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N. 32 - Maggio - Giugno 2019 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

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Editoriale:

SIAMO FIGLI DELLE STELLE O DELLA MAGIA? Attualità:

RIFIUTI INDUSTRIALI, IN TILT LO SMALTIMENTO VENETO

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Numero 32

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AMBIENTIAMOCI

Direttore responsabile: Mauro Gambin

Rifiuti industriali, in tilt lo smaltimento veneto

Editore: Speak Out srl di Giampaolo Venturato e Mauro Gambin Piazza della Repubblica, 17/D Cavarzere (VE) info@speakoutmedia.it

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AGROALIMENTARE

Hanno collaborato a questo numero:

L’extravergine Euganeo tra i migliori d’Italia

Silvano Bizzaro Alessandra Capato Emanuele Cenghiaro Mattia De Poli Michele Grassi Renato Malaman Adriano Mollica Eliano Morello Roberto Soliman Aldo Tonelli

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RITI E TRADIZIONI Notti magiche nel bel mezzo dell’estate

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LA MEMORIA DI CARTA

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Notte prima degli esami… di tanti anni fa

Giornale chiuso in redazione il 28 maggio 2019

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N. 26 - Febbraio - Marzo 2018 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

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N. 29 - Ottobre - Novembre 2018 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

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N. 25 - Dicembre 2017 - Gennaio 2018 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

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N. 28 - Luglio - Agosto 2018 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

La copertina è a cura dei laboratori della Cooperativa Sociale Giovani e Amici di Terrassa Padovana. L’autore è Pia Fumian Titolo dell’opera: “Sogno d’estate”

UN ANNO di buona lettura N. 24 - Ottobre - Novembre 2017 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

Tutti i diritti sono riservati. Gli articoli possono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’editore e in ogni caso citando la fonte. Gli articoli firmati impegnano esclusivamente gli autori. Dati, caratteristiche e marchi sono generalmente indicati dalle case fornitrici (rispettivi proprietari)

COSA MANCA? UN GIORNALE!

N. 27 - Maggio - Giugno 2018 - Periodico bimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/PD

Tiratura: 10.000 copie Diffusione: periodico bimestrale Iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) n. 23644 del 24.06.2013 Iscrizione al tribunale di Padova n. 2329 del 15.06.2013 Iscrizione del marchio presso Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (U.I.B.M.) n. PD 2013C00744 del 27.06.2013

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EDITORIALE di Mauro Gambin

NELL’EPOCA DEI “TERRAPIATTISTI” SIAMO FIGLI DELLE STELLE O DELLA MAGIA?

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ell’era dell’informazione a portata di mano, o di clic, la conoscenza non aumenta, anzi si fa più confusa. Sì, rispetto a qualche decennio addietro le nozioni di cui disponiamo su ciò che circonda non sono aumentate, anzi forse sono anche un po’ regredite. E se non bastasse siamo anche molto meno disposti a credere che ciò che leggiamo e sentiamo sia vero. Regna lo scetticismo, l’agnosticismo anche davanti a fatti conclamati sulla cui fondatezza ci sentivamo sicuri, come la sfericità della terra. Lo dimostra il fatto che davanti alle ultime rivelazioni dei “terrapiattisti”, ossia coloro che sostengono che la terra sia piatta, esposte in un recente convegno a Palermo, dovremmo ritenere opportuno far intervenire al dibattito anche qualche specialista, ma della salute mentale. Invece no, neanche su questo le nostre certezze sono granitiche e lasciamo spazio al dubbio. E se davvero qualcuno volesse farci credere che la terra sia tonda per nascondere chissà quale sua convenienza? E che dire dei cerchi nel grano? Degli Ufo? Dei vaccini antinfluenzali? Dell’Unità d’Italia? Qualcuno costantemente trama, alle nostre spalle. E chi dovrebbe informare non lo fa. Quindi è connivente, anche lui ci guadagna dal tenere il “popolo” ignorante. “Perché per governare il gregge basta un solo pastore o un solo bastone”, ecco: sarebbe questa la convenienza nel tenere nascoste certe verità. Come se invece credere che la terra sia piatta ci aiutasse ad uscire da questo gregge o dal Medioevo. Tra l’altro, giusto per amor di storia e per non offendere chi è vissu-

to prima di noi, neanche nel Medioevo pensavano che la terra fosse piatta. No, non furono i grandi navigatori del Rinascimento, come Colombo, o le lenti del cannocchiale di Galileo a farcene convinti, nel Medioevo qualsiasi frescante che volesse rappresentare il potere di un imperatore o di un papa sull’intero mondo, gli metteva in mano un globo. Una sfera, come la terra, non una pizza. E la gente capiva: dall’aristocratico cavaliere all’ultimo servitore della gleba, turpe e analfabeta. Lo sapevano già i greci del VI a.C., avevano visto la tonda ombra della terra proiettata sulla luna durante le eclissi. Quindi non è per andare conto alla scienza, anche la più empirica, che i terrapiattisti (o altri come loro) esprimono le loro teorie, ma è perché si vendono bene. Nel web queste notizie spopolano, fanno leva sul complotto o sulla magia e a tutti diventano chiare anche le cose più complicate. La scienza è difficile da capire, ha termini, regole e formule decise tra pochi specialisti, dovremmo fidarci? La magia, invece, è semplice, spiega tutto e colma la nostra insaziabile sete di curiosità. Curiosità che nella rete diventa “traffico”, un traffico che, a differenza di quello stradale, qualcuno è disposto a pagare. Hanno vita facile. E del resto la nostra cultura è impastata di magia, il pensiero scientifico ha solo trecento anni, fino a qua ci siamo arrivati con l’Abra Cadabra (dall’aramaico: fare con le parole) e chissà per quanto tempo ancora continueremo… il telefono continuerà ad aumentare la sua memoria, mentre la nostra, forse, inizierà ad averne invidia...

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CONSORZIO DI BONIFICA ADIGE EUGANEO

CONTI IN REGOLA E GRANDI PROGETTI ALL’ORIZZONTE Il bilancio consuntivo 2018 ha messo in evidenza la validità delle politiche intraprese in questi anni e la sostenibilità dei grandi interventi che andranno a mettere in sicurezza il territorio dalle alluvioni e dall’inquinamento Estate di bilanci e consuntivi al Consorzio di Bonifica Adige Euganeo. Ossia è tempo di mettere in fila i numeri per determinare alcune conclusioni: le prime emergono dal Conto Consuntivo 2018, ossia dal documento amministrativo nel quale sono stati riepilogati tutti i dati contabili afferiti allo scorso anno e che tuttavia trattiene informazioni anche degli esercizi precedenti. Infatti il bilancio dell’ente dopo cinque anni è tornato ad essere stabile, segno che le politiche di efficientamento e di razionalizzazione, che hanno caratterizzato l’intero ultimo mandato, hanno dato i loro frutti permettendo all’ente di ritrovare chiarezza, stabilità nei vari capitoli di bilancio, una cassa in attivo per 1.253.850 euro e un avanzo di amministrazione quantificato in 506.591 euro. Una cifra, quest’ultima, che il presidente Michele Zanato definisce prudenziale, che assomma ad un fondo considerato “fisiologico” una piccola parte residua

che è sempre difficile stabilire perché spesso è determinata dal fabbisogno di energia elettrica. “I consumi di corrente delle Idrovore - spiega - sono sempre una grossa incognita. Ci sono impianti, come Il presidente del quello delle Trezze a Chioggia, che arriConsorzio Adige vano a consumare anche 5 mila euro di Euganeo, Michele Zanato corrente al giorno. Altri, fortunatamente, meno ma basta un periodo insistentemente piovoso, come lo scorso maggio, per avere una spesa che supera la media anche di diverse centinaia di migliaia di euro”. Comunque sia ora toccherà all’Assemblea decidere come destinare queste risorse. E sub judice rimane anche il finanziamento di un milione di euro, di cui il consorzio è Beneficiario grazie al fondi destinati agli interventi emergenziali, destinato alla progettazione

Consorzio di Bonifica Adige Euganeo • www.adigeuganeo.it ESTE Via Augustea, 25 - Tel. 0429 601563 Fax 0429 50054


Una gestione che ha permesso all’Ente di ritrovare chiarezza e stabilità nei vari capitoli di bilancio, una cassa in attivo per 1.253.850 euro e un avanzo di amministrazione quantificato in 506.591 euro definitiva dei due bacini di diversione idraulica che permetteranno di scaricare le acque meteoriche in Adige, alleggerendo in questo modo il Fratta/Gorzone, ad oggi l’unico corso che permette il deflusso delle acque piovane al mare. Risorse che infatti potranno essere disponibili se la contrattualizzazione con gli studi professionali, deputati alla progettazione, sarà pronta per la fine di settembre. I tempi ristretti indicano che non si tratta di un’operazione banale anche perché a questa progettazione sono legati gli altri 43 milioni di euro previsti per la cantierizzazione dei lavori. Ossia l’escavo di nuove canalizzazioni e l’edificazione dei manufatti idrici che consentiranno il collegamento del grande fiume sia con gli impianti “Cavariega” e “Gorzon Superiore Frattesina” (a servizio di un’area 9.916 ettari tra i comuni di Vighizzolo d’Este e Castelbaldo) sia con quelli, “Gorzon Inferiore” e “Gorzon Medio”, (deputati allo sgrondo di un’area di 15.378 ettari compresa tra l’estense a Anguillara Veneta). In entrambi i casi si tratta di interventi fondamentali per la messa in sicurezza idrogeologica di questa parte del territorio. Maggiori certezze invece sul versante dell’irrigazione, la Corte dei Conti, infatti, ha confermato il finanziamento di 42 milioni di euro per l’estensione della rete irrigua in quella parte del territorio interessata dall’inquinamento da Pfas. In questo caso le risorse per la stesura del progetto esecutivo dell’intervento erano state trovate all’interno del bilancio dell’ente, grazie a risparmi (come si diceva prima) legati al minor funzionamento delle idrovore. E per rimanere in tema di irrigazione va segnalato anche l’approssimarsi del taglio del nastro per l’impianto di Pojana Maggiore. Una nuova rete che consentirà l’irrigazione su una superficie di 400 ettari, grazie ad un impianto all’avanguardia

Il progetto di diversione idraulica permetterà di mettere in sicurezza una parte importante del territorio del Consorzio di Bonifica, consentendo il deflusso delle acque meteoriche attraverso l’Adige

La progressiva automatizzazione degli impianti ha permesso una migliore gestione economica per gli interventi e una maggiore tempestività negli interventi. Oggi su 58 impianti 46 sono seguiti con il telecontrollo

che convoglierà in campagna acqua in pressione ad 1 Bar per evitare dispersioni e spechi della preziosa risorsa. Anche il bilancio complessivo sull’intero ultimo mandato si avvicina, le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea sono state fissate per il 15 dicembre e già entro la fine di ottobre in tutte le case dei consorziati arriveranno gli avvisi e le informazioni relative al voto con il quale verranno eletti i nuovi membri che poi procederanno con la nomina del consiglio di amministrazione e del presidente. “La solidità del bilancio - conclude il presidente Zanato - dimostra che in questi anni si è lavorato bene, sia trovando un miglioramento dell’operatività con un progressiva automatizzazione degli impianti, sia trovando una progettualità su larga scala che sarà fondamentale per affrontare i problemi del futuro come quelli derivanti dal cambiamento climatico o dall’inquinamento. Questo quadro organizzativo, più efficace ed evoluto, e questa situazione economica e finanziaria più solida e stabile, consentono all’Amministrazione di guardare al futuro con più ottimismo, confermando il proprio impegno per l’aggiornamento anche del proprio parco mezzi e l’incremento dell’attività di manutenzione delle opere di bonifica”.

Fissate per il prossimo 15 dicembre le votazioni per l’elezione dei membri della nuova Assemblea

Prossimo all’inaugurazione del nuovo impianto irriguo di Pojana Maggiore. Coprirà una superficie di 400 ettari, grazie ad una rete sotterranea che convoglierà in campagna acqua in pressione ad 1 Bar per evitando dispersioni e spechi della preziosa risorsa

Per tenerti informato sull’operatività del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo e sui progetti che riguardano il territorio, iscriviti alla newsletter settimanale, basta entrare nel sito www.adigeuganeo.it, cliccare sul tasto “Contatti” e registrarsi


Senza AGRICOLTURA non c'è CIBO L’ELZEVIRO

di Eliano Morello

Nascono nuove forme per la commercializzazione delle piccole produzioni locali, ma probabilmente le risposte ai cronici problemi del settore agricolo sono da un’altra parte. Intanto un’altra eccellenza del Made in Italy e finita in mani francesi

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ardi ma si è risvegliata la primavera, e con essa la voglia di fiori e di verde, facendoci riscoprire l’interesse per alcune tematiche riconducibili all’agricoltura. Accenno solamente al Food&Science Festival di Mantova, che ha raggiunto la sua terza edizione, in cui si affrontano temi e argomenti di cibo e scienza (tra cui agricoltura, didattica, informazione alimentare e ambientale, sostenibilità). Quest’anno ho avuto l’occasione di parteciparvi e di conoscere personaggi del calibro di Luigi Mariani (Docente Universitario e curatore del Museo di Storia dell’Agricoltura di Milano), Donatello Sandroni (specialista in chimica degli antiparassitari, divulgatore e giornalista), Silvano Fuso (docente di chimica, divulgatore scientifico) e tanti altri, intervenuti per fare un po’ di chiarezza nell’ambito dell’informazione agricola. Sono stati tre giorni (dal 17 al 19 maggio) densi di incontri, relazioni, tavole rotonde (71 eventi) con interventi di divulgatori come Antonio Moschetta, Dario Bressanini, Michele Bellone. Oltre alle varie domeniche “in fiore”, che si sono avvicendate in tutto il Veneto (tempo permettendo), vorrei citare un convegno tenutosi sabato 25 maggio, in

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occasione della Festa del Prosciutto di Montagnana, presso la Sala Veneziana di Castel San Zeno, dal titolo (e dalle tematiche) molto attuale: “Piccole produzioni Locali - opportunità di reddito per le aziende agricole”. Sicuramente Futuragricoltura (organizzazione professionale agricola neo insediata a Montagnana) ha avuto un bel coraggio, di questi tempi, ad affrontare un tema così impegnativo. Perché coraggio? Perché proprio in questi giorni apprendo la notizia che un altro tassello del nostro Made in Italy, il Parmigiano Reggiano, passa in mano francese. Mi spiego: la società Lectalis (società francese), che è la maggior esportatrice di prodotti DOP italiani (tra cui Invernizzi, Parmalat, Locatelli, Galbani), si è accaparrata anche il marchio Parmigiano Reggiano. Nessuna cordata La società francese italiana è riuscita ad arginaLectalis si è accaparrata re l’assalto, ma questo è un la commercializzazione film già visto anche in altri anche del marchio Parmigiano Reggiano settori dell’economia ita-


L’ELZEVIRO Forse siamo inchiodati al concetto primitivo che piccolo è bello, piccolo è buono, piccolo è il nostro futuro

locali

liana (meccanico, siderurgico, manifatturiero ecc). E qualcuno crede ancora di riuscire a difendere l’italianità quando abbiamo bisogno - in modo evidente - di capitali stranieri. Poi non lamentiamoci se siamo terra di conquista. Molte sono le eccellenze italiane del settore primario in mano a stranieri e non possiamo decidere e fare nulla. Forse siamo inchiodati al concetto primitivo che piccolo è bello, piccolo è buono, piccolo è il nostro futuro. Ecco allora lo sforzo di creare o fornire una opportunità di reddito alle nostre molte aziende, sempre sull’orlo di crisi mistiche o isteriche, per le situazioni che devono affrontare. Ammesso che tale opportunità sia praticabile dalle aziende, già molti produttori hanno dovuto cimentarsi con la vendita diretta, con i mercatini rionali e quelli domenicali solo per difendersi dall’estinzione. Ma queste aziende cosa sono costrette a fare per racimolare un po’ di reddito e poter sopravvivere? Il progetto sulle PPL (piccole produzioni locali) mira a valorizzare le tipicità delle produzioni e le tradizioni di un determinato territorio e la Regione Veneto ne ha definito il percorso (DGR n. 2162 del 29 dicembre 2017) per un periodo di cinque anni

Il progetto sulle PPL (piccole produzioni locali) mira a valorizzare le tipicità delle produzioni e le tradizioni di un determinato territorio e la Regione Veneto ne ha definito il percorso (DGR n. 2162 del 29 dicembre 2017) per un periodo di cinque anni (consultazione del sito: www.pplveneto.it). Il sito internet è di facile fruizione e intuitivo per le necessità informative di qualsiasi curioso. Molti sono i prodotti autorizzati per questo tipo di canale di vendita semplificato; dalle carni fresche ai salumi e agli insaccati, dai prodotti da forno ai prodotti ortofrutticoli freschi e trasformati (ogni tipo di prodotto ha il suo relativo allegato con la descrizione dei requisiti da rispettare). È chiaro ed evidente che il progetto deve garantire i requisiti minimi in termini di: • sicurezza igienico sanitaria degli alimenti e dei prodotti venduti • produzione e vendita degli alimenti come integrazione del reddito aziendale • possibilità di commercializzazione in ambito locale/ provinciale e province limitrofe

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L’ELZEVIRO È superfluo quindi sottolineare che i prodotti devono provenire esclusivamente dalla propria produzione primaria. Attualmente, in Veneto, vi hanno aderito circa 200 aziende. Come funziona il PPL? Chi aderisce al progetto deve intraprendere un percorso di formazione per l’adeguamento a norme di igiene e sicurezza degli alimenti. Il passo successivo è il sopralluogo in azienda (preventivo e gratuito) del SIAN (il Servizio di Igiene degli Alimenti e Nutrizione dell’ULSS) territorialmente competente. Il terzo passo consiste nella valutazione del rischio effettuata dall’IZSVe (Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie), che definisce annualmente il piano dei controlli sugli alimenti. La navigazione del sito permette l’adesione al progetto, la scelta della tipologia di produzione, la consultazione delle aziende partecipanti, la richiesta del sopralluogo preventivo oltre a tante altre notizie. Fatto tutto questo, in breve tempo si ottiene l’autorizzazione e poi è possibile iniziare ad operare. Condivido questi interventi, utili a fornire opportunità ai nostri produttori e ai consumatori, perché senza agricoltura non c’è cibo e neanche difesa del territo-

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rio, tuttavia non credo saranno risolutori: non ci porteranno all’autosufficienza alimentare, ne’, tantomeno, a invertire le tendenze commerciali create dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Nonostante qualche politico sbandieri che piccolo è bello, che la colpa della perdita dell’autosufficienza alimentare è da imputare alla GDO, che siano sempre più le persone con nostalgia del passato, ritengo che l’agricoltura in generale (e la nostra in particolare) vada difesa e finanziata in modo continuo e tutti dovrebbero essere coinvolti e contribuire a questa difesa. A cominciare dal rispetto per questo settore e per chi vi lavora. Ma i segnali attuali vanno in direzioni opposte: assistiamo a professionisti dell’informazione impreparati, registriamo che molti operatori commerciali pagano poco (se non nulla) i prodotti agricoli. Stiamo collezionando fallimenti di commercianti di frutta (che preferiscono dichiarare fallimento pur di non pagare i prodotti acquistati), oppure cooperative agricole che non pagano i propri soci per mancanza di soldi. Il tutto dovuto a gestioni discutibili e amministratori non adatti al loro mestiere. Tanto si sa chi paga, alla fine (scarpa grossa).


