Ricordi di vita partigiana - Storia nr. 47 tratta da "Storytelling di Volontariato"

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incontri ricordi di vita partigiana

…Quando ci fermavamo per chiedere ai contadini, informazioni sulla località, ci guardavano domandandosi chi eravamo: forse fascisti travestiti da Partigiani (banditi)? Alla fine erano loro che, rischiando la vita, ci davano qualcosa da mangiare e altro. Avevamo notizie dal “passavoce” su rappresaglie dei nazifascisti su ostaggi in seguito ad azioni di guerriglia. Guerriglia, perché non eravamo in condizioni di fare la “Guerra”, scontri diretti con le forze armate nazifasciste, ma solo “guerriglia”: azione, colpisci, e fuggi! Accadeva, in ogni caso, che per i nazifascisti ogni contadino poteva essere un partigiano. Si sentiva dire che i fascisti cantavano inni di morte e che portavano dei teschi sui berretti, mentre noi partigiani amavamo la vita. Altri ricordi: “Barba”. Molti se la lasciavano crescere: io ero uno di quelli. Benché nero di capelli, avevo la barba rossa e venivo chiamato per questo con il nome di battaglia “John oppure il Barbarossa” “Le Cartucce”. Con i primi fucili “91” della prima guerra mondiale avevamo nelle giverne al massimo 10 caricatori da 6 proiettili. Poi con il mitra semiautomatici 4 / 5 caricatori da 12 o 24 colpi e poi dopo il lancio degli alleati, alla nostra formazione, disponevamo del mitra “Stern”. “Comandanti”. Noi eravamo della Brigata Melis dal nome del nostro comandate e fondatore della formazione Partigiana. La prima in Umbria, in località Gavelli. Non era necessario avere gradi infatti ricordo che nella brigata Gramsci il comandante era un borghese e il commissario politico era un operaio spoletino. Il commissario politico era colui che spiegava perché il fascismo e il nazismo erano da condannare mentre noi eravamo nel giusto perché combattevamo fino al sacrificio supremo. “Fossi”. Non avevamo mai pensato di passare ore nei fossi in mancanza di altri ripari per attaccare i convogli tedeschi. Con noi 220


incontri c’erano topi, serpenti, vermi, ma poi salivamo in montagna con i boschi puliti. “Armi”. Abbiamo iniziato con il fucile 91, poi per la prima volta abbiamo avuto il mitra (abbreviazione della parola mitragliatrice) della polizia (le vecchie armi della Abissinia), perché invece che un solo colpo e poi la ricarica c’era la raffica derivante dai caricatori da 12 e 24 colpi, potevano così buttare via il ficile 91 con l’ambizione di portare il mitra. “Paura”. Sempre molta. Si sapeva di prigionieri partigiani torturati ed impiccati. “Politica”. La nostra era una formazione “Badogliana” dal nome del primo ministro al Governo. Dopo l’8 settembre, Melis era un ufficiale di carriera, noi della formazione in maggioranza, ex militari, avevamo fatto la guerra nel regio esercito. Nel mio caso ero diventato antifascista quale militare a Roma nel Forte Braschi, si parlava della dittatura di Mussolini. La formazione si qualificò come formazione autonoma. Altro pensiero: dalla montagna alla pianura ci dcendeva di notte, come i ladri, per paura dei così detti “repubblichini” che si trovavano in caserma, pagati e ben vestiti, protetti dai tedeschi e usati in seconda linea nei rastrellamenti contro le formazioni Partigiane. Scarpe e vestiti era per noi un dramma perché dovendo camminare in continuazione si consumavano subito (ne ho cambiate 4 paia prese dai prigionieri o dai morti); eravamo “scalzi” straccioni, con la maglia terital (un materiale che non era né lana né cotone), fatta di materiale autarchico (maglia militare piena di pidocchi). I nostri letti erano di tre tipi: l’agghiaccio, il fienile, le stalle. In un rastrellamento nella zona di Montegufo buttai nel bosco i documenti personali, per evitare ritorsioni contro la mia famiglia che aveva un figlio partigiano. Questo gesto lo feci in quanto braccato dai cani e con i tedeschi nascosti in una fratta, fui salvato, insieme ai miei compagni, dai buoi e dal mantello della notte. Saliti alla vetta della montagna, il giorno dopo, stanchi ed affamati, andammo a bussare ad una famiglia che in altre occasioni ci aveva aiutato. Ci diedero 221


incontri dalla finestra, per la paura delle rappresaglie tedesche, una pagnotta di pane, mangiata per metà con grande voracità, mentre l’altra metà la nascosi sotto la giacca militare. Quella notte piovve e noi, non avendo riparo, ci bagnammo talmente tanto che il pane si sbriciolò al punto di non essere più commestibile. “Rappresaglia”. Era il fatto usato in tutti i casi dai nazifascisti per coloro anche solo sospettati di collaborazione con i partigiani. Venivano fucilati o impiccati 10 ostaggi per ogni soldato ucciso Noi della Brigata Melis, anche nel periodo vissuto assieme agli ex detenuti slavi, abbiamo sempre cercato di uccidere pochi tedeschi evitando così sicure rappresaglie in considerazione che la Valnerina è piena di piccoli paesi . Noi eravamo sempre Ribelli che abbiamo operato nella Valnerina, eravamo la Resistenza. Spoleto venne liberata nel giugno del 1944, tornare alla vita reale non fu facile, ripresi i miei studi e diventai il referente del partito di azione e in seguito segretario dell’Associazione Anpi. Ho sempre creduto che abbiamo il dovere di comunicare le nostre esperienze ai più giovani per non dimenticare. L’Anpi non è solo un’associazione ma una parte di me. Gian Paolo Loreti Associazione Anpi Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Promuove i valori della Costituzione nella memoria della Resistenza

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