Il Libero Professionista Reloaded #40

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PRIMO PIANO

Ops! Mi si sono

distratti i fondi

PROFESSIONI

La trappola della certificazione

L'AGENDA

CULTURA

Da Detroit a Roma lungo le strade dell’arte

PER LEGGERE L’ARTICOLO

(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)

La forza di osare di Giovanni Francavilla

Bilateralità: le sfide del 2026 di Andrea Dili

Le competenze prima di tutto di Maria Pia Nucera

La leva del sistema Paese di Alessandro Cianfrone

Ops! Mi si sono distratti i fondi di Laura Ciccozzi

2026, l’anno dei super tecnici di Enrica Ceccato

Previdenza, il duello demografico di Bruno Bernasconi

La trappola della certificazione di Ferruccio Cavallin

I capitali mettono il turbo agli studi di Corrado Mandirola

L’Europa è una palestra per far crescere le imprese di Isabella Colombo

Riciclo plastica, un settore in affanno di Edoardo Rinaldi

Notaio, una professione in evoluzione di Carlo Valente

Come gestire i conflitti tra colleghi di Isabella Colombo

Geologi tra etica e bisogno di energia di Rudi Ruggeri

CULTURA

Da Detroit a Roma lungo le strade dell’arte di Romina Villa

Potenziale nascosto in libreria di Claudio Plazzotta

Anche i geometri hanno un’anima di Roberto Carminati

RUBRICHE

L’Editoriale di Marco Natali

News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni

Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Welfare e dintorni

Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia

Recensioni di Luca Ciammarughi

In Vetrina in collaborazione con BeProf

Post Scriptum di Giovanni Francavilla

Laureato in Economia delle imprese e dei mercati presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo un’esperienza a Londra ha affinato le proprie competenze nel settore finanziario conseguendo il diploma Cefa rilasciato da Aiaf. Dal 2023 fa parte del team Itinerari Previdenziali Come componente del Centro Studi e Ricerche affianca alla supervisione scientifica di meeting e convegni e alla redazione di ricerche sul sistema di protezione sociale italiano, gestione delle relazioni con i responsabili dei principali asset manager, fondi infrastrutturali e immobiliari, e fondi di private market in Italia. È una delle firme del blog ilPunto.

All’interno di Moongy

Italia – per i brand agap2 e Adentis – società attiva nella consulenza ingegneristica, IT e operativa nei settori industriali e dei servizi, ricopre il ruolo di HR Director. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Management e Design dei Servizi presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e la Laurea Triennale in Sociologia presso l’Università degli Studi di Trento. È, inoltre, membro di CISV Italia dal 2015.

Dottore Commercialista è Ceo di Apri International e si occupa di internazionalizzazione e finanza d’impresa. Docente presso NIBI (Nuovo Istituto di Business Internazionale) di Promos Italia, ricopre anche la carica di Senior Advisor di DII Desert Energy. Nel corso degli anni ha acquisito una larga esperienza nei mercati emergenti e in quelli dell’area del Golfo.

Dottore commercialista e revisore legale con studio in Roma. È presidente di Ebipro e vice presidente di Confprofessioni. Docente di “Fiscalità delle imprese cooperative” al master di II livello in “Impresa cooperativa: economia, diritto e management” presso l’Università di Roma Tre. È docente presso la Scuola di Formazione Professionale dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili di Roma “Aldo Sanchini”. Ha maturato una pluriennale esperienza come componente di organi di amministrazione e controllo di società. Ha preso parte a dibattiti televisivi e radiofonici su temi fiscali, previdenziali e del lavoro su network nazionali e locali. Sugli stessi temi è stato relatore e moderatore in convegni e dibattiti pubblici presso vari enti e organizzazioni. È autore di libri e pubblicazioni su periodici e quotidiani.

«Voi professionisti siete uno dei pilastri della diplomazia e della crescita del nostro Paese. È per questo che ho voluto firmare con Confprofessioni una dichiarazione di intenti, da oggi lavoreremo ancora di più fianco a fianco».

— Antonio Tajani, Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Bruno Bernasconi Enrica Ceccato
Andrea Dili
Alessandro Cianfrone

Socio co-fondatore ed Amministratore Delegato di MpO, è uno dei massimi esperti in Italia di operazioni M&A di studi professionali. Collabora con i principali quotidiani economici italiani e riviste di settore. Autore di numerosi approfondimenti scientifici in merito alle operazioni di M&A di studi professionali. Relatore su tutto il territorio nazionale in convegni dedicati alle operazioni di M&A di studi professionali.

Dottore commercialista e revisora legale. Opera all’interno di uno studio professionale che rappresenta una tradizione familiare avviata nel 1943/44 dal nonno materno, tra i primi in Italia a occuparsi in modo strutturato di enti del Terzo Settore ed enti religiosi, ambiti che ancora oggi caratterizzano l’attività dello studio. Svolge attività di revisione legale ed è sindaca e revisora in società partecipate, enti pubblici, locali e aziende, con un’esperienza consolidata nei sistemi di controllo, governance e accountability. È stata presidente dell’Associazione Dottori Commercialisti (ADC), contribuendo a rafforzarne il ruolo come sindacato libero, indipendente ed equilibrato, e promuovendo il confronto sul futuro della professione, sull’evoluzione degli ordinamenti, sulla formazione e sulle nuove competenze. È impegnata nel dialogo con le istituzioni e nel dibattito pubblico sui temi della professione. Attualmente è Presidente di Fondoprofessioni.

Il Libero Professionista

Mensile digitale di informazione e cultura

direttore responsabile

Giovanni Francavilla

redazione

Nadia Anzani, Mario Rossi

hanno collaborato

Bruno Bernasconi, Andrea Dili, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Ferruccio Cavallin, Enrica Ceccato, Luca Ciammarughi, Alessandro Cianfrone, Laura Ciccozzi, Isabella Colombo, Corrado Mandirola, Maria Pia Nucera, Claudio Plazzotta, Edoardo Rinaldi, Rudi Ruggeri, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa

segreteria di redazione

Miriam Minopoli

comitato editoriale

Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari

redazione

Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano

contatti

Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it

editore

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Corrado Mandirola Maria Pia Erica Nucera

Rappresentanza anno zero

Il tema della rappresentanza delle libere professioni, nell’anno 2026, non è più rinviabile. In Parlamento assistiamo a una interessata premura per chiudere l’iter di riforma degli ordinamenti professionali. Non intendo mettere in discussione la necessità di modernizzare il sistema delle professioni, anzi, ma la fretta è spesso una cattiva consigliera e c’è il serio rischio di perpetuare uno degli equivoci più ostinati, che da troppi anni caratterizza le libere professioni: la sovrapposizione impropria di ruoli tra Ordini professionali e organizzazioni sindacali. Una confusione che ha prodotto un indebolimento della voce dei professionisti nei luoghi in cui si assumono le decisioni economiche, sociali e del lavoro. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una questione di equilibrio democratico e di coerenza istituzionale del nostro sistema di relazioni economiche e sociali. Alla base di questo equivoco (spesso alimentato da radicali posizioni ottocentesche) c’è una confusione di ruoli che va superata con chiarezza, magari già nei vari disegni di riforma all’esame del Parlamento. Gli Ordini e i Collegi professionali sono enti di diritto pubblico: perseguono finalità di interesse generale, assicurando forme di controllo pubblico dell'esercizio della professione, garantiscono la qualità delle prestazioni, tutelano l’interesse generale, vigilano sull’accesso alla professione e sul rispetto delle regole deontologiche, ma non sono soggetti di rappresentanza economico-sindacale. Il loro ruolo è quello di presidiare l’etica, la competenza e la correttezza dell’esercizio professionale, (in modo tale che sia soddisfatto, innanzitutto, l'interesse pubblico a che la professione sia svolta da professionisti corretti e competenti). Sono enti pubblici consociativi ad appartenenza obbligatoria, nel senso che per l'esercizio della professione è obbligatoria l’iscrizione all'albo professionale, dalla quale discende, automaticamente, l'appartenenza del soggetto al gruppo

professionale. Dunque, nel nostro ordinamento, gli ordini professionali sono associazioni coatte, in quanto l'appartenenza ad esse non deriva da un autonomo atto di volontà, di adesione o di partecipazione al gruppo professionale del singolo professionista, ma è l'effetto derivato che consegue all'iscrizione all'albo, a sua volta condizione indispensabile per l'esercizio legittimo della professione. Da un lato, gli interessi perseguiti e le funzioni svolte dagli ordini professionali sono soprattutto (se non esclusivamente) di natura pubblica, e, dall'altro lato, soltanto il perseguimento di questi interessi e lo svolgimento di queste funzioni giustifica (ed, anzi, impone) l'obbligo di iscrizione del singolo professionista a tali ordini ed ai loro organi collegiali. Per questo, è da escludere che gli ordini professionali (o associazioni di questi), quali enti pubblici che svolgono funzioni prevalentemente pubbliche ed istituzionali, siano titolari anche di una vera e propria rappresentanza sindacale del gruppo sociale di riferimento. Per la loro natura e struttura (di ente di diritto pubblico) e le funzioni svolte (anch'esse di natura pubblica), gli ordini professionali non possono ritenersi abilitati ad esprimere anche gli interessi (che sono necessariamente privati) e, soprattutto, la volontà dei singoli professionisti. Appare evidente che non può competere agli Ordini e Collegi di negoziare condizioni di lavoro, politiche fiscali o strumenti di welfare. Al più possono “tutelare” la Professione, non i Professionisti. Pertanto, quando si individuano gli enti rappresentativi degli interessi di una determinata categoria, non si può prescindere dal consenso della categoria rappresentata. Consenso che si esprime, anzitutto e necessariamente, con la libera adesione e iscrizione del singolo individuo a quel determinato ente. La rappresentanza degli interessi collettivi dei professionisti appartiene invece a un piano diverso, quello delineato dall’articolo 39 della Costituzione e dal sistema del dialogo sociale. È in questo spazio che operano le associazioni sindacali delle libere professioni, chiamate a tutelare i professionisti in quanto lavoratori autonomi, contribuenti, soggetti economici organizzati. Una funzione che nulla ha a che vedere con la regolazione

dell’accesso alle professioni o con la vigilanza disciplinare. Confondere questi livelli significa indebolire entrambi e lasciare senza voce una parte rilevante del mondo del lavoro. Confprofessioni svolge da 60 anni questo ruolo con responsabilità e visione. Nella nostra veste di parte sociale rivendichiamo la rappresentanza dei professionisti nei confronti delle istituzioni, del legislatore e delle altre forze sociali. Abbiamo lavorato in questi anni per costruire una rappresentanza moderna, unitaria e responsabile, capace di superare la frammentazione e di dialogare alla pari con le altre componenti del mondo del lavoro. Sottoscriviamo, come parte datoriale, il CCNL dei dipendenti degli studi professionali, sviluppiamo la bilateralità, promuoviamo strumenti di welfare integrativo, contribuiamo alla definizione delle politiche attive del lavoro. Tutte funzioni tipicamente sindacali, che rispondono a un bisogno reale e strutturale. La normativa vigente ha iniziato a riconoscere questa realtà solo in parte. La legge n. 81 del 2017 ha segnato un passaggio importante nel riconoscimento delle tutele del lavoro autonomo, ma non ha affrontato in modo organico il tema della rappresentanza. Ancora oggi i professionisti restano largamente esclusi dai meccanismi di concertazione, dalle sedi di consultazione permanente, dai processi decisionali che riguardano fisco, previdenza, welfare e sviluppo. Rafforzare la rappresentanza sindacale delle libere professioni non significa creare nuovi privilegi, ma ristabilire un principio di equità. Significa riconoscere che il lavoro autonomo professionale non è una zona grigia tra impresa e lavoro dipendente, ma una componente strutturale del sistema Paese. Significa, soprattutto, prendere atto che senza una rappresentanza forte, riconosciuta e responsabile non può esserci una politica efficace per le professioni. Confprofessioni continuerà a battersi per questo obiettivo: una rappresentanza chiara nei ruoli, solida nei contenuti, autorevole nei luoghi decisionali. Perché solo restituendo piena cittadinanza istituzionale alle libere professioni sarà possibile costruire uno sviluppo moderno, inclusivo e realmente fondato sul valore del lavoro.

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I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione

COVER STORY

LA FORZA DI OSARE

Sta plasmando la Confederazione sulle trasformazioni in atto nell’economia, nel lavoro e nella società. Ha costruito una nuova governance per dare una innovativa visione strategica alla bilateralità. Ha instaurato un rapporto chiaro e diretto con la politica. Obiettivo: riportare i liberi professionisti al centro della scena, nell’interesse del Paese. Parla Marco Natali, presidente di Confprofessioni

di Giovanni Francavilla

Ipiedi ben piantati nel presente, lo sguardo rivolto al futuro. Da poco più di un anno, da quando ha preso in mano le redini di Confprofessioni, il tempo per Marco Natali è una variabile indipendente. Sulla sua scrivania campeggiano fogli, cartellette e fascicoli in evidenza, un po’ usurati ma perfettamente in ordine. La sua agenda è un groviglio di appuntamenti, incontri e scadenze, che misurano l’intensità degli impegni che si è caricato sulle spalle, dei chilometri da macinare da Nord a Sud del Paese, delle tante questioni ancora da risolvere. Il suo telefono cellulare non smette di squillare. Abbozza un mezzo sorriso, che nasconde a malapena il senso di dovere e responsabilità che ha di fronte. Non esattamente quisquiglie, ma un certosino lavoro di diplomazia e mediazione che, per uno che si è fatto le ossa nelle vertenze sindacali per il rinnovo del contratto degli studi professionali, è ordinaria amministrazione.

Dietro quella sua inconfondibile cadenza veronese, il tono della sua voce è misurato e razionale, ma diventa diretto e determinato quando si parla di rappresentanza o si toccano i problemi della libera professione. Il calo dei redditi reali, l’invecchiamento della categoria, la necessità di riforme strutturali, le incognite della transizione digitale, le trasformazioni imperfette del mercato del lavoro, i rapporti con la politica sono il cemento di una visione strategica che va oltre il presente; si proietta in una dimensione ancora da inventare per costruire un futuro più solido per i professionisti. Ma per questo bisogna avere coraggio. Da qualche parte riecheggiano ancora le parole pronunciate nel suo discorso di insediamento: «Questo è il momento di osare. È tempo di costruire sul lavoro svolto finora e di guardare a nuovi orizzonti con determinazione e visione strategica. Lo sguardo sarà rivolto al superamento delle sfide attuali come la transizione green e digitale,

Il presidente di Confprofessioni Marco Natali con il sottosegretario Bitonci

A destra Marco Natali durante la trasmissione Agorà di Rai Tre

l’internazionalizzazione, l’evoluzione dei modelli organizzativi e il potenziamento del welfare dedicato ai professionisti e ai loro dipendenti, nonché al rafforzamento delle relazioni con stakeholder strategici come sindacati, politica e rappresentanze professionali. Azioni importanti per valorizzare il ruolo centrale del professionista nella società». Partiamo da qui.

D. A che punto siamo con il programma che ha posto al centro del suo mandato?

È passato poco più di un anno da quel discorso, ma sembra un secolo. La Confederazione aveva bisogno di una scossa, un nuovo impulso per governare i profondi cambiamenti che investono il sistema professionale italiano. Abbiamo cominciato a modellare Confprofessioni sui mutamenti socioeconomici in atto nell’economia e nella società italiana per trasformarla in un punto di riferimento sempre più efficiente e innovativo per i professionisti. Pur avendo già raggiunto obiettivi importanti - penso ad esempio al grande lavoro svolto per dare un assetto più dinamico alla governance del sistema confederale o al dialogo sempre più stretto con i nostri stakeholder, a cominciare dalle nostre associazioni aderenti alla controparte sindacale, fino al confronto aperto con la politica per raggiungere soluzioni condivise - siamo all’inizio di un percorso ambizioso e impegnativo che punta a ridisegnare i confini della rappresentanza delle professioni e ridefinire un ecosistema più moderno e più competitivo del lavoro intellettuale.

D. Un passo alla volta. Che cosa è cambiato con la nuova governance?

Anzitutto le persone. In un sistema complesso sono sempre le persone a fare la differenza. Uomini e donne che possono esprimere un potenziale contributo di

progettualità che dev’essere incanalato all’interno di una visione strategica condivisa. All’interno della Confederazione ci sono competenze trasversali che abbracciano tutto lo spettro del sistema professionale italiano, esperienze e relazioni da condividere, professionalità pronte a mettersi in gioco. Intorno a questa filosofia abbiamo costruito la Giunta esecutiva di Confprofessioni e il sistema della bilateralità confederale. Con il pieno appoggio del Consiglio generale. È come una grande orchestra: può capitare una stonatura, ma la musica è cambiata.

D. Anche perché lì fuori c’è chi vi guarda con un occhio particolarmente attento. Qualche segnale dai sindacati?

Finora, il confronto con la controparte sindacale è stato a corrente alternata, ma sempre in un equilibrio dinamico tra le istanze dei titolari di studio e dei lavoratori

La delegazione di Confprofessioni ricevuta al Ministero degli Affari esteri lo scorso 9 dicembre

dipendenti. Al di là delle fasi congiunturali che possono incidere sulla tempistica dei rinnovi, l’obiettivo della Giunta è quello di arrivare preparati alla scadenza contrattuale con una piattaforma economica e normativa che possa assecondare l’evoluzione del settore e renderlo sempre più competitivo. Anche per evitare quell’interminabile vacanza contrattuale che pesa sugli investimenti degli studi e sul potere di acquisto delle famiglie. Ne ho già parlato con i sindacati e su questo punto c’è una totale convergenza.

D. Da un primo bilancio dell’attività svolta nel 2025, risulta particolarmente vivace l’interlocuzione con la politica. Ma quali risultati ha prodotto?

Il confronto con la politica è una parte essenziale per chi, come Confprofessioni, vuole giocare fino in fondo il ruolo di parte sociale del Paese. Lo scorso anno abbiamo avuto 15 incontri riservati con

altrettanti politici, abbiamo partecipato a una ventina di tavoli governativi e audizioni parlamentari portando sempre in primo piano le istanze dei liberi professionisti. È un lavoro impegnativo, sempre sul filo del rasoio: può dare grandi soddisfazioni, ma anche qualche delusione.

D. Per esempio?

Un risultato molto importante è stato il decreto Irpef-Ires approvato alla fine del 2024 poco dopo l’insediamento della nuova Giunta esecutiva, che riconosce il principio di neutralità fiscale nelle operazioni di aggregazione e riorganizzazione degli studi professionali, sostenuto a spada tratta da Confprofessioni per favorire la crescita dimensionale degli studi professionali. Altre volte, invece, Governo e Parlamento tirano dritto per la loro strada, senza tener conto delle istanze che giungono dalle parti sociali. Come nel caso della norma inserita nell’ultima legge di

L'intervento del presidente Natali all'ultimo Festival dell'Ecoonomia di Trento. Credit Nicola Eccher Archivio ufficio stampa Pat

bilancio che ha introdotto il blocco dei pagamenti della PA per tutti i professionisti che hanno pendenze debitorie nei confronti dello Stato. Un provvedimento che penalizza indiscriminatamente i liberi professionisti, mentre la pubblica amministrazione continua a non rispettare il principio dell’equo compenso. Una impostazione che certamente non ci aspettavamo da questo Governo.

D. O come la riforma degli ordinamenti professionali, varata dal Governo lo scorso settembre e passata un po’ alla chetichella, senza un reale confronto a monte con le associazioni professionali…

La riforma degli ordinamenti professionali rappresenta un banco di prova decisivo per questo Governo. Nel metodo e nel merito. Certo, avremmo preferito un maggior coinvolgimento di tutti gli attori interessati: dagli ordini professionali ai quali è

affidata la tutela della fede pubblica, alle Organizzazioni che la legge riconosce come parte sociale e rappresentanti degli interessi dei liberi professionisti.

D. Quali osservazioni nel metodo?

Dal nostro punto di vista, la riforma degli ordinamenti professionali, così come prospettata dal Governo, appare frammentaria e poco organica, scoprendo così il fianco a potenziali conflitti tra diverse categorie. Inoltre, serve una cornice normativa che tenga conto della regolamentazione europea per sostenere la crescita dei professionisti in Italia, in Europa e nei mercati internazionali. Inoltre, l’impostazione di veicolare la riforma degli ordinamenti professionali in quattro diverse leggi delega rischia di provocare conflitti normativi e disparità di trattamento tra professioni. Al di là della revisione degli statuti delle categorie coinvolte, sarebbe stato meglio innestare la disciplina spe-

La nuova governance della bilateralità. Da sinistra Marco Natali, presidente di Cadiprof; Andrea Dili, presidente di Ebipro e Maria Pia Nucera, presidente di Fondoprofessioni

cifica relativa alle singole professioni in una cornice normativa comune di riforma organica del settore. La legge delega richiede estrema attenzione e cautela, anche perché ogni intervento legislativo su questa materia dev’essere orientato verso un modello in linea con l’evoluzione del mercato dei servizi professionali, evitando visioni anacronistiche e personalismi.

D. E nel merito?

Abbiamo evidenziato una serie di criticità nel corso della nostra audizione alla Camera lo scorso dicembre. Prendiamo ad esempio le società tra professionisti: ci troviamo di fronte a una disciplina che scoraggia lo sviluppo di società interdisciplinari, imponendo vincoli agli avvocati, ma non solo, che non hanno senso né sul piano costituzionale né su quello europeo. Oppure l’assenza di disposizioni sull’uso dell’intelligenza artificiale alla luce dell’AI Act europeo. E poi l’anacronistica disciplina sulla pubblicità o, ancora peggio, le funzioni attribuite ai consigli degli ordini professionali.

D. Noto una vena polemica o sbaglio?

Non si può attribuire «in via esclusiva la rappresentanza istituzionale dell’avvocatura a livello nazionale, europeo e internazionale», come emerge dalla riforma. La delega si dimentica di risolvere una volta per tutte le dispute e le incongruenze oggi esistenti sulla natura degli ordini professionali, sulla loro soggezione ai vincoli imposti alle amministrazioni pubbliche, e sulla preclusione di esercitare attività di rappresentanza della categoria a fini politici.

D. Siamo al solito refrain sullo strapotere degli ordini?

La riforma rischia di essere l’ennesima occasione mancata per fare chiarezza sul sistema della rappresentanza dei liberi

professionisti. Agli ordini spetta la difesa della fede pubblica e della deontologia professionale, ma la rappresentanza dei liberi professionisti è responsabilità nostra. Gli ordini professionali sono enti costituiti per la tutela degli interessi della collettività al corretto esercizio delle attività professionali. Al contrario, l’attività di libera rappresentanza associativa svolta dalle associazioni riveste carattere generale e non subisce vincoli legali, se non quelli previsti in via generale per le libere associazioni. Su questo punto non alzeremo barricate, ma non siamo più disposti a tollerare arbitrarie invasioni di campo.