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Insignita del premio Festa di San Marco 2019, il riconoscimento assegnato a quelle realtà che danno lustro e prestigio al territorio veneziano

QUELLA CALDA ESTATE ALLA TENUTA CIVRANA Con l’arrivo della bella stagione serate all’insegna dello sport, del divertimento e della cultura Alla Tenuta Civrana l’offerta si fa decisamente estiva. Sì perché non stiamo parlando solo di un’azienda agricola, dove orticole e frutta di stagione vengono prodotte con metodi che garantiscono qualità e rispetto per l’ambiente, ma di un luogo dove natura e relax hanno un peso decisamente rilevante. E se per tutto l’anno le ormai celebrate pietanze che escono dalle cucine dell’agriturismo o la possibilità di scampagnate, tra laghetti e torrette attrezzate per il birdwatching, giustificano da sole il motivo di una visita, con l’arrivo della stagione calda le opportunità vanno a braccetto e con la voglia di star fuori di casa e di divertimento. Spazio dunque allo sport, grazie a una viabilità interna che si sviluppa per 20 km, utilizzabili per attività ginniche e turistico-ricreative, o ai campetti per calcio e per il beach-volley che possono essere prenotati da chiunque per trascorrere qualche ora di puro divertimento e concludere la giornata con una bella doccia e magari con una tranquilla cenetta, in agriturismo, con gli amici di sempre. Per i più romantici o per gli amanti

dell’astronomia i dopocena, invece, potranno essere trascorsi avvolti nelle frescure delle notti estive sotto un cielo trapunto di stelle. Tutti i venerdì, infatti, un telescopio sarà puntato verso il cielo notturno per raggiungere le distanze cosmiche e vivere da vicino il fascino degli astri. Non mancheranno le serate musicali. Tenuta Civrana è il posto giusto per trovare i sapori e le emozioni di questa estate.

TENUTA CIVRANA È: • Azienda Agricola • Spaccio prodotti • Fattoria didattica • Agriturismo • Spazi attrezzati per calcetto e beach volley • Area naturalistica per il Birdwatching, Nordic Wolking e Mountain Bike • Tanti ambienti per pic-nic, feste e compleanni

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AMBIENTIAMOCI di Emanuele Cenghiaro

RIFIUTI INDUSTRIALI, IL TALLONE DI ACHILLE DEL SISTEMA DI SMALTIMENTO VENETO Fondazione Nord Est per Confindustria Veneto ha messo in luce che in un campione di 500 aziende il 60% ha avuto problemi di smaltimento dei scarti di lavorazione nel 2018

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a nostra regione si vanta, giustamente, di avere raggiunto ottimi livelli nel riciclo e nella raccolta differenziata, grazie a cittadini ormai sensibilizzati al tema. Se la collocazione del “secco residuo” rappresenta quindi un problema ormai relativo per i rifiuti domestici nel Veneto, a preoccupare di recente sono gli scarti industriali e artigianali prodotti dalle aziende, che trovano difficoltà nello smaltimento e solo a costi competitivi. I dati dicono che i rifiuti speciali provenienti dalle lavorazioni industriali pesano sei volte tanto, nel Veneto, di quelli urbani (13.750.000 contro 2.240.000 tonnellate). E nelle stesse discariche dove ogni anno finiscono poco meno di 100mila tonnellate di rifiuti urbani, vengono smaltiti un milione di tonnellate di rifiuti speciali: scarti di quelle produzioni che esportate in Italia e nel mondo hanno condotto alla ricchezza che

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conosciamo. Sono rifiuti “veneti” anche questi, non solo quelli che finiscono nel cestino di casa. Ebbene, una recente indagine di Fondazione Nord Est per Confindustria Veneto ha messo in luce come quasi il 60% delle 500 aziende intervistate abbia registrato nel 2018 difficoltà per il ritiro e lo smaltimento dei propri rifiuti industriali. “Il sistema di gestione dei rifiuti industriali in Veneto è prossimo al collasso” ha denunciato Assindustria Veneto Centro, segnalando come le filiere maggiormente in difficoltà siano la meccanica metallurgia, la chimica farmaceutica, la

In Veneto i rifiuti speciali, provenienti dalle lavorazioni industriali, sono sei volte maggiori rispetto a quelli urbani: 17.300.000 mila contro 2.240.000 tonnellate


AMBIENTIAMOCI gomma plastica, il vetro ceramica, il legno arredo, il tessile calzature, il cartario, tutti comparti strategici per il sistema produttivo veneto. “Il problema da gestire è proprio la quantità di secco residuo - spiega Devis Casetta, biologo, responsabile del Forum Rifiuti Veneto di Legambiente - se la differenziata ha un suo percorso e il riciclato trova una collocazione, il secco residuo ha come méta principale solo discariche e inceneritori. E continua a essere troppo. Si può notare - prosegue - come i cittadini che si sono abituati a fare la raccolta differenziata porta a porta abbiano maturato la consapevolezza della mole di rifiuto secco prodotto e ne sia conseguita una riduzione. A Treviso e Belluno ad esempio siamo al di sotto dei 70 chili pro capite all’anno, contro i 250 chili circa di Rovigo, Venezia, Verona e Padova dove, ad esempio, il porta a porta non copre tutta la città”. Se la media fosse ovunque pari all’obiettivo di 75 chili pro capite all’anno, fissato da Legambiente, i due inceneritori di Padova e Schio e i cementifici come quello di Pederobba (che in passato ha utilizzato plastiche miste e pneumatici nei processi produttivi) sarebbero sufficienti a smaltirli senza bisogno di discariche. Discorso diverso è per i rifiuti industriali, dove le imprese potrebbero fare meglio. “Troppo di frequente nell’indifferenziato finiscono imballaggi definiti “misti” solo per comodità, ad esempio plastiche e cartoni che le imprese potrebbero perfettamente differenziare. Si può lavorare ancora molto in monitoraggio e prevenzione per ridurre questa quota di rifiuto che potrebbe essere riciclato”, spiega Casetta. Ma la causa dei problemi nello smaltimento dei rifiuti industriali non è solo una cattiva raccolta fatta a monte: è reale oggi la difficoltà di smaltire anche il differenziato. Una programmazione nazionale e regionale che va a rilento, e una serie di fattori dovuti a economia e politiche internazionali, hanno creato i classici

Recentemente la Regione ha autorizzato l’ampliamento delle due discariche di Sant’Urbano e Legnago

Devis Casetta, biologo, responsabile del Forum Rifiuti Veneto di Legambiente

colli di bottiglia. Capita così che non di rado le imprese non trovino chi accoglie i loro rifiuti, e che i costi siano lievitati. Due esempi per tutti: la carta riciclata, il cui prezzo è crollato, e gli inerti edilizi, che si fatica a riconvertire, colpa anche di normative incomplete. La Cina in particolare dal 2018 ha chiuso alle importazioni di plastica riciclata di scarsa qualità dall’estero, con il risultato che oggi le discariche della Malesia e altri Paesi del Sudest Asiatico sono sommerse dai rifiuti plastici Europei.

Troppo di frequente nell’indifferenziato finiscono imballaggi definiti “misti” solo per comodità, plastiche e cartoni che le imprese potrebbero perfettamente differenziare Una pezza la Regione l’ha messa autorizzando l’ampliamento delle due discariche di Sant’Urbano e Legnago, di cui invece i cittadini aspettano da anni la chiusura. Urgono quindi soluzioni alternative: se non c’è mercato per i rifiuti riciclati, è naturale che i magazzini di stoccaggio si riempiano. Inoltre, per legge il rifiuto industriale non ha il vincolo di quello urbano, che deve essere gestito entro il perimetro regionale: può uscire, così come quello altrui può entrarvi. E ci si trova con il paradosso di impianti veneti che trovano conveniente importare rifiuti da fuori regione, costringendo le imprese locali a cercare altrove e a prezzi che minano la loro competitività sul mercato. In una situazione giunta al limite, non stupisce il fiorire di situazioni di illegalità: perché i rifiuti sono un business. Lo evidenzia bene il rapporto Ecomafia di Legambiente del 2018 che ha contato “76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle

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AMBIENTIAMOCI

A Treviso e Belluno la produzione di rifiuti domestici si attesta al di sotto dei 70 chili pro capite all’anno, contro i 250 chili circa di Rovigo, Venezia, Verona e Padova

556 mila tonnellate del 2016)” (fonte: ufficio stampa Legambiente). Sono dati nazionali, è vero: ma metà di queste inchieste riguardano il Nord, buona parte il Nordest. E Assindustria Veneto Centro non ha avuto remore nel denunciare la presenza di “loschi figuri” lesti a proporsi per “risolvere il problema” con non meglio precisate intermediazioni. In tutto questo si è verificata un’inversione di tendenza, come alcune situazioni venute alla luce hanno ormai evidenziato: in Veneto arrivano i rifiuti dal sud. “Arpav ha già verificato situazioni di capannoni usati per lo stoccaggio illegale. Vent’anni fa i rifiuti si por-

A marzo 2019 sono state scoperte 900 tonnellate di rifiuti di provenienza campana in un capannone di Asigliano, nel vicentino, ma eclatanti sono stati anche i casi di Fossalta di Piave (Venezia) e Fiesso Umbertiano (Rovigo), per non parlare delle 280mila tonnellate stoccate in due cave a Paese e a Noale. Ogni tanto questi capannoni si incendiano

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Il rapporto Ecomafia di Legambiente del 2018 ha contato “76 inchieste per traffico organizzato, 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati tavano facilmente al Sud, ora che la criminalità organizzata è presente anche nel Veneto, riempie i nostri capannoni rimasti vuoti”, evidenzia Casetta. A marzo 2019 sono state scoperte 900 tonnellate di rifiuti di provenienza campana in un capannone di Asigliano, nel vicentino, ma eclatanti sono stati anche i casi di Fossalta di Piave (Venezia) e Fiesso Umbertiano (Rovigo), per non parlare delle 280mila tonnellate stoccate in due cave a Paese e a Noale. Ogni tanto questi capannoni si incendiano, immettendo nell’aria sostanze gravemente inquinanti, o inquinando con il percolato il sottosuolo e le falde. Per fortuna talvolta vengono scoperte in tempo, quando qualcuno si insospettisce segnalando alle forze dell’ordine strani via vai di camion o inusuali odori in strutture che dovrebbero essere abbandonate. È il caso di dire che la gente, oltre a differenziare bene, deve essere sempre più la prima vera sentinella del proprio territorio.


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LA FORMA DEL LATTE di Michele Grassi

CHE COS’È LA QUALITÀ

?

Il marketing insiste molto su questo concetto, ma spesso la sua definizione non corrisponde ad un valore attribuito agli elementi organolettici. È il caso del formaggio

L

a forte crisi economica che abbiamo vissuto e che viviamo ancora, ha imposto delle scelte, a volte obbligate spesso mirate. Noi, cittadini di questa bellissima Italia, abbiamo rinunciato a molto, alle vacanza che un tempo avevano una durata lunga e spensierata mentre oggi è decisamente corta, alle automobili, desiderio molto ambito, alla costruzione della casa, oggi impegno irrealizzabile. Di una cosa sono certo, l’italiano non ha rinunciato a mangiare, non nel senso letterale della parola, ma nel suo significato qualitativo. Si è quindi radicato in noi, rispetto al passato, il desiderio della ricerca del buono, del sano, dei prodotti d’eccellenza.

Perfino la scelta del latte è diventata difficile. Sono molte molte offerte, basate per lo più sulle caratteristiche merceologiche e tecnologiche, latte intero o parzialmente scremato, scremato, senza lattosio, con le vitamine e i sali minerali (come se non ci fossero già), acidificato per il consumatore dei paesi asiatici, di alta digeribilità, di capra e così via, senza considerare le diverse caratteristiche, anche nutrizionali, indicate sulle etichette. Come può scegliere il consumatore di fronte a tanta offerta? Come si comporta chi fa la spesa giornalmente, e chi la fa per organizzare una serata, una cena un pranzo con gli amici? Negli annunci o spot pubblici-

“La qualità consiste nella capacità di soddisfare i desideri”. (CD Edwards, “Il significato della qualità”, in Progress della qualità, ottobre 1968) Per quanto riguarda il formaggio, il consumatore ha iniziato a cercare i produttori, i piccoli caseifici aziendali, nei quali trovare prodotti diversi da quelli solitamente acquistabili nei supermercati. In questi anni sono cambiate tante cose nel settore alimentare, basta osservare i banchi su cui sono esposti i prodotti, in qualsiasi negozio, per rendersene conto, e per comprendere le recenti evoluzioni. Sono tantissimi i prodotti, suddivisi per tipologia o marca, e anche per questo è davvero complicato scegliere quello che può soddisfare il nostro gusto.

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tari, ricorre, allo scopo di indurre desiderio, una parola, qualità, caratteristica davvero ricercata dal consumatore. Sarebbe interessante che, chi ha iniziato a leggere queste righe, prima di continuare, provi a rispondere a questa domanda, magari estenderla a chi gli sta vicino, alla moglie, ai figli, al nonno. Cosa si


LA FORMA DEL LATTE

intende per qualità di un prodotto di consumo? Sono sicuro che la risposta sarà diversa per ogni individuo intervistato, perché sono infinite le variabili in quanto soggettive più che oggettive. Tutto ciò crea confusione soprattutto in fase di acquisto. Sfogliando libri o semplicemente cercando la parola qualità in internet, ci accorgiamo di quante persone ne hanno dato la loro personale definizione. I più importanti studiosi, filosofi, matematici, scienziati, personaggi politici e dello spettacolo, hanno lasciato la loro idea di qualità basata sul consumatore o cliente come “La qualità consiste nella capacità di soddisfare i desideri”. (CD Edwards, “Il significato della qualità”, in Progress della qualità, ottobre 1968). Oppure la qualità basata sul valore del prodotto, “La qualità è il grado di eccellenza ad un prezzo accettabile e il controllo della variabilità ad un costo accettabile.” (RA Broh: Managing Quality for Higher Profits, 1982). Esiste anche una definizione generale dettata dalle normative europee vigenti che pare tenda a raccogliere le definizioni degli opinionisti. “La qualità è l’insieme delle caratteristiche e delle proprietà di un prodotto, di un processo o di un servizio, le quali conferiscono ad esso la capacità di soddisfare le esigenze implicite o espresse del cliente”. Ogni opinione, perché davvero si tratta di opinioni, ha un fondo di verità che può anche non essere condivisa o meglio, può fare riflettere. Entrando nel merito di uno specifico prodotto, il formaggio naturalmente, mi piace fare riferimento a un ulteriore pensiero di Price

(1985), che si esprime sul concetto di qualità; “Fare le cose giuste la prima volta”. Se ci riferiamo alla complessità del formaggio, sia dal punto di vista tipologico che tecnologico, non possiamo che accettare quest’ultimo pensiero che non si riflette assolutamente sulla scelta del consumatore che si troverebbe del tutto spiazzato se non fosse a conoscenza degli aspetti fondamentali, come la provenienza, la tipologia dell’allevamento di produzione del latte, dell’alimentazione delle lattifere, del metodo di trasformazione e dei coadiuvanti tecnologici

L’offerta non facilità la scelta, sono tantissimi i prodotti, suddivisi per tipologia o marca, e anche per questo è davvero complicato scegliere quello che può soddisfare il nostro gusto

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LA FORMA DEL LATTE

“La qualità è il grado di eccellenza ad un prezzo accettabile e il controllo della variabilità ad un costo accettabile.” (RA Broh: Managing Quality for Higher Profits, 1982) come il caglio e i fermenti lattici o degli additivi, ovvero quelle sostanze che non sono indispensabili per fare formaggio ma che lo diventano per correggere o conservare. Una serie talmente complessa di fattori che impedisce al consumatore medio di ponderare e comprendere la vera qualità del formaggio che intende acquistare. E il banconiere, nella maggior parte

dei casi non è in grado di chiarire questi concetti che sono fondamentali per la scelta qualitativa. Ci sono poi informazioni che fuorviano la scelta dell’acquirente, come per esempio l’etichetta che porta la dicitura “latte di alta qualità”, la cui interpretazione della massaia è ovvia: il latte contenuto nella bottiglia è di grande qualità organolettica, quindi più buono. In effetti latte di alta qualità ha un significato tecnologico definito dal Decreto 9 maggio 1991, n. 185, dove si specificano le caratteristiche indispensabili dell’allevamento, delle condizioni delle lattifere, dei componenti del latte, tutti fattori importantissimi che non hanno però nulla a che fare con le caratteristiche organolettiche che il consumatore dovrebbe apprezzare. Per questo, sia se si parla di latte sia di formaggio, di yogurt o ricotta è necessario conoscere la filiera completa che facilita la selezione del prodotto e che determina la capacità critica. È ovvio che il piccolo caseificio magari aziendale, nel quale è attivo il punto vendita, ha maggiore capacità di informazione sul proprio prodotto e anche sulle caratteristiche organolettiche del formaggio esposto. Non si dimentichi mai però di assaggiare, quando è possibile, prima dell’acquisto. Il formaggio al di là della indicazione di qualità del venditore deve soddisfare il gusto soggettivo.

La provenienza, la tipologia dell’allevamento di produzione del latte, l’alimentazione delle lattifere, il metodo di trasformazione tutto questo fa parte della qualità di un prodotto

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L’EXTRAVERGINE DEI COLLI EUGANEI,

UNO DEI MIGLIORI D’ITALIA Tra i punti di forza: una produzione e una lavorazione seguita da piccole aziende, attrezzature all’avanguardia e le caratteristiche pedoclimatiche del territorio

S

e a qualcuno, pensando all’olio extravergine di oliva, gli appare la cartolina con i bei declivi argentati dell’Umbria o gli oliveti secolari della Puglia, beh dovrà aggiornare la sua galleria immagini: aggiungendo le nostre alture euganee. Sì, perché l’olio dei nostri colli è tra i migliori in Italia, pur essendo tra i più giovani. La precisazione sull’età di questa produzione non è scontata, tutt’altro, sulla qualità ci torneremo tra qualche riga, ma intanto è importante parlare del tempo perché di solito dietro a certe produzioni di eccellenza immaginiamo secoli di storia e di cultura stratificata. La qualità dell’olio euganeo, invece, si basa sull’opposto, ossia: su una quasi assenza di passato (non dispiaccia ai romantici), su un approccio alla produzione moderna ed estesa a tanti piccoli produttori e su una tecnologia di trasformazione modernissima, anzi all’avanguardia. Che la mancanza di una tradizione non sia una discriminante lo conferma anche Devis Zanaica la cui azienda compie quest’anno i suoi primi 10 anni di vita, ma il suo ex-

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travergine rivaleggia e supera quello di molte zone titolate, cogliendo consensi tra le guide più importanti del settore, dal Gambero Rosso a Floss Olei e da Bibenda a Slow Food. “Solo 15 anni fa - spiega - non vi era alcuna consapevolezza sui risultati qualitativi che la produzione euganea poteva raggiungere, gli olivi ci sono sempre stati, ma le olive venivano spremute esclusivamente per l’autoconsumo, strumenti e conoscenze non si sono mai sviluppate anche perché altre colture erano più remunerative. Però a me l’olivo è sempre piaciuto, mio nonno ne aveva già messo a dimora diverse piante, che tutt’ora sopravvivono, sui 10 ettari della nostra campagna. E ho iniziato ad appassionarmi. A seguire corsi per seguire le piante,

La percentuale di acido oleico, ad esempio, è tra le più alte d’Italia raggiungendo il 78% tra gli acidi essenziali, quando un altro olio nazionale si attesta attorno al 50%


INGIROPIEDANDO le olive e conoscere l’olio. Non so quanti ne ho fatti, molti, ma ho iniziato ad entrare in questo mondo, poi a produrre e infine a trasformare. Da qualche anno ho acquistato un impianto per la frangitura e l’extravergine è diventato la mia principale attività”. Una grande extravergine, va aggiunto, in quanto se oggi questa produzione è conosciuta e apprezzata in Italia e nel mondo lo si deve soprattutto a lui e anche se la consapevolezza è arrivata un po’ alla volta, oggi non resta che spiegarne l’origine e la portata. “La qualità dell’extravergine euganeo sta proprio sulle colline - aggiunge Antonio Volani di Aipo Verona nella loro natura vulcanica e nel loro essere piantate in mezzo alla Pianura Padana, affacciate sul mare. L’escursione termica, tra il piano e le alture, apporta qualità importanti nei valori organolettici. La percentuale di acido oleico, ad esempio, è tra le più alte d’Italia raggiungendo il 78% tra gli acidi essenziali, quando un altro olio nazionale si attesta attorno al 50%. Se pensiamo che l’acido oleico nella tabella nutrizionale degli extravergine di oliva ha la più alta considerazione nel determinarne la qualità, è quello per intenderci che contribuisce al buon funzionamento del sistema cardiovascolare e mantiene a norma il colesterolo, diventa evidente che stiamo parlando di un grande prodotto”. Per inciso questo valore andrebbe preso in considerazione anche quando si confrontano gli extravergine di qualità con quelli a 3 euro che si trovano in offerta sugli scaffali dei supermercati. Non tutti gli oli sono uguali. “Altro punto di forza - continua Volani - sono le dimensioni. L’area euganea è tra le più piccole anche in Veneto: nell’area gardesa-

Solo 10 anni fa non vi era alcuna consapevolezza sui risultati qualitativi che la produzione dei Colli Euganei poteva raggiungere

L’OLIVICOLTURA EUGANEA PUÒ ANCORA CRESCERE Intervista ad Antonio Volani di Aipo Verona L’area euganea rientra nella Dop Veneto insieme alla “Veneto Valpolicella” ai Colli Berici e alla “Veneto del Grappa” e abbiamo chiesto a ad Antonio Volani di Aipo, ossia l’Associazione Interregionale Produttori Olivicoli (AIPO Verona), di darci qualche informazione sul mercato dell’extravergine padovano. Che futuro può avere olivicoltura sui Colli Euganei? “Viste le premesse direi che può diventare una coltivazione importante per molte aziende che oggi non l’abbracciano”. Quali sono le aziende agricole che potrebbero proporsi? “Ritengo che le vitivinicole potrebbero essere le più indicate, quella dell’olivo è una coltura affine: servono le stesse accortezze nel campo e nella trasformazione per ottenere qualità”. Non c’è il rischio che invece il mondo enologico fagociti quello dell’olio? “Se dovessimo metterla su un rapporto numerico il rischio c’è, da un ettaro di vigne si ottengono 65 quintali di vino, dallo stesso ettaro coltivato ad oliveto solo 6 quintali di extravergine. Ma l’extravergine euganeo è tra i più quotati dal mercato, se un extravergine di Bari si aggira sui 5 euro, l’euganeo raggiunge i 20. Inoltre il prezzo è molto più stabile di quello del vino, meno soggetto alle mode: tra qualche anno non sapremo che vino berremo, ma sulle tavole continuerà ad esserci l’olio di oliva. Direi, appunto, che l’olivicoltura può compensare e sostenere tutti quei punti deboli che sono del vitivinicolo. Poi parlando di una zona turistica, come quella euganea, i turisti che comprano il vino di solito cercano anche l’olio, potrebbe essere un modo per diversificare l’offerta e le possibilità di guadagno”.

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INGIROPIEDANDO

CARATTERISTICHE DELL’EXTRAVERGINE EUGANEO Un olio ricco di acido oleico in perfetto equilibrio tra amaro e piccante L’extravergine di Oliva di qualità deve essere caratterizzato da tre principali attributi: il Fruttato, l’Amaro e il Piccante Il Fruttato, l’extravergine deve rimandare al frutto che l’ha prodotto e quello euganeo rimanda a sentori verdi freschi e piacevoli che si sposano con tutti gli alimenti, senza coprirne gusto e profumi. Amaro e piccante: sono i pregi di un extravergine e l’extravergine dei Colli Euganei è caratterizzato da un grande equilibrio tra questi. Le note di amaro e di piccante, infatti, sono dovute alla presenza di preziosissimi componenti antiossidanti chiamati na l’olivicoltura si estende su 1900 ettari, interessando 2200 produttori, le colline veronesi sono coperte per altri 1500 ettari, 600 a Treviso, 450 a Vicenza e a Padova, ossia sui Colli Euganei, parliamo di 400 ettari in mano 260 produttori. Piccolissime aziende a conduzione famigliare, con al massimo 200 piante curate in modo quasi maniacale. Una cura che poi viene estesa nei frantoi, ne esistono solo quattro sugli Euganei, e tutti dotati di macchinari nuovissimi e in continua revisione che intervengono nella frangitura

“polifenoli” dotati di diverse proprietà salutistiche. Le sostanze fenoliche, infatti,  proteggono l’olio dall’ossidazione  così come le cellule dell’organismo umano, inducendo tutta una serie di effetti favorevoli sulla salute appena dopo poche ore dalla raccolta delle olive, evitando ossidazioni o altre degradazioni della materia prima che inevitabilmente si ripercuoterebbero nel prodotto finale”. Solo in questo modo può essere tutelata la qualità delle cultivar, l’autoctona “Rasara” o “El Matosso”, il Frantoio o il Casaliva e quelle particolari caratteristiche dell’olio euganeo che si risolvono in uno straordinario equilibrio tra fruttato e piccante che ne è la nota più distintiva.

FRANTOIO DI CORNOLEDA L’extravergine più premiato dei Colli Euganei In appena dieci anni questo piccolo frantoio è riuscito a portare all’attenzione del mondo oleario nazionale e internazionale le proprie produzioni, riscuotendo consensi e premi per quasi tutte le varietà prodotte, compresa la Dop. La punta di diamante è sicuramente il “Rasara” che il prestigioso concorso internazionale Monocultivar Olive Oil Expo 2019 colloca tra i primi 10 nel mondo insignendolo della TOP GOLD. Al titolare Devis Zanaica, abbiamo chiesto come si fa a raggiungere questi risultati: “Impegnandoci sulla gestione della materia prima già dal campo ed estendendola alle fasi di trasformazione. Portare al frantoio olive sane e nella giusta maturazione vuol dire già garantirsi un ottimo prodotto”. E in frantoio? “L’extravergine nasce perfetto, la bravura del frantoiano sta nel non comprometterlo”.

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MEDAGLIA D’ORO e D’ARGENTO

FINALISTA LEONE D’ORO SOCIAL

PREMIO 3 FOGLIE e 2 FOGLIE

In che modo? “Il problema principale dell’Extravergine è l’ossidazioDevis e Jaci Zanaica ne, per questo è necessario far passare il minor tempo possibile tra la raccolta e la frangitura delle olive e, per lo stesso motivo, la trasformazione deve avvenire il più possibile in assenza di ossigeno”.Quindi niente molazze in pietra? “Fanno parte del passato romantico di questo mestiere, oggi l’igiene è un grande valore da perseguire sempre”. Qual è il segreto del frantoiano? “Non distruggere un prodotto che nasce perfetto. Serve rispetto per la materia prima, rispetto dei tempi e delle temperature, queste ultime anche per la conservazione”.

FINALISTA EDIZIONE 2019

PREMIO GRANDE OLIO

5 GOCCE


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CANTINA LA MINCANA

Famiglia Dal Martello

UN’ESTATE DI BOLLICINE

Per rispondere a tono alla stagione più calda dell’anno proponiamo l’effervescenza dei nostri vini frizzanti La vulcanicità delle alture e la mineralità calcarea dei declivi padovani, c’è tutta l’irrequietezza della nostra terra nelle bollicine che riposano nel fresco della secolare cantina. Ci piace lavorare con le varietà autoctone come il Friularo (Raboso) dal quale otteniamo una versione easy con un Rosé Igt, che sta incontrando grande successo tra i più giovani, e un Metodo Classico Brut Nature, ultimo nato in azienda. La nostra bollicina per antonomasia è il Serprino, ossia, l’espressione della DOC Euganea del Glera che, essendo coltivato qui prima che nel Trevigiano, ci porta a produrre anche una nostra versione del Prosecco spumante Extra Dry. Un poker d’assi, dunque, pensati per il buon bicchiere leggero di

vsq metodo classico - brut nature

FRIGUS ZERO

Frizzante IGT Veneto

RABOSO ROSÈ

SERPRINO

PROSECCO

Doc Colli Euganei

DOC SPUMANTE ExtraDry

tutti i giorni, ma anche per i momenti “social” dell’estate o per pranzi e cene in riva al mare...

La nostra versione è extra-dry, il profumo è fresco, solitamente caratterizzato da una nota di frutta leggermente più matura, il sapore è asciutto e delicato. Vino versatile e per ogni momento. Da bere come aperitivo o da abbinare ad antipasti, piatti freddi, pesce ed anche a pasticceria secca.

Ottenuto a cominciare dall’opera certosina di ricerca del vitigno Serprino autoctono, presente da molti decenni sul territorio Euganeo, viene vinificato con metodo Charmat. Incanta per il profumo fresco, brioso, vivace e il sapore delicato con note di frutta matura. Trasmette in chi lo degusta una piacevole allegria.

Il Friularo è vitigno Raboso “clonizzato” nella bassa padovana che vinifichiamo in bianco per ottenere un rosato intrigante alla vista, coinvolgente grazie ai delicati sentori di lampone e fragola. Piacevole come aperitivo, si abbina a salumi, piatti di mare non troppo elaborati, da provare con la pizza.

Sempre con il Friularo e un 15% di Chardonnay produciamo un Brut Nature ricco di profumi. Sprigiona gradevoli sensazioni di freschezza, sapidità e un finale piacevolmente amarognolo. È un eccellente aperitivo, può accompagnare antipasti a base di pesce, crostacei in genere, così come anche paste e risotti.

Tenore alcolico: 11,00 % vol.

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ALIMENTAZIONE, SALUTE E TRADIZIONE del Prof. Adriano Mollica

LUCI ED OMBRE SUGLI INTEGRATORI A BASE DI

Curcuma

La polvere di questa pianta da sempre è usata in medicina, molti sono i risvolti positivi, dovuti alla sua attività antiossidante ed anti-infiammatoria, ma esistono anche controindicazioni e serve conoscere alcune regole per l’assunzione

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a curcuma (curcuma longa), è una pianta erbacea della famiglia dello zenzero, è una spezia che è da lungo tempo ormai indicata come rimedio naturale contro molte malattie, ha infatti ricevuto un grande interesse sia dal mondo scientifico che culinario, principalmente come una fonte di polifenoli ed in particolare della curcumina, estratta dalla sua radice essiccata e polverizzata. Sebbene questa pianta sia stata usata per millenni nella medicina tradizionale, solo recentemente la scienza moderna si è preoccupata di capire quali fossero le sostanze bioattive e quale fosse il loro meccanismo di azione. La curcumina è infatti in grado di interagire con numerose molecole segnale fisiologiche, e anche a livello cellulare, il ché è di supporto ai suoi numerosi effetti benefici sulla salute. È infatti stato dimostrato che la curcuma è in grado di migliorare il quadro infiammatorio, la sindrome metabolica, il dolore, malattie degenerative degli occhi, apporta miglioramenti alla funzionalità renale. Inoltre può venire in aiuto per ridurre il dolore muscolare provocato da una intensa attività fisica, velocizzando il recupero. La maggior parte di questi benefici può essere ascritta alla sua

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attività antiossidante ed anti-infiammatoria. Tuttavia, ingerire semplicemente la curcuma non porta ad ottenere tutti i suoi benefici poiché è scarsamente assorbita, rapidamente degradata dal metabolismo ed eliminata altrettanto rapidamente. Ci sono diversi metodi per aumentare la sua biodisponibilità, per esempio assumerla insieme alla piperina, che è la sostanza piccante contenuta nel pepe nero, in quanto se combinata con la curcumina, ne aumenta la sua biodisponibilità del 2000%. La curcumina è consumata sotto forme differenti in tutto il mondo, per esempio in India è la parte principale del curry, in Giappone è consumata sotto forma di tisana, in Tailandia è usata come cosmetico, in Cina come colorante, in Korea è aggiunta nei drinks, in Malesia è usata come antisettico, negli Stati Uniti è aggiunta alla mostarda, al formaggio e al burro, come conservante e come colorante alimentare, inoltre è disponibile pressoché in tutta Europa sotto forma di capsule come integratore alimentare. La FDA (Food and drugs administration) l’ente americano che controlla la sicurezza degli alimenti e dei farmaci, l’ha definita come “sicura” e la dose consigliata media va da 500 milligrammi fino a 8 g al giorno.


ALIMENTAZIONE, SALUTE E TRADIZIONE

• ATTIVITÀ BENEFICHE PRINCIPALI • ANTI INFIAMMATORIA Lo stress ossidativo è implicato in numerose malattie croniche, e i suoi processi patologici sono sicuramente una delle cause dell’infiammazione. Alcune malattie sono provocate da stati di infiammazione cronica, oppure l’infiammazione ne è un aspetto importante, ad esempio, l’asma, la bronchite, le allergie, l’artrite ecc. Il TNF (tumor necrosis factor) è uno dei mediatori dell’infiammazione più rappresentato nella maggior parte delle patologie, la curcumina è in grado di abbassare i livelli dei geni NF-kB che regolano la produzione di questo fattore, portando quindi ad un abbassamento del livello di infiammazione dei tessuti. ARTRITE L’ osteoartrite è una malattia cronica che affligge circa 250 milioni di persone al mondo, e provoca una sensibile diminuzione della qualità della vita. Sebbene l’osteoartrite è stata primariamente definita una condizione degenerativa e non infiammatoria, oggi si tende a riconoscerne una connessione con l’infiammazione sistemica. Non essendoci nessuna cura, ci sono alcune opzioni di trattamento dei sintomi. Per questo motivo c’è un aumento dell’interesse nei trattamenti alternativi, inclusi i supplementi dietetici e i rimedi naturali. Molti studi hanno trovato un effetto anti artritico della curcumina negli umani, e dell’artrite reumatoide. In un trial clinico su circa 300 soggetti affetti da media-moderata osteoartrite al ginocchio, l’effetto della somministrazione giornaliera di curcumina associata a piperina ha portato a miglioramenti a livello del dolore e dei marcatori dell’infiammazione.

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ALIMENTAZIONE, SALUTE E TRADIZIONE SINDROME METABOLICA La curcumina può attenuare l’infiammazione sistemica associata con alcuni stati patologici che coinvolgono molti sistemi biologici. Una di queste condizioni è la sindrome metabolica che include insulino-resistenza, iperglicemia, ipertensione, aumento del colesterolo cattivo, elevati trigliceridi, obesità. La curcumina è in grado di attenuare alcuni aspetti della sindrome metabolica, come ad esempio migliorando la sensibilità all’ insulina, diminuendo l’adipogenesi, e riducendo la pressione sanguigna. Inoltre è in grado di alzare i livelli di colesterolo buono. Nelle persone sane ci sono anche effetti positivi della curcumina, ad esempio, abbassamento significativo del colesterolo totale, aumento dell’ossido nitrico (coinvolto nella vasodilatazione), e abbassamento di alcune molecole coinvolte nell’ aterosclerosi. In alcuni test sono stati osservati un miglioramento dell’umore, della memoria, abbassamento del senso di fatica e stress. PRO E CONTRO Sebbene numerosi studi dimostrino una serie di effetti benefici della curcumina, sono stati trovati anche numerosi effetti collaterali, ad esempio a carico del sistema gastrointestinale, come diarrea, aumento della fosfatasi alcalina e della lattatodeidrogenasi, mal di testa, rush cutaneo e recentemente sono stati documentati diversi casi accertati di epatite non virale e non contagiosa, probabilmente dovuta a determinate partite contaminate (prontamente ritirate dal mercato) di curcuma. Tuttavia le cause non sono state trovate e presso il Ministero della Salute sono in corso numerosi accertamenti. Per questi motivi, in caso si voglia beneficiare degli effetti della curcuma sul nostro organismo, bisogna sempre accertarsi di assumere un prodotto sicuro e controllato, evitare di comprare preparati di provenienza estera su internet e in caso di effetti collaterali, smettere subito l’assunzione e rivolgersi al proprio medico.

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VONGOLE DI MARE E VERACI, FASOLARI DELL’ADRIATICO La cooperativa che ama e tutela il mare grazie ad una pesca sostenibile fondata sul rispetto dei cicli di accrescimento delle specie, la turnazione delle zone di pesca e la quantità di prelievo. La salvaguardia dell’ambiente significa anche qualità a tavola Una tradizione antica come il mare, tanta passione e rispetto per il prodotto pescato, queste sono le armi vincenti della cooperativa Sciabica di Chioggia, formata da una decina di soci, 4 imbarcazioni e attiva da più di due lustri nella pesca alla vongola di mare, dai fasolari e l’allevamento delle vongole veraci in laguna. Qualità è la parola d’ordine in quanto la pesca avviene in acque di categoria A (acque aperte), e dunque non necessitano di depurazione, la cernita e il lavaggio vengono fatti rigorosamente a mano evitando stress ai bivalve, sempre a mano anche il confezionamento in sacchetti di 15 kg prima del conferimento al Centro di spedizione molluschi per la distribuzione.

“Lavoriamo sulla richiesta in modo che il pescato appena tolto dal mare sia già venduto, garantendo in questo modo il rispetto degli stock ittici e la freschezza del prodotto”

VONGOLE DI MARE

FASOLARI

VONGOLE VERACI

CI TROVI ALL’82ESIMA EDIZIONE DELLA SAGRA DEL PESCE, DAL 12 AL 21 LUGLIO davanti a Palazzo Morosini, perché oltre ad essere pescatori siamo ottimi cuochi e vi faremo degustare il meglio della tradizione gastronomica chioggiotta. La nostra specialità è il Gran piatto Sciabica


RITI E TRADIZIONI di Mattia De Poli

Notti magiche

NEL BEL MEZZO DELL’ESTATE Tra giugno e luglio si collocano i giorni cruciali per l’agricoltura, inizia la stagione del raccolto e indovinarne l’abbondanza può essere un esercizio pacificante per l’anima

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l movimento celeste delle stelle, le migrazioni degli uccelli, il ciclo vitale delle piante: l’uomo fin dall’antichità ha guardato a questi fenomeni naturali per misurare il tempo dell’anno e nel cambiamento, ovvero nel passaggio da una stagione all’altra, ha scorto qualcosa di significativo e misterioso. Guardando questi fenomeni, infatti, ne è rimasto affascinato: a volte li ha studiati e spiegati come processi meccanici, altre volte ne ha attribuito la regia a entità superiori come gli dei, altre ancora li ha associati a particolari gesti rituali capaci di produrre effetti soprannaturali. Nel passaggio da una religione politeistica a una religione monoteistica, come quella cristiana, certi fenomeni, originariamente associati a varie divinità, sono stati messi in relazione ai santi del calendario liturgico. In ogni caso, tra scienza, religione e magia, sono nate tradizioni che ancora sopravvivono e periodicamente tornano in voga.

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IL SOLSTIZIO D’ESTATE. Il 21 giugno si verifica il solstizio d’estate: nell’emisfero boreale il sole raggiunge il punto più alto sopra l’orizzonte e il periodo di luce giornaliero raggiunge la massima durata. Nei giorni successivi, il dì inizia gradualmente a ridursi e il tempo della notte si allunga, ma in campagna entra nel vivo la stagione del raccolto, con la mietitura del grano e la raccolta dell’aglio. È in questo periodo che cominciava l’anno, secondo il calendario degli antichi abitanti della regione greca dell’Attica: l’inizio coincideva, infatti, con la prima luna nuova successiva al solstizio d’estate, tra l’ultima decade di giugno e la metà di luglio.


Il Nocino

RITI E TRADIZIONI

LA NOTTE DI SAN GIOVANNI. Pochi giorni dopo il solstizio d’estate, il 24 giugno, esattamente a sei mesi di distanza dal Natale di Gesù, il calendario cattolico celebra la nascita del precursore di Cristo: san Giovanni battista. Probabilmente il Cristianesimo vi ha convertito due festività romane del culto del sole: Fors (Fortuna) e Sol invictus (Sole invitto). La notte che precede il giorno di san Giovanni è rischiarata da falò che affondano le loro origini nel culto del dio Moloch, diffuso nel Vicino Oriente e menzionato anche nella Bibbia, ma un proverbio ne conferma la funzione apotropaica, scacciaguai: “San Zuane col so fogo / el brusa le strie, el moro e ’l lovo”. Questa, infatti, è nota anche come la notte delle streghe, che andrebbero tenute lontane con un mucchietto di sale o una grande scopa posti davanti alla porta di casa. Secondo una leggenda, quelle che volano in cielo sarebbero in realtà Erodiade e sua figlia Salomè, le principali responsabili dell’arresto e della decapitazione di Giovanni battista. Come lacrime di pentimento di Salomè vengono interpretate le gocce di rugiada che nella notte del 23 giugno avrebbero un potere rigenerante per il corpo e conferirebbero poteri straordinari alle erbe: tra le altre, l’iperico detto anche “erba di san Giovanni” veniva utilizzato per cicatrizzare le ferite e curare le scottature. Germogli e fiori di iperico, ma anche di menta, ruta, artemisia, salvia e felce, lasciati in un catino d’acqua per una notte, servono per ottenere la cosiddetta “acqua di san Giovanni”, da bere o da usare come tonico per il viso. D’altra parte, la rugiada della notte di san Giovanni, l’acqua che si sposa con la luce del sole in occasione del solstizio, fornisce pronostici sia sulla mietitura del grano in corso sia sulla produzione di uva e vino dell’autunno, perché in questo periodo il grappolo attraversa un passaggio delicato nel processo di maturazione: “La note de

Germogli e fiori di iperico o di menta, ruta, artemisia, salvia e felce, lasciati in un catino d’acqua per una notte, servono per ottenere la cosiddetta “acqua di san Giovanni”, da bere o da usare come tonico per il viso

Attorno al 23 giugno si raccolgo le noci acerbe, per il Nocino, che vanno immerse nell’alcol fino a san Lorenzo, il 10 agosto.

INGREDIENTI • 1 kg di noci verdi • 1 litro di alcol a 95° per scopi alimentari • ½ kg di zucchero (meglio se di canna) • ½ litro d’acqua • 4-5 chiodi di garofano • Scorza di 3 limoni • Cannella secondo i gusti PROCEDIMENTO Le noci vanno lavate e asciugate, tagliate in 4 parti uguali e sistemate in un barattolo di vetro dall’imboccatura larga. Aggiungere gli aromi, lo zucchero, l’alcol e l’acqua. san Zuan / destina el mosto, noze e pan”. Il fenomeno della rugiada può essere più o meno intenso anche in relazione al tempo meteorologico che ha caratterizzato il giorno precedente, quando spesso piove: “La vigilia di san Giovanni / piove tutti gli anni”. Nella notte del 23 giugno molte tradizioni riguardano anche previsioni legate alla sfera amorosa (fidanzamenti, matrimoni, gravidanze), ma questo è anche il periodo in cui si raccolgo le noci acerbe, per il Nocino, che vanno immerse nell’alcol fino a san Lorenzo, il 10 agosto: un’altra notte “magica”.

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RITI E TRADIZIONI

La notte di Giovanni è nota anche come la notte delle streghe, che andrebbero tenute lontane con un mucchietto di sale o una grande scopa posti davanti alla porta di casa

La notte che precede il giorno di san Giovanni è rischiarata da falò che affondano le loro origini nel culto del dio Moloch, diffuso nel Vicino Oriente e menzionato anche nella Bibbia

LA BARCA DI SAN PIETRO. Pochi giorni dopo, il 29 di giugno, vengono festeggiati anche i santi Pietro e Paolo, tra le figure più importanti per la nascita della Chiesa cristiana. Ma la pioggia in questo giorno può risultare funesta, perché “Se piove per san Paolo e Pièro / piove par on ano intièro”. E anche la notte che precede questa ricorrenza è carica di mistero e utile per fare pronostici. Bisogna versare in una bottiglia di vetro o in una caraffa piene d’acqua l’albume di un uovo e lasciarla nelle ore notturne all’aperto, su un prato (ma il procedimento funziona anche se il contenitore è posto su un davanzale). Di notte, l’aria si rinfresca e la terra, rilasciando il calore assorbito durante il giorno, fa salire l’acqua dal fondo della bottiglia verso l’altro e questi moti convettivi modificano la forma dell’albume. Se la sagoma avrà una forma stretta e allungata, simile a una barca con le vele ammainate, si preannuncia un periodo piovoso e di scarsi raccolti. Se invece la sagoma avrà una forma allargata e assomiglierà a una barca

con le vele spiegate, il tempo sarà soleggiato e il raccolto sarà ottimo. Il fenomeno è legato a san Pietro - piuttosto che a san Paolo - perché l’apostolo era un pescatore e ancora con la sua barca dimostrerebbe la propria vicinanza ai fedeli. Ma lo stesso procedimento può essere messo in pratica anche nei giorni prossimi al 29 giugno, anche nella notte di san Giovanni: in alcune località è tradizionale la barca di san Giovanni, con la stessa funzione predittiva.

La Barca di san Pietro, se le vele avranno forma stretta e allungata si preannuncia un periodo piovoso e di scarsi raccolti, se invece la sagoma avrà una forma allargata e assomiglierà a una barca con le vele spiegate, il tempo sarà soleggiato e il raccolto sarà ottimo

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Nonostante il monito del poeta latino Orazio a vivere giorno per giorno, senza preoccuparsi del futuro che attende ciascuno, l’uomo è sempre stato attratto dalla possibilità di conoscere in anticipo quello che accadrà. O come sarà il raccolto. La meteorologia ha sviluppato strumenti utili a fare previsioni, ma anche i più precisi talvolta si dimostrano fallibili, perché l’imprevisto è sempre possibile. Ecco allora che l’irrazionale torna a prevalere, facendo riscoprire tradizioni ancestrali dimenticate, finché anche questi riti magici vengono smascherati ovvero spiegati razionalmente.


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Ristorante Pizzeria Un menù che contempla il meglio dei prodotti del mare con quelli degli orti interpretati secondo tradizione ma anche originalità per un’offerta che parte dagli antipasti arriva al dolce e alle pizze

l’estate passa dalla cucina La possibilità di pranzare o cenare in riva al mare, in un angolo di spiaggia davanti al quale si stende l’estate che rende Sottomarina uno dei luoghi più gettonati dal turismo balneare. Un menù che contempla il meglio del pescato fresco, approvvigionato al mercato ittico cittadino, interpretato con originalità insieme agli altri prodotti per cui Chioggia è celebre: il radicchio, le cipolle, la zucca seguendo la stagionalità. Aggiungiamoci l’ospitalità, che in una città abituata ad accogliere è una forma di identità, e aggiungiamoci anche un’attenzione che nel far ristorazione parte dai piatti semplici dalla tradizione e arriva a vere e proprie

preparazioni gourmet, con il compendio delle migliori etichette del buon bere nazionale e internazionale, e troveremo delineati i punti forti dell’offerta del ristorante Minerva di Sottomarina. Armido e Fabrizio insieme alle rispettive mogli Daniela e Nadia, ristoratori di conclamata tradizione e di grande esperienza, sono interpreti di quell’intelligente predilezione di portare in tavola soltanto la qualità e tutte quelle eccellenze che LA CUCINA E LA SALA rappresentaSONO ATTREZZATE no per storia e tradizione PER BANCHETTI E CERIMONIE il territorio. Nascono in questo modo i piatti che si dividono tra terra e mare come “L’insalata di gamberi con il radicchio di Chioggia Igp”, i “Fasolari in saor con la cipolla bianca” o gli “Spiedini di mazzancolle con gli asparagi della vicina Conche” e la lista potrebbe continuare con le triglie, le “schie”, i rombi chiodati, le “moleche” per arrivare fino alle pizze, anch’esse preparate per rispondere alle esigenze dei palati più esigenti e servite, su prenotazione, anche in spiaggia sotto l’ombrellone. L’estate, del resto, è un appuntamento fisso con le specialità del ristorante Minerva.

I TAVOLI AFFACCIANO DIRETTAMENTE SUL MARE Il ristorante è aperto tutti i giorni, tranne il lunedì dalle 12.00 alle 14.30 e dalle 18.30 alle 23.30

IL MIGLIOR PESCE acquistato fresco ogni giorno

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LE NOSTRE PIZZE

un piatto veloce senza rinunciare alla qualità e al gusto

Lungomare Adriatico - Lato Nord, 30015 - Sottomarina Mob. 339 6684500 - Tel. 041 4965367 ristorante.minerva@libero.it - www.ristorantepizzeriaminerva.it - Seguici su Facebbok e Twitter


LA RECENSIONE di Renato Malaman

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PERCHÉ

Zanarotti

UN SECOLO DI PASSIONE PER LE COSE BUONE

Prima il panificio, poi dal 2000 la poliedrica Hostaria in centro a Montagnana: locale che oggi è anche un ristorante dall’atmosfera familiare vocato alla tradizione. Con un pizzico di fantasia

Recensione

Renato Malaman, noto enogastronomo padovano, visita per la nostra rivista i ristoranti della Bassa Padovana, dell’area euganea e dei territori limitrofi più ricchi di tradizione, per raccontare storie, personaggi e piatti che nel tempo li hanno resi celebri. Esprimendo anche una sua valutazione sulla qualità attuale della proposta

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ostaria Zanarotti, un secolo di tradizione! Cento anni di impegno nell’arte della panificazione e da quasi vent’anni anche al banco dell’osteria, anzi dell’Hostaria: un altro aspetto “gustoso” di Montagnana, patria di uno dei prosciutti crudi migliori d’Italia. La famiglia Zanarotti ha il merito di aver innovato per prima nella zona il concetto di osteria, proponendo in tempi certo non modaioli l'idea di “tanti locali in uno” che ora va per la maggiore. A due passi dalla piazza, dove si affaccia anche il panificio, dal 2000 Arturo Zanarotti ha aperto l'enoteca-osteria, il ristorante e la pizzeria... Locali separati ma che in un certo senso costituiscono un originale unicum. Papà Antonio aveva un’osteria a Borgo San Marco, frazione montagnanese più lontana, quindi si può parlarare di eredità raccolta. Arturo, il volto più familiare dell’Hostaria, ama la tradizione. Ogni anno dedica anche un concorso ai salami di fattura casereccia. All’Hostaria si mangia bene, piatti preparati con prodotti genuini e di qualità. Arturo si diletta a proporre sempre qualcosa di nuovo e di originale, come l’asparago “risottato”, guarnito con la mimosa d’uovo, piatto che lo scorso anno ha vinto un premio in Istria.

La famiglia Zanarotti ha il merito di aver innovato per prima nella zona il concetto di osteria 30


LA RECENSIONE Usa prodotti ben selezionati e genuini, la tradizione è il suo terreno di espressione preferito

Nel 2001 venne premiata una sua focaccia. A proposito il panificio è ancora attivo: lo seguono Andrea (fratello di Arturo) con la moglie Sabrina e mamma Elsa. Un ruolo di riguardo nel menu dell’Hostaria ce l’ha sempre il prosciutto crudo dolce a marchio DOP del Consorzio Veneto Berico-Euganeo. Accoglienti le salette tipo casa privata, che dalle finestre offrono pittoreschi scorci di Montagnana. Alla cucina del ristorante (che - così com’è oggi - è attivo dal 2012) pensa proprio Arturo Zanarotti (per un periodo c’era anche il figlio Enrico, che ora sta affrontando la sua esperienza altrove). La cifra stilistica di Arturo è semplice, non ha bisogno di decodificazioni particolari. Usa prodotti ben selezionati e genuini, gran parte dei quali del territorio. La tradizione è il suo terreno di espressione preferito. Fra gli antipasti figurano infatti le sarde in saor e il prosciutto crudo dolce prodotto da un artigiano di Pressana; fra i primi gli gnocchi rivisitati, ovvero alla Montagnanese (con il crudo sopra), il baccalà e i bigoli alle acciughe (anche se sono quelle del Cantabrico); fra i secondi il coniglio “in tecia”, i moscardini alla “busara” e il rotolo d’oca con i piselli. Noi abbiamo potuto apprezzare i famosi asparagi “risottati” con la mimosa d’uovo, convincenti per ingredienti, amalgama di gusti e per composizione estetica del piatto. Di stagionatura adeguata il buon prosciutto servito per antipasto e buona anche la carne della tagliata scelta come secondo: lo si vede anche dal colore che la cottura è stata corretta. Dolci tutti fatti in casa: a un mastro fornaio con la passione per la pasticceria non si insegna l’abc. Carta dei vini che valorizza il menu. Presenti anche etichette locali, alcune delle quali sono quelle della casa: le distingue il curioso marchio “Sata” che era il soprannome di papà Antonio. L’Hostaria Zanarotti ha ospitato negli ultimi anni anche alcuni corsi di formazione, con attenzione particolare a quelli dedicati al vino. Una passione per il Food & Wine davvero senza Il giornalista Renato Malaman in compagnia confini. di Monica Visentin e Arturo Zanarotti

La Pagella

di Con i piedi per terra

⊲ Uso di materie prime del territorio

⊲ Piatti in menù che seguono la stagionalità ⊲ Rielaborazione dei piatti della tradizione secondo fantasia e creatività ⊲ Accoglienza ⊲ Abbinamento vini ⊲ Rapporto qualità-prezzo


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Guardare oltre il mare…

L’immagine della pesca che sa rispettare l’ambiente e sa qualificare l’immagine del proprio prodotto anche attraverso il valore dei suoi pescatori O.P. I Fasolari significa pesca, ma anche cooperazione, commercializzazione e promozione di un prodotto esclusivo del nostro mare. Insomma significa guardare avanti, al domani di questo settore con la consapevolezza che solo un modello come l’Organizzazione dei Produttori (O.P.) può fare rete con gli altri enti della pesca, promuovere l’aggregazione dell’offerta e crescere sui mercati. O.P. I Fasolari è l’immagine della pesca che sa rispettare l’ambiente e sa qualificare l’immagine del proprio prodotto anche attraverso il valore dei suoi pescatori Una rete di imprese: associati tutti i pescatori veneti e friulani specializzati nella pesca del “fasolaro” L’esclusiva di un prodotto nostrano: la flotta è composta da un numero consistente di pescherecci attivi nei principali porti dell’Alto Adriatico: Grado, Marano Lagunare, Caorle, Cavallino-Treporti e Chioggia

Una pesca amica dell’ambiente: il prelievo avviene esclusivamente in relazione alla quantità di prodotto richiesta dal mercato Freschezza Sempre garantita: l’organizzazione e la filiera garantiscono tempestività nello smistamento del prodotto pescato e un prezzo di vendita stabile


Per O.P. I Fasolari la storica sagra del pesce di Chioggia è l’occasione concreta di fare promozione del proprio prodotto, un modo sincero di caldeggiarne il consumo, proponendo ricette e piatti della tradizione preparati direttamente dai pescatori. La Sagra del pesce è anche un modo di stare insieme agli amici della Cooperativa sociale Onlus “Titoli minori” e della Cooperativa Agricola Sociale Onlus “Terra Viva” e lavorare assieme a loro per la bellezza della nostra città e del nostro mare!

I prodotti del nostro mare preparati dai nostri pescatori

Vieni a trovarci

dal 12 al 21 luglio, il nostro stand è davanti al municipio

O.P. I Fasolari ha gli uffici a Marano Lagunare (UD), Caorle (VE) ma la sede legale è a Chioggia in Via Maestri del Lavoro, 50 tel. 041 403317 - fax 041 404185 - info@fasolari.it - www.fasolari.it


LA CUCINA DI Q.B. di Anna Maria Pellegrino

Il broeto

dell ’Adriatico

Una ricetta che non ha una vera e propria codificazione, ma è resa meravigliosamente viva dalle contaminazioni storiche, geografiche, economiche e culturali che caratterizzano le varie regioni e città del nostro mare LA TRADIZIONE Il Brodetto, o broéto o boreto, di pesce è un piatto dalla cottura veloce, che nasce come una zuppa “di bordo”, un piatto unico povero, spesso il risultato di un modo di recuperare il pesce poco apprezzato dalla clientela e al quale non rimaneva che la casseruola in barca o la griglia.

STORIA DEGLI INGREDIENTI Come ogni intingolo appena brodoso che si rispetti veniva accompagnato da fette di polenta fredda portata da casa, prima che questa divenisse piatto nazionale della pianura padana. Prima della polenta si utilizzavano dei rimasugli di pane di segale e, nel caso di Chioggia, i Bussolai o Bussolà, dei grissini spessi chiusi a ciambella o anello che venivano cotti in forno così da rimanere croccanti per lungo periodo e non essere intaccati da muffe e tarli. Venivano sbriciolati nei brodi per dare appunto più consistenza e la cui origine risale sicuramente al Pan Biscotto, il pane che veniva caricato nelle stive delle galere per nutrire i marinai addetti ai remi, la cui produzione e commercializzazione era severamente regolata dalla Serenissima. Esistono testimonianze che vedono l’impasto del pan biscotto preparato con farina e acqua di mare, a sottolineare ulteriormente che si trattava di cibo per i “marinanti”. Il pane dalla crosta spessa e dall’interno bianco ed alveolato, che oramai accompagna tutte le zuppe, non poteva certamente accompagnare i primi bro-

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eti: l’utilizzo della farina “fior”, bianca ed impalpabile, era riservato alle classi più abbienti e il popolino di certo non arrivava a farlo diventare “raffermo”, tanto prezioso era. Medesima attenzione, circa gli ingredienti del Broeto, deve essere riservata all’uso del Pescatori chioggiotti nel loro pomodoro, che nel costume tradizionale corso del tempo si è trasformato in un paio di cucchiai di concentrato, meno aspro dell’ortaggio in purezza: anch’esso si è palesato nelle mense europee solo dopo il ‘500, subendo la medesima diffidenza che fu dedicata alla melanzana prima ed alla patata poi. Dobbiamo ricordarci che i pomodori che sbarcarono dalle navi di ritorno dalle scoperte delle Americhe erano verdi ed aspri, il cui utilizzo necessitava di una giusta attenzione, per non rovinare irreparabilmente il piatto. Nella preparazione del piatto non dovevano mancare alcuni condimenti base, come aglio e cipolla, l’olio, anche se in alcune ricette si suggerisce l’uso del burro, e naturalmente il vino e/o l’aceto di vino, entrambi bianchi.


LA CUCINA DI Q.B. PESCE CIBO DA POVERI La pesca in tutto il bacino del Mediterraneo avveniva soprattutto lungo le coste e nelle acque lagunari, ricche anche di frutti di mare e si utilizzavano delle reti fisse che intercettavano il pesce durante le migrazioni periodiche tra il mare, i corsi d’acqua e le lagune. Il pesce era un cibo destinato alle classi povere ad integrazione della loro monotona e povera dieta, guardato con diffidenza dalle classi più abbienti, come indicato da Giovanni de’ Rosselli nell’Epulario (Venezia, 1518) che suggerisce la seguente ricetta: “fallo lessare in metà vino o aceto e metà acqua: e per suo sapore vuole un poco di agliata fortissima; convincendosi che ogni pesce vilissimo è più conveniente a zappatori che a uomini dabbene”. Per cui i broeti di pesce destinati alle mense più ricche erano caratterizzati dall’ampio uso di spezie e con specie pregiate, il cui consumo era limitato ai periodi di magro e quaresima, limitazione che lo caratterizza come cibo penitenziale. TANTI I BROETI Le contaminazioni avvenute nell’alto Adriatico, grazie alla marineria chioggiotta che si era spinta fino in Istria, proseguite poi nel Tirreno e in tutto il bacino del Mediterraneo, sono state determinanti per la differenziazione di questo piatto tanto che le specie utilizzate per questa preparazione sono circa una trentina a partire da tre, Bartolomeo Scappi, ricetta del rombo cinque, sette fino a diciotto in “potaccio” specie diverse in una singola ricetta. Singolare il caso di una ricetta anconetana in cui le specie indicate sono 13, a ricordo dell’ultima cena. Le qualità più usate, a parte il go o gozzo, specie principe nei ricettari antichi e moderni, erano scorfano, seppia, tracina, pesce lucerna, rana pescatrice, triglia, palombo, nasello, totano, mazzancolla, spigola, razza, capone, cernia, dentice. Non mancano, naturalmente, preparazioni a base di anguilla. A parte il pesce azzurro, che veniva utilizzato in esclusiva, come suggerisce sempre lo Scappi, nell’appendice Libro de’ convalescenti, dove suggerisce un “potaggio di sarde fresche senza spina”.

LA POESIA DI UN PIATTO Spesso i broeti venivano aromatizzati con erbe secche e aromi presenti in cambusa e il successivo trasferimento dal mare aperto alla terra ferma ha reso possibili ulteriori differenziazioni: pensate al broeto preparato in barca da un pescatore rispetto a quello preparato dalla propria moglie la quale utilizzava ortaggi freschi barattati con piccole quantità di pesce, riuscendo a renderlo ogni volta delizioso, come raccontato nelle quattro quartine di Biagio Marin: • El Boreto • El boreto de Liseta xe ‘rivao comò un gran don, i mancheva un gran de sal ma, del resto, gera bon. Do moreli de bisato i ha cundio un datragan: l’agio drento ben disfa e l’aseo de bona man. Ma no devo lassà in parte quel bon rombo de nadal messo in meso cò gran arte, un bocon de gardenal. Xe vignuo col pignatin bon odor de casa mia e la vampa nel camin che portava l’alegria Come avrete capito non si tratta di una ricetta o di una tecnica codificata severamente ma una proposta resa meravigliosamente viva dalle contaminazioni storiche, geografiche, economiche e culturali che hanno saputo rendere unico il nostro sapere gastronomico. Una cucina delle differenze, quindi, che non divide ma unisce, come dovrebbe essere ogni volta che ci sediamo, anche virtualmente, a tavola. Io mi sono messa ai fornelli grazie ad una ricetta “storica”, che non ho trovato in nessuno dei moltissimi libri di cucina che ho consultato e che appartiene a Giuseppe Zennaro, pescatore per più di 60 anni e morto, vent’anni fa all’età di 90 anni. Un pescatore cha aveva cominciato ancora quando c’erano i pescherecci a vela, i bragozzi e le tartane, imbarcazioni tipiche della flotta chioggiotta. La ricetta originale l’ho modificata sfilttando il pesce e preparando con le teste e le lische un profumato fumetto di pesce. Se desiderate utilizzare seppie e calamari questi andranno inseriti per primi nella sequenza di cottura dei pesci.

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LA CUCINA DI Q.B.

Le specie di pesce più usate nella preparazione del Broeto sono: il go o gozzo, lo scorfano, la seppia, la tracina, il pesce lucerna, la rana pescatrice, la triglia, il palombo, il totano, la mazzancolla, la spigola, la razza, il capone, la cernia e il dentice

Difficoltà: bassa

Preparazione: Cottura: 30 minuti 30 minuti

INGREDIENTI per 4 persone • 1 kg di pesce misto fra racina (varagno), scorfano (scarpena), san pietro, ghiozzi (gò), gallinella (luserna) e rana pescatrice, oltre ad altri pesci che, in ragione della stagione e del censo, possono essere tutti quelli che si trovano • 500 g di molluschi che possono essere a seconda di stagione, cicale o canocie, gamberi, mazzancolle, scampi, anche seppie, calamaretti e/o moscardini • 500 g fra cozze (peoci) e vongole (bibarasse) • 4 capesante • 1 spicchio di aglio • 1 cipolla bianca di Chioggia • 1 costa di sedano • 1 carota • ½ bicchiere abbondante di aceto di vino bianco • Olio evo • Pepe di cubebe macinato al momento • Polenta bianca abbrustolita o Bussolai

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BROETO DE PESSE (ALLA CIOSÒTA) Pulire le cozze, eliminare le barbe e lasciarle in acqua fredda e sale con le vongole. Eviscerare e pulire tutto il pesce, sfilettarlo e mettere da parte le carcasse. Disporre i filetti in un vassoio, coprire con pellicola e mettere in frigo. Tritare finemente la cipolla e l’aglio. In una casseruola scaldare un paio di cucchiai di olio evo, tostare, premendo con un mestolo, le carcasse fino a farle dorare, versare 3 litri di acqua freddissima e qualche cubetto di ghiaccio, portare a bollore, unire la costa di sedano e la carota, abbassare il fuoco, schiumare e far ridurre il liquido della metà. Filtrare, mettere da parte e tenere al caldo. In un tegame basso e largo far dorare dolcemente il trito di cipolla e aglio, unire gli scampi, le mazzancolle e le cicale, qualche mestolo di fumetto, l’aceto, farlo evaporare e far cuocere a fuoco basso e coperto per 15’, unire le cozze e le vongole e lasciarle cuocere fino a quando non si apriranno ed infine unire i filetti tagliati a tocchetti e cuocere per altri 5’, senza mai mescolare. Regolare di sale e servire con i bussolai e una generosa macinata di pepe.

Bibliografia AAVV, Brodetti, broéti e boreti - Accademia Italiana della Cucina, delegazioni e centri studi del Friuli Venezia Giulia e del Veneto Ricette veneziane di Bartolomeo Scappi Ranieri da Mosto, Il Veneto in cucina Mariù Salvatori de Zuliani, A tola co i nostri veci AAVV, Cucina e tradizione nel Veneto Giampiero Rorato, Storie di grandi piatti AAVV, L’azzurro del Veneto nel piatto Pino Agostini, Alvise Zorzi, A tavola con i dogi


A peritivo Street

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sinergia tra esercenti

per la promozione del territorio LO SCORSO 31 MAGGIO UN GEMELLAGGIO TRA I COMMERCIANTI DI NOVENTA PADOVANA CON ARQUÀ PETRARCA NEL SEGNO DEI RISPETTIVI DRINK PENSATI PER IL MARKETING Creare rapporti e opportunità tra territori attraverso un aperitivo: l’Aperitivo Street, l’iniziativa ideata da Nicoletta Allibardi, che da cinque anni designa l’avvio della stagione estiva a Noventa Padovana nel segno dell’unione dei commercianti e della promozione del territorio della Riviera del Brenta. E i bicchieri per il brindisi quest’anno sono stati riempiti con l’Aperitivo Euganeo, ossia la fresca proposta ideata ad Arquà Petrarca, con Fior d’Arancio e sciroppo di giuggiole, per la promozione del territorio attraverso uno dei riti social più gettonati, che nell’occasione è diventato ambasciatore dell’incontro tra i due territori padovani. “Un incontro tra bicchieri - spiega Luca Pasin, dele-

ALLIBARDI: “LA NOSTRA PAROLA D’ORDINE È “FARE SINERGIA” PER FAR ARRIVARE SEMPRE PIÙ LONTANO L’IMMAGINE DELLA NOSTRA CITTÀ E DELLE NOSTRE PICCOLE ECCELLENZE”

gato Confesercenti per il territorio che affianca Nicoletta Allibardi nell’organizzazione dell’evento - un cin-cin con il nostro Amaro del Folpo, nato anch’esso come prodotto immagine di Noventa e tributo alla sua festa più rappresentativa: La Sagra del Folpo. Quindi nel segno di Aperitivo Street è nato un gemellaggio e l’idea di estendere l’aggregazione tra commercianti anche al di fuori dei confini comunali, per condividere e sostenere la promozione dei nostri bei territori: da una parte i Colli Euganei e dall’altra la Riviera del Brenta”. Questa iniziativa, supportata da Confersercenti e dall’amministrazione comunale, infatti, nasce come progetto di marketing territoriale e per questo oltre ad un momento conviviale con la moda e l’offerta di oltre 30 attività commerciali locali (calzature, accessori, prodotti di bellezza, fiori, vini pregiati,


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caffè) contiene e veicola iniziative rivolte alla promozione della città e della sua offerta paesaggistica e culturale. E nell’edizione che si è tenuta lo scorso 31 maggio a fianco di importanti convegni a cura di Cescot, rivolti al mondo degli esercenti come i nuovi progetti territoriali del Distretto del Commercio e il “negozio del futuro”, gli spazi di via Marconi 82 a Noventa Padovana hanno ospitato una mostra d’arte, con le esposizioni del gruppo Artisti in Vetrina, piacevoli intermezzi musicali e momenti di promozione locale grazie anche a un celebre videomaker come Gianni Canton, di “911 foto”, che ha presentato il suo lavoro dedicato a Villa Valmarana e alla Sagra del Folpo. “La promozione del territorio attraverso i suoi elementi caratterizzanti - aggiunge Pasin - è diventata parte integrante del nostro lavoro di commercianti e sta dando i suoi frutti. Anche la presenza

Nicoletta Allibardi commerciante e padrona di casa dell’evento de “L’aperitivo Street BY Nicole”

dell’assessore regionale allo Sviluppo economico ed Energia, Roberto Marcato, ci conferma che questo nostro impegno è arrivato agli occhi della Regione e che, dunque, siamo sulla giusta strada”. “È importante riconoscere il merito di tutto il gruppo - spiega l’ideatrice di Aperitivo Street, Nicoletta Allibardi presidente dell’associazione Le vetrine di Noventa - In questi cinque anni è stato un crescendo di partecipazione sia come ospiti che sono venuti a festeggiare con noi, che come numero di colleghi esercenti che si sono uniti nell’organizzazione. Ecco perchè crediamo che “fare sinergia” e lavorare assieme sia lo spirito giusto per ridare fiato alle nostre attività commerciali”.

Collegandoti con lo smatphone puoi scaricare il cortometraggio di Gianni Canton, 911 foto, su Villa Valmarana e la Sagra del Folpo L’amaro del Folpo, uno dei prodotti più rappresentativi di Noventa Padovana

Le immagini di queste pagine sono realizzate da Dino Juliani


AD OGNUNO IL SUO CALICE… di Silvano Bizzaro - Sommelier s.bizzaro@alice.it

SOAVE

CHARDONNAY

ROSÈ

BONARDA

NERO D’AVOLA

MERLOT

PINOT NERO

PASSITO

PORTO

CHAMPAGNE PROSECCO

MOSCATO

UN VIAGGIO PER CINQUE BOTTIGLIE:

dai Colli Euganei all’Alto Adige, passando per Trento

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rmai è luglio, il caldo è arrivato e nei vigneti ci sono già i grappoli verdi che diventeranno il vino del prossimo anno. Nei miei peregrinaggi per le cantine ho cercato di capire come sarà la stagione e se le giornate fredde e burrascose che hanno caratterizzato la primavera di quest’anno avranno ripercussioni sulla produzione. Ricorderete i vigneti illuminati da migliaia di “candele” in Alto Adige per evitare le gelate notturne. Tuttavia enologi e agricoltori sono stati piuttosto rassicuranti in proposito, la situazione è stata gestita per il meglio. Un primo plauso va ai produttori proprio per la loro capacità di

intervenire in modo preciso e puntuale per salvare la produzione, solo qualche anno fa “raddrizzare” certe annate sarebbe stato del tutto impensabile, e un secondo va sicuramente per la qualità dei loro prodotti che amo degustare direttamente nei loro luoghi di produzione. E per questo numero di Con i piedi per terra ho deciso di fare un giro un po’ particolare, anzi: un vero e proprio percorso che dalle alture dei nostri Colli Euganei mi ha spinto fino a Trento e alle montagne ancora innevate di Bolzano. Ecco le bottiglie che ho degustato.

UN GRANDE CLASSICO BAONE (PD) “SERRO” COLLI EUGANEI ROSSO DOC 2015 - AZIENDA AGRICOLA IL MOTTOLO Un vino che non teme il tempo Un vino che ha qualche anno, ma prodotto da un’azienda giovane. Il Mottolo di Baone è nato nei primi anni 2000 e ultimamente è orientato al biologico. I sui vigneti sono in conversione, compresi quelli disposti ad anfiteatro verso sud-est dai quale ottiene un grande bordolese, uno dei migliori dell’area DOC Colli Euganei, con un perfetto blend ottenuto da un 60% di Merlot e un 40% tra Cabernet Franc e Sauvignon. La vinificazione avviene in parte in vasche di acciaio e parte in legno per 14-18 gg. con rimontaggi quotidiani e delestages. La solfitazione è inferiore agli 80 mg/lt (quando i parametri consentiti per legge sono ben più alti). Successivamente matura in tonneau e barrique di 1°, 2° e 3° passaggio per almeno 18-20 mesi.

Un grande bordolese ottenuto dai vigneti disposti ad anfiteatro sui versanti calcarei che guardano a Sud-Est 40

Affinamento finale in bottiglia per almeno 12 mesi. Ne esce un vino dal profumo complesso di spezie e frutta rossa, note di liquirizia e cacao; in bocca è di buona struttura, giustamente tannico e di ottima persistenza. Si accompagna egregiamente a piatti di carni rosse e pasta condite con sugo di cacciagione e selvaggina. Da provare con formaggi stagionati. Da servire a 16°-18° su calici ballon; regge bene alcuni anni di invecchiamento.


AD OGNUNO IL SUO CALICE… UN VINO NUOVO (ARQUÀ PETRARCA - PD) “NOSTRAN” 2015 - VIGNALTA Bordolese nella “casa” dei bordolesi Finalmente sono riuscito a degustare il Nostran, una nuova etichetta per la celebrata cantina Vignalta! Un bordolese prodotto in quella che potremmo definire la casa dei bordolesi sui Colli Euganei, per il semplice fatto che a alla Cantina Vignalta va riconosciuto il ruolo di pioniere nella produzione di questi vini e di quelli ottenuti da mono vitigni di pregio. Tuttavia continua nella sua sperimentazione come dimostra, appunto, il Nostran. Ottenuto dalla sapiente unione di Cabernet Franc e Carmenère è un vino che saprà sicuramente incantare i palati più fini. Del resto

è un vino importante, prezioso che porta con se l’eleganza rotonda della botte di rovere francese, dove staziona per ben 24 mesi. Rosso rubino intenso con note granate; all’olfatto regala note di frutta nera (ribes nero, mora, ma anche amarena e sentori speziati) con un finale leggermente terroso. Al palato è caldo, rotondo e morbido negli elementi di morbidezza; mentre nelle note di durezza presenta una freschezza vivace e un tannino ancora vivo e levigato che pulisce bene il palato; lascia un retrogusto con una nota piacevole di amarena. Da abbinare a carni rosse o con i formaggi stagionati.

Un vino importante, prezioso, che porta con se l’eleganza rotonda della botte di rovere francese dove staziona per ben 24 mesi

UN VINO SOCIAL (TRENTO) “MASTRI VERNACOLI” MÜLLER THURGAU TRENTINO DOC - CAVIT Precisione svizzera e talento italiano Il Müller Thurgau è un vitigno che nasce in Svizzera alla fine dell’800 per opera di Hermann Muller, nativo di Turgau. E’ un incrocio tra il Riesling Renano e il Chasselas (e non con il Sylvaner, come si pensava). Diffuso in particolar modo in Svizzera, Germania, Austria ha trovato una casa anche in Italia soprattutto in Alto Adige nella Valle di Cembra, nella Valle dell’Adige e in Vallagarina dove è una vera e propria istituzione. Del resto il clima fresco, dato dall’altitudine, l’esposizione ideale e un suolo ricco di minerali concentrati in pochi, eccellenti, grappoli lavorati con la sapienza e la passione di chi produce vino da generazioni, danno vita a un nettare profumato e aromatico, rotondo e intenso. Il Müller Un grande equilibrio Thurgau “Matra sapidità e acidità stri Vernacoli”, lo rendono compagno bianco, fermo ideale per l’aperitivo e Cavit è tra e l’happy hour questi.

Cavit significa Cantina viticoltori del Trentino, ossia una cooperativa che unisce 10 cantine sociali trentine, con 4500 viticoltori associati, è ha come metodo di lavoro lo scrupoloso controllo di ogni fase di lavorazione e l’attenzione all’ambiente collaborando con il rinomato Istituto Agrario di San Michele all’Adige (Fondazione Edmund Mach), che forma i tecnici più qualificati, e con altri centri di ricerca enologica nazionali. Il risultato è una qualità che ritrovo anche in questo bianco fermo (prodotto anche in versione spumante charmat) grazie ad un grande equilibrio tra sapidità e acidità che lo rende compagno ideale, sia nella versione spumante Brut che Classica, per l’aperitivo e l’happy hour.

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AD OGNUNO IL SUO CALICE… UN VINO RARO (BRENDOLA - VI) ROSSO DEL VENETO IGT 2016 - CANTINA SAN VALENTINO Cavrara: vitigno antico per un vino assolutamente attuale La Cavrara è un vecchio vitigno a bacca nera presente un tempo in diversi areali viticoli veneti. Più recentemente si sono trovati ceppi sui Colli Berici, a Breganze e nel padovano dove viene chiamata anche “Cavarara garbina”. Vitigno vigoroso ma equilibrato pienamente recuperato dalla Cantina San Valentino di Matteo Bedin di Brendola nel vicentino, è una produzione di eccellenza. Un piacere per questa realtà vitivinicola in quanto da tempo collabora con Veneto Agricoltura e con l’Istituto Sperimentale Vitivinicolo 16 cloni di viti di Conegliano autoctone coltivate per il recupero su una superfice dei vecchi vitigni di 16 ettari e una autoctoni veneproduzione media ti. L’azienda atannua di 35-40mila tualmente ha in bottiglie coltivazione 16

cloni di viti autoctone, tra cui la Cavrara Nera, su una superfice di 16 ettari per una produzione media annua di 35-40mila bottiglie. A dimostrazione del suo impegno e attenzione per questi vitigni la Cavrara oltre a produrla in purezza la produce anche in blend in un altro suo vino: il Quattro Uve IGT Veneto (Cavrara-Refosco-Corbina e Merlot in percentuali diverse). Naturalmente non potevo perdermi la Cavrara Nera. Ho degustato il Rosso del Veneto IGT 2016, ottenuto da uva Cavrara Nera in purezza 100%, e stata una scoperta! Colore rosso rubino, note di frutta rossa; gradevole, asciutto e armonico al palato con freschezza e tannini vivi che a mio avviso andrebbero volentieri a braccetto con i sapori pieni dei formaggi stagionati, degli arrosti al forno o della carne alla brace.

UN VINO PROMESSA (CALDARO/KALTERN - BZ) “ATHESIS” ALTO ADIGE DOC - CANTINA KETTMEIR Un brut spumante metodo classico tra le montagne Cantina storica dell’Alto Adige che quest’anno compie 100 anni e da 50 anni produce spumanti; inizialmente con Metodo Charmat e poi via via con Metodo Classico. Azienda di riferimento per la spumantistica con una struttura e sede storica da visitare per la bellezza del paesaggio che la circonda. Prodotto con vitigni posti in terreni calcarei e misti ad argilla e sostanza organica; lo spumante è una cuvée di Pinot Bianco 30%, Chardonnay 60% e Pinot Nero 10%, affinata sui lieviti per 24 mesi con sboccatura giugno 2018. Sto parlando di un prodotto da vendemmia 2015, degustato recentemente. Presenta un colore giallo paglierino con riflessi dorati, un perlage finissimo e molto persistente, al naso sentori

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primari ben definiti Cento anni di storia riconducibili a frutta dei quali 50 legati bianca come mela agli spumanti. e pera, fiori di manUna cantina dorla e fiori bianchi; prestigiosa in presenza equilibrata un paesaggio di lievito e crosta di da cartolina pane. Al gusto è armonico, secco e freschezza straordinaria con retrogusto persistente di frutta secca. Quindi, cari amici di Con i Piedi per Terra, non solo Spumanti Metodo Classico blasonati delle nostre zone limitrofe ma, appena fuori Veneto, vini straordinari! Provare per credere. Athesis funziona bene come classico aperitivo, in quanto accompagna bene antipasti leggeri, ma anche a tutto pasto sposando meravigliosamente le ricette di mare, anche se non particolarmente elaborate.


LA RICETTA DELLO CHEF di Gianni Rugolotto del ristorante Hostaria San Benedetto di Montagnana

Tortelloni

ALL’ERBA DI SAN PIERO SU CREMA DI PISELLI

L’

estate porta ad un bisogno di leggerezza e di disimpegno anche in cucina. Porta a piatti colorati, magari tinti di quei colori vivaci che gli orti producono in questa stagione, e il piatto che il ristorante Hostaria San Benedetto propone ai lettori di Con i piedi per terra nasce proprio con quest’intento. La stagionalità del resto è di casa in via Andronalecca a Montagnana. Dunque: piselli, di cui chiunque dovrebbe aver fatto scorta della recente produzione, e un altro ingrediente il cui nome si intona perfettamente con i giorni del calendario di questa stagione: l’erba di San Pietro. Il custode delle chiavi del Paradiso, infatti, viene ricordato il 29 giugno, ma il 30 di luglio

Difficoltà: media

Preparazione: Cottura: 60 minuti 10 minuti

INGREDIENTI per 4 persone Per la pasta all’uovo: • 500gr di farina 00 • 3 uova e 2 rossi d’uovo • 1 cucchiaio d’olio evo Per il ripieno: • 250 gr di ricotta • 1 rosso d’uovo • Erba di San Piero a piacere • 200 gr di piselli • sale, pepe e pangrattato q.b.

si ricorda anche San Pietro Crisologo, che è stato uno dei dottori della Chiesa. Spiegato il gioco di parole, date e aureole che ci è servito per restare in tono con questa parte dell’anno, non resta che scrivere altre due righe per dare qualche informazione su quest’erba assai poco conosciuta. È detta anche erba amara, per via del sapore particolare, simile a quello della menta, ma leggermente amaricante. Ha proprietà medicinali e officinali: è digestiva, disinfettante, cicatrizzante, diuretica e da sempre viene usata in alcune regioni come ingrediente per minestre, nei ripieni o per insaporire pesce e carni. Ecco la ricetta per preparare degli ottimi tortelli con le sue foglie.

LA RICETTA DELLO CHEF Pasta all’uovo: versate a fontana sul piano di lavoro la farina e unite le uova e l’olio, amalgamandole fino a raggiungere un impasto omogeneo. Lasciate riposare l’impasto mezz’ora a temperatura ambiente. Cuocere i piselli, insaporirli con sale, frullarli per creare una crema Per il ripieno: dopo aver setacciato la ricotta, aggiungete l’erba di San Piero tagliata a julienne ed il rosso d’uovo, salate e pepate q.b., amalgamate il tutto, se necessario aggiungete del pangrattato per rendere il ripieno più sodo. Procedete a tirare la pasta fino a raggiungere lo spessore desiderato, tagliate la sfoglia in quadrati della grandezza preferita. Mettere il ripieno al centro della pasta e chiudete per creare un tortellone. Cuocere in acqua i tortelloni, adagiare in un piatto la crema di piselli e posarvi sopra i tortelloni. Decorare a piacere

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CAFFÈ PEDROCCHI E TASTEVIN… IL GALÀ DEI SOMMELIER F.I.S.A.R. Festa di fine corsi e consegna dei riconoscimenti agli iscritti, serata indimenticabile in un luogo che da quasi duecento anni è simbolo di buon gusto ed eleganza Il salone d’onore del Pedrocchi, lo storico caffè detto “senza porte” perché nell’Ottocento non chiudeva mai, è stata la sede della serata di gala e della consegna ai neosommelier FISAR Padova del “tastevin”, il simbolo universale della sommellerie. Oltre cento tra soci e simpatizzanti, corsisti e neosommelier, hanno affollato il 7 giugno scorso lo stupendo salone nobile dedicato a Giacomo Rossini e la terrazza che affaccia sul “listòn” padovano, vivendo una serata indimenticabile in un luogo che da quasi duecento anni è simbolo di

Buon gusto ed eleganza è ciò che un bravo sommelier sa trasmettere nella scelta del vino adatto a ogni occasione, nell’abbinamento con un cibo prezioso, nel modo migliore per servirlo e degustarlo

Tutte le informazioni sono disponibili consultando il nostro sito web www.fisarpadova.it e i nostri social


buon gusto ed eleganza. E buon gusto ed eleganza è ciò che un bravo sommelier sa trasmettere nella scelta del vino adatto a ogni occasione, nell’abbinamento con un cibo prezioso, nel modo migliore per servirlo e

FISAR A PADOVA

A settembre partono i nuovi corsi ad Arquà Petrarca, Padova, Piovese, Saccisica e Badia Polesine

degustarlo. Ecco perché al Pedrocchi ci siamo sentiti a casa. Quale luogo migliore per un’occasione così speciale? FISAR Padova ringrazia il Caffè Pedrocchi per l’ospitalità e il servizio sopraffino e l’inimitabile caffè alla menta, le cantine Astoria, Omina Romana, Punto Zero e Zenato per i loro vini, gli sponsor Hotel Plaza Sensory Pool, Caffè Diemme, SI People, Transpack Group, Lexus Padova di Giuriatti Futuro, Steel Weld srl. Un particolare ringraziamento va ai gruppi Eventi e FISAR Gala che hanno organizzato una così affascinante serata, e a tutti i soci convenuti. Congratulazione a tutti i corsisti e ai neo somme-

Partiranno da fine settembre i nuovi corsi per Aspi-

lier!

rante Sommelier FISAR Padova e saranno dislocati in varie località del Padovano e non solo. Infatti nella zona dei Colli Euganei con precisione ad Arquà Petrarca sarà il Ristorante Miravalle a far da quartier generale al nostro corso di primo livello. Ci si riconferma invece in un’altra zona della provincia di Padova, già collaudata, ed è alla Trattoria Orazio in zona Brusegana. Per quanto riguarda la Saccisica, nei prossimi giorni sarà decisa la location che ospiterà il nostro corso. In provincia di Rovigo è già tutto confermato e si partirà da lunedì 23 settembre all’Osteria del Gallo a Badia Polesine. Potete scrivere un Whatsapp al 351 5522323 o inviare un’email a corsi@fisarpadova.it Vi aspettiamo…


INGIROPIEDANDO di Alessandra Capato

Gin di Caleri

SPIRITO LIBERO DELL’ESTATE Enrico Crivellari è un personaggio poliedrico del Delta e tra le sue imprese c’è la promozione del ginepro che cresce nei dintorni del Giardino Botanico Litoraneo nella forma più british del buon bere sopra i 37 gradi, alcolici

I

l ginepro e alcool di solito siamo abituati a vederli insieme nelle bottiglie di grappa che stanno sulle mensole dietro al bancone di qualche rifugio in montagna. È il classico fine pasto per menù generosi, proteici e calorici. Invece, il ginepro di cui vi voglio parlare in questo numero di Con i piedi per terra è quello che cresce, altrettanto spontaneo, a Rosolina Mare e più precisamente a Porto Caleri. Ovviamente un ginepro, che come quello montano, ha incontrato l’alcol per dare vita ad un delle bevande alcoliche famose oltremanica: il Gin. A questo punto posso capire un vostro giramento di testa, ma è lo stesso che mi ha portato a rintracciare l’autore di questa particolare produzione. Un gin polesano? Impossibile resistere alla curiosità di andare a cercare chi ha avuto un’idea tanto originale. Ed effettivamente Enrico Crivellari è conosciuto per essere una persona piuttosto perticolare, insieme alla compagna Silvana Marangon, si è buttato anima e corpo nella valorizzazione del ginepro e del gin. Una produzione che grazie a loro ho scoperto essere italianissima, altro che leoni d’Oltremanica, e piuttosto antica. Le origini infatti vanno ricercate nel XVII secolo a Salerno presso la Scuola Medica Salernitana. La medicina del tempo, o meglio la ricerca, era in mano ai monaci che nei loro studioli preparavano elisir e ricette per il conforto alla vita. E il gin fu tra queste. Lo scopo era quello di ottenere una

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bevanda che trasmettesse le proprietà mediche del ginepro, per fare una medicina che fosse facilmente trasportabile e fruibile durante tutto l’anno. Evidentemente, però, era troppo buono per restare una medicina. Diventò poi il classico bicchierino per nonne e casalinghe inglesi disperate, un drink pomeridiano delle soap opera, e oggi, invece, è giustamente il distillato in più rapida ascesa tra gli spiriti dell’estate.

Solo il ginepro maschio produce le bacche che vengono utilizzate nella produzione del gin


INGIROPIEDANDO Allora Enrico Crivellari, da dove nasce quest’idea di un gin in Polesine? “Tutto parte da lontano, dai tempi in cui frequentavo l’istituto alberghiero di Adria. Ho avuto la fortuna di avere due ottimi insegnanti, Nonnato e Passarella, e tra le cose che ho imparato c’era anche la storia del gin. Poi negli anni ho incontrato un esperto di scienze forestali che mi ha incuriosito con i suoi racconti sul ginepro e di due esperienze ne ho fatta, una che è anche un modo per valorizzare il nostro territorio”. Quante persone ci sono dietro a questo progetto? “Ho un bel gruppo di lavoro. Un grosso aiuto lo ho avuto da un gruppo di ragazzi di Rosolina che hanno capito subito l’originalità di questa iniziativa e l’irripetibilità dell’esperienza. Quindi è anche merito loro se sono riuscito a realizzare quello che avevo in mente. Un grazie a Marco Campagnolo direttore del giardino botanico di Caleri per i suoi preziosi consigli. E poi l’immancabile supporto di Silvana Marangon con la quale divido la vita e l’attività. Insieme siamo sempre alla ricerca di migliorarci. Di migliorarci sempre in quello che facciamo”.

Si dice che il gusto del gin sia la “giusta via per il buonumore” ovviamente senza eccedere. Provi a descriverci il sapore quali sono le note che arrivano al palato? “Il nostro gin ha dentro il mare, i profumi sono quelli della nostra terra. Il ginepro crescendo in prossimità del mare ha un singolare sapore dato dalla salsedine. Qui nel Delta il ginepro e autoctono. È resistente all’aridità, cresce in forme strane, ha bisogno di molta luce, sopporta siccità e alte temperature. Ha una foglia aghiforme e coriacea che riflette i raggi solari. Fa parte delle piante aromatiche e produce resine e oli essenziali. Si usa in cucina con la cacciagione. Le bacche che usiamo per la produzione sono solo quelle di ginepro maschio, la femmina non le produce, profumatissime quando sono di colore bluviola”.

Le origini del gin sono da ricercare nel XVII secolo a Salerno presso la Scuola Medica Salernitana. La medicina del tempo, o meglio la ricerca, era in mano ai monaci che nei loro studioli preparavano elisir e ricette per il conforto alla vita

Enrico Crivellari con la compagna Silvana Marangon e il gruppo di ragazzi del team Gin di Caleri

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“Prima di colazione non bevo mai nulla di più forte del gin” - diceva William Claude Fields - il Gin di Caleri, invece, quando e come va bevuto? “Eviterei la mattina, ma è l'ideale come aperitivo o come drink. Accompagnato con due diversi tipi di acqua tonica è perfetto quando è essenziale, perché vengono valorizzati gli ingredienti di qualità usati per la produzione. Per il come, invece, esistono dei bicchieri, dei tumbler, che ho trovato ad un mercatino dell’antiquariato. Probabilmente facevano parte della dotazione di bordo della Marina Militare e appena li ho visti ho pensato fossero ideali. E poi è un omaggio a mio padre che tuttora lavora nell’attività di famiglia e che da giovane è stato sottufficiale proprio in Marina ma soprattutto un palombaro.

Il tumbler della Marina Militare che è diventato il bicchiere ufficiale per servire il Gin Caleri

La preparazione come avviene e dove? "Noi produciamo un gin di eccellenza. Si tratta di un “compound”. Praticamente solo le bacche vengono immerse in infusione in alcol d’orzo di straordinaria qualità. Il gin in questo modo è estratto a freddo, non attraverso il classico alambicco, e mantiene intatta la bacca. Ad occuparsene sono i laboratori dell’azienda Mistico Speziale di Reggio Emilia”.

Accompagnato con due diversi tipi di acqua tonica è perfetto quando è essenziale, perché vengono valorizzati gli ingredienti di qualità usati per la produzione

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Lei ha fama di essere un “personaggio” da queste parti. Un collezionista, un appassionato di motori, ma anche un inventore e un grande amante del mare. Ha qualcosa di nuovo che le frulla per la testa? “Ho in mente di realizzare una moto speciale e farla recapitare a un divo americano molto conosciuto che ama le moto. Non se lo vedremo girare da queste parti. Il mare è davvero una mia grande passione: quasi tutti i giorni alle sei di sera vado a farmi una nuotata di un paio d’ore. Così mi vengono le idee. La prossima è davvero visionaria ma ci riuscirò. Per ora non rivelo nulla ma ha che fare con il casco di un palombaro”.


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LA COSTANTE CRESCITA DELLA DOP ECONOMY IMPEGNA I CONSORZI DI TUTELA E I COMUNI IN NUOVE AZIONI PER LA PROMOZIONE DEL TERRITORIO

Nasce la Strada del Radicchio di Chioggia Igp Termini come DOP e IGP ormai travalicano il mero contenuto riferito ai prodotti tipici e sono diventati sinonimi di Territorio, Paesaggio, Cultura e rientrano tra gli indicatori che determinano le scelte di chi parte per le vacanze Se c’è un settore che sta bene in Italia è quello della Dop Economy. Ossia l’economia prodotta dai marchi di denominazione, DOP e IGP, che identificano le produzioni alimentari e vitivinicole delle varie aree del Bel Paese. I dati forniti dal XVI Rapporto Ismea Qualivita parlano di una continua crescita che nel 2018 ha raggiunto 1,5 miliardi nella produzione e 8,8 miliardi nell’export, rappresentando il 21% delle esportazioni agroalimentari Made in Italy. Una crescita che tuttavia è destinata a influenzare anche altri settori dell’economia e apre nuovi scenari di azione per i Consorzi di tutela. Uno su tutti

Cresce l’economia legata ai prodotti a marchio, il Rapporto Ismea Qualivita 2018 indica che ha raggiunto 1,5 miliardi nella produzione e 8,8 miliardi nell’export, rappresentando il 21% delle esportazioni agroalimentari Made in Italy

quello turistico. Anche in questo caso sono i numeri a parlare chiaro: nel 2018 il 45% di chi si è messo in viaggio per turismo lo ha fatto prendendo in considerazione o digitando sul browser del proprio computer parole come DOP o IGP per scegliere la meta di destinazione. I due acronimi, infatti, ormai travalicano il mero contenuto riferito ai prodotti tipici, e sono diventati sinonimi di Territorio, Paesaggio, Arte e Storia. I prodotti tipici, infatti, non sono generiche produzioni apolidi figlie della chimica, ma forme commestibili della terra e della cultura che li ha prodotti. E nel tempo i contenuti relativi alla produzione sono diventati anche gli elementi che caratterizzano un distretto. Insomma questo tipo di merce si è dimostrata uno strumento fondamentale per creare una nuova toponomastica e un bacino di informazioni utili anche per chi si sposta con fini turistici. Andare nella “terra” della Pasta di Gragnano IGP, significa andare in Campania, così come an-


CHIOGGIA

La Strada del Radicchio di Chioggia Igp

Brenta Adige Rosolina Mare

lli

ROSOLINA

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Laguna Caleri

Po di Levante Po di Maistra

L’itinerario si sviluppa a ridosso della linea di costa dalla Laguna Sud al Delta del Po, toccando i comuni di:

PORTO VIRO

Po di Pila

PORTO TOLLE

Po di Tolle

• CORREZZOLA

• ROSOLINA

• CODEVIGO

• LOREO

• CONA

• PORTO VIRO

• CAVARZERE

• ARIANO

• CHIOGGIAÙ

• TAGLIO DI PO

All’area di produzione del Radicchio di Chioggia IGP appartengono 10 comuni delle provincie di Venezia, Padova e Rovigo

Po di Gnocca Po di Goro

dare nella “terra” del Salame di Varzi Dop significa raggiungere l’Oltrepò Pavese. L’enogastronomia del resto è diventata il primo driver economico delle vacanze. Cresce di anno in anno il numero di chi nel suo tempo libero si sposta per visitare frantoi, cantine, pastiere o per trovare i migliori ristoranti che propongono i prodotti del territorio. Erano il 21% tre anni fa, nel 2018, sono diventati il 48% alla ricerca di musei del gusto, strade del Vino e dei Prodotti Tipici, Agrichef e Agriturismi. Si tratta di numeri impressionanti, soprattutto in un’Italia fanalino di coda nella crescita economica, che impegnano i Consorzi di tutela nella ricerca di strumenti, sinergie e strutture che possano accompagnare questa crescita in modo sempre puntuale puntando decisi su concetti come “sostenibilità”. “ricerca”, “educazione”, “salute” visto che sono i valori che i consumatori, come i turisti, cercano.

L’unicità e l’irriproducibilità del Radicchio di Chioggia Igp deriva sicuramente dalla storia evolutiva del prodotto, ma soprattutto dagli aspetti pedoclimatici e minerali del territorio. Gli orti in cui si coltiva il Radicchio di Chioggia hanno origine dalle rocce arenarie che i grandi fiumi come il Po, l’Adige e il Brenta hanno portato dalle Alpi fino all’Adriatico. Terre che hanno iniziato ad ospitare uomini e comunità, a richiamare altre civiltà come quella Greca, Etrusca, dei Veneti Antichi e Romana, che hanno lasciato trecce indelebili nell’odierno landscape del territorio, nel modo di gestirne le peculiarità fino a diventare forme della cultura locale. Questa terra, questa bellezza e questa cultura sono le attrazioni che il percorso invita a visitare.


Il Radicchio di Chioggia IGP grazie alla sua riconoscibilità internazionale può diventare il trait d’union turistico di un territorio diviso tra: Venezia, Padova e Rovigo. Tre provincie, in cui ricade l’area di produzione, che non sono mai state unite se non, appunto, nel colore rosso intenso degli orti in cui cresce il loro prodotto più rappresentativo. Il celebre Radicchio di Chioggia, insomma, potrebbe dare un nuovo nome a questa terra, il suo, e raccogliere, come del resto già fa ora mantenendone traccia nei propri valori organolettici, le peculiarità geomorfologiche di questa terra giovane sospesa tra terra e acqua, la millenaria storia, il valore paesaggistico e la tradizione delle genti che vi vivono. E se il prodotto è già conosciuto, un po’ meno lo sono alcune parti del territorio di produzione, seppur attraenti come pochi altri posti al mondo e decisamente uniche. Per farle conoscere serve lo strumento che per antonomasia attraversa i luoghi, ossia una strada. Ed è questo il progetto al quale sta lavorando il Consorzio di tutela del Radicchio di Chioggia Igp. Dopo 10 anni di incessante lavoro speso nella tutela e nella promozione del celebre “Principe Rosso” oggi l’im-

▶ MARTEDÌ A Venezia navigando in Laguna, escursione in pullman e motonave. I profumi del bosco in riva al mare, escursione a piedi ▶ MERCOLEDÌ Aperitivo al tramonto, escursione guidata in battello con degustazione Birdwatching nel Parco del Delta, escursione in minibus ▶ GIOVEDÌ Navigando negli orti d’acqua, escursione guidata in battello I profumi del bosco in riva al mare, escursione a piedi ▶ VENERDÌ Una pedalata sulla via delle Valli, escursione guidata in bicicletta

pegno si estende anche al suo regno. La strada del Radicchio di Chioggia Igp, infatti, è la concreta opportunità che permetterebbe di integrare all’offerta turistica già esistente, tra Chioggia, Rosolina e Porto Viro, altre forme di visitazione, necessariamente lente quel tanto da permettere di scoprire, vivere e godere le tante bellezze artistiche e paesaggistiche della Laguna Sud e del Delta del Po. Un percorso, o più percorsi, fuori dalle ordinarie vie di comunicazione, che portano nei luoghi più riposti della campagna, tra dune fossili, casotti e casoni dal tetto di canna, giardini litoranei, musei e i tanti ristoranti che custodiscono le tradizioni enogastronomiche locali. “L’area di produzione del Radicchio di Chioggia Igp - spiega il presidente del Consorzio di tutela, Giuseppe Boscolo Palo - è una terra ricca, generosa nel dare sostanza al nostro Radicchio, ma può dare ancora molto in termini di fascinazione e qualità della vita. I valori nutraceutici e nutrizionali del Radicchio di Chioggia Igp arrivano dalla terra e quindi se il radicchio fa bene alla salute lo stesso bene lo può dare anche l’area di produzione”.

ESCURSIONI SETTIMANALI a Rosolina dal 25 giugno al 10 settembre

Per scaricare i programmi completi delle escursioni visita il sito http://www.comune.rosolina.ro.it o inquadra con il tuo cellulare il Qr-code qui a fianco


Rosolina, la grande sfida del turismo lento L’idea di una Strada del Radicchio di Chioggia piace al comune di Rosolina, in quanto sta portando a compimento una serie di interventi rivolti al cicloturismo e all’escursionismo Tra solo cinque anni potremmo vivere Rosolina, e il suo territorio, in modo molto diverso rispetto a quanto avviene oggi. Il comune del Delta Polesano, infatti, ha dato avvio ad una serie di interventi infrastrutturali e di sistemazione a sostegno della visitazione lenta che andrà a completare e ad integrare il turismo balneare. A Rosolina, insomma, oltre alle spiagge c’è di più… molto di più… un patrimonio sul quale l’Amministrazione comunale ha già iniziato a scommettere. “Non va dimenticato - spiega l’assessore al Patrimonio, all’Agricoltura e all’Ambiente, Stefano Gazzola - che, al Delta del Po, l’Unesco ha riconosciuto nel 2015 lo status di Riserva di Biosfera (MAB - Man and Biospere) e questo riconoscimento ha come obiettivo il perseguimento di uno Sviluppo Sostenibile, è questa la sfida che vogliamo vincere”. Del resto il territorio di Rosolina è un ambiente a dir poco unico, plasmato dagli elementi, come l’acqua, e dal lavoro, durato millenni, dell’uomo. Spiagge, dune fossili, orti, valli da pesca contribuiscono alla complessità del Delta del grande fiume e possono costituire motivo e stimolo di interessi turistici. “Via Valli - continua l’assessore rappresenta il perfetto rapporto che l’uomo più raggiungere con la natura, un ambiente che ai più sembra naturale, popolato dai fenicotteri rosa, in realtà è un sistema di pesca e di allevamento che produce economia.

Le Valli sono i nostri orti di mare e su questa straordinaria via stiamo investendo inserendo punti di avvistamento, altane e terrazze, per il birdwatching e aree attrezzate per le scampagnate. Anche la ciclabile del Museo diffuso delle dune fossili, che attraversa proprio gli orti del Radicchio di Chioggia e delle altre produzioni locali, è in esecuzione. Questa è una via strategica in quanto si collega alla destra Adige, ossia alla ciclovia che dal centro Europa permette di raggiungere l’Adriatico”. E proprio sul fronte dei collegamenti anche il progetto di fattibilità per la realizzazione di un nuovo ponte sull’Adige, permetterà di spostarsi in modo diverso in questo territorio. “L’idea - spiega il Sindaco di Rosolina, Franco Vitale, nonché referente Area interna Contratto di Foce, Delta del Po - è quella di creare un passaggio sul fiume sfruttando lo sbarramento antintrusione salina, verso la foce. Questo nuovo passaggio permetterà di collegare Sottomarina a Rosolina Mare e, grazie al traghetto sul Po di Levante, raggiungere anche Porto Viro e proseguire lungo costa verso Porto Tolle nell’estremo Delta”. Attorno a questo tipo di mobilità si sta creando un nuovo indotto turistico legato al bici-noleggio, alle escursioni, alle gite in motonave, alle nuove possibilità di esperire il paesaggio come bere un aperitivo al tramonto, seduti sul ponte di una piccola barca.


PAESAGGI DI CARTA di Mauro Gambin

SCRITTORI E MITO NEL DELTA DEL PO L’opera di Diego Crivellari: un dizionario letterario e sentimentale per raccontare una civiltà

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ei territori vasti, dove il panorama non da riferimenti precisi, per orientarsi servono le carte. E Diego Crivellari queste carte le ha messe in fila. Non carte topografiche, mappe, ma fogli scritti, pagine di libri, pensieri e osservazioni di autori, che lungo tutto il Novecento hanno guardato e raccolto le vibrazioni che arrivano da una terra: il Delta del Po. Serviva questo punto di vista. Serviva dopo quello dei registi del Neorealismo e non, che di questa grande area umida ne hanno fatto un set e un protagonista, e dopo quello dei fotografi, come Gianni Berengo Gardin o Luigi Ghirri che ne hanno immortalato il profilo, serviva un dizionario, un vocabolario che attribuisse alle immagini significato e valore. Ecco appunto: Scrittori e mito nel Delta del Po è una grande opera di raccolta e organizzazione di sguardi, quelli di autori importanti, scrittori e giornalisti, dei luoghi (perché ci sono passati o ci sono vissuti) come Corrado Govoni, Gian Antonio Cibotto, Riccardo Bacchelli, Guido Piovene, Mario Soldati o Paolo Rumiz che hanno lasciato la loro testimonianza, alta, più alta degli argini che dividono la terra dell’acqua. Ne uscita un’enciclopedia che raccoglie tutto, dalla A di Aironi alla Z di Zanzare, facile da consultare e da leggere e che dalle forme visibili si estende a tutto quello che nel Delta è poco più di un’increspatura dell’acqua a molti

Corrado Govoni

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Gian Antonio Cibotto

Riccardo Bacchelli

• Editore: Apogeo Editore • Collana: I salici • Anno edizione: 2019 • Pagine: 196 p., Brossura impercettibile. Come il carattere della gente che vive tra fiumi, valli e lagune e ne trattiene il riverbero, la resilienza che Francesco Permunian definisce “paludismo psichico”. Perché questa terra non è terra da molto e mantiene la memoria dell’acqua, della vita precedente come se non se ne fosse staccata dal tutto. E il transito crea una sospensione, il non definito un’incertezza tra abbaglio e illusione che genera lentezza. L’ambiente continua a lasciare la sua piega anche sugli uomini, determinandone il carattere e attuando la selezione della specie. Ed è questo costante attraversamento che viene raccontato dal libro, il trasbordo tra un luogo e l’altro, il passaggio da un elemento all’altro, il prima e il dopo di date spartiacque, come l’alluvione del ‘51, imbattendosi in quegli elementi che solo qui si incontrano perché non possono vivere nell’altrove. Pesci, uomini, disgrazie, desideri posseduti dalla stessa anarchia, riottosa all’arrendersi e al sottostare all’altro, che creano un paesaggio scomposto e diviso, ma allo stesso tempo una Civiltà cerniera tra il Veneto e l’Emilia, battezzata con l’ac-

Giuido Piovene

Mario Soldati

Paolo Rumiz


Foto di Roberto Marangoni

PAESAGGI DI CARTA

qua del Po. Il ri-conoscere è la funzione che Diego Crivellari attribuisce alla sua opera. Il libro ha lo stesso valore utilitaristico che può avere una bussola che oltre agli spazi indica il magnetismo delle epoche: dall’Adria antica alla Pomposa Medievale e dal sogno di Mesola rinascimentale a quello odierno, post Polesine Camerini e all’industria di stato, per riscoprire quel mito che dalla caduta di Fetonte forse non ha più riguadagnato le ali e il cielo e che oggi invece è obbligatorio reinventarsi.

DIEGO CRIVELLARI Ha studiato nelle università di Padova e Bologna. È stato consulente editoriale, amministratore pubblico e deputato della Repubblica. Attualmente vive a Rovigo ed è docente di ruolo nelle scuole superiori.

IL POLESINE NELLE FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN

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LA MEMORIA DI CARTA di Roberto Soliman

“STUDIARE?

ALÒRA A NON TE GHÈ MIA VOJA DE LAORÀRE I CANPI!”

Questo era il pensiero comune, fino a mezzo secolo fa, verso chi, figlio di contadini, tentava di avere un “Pezzo di Carta”, reo di togliere “Braccia all’agricoltura”. Inoltre, in cinque “maturandi” di allora, siamo andati in ritiro “prima degli esami” a Sottomarina, senza soldi, perché con l’afa e i lavori nei campi a casa non si poteva studiare! È stato il nostro “Rural ‘69” indimenticabile! E siamo stati pure promossi!

P

ensando a tutti gli studenti che si apprestano a sostenere in questo inizio estate gli esami di maturità, non posso non andare con il ricordo ai miei tribolati esami, raggiunti faticosamente mezzo secolo fa dopo anni di studio-lavoro: studio nel tavolo multiuso della cucina di casa e lavoro nei campi e nella stalla della corte dove sono nato. Figlio unico di padre con problemi seri di salute, ho dovuto aiutarlo fin da bambino nei lavori anche pesanti che non doveva e non poteva fare, pur di mantenere un equilibrio nella famiglia patriarcale che mi ha generato. E mia madre faceva altrettanto, lavorando sia nei campi che in casa! Di conseguenza io ero deputato a perpetuare un mondo rurale fermo da secoli, con le sue ataviche certezze, con una povertà diffusa ma dignitosa, con i divertimenti a chilometri zero, ma anche con le sue

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difficoltà di convivenza nel microcosmo che erano le famiglie patriarcali gravitanti in una corte. In queste la tua vita non è quella che ti tramandano i genitori, ma è “la vita della corte”, con regole non scritte ma inesorabili: non ricordo che mio padre mi prendesse sulle ginocchia da bambino, non poteva farlo perché


LA MEMORIA DI CARTA C’era “un altro mondo”, un modo di vivere più aperto, anche se più incerto della monotonia ripetitiva della vita della corte il ruolo dell’uomo ne sarebbe risultato sminuito. Nelle corti contadine tutti avevano diritto di parola, di consiglio e di giudizio, come se si trattasse di un ente precostituito, una cellula di secondo livello della società. Intanto, mentre guidavo faticosamente il pesante trattore, allora senza servomeccanismi, lungo le capezzagne polverose, pensavo a che cosa lo faceva muovere, a come era fatto dentro, non mi bastava trainare il carro con un ammasso di ferro e ghisa al posto delle mansuete vacche, desideravo conoscere come funzionava! E inoltre, le ferie estive da noi in campagna dei cugini di città mi facevano capire che c’era “un altro mondo”, un modo di vivere più aperto, anche se più incerto della monotonia ripetitiva della vita della corte. Così, tra l’indifferenza famigliare e locale sono diventato uno che “non ha voglia di lavorare i campi”, anche se tutte le ore libere, domeniche comprese, erano dedicate ad aiutare la famiglia in questi lavori! E anche altri quattro amici hanno fatto questa scelta che ci condannava sempre senza soldi, a girare in bicicletta, mentre i nostri coetanei disponevano già del motorino e frequentavano i primi locali da ballo con juke-box.

diventati loro stessi furbescamente “Sistema”. Arrivati al tempo degli esami di maturità (allora si svolgevano dal primo di luglio), noi cinque amici tentavamo La Fiat 600 “Sabrina” cardi recuperare le materie rozzata Fissore. La prima tralasciate durante l’anno, multipla a sei posti studiando nei giorni che andavano dalla fine dell’anno scolastico alla “Grande Prova”! Alla sera ci incontravamo, seduti sulla sponda del “zelèse”, per fare il punto della situazione ma, tra il caldo afoso della bassa, il frumento da mietere e tanti lavori nei campi che ci distoglievano, abbiamo pensato che nelle nostre case non si poteva studiare! Così abbiamo deciso di andare in ritiro, magari per poco e, data la situazione delle nostre tasche, abbiamo scelto di isolarci a Sottomarina per alcuni GIORNI PRIMA DEGLI ESAMI!

Intanto gli anni passavano fra sudati studi e aiuto nei campi, apprensivi colloqui dei genitori con gli insegnanti, scioperi incompresi per noi di campagna, dato che la campagna non fa mai sciopero Scioperi degli studenti durante il ‘68

Intanto gli anni passavano fra sudati studi e aiuto nei campi, apprensivi colloqui dei genitori con gli insegnanti, spostamenti in bicicletta fino allo “stallo” (la custodia delle bici), pullman, percorsi veloci a piedi fino alla scuola, pranzi divorati a tarda ora, scioperi incompresi per noi di campagna, dato che la campagna non fa mai sciopero, del ‘68 politico contro il “Sistema”, dove gli studenti più facinorosi, da adulti, sono

Siamo partiti di pomeriggio, chi in corriera, chi trasportato da un parente per risparmiare i soldi del biglietto! Ci siamo portati i libri delle materie più ostiche, dandoci appuntamento davanti ai Bagni Clodia. Quelli del passaggio in auto sono arrivati dopo un’ora, perché alla vecchia Fiat 600 “Sabrina” carrozzata Fissore, bolliva di continuo l’acqua del piccolo e stanco motore per una grande carrozzeria a sei posti. Ricomposto il gruppo abbiamo sondato i prezzi

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LA MEMORIA DI CARTA

Sottomarina negli anni ‘60

per l’affitto di una camera per qualche giorno, ma eravamo fuori budget! Finalmente abbiamo trovato un alloggio giusto per noi: un box in lamiera zincata, montato su una terrazza al quinto piano di un palazzo, con cinque brandine accostate e materassi senza lenzuola a 10.000 Lire per tre giorni! Avevamo anche a disposizione un rubinetto con l’acqua e un tavolino con sedie. Queste lamiere al sole non ti lasciavano dormire dal caldo, perciò ci alzavamo alle sei del mattino, andavamo in spiaggia a camminare, a ridere e scherzare fino a mezzogiorno. Dopo il pranzo ci riposavamo un po’ in terrazza, per ritornare in spiaggia fino a ora di cena. Poi ci facevamo belli per andare a camminare sul Lungomare e tentare di conoscere qualche ragazza e a vedere le persone che andavano a ballare, o a cena, ma senza entrare nei locali perché dovevamo tenerci i soldi per la corriera, al ritorno. Verso l’una di notte tornavamo nella nostra “suite”, dormivamo poche ore senza lenzuola e senza federe, per tornare in spiaggia la mattina presto. I libri sono rimasti nel box, solo Adriano, il più bravo a scuola, si è portato i libri in spiaggia, ma sono rimasti nella sabbia, al sole! A quel tempo solo uno di noi aveva “mezza morosa”; nei giorni al mare abbiamo conosciuto qualche “tosa”, ci siamo scambiati gli indirizzi ma tutto è finito lì. Per i pranzi e cene, sempre per il problema economico, siamo andati a far spesa in un negozietto comperando scatolette di tonno e di fagioli cannellini, pane, vino frizzantino, cinque bic-

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chieri, cinque forchette e cinque piatti di plastica, che dopo lavavamo per il riutilizzo. Dopo pranzo Adriano, che purtroppo ci ha lasciato da poco per un tumore, fumava una sigaretta e aveva l’abitudine di spegnere la cicca nel piatto. Ma il piatto era di plastica e così lo ha bucato, e per il resto del nostro “ritiro” ha mangiato direttamente dalle scatolette! Siamo tornati a casa con i soldi finiti, siamo andati a fare gli esami, siamo stati tutti promossi, Adriano con bei voti, noi con una pedata sul didietro, qualcuno è andato a militare, io e Adriano no, abbiamo fatto lavori diversi in posti diversi, ci siamo sposati, avuto figli e qualcuno anche nipoti, è passato mezzo secolo ma il ricordo di quei giorni irripetibili ci segue sempre e sono convinto che anche Adriano da Lassù sorrida, lui che era sempre serioso, per quei giorni fantastici!

Esami anni ‘60


AMICI CON LE ALI di Aldo Tonelli

dell ’allodola IL CANTO MELODIOSO

SI STA TRASFORMANDO IN UN GRIDO DI DOLORE Molti scrittori e poeti si sono ispirati a questo piccolo uccello, spesso ritenendolo un vero e proprio messaggero, e ora la progressiva assenza del suo canto nelle nostre campagne rivela i precari equilibri di cui è vittima l’ecosistema

L’

allodola, in dialetto lodoea quando è in migrazione e caandra quando nidifica, era uno degli uccelli più comuni delle nostre campagne, ma a causa della caccia e dei problemi legati ai suoi habitat naturali rischia di scomparire per sempre. Piccolo uccello di colore bruno, molto mimetico sul terreno, spesso con piccola cresta sul capo ma da non confondere con la Cappellaccia, altra specie simile, è vivace e riconoscibile, invece, per il suo canto cristallino emesso in volo, specie alle prime luci del giorno. Da sempre ha ispirato gli artisti e proprio per questa

sua caratteristica, quasi magica, le sono state dedicate leggende, favole e poemi. Nella mitologia nordica l’Allodola era la custode dei campi e del grano e gli antichi, affascinati dal suo volo rapido e ascensionale, la credevano messaggera degli dei, capace di unire terra e cielo. Anche gli antichi testi indiani indicano l’Allodola come esempio di saggezza e spiritualità: in sanscrito il suo nome significa “colui che canta”. Plutarco narra che l’isola di Lemno era in grave pericolo per un’invasione di cavallette ma le allodole salvarono gli uomini mangiando le uova degli insetti e diven-

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AMICI CON LE ALI tando uno dei simboli del bene che sconfigge il male. Nel Medioevo simboleggiava sia Cristo che sale in cielo, sia il monaco che si eleva sugli altri tramite la preghiera. San Francesco parlava con gli uccelli della bellezza del creato e secondo una leggenda raccontata da San Bonaventura di Bagnoregio alla morte del Santo centinaia di allodole volarono sopra la sua casa, nonostante fosse notte inoltrata, per ricambiarlo dell’affetto ricevuto. Dante nel Paradiso ne descrive il comportamento e i poeti romantici non potevano restare indifferenti allo splendido volo: Shelley le dedica il poema “To a Skylark”. Baudelaire invidiava all’Allodola la capacità di levarsi sopra il mondo e capirne i segreti mentre nella pittura celebre è il quadro di Van Gogh “Campo di grano con allodola”. Tra tutti i poeti, quello più ispirato dal volatile canoro è sicuramente William Shakespeare, definendola la “messaggera dell’alba” e le dedicò uno dei passi più celebri di Romeo e Giulietta. La notte sta per finire, l’alba sorprende i due giovani amanti che, abbracciati, non si vogliono separare: “Il giorno è ancora lontano. È stato l’usignolo, non l’allodola, che ha colpito l’incavo del tuo orecchio timoroso. Canta ogni notte, laggiù, su quell’albero di melograno. Credimi, amore, era l’usignolo. No, cara Giulietta, era l’allodola, la messaggera dell’alba”. Purtroppo è molto “amata” anche dai cacciatori che la uccidono utilizzando cartucce più pesanti delle allodole stesse e spesso ignorando le limitazioni imposte dalla legge. In Europa l’Allodola è diminuita di quasi il 50% e solo in Italia quasi due milioni di allodole sono abbattute ogni anno, molte volte coinvolgendo nella strage specie simili ma protette come la Pispola. Questo in una situazione già drammatica che l’allodola vive, messa in ginocchio dall’agricoltura

Allodole d’inverno

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Una leggenda di San Bonaventura di Bagnoregio ricorda che alla morte di San Francesco centinaia di allodole volarono sopra la sua casa, nonostante fosse notte inoltrata, per ricambiarlo dell’affetto ricevuto

Il mimetismo dell’allodola

intensiva che sta privando la specie degli ambienti riproduttivi e delle aree in cui svernare. E così, il canto delizioso dell’allodola si sta trasformando in un grido di dolore, in una richiesta di aiuto. Quale nidificante sul terreno, dipende strettamente da un’attenta gestione del suolo, per riprodursi necessita soltanto di sei settimane scarse: 3-4 giorni per la costruzione del nido, 4-5 giorni per la deposizione delle uova, 11-12 giorni per la cova e 18-20 giorni per l’allevamento dei nidiacei. I pesticidi stanno causando nelle campagne il declino delle popolazioni di volatili e in molti casi si


AMICI CON LE ALI

L’Allodola insieme a due altre specie consimili: la Pispola al centro e la Cappellaccia a destra. Anch’esse rientrano nella mattanza praticata dai cacciatori pur essendo non cacciabili, ogni anno milioni di questi piccoli uccelli vengono abbattuti

parla di una diminuzione di due terzi degli esemplari. Alcuni studiosi prevedono un declino ancora peggiore per i prossimi anni se non si pongono seri rimedi a questo problema e i dati mostrano che negli ultimi dieci anni dozzine di specie hanno visto ridotto, in maniera esponenziale, i propri esemplari. Uccelli prima molto comuni nei campi come la Sterpazzola, il Saltimpalo, l’Allodola e altre specie, si sono ridotti di almeno un terzo, la popolazione della Pispola ha subito addirittura un calo addirittura del 70%. Come detto, il principale colpevole di questa strage è l’uso eccessivo di pesticidi soprattutto sulle monocolture di grano e mais ma non è solo un effetto diretto: l’effetto ancor più su cui riflettere è legato alla diminuzione del cibo di cui si nutrono gli uccelli nel momento riproduttivo cioè gli insetti. La catena trofica sta collassando, insetti, uccelli, predatori tutto sta per

I pesticidi stanno causando nelle campagne il declino delle popolazioni di volatili e in molti casi si parla di una diminuzione di due terzi degli esemplari. Mancando gli insetti vengono a mancare anche le risorse alimentari essere trascinato nell’incredibile stupidità umana che non vuole comprendere o non vuole più vedere in faccia la verità. È ovvio però che la tendenza è comune a tutto il resto d’Europa: la situazione non è ancora irreversibile ma tale questione se non viene concretamente affrontata rischia di sfuggirci di mano per sempre, con buona pace degli equilibri dell’ecosistema.

La cresta dell’Allodola e della Cappellaccia

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SCOPRIRE IL TERRITORIO a cura della redazione

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Provincia di Padova

A SPASSO NELLE TERRE DEI CARRARESI

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Comune di San Pietro Viminario

tra arte, paesaggio e prodotti tipici

A WALK IN THE LANDS OF THE CARRARESI between art, landscape and typical products

THINK! soluzioni creative

U

Comune di Pernumia

A SPASSO NELLE TERRE DEI CARRARESI

Tra arte, paesaggio e prodotti tipici n progetto di promozione e visitazione del territorio realizzato da Speak Out e sponsorizzato da alcune aziende del territorio. Un modo per raccontare la ricchezza di questa terra e proporre quattro itinerari per conoscerla meglio sia nei suoi aspetti culturali e paesaggistici, ma anche come centro per gli acquisti di prodotti tipici, vista la presenza di tante storiche aziende dai marchi di assoluta qualità. La terra dei Da Carrara, del resto, è sempre stata ricca. Sotto questa dinastia il territorio conobbe la massima espansione territoriale e la loro corte richiamò i più insigni artisti dell’epoca trasformandola in una della capitali intellettuali e politiche del tempo. Un passato che ancora leggibile attraverso la storia conservata in forma di museo diffuso e rintracciabile anche nei tanti prodotti che il territorio offre, per questo questa pubblicazione va letta anche in chiave di opportunità di “shopping” emozionale e dinamico.

Comune di Comune di Comune di Comune di Comune di Comune di Albignasego Cartura Casalserugo Conselve Due Carrare Maserà

Pubblicazione realizzata da Speak Out Srl editori di “Con i piedi per terra” Publication realized by Speak Out Srl publishers of “Con i piedi per Terra”

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Una cartina in due lingue collegata al web da un QR Code, per le proposte di itinerario, roadmap e le schede di presentazione dei siti di interesse storico, architettonico e paesaggistico dell’area a Sud della città di Padova alle pendici dei Colli Euganei. Nonché le aziende aperte per lo shooping e le loro proposte merceologiche


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PERCORSO DELLA FEDE

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VILLA MOLIN CHIESETTA DEI FERRI CHIESA DI POZZOVEGGIANI

CAPPELLA DEGLI OBIZZI

VILLA SALOM

CHIESA DI SAN FIDENZIO

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1 GD CENTRO TELEFONIA PIEVE SANTA MARIA

MASERÀ - ALBIGNASEGO - PONTE SAN NICOLÒ - BASSANELLO - MASERÀ L’itinerario conduce alla scoperta di quei luoghi di culto nei quali la bellezza viene messa al servizio dello spirito. Sant’Antonio è una figura importante per la città di Padova, ma il territorio circostante conserva testimonianze e luoghi della fede altrettanto significativi e meritevoli di essere conosciuti. Magari partendo dalla pieve di S. Maria a Maserà di Padova, dove sono ancora visibili le fondamenta dell’antica chiesa romanica risalente al 970 d.C., per raggiungere poi la Cappella degli Obizzi di Albignasego che conserva i cinquecenteschi affreschi a firma di Stefano d’Arzere e arrivare alla chiesetta altomedievale di S. Michele Arcangelo a Pozzoveggiani, raro esempio di architettura carolingia. Il paesaggio offre scorci non meno contemplativi, grazie a vie che scorrono su argini è possibile una visione “sopraelevata” della campagna padovana e scorgerne la bellezza fino all’orizzonte, quando non più spesso incontrare autentici capolavori dell’architettura, come lungo la strada sulla sponda sinistra del Canale Battaglia dove, all’altezza di Mandriola, sorge l’aristocratica Villa Molin.

Fotografando con il tuo smatphone il QRcode qui a fianco avrai accesso alla roadmap del percorso e alle schede di presentazione dei siti di interesse storico, architettonico e paesaggistico, nonché le aziende aperte per lo shopping e le loro proposte merceologiche 63


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I SITI D’INTERESSE STORICO E CULTURALE INTERCETTATI DAL PERCORSO CHIESETTA DEI FERRI, concessione del ricco nipote del doge Su concessione del vescovo di Padova Giorgio Corner, nipote del doge proprietario dei mulini di Pontemanco, fu costruito nel 1714 l’oratorio di Albignasego noto col nome di “Chiesetta dei Ferri”. Voluto dai conti Pellegrino, Antonio e Silvestro Ferri l’oratorio affrescato, annesso alla settecentesca casa di villeggiatura, custodisce l’antica pala d’altare, il busto marmoreo della contessa Anna Maria Coccino - dedicato nel 1817 dai nipoti Leopoldo e Francesco Ferri alla loro “nonna meritevolissima” - e il monumento alla madre, Leopoldina di Starhemberg, donna colta e intelligente.

SAN MICHELE ARCANGELO di Pozzoveggiani, raro esempio di arte carolingia È una delle chiese più antiche della provincia di Padova, il primo nucleo risale al VI-VII d.C. sul quale si innestarono nel corso del XII secolo altri interventi, come la sopraelevazione dell’edificio, la suddivisione del corpo centrale in tre navate, l’abside tripartita in tre semicerchi e la facciata a capanna. La chiesetta, dunque, costituisce un raro esempio di architettura medievale e oltre a questo è degna di nota per un ciclo di affreschi risalenti al X-XI secolo che appartenevano al primitivo edificio. Le raffigurazioni presentano i caratteri tipici del periodo carolingio-ottoniano, con le figure degli apostoli presentate frontalmente con espressione ieratica, avvolti

in abiti caratterizzati da un panneggio marcatamente grafico. Un secondo ciclo di affreschi campeggia nel bacino absidale e risale ad un periodo posteriore, XII-XIII secolo, presentando un Cristo Pantocratore (creatore del mondo) nella mandorla (che rappresenta il collegamento del cielo con la terra) affiancato dai simboli degli evangelisti e una teoria di santi e apostoli. Il Cristo viene raffigurato anche in forma allegorica come un pellicano che nutre i propri piccoli. Al di sotto di queste immagini campeggia un altro ciclo di affreschi di tutt’altro tema e di difficile comprensione. Nel registro sottostante, infatti, sono rappresentati dei cavalieri armati, un pavone cacciato da una figura metà uomo e metà uccello, una civetta, simbolo raramente rappresentato all’interno delle chiese.

LA CAPPELLA DEGLI OBIZZI, il ritratto di Albignasego Mentre i Carraresi tentavano invano di riconquistare Padova, la famiglia Obizzi vantava nel 1440 grandi possedimenti terrieri ad Albignasego. Con lo stesso sfarzo con cui costruiranno il Castello del Catajo, questi celebri capitani di ventura eressero nel XIII-XIV secolo la cappella situata dietro l’altare della Chiesa di San Tommaso. Particolare per lo stile architettonico, la Cappella degli Obizzi è magistralmente affrescata e custodisce una pala d’altare attribuita a Stefano Dell’Arzere, artista che volle dipingere i volti degli apostoli facendo veri e propri ritratti di personaggi del tempo.

Il percorso offre momenti di svago e la possibilità di fare acquisti, lungo l’itinerario proposto si possono incontrare: Centro Equestre In Bloom che alla tranquillità e alla suggestione delle campagna associa lo sport dell’equitazione e la possibilità di fare passeggiate a cavallo e Il Caseificio Salvò, dove dal latte delle 20 “Pezzate Rosse” allevate si ottiene ogni giorno il latte che verrà trasformato in diverse tipologie di formaggio, tutte, dunque, a chilometri zero

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Con i Piedi per Terra | 32  

Periodico di informazione per la promozione locale. Una vera e propria guida alla conoscenza delle eccellenze del territorio. LITORALE ADRIA...

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