N. 96 • Primavera 2024 - Fr. 12 / Euro 12
RINASCERE
nuove forme. Non solo a primavera
© Jolie Zocchi
In
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CHIUSURA REDAZIONALE: 28 marzo 2024
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Portare alla luce I PROPRI TALENTI
a primavera. Quale momento migliore per parlare di rinascita? La stagione in cui tutti noi, seguendo il passo della Natura che si rinnova, siamo in qualche modo chiamati a compiere questa stessa archetipica operazione.
Etimologicamente, la parola primavera incoraggia a fare di più: sprona a impegnarsi in un nuovo inizio (prima, inizio), ma affinché vi sia qualcosa di , ‘splendere’).
Come pochi altri, il concetto di rinascita è trasversale alle epoche, ai luoghi, alle culture e alle età. È maschile e femminile. Occupa tutti i punti di una scala da
Abbiamo interpellato esperti e personaggi, raccogliendo i suggerimenti degli uni e le storie degli altri. A dispetto dei diversi ambiti, funzioni ed esperienze, un assioma ha messo tutti d’accordo: si rinasce partendo da noi stessi. Dovremmo quindi avere, tutti, il coraggio di abbandonare le certezze dello status quo, di sottrarci alle attese altrui e di affrontare i nodi irrisolti. Dovremmo ascoltarci, nella vita privata come nel lavoro. Magari con l’aiuto di un coach, che non formula ricette - sia chiaro - ma ascolta e pone le giuste domande, catalizzando il processo del cambiamento.
La carrellata sulle innumerevoli espressioni di rinascita è lunga e ricca, spaziando dalla medicina rigenerativa alla moda vintage, dall’arte che reinterpreta e illumina il mondo ai luoghi energetici con le loro
Un cammino di rinascita è giusto e fa bene. Per (ri)scoprirsi, per trovare quel tesoro che rischierebbe altrimenti di rimanere nascosto.
Usiamolo questo periodo del calendario, propizio fin dalla notte dei tempi, per trasformare le insicurezze in consapevolezze, per agire, non per rinunciare. Per far emergere quei ‘talenti d’oro’ dal nostro inconscio, che il sole di primavera non mancherà di far splendere.
Simona Manzione
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4 EDITORIALE
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Allenarsi a vivere bene e a lungo
Il coaching per favorire la resilienza fisica, emotiva e mentale.
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Il bello di una vita camaleontica
Catherine de Marignac: avvocato, storica dell’arte, madre e modella.
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Vintage evergreen, unicità e sostenibilità
Le due carte vincenti della moda di lusso pre-owned.
Un’alchimia
irresistibile
Il centenario di un oggetto cult, pioniere della gioielleria moderna.
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Piume. Seduzione, sfarzo, emozione
L'abilità artigianale e inventiva della plumière Nelly Saunier.
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Aromatiche monocromie
Da 15 anni, al leggendario Stucki di Basilea, Tanja Grandits.
Il potenziale creativo dell’Ai
Quali prospettive per la creatività condivisa uomo-macchina?
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Abitare nella settima arte
L'architettura sul grande schermo, elemento narrativo e simbolico.
DOVE LA MODA INCONTRA L'ARTE
IN QUESTO NUMERO
CARTIER, TRINITY, 2024 LA FINE ARTE DEL PLUMAGE © Foto JOLIE ZOCCHI © Cécile Rogue 6
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photography by Andrea Ferrari
APRIRSI al FUTURO
Sicuramente ne abbiamo fatto esperienza: i momenti di crescita personale seguono spesso periodi di difficoltà, buio, fatica a cogliere un senso. Ne è quasi metafora il bambino che si ammala e perde forze, energie, competenze e, a livello affettivo, regredisce a fasi ormai superate. Poi guarisce e non solo recupe-
Rinascere a tutte le età. A partire dall’adolescenza, ai tanti cambiamenti di fronte ai quali pone la vita, come figli, genitori, compagni, professionisti, … Stimolando a cogliere nuove possibilità
ra ma, in modo sorprendente, fa un balzo avanti nella sua evoluzione. Così l’esperienza di vita è un continuo transitare attraverso momenti in cui bisogni e desideri quasi magicamente si realizzano e momenti in cui tutto si ferma, frammenti di vita in cui siamo lontani dai nostri bisogni e desideri e quindi da noi stessi. Il periodo dell’adolescenza è esemplificativo di questo processo perché pone fine all’infanzia e dà inizio a una fase in cui il ragazzo deve coinvolgersi nel percorso di costruzione di un’identità sufficientemente coesa,
© Casey Horner / Unsplash
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dando una risposta possibile alle domande “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove voglio andare?” Per farlo deve poter coltivare nuove competenze affettive e sociali, mettere una distanza diversa dalla famiglia e aprirsi al mondo dei pari e di altri adulti di riferimento. Questo significa trasformare il legame di dipendenza dai genitori, fino a quel momento idealizzati con i loro valori. La maggior autonomia di pensiero spinge al confronto, allo scontro, esige una nuova distanza. Allo stesso tempo è difficile rinunciare alla sicurezza della posizione infantile e lo stesso adolescente che rivendica distanza - fisica e di pensiero - può chiedere insieme il contatto fisico regressivo che lo ha rassicurato per tanti anni anche attraverso la cura del corpo.
Il trascorrere degli anni segna sì la fine di periodi che non torneranno più, ma apre anche alla possibilità di conservare dentro noi, come patrimonio prezioso, le nostre esperienze di vita. Quelle che ci hanno confrontato con i nostri limiti e le nostre fragilità, ma anche con la sfida della rinascita.
Cinzia Pusterla-Longoni, Psicologa e Psicoterapeuta, Associazione Ticinese degli Psicologi
Ma l’entrata nell’adolescenza esige che il corpo si sottragga alle cure della madre. Un corpo che cambia, diventa sessuato, assume nuovi significati e si ritrova straordinariamente esposto allo sguardo degli altri. Soprattutto allo sguardo dei pari, e sappiamo quanto possa essere meno benevolo di quello degli adulti. Mai come nell’adolescenza si susseguono momenti di affermazione di sé e sfiducia, di sconforto e ripresa, di forza e resa, un’alternanza che è dolorosa ma che resta sopportabile se c’è la speranza. La speranza di un futuro possibile dove realizzare i propri desideri e progetti.
Il periodo della pandemia ha fatto morire questa speranza creando, per tanti giovani, una situazione insostenibile. Prova ne è l’esplosione, che dura tuttora, di domande di aiuto di adolescenti agli specialisti.
L’adolescenza dei figli rappresenta un momento di passaggio anche per i genitori che nello smarrimento, inevitabile, devono costruire la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo malgrado la continua messa in discussione. Perché i ragazzi hanno bisogno di adulti sufficientemente forti da affrontare i loro ‘attacchi’ e resistergli. Anche mettendo limiti chiari e coerenti che possano orientare e contenere. Adulti in grado di accogliere i nuovi bisogni dei figli continuando ad affermare e testimoniare nel quotidiano i propri valori.
Le domande dei figli rispetto alla ricerca della loro identità e autonomia vanno a risvegliare nei genitori domande antiche che dolorosamente ridiventano attuali: “Chi sono io ora?”, “Qual è il mio ruolo?”, “Che senso ha la mia vita?”
Il processo evolutivo dei figli implica un lutto per i genitori: la fine di un periodo in cui prendersi cura di loro era un compito rassicurante, prevedibile e desiderato, un periodo in cui la vicinanza affettiva è definita e vissuta
in modo naturale. Il dolore per una fase della vita finita e l’incertezza per un futuro da costruire. Quello dei figli ma anche quello dei genitori. In entrambi i casi, la consapevolezza della perdita deve poter integrare la speranza di rimettersi in gioco, di riprendere contatto con le proprie potenzialità che possono trovare un nuovo spazio, un tempo nuovo di realizzazione.
Tutto questo è possibile se crediamo di avere la forza di vivere il dolore. Vale per la perdita di ruolo come genitore, ma anche di un lavoro, di una persona cara, della salute…per l’abbandono affettivo. Solo vivendo con consapevolezza il dolore, che amplifica le nostre vulnerabilità, solo riconoscendo senza vergogna le nostre fragilità possiamo uscire da un momento di sfiducia e difficoltà con tutto il potenziale legato a una nuova consapevolezza di sé. Un processo che aiuta a guardare alle fasi della vita che passano con uno sguardo diverso. Perché il trascorrere degli anni segna sì la fine di periodi che non torneranno più, ma apre anche alla possibilità di conservare dentro noi, come patrimonio prezioso, le nostre esperienze di vita. Anche le esperienze che ci hanno confrontato con i nostri limiti e le nostre fragilità, ma anche con la sfida della rinascita. Torno all’esperienza del genitore che ha fatto un po’ da ‘filo rosso’ a questo scritto. Se un ragazzo è in grado di muoversi verso l’età adulta con una sufficiente autonomia, con un progetto di vita relazionale e professionale allora, come genitori, non possiamo che custodire dentro di noi la soddisfazione di essere riusciti ad accompagnare e sostenere i nostri figli a percorrere la loro strada. La soddisfazione e il sollievo di poter passare il testimone, consapevoli che a nostra volta abbiamo la possibilità e il potenziale di aprirci a nuove esperienze.
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LA VIA d’uscita è DENTRO di TE
Che sia nella vita privata o in campo professionale, un percorso di coaching è un processo trasformativo che esige tempo, impegno e consapevolezza.
E la giusta guida
Avolte la soluzione non è né la chiacchierata liberatoria con un buon amico, né l’intervento di un medico. Ci vuole invece qualcuno che, più che elargire consigli o somministrare terapie, sappia porre le giuste domande per sbloccare un percorso interiore che ci rimetta al centro. Catalizzatore del cambiamento, il coach, simile a un allenatore - non a caso la professione nasce in ambito sportivo - affianca, guida e facilita un cammino di rinascita, aiutando a chiarire i propri desideri e obiettivi, a individuare le proprie risorse e strategie di azione per valorizzarle. A (ri)scoprirsi e attivare il motore di tutto, che è sempre la motivazione intrinseca. «C’è un detto che recita: l’unica via d’uscita è dentro di te. Per me questa via è un processo di guarigione, crescita, maturazione; un cammino per scoprire la propria unicità, bellezza e il proprio scopo», afferma Maria Grazia Stomeo, life coach operante anche a Lugano. Il suo percorso formativo, iniziato dall’incontro con lo yoga e la meditazione, si è arricchito con lo studio del coaching umanistico, basato sulla psicologia positiva, e con lo sciamanesimo, la pratica spirituale ed energetica di guarigione più antica al mondo. «Insieme, queste discipline mi hanno consentito di considerare la persona nella sua complessità affrontando tematiche legate a salute, relazioni, benessere, emozioni e il mondo energetico», prosegue Maria Grazia Stomeo.
Fra le attese che gli altri hanno su noi e la tirannia dei propri nodi irrisolti, si rischia però spesso di rimanere accomodati nelle certezze dello status quo, che anzi difendiamo gelosamente. Se una crisi conclamatache sia una malattia, una separazione, un lutto, la perdita del lavoro, … - mettendo a repentaglio la nostra confort zone può innescare il processo, è invece molto più difficile capire e ammettere di aver bisogno di intraprendere un percorso di cambiamento quando si riesce a galleggiare nella quotidianità. «Di fatto l’essere umano sviluppa costantemente - soprattutto a livello inconscio - strategie per evitarlo: stress quotidiano,
10 FOCUS_LA RINASCITA DI SUSANNA CATTANEO
SOPRA, MARIA GRAZIA STOMEO, SPECIALIZZATA IN COACHING OLISTICO E INSEGNANTE DI YOGA
dipendenze di ogni tipo (social media, relazioni, alcol, fumo, sesso) e così via. Strategie che ci illudono di avere tutto sotto controllo, dandoci una sicurezza che è solo fittizia. Ma non bisogna aver paura di scavare in profondità. Passo dopo passo, senza fretta, senza giudizio... non sei i tuoi pensieri, non sei le tue ferite, non sei i tuoi problemi e le tue sfide. Sei molto di più. Vai oltre e torna da te», incita Maria Grazia Stomeo. Se il benessere di una persona è frutto di un equilibrio fra mente, corpo, anima e spirito molto complesso da raggiungere, il supporto esterno di un professionista può essere determinante. «Spesso si ha bisogno di uno specchio per identificare schemi e abitudini malsane. Avere accanto qualcuno di qualificato che ci ascolti senza giudicare e ci guidi nelle sfide e nelle scelte è fondamentale. Io stessa mi faccio accompagnare ormai da lunghi anni e ne vado fiera, perché essere un coach vuol dire prima di tutto accettare di mettersi in discussione, cercare di trasformare gli ostacoli in sfide, lavorare su sé stessi, allenare i propri talenti e continuare ad approfondire la formazione per raffinare le proprie capacità intuitive. È un continuo evolversi, crescere, conoscersi e anche imparare a volersi bene», evidenzia la life coach olistica. Un discorso che si applica anche al campo professionale. Spesso confuso con la formazione, con interventi di consulenza aziendale o il supporto psicologico, il business coaching si differenzia per la focalizzazione sull’individuo e sul suo
sviluppo professionale, concentrandosi sull’identificazione e sul superamento di ostacoli personali e/o professionali, promuovendo la consapevolezza e l’autonomia decisionale. «I principali benefici includono la gestione efficace dello stress e il potenziamento delle capacità di leadership e delle relazioni interpersonali. Inoltre aiuta a migliorare le performance aziendali stimolando l’innovazione, la motivazione dei dipendenti e l’efficacia nell’affrontare sfide complesse», spiega Francesca Betteni, executive e professional coach. Dopo diversi anni di esperienza nel mondo aziendale e di attività all’interno di multinazionali, l’impulso di condividere le sue competenze con gli altri aiutandoli a raggiungere il massimo potenziale, l’ha spinta a intraprendere un apposito percorso di formazione ottenendo il certificato dell’International Coaching Federation, associazione fondata nel 1995 proprio per conferire credibilità a una professione allora emergente e una piattaforma di riferimento e confronto.
«In una sessione di business coaching, di solito inizio da una fase di accoglienza e defi-
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© Farsai Chaikulngamdee/ unsplash
nizione degli obiettivi, stabilendo una relazione di partnership e di fiducia con il cliente: insieme identifichiamo i risultati che desidera ottenere. Successivamente, utilizzando domande mirate, tecniche di Programmazione neuro-linguistica (Pnl) e altre metodologie di coaching, incoraggiando il cliente a esplorare le sue convinzioni, valori, motivazioni e a identificare eventuali ostacoli al raggiungimento dei suoi obiettivi. Infine, si sviluppa un piano d’azione concreto e misurabile, stabilendo un follow-up per monitorare il suo progredire nel tempo», specifica Francesca Betteni. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, affidarsi a un coach ha senso non solo per imprese medio-grandi durante cambiamenti organizzativi o fasi di ristrutturazione aziendale, ma è altrettanto applicabile a realtà,
individui e team di dimensioni più piccole. «Anzi, in questi casi può essere particolarmente benefico per identificare e superare sfide specifiche, sviluppare abilità di leadership e gestione e per migliorare le prestazioni complessive. Anche se le dimensioni possono variare, i principi del coaching rimangono infatti gli stessi», evidenzia la specialista. Sono invece le sfide a continuare a evolvere insieme al mondo del lavoro e alla società. «Negli ultimi tempi, caratterizzati dall’incrementale sviluppo tecnologico
A FIANCO, FRANCESCA
BETTENI, EXECUTIVE E
PCC - PROFESSIONAL
CERTIFIED COACH
DI ICF, MASTER IN PNL.
GESTIONE DELLO STRESS, POTENZIAMENTO DELLE
CAPACITÀ DI LEADERSHIP E
QUALITÀ DELLE RELAZIONI
INTERPERSONALI SONO
I PRINCIPALI BENEFICI DI UN APPOSITO PERCORSO
e dalla diffusione del lavoro a distanza, sono emersi nuovi aspetti nelle domande ed esigenze dei professionisti che richiedono un intervento. Tra questi, una maggiore attenzione alla gestione dell’equilibrio tra vita lavorativa e privata, alla promozione del benessere aziendale e organizzativo, come pure al potenziamento delle competenze digitali. Settori come l’Ict o il finanziario sono tra quelli in cui vengo più sollecitata, data la rapida evoluzione e la complessità dei cambiamenti che affrontano», osserva Francesca Betteni. Definizione degli obiettivi e pianificazione del tempo per aumentare la produttività e la focalizzazione, competenze di comunicazione efficace, gestione dello stress e di autocura per migliorare il benessere emotivo e fisico, abilità di problem solving e decision making: sono parte delle strategie di azione che un percorso di coaching a supporto della vita professionale può aiutare a sviluppare.
L’importante, al lavoro come nel privato, è ascoltarsi. Fondamentali sono i “me time”, come li definisce Maria Grazia Stomeo, momenti in cui dedicarsi del tempo senza distrazioni, per ascoltarsi e cercare di capire ciò che si è e come si aspirerebbe a essere. Solo in apparenza momenti egoistici: perché le energie negative che ci abitano non influenzano solo il nostro modo di pensare, sentire e agire, ma anche le vite degli altri.
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© Federico Lamastra
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LA PROMESSA
BENE
Pa ssano gli anni... e l’aspettativa di vita cresce. La Svizzera, in particolare, è fra i primi della classe con una speranza di vita alla nascita fra le più elevate e, almeno ancora per il momento, le cifre sono a netto favore alle donne, che con 85 anni e mezzo si godono in media quattro anni più degli uomini. Il Ticino, poi, fa corsa in testa e si porta a casa anche il record di ultracentenari, circa 150.
ACCANTO, FILIPPO ONGARO, MEDICO, AUTORE BESTSELLER, ESPERTO IN MEDICINA ANTI-AGING
E FUNZIONALE, IDEATORE CON LA MOGLIE SONJA DELL’OMONIMO METODO ONGARO
ASSOCIATO AI DEFUNTI DALLE CULTURE OCCIDENTALE, IL CRISANTEMO È SIMBOLO MILLENARIO DI LONGEVITÀ
E RINASCITA IN QUELLE ORIENTALI, CON LA SUA FORZA VITALE E IL MISTICO POTERE CURATIVO
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© Ray Shrewsberry / unsplash
ALLENARSI a vivere BENE
Un’esistenza lunga e sana è prima di tutto questione di stile di vita, come dimostra il longevity coaching. E anche quando si è colpiti da una malattia, il medical coaching può favorire la resilienza fisica, mentale ed emotiva
Prospettive che dovrebbero essere ulteriormente viste al rialzo con un’industria della longevità che mobilita sempre più capitali e progetti di ricerca. Se l’arrivo sul mercato di sostanze farmacologiche come geroprotettori, senolitici e senoblocker promette di interagire con i meccanismi dell’aging prevenendolo o invertendolo, attenzione però a non delegare tutto alla scienza: invecchiare bene è in primo luogo questione di uno stile di vita sano ed equilibrato, da adottare sin da giovani. «La nutrizione, supportata da un’eventuale integrazione alimentare per equilibrare l’organismo, l’attività fisica e la gestione della sfera emotiva sono le diverse dimensioni, fortemente interconnesse, su cui lavorare», osserva Filippo Ongaro, primo medico italiano a essersi certificato in medicina anti-aging e funzionale negli Stati Uniti, dal 2017 basato in Ticino, ad Agno. In particolare, le competenze sviluppate negli otto anni di esperienza all’Agenzia Spaziale Europea (Esa), dove si è trovato a definire protocolli che permettessero agli astronauti di contrastare l’invecchiamento accelerato a cui sono esposti in orbita, sono state l’ispirazione per sviluppare, insieme alla moglie Sonja, che affiancava invece gli astronauti come psicologa, un metodo olistico di longevità a beneficio dei ‘comuni
terrestri’. Una lista di regole però non basta. «In linea di principio, al giorno d’oggi tutti sappiamo a quali vizi non dovremmo cedere e i principi da seguire, eppure, come sentenziava Oscar Wilde, finiamo per resistere a tutto tranne alle tentazioni. I propositi che si formulano con piena convinzione nel momento in cui si viene colti dal senso di colpa, dalla paura di una diagnosi o dal consiglio del medico, finiscono per cedere alla prova della quotidianità, perché disciplina, forza di volontà e prescrizioni non bastano a motivarci. Ci si prefiggono obiettivi ambiziosi, sottovalutando la fatica che costa cambiare le abitudini e sopravvalutando la velocità con cui si raggiungeranno i risultati. Le neuroscienze mostrano come il motore dei nostri comportamenti sia invece la ricerca di gratificazione della produzione di dopamina. Quindi una strategia più intelligente è quella di accompagnare la persona a un cambiamento graduale, senza ridurre drasticamente i livelli
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di gratificazione, ma tentando tappa dopo tappa di sostituirla. Nessuno mantiene uno stile di vita per vent’anni solo imponendoselo, lo si fa perché dà soddisfazione», evidenzia Filippo Ongaro. Se modificare l’anagrafe è impossibile, strategie come queste che agiscono a livello epigenetico possono incidere su quella che si definisce ‘età biologica’, che valuta le condizioni morfologiche e funzionali di tessuti, organi e apparati, benché ancora non si sia raggiunto il consenso scientifico sulla misurazione esatta. Altrimenti detto, una quarantenne potrebbe avere l’età biologica di una 50enne oppure di una 30enne.
Proprio i 40 anni, qualora non lo si fosse fatto prima, sono un buon momento per iniziare a ragionare su come preservare il proprio benessere nel tempo, suggerisce il longevity coach, invitando a rivedere qualche cliché: «Si presta di solito più attenzione all’allenamento cardio e aerobico, ma almeno altrettanto importante è quello con i pesi: preservare la massa muscolare, che già da 30-35 anni si inizia a perdere sistematicamente, è fondamentale per mantenere più a lungo un buon metabolismo, per l’attività del sistema endocrino, dunque la produzione ormonale,
e anche per la prevenzione dell’osteoporosi, in quanto la massima stimolazione dell’osso avviene grazie alla tensione generata dai tendini quando si contraggono i muscoli. Per la dieta, al di là dei consigli noti, attenzione a non ridurre troppo le proteine, essenziali con l’avanzare dell’età per rigenerare i tessuti, anche se è bene privilegiare carni bianche e pesce con cotture salutari», consiglia il Dr. Ongaro. Purtroppo non tutto si può prevenire con uno stile di vita pro-longevità: anche il patrimonio genetico, l’ambiente e il caso hanno un ruolo. «Tuttavia si riduce il rischio dell’insorgere di patologie e, soprattutto, si potenziano le capacità di reagire positivamente e recuperare, grazie a una maggior resilienza biologica e mentale», assicura l’esperto di longevity coaching e medicina funzionale.
È sicuramente il mentale l’aspetto più complesso da gestire quando si viene colpiti da una malattia. Uno stravolgimento che impatta sulla qualità di vita, sulle relazioni personali e quelle professionali. Improvvisamente non si riesce più a pensare al proprio futuro, ci si sente smarriti, si vorrebbe tornare indietro a una vita che purtroppo non ci sarà mai più.
/ Unsplash © Eugenia Maximova / Unsplash FOCUS_LA RINASCITA 16
© Benjamin Elliott
L’ASPETTO PIÙ COMPLESSO DA GESTIRE DI UNA
MALATTIA È LO STATO DI DISORIENTAMENTO IN CUI SI PRECIPITA; LA GUARIGIONE PASSA DALLA
RIDEFINIZIONE DEL CONCETTO DI SALUTE CON UNA
VISIONE PIÙ AMPIA CHE METTA AL CENTRO LA PERSONA
ACCANTO, ISABELLA PUDDU, LIFE, MEDICAL & CAREGIVER COACH
E questo vale tanto per la parte acuta della crisi quanto alla sua fine, quando è necessario imparare a convivere con le mutate condizioni che quella malattia lascia in eredità. «Mentre in un processo di life coaching si cerca una guida per raggiungere un risultato o un sogno desiderato, al contrario nel medical coaching è il ‘viaggio’ a convocare il suo passeggero, perché nessuno sceglie di essere malato, infortunarsi, soffrire di burnout oppure vivere con una disabilità o una patologia cronica. Questa differenza fondamentale influisce sull’intero spazio e processo di coaching, costruito per facilitare il processo di empowerment e di resilienza fisica, mentale ed emotiva», spiega Isabella Puddu. Figlia e nipote di medici, appassionata di medicina e benessere, dopo l’iniziale certificazione come life coach ha trovato in questa ulteriore specializzazione la possibilità di seguire chi a un dato momento della vita si ritrova ‘paziente’.