D. Voltiamo pagina. L’ultimo Rapporto sulle libere professioni dell’Osservatorio di Confprofessioni fotografa una realtà in piena trasformazione. Il settore torna a crescere, ma in controluce emergono ancora alcune criticità. Qual è lo stato di salute dei professionisti oggi?

Sì, il Rapporto dell’Osservatorio ci dimostra che la libera professione sta cambiando volto. Dopo la pandemia il settore continua a crescere, sulla spinta dei settori che hanno beneficiato maggiormente degli investimenti pubblici, confermando l’attrattività del settore rispetto ad altre forme di lavoro. Ma ancor più interessante è osservare le traiettorie di questa tendenza: crescono gli studi strutturati rispetto ai professionisti individuali; avanza il Mezzogiorno, mentre arretra il Nord Ovest; le donne continuano a recuperare terreno nonostante permanga un forte divario reddituale, mentre la popolazione invecchia. Anche i redditi nominali sono saliti, ma in termini reali subiscono una perdita del 5,4%, pari a oltre 2 mila euro annui di potere d’acquisto. Questo il quadro complessivo che, però, va interpretato alla luce delle profonde trasformazioni in atto. L’inverno demografico, la rivoluzione

dell’intelligenza artificiale, l’instabilità geopolitica contribuiscono a delineare uno scenario macroeconomico molto incerto.

D. E quindi, quali sono le indicazioni?

Dal prezioso lavoro dell’Osservatorio emerge la necessità di aggregazione, di competenze integrate e di modelli organizzativi capaci di affrontare le nuove sfide del lavoro. Si va profilando sempre più uno spirito imprenditoriale nella libera professione che non va demonizzato, ma assecondato. Dobbiamo anzi abbandonare i vecchi schemi che fino a oggi hanno frenato lo sviluppo degli studi professionali e riprogrammare i processi gestionali per creare valore.

D. In che misura la Confederazione può assecondare questo passaggio?

Diciamo subito che il lavoro professionale è una componente strutturale del sistema produttivo del Paese. È un dato di fatto che la politica non può ignorare. E grazie al pressing di Confprofessioni qualcosa si sta muovendo. Pensiamo ad esempio al nuovo Codice degli incentivi che dopo molti anni delinea finalmente un quadro normativo chiaro e coerente, in grado di garantire parità di accesso agli incentivi per imprese, lavoratori autonomi e liberi professionisti. Ma questo è solo un aspetto.

D. Gli altri?

Come dicevo, abbiamo costruito un nuovo modello di governance che è in grado di sostenere la crescita degli studi, la qualità dei servizi professionali e il benessere dei lavoratori. Attraverso il sistema della bilateralità possiamo rispondere alle mutate esigenze degli studi in ambiti strategici come la formazione, il welfare, la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, la stabilità occupazionale, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, il sostegno

La riforma degli ordinamenti professionali rischia di essere l’ennesima occasione mancata per fare chiarezza sul sistema della rappresentanza dei liberi professionisti

al reddito dei dipendenti. Parallelamente, stiamo lavorando per costruire una “cultura della professione”, un’identità forte del professionista che sia in grado di affermare il proprio ruolo nella società e nell’economia nell’interesse del Paese. In questo percorso, stiamo rafforzando le nostre delegazioni territoriali per instaurare un rapporto ancor più saldo e diretto con le nostre associazioni e, quindi, sui professionisti che operano sul territorio e che formano la grande famiglia di Confprofessioni. Vogliamo cioè interpretare il nostro ruolo di parte sociale. ■

BILATERALITÀ: LE SFIDE DEL 2026

Rafforzamento del welfare familiare e attenzione crescente alle nuove esigenze del lavoro digitale. Queste le due direttive al centro dell’agenda futura di Ebipro. Senza perdere di vista l’importanza delle politiche attive del lavoro e dei processi di aggregazione tra studi professionali. Obiettivo: rafforzare un sistema di tutele capace di adattarsi a un mondo in continuo cambiamento

Le trasformazioni produttive legate alla digitalizzazione, all’introduzione di nuove tecnologie e a modelli organizzativi sempre più flessibili stanno ridisegnando in profondità il mondo degli studi professionali. Non si tratta più soltanto di innovare strumenti e processi, ma di ripensare il lavoro stesso: le competenze richieste, i percorsi professionali, l’organizzazione dei tempi e il rapporto tra vita lavorativa e vita privata. In questo scenario in rapido mutamento, caratterizzato da opportunità ma anche da nuove fragilità, il tema delle tutele diventa decisivo per garantire sostenibilità, inclusione e qualità del lavoro. È proprio in questa fase che la bilateralità è chiamata a rafforzare il suo ruolo strategico. Non solo come sistema di prestazioni, ma come spazio di progettazione condivisa capace di anticipare i bisogni e accompagnare il cambiamento. La bilateralità, grazie al dialogo costante tra le parti sociali, consente infatti di leggere in modo tempestivo le evoluzioni del

settore e di tradurle in strumenti concreti di welfare, di supporto all’occupazione e di valorizzazione delle competenze.

UN’AGENDA PER IL FUTURO

In tale contesto, Ebipro, Ente bilaterale nazionale per gli studi professionali, si prepara ad affrontare il prossimo anno con un’agenda fortemente orientata al futuro. L’obiettivo è chiaro: continuare a essere un punto di riferimento per tutti coloro che operano negli studi professionali – lavoratori dipendenti e professionisti, datori di lavoro e non– rafforzando un sistema di tutele capace di adattarsi a un mondo in continua evoluzione. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, le iniziative per il prossimo anno si muoveranno lungo una direttrice ben definita: il rafforzamento del welfare familiare e l’attenzione crescente alle nuove esigenze che emergono dal lavoro digitale. La platea degli studi professionali, in larga parte femminile, continuerà a essere al centro

delle politiche di Ebipro, con l’intenzione di consolidare e ampliare le misure a sostegno della genitorialità, della formazione dei figli e della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. In un momento storico in cui il lavoro agile e le forme di flessibilità organizzativa sono destinate a crescere, l’ente intende sviluppare ulteriori strumenti che accompagnino queste trasformazioni, rendendole realmente sostenibili sul piano economico e sociale. Un’attenzione particolare sarà inoltre rivolta alle situazioni di maggiore fragilità. L’esperienza maturata negli ultimi anni ha evidenziato come il welfare bilaterale possa svolgere un ruolo decisivo nel sostenere i lavoratori che affrontano carichi familiari complessi. Su questa linea, Ebipro intende proseguire e rafforzare gli interventi dedicati, con l’obiettivo di costruire un sistema di protezione sempre più vicino alle persone e capace di rispondere a bisogni differenziati. Il prossimo anno vedrà poi un impegno ancora più marcato sul fronte

dei professionisti, attraverso il potenziamento della Gestione Professionisti. Con carriere meno lineari e giovani professionisti particolarmente esposti alle incertezze del mercato, sostenere chi esercita la professione significa investire sulla tenuta complessiva del settore. Ebipro continuerà quindi a sviluppare tutele dedicate ai professionisti, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno dipendenti, con un’attenzione crescente all’assistenza sanitaria e alla prevenzione, ma anche al benessere complessivo e alla continuità dell’attività professionale.

POLITICHE ATTIVE AL CENTRO

Sul versante dell’occupazione, uno dei progetti centrali per il prossimo anno riguarda il rafforzamento delle politiche attive del lavoro. In un’epoca segnata dal-

la digitalizzazione e dalla trasformazione delle competenze, Ebipro intende proseguire e ampliare le misure a sostegno dell’occupazione di qualità, valorizzando sia i percorsi di inserimento dei giovani sia la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. L’obiettivo è accompagnare gli studi professionali nelle scelte organizzative e occupazionali, favorendo modelli che coniughino flessibilità, innovazione e tutela del lavoro. Fondamentale sarà per tale ragione anche il consolidamento della sinergia con gli altri enti del sistema bilaterale.

La collaborazione con Fondoprofessioni, in particolare, continuerà a essere centrale per rafforzare il legame tra formazione continua, aggiornamento delle competenze e occupabilità. Il mercato del lavoro è in rapida trasformazione e la formazione

rappresenta uno degli strumenti principali per governare il cambiamento. La bilateralità può svolgere un ruolo decisivo nel renderla accessibile e realmente utile per studi e lavoratori. Allo stesso modo, il coordinamento con Cadiprof rimarrà un pilastro del sistema, con l’obiettivo di rendere sempre più integrato il modello di welfare degli studi professionali. Guardando al futuro, non si esclude l’avvio di nuovi ambiti di collaborazione e di ulteriori incentivi legati all’adesione complessiva alla bilateralità, nella logica di un sistema unitario e coerente.

OBIETTIVO CRESCITA

Infine, tra le linee di sviluppo per il prossimo anno, Ebipro intende sostenere con maggiore decisione i processi di aggregazione tra studi professionali, già oggi una

realtà significativa del settore. Le aggregazioni rappresentano una risposta concreta alle sfide poste dall’innovazione tecnologica, dalla competitività e dall’internazionalizzazione, e la bilateralità può accompagnare questi percorsi garantendo tutela dell’occupazione, continuità lavorativa e qualità del lavoro. In conclusione, il 2026 sarà per Ebipro un anno di progettazione e consolidamento, con lo sguardo rivolto al futuro delle professioni. In una condizione in cui il cambiamento è la regola, la bilateralità – all’interno del sistema di Confprofessioni – si conferma come uno strumento essenziale per coniugare innovazione, tutela sociale e sviluppo. Una leva strategica per accompagnare lavoratori e professionisti nelle trasformazioni in atto e per costruire, insieme, un modello di lavoro più sostenibile e inclusivo. ■

LE COMPETENZE PRIMA DI TUTTO

Il XXIV Rapporto sulla formazione continua di Inapp conferma il ritardo dell’Italia rispetto alla media europea nella partecipazione degli adulti alla formazione continua, con divari particolarmente accentuati nelle realtà più piccole. Eppure anche per le Pmi e le microimprese l’aggiornamento professionale è un’importante leva di crescita. E lo sarà sempre di più in futuro. Ma va pensata e progettata ad hoc

Negli ultimi anni la formazione continua è passata da elemento accessorio a fattore indispensabile per la tenuta e lo sviluppo del sistema produttivo, in particolare nelle attività professionali e nelle realtà organizzative di più piccola dimensione. In Italia oltre il 90% delle imprese ha meno di dieci addetti e il lavoro professionale rappresenta una componente strutturale di questo tessuto economico. Per questi comparti così peculiari, la questione delle competenze non può più essere pensata, studiata e misurata secondo modelli costruiti sulla grande impresa. La trasformazione digitale, l’evoluzione normativa sempre più rapida, l’ibridazione tra saperi tecnici, competenze organizzative e capacità relazionali stanno ridefinendo il lavoro negli studi e nelle micro-organizzazioni. In questo contesto, la formazione permanente diventa una vera e propria questione politica di sistema, prima ancora che una scelta individuale.

Il XXIV Rapporto sulla formazione continua di Inapp conferma il ritardo dell’Italia rispetto alla media europea nella partecipazione degli adulti alla formazione continua, con divari particolarmente accentuati proprio nelle realtà di minori dimensioni. Se nelle grandi imprese la formazione dei dipendenti è ormai parte integrante delle strategie aziendali, negli studi professionali e nelle micro-imprese persistono ostacoli materiali e culturali che ne limitano la diffusione: il tempo sottratto all’attività produttiva, la difficoltà di accesso ai contributi disponibili, la percezione della formazione come costo anziché come investimento, l’individuazione di percorsi realmente coerenti con i fabbisogni organizzativi.

FORMAZIONE SU MISURA

Si tratta di un mondo poco protetto ed esposto in modo diretto agli effetti delle transizioni in atto – dalla digitalizzazione dei processi allo sviluppo dell’intelligen-

za artificiale, dalla crescente complessità degli adempimenti al ricambio generazionale – che richiede una formazione “cucita su misura”, capace di accompagnare il cambiamento senza snaturare la specificità delle micro-dimensioni. In questo scenario, Fondoprofessioni, fondo interprofessionale degli studi professionali e delle aziende collegate, assume un ruolo strategico non solo nel proprio comparto di riferimento ma, più in generale, come facilitatore dei percorsi di sviluppo delle competenze nelle micro-imprese. Il Fondo ha progressivamente costruito un modello di intervento fortemente aderente alla realtà delle micro-dimensioni, dimostrando che anche strutture con pochi addetti possono accedere a percorsi

di formazione di qualità se accompagnate da strumenti adeguati. La composizione della platea aderente – per il 70% imprese fino a tre dipendenti – rende Fondoprofessioni un osservatorio privilegiato sulle dinamiche reali del lavoro professionale e, al tempo stesso, un attore capace di incidere concretamente sul rafforzamento delle competenze.

38 MLN IN 5 ANNI

Negli ultimi anni si è assistito a una crescita significativa dei piani formativi finanziati, segnale di una maggiore consapevolezza dei fabbisogni formativi ma anche dell’aumento delle risorse destinate al Fondo grazie all’incremento delle adesioni. Dal 2021 al 2025 sono stati assegnati circa 38 milioni di euro per il finanziamento di attività di sviluppo delle competenze, rivolte sia al singolo studio o azienda, sia a lavoratori provenienti da più realtà con fabbisogni comuni. Nello stesso periodo, guardando ai dati a consuntivo, sono stati

formati quasi 65.000 allievi. Più del 95% delle imprese coinvolte è rappresentato da micro e piccole imprese: un unicum nel panorama dei Fondi interprofessionali. Nel solo 2024, l’ambito ICT e innovazione ha riguardato il 18,8% dei corsi erogati tramite i bandi di Fondoprofessioni, come rilevato anche nel 2° Rapporto del Fondo. In quest’area, Fondoprofessioni si propone sempre più come facilitatore dei processi di digitalizzazione degli studi e delle micro-imprese, accompagnando l’innovazione tecnologica attraverso percorsi formativi accessibili e mirati.

SGUARDO AL FUTURO

Questi dati sono politicamente rilevanti perché dimostrano che, se messi nelle condizioni di farlo, anche i soggetti più piccoli sono in grado di progettare formazione di qualità, orientata non solo all’aggiornamento tecnico ma anche allo sviluppo organizzativo complessivo. Fondoprofessioni ha saputo intercettare questa domanda,

configurandosi come un’infrastruttura leggera ma stabile, capace di trasformare la scelta di destinazione del contributo obbligatorio dello 0,30% in valore concreto per lavoratori e datori di lavoro. Guardando al prossimo futuro, la sfida per Fondoprofessioni non sarà soltanto quantitativa, ma sempre più qualitativa e strategica.

La formazione continua dovrà accompagnare i processi di cambiamento profondo che attraversano le professioni, sostenendo l’adozione delle nuove tecnologie, la gestione dei dati, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei servizi professionali, la sostenibilità, ma anche – e soprattutto – lo sviluppo di competenze trasversali, organizzative e relazionali.

COMPETENZE INTERDISCIPLINARI

In questa prospettiva, diventa centrale il rafforzamento delle competenze interprofessionali e la promozione di aggregazioni tra professioni, come risposta concreta alla crescente domanda di competenze interdisciplinari espressa dal mercato. La formazione non può più essere pensata come un insieme di percorsi chiusi per singole professioni, ma come uno strumento in grado di favorire l’integrazione dei saperi e l’evoluzione dei modelli organizzativi. La nuova governance di Fondoprofessioni, recentemente eletta, è chiamata a guidare questa fase con una visione chiara e condivisa, rafforzando il ruolo del Fondo come attore di sistema e interlocutore delle istituzioni, in stretta sinergia con le Parti sociali. L’obiettivo è contribuire all’evoluzione della formazione finanziata verso modelli più coerenti con le caratteristiche del tessuto professionale italiano, evitando approcci standardizzati e poco aderenti alla realtà delle micro-imprese.

Accanto a questa dimensione, resta centrale il collegamento con il welfare di comparto. Intendiamo integrare sempre più la formazione continua nei servizi di

welfare, riconoscendone il valore in termini di benessere organizzativo, sviluppo e competitività degli studi. Le esperienze già avviate in sinergia con Ebipro – dal finanziamento della formazione obbligatoria al rimborso della retribuzione dei dipendenti coinvolti nei percorsi formativi – rappresentano esempi concreti di politiche integrate che possono essere ulteriormente estese e potenziate.

Fondoprofessioni è chiamato, dunque, a svolgere un ruolo sempre più rilevante nel promuovere un modello di sviluppo che metta al centro le competenze delle persone, la qualità del lavoro e il benessere nelle organizzazioni. Un ruolo che può esprimere appieno solo attraverso una collaborazione sempre più stretta con gli altri enti bilaterali, nella consapevolezza che l’unione delle competenze e delle responsabilità è la condizione necessaria per ottenere risultati utili e duraturi per l’intero sistema professionale. ■

LA LEVA DEL SISTEMA PAESE

In un contesto internazionale segnato da competizione geopolitica, transizioni tecnologiche e riconfigurazione delle catene del valore, l’Italia ha scelto di puntare su un’internazionalizzazione più selettiva, più coordinata e più orientata ai risultati. Obiettivo: portare l’export nazionale verso i 700 miliardi di euro. Grazie all’azione congiunta di Confprofessioni e APRI International di Alessandro Cianfrone

La firma della Dichiarazione d’Intenti tra Confprofessioni, APRI International e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, avvenuta nel dicembre 2025, rappresenta molto più di un atto formale di collaborazione: segna l’ingresso strutturato del sistema delle competenze professionali nel cuore della nuova diplomazia economica italiana e definisce un modello operativo in cui le libere professioni diventano una leva strategica per la crescita del Sistema Paese. In un contesto internazionale segnato da competizione geopolitica, transizioni tecnologiche e riconfigurazione delle catene del valore, l’Italia ha scelto di rafforzare la propria proiezione esterna puntando su un’internazionalizzazione più selettiva, più coordinata e più orientata ai risultati, con l’obiettivo dichiarato di portare l’export nazionale verso la soglia dei 700 miliardi di euro. È in questo orizzonte che si colloca l’azione congiunta di Confprofessioni e APRI International, che nel Piano Attività 2026 delineano una strategia fondata su un principio chiave: senza un’infrastruttura di competenze, l’internazionalizzazione delle PMI rischia di restare episodica, mentre con un sistema professionale strutturato può diventare una politica imprenditoriale diffusa. Negli ultimi anni APRI International ha progressivamente costruito una rete di Senior Advisor capace di operare come piattaforma di raccordo tra imprese, istituzioni e mercati esteri, traducendo il sapere professionale in valore economico e accompagnando soprattutto le piccole e medie imprese nei passaggi più complessi dell’apertura internazionale, dall’analisi dei contesti normativi e fiscali alla gestione dei rapporti con partner locali, fino alla strutturazione di investimenti e joint venture.

UN ECOSISTEMA INTEGRATO

L’accordo con il MAECI rafforza questa traiettoria, riconoscendo formalmente il ruolo dei professionisti come moltiplicatori di efficacia delle politiche di export e

inserendo APRI International in una filiera istituzionale che coinvolge ICE, SACE, SIMEST e CDP e Assocamerestero, con l’obiettivo di costruire un ecosistema integrato in grado di offrire alle imprese non solo strumenti finanziari, ma anche accompagnamento strategico e presidio territoriale sui mercati esteri.

Il Piano Attività 2026 si sviluppa su direttrici geografiche coerenti con le priorità del Governo e con l’evoluzione dei flussi commerciali: Turchia, Cina, Emirati Arabi Uniti, Messico, Arabia Saudita, Brasile, India, Algeria, Sudafrica e area ASEAN rappresentano oggi i nodi principali di una mappa globale in cui l’Italia è chiamata a rafforzare la propria presenza non solo come esportatore, ma come partner industriale e tecnologico. In questi contesti APRI International opera come collegamento operativo tra sistema produttivo e sistema istituzionale, promuovendo

La firma della Dichiarazione d’Intenti tra Confprofessioni, APRI International e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, avvenuta lo scorso dicembre

missioni settoriali, programmi di business matching e percorsi di formazione avanzata per professionisti e imprenditori, un booster a disposizione del Sistema Paese per il raggiungimento dell’obiettivo dei 700 miliardi.

DIPLOMAZIA ECONOMICA

Confprofessioni, attraverso il proprio sistema associativo, svolge un ruolo determinante nel trasformare questo potenziale in capacità diffusa, creando le condizioni affinché migliaia di professionisti possano diventare ambasciatori economici del Paese, in coerenza con la riforma della “Nuova Farnesina” che ha posto la diplomazia economica al centro dell’azione esterna italiana. L’agenda internazionale di APRI International per il 2026 riflette questa visione con una programmazione che combina eventi di alto profilo istituzionale, come l’Annual International Meeting, con iniziative operative più mirate, tra cui i format APRI Coffee Talk e le missioni tematiche su Africa, Medio Oriente e Asia Centrale, aree che oggi concentrano una quota crescente degli investimenti esteri diretti e delle opportunità per le PMI italiane. L’Annual International Meeting 2026 si configura in particolare come la finestra strategica attraverso cui il sistema delle professioni dialoga con la diplomazia economica, le organizzazioni internazionali e i partner esteri, diventando un luogo di sintesi delle politiche di internazionalizzazione e un acceleratore di relazioni ad alto valore istituzionale. In questo spazio si incrociano le esigenze delle imprese, le priorità delle istituzioni e le competenze dei professionisti, in un modello che supera la tradizionale frammentazione degli interventi e costruisce una piattaforma stabile di cooperazione. È proprio questa dimensione sistemica a rendere l’azione congiunta di Confprofessioni e APRI International un tassello rilevante della strategia italiana per raggiungere l’obiettivo dei 700 miliardi di export:

non si tratta soltanto di aumentare i volumi, ma di qualificare la presenza italiana nei mercati ad alto potenziale, riducendo il rischio operativo per le imprese e aumentando la capacità di presidio nel tempo. In tale quadro, l’attività internazionale di Confprofessioni e APRI International assume un valore che va oltre la somma delle singole iniziative, configurandosi come una vera infrastruttura immateriale a supporto della competitività del Paese.

