i ponti ed in galleria danza trotta e corre via. 31


In ogni paese e persino frazione il trenino si ferma alla stazione Neve Osamu Tanba, 7 anni, Nagoya (Giappone) 1966. Tempera e matite grasse, cm 37,5x53,5 796

Il treno Jean Metsch, 10 anni, Ginevra (Svizzera) 1965. Tecnica mista, cm 29,5x39,5 783

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Piove Maria Rosa Bertoli, 12 anni, Brescia 1960. Pastelli, cm 23,8x31,7 4264

talvolta l’ho visto anche fermare tra le pecore ch’erano a pascolare… Anto nio C ar cu r o 34


Il treno dei bambini

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C’è un paese dove i bambini hanno per loro tanti trenini, ma treni veri, che questa stanza per farli andare non è abbastanza;

treni lunghi da qui fin là, che attraversano la città. Il capostazione è un ragazzetto appena più grande del fischietto, il capotreno è una bambina allegra con la sua trombettina;

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Il treno dei bambini Anna Cozzaglio, Emiliana Ghirardi, 8 anni, Rezzato (Bs) 1982. Pastelli, cm 50x75 1150

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Un treno carico di filastrocche Michela Stevanato, 7 anni, Rezzato (Bs) 1982. Tempera, cm 32,5x48 1352

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Il treno dei bambini Diego Goffrini, 9 anni, Rezzato (Bs) 1982. Pastelli a cera, cm 50x74 1355

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Senza titolo Marina Frossi, 8 anni, Rezzato (Bs) 1982. Pastelli a olio, cm 50x75,5 2898

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sono bambini il controllore, il macchinista, il frenatore. Tutti i posti sui vagoncini sono vicini ai finestrini. E il bigliettario sul suo sportello ha attaccato questo cartello: ÂŤI signori genitori se hanno voglia di viaggiare debbono farsi accompagnareÂť. Gi anni Rodar i

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Un treno di bambini di nuovo felici, un treno sulla fiducia in quello che fai e che dici, un treno verso i disegni delle scritte a vernici un treno che vada avanti e corra sulle radici...

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Il treno Irmgard Szyperski, 11 anni, Wattenscheid (Germania) s.d. Tempera, cm 30x40 3048

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Guardo i treni Marcello Mutti, 6 anni, Brescia 2006. Pennarelli, cm 21x29 4888

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I bambini rimangono a bocca aperta: davanti a loro c’è una vecchia locomotiva a vapore Sabrina Rossi, 8 anni, Pavia 1972. Pastelli, cm 35x48 737

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Il treno Tsutae Yamamoto, 8 anni, Giappone 1969. Tecnica mista, cm 38x54 3475

...un treno di prima classe per tutti e pi첫 bello 46


Sopraelevata Hoshino Kenji, 13 anni, Giappone 1969. Tempera, cm 38x54 3313

un treno sopraelevato senza passaggio a livello... 47


La fiera Assunta Piccinelli, 7 anni, Rezzato (Bs) s.d. Tempere, cm 23x30 2511

Senza titolo

... Un treno... tuu tuu / Un treno... tuu tuu Mar iella N a va,

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Un tr eno

Victor Diaz, 6 anni, Lima (Per첫) s.d. Tempera, cm 34,5x44 3905


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Guardo la gente che arriva, che parte si abbraccia, si sbraccia col fazzoletto in mano, fischia il capostazione, si chiudono le porte del treno e ricomincia il viaggio... Simo n e C r is t icch i,

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Sul tr eno


Passa il treno Donatella Rossi, 10 anni, Casciana di Camporgiano (Lu) 1966. Tempera, cm 51x71 782

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Partenza per le vacanze Anna Rosa, 9 anni, Rezzato (Bs) s.d. Tempera, cm 17x25 2496

... e sentirò l’amico treno che fischia così: uaun-uaun A dr ian o Celen t an o ,

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Il r ag az z o del l a V ia G lu ck


Trenino in campagna Assunta Cammarota, 5 anni, Napoli 1985. Pennarelli, cm 50x70 727

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Il mio paese Maurizia Pedrana, 7 anni, Rezzato (Bs) s.d. Tempera, cm 17x24 2757

Andiamo in ferie Gerda Wallnรถfer, 9 anni, Bolzano s.d. Pastelli a olio, cm 25x34,5 4660

... come i treni a vapore, di stazione in stazione e di porta in porta... Ivano F os s ati,

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Tr e ni a vapo r e


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La stazione Fabio Revelli, 6 anni, Arma di Taggia (Im) s.d. Pastelli a olio, cm 23,8x33,5 4661

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In gita abbiamo visto una locomotiva vecchia e ci siamo saliti Simona Bolduri, 8 anni, Pavia 1972. Pastelli, cm 32,5x48 3579

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Il treno Virginia Tognoli, 7 anni, Rezzato (Bs) 1970. Tempera, cm 25x33,5 735

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Ecco la mia famiglia Iva Prokleskova, 14 anni, Brno (Repubblica Ceca) 1995. China, cm 20,5x45 338

Prendi un treno magico, vola, vieni via da lĂŹ Prendi un treno magico ora e ogni lunedĂŹ. T imo r ia,

Tr eno magi co 59


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La mia famiglia Petr Florycek, 13 anni, Repubblica Ceca 1995 China, cm 28x50 3928

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Treni Masahiro Minamide, 12 anni, Kobel (Giappone) 1969. Tempera, cm 37,5x53,5 723

Ma il treno dei desideri, dei miei pensieri all’incontrario va. Pa o l o C o nte ,

Azzur r o

Il filobus con l’autista Tiberio Aicardi, 9 anni, Arma di Taggia (Im) s.d. Pastelli, cm 24x33 734

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Generale queste cinque stelle queste cinque lacrime sulla mia pelle che senso hanno dentro al rumore di questo treno che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno... Fr an cesco De Gr ego r i,

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Gener al e


Parate Sergio Bonometti, 8 anni, Rezzato (Bs) s.d. Tempera, cm 24,5x35 2512

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La carrozza attende già non ti fermare a cassetta sali e va non ti voltare, suona un corno da cocchiere, lustra l’abito da Re... P r e miat a F o r n er ia Mar co n i,

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La car r ozza di Hans


La carrozza dei turisti a Merano Roberta Cava, 8 anni, Pavia 1977. Adigrafia, cm 29,5x49,5 2328

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Ecco la mia famiglia Anna Novakova, 5 anni, Cerncice (Repubblica Ceca) 1994. Pennarelli, cm 28x40 349

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Senza titolo Roberto, 9 anni, Rezzato (Bs) 1984. Pennarelli, cm 24x33 3424

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Giochiamo al treno Francesca D’Incà, 6 anni, Castion (Bl) 1971. Pennarelli, cm 37,5x50 2308


Finito di stampare nell’ottobre 2007 da Color Art, Rodengo Saiano (Bs)


Signori in carrozza