A convincerla anche l’approccio innovativo e olistico del medical coaching, in grado di andare oltre al dualismo fra medicina occidentale e orientale, pur senza volersi sostituire ad accertamenti, trattamenti e interventi medici cui il cliente è sempre previamente chiamato. «Noi medical coach guardiamo alla persona senza identificarla con la sua malattia. Si tratta di una scelta radicale e spesso unica, che ci permette di costruire un particolare rapporto di fiducia. Un problema di salute dovrebbe essere un invito a vedere noi stessi come un sistema integro che aspira a raggiungere uno stato di salute equilibrato. Guidate da questa visione, le sessioni di medical coaching lavorano sulla definizione di obiettivi e sulla creazione di piani d’azione per raggiungerli», evidenzia Isabella Puddu, basata a Lugano. In particolare, i medical coach sono formati per aiutare i clienti a definire piani sostenibili di gestione della crisi, aumentare la loro agilità emotiva, creare strategie di coping per affrontare il dolore fisico e/o emotivo, eliminare e superare i fattori scatenanti di stress e disagio, creare programmi sostenibili di selfcare o sfruttare l’intelligenza corporea per sostenere il recupero e la preparazione mentale ed emotiva alle procedure mediche. A monte, fondamentale è l’abilità di mantenere uno spazio sicuro che consenta al cliente di essere vulnerabile, fidarsi delle proprie intuizioni, accettare le incertezze e imparare a convivere con l’ignoto.
«Che si tratti di una patologia cronica o di una crisi improvvisa, la malattia comporta una perdita di controllo ed emozioni forti come paura, tristezza, rabbia e anche incredulità. Significa rinunciare a qualcosa che prima era ovvio, imparare a fare scelte consapevoli, cambiare strategie a seconda dei risultati degli esami e gestire in maniera consapevole le proprie energie», illustra Isabella Puddu.
Complessa anche la situazione di chi ai malati sta accanto, che siano operatori sanitari ma anche i caregiver familiari, accomunati nella loro missione dalla cosiddetta compassion fatigue, una combinazione di esaurimento fisico, emotivo e spirituale associata alla cura di un’altra persona. Anche in questi casi, l’intervento di un coach specializzato può essere fondamentale. «Rimettere il caregiver al centro del focus e considerare la sua vita come un viaggio composto da esperienze e sfide permette di valorizzare accanto alla parte pratica, quella del fare, l’essere. Il caregiving per certi versi è come la gestione di un’azienda con alti e bassi, tempi di incertezza e tempi di crisi», sottolinea Isabella Puddu, che è anche caregiver coach e sempre più spesso viene chiamata a sostenere infermieri professionisti o medici con percorsi di medical coaching. Che se ne sia toccati in prima persona oppure assistendo un paziente o un proprio caro, si può dunque vivere appieno la propria vita andando oltre la malattia. «Nel momento in cui si riesce a percepire che si può stare bene malgrado la malattia, possiamo dire che il viaggio di guarigione sia compiuto perché si è trovata o ritrovata la propria identità e il proprio posto nel mondo», conclude Isabella Puddu. Il raggiungimento di uno stato di equilibrio e di benessere che segna una rinascita interiore ed esteriore.
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© Denisa Babics
©FotoFedericoMatranga
A VOLTE
BASTA
24%. In Italia, uno studio della Sia, riferito sempre al 2023, afferma che un terzo degli italiani tra 18 e 35 anni fa solo sesso virtuale. Il Deutsches Ärzteblatt ha pubblicato uno studio del 2022 in cui si rileva che il 62% delle donne è sessualmente insoddisfatto. Addirittura, il 45,7% delle donne dichiara di avere problemi e disfunzioni sessuali. Sono cifre che fanno riflettere. Non dobbiamo mai perdere di vista il nostro benessere che comprende anche l’obiettivo di una sana sessualità a tutte le età.
Tante volte non ci riusciamo, abbiamo quindi bisogno di un sostegno e di consigli per ritrovare il nostro equilibrio, per mettere a fuoco e gestire le nostre caratteristiche, avere o ritrovare fiducia in noi stessi.
Primavera: tutto rifiorisce. Vorremmo rinascere anche noi. Cosa ce lo impedisce?
una RONDINE
Imotivi non mancano. Lo sappiamo. Nel quotidiano infatti, siamo spesso confrontati con situazioni di stress sul posto di lavoro o a casa, ci troviamo a gestire motivi e momenti di tensione con il partner, siamo preoccupati o rattristati da brutte notizie che arrivano da ogni parte del mondo. Siamo bloccati nella nostra vita, non riusciamo a comunicare quello che pensiamo e abbiamo troppo poco tempo per i piaceri, di cui fa parte anche la buona sessualità. Un tema che ha rappresentato tradizionalmente un tabù, ma che oggi viene affrontato in maniera scientifica, con la consapevolezza - oltretutto - delle implicazioni che una sessualità non buona può avere a vari livelli. Studi e statistiche sono all’ordine del giorno.
Per esempio in Svizzera, secondo uno studio sulla salute realizzato nel 2022 da Migros, le donne e gli uomini hanno 1,9 rapporti sessuali al mese. Mentre in Francia, il Paese dell’amore, nel 2023 il 28% dei giovani tra 18 e 25 anni non ha avuto rapporti sessuali. La percentuale per le persone più mature è del
I professionisti in grado di fornire questo specifico supporto aiutano a migliorare la vita e di riflesso anche la sessualità, in tutte le fasi dell’esistenza. Affiancano coloro che sono alle prese con problemi sessuali, di intimità e relazione, come un calo della libido, una disfunzione sessuale, oppure una relazione senza sesso. Coadiuvano nel chiarire dubbi e perplessità, creando le premesse per sfruttare al meglio le proprie potenzialità.
Tutto parte da noi stessi. Non c’è rinascita senza una piena presa di coscienza che determinate situazioni non sono normali, e che a volte ce le facciamo andare bene pur di non affrontarle. Ci rifugiamo in una comfort zone che alla lunga, tuttavia, rischia di trasformarsi in una gabbia.
Trovare il coraggio, da soli o supportati da uno specialista, di dare un nuovo corso alla propria vita non solo è possibile ma è un atto dovuto a noi stessi. Con un atteggiamento diverso, una maggiore fiducia in sé e assumendosi la propria responsabilità, si può uscire dalla propria zona d’ombra per ritrovarsi in una realtà più serena, equilibrata, vitale. Scoprire o ritrovare sensazioni fisiche sconosciute o dimenticate.
Sperimentare la sessualità in un modo nuovo porta a vivere una vita libera e felice.
A volte basta poco, per avere molto.
A volte può bastare una rondine per fare primavera.
18 L’OPINIONE
MarianneTaylor, Life and sex coach, titolare dello Studio Orchidea Live & Love, Lugano
Fondazione Papiliorama Moosmatte 1 | 3210 Kerzers Tel. +41 (0)31 756 04 61 | contact@papiliorama.ch | www.papiliorama.ch
indicative Parole
Ti trovi all’assemblea condominiale o dei genitori oppure sei davanti a un gruppo di colleghi: vorresti prendere la parola ma non lo fai, perché una vocina interiore ti sussurra: “Non riuscirai a spiegarti bene”, “Chissà cosa penseranno di te”. E allora taci, salvo poi ripensare a quello che avresti voluto dire, pentendoti per non aver parlato. È una situazione molto diffusa, generata da convinzioni limitanti che ci bloccano.
Ma cosa sono le convinzioni?
Sono idee molto radicate che abbiamo su noi stessi, formatesi nel corso della vita attraverso dei riferimenti puntuali e ricorrenti: i genitori quando ci dicevano che eravamo timide, gli insegnanti che mettevano sempre in risalto le nostre mancanze e meno le nostre virtù, oppure le nostre stesse esperienze.
Le convinzioni sono quindi un’interpretazione soggettiva dei fatti della vita, che vanno a costituire la nostra realtà, diventando il motore delle nostre azioni. Finché sono in linea con i nostri obiettivi, tutto va bene.
Se, come spesso accade, sono limitanti, è opportuno rivederle. Come? Identificando i riferimenti che le hanno generate, e successivamente mettendoli in dubbio, chiedendosi: “Ma io sono veramente così, oppure
Acquisire autostima e sicurezza a partire dalla scelta di un linguaggio positivo e costruttivo nel dialogo interiore, per arrivare a valorizzare appieno il proprio potenziale
è frutto di ciò che gli altri mi dicevano?”. Sarai sorpresa di ciò che scoprirai…
Risolto questo passaggio cruciale, puoi passare al livello successivo. Le convinzioni si manifestano attraverso la nostra vocina interiore, che è la seconda causa dell’autosabotaggio. La natura fortunatamente ci viene in aiuto, grazie a una risorsa potentissima: le parole.
Le parole che utilizziamo nel nostro dialogo interiore (e non solo) producono emozioni, che si manifestano attraverso reazioni fisiche. Affermazioni quali: “Ho paura”, “Non sono in grado” invitano il cervello a produrre ormoni che generano stress e paura, frenandoci.
Quando scegli parole positive per descrivere la realtà, il cervello si allea con te permettendoti di performare meglio. Dicendoti per esempio: “È sfidante”, “So che sarà impegnativo, ma sono motivata a farlo” potrai più facilmente postulare per quel posto di lavoro che tanto vorresti, vivere quell’esperienza che rimandi da un po’, oppure prendere finalmente la parola in pubblico, condividendo le tue opinioni. Ti piace questa possibile nuova versione di te? Allora inizia a parlarti meglio e ricorda, come sostiene Paolo Borzacchiello, tra i massimi esperti di intelligenza linguistica: “Le parole che usi dicono da dove vieni, quelle che scegli dicono dove vuoi andare”.
20 L’OPINIONE
Carmela Fiorini, Esperta in Comunicazione e Coach
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C
REBRANDING Una strategia di rinascita per le aziende
apita sempre più spesso di sentir parlare di rebranding. Un anglicismo sulla cresta dell’onda. È un termine che evoca cambiamenti, rinnovamento e nuove prospettive. Ma cosa esprime questo concetto?
Per rebranding si intende il processo di cambiamento strategico della brand identity di un’azienda. Questo può comprendere l’attribuzione di un nuovo nome, logo, design o strategia di comunicazione a un brand già consolidato nel mercato, creando un’identità differenziata e modificando eventualmente il posizionamento dell’azienda all’interno del mercato stesso.
Il rebranding però non è semplicemente un aggiornamento visivo; è un processo strategico, profondo e significativo, che riflette la voglia di un’azienda di trasformarsi, adattarsi e prosperare in un mondo in continua evoluzione.
Che cosa comporta esattamente il rebranding e quali sono gli elementi chiave su cui si fa leva durante questo processo di riposizionamento? Prima di tutto, il rebranding richiede una profonda analisi dell’identità aziendale. Attraverso ricerche di mercato, analisi dei trend e feedback dai clienti, si acquisisce una comprensione approfondita delle esigenze e delle aspettative del pubblico target.
Una volta definiti gli obiettivi del rebranding, si passa alla fase di pianificazione e implementazione. Questo comporta non solo l’adozione di nuovi elementi visivi e comunicativi come un nuovo logo, identità visiva e aggiornamento dei materiali di marketing, ma anche il miglioramento dei processi interni e dei servizi offerti. Questo processo si delinea quindi come un’opportu-
Prima
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SOPRA, DUE CASI DI REBRANDING REALIZZATI DA ANDER GROUP, SOCIETÀ SVIZZERA SPECIALIZZATA IN CONSULENZA DI BRAND PERFORMANCE
nità per rinnovare l’esperienza complessiva del cliente e consolidare la reputazione aziendale. Utilizzerò qui due esempi concreti, realizzati da Ander Group, società svizzera specializzata in consulenza di brand performance. Il primo esempio si riferisce a ‘Sinomedica’, importante azienda nel settore sanitario e leader nell’agopuntura medica in Europa. Partendo da un posizionamento legato alla tradizione dell’antica disciplina dell’agopuntura cinese, l’azienda ha intrapreso un processo di rebranding guidato dalla volontà di enfatizzare la scienza quale fondamento dei trattamenti praticati nei propri centri.
22 SOCIETÀ
DI MARCO MARVEGGIO, CONTENT STRATEGIST DI ANDER GROUP
Quando la moda si rifà il look
Il più recente è Chloé. Ma la lista dei marchi di moda che hanno fatto un restyling del loro logo è sempre più nutrita. Una decisione importante, questa, che si inserisce in un più ampio contesto di cambiamenti nel settore del luxury, a cui stiamo assistendo già da alcuni anni. Da Yves Saint Laurent a Balenciaga, per poi arrivare a Calvin Klein, Celine, almain, senza dimenticare Fendi,
Gucci e Ferragamo, tutti sembrano infatti coinvolti in un restyling generale che - in realtà - è un vero e proprio rebranding, e che parte sempre da un logo più minimale, spesso in maiuscolo, nel quale scompaiono i caratteri corsivi o estrosi, e restano al loro posto solo la solidità e l’essenzialità dei grandi nomi. Fa eccezione Burberry, che si rinnova, ma nel segno della tradizione.
Prima Dopo Prima Dopo
Oggi, la rinnovata immagine aziendale ruota attorno al nuovo claim ‘Venire al punto’, che riflette proprio l’approccio basato sulla conoscenza scientifica dei professionisti di Sinomedica. Una volta definito il nuovo posizionamento, il processo di rinnovamento ha coinvolto il restyling del logo, la progettazione dei media ‘below the line’ e la creazione di asset digitali, il tutto finalizzato a trasmettere la filosofia del brand e la sua dedizione all’agopuntura medica basata sulla scienza. Il secondo dei due esempi si riferisce invece a ‘Repeople’, un network immobiliare svizzero precedentemente noto come ‘Borsa Immobiliare Ticino’. Nel 2023, riconoscendo l’espansione della sua comunità anche oltre i confini cantonali, B.I.T. ha intrapreso un processo di rebranding, il cui primo passaggio è stato cambiare il nome. Un passo importante per riflettere l’evoluzione del marchio e il suo impegno nel networking, mantenendo saldi i riferimenti al settore real estate (re) e ai valori al centro della sua missione.
L’introduzione di un nuovo schema di colori su toni del verde ha ulteriormente definito del brand, enfatizzando i suoi legami con la sostenibilità. Il rebranding visivo, inoltre, è stato attentamente studiato per integrare sia gli elementi digitali che quelli offline, assicurando un’esperienza omnicanale a tutti gli utenti. In definitiva, fare branding significa creare l’immagine che si ha di sé - o che si vuole dare di sé - anche nella testa degli altri.
Una modalità mediante la quale esprimere al meglio i propri valori aziendali e raggiungere una serie di obiettivi aziendali: acquisire nuovi clienti, migliorare la relazione con quelli esistenti, riflettere un cambiamento nella strategia aziendale. Attraverso una pianificazione strategica, un coinvolgimento attivo degli stakeholder e un focus sulla coerenza e l’autenticità, le aziende possono trasformare il rebranding in un catalizzatore per il successo e la crescita a lungo termine.
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SOCIETÀ
L’Intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite già da tempo, ma dal lancio di ChatGpt il dibattito su queste nuove tecnologie è cresciuto esponenzialmente. Una delle principali domande riguarda il mondo del lavoro e quale sia l’impatto per le aziende, i professionisti e il mercato occupazionale. La portata del cambiamento promette di essere simile a quella dell’industrializzazione, dei computer e di Internet. Un’evoluzione che avrà sia risvolti positivi che negativi. La chiave sarà trovare il giusto equilibrio: se applicata responsabilmente e nel modo corretto, l’intelligenza artificiale può infatti contribuire a migliorare il mercato del lavoro. Già oggi
Al lavoro, con l’intelligenza
è utilizzata in molteplici ambiti, tra cui lo sviluppo di prodotti e progettazione, supportate da assistenti basati su Ai e sistemi di design generativo; il controllo di qualità dei prodotti, tramite il riconoscimento di immagini e l’automazione dell’identificazione delle anomalie o la manutenzione predittiva; fino addirittura all’assistenza clienti gestita da chatbot intelligenti in grado di comprendere le domande e il contesto, analizzare il sentiment e rispondere, di conseguenza, in modo appropriato e pertinente.
Grazie alla sua adattabilità, l’Ai impatta dunque potenzialmente tutti i settori e i processi aziendali.
Diverse ricerche mostrano come oltre il 50% dei lavoratori siano convinti dei vantaggi che può portare, ma solo il 13% starebbe ricevendo una formazione volta a migliorare le competenze per servirsene. In questo senso sarà essenziale investire in opportunità di qualificazione e riqualificazione, per garantire che sia i talenti sia coloro con diversi anni di esperienza, possano adattarsi alle nuove richieste del mercato. Una responsabilità che dovrà riguardare tutti: governi, aziende e i lavoratori stessi. Da un lato, per creare infrastrutture per l’istruzione e opportunità di ap-
Per rimanere competitivi e sfruttare i vantaggi dell’Ai nel mondo del lavoro, è cruciale predisporsi creando le opportunità per favorirne l’adozione
prendimento nel campo dell’Ai, evitando l’esclusione sociale, digitale ed economica. Dall’altro per cogliere le opportunità di formazione e sviluppo, per aumentare l’occupabilità e imparare a lavorare fianco a fianco in team guidati da uomo-macchina per migliorare le prestazioni lavorative e ridurre il carico di lavoro. L’Ai è qui per restare e i suoi vantaggi sono molto chiari. Organizzazioni e professionisti di successo saranno quelli che sapranno far leva su questa disponibilità e accogliere il cambiamento, sfruttandone le opportunità per migliorarsi.
24 L’OPINIONE
Barbara Sorce, Specialista in Risorse umane, Responsabile Randstad Ticino
Le capitali SEMPRE AL TOP
Stanno diventando via via più popolari, tra gli svizzeri che fanno soggiorni linguistici all’estero, destinazioni come Seoul o Tokyo. «Corea e Giappone hanno appeal soprattutto tra i giovani di 18-25 anni. L’influenza di queste due culture, veicolata dal K-Pop o dalle serie televisive coreane, dai manga e dalle serie Anime, è sempre più diffusa nelle società occidentali», afferma Serena Dolci, dirigente EF per il Ticino. «I ticinesi prediligono il sole, le capitali europee e le destinazioni rinomate per lo studio di una lingua e desiderano padroneggiarne di più. La popolarità dei nostri corsi di tedesco e inglese ne è la migliore dimostrazione», commenta Serena Dolci.
Tra le destinazioni preferite dai ticinesi, al primo posto si colloca Monaco di Baviera, a conferma della grande importanza attribuita all’apprendimento del tedesco (Berlino, non tanto lontana, è al quarto posto). Sempre rimanendo sul podio,
Le mete ambite dagli svizzeri, per età
Per studiare una lingua fuori dal proprio Cantone, i ticinesi preferiscono le principali città europee. L’Asia è sempre più affascinante
si trovano Bournemouth (2a classificata) e Malta (al terzo posto) per lo studio dell’inglese; quest’ultima apprezzata per la vicinanza geografica, il clima e i prezzi relativamente bassi. La costa meridionale dell’Inghilterra rimane una destinazione molto gettonata tra i ticinesi - inclusa Brighton (6a) -, offrendo un’alternativa più conveniente e di dimensioni più contenute rispetto alla capitale del Regno Unito.
Tra le mete in altri continenti, restano popolari San Diego (7a) e Miami (8a), anche se le partenze per gli Stati Uniti sono leggermente diminuite nel periodo preso in esame dall’indagine condotta da EF all’interno dei suoi 50 campus dislocati in tutto il mondo. L’indagine che rivelato i risultati qui presentati.
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Per informazioni:
EF Education First
Via G.B. Pioda 8 6900 Lugano T. 091 923 33 73 - efswiss.ch
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anni 14-18 anni 18-25 anni 25+
Monaco di Baviera
Nizza Malta Londra Miami San Diego Malta Malta Londra Honolulu 50+ Malta Londra Malaga
Bournemouth
Saint-Raphael
Serena Dolci, Dirigente EF per il Ticino
CRESCITA da CONDIVIDERE MENTORING
Da Mentee a Leader: un percorso per guidare le giovani donne attraverso le sfide del mondo accademico e professionale. Con un arricchimento reciproco
Il mentoring ha un’importanza ancestrale nella trasmissione di saggezza, conoscenze ed esperienze da una generazione all’altra. Nell’ Odissea, Mentore era l’amico a cui Ulisse affida la guida del giovane figlio Telemaco partendo per la guerra di Troia. Anche oggi, il cuore pulsante del mentoring rimane invariato: è un viaggio condiviso di crescita, scoperta e miglioramento.
Con una storia radicata nella promozione dell’empowerment femminile, il BPW Business Professional Women ha lanciato nel 2020 a Lugano il Professional Mentoring Program, oggi guidato da Flávia Vieira de Freitas Gonçalves, Sara Fedele e Maria Gabriella Mammana, socie BPW e professioniste affermate.
Fiore all’occhiello del club ticinese, questo programma offerto con la preziosa collaborazione del Servizio Carriere e Servizio Pari Opportunità dell’Università della Svizzera italiana è stato concepito per supportare studentesse del primo e secondo anno di Master e PhD, guidandole attraverso le sfide del mondo accademico e professionale. «Crediamo fortemente nel potere trasformativo del mentoring», sostiene Flávia. «Andando oltre la semplice trasmissione di conoscenze tecniche, ogni giovane donna che entra nel programma non solo guadagna una guida esperta nel suo viaggio professionale, ma diventa anche parte di una comunità di donne che sostiene le sue aspirazioni e celebra i suoi successi», osserva.
L’obiettivo del programma è infatti duplice: da un lato, facilitare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro fornendo loro gli strumenti,
IN ALTO, SHAHRZAD AJOUDANI, INGEGNERE MECCATRONICO, MENTEE DEL BPW
PROFESSIONAL MENTORING PROGRAM
2021/22. DA SINISTRA, LE SOCIE BPW
CO-RESPONSABILI DEL PROGRAMMA, SARA FEDELE, SENIOR PROGRAM MANAGER COMMUNICATIONS, KICKSTART INNOVATION, E MARIA GABRIELLA MAMMANA, MENTAL TALENT COACH E FORMATRICE
le conoscenze e la rete necessarie per realizzarsi e, dall’altro, contribuire a colmare il divario di genere ancora troppo presente in molti settori professionali. Una rete, quella di BPW, locale e internazionale, di donne professioniste e imprenditrici, alcune delle quali si mettono a disposizione per supportare le giovani studentesse in un percorso uno-a-uno di scoperta reciproca e condivisione di esperienze.
L’impatto è tangibile e profondo: molte mentees hanno riportato un avanzamento nelle loro carriere, attribuendo al programma un ruolo cruciale nella riuscita. Altre hanno acquisito non solo competenze ma anche una maggiore fiducia in sé stesse e una visione più chiara del loro percorso professionale.
«Quando sono entrata nel programma non sapevo cosa volevo», conferma Shahrzad Ajoudani, ingegnere meccatronico che ha conseguito un Master in Artificial Intelligence presso l’Usi e ha lavorato a un progetto che unisce l’intelligenza artificiale con l’arte. «Ho partecipato al programma 21/22, avendo la fortuna di beneficiare della guida di ben tre mentori: Maria Grazia Giuffreda, Associate Director del Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, mi ha fatto visitare le aree del Cscs con i supercomputer: in quel momento ho realizzato che avrei voluto utilizzare modelli più complessi per il mio progetto e per la mia tesi. Chantra Eskes, Team Leader presso European Food Safety Authority (Efsa), mi ha guidata nella realizzazione del mio potenziale e delle mie capacità. Infine, Flávia, Consulente Finanziaria Swiss Life Select, è diventata la mia co-consulente non ufficiale per la tesi. Non avrei mai immaginato quanto sarebbe cambiata la mia vita grazie a questo programma e sono felice di aver avuto l’opportunità di viverlo. Anche se non sono più ufficialmente le mie mentori, so che potrò sempre contare su di loro».
Anche le mentors trovano nel programma un’esperienza arricchente: «Ogni sessione di mentoring è un prezioso momento di crescita condivisa», conferma Milena Folletti, Delegata alla Trasformazione Digitale presso Repubblica e Cantone Ticino. «Attraverso il percorso, ho l’opportunità di immergermi nelle prospettive di giovani donne che si confrontano con una nuova e importante fase della propria vita: quella professionale. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di assumere decine di persone e sono felice di poter mettere a disposizione la mia esperienza per ragionare insieme sulla meta e sugli ipotetici per-
corsi per raggiungerla: il mentoring serve, in primis, a guardarsi dentro, a fare un bilancio sulle competenze acquisite e sulle proprie aspirazioni e, infine, decidere una direzione. Una volta individuata, occorre lavorare con passione, tenacia e determinazione verso il proprio obiettivo. Per me, è molto più di un semplice dare: è un ricevere, un dono prezioso che arricchisce e ispira, rendendo l’intera esperienza profondamente gratificante».
Il BPW Professional Mentoring Program in Ticino non offre ‘solo’ un’esperienza formativa, ma una promessa: quella di un futuro in cui ogni donna possa realizzare il suo potenziale, beneficiando di conoscenze, fiducia e una rete di supporto che trascende i confini professionali. Questo viaggio di empowerment inizia con una mentore e la visione condivisa di un mondo in cui le donne non solo partecipano al panorama professionale globale, ma lo vivono da protagoniste e guidano il cambiamento.
SOPRA, FLÁVIA VIEIRA DE FREITAS
GONÇALVES, CONSULENTE FINANZIARIA
SWISS LIFE SELECT, CO-RESPONSABILE DEL BPW PROFESSIONAL MENTORING PROGRAM
Sul valore della diversità, e oltre
Il 13 maggio alle 18.00 presso l’Usi l’evento di chiusura del BPW Professional Mentoring Program che segnerà non solo la fine di un percorso trasformativo per le giovani partecipanti, ma anche l’inizio di nuove opportunità. Sarà inoltre l’occasione per lanciare la VI edizione che partirà a dicembre. Figura chiave di leadership al femminile del territorio e socia BPW, Milena Folletti (in foto a sinistra), Delegata alla Trasformazione Digitale presso Repubblica e Cantone Ticino, condividerà la sua esperienza e la sua passione per l’empowerment femminile con un intervento a tema “Che noia queste pari opportunità! Uno sguardo sul valore della diversità, e oltre...”. L’argomento verrà esplorato anche attraverso un panel intergenerazionale con mentors e mentees del programma. Per maggiori dettagli e registrazione all’evento:
USI
SOCIETÀ DI SARA FEDELE
BPW
Investire in misure di conciliabilità, per famiglie che non debbano sacrificare l’attività lavorativa e per un territorio più competitivo
in termini di meno tasse pagate e, nel lungo periodo, incide sui contributi previdenziali versati nel corso della vita, creando un buco contributivo che pesa sulle rendite pensionistiche. Una situazione che rende le donne più esposte al rischio di povertà in età avanzata. Inoltre i nuclei familiari con un solo reddito sono più vulnerabili di fronte a eventi negativi della vita quali divorzi, lutti, malattia e perdita del lavoro.
In assenza di vere misure di conciliabilità si continueranno a perdere lavoratrici - o a fare in modo che riducano la loro capacità lavorativa - con la necessità di appoggiarsi sempre più da un lato a frontalieri e, dall’altro, alle prestazioni sociali.
Più in generale, entra in gioco la competitività territoriale che si è soliti collegare alla questione della fiscalità ma che, in un senso più confacente alle esigenze delle nuove famiglie, deve essere vista come la possibilità di offrire in Ticino un welfare più avanzato di altri
Dimostrarsi concilianti
In occasione delle Elezioni comunali 2024 FaftPlus ha deciso di lanciare un appello ai Comuni ticinesi a favore della conciliabilità. Un tema che non riguarda solo il mondo del lavoro femminile, poiché la possibilità di bilanciare vita professionale e familiare è un un’esigenza di tutti, in particolare dei genitori con bambini piccoli. Tuttavia, laddove non vi sono adeguate strutture che consentano l’accudimento dei figli al di fuori della famiglia, a farne le spese è principalmente il lavoro delle madri che, se non lasciano la loro occupazione, riducono comunque in modo importante la propria percentuale di impiego (spesso al di sotto del 60%).
Ciò comporta nel tempo effetti negativi sia per le donne sia per le famiglie, rappresentando di fatto un problema per l’intera società.
La rinuncia o la riduzione dell’attività professionale femminile ha infatti un impatto fiscale immediato
Cantoni, garantendo ai nostri giovani la possibilità di vivere serenamente, conciliando al meglio vita professionale e famiglia.
FaftPlus si rivolge dunque a tutti i Comuni ticinesi chiedendo in particolare di investire in tre misure: asili nido per tutte le famiglie a un costo accessibile (senza ad esempio superare il 5% del reddito familiare); tempo prolungato di qualità (pre e doposcuola) dalla scuola dell’infanzia alla fine delle elementari in ogni sede scolastica; mense scolastiche in ogni sede a prezzi moderati e senza limitazioni di accesso.
Siamo consapevoli che per i Comuni ticinesi queste misure rappresentino uno sforzo economico e organizzativo importante. Uno sforzo che magari avrebbero già voluto compiere. L’appello vuole pertanto essere di sprone e di supporto a investire nel Ticino di domani per avere un Cantone più competitivo, con famiglie più resilienti e che sostenga il mercato del lavoro indigeno.
28 L’OPINIONE
Bianca Maria Martellini Bianchi, Co-Presidente FAFTPlus
Apprendimento e divertimento possono anche combinarsi in un’esperienza estiva in grado di rendere le vacanze scolastiche dei vostri figli un periodo altamente formativo. Destinato a ragazze e ragazzi fra i 10 e i 16 anni, l’International Summer Camp del Lyceum Alpinum Zuoz garantisce il programma perfetto per allenare mente e corpo, sotto la guida di docenti dell’Academia Learning Basel e di supervisori esperti. Con 120 anni di storia, il collegio svizzero, non distante da St. Moritz, traspone anche nei suoi campus estivi la filosofia basata sul rispetto della tradizione e sull’apertura all’innovazione. Fra luglio e agosto, i suoi corsi della durata di due o quattro settimane offrono l’occasione per acquisire nuove competenze linguistiche e anche digitali, praticare una salutare e coinvolgente attività fisica, espandendo i propri orizzonti. Al mattino lezioni di inglese, tedesco e francese oppure il laboratorio della TechSpark Academy con specialisti nei settori della robotica e della programmazione. Al pomeriggio, si spazia dalla recitazione alle attività sportive, con prestigiose collaborazioni: il campo di calcio è gestito da allenatori del Milan Football Academy Camp; alla Junior Golf Academy gli studenti imparano dai professionisti del Golf Engadin St. Moritz, mentre il corso di Acting & Filmmaking è tenuto dalla star hollywoodiana Gian Franco Tordi (Ocean’s Twelve, Ford v. Ferrari, The Good German). Mountain bike, arrampicata, rafting sono solo alcune delle ulteriori opzioni, il tutto immersi nell’incantevole paesaggio engadinese e approfittando
UN’ESTATE di CRESCITA
I campus estivi del Lyceum Alpinum Zuoz sono l’occasione da cogliere per un’estate istruttiva e divertente, in un ambiente internazionale, con formatori di alta qualità
di un’atmosfera fortemente internazionale che arricchirà i partecipanti anche sotto il profilo culturale e relazionale. La scelta ideale per genitori che ambiscono a un’educazione di alto livello per i loro figli. Da notare: il 20% dei partecipanti all’International Summer Camp decide di proseguire il percorso accademico all’interno dell’istituto iscrivendosi all’anno scolastico. Perché in fondo gli studenti dimostrano da sempre di avere le stesse esigenze: trovare un luogo dove imparare, crescere e stringere amicizie, mentre i genitori desiderano sicurezza, fiducia e professionalità.
Sono aperte le iscrizioni ai campus estivi 2024!
Camp 1: 07/07/2024 - 19/07/2024
Camp 2: 21/07/2024 - 02/08/2024
Per maggiori informazioni: Lyceum Alpinum Zuoz
Tiziana Tuena
International Summer Camps
www.lyceum-alpinum.ch
camps@lyceum-alpinum.ch Tel. +41 81 851 30 28
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Il bello di una vita camaleontica
Avvocato, storica dell’arte, madre di quattro figli.
E modella per celebri Maison. Una vita, tanti cappelli.
Il segreto?
La curiosità
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IN CONVERSAZIONE CON...
DI
clettica, riflessiva, equilibrata. E curiosa. Ha costruito la sua storia personale operando scelte precise, ma attenta a cogliere le più accattivanti tra le occasioni capitatele per caso. Avvocato, storica dell’arte e mannequin, madre di quattro figli, da decenni attiva nel volontariato e membro del Consiglio di fondazione di varie istituzioni. Una e centomila, con un’identità forte e autentica, Catherine de Marignac sostiene l’importanza di non limitarsi a un personaggio e a un ruolo, quando il bello della vita è proprio sperimentarne le tante possibilità, rinascendo ogni volta.
Un percorso non convenzionale, il suo. Fortuna o abilità? Ho vissuto in un’epoca e in una condizione privilegiata. Ho avuto la fortuna di completare la mia formazione in diritto. Per poi essere l’unica donna avvocato nello studio in cui lavoravo, con la possibilità di calibrare la mia percentuale di lavoro in base alle necessità familiari, man mano che la famiglia si ingrandiva. Quando a un certo punto sono dovuta subentrare a mio suocero alla testa dell’azienda di famiglia, occupandomi al tempo stesso dei miei quattro figli, ho messo da parte la professione di avvocato. Non una rinuncia, ma un’interessante opportunità. Per sperimentare altro. Ho approfittato del momento per ritornare all’università e seguire una formazione in storia dell’arte. Negli anni successivi, le due competenze - in diritto e in storia dell’arte -, insieme, mi hanno aperto un ventaglio di impreviste possibilità di lavoro.
Fino a quando la ‘terza vita’ ha bussato alla porta … Questa volta si è trattato veramente di un caso. Avevo circa 55 anni. Sono stata notata da un’agenzia di Zurigo che mi ha
proposto un casting. Ho riunito il ‘consiglio di famiglia’ per chiedere il loro parere, e tutti sono stati entusiasti. Così è iniziata questa nuova avventura. Dal primo book fotografico alle passerelle dell’alta moda… è stato un attimo! Fino a quel momento avevo sempre lavorato in ambiti molto strutturati, mentre - come si può immaginare - la moda lo è decisamente meno e, proprio per questo, l’ho trovato divertente. Ancora una volta sono stata fortunata. Era una fase in cui i grandi gruppi della moda avevano individuato nei baby boomer un target economicamente interessante e, pertanto, era utile avvalersi di modelle mature per proporre capi e accessori o, nel settore beauty, i prodotti di alta gamma. Mi sono trovata, insomma, nel posto al momento giusto. Che è del resto la premessa fondamentale per affrontare ogni nuova vita.
Perché lo pseudonimo ‘Loewe’?
Volevo differenziare la mia identità civile da quella legata alla mia attività di modella. Sono nata in agosto e sono un Leone. Loewe significa appunto ‘leone’.
Dalle passerelle dell’haute couture parigina agli shooting fotografici per la linea beauty di Dolce&Gabbana, Catherine de Marignac ha imparato che l’ardire e l’adattabilità sono buoni alleati per costellare di novità la propria esistenza. «La vita di tutti noi ha sicuramente uno scopo. Ma questo non ci priva, e non ci esime, della possibilità di esercitare il libero arbitrio».
E
SIMONA MANZIONE FOTO: COURTESY NEXT MANAGEMENT, PARIGI, MILANO, LOS ANGELES, NEW YORK, LONDRA
VINTAGE EVERGREEN
DUnicità e sostenibilità. Sono le due carte vincenti su cui si basa il successo
della luxury vintage fashion. Che va sempre più di moda
a un lato il desiderio di diventare proprietari di pezzi iconici, creati dai grandi stilisti, rari se non impossibili da trovare sul mercato, con una storia che ne arricchisce ulteriormente il valore; dall’altro l’alternativa all’acquisto di abiti nuovi che permette di ridurre l’impronta ecologica. Grazie all’alta qualità di capi e accessori realizzati dalle più prestigiose Maison con la massima cura artigianale, la scelta dei migliori materiali e il mantra della durevolezza, per prodotti fatti per restare nel tempo e non sfiorire dopo una stagione, la moda vintage di lusso è per definizione antitetica all’industria del fast fashion.
Due ragioni che hanno fatto esplodere negli ultimi anni la domanda e pongono le premesse per un’ulteriore crescita. Nel segmento, la Svizzera svolge un ruolo cruciale sia per la sua posizione nel cuore dell’Europa, sia come centro del commercio internazionale di beni di lusso. Le boutique vintage ne sono i principali attori insieme alle case d’asta, dove vengono battuti i pezzi
più ricercati e rari, acquistati ormai anche come beni d’investimento. Ne abbiamo parlato con Jara Koller, Responsabile Arte impressionista e moderna, Arte postbellica e contemporanea, Moda vintage dell’omonima casa d’aste, la più grande della Svizzera e fra le principali in Europa.
Jara Koller, chi sono oggi i clienti più interessati alla luxury vintage fashion?
Il mercato è in crescita a livello globale, ma soprattutto in Europa, Nord America e Asia. I millennial e la Gen Z sono particolarmente rappresentati, poiché la sostenibilità e l’individualità sono molto sentite dalle giovani generazioni. Inoltre, la moda di lusso preowned è solitamente più attraente in termini di prezzo rispetto ad analoghi prodotti delle nuove collezioni, che i più giovani spesso non possono o non vogliono permettersi. Tuttavia, ci sono anche molti acquirenti delle generazioni più mature che apprezzano i pezzi vintage per la loro qualità e il sapore nostalgico. Quali sono i marchi e i prodotti più ricercati? Hermès, Chanel, Gucci e Louis Vuitton sono leader assoluti, caratterizzati da una lunga storia ricca di
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tradizione, qualità e design intramontabili. Al contempo sono marchi altamente innovativi, capaci di riaffermarsi ripetutamente, ad esempio grazie a collaborazioni con personalità del mondo dell’arte e della cultura. I prodotti più ricercati sono le borse, in cui siamo specializzati anche nelle nostre aste. Si svolgono due volte l’anno, a giugno e dicembre, raggiungendo sempre prezzi altissimi. Nel 2020, ad esempio, abbiamo venduto una meravigliosa e rara Kelly Sellier di Hermès in pelle di alligatore verde-marrone, di difficile reperibilità. Partita da una stima di 25-35mila franchi, ne ha raggiunti 45mila con una lotta all’ultima offerta. Come garantite l’autenticazione?
SOPRA, JARA KOLLER, RESPONSABILE ARTE
IMPRESSIONISTA E MODERNA, ARTE POSTBELLICA
E CONTEMPORANEA, MODA VINTAGE DELLA
CASA D’ASTA SVIZZERA KOLLER
SOTTO, UNA HERMÈS KELLY SELLIER IN PELLE
DI ALLIGATORE NATURALE VERDE CÉLADON, BATTUTA DA KOLLER A 45MILA FRANCHI
Ogni articolo che ci viene sottoposto viene accuratamente controllato dal nostro team di esperti prima di un’asta. Ad esempio, ogni brand ha materiali e caratteristiche specifiche che dobbiamo analizzare e riscontrare in un originale. Potrebbero essere presenti codici, timbri o cuciture sull’articolo stesso o sugli accessori che lo accompagnano. I contraffattori spesso si concentrano sul prodotto in sé, ma le bustine e/o le scatole sono realizzate in modo molto scadente. Inoltre attribuiamo grande importanza alla documentazione e alla provenienza degli articoli diformazioni sull’origine, sui precedenti proprietari e su eventuali documenti di accompagnamentotribuire a offrire sicurezza. Esistono anche servizi dicazione esterni
che possono essere consultati. È però necessario sapersi muovere, poiché la gamma è molto ampia e non tutti godono della stessa reputazione. È possibile effettuare interventi di restauro e riparazione senza compromettere lo status di originale?
In linea di principio siamo favorevoli a misure di riparazione e restauro.
Tuttavia, queste dovrebbero essere eseguite in modo professionale. Idealmente, il prodotto dovrebbe essere restaurato dal produttore stesso, che utilizza le tecniche e i materiali corretti per la riparazione. Un restauro eseguito nel posto ‘sbagliato’ può infatti avere un impatto negativo sul prezzo.
Quali sono i fattori che determinano la fascia di prezzo di un articolo vintage?
I quattro più importanti sono: marca, rarità, condizioni e provenienza, con un valore maggiore per gli oggetti con una storia documentata o un legame con un personaggio o un evento famoso.
Online si stanno affermando sempre più piattaforme dedicate al segmento. Una storica casa d’aste come la vostra ne avverte la concorrenza?
Fondamentalmente abbiamo un gruppo di acquirenti leggermente diverso. Le nostre aste sono molto selettive e prestiamo molta attenzione alla qualità. I prezzi di partenza sono solitamente un po’ più bassi poiché è la domanda a determinare quello finale, che è invece più alto rispetto alle piattaforme del vintage. Di conseguenza, i nostri clienti sono disposti a pagare prezzi mediamente più elevati. Ma anche se abbiamo convertito completamente le nostre aste di borse in formato online, tutti gli articoli del catalogo sono esposti per una settimana prima della vendita per poter essere visionati, con i nostri esperti a rispondere a qualsiasi domanda.
In conclusione, qual è per Jara Koller la borsa perfetta per il 2024?
Davanti ai miei occhi passano tanti articoli fra i più particolari, ma con una classica Kelly o Birkin di Hermès in un colore neutro, siete e rimarrete senza tempo.
IN CONVERSAZIONE CON... DI SUSANNA CATTANEO
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Tra il 2020 e il 2023, i negozi di high-end vintage fashion hanno finalmente iniziato a moltiplicarsi anche in Svizzera. A fare da apripista, Reawake: un nome in cui si intrecciano quello della sua fondatrice e il concetto imprenditoriale, all’insegna di una duplice rinascita. Una formazione da docente delle scuole primarie e un’inaspettata carriera come fotomodella che l’aveva portata da Milano, a Parigi, Tokyo e sui manifesti in Times Square, Rea Bill si è presto resa conto dell’incompatibilità fra i suoi valori e l’industria della moda. A ispirarla la nascita di sua figlia e la necessità di cambiare ritmi, come mamma single. Se già i primi tentativi, trasformando il seminterrato di casa sua a Zurigo in piccola boutique, le hanno mostrato che il mercato non mancava, nel corso degli ultimi 15 anni il suo one-woman-show è cresciuto, insieme alla sua bambina, fino a diventare l’indirizzo svizzero di riferimento per la moda pre-owned più raffinata. Dopo esser sbarcata sugli scaffali di Jelmoli a Zurigo (prima collaborazione del genere in Svizzera) e poi di Loeb a Berna e, con Bongenie Grieder, a Basilea e Ginevra, da poche settimane ha il suo flagship store nell’arteria dello shopping zurighese haut de gamme, al 73 della Bahnhofstrasse.
Rea Bill, quando si è lanciata dodici anni fa, la moda di seconda mano di alta gamma era una novità in Svizzera... Non ho mai capito perché qualcosa che ha già avuto una vita non possa continuare a essere indossato, anche se è ancora bello. Per me è sempre stato molto importante che tutti questi materiali preziosi possano rimanere il più possibile ‘in circolo’. Tuttavia, se a prima vista può sembrare relativamente semplice avviare un’attività del genere per un appassionato di moda, c’è una immensa differenza tra vendere dieci borse appoggiandosi alla propria rete personale e dover invece organizzare tutti i processi, la logistica e le operazioni per vendere migliaia di articoli in diverse località.
Il settore è presidiato da pesi massimi come Vestiaire Collective e Depop. Cosa vi differenzia?
Ciò che ci distingue è un team super appassionato, l’interazione molto stretta con i clienti in tutte le fasi, la percezione autentica di un’azienda sostenibile e la grande fiducia di cui godiamo, peraltro in molti si avvalgono del nostro servizio di autenticazione, comprese le compagnie di assicurazione.
Abbiamo 5mila clienti, al 99% privati svizzeri, che vendono regolarmente con noi i loro ‘tesori’ - come mi piace chiamare questi articoli. In media ne trattiamo oltre 15mila l’anno, e il numero di acquirenti è in continua crescita, con un tasso di rivendita dell’80%, eccezionalmente buono nel settore.
Oltre a quanto proponete, ricevete anche richieste specifiche?
Gli oggetti da collezione giocano sempre un ruolo importante: un Tweed Deux Pièces di Chanel degli anni ’50 con una lettera originale della Maison Chanel o una Keepall Louis Vuitton illuminata a led della collezione
F/W 2019 di Virgil Abloh, per citare due esempi recenti. Inoltre abbiamo progetti particolari come l’upcycling, che consiste nel cambiare il carattere di un pezzo e dargli nuova vita. Per esempio, trasformare un foulard di seta di Hermès con un buco in un abito. Non ci sono limiti alla creatività e ogni pezzo è unico.
Ma cosa spinge qualcuno a separarsi da articoli tanto iconici? Svariate ragioni, a partire dal desiderio di dare una nuova vita a un capo altrimenti chiuso in un armadio, facendo qualcosa di buono per l’ambiente, alle motivazioni finanziarie. Lo stesso per chi acquista assicurandosi pezzi unici di buona qualità a un costo notevolmente ridotto. Inoltre, il 95% dei tesori che vendiamo non sarebbero disponibili nuovi. O perché provengono da collezioni precedenti, come le borse Chanel ancora placcate in oro, oppure perché sono attualmente esaurite o perché i prezzi sono inaccessibili.
E, come dice Jessica Alba: “Quando si indossa il vintage, non ci si deve mai preoccupare di presentarsi con lo stesso abito di un’altra”.
IN FOTO, REA BILL, FONDATRICE E CEO DI REAWAKE
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Quali sono gli articoli e i marchi di moda di seconda mano più ricercati attualmente?
Dipende sempre da quali sono “in” al momento. Un caso emblematico, la Dior Saddle Bag: era disponibile a prezzi molto bassi alla fine degli anni 2010, poi è arrivato il clamore, Dior l’ha reinserita nella sua gamma e i prezzi sono quintuplicati e oltre nel giro di poche settimane sul mercato dell’usato. Attualmente Prada ha una forte presenza, ma anche Balenciaga è tornata. Hermès, Chanel, Louis Vuitton, Christian Dior, Cartier e Tiffany sono evergreen, accomunati dalla scelta di non fare outlet. Pertanto mantengono il loro valore. Una Kelly o una Birkin di Hermès, una Chanel classica - comprese le borse vintage con finiture placcate in oro 24 carati (fino al 2006) o un Love Bracelet di Cartier fanno battere il cuore.
Una rinascita in più sensi: quella dei capi di alta moda riportati sul mercato, ma anche di una modella che nel vintage ha trovato la risposta alle contraddizioni dell’industria della moda. Valorizzando bellezza e qualità nel tempo
Al di là dei nobili principi, il business model deve essere sostenibile anche dal punto di vista finanziario. Quando si tratta di articoli vintage, qual è la marginalità? A seconda dell’articolo, la vendita al dettaglio tradizionale ha margini tra il 100% e un multiplo del prezzo di acquisto. Noi invece paghiamo tra il 40-70% del prezzo di vendita lordo, senza commissioni nascoste, facendoci carico di Iva, spese di transazione e altri oneri. Con questi margini è difficile gestire un’azienda. Ma avendo iniziato con pochissime risorse, abbiamo sempre pensato prima a ciò che avremmo potuto investire, ad esempio in uno spazio per la vendita al dettaglio o in una macchina fotografica per il negozio online. L’azienda è oggi al 100% di proprietà di famiglie che pensano a lungo termine. Insieme al rigoroso monitoraggio della liquidità e alla sensibilità ai costi, ci permette di operare in modo redditizio. Anche se oggi la moda vintage sceglie sempre più il canale delle piattaforme digitali, la presenza fisica e l’esperienza di acquisto sono molto importanti per voi. Vogliamo rendere tangibile un’esperienza di shopping sostenibile. Non si tratta tanto di un acquisto quanto di un’esperienza da vivere con tutti i sensi. Complementarmente, anche il nostro business online si sta sviluppando molto bene e rappresenta in media circa il 30% delle vendite. E poi abbiamo appena aperto un flagship store in Bahnhofstrasse di Zurigo. La frequentazione è stata da subito molto intensa: un nuovo capitolo per noi e un chiaro segno che l’usato è arrivato al centro della società.