UNA PRESENZA CONCRETA

Il modello di internazionalizzazione promosso da APRI International si fonda su una integrazione strutturale con il Dipartimento delle Libere Professioni di Confprofessioni, nel quadro di una visione che considera le competenze professionali come infrastruttura strategica del Sistema Paese. Le missioni e le linee di indirizzo internazionale del DLP trovano infatti in APRI International lo strumento operativo per tradursi in presenza con-

L'incontro tra il presidente di Confprofessioni, Marco Natali, e l'ambasciatore italiano in Giappone Gianluigi Benedetti, durante la missione istituzionale della Confederazione dello scorso ottobre a Tokyo

creta sui mercati esteri, grazie a una rete qualificata di professionisti attivi nei contesti internazionali e al ruolo dei Senior Advisor, che rappresentano il primo punto di contatto tra le PMI italiane, le istituzioni locali e gli ecosistemi economici stranieri. In questa architettura, le libere professioni facilitano l’accesso alle risorse delle reti istituzionali ed ai canali di dialogo con le presenze estere. Il Dipartimento delle Libere Professioni, nato per promuovere ricerca, formazione e valorizzazione delle professioni ad alta specializzazione, contribuisce così a rafforzare un modello in cui tradizione e innovazione si coniugano per accompagnare i professionisti e le imprese in un contesto sempre più competente e segnato dalla globalizzazione.

L’Advisory Board, distribuita nei principali hub economici globali, opera come antenna permanente sulle evoluzioni dei mercati, intercettando tendenze normative, opportunità di investimento e dinamiche settoriali, e restituendo queste informazioni in forma operativa alle imprese e alle istituzioni italiane. Questo flusso continuo di conoscenza contribuisce a rendere più tempestiva ed efficace l’azione pubblica, in un momento in cui

la rapidità di adattamento è diventata un fattore critico di successo nelle relazioni economiche internazionali.

IL CAPITALE PROFESSIONALE

Il Piano Attività 2026 di APRI International e Confprofessioni, letto in questa prospettiva, non è dunque un semplice documento programmatico, ma l’espressione di una scelta politica e culturale che riconosce nel capitale professionale uno degli asset strategici dell’Italia nel mondo.

Dopo la firma con il MAECI, questa scelta trova una cornice istituzionale solida e apre una fase nuova, in cui la collaborazione tra amministrazione centrale, sistema delle professioni e tessuto imprenditoriale può tradursi in una politica di internazionalizzazione più inclusiva, più coordinata e più orientata ai risultati. Se l’obiettivo dei 700 miliardi di export rappresenta la misura quantitativa della sfida, l’azione congiunta di Confprofessioni e APRI International ne incarna la dimensione qualitativa: costruire un modello in cui l’Italia non esporta solo prodotti, ma anche competenze, relazioni e capacità di sistema, rafforzando così la propria credibilità internazionale e la propria capacità di incidere nei nuovi equilibri dell’economia globale. ■

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PRIMO PIANO

OPS! MI SI SONO DISTRATTI I FONDI

di Laura Ciccozzi

La Ragioneria generale dello Stato ha calcolato che, al 31 ottobre 2025, l’Italia ha impegnato solo il 31,15% delle risorse programmate dall’Ue per la coesione, mentre i pagamenti sono fermi al 10,8%. Ma non è solo un problema nazionale. Così Bruxelles è corsa ai ripari rivedendo la programmazione. Risultato: se prima si prevedeva di destinare i fondi alla transizione ecologica e all’assistenza sanitaria, ora la commissione Ue ha individuato 5 nuove priorità, sulle quali gli Stati potranno allocare i fondi residui: difesa, resilienza idrica, alloggi, energia e competitività

Il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo Plus (FSE+), il Fondo per una Transizione Giusta (JTF) e il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura (FEAMPA) sono i fondi per la coesione del ciclo di programmazione 2021-2027. La coesione è la principale politica di investimento dell’Unione Europea, pensata per ridurre le disparità tra le regioni e promuovere lo sviluppo omogeneo dei territori. Le risorse sono, infatti, allocate secondo una ripartizione regionale basata sul PIL procapite. L’Italia ha ricevuto circa 44 miliardi, a cui si aggiungono le risorse derivanti dal cofinanziamento nazionale per un totale di circa 78 miliardi complessivi. La distribuzione territoriale dei fondi appare piuttosto omogenea, dato che le regioni del Sud (Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e le Isole rientrano tra le regioni meno sviluppate; Abruzzo, Umbria e Marche sono regioni in transizione; mentre tutte le regioni del Nord sono classificate come più sviluppate.

RITARDO MADE IN ITALY

Dalle rilevazioni svolte a metà percorso – ricordiamo che i fondi della coesione devono essere impegnati entro il 2027, ma potranno essere spesi fino al 2029 – sta emergendo un quadro di preoccupante ritardo, tanto sull’allocazione quanto sulla spesa. Certamente ha un peso il fatto che in questi cinque anni la macchina amministrativa, che avrebbe dovuto occuparsi della gestione dei fondi della coesione, è stata “cannibalizzata” dal PNRR. Ma i risultati deludenti affondano le proprie radici in

Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario europeo per la politica regionale e di coesione, lo sviluppo regionale, le città e le riforme

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea

carenze ben più consolidate: dal 2000 al 2020 l’Italia ha ricevuto più di 200 miliardi di fondi strutturali europei, che avrebbero potuto rappresentare una vera svolta per i territori. Eppure, nessuna delle regioni italiane ha migliorato la propria posizione, anzi è vero il contrario. Dunque, la nostra capacità di spendere queste risorse è sempre stata bassa e la programmazione 2021-2027 non sembra fare eccezione. La Ragioneria generale dello Stato calcola che, al 31 ottobre 2025, è stato impegnato il 31,15% delle risorse programmate, mentre i pagamenti sono fermi al 10,8%. I dati appaiono in linea con quelli recentemente pubblicati dal Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud, secondo cui al 31 dicembre sono stati spesi 8,9 miliardi su 78. Con marcate differenze regionali: ad esempio,

guardando ai fondi FESR e FSE+, nelle regioni meno sviluppate è stato impegnato il 15,93% delle risorse programmate, percentuale che sale al 36.3% nelle regioni in transizione e al 47,06% nelle regioni sviluppate. La percentuale dei pagamenti è, rispettivamente, del 7,77%, 11,38% e 18.67%.

Vi è poi il fondo nazionale per lo sviluppo e la coesione (FSC), un fondo complementare che persegue i medesimi obiettivi della coesione europea e ne condivide l’articolazione temporale. Il FSC 2021-2027 vale 73,5 miliardi. Sulla spesa programmata negli Accordi per la Coesione firmati dal Governo con le regioni, che è pari a 35,3 miliardi di euro, al 31 ottobre risulta un avanzamento del 22,82% in termini di impegni e del 4,87% in termini di pagamenti.

STATO DI ATTUAZIONE DEI FONDI STRUTTURALI 2021-2027

In milioni di euro.

(2) E’ esclusa la quota FESR a valere sui Programmi CTE

BRUXELLES CORRE AI RIPARI

I risultati delle politiche di coesione appaiono dunque sconfortanti, e non è un problema solo italiano. Non stupisce, dunque, che Bruxelles stia tentando di correre ai ripari. Lo strumento è quello della revisione di medio termine della programmazione 2021-2027, proposta dal commissario alle Politiche regionali Raffaele Fitto e approvata dall’Europarlamento lo scorso 10 settembre. L’obiettivo è quello di adeguare la destinazione dei fondi alle nuove priorità dell’Unione, in un contesto che appare molto cambiato rispetto al 2021: basti pensare che l’accordo di partenariato per l’Italia prevedeva di destinare quasi un terzo dei fondi (12 miliardi su 44) alla transizione ecologica, e 6 miliardi all’assistenza sanitaria. Segni evidenti di uno scenario allora dominato dalle

preoccupazioni per l’ambiente e per la salute. Oggi, la Commissione individua piuttosto cinque nuove priorità, sulle quali gli Stati potranno allocare i fondi residui: difesa, resilienza idrica, alloggi, energia e competitività.

Dalla revisione emerge una nuova concezione delle politiche di coesione, più slegate dai territori poiché capaci di rispondere anche a sfide comuni all’intera Unione, a partire dalla difesa. Che piace non solo ai Paesi dell’Est, particolarmente sensibili su questo tema, ma anche a quegli Stati membri, come Germania e Paesi Bassi, che sono molto critici nei confronti delle inefficienze della politica di coesione attuale. Dunque, se nella programmazione 2021-2027 i programmi gestiti dalle regioni sono la maggioranza (38 su 62 in

DI ATTUAZIONE FSC 2021-2027 PER TIPOLOGIA DI PROGRAMMA In milioni di euro.

e misure afferenti alle politiche di coesione (lett.a comma 178 art.1 legge n.178/2020)

*Le risorse ordinarie FSC 21-27 degli Accordi sono al netto della quota di cofinanziamento da destinare ai Programmi europei

Italia), in futuro le cose potrebbero cambiare. E la soppressione dell’Agenzia per la coesione territoriale, le cui competenze sono state accentrate nel Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud è un primo segnale, a livello italiano, della nuova tendenza.

Ma la riforma non passa soltanto dalla riallocazione della spesa: sulla scia dell’esperienza positiva – almeno da questo punto di vista – del Recovery Found, l’Unione vuole adottare un approccio performance based in cui l’erogazione dei fondi dipende dal conseguimento di traguardi e obiettivi, anziché dal rimborso delle spese ammissibili. Quando mancano più di due anni all’avvio, è già possibile prevedere dove andrà il vento della programmazione 2028-2034. ■

2026, L’ANNO DEI SUPER TECNICI

AI, green e benessere ridisegnano il mercato. Nei prossimi mesi, le aziende cercheranno soprattutto ingegneri specializzati in machine learning, AI, automazione industriale. Ed esperti in cybersecurity, energie rinnovabili, data science. Ma c’è un talent shortage da colmare al più presto

Il mondo del lavoro vive un momento di grandi cambiamenti, nel quale convivono sfide complesse (anche di natura tecnologica) e diverse priorità (anche di carattere sociale).

Non mancano, però, interessanti occasioni di lavoro per professionisti altamente specializzati. Dall’HR Barometer 2026 redatto da agap2, multinazionale di consulenza operativa specializzata nel mondo dell’ingegneria e dell’IT, emerge un quadro molto chiaro: AI, benessere, transizione green e talent shortage saranno i quattro pilastri su cui si fonderà il lavoro del futuro che, secondo le analisi, sarà ricco di opportunità molto interessanti, nonostante la crisi e il momento storico non proprio roseo.

PROFESSIONISTI CERCANSI

Secondo i dati elaborati dallo studio, il 2026 sarà un anno d’oro per i professionisti con un background tecnico. Nei prossimi mesi, infatti, le aziende cercheranno soprattutto:

▪ Ingegneri specializzati in intelligenza artificiale e machine learning, professionisti capaci di progettare e sviluppare sistemi che permettono alle macchine di apprendere dai dati e migliorare le prestazioni senza essere esplicitamente programmate. Figure fondamentali per l’automazione intelligente e l’innovazione digitale.

▪ Data scientist per analizzare e interpretare grandi volumi di dati per fornire insight utili alle decisioni strategiche,

utilizzando modelli statistici e algoritmi avanzati. Figure essenziali per le aziende che vogliono sfruttare al meglio i dati.

▪ Esperti in cybersecurity destinati a proteggere i sistemi informatici da attacchi e minacce digitali, implementando soluzioni di sicurezza per garantire la riservatezza, l’integrità e la disponibilità dei dati.

▪ Ingegneri in automazione industriale in grado di progettare e ottimizzare sistemi

automatizzati per migliorare l’efficienza produttiva nelle industrie, combinando competenze meccaniche, elettroniche e informatiche.

▪ Ingegneri per le energie rinnovabili per sviluppare soluzioni destinate a produrre energia sfruttando fonti rinnovabili, come solare, eolica e idroelettrica, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla transizione energetica.

CAMBIO DI PARADIGMA

Al di là dei professionisti più gettonati dal mercato, è necessario evidenziare che in questi ultimi tempi il mercato del lavoro ha subìto una trasformazione profonda, non solo per quel che riguarda gli strumenti, ma anche nell’ambito

delle competenze. Se un tempo il percorso professionale era lineare e basato su un set di skill tecniche e molto verticali acquisite una volta per tutte (e senza necessità di costante aggiornamento), oggi ci rendiamo conto che è sempre più raro che i lavoratori siano iper specializzati in un unico ambito.

La vera differenza rispetto a pochi anni fa risiede nella contaminazione: alle aziende che operano in mercati sempre più competitivi e complessi non bastano più ingegneri o esperti IT che conoscano i processi o sappiano scrivere codici (aspetti ovviamente sempre fondamentali), ma servono profili ibridi capaci di coniugare l’esigenza di sostenibilità con l’analisi di quantità di dati in crescita costante o l’intelligenza artificiale con

la necessità di mettere al centro l’essere umano. Non solo: mentre in passato la professionalità era legata all'esperienza accumulata sul campo, oggi la competenza più preziosa è la learnability, ovvero la capacità di apprendimento continuo: il valore di un talento non si misura più solo su ciò che sa fare oggi, ma sulla rapidità con cui riesce ad apprendere e adeguarsi a un mondo in veloce evoluzione.

IA E COMPETENZE

Uno scenario all’interno del quale l’IA ha indubbiamente un ruolo primario anche se è necessario sfatare un mito: i robot e la tecnologia non sostituiranno i lavoratori ma li supporteranno nella gestione delle attività quotidiane più routinarie. La rivoluzione di cui tanto si sente parlare, dunque, non sarà la fine del lavoro, ma il viaggio verso nuove opportunità di collaborazione tra uomo e macchina.

E per trarre il massimo vantaggio da questa preziosa collaborazione i professionisti dovranno puntare moltissimo su reskilling e upskilling. Obiettivo: aggiornare il proprio bagaglio di competenze e cogliere le opportunità emergenti.

NON SEMPLICI BENEFIT

In questo quadro in evoluzione le aziende dovranno fare la loro parte se vogliono continuare a essere competitive sullo scenario internazionale e ad attrarre talenti.

Questo significa, per esempio, creare ambienti di lavoro positivi, sicuri e collaborativi in modo da migliorare la salute psicofisica dei collaboratori, aumentarne la motivazione, ridurre lo stress e

di conseguenza incrementarne la produttività, creatività e soddisfazione. Ormai lo sappiamo: i lavoratori non sono più disposti a scendere a compromessi quando si parla del bilanciamento tra vita professionale e vita privata.

Oggi un ambiente di lavoro attento alla salute mentale e fisica è un fattore strategico indispensabile per attrarre e trattenere i migliori talenti, soprattutto in quegli ambiti altamente specializzati, come il comparto ingegneristico e quello dell’ IT, dove il numero di offerte può superare di gran lunga quello dei candidati disponibili.

I lavoratori cercano aziende che possano offrire davvero un ambiente stimolante, con percorsi di carriera appaganti e dove ci sia una reale attenzione al work-life

balance. Le imprese, dal canto loro, dovranno passare da un approccio basato sul controllo a uno fondato sulla fiducia, perché il well being sta diventando, per certi versi, un vero e proprio stipendio emozionale sul quale le persone non sono disposte a scendere a compromessi.

SOSTENIBILITÀ COME VALORE

Un'altra leva cruciale per le imprese che guardano al futuro è la sostenibilità, che non si deve limitare alla dimensione ambientale, ma occorre pensare a un concetto molto più ampio che abbraccia l’intera vita aziendale.

E per farlo, è necessario creare un ambiente di lavoro equo e inclusivo, capace di garantire il benessere delle persone ma anche quello dell’ambiente che ci circonda. ■

PREVIDENZA, IL DUELLO DEMOGRAFICO

La transizione demografica mette a rischio la sostenibilità delle pensioni. Tassi di occupazione, prolungamento delle carriere e maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro sono alcune soluzioni per migliorare l’equilibrio del sistema: il caso delle Casse di Previdenza dei Liberi professionisti

L’evoluzione della demografia pone diverse sfide al nostro sistema di protezione sociale, tra cui una delle principali riguarda la sostenibilità del sistema pensionistico. Un aiuto in tal senso può arrivare da misure che incentivino una maggiore permanenza nel mercato del lavoro e dall’ampliamento della platea dei contribuenti attraverso una maggiore partecipazione della componente femminile, che nel 2024 presentava un tasso di occupazione 20-64 anni tra i più bassi d’Europa pari al 57,4% (70,8% le media UE27).

In questa direzione si sta muovendo il mondo delle libere professioni: sempre con riferimento al 2024, il numero totale degli iscritti al sistema delle Casse di Previdenza private è aumentato dello 0,33% rispetto al 2023 raggiungendo 1.657.776; valore frutto dell’incremento di circa il 10% dei pensionati attivi (130.077), a fronte del calo dello 0,41% dei lavoratori attivi (1.527.699).

Una dinamica consolidata negli ultimi anni che riflette la tendenza dei liberi professionisti a proseguire l’attività lavorativa anche in età avanzata, contribuendo a garantire la sostenibilità del sistema. Dal 2005, il numero dei pensionati attivi è più che triplicato (+209,1%), con un’incidenza sul totale iscritti passata dal 3,2% al 7,8%, mentre nello stesso periodo gli iscritti attivi sono cresciuti del 20,2%.

LA FOTOGRAFIA DEGLI ISCRITTI

L’ultimo Rapporto AdEPP sottolinea, infatti, la crescente importanza degli iscritti senior in un contesto di invecchiamento della

popolazione, e di conseguenza della forza lavoro, a maggior ragione per una categoria come quella dei liberi professionisti che tende a entrare relativamente tardi nel mercato a causa dei lunghi percorsi formativi. Nel complesso, pur con differenze rilevanti tra le singole professioni, il 50% degli iscritti alle Casse ha un’età compresa tra i 40 e 60 anni, ma l’evoluzione nel tempo evidenzia un progressivo spostamento della distribuzione verso le fasce più anziane. Tra il 2005 e il 2024, la coorte 60-70 anni è passata dal 7,2% del totale al 17,5% e quella 50-60 anni dal 18% al 25,5%; di contro, gli under 40 sono scesi dal 41% del totale iscritti nel 2005 al 27,7% nel 2024.

Interessante notare, poi, le rilevanti differenze anagrafiche a livello di genere, conseguenza di

1.800.000

1.600.000

1.400.000

un progressivo incremento delle “quota rosa” all’interno delle libere professioni. Le donne, infatti, sono passate dal 30% degli iscritti alle Casse nel 2007 a quasi il 42% nel 2024, con un’età media di 46 anni contro i 52 degli uomini. In particolare, si rileva come tra gli under 40 anni vi sia una prevalenza della componente femminile, pari a circa il 54% degli iscritti di questa fascia di età.

Percentuale che va progressivamente a diminuire spostandosi nelle coorti successive, fino a toccare il 29% nella fascia 60-70 anni e il 15,1% tra gli over 70.

I due fenomeni sopra descritti, invecchiamento e femminilizzazione, hanno inoltre ripercussioni anche sui livelli di reddito, in quanto sia la variabile anagrafica

FIGURA 1 – ANDAMENTO NEL TEMPO DI ISCRITTI E PENSIONATI ATTIVI
Fonte: AdEPP
XV RAPPORTO ADEPP SULLA PREVIDENZA PRIVATA

sia quella di genere evidenziano un pay gap. Tuttavia, vale la pena sottolineare che l’analisi fa riferimento a valori medi che se, da una parte, riflettono il naturale incremento retributivo all’aumentare dell’età lavorativa, dall’altro non tengono conto di altri fattori rilevanti quali, ad esempio, il numero di ore lavorate.

Nel dettaglio, il gender pay gap complessivo risulta pari al 46%, con un differenziale meno marcato nelle classi di età più giovani e in quella degli over 70 (classe in cui la componente maschile è nettamente prevalente). Tra gli under 30 il differenziale reddituale è del 25% e aumenta fino a quasi il 50% nelle fasce 40-50 anni e 50-60 anni, ossia dove si colloca il 50% degli iscritti totali.

Guardando però ai valori mediani, si nota come nonostante il reddito medio delle libere professioniste sia di circa 31.462 euro, il 50% delle donne abbia un reddito inferiore ai 17.500 euro; tra gli uomini il reddito medio è invece di 58.619 euro, ma la metà dei liberi professionisti ha un reddito inferiore ai 32.500 euro. Nel complesso, solo il 30% degli iscritti (uomini e donne) hanno un reddito superiore a quello medio.

IL SISTEMA CASSE

Come detto, il numero crescente dei pensionati attivi rappresenta un fenomeno strutturale del mondo delle Casse di Previdenza, fenomeno che contribuisce positivamente alla sostenibilità finanziaria del sistema, insieme all’ampliamento delle entrate contributive che riflette l’impegno ad affian-

care i professionisti lungo tutto l’arco della vita lavorativa, non limitandosi alla sola erogazione delle prestazioni pensionistiche.

Nonostante il numero di prestazioni IVS sia aumentato dal 2005 dell’84,3% a 523.454, a fronte di un incremento del totale contribuenti del 26,3% a 1.657.776, il sistema si mantiene in equilibrio con un rapporto tra entrate e prestazioni pari a 1,45 (1,52 nel 2005).

Nel dettaglio, nel 2024 le entrate contributive sono state pari a 13.868 milioni di euro, con una crescita del 161% rispetto al 2005 attribuibile soprattutto all’incremento del 292% a 1.182 milioni del totale degli altri contributi

(tra cui contributo di maternità, solidarietà, ecc). Nello stesso periodo, il totale delle prestazioni erogate è passato da 3.503 milioni a 9.545 milioni (+172,5%), di cui 707 milioni (+278,3% rispetto al 2005) riferite ad altre prestazioni non IVS tra interventi assistenziali obbligatori per un totale di circa 240 milioni (tra queste, le indennità di maternità), welfare integrato per circa 200 milioni e la restante parte riguardante altre prestazioni specifiche di singole Casse.

Numeri che confermano la volontà di questi enti di ampliare il proprio raggio d’azione in un’ottica di sempre maggiore diversificazione degli interventi a favore dei propri iscritti. ■

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NEWS FROM EUROPE

Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di Confprofessioni

Consiglio Ue, la presidenza a Cipro

Nel primo semestre 2026, la Presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione europea deve fronteggiare un contesto segnato da forti tensioni geopolitiche, crisi multiple e crescente instabilità internazionale. Nella presentazione delle priorità la Presidenza ha posto al centro della propria azione il rafforzamento dell’autonomia strategica europea, intesa come capacità dell’Unione di agire in modo unitario, efficace e indipendente quando necessario, senza rinunciare alla cooperazione con i partner internazionali. Una priorità fondamentale riguarda sicurezza e difesa. L’azione del Consiglio mira a rafforzare le capacità di difesa dell’UE, la protezione delle infrastrut-

ture critiche e la resilienza contro minacce ibride e cyberattacchi. In questo quadro, il sostegno all’Ucraina resta importante sia sul piano politico e diplomatico sia attraverso gli strumenti economici, umanitari e di sicurezza. Sul versante economico, la Presidenza cipriota punta a rendere l’Unione più competitiva, resiliente e meno burocratica, promuovendo la semplificazione normativa a favore delle piccole e medie imprese, il rafforzamento del Mercato Unico, il rilancio dell’integrazione finanziaria e il sostegno agli investimenti produttivi. Riveste inoltre un ruolo cruciale il potenziamento dell’autonomia economica dell’UE nei settori strategici, dall’industria all’energia.

Imprenditoria giovanile in cinque mosse

In Europa circa quattro giovani su dieci dichiarano di preferire il lavoro imprenditoriale a quello dipendente, ma solo uno su venti è impegnato nello sviluppo di una start-up e meno della metà riesce ad arrivare al lancio di un’attività reale. Ciò non dipende da una mancanza di motivazione, bensì da ostacoli strutturali che colpiscono in modo sproporzionato i giovani, come le difficoltà di accesso ai finanziamenti, l’assenza di reti professionali, la scarsa conoscenza dei primi passi da compiere e procedure amministrative complesse. La Youth Entrepreneurship Policy Academy, lanciata nel 2023 dalla Commissione europea, ha diffuso un report che individua cinque linee guida per trasformare le ambizioni dei giovani in imprese sostenibili: la progettazione delle politiche pubbliche: l’accesso ai finanziamenti, la transizione digitale e verde, l’importanza della valutazione e il networking. Il dato conclusivo è che i governi devono riuscire a costruire ecosistemi che combinino formazione di qualità, accesso al credito, accompagnamento personalizzato, valutazione rigorosa e reti solide. Allo stesso tempo, i giovani devono essere messi nelle condizioni di informarsi, sviluppare competenze e costruire relazioni professionali.

Competenze cercasi

L’European Alliance for Apprenticeships ha recentemente dedicato una pubblicazione agli apprendistati di livello superiore, un modello formativo che sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle politiche europee per le competenze. Le prospettive occupazionali indicano che la maggior parte dei lavori futuri richiederà titoli e competenze di livello elevato, imponendo un ripensamento profondo dei percorsi formativi. In questo contesto si collocano gli apprendistati di livello superiore, che integrano studio e lavoro retribuito e si posizionano tra la formazione professionale avanzata e l’istruzione universitaria, generalmente ai livelli EQF compresi tra il 5 e l’8. Le modalità di attuazione variano tra i diversi Paesi europei, pur mantenendo una logica comune. In Italia, un esempio significativo è rappresentato dalle ITS Academy, rafforzate negli ultimi anni anche grazie alle riforme legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Questi percorsi offrono una formazione tecnica avanzata progettata insieme alle imprese e fortemente orientata al lavoro.

Italia, passi avanti nella parità di genere

Con 61,9 punti l’Italia supera la soglia dei 60 e si avvicina alla media europea, ma rimane lontana dai leader UE. Lavoro, tempo e potere restano i grandi nodi che frenano il Paese, mentre salute ed economia mostrano segnali più solidi. È quanto emerge dal Gender Equality Index, edizione 2025, della European Institute for Gender Equality, l’agenzia UE che sovrintende alla raccolta e all’analisi dei dati sulla parità tra donne e uomini presenta un’immagine molto dettagliata delle differenze esistenti in Europa. Il nostro Paese mostra una performance in progresso costante, anche se il ritmo non permette ancora di raggiungere i Paesi più avanzati come Svezia, Francia, Danimarca e Spagna, che superano i 70 punti. Il tema più delicato riguarda il lavoro. L’Italia occupa ancora le ultime posizioni europee e il punteggio di 61 ne è una conferma evidente. La partecipazione femminile rimane bassa, non competitiva è la qualità dell’occupazione, le retribuzioni sono ben al di sotto delle medie europee e il part-time involontario è particolarmente diffuso. A questo si aggiunge la scarsa presenza nei settori tecnologici e nei ruoli ad alta qualificazione. Paesi come Portogallo, Finlandia e Polonia mostrano risultati più dinamici e mettono in evidenza possibilità di miglioramento oggi ancora non pienamente sfruttate dall’Italia.

Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni

PROFESSIONI

LA TRAPPOLA DELLA CERTIFICAZIONE

di Ferruccio Cavallin

Un nuovo sistema burocratico sta investendo risorse pubbliche enormi per certificare le competenze dei lavoratori. Ma le skill umane non sono misurabili con unità standard. Sono reti dinamiche di conoscenze, abilità, relazioni e contesti che emergono nell'azione situata e si trasformano continuamente. C’è quindi da chiedersi se non si stia costruendo l'ennesimo labirinto procedurale che aggrava le problematiche esistenti anziché ridimensionarle

Iprofessionisti conoscono bene il peso della burocrazia: modulistica che si moltiplica, adempimenti che si stratificano, procedure che assorbono tempo ed energie sottraendole al lavoro sostanziale. Ora si sta applicando questa logica alla misurazione delle competenze umane. È ciò che accade con il sistema nazionale di certificazione delle competenze, ratificato dal Decreto Ministeriale del luglio 2024.

L'obiettivo dichiarato è nobile: rendere trasparenti e comparabili le qualificazioni professionali, facilitare la mobilità dei lavoratori, riconoscere gli apprendimenti acquisiti. Ma quando si cerca di standardizzare e burocratizzare fenomeni umani complessi, qualcosa di essenziale si perde per strada.

IL PARADOSSO INVISIBILE

Dopo vent'anni di sperimentazione, cinque decreti stratificati, quarantasette indicatori di conformità, certificazioni ISO costose, gli stessi documenti ministeriali ammettono con sorprendente onestà che il sistema «soffre di mancanza di approfondimento teorico» e non esiste ancora una «visione consolidata e condivisa» su cosa osservare concretamente per dire che qualcuno "possiede" una competenza.

Eppure il sistema si espande, assorbe risorse, genera obblighi. Come è possibile investire miliardi pubblici in un sistema che, dopo vent'anni, ancora non sa cosa sta misurando? La risposta è scomoda: la certificazione serve ad altro rispetto agli obiettivi dichiarati. Serve a rendere i lavoratori "leggibili" amministra-

tivamente, comparabili come unità standardizzate sul mercato. Ma le competenze umane non sono oggetti misurabili con unità standard. Sono reti dinamiche di conoscenze, abilità, relazioni e contesti che emergono nell'azione situata e si trasformano continuamente.

Chi lavora quotidianamente con collaboratori lo sa bene: le competenze si valutano nel tempo, osservando come le persone affrontano problemi reali, come integrano capacità tecniche e relazionali in un insieme inseparabile. Un professionista riconosce immediatamente se un collaboratore sa gestire un cliente difficile, sa improvvisare sotto pressione, sa mantenere relazioni costruttive nel team. Non serve un certificato standardizzato per vedere ciò che emerge nella pratica quotidiana.

TRE PROBLEMI STRUTTURALI

Primo: confondere la mappa con il territorio. Un certificato che attesta "competenza X posseduta" è come fotografare una conversazione: cattura un fotogramma statico di qualcosa che è per natura dinamico e contestuale. Non dice se quella persona sa applicare quella competenza sotto pressione, con interlocutori difficili, in situazioni impreviste, dentro culture organizzative specifiche. Un responsabile HR deve assumere un project manager e riceve curricula con certificazioni identiche. Ma uno ha costruito quelle competenze in contesti strutturati, l'altro le ha sviluppate improvvisando in situazioni caotiche. Stesso certificato, capacità operative completamente diverse. La certificazione oscura le differenze che contano.

Secondo: il labirinto procedurale che cresce su se stesso. Per certificare una competenza oggi servono: cinque decreti stratificati in undici anni, procedure di validazione articolate, sistemi informativi complessi, verifiche periodiche, linee guida che cambiano continuamente. Solo le grandi organizzazioni possono permettersi questo labirinto. Le realtà territoriali che producevano formazione di qualità radicata nei bisogni locali vengono escluse. Non per qualità insufficiente, ma per incapacità di gestire la complessità amministrativa. Questa proliferazione burocratica non è un difetto tecnico correggibile. È il sintomo che si sta cercando di misurare qualcosa che resiste strutturalmente alla misurazione. Ogni volta che la complessità reale sfugge alla griglia standardizzata, il sistema non conclude "forse

Quando si cerca di standardizzare fenomeni umani complessi, qualcosa di essenziale si perde per strada

questo approccio ha limiti", ma "servono procedure più dettagliate". Il labirinto cresce su se stesso.

Terzo: l'illusione della trasparenza. Il sistema promette chiarezza: "questo lavoratore possiede competenza X al livello Y". Ma produce opacità più insidiosa perché mascherata da precisione tecnica. Le persone imparano a "lavorare per il certificato" invece che per la competenza reale, a nascondere saperi non formalizzabili, a competere con i colleghi invece di collaborare. Il sistema genera comportamenti che contraddicono i suoi obiettivi.

LA POSTA IN GIOCO

Edgar Morin, teorico della complessità, ricorda che quando si riducono fenomeni viventi a ciò che è quantificabile, «si perde proprio

ciò che rende l'umano specificamente umano: la capacità di dare senso, di sorprendere, di trascendere le categorie in cui cerchiamo di classificarlo». Il punto non è tecnico – è antropologico. Il sistema consolida inconsapevolmente una visione specifica: l'essere umano come "capitale umano", risorsa da ottimizzare, unità intercambiabile. La persona viene trasformata in aggregato di competenze certificate. Ciò che non è misurabile – empatia spontanea, generosità nel condividere saperi, capacità di creare clima positivo – scompare dall'orizzonte di rilevanza.

Non perché sia meno importante, ma perché non entra nella griglia. Certificare individualmente le competenze per rendere ciascuno "competitivo sul mercato" significa trasferire completamente il rischio dall'organizzazione al singolo: diventa sua responsabilità esclusiva aggiornarsi, accumulare certificati, mantenersi spendibile. La tutela viene trasformata in competizione permanente per avere credenziali.

UN INVITO AL DIBATTITO

Chi opera per aziende strutturate si troverà coinvolto in questo sistema. I clienti chiederanno ai professionisti consulenza su implementazione, adempimenti, ottimizzazione processi. Ma vale la pena fermarsi a riflettere sui presupposti. Ogni euro investito in certificazione burocratica è un euro non investito nel miglioramento dei contesti lavorativi, nel supporto alle comunità professionali, nella costruzione di climi dove le persone crescono professionalmente dentro relazioni di

cooperazione. Sono scelte, non necessità tecniche. Il tema resta aperto. Le alternative esistono –investimento nella qualità collettiva dei contesti, valorizzazione delle comunità di pratica, forme plurali di riconoscimento – ma richiedono creatività nel pensare la tutela oltre la logica della competizione per credenziali.

Quando si costruiscono sistemi così complessi usando risorse pubbliche, bisogna chiedersi: stiamo davvero risolvendo i problemi dichiarati? O stiamo costruendo labirinti burocratici che perpetuano visioni riduttive mascherandole da necessità tecniche?

I presupposti invisibili delle scelte determinano il tipo di società che si costruisce. Ora sono visibili. Si può scegliere consapevolmente.

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I CAPITALI METTONO IL TURBO AGLI STUDI

Founder e AD MpO

Riforma delle professioni, evoluzione delle operazioni di M&A e l’ingresso sempre più strutturato dei capitali finanziari stanno spingendo gli uffici professionali verso un modello sempre più imprenditoriale.

Dove il professionista è parte integrante del progetto di crescita

Negli ultimi mesi, in Italia, si sta giocando una partita decisiva per il futuro degli studi professionali. Una partita che incrocia tre direttrici fondamentali: la riforma delle professioni, l’evoluzione delle operazioni di M&A tra studi e l’ingresso sempre più strutturato dei capitali finanziari. Letti insieme, questi fattori delineano un cambiamento profondo, non congiunturale ma strutturale, che segna il passaggio da un modello puramente professionale a uno sempre più imprenditoriale.

LA SVOLTA

Storicamente, le operazioni di aggregazione tra studi professionali in Italia hanno avuto una funzione prevalentemente difensiva: gestire il passaggio generazionale, garantire continuità allo studio, consentire l’uscita graduale dei soci senior. Operazioni di dimensioni contenute, spesso limitate al perimetro locale. Negli ultimi quindici anni, però, accanto a queste logiche tradizionali si sono affermati progetti radicalmente diversi: aggregazioni strutturate, pensate in chiave strategica, con una visione nazionale e una forte attenzione all’efficienza dei processi, alla standardizzazione delle attività ripetitive e allo sviluppo di competenze verticali. In questi modelli, il professionista non è più “in uscita”, ma parte integrante del progetto di crescita.

IL RUOLO DELLA FINANZA

Il vero punto di svolta arriva nel momento in cui questi progetti, nati su iniziativa dei professionisti, raggiungono dimensioni tali da rendere insufficiente l’autofinanziamento. È qui che entra in

gioco la finanza: fondi, family office e investitori strutturati portano capitale, managerialità e capacità di investimento in tecnologia. Contrariamente a una narrazione ancora diffusa, l’ingresso degli investitori non comporta la perdita di autonomia del professionista nella gestione dell’attività professionale. Nei modelli più evoluti, la governance distingue chiaramente tra indirizzo industriale e sovranità tecnica, preservando l’indipendenza del professionista su strategia e contenuti della prestazione.

UN FENOMENO GIÀ VISTO

Quanto sta accadendo oggi in Italia ricalca dinamiche già sperimentate nei Paesi anglosassoni quindici o vent’anni fa. Il ritardo italiano non si colma introducendo nuovi vincoli, ma consentendo agli studi di competere ad armi pari con strutture internazionali che da tempo beneficiano di capitali, tecnologia e organizzazione manageriale. È proprio su questo punto che si innestano i dubbi legati alla riforma delle professioni. La previsione di limiti stringenti alla partecipazione dei capitali nelle Società tra Professionisti, se non adeguatamente bilanciata, rischia di frenare investimenti essenziali per la competitività del sistema. È importante chiarire fin da subito che, sul fronte normativo, il confronto istituzionale è ancora aperto e si basa su ipotesi e bozze di lavoro. Proprio per questo, il momento attuale è particolarmente rilevante: le scelte che verranno compiute dovranno tenere conto di trasformazioni di mercato già in atto, che prescindono dal perimetro regolatorio e che stanno ridisegnando il settore dal basso.

CEDONO ANCHE I GRANDI STUDI

Il cambiamento è evidente nei numeri e nei protagonisti. Oggi sono soprattutto i grandi studi – con fatturati superiori al milione di euro – a valutare con crescente interesse percorsi di M&A. Per la prima volta, inoltre, trovano dall’altra parte interlocutori in grado di sostenerne realmente l’ambizione: investitori strutturati, fondi di private equity e family office pronti a scommettere su progetti di crescita industriale, costruiti secondo logiche di lungo periodo.

In questa nuova fase MpO, società di consulenza specializzata nella strutturazione e facilitazione di operazioni di aggregazione ed acquisizione di attività professionali, ha assunto un ruolo centrale come advisor specializzato, affiancando sia realtà già strutturate, sia sog-

getti finanziari nella definizione di progetti imprenditoriali veri e propri, caratterizzati da economie di scala, capacità di investimento e strategie di crescita anche per linee esterne. I numeri delle operazioni seguite confermano il cambio di passo del mercato: il primo progetto seguito da MpO presentava un enterprise value di 9 milioni di euro e, a distanza di un solo anno, ha già realizzato 15 acquisizioni raggiungendo un fatturato di 20 milioni. Un secondo progetto, attualmente in fase di chiusura, si colloca intorno ai 20 milioni di euro di enterprise value e un terzo supera i 30 milioni, ma nella pipeline è già presente un’operazione che si attesta tra i 50 e i 60 milioni di euro. Per i grandi studi, la cessione non rappresenta più la fine di un percorso, ma una transizione strategica. Significa

monetizzare il valore costruito nel tempo, reinvestirne una parte in una piattaforma più ampia e strutturata, ridurre il peso delle attività gestionali e tornare a concentrarsi sulla consulenza ad alto valore aggiunto, all’interno di un contesto capace di sostenere investimenti in tecnologia, organizzazione e capitale umano.

GIOVANI E ATTRATTIVITÀ

Un altro effetto spesso sottovalutato riguarda il capitale umano. Gli studi aggregati e capitalizzati tornano a essere attrattivi per i giovani professionisti, offrendo percorsi di crescita, accesso a clienti strutturati e la possibilità di lavorare su operazioni complesse. Senza dimensione, tecnologia e organizzazione, la professione rischia di perdere appeal per le nuove generazioni.

PROGETTI NAZIONALI

Un elemento spesso trascurato riguarda la natura stessa dei progetti di consolidamento oggi in fase di sviluppo. Per loro struttura, queste piattaforme tendono ad espandersi sull’intero territorio nazionale, attraverso operazioni successive di aggregazione e integrazione. Questo processo genera un effetto a cascata che coinvolge anche gli studi di dimensioni più ridotte.

Se in una prima fase i protagonisti delle operazioni di M&A sono soprattutto studi medio-grandi, la crescita delle piattaforme crea progressivamente opportunità anche per realtà locali più piccole, che trovano nell’aggregazione una risposta a problemi di continuità, investimento e posizionamento competitivo.

In questo senso, il consolidamento non va letto come un fenomeno elitario o limitato a pochi grandi player, ma come un processo destinato a ridisegnare l’intero ecosistema professionale, offrendo nuove opzioni strategiche anche a chi, da solo, faticherebbe a sostenere le sfide future.

UNA NUOVA ERA

Capitali e studi professionali non sono più mondi separati. Il 2025 segna l’inizio di una nuova fase, in cui la sfida non è se aprirsi alla finanza, ma come farlo. L’equilibrio tra identità professionale e logiche d’impresa sarà il vero banco di prova della riforma e della capacità del sistema italiano di competere su scala internazionale. La trasformazione è in atto. Ora spetta al legislatore e ai professionisti decidere se governarla o subirla. ■

CAMBIO DI PASSO

L’analisi storica dei mandati a cedere affidati a MpO – advisor specializzato in M&A di studi professionali e progetti di buy&build - negli ultimi dieci anni mostra con chiarezza il cambio di passo del mercato:

ANDAMENTO DEL FATTURATO MEDIO DEGLI STUDI TARGET (2015-2025)

▪ Fatturato medio dello studio in cessione in forte crescita: dai circa 355 mila euro del 2015 si è arrivati a oltre 1,5 milioni nel 2025, con un’accelerazione netta nell’ultimo biennio.

▪ Il sorpasso del “milione”: fino al 2022 gli studi interessati a cedere con fatturato superiore a 1 milione erano casi isolati: in media il 6% dei mandati annuali. Si passa al 12% nel 2023, il 25% nel 2024 e il 37% nel 2025

▪ La soglia dei grandi player: gli studi con fatturati superiori ai 3 milioni erano pressoché assenti fino al 2022: in media inferiori all’1%. Nel 2025 rappresentano invece il 14%, segnale evidente che anche le realtà più strutturate stanno entrando in una logica di M&A.

EVOLUZIONE DEGLI STUDI IN M&A PER FASCE DI FATTURATO

L’EUROPA È UNA PALESTRA PER FAR CRESCERE

LE IMPRESE

Non solo studenti: con Erasmus for Young Entrepreneurs l’Europa diventa un laboratorio di crescita per chi fa impresa. Un programma a costo zero che mette in contatto nuovi imprenditori e aziende ospitanti, favorendo scambi internazionali, competenze concrete e collaborazioni durature. Un’opportunità ancora poco conosciuta, ma strategica per competere nei mercati globali

Nell’era della globalizzazione e dell’innovazione, creare una propria impresa significa non soltanto avere un’idea vincente ma anche capire come confrontarsi con i mercati esteri. È in questo contesto che si colloca Erasmus for Young Entrepreneurs (EYE), il programma comunitario dedicato alla mobilità e allo scambio professionale tra i Paesi europei. Con una dotazione di 80 milioni di euro per il periodo 20212027, questo programma rappresenta una grande opportunità a costo zero per i nuovi imprenditori, cioè per coloro che hanno aperto da poco la loro attività o che si accingono a farlo, ma anche per imprese già esistenti che vogliono aprirsi al mondo. Eppure è ancora poco conosciuto e sfruttato rispetto al classico programma Erasmus per gli studenti, considerato ormai un must della formazione accademica. «EYE non è solo un’esperienza professionale» spiega Luigi Santapaga formatore e public speaker di Forma Mentis, uno degli enti accreditati in Italia, che opera su tutto il territorio nazionale. «È un’opportunità per superare barriere culturali, linguistiche e di mercato, per creare connessioni durature e per rafforzare la competitività delle imprese nell’economia globale». E in più, partecipare è facilissimo.

COME FUNZIONA

Il programma EYE è nato nel 2009, è promosso e coordinato dall’European Union Support Office, è aperto a tutti gli imprenditori (anche aspiranti) europei delle nazioni partecipanti e non prevede alcuna quota di iscrizione. È attivo in 45 Paesi e conta già oltre 14.350 relazioni di scambio realiz-

zate: il portale di riferimento, erasmus-entrepreneurs.eu, offre la possibilità, a chi si iscrive, di scegliere il partner ideale oltre confine per fare un’esperienza di scambio transnazionale da 1 a 6 mesi. I nuovi imprenditori che vanno in un Paese estero possono affiancare colleghi esperti e acquisire nuove competenze, mentre l’imprenditore “ospitante” può accogliere un professionista straniero e beneficiare di nuove prospettive, idee fresche e possibilità di cooperazione internazionale. Ad accompagnarli nella parte burocratica ci sono enti riconosciuti dall’ufficio

europeo e sparsi ovunque. In Italia sono 19 da Nord a Sud. «Il nostro ruolo è accompagnare sia i nuovi imprenditori sia gli imprenditori ospitanti lungo tutto il percorso di candidatura e di scambio per contribuire alla crescita reciproca» spiega Matteo Solivo di Microfinanza Srl, altro ente accreditato. «Tra mentor e giovani aspiranti imprenditori noi abbiamo sostenuto 400 persone negli ultimi tre anni e organizzato circa 130 match». Nel novero degli imprenditori rientrano anche i professionisti. Chi parte, approfitta di una formazione professionale “sul campo” che vada oltre corsi o webinar, immergendosi nel cuore dell’attività aziendale in un contesto straniero, testa una business idea in un mercato diverso e apprende da chi già gestisce con successo un’impresa.

Luigi Santapaga, formatore e public speaker di Forma Mentis

Matteo Solivo, project and relationship manager di Microfinanza

Chi ospita coltiva un’opportunità di internazionalizzazione e costruisce preziose reti professionali oltre confine.

GIOVANI IMPRENDITORI

I criteri da rispettare per i “nuovi imprenditori”, e quindi anche i professionisti, che vogliono partire, sono pochi e semplici: devono risiedere in uno dei 45 Paesi partecipanti al programma, quindi anche l’Italia, stanno pianificando di avviare un’attività imprenditoriale oppure l’hanno avviata da non più di tre anni, e desiderano apprendere competenze di gestione d’impresa e avviare collaborazioni internazionali. «È importante chiarire subito che quando parliamo di “giovani imprenditori”, non ci riferiamo all’età anagrafica. Un partecipante può avere anche sessant’anni ed essere stato dipendente per tutta la vita» precisa Santapaga. «Ciò che conta è che stia progettando di avviare un’attività o che l’abbia appena avviata. Non è nemmeno necessario avere già una partita IVA al momento della candidatura». Per chi parte, l’EYE rappresenta una reale opportunità di crescita, professionale e personale. «Lavorare a stretto contatto con un professionista o manager d'impresa permette di imparare, in un tempo relativamente molto breve, ad affrontare e vivere costruttivamente le dinamiche e le sfide quotidiane che gestire un'impresa o un'attività autonoma comporta. I professionisti che abbiamo seguito in tutti questi anni di attività hanno condiviso solo ottime esperienze e sensazioni» aggiunge Solivo. «Fare impresa non è una scelta meramente economica ma anche di vita, può spaventare e comporta

EYE è il programma comunitario dedicato alla mobilità e allo scambio professionale tra

i Paesi Ue.
Una grande opportunità a costo zero per nuovi imprenditori, ma anche per imprese già esistenti che vogliono aprirsi

al mondo

dei rischi: ma proprio grazie ad iniziative come EYE si ha la possibilità di informarsi e formarsi, raffinando il proprio progetto di business e di carriera, prendendo decisioni consapevoli, costruendo relazioni personali, imparando a conoscere culture diverse e aprendosi a nuove opportunità».

IL RUOLO DEGLI OSPITANTI

Dall’altra parte ci sono gli imprenditori ospitanti: la loro impresa deve avere almeno tre anni perché serve l’esperienza consolidata per fare da mentore a un nuovo imprenditore. «Il vantaggio è aprirsi a nuove idee, competenze e possibili collaborazioni future» continua Santapaga. «Anche in questo caso non ci sono vincoli di settore: possono partecipare avvocati, architetti, commercialisti, ristoratori, fisioterapisti, imprenditori agricoli... L’ospitante

non assume il nuovo imprenditore, ma svolge soprattutto un ruolo di guida, trasmettendo competenze ed esperienza. I vantaggi per chi ospita sono trasversali. Da un lato c’è la soddisfazione di restituire ciò che si è imparato nel proprio percorso, contribuendo allo sviluppo di un altro imprenditore. Dall’altro lato, nel concreto, si accoglie una persona con competenze che vengono verificate prima dello scambio: può trattarsi di supporto sui canali social, conoscenze linguistiche specifiche del settore, competenze in ambito digitale o intelligenza artificiale, oppure una conoscenza diretta del mercato e del contesto legale del Paese di provenienza. Questo può aprire la strada a collaborazioni future, partnership o persino all’apertura di filiali all’estero».

IL MATCH CHE FUNZIONA

Lo scambio funziona solo se c’è una reale utilità per entrambe le parti. «Ogni match viene scelto in base a criteri chiari: le competenze offerte devono essere coerenti con i bisogni dell’ospitante» spiega Santapaga. Il programma concede un contributo economico per l’imprenditore che si sposta cosicché l’impresa ospitante non deve pagare nulla né come compenso al collaboratore straniero né per il suo vitto e alloggio. Per partecipare è necessario iscriversi alla piattaforma europea e caricare il proprio business plan. Una volta accettati dall’ente intermediario, si entra nel sistema e si può cercare un partner tramite parole chiave. I contatti avvengono direttamente tra imprenditori, che valutano interessi comuni e si propongono per il match. ■

Federico Cammarota, avvocato, ha aperto un secondo studio in Spagna

Federico Cammarota, avvocato penalista ed ex studente Erasmus all’università, qualche anno fa ha deciso di intraprendere un’esperienza europea anche da neo-imprenditore. Aperto da poco il suo studio a Napoli, si è trasferito per qualche mese a La Coruña per dare un respiro internazionale al suo percorso professionale.

«Ho iniziato a riflettere su come gli avvocati europei vivessero la loro missione lavorativa, ho cercato realtà con una mentalità aperta e, attraverso il portale Erasmus for Young Entrepreneurs, ho trovato una società a La Coruña. Dopo alcuni contatti, ci siamo resi conto che mission e vision combaciavano e sono partito. La società si occupa di finanza agevolata,

quindi ho imparato a districarmi tra bandi, incentivi e terminologia giuridica. Ho lavorato a stretto contatto con il CEO e con gli altri collaboratori, partecipando alla realizzazione concreta di un progetto. L’esperienza è stata così formativa che, dopo quattro mesi, ho deciso di aprire uno studio mio anche lì. Oggi mi divido tra i due Paesi. Io sono penalista e il mio studio associato in Italia copre anche altre specializzazioni. Quello di La Coruña, invece, è focalizzato sul supporto alle aziende di import/export tra Spagna e Italia. Conoscevo già lo spagnolo, ma è stato fondamentale anche l’inglese, usato da molte aziende coinvolte in questi programmi. L’empatia degli ospitanti è stata eccezionale: partecipano con convinzione e apertura reale. Anche per loro ci sono vantaggi: possono nascere collaborazioni, richieste di consulenza e, soprattutto, si costruiscono amicizie e rapporti professionali oltre i confini nazionali. È come aprire una finestra sul mondo. Fare un’esperienza di questo tipo oggi è fondamentale, perché i confini delle nostre aziende non sono più locali. Viviamo in un’economia cosmopolita». ■

Andrea Sgambati, fisioterapista, ha trovato l’esperto in digital marketing dalla Serbia

Andrea Sgambati, fisioterapista, terapista manuale e osteopata, gestisce un ambulatorio polispecialistico a Roma dove ospita spesso professionisti di altri Paesi europei.

«All’inizio mi occupavo esclusivamente della gestione dei pazienti; oggi invece lavoro anche a livello imprenditoriale per gestire lo studio. Questo ha richiesto un cambio di mentalità e di formazione, perché mi sono dovuto confrontare con una realtà diversa da quella clinica. In questo senso, i collaboratori che arrivano dall’estero sono un grande aiuto. Prima ho ospitato un fisioterapista greco con il quale c’è stato un proficuo scambio di idee e visioni sulla dimensione imprenditoriale del nostro lavoro; adesso, invece, sto ospitando

un esperto in digital marketing che arriva dalla Serbia, una figura professionale molto diversa dalla mia che può completare le mie competenze per lanciare lo studio. All’interno della struttura si occupa della promozione dell’attività attraverso strumenti come Meta Ads, Google Ads, analisi dei dati e strategie digitali: strumenti che siamo costretti a usare, ma che spesso non conosciamo davvero. Anche lui è un imprenditore: aiuta il fratello, che è fisioterapista, e questa esperienza gli servirà per replicare nel suo Paese ciò che ha visto qui. Lo scambio è reciproco: entrambi portiamo idee, punti di vista diversi, e le differenze, messe a confronto, diventano un valore. Parliamo in inglese e questo è un ulteriore vantaggio: una vera full immersion linguistica per tutti. In passato ho avuto altre esperienze, ma non sempre positive: a volte arrivano richieste da persone che vedono il programma come una “vacanza pagata a Roma”. Per questo i contatti preliminari sono fondamentali ed è il consiglio che do a chi decide di mettersi in gioco: servono a capire se c’è feeling, motivazione e reale interesse». ■

PRONTO FISCO

Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Irpef 2026, cosa accade dal 1° gennaio

Dal correttivo alla riforma fiscale passando per i bonus per interventi edilizi e risparmio energetico, fino alle locazioni brevi ai familiari a carico. Tutte le novità introdotte dal legislatore che avranno un impatto operativo nel 2026

Con le disposizioni di fine anno il legislatore, come da tradizione, ha apportato diverse modifiche alla disciplina Irpef, con impatto rivolto alla generalità dei contribuenti:

▪ da un lato si registrano gli interventi del c.d. “correttivo alla riforma fiscale”, ossia il decreto legislativo 192 del 2025 che opera direttamente nel Tuir per dare equilibrio alle prime variazioni apportate in sede di riforma della tassazione dei redditi;

▪ dall’altro sono giunte le “classiche” disposizioni di fine anno, contenute nella manovra di bilancio per l’anno 2026 (Legge 199 del 2025), che provano solitamente ad ampliare i benefici fiscali riconosciuti alle persone fisiche o a prorogare disposizioni già note (come nel caso classico degli interventi di recupero edilizio o di risparmio energetico)

Si rende, pertanto, necessario fare l’adeguato punto della situazione, per comprendere l’impatto operativo delle novità del 2026 e cercare di sfruttare al meglio il nuovo assetto del sistema impositivo delle persone fisiche.

L’AGEVOLAZIONE PER LA “FASCIA MEDIA” In via preliminare è doveroso evidenziare che si prescinde da qualsiasi valutazione politica dell’intervento eseguito.

Non ci interessano le varie speculazioni, i se ed i ma; il nostro è solo ed esclusivamente un commento tecnico alla variazione normativa introdotta dalla manovra di bilancio di cui alla legge 199 del 2025 e alle sue implicazioni (oltre che alla modalità di gestione).Il legislatore è intervenuto nella rimodulazione di

scaglioni ed aliquote impositive, decidendo di agevolare, nei limiti del possibile, la fascia media reddituale, obiettivo perseguito mediante la riduzione di 2 punti percentuali (dal 35 al 33%), dell’aliquota applicabile allo scaglione di reddito compreso tra 28 mila e 50 mila euro.

Come è noto il sistema impositivo italiano è fondato sulla progressività dell’imposizione, con aliquote crescenti al crescere del reddito percepito (nonché in forza di una contemporanea riduzione, gestita in vario modo, delle agevolazioni in termini di deduzioni dal reddito e detrazioni dall’imposta).

Ipotizzando lo sfruttamento di tale riduzione percentuale sull’intero scaglione reddituale (dunque su 22 mila euro di reddito), il vantaggio massimo ritraibile è pari a 440,00 euro. Tale riduzione viene però poi bilanciata sulle fasce di reddito medio alte e alte. Infatti, è prevista la neutralizzazione del descritto vantaggio fiscale per i contribuenti che dichiarano almeno 200 mila euro di reddito, rispetto ai quali scatta la riduzione, per un pari ammontare di 440,00 euro, delle detrazioni derivanti dagli oneri la cui detraibilità è fissata, ai sensi del TUIR o di qualsiasi altra disposizione fiscale, in misura pari al 19%, fatta eccezione:

▪ delle spese sanitarie

▪ delle detrazioni collegate alle erogazioni liberali in favore dei partiti politici (detrazione del 26%)

▪ dei premi di assicurazione per rischio eventi calamitosi (detrazione del 90%).

▪ Inutile dire che gli effetti non saranno identici per tutti i contribuenti, variando caso per caso.

È evidente, anzitutto, la differenza di fondo della scelta operata:

▪ da un lato si riduce l’aliquota impositiva applicabile, con vantaggio generalizzato per tutti coloro che sono compresi nello scaglione reddituale;

▪ dall’altro il “riequilibrio” è operato per una riduzione delle detrazioni spettanti, che necessita in via preliminare dell’esistenza di detrazioni “riducibili”.

Di fatto, giusto per fare un esempio, se un soggetto che ha oltre 200 mila euro di reddito ha detrazioni solo collegate alle spese mediche, ovvero ha detrazioni diverse dal 19% (sia sufficiente pensare a tutti coloro che hanno detrazioni per il comparto edilizio, spese di ristrutturazione o energetiche), nessuna riduzione lo riguarderà, con il risultato di poter fruire delle minori imposte collegate alla riduzione dei 2 punti percentuali prima descritta.

Lo stesso dicasi, peraltro, se detto contribuente ha quali oneri detraibili al 19% per importo non eccedente i 440 euro, per ipotesi pari a 200 euro; ebbene in questo caso andrà a zero con la spettanza della detrazione, ridotta di 200 euro (ossia a capienza di quelle disponibili), ma nel contempo conserverà la riduzione impositiva di 440,00 euro.

LE REGOLE GENERALI SONO A MONTE DELLE NOVITÀ

La norma poi prevede che la predetta riduzione di 440 euro per i redditi over 200 mila euro riguarda l’ammontare delle detrazioni d’imposta per oneri già rideterminato in applicazione di alcune particolari regole che riguardano proprio i redditi elevati e nello specifico:

▪ a limitazione dell’ammontare massimo di spesa (salvo le spese sanitarie e gli investimenti in start up innovative), su cui calcolare le detrazioni, pari teoricamente a 14 mila euro nel caso di redditi superiori a 75.000 mila euro e ad 8 mila euro per redditi oltre 100.000 euro. Il limite è teorico, in quanto è riconosciuto in misura piena solo in presenza di 3 figli a carico, altrimenti è “limitato” in funzione di un coefficiente di moltiplicazione inferiore ad 1 con numero di figli inferiore a 3 (in assenza di figli gli importi predetti sono ridotti alla metà);

▪ l’ulteriore meccanismo di spettanza delle detrazioni di cui all’articolo 15 del Tuir (ad eccezione di alcuni oneri, tra cui le spese mediche e gli interessi pagati per i mutui prima casa), secondo cui non è riconosciuto alcun beneficio in presenza di un reddito complessivo superiore a 240.000 euro; qualora il reddito complessivo superi i 120.000 euro ma non i 240.000 euro, dette detrazioni spettano per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 240.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 120.000 euro.

In termini pratici, pertanto, prima troveranno applicazione le due regole richiamate e poi, in riferimento alle eventuali “detrazioni” sopravvissute e fatta eccezione per le spese mediche, vi sarà l’ulteriore decurtazione di 440,00 euro.

REGOLE NUOVE

Ciò detto, la nuova disposizione trova applicazione a decorrere dal primo gennaio 2026 e richiede una serie di accorgimenti

ed attenzioni dichiarative a partire dai dipendenti, per i quali è necessario applicare le nuove regole già in sede di ritenute fiscali mensili. Per il grosso dei contribuenti, invece, il risultato della variazione introdotta dal legislatore sarà visibile solo nella futura dichiarazione dei redditi, dove si potrà comprendere se davvero, o meno, si è riusciti a fruire del beneficio ed in che misura.

LOCAZIONI BREVI

Sulle locazioni brevi possiamo dire che, di fatto, si assiste ad una sorta di “stretta”, per evitare che vi sia un utilizzo “anomalo” di tale forma contrattuale, tesa a celare lo svolgimento di una vera e propria attività imprenditoriale.

Come noto il regime della locazione breve può trovare applicazione in riferimento ai contratti conclusi da persone fisiche al di fuori dell’esercizio dell’attività d’impresa, per i quali non vi è l’obbligo di registrazione se non formati per atto pubblico o scrittura privata autentica se la loro durata non eccede i 30 giorni.

La disciplina si applica sia quando i contratti sono conclusi direttamente tra i soggetti interessati, sia quando per la loro stipula o per il pagamento dei canoni o dei corrispettivi intervengono soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare o che gestiscono portali telematici (Airb&b è sicuramente il più diffuso, dovendo ricordare, sul punto, che la legge 213/23 ha individuato precisi adempimenti che detti soggetti devono porre in essere). A detti contratti, in seguito all’entrata in vigore del decreto legge n. 50/2017, è possibile applicare le disposizioni in materia di “cedolare secca sugli affitti”, con riferimento peraltro anche ai redditi derivanti dai contratti di sublocazione o di concessione in godimento oneroso dell’immobile da

parte del comodatario. Le locazioni devono avere riguardo solo gli immobili a destinazione abitativa (ossia nella categoria catastale da A1 ad A11, con esclusione di A10). Dal 2021 è stato introdotto un limite all’utilizzo degli appartamenti, che non poteva superare il numero di 4, posto che oltre questa soglia, l’attività, da chiunque esercitata, si considera svolta in forma imprenditoriale.

Il legislatore interviene proprio su questa previsione, stabilendo che il limite operativo della disposizione è riferito adesso a soli due appartamenti (e non più a 4). Pertanto, ferme restando tutte le altre caratteristiche (tra cui rilevante è soprattutto l’assenza di “fornitura di servizi” quali reception, ristorazione etc, fatta eccezione per alcuni servizi accessori, quali la fornitura di biancheria, le pulizie finali e il wifi), dal 2026 oltre due appartamenti non è possibile configurare un mero reddito fondiario (o diverso in caso di sublocazione), ritrovandosi nel pieno di un’attività imprenditoriale che quindi comporta anche l’obbligo contributivo. Si rammenta che gli appartamenti rilevano anche se presi in affitto od in comodato (non dovendo limitare il conteggio ai soli appartamenti di proprietà destinati alle locazioni brevi).

IL MONDO EDILIZIO

Le detrazioni edilizie, ormai lo sappiamo, vivono di continue proroghe, conferme, ampliamenti, restrizioni e chi più ne ha, più ne metta. Passata (di fatto è passata), la stagione del superbonus, ormai di molto ridimensionato e sostanzialmente limitato ai condomini (tranne per le zone sismiche dove si conserva la detrazione elevata), permane invece anno per anno l’assetto classico nelle 3 grosse divisioni di tali agevolazioni: i) gli interventi finalizzati al recupero

del patrimonio edilizio; ii) le spese destinate al risparmio energetico; iii) gli interventi antisismici. La modifica del 2026 è molto semplice. Lo scorso anno, in uno “slancio poetico” sin troppo avventato, nel prorogare dette detrazioni per l’anno 2025 con riconoscimento dell’aliquota del 50% di agevolazione sulle spese eseguite per la prima casa e del 36% sugli altri immobili, si era prevista una riduzione ad aliquote più basse (il 36% per la prima casa ed il 30% per la seconda), a partire dal 2026.

Ora, una regola ormai è salda in materia di bonus edilizi è quella di guardare “anno per anno”, perché nel tempo il legislatore sul tema ha fatto tutto ed il contrario di tutto. Dunque nel leggere e commentare la norma dello scorso anno, eravamo fortemente scettici sulla sua invarianza per l’anno 2026. E così è stato. Nella nuova manovra per l’anno 2026, infatti, il legislatore rivede l’assetto della previsione normativa e di fatto conferma anche per il nuovo anno quanto già conosciuto nel 2025, stabilendo che:

▪ l’aliquota di detrazione di base per le spese del 2026 è pari al 36% (invero bisogna dire che anche quest’anno il legislatore prevede l’aliquota del 30% per gli interventi del 2027, ma si resta scettici: sicuramente il prossimo anno si assisterà all’ennesima riscrittura della disposizione, salvo incredibile e clamorosa smentita futura). Tale aliquota riguarda gli immobili diversi da quelli adibiti ad abitazione principale;

▪ se gli interventi sono effettuati dai titolari del diritto di proprietà o di un diritto reale di godimento e sono effettuati sull’unità immobiliare

adibita ad abitazione principale, la detrazione è innalzata al 50% (mentre per il 2027 dovrebbe scendere al 36%, ma come detto si ha poca fiducia sull’assenza di future modifiche).

Il limite di spesa resta a 96 mila euro per l’anno 2026, così come sono confermate tutte le ulteriori regole che nel tempo abbiamo imparato a conoscere. Le detrazioni in oggetto, dunque, spettano agli aventi diritto, sia proprietari sia inquilini e possono riguardare anche immobili dei familiari conviventi (nel qual caso è fondamentale che si possa esplicare la convivenza in detto immobile alla data di inizio dei lavori). Restano altresì invariate le previsioni che obbligano ad eseguire i pagamenti tracciati, nonché quelle che gestiscono i limiti di spesa, rispetto ai quali si segnala la particolare differenziazione esistente tra le spese edilizie e quelle del risparmio energetico, laddove:

▪ negli interventi edilizi il limite di spesa non solo riguarda la tipologia di intervento, ma è anche ancorato all’immobile medesimo (della serie, due tipologie di interventi nello stesso anno, tipo recupero edilizio e prevenzione atti illeciti, con limite dell’immobile in ogni caso fisso a 96 mila euro);

▪ per il risparmio energetico rileva solo il limite di detrazione di ogni singolo intervento, non esistendo un limite massimo annuale per il singolo immobile.

Stante la differente aliquota di detrazione riconosciuta nel caso dell’abitazione principale, come precisato dalla circolare 8 del 2025, la detrazione resta quella più elevata anche se l’immobile è adibito a di-

mora abituale di un familiare del contribuente (coniuge, parente entro il terzo grado e affini entro il secondo), pur se non fiscalmente a carico. Pertanto ben può registrarsi un intervento eseguito sull’immobile destinato ad essere abitazione principale ad esempio, di un figlio. Inoltre, per fruire dell’agevolazione maggiorata, che spetta anche per gli interventi realizzati sulle pertinenze, come garage e cantine, è necessario che l’immobile venga adibito a prima casa alla fine dei lavori (sul punto la norma non prevede nulla in termini “temporali” circa tale destinazione).

IL BONUS MOBILI

L’ulteriore conferma “classica”, collegata al mondo degli interventi edilizi, riguarda la detrazione Irpef prevista per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione. Anche per le spese sostenute nel 2026 viene prorogata l’agevolazione che si sostanzia nella possibilità di detrarre nella misura del 50% e fino ad un massimo di 5 mila euro di spesa. La detrazione si ripartisce in 10 quote annuali e pone la condizione di fare riferimento ad interventi edili iniziati a decorrere dal 1° gennaio 2025, mantenendo nel resto inalterato l’assetto generale che abbiamo imparato a conoscere nel tempo.

FAMILIARI A CARICO

L’ultima disposizione che interessa il mondo Irpef e la generalità dei contribuenti non la si rinviene nella manovra finanziaria, bensì nel correttivo alla riforma fiscale, ossia il citato decreto legislativo 192 del 2025, L’obiettivo del legislatore è stato la risoluzione di una problematica afferente i familiari a carico sorta in seguito di una precedente modifica dell’articolo 12 del Tuir. Nello specifico, lo scorso anno il legislatore aveva limitato la spettanza delle detrazioni per

i carichi di famiglia, stabilendo che le stesse potessero essere riconosciute, oltre che al coniuge e ai figli, limitatamente agli ascendenti per quanto concerne gli altri familiari. Questa modifica normativa aveva destato qualche dubbio, soprattutto per quanto concerne le implicazioni in termini di “spese” agevolate sostenute per i familiari a carico, in considerazione dei diversi rinvii normativi contenuti nelle varie disposizioni del Tuir. In particolare, prima della recente precisazione del correttivo, con le modifiche dello scorso anno si avevano 3 diverse “definizioni” di familiari:

1. quella contenuta nell’articolo 5 del Tuir rimasta invariata, che nel fornire la nozione di familiari prevede riguarda il coniuge, i figli, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo (definizione che si applica ogni qual volta una disposizione fiscale esegue un riferimento generico ai “familiari”, come nel caso visto in precedenza degli immobili destinati ad essere abitazione principale almeno di un familiare per avere una specifica agevolazione);

2. l’ulteriore definizione dell’articolo 10 del Tuir (Oneri deducibili), anche questa invariata, che esplicitamente richiama i familiari elencati nell’articolo 433 del codice civile (ossia, oltre al coniuge e ai figli, gli ascendenti, i discendenti, il genero e la nuora), per precisare che determinate spese sono deducibili anche se sostenute nell’interesse di detti soggetti;

3. la dicitura, come modificata, dell’articolo 12 del Tuir (Detrazioni per carichi di famiglia), che rico-

nosceva le detrazioni per carichi di famiglia, con limitazione però a coniugi, figli e ascendenti.

Ebbene, l’equivoco nasceva nell’articolo 15 del Tuir (Detrazioni per oneri) che, nell’attribuire la possibilità di detrarre le spese sostenute per i familiari a carico, richiama ancora oggi quelli dell’articolo 12 del Tuir, dunque sembrava che, in virtù della cennata modifica normativa, le spese per i familiari dovessero limitarsi agli ascendenti, con esclusione di quelle eventualmente sostenute per i discendenti, o per generi e nuore. Al fine di sgombrare il campo da tale equivoco, il legislatore ha preferito intervenire nuovamente nell’articolo 12 del Tuir delineando in maniera chiara il novero dei familiari considerabili fiscalmente a carico, precisando che tale condizione sussiste a prescindere dal riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia.

Nello specifico, viene stabilito che si considerano fiscalmente a carico, oltre al coniuge e ai figli e - ovviamente se rispettano le condizioni normative (limite reddituale di 2.841,00) - anche i familiari di cui all’articolo 433 del codice civile, se conviventi con il contribuente ovvero percettori dallo stesso di assegni non stabiliti da un’autorità giudiziaria.

La precisazione del legislatore è molto importante perché sul piano pratico consente di fruire delle agevolazioni previste per i familiari a carico anche nei confronti di quei soggetti per cui non sussiste più la detrazione per carico di famiglia (tradotto: posto che un nonno non può più avere carichi di famiglia per i propri nipoti al ricorrere delle altre condizioni, almeno conserva la possibilità di detrarre le eventuali spese sostenute nel loro interesse, come quelle mediche). ■

RICICLO PLASTICA, UN SETTORE IN AFFANNO

Nella seconda metà dell’anno da Bruxelles arriverà il Circular Economy Act. Obiettivo: creare le condizioni per un mercato stabile ed efficiente delle materie prime – seconde. Ma, al di là delle nuove normative Ue, per sostenere l’economia circolare serve anche altro: più trasparenza sui metodi di tracciabilità, una visione strategica comune per costruire un mercato della plastica circolare unificato e azioni mirate per sostenere la filiera della plastica minacciata da una grave crisi di competitività

di Edoardo Rinaldi

Inodi attorno all’industria del riciclo della plastica in Europa rischiano di mettere in crisi un passaggio chiave per chiudere il ciclo dei rifiuti. È evidente a tutti come la plastica — termine generico che raggruppa diverse tipologie di polimeri caratterizzati da elevata resistenza e durabilità — sia essenziale in numerosi ambiti.

Il suo impiego spazia dagli imballaggi, che costituiscono il principale segmento produttivo, all’edilizia, dall’automotive all’elettronica, fino a ricoprire un ruolo rilevante anche nel settore healthcare.

Sebbene l'utilizzo della plastica abbia portato benefici pratici ed economici, ha anche generato una costante produzione di rifiuti: dei circa 58 milioni di tonnellate attualmente prodotte nell'UE, solo

una parte minoritaria viene riciclata in nuova plastica (dati del Joint Reserarch Center dell’UE).

Il ricorso all'incenerimento e al conferimento in discarica rappresentano purtroppo ancora le opzioni dominanti. Oltre al packaging, i settori che contribuiscono in modo più vistoso all'afflusso di rifiuti di materia plastica all'incenerimento includono quello tessile, oltre all’edile e al sanitario.

Sono ricorrenti le inefficienze e le carenze nella gestione dei rifiuti successive alla fase post consumo che continuano a limitare il potenziale non sfruttato della plastica, deviando flussi di materiali che potrebbero invece essere efficacemente raccolti, gestiti e riciclati per essere riemessi nel ciclo produttivo.

Pagina 24 dello studio Plastics materials flows in the EU-27 and their environmental impacts. Unveiling the European plastic value chain. https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC142860

ANCORA POCO RICICLO
Tessili
Edile
Elettronica
Trasporti
Agricoltura
Sanitario
Pesca
Altro

LE AZIONI DELL’UE

Per invertire la rotta, l'UE punta a incrementare politiche di economia circolare. Come noto, l'economia circolare è un modello di produzione e consumo progettato per rigenerarsi, superando il sistema economico lineare dominante dell’estrazione-produzione-smaltimento. Fare leva sull'economia circolare significa favorire la progettazione di beni con un design tale da poter agevolare lo smontaggio, la rigenerazione, il ricondizionamento, la riparazione ed il riutilizzo se praticabile.

Nel momento in cui le opzioni appena citate non sono più percorribili, il riciclo, ovvero la trasformazione del prodotto in materia prima – seconda, rappresenta la soluzione più funzionale. Ed è soprattutto per la materia plastica che sono in studio strategie politiche e normative per incentivare soluzioni di riciclo.

PIÙ TRASPARENZA

La situazione attuale però non lascia ben sperare. La filiera del riciclo della plastica nell'UE sta procedendo a un ritmo troppo lento per raggiungere risultati soddisfacenti. Per accelerare la transizione, sono in cantiere atti legislativi tesi a rafforzare nello specifico la domanda di plastica riciclata. Spiccano, tra gli altri, il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (noto come Packaging and Packaging Waste Regulation – PPWR), la direttiva sulla plastica monouso (la Single Use Plastics Directive) e il regolamento relativo alla progettazione dei veicoli e alla gestione dei veicoli fuori uso (Regulation on Cir-

cularity Requirements for Vehicle Design and on the Management of End-of-Life Vehicles) che contribuirà ad aumentare la presenza di plastica riciclata nelle macchine che guideremo nei prossimi anni. Sebbene l’UE dimostri grande vitalità normativa, le principali perplessità sorgono su questioni di carattere generale come i metodi di tracciabilità del contenuto di plastica riciclata presente in un prodotto. La scelta di come calcolare e tracciare tale contenuto è evidentemente centrale per raggiungere risultati di riciclo certi e consistenti in tutti settori.

Non essendoci trasparenza su quali modelli di catena di custodia siano comunemente condivisi - la catena di custodia è la sequenza di attività e strumenti che servono a garantire l’origine certa (in questo

caso il riciclo) di un materiale - si lascia adito a dubbi ed incertezze lungo tutto la filiera del riciclo.

CRISI DEGLI IMPIANTI

A oggi, a seconda del tipo di prodotto, il riciclo può essere di tipo meccanico o chimico. Con riciclo meccanico si intende la trasformazione dei rifiuti in plastica in materie prime - seconde senza una modifica sostanziale della struttura chimica del materiale. Con riciclo chimico invece, si intende un processo che modifica la struttura chimica della plastica, convertendola in molecole più piccole utilizzabili per nuove reazioni chimiche. Si tratta di una tecnologia complementare, da utilizzare per quei rifiuti in plastica impossibili o difficili da riciclare in maniera sostenibile attraverso processi meccanici.

Attualmente in Europa il riciclo meccanico della plastica rappresenta il sistema di riciclo più diffuso. Nel caso dei riciclo meccanico della plastica è relativamente semplice seguire il flusso del contenuto riciclato che partendo dalla raccolta dei rifiuti urbani, seleziona la bottiglia in PET, ad esempio, la tritura e ne fa scaglie da fondere per produrre altre bottiglie. Diametralmente opposto è il riciclo chimico della plastica che utilizza processi molto diversi tra di loro (dalla depolimerizzazione alla gassificazione alla pirolisi), generando materie prime - seconde molto simili a quelle vergini da cui ricavare nuova plastica. Urge pertanto armonizzare i metodi per il calcolo, la verifica e la rendicontazione del contenuto di plastica riciclata al fine di fornire una

base comune per la tracciabilità. A questo proposito, le disposizioni del Regolamento PPWR citato precedentemente prevedono che la Commissione adotti atti di esecuzione entro il 31 dicembre 2026 “per stabilire la metodologia per il calcolo e la verifica della percentuale di contenuto riciclato, recuperato dai rifiuti di plastica post-consumo riciclati e raccolti all’interno dell’Unione”1.

E proprio sul Regolamento PPWR premono le istanze presentate da Assorimap (l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche che rappresenta il 90% della filiera) al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, per superare la crisi degli impianti² di riciclo che minacciano di chiudere a causa degli alti costi energetici e della concorrenza sleale da paesi extra-UE da cui proviene plastica vergine e riciclata a prezzi stracciati.

Nell’attesa di una metodologia di calcolo e verifica della percentuale di contenuto riciclato comuni, le richieste di Assorimap spingono per anticipare al 2027 l’obbligatorietà del contenuto di plastica riciclata negli imballaggi fissate dal Regolamento PPWR all’art. 7. Le istanze di Assorimap coincidono con il recente appello3 di altri 28 associazioni di riciclatori di plastica europei inviato alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che chiedono interventi immediati a sostegno della filiera della plastica minacciata da una grave crisi di competitività. Le associazioni invocano la necessità di una visione strategica comune per costruire un mercato della plastica

circolare unificato e competitivo, armonizzando proprio i sistemi di tracciabilità del riciclo.

2026, LA SVOLTA

Ma il nuovo anno sarà segnato da un punto di svolta per la politica europea sull’economia circolare: l’arrivo del Circular Economy Act, che sarà emanato nella seconda metà del 2026. L’obiettivo è sempre lo stesso: creare le condizioni per un mercato stabile ed efficiente delle materie prime – seconde ovvero i materiali riciclati che possano effettivamente sostituire le materie prime vergini nei processi produttivi, in un contesto globale segnato da instabilità, crescita dei consumi e pressioni geopolitiche. Sperando che l’industria del riciclo della plastica possa risollevarsi in tempi brevi. ■

1 Art. 7 paragrafo 8 della Direttiva PPWR https://eur-lex.europa.eu/legal-content/ IT/TXT/HTML/?uri=OJ:L_202500040

2 https://www.assorimap.it/news/ comunicati-stampa/225-imprese-ricicloassorimap-dal-mase-serve-una-svoltaregis-dopo-lo-stallo-di-novembre-laripartenza-e-a-rischio

3 https://euric.org/resource-hub/letters/ joint-letter-strategic-recommendationsfor-a-resilient-and-circular-plastic-valuechain-in-the-eu

NOTAIO, UNA PROFESSIONE IN EVOLUZIONE

Dal tardo Medioevo fino all’età contemporanea, il notariato ha rappresentato uno strumento di stabilità in società in continuo mutamento, assicurando autenticità, legalità e tutela degli interessi delle parti. Confermandosi un’attività indispensabile anche nell’era digitale

La figura del notaio accompagna la storia giuridica europea da secoli, svolgendo una funzione essenziale: garantire la certezza del diritto nei rapporti tra i cittadini. Dal tardo Medioevo fino all’età contemporanea, il notariato ha rappresentato uno strumento di stabilità in società in continuo mutamento, assicurando autenticità, legalità e tutela degli interessi delle parti. A partire dal 1401, in un contesto segnato dal declino dell’ordine feudale e dall’affermazione degli Stati moderni, la professione notarile si consolida come funzione pubblica, capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il proprio ruolo centrale nella vita civile.

Tra le più antiche forme di notariato troviamo i tabelliones che operarono nell’Impero Romano a partire dal III secolo d.C. Operavano in luoghi pubblici, come il Foro, usando supporti scrittori chiamati tabulae, da cui deriva il loro nome. Essi non erano funzionari pubblici veri e propri, ma professionisti riconosciuti e autorizzati dall’autorità imperiale. Il loro compito consisteva nel redigere contratti, dichiarazioni, testamenti e altri atti giuridici, utilizzando formule tecniche e un linguaggio giuridico preciso. Il tabellio seguiva diverse norme riguardanti il linguaggio, la forma degli atti e la conservazione delle scritture. Egli non aveva un vero e proprio status politico ufficiale, ma svolgeva già una funzione di garanzia, affidabilità e stabilità dei rapporti giuridici, anticipando elementi centrali del notariato che sarebbe sorto nei tempi successivi. Nell’Europa del Medioevo, soprattutto a partire

dall’XI secolo, la figura del notaio assunse una forma più definita e riconoscibile, diventando uno degli attori centrali della rinascita giuridica ed economica europea. Con la riscoperta del Diritto Romano e l’alba dell’era dei Comuni, il notaio si affermò come professionista della scrittura giuridica e garante della certezza dei rapporti tra cittadini. A differenza del tabellio, il notaio medievale, specialmente nei Comuni italiani, era investito di una funzione pubblica: i suoi atti erano riconosciuti come validi erga omnes e conservati negli archivi cittadini. Gli atti seguivano

formule rigorose e un linguaggio tecnico, spesso in latino, che garantivano stabilità, chiarezza e uniformità giuridica. Il notaio del Medioevo non operava solo su contratti privati, ma era anche un funzionario della vita pubblica. Ciò lo rese indispensabile per l’amministrazione e per lo sviluppo dei traffici economici.

FORMAZIONE GIURIDICA SOLIDA

Per diventare notaio era necessaria una solida formazione retorica e giuridica. A partire dal XII secolo, le università, soprattutto Bologna, divennero centri fondamentali dell’insegnamento giuridico, fornendo la base teorica della professione. Era inoltre essenziale l’apprendistato presso un notaio esperto. L’abilitazione all’esercizio della professione veniva ottenuta dopo un esame davanti ad

Palazzo dei Notai, un edificio storico a Bologna. Si trova presso la Basilica di San Petronio, che rappresenta la Gilda dei Notai.

un’autorità comunale o imperiale. A partire dal 1401, con il declino del feudalesimo e l’alba degli Stati moderni, i notai si organizzarono in corporazioni e collegi notarili, istituzioni che regolavano l’accesso alla professione, il comportamento dei membri e le qualità degli atti redatti. Le corporazioni stabilivano tariffe, norme disciplinari e obblighi deontologici, esercitando un controllo rigoroso sull’attività notarile. Le corporazioni notarili svolgevano anche una funzione sociale e politica: rappresentavano i notai presso le autorità cittadine difendendone l’autonomia e il prestigio della professione. Il notaio medievale e le corporazioni notarili rappresentano il vero anello di congiunzione tra l’esperienza romana e il notariato moderno. Formazione rigorosa, organizzazione corporativa e riconoscimento pubblico della sua funzione, furono ciò che permise al notaio comunale di porre le basi della professione come la conosciamo oggi.

LA SVOLTA DEL XVIII SECOLO

Una svolta decisiva avvenne tra il XVIII e il XIX secolo, con la Rivoluzione francese e l’età napoleonica. In questo periodo la figura del notaio venne riorganizzata, diventando un pubblico ufficiale dello Stato incaricato di garantire la certezza giuridica nei rapporti cittadini. Con la Rivoluzione furono abolite le corporazioni professionali di origine medievale, considerate parte dell’Antico Regime. Anche il notaio subì un periodo di crisi, ma la sua funzione si dimostrò comunque indispensabile specialmente in una fase di profonda instabilità giuridica. Per questo, nel 1803,

Napoleone Bonaparte promulgò la Legge sul Notariato (Loi du 25 ventôse an XI), che rappresenta l’atto fondativo del notariato moderno. L’accesso alla professione richiedeva una solida formazione giuridica e il superamento di procedure di selezione stabilite dallo Stato; inoltre, il numero dei notai era limitato per garantire qualità e controllo. Con questa legge il notaio era definito non più membro di una corporazione autonoma ma un pubblico ufficiale nominato dallo Stato, i suoi atti acquisiscono pubblica fede. Egli continuava ad esercitare in forma professionale e autonoma. Un equilibrio tra indipendenza e controllo statale che caratterizzò il notariato di tradizione latino ed europea. Questa figura del notaio si espanse insieme all’Impero Napoleonico e divenne

centrale in Italia in seguito all’Unità. Nel Novecento il notariato si confrontò con le profonde trasformazioni della società, dello Stato e dell’economia, mantenendo però intatta la propria funzione essenziale di garanzia giuridica. Tra le Guerre Mondiali e i crolli dei regimi autoritari, i notai continuarono ad operare come pubblici ufficiali e la loro attività contribuì alla continuità del diritto civile anche in periodi di forte instabilità politica. Con il ritorno degli ordinamenti democratici il notariato si rafforzò come presidio di legalità e tutela dei diritti.

LA SFIDA DIGITALE

Nel XXI secolo il notariato affronta una nuova sfida: la digitalizzazione. L’introduzione dell’atto notarile informatico, della firma digitale e della conservazione elettronica dei documenti hanno trasformato le modalità operative della professione, senza intaccarne i principi fondamentali. Il notaio contemporaneo continua ad essere un pubblico ufficiale imparziale a cui lo Stato delega la funzione di attribuire pubblica fede agli atti che redige rendendoli validi, pur svolgendo la sua attività come libero professionista. Oltre alle funzioni tradizionali, assume nuovi compiti legati alla prevenzione del riciclaggio, alla trasparenza dei traffici economici e alla sicurezza delle transazioni digitali. Ancora oggi il notaio garantisce la certezza del diritto e la tutela del cittadino. Queste esigenze fondamentali dimostrano la capacità del notariato di evolvere senza perdere la propria identità, confermandosi come professione indispensabile anche nell’era digitale. ■

Ancora oggi il notaio garantisce la certezza del diritto e la tutela del cittadino

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COME GESTIRE I CONFLITTI TRA COLLEGHI

Troppa pressione, sovraccarico e difficoltà nel conciliare vita e lavoro alimentano il malessere tra le persone in ufficio. La chiave per stare meglio? Non reagire impulsivamente imparando a leggere le reazioni nostre e altrui. Così ci si concentra sulla negoziazione anziché sulla lotta di potere

Troppa pressione, difficoltà a conciliare vita e lavoro, sovraccarico di compiti: sono queste le ragioni che portano il 73% dei lavoratori, secondo l’ultimo Rapporto Censis-Eudaimon, a vivere male la vita d’ufficio. Ma il dato più importante è un altro: il 94% dichiara che un buon rapporto con capi e colleghi incide enormemente sul benessere al lavoro. Per questo gestire la conflittualità, scatenata dalle ragioni del malessere, può essere la soluzione per recuperare quella serenità necessaria a sostenere ritmi e responsabilità. «La vita d’ufficio è un piccolo ecosistema relazionale: vi convivono personalità, valori, abitudini e bisogni differenti» spiega Irene Sanguineti, psicologa e autrice di Parliamoci sempre (Sperling & Kupfer). «In questo spazio condiviso, la conflittualità non nasce quasi mai da “cattiveria”, ma da incomprensioni comunicative e difficoltà nella gestione dello stress». Superare i malintesi, non cedere alle provocazioni, in due parole imparare a non reagire, è la chiave del benessere.

COSA GENERA SCONTENTO

Molti contrasti sul lavoro derivano da ruoli poco chiari; è frequente, per esempio, ritrovarsi a fare il lavoro che spetta ad altri. Oppure da stili di lavoro diversi o da pressioni eccessive che riducono la tolleranza e la disponibilità all’ascolto. «Quando ci sentiamo in sovraccarico, il cervello entra in modalità difensiva: percepisce anche le sfumature neutre come minacce e reagisce con irritazione, con chiusura, oppure con aggressività passiva o attiva» spiega Sanguineti. «Così, una semplice critica, anche costruttiva, o un gesto

che possiamo percepire come maleducato, può farci “scattare” o, al contrario, farci somatizzare la tensione fino a starci male». In altre parole: il conflitto, spesso, è il linguaggio che usiamo quando non sappiamo più come esprimere il nostro disagio in quell’ambiente.

CAPIRE PRIMA DI REAGIRE

Allenarsi a non reagire non significa reprimere, ma scegliere consapevolmente come rispondere a provocazioni reali oppure involontarie ma che non percepiamo come tali. Ma cosa vuol dire nel concreto? «Mettere una pausa tra stimolo e risposta» consiglia la psicologa. «Anche solo un respiro profondo e consapevole crea uno spazio mentale che permette di scegliere, anziché agire d’impulso. Ci si può chiedere: “Cosa mi sta succedendo dentro in questo momento?”. Da una domanda come questa possiamo “cambiare” il nostro modo di agire». Un’altra chiave è osservare senza giudicare. «Quando qualcosa ci irrita, tendiamo a etichettare: “È maleducato”, “È incompetente”. Ma ogni giudizio chiude la possibilità di comprensione. Proviamo a descrivere i fatti senza interpretazioni: “È arrivato tardi”, “Ha alzato il tono”. Questo cambio di punto di vista aiuterà a rimanere nel campo della realtà e non in quello delle supposizioni. Questo può anche aiutarci a distinguere ciò che avviene al di fuori di noi rispetto a ciò che avviene dentro di noi».

LEGGERE LE EMOZIONI

Dietro la rabbia con cui sbottiamo davanti a una provocazione vera o presunta, spesso si nasconde frustrazione, paura, senso di ingiustizia o molto altro. «Chiedia-

Irene Sanguineti, psicologa

moci cosa ci fa davvero male: “Mi sento non rispettato?”, “Mi sento poco riconosciuto?”. Dare un nome preciso all’emozione ne riduce l’intensità e apre la via a una risposta più lucida» consiglia l’esperta. «Quando la tensione sale, il corpo è il primo a parlare. Rilassiamo le spalle, appoggiamo bene i piedi a terra, allunghiamo il respiro. Il corpo calmo comunica sicurezza anche alla mente». Infine, pause brevi, anche di un minuto, in cui si distoglie lo sguardo dal monitor o si guarda fuori dalla finestra sono momenti importanti di micro-decompressione. Non è tempo perso: è salute emotiva.

LE SITUAZIONI TIPO

Sono le situazioni tipiche e ricorrenti spesso a farci sbottare o scattare. Per esempio, quel collega che arriva sempre tardi alle riunioni facendone slittare l'inizio, e quindi anche la fine, e compromettendo così i nostri programmi successivi. «In questo caso, la prima cosa da fare è evitare di iniziare la riunione con il risentimento in corpo» dice Sanguineti. «Invece di pensare “è sempre il solito”, proviamo a mantenere il focus sull’obiettivo: portare a termine il lavoro. Se il ritardo diventa un’abitudine, la questione va affrontata in modo diretto ma non accusatorio, per esempio dicendo: “Ho notato che spesso iniziamo in ritardo e questo complica la gestione del tempo. Possiamo trovare un modo per coordinarci meglio?” L’uso del “noi” abbassa la difensività e favorisce la collaborazione. Può essere utile usare quel noi anche in altre situazioni. Questo perché “non sono io contro di te”, ma “noi contro il problema”». Altra situazione tipica: il vicino di

scrivania che tiene sempre il condizionatore o il riscaldamento a palla. «Invece della classica battuta irritata (“Sembriamo al Polo Nord!”), meglio optare per un messaggio assertivo e neutro, per esempio: “Con questa temperatura faccio fatica a concentrarmi. Possiamo trovare un compromesso?”. Mostrare il proprio bisogno senza colpevolizzare l’altro apre alla negoziazione, non alla lotta di potere».

LE COMPETENZE RELAZIONALI

Più difficile mantenere la calma quando un collega o un superiore mette in dubbio il nostro impegno. «Se ci sentiamo messi in discussione, l’impulso è difenderci o dimostrare subito che l’altro ha torto. Ma una risposta impulsiva conferma l’idea di conflitto. Meglio prendere un attimo e rispondere con curiosità assertiva: “Mi interessa capire

cosa ti ha dato questa impressione”. Questo ribalta la dinamica: sposta il discorso su dati concreti e dimostra disponibilità emotiva che apre al dialogo piuttosto che al conflitto». Anche se è difficile da mantenere, dobbiamo sempre ricordarci che nel contesto lavorativo, la calma non è debolezza: è competenza relazionale. «È ciò che distingue chi si lascia trascinare dal conflitto da chi sa orientarlo verso la collaborazione». ■

L’arte di non reagire (Rizzoli) è l’ultimo libro di Ryushun Kusanagi, il monaco giapponese conosciuto per il suo modo innovativo di presentare il buddhismo, non come una religione ma come un efficace strumento mentale.

Nel libro spiega come a causare il nostro disagio sono le reazioni automatiche della mente e del cuore, che ci trascinano in un

turbine di emozioni impedendoci di comprendere davvero cosa stia succedendo dentro e fuori di noi. Ecco tre consigli “buddisti” da mettere in pratica per relazionarsi meglio con gli altri.

NON HAI RAGIONE TU. E NEANCHE LUI/LEI

Spesso i conflitti nascono dalla convinzione di avere ragione. Ma, se ci riflettiamo, noi vediamo sempre solo una parte della realtà.

Le premesse su cui si basano le opinioni sono differenti da persona a persona. Non dare mai per scontato che la ragione sia dalla nostra parte allenta le tensioni e previene gli attriti.

TIENI IN EQUILIBRIO I PENSIERI

Davanti a qualcuno che urla o provoca, impariamo a dividere la nostra mente in due metà, una che guarda avanti e una indietro.

Con la prima osserviamo le reazioni dell’altro e chiediamoci: «Cosa mi vuole dire? Cosa cerca?».

Con la seconda concentriamoci sulle nostre: «Mi sta salendo la rabbia?». Questa analisi evita di lasciarsi andare a reazioni istintive.

NIENTE ETICHETTE

Nella nostra mente passano circa 70mila pensieri al giorno, uno ogni 2 secondi. È quindi in continuo mutamento, e noi con lei. Le persone, cioè, sono sempre diverse.

Anche quella che ieri ci ha urlato contro. Capire questo, smonta i pregiudizi e non ci fa essere prevenuti davanti a un commento o una critica nuovi. ■

PAGINA A CURA

Consiglio Nazionale dei Geologi

Rudi Ruggeri, Consigliere del Consiglio Nazionale dei Geologi

Geologi tra etica e bisogno crescente di energia

In un mondo che sta vivendo una transizione energetica profonda il ruolo dei geologi professionisti diventa più centrale che mai. Tanto che nel prossimo decennio le loro competenze saranno fondamentali anche per affrontare temi legati all’ambiente, alla pace e alla cooperazione internazionale

“Costruire sul passato, avanzare verso il futuro: la geologia nell’era della tecnologia”. Questo il motto che ha fatto da filo conduttore al 5° Congresso Internazionale dei Geologi Professionisti (IPGC) che si è tenuto a Saragozza (Spagna) lo scorso Novembre. Un appuntamento importante fortemente voluto dal Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) che ne è stato Gold Sponsor.

Due gli obiettivi principali dell’evento. Il primo: promuovere progetti, conoscenza e networking necessari a formare una piattaforma comune di scambio di idee per affrontare al meglio i temi cari alla categoria professionale dei geologi sottolineando la loro missione al servizio della comunità. Il secondo: mettere in evidenza il ruolo cruciale di questa categoria e delle geoscienze nel rispondere alle sfide globali in atto.

NON SOLO RICERCA ACCADEMICA

Oggi più che mai, infatti, la geologia non è solo ricerca accademica ma anche strumento strategico per affrontare temi di natura politica, economica, ambientale e sociale. Dalla sostenibilità alla giustizia ambientale, fino alla pace e alla cooperazione internazionale. Su quest’ul-

timo punto in particolare, la partecipazione all’evento di SINGEOP (Sindacato Nazionale Geologi Professionisti) - con l’iniziativa Science for Peace- ha evidenziato l’idea che le geoscienze possano avere un ruolo concreto nella ricostruzione post-conflitto, nella bonifica ambientale, nella tutela degli ecosistemi devastati dalla guerra (vedi i casi di Gaza e Ucraina) e nella promozione di pace e cooperazione.

Approccio che ha suscitato interesse e consenso internazionale, eleggendo la geologia come scienza per la pace oltre che come disciplina tecnica.

Non solo. In un mondo che sta vivendo una transizione energetica profonda il ruolo dei geologi professionisti diventa più centrale che mai e le loro competenze, nei prossimi 10 anni, saranno fondamentali per:

1. Localizzare i depositi e le riserve di materie prime critiche per la transizione energetica. Senza geologi non sarebbe possibile garantire l’accesso ai materiali necessari alla decarbonizzazione.

2. Sviluppare le energie rinnovabili sotterranee: la geotermia — sia profonda che superficiale — è una delle forme più antiche e conosciute di energia rinnovabile e senza i geologi i siti con potenzialità di sviluppo ai fini energetici non sarebbero adeguatamente riconosciuti e collocati sul territorio in sicurezza.

3. Stoccaggio geologico di CO2 (CCUS). Per raggiungere la neutralità climatica sarà essenziale catturare e stoccare CO2 nel sottosuolo. Lo stoccaggio geologico è impossibile senza una

profonda conoscenza della geologia dei giacimenti depletati in generale dell’assetto strutturale del sottosuolo.

4. Gestire in modo integrato le risorse idriche. I geologi (idrogeologi) saranno fondamentali per studiare e proteggere le falde acquifere, prevenire il loro sfruttamento incondizionato e le contaminazioni con inquinanti, realizzare sistemi di ricarica artificiale delle falde (MAR), supportare politiche di gestione delle acque superficiali e sotterranee a uso potabile, irriguo e industriale, cioè di una risorsa destinata a diventare il “petrolio del futuro”.

5. Pianificazione del territorio e analisi dei rischi naturali. Con l’aumento di eventi climatici estremi, i geologi saranno cruciali per prevenire frane, alluvioni, erosione costiera, pianificare infrastrutture resilienti, gestire rischio sismico e vulcanico, contribuire alla protezione civile con modelli e mappe aggiornate.

6. Geoscienze digitali e nuovi strumenti tecnologici. La geologia del futuro sarà sempre più digitale: monitoraggio satellitare (remote sensing), modelli 3D/4D del sottosuolo, AI e machine learning per interpretazione dei dati, sensoristica e reti IoT per monitoraggi focus continui. Il geologo del futuro è un professionista interdisciplinare tra natura e tecnologia.

7. Geoetica e ruolo sociale dei geologi. Conflitti, cambiamento climatico, accesso alle

risorse: il geologo avrà un ruolo anche politico ed etico. Sarà essenziale per garantire l’uso responsabile delle risorse naturali, supportare la pace e la ricostruzione post-conflitto (bonifiche, acqua, rischi), fornire dati oggettivi per decisioni ambientali. Le società future dipenderanno da competenze geologiche per scelte etiche e sostenibili.

GIOVANI GEOLOGI CERCANSI

Nonostante la domanda di geologia sia in aumento in tutto il mondo, nel contesto della transizione energetica in atto, la professione sta registrando un deciso calo del numero di professionisti.

Per da affrontare la domanda crescente di esperti nel settore, durante la conferenza si è anche posto l’accento sulla necessità di attrarre giovani e nuove professionalità, garantire formazione, mobilità e certificazioni.

Infine, il convegno ha riaffermato l’importanza della cooperazione internazionale, dell’interdisciplinarità e dell’innovazione tecnologica come leve per far evolvere il ruolo del geologo nel XXI secolo. Temi importanti per affrontare i quali la categoria deve mostrarsi unita e compatta non solo a livello nazionale ma anche a livello sovraregionale e internazionale.

Proprio per questo servirebbe un’Organizzazione Mondiale dei Geologi Professionisti che aiuti a fare circolare la competenza dei professionisti fra un paese e l’altro e a far riconoscere nella società l’ importanza del loro ruolo come driver necessario per realizzare una transizione energetica affinché l’utilizzo delle risorse naturali del pianeta e del territorio avvenga in modo sostenibile e al servizio dell’umanità intera. ■

Solo usando in modo equo e giusto le risorse e il territorio possiamo alimentare un futuro che appartiene a tutti

5° Congresso internazionale dei geologi professionisti Saragoza

WELFARE E DINTORNI

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore

Ebipro,

salute e sicurezza dopo l’Accordo Stato-Regioni

È disponibile una informativa istituzionale che descrive le principali novità sull’Accordo Stato-Regioni 2025 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, entrato in vigore il 24 maggio 2025 e ridefinito in modo organico per tutti i soggetti obbligati alla formazione secondo il D.Lgs. 81/2008. Per i professionisti, viene evidenziato come il nuovo Accordo razionalizzi e uniformi i percorsi formativi di lavoratori, preposti, dirigenti e datori di lavoro, intro-

ducendo per questi ultimi un corso obbligatorio specifico e precise disposizioni transitorie per agevolare l’adeguamento. In questo quadro assume un ruolo strategico la bilateralità di settore e l’ente Ebipro nel sostenere gli studi professionali non solo dal punto di vista normativo ma anche tramite sistemi di rimborso e strumenti di supporto organizzativo, favorendo una gestione più consapevole e sostenibile degli obblighi formativi e di prevenzione.

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SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO: LE NOVITÀ DELL’ACCORDO 2025

Gestione Professionisti e BeProf confermano il pacchetto Rimborso spese odontoiatriche GP/Fas Andi, e introducono novità:

▪ Nuove garanzie a rimborso: faccette dentali o veneers, in ceramica o composito: 30% fino a 500 euro; cure odontoiatriche per infortunio certificato da pronto soccorso: 50% fino a 1.000 euro.

▪ Rimborso per l’igiene orale: detartrasi: fino a 50 euro, a esaurimento del plafond specifico complessivo previsto, e biennale se confermata anche per il 2027.

▪ Incremento dei massimali per le garanzie già previste nel precedente periodo: implantologia: fino a 3 impianti, 30% con massimale 1.300 euro; trattamento Ortodontico finalizzato all’allineamento dentale: fino a 800 euro.

▪ Riattivazione della garanzia corone su denti o radici naturali, già dal primo semestre 2026, anche per chi ne avesse già usufruito per un altro elemento nella seconda parte del 2025.

▪ Servizi: Televisita (Pronto Fas) e assistenza domiciliare d’urgenza (Fas a casa).

Fondoprofessioni, due milioni per la formazione

Fondoprofessioni ha pubblicato l’Avviso 02/26 Training Voucher, mettendo a disposizione due milioni di euro per sostenere la formazione continua dei dipendenti di studi professionali e aziende aderenti al Fondo. L’iniziativa è pensata in particolare per rispondere ai bisogni formativi legati ai diversi settori professionali. L’Avviso consente di accedere rapidamente ai contributi e di scegliere tra centinaia di corsi accreditati, disponibili nei cataloghi consultabili sul sito e sulla piattaforma informatica del Fondo. I contributi coprono l’80% del costo dei corsi, fino a un massimo di 1.000 euro per Studio/Azienda, e vengono assegnati con modalità “a sportello” fino a esaurimento delle risorse disponibili. I corsi possono essere fruiti sia in presenza sia online e riguardano molteplici ambiti professionali, garantendo modalità di apprendimento flessibili e tempi di attivazione rapidi. Per i datori di lavoro che applicano il CCNL Studi professionali e aderiscono integralmente alla bilateralità, Ebipro – ente bilaterale di settore – rimborsa inoltre il 100% della retribuzione dei dipendenti impegnati in formazione, fino a un massimo di 40 ore annue per lavoratore, nell’ambito dei piani formativi finanziati tramite Fondoprofessioni.

Cadiprof, Marco Natali eletto alla presidenza

Marco Natali è stato eletto presidente della Cassa di assistenza sanitaria integrativa degli studi professionali (Cadiprof) pr il prossimo quariennio. Lo ha deciso l'assemblea dei soci della Cassa, riunita lo scorso 9 dicembre, che ha proceduto al rinnovo delle cariche del Comitato esecutivo per il prossimo quadriennio. Vicepresidente è stato nominato Gabriele Fiorino, in rappresentanza della Uiltucs-UIL Cisl. Oltre al presidente Natali, la parte datoriale risulta composta da: Raffaele Loprete , Vincenzo Schiavo , Alessandra Rossi (in rappresentanza di Confprofessioni) e Calogero Lo Castro (Confedertecnica) e Vincenzo Brunetti (Cipa). Per la parte sindacale nel Comitato esecutivo sono stati eletti: Michele Carpinetti e Danilo Lelli (Filcams Cgil), Aurora Blanca e Dario Campeotto (Fisascat Cisl), Gabriele Fiorino e Samantha Merlo (Uiltucs). Il collegio dei revisori è composto da Cosimo Paolo Ampolo (Fisascat-CISL), Marco Cuchel (Confprofessioni) e Antonella Milici (Filcams-CGIL).

Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza

CULTURA

Edgar Degas, Danzatrici nella stanza verde -1884
Detroit Institute of Arts, Gift of W. Warren and Virginia Shelden in memory of Mrs. Allan Shelden - 1998.65

Da Detroit a Roma lungo le strade dell’arte

Lo spazio espositivo dell’Ara Pacis ospita 52 opere dei maestri della modernità provenienti da uno dei più apprezzati musei degli Stati Uniti. Un percorso di approfondimento sui grandi cambiamenti avvenuti nel mondo dell’arte dalla metà dell’800 fino agli inizi del nuovo secolo e oltre. Da non perdere

Detroit Institute of Arts, City of Detroit Purchase - 22.14

di Romina Villa
Nella pagina a fianco: Henri Matisse, Finestra - 1916

Si è aperta il 4 dicembre a Roma, presso lo spazio espositivo dell’Ara Pacis, la mostra Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts. Cinquantadue opere, tutte provenienti da uno dei più apprezzati musei degli Stati Uniti, costituiscono un percorso di approfondimento sui grandi cambiamenti avvenuti nel mondo dell’arte, a partire da metà Ottocento in Francia con il movimento impressionista, fino all’avvento degli artefici delle avanguardie europee, agli inizi del nuovo secolo e oltre, che proseguirono sul cammino degli artisti che li avevano preceduti e che avevano scardinato principi accademici che duravano da secoli. Si tratta di un corposo nucleo di capolavori di maestri della modernità che, nella mostra di Roma, sono presentati in tre sezioni.

Nella prima, cinque tele di Edgar Degas celebrano le invenzioni impressioniste, accompagnate da altre opere firmate da Renoir, Pissarro e Sisley, fino a una delle versioni del tema delle bagnanti di Paul Cézanne, colui che fece da ponte tra i pittori della luce e

gli artisti del Postimpressionismo, che a Roma culmina con due opere di Vincent Van Gogh. Protagonista della seconda sezione è Parigi che, durante i primi due decenni del ‘900, fu un’imprescindibile tappa per artisti di ogni parte del mondo. All’Ara Pacis sono presentate opere di Matisse e Picasso, diventati poi faro per i loro contemporanei, oltre a opere di Modigliani e Soutine, esponenti di spicco della cosiddetta Scuola di Parigi. Infine, la terza sezione prevede una ricca selezione di quadri

delle avanguardie tedesche con opere, tra gli altri, di Kandinskij, Nolde e Kokoschka, che costituiscono un interessante excursus sull’arte astratta e quella della Germania post nazista.

Il prezioso corpus di opere di Detroit ritorna in Italia a dieci anni dalla mostra che aveva avuto luogo presso il Palazzo Ducale di Genova e che a Roma viene riproposta sostanzialmente invariata, sia nell’elenco dei dipinti, sia negli obiettivi di divulgazione dei

curatori. Detto questo, la mostra di Roma è un’ulteriore e valida occasione per ammirare capolavori che appartengono ad un’epoca dell’arte molto amata dal pubblico e che raramente lasciano la loro sede abituale. Inoltre, approfondisce ancora una volta la riflessione sul collezionismo americano, che mosse i suoi primi passi con la nascita e lo sviluppo del capitalismo d’oltreoceano e con l’arrivo sulla scena, a metà del XIX secolo, di facoltosi capi d’industria. Successe così anche a Detroit, the Motor

City, dove il DIA (il “diaiei”, così i detroiters chiamano il loro museo) fu fondato nel 1885.

DETROIT E IL SUO MUSEO

La più iconica metropoli del Michigan ha vissuto molte vite e più volte è rinata dalle sue ceneri. Il primo insediamento sorse nel 1701 ad opera di esploratori francesi, di fronte al fiume Detroit. In realtà, non è un fiume, ma uno stretto che collega i grandi laghi Erie e St. Clair e che i francesi chiamavano appunto la rivière du

Nella pagina a fianco: Camille Pissarro, Il sentiero - 1889 Detroit Institute of Arts, City of Detroit Purchase 21.34

Wassily Kandinsky, Studio per dipinto con forma bianca - 1913 Detroit Institute of Arts, Gift of Mrs. Ferdinand Moeller 57.234

détroit, il fiume dello stretto. Fort Portchartrain du Détroit divenne semplicemente Detroit dopo che un disastroso incendio distrusse il forte nel 1805 e gli inglesi ne approfittarono per insediarsi. Durante la prima metà dell’800, la città continuò a crescere e già verso la metà del secolo erano numerose le attività culturali a favore della popolazione. La cultura europea era un perenne richiamo per i nuovi americani e, come successe in altri centri emergenti come New York e Boston, anche a Detroit era radicata la convinzione che era necessario avere un museo per non essere considerati una città provinciale.

Il Detroit Institute of Art fu fondato sulla scia dell’entusiasmo che avevano suscitato nel pubblico e nella stampa le prime timide, ma efficaci esposizioni di opere d’arte di proprietà di abbienti uomini d’affari. Fu dunque costituita una società privata di quaranta investitori che dovevano assicurare una quota annuale di mille dollari a sostegno del museo. Fu poi attivata una raccolta pubblica alla quale contribuirono comuni cittadini con offerte di un solo centesimo fino a cifre più sostanziose, frutto di collette. Nel 1885 il museo aprì i battenti e nel giro di pochi anni le collezioni si erano arricchite, grazie alle donazioni. L’età dell’oro del DIA cominciò però intorno al 1920 quando Detroit divenne la capitale mondiale dell’auto. La città si abbelliva di splendidi edifici in stile art déco e magnati come Henry Ford, diventati in poco tempo ricchissimi, rappresentavano in carne ed ossa la prosperità di Detroit. A caldeg-

Vincent Van Gogh, Rive dell’Oise a Auvers - 1890 Detroit Institute of Arts, Bequest of Robert H. Tannahill 70.159

Amedeo Modigliani, Ritratto di giovane con il cappello - 1919 Detroit Institute of Arts, Bequest of Robert H. Tannahill 70.185

giare e a coordinare le donazioni dei novelli mecenati fu un geniale storico dell’arte tedesco, William Valentiner, che diresse il museo dal 1924 al 1945. Arrivato negli Stati Uniti nel 1907, lavorò come curatore al Metropolitan di New York prima di essere richiamato in patria durante la Grande Guerra. Tornato negli Stati Uniti, dal 1921 cominciò a collaborare con il DIA.

Oltre ad essere un grande esperto di arte europea, dimostrò fiuto per clamorose acquisizioni, come l’autoritratto di Van Gogh del 1887, la prima opera dell’artista olandese entrata in una collezione pubblica americana. A lui si deve anche la commessa del 1931 a Diego Rivera (il marito di Frida Kahlo) per i giganteschi murales dedicati all’industria automobilistica, che oggi

Paul Cézanne, Bagnanti - c.1880 Detroit Institute of Arts, Bequest of Robert H. Tannahill 70.162

Max Beckmann, Natura morta con candele cadute - 1929 Detroit Institute of Arts, City of Detroit Purchase 29.322

Juan Gris, Natura morta - 1916

Detroit Institute of Arts, Founders Society Purchase with funds from the Dexter M. Ferry, Jr. Trustee Corporation 64.84

Amedeo Modigliani, Ritratto di donna- 1917-1920

Detroit Institute of Arts, City of Detroit Purchase 26.16

accolgono i visitatori nel grande salone di ingresso. Valentiner fu un profondo conoscitore dei movimenti d’avanguardia tedeschi pre e postbellici e intrattenne stretti legami di amicizia con alcuni artisti di quelle correnti. Le opere di quel periodo in mostra a Roma sono una testimonianza della sua lungimiranza. Detroit ha attraversato molti momenti di crisi economica nella sua storia, subendo nel corso dei decenni un grave calo demografico e pesanti tensioni sociali, ma nonostante tutto ciò il suo museo non è mai stato messo in discussione. Quando nel 2013 la città dichiarò la bancarotta il giudice escluse il DIA dalla liquidazione. il gioiello di famiglia andava assolutamente preservato. Oggi Detroit è una città rinata, nonostante le sfide sempre alla porta.

UNA MOSTRA PER TUTTI

Uno dei grandi punti di forza della mostra romana sono i servizi di accessibilità. Rendere i luoghi della cultura accessibili a tutti è un tema che sta coinvolgendo sempre di più ministeri e grandi istituzioni. La mostra all’Ara Pacis è stata dotata di strumenti sensoriali che facilitano la fruizione da parte di visitatori appartenenti a categorie fragili. Il percorso per non vedenti e ipovedenti prevede una mappa tattile con la planimetria della mostra, audiodescrizioni delle sezioni e delle opere più significative, nonché laboratori, dispositivi multisensoriali e visite guidate tattili. Per i visitatori sordi invece sono stati realizzati numerosi video LIS e visite guidate condotte da interpreti del linguaggio dei segni. Le visite tattili e LIS sono gratuite. ■

Pierre Auguste Renoir, Donna in poltrona - 1874 Detroit Institute of Arts, Bequest of Mrs. Allan Shelden III 1985.24

Vincent Van Gogh, Vaso con garofani - 1886 Detroit Institute of Arts, Bequest of Catherine Kresge Dewey 2019.20

DETROIT INSTITUTE OF ART

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IMPRESSIONISMO E OLTRE. MUSEO DELL'ARA PACIS La mostra termina il 3 maggio

Potenziale nascosto in libreria

Sugli scaffali abbondano i best seller scritti da giovani autrici italiane destinati al target young adult. Libri che potrebbero diventare serie Tv o film capaci di incollare al piccolo e grande schermo milioni di under 25. Ma l’industry cinematografica romana pare non essere interessata. Anche se il pubblico tra i 3 e i 24 anni va al cinema cinque volte l’anno, mentre gli over50 solo 1,6 volte.

Non è un paese per single è il libro firmato da Felicia Kingsley, pseudonimo della 38enne Serena Artioli

Rokia, autrice 25enne di Bergamo di origine marocchina, autrice di Guilty.

C’è stato un tempo in cui i romanzi adolescenziali alla Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia, dopo aver conquistato masse di lettori e aver venduto 1,8 milioni di copie, diventavano film di successo distribuiti nelle sale cinematografiche.

Poi, per qualche insondabile ragione, il cinema ha perso il piacere di rivolgersi ai giovani. Insistendo con prodotti per un target maturo che però frequenta poco le sale: come ha appena spiegato un’indagine commissionata da Anica (la Confindustria della industry audiovisiva), infatti, il pubblico tra i 3 e i 24 anni va al cinema, in media, cinque volte l’anno, mentre gli over 50 anni solo 1,6 volte l’anno.

Nonostante ciò, al netto dei film dei Me contro te o del grande successo di fine 2024 de Il ragazzo dai

pantaloni rosa, i produttori, i registi e gli attori italiani continuano a parlare a un segmento di pubblico agée, consegnando, di fatto, le fasce 3-24 anni ai blockbuster americani e senza mai pensare a qualcosa di specifico per loro. Sembra quasi che la industry di Roma e dintorni si vergogni di portare in sala produzioni per ragazzi.

E allora ecco che le piattaforme di streaming, in particolare Prime Video e Netflix, provano a insinuarsi in questa fetta di mercato, approfittando anche della sterminata produzione di libri romance di grande successo da parte di autrici italiane, da cui poi trarre film o serie tv.

Nel 2024, per esempio, Netflix ha proposto il film Il fabbricante di lacrime, tratto dall’omonimo romanzo di genere young adult di Erin Doom (pseudonimo dietro al quale si cela Matilde, emiliana, laureata in giurisprudenza e oggi poco più che trentenne), un best seller uscito nel 2021 che ha superato le 700 mila copie vendute. E il film, per molti mesi, è entrato nella classifica top dei contenuti Netflix più visti al mondo.

Nel 2026 sarà la volta di Prime Video, che proporrà film tratti dai romanzi di altre due scrittrici italiane. Usciranno infatti Non è un paese per single, di Felicia Kingsley (pseudonimo dietro al quale si cela la 38enne Serena Artioli, un architetto di Carpi), e Love me love me, di Stefania S., laureata in lingue e letterature straniere a Torino, viaggiatrice, e ora residente a Dubai (giusto per dare un’ idea, quando il 7 dicembre 2024

Stefania S. ha deciso di svelare il suo volto, fino ad allora tenuto nascosto, in un incontro organizzato alla libreria Mondadori Duomo di Milano, si sono presentate oltre mille persone, con un firma copie durato oltre 10 ore).

BEST SELLER IN ROSA

Magari i nomi della Kingsley e di Stefania S. diranno poco al pubblico più maturo e abituato a leggere Cazzullo o Carofiglio. Ma i loro titoli romance e young adult, pubblicati da Newton Compton e da Sperling & Kupfer, in realtà, sono quelli che reggono il mercato librario nazionale degli ultimi anni.

Nel solo 2025 le opere di Felicia Kingsley hanno venduto 550 mila copie (l’ultimo lavoro è L’amante perduta di Shakespeare), e oltre 740 mila copie nel 2024. Numeri simili per il totale dei titoli di Stefania S., col nuovo Red. Colpo di fulmine a quota 63 mila copie, e con Cuori magnetici (della serie Love me love me), uscito nel 2023, a quota 258 mila copie complessive, di cui 76 mila solo nel 2025.

Erano state 360 mila le copie vendute in totale nel 2024. Il primo caso editoriale del genere romance all’italiana è, come anticipato, quello di Erin Doom, che ha ampiamente superato il milione di copie vendute coi suoi titoli, partendo da Il fabbricante di lacrime del 2021.

POTENZIALI SUCCESSI

Ma c’è un bacino sterminato di libri italiani young adult di enorme successo e con fanbase da milioni di persone a cui si potrebbero ispirare film o serie tv. Tanto per citare alcune autrici tricolori sot-

to pseudonimo, ecco Karim B (Sperling & Kupfer), una ventenne di Napoli, resa celebre dalla serie di romance Limitless; oppure AJ Foster (Salani editore), marchigiana 23enne, che in realtà si chiama Aurora; e, ancora Carrie Leighton (Salani editore), 31enne di Trieste, professione barista; Kira Shell (Sperling & Kupfer), ovvero Valeria, avvocatessa pugliese di 32 anni; Hazel Riley (Sperling & Kupfer), in realtà Maria Claudia, una 28enne sarda. O, infine, Rokia (Salani editore), autrice 25enne di Bergamo di origine marocchina, professione infermiera, che aveva iniziato con lo pseudonimo di Clarine Jay, per poi tornare però al suo vero nome.

Le librerie italiane sono piene dei loro lavori, sempre nei posti più alti delle classifiche di vendita. ■

A.J. Foster, 23enne marchigiana autrice di Dangerously mine.

Karim B., autrice del romanzo Limitless.

Anche i geometri hanno un’anima

È soltanto un esordio ma non è che l’inizio: nonostante che la presentazione del suo primo romanzo sia avvenuta soltanto in tempi recenti un professionista aronese sembra già aver contratto il vizio della letteratura e sta prendendo tutti gli appunti necessari per la realizzazione, a breve, di un sequel

Nella pagina a fianco: Francesco Trabucco, geometra e scrittore

Aun improvvido interlocutore che gli domandava come mai un geometra avesse deciso di coltivare la passione della scrittura sino a pubblicareaddirittura - un romanzo storico, l’aronese classe 1962 Francesco Trabucco replicava citando i grandi classici. «Anche i commercialisti hanno un’anima», rispose, facendo cioè riferimento a uno dei capitoli della sterminata filmografia di Renato Pozzetto.

Certo è che nell’anima il professionista, iscritto all’Albo dal 1987, la letteratura l’ha sempre avuta, poiché per sua stessa ammissione è «un lettore onnivoro» e anzi «quasi compulsivo» e perché in casa non sono mai mancati i libri né i film o tantomeno le nuvole di carta di Tex, Zagor e Topolino.

MOLLA L’OSSO

In capo a tanto sfogliare - «sino a cento testi l’anno e più» - una decina d’anni fa ha deciso di trasferire in pagina alcuni degli spunti che gli frullavano in testa da un po’ dando vita al nucleo originario del suo Le ossa del cardinale. Ha lasciato decantare l’idea a lungo e l’ha rivitalizzata in tempi di pandemia da Covid-19.

«La stesura è stata la parte più facile del lavoro», ha detto a Il Libero Professionista Reloaded, «e le difficoltà sono cominciate quando si è trattato prima di trovare e poi di selezionare un editore, essendomi il settore librario completamente estraneo. La scelta è caduta poi su una casa che già si occupava della pubblicazione di saggi sulla storia locale». La ragione è presto detta. Uscito per i tipi de La compagnia

della Rocca di Oleggio Castello, Le ossa del cardinale è un romanzo storico che trae spunto da quello che può essere considerato a buon diritto uno dei miti fondativi della città verbanese di Arona.

«Il punto di partenza», ha spiegato Trabucco, «sta nell’origine della festa più tardi ribattezzata il Tredicino perché fissata al 13 marzo. È il giorno in cui nel 1576 tornano sul lago Maggiore le ossa di un braccio di San Fedele, dopo che i gesuiti le avevano trafugate per esporle

nella chiesa di Milano intitolata al medesimo Santo. Oltre che a lui Arona è devota a Graziano, Felino e Carpoforo e ai tempi fu necessario l’intervento del cardinale Carlo Borromeo perché almeno una piccola parte delle venerate reliquie fosse restituita».

IN RIVA AL VERBANO

Con un certo comprensibile orgoglio Francesco Trabucco ha ricordato che le vicissitudini e l’affaire ecclesiastico-diplomatico di cui sopra sono documentati storica-

mente e che la sua opera - ove è riprodotta con un font adatto una lettera del Borromeo - è «scientificamente supportata». Eccome.

«A un certo punto», ha raccontato, «la narrazione descrive un pranzo ospitato dalle sale della Rocca di Arona, allora un’autentica e austera fortezza militare. Per restare conforme al vero ho compiuto ricerche sui ricettari del 15esimo e 16esimo secolo finendo per scovare il manuale di gastronomia di un cuoco luinese: uno dei suoi manicaretti è riuscito perciò a farsi spazio fra i capitoli del racconto». Il resto è fiction. Accanto al prelato che in riva al Verbano è affettuosamente soprannominato Carletto e cui è dedicata una delle più alte statue visitabili dall’interno al mondo (il Sancarlone) spuntano borsaioli saraceni e la misteriosa promessa sposa di un nobile spagnolo, Margherita.

C’è un piccolo vagabondo detto Sgurìn - «dall’arcaico italiano sgurare e cioè lucidare sino a far brillare» e c’è naturalmente il protagonista e antieroe Giacomo da Nibbiuno. Riceve un incarico delicato dal cardinale e si può dire che come Jake e Elwood Blues sia in missione per conto di Dio. L’onomastica è importante per l’autore perché l’idea è che - sulla scia di Italo Calvino e Stefano Benni - il nome di ciascun personaggio possa rimandare ad altro e suggerire un significato nascosto.

GEOGRAFIA DELL’IMMAGINARIO

Altre tracce del percorso di formazione dello scrittore e geometra sono a loro volta celate fra le righe della narrazione. «Mi sono

divertito», ha svelato, «a inserire qui e là parafrasi di testi che appartengono alla grande tradizione del cantautorato e del teatro-canzone italiani: da Giorgio Gaber a Fabrizio De André a, sino a una perla firmata da Enzo Jannacci e Dario Fo come Prete Liprando».

Non soltanto gli scenari storici sono studiati nei dettagli e ridipinti con realismo: lo sono anche i luoghi e i sentieri attraversati dagli attori della vicenda e questo lo si deve a un ulteriore grande amore di Trabucco e cioè il trekking

«Sono innamorato del mio territorio», ha osservato, «e di questo specchio d’acqua che in letteratura è meno rappresentato di quello della vicina Orta o delle coste varesine. E quando la storia si di-

pana sul cammino della Val Formazza è perché la conosco molto bene da appassionato camminatore. È citata nel libro una poesia in lingua walser formazzina per riprodurre la quale ho incontrato nel paese d’origine l’autrice, per chiederne l’autorizzazione».

Analogamente a tante produzioni letterarie e cinematografiche di successo - la celluloide è a sua volta per Trabucco un’attrazione fatale - anche Le ossa del cardinale è pronto per un sequel motivato da questioni che il primo tempo lascia irrisolte.

Ci si sposterà più in là verso il citato Cusio e gli interpreti cambieranno: storia e leggenda del Piemonte orientale resteranno al centro del palco. ■

PICCOLO & GRANDE SCHERMO

Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia

The Long Walk, foto Instagram account ufficiale del film (@jointhelongwalk)

The Long Walk, foto Instagram profilo ufficiale del film (@jointhelongwalk)

A Portobello, screen reel Instagram account ufficiale Marco Bellocchio

Portobello, screen reel Instagram account ufficiale HBO Max Italia

Shrinking, foto Instagram account Bill Lawrence (@vdoozer)

A sinistra: Shrinking, foto Instagram account ufficiale AppleTV

FIILM SERIE

SERIE THE LONG WALK SHRINKING PORTOBELLO

Si fa fatica a incasellare Shrinking, la cui terza stagione è disponibile dal 28 gennaio 2026 su Apple TV+, nella rassicurante categoria della commedia. Il punto di partenza è tutt’altro che leggero: Jimmy Laird, terapeuta interpretato da un Jason Segel sorprendentemente sfaccettato, è un uomo paralizzato dal lutto per la morte della moglie e incapace di rimettere ordine nella propria vita. Eppure, episodio dopo episodio, la serie riesce nel piccolo miracolo di far convivere dolore e sollievo, malinconia e risata, senza mai scadere nel patetico o nel ricatto emotivo. Creata da Segel insieme a Bill Lawrence e Brett Goldstein (già artefici di Ted Lasso), Shrinking racconta la salute mentale con un rispetto raro, scegliendo la via dell’empatia e dell’arguzia invece della retorica. Jimmy infrange ogni deontologia professionale, dicendo ai pazienti esattamente ciò che pensa, ma proprio questo metodo sgangherato diventa il motore di una riflessione più ampia sulla fragilità e sulla possibilità di ricostruirsi. Accanto a lui, un Harrison Ford burbero ma sorprendentemente tenero nei panni del mentore Paul Rhodes offre un contrappunto solido e umano. La forza della serie sta nel suo naturalismo emotivo: attraversa territori disagevoli, accetta le contraddizioni dei personaggi e invita lo spettatore a fare lo stesso. Si ride molto, è vero, ma soprattutto si riflette su quanto aiutare gli altri possa essere, talvolta, l’unico modo per salvare sé stessi.

Grazie a questo adattamento dell’omonimo romanzo di culto di Stephen King La lunga marcia, il cinema distopico ritrova una ferocia asciutta e sorprendentemente umana. Diretto da Francis Lawrence, il film – in uscita nelle sale il 12 febbraio 2026 – mette in scena un’America tetra in cui 50 adolescenti sono costretti a partecipare a una disumana: camminare senza mai fermarsi, pena la morte. Nessun traguardo, nessuna vera promessa, se non quella di un premio finale che giustifica il massacro. Lawrence sceglie una messa in scena rigorosa, quasi ossessiva, fatta di ripetizioni, corpi stremati e paesaggi spogli, trasformando la durata e la fatica in vero linguaggio cinematografico. Al centro ci sono Ray Garraty (Cooper Hoffman) e Peter McVries (David Jonsson), legati da una solidarietà che diventa l’unica forma possibile di resistenza in un sistema che celebra la competizione come destino. Attorno a loro, il cerimoniale della violenza è incarnato dal Maggiore interpretato da Mark Hamill, volto insinuante di uno Stato che confonde spettacolo e controllo. Il film non cerca l’effetto, né l’azione spettacolarizzata: costringe lo spettatore a condividere la stanchezza e l’angoscia, rendendo la visione un’esperienza fisica prima ancora che narrativa. La coerenza dello sguardo e la forza dei temi – dalla crudeltà del consenso di massa al valore dei legami umani in un mondo disumanizzato – lo rendono uno degli adattamenti più riusciti di King, nonché uno degli horror più disturbanti e potenti che vedremo quest’anno.

Con Portobello, prima serie italiana della nuova piattaforma HBO Max (disponibile dal 20 febbraio), il maestro Marco Bellocchio torna a interrogare la storia recente del nostro Paese e lo fa con la lucidità e il rigore che da anni contraddistinguono il suo cinema “civile”. In sei episodi, il caso Enzo Tortora diventa molto più di una ricostruzione giudiziaria: è l’anatomia di una caduta, la parabola di un uomo innocente precipitato dall’apice della popolarità televisiva al baratro della malagiustizia. Presentata fuori concorso allo scorso festival del cinema di Venezia con i primi due episodi, la serie ha colpito per l’uso maturo del linguaggio seriale, fatto di primi piani insistiti, ritmo ipnotico e una messa in scena fedelissima ai primi anni Ottanta. Bellocchio non cerca la cronaca, ma una verità più profonda, filtrata dalla fiction: il volto di Tortora (un intenso Fabrizio Gifuni), diventa campo di battaglia tra individuo e immaginario collettivo. Centrale è il ruolo dei media, della televisione come acceleratore e deformante della realtà, capace di trasformare un garante della fiducia pubblica in capro espiatorio. Il meccanismo ripetitivo del celebre “Portobello” assume così una valenza allegorica, inquietante, che parla di masse, consenso e post-verità. Ne emerge un dramma storico e politico che non guarda solo al passato, ma interroga direttamente il presente, confermando Bellocchio come uno degli sguardi più ammalianti del nostro audiovisivo.

RECENSIONI

Cinema, balletto, musica e libri. Un vademecum per orientarsi al meglio tra gli eventi culturali più importanti del momento

a cura di Luca Ciammarughi

“PER SEMPRE”: BANDINI DÀ VITA A UN TESTORI INEDITO

Andato in scena il dicembre scorso al Teatro Studio Melato per la stagione del Piccolo Teatro di Milano, “Per sempre” di Alessandro Bandini ha avuto un meritatissimo successo, dovuto non soltanto alle qualità registiche e attoriali del creatore di questo monologo, ma anche al lavoro di ricerca che ha preceduto lo spettacolo stesso. Bandini ha infatti riesumato la corrispondenza fra lo scrittore, drammaturgo, regista e pittore novecentesco Giovanni Testori e il suo amante Alain Toubas, mercante d’ar-

OFFENBACH A GINEVRA

Nella magnifica Victoria Hall di Ginevra, ha avuto luogo il 20 gennaio un Gala Offenbach che ha riunito arie, balletti e indiavolati galop del maestro incontestato dell’operetta francese. L’interpretazione delle brillanti pagine del “Piccolo Mozart degli ChampsElysées” è stata affidata alle voci della svizzera Marina Viotti, mezzosoprano di alta classe e grande carisma scenico, e del belga Lionel Lhote, baritono di grande verve e saldezza, con un Marc Minkowski vulcanico non solo alla guida dei suoi Musiciens du Louvre, ma anche nel ruolo di narratore. L’esaltante viaggio nella società del Secondo Impero, ha avuto alcuni dei momenti più appaganti nei brillanti duetti (in quello delle mosche la tecnica vocale è virtuosistica) ma anche in pagine introspettive come la rara Beauté qui vient des cieux, disegnata con raffinatezza dal mezzosoprano in duo col primo violoncello.

te e gallerista: lettere in cui l’amore da parte di Testori emerge in una forma meravigliosamente ossessiva, vitale e distruttiva al tempo stesso, al punto che il grande artista attua quasi un gioco al massacro contro sé stesso, sminuendosi di fronte all’immensità del suo divinizzato amore. L’energia, la sensibilità, la sapienza con cui il giovane Bandini affronta un testo che è un unico vortice impetuoso fatto però di sottili sfumature ci dicono che siamo di fronte a un nome di cui continueremo a sentir parlare.

L’EREDITÀ DISCOGRAFICA DI MAURIZIO POLLINI

Il 23 marzo ricorreranno i due anni dalla morte di Maurizio Pollini, uno dei miti pianistici del Novecento e dei primi anni 2000. Splendido, anche in termini di veste editoriale e ricchezza del libretto, è l’omaggio che Deutsche Grammophon fa al pianista milanese, con un box di 62 cd che raccoglie l’integrale delle registrazioni. Incisioni che gli appassionati conoscevano già, ma che permettono di ritornare - senza le invidie che i grandi artisti attirano spesso in vita - su un “far musica” di profonda autenticità, animato sempre da sincera passione (spesso quella infuocata di uno “Sturmer” contemporaneo) e da un’inesausta sete di conoscenza. Da Bach fino alla musica contemporanea, Pollini ha saputo trovare quel Graal che è la perfetta fusione di Sentimento e Ragione, senza mai cadere né nel sentimentalismo né nella freddezza.

“UNA LADY MACBETH” DI SHOSTAKOVICH APRE LA STAGIONE

SCALIGERA

Portando in scena “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Shostakovich come titolo inaugurale della stagione 2025-26, il Teatro alla Scala ha fatto un’operazione coraggiosa.

Il fatto di aprire con un’opera russa ha dimostrato innanzitutto la volontà di evitare qualsiasi assurda cancel culture applicata a un passato incolpevole. Inoltre, quest’opera in particolare ha permesso al pubblico di interrogarsi su temi come la condizione femminile (protagonista è una donna, Katerina, che con la complicità di un amante arriva a uccidere un marito tirannico e soffocante) e il rapporto fra arte e potere - evidente nel fatto che Stalin mise all’indice quest’opera ardita.

Senza bisogno di eccessi (tranne il colpo di scena delle “torce umane”), il regista Vasily Barkhatov ha evidenziato fino in fondo l’empatia del compositore con una donna che ha la colpa di essere più intelligente e sensibile della media, nonché gli elementi di critica al potere sovietico. Straordinaria per lirismo e tensione espressiva l’orchestra diretta da Riccardo Chailly, così come il coro guidato da Alberto Malazzi

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Il 2026 si profila come un anno di assestamento più che di svolta per l’economia italiana ed europea. Dopo anni segnati da shock – pandemia, crisi energetica, inflazione e tensioni geopolitiche – lo scenario che emerge dalle previsioni è quello di una crescita moderata, fragile ma più ordinata rispetto al recente passato, almeno stando agli outlook del Fmi e del World Economic Forum. In Europa, il rallentamento dell’inflazione e una politica monetaria meno restrittiva dovrebbero offrire un po’ di ossigeno a famiglie e imprese. Tuttavia, la crescita resterà disomogenea: i Paesi con finanze pubbliche solide e sistemi produttivi più innovativi avanzeranno con maggiore sicurezza, mentre altri continueranno a fare i conti con debito elevato e bassa produttività. La sfida principale sarà trasformare la stabilità dei prezzi in crescita reale, evitando che la prudenza fiscale soffochi investimenti strategici, a partire da transizione verde, digitale e difesa comune. Per l’Italia, il 2026 appare come un banco di prova decisivo. Le previsioni indicano un Pil in aumento contenuto, sostenuto più dai servizi e dall’export che dalla domanda interna. I consumi restano frenati da salari che faticano a recuperare il potere d’acquisto perso, mentre gli investimenti dipenderanno in larga misura dalla capacità di spendere bene le risorse europee e di creare un contesto favorevole alle imprese. Il nodo strutturale resta la produttività: senza riforme su lavoro, pubblica amministrazione e istruzione, la crescita rischia di restare anemica. In questo quadro, il 2026 non sarà l’anno dei miracoli, ma può diventare quello delle scelte. L’Europa e l’Italia hanno l’opportunità di passare dalla gestione dell’emergenza a una visione di lungo periodo. La differenza, come spesso accade, non la faranno le previsioni, ma la politica economica che saprà – o meno – smentirle in positivo. POST SCRIPTUM

di Giovanni Francavilla
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