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III REPUBBLICA di e.cisnetto
from Investire Marzo 2022
by Economy
LO SCHIAFFO DI PUTIN AL MONDO METTE L’ITALIA CON LE SPALLE AL MURO DELLE SUE RESPONSABILITÀ
Enrico Cisnetto
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È un editorialista, economista, imprenditore, ideatore e conduttore del format web War Room. È conferenziere, consulente politico strategico e tifoso della Sampdoria ualunque sarà l’esito della guerra sca-
Qtenata dalla Russia di Vladimir Putin, la vicenda che stiamo vivendo ci proietta in uno scenario che è destinato a cambiare le nostre vite. Abbiamo pensato che lo avrebbe fatto la pandemia, e ci abbiamo piagnucolato sopra. Ora è venuto il momento di capire che Putin ha messo in circolazione un “virus” ben più pericoloso, perchè in un modo o nell’altro è destinato a incidere in modo radicale sia sull’economia e il nostro benessere, sia sul sistema politico e istituzionale. Mentre la frenata della crescita si fa ogni giorno più forte, con interi comparti e molte filiere messi in crisi dal combinato disposto di costi dell’energia alle stelle, scarsità di materie prime e inflazione, per ora la risposta è solo congiunturale. Si parla degli ennesimi sussidi, a fronte dei quali si sentono invocare “sforamenti di bilancio” e “prelievi sugli extra-profitti delle imprese energetiche”. Senza capire, da un lato, che essendo l’Italia un paese fortemente manifatturiero che ha spostato il peso della crescita tutto sulle spalle dell’export, il fatto che il commercio internazionale stia prendendo una forma nuova, inesplorata, comporta, di conseguenza, la necessità di ripensare, se non addirittura di rivoluzionare, il nostro sistema industriale. Perchè il “rischio geopolitico” generato da Putin condizionerà la localizzazione ottimale dei fattori di produzione su scala globale, imponendo la conditio sine qua non di avere una manifattura il più possibile autonoma e sviluppata in ambito tecnologico e digitale. E, dall’altro lato, senza tener conto che il prezzo delle conseguenze attuali e future della guerra è misurabile in centinaia di miliardi, a fronte dei quali dei prelievi fiscali straordinari rappresenterebbero gocce nel mare, mentre aumentare il nostro enorme debito pubblico aggraverebbe in modo grave la salute dei conti dello Stato. Nello stesso tempo, la situazione richiede di infrangere miti e mettere in discussioni vecchie certezze ideologiche che hanno caratterizzato la (non) politica economica, e in particolare energetica, degli ultimi tre decenni. I nodi stanno venendo al pettine, e procedere alla improrogabile revisione, culturale e pratica, delle nostre abitudini, ci costerà lacrime e sangue. E a pagarne per prima il prezzo salatissimo sarà la politica. Non solo perchè quella oggi rappresentata in Parlamento non ha neppure lontanamente le qualità necessarie per af-
frontare una sfida del genere. Non ne ha neppure la consapevolezza, figuriamoci la capacità e la forza di metterla in pratica. Ma c’è di più. L’ambizione di Putin di voler ridisegnare la mappa geopolitica del mondo, ha come effetto collaterale quello di ridare all’Italia, suo malgrado, la funzione di cerniera tra Est e Ovest. Il nostro ruolo, che era diventato marginale con la fine della vecchia guerra fredda, decretata dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo dell’impero sovietico, ora torna strategico. Ma questo impone nuovi vincoli, come quelli che fino al 1989 esclusero al partito comunista più forte d’Occidente di andare al governo. E la linea di demarcazione, questa volta, è tra chi sta sui due fronti dell’evento più discriminante della storia recente: da una parte l’atlantismo, seppur variamente declinato, e dall’altra il putinismo ma anche e soprattutto i fautori del “non allineamento”, magari mascherato da peloso pacifismo racchiuso nello slogan “né con la Nato né con Putin”. Un nuovo “fattore k”? Volendo potremmo chiamarlo così. E distinguerà non solo le posizioni conclamate, come quelle di quel centinaio di parlamentari che hanno scelto di non essere presenti alla Camera in occasione del discorso del presidente ucraino Zelensky, ma anche le posizioni mascherate. Non basterà affermare che l’Italia è e vuole restare nella Nato, se poi vecchi legami – politici, economici, finanziari, d’intelligence – costringono a continui distinguo, ad atteggiamenti quantomeno ambigui. Come il poco credibile pacifismo di Salvini, il silenzio assordante di Berlusconi e Grillo, la contestazione di Conte e seguaci dell’aumento delle spese militari proposte dal governo. Su questo partiti e maggioranze sono destinate a dividersi, fino alla spaccatura irrimediabile. I motivi saranno diversi, e non necessariamente bellici in modo esplicito: dalla politica energetica alla manovra economica. Ma la ridefinizione delle alleanze, dentro e tra i partiti, sarà inesorabile. Probabilmente prima delle elezioni politiche di marzo 2023, sicuramente subito dopo. Per quanto sembri paradossale – e tragico – la guerra voluta da Putin, le sue immediate conseguenze come l’esplosione dei prezzi dell’energia e delle materie prime alimentari, e l’altissimo sacrificio degli ucraini, ci offrono una straordinaria occasione per superare i nostri limiti e ridefinirci. Non coglierla sarebbe non solo un clamoroso e costosissimo atto di autolesionismo, ma significherebbe anche disonorare il sacrificio delle tante vite innocenti cadute in questo maledetto conflitto. IL LEADER DEI 5STELLE GIUSEPPE CONTE (twitter @ecisnetto)