IN CONVERSAZIONE CON... DI SUSANNA CATTANEO
Risveglio CIRCOLARE
IN FOTO, LE ATMOSFERE DEL FLAGSHIP STORE DI REAWAKE, APPENA INAUGURATO, NEL CUORE DELL’ARTERIA DELLO SHOPPING ZURIGHESE, AL 73 DELLA BAHNHOFSTRASSE
LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage FridaTheBrand
OPERA
Jean Arp
Comment naissent les formes de Jean Arp, 1966
Découpage, carta
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
SERVIZIO JOLIE ZOCCHI STUDIO
OPERA
Jean Arp Projet, 1964
Découpage, carta,
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
STILI E TENDENZE
L’arte di PROVOCARE
“Voglio superare le forme e gli stereotipi.Voglio rigettare tutto ciò che è copia o descrizione per lasciare reagire l’Elementare e lo Spontaneo in piena libertà”
Jean Arp
LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage FridaTheBrand
Make up Sisley OPERA
Filippo Franzoni
Ritratto della madre, senza data
LOCATION Museo Casorella Collezioni della Città di Locarno
Olio su tela
LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage FridaTheBrand
Gioielli Charly Zenger
Make up Nars
OPERE Jean Arp
Sept formes blanches sur fond gris, 1959
Rilievo in masonite dipinta
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
OPERE Jean Arp
Les fils du nombril, 1957
Rilievo in masonite dipinta da un disegno del 1922
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
OPERE
A sinistra
Filippo Franzoni
Mucche all’Isolino, senza data
Olio su cartone riportato su tela
A destra
Filippo Franzoni, Narciso, senza data
Olio su tela LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage FridaTheBrand
Gioielli Charly Zenger Make up Hermès
LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage FridaTheBrand
Make up Hermès
OPERA
Jean Arp
Torse-Amphore, 1962
Bronzo
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
LOOK
Abiti, scarpe e accessori vintage
FridaTheBrand
Make up Chanel
OPERA
Jean Arp
Mélodie-Méloba, 1962
Rilievo in masonite dipinta
Donazione Jean e Marguerite Arp,1965
FOTO E DIREZIONE CREATIVA
JOLIE ZOCCHI
JOLIEZOCHI.COM
IG JOLIE-ZOCCHI
MODELLA
ANNA TIHONCHUK
IG ANNATIHONCHUK
AGENZIA RU TA MODELS
RUTAMODELS.COM
MAKE UP
SVITLANA PROZORT
IG SVITLANA.PROZORT
STYLING
DAIANA GIORGI
FRIDATHEBRAND.COM
SET DESIGN
GRETA ZALAYA
STRANDANDSUNSET.COM
LOCATION
MUSEO CASORELLA, LOCARNO
MUSEOCASORELLA.CH
SISLEY
Phyto-Teint Perfection
00N PEARL
7 VIBRANT CORAL CHANEL
N°1 de Chanel baume lèvres et joues au camélia rouge
HERMÈS
Trait d’Hermès
Mascara soin revitalisant 02 BRUN BISTRE
Anello Snake pavé di diamanti di Ole Lynggaard
Boutique Charly Zenger, Ascona e Lugano
Anellini collezione Nudo di Pomellato
Boutique Charly Zenger, Ascona e Lugano
NARS
afterglow liquid blush fard à joues liquide
ORGASM RUSH
Due sodalizi artistici - a Vicenza e Locarno - che ai manifesti programmatici hanno anteposto l’affetto e la complicità creativa di amicizie profonde.
‘Traghettatore’ , Italo Valenti
Tra Locarno e Vicenza intercorrono 300 chilometri e una distanza culturale quanto può esserla quella tra un Ticino già d’impronta nordeuropea, magnete di utopie e avanguardie, e la classicità della cittadina veneta che, con le sue architetture palladiane, è un gioiello urbanistico. Se poi si prendono in considerazione due periodi storici, per quanto vicini, divaricati dalla frattura del secondo conflitto mondiale, difficile trovare una connessione. Da una parte è infatti Vicenza, fra l’inizio degli anni Trenta e i primi Cinquanta, dove attorno ai corsi serali della Scuola d’Arte e Mestieri prende spontaneamente forma un sodalizio fra giovanissimi pittori, scultori, scrittori e intellettuali che portano una ventata di freschezza e sperimentazione nella tradizione novecentesca. Dall’altra, Locarno nel trentennio successivo, con la comunità artistica internazionale che ebbe il suo epicentro nel complesso di atelier nato su iniziativa dello scultore Remo Rossi. E invece proprio le ‘corrispondenze’ sono il tessuto della mostra che, fino al 7 luglio, accompagnerà la bella stagione del Museo Casa
In TUTTA AMICIZIA
Rusca. «L’accento è infatti posto sui legami affettivi, gli scambi intellettuali, la profonda complicità intercorsa all’interno di questi due gruppi di artisti, sia la “gaia gioventù” vincentina, come venne soprannominata, sia quello più maturo degli atelier “ai Saleggi” locarnesi. Se la forte amicizia che ne legava i membri emerge indirettamente dalle opere che, pur nella personalità dello stile di ciascuno, testimoniano la condivisione di un orizzonte culturale e di un comune approccio
IN ALTO A SINISTRA, L’ALLEGRA COMPAGNIA DI SODALI
ACCOMPAGNA LO SPOSALIZIO DI ITALO VALENTI IN MATRIMONIO IN PIAZZA DEI SIGNORI, 1938, OLIO SU TELA, 50 X 69 CM, COLLEZIONE PRIVATA
ACCANTO, UN ESEMPIO DI COMPLICITÀ FRA ARTISTI, NEL BIGLIETTO DI AUGURI DI NATALE E BUON ANNO CHE HANS RICHTER DEDICA ALL’AMICO ITALO E ALLA MOGLIE
ANNE DE MONTET NEL 1965, COLLEZIONE PRIVATA
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PERCORSI_CULTURA
di biglietti, cartoline, omaggi, lettere, poesie, schizzi, collage, ritratti e sculture», osserva
Veronica Provenzale, curatrice della mostra Corrispondenze. Italo Valenti e i sodalizi artistici fra Vicenza e Locarno.
C’è però un’ulteriore, essenziale ‘corrispondenza’ a connettere queste due esperienze corali, non semplicemente giustapposte: a far da filo conduttore fra i due gruppi in apparenza estranei è infatti il percorso personale e artistico di Italo Valenti, fra Italia e Svizzera. Nato a Milano nel 1912, arriva da bambino nella Vicenza teatro della sua crescita artistica, per poi frequentare l’Accademia di Brera e la cerchia di Corrente, mentre la cappa del regime prima e gli anni della guerra poi disgregano il gruppo della “gaia gioventù”, da sempre connotato da un forte impegno civile antifascista. Nel 1952 approda in Svizzera, a
SOPRA, ITALO VALENTI, IL POETA MALEDETTO. GLI AMICI, 1936, OLIO SU TELA, 120 X 140 CM, MUSEO CIVICO DI PALAZZO CHIERICATI, VICENZA A FIANCO, DA SINISTRA, MAURIZIO GIROTTO, RITRATTO DI ITALO VALENTI, 1934, OLIO SU TAVOLA, 38,5 X 28,5 CM, MUSEO CIVICO DI PALAZZO CHIERICATI; BRUNO CANFORI, DONNA TRISTE, S.D., OLIO SU TELA, 38 X 48 CM, COLLEZIONE PRIVATA
fianco della nuova compagna, la fotografa e poetessa Anne De Montet (suoi alcuni dei bei ritratti fotografici in mostra), per infine stabilirsi nel nucleo di Ascona, dove si spegne nel 1995 dopo aver attraversato il secolo. Oggi ha il suo archivio a Mendrisio, curato da Simone Cornaro (figlia di De Montet), tra i coproduttori della mostra che, accanto alle Collezioni della Città di Locarno e ad altre istituzioni e privati per la parte svizzera, si avvale per la parte italiana della preziosa collaborazione con l’Assessorato alla cultura del Comune di Vicenza e con le Collezioni dei Musei Civici di Vicenza, la cui mostra Gli amici della «gaia gioventù». Arte e poesia a Vicenza dal 1930 al 1950, organizzata l’anno scorso presso il Museo Civico di Palazzo Chiericati, è stata un fondamentale spunto di partenza per l’attuale locarnese che apre nuove prospettive storico-artistiche, in particolare sui legami tra le avanguardie al nord e al sud delle Alpi. «Non è infatti Valenti il protagonista della mostra, quanto piuttosto, per riprendere una figura a lui cara, il ‘traghettatore’. Attorno alla sua opera si aggregano infatti le corrispondenze che attraversano e guidano l’intero percorso espositivo, dimostrando come la prossimità e la frequentazione quotidiana siano fonte di mutue suggestioni, riflessioni e di una profonda sintonia che si manifestano nelle rispettive opere, proiettate al di là della linearità del singolo percorso artistico», sottolinea Veronica Provenzale. Le oltre 170 opere esposte rappresentano le figure più significative dei due sodalizi artistici: accanto a Valenti, per il periodo vicentino Neri Pozza, scultore prima, incisore ed editore poi, il poeta Antonio Barolini, i pittori Maurizio Girotto, Bruno Canfori e Otello De Maria, lo scultore Gastone Panciera e, unica donna, la pittrice Nerina Noro. Per il periodo svizzero, Jean Arp, Hans Richter, Fritz Glarner, Ingeborg Lüscher, Julius Bissier, Ben Nicholson, Aline Valangin, Alberto Magnelli, Max Bill e Anne de Montet.
Sembra quasi di vederli: i ventenni bohémien che si ritrovavano la sera nei loro atelier senza nemmeno il carbone per scaldarsi o in gita sui colli vicentini a festeggiare il successo della prima edizione dell’Asino volante, ingresso nel mondo dell’editoria dell’allora aspirante scultore Neri Pozza. O, a distanza di trent’anni, Jean Arp, Hans Richter e Valenti intenti a chiacchierare durante una pausa tra galli, galline, oche, colombi e qualche grande tacchino accanto al pollaio,
DI SUSANNA CATTANEO
curioso punto di ritrovo nel mezzo del giardino degli atelier di via dei Saleggi. «Quest’occasione è importante anche proprio per riscoprire nel suo dinamismo una stagione di grande rilevanza per lo sviluppo artistico dell’intera regione del Locarnese, che gravitava attorno a questi atelier creati nel 1959 da Remo Rossi attorno al proprio laboratorio: Jean Arp, Hans Richter, Fritz Glarner, fino alla giovanissima Ingeborg Lüscher e tanti altri, oltre allo stesso Valenti, presero casa stabilmente in questi spazi di lavoro e la cerchia si allarga notevolmente se si considerano tutta la serie di amici e colleghi che li frequentavano», conclude la curatrice della mostra. Fu anche l’innesco che avrebbe portato alla nascita del Museo di arte moderna di Locarno, inaugurato nel 1965.
L’influsso dei nuovi compagni è evidente nello sviluppo della ‘seconda via’ di Valenti, che rispondeva alla necessità di distacco dal figurativo indirizzandosi verso un’astrazione libera e di carattere lirico. Oltre a riferimenti puntuali come i papiers déchirés di Jean Arp ripresi nei suoi collage, nell’ambiente
SOPRA, VERONICA PROVENZALE, CURATRICE DELLA MOSTRA ACCANTO, ITALO VALENTI, TRANSITO, 1950, OLIO SU TELA, 33 X 33 CM, COLLEZIONE PRIVATA
SOTTO, DA SINISTRA, ALINE VALANGIN, OLEGGIO DA OLEGGIO, 1967 DI ITALO VALENTI, 1970, ARAZZO, 54 X 86 CM, COLLEZIONE PRIVATA; JEAN ARP, CONFIGURATION, 1957, MASONITE DIPINTA, 75,5 X 65,5 CM, COLLEZIONE CITTÀ DI LOCARNO; ITALO VALENTI, LUNE DE SEPTEMBRE, 1977, COLLAGE, 42 X 43 CM, ARCHIVIO ITALO VALENTI, MENDRISIO
culturale locarnese di quel periodo poté contare su una condivisione di pensiero, avvalorata dall’intensificarsi dei rapporti interpersonali, che seppero crescere nel corso degli anni e consolidarsi in profondi legami affettivi. Una mostra che dunque, trascendendo i canonici confini disciplinari e un criterio esclusivamente cronologico, offre l’opportunità di immergersi in due importanti momenti dell’evoluzione artistica del secolo scorso, rivivendoli nel loro stesso farsi. Per lasciarsi sorprendere da echi e germinazioni, divertiti omaggi e sotterranee ispirazioni che intessono la rete di corrispondenze molto concrete di cui - ben prima che l’era dei social e del virtuale moltiplicasse e smaterializzasse le relazionil’arte non può fare a meno, se vuole nutrire una creatività fertile e autentica.
PRESENZA ASSENZA
La breve, ma illuminante parabola di Sylva Galli, esempio di talento, caparbietà e passione nel perseguire la sua vocazione di pittrice. Insieme alle artiste del suo tempo, in mostra alla Pinacoteca Züst
Ventitré anni: tanto pochi per qualsiasi vita, appena il tempo di un abbozzo. Eppure, a ottant’anni dalla prematura scomparsa, l’opera di Sylva Galli (1919-1943) dimostra un valore che va oltre la sua acerba esperienza e la compassione per la sua triste vicenda. La tenacia della sua passione - quel sacro fuoco che non appena terminate le scuole ginnasiali la portò a ‘pretendere’ di studiare disegno - non si scoraggiò davanti agli ostacoli, quando se già per gli uomini era difficile vivere di arte, nel caso delle donne restava quasi sempre un diletto da coltivarsi nel privato, specie quando arrivavano matrimonio e figli. Dovette inoltre fare i conti con l’infelice periodo storico che le chiuse le porte di Parigi dove, affamata di avanguardie, avrebbe ardentemente
voluto recarsi. Raggiunse allora, in tasca il diploma della Scuola professionale di disegno di Lugano, il Technicum cantonale di Friborgo, per poi proseguire la formazione a Zurigo, allora uno dei centri culturali e intellettuali svizzeri più dinamici. Ma ventunenne già rientrava a casa con i primi sintomi della malattia che l’avrebbe portata alla morte. Non ne recano però traccia le opere, che invece dimostrano una vocazione spiccatissima e libera, sicurezza di segno, generosità di impasto, tavolozza cantante, freschezza e rapidità - per citare alcune delle qualità che le riconosceva un critico non certo generoso come Ubaldo Monico, scoprendola nella mostra allestita nel 1954 dalla famiglia nella ‘casa-memoriale’ della sua Bioggio. La fortuna di Sylva è stata infatti postuma - in vita non si era ritenuta ancora pronta a esporre - ed è dovuta a un’altra tenacia, quella dei genitori: affezionatissimi alla figlia che avevano sempre assecondato
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SOPRA, SYLVA GALLI RITRAE I GENITORI ALLA
FINESTRA. A LORO, DOPO LA SUA PREMATURA
SCOMPARSA, VA IL MERITO DI AVERNE VALORIZZATO
OPERA E MEMORIA, COME CONTINUANO A FARE
GLI EREDI GALLI, ANCHE CON L’ATTUALE MOSTRA
DELLA PINACOTECA ZÜST DI RANCATE, FINO ALL’8
SETTEMBRE. IN APERTURA, ALTRE DUE SUE OPERE, UN AUTORITRATTO E NUDO ALLO SPECCHIO
nelle sue aspirazioni, ne hanno preservato le oltre 150 opere, fra disegni e olii realizzati in quel breve giro d’anni - ritratti, autoritratti, nudi, nature morte, paesaggi che già dimostrano l’acquisizione di un solido bagaglio, smarcato da ogni provincialismo meditando sulla lezione di impressionisti, espressionisti e fauves. Famiglia prestigiosa - i Galli annoverano anche due consiglieri di Stato, Antonio, zio di Sylva, e il cugino Brenno - riuscì persino a farle dedicare un’esposizione commemorativa dal Circolo degli artisti di Firenze, presso la Casa di Dante, donando poi due opere a Palazzo Pitti e una terza alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma. Risponde alla
stessa volontà di perpetuarne la memoria, la scelta di vincolare la trasmissione delle opere alla successione fra i soli discendenti, chiamati a proseguire il lavoro di conservazione e valorizzazione del patrimonio. E proprio da un invito degli eredi nasce la nuova mostra, in programma fino al prossimo 8 settembre, alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate. Un nuovo capitolo del filone di rassegne che dedica alle donne artiste. Per offrire uno sguardo più ampio, “il curioso caso di Sylva Galli” è stato contestualizzato in relazione alle pittrici che, come lei, proprio fra gli anni Trenta e Quaranta anche nella Svizzera italiana incominciavano a riuscire a fare dell’arte una professione, e non solo un diletto: a partire da Regina Conti, che sebbene del gruppo fosse la più anziana (nata nel 1888) fu quella che conobbe la maggior fortuna e fra le poche, per le sue condizioni agiate, a non dover affiancare l’insegnamento all’attività artistica. Insieme a lei, Anna Baumann-Kienast, Irma Bernasconi-Pannes, Mariangela Rossi, Anita Nespoli, Irma Giudici Russo, Anita Spinelli, Margherita Osswald-Toppi, Rosetta Leins, Adelaide e Valeria Borsa. Nomi illuminati dalle opere esposte in mostra accan-
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DI SUSANNA CATTANEO
PERCORSI_CULTURA
A FIANCO, FIGURA FEMMINILE DI PROFILO, 1954, OLIO SU CARTONE, DI MARIANGELA ROSSI (1919-2014) FRA LE PIÙ TALENTUOSE ARTISTE DEL TICINO DELL’EPOCA, MA DAL CARATTERE SCHIVO
SOTTO, VESTITO A SCACCHI, 1935, ACQUERELLO, DI IRMA GIUDICI RUSSO (1899-1994), PITTRICE, SCULTRICE E INSEGNANTE PER 36 ANNI PRESSO
LE SCUOLE MAGGIORI DI CHIASSO, CONQUISTÒ GLI ELOGI ANCHE DI CARRÀ
to a quelle di Sylva Galli. Completano il percorso una sala introduttiva dedicata alle poche artiste delle generazioni precedenti (Adelaide Pandiani Maraini, Valeria Pasta Morelli, Marie-Louise Audemars Manzoni e Giovanna Béha-Castagnola) e un affondo su Simonetta Chiesa, figlia del pittore Pietro, e su sua moglie Germaine Petitpierre (1890-1963). Una personalità, quest’ultima, di notevole interesse per il progetto sociale che durante le estati trascorse a Sagno, in Val di Muggio, la vide mettere le sue doti di provetta ricamatrice a servizio della comunità locale femminile, dotandola così di un’alternativa dignitosa al lavoro malpagato nelle fabbriche del piano. Resta fermo il fatto che le artiste di professione - analogamente alle intellettuali dell’epoca - appartenevano alle classi più benestanti ed erano quasi sempre nubili, con rarissime eccezioni come Anita Spinelli (peraltro fra le poche ad aver compiuto il ciclo completo di studi a Brera) che addirittura riuscì ad abbinare matrimonio,
maternità e pittura. Molte fra loro, compresa una schiera di svizzero-tedesche stabilitesi nel Cantone, riuscirono a emergere ed esporre regolarmente grazie al sostegno della sezione ticinese del Lyceum, una filiazione del club londinese istituita nel 1939 con “l’intento di riunire e valorizzare le donne che nutrivano interessi culturali e sociali nei più svariati campi”. A tre mesi dalla scomparsa di Sylva, fu proprio il Lyceum a svelarla al pubblico con la prima esposizione personale, ordinata e introdotta dall’architetto Mario Chiattone.
Seppur fra tante difficoltà, la mentalità stava finalmente cambiando, come conferma già nel 1928 l’organizzazione della prima esposizione nazionale svizzera del lavoro femminile (SaffaSchweizerische Austellung für Frauenarbeit), benché fra le partecipanti la presenza di pittrici fosse ancora molto scarna rispetto ad altre professioni artigianali e agli sviluppi poi registrati dalla seconda edizione del 1958. Frattanto le opere di diverse di artiste ticinesi cominciarono a entrare nelle collezioni del Museo Caccia di Lugano e in quelle del Cantone. Margherita Osswald-Toppi fu la prima, nel 1932, a ottenere un prestigioso incarico pubblico per una scultura, Italia e Svizzera, posta all’ingresso della stazione di Chiasso, mentre Rosetta Leins - autodidatta e poco più che trentenne - si vide assegnare nel 1939 la prestigiosa commissione per la decorazione della Sala dei Matrimoni di Palazzo civico a Lugano.
Della lotta progressista per l’affermazione del nuovo ruolo delle donne nella società, Sylva Galli venne eletta a emblema. La sua caparbietà e lo slancio con cui fino all’ultimo ha perseguito il suo sogno erano una lezione e un monito. Inutile chiedersi come si sarebbe sviluppato il suo talento se fosse vissuta più a lungo: è proprio questa sua presenza-assenza che diventa metaforica di quella femminile nel panorama artistico ticinese - e non solo - ancora fino a meno di un secolo fa. Archivi, cataloghi di esposizioni e articoli della stampa dell’epoca consultati per preparare questa mostra hanno lasciato intravedere anche tanti altri nomi che ora si auspica possano stimolare nuovi studi per essere riportati alla luce e valorizzati.
Collezione Mario rossi-Albrizzi
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Collezione d’arte Comune di Chiasso
Di NASCITA e RINASCITE
DI NICOLÒ SAVERIO CENTEMERO,
MEMBRO DELLA COMMISSIONE DI PROGRAMMAZIONE DELLA
CASA DELLA LETTERATURA PER LA SVIZZERA ITALIANA
Pensando alla nascita, la prima cosa che viene in mente è il momento del parto. Per quanto comporti fisiologicamente un certo tempo, è pur sempre un evento subitaneo - poco prima un essere umano è nel ventre della madre, poco dopo è venuto al mondo. Anche se riferito in senso più ampio all’inizio di qualcosa o alla comparsa di un fenomeno, la questione del prima non c’è e poi esiste, è momentanea.
Riflettendo invece sul concetto di ‘ri-nascita’, l’idea che di questa abbiamo è quasi sempre quella di un percorso, un percorso che comporti del tempo - spesso parecchio - per compiersi. Di uso comune è, non a caso, l’espressione “compiere un percorso di rinascita”. Inoltre, il nostro nascere è, se vogliamo, un atto passivo - l’agire gli è sempre successivo. Le rinascite, usando volutamente il plurale perché possono essere anche
molteplici - altra differenza - comportano una reazione a un evento, a circostanze che abbiamo cercato o ad accadimenti che subiamo pur non volendolo.
A livello letterario, è indubbio che questo ‘percorso di rinascita’ nel quale l’essere umano si confronta spesso con la sua parte più inconscia, con dubbi, dilemmi o scelte da compiere, abbia spesso fornito materiale d’ispirazione a scrittrici e scrittori.
Da uno degli eventi più traumatici, la perdita del marito, trae origine la raccolta di poesie Di tu in noi (La Nave di Teseo, 2021) della poeta catanese Cettina Caliò. Dopo un incipit in prosa di devastante bellezza, nel quale Caliò inserisce alcune parole del marito, anch’egli scrittore, a lei dedicate “Ti canterò sempre, mia formica, amore mio”, si sussegue una serie di componimenti in versi, che non eccedono mai la dimensione della singola pagina. L’essenzialità delle immagini quotidiane evocate ne costituisce la principale caratteristica. “È elementare questo crollo / tu non ci sei / e mi cade addosso / il cielo che fu / nella quotidianità scardinata / del respiro / perdo l’abitudine al volo / senza le tue mani / tutto è tanto / è troppo / tutto è sabato”.
In questo Di tu in noi traspare in maniera evidente la forza della letteratura: le parole di Caliò descrivono il suo ritornare a qualcosa di enorme per provare a dargli un senso, una forma; per tentare, da una parte, di trattenerlo e, dall’altra, di prenderne le distanze. Scampare a una morte che quando accade è una morte comune - “e siamo morti tanto / mentre cominciava l’estate” - e dalla quale soltanto a uno dei due è consentito rinascere.
PERCORSI_CULTURA
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NELLE IMMAGINI, LE CREAZIONI DEI GRANDI
STILISTI IN TUTTO IL LORO SPLENDORE NEL
NUOVO ALLESTIMENTO DEL MUSEO DELLA
MODA DI PALAZZO PITTI
IL TRIONFO della moda
Le creazioni dei più grandi stilisti, come vere opere d’arte. Unicum in Italia, il Museo della Moda di Palazzo Pitti si presenta in rinnovate vesti
Per una volta gli abiti non si sottraggono alla vista dopo pochi minuti di sfilata, ma si può ammirare in ogni dettaglio la maestria degli stilisti che li hanno creati. La collezione è quella - unicadel Museo della Moda di Palazzo Pitti: capi, accessori e gioielli dal XVIII secolo a oggi, con un affascinante corpus di abiti di scena di celebri film, opere di teatro e lirica, oltre ai cinquecenteschi corredi funebri di Cosimo I de’ Medici, Eleonora di Toledo e del figlio don Garzia.
ACCANTO, GUCCI, MINIABITO DA SERA, 1987, DONO PATTY PRAVO, 2013, E SCARPE
FEMMINILI IN CAPRETTO DORATO, 1924-25 CA, MASCHERINA CON LISTINO
A PASSANTE E CINTURINO
DONO UMBERTO TIRELLI, 1986
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PERCORSI_CULTURA
Un patrimonio di oltre 15mila pezzi, che si presenta ora in nuove vesti, nelle dodici sale della neoclassica Palazzina della Meridiana, restaurate e dotate di una nuova illuminazione, insieme all’ottocentesco Saloncino da Ballo. Quasi fossero sculture, trionfano 50 abiti emblematici, elevati a vere e proprie opere d’arte grazie al sapiente lavoro di mise-en-scène, che li restituisce in tutto il loro splendore e con cura filologica, finalmente liberati dalla gabbia delle teche - tranne rarissime eccezioni per ragioni di conservazione. Pezzi che sono autentici capolavori, come lo scenico mantello-kimono immaginato da Fortuny per la Duse, l’abito in organza cristal color scarabeo e taffetà cangiante blu di Elsa Schiaparelli, la tunica flapper di Coco Chanel decorata da frange di cannucce di vetro jaisse beige e argento fumo; il lusso regale delle creazioni di Emilio Schubert, sarto che ha vestito Loren e Lollobrigida; la seduzione della guaina nera con cui Jean Paul Gaultier ha avvolto la sua Madonna, … fino ai pezzi del nuovo millennio entrati più di recente nella Collezione.
Incredibile per un paese che a tanti grandi stilisti ha dato natali e lavoro, ma si tratta dell’unico museo nazionale dedicato al costume. A Firenze - e non a Milano - perché qui si tennero dal 1952 le prime sfilate del Made in Italy, sotto la geniale regia di Giovanni Battista Giorgini nella famosa Sala Bianca di Palazzo Pitti, che porta la firma dei luganesi fratelli Albertolli, che nel secondo Settecento trasformarono con i loro stucchi il mediceo Salone dei Forestieri in una sontuosa sala da ballo. L’idea di istituire una galleria dedicata ai costumi storici è maturata a fine anni ’70 grazie a Kirsten Aschengreen Piacenti, figura cardine nella formazione dell’attuale complesso museale di Palazzo Pitti. Inaugurato l’8 ottobre 1983, il museo ha riscontrato immediato successo, sottolineato dalle prestigiose donazioni che ne hanno arricchito esponenzialmente la collezione. A 40 anni dalla fondazione si sta concludendo il processo di rinnovo che ha visito anche la digitalizzazione dell’intero patrimonio. Nel corso di questa primavera altre dieci sale verranno aperte, presentando anche i più suggestivi costumi della nobiltà e dell’aristocrazia dal Cinque all’Ottocento, insieme a una sala dedicata ai gioielli dal tesoro dell’ultimo Granduca di Toscana, Ferdinando III di Asburgo Lorena.
IN FOTO, L’OTTOCENTESCO
SALONCINO DA BALLO DEL PALAZZO DELLA MERIDIANA.
BUEN RETIRO DEI GRANDUCHI
NELLA REGGIA DI PALAZZO PITTI,
DAL1983 OSPITA IL MUSEO
DELLA MODA, ALLORA
GALLERIA DEL COSTUME
IL NUOVO ALLESTIMENTO
SCENICO, CON GLI ABITI LIBERATI
DALLE VETRINE, VALORIZZA
IL GENIO CREATIVO DEI PIÙ
GRANDI STILISTI
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DI MIRTA FRANCESCONI
COMPLICI di
STILE
Un nuovo brand di stivali, una collezione poliedrica e ‘sartoriale’.
Design ricercato e alta manifattura per esprimere sfumature diverse di una autentica femminilità
La curva è spontanea e libera, sensuale; altro dalla linea retta, che si esprime artificiosa e inamovibile.
La fluidità di un segno sinuoso trasmette una sensazione di benessere e armonia. Come quando si osserva il movimento dell’onda sulla sabbia o la sagoma di una nuvola nel cielo di primavera. La curva attrae e accompagna, nel suo flessuoso svolgersi, lo sguardo dell’osservatore. «La linea sinuosa è il segno distintivo di una collezione di oggetti di design a cui mi sono dedicato in questi anni, animato dal desiderio di unire il design all’artigianato d’arte, per la creazione di pezzi unici», esordisce Glen Rossi, designer italo-scozzese, nato a Lugano, «da quella prima ispirazione hanno preso forma diversi oggetti e complementi d’arredo,
FOTO A SINISTRA E NELLA PAGINA ACCANTO, DUE DEI MODELLI DELLA COLLEZIONE
GLENDAVID. NE FANNO PARTE DUE LINEE: ‘BEYOND STREET’ E ‘VANITY STREET’
© Sandro Mahler
A DESTRA, GLEN ROSSI, DESIGNER.
FONDATORE DEL MARCHIO DI STIVALI DA DONNA GLENDAVID, LANCIATO IN OCCASIONE DI YOUNIQUE, LA FIERA DI ALTO ARTIGIANATO
ARTISTICO TENUTASI A LUGANO A MARZO 2024
con una specializzazione in grandi orologi da parete. Una fase creativa incentrata sulla definizione e re-interpretazione di quella identità, espressa dall’accostamento del vetro a materiali di volta in volta diversi, come il ferro, il bronzo e la pietra». La rielaborazione di questo segno curvilineo, apparentemente semplice, ma dotato di un potenziale infinito, ha portato il designer a esprimere il proprio estro in un ambito nuovo.
«In quella linea sinuosa con cui lavoravo da tempo, ho visualizzato, ad un dato momento, la forma di uno stivale. In generale, il design degli stivali mi ha sempre affascinato, in particolare proprio quello degli stivali da donna, per la varietà di stili e modelli che li caratterizza», prosegue il designer. «Da quello spunto, due anni fa ho iniziato a elaborare un progetto, che oggi è realtà», nota Glen Rossi. Da queste premesse è dunque nato Glendavid, il nuovo brand di stivali da donna disegnati da Glen Rossi, che per il suo debutto ufficiale ha scelto YouNique, l’evento di alto artigianato artistico tenutosi a Lugano quest’anno a fine marzo. La collezione disegnata da Rossi, prodotta con materiali pregiati ed ecosostenibili, si compone di due linee, ‘Beyond Street’ e ‘Vanity Street’. Delle due linee fanno parte oggi dodici diversi modelli (i primi saranno in vendita questo autunno), pensati per accompagnare tipologie diverse di donne in ogni circostanza, dalle giornate in ufficio al tempo libero, nel segno della comodità o della più ricercata femminilità.
A rendere esclusive queste calzature, che si tratti di pret-à-porter o degli stivali della linea top di gamma, è il mix unico in cui si concentrano la qualità delle pelli selezionate, il savoir-faire artigianale di una produzione che è realizzata negli storici distretti manifatturieri dove si tramanda un sapere antico, e può quindi fregiarsi del label ‘Made in Italy’, e il design originale a firma di Glen Rossi. Il risultato sono pezzi unici, personalizzabili, che, con un’indossabilità libera e un’estetica disinvolta, diventano complici nell’approcciare ogni momento della giornata con il passo giusto.
53 STILI E TENDENZE DI SIMONA MANZIONE
© Sandro Mahler
Il Riflesso del MONDO nelle ALI DELLE FARFALLE
Simbolo di bellezza, fragilità, ma anche di trasformazione e rinascita. In un volo di raffinate note cromatiche
Pochi esseri del nostro pianeta ne evocano la ricchezza come le farfalle. Un bruco, appena visibile a occhio nudo, emerge da un minuscolo uovo. Grazie al suo insaziabile appetito, diventa presto una creatura imponente. Protetto da aculei velenosi o mimetizzato in un pezzo di corteccia, non risparmia sforzi per affrontare innumerevoli pericoli. All’improvviso, accade qualcosa di incredibile: nonostante la bestiola si sia adattata perfettamente al suo ambiente fino a quel momento, si dissolve, trasformandosi e diventando qualcosa di completamente nuovo: una crisalide. Dall’esterno appare calma, immobile e a riposo. Ma all’interno è tutto il contrario: tutto si liquefa e si ricostruisce radicalmente. Il bruco non esiste più, la farfalla deve ancora diventare. E quando questo processo è completato, lo stesso essere nasce di nuovo. Ma nulla è più come prima: dove c’era una mascella, ora c’è una proboscide, il dorso ha le ali al posto degli aculei e l’animale scopre il mondo con occhi completamente diversi. Mentre il regno del bruco era limitato a una pianta, la farfalla conquista una nuova dimensione. Con il suo primo volo, si lascia alle spalle tutta la vita precedente. Come bruco si nutriva e
TANZANITE, DIAMANTI,
SCHIAPARELLI COLLEZIONE SS 2024 54
DAVIDE MAULE ART JEWELS COLLEZIONE BUTTERFLY LIMITED ORO 18KT,
ZAFFIRI BLU
DIOR
STILI E TENDENZE
BORSA MEDIA LADY D-LITE
RICAMO TOILE DE JOUY MEXICO
BIANCO E BLU NOTTE PASTELLO
DIOR
CAPPELLO DA PESCATORE
D-BOBBY TOILE DE JOUY MEXICO
RICAMO BIANCO E COLOR ORO
cresceva; ora come farfalla vuole riprodursi. Le scaglie delle sue ali emettono colori, alcuni dei quali sono visibili all’uomo solo sotto la luce ul travioletta. Tuttavia, questi colori e disegni brillanti attirano anche i predatori, quindi il mimeti smo è ancora molto impor tante. Nella maggior parte delle specie, i colori brillanti si vano solo sulla superficie superiore delle ali. Quando l’animale atterra, spesso le richiude, lasciando vedere solo la parte inferiore. La farfalla è quindi un riflesso del nostro mon do: bella, colorata e delicata, ma anche fragile. Spesso si tratta di sapere quando mostrarsi, quando nascondersi e quando proteggersi. Il mondo è un insieme perfettamente regolato, come un movimento di orologio molto com plesso. Ed è proprio per questo che c’è il rischio costante che si guasti, quando i suoi ingranaggi progressivamente saltano.
di Matthias Röösli, Education & Biology di Kerzers (FR), Fondazione svizzera dedicata al mondo delle farfalle
AQUAZZURA
SANDALO PAPILLON 105 NERO
UN’ALCHIMIA IRRESISTIBILE
Un audace esercizio di stile per celebrare il centenario di un oggetto cult, pioniere della gioielleria moderna, creato nel 1924
Acento anni dalla sua nascita, l’anello Trinity di Cartier viene ancora una volta reinterpretato, con un design originale. Icona della gioielleria, simboleggia i valori cari alla Maison. C’è la diversità: tre anelli d’oro - giallo, rosa e grigio - che si fondono, si comprendono e suonano insieme lo stesso spartito in tre parti. E c’è l’amore, in tutte le sue forme: filiale, familiare, amichevole, coniugale, infinito, indefinito...
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STILI E TENDENZE
2011
2022 2024
2010
Tre anelli carichi di significato e di sentimento. Il numero tre fin dall’inizio ha risuonato con la storia della Maison, quella dei tre fratelli Louis, Pierre e Jacques e quella dei tre negozi storici di Cartier a Parigi, Londra e New York. Un anello moderno fin dagli esordi, perché era per tutti, anonimi o famosi, senza limiti di età, senza frontiere, senza conformismi, per lui, per lei e senza tabù.
Trinity ha saputo reinventarsi, grazie a un design che Cartier ha sviluppato continuamente, a partire dai volumi, dando vita nel tempo ad anelli sottili o più grandi, associati ai materiali più gioiosi o inaspettati. Per celebrarne il centenario, Cartier ha proposto nuovi design tanto semplici e puri quanto audaci. Due nuovi modelli e riedizione del bracciale XL, accompagnato da una versione XL dell’iconico anello.
NELLE IMMAGINI,
IN CENTO ANNI DI VITA, TRINITY SI È PRESTATO
A NUMEROSE
REINTERPRETAZIONI, SVILUPPATE INTORNO
AGLI ICONICI TRE ANELLI
DI COLORI DIFFERENTI CHE LO CARATTERIZZANO.
UN ANELLO MODERNO
FIN DAGLI ESORDI, SCELTO
DA DONNE E DA UOMINI, DA
PERSONAGGI CELEBRI E DA ‘COMUNI MORTALI’,
I QUALI HANNO TUTTI SUBITO
IL FASCINO DI UN OGGETTO
DESTINATO A CAVALCARE
I DECENNI E LE MODE
DI ELEONORA VALLI 1924 1967 2004 1981 1990
AVVOLGENTE per VOCAZIONE
Simbolo di potere, amuleto, pegno d’amore, strumento di seduzione. Il bracciale, per abbellirsi e per raccontarsi. Niente di più personale…
Adorna polsi e caviglie di donne e di uomini, da tempo immemore, racchiudendo l’essenza di epoche e culture differenti. Pronto a svelare la personalità di chi lo indossa.
La storia del bracciale è lunga e ricca di aneddoti e meraviglie. Per gli antichi Romani era ‘brachialis’: nasceva così quel nome che ancora oggi usiamo. Ma il bracciale come oggetto ha origini ben più antiche, risalenti all’Età del bronzo, quando si componeva di fibre vegetali, legno, conchiglie, corna, intrecciate con strisce di pelle o di bronzo. Ai Micenei si deve il primo bracciale in oro, a forma di spirale o a nastro, su cui erano incise magiche geometrie. Con una funzione di protezione, nell’Antico Egitto il bracciale ‘scarabeo’ era quello più trendy, mentre i Greci prediligevano i modelli ‘a rosario’; su cordoncini o fili d’oro infilavano perle, pietre, coralli. Gli Etruschi, grandi orafi, inventarono splendide variazioni, impreziosite di avorio, ambra, vetro e corallo. Celebre è il loro bracciale ‘chimera’, rigido, aperto e terminante con due teste di leone affrontate. Nella Roma imperiale, i soldati indossavano al braccio sinistro ‘l’armilla’, bracciale simbolo del loro valore militare, mentre i patrizi sfoggiavano i ‘destrali’, bracciali più elaborati, indossati rigorosamente al polso destro. Per le donne dell’epoca, invece, indossare un bracciale era una forma di ribellione all’ideale di sobrietà e di rifiuto della vanità contemplato dal ‘mos maiorum’, l’insieme dei principi e valori fondamentali a cui si ispirava quella civiltà.
L’uso del bracciale sfuma nel Medioevo, quando la moda degli abiti con maniche lunghe e polsi molto decorati lo rendeva superfluo. Per tornare in auge a fine Settecento: e allora la versione più amata era ‘boîte à portrait’, un nastro di velluto con al centro un cammeo. Per tutto l’Ottocento e primo Novecento, i bracciali sono i gioielli più usati: nell’Inghilterra vittoriana spopolavano quelli in cui si intrecciavano capelli e sottilissimi fili d’oro, donati come pegno d’amore. E in quest’epoca nascono i ‘charms’, ciondoli offerti in dono da amici e parenti a ogni ricorrenza, destinati ad arricchire qualsiasi bracciale. L’attenzione alla natura esaltata dall’Art Nouveau ha dato poi lo spunto per gioielli decisamente originali: per esempio a forma di serpente, molto in voga in quel periodo, con una pietra preziosa incastonata al posto degli occhi. «Oggi, il bracciale, forse più di altre tipologie di gioiello, è un modo per esprimere sé stessi attraverso la totale personalizzazione di dettagli come pietre, design, incisioni particolari. Le richieste di monili personalizzati offrono la possibilità di realizzare creazioni sempre diverse, che si tratti di gioielli o di oggetti d’arte: l’abilità e la creatività dell’orafo si fondano con l’estro del committente», nota Andreas Altmann, gioielliere e orafo di formazione, fondatore del marchio Giberg, che così si racconta: «Seguendo le orme di mio nonno e mio padre, ho iniziato negli anni Settanta l’apprendistato da orafo. Con il diploma in tasca, mi sono poi trasferito a Ginevra. Lavorando con un rinomato gioielliere mi sono dedicato all’arte dell’incastonatura dei gioielli. Alla decisione di mettermi in proprio è seguita la nascita della mia prima collezione di gioielli».
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SOPRA, ANDREAS ALTMANN, FONDATORE DI GIBERG. NELLA PAGINA ACCANTO, UNA VERSIONE DEL BRACCIALE ‘AMPHORA’
In Svizzera Andreas Altmann è stato un pioniere nel campo della tecnologia 3D e il primo a utilizzare questa tecnica nel settore della gioielleria.
Ciò ha permesso di creare disegni che non potevano essere realizzati a mano. Disegni che conferiscono ai gioielli un carattere distintivo, con un alto valore di riconoscibilità.
«Gioielli pensati per una donna sicura di sé, che apprezza il nuovo e l’originale e ama indossare qualcosa di unico. Non diversamente, quando si tratta di gioielli maschili, sono destinati all’uomo moderno che ama distinguersi con scelte non omologate», aggiunge Altmann.
«Mi hanno sempre appassionato la sperimentazione e la ricerca dell’apparentemente impossibile per testare i limiti del possibile. Se penso al nostro bracciale ‘Amphora’, l’emozionante fusione di metalli preziosi e diamanti, combinata con una gomma all’avanguardia in una varietà di colori, offre una composizione estremamente accattivante».
I bracciali sono in caucciù, in diversi colori. E, con una prima assoluta, a livello mondiale, è stato messo a punto un cordone in oro 585 / 14 carati, completamente flessibile.
Il gioiello, con una garanzia di dieci anni, può essere indossato ovunque: ad alte o basse temperature, in acqua salata, sugli sci o in sauna. Ad anticiparlo è il fondatore di Giberg. «Sono attesi nuovi colori, disegni e modelli, ma le caratteristiche intrinseche restano invariate. In questo modo, desideriamo rafforzare la riconoscibilità del bracciale che ne costituisce l’inequivocabile identità e unicità. Proprio come colei, o colui, che lo indosserà», conclude
Andreas Altmann.
Dal significato simbolico, il bracciale rappresenta un ciclo che si rinnova, una sfericità che a sua volta è simbolo della regolarità assoluta. Di quella perfezione che dalla notte dei tempi non ha mai smesso di affascinare. charlyzenger.ch
Le Collezioni Giberg sono disponibili in Ticino presso le boutique Charly Zenger VIA PESSINA 8, LUGANO VIA BORGO 40, ASCONA
STILI E TENDENZE DI SIMONA MANZIONE
PIUME. Seduzione, sfarzo, emozione Con le
Sensibilità e afflato creativo. Nel tripudio di colori della natura più sorprendente, che l’abilità artigianale di Nelly Saunier trasforma in capolavori d’arte, da ammirare o indossare
Le creazione artistiche di Nelly Saunier sono un inno alla natura, alla sua vibrante e variopinta energia che si traduce in piccole e grandi meraviglie.
È nell’haute couture, ma anche nella gioielleria e nell’alta orologeria che si svela la particolare espressione artistica di Nelly Saunier. Particolare a partire dalla materia prima. La piuma.
L’artista francese, infatti, è una ‘plumassière’. «Una passione che scoperto quando ero adolescente», racconta Nelly Saunier, che ha appreso le tecniche di
IN FOTO, PIAGET, COLLIER
MAJESTIC PLUMAGE.
PIETRE E PIUME RIPRODUCONO LA LIVREA DI UN UCCELLO TROPICALE, AL CENTRO UNA RARA TORMALINA
PARAIBA DA 7,49 CARATI.
GRAZIE A UN SISTEMA
INNOVATIVO, L’INTARSIO DI PIUME
CREATO DA NELLY SAUNIER
PUÒ ANCHE ESSERE STACCATO
E INDOSSATO COME SINGOLO
ORECCHINO MANCHETTE, OPPURE
ULTERIORMENTE SUDDIVISO
IN DUE ORECCHINI
IN CONVERSAZIONE CON... DI SIMONA MANZIONE
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© Piaget
lavorazione delle piume al liceo Octave Feuillet di Parigi, per poi approdare al design tessile studiando all’École Nationale Supérieure des Arts Appliqués et des Métiers d’Art Olivier de Serres della capitale francese, «La natura e gli uccelli mi affascinano fin da quando ero bambina: vivevo in campagna e i miei genitori mi trovavano spesso rannicchiata su un albero alla ricerca di un ‘amico alato’ . Il singolare incontro con ‘la penna’ è capitato quando avevo quattordici anni e si è rivelato come una certezza, mai smentita, anzi: sempre rinnovata».
Fin dall’inizio della sua carriera, Nelly Saurier ha lavorato con Maison di alta moda come Chanel, Givenchy, Nina Ricci, Isabelle Marant, Louboutin PIAGET, MANCHETTE SUNNY SIDE OF LIFE, ORO BIANCO
e Jean-Paul Gaultier. Insieme a stilisti di fama mondiale, ha creato costumi per il cinema e pezzi per i grandi nomi della gioielleria come Harry Winston, Van Cleef & Arpels, Piaget e Chopard. Le sue sculture di piume sono esposte in musei e luoghi d’arte contemporanea in Francia e nel mondo. Nel 2017 è stata una dei quindici eccezionali artigiani francesi scelti per la mostra ‘Wonder Lab of Living National Treasures’ al Tokyo National Museum in Giappone. Vincitrice del Premio Liliane Bettencourt per l’intelligenza della mano, Nelly Saunier è stata nominata Maestro d’Arte dal Ministero della Cultura francese nel 2008 e Cavaliere delle Arti e delle Lettere nel 2012.
IMPEGNATA
PIUMATO DI COROLLA ARARONAUN JOUR AVANT, 2012
E INTARSIO DI PIUME, 22 ZAFFIRI E DIAMANTI NELLY SAUNIER
IN UNA SUA CREAZIONE L’ARCOBALENO
© Nelly Saunier
© Cécile Rogue
©Piaget
SFIDA PRINCIPALE PER NELLY SAUNIER NELLA COLLABORAZIONE CON PIAGET PER MAJESTIC PLUMAGE È STATA ADATTARSI ALLA SCALA
DELL’ORNAMENTO, INCARNANDO AL CONTEMPO LA MAESTOSITÀ DEL PIUMAGGIO DELL’ARA. IL PROGETTO HA RICHIESTO UNA METICOLOSA
RICERCA DI MATERIALI E UNA MIMESI DI COLORI E TEXTURE. PER RENDERE IL PEZZO PIÙ LEGGERO, IL SUPPORTO PER LE PIUME È STATO
REALIZZATO CON UN MATERIALE INSOLITO, IL TITANIO
Qual è la sua ispirazione?
Sono attratta da mondi diversi, dalla moda alle arti visive, al teatro, alla danza, al design e all’arte contemporanea. Per me la penna non ha limiti nella sua capacità di manifestare emozioni in ogni ambito. Ciò che mi entusiasma di più è la possibilità di esplorare nuovi orizzonti e di avere il piacere di condividere le mie emozioni con il pubblico. Il filo conduttore di tutta questa ricerca e la mia principale fonte di ispirazione è la natura, sorgente inesauribile, che evoca l’universalità e si armonizza con tutti coloro che la contemplano. Al di là del linguaggio utilizzato, racconta storie, e storie sempre diverse. Attraverso le mie creazioni, invito le persone a riscoprirne la bellezza. Sono estremamente sensibile a tutto ciò che ha a che fare con la salvaguardia del pianeta e lo studio della vita sulla terra. Mi affascina, per questo, il lavoro dello scrittore e naturalista David Attenborough, una delle massime autorità in materia. Fa luce sulla diversità delle specie animali e vegetali e mi permette di viaggiare molto… senza spostarmi. Guardando una (semplice) piuma, è difficile immaginare che possa essere interpretata in un numero infinito di modi…
La piuma è un mondo nel mondo. Per interpretarla, ho dovuto imparare a conoscerne la natura, il modo in cui reagisce alla luce, alle ombre, la sua versatilità, la sua fragilità... Integro queste conoscenze con un occhio attento alle norme ambientali legate alla conservazione degli uccelli, in modo da rispettare le usanze di ogni Paese e partecipare alla loro protezione.
Da un punto di vista estetico, per apprezzare la bellezza, la qualità del materiale, le diverse texture e l’infinita ricchezza delle piume, è necessario avere una conoscenza approfondita dei nostri amici alati. Un apprendimento che, iniziato in giovane età, continuo a sviluppare, sia attraverso il contatto diretto con gli uccelli, sia osservandoli in natura, ma anche parlando con ornitologi e altri esperti, e naturalmente leggendo. Questo contribuisce ad approfondire le mie conoscenze e quindi la mia capacità di lavorare la piuma. Mi piace mescolare due mondi, quello artificiale che creo con quello molto reale della natura. Sorprendere è un’espressione singolare per me, è la mia firma.
Come riesce a realizzare opere per mondi così diversi come moda, gioielleria, orologeria e profumi, interpretando al contempo lo spirito delle diverse Maison?
Ogni incontro racchiude un universo di potenzialità e di significato: i progetti in cui scelgo di investirmi sono quelli
© Piaget
© Piaget
SOPRA, HARRY WINSTON, ULTIMATE ADORNMENT, ORO BIANCO E DIAMANTI. QUADRANTE INTARSIATO
DI PIUME DI PAVONE BLU, SPILLA
A COROLLA ORNATA DI 14 PIUME DI PAVONE, ANATRA DOMESTICA, FAGIANO SCURO
SOTTO, HARRY WINSTON, PREMIER FEATHERS IN ORO BIANCO E DIAMANTI, QUADRANTE INTARSIATO CON PIUME TINTE DI FAGIANO IN ARGENTO E FARAONA
pubblico, ma che mi erano state commissionate per i clienti di una grande Maison. Per Piaget, ad esempio, ho creato una spilla di straordinaria finezza e complessità. Ho dovuto inventare nuove tecniche per rispondere alle sfide estetiche che mi ero posta.
Come è riuscita ad armonizzare la complessità della sua tecnica con la complessità di un segnatempo di alta orologeria?
Lavorare in orologeria comporta ulteriori vincoli, in particolare quanto allo spessore, che deve permettere alle lancette
di girare senza toccare la mia creazione. Ho sempre delle specifiche tecniche complesse da parte del fabbricante di quadranti, ma carta bianca per l’espressione estetica e tecnica del mio lavoro. Alle Maison porto non solo la mia firma di artista, ma anche la mia conoscenza esperta della lavorazione delle piume, essenziale per questo tipo di progetto. Un desiderio che aspetta di essere realizzato... Naturalmente è connesso con la passione per i volatili che mi caratterizza da sempre. Desidero andare sull’isola di Hokkaîdo per osservare le gru giapponesi, il più grande volatile del Paese. Elevata al rango supremo di ‘Grande Monumento Naturale’ nel 1952 dal Ministero della Cultura, è diventata così un emblema nazionale, al pari del Sol Levante. È un animale gregario, vive in gruppi ma è monogamo, preferisce le acque profonde e vive in paludi aperte. Le coppie di gru giapponesi sono famose per i loro rituali di danza, accompagnati dall’emissione di particolari suoni, che fungono da rituale di corteggiamento e da mezzo di
Sono sensibile alla purezza e alla semplicità della natura: gli uccelli nascono con questa eleganza, non mentono sul loro aspetto. C’è una libertà nell’esprimere questa bellezza, una spontaneità che condivido. La piuma crea un’illusione, un legame invisibile con la natura. La piuma è un’emozione pura.
SECRETS & LIGHTS BY PIAGET
© Piaget
IN CONVERSAZIONE CON...
Iriflettori si sono accesi nel 2018, quando è stata battuta all’asta la prima opera d’arte creata con l’Intelligenza artificiale, Il ritratto di Edmond de Belamy. Un titolo classico, come in apparenza lo è il soggetto di questa rivoluzionaria opera del collettivo parigino Obvious. Non è infatti quella dei tre fondatori, Hugo Caselles-Dupré, Pierre Fautrel e Gauthier Vernier, la firma apposta sulla tela, ma dell’algoritmo che l’ha generata. Base d’asta 7-10mila dollari, ne ha incassati 432.500, ma soprattutto ha sollevato il dibattito attorno a potenzialità e ripercussioni di un’arte creata con l’aiuto delle macchine, arrivando a interrogarsi se un giorno l’Ai non potrebbe trasformarsi in autore indipendente.
Il POTENZIALE CREATIVO DELL’AI
Quali le prospettive di una creatività condivisa da uomo-macchina grazie alle opportunità aperte dall’intelligenza artificiale?
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© Sofia Crespo © Sofia Crespo
NUOVI
«Sicuramente è la prima volta nella storia che uno strumento del processo artistico ha una propria autonomia nell’elaborare i dati di partenza, creando un elemento inaspettato, pur nel rispetto della sua logica di programmazione. A sua volta l’artista può nuovamente intervenire sull’output, ad esempio selezionando i risultati più significativi tra le migliaia ottenuti, iniziando uno scambio uomo-macchina che dà vita a forme di interazione inedite, al cuore stesso dell’opera», evidenzia Alice Barale, ricercatrice di Estetica e filosofia dei linguaggi alla Statale di Milano e curatrice di una delle prime pubblicazioni dedicate al tema, Arte e Intelligenza Artificiale. Be my Gan (Jaca Book, 2020).
La creatività è quindi condivisa in partnership. Si vede molto bene già in una delle prime opere create con l’Ai, nel 2017, Fall of the House
of Usher I dell’artista londinese Anna Ridler: un’animazione di 12 minuti che esplora l’adattamento cinematografico del 1929 del racconto di Edgar Allan Poe. L’opera fonde duecento disegni a inchiostro realizzati con il processo tecnico di apprendimento automatico per accentuare la storia d’orrore del film originale e le nozioni di paura intorno all’Ai stessa. «Ogni foto è stata generata da una rete antagonistica generativa (Gan), ovvero un’architettura di deep learning che addestra due reti neurali a competere l’una contro l’altra per generare nuovi dati più autentici da un determinato
dataset di allenamento», spiega Alice Barale. Manipolando attraverso ulteriori passaggi l’interazione fra pellicola, disegni e questa forma di tecnologia, la Ridler esaspera temi e motivi del film, esplicitando gli aspetti fuggevoli della memoria per creare un senso di perturbante.
In parallelo all’esponenziale evoluzione dell’Ai in questi anni, anche le applicazioni in campo artistico hanno accolto nuove possibilità. In particolare, dal 2020/21 si sono diffusi i Text to Image Translator, ovvero quei tipi di Intelligenza artificiale che trasformano delle parole o dei testi in immagini (come Dall-e o Midjourney). Contemporaneamente ci sono stati gli enormi progressi dei Large language models, che poi hanno portato a ChatGpt. «Si è così creato un ponte tra testo e immagine che gli artisti ‘percorrono’ in vari modi. Il che non significa, come molti temono, che ormai chiunque possa trasformarsi in artista. Provare per credere: questi sistemi sono addestrati sulle immagini preesistenti con cui vengono allenati, per cui riuscire a produrre qualcosa di originale è tutto fuorché banale. Qui interviene l’artista con la sua abilità, la sua
NELLA PAGINA DI SINISTRA, L’ARGENTINA SOFIA CRESPO
E DUE CREATURE DEL SUO NEURAL ZOO (2018-2021)
CHE DENUNCIA L’ESTINZIONE DELLE SPECIE RARE
A FIANCO, I DUE VOLTI UMANI DIETRO LA DEAD END
GALLERY DI AMSTERDAM, CHE TRATTA OPERE DI SOLI “AI-RTISTI”, COME BUNNIES (SOTTO) DI IRISA NOVA
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PARADIGMI DI SUSANNA CATTANEO Courtesy Dead End Gallery Courtesy Dead End Gallery
L’INSTALLAZIONE
MEMORIES OF PASSERSBY I, 2018, DI MARIO KLINGEMANN, UN COMPLESSO SISTEMA
DI RETI NEURALI CHE
GENERA UN FLUSSO INFINITO DI RITRATTI IN TEMPO REALE
TRA I PIONIERI DELL’ARTE CREATA CON L’AI, IL TEDESCO MARIO KLINGEMANN, CON LE SUE PROVOCAZIONI FRA UMANO E ARTIFICIALE. È ANCHE L’ISPIRATORE DI BOTTO, UN’AI CHE PRODUCE E VENDE LA ‘SUA’ ARTE IN BASE AI FEEDBACK DELLA SUA COMMUNITY
DI OLTRE 5MILA STAKEHOLDER. CON OTTIMI INCASSI
visione e la sua capacità di servirsi delle opportunità dell’Ai», osserva la ricercatrice.
C’è chi però già specula sulla cosiddetta ‘Intelligenza artificiale generale’, in grado di ragionare e provare sentimenti come gli umani e dunque, perché no, di fare arte in maniera del tutto autonoma. Ma tenendosi a distanza da scenari distopici, oggi si pongono interrogativi molto più stringenti, come la questione del diritto d’autore. Se la collaborazione è al centro e la sua forma inedita, a chi va riconosciuta la paternità dell’opera? A chi ha ideato il progetto artistico, a chi ha sviluppato il software o a chi lo utilizza?
C’è poi il problema delle immagini impiegate per addestrare i modelli di Ai generativa, come quelli di Midjourney, che avrebbe saccheggiato quasi 20mila artisti bypassando i copyright e contro cui a inizio
anno è stata depositata la prima causa a San Francisco. «In tutto il mondo si stanno creando questi movimenti per la difesa del copyright. Posso capire sia gli artisti che chiedono protezione vedendosi defraudati del loro lavoro, sia quelli che sono invece favorevoli ad alimentare questi strumenti sostenendo che un vero artista con la sua creatività saprà sempre dire qualcosa di nuovo», osserva Alice Barale. Ma chi sono questi autori di arte creata con l’Ai? Di solito provengono dall’ambito artistico, ma hanno già un forte interesse per la tecnologia informatica. «Per esempio, Mario Klingemann è un artista tedesco che ha iniziato proprio a ‘pasticciare’ con i programmi informatici, già nei 2000, quando ancora non c’era l’Ai. Francesco D’Isa, che ha appena presentato il primo fumetto italiano illustrato dall’Intelligenza artificiale, Sunyata, invece ha disegnato prima a mano tanto tempo. Mike Tyka, tra i primissimi a cimentarsi, aveva un dottorato di ricerca in Biofisica, però con una sensibilità artistica che nel 2015 l’ha portato a creare opere in larga scala usando le ripetizioni del sistema DeepDream. Non mancano nemmeno le donne: l’argentina Sofia Crespo è tra le protagoniste della scena, capace di abbinare la tecnologia anche alla sua riflessione sulla natura, ad esempio nei suoi bestiari immaginifici che portano l’attenzione sulle specie a rischio d’estinzione», illustra l’esperta. Se gli Nft hanno aperto strada a collezionisti e investitori crypto, al crescente interesse del mercato si aggiunge ora la legittimazione anche delle istituzioni museali tradizionali. La recente acquisizione di due opere di Refik Anadol e Ian Cheng generate con l’Ai da parte del MoMA di New York rappresenta un primo passo. Un anno fa ha inoltre aperto ad Amsterdam la Dead End Gallery, prima esclusivamente dedicata ad opere e immaginari artisti (dieci) creati con il supporto dell’Ai, coinvolta anche in varie altre decisioni, dall’illuminazione al colore delle pareti fino alle procedure legali e all’assegnazione di un valore
Courtesy of Colección SOLO
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Courtesy of Sotheby’s
© Obvious
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© Refik Anadol Studio
L’ARTISTA TURCO RAFIK ANADOL.
LA SUA INSTALLAZIONE
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HALLUCINATIONS - MOMA
(SOPRA, UN DETTAGLIO), ALLENATA CON IL MACHINE
LEARNING, È APPENA
ENTRATA NELLA COLLEZIONE
PERMANENTE DEL MUSEO NEWYORKESE
© Efsun Erkilic
A SINISTRA, PIERRE FAUTREL, GAUTHIER VERNIER E UGO
CASELLES-DUPRÉ, I TRE AMICI DEL COLLETTIVO FRANCESE
OBVIOUS, CHE NEL 2018 HA FATTO SCALPORE CON LA
PRIMA OPERA CREATA CON L’AI BATTUTA ALL’ASTA DA
CHRISTIE’S PER OLTRE 430MILA DOLLARI
SOPRA, A SINISTRA, IL LORO SECONDO PROGETTO, CHE SI RIFÀ CON CURA FILOLOGICA ALL’ARTE GIAPPONESE DEL PERIODO EDO, ELECTRIC DREAMS OK UKIYO, 2019
di mercato alle opere esposte. Nel frattempo il collettivo Obvious, che dopo il molto clamore del 2018 - in realtà non cercato né desiderato - ha proseguito con serietà la sua strada con nuove serie, con importanti collaborazioni con prestigiosi brand, a fine dell’anno scorso è sbarcato alla Sorbona, inaugurando l’Obvious Research Laboratory che si propone di sostenere ricerche all’avanguardia nel campo dell’Intelligenza artificiale generativa e lo sviluppo di strumenti rivoluzionari open source, sempre con l’obiettivo di potenziare la creatività degli artisti.
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TECHNOGYM RUN
L‘esperienza di allenamento che apre la strada a un futuro più sano.
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RIVELARE le ORIGINI
NUna potentissima lente d’ingrandimento puntata sulla struttura della materia primordiale e sui fenomeni che governano l’universo, ma anche la nostra vita quotidiana
DI FRANCESCA CARNESECCHI, RICERCATRICE DI FISICA
DELLE PARTICELLE PRESSO IL CERN DI GINEVRA
MEMBRO DELL’ESPERIMENTO ALICE
RICERCA E SVILUPPO PER GLI UPGRADE FUTURI DELL’ESPERIMENTO
el vasto mondo della ricerca scientifica, c’è un particolare fascino nello scrutare gli strati più profondi della materia nelle sue forme più elementari per comprendere i misteri dell’universo. Come scienziati dell’esperimento Alice presso il Cern, l’organizzazione europea per la ricerca in fisica delle particelle di Ginevra, siamo immersi in un’avventura straordinaria per svelare tali segreti, guidati dalla curiosità e dalla sete di conoscenza. Al cuore di questa missione risiedono strumenti sofisticati e tecnologie all’avanguardia, tra cui il rivelatore ITS3, basato sulla tecnologia al silicio Cmos-Maps, che stiamo sviluppando e sarà implementato nell’apparato sperimentale di Alice nel 2026. Per comprendere appieno l’entità della nostra ricerca e l’importanza di questi rivelatori è essenziale dare uno sguardo alla loro funzione fondamentale. Il rivelatore ITS3 è come una potentissima lente d’ingrandimento che ci consente di osservare con risoluzione di pochi micron le collisioni tra fasci di protoni o ioni, per esempio di piombo, portati ad altissime energie dall’acceleratore Large Hadron Collider (Lhc) del Cern. Tali collisioni riproducono condizioni simili a quelle verificatesi subito dopo il Big Bang, fornendoci preziose informazioni sulla struttura della materia primordiale e sui fenomeni che governano l’universo. Ma
l’importanza di questi rivelatori non si limita al mondo affascinante della fisica delle particelle. Le loro applicazioni si estendono ben oltre i confini del laboratorio, influenzando direttamente la nostra vita quotidiana. Ad esempio, la stessa tecnologia al silicio Cmos-Maps che alimenta il nostro rivelatore ITS3 è stata riadattata partendo da tecnologie all’avanguardia alla base di molti dispositivi che utilizziamo quotidianamente, tra cui le fotocamere dei nostri smartphone. Questa stessa tecnologia è inoltre alla base di una nuova promettente applicazione in medicina, la proton Computed Tomography (pCT), che consentirà di diagnosticare malattie con maggiore precisione e trattare pazienti in modo più efficace.
In sostanza, investire nella ricerca fondamentale come quella condotta presso Alice non solo ci avvicina alla comprensione dei segreti dell’universo, ma ha anche impatti tangibili sulla nostra vita quotidiana. Attraverso il nostro lavoro, non solo spalanchiamo le porte a nuove scoperte scientifiche, ma contribuiamo anche al progresso della società nel suo complesso.
© 2020-2024 CERN 69 NUOVI PARADIGMI
Alla SCOPERTA del NUOVO SÉ
Quando si pensa a un’evoluzione personale, conta la meta ma conta ancor di più il percorso da fare per raggiungerla. Consapevolezza, pianificazione e costanza sono le immancabili compagne di viaggio
Nel pensiero antico, la cura del corpo era associata alla cura dell’anima. Il pieno benessere dell’individuo - oggi come allora - si compone di più dimensioni. Lasciandosi ispirare da questo principio, Michela Veronelli ha creato Laser Zero e Zero Scuse, un ‘rifugio’ dedicato alla bellezza e al benessere, uno spazio pensato per chi scelga di dedicarsi tempo e attenzioni, a 360 gradi. Un Centro riconosciuto dalle casse malati, in cui Michela è affiancata da sette collaboratrici, che ne condividono la filosofia. Una filosofia incentrata sull’attenzione all’individuo e alla sua unicità.
Determinata nella vita e nel lavoro, Michela Veronelli è una sportiva, da sempre. Dopo anni di preparazione atletica, con la partecipazione a diverse competizioni di body building in Svizzera e all’estero, nel 2022 a Torino ha vinto il Pro Show, gara di grande rilevanza
ADVERTORIAL
Photo © Marco Reggi
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IN FOTO, ESTETICA, ATTIVITÀ FISICA E ALIMENTAZIONE ‘SU MISURA’, PER UN PIENO BENESSERE
Photo © Marco Reggi
nel circuito agonistico dei culturisti.
Animata dal desiderio di raggiungere risultati sempre più alti, Michela Veronelli ha approfondito la conoscenza dei meccanismi che sottendono alla relazione esistente tra ‘allenamento, attitudine, concentrazione muscolare e alimentazione’, formandosi, tra l’altro, alla Scuola Nazionale Personal Trainer di Milano, per specializzarsi in più discipline e ottenere nel tempo varie certificazioni. «Il primo passo è stato la comprensione della connessione scientifica tra muscolo e mente, e quindi del collegamento tra il sistema nervoso e le fibre muscolari durante l’allenamento; la mente deve focalizzarsi sul singolo movimento muscolare. Le modalità non sono le stesse per tutti: ciò che funziona per alcuni individui può non funzionare per altri. Il percorso per arrivare ai risultati è dunque assolutamente personale, a seconda della conformazione fisica, della genetica e di alcuni altri aspetti fondamentali», afferma Michela. «Ne deriva la necessità di integrare gli effetti positivi derivanti da trattamenti estetici con percorsi di allenamento fisico e un’alimentazione individualizzati, messi a punto dopo un’attenta valutazione dello stato di salute e dell’anamnesi di chi vuole raggiungere un risultato armonioso e ottimale». Un ruolo decisivo nei programmi personalizzati proposti dal Centro di Michela Veronelli è svolto dall’alimentazione: «È parte integrante del benessere fisico. Ho potuto constatare su di me l’effetto fortemente impattante di uno stile di vita improntato alle privazioni. I risultati si ottengono non sottraendo ma equilibrando. Come il carburante garantisce il funzionamento di un’auto, così i piani alimentari devono essere perfettamente in linea con lo stile di vita di una persona, senza privazioni inutili, siano esse di cibo o di momenti di socialità. L’importante è bilanciare l’apporto nutritivo e il corretto allenamento. Per questo seguo individualmente i miei clienti, dedicando loro il mio tempo e facendo in modo che se ne dedichino, a loro volta. Sono convinta che ogni risultato è autentico quando è misurabile e concreto». Anche la tecnologia contribuisce, e il Centro ‘Laser Zero’ è dotato di macchinari e sistemi all’avanguardia, tra cui «Il laser
SOPRA, MICHELA VERONELLI
(A SINISTRA, SEDUTA), TITOLARE DEL CENTRO
LASER ZERO E ZERO SCUSE, A CHIASSO, E ALCUNE DELLE SUE COLLABORATRICI
a diodo di ultima generazione per l’epilazione permanente; il test Mrt (Multiple Reaction Test) per analizzare i componenti biochimici presenti all’interno delle cellule del capello e individuare così eventuali carenze minerali o vitaminiche dell’organismo come anche la presenza di metalli pesanti intossicanti; la Bioimpedenziometria (Bia) per l’analisi della struttura corporea nella sua composizione (massa muscolare, liquidi, massa magra, ...). E comunque», conclude Michela Veronelli, «competenze, tecniche e tecnologie sono strumenti per raggiungere una condizione di benessere, ma il presupposto fondamentale resta amare se stessi e ritagliarsi del tempo per prendersi cura di sé, pienamente».
Per informazioni: Laser Zero Via Lavizzari 6 6830 Chiasso laserzero.ch info@laserzero.ch M. +41 794285558 T. +41 916822884
Photo © Marco Reggi
Riconoscersi per PIACERSI
In campo medico estetico, è la key-word del momento: rigenerazione. Per stare bene con sé stessi
Con il passare del tempo, lo stile di vita e l’esposizione agli agenti esterni la pelle si opacizza, perde vitalità, si lesiona. A volte le necessità sono minime e i miglioramenti si vedono anche dopo il più semplice dei trattamenti estetici. In altri casi, invece, si rende opportuna una risposta più incisiva, magari diluita in più sessioni e nella combinazione di trattamenti e tecnologie differenti. Lo stato dell’arte permette oggi anche di sfruttare la capacità naturale del corpo di compensare gli effetti dell’aging. Alcune tecniche consentono infatti di ‘risvegliare’ il funzionamento dei fibroblasti - ossia quelle deputate alla produzione di collagene ed elastina - in modo soft, senza bisturi. Con i trattamenti di medicina rigenerativa non si punta al singolo inestetismo ma a migliorare la texture cutanea a 360 gradi. Il risultato è una maggiore compattezza, idratazione ed elasticità.
«Che sia questione di un trattamento estetico o medicale, la cura di sé, soprattutto quando si affronta qualcosa che non ci fa sentire a nostro agio, è un’opportunità per sentirsi una persona nuova», evidenzia Jordana Mota, titolare di Samsara Medical Center, a Lugano. «Samsara significa proprio ‘rinascita’. E in dieci anni abbiamo messo a punto dei protocolli specifici. Tutto parte dall’ascolto delle necessità e dalla comprensione delle (vere) motivazioni di ogni
© Icons8 Team / unsplash BEAUTY&WELLNESS DI SIMONA MANZIONE
ACCANTO, JORDANA MOTA E IL DR. MARCO UGOLINI, L’ANIMA PULSANTE DI SAMSARA MEDICAL CENTER, A LUGANO. IL SETTORE DELLA MEDICINA RIGENERATIVA È IN RAPIDO SVILUPPO CON TRATTAMENTI MOLTO
PROMETTENTI PER OTTENERE RISULTATI NATURALI, IN ARMONIA CON LE CARATTERISTICHE PERSONALI
persona che richiede un trattamento per migliorarsi, così da proporre a ognuno ciò che gli si addice», aggiunge Jordana Mota. «Una soluzione ponderata, che spesso è quella più semplice, e di sicuro quella che più di tutte mantiene senza stravolgerle le caratteristiche del singolo individuo».
Dall’incontro tra l’estetica avanzata e la dermatologia, per la cura del viso e del corpo, «la scelta e la composizione dei nostri protocolli è frutto della sinergia di tecniche e tecnologie all’avanguardia, attraverso cui si possono ottenere i migliori risultati per lo specifico caso», nota il dottor Marco Ugolini, specialista in dermatologia. «L’obiettivo è sempre quello di esaltare la bellezza di chi si sottopone a un trattamento, generando risultati visibili ma con effetti naturali e in armonia con la propria fisionomia. Senza stravolgere, quindi, l’unicità della o del paziente: un rischio che si corre, invece, quando ci si uniforma a canoni di bellezza prestabiliti e per ciò stesso, impersonali e spersonalizzanti».
Soprattutto le donne, già alla vigilia degli anta, iniziano a fare i conti con gli effetti che il passare del tempo lascia sulla pelle e sui tessuti. «Nel contrastare tali segni, fin dalla loro prima comparsa, il desiderio - non solo delle donne - è di mantenere un aspetto ‘giovanile’, dando un effetto riposato e rilassato all’espressione del proprio viso, senza tuttavia trasformarla. «Per la prevenzione dell’invecchiamento cutaneo e per il miglioramento della qualità della pelle, ci si affida a trattamenti di medicina estetica rigenerativa (Prp) e di medicina estetica potenziativa, come per esempio la biostimolazione (micro-iniezioni non riempitive di acido ialuronico e vitamine), il lifting non-chirurgico con Hifu e il laser Fotona 4D per il ringiovanimento della pelle», spiega il dottor Ugolini. «Il concetto di base che accomuna questi trattamenti, da noi somministrati, è la conservazione della naturalezza, e la medicina rigenerativa, abbinata ai nostri protocolli, ci aiuta in questo intento, facendo leva sulle capacità auto-rigeneranti del corpo. Il trattamento capostipite di questa branca della medicina è il Prp (plasma ricco di piastrine), metodologia che nel tempo si è affinata sempre più».
In generale, quello della medicina rigenerativa è un settore in rapido sviluppo. «Di recente si sono affiancati ai Prp anche gli esosomi, molecole biologicamente attive che vengono applicate sulla pelle durante i trattamenti ambulatoriali e i cui effetti biostimolanti sono assai promettenti», conclude il dottor Marco Ugolini. L’avanguardia nei metodi è certamente una preziosa alleata nel contrastare gli effetti del tempo, tuttavia, «si raggiunge la propria bellezza nel momento in cui si trova la sicurezza in sé. Non esiste un canone di bellezza universale ed è un esercizio sterile quello di chi cerca di assomigliare a qualcun altro. La bellezza sta anche nell’armonia delle proporzioni e nel raggiungimento di un benessere fisico ed emotivo, i quali sono strettamente collegati all’immagine che percepiamo di noi stessi. Dunque, il trattamento più idoneo è quello che permette a ognuno di migliorare il rapporto con sé stesso, ricercando la naturalezza dei risultati e senza essere ossessionati dalla perfezione. Nella riscoperta di sé è racchiuso il segreto per rinascere, e vivere così la versione migliore di sé stessi».
BEAUTY&WELLNESS
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Sbocciare
Anemoni, calendule, fresie, giacinti, margherite, narcisi, ... la bella stagione si accende delle fragranze e dei colori della natura. E, insieme, la nostra voglia di rifiorire
GIOIELLI
A DESTRA, VAN CLEEF & ARPELS, ANELLO FRIVOLE CON OTTO FIORI, ORO ROSA 18 CARATI E DIAMANTI
PROFUMI
SOTTO, DAISY WILD DI MARC JACOBS PROPONE
UN’INEDITA UNIONE DI NOTE DI FIORI DI BANANO CON GELSOMINO E VETIVER NOCCIOLATO
BEAUTY&WELLNESS DI ELEONORA VALLI
© Van Cleef & Arpels
a primavera
GIOIELLI
IN ALTO, VAN CLEEF & ARPELS, PENDENTE FRIVOLE
IN ORO ROSA 18 CARATI E DIAMANTE
SOPRA, GÜBELIN, LILY, ORECCHINI IN ORO BIANCO CON 52 DIAMANTI TAGLIO BRILLANTE
A DESTRA, BVLGARI, BRACCIALE FIOREVER
IN ORO ROSA 18 CARATI CON DIAMANTE CENTRALE E PAVÉ DI DIAMANTI
PROFUMI
IN QUESTA PAGINA, A SINISTRA, L’ESPLOSIONE GOURMAND DI KAYALI, YUM PISTACHIO GELATO, EAU DE PARFUM INTENSE
AL CENTRO, EDIZIONE LIMITATA MILLÉSIME 2024
PER L’ICONICO CHERRY BLOSSOM DI GUERLAIN IN COLLABORAZIONE CON IL GIOIELLERE
FRANCESE PHILIPPE FERRANDIS
A DESTRA, SCOLPITO COME UNA ROSA DI CRISTALLO, IL PREZIOSO FLACONE DI LA VIE EST BELLE - ROSE EXTRAORDINAIRE DI LANCÔME
75 BEAUTY&WELLNESS
Riscaldata dai raggi intensi della primavera, l’acqua incontra la delicatezza di una viola cristallina e la potenza della lavanda aromatica
EAU D’ISSEY
SOLAR VIOLET.
ANCHE QUESTA
NUOVA VARIANTE È
CONTRADDISTINTA DAL
DESIGN MINIMALISTA
CARO A ISSEY MIYAKE.
OGNI FLACONE È RESO
UNICO DA COLORE E
VENATURE NATURALI
DEL TAPPO IN LEGNO.
UN’INNOVAZIONE
BREVETTATA E
PREMIATA CON
NUMEROSI
RICONOSCIMENTI, ULTERIORE OMAGGIO
DELLA MAISON ALLA
NATURA
Acquatiche
fioriture
ella sua semplicità, è l’elemento più essenziale alla vita, ma catturarne il profumo è stata una sfida che ha richiesto la collaborazione fra i ricercatori più innovativi e i maestri dell’alta profumeria. A oltre 30 anni dal lancio di una delle prime fragranze acquatiche, L’Eau d’Issey incontra in questa primavera il profumo solare della viola e quello speziato della lavanda. Marie Salamagne (in foto), naso di L’Eau d’Issey Solar Violet e L’Eau d’Issey Pour Homme Solar Lavender racconta le due nuove creazioni.
L’acqua è un elemento chiave nella storia di Issey Miyake. Come ricrearne la sensazione in un profumo?
Dagli anni ’90 disponiamo di molecole che imitano l’odore dell’acqua. Il Calone è stata la prima, con il suo caratteristico odore marino ozonico. Inventata da Firmenich nel 1990, ha dato vita al profumo caratteristico de l’Eau d’Issey, lanciato nel 1992.
In che modo, queste due nuove Eaux de Toilette Intenses reinventano la firma acquatica distintiva del marchio?
Per questo progetto di Issey Miyake ho voluto creare fragranze che raccontassero una storia di luce e contrasti, in cui note calde e solari incontrano una freschezza strutturata. L’Eau d’Issey Solar Violet esplora il lato floreale e fruttato della natura. L’Eau d’Issey pour Homme Solar Lavender celebra il più maschile degli ingredienti per profumi. Mi sono ispirata anche al potere calmante del viola, che fonde il calore dei rossi con la freschezza rinvigorente dei blu. Una tonalità che mi ha sempre affascinata. Ingredienti naturali come foglie di violetta, la Rosa Damascena e lavanda Diva di provenienza etica, una formula vegana dermatologicamente testata e adatta all’esposizione al sole ... specifiche estremamente esigenti. Un ostacolo nel processo creativo?
Il design sostenibile rappresenta il futuro dell’industria profumiera, che deve orientarsi verso una produzione più attenta all’ambiente in generale, quindi non lo vedo come un vincolo. Per me era importante mantenere la narrazione tematica delle fragranze iconiche: il loro creatore le aveva sempre immaginate come un’ode alla natura, all’acqua e alla semplicità. Il mio obiettivo era creare fragranze estremamente naturali con un’eleganza senza tempo.
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BEAUTY&WELLNESS DI ELEONORA VALLI
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MONOCROMIE AROMATICHE
a creatività ha paradossalmente bisogno di limiti per poter nascere e rinascere senza sosta: quando il menu cambia ogni sei settimane da quindici anni e si difendono due stelle Michelin e 19 punti Gault Millau, essere brillanti potrebbe diventare un obbligo. Tanja Grandits lo affronta alzando l'asticella: ogni portata è immaginata attorno a un solo colore, nonostante gli ingredienti assemblati possano essere fino a una trentina. Monocromia che è il contrario di monotonia: «Circoscrivere la scelta è un fondamentale aiuto, altrimenti la disponibilità è talmente vasta! Sembra incredibile, ma gli ingredienti accomunati dal colore hanno sapori che si sposano alla perfezione. E la cosa più importante è che permette a chi li gusta di concentrarsi sui sapori. Allo stesso modo la presentazione deve essere semplice, senza architetture complesse e spettacolari», svela Tanja Grandits.
Dal 2008 è alla guida dello Stucki, un monumento dell’alta gastronomia basilese e svizzera.
I riconoscimenti che in questi anni l’hanno premiata, dai due titoli di miglior chef svizzero dell'anno (2014, prima donna, e 2020) all’onore della Bundesverdienstkreuz attribuitale l’anno scorso, non sembrano metterle pressione. Assapora il presente, senza farsi angosciare da ciò che potrebbe perdere. Bando ai moniti a tener separati lavoro e privato, Tanja abita due piani sopra il ristorante e affronta le due dimensioni senza soluzione di continuità. In cucina come nella vita, per lei la chiave è volersi bene, prendersi cura di sé per potersi poi prendere cura degli altri. I suoi clienti, il suo team e l’amatis- Ogni piatto, un solo colore. Ma l’apoteosi di sapori di una cucina esaltata da erbe e spezie. Da 15 anni al leggendario Stucki di Basilea, ‘semplicemente’ Tanja Grandits
A SINISTRA, ARMONIA, FRESCHEZZA, SEMPLICITÀ E GENUINITÀ NEL GIARDINO
DI PICCOLE DELIZIE IMMAGINATO DA CHEF TANJA GRANDITS
L
SOTTO, CHEF TANJA GRANDITS NEL GIARDINO DELLO STUCKI, DOVE COGLIE ERBE E AROMI DISTINTIVI DELLE
SUE CREAZIONI, CARATTERIZZATE DALLA MONOCROMIA
SOPRA, A SINISTRA, L'ARMONIA IN ROSA DI POLPO, ZENZERO, TAPIOCA E RAVANELLO
A DESTRA, LUCIOPERCA, OLIO DI ANETO, FINOCCHIO
ED ESSENZA DI FUNGHI
sima figlia Emma. Anche i suoi lettori: Tanja è autrice di libri di cucina che diventano puntualmente bestseller. Nel 2021 il suo Tanja vegetarisch (settimo pubblicato) è stato il libro di saggistica più venduto in Svizzera. Ha inaugurato una serie appena giunta al terzo volume con Einfach Tanja. Allo Stucki carne e pesce fanno parte del menu, ma quando ‘sale ai suoi appartamenti’ la chef preferisce verdura e frutta, ispirata anche da sua figlia, vegetariana. Le erbe - direttamente dal giardino dello Stucki - sono grandi protagoniste della sua cucina aromatica: «Foglie, steli, germogli, infiorescenze da prendere a generose manciate, a differenza delle spezie, che pure amo, ma vanno dosate al grammo. Non intendo convertire gli altri alla cucina vegetariana, semplicemente quando posso scegliere è quella che più mi piace. Le erbe sono così croccanti e gustose, un pieno di energia!», sottolinea. Lei le abbina con un istinto... naturale. Simbolo del ‘suo’ Stucki sono non a caso le caroselle, ovvero le infiorescenze del finocchio selvatico, ricamate anche sul grembiule. Semplici, raffi-
79 IN CONVERSAZIONE CON... DI MIRTA FRANCESCONI
nate e armoniose come lei. Cresciuta nel Giura Svevo, nel sud della Germania, abituata a una cucina sostanziosa e molto casalinga, ha incontrato soltanto più tardi i sapori oggi protagonisti delle sue creazioni. Ma ancor prima, complice un’esperienza da ragazza alla pari in California, ha scoperto la gratificazione di cucinare per gli altri, tuttora quanto più la rende felice. In ritardo rispetto ai tanti talenti che cominciano a sgomitare giovanissimi, con la pacatezza che la contraddistingue, a 23 anni ha iniziato l’apprendistato presso il lussuoso Hotel Traube Tonbach, nella Foresta Nera, per poi unirsi alla brigata del regale Claridge’s di Londra. A Basilea si è trasferita dopo che per otto anni era stata a capo del Thurtal nella bucolica campagna turgoviese: era tempo di un cambiamento e chef Tanja è una che sa sentire le stagioni. «Dal primo momento in cui sono arrivata qui, ho sentito che era il posto perfetto per me. Non mi sono mai lasciata scoraggiare da difficoltà e attese. Anche se il precedente ristorante era più piccolo, eravamo sempre al completo, con spazi molto più stretti in cucina e avevamo anche delle camere di cui occuparci, per cui sono sempre stata abituata a lavorare con grande energia. Qui ho dovuto imparare soprattutto a decidere in fretta e a delegare, mentre prima volevo intervenire su ogni dettaglio. Amo questo lavoro come il primo giorno e davanti a me vedo altri 15 anni, sempre cercando di trasmettere il mio
SOPRA, TANJA HA RIVISITATO CON COLORI
FRESCHI E UN DESIGN CONTEMPORANEO GLI INTERNI DELLO STUCKI, STORICO RISTORANTE DI BASILEA, CHE GUIDA DA 15 ANNI
SOTTO, L'OCRA TORNA NELLA COMPOSIZIONE DI SCALOGNO, DUMPLING E FIORE DI CANNELLA
entusiasmo per il cibo e di ispirare le persone», dichiara la chef. La attende un grande progetto: per fine anno verrà realizzata nel cortile una manifattura, dove si prevede di creare una panetteria, la produzione per lo shop della Maison, un laboratorio per il cioccolato e un’ampia area con cucina a vista, che potrà fungere da lounge per i dipendenti, ma soprattutto ospitare cooking class ed eventi. Intanto le giornate proseguono con un ‘menu’ di efficace semplicità: «Ogni mattina mi alzo presto, faccio un the, un bagno, yoga, ascolto musica, poi sveglio mia figlia e preparo una bella colazione da condividere, perché sono convinta che il buon cibo sia la chiave per stare bene: per lavorare, studiare, avere idee migliori e anche dormire sereni. Anche se non segue le mie orme ai fornelli, Emma ha ottimi gusti, sani e genuini. Ha 18 anni ed è impegnatissima come cavallerizza della nazionale di dressage: vedere quanta passione mette nel suo lavoro mi è di grande ispirazione», confessa. Nel pomeriggio, c’è ancora tempo per una passeggiata dove lasciar fluire le idee: «Non mi sono mai seduta a meditare a tavolino sullo sviluppo del mio stile culinario. So sempre cosa voglio, ho immagini molto chiare nella mia mente e fiducia nelle mie capacità. Questo è il mio talento: vedere le cose che stanno bene insieme: cibo e persone», conclude la chef. Lo Stucki ne è la dimostrazione: un microcosmo di sorrisi, sapori, aromi e colori da cui lasciarsi avvolgere.
IN CONVERSAZIONE CON...
SOPRA E A DESTRA, TRESSAGES ÉQUESTRES, SERVIZIO DA TAVOLA ( TABLE HERMÈS): È UN SOTTILE GIOCO TRA FIGURAZIONE E ASTRAZIONE. GLI INTRECCI DI FILI DI COTONE O DI PELLE RICHIAMANO I CODICI
DELLA MAISON: LA MANO DELL’ARTIGIANO, MA ANCHE IL CAVALLO, IL CAVALIERE E I LEGAMI CHE LI UNISCONO
Fili che si aggrovigliano, storie che prendono vita. Mani abili e magie circolari. Un’arte antica che si perpetua
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A SINISTRA, JOAN MIRÓ CAVALLO, PIPA E FIORE ROSSO, 1920
IN BASSO A DESTRA, I NUOVI ‘TAHITI PICNIC BASKETS’ DI BUCCELLATI, IN COLLABORAZIONE CON LA DESIGNER
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PROSPETTIVE_DESIGN DI ELEONORA VALLI
INTRECCIO
Ne l 1911 un poeta e scrittore italiano di nome Ricciotto Canudo scrisse il Manifesto delle Sette Arti, uno dei primi testi di estetica della cinematografia, in cui il cinema veniva inserito tra le belle arti allora riconosciute. Secondo Canudo, infatti, tutte le arti nascono dalla musica e dall’architettura.
Alla musica il merito di aver generato la poesia e la danza mentre dall’architettura deriverebbero la pittura e la scultura. In questo scenario trova spazio il cinema, da allora e per sempre noto come “la settima arte”, che sarebbe la fusione perfetta delle sei precedenti discipline.
Il legame tra cinema e architettura è quindi ancestrale, profondissimo.
Una delle principali ragioni è che il cinema sin dalla sua nascita ha avuto a che fare con i due principali
ABITARE nella settima ARTE
Sin dalle origini, cinema e architettura vantano un rapporto privilegiato, in cui la scenografia da espediente visivo diventa elemento narrativo e simbolico, protagonista di immagini e racconto
Di Luca Sassi e Giovanni Pedrini, di archisax, spazio virtuale sperimentale per raccontare storie e raccogliere testimonianze attorno all’architettura
instagram.com/archisax
https://.www.youtube.com/c/ArchiSax
82 PROSPETTIVE_DESIGN
SIA IN UN CAPOLAVORO DELLE ORIGINI DEL CINEMA
COME METROPOLIS DI FRITZ LANG (1927), SIA NEL
RECENTE E PLURIPREMIATO PARASITE DI BONG
JOON-HO (2019), L’ARCHITETTURA GIOCA UN RUOLO
FONDAMENTALE TANTO NEL CONGEGNO NARRATIVO,
QUANTO PER SIMBOLEGGIARE LE GERARCHIE SOCIALI
CHE I PROTAGONISTI CERCANO DI SOVVERTIRE
elementi che caratterizzano anche l’architettura: il tempo e lo spazio. Nel corso dei decenni si sono potuti ammirare alcuni film che hanno segnato la storia del cinema in cui il rapporto tra la trama e l’architettura è particolarmente intenso e significativo. In questo articolo ne ripercorreremo cinque. È il 1927 e il regista Fritz Lang dirige Metropolis, un film straordinario che ha dato inizio al cinema di fantascienza come lo conosciamo oggi. Ambientato nel futuro, in una grande città del 2026 composta quasi unicamente da grattacieli, proprio attraverso l’architettura degli edifici rappresenta le gerarchie sociali. In alto infatti si posizionano i ricchi, immersi nella meravigliosa eleganza delle loro case e intenti a controllare la città, ai cui piani bassi vivono i lavoratori più poveri. A far collidere questi due mondi, già allora, sarà una storia d’amore impossibile.
Metropolis è stato realizzato senza alcun effetto digitale. La città che si vede nel film è frutto di modellini in scala costruiti a mano, seguendo le influenze degli architetti più noti in quel periodo. Dal dinamismo futurista dei progetti di Antonio Sant’Elia, alla teoria sulla città verticale di LeCorbusier, il design degli edifici di Metropolis è ricco di citazioni e riferimenti al modernismo architettonico del primo Novecento. Il cinema, praticamente sin da quando è nato, ha provato a dare vita sullo schermo alla città del futuro. Alcuni tentativi sono decisamente invecchiati male e visti oggi fanno quasi sorridere, mentre Metropolis continua a impressionare per la lungimiranza con cui descrive tratti della città e della società di oggi. Simile per concetto anche se molto più esteso per dimensione è il set di Playtime, capolavoro cinematografico del 1967. La sensibilità architettonica del regista francese Jacques Tati emerge in ogni inquadratura. Il protagonista Monsieur Hulot arriva a Parigi per un incontro di lavoro che non raggiungerà mai. Si trova così a vagare per la città, quasi danzando, risucchiato dalla frenetica coreografia di mezzi, architetture e
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persone che animano la metropoli ideata da Tati. Il film ha una comicità sottile e sempre presente, che spesso nasce proprio dagli spazi e dall’organizzazione della città moderna. L’architettura diventa espediente narrativo e palcoscenico, oggetto e soggetto della trama. Il regista stesso infatti ha raccontato più volte che in Playtime l’unica vera star era il set. Un set enorme, oltre 15mila metri quadrati, che Jacques Tati fece costruire a tempo di record finanziandolo personalmente e che fu la principale causa della sua bancarotta. Poco meno di vent’anni dopo uscì nelle sale Brazil, diretto da Terry Gilliam. La pellicola, del 1985, mette in scena una distopia grottesca, una satira sulla società dell’iperburocrazia. È ambientata nella città-macchina di Brazil, un sistema urbano che tende costantemente al collasso, in cui gli edifici sono tenuti in vita da un complesso groviglio di tubature e condotti di areazione la cui manutenzione è diventata
praticamente impossibile. Tra gli attori, un giovane Robert de Niro interpreta Harry Tuttle, iconico riparatore di condotti. Il regista voleva che la scenografia avesse un’estetica retrofuturista e decise di filmare alcune delle scene presso l’Espaces d’Abraxas, noto complesso residenziale parigino progettato dall’architetto Ricardo Bofill.
A suo modo Brazil diventa una bandiera dell’architettura postmoderna, cioè di una corrente architettonica che, se rivista con gli occhi di oggi, non suscita una particolare nostalgia, ma nel contesto cinematografico si rivela perfettamente efficace ai fini narrativi del film. Completamente diverso per ambientazione e trama è invece Columbus, del 2017. I protagonisti sono Jin Lee e Casey, che si avvicinano esplorando gli edifici della piccola città dell’Indiana che a partire dai primi anni ’50 ha accolto i progetti di diversi architetti di spicco, come Eero Saarinen, Richard Meier e Robert Venturi. Nel film molti di questi edifici sono ben riconoscibili e spesso divengono i principali soggetti delle inquadrature. Le vicende dei due personaggi principali quindi si muovono accompagnate dall’architettura. Jin è arrivato a Columbus per assistere al padre malato, un famoso architetto coreano. Casey, invece, lavora nella biblioteca locale ma sogna di diventare architetto. Per entrambi conoscersi avrà un effetto terapeutico, che il film racconta con misurata delicatezza.
Columbus è il primo film in assoluto di Kogonada, regista di origini sudcoreane, che compone le inqua-
IN QUESTE PAGINE, ALTRE TRE PELLICOLE IN CUI
L’ARCHITETTURA DIVENTA CO-PROTAGONISTA: L’IRONICO
PLAYTIME DI JACQUES TATI (1967), IL DISTOPICO BRAZIL
DI TERRY GILLIAM (1985) E IL DELICATO COLUMBUS, DEL SUDCOREANO KOGONADA(2017)
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drature in modo molto particolare: i protagonisti si collocano da un lato lasciando emergere l’architettura che, da semplice fondale, diventa co-protagonista. La stessa natura degli spazi spesso permette alla trama di avanzare, contribuendo in maniera decisiva a consolidare il legame tra Jin Lee e Casey.
Sembrava impossibile immaginare un film sentimentale sull’architettura modernista, fino a che non è uscito Columbus.
Due anni dopo, nel 2019, abbiamo assistito alla consacrazione mondiale del cinema sudcoreano. È avvenuto con Parasite, vincitore della Palma d’Oro di Cannes e dell’Oscar come miglior sceneggiatura originale, miglior regista e miglior film. Il regista Bong Joon-ho mette in scena una Seoul verticale: in basso una famiglia povera, che vive in un angusto appartamento seminterrato, in alto una famiglia ricca nella sua splendida villa.
Parasite è un racconto incentrato sull’imbroglio e le ambizioni, sull’ascesa e la discesa sociale. Espediente
visivo e narrativo ne sono le scale. Molte inquadrature infatti insistono sul movimento verticale dei personaggi in scena. Si tratta di una soluzione registica in cui un elemento fisico e architettonico come la scala diventa allegoria del posizionamento sociale con i suoi movimenti ascendenti e discendenti.
Si potrebbero citare molti altri film che, per un motivo o per un altro, hanno un profondo legame con l’architettura. Dei cinque raccontati in questo articolo forse ci si ricorda più facilmente e più volentieri proprio per il ruolo che l’architettura assume.
Un ruolo spesso ricco di significati simbolici, in cui si trascende il semplice spazio e in cui la scenografia racconta qualcosa di importante, alla pari del dialogo tra i personaggi. Come scrisse Ricciotto Canudo il cinema è “un racconto visivo fatto con immagini, dipinto a pennellate di luce”. E in questo racconto abbiamo visto e scoperto architetture che al di là della loro natura sono il contenitore delle esperienze umane. Il palcoscenico su cui scorrono le vite e le vicende dei protagonisti dei film. E anche di tutti noi.
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Milano
DESIGN in mostra
ADI Design Museum
Dal 2021, a Triennale si è affiancato l’Adi Design Museum - Compasso d’oro, che ripercorre la storia del prestigioso premio nato negli anni Cinquanta su proposta del grande architetto e progettista milanese Gio Ponti (figura chiave anche nella storia di Triennale) per omaggiare le eccellenze del design italiano. Realizzato in un edificio degli anni ’30 che veniva utilizzato come deposito di tram a cavallo e come impianto di distribuzione di energia elettrica, mette in dialogo mostre temporanee ed esposizione permanente.
Il cucchiaio e la città. Collezione Storica Compasso d’Oro, mostra permanente
SOPRA, GLI SPAZI DELL’ADI MUSEUM - COMPASSO D’ORO, IN UN EX STABILE INDUSTRIALE RIVISITATO
A DESTRA, OLAF VON BOHR, MEDUSA, 1968 ECOLIGHT (1968), VALENTI (1969)
Triennale Milano
F in dalla sua istituzione, un secolo fa, Triennale è sempre stata un centro nevralgico per il dibattito e la definizione del concetto stesso di design, in tutte le sue forme. Il centenario è stato sottolineato l’anno scorso dall’inaugurazione del nuovo allestimento della collezione permanente del Museo del Design Italiano, che illustra dal 1923 lo sviluppo delle ricerche tecnologiche, materiche e sociali che hanno trasformato identità, estetica e tratti principali dello stile ‘made in Italy’.
Stile MAGISTRALE
MIC I l PIONIERE
ANuova Collezione del Museo del Design Italiano, mostra permanente
Gio Ponti (1891-1979), promotore e divulgatore del ‘fare’ italiano, è dedicata l’attuale mostra del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. Oltre duecento opere tra ceramiche, vetri, arredi e disegni attraverso le quali viene analizzato, dal 1922 al 1978, il lavoro del grande architetto, artista e designer in relazione alla sua visione dell’abitare e di un nuovo vivere moderno.
Gio Ponti , fino al 13 ottobre
A SINISTRA, GIO PONTI, VASO ORNAMENTALE - LA CASA DEGLI EFEBI, SOCIETÀ CERAMICA RICHARD-GINORI, 1924-25, MUSEO GINORI, SESTO FIORENTINO
© Photo Federico Manusardi / Triennale Milano
© Martina Bonetti / ADI design Museum
Courtesy Museo Ginori Faenza
Ancora oggi, il surrealismo è fonte di ispirazione dei designer, sia per i motivi del suo universo fantastico, sia per il suo approccio sovversivo e per il suo interesse per la psiche umana. Da Salvador Dalì a Man Ray e Isamu Noguchi, da Meret Oppenheim a Iris van Herpen, un secolo di uno stretto dialogo testimoniato da design, grafica, moda, decorazione e fotografia.
Oggetti del desiderio. Surrealismo & Design, fino al 4 agosto
Sedie, poltrone, tavoli, sideboard, lampade, tappeti, … la selezione della Swiss Design Lounge del più grande museo di design e comunicazione visiva della Svizzera, fra funzionalità e creatività, porta alla scoperta della grande varietà dell’arredo elvetico, dai classici ai progetti attuali. Dalla sua fondazione nel 1875, il Museum für Gestaltung Zürich ospita tutto ciò che ha a che fare con il design. Le sue collezioni internazionali riuniscono più di mezzo milione di oggetti della storia del design e delle arti grafiche.
Swiss Design Lounge, mostra permanente
ACCANTO, UNA VEDUTA DELLA SWISS LOUNGE
DEL MUSEUM FÜR GESTALTUING ZÜRICH CON UN’ICONA DELLA MODERNITÀ, LA 2 FAUTEUIL
GRAND CONFORT, PETIT MODÈLE. DESIGN
LE CORBUSIER, PIERRE JEANNERET, CHARLOTTE PERRIAND
ESSENZA razionale
Museum für Gestaltung
PROSPETTIVE_DESIGN DI MIRTA FRANCESCONI
AL MUDAC DI
IN PRIMO PIANO IL DIVANO BOCCA DI STUDIO65 PER GUFRAM, 1970; SULLO SFONDO IL VISO DI MAE WEST UTILIZZABILE COME APPARTAMENTO SURREALISTA DI SALVADOR DALÍ 1934-35
Mudac SOPRA, UNA VEDUTA DELL’ESPOSIZIONE
LOSANNA
IMMAGINI ingannevoli Losanna
Malapert / mudac
© Etienne
ZHdK
©
Zurigo
New York
Incastri GENIALI
The Design Museum
Il design si dimostra sempre più anello di congiunzione fra eleganza, innovazione e sostenibilità, in prima linea nel trasporre le attuali considerazioni ambientali in risposte sofisticate e consapevoli. Lo illustra il MoMa attingendo alle sue collezioni, con opere che presentano i modi non convenzionali in cui i designer hanno ripensato e utilizzato i materiali per abbracciare atteggiamenti riparativi e facilitare la conservazione e la protezione dell’ambiente, considerando l’intero ciclo di vita dei materiali, dall’estrazione fino al riciclo, all’upcycling o allo smaltimento.
ACCANTO, LO ZOO DI ENZO BY NANDA VIGO, 2020
SEDE DEL DESIGN MUSEUM DI LONDRA, DAL 2016, È UNO DEGLI
EDIFICI ICONICI DEL MODERNISMO
BRITANNICO, L’EX COMMONWEALTH
INSTITUTE A SOUTH KENSINGTON, CON INTERNI FIRMATI DA JOHN PAWSON E OMA, ALLIES & MORRISON E ARUP, RESPONSABILI
DEL RESTAURO DELLA COPERTURA
DELL’EDIFICIO E DELLA FACCIATA
Principale museo al mondo dedicato all’architettura e al design contemporanei, da quando ha aperto i battenti nel 1989, il Design Museum ha allestito oltre cento mostre dedicate ai più grandi nomi e ha accolto più di 7 milioni di visitatori, esponendo da un AK-47 ai tacchi alti disegnati da Christian Louboutin. Ora accoglie, per la prima volta nel Regno Unito, uno dei designer più significativi del XX secolo, Enzo Mari (1932-2020), che ha ispirato generazioni di creativi in tutto il mondo. Sessant’anni di carriera come designer, ma anche artista, insegnante, critico e teorico, attraverso oltre 300 oggetti della grande mostra dedicatagli nel 2020 da Triennale: dai mobili alle installazioni concettuali, dal design di prodotto alla grafica, compresi libri e giochi per bambini, le cui esigenze riteneva altrettanto importanti di quelle degli adulti.
Enzo Mari, fino all’8 settembre
Forme ORGANICHE A DESTRA, ARANDA/LASCH, BENJAMIN ARANDA, CHRIS LASCH, TERROL DEW JOHNSON, KNOT BASKET 1, 2006, MOMA, NEW YORK
Aranda/Lasch, Terrol Dew Johnson
MoMA
©
Londra
Life Cycles: The Materials of Contemporary Design, fino al 7 luglio
© Triennale Milano
/ Poto by Gianluca Di Ioia
© Triennale Milano.
/ Photo by Gianluca Di Ioia
Fra i principali musei di design e centri di ricerca sul design del mobile moderno a livello mondiale, il Vitra Design Museum di Weil am Rhein, sul confine con Basilea, allestisce ogni anno nell’edificio principale di Frank Gehry grandi mostre temporanee, affiancate da quelle più sprirmentali della sua galleria. Spesso sviluppate in collaborazione con designer di fama, trattano temi contemporanei di grande rilevanza, come le tecnologie del futuro, la sostenibilità o questioni come la mobilità e la responsabilità sociale. Altre affrontano argomenti storici o rassegne monografiche su designer iconici, mentre ogni anno il Vitra Schaudepot, progettato da Herzog & de Meuron, presenta sotto una nuova luce circa 400 oggetti chiave dell’ampia collezione.
Transform! Designing the Future of Energy fino al 1 settembre
Risonanze CREATIVE
Divertirsi sul SERIO
SOPRA, CHARLES AND RAY EAMES, SOLAR DO-NOTHING MACHINE, 1957, ED EAMES PLASTIC SIDE CHAIR DSR,1950
A SINISTRA, L’EDIFICIO PRINCIPALE DEL MUSEO DISEGNATO DA FRANK GEHRY, 1989
Musée des Arts décoratifs
Che cos’è il design?: questo era il titolo di una mostra fondamentale tenutasi nel 1969 all’allora Union centrale des Arts décoratifs. Da allora è stata una delle principali preoccupazioni dell’istituzione, che riflette sui cambiamenti e le tensioni di un settore in costante ridefinizione, come con la sua nuova mostra, che offre un nuovo sguardo sul design francese e internazionale dal dopoguerra a oggi, evidenziando i legami creativi e storici tra le discipline delle Arti Decorative attraverso le sue collezioni e le nuove acquisizioni. Un omaggio a creativi di haute couture, gioielleria e design con un nuovo percorso interdisciplinare sui cinque piani del Pavillon de Marsan. Cartier, Van Cleef & Arpels, Christian Dior, Lanvin e Balmain, accanto ai grandi nomi del design, tra cui Ettore Sottsass, Ron Arad, Phillipe Starck e i fratelli Campana.
Parcours - mode, bijoux, design, fino al 10 novembre
ACCANTO, THABISA MJO, MJOJO CABINET, 2018
© Eames Office / LLC (eamesoffice.com) © Vitra © Vitra Vitra Design Museum Parigi Weil am Rhein
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© Les Arts Décoratifs / Christophe Dellière
CON LA testa tra le NUVOLE
Il dinamismo contemporaneo della dimora si svela attraverso la relazione tra ambiente naturale e spazio costruito. Dai volumi interni alle prospettive esterne la luce e la quiete regnano sovrane
Dalla struttura fluida, luminosa e organica, Villa La Rotonda è adagiata su un pendio, incastonata nella vegetazione incontaminata e nella tranquillità del panorama lacustre. Qui regna il silenzio. Rara e speciale per riservatezza ed esclusività, la dimora appare come sospesa tra le nuvole e il vento.
Con le sue ampie terrazze, la piscina a sfioro, la tecnologia ultramoderna, è un esercizio di perfezione. La facciata movimentata, accentuata dagli asimmetrici giochi di pieni e vuoti, di curvo e di lineare, è scandita da bucature regolari ravvivate da un accurato arredo vegetale realizzato con piante selezionate con cura. La continuità degli spazi risulta essere un punto di collegamento dell’intero progetto. La sistemazione delle aree esterne si connota per i sentieri e la loro elegante pavimentazione; piante mediterranee e specie esotiche convivono in armonia. La luce, che entra dalle aperture a tutt’altezza, inonda
gli spazi interni della villa creando un ambiente caldo e accogliente. La dimora, con una superficie di oltre cinquecento metri quadrati, è stata concepita per mantenere una stretta connessione con il paesaggio circostante, in modo che questo diventasse parte integrante dell’abitazione.
NELLE IMMAGINI, DUECENTO METRI
QUADRATI DI TERRAZZE E UN PANORAMA A
PERDITA D’OCCHIO SUL LAGO DI LUGANO E LE
MONTAGNE CIRCOSTANTI: L’OUTDOOR
DI QUESTA DIMORA È SPETTACOLARE
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DI SIMONA MANZIONE IN COLLABORAZIONE CON WETAG CONSULTING
PROSPETTIVE_DESIGN
Le ampie vetrate panoramiche che si affacciano sul lago di Lugano e la luce naturale sono stati punti focali dell’impianto architettonico, mentre la tavolozza cromatica richiama le sfumature della terra, dell’acqua del lago e delle montagne.
Gli interni rimandano un’immagine elegante, i cui tratti di ricercata semplicità costruiscono ambienti ariosi e protettivi.
L’attenzione nel creare dettagli stilistici tanto raffinati quanto discreti ha generato, nei diversi loicali così come negli spazi outdoor, un’atmosfera signorile, rilassante e contemporanea, senza la necessità di eccessi per stupire. A stupire è, invece, il blocco cucina, per la sua inconfondibile personalità e il suo rigore stilistico, mentre sul tavolo da pranzo l’originale lampadario movimenta la prospettiva che confluisce negli azzurro-verdi del lago e del cielo. In tutti gli ambienti della villa, e negli ampi spazi esterni, inquadrati nella cornice cromatica dei beige, tortora, bianchi e grigi, in delicato equilibrio, gli elementi d’arredo e decorativi si rispecchiano mutualmente in un sottile gioco di rimandi.
L’abitazione si trova nel Luganese, nel Comune di Arogno, località che si erge a circa seicento metri sul livello del mare, ai piedi del Monte Sighignola, nella parte occidentale del massiccio del Generoso.
NELLE IMMAGINI, LE VETRATE PANORAMICHE E LA
LUCE NATURALE CHE NE DERIVA ALL’INTERNO SONO
PUNTI FOCALI DELL’IMPIANTO ARCHITETTONICO.
L’INTERIOR È UN EQUILIBRIO TRA ELEMENTI DI ARREDO E DECOR DI MATRICE DIFFERENTE
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È una residenza dalla tecnologia ultramoderna, che dialoga con la luce e il paesaggio attraverso le grandi aperture, mentre all’interno con volumi intercomunicanti mediante ampi passaggi. La luce lungo gli spazi altera in un’accezione positiva la percezione dei luoghi
e le sensazioni che trasmettono. L’approccio minimalista ha reso l’abitazione un luogo di pace e tranquillità. La dimora è una vera e propria destinazione intima dove ritirarsi per dimenticare la frenesia della routine urbana e riconnettersi con sé stessi.
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MAGNETICA attrazione
Luoghi ad alta densità energetica, dove entrare in risonanza con le forze primigenie che hanno plasmato spettacolari scenari naturali o ispirato mistiche costruzioni.
Per un viaggio reale, ma soprattutto interiore
PROSPETTIVE_VIAGGIARE DI ANDREA PETRUZZI UNO DEI LUOGHI D’ENERGIA PER ECCELLENZA IN SVIZZERA, L’ANFITEATRO ROCCIOSO DEL CREUX DE VAN, AL CONFINE FRA CANTON NEUCHÂTEL E VAUD © Switzerland Tourism / Roland Gerth
Sorgenti cascate, laghi, grotte, gole, speroni di roccia, alberi secolari, radure, ma anche deserti… Luoghi in cui si avverte il concentrarsi di un’energia vitale di particolare intensità. A volte plasmati dalla sola natura offrono paesaggi spettacolari, altri scelti da antiche civiltà per erigere edifici di culto, roccaforti e opere enigmatiche come le linee di Nazca, che sembrerebbe impossibile siano stati realizzati da semplici uomini in poche tanto remote. Si può forse rimanere scettici di fronte ai metodi pseudoscientifici usati per quantificarne la potenza, fra pendoli e bacchette che paiono vibrare
più delle aspettative di radiestesisti e geomanti che rilevare i campi geomagnetici reali. Così come si può storcere il naso di fronte all’esoterismo di chi vi vede luoghi di elevazione spirituale e guarigioni miracolose. Ma è innegabile che in questi power spots - detti anche vortici energetici - si entri in connessione con le forze primigenie che esprimono. Onde e vibrazioni che
IN QUESTA PAGINA, SORPRENDENTEMENTE GRANDE È LA VARIETÀ DEI LUOGHI DI ENERGIA NEL TERRITORIO TICINESE, DAI SITI NATURALISTICI A QUELLI ARTISTICI DALL’ALTO, ALCUNI SPUNTI: IL LAGO BIANCO DELLA VIA ALTA VALLEMAGGIA; L’INTENSA SPIRITUALITÀ DELLA
CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI SUL TAMARO, DISEGNATA DA MARIO BOTTA; LA CASCATA DI SANTA PETRONILLA, SOTTO LA CIMA DI BIASCA
© Switzerland Tourism / Andreas Gerth ©Ascona-Locarno Turismo/Lenz Folkert
© Ticino Turismo / Remy Steinegger
sarebbero causate da elettromagnetismo, ionizzazione, acque sotterranee e attività geotermica. Un sovrannaturale che non è il magico o il prodigioso, ma manifestazione dell’energia stessa che muove e regola il cosmo. Così se ne spiegherebbe il potere attrattivo e la capacità di trasmettere armonia, invitare alla contemplazione, ampliare le percezioni sensoriali, infondere uno stato di benessere e riequilibrare fisico e psiche. In quest’ottica, i luoghi energetici rientrano in una visione olistica che integra conoscenze fisiche e percezione spirituale. Per secoli sono stati considerati centri sacri o mistici dalle popolazioni indigene di tutto il mondo, portali in cui comunicano mondo fisico e ultraterreno. E c’è anche chi, come Sedona, sulla scia dell’ondata new age degli anni ’50 e ’60 ne ha fatto un vero e proprio business, trasformandosi da irrilevante cittadina dell’Arizona in meta di moderni pellegrinaggi, con un proliferare di tour, soggiorni e attività collegate. La
spiegazione della densità di vortici energetici in questa zona starebbe nell’alto contenuto di quarzo e ferro - manifesta anche nel colore rosso delle rocce - che emette un campo elettromagnetico intensificato aprendo i chakra.
Se insieme al Red Rock Park di Sedona, il complesso monolitico di Stonehenge, la città perduta di Machu Pichu, il monolite australiano di arenaria rossa di Uluru o le piramidi di Giza non hanno bisogno di presentazioni, anche la Svizzera, con il suo patrimonio naturale e, in particolare, con le sue
IN QUESTE PAGINE, ALCUNI FRA I PIÙ CELEBRI E MISTERIOSI POWER SPOTS AL MONDO. A SINISTRA, DALL’ALTO, I MEGALITI DI STONEHENGE; L’IMMENSO BLOCCO DI ARENARIA DI ULURU, IN AUSTRALIA; L’ANTICO SANTUARIO SHINTOISTA KUMANO
NACHI TAISHA NELLA PARTE MERIDIONALE DEL GIAPPONE
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© Photoholgic / unsplash
A DESTRA, DALL’ALTO, LE RED ROCKS DI SEDONA, IN ARIZONA; MACHU PICHU, CITTÀ PERDUTA DELLA
CIVILTÀ INCA; LA PIRAMIDE DI GIZA, CAPACE DI CONCENTRARE ENERGIA ELETTRICA E MAGNETICA
AL SUO INTERNO E SOTTO LA BASE; INFINE L’ISOLA
CALCAREA DI ES VEDRÀ, AL LARGO DI IBIZA, RITENUTA
IL TERZO PUNTO PIÙ MAGNETICO AL MONDO
catene alpine, ne ospita alcuni di straordinario impatto, come l’anfiteatro in pietra naturale del Creux de Van nella Val de Travers, che con le sue pareti scoscese offre un incredibile spaccato geologico sulle stratificazioni dell’arco giurassiano. Un altro capolavoro della natura (e del patrimonio Unesco) è il ghiacciaio dell’Aletsch, il più lungo delle Alpi con i suoi 23 km tra Eiger, Mönch e Jungfrau, o la gola del torrente Tamina, da dove giorno e notte, a 8mila litri al minuto, sgorga a 36,5°C l’acqua termale di Bad Ragaz. Ma tanti altri sono i power spots disseminati fra creste e valli alpine. Non ne mancano nemmeno in Ticino, anzi… il territorio presenta un’impensabile varietà di siti naturalistici e artistici che emettono grande energia. Le pratiche rituali degli antichi popoli del Mediterraneo e di Liguri, Leoponti e Celti sembrerebbero aver ulteriormente rafforzato il sostrato delle forze geomatiche. C’è l’acqua delle cascate di Santa Petronilla, della Piumogna o della lunare sorgente del Brenno; c’è la pietra dei tanti massi cuppellari incisi con simboli arcani, delle rocce della fertilità, di cippi di confine, tumuli o l’impressionante Roccia del drago di Castelgrande e il gigante masso erratico di Lelgio. Ci sono gli insondabili misteri delle mistiche mammelle del Monte Verità o quelli delle Terre di Pedemonte e delle Centovalli… fino all’umana arte: cappelle, chiese e monasteri eretti proprio in corrispondenza di questi centri energetici, come pure le sacre architetture di Mario Botta, sull’Alpe Foppa e a Mogno. Scandagliando il territorio ticinese, Claudio Andretta, che nel Cantone è assoluto punto di riferimento in materia di geomanzia e luoghi di forza, ne ha indentificati 61, spaziando dall’Alpe Casaccia e la Chiesa parrocchiale di San Vitale, presentati nel libro Luoghi energetici del Ticino (Edizioni Casagrande). Apparso nel 2016 è tuttora referenza in materia e ben a lungo promette di restarlo, considerato come si parli di luoghi di tradizione millenaria. Un’ottima guida per chiunque voglia seguire, oltre alle proprie sensazioni, un itinerario che di questi luoghi di forza sappia raccontare le ragioni, le particolarità e l’anima. Prima quindi di fare le valigie per più lontane e spettacolari mete, un invito a scoprire i “punti di forza” - letteralmente intesi - del territorio e, perché no, anche i propri, rigenerandosi a contatto con questi fulcri energetici che, anche senza propensioni esoteriche, non possono che aprire la vista e magnetizzare lo spirito.
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MODA & ACCESSORI
Aquazzura; Dior; Glendavid; Hermès; Koller Auktionen; Nelly Saunier; Schiaparelli; Valentino Garavani
OROLOGI & GIOIELLI
Akillis; Buccellati; Bvlgari; Cartier; Davide Maule Art Jewels; Giberg; Gübelin; Harry Winston; Piaget; Tornaghi; Van Cleef & Arpels
BEAUTY
Chanel; Guerlain; Hermès; Kayali; Issey Miyake; Lancôme; Marc Jacobs; Nars; Sisley
Laser Zero e Zero Scuse di Michela Veronelli, Chiasso; Samsara Medical Center, Lugano
ABITARE
Baxter; Elite; Hermès Maison; Miele; Wetag Consulting
FORMAZIONE E COACHING
EF Education First; Isabella Puddu Coaching; Lyceum Alpinum Zuoz; Maria Grazia Stomeo Coaching; Metodo Ongaro Switzerland; Orchidea Live & Love di Marianne Taylor; Pratica-mente Coaching di Francesca Betteni; Vertere di Carmela Fiorini
BOUTIQUE & PUNTI DI VENDITA
Bucherer, Via Nassa 56, Lugano • Cartier, Piazzetta Maraini 1, Lugano
Charly Zenger, Via Borgo 49, Ascona e Via Pessina 8, Lugano • Dior Counter / Manor, Salita Chiattone 10, Lugano
Elite Gallery, Via Peri 6, Lugano • Frida, Via Pineta 40, 6979 Brè sopra Lugano • Gold Time, Via Luvini 4, Lugano e Piazza Indipendenza, Chiasso
Gübelin, Via Nassa 27, Lugano • Hermès, Piazzetta Maraini, Lugano • Mersmann, Via Nassa 5, Lugano
Montblanc, Via Pretorio 7, Lugano • Reawake, Bahnhofstrasse 73, Zürich • Rocca 1794, Via Nassa 4, Lugano
Somazzi, Via Nassa 36, Lugano • Tourbillon, Via Nassa 3, Lugano
LUOGHI
ADI Design Museum, Milano; MIC Faenza; Musée des Arts décoratifs, Paris; Museo Casa Rusca, Locarno; Museo della Moda di Palazzo Pitti Firenze; Museum für Gestaltung Zürich; Papiliorama, Kerzers; Restaurant Stucki, Basilea; The Design Museum, London; Triennale, Milano; Vitra Design Museum
In copertina
Anna Tihonchuk
Photography
Jolie Zocchi Studio, joliezocchi.com
Styling
Daiana Giorgi, fridathebrand.com
Make up
Svieta Prozort
Hermès
Set design
Greta Zalaya, strandandsunset.com
Location
Museo Casorella, Locarno museocasorella.ch
Editore
eidos swiss media sagl 6900 lugano
info@eidosmedia ch
Redazione
via lavizzari 4 - 6900 lugano
tel. 091 735 70 00 redazione@eidosmedia ch
Pubblicità